C’è un’indifferenza che non grida, non insulta, non aggredisce. E proprio per questo è ancora più pericolosa. È l’indifferenza composta delle parole misurate male. È la freddezza con cui una tragedia viene consegnata alla cronaca, scandagliata nei dettagli, consumata per qualche ora, poi lasciata scivolare nel rumore indistinto dei giorni. È quella comunicazione che racconta il fuoco, il minivan, il luogo, l’inchiesta, forse persino l’orrore, ma fatica a fermarsi davanti ai volti. Fatica a dire: erano ragazzi. Erano figli. Erano fratelli. Erano uomini venuti da lontano con addosso non soltanto la fatica della povertà, ma anche la dignità ostinata di chi cerca futuro.
E allora bisogna dirli, quei nomi. Bisogna pronunciarli lentamente, uno per uno, come si fa con le persone amate, come si fa con i morti che non vogliamo consegnare all’oblio.
Amin Fazal Khogjani, 28 anni, afghano.
Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, afghano.
Safi Iayjad, 27 anni, afghano.
Waseem Khan, 29 anni, pakistano.
Non “quattro migranti”. Non “quattro braccianti”. Non “quattro corpi carbonizzati”. Prima di tutto: quattro vite. Quattro esistenze giovani, spezzate mentre cercavano salario, pane, riconoscimento. Quattro storie attraversate da sogni che forse nessuno ha mai avuto il tempo di ascoltare davvero. Chissà quali volti portavano nel cuore. Una madre rimasta lontana. Un padre in attesa di notizie. Un fratello più piccolo da aiutare. Una casa da costruire. Un debito da restituire. Una promessa fatta prima di partire. Una fotografia conservata nel telefono. Una preghiera detta in silenzio dopo una giornata nei campi.
Noi non sappiamo tutto di loro. Ma sappiamo abbastanza per vergognarci. Sappiamo che avevano età in cui si dovrebbe progettare la vita, non difendersi dalla morte. Diciannove anni: l’età in cui un giovane dovrebbe poter sbagliare, innamorarsi, imparare una lingua, ridere con gli amici, sentirsi invincibile per un pomeriggio. E invece Ullah Ismat Qiemi, a diciannove anni, ha conosciuto il peso feroce di un mondo adulto capace di trasformare il lavoro in ricatto, la povertà in cattività, il bisogno in catena.
Una vita di diciannove anni che trova il coraggio di dire no vale più di mille discorsi pronunciati da chi osserva il dolore da lontano. C’è una santità laica in questo rifiuto. C’è una grandezza che ci giudica. Perché quei giovani non sono soltanto vittime: sono testimoni. Hanno mostrato, con la nudità estrema della loro sorte, che lo sfruttamento non è un incidente del sistema, ma una ferita morale piantata nel cuore delle nostre campagne, delle nostre economie, dei nostri consumi quotidiani.
Ogni fragola raccolta senza giustizia porta con sé una domanda. Ogni salario negato è un frammento di umanità sottratta. Ogni corpo piegato dal caporalato denuncia una società che preferisce non vedere, purché il prezzo resti basso, purché la tavola sia apparecchiata, purché il dolore degli ultimi non disturbi la nostra quiete.
Ma qui non siamo più soltanto davanti allo sfruttamento. Siamo davanti a una soglia più buia. Qui il lavoro nero si intreccia con la paura, con il dominio, con una logica di sottomissione che richiama da vicino i metodi mafiosi: quella pedagogia criminale che pretende obbedienza, produce silenzio e punisce chi prova ad alzare la testa.
E questi quattro ragazzi, venuti da Afghanistan e Pakistan, secondo quanto emerge dalle ricostruzioni, avevano provato a rialzarsi. Avevano chiesto ciò che spettava loro. Avevano detto no. Non si erano piegati. Non avevano accettato di essere trattati come strumenti, come braccia mute, come corpi senza biografia.
Per questo dobbiamo chiamarli fratelli. Per questo dobbiamo chiamarli, senza retorica, eroi. Non eroi da monumento, ma eroi da coscienza. Eroi poveri, senza medaglie, senza patria celebrata, senza una folla ad attenderli. Eroi perché hanno difeso, nel punto più fragile della loro condizione, qualcosa che riguarda tutti: la dignità dell’uomo quando il potere vorrebbe ridurlo a merce.
La loro morte non può diventare una notizia tra le altre. Non può essere inghiottita dal linguaggio impersonale delle agenzie, né dalla pietà veloce dei social, né dall’indignazione intermittente che dura il tempo di una pagina condivisa. La loro fine ci obbliga a cambiare sguardo. Ci costringe a domandarci quante volte abbiamo chiamato “manodopera” ciò che era carne viva. Quante volte abbiamo detto “migranti” per non dire figli. Quante volte abbiamo parlato di “emergenza” per non riconoscere una struttura di ingiustizia.
Amin, Ullah, Safi e Waseem non erano ombre di passaggio. Erano giovani uomini che avevano attraversato frontiere, lingue, paure, umiliazioni. Venivano da terre ferite e cercavano in Italia non la carità dei potenti, ma la possibilità elementare di lavorare e vivere. Il loro sogno assomigliava a quello dei nostri padri, dei nostri nonni, dei tanti italiani partiti nel dopoguerra con una valigia povera e una speranza ostinata. Anche loro cercavano una vita. Anche loro volevano mandare qualcosa a casa. Anche loro desideravano un domani che non fosse soltanto sopravvivenza.
Per questo la loro storia ci riguarda. Non è una vicenda straniera. È una ferita nostra.
È nostra perché accade nelle nostre terre. È nostra perché attraversa aziende, campi, filiere, mercati, consumi. È nostra perché ogni comunità che lascia soli gli ultimi finisce per smarrire se stessa. È nostra perché il caporalato, lo sfruttamento, l’omertà e ogni forma di dominio mafioso non sono soltanto fenomeni criminali: sono malattie dell’anima collettiva. Prosciugano il senso della fraternità. Educano alla paura. Rendono normale l’abisso.
Oggi, davanti a questi quattro nomi, non basta commuoversi. Bisogna indignarsi. E dopo l’indignazione bisogna agire.
Occorre una giustizia che accerti ogni responsabilità. Occorre una politica che non si limiti alle parole di cordoglio. Occorre un’economia che smetta di chiamare efficienza ciò che spesso è sfruttamento nascosto. Occorrono una Chiesa, una società civile, una comunità intera capaci di stare dalla parte dei corpi feriti, dei lavoratori invisibili, dei poveri senza protezione. Occorre il coraggio di rompere il silenzio attorno a chi recluta, trasporta, minaccia, paga poco o non paga affatto. Occorre una memoria pubblica che non lasci soli questi ragazzi nemmeno dopo la morte.
Perché una comunità che non sa piangere i suoi morti più fragili è già una comunità ferita.
E una terra che non sa onorare chi si ribella alla schiavitù rischia di diventare complice dei padroni. Amin, Ullah, Safi e Waseem chiedono a noi una cosa semplice e terribile: non lasciateci bruciare due volte. Non lasciate che il fuoco diventi oblio. Non permettete che il nostro nome venga cancellato dalla parola generica “migranti”. Non fate della nostra morte soltanto un titolo da consumare in fretta.
Allora diciamoli ancora.
Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi, Safi Iayjad, Waseem Khan. Quattro nomi. Quattro giovani vite. Quattro fratelli. E davanti a loro, oggi, non possiamo più permetterci il lusso dell’indifferenza.
Don Giuseppe Cascardi,
Vicario Episcopale della Carità della Diocesi di Cassano all’Jonio