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Vittoria di Pirro? La Russia avanza sul campo e arretra su tutto il resto

Cinque anni dopo il "blitz" fallito, i dati relativi a economia, struttura militare e diplomazia raccontano una storia che la propaganda del Cremlino non può più nascondere.

Doveva durare tre giorni. Oggi, nell’estate del 2026, l’”operazione speciale” di Vladimir Putin è entrata nel suo quinto anno, con oltre 1.600 giorni di guerra sulle spalle. Nessuna delle promesse iniziali si è realizzata: non la resa lampo di Kyev non la disgregazione della Nato, non il ritorno della Russia al ruolo di superpotenza rispettata.

Chi guarda solo la mappa del fronte rischia di farsi un’idea sbagliata. Sì, l’esercito russo continua ad avanzare, pochi chilometri quadrati al mese, quasi sempre a un prezzo altissimo in vite umane. Ma la guerra non si vince solo con la mappa. Si vince, o si perde, anche con l’economia, con la flotta, con il cielo, con le alleanze, con la fiducia della propria gente.

Guardiamo i numeri, quelli verificabili, quelli che arrivano da fonti indipendenti e non dalla propaganda di nessuna delle due parti. Perché la vera domanda non è “chi controlla quale villaggio del Donbas”, ma “chi sta uscendo da questa guerra più forte, e chi più debole”. La risposta, con tutta l’onestà intellettuale che i fatti impongono, non è lusinghiera per Mosca.

Il fronte che non si muove (quasi)

Partiamo dal dato più scomodo per la narrazione del Cremlino: dopo quattro anni di guerra su vasta scala, l’esercito russo controlla oggi porzioni di territorio che, sommate, restano una frazione modesta dell’Ucraina, concentrate perlopiù in aree del Donbas già parzialmente sotto controllo separatista prima del 2022, più le zone meridionali di Kherson e Zaporizhzhia e la città-martire di Mariupol.

I tracker indipendenti che seguono il conflitto giorno per giorno, come l’Institute for the Study of War e il gruppo ucraino open source DeepState, concordano su un dato: negli ultimi mesi Mosca guadagna in media tra le cinque e le trenta miglia quadrate di territorio ogni quattro settimane, a seconda della fonte e del periodo. Per avere un metro di paragone concreto: si tratta di superfici paragonabili a una frazione di Manhattan. Non un’invasione, un logoramento millimetrico.

I combattimenti restano concentrati attorno a poche direttrici, in particolare i settori di Pokrovsk e Sloviansk, dove l’esercito russo insiste da mesi senza sfondare in modo decisivo. Ogni giorno si contano centinaia di scontri lungo la linea del fronte, decine di attacchi aerei e migliaia di droni kamikaze lanciati contro postazioni ucraine e centri abitati.

Il prezzo di questi metri quadrati è spaventoso. Le stime più accreditate, condivise da fonti occidentali di alto livello a inizio 2026, parlano di circa un milione di soldati russi tra morti e feriti dall’inizio dell’invasione, a fronte di una stima ucraina compresa tra i 250 e i 300 mila. Un rapporto di quattro a uno che nessun manuale di strategia militare definirebbe un successo.

A questo si aggiungono le vittime civili: migliaia di ucraini uccisi nei bombardamenti indiscriminati su città lontane dal fronte, in un conflitto che ha smesso da tempo di distinguere obiettivi militari da quartieri residenziali, ospedali, scuole.

Chi ha vissuto la propaganda del “tre giorni per prendere Kyev” oggi si ritrova davanti a una macchina da guerra che, dopo aver consumato centinaia di migliaia di uomini, riesce a malapena a guadagnare l’equivalente di un quartiere al mese. Non è la definizione di vittoria che Putin aveva promesso ai suoi cittadini.

Un’economia tenuta in piedi con lo scotch

Se il fronte è la vetrina della guerra, l’economia ne è lo scheletro. Ed è qui che la crepa si vede meglio.

Per tre anni il Cremlino ha retto l’urto delle sanzioni occidentali meglio del previsto, grazie ai proventi degli idrocarburi e a una spesa militare che ha drogato artificialmente la crescita. Quella fase, però, sembra ormai esaurita. Le previsioni per il 2026 parlano di una crescita del prodotto interno lordo compresa tra lo 0,4% e l’1%, ben lontana dal 3,5% che gli stessi economisti russi indicano come soglia minima per uno sviluppo sostenibile.

