L’importanza dell’ultima indagine penale del pm della Procura di Napoli John Henry Woodcock va ben oltre i fumogeni e le bombe stordenti che certa stampa ha lanciato in nome della presunta, ricorrente fallibilità di questo magistrato.
Non sta a nessuno – eccezion fatta per l’amministrazione della giustizia in ogni ordine e grado nazionale e internazionale – dire se l’accusa di corruzione tra privati (che correva attraverso il do ut des innescato dagli investimenti pubblicitari fatti e promessi) tra alcuni vertici del gruppo Multiversity e quelli editoriali e giornalistici di diverse testate nazionali reggerà o meno in un eventuale giudizio.
L’altro punto di vista
Non è questo il solo punto di vista. Quello parimenti doveroso avrebbe dovuto essere l’approfondimento mediatico sull’abisso morale, etico e deontologico nel quale stanno precipitando quote di giornalismo, quasi legittimate da una sorta di prescrizione comportamentale o da una Costituzione non codificata di consuetudini, precedenti giudiziari e convenzioni.
La mossa di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle indagini senza riscontro e quella di ridurre a barzelletta questa inchiesta penale ha un significato talmente profondo da offendere l’intelligenza degli italiani.
Senza leggere
Senza leggere il decreto di sequestro, sulla scia di un’inerzia che sbugiarda l’inquirente sulla base del suo passato giudicato fallimentare e di fatto, paradossalmente, assolve il comportamento degli indagati senza se e senza ma, certi iscritti all’Albo dei giornalisti si sono sbizzarriti nei pregiudizi. Proprio così. Non giudizi ma pregiudizi. Senza dare corpo a servizi, articoli e approfondimenti che ne descrivessero la sostanza, come è doveroso fare e tante volte si fa. Scegliendo però, sempre più spesso, tra le indagini solo quelle “giuste” su obiettivi che poco o nulla hanno a che fare con l’informazione.
Cortina fumogena
Dal “è così da sempre”, al “è stato scoperto il reato di marchettificio”, su su in un crescendo stordente del “se decide la magistratura la gerarchia delle notizie è finita la libertà di stampa” o “comprare una pubblicità su un giornale mette penalmente a rischio gruppi editoriali, direttori e investitori”. Un’assoluzione e un’autoassoluzione. Così, prendere o lasciare.
Chicche – alcune, solo un pugno, non tutte – alle quali si sono aggiunte quelle dei politici che, ciascuno per il proprio tornaconto personale o politico, hanno sparato a zero senza sapere di cosa stessero cianciando.
Come si può ignorare
La domanda è: come si può ignorare che, ben oltre la vicenda penale, ci sono spaccati “familiari” tra presunti corruttori indagati e direttori di giornali anch’essi indagati, che dovrebbero scuotere la coscienza della categoria e che richiamano scene della propria vita professionale in redazione?
Ed infatti andiamo oltre: astraiamo questi spaccati dal contesto giudiziario specifico e proiettiamoli nella vita reale e quotidiana di una redazione. Ebbene, ciò che viene lì appena parzialmente descritto, vale a dire un ecosistema nefasto per la democrazia, esiste o meno?
Esistono o no?
Esistono o meno nei media quello che il decreto descrive come “il coverage one to one di responsabili e direttori”, la “richiesta di anteprima delle notizie e di possibilità di intervento sul relativo contenuto, il contestuale richiamo agli investimenti pubblicitari e alle partnership progettuali”?
Esiste o no per le redazioni la pressione di alcune società di comunicazione “per ottenere una preventiva interlocuzione sulle notizie e incidere sui tempi, sui contenuti e sulle modalità della loro diffusione”?
Esistono o no pregiudicati per via giudiziaria o per reiterato comportamento criminogeno che co-pilotano alcuni direttori al punto da godere insieme di un inno alla gioia editoriale del marchettificio in servizio permanente effettivo?
Esiste o no un cerchio magico in grado di creare e distruggere notizie così come, con la stessa nonchalance, è in grado di creare e distruggere carriere e reputazioni?
Chi ha il coraggio di dire no?
Chi ha il coraggio di rispondere no deve assumersi la responsabilità di dirlo, scriverlo e sottoscriverlo. Attendiamo fiduciosi.

