Home GiornaleVannacci, Cerno e il gusto perduto del rispetto

Vannacci, Cerno e il gusto perduto del rispetto

La polemica sui «gusti invertiti» riapre il problema del linguaggio politico. Servirebbe un’inversione di tendenza: meno insulti, più educazione, capacità di ascolto e rispetto dell’altro.

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Sembra che, in un tempo in cui si rispolvera San Francesco, voci della Chiesa suggeriscano più che mai l’urgenza di riscoprire il sentimento dell’amore, che si rende concreto nel perdono e che esige, ancor oltre, la stima verso chi si perdona. Passaggi non semplici, su cui quotidianamente esercitarsi. Si fa prima a dire: una fatica improba, ma necessaria.

È in questo clima che il buon Vannacci ha sentenziato che, a suo dire, Tommaso Cerno, il direttore de Il Giornale, ha «gusti invertiti». Quest’ultimo ha replicato che il Generale patisce un serio deficit di contenuti. Il commento è venuto fuori a proposito di fasce protette in TV e dell’eventuale divieto, per mano dello stellato militare, di propaganda gender e omosessualista quando l’utenza è composta anche da bambini. Si è aperta per l’ennesima volta la cerniera alla sgradevolezza dei costumi e il risultato è sotto gli occhi di tutti.

 

La truculenza al comando

Tralasciando il merito della questione, c’è un modo di fare osservazioni o di proporre il proprio credo che non dovrebbe mai trascurare la delicatezza dei modi e la gentilezza del cuore. C’è sempre un porgersi come se si fosse in guerra e l’altro fosse un nemico.

In questo senso la stima perde immediatamente un già arido valore economico e si fa, più pericolosamente, immediato giudizio, con il rischio che chi si muove in questo modo «si stima un grand’uomo; / Ma così va, chi sopra ’l ver s’estima». In politica corre un’eccessiva stimolazione del lancio dei pesci in faccia e non pare proprio che sia un grande, godibile spettacolo.

Un possibile opposto

Che sia in versi o in prosa, sarebbe consigliabile, almeno nella comunicazione, invertire le forme e smettere di andare contro il divieto di senso della civiltà. A questo punto della faccenda dovremmo sperare tutti di essere invertiti, di saperci rivolgere verso l’altro con desiderio di incontro e di comprensione, di abbandonare i facili istinti e mettere in campo un sangue che canti parole ben intonate.

Sarebbe il più felice ribaltamento della regola per cui, cambiando l’ordine degli addendi, il risultato potrebbe mutare in positivo. «In altre circostanze, avrebbe riso, proprio di gusto, d’una richiesta simile», qualcuno potrebbe replicare a una proposta di tal fatta.

Del resto, Flaiano insegna che gli amici servono innanzitutto a ridarci il gusto della verità, quella che di questi tempi si impiglia sempre nel nostro primo, peggior pensiero, tutto istinto, e da lì non si muove oltre. E poi ancora, prima di reagire alle parole altrui, sarebbe utile darsi il tempo giusto, così: «Ché se la voce tua sarà molesta / nel primo gusto, vital nodrimento / lascerà poi, quando sarà digesta».

Se tutto questo riuscisse, sarebbe roba da far venire le vertigini, da far accapponare la pelle al frasario corrente.

Non è solo Vannacci ad avere difficoltà di vocabolario politico. Un consigliere del Comune di Pontedera, tal Floriano Della Bella, ne ha fatte di belle: ricco d’impeto, incespica sulla parola e, invece di appellare la Meloni come «caciarona», gli viene fuori «ciociara» a mo’ d’insulto. Si è forse confuso anche l’inconscio. Seguiranno i chiarimenti, le scuse e nuove accuse, perché tutto torni ad avvilupparsi nel solito teatrino.

 

Cose dell’altro mondo

Si legge che a Bologna c’è la nuova edizione del festival «C’è + gusto a Bologna». Ecco che si potrebbe provare tutti a resettare i palati e ad assaggiare un alfabeto umano. Se proprio indispensabile, ci si potrebbe affidare anche al soccorso di un’intelligenza artificiale per trovare la combinazione vincente per un traguardo del genere.

I leader dei grandi partiti, non solo in Italia, potrebbero stilare un documento in cui si stabiliscono nuove regole di confronto, un codice di comportamento che stia nel perimetro dell’educazione e del rispetto. Sarebbe cosa buona e ragionevole ma, come insegnava Andreotti, il problema non è avere ragione, quanto piuttosto farsela dare dagli altri.

Un tale passo sarebbe assai più che disarmare gli arsenali atomici sparsi per il mondo. Per adesso San Francesco dovrà ancora armarsi di santa pazienza.