Home GiornaleVannacci e l’Italia recintata

Vannacci e l’Italia recintata

Quando l’amore per la patria diventa isolamento politico e culturale, e la difesa dell’identità si trasforma in chiusura verso l’Europa e il mondo.

Credo che siano pochissimi gli italiani che non amino la propria terra: la casa dove sono nati, il quartiere, le vie, la chiesa, l’architettura, l’arte. E insieme a tutto questo le tradizioni, gli usi e i costumi del luogo.

Non sono i “non luoghi” dell’anonimato contemporaneo, ma spazi veri della socializzazione primaria, dove le persone imparano a conoscersi e a riconoscersi.

Esiste però amore e amore. Non ogni forma di attaccamento alla patria produce lo stesso risultato civile.

Un patriottismo chiuso

Quello del generale Roberto Vannacci appare come un amore isolato e solitario. Un amore carcerato, quasi da giardino zoologico: rinchiuso e ripiegato su un passato remoto.

Nella sua visione l’Italia, fatta di comuni, paesi e borghi, dovrebbe essere recintata e protetta alzando muri, senza nemmeno provare a costruire ponti.

L’identità nazionale diventa così un oggetto da conservare sotto ghiaccio, immobile nel tempo, come se la storia non fosse sempre stata un processo di incontri, contaminazioni e scambi.

In questa prospettiva non c’è spazio per aperture, né per rapporti costruttivi con i vicini di casa. Tantomeno per il confronto con altre culture, viste soprattutto come minacce di sostituzione.

Le parole sullIran

Questo modo di pensare diventa particolarmente inquietante quando viene proiettato sulla scena internazionale.

Ho appreso con ritardo alcune sue dichiarazioni sulla guerra in Iran. Con un’ironia del tutto fuori luogo, Vannacci ha sostenuto che l’Europa dovrebbe inviare novanta miliardi agli ayatollah per comprare armi e difendersi dagli Stati Uniti, replicando ciò che è stato fatto con l’Ucraina.

Un paradosso polemico, forse. Ma pronunciato in un momento in cui il Medio Oriente attraversa tensioni drammatiche e l’intero sistema internazionale appare fragile e incerto.

Il peso delle parole di un generale

Abituato a comandare e a esercitare leadership solitarie, Vannacci sembra non essersi reso conto che simili affermazioni finiscono per delegittimare indirettamente la cultura professionale delle forze armate italiane.

Quelle stesse forze armate che, nel dopoguerra, sono cresciute dentro l’ordinamento democratico della Repubblica, nel rispetto delle gerarchie e delle istituzioni civili.

Da europarlamentare eletto con la Lega, egli ha poi aderito al gruppo europeo ESN, che raccoglie forze dell’ultra-destra continentale, tra cui anche l’AfD tedesca. E poco dopo ha deciso di fondare l’ennesimo partito personale.

Dai libri alla politica

Il suo percorso politico e culturale è stato anticipato dai libri che lo hanno reso celebre.

Nel primo, Il mondo al contrario, descrive una società percepita come ostile, dominata dal multiculturalismo e dall’immigrazione. In quelle pagine compaiono anche attacchi alla pallavolista Paola Egonu, giudicata non rappresentativa dell’italianità per i suoi tratti somatici, parole che hanno poi portato a una querela.

Il libro contiene inoltre posizioni antifemministe, giudizi duri sugli omosessuali e una generale svalutazione delle sensibilità ambientaliste e animaliste.

Nel secondo volume, Il coraggio che vince, emerge una visione centrata quasi esclusivamente sull’ardimento individuale e sulla forza. I diritti sociali e le fragilità umane restano sullo sfondo, come se non appartenessero davvero alla storia concreta delle società.

Il partito della nazione solitaria”

Nel febbraio scorso Vannacci ha fondato un nuovo partito personale, dal nome Futuro Nazionale.

Un nome che appare paradossale. Perché il futuro di una nazione europea non può essere immaginato separatamente da quello degli altri paesi del continente e del mondo.

La prosperità economica, i diritti sociali, lo sviluppo tecnologico e la sicurezza internazionale sono ormai dimensioni intrecciate. Pensare di isolare l’Italia in una fortezza identitaria significa ignorare la realtà storica del XXI secolo.

LEuropa e lidea di fraternità

In questa prospettiva non stupisce che il generale mostri scarso interesse per il magistero di papa Francesco e per documenti come Fratelli tutti, che propongono una visione della convivenza umana fondata sulla fraternità e sulla cooperazione tra i popoli.

Sono testi che parlano non solo al mondo cattolico, ma anche alla cultura liberale e democratica.

E parlano anche all’Europa, intesa non come semplice spazio geografico, ma come progetto politico e morale.

Una scelta di civiltà

Il nodo, in fondo, è tutto qui.

Si può amare la propria patria senza trasformarla in una fortezza. Si può difendere la propria identità senza temere ogni incontro con l’altro.

La storia italiana ed europea dimostra che le civiltà crescono quando sanno dialogare e aprirsi.

Quando invece si chiudono, finiscono per impoverirsi. E spesso per smarrire proprio quell’identità che volevano difendere.