Home GiornaleZaccagnini, una bella storia che interpella il presente

Zaccagnini, una bella storia che interpella il presente

Il ricordo del XIII confresso - quello che vide il successo del mite Zac - rilancia il significato politico e culturale della Democrazia Cristiana, indicando ai cattolici impegnati una responsabilità che non può essere sciupata.

Un ricordo che non è nostalgia

L’iniziativa promossa da Dario Franceschini di ricordare la figura politica di Benigno Zaccagnini attraverso il congresso nazionale della Dc del 1976 che lo elesse Segretario nazionale del partito non è stata un’operazione nostalgica ma, al contrario, una straordinaria occasione per rileggere una storia — quella della Democrazia Cristiana — che ha segnato la politica italiana ma che è destinata, al contempo, a far riflettere anche tutti coloro che sono impegnati nell’attuale cittadella politica italiana.

In particolare, e nello specifico, i cattolici impegnati nella vita pubblica. E quando parliamo dei cattolici, parliamo dei cattolici democratici, dei cattolici popolari e dei cattolici sociali. Le moltissime persone accorse all’Eur a Roma per questa giornata, magistralmente condotta e coordinata da Giovanni Minoli e Giuseppe Sangiorgi, sono ritornate nelle varie regioni consapevoli di avere vissuto — o di avere appreso, per i più giovani — l’esperienza di un partito dove la politica non era mai, e quasi da statuto, un fatto casuale, episodico, improvviso e altalenante.

No: la politica era passione e, al contempo, vocazione civile. Affondava le sue radici in una cultura politica, in un modo d’essere e all’insegna di un’etica che non era becero moralismo d’accatto ma rispondeva a una gerarchia di valori e di principi a cui ci si atteneva con rigore.

Una classe dirigente irripetuta

I filmati dell’epoca selezionati da Minoli e Sangiorgi hanno restituito, ancora una volta, la statura e il profilo di quella classe dirigente. Una statura e un profilo che, malgrado la narrazione stantia e talvolta pregiudiziale dei detrattori dell’esperienza democristiana, non sono più stati replicati nella vita politica italiana.

Da Aldo Moro a Giulio Andreotti, da Carlo Donat-Cattin a Amintore Fanfani, da Guido Bodrato a Zaccagnini, da Ciriaco De Mita a Antonio Gava, da Emilio Colombo a Francesco Cossiga, da Arnaldo Forlani a Flaminio Piccoli, da Giovanni Galloni a Luigi Granelli: si tratta di leader e statisti che hanno segnato quasi cinquant’anni di vita democratica del nostro Paese.

Un’epoca che nessuno può cancellare o ridicolizzare. Perché si tratta di personalità che hanno saputo elaborare un progetto politico per l’intero Paese e, al contempo, governare una società complessa attraverso le armi della politica, della cultura e della coerenza.

Il confronto con il presente

È persino disarmante — e al di là di ogni tentazione nostalgica — tracciare confronti con la politica contemporanea. Certo, i tempi sono radicalmente cambiati e sarebbe improprio proporre parallelismi meccanici.

Ma è altrettanto indubbio che, almeno per quei cattolici che continuano a considerare la politica un campo di impegno e di responsabilità, il magistero di quelle donne e di quegli uomini non può essere banalmente consegnato agli archivi storici.

Sarebbe non solo un “peccato di omissione”, come ricordava Paolo VI nell’enciclica Octogesima Adveniens, ma anche un atto di tradimento politico e culturale verso i nostri maestri.

Un monito per i cattolici impegnati

L’iniziativa di Franceschini ha dunque avuto il merito di ricordare, senza enfasi retorica, che quella tradizione non appartiene soltanto al passato. Essa continua a interpellare il presente.

Non come repertorio da celebrare, ma come criterio da assumere. Non come memoria da custodire, ma come responsabilità da esercitare.

Perché, se la politica torna a essere passione civile e vocazione, allora il ricordo di Zaccagnini non è commemorazione: è, a tutti gli effetti, un programma.