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Xi Jinping enuncia quattro principi per la pace in Medio Oriente

Roma, 14 apr. (askanews) – Il presidente cinese Xi Jinping ha indicato oggi quattro principi per favorire la pace e la stabilità in Medio Oriente nel colloquio avuto a Pechino con il principe ereditario di Abu Dhabi Khaled bin Mohamed bin Zayed, mettendo l’accento su coesistenza pacifica, rispetto della sovranità, tutela del diritto internazionale e coordinamento tra sviluppo e sicurezza.

Secondo Xi, il primo punto è la necessità di “attenersi al principio della coesistenza pacifica”. Il leader cinese ha osservato che i Paesi del Medio Oriente e del Golfo sono “vicini che non possono essere spostati” e ha sostenuto che occorre incoraggiare il miglioramento delle relazioni regionali per costruire una struttura di sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile.

Il secondo principio richiamato da Xi è quello della sovranità nazionale. Il presidente cinese ha affermato che “la sovranità costituisce il fondamento dell’esistenza degli Stati, in particolare dei Paesi in via di sviluppo”, e ha sottolineato che “la sovranità, la sicurezza e l’integrità territoriale dei Paesi del Medio Oriente e del Golfo devono essere rispettate in modo effettivo, così come deve essere garantita la sicurezza del personale, delle strutture e delle istituzioni di tutti i Paesi”.

Il terzo punto riguarda il “rispetto dello stato di diritto internazionale”. Xi ha avvertito che “non si può applicare il diritto internazionale solo quando conviene e abbandonarlo quando non conviene”, né lasciare che il mondo torni alla logica della giungla. Per questo ha ribadito la necessità di difendere il sistema internazionale imperniato sulle Nazioni unite, l’ordine fondato sul diritto internazionale e le norme basilari delle relazioni internazionali ispirate alla Carta dell’Onu.

Infine, Xi ha insistito sulla necessità di “coordinare sviluppo e sicurezza”, affermando che la sicurezza è la premessa dello sviluppo e lo sviluppo è la garanzia della sicurezza. A suo avviso, tutte le parti dovrebbero contribuire a creare un ambiente favorevole alla crescita dei Paesi del Medio Oriente e del Golfo. In questo quadro, ha aggiunto, la Cina è pronta a condividere con i Paesi della regione le opportunità della modernizzazione in stile cinese.

Nel colloquio, avvenuto nella Grande sala del popolo, Xi ha anche ribadito che gli Emirati arabi uniti sono un partner strategico globale della Cina e che Pechino attribuisce grande importanza allo sviluppo delle relazioni bilaterali. Secondo il presidente cinese, i rapporti tra i due Paesi hanno mantenuto uno sviluppo sano e stabile, con un approfondimento della fiducia politica reciproca, un avanzamento costante della cooperazione pragmatica e scambi culturali intensi.

Il presidente cinese ha inoltre invitato a rafforzare il coordinamento tra le strategie di sviluppo, approfondendo la cooperazione in energia, investimenti, commercio e tecnologia. Ha anche auspicato ulteriori progressi nei settori dell’istruzione, dell’aviazione civile e del turismo, così da intensificare gli scambi tra i popoli e consolidare la base del consenso pubblico. Xi ha infine chiesto un maggiore coordinamento nelle piattaforme multilaterali, comprese Nazioni unite e Brics, per rispondere con la stabilità dei rapporti sino-emiratini all’incertezza del contesto internazionale e regionale.

Da parte sua, il dignitario emiratino ha espresso apprezzamento per il ruolo svolto dalla Cina negli affari internazionali e per gli sforzi compiuti da Pechino a favore di una soluzione politica dell’attuale crisi in Medio Oriente. Ha aggiunto che gli Emirati intendono mantenere un coordinamento stretto con la Cina per favorire il cessate il fuoco, la fine delle ostilità, il rapido ritorno della stabilità regionale, la sicurezza della navigazione internazionale e la prevenzione di ripercussioni ancora più gravi sull’economia globale e sulla sicurezza energetica.

