Home GiornaleAccoglienza sotto sequestro: quando l’emergenza fabbrica abbandono

Accoglienza sotto sequestro: quando l’emergenza fabbrica abbandono

I dati di ActionAid raccontano un’accoglienza ridotta a gestione dell’emergenza: servizi tagliati, centri sovraccarichi, minori vulnerabili e controlli troppo deboli.

Partendo dall’articolo di Franz Baraggino pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 28 aprile 2026, che riprende il rapporto ActionAid La Frontiera, ovunque. Centri d’Italia 2026, emerge un quadro severo del sistema italiano di accoglienza.

Il dato da cui partire è netto: la crisi non sembra dipendere da una pressione migratoria ingestibile. Al 31 dicembre 2024, le persone accolte erano 134.549, pari appena allo 0,23% della popolazione residente. Non un’invasione, dunque, non un assedio, non una massa fuori controllo. Piuttosto, una presenza numericamente governabile, che però continua a essere amministrata come emergenza permanente.

Prevale la logica di  contenimento

Il problema, allora, non è solo quantitativo. È politico, amministrativo e culturale. L’accoglienza, che dovrebbe essere un percorso di tutela, orientamento e progressiva autonomia, viene sempre più ridotta a una logica di contenimento. I CAS, Centri di Accoglienza Straordinaria, ospitano la maggioranza delle persone, mentre il sistema SAI, più vicino ai Comuni, ai territori e a un’idea di integrazione diffusa, resta marginale. Così l’accoglienza smarrisce la sua funzione educativa e sociale e rischia di diventare semplice gestione dei corpi: vitto, alloggio, attesa.

Particolarmente grave è la denuncia del cosiddetto “sovraffollamento artificiale”. Alcune strutture superano la capienza prevista, mentre altrove risultano disponibili posti liberi. Questo significa che il disordine non nasce sempre dalla mancanza di spazi, ma da scelte organizzative che concentrano, comprimono, allontanano.

La frontiera, come suggerisce ActionAid, non è più soltanto una linea geografica, ma diventa un dispositivo diffuso di selezione, attesa e contenimento: attraversa i centri, le procedure amministrative e le biografie sospese di chi resta bloccato tra riconoscimento negato e integrazione mancata.

A rendere ancora più fragile il quadro ci sono i tagli ai servizi: meno mediazione linguistica, meno orientamento legale, meno supporto psicologico, meno accompagnamento reale. Ma una persona che arriva da guerre, torture, povertà estrema o viaggi traumatici non ha bisogno soltanto di un letto. Ha bisogno di essere ascoltata, compresa, orientata. Senza questi presìdi, l’accoglienza non produce integrazione: genera marginalità.

Controllare davvero significa garantire umanità

Qui si apre una questione decisiva, anche scomoda. In alcune aree del Paese non possono mancare controlli severi, continui, non puramente formali, capaci di verificare che nei centri tutto avvenga secondo criteri di legalità, trasparenza e umanità. Vigilare non significa criminalizzare l’accoglienza, ma impedire che essa diventi un affare opaco, una gestione al ribasso, un parcheggio di vite fragili.

Servono ispezioni reali sulle condizioni materiali delle strutture, sulla qualità dei servizi, sulla presenza effettiva di figure professionali, sul rispetto delle capienze, sulla tutela sanitaria e psicologica, sulla mediazione culturale, sull’accompagnamento legale. E serve rigore anche nel rilascio delle autorizzazioni, negli affidamenti, nelle proroghe, nei capitolati, nelle verifiche prefettizie. Perché se l’accoglienza viene affidata senza presidio pubblico, se i centri restano privi di controlli adeguati, se i servizi vengono tagliati e la dignità diventa una variabile di bilancio, allora lo Stato non governa il fenomeno: lo abbandona.

La parte più dolorosa riguarda i minori stranieri non accompagnati. L’articolo segnala, sulla base del rapporto ActionAid, il passaggio di centinaia di ragazzi soli in centri per adulti. È un dato che dovrebbe inquietare profondamente. Un minore senza famiglia non può essere trattato come un problema logistico. È una responsabilità pubblica, educativa, morale. Quando un ragazzo scompare dal sistema, non scompare dalla realtà: diventa più esposto allo sfruttamento lavorativo, al lavoro nero, alla criminalità, alla solitudine.

Il tema vero, allora, non è soltanto come “contenere” i migranti. È decidere che idea abbiamo della società. Un’accoglienza povera di servizi non rende i territori più sicuri. Li rende più fragili. Produce invisibilità, non ordine. Alimenta rancore, non responsabilità pubblica. Genera zone grigie, non legalità.

Percorsi seri

L’emergenza, quando viene fabbricata dalla politica, non passa: mette radici, diventa paesaggio, insegna alle istituzioni a scambiare l’attesa per governo e l’abbandono per ordine.

Ma una democrazia matura non dovrebbe trasformare l’accoglienza in abbandono organizzato. Dovrebbe pretendere percorsi seri, controlli rigorosi, responsabilità diffuse e strumenti reali di autonomia: perché ogni vita lasciata in sospeso diventa una ferita aperta nel corpo della Repubblica.

Perché accogliere non significa semplicemente aprire una porta. Significa evitare che, una volta varcata quella soglia, le persone vengano lasciate sole in un corridoio senza uscita.