Un dialogo che segnò un’epoca
Il rapporto tra i cattolici e i comunisti è stato una costante storica della politica italiana. Certo, va preso atto dell’evoluzione della politica e delle culturale politiche nel nostro paese ma è indubbio che il dialogo/confronto tra i cattolici, seppur nella loro pluralità, e il mondo della sinistra italiana – ex o post comunista che sia fa poca differenza – continua ad essere un tassello importante del dibattito politico italiano.
E quando parlo dei cattolici e del pianeta della sinistra italiana il pensiero corre immediatamente allo storico carteggio, avvenuto proprio 50 anni fa, nel luglio del ‘76, tra il Vescovo di Ivrea, Luigi Bettazzi, e il segretario generale del Pci, Enrico Berlinguer. Una lettera, quella spedita dal vescovo canavesano al capo del Pci, del tutto inusuale e destinata, comunque sia, a suscitare un forte dibattito che in quella stagione fu ricco ma anche carico di polemiche. Certo, erano gli anni che precedevano la cosiddetta “solidarietà nazionale” al governo del paese ma sarebbe anche ingeneroso dimenticare che l’unità politica dei cattolici, anche se non è mai stata un dogma ma sempre e solo un fatto storico, era ancora un elemento oggettivo a vantaggio della Democrazia Cristiana. Anche se proprio nelle elezioni politiche del 1976 il Pci toccò il suo massimo storico, il 34% dei voti.
La lettera di Bettazzi e la risposta di Berlinguer
Comunque sia, la lettera di Bettazzi a Berlinguer fu una sorta di fulmine a ciel sereno. Alla lettera del Vescovo di Ivrea nel luglio del ‘76, Berlinguer, scusandosi, rispose l’anno successivo, nel 1977. Come ovvio, parliamo di un’altra Italia rispetto a quella contemporanea. Anche perchè gli steccati tra cattolici e comunisti erano sempre stati molto alti a livello religioso e dottrinario. Sul piano politico le dinamiche concrete sono sempre state, invece, un po’ diverse anche se non molto dissimili. Il Concilio Vaticano II aveva aperto nuovi orizzonti e lo stesso leader comunista Togliatti, saldamente legato alla dittatura comunista sovietica, si era già interrogato nel discorso di Bergamo del 1963 sul “destino comune” dinnanzi al pericolo atomico. Ma fu Bettazzi a prendere l’iniziativa. “Onorevole – scrive Bettazzi nel luglio ‘76 – Le sembrerà forse singolare, tanto più dopo le ripetute dichiarazioni dei vescovi italiani, che uno di loro scriva una lettera, sia pura aperta, al Segretario di un partito, come il Suo, che professa esplicitamente l’ideologia marxista, evidentemente inconciliabile con la fede cristiana. Eppure mi sembra che anche questa lettera non si discosti dalla comune preoccupazione per un avvenire dell’Italia più cristiano e più umano”.
E ancora, “Penso a quelli che hanno votato per voi e sono cristiani, e non intendono rinunciare alla loro fede religiosa, che anzi – forse nella sofferenza per la ‘disobbedienza’ alla gerarchia – pensano così di promuovere una società più giusta, più solidale, più partecipata, quindi più cristiana”. Bettazzi, cioè, cerca di capire le ragioni del successo del Pci anche tra i cattolici e ritene di intravederle nella aspirazione dei deboli a una società migliore e sulla scia dello stesso pensiero conciliare.
Un confronto tra fede, politica e laicità
Berlinguer, come noto, risponde dopo un anno forse anche in attesa di un possibile dialogo con la DC e con Aldo Moro nello specifico. Si tratta di una risposta lunga, articolata e anche un po’ contorta tesa a riaffermare con forza la laicità del suo partito da un lato e confermare, dall’altro, l’interesse verso le pulsioni più aperte del cattolicesimo così come emergevano dal Concilio: dalla Pacem in terris alla Gaudium et spes ma anche alla necessità, ideale e storica, di un incontro tra i cattolici e i comunisti. “Noi comunisti – scrive Berlinguer – vogliamo una società organizzata in maniera tale da essere sempre più aperta e accogliente anche verso i valori cristiani. Non vogliamo, però, una società ‘cristiana’ o uno Stato ‘cristiano’. E non già perchè siamo anticristiani, ma solo perchè sarebbero anch’essi una società e uno Stato ‘ideologici, integralisti”. Per poi concludere che è questo il Pci “nè teista, nè ateista, nè antiteista”. Cioè un partito laico e non laicista.
Ecco perchè quella lettera di Bettazzi, al di là che si condivida o meno, rappresenta un punto saliente della complicata, difficile, tortuosa e contraddittoria strada del dialogo e del confronto tra i cattolici e i comunisti. E il vescovo Bettazzi, comunque sia, rompe un tabù e contribuisce ad aprire una stagione nuova.
