Home GiornaleUn centro può ancora esistere? E quale potrebbe essere la sua identità?

Un centro può ancora esistere? E quale potrebbe essere la sua identità?

La crisi dei corpi intermedi, la secolarizzazione e la disaffezione politica interrogano il futuro del cattolicesimo democratico: può davvero rinascere in un nuovo centro ispirato ai valori che esso incarna?

Il retroterra perduto dei “Liberi e Forti”

Quando don Luigi Sturzo lanciò nel 1919 l’“Appello ai liberi e forti”, non partiva dal nulla. Dietro il Partito Popolare c’era un mondo reale: associazioni cattoliche, casse rurali, cooperative, sindacati, opere sociali, parrocchie. Esisteva una società organizzata che chiedeva rappresentanza politica.

La domanda decisiva, oggi, è se quel retroterra esista ancora. La secolarizzazione ha cambiato profondamente il Paese. Il cattolicesimo democratico e popolare appare disperso, frammentato, spesso silenzioso. Le grandi organizzazioni che ne costituivano l’ossatura culturale e sociale sono in crisi, mentre le giovani generazioni conoscono appena i nomi di De Gasperi, Moro, Dossetti o La Pira.

Eppure, dentro questa crisi, alcuni esponenti di quest’area — come Giuseppe Fioroni e Lucio D’Ubaldo — hanno scelto di cercare una nuova collocazione politica, lontano dal Partito Democratico guidato da Elly Schlein. La loro idea è quella di costruire uno spazio di centro, capace di organizzare una proposta all’altezza dei tempi. Una scelta che considero legittima e comprensibile, pur guardandola con scetticismo.

 

Il problema del “centro” nella società polarizzata

Il punto non è tanto la nascita di un nuovo soggetto politico, quanto il significato stesso del “centro” nella società contemporanea.

Il vecchio centro (a guida dc) della Prima Repubblica viveva infatti dentro una struttura sociale precisa: una vasta borghesia, un ceto medio stabile, un forte associazionismo, una partecipazione politica diffusa. Quel mondo non esiste più. La società è polarizzata, frammentata, individualizzata.

Per questo dubito che basti evocare il centro per ricostruire uno spazio di agibilità politica in linea con le proprie radici morali e culturali. Il rischio è quello di dare vita a un’operazione di schieramento, mentre la vera sfida riguarda la crisi della partecipazione, il distacco tra cittadini ed eletti, la dissoluzione dei corpi intermedi e l’avvento di una “democrazia del pubblico” sempre più dominata dai social, dagli algoritmi e dall’intelligenza artificiale.

Invito a tener presente il “cambiamento d’epoca” evocato da Papa Francesco: trasformazioni tecnologiche, lavoro automatizzato, nuove guerre, isolamento sociale, crollo della fiducia collettiva; tutte sfide che non possono essere affrontate soltanto con la nostalgia di antiche formule centriste.

 

Uguaglianza o moderatismo?

Il nodo politico resta soprattutto uno: il cattolicesimo democratico e popolare è storicamente una cultura  che ha sempre guardato al domani e non all’oggi: insomma, una cultura dell’uguaglianza, della solidarietà e della sussidiarietà. Non una cultura del moderatismo inteso come semplice mediazione tra opposti. Sotto questo aspetto mi ha molto incuriosito il richiamo fatto ieri su queste colonne da Marco Frittella a proposito della battaglia portata avanti da James Talarico – l’esponente dem che si muove sulle orme di Luther King e Jimmy Carter  – in vista delle elezioni di mid-term.

Pertanto il tradizionale schema destra-centro-sinistra rischia oggi di essere insufficiente. Più utile, forse, sarebbe distinguere tra chi combatte le disuguaglianze e chi invece le accetta o le alimenta. Non si equivalgono quelli che stanno in alto e quelli che stanno in basso. E chi li confonde, sbaglia.

In questa prospettiva, un centro “moderato” rischia di apparire ambiguo: troppo debole per rappresentare una vera alternativa culturale, troppo isolato per incidere in una società attraversata da populismi, sovranismi e radicalizzazioni.

Eppure, nonostante le perplessità, non intendo chiudere la porta all’istanza suscitata dagli amici impegnati in questa battaglia. Anzi, riconosco che il tentativo di ricostruire una presenza politica di matrice “neo-popolare” nasce da motivazioni nobili: il bisogno di una casa politica. Ora, nonostante che io guardi con attenzione al bipolarismo, capisco come abbia corso il giusto desiderio di contrastare l’impoverimento della democrazia proprio rifiutando l’attuale forma di bipolarismo.

In ogni caso, il vero problema non è quanti partiti esistano, ma come si affronta la crescente frattura tra cittadini e politica. L’astensionismo di massa nasce soprattutto da qui: dalla solitudine sociale, dalla sfiducia e dalla percezione che nessuno ascolti più davvero le persone.

Per questa ragioni il futuro del cattolicesimo democratico non dipenderà soltanto da una collocazione “al centro”, ma dalla capacità di tornare dentro la società concreta di cui parlava Sturzo. Quella reale, non quella immaginata.