Pietro Giubilo
Annuncio la dipartita di Raniero al dottor Lorenzo Palma, un amico comune, il quale mi dice di non essere sorpreso della notizia in quanto, andandolo a trovare, nuovamente, qualche ora prima di spirare, l’aveva trovato “in agonia e l’unica cosa di comprensibile, a me, era che ogni tanto faceva il segno della Croce”. Solo tre giorni prima, pur tra i dolori, – anche per girarsi nel letto doveva essere aiutato – lucidissimo, lo aveva accolto ricordando la “bella famiglia” e qualche cena insieme. Ed alla constatazione che alla sofferenza, con la sua paziente sopportazione, opponesse una “resistenza civile”, rispondeva: “In fondo è quello che ho fatto in tutta la mia vita”.
È questo l’ultimo Raniero Benedetto, ma, in un certo senso, il vero Raniero Benedetto.
La sua è stata una vita senza una sua famiglia, dedicata innanzitutto allo studio. Un monachesimo intellettuale che percorreva i classici della letteratura e della filosofia, ricercava le radici etimologiche nel greco e nell’ebraico antico, nel sanscrito o nel cinese mandarino, per interpretare correttamente ogni sfumatura concettuale. Anche nei testi sacri cristiani, ebraici o indù. Che amava la musica sinfonica, ordinava libri – fino a qualche giorno prima del ricovero fatale – e regalava affettuosità ai suoi gatti – all’ultimo affidati e non abbandonati – cui perdonava anche la rottura di qualche vaso importante, nelle loro scorribande per casa.
La sua vicenda umana e politica ha attraversato e segnato la storia della Dc romana dagli anni sessanta, fino al suo esaurimento. Anche se molti democristiani, verrebbe da dire sopravvissuti al partito, ancora continuavano a consultare e scambiare con Raniero valutazioni, progetti o solo informazioni. In una sorta di confronto interno al partito; una Dc sui generis, dispersa dentro altri partiti, ma attenta e capace di riconoscersi nel linguaggio.
È doveroso ricordare i suoi ruoli istituzionali: da assessore tra i più giovani al Comune di Roma, partecipando negli anni ’60 a quelle legislature che videro una ripresa di iniziative urbanistiche ad analoghi incarichi nella Regione Lazio. Anche da capogruppo nelle stesse assemblee elettive.
Nell’episodio che lo riguardò, nel 1976, per una inchiesta sull’Ufficio Casa del Campidoglio, la durezza dell’intervento fu pari al sentore di un uso politico della giustizia che si affacciò allora, ma che ebbe altri e ancor più clamorosi eventi. L’urbanistica romana gli deve la fine degli ecomostri di edilizia economica e popolare, edificati dalle giunte di sinistra a Roma, in gran parte a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, ma le cui massificanti previsioni, dagli uffici di via Cristoforo Colombo, vennero ridimensionate nel secondo Peep per intervento dell’assessore Benedetto. Con lui il Lazio, a dicembre del 1991, sotto la direzione di Piero Samperi, avviò la redazione del Quadro di Riferimento Territoriale (QRT), per riunire in un unico strumento gli indirizzi dell’assetto regionale. Nella Sanità, con specifica competenza, seppe difendere una corretta offerta qualificata e pluralistica delle strutture nosocomiali nella Regione.
Ma è al partito che dedicò le sue migliori energie culturali e politiche. Non solo nei ruoli di rilievo: dal Comitato Romano a quello Regionale, di cui divenne anche Segretario, fino al Consiglio nazionale della Dc. Emergeva, infatti, sempre la sua capacità di arricchire il dibattito interno, di contribuire ad affinare le strategie del partito per svolgere quel ruolo unificante e di guida che lui riteneva – e certamente lo era – l’essenza della politica democristiana. Il cardine su cui ruotava la sua azione e partecipazione nel partito era l’essenzialità del “confronto” e con questo nome propose agli amici più vicini, recentemente, di organizzare un sito informatico per contribuire a riprendere un dibattito su temi politici di ispirazione democristiana.