L’invettiva di Trump, la fermezza del Papa: uno scontro…di civiltà

Siamo arrivati a tanto. ‘Debole’, ‘pericoloso’, ‘pessimo’ sono gli aggettivi usati dal Presidente degli Stati Uniti per attaccare il Papa a motivo del suo accorato appello in favore della pace.  Lo sbalordimento è stato grande – stavolta più che mai –  finanche a dubitare dell’equilibrio interiore di un Trump fuori misura e fuori controllo. In questa sconsiderata offensiva solo un’occhio disattento può ignorare il risvolto politico più immediato e strumentale. La base MAGA soffre a dir poco per l’avventura bellica di un governo che si vorrebbe più impegnato a risolvere i problemi interni, rispettando gli impegni presi in campagna elettorale.

Difficile spiegare la svolta neo-imperialista dopo aver predicato l’urgenza di un ritorno alla cura dei mali della nazione: America first, per l’appunto. Ecco allora che per l’elettorato trumpiano,  popolato in larga parte da cristiani evangelici, l’attacco a Papa Leone assolve alla funzione del classico richiamo della foresta in nome del pregiudizio ‘antiromano’: l’anima protestante dell’America si vede risospinta a declassare l’operazione militare contro l’Iran a un sottocapitolo della lotta contro la degenerazione di un cattolicesimo ritenuto incompatibile con la Nuova Gerusalemme presagita dai Padri Pellegrini.

Si torna ambiguamente alla cosiddetta ‘eccezionalità’ della nazione americana. Lo si fa con l’arma della propaganda e il veleno dell’invettiva, a dispetto di un sano principio di responsabilità. In sostanza la logica dell’escalation non risparmia la dimensione religiosa, oltre quella civile e poi politica.

Il Papa ha ricordato invece che i valori inscritti nella storia dell’Occidente obbligano a concepire la guerra, diretta espressione della volontà di potenza e dell’egoismo dei più forti, un male da recidere o perlomeno contratare, sforzandosi di vivificare nella pace le relazioni tra i popoli. Anche in Algeria il timbro del discorso del Pontefice non è cambiato. È il messaggio del Vangelo che interpella tutti, senza distinzione alcuna.

Ora, dopo il ‘miracolo’ di una reazione pressoché unanime delle forze politiche italiane, con la stessa Meloni schierata alla fin fine contro l’uscita del capo della Casa Bianca, sembra legittimo riproporre l’attenzione sulla capacità dei cattolici democratici e popolari d’inserirsi nel dibattito pubblico con la necessaria autonomia di analisi, ma più ancora di sintesi politica. Occorre ridefinire, principalmente con la forza di una cultura politica non effimera, il profilo dell’Italia nel campo della solidarietà euroatlantica, oggi devastato dal trumpismo. È un compito che esige fatica e insieme coraggio, per essere all’altezza di una sfida sul futuro dell’umanità. Il Papa ci sollecita a fare nostre le ragioni della pace come involucro indispensabile del progresso nella giustizia.

I Popolari europei tra coerenza e ambiguità

Le elezioni ungheresi, con la sonora sconfitta di Victor Orban, sono state celebrate con molta enfasi dal Partito Popolare Europeo.

Giusto e comprensibile, sempre sperando che la svolta interpretata dal nuovo leader Peter Magyar sia veramente, nei fatti, “europeista” e non solo frutto della reazione popolare contro il sistema autocratico e corrotto di Orban: cosa comunque buona, ovviamente.

Ma occorre una postilla tutt’altro che marginale. In Germania, la CDU – pilastro portante del PPE dopo la fine della DC italiana – vive un dibattito interno piuttosto acceso proprio sul posizionamento politico nei confronti della destra sovranista e anti europea rappresentata dalla AFD. É di qualche giorno fa la forte polemica, al riguardo, tra il Cancelliere Merz e il Presidente del PPE Weber.

In altri Paesi europei, i partiti nazionali aderenti al PPE rimangono equivoci su questo terreno del “confine a destra” di degasperiana memoria, anche in ragione del fatto che il PPE aggrega anche formazioni politiche di cultura assai lontana da quella cristiano-sociale. Come se, per essere Popolari, basti non essere Socialisti.