Per contenere un’inflazione che veleggia tra il 6 e il 7%, la Banca centrale russa ha dovuto mantenere per lungo tempo tassi di interesse record, arrivati fino al 21%, poi lentamente ridotti verso il 15-16% attraverso una serie di tagli prudenti. Tassi così alti soffocano gli investimenti e il credito alle imprese civili, mentre il settore militare continua a surriscaldarsi, drogato dalla spesa pubblica.

Il Fondo Nazionale di Welfare, la riserva che Mosca aveva costruito negli anni buoni per attutire gli shock, si è ridotto drasticamente: dal 6,5% del Pil prima dell’invasione a meno del 2% nella primavera del 2026. È il classico paracadute che si sta consumando proprio mentre servirebbe di più.

Le entrate fiscali, per la prima volta dal periodo pandemico, sono arrivate sotto le previsioni di bilancio: contro i 40,3 mila miliardi di rubli attesi per il 2025, gli incassi reali si sono fermati attorno ai 36,6 mila miliardi. Un buco che lo Stato ha iniziato a colmare alzando le tasse, un’operazione impopolare in qualunque Paese, tanto più in uno che chiede ai suoi cittadini di sacrificarsi per una guerra sempre più costosa e sempre meno comprensibile nei suoi obiettivi.

Poi c’è la crisi più visibile di tutte, quella che i russi vivono ogni giorno con i propri occhi: la benzina.

Code ai distributori: la guerra torna a casa

Da mesi, decine di raffinerie russe sono nel mirino dei droni a lungo raggio ucraini. Non colpi isolati: un bombardamento sistematico, ripetuto, che ha messo fuori uso impianti in oltre quaranta regioni del Paese, dalla Crimea alla Siberia.

Il risultato è una crisi di carburante che il governo russo stesso ha dovuto ammettere pubblicamente. Lo stesso Putin, parlando davanti alle telecamere, ha riconosciuto che “restano problemi per automobilisti e imprese” e che “ci sono ancora code ai distributori”, pur derubricando il fenomeno a “non critico” e “temporaneo”.

Sul terreno, la realtà racconta altro: code di ore, a volte di giorni, per fare rifornimento; razionamento imposto in oltre la metà delle regioni russe; bagarinaggio di taniche vendute a prezzi maggiorati; sospensione delle esportazioni di benzina e cherosene per dare priorità al mercato interno. In Crimea le autorità di occupazione hanno limitato la vendita a 20 litri a persona.

Il prezzo del carburante sul mercato all’ingrosso ha toccato picchi record, circa il 50% sopra i livelli di gennaio. Riparare le raffinerie danneggiate richiede mesi, perché molte componenti tecniche specializzate sono di importazione e le sanzioni internazionali ne complicano l’approvvigionamento.

Non è più solo un problema energetico: è un problema di trasporti, di agricoltura, di logistica militare. Taxi, camion, trattori, consegne a domicilio: tutto rallenta quando manca il carburante. E in un Paese che si estende su undici fusi orari, “rallentare la logistica” significa avvicinarsi pericolosamente a un collasso funzionale di interi settori economici.

La flotta che non c’è più e il cielo che non è più suo

Poche immagini raccontano il declino militare russo quanto quella della Flotta del Mar Nero.

Un Paese senza una vera marina militare, l’Ucraina, ha costretto una delle potenze navali storiche del pianeta a ritirarsi dalle proprie basi. Dopo la perdita dell’incrociatore ammiraglia Moskva nel 2022 e una lunga serie di attacchi con droni navali e missili a corto raggio, la Russia ha dovuto spostare gran parte della flotta da Sebastopoli a Novorossijsk, centinaia di chilometri più a est, per sottrarla al raggio d’azione ucraino.

Secondo stime ucraine di inizio 2026, circa il 30% della capacità di combattimento della flotta russa nel Mar Nero risulta distrutta o gravemente danneggiata. Anche il quartier generale storico della flotta a Sebastopoli, colpito da un missile da crociera già nel 2023, non esiste più come lo si conosceva. Persino l’ammissione ufficiale russo dell’affondamento della Moskva è arrivata solo a inizio 2026, quasi quattro anni dopo i fatti: un segnale, più che di forza, di imbarazzo.

Sul fronte aereo il quadro non è più confortante. L’aviazione russa, che dei venti pre-bellici avrebbe dovuto garantire superiorità totale nei cieli ucraini, non l’ha mai davvero ottenuta, pagando perdite di velivoli ed elicotteri che nessun analista militare occidentale avrebbe previsto in un conflitto contro un Paese privo di una forza aerea paragonabile.

