Donald Trump parla molto, scrive troppi post sul suo social media Truth e il risultato di questa bulimia espressiva è un caos comunicativo che rende incredibili e al tempo stesso possibili le sue esternazioni, incluse quelle più assurde.
Inquietante che un grande paese democratico come gli Stati Uniti d’America sia ridotto ad avere un Presidente con queste caratteristiche, più simili a quelle del Dittatore dello Stato libero di Bananas (cit.) che a quelle del Capo di Stato più importante del pianeta. Eppure tutti siamo costretti ad ascoltarlo. Perché anche quando celia potrebbe dire una mezza verità su ciò che lui pensa davvero.
Dalle battute sulle mappe ai dubbi sul voto
E così, per stare solo a quest’ultima settimana, una mezza battuta e una informazione raccolta dal New York Times impongono un misto di attenzione e di preoccupazione.
La mezza battuta accennata dopo aver detto – per l’ennesima volta – che l’Iran è nei guai e che lo Stretto di Hormuz è libero e navigabile (sappiamo tutti che invece non è così) conferma la sua passione per la toponomastica geografica: dopo il Golfo del Messico, dopo il Lago Ontario ora anche Hormuz potrebbe cambiare nome, divenendo lo “Stretto di Trump”! Stavolta ha proprio esagerato…ma intanto lo ha detto.
Ma ciò che preoccupa davvero è piuttosto la notizia che è stata che avviata “a tappeto” una campagna per scoprire possibili “frodi” elettorali in vista delle elezioni di medio termine. Trump afferma, al solito senza prove, che decine di migliaia di “non cittadini” sono iscritti nelle liste elettorali. E questo dopo aver già messo in dubbio la bontà del voto postale. Il rischio di vedere una riedizione di quanto già accaduto dopo le presidenziali 2020 vinte da Biden, ovvero il non riconoscimento del risultato e l’accusa non documentata di frodi e brogli orditi ai suoi danni è evidente, anche perché The Donald ha già da mesi paventato il dubbio che le elezioni di novembre (per le quali tutti i sondaggi prevedono una forte vittoria del Partito Democratico) saranno truccate e dunque non valide. Nessun Presidente prima di lui ha mai osato dire tanto. C’è da chiedersi, allora, perché e come si sia arrivati a questo punto.
Un Presidente insofferente ai limiti del potere
Il soggetto in questione è vanitoso, egocentrico, vanaglorioso ma anche e soprattutto autoritario. Insofferente alle regole della democrazia, alla divisione dei poteri, all’esercizio del controllo operato nei confronti dell’istituto presidenziale. Ama solo la vittoria (oltre ai soldi) e detesta perdere: anzi non lo accetta proprio. E conseguentemente si comporta come un re: assoluto, non certo costituzionale. Da ciò deriva la considerazione che ha degli altri, invariabilmente a lui inferiori, a lui subordinati. E se non è così, allora si tratta di feccia, gentaglia. Così pure per le nazioni alleate, nani da comandare a bacchetta. E da umiliare, quando possibile. Oltre che da punire se provano a reagire, a non sottomettersi.
Non v’è dubbio che questi tratti autocratici e minacciosamente autoritari appartengano all’individuo-Trump e abbiano prodotto la più grande centralizzazione del potere presidenziale, provando ad allargarlo ulteriormente rispetto al suo già elevato livello, che mai si sia vista a Washington. Si pensi, e non è che un esempio, al ruolo di suoi due fedelissimi come Witkoff e Kushner (socio in affari il primo, genero il secondo) che senza alcuna esperienza politica o diplomatica né competenze particolari in argomento stanno da quasi due anni trattando le questioni internazionali più rilevanti – dall’Ucraina a Gaza – bypassando completamente tutta la struttura manageriale e diplomatica che per mandato dovrebbe aiutare il Presidente a prendere le decisioni migliori dopo attenta e approfondita ponderazione fondata su una profonda conoscenza dei dossier. Una modalità del governare che viene, come dire, “privatizzata”, sottraendola alla più ampia e competente “catena del comando” della quale qualsiasi organizzazione complessa si dota, per necessità quando non per convinzione.
La trasformazione del Partito Repubblicano
Perché, riprendiamo l’interrogativo, si è arrivati a questo punto? Non è certo il risultato di un destino cinico e baro. Una risposta – certo non l’unica – sta all’interno del Partito Repubblicano, il glorioso Grand Old Party che ha sempre espresso un conservatorismo sociale rispettoso del sistema sia nelle sue versioni “compassionevoli” (esempio Bush padre) che in quelle più “liberiste” (esempio Ronald Reagan). Negli ultimi 30 anni, cominciando con il Contract with America di Newt Gingrich, transitando per politici di Destra dura come Donald Rumsfeld, proseguendo col Tea Party Movement di Sarah Palin per arrivare sino al primo Trump è stato occupato da un estremismo ipernazionalista dai connotati rivoluzionari di cui il movimento MAGA si è fatto interprete promuovendo un’idea politica pervasa da risentimento, cattiveria, disprezzo e finanche odio nei confronti degli “altri”: altri stati, altre organizzazioni internazionali, altri non “puri” americani, insomma “altri”: invariabilmente, loro, responsabili di ogni guaio, di ogni problema locale o globale. Questi “altri” vanno combattuti e sconfitti, con le buone o più facilmente con le cattive.
È questa America che sta squassando il mondo. Ma ce ne è un’altra, migliore. Leader dell’Occidente. Tornerà (speriamo).