In altri ancora – per esempio in Italia – i partiti aderenti al PPE rappresentati in Parlamento (Forza Italia e Noi Moderati) governano con la Destra Sovranista ed anti europea. E non danno segnale alcuno di voler mettere in discussione tale loro scelta strategica.

Men che meno – al di là di qualche dichiarazione di circostanza – dimostrano di aver colto la cifra drammatica della Presidenza Trump e le sue conseguenze sul piano geopolitico globale, su quello geoeconomico e soprattutto su quello dei principi fondanti della Democrazia.

Esprimono solidarietà a Papa Leone dopo il recente violento e volgare attacco di Trump, ma non sembrano cogliere il nesso strutturale che lega questo attacco alla concezione trumpiana ed alla sua natura di fonte ispiratrice della nuova Destra Mondiale.

Essa si fonda sulla pretesa di poter usare l’istanza religiosa come supporto identitario per giustificare una deriva “post democratica” ed un nuovo assetto del Mondo basato sul solo diritto della forza e della prepotenza.

Per questo Trump non può accettare che il primo Papa americano dica le cose che – per nostra fortuna – dice.

Proprio dunque alla luce del magistero degasperiano, un cittadino Popolare di laica ispirazione cristiana come il sottoscritto non può condividere in nessun modo che le aspirazioni ad una forma “autonoma” di presenza politica – ove risulti necessaria per impraticabilità di altre soluzioni – comportino qualche anche indiretta forma di contiguità con questi partiti, pur se aderenti al PPE.

Guerra in Iran. Ma per Israele non c’è solo la questione del nucleare

Gli obiettivi strategici di Israele

Bloccare definitivamente lo sviluppo del nucleare iraniano, abbattere la rete missilistica balistica di Teheran, disarticolare la ragnatela dei proxy alimentati dal regime degli ayatollah che avvolge Israele: questi erano – e restano – gli obiettivi di Netanyahu e del suo governo, illustrati più volte a Trump conditi da una serie di valutazioni, alquanto superficiali, circa l’indebolimento oggettivo in atto sul territorio (manifestazioni popolari, perdite subite nella breve guerra dello scorso giugno, uccisioni mirate ad opera israeliana di alcuni alti papaveri della Repubblica Islamica).

Tutto ciò ha innescato il conflitto del 28 febbraio e tutto ciò rimane oggi sul tavolo di una trattativa che si spera essere solo interrotta ma che non si vede come possa concludersi nell’unico modo possibile, quello col quale ciascuna delle parti possa dichiararsi – mentendo sapendo di mentire – vincitrice (ad uso interno, soprattutto, ma anche, un po’ e forse non solo un po’, ad uso esterno).

Il nodo dei proxy e la divergenza con Washington

Posto che la questione del nucleare è centrale, cardine di ogni possibile accordo (come Trump ha ribadito più volte), quella dei proxy non è secondaria per Netanyahu come invece pare esserlo per la Casa Bianca: ed è questo il motivo per il quale Israele ha avviato la sua devastante offensiva libanese, proseguendola anche a tregua avviata (ritenendo artificiosamente quest’ultima valida solo per l’Iran e non anche per il Libano).

Ricordare a Washington che la partita si chiuderà solo se anche Hamas e Hezbollah saranno definitivamente debellati. In quanto parti fondamentali, e non semplicemente marginali, del dossier. E dunque che il Board of Peace trumpiano a nulla serve, oggi, se – come dichiarato un paio di mesi fa da Khaled Meshaal, uno dei capi di Hamas residenti all’estero – l’organizzazione miliziana non dismetterà le armi sin quando Israele non abbandonerà, per sempre, l’intera Striscia di Gaza.

La “fase due” (disarmo e ricostruzione) del Piano per Gaza non si avvierà mai, nelle condizioni attuali. Per cui quel fronte rimane aperto. Congelato, ma aperto.

Libano, profondità strategica e nuovi rischi

Mentre l’altro fronte, quello libanese, è stato spalancato proprio per chiuderlo, alla fine: obiettivo infatti è l’eliminazione di Hezbollah e, forse ancor di più, la creazione di una vasta zona-cuscinetto (l’intero Libano meridionale, a sud del fiume Litani e magari anche un certo numero di miglia a nord di quel corso d’acqua) che offra a Israele maggiore profondità e dunque maggiore protezione.