Se una potenza nucleare, dotata di uno dei bilanci della difesa più ingenti al mondo, non riesce a garantirsi né il controllo dei cieli né quello del proprio “mare interno” storico, la domanda sulla reale forza militare russa non è più retorica: è già stata risposta dai fatti

Un isolamento che nessun gasdotto può riparare

Veniamo alla partita geopolitica, quella che forse pesa di più sul lungo periodo.

Putin ha giustificato l’invasione anche come reazione all’espansione della Nato verso est. Il risultato pratico è stato l’esatto opposto: Finlandia e Svezia, due Paesi che per decenni avevano scelto la neutralità, hanno aderito all’Alleanza atlantica proprio a causa della guerra, allungando di centinaia di chilometri il confine diretto tra la Nato e la Russia.

L’Unione Europea, che fino al 2021 era il principale cliente di gas e petrolio russi, ha tagliato in modo drastico quella dipendenza, accelerando una diversificazione energetica che altrimenti avrebbe richiesto decenni. I gasdotti Nord Stream, un tempo simbolo dell’interdipendenza tra Mosca e Berlino, sono oggi relitti sul fondo del Baltico.

Gli asset russi congelati all’estero, centinaia di miliardi di euro e dollari, restano bloccati nei sistemi finanziari occidentali, con un dibattito politico ancora aperto sul loro possibile utilizzo per finanziare la ricostruzione ucraina. Le sanzioni si sono moltiplicate e, pur con applicazione non sempre uniforme, hanno colpito in modo strutturale l’accesso russo a tecnologie e capitali occidentali.

La Russia è stata esclusa dal G8, dai grandi eventi sportivi internazionali, da circuiti diplomatici che per decenni ne avevano legittimato il ruolo di grande potenza. Sul piano regionale, con la caduta del regime di Assad in Siria, Mosca ha perso una delle sue proiezioni strategiche più importanti nel Mediterraneo orientale, un tassello che si aggiunge a una rete di alleanze sempre più dipendente, e non più paritaria, da Cina, Corea del Nord e Iran.

È un paradosso amaro per chi aveva promesso di restaurare la grandezza imperiale russa: la guerra pensata per allargare l’influenza di Mosca ne ha invece ristretto lo spazio, l’ha resa più dipendente da partner terzi e ha compattato contro di essa proprio quel blocco occidentale che si voleva indebolire.

Conclusione: i fatti, non gli slogan

Nessuno di questi elementi, preso da solo, significa che la Russia stia per collassare domani. Le grandi potenze, anche quando sanguinano, possono reggere a lungo, soprattutto se dispongono di risorse naturali, di un apparato repressivo interno solido e di alleati disposti a comprare ciò che l’Occidente rifiuta.

Ma la somma di questi elementi, letta senza le lenti deformanti della propaganda, racconta una storia difficile da negare: territori quasi fermi, pagati con perdite umane enormi; un’economia tenuta in piedi da tassi record e riserve in esaurimento; una flotta ritirata nei propri porti; code per la benzina in oltre quaranta regioni; un isolamento diplomatico che si è ampliato invece di ridursi.

Chi continua a leggere questa guerra come un successo strategico dovrebbe confrontarsi con questi dati, non con gli slogan. Non serve prendere per buona la versione di nessuna delle due parti in conflitto: bastano le fonti indipendenti, i tracker internazionali, i numeri della Banca centrale russa stessa, per farsi un’idea più solida di quella offerta dai titoli urlati sui social.

Vi invitiamo a fare esattamente questo: verificare, confrontare le fonti, resistere alla tentazione della conclusione facile. In una guerra che si nutre di disinformazione da entrambi i lati del fronte, l’atto più utile che un lettore possa compiere non è schierarsi, ma informarsi bene. Il resto, le conclusioni politiche e morali, spettano a ciascuno di noi, in piena coscienza.

 

 

Nota metodologica: i dati militari, economici e territoriali citati in questo articolo provengono da fonti indipendenti (Institute for the Study of War, DeepStateOSINT, Banca centrale russa, Moscow Times, Reuters, Associated Press, Ministero della Difesa ucraino) aggiornate a luglio 2026. Le cifre relative a perdite umane e territoriali, in un conflitto attivo, restano per natura stime soggette a revisione e a interpretazioni divergenti tra le parti.