La sua collocazione nella geografia interna è stata, dopo una breve adesione giovanile al centrismo, nella linea culturale e politica di Aldo Moro. Potremmo dire, naturalmente, non solo in quanto intese sempre distinguersi, rispetto alle posizioni di sinistra più marcate o a quelle moderate, ma soprattutto perché ad ogni passaggio interno corrispondesse il senso di un percorso politico valido e non di mero assetto correntizio. Tentava, a livello locale, l’imitazione di quella forza politica che consisteva nella lucidità, con la quale il leader nazionale interpretava il meccanismo politico italiano.
Con il leader ucciso dalle Brigate Rosse aveva avuto una costante consuetudine di rapporti. Amava raccontare che, avendo avuto l’opportunità di incontrarlo prima della costituzione del governo Andreotti, in corrispondenza con ilsuo rapimento, ebbe da lui la spiegazione che l’accordo con il Pci di Berlinguer, per quanto politicamente importante, non rappresentasse una soluzione permanente della politica italiana, ma, una volta superate le ragioni di tenuta a fronte dei gravi problemi del Paese, ci si dovesse avviare su una strada di costruzione istituzionale e politica nella quale fossero chiari i ruoli e le collocazioni dei partiti. L’obbiettivo necessario era il consolidamento delle istituzioni dinanzi al ricatto terroristico, un passaggio decisivo, cioè, ma non il “compromesso storico”, come si è tentato di affermare a sinistra, dimostrato anche dalle articolate argomentazioni che il leader espose ai gruppi parlamentari prima del suo rapimento. In fondo, per la verità, poco si è riflettuto sull’essenza del disegno moroteo – la cosiddetta Terza fase – che non nasceva a supporto del progetto berlingueriano, ma si affermava per un carismariconosciuto anche a sinistra.
Il tempo successivo alla scomparsa dei partiti storici aveva sottratto Raniero ad un convinto impegno nelle nuove forze politiche. Certo non aveva fatto mancare, spesso per pura amicizia, il suo consiglio e lo stesso sostegno a chi intendeva proseguire nel lavoro di salvaguardia o recupero dei valori culturali e politici derivanti dalla esperienza democristiana.
È così suo sarcasmo, che si era espresso nei riguardi di talune manchevolezze di uomini e vicende nel tempo della grande politica”, avrebbe avuto modo di colpire con maggiore asprezza. Tuttavia, rispetto al generale spaesamento politico, riusciva a cogliere ciò che di positivo poteva ritrovarsi in un centro destra che non cadesse in una visione solo di contrapposizione e nella sinistra per ciò che di nuovo poteva emergere, rispetto ad un frontismo o relativismo storicamente sbagliati. Nelle ultime elezioni regionali aveva riunito i non pochi amici, sempre attratti dalla sua capacità di analisi politica, per far votare chi oggi presiede la Regione Lazio, Francesco Rocca, il quale non a caso, dando commosso la notizia della morte, ha rivolto ai Consiglio regionale l’invito alla sospensione dei lavori per un minuto di raccoglimento.
Gli ultimi anni, depurati delle prassi interne che spesso richiedevano a tutti un eccesso di cinismo e di tolleranza verso qualche spregiudicatezza, hanno fatto emergere lo spessore umano di Raniero Benedetto. Una volta disse a chi scrive: “Io non ho una mia famiglia ed allora cerco di aiutare gli amici, come se fossero la mia famiglia”. Ed era vero. In molti, anche su problemi strettamente personali,hanno usufruito dei suoi suggerimenti, con i contatti giusti e il dovuto sostegno morale. Altro che freddo e insensibile, come talora si è cercato di descriverlo.
Nella autenticità dell’essere democristiano recava una sua propria impronta intellettuale, umana, politica e, aggiungiamo, anche spirituale. E tutto questo, nel panorama del partito, lo rendeva davvero unico.
Amiamo pensare, e la testimonianza appena riportata lo confermerebbe, che negli ultimi difficili momenti fosse già vicino al Signore. Lasciata la capacità di esprimersi e corrispondere con la Ragione, ha avuto la Fede a sostenerlo e a custodirlo, accompagnandolo in quella Terra Promessa che il suo sguardo mondano, forse, aveva sempre intravisto.
P.S. I funerali di Raniero Benedetto, spentosi all’età di 83 anni, si svolgeranno stamane a Roma, alle ore 10.00, presso la chiesa di Santa Rosa da Viterbo, in via di Santa Giovanna Elisabetta.