Così creando, però, con una nuova occupazione territoriale – dopo quella della Striscia e in costanza di un sistematico allargamento della presenza dei coloni in Cisgiordania – le premesse per il rafforzamento presso la popolazione sciita (e non solo, a questo punto, dopo tutti questi bombardamenti) libanese proprio del “Partito di Dio”.

E per l’ulteriore indebolimento del governo di Beirut, che pure aveva dato una disponibilità volta a promuovere il disarmo dei miliziani: un impegno del presidente Aoun cui Tel Aviv non ha dato alcun credito, come si è visto. Ma uno Stato e un governo che si reggono da anni su un precario equilibrio interreligioso (cristiani, drusi, sciiti, sunniti) nel quale Hezbollah comanda per almeno un terzo sono a rischio precipizio a fronte di un’offensiva come quella in corso: condizione purtroppo perfetta per produrre una generazione di nuovi gruppi terroristici, di nuova instabilità, di nuovo odio. Di nuove guerre.

Ecco perché non è solo il nucleare di Teheran a condizionare la trattativa al momento sospesa.

Cinema, prima edizione del CSC ISFF dall’11 al 15 novembre a Roma

Roma, 14 apr. (askanews) – Il Centro Sperimentale di Cinematografia ha presentato la prima edizione del CSC ISFF – International Student Film Festival. In programma a Roma dall’11 al 15 novembre 2026 con la direzione artistica di Marco Bellocchio, il progetto è nato per celebrare il futuro del cinema attraverso gli occhi e le opere degli studenti delle più prestigiose scuole di cinema e audiovisivo; il Festival ospiterà infatti cortometraggi di scuole di cinema provenienti da tutto il mondo, accompagnati da masterclass, retrospettive (come quella dedicata ai corti di diploma di registi ex allievi del CSC – Scuola Nazionale di Cinema e oggi affermati), workshop dedicati allo sviluppo creativo e alla sperimentazione tra diverse discipline audiovisive e spazi di incontro e confronto tra studenti, scuole e professionisti per creare connessioni e collaborazioni italiane e internazionali. Si tratta del primo Festival competitivo organizzato da una scuola di cinema europea (ammessi tutti i generi cinematografici e la durata massima dei cortometraggi è di venti minuti).

Le opere finaliste saranno valutate da una Giuria Internazionale costituita da professionisti del cinema, critici e docenti, ex allievi di scuole di cinema. La Giuria, i cui componenti verranno svelati nei prossimi mesi, assegnerà i seguenti premi: Miglior opera (fiction, animazione, documentario, VFX), Miglior regia, Miglior sceneggiatura, Miglior montaggio, Miglior fotografia, Premio del pubblico e Premio speciale per l’innovazione linguistica o tecnologica, oltre a poter attribuire menzioni speciali a sua discrezione. La deadline per l’iscrizione è fissata al 30 giugno 2026 ore 12.00.

Il Festival rappresenterà un luogo di incontro in cui giovani generazioni di registi, sceneggiatori, attori e altre professionalità possano dialogare e costruire insieme il cinema di domani. L’obiettivo del CSC ISFF è proprio quello di favorire l’inserimento professionale dei giovani talenti nel sistema produttivo e di rafforzare il ruolo del cinema come linguaggio universale di inclusione, innovazione e dialogo interculturale. La presidente Gabriella Buontempo e il direttore artistico Marco Bellocchio – ex allievo del CSC-Scuola Nazionale di Cinema – hanno presentato il board impegnato in questa nuova iniziativa. Il Comitato organizzatore del Festival è costituito da Gabriella Buontempo (presidente), Marco Bellocchio (direttore artistico), Steve Della Casa (condirettore Artistico), Marcello Foti (responsabile comunicazione), Simona Banchi (responsabile organizzativo) e Mario Benedetto (responsabile marketing). Il Comitato di selezione – incaricato di scegliere i cortometraggi finalisti provenienti