Home GiornaleL’io senza orizzonte

L’io senza orizzonte

Paura, narcisismo e crisi della fiducia in una società che fatica a ritrovare il senso del noi. Invece, secondo la dinamica profonda della storia proposta da Bauman, proprio l’espansione di questo pronome può salvarci.

Il nostro tempo appare segnato da un’inquietudine diffusa: cresce la paura del futuro e, insieme, si rafforza la pretesa egoistica di bastare a sé stessi. Sfiducia e autosufficienza, invece di proteggerci, finiscono così per sospingerci in un baratro sempre più oscuro. Remo Bodei ha parlato di un “io mongolfiera”, gonfio di sé, assetato di felicità, ripiegato su sé stesso, intento ad allentare i legami con gli altri, incapace di affrontare e governare le proprie crisi di identità, fino a scivolare nell’apatia, nell’indifferenza e nella cura di un sé dispotico, pronto ad assumere un atteggiamento camaleontico nei rapporti con gli altri.

Un io non più imperniato su un’identificazione stabile oscilla, si moltiplica, trema, può smarrirsi. La perdita di fiducia rappresenta forse meglio di ogni altra cosa l’hic et nunc di un presente ripiegato su paure e frustrazioni, in netto contrasto con il clima fiducioso del passato — per molti versi anch’esso illusorio — di una società ritenuta capace di condotte coerenti, investimenti, produttività, performance educative più solide e indici di natalità sostenuti. Oggi quel capitale di fiducia sembra essersi dissolto: viviamo nell’insicurezza, rassegnati a subirla o travolti da forze che non riusciamo più a controllare.

La deriva dell’io narcisistico

Non abbiamo una strategia condivisa. Forse l’unica che sembriamo conoscere è quella, minimalista e difensiva, di proteggerci dai rischi di una globalizzazione malata e contraddittoria, invece di affrontarli con progetti chiari. La risposta più immediata, ma anche più sterile, ricade allora sul senso di autosufficienza, che restituisce l’immagine, per quanto sfocata, di una società euforica, persuasa di trovare nel processo di individualizzazione delle scelte e dei percorsi di vita una via di liberazione dalla paura, come hanno osservato Vincenzo Cesareo e Italo Vaccarini.

Dentro questa mimesi euforica siamo sempre più spinti a esercitare una libertà di scelta in ogni ambito dell’esperienza: dalla sessualità alla selezione genetica dei figli, fino all’eutanasia. I nostri giovanissimi hanno eletto a proprio spazio privilegiato un mondo virtuale sfrangiato da ogni legame possibile. Si è imposta una rappresentazione, rispetto alla quale il sottosistema comunicativo ha precise responsabilità, secondo cui la società del passato sarebbe stata segnata da obblighi oppressivi e da vincoli alienanti, tali da reprimere la realizzazione personale. Così, al posto di un io da costruire in relazione a un tu, si afferma una soggettività priva di confini identificativi.

Il problema di fondo del nostro tempo è allora individuare una nuova base di attaccamento e di orientamento che, pur nel rispetto delle tendenze pluralistiche e senza cedere al rischio del fondamentalismo, possa offrire un nuovo orizzonte su cui edificare la solidarietà sociale.

Il virus del narcisismo

Ci troviamo oggi di fronte a un nuovo e terribile flagello, un virus rispetto al quale nessuno può dirsi del tutto immune e che tutti siamo chiamati a combattere anzitutto dentro di noi: il narcisismo. Un narcisismo che nasce dalla legittima e umanissima aspirazione a ricevere riconoscimento e attenzione, ma che si è trasformato in una patologia socialmente distruttiva, capace di annullare le relazioni e di far naufragare il lavoro comune.

Si finisce così per sperimentare una crisi del simbolico, che un tempo orientava l’agire attraverso contenuti di senso e che oggi si incrina anche per effetto di innovazioni repentine, non sempre accompagnate da un’adeguata regolamentazione. La sindrome narcisistica si traduce nel rifiuto di porsi domande sull’esistenza e di attribuire alla realtà umana una qualificazione simbolica, una profondità interiore, una tensione verso il futuro. Le possibilità dell’individuo si sono certamente moltiplicate; tuttavia, se da un lato questo fenomeno crea opportunità, dall’altro può disorientare e far smarrire il proprio progetto esistenziale.

Tutto sembra allora tradursi in un io delirante, che vaga lungo traiettorie incerte, incapace di infuturarsi, proiettato in progetti di vita narcisisticamente ripiegati su sé stessi e privi di scopi intellegibili. Si tratta di identità narcisistiche, esito di una struttura sociale e culturale profondamente mutata. Tratti che, come ha evidenziato la psicoanalisi, prendono forma in una soggettività sospesa tra paura e senso di impotenza di fronte alla realtà e, al tempo stesso, nell’ebbrezza di una libertà percepita come illimitata.

Ricostruire il “noi”

Abbiamo bisogno di ricomporre il nostro sistema sociale e di lavorare alla creazione di comunità forti e solidali, di “minoranze d’urto”, per usare un’espressione di Jacques Maritain ne L’uomo e lo Stato, capaci di respingere insieme le seduzioni dell’arroccamento fondamentalista e quelle dell’autodissolvimento relativista. Occorre ripartire insieme per generare un futuro nuovo. Si tratta di abbandonare la misura angusta dell’autoreferenzialità per sbilanciarsi verso il mondo e verso gli altri.

Investire sull’io l’intero peso della felicità è un’operazione fallace e, in fondo, mortifera. Vale la pena ricordarlo: la felicità non è mai una vicenda privata. La concentrazione ossessiva sull’io, che la società evanescente tende a promuovere, avvelena il nostro cammino verso di essa. Per dirla con Adriano Pessina, questo processo sociale genera l’insoddisfazione di un io stretto tra “Prometeo e Dio”. Zygmunt Bauman, in un suo celebre intervento ad Assisi, ha tracciato una breve ed efficace storia dell’umanità incentrata sul pronome “noi”: è l’espansione di questo pronome che può salvarci.

È questa una sfida che tocca in profondità la ragione stessa della nostra esistenza, perché siamo tutti dipendenti gli uni dagli altri. Di qui l’urgenza di una cultura del dialogo che sappia tessere la ricostruzione di una società disposta all’inclusione dello straniero, del migrante, di chi è relegato nelle periferie. Certo, non è una via facile. Ma è una via necessaria, persino salvifica, che esige coerenza. E la coerenza, si sa, è l’immagine di un’unione stretta e solida: assenza di contraddizioni, qualità di un’unità indivisa, movimento concorde di tutte le sue parti nella medesima direzione.