Il tempo del cambio casacca
Siamo solo al primo dei tre atti di una commedia con un copione che è sempre lo stesso non appena tira aria di elezioni. Quello è un venticello che evidentemente sollecita a darsi da fare, complice anche il contributo del clima primaverile che induce ad uscire dalla tana per riaffacciarsi al mondo che invita ad essere esplorato.
C’è voglia di sgranchirsi le gambe e cambiare scena e scenario e, del resto, l’intraprendenza, anche quella di taglio politico, non è poi necessariamente da biasimare. Negli ultimi giorni ci sono state due novità da far perdere il sonno agli italiani, che avranno bisogno di tempo per smaltire gli effetti della notizia. Siamo però di fronte a due possibili e opposte chiavi di lettura.
Una storia lunga due decenni
Marianna Madia, dopo anni di ferma militanza nel Pd, abbandona la sua nave scuola per passare — per adesso da indipendente — con il gruppo di Italia Viva. Evidentemente si è sentita pronta per camminare da sola dopo aver fatto pratica per qualche anno anche come ministro per la Semplificazione e la Pubblica amministrazione nei governi Renzi e Gentiloni.
Pare abbia motivato il cambio di casacca con la necessità di contribuire a costruire un’altra prospettiva per il centrosinistra. Madia avrebbe sottolineato che il Pd da solo non è sufficiente per affrontare le sfide politiche attuali. Tradotto in soldoni, si leggerebbe la difficoltà di restare in un Pd dove l’area riformista in cui ha militato soffre la spinta verso le linee politiche più radicali di Elly Schlein, soprattutto in politica estera.
Un addio politico o un calcolo?
Messa in questi termini, la faccenda assume una connotazione tutta politica: un abbandono e un approdo verso nuove esperienze quando non si condividono più le scelte di un partito in cui si è militato per un tempo non indifferente. Va detto che lo ha fatto con eleganza, senza muovere accuse specifiche a “mamma Pd” e senza un solido paracadute a sostegno del passo compiuto.
Diversamente, gli italiani hanno dovuto digerire lo smacco di Laura Ravetto, che ha abbandonato la Lega arpionando il Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, motivando la scelta con l’“incoerenza” di Salvini e compagni e sostenendo di volersi dedicare ancor più alla sicurezza del Paese.
Qualche malizioso potrebbe però sospettare che si tratti piuttosto di garantirsi la sicurezza di un’altra poltrona in Parlamento, posta l’incertezza dei posti prossimamente disponibili anche in ragione delle attuali percentuali di voto della Lega.
Ravetto e il gioco del saltacavallo
Occorre, a ridosso delle elezioni, sapersi garantire un futuro ed essere lesti di manovra. Al riguardo, la Ravetto non ha nulla da imparare da altri. Vanta già cinque legislature in carriera. Per riuscire a sopravvivere ad ogni cambio di stagione, da Forza Italia e poi Polo della Libertà ha quindi abbracciato la Lega. Ora, sentendo i soffocanti legacci di quest’ultima esperienza, è approdata tra le braccia di Vannacci e della sua vanagloria.
La sua canzone preferita potrebbe recitare: “bisogna saper vincere”, e gli elettori si dovranno rassegnare a tanta talentuosa inventiva.
Gli elettori avranno memoria?
C’è una responsabilità di chi è affetto da “movimentismo”, ma anche di chi accoglie i vagabondi della politica nostrana. Siamo solo al primo atto, ne vedremo delle belle: posti liberi in platea e galleria, spazi esigui invece in Parlamento.
“Addio miei belli addio, la mia (nuova) armata se ne va; se non partissi anch’io, sarebbe una viltà”.
