Vent’anni di apertura verso Mosca
Per vent’anni abbiamo tentato in tutti i modi di legare la Russia a noi. L’abbiamo accolta nel G8, nel Consiglio d’Europa, nell’OMC. Abbiamo costruito Nord Stream 1 e Nord Stream 2, abbiamo alimentato le nostre fabbriche con il suo gas a basso costo e aperto i nostri mercati e le nostre banche ai suoi capitali. Abbiamo creduto al mantra del Wandel durch Handel: cambiare attraverso il commercio.
La risposta di Mosca è stata l’invasione della Georgia nel 2008, l’annessione della Crimea nel 2014, la guerra ibrida, gli omicidi sul suolo europeo, i cyberattacchi e, infine, l’invasione su larga scala dell’Ucraina.
Quello che alcuni chiamano «aver messo la Russia in un angolo» è stato, in realtà, la presa d’atto che non esistevano più le condizioni per costruire un grande spazio politico ed economico europeo fondato su due pilastri. Perché uno dei due pilastri aveva scelto di contrapporsi all’altro.
Non si può costruire un ordine comune con chi considera l’esistenza stessa di un’Unione Europea libera e democratica una minaccia al proprio modello autoritario.
L’Est europeo ha scelto liberamente l’Occidente
La NATO non ha semplicemente «accerchiato» la Russia. Sono stati i Paesi dell’Europa centrale e orientale, usciti dal dominio sovietico, a bussare alla porta della NATO e dell’Unione Europea perché non volevano più correre il rischio di tornare sotto l’influenza di Mosca.
Negare loro questa possibilità, in nome della costruzione di un asse privilegiato con la Russia, sarebbe stato il vero tradimento dei valori europei. Avrebbe significato riconoscere implicitamente a Mosca un diritto di veto sulla sovranità e sulle scelte internazionali dei suoi vicini.
L’Europa, dunque, non è stata miope quando ha scelto di sostenere l’Ucraina. Ha preso atto, forse persino troppo tardi, che la sicurezza del continente non poteva essere fondata sull’accettazione di sfere d’influenza imposte con la forza.
La vera sfida europea si chiama autonomia strategica
Sì, è in corso una transizione degli equilibri mondiali e il peso di Pechino è destinato a essere decisivo. Proprio per questo l’Europa ha fatto bene a non affidare il proprio futuro a una potenza segnata da un forte declino demografico e da crescenti limiti economici e tecnologici come la Russia, oggi sempre più dipendente dalla Cina sul piano commerciale, finanziario ed energetico.
Il vero polo con cui l’Europa deve misurarsi è Pechino. E per farlo occorreva anzitutto ridurre una dipendenza energetica divenuta strategicamente insostenibile e cominciare finalmente a costruire una vera autonomia europea: energetica, industriale, tecnologica e militare.
Naturalmente il prezzo è stato alto e alcune scelte europee possono essere discusse. Ma confondere i costi della rottura con la causa che l’ha resa inevitabile significa rovesciare il rapporto tra causa ed effetto.
Non ci siamo dati la zappa sui piedi. Abbiamo cominciato a liberarci dalle catene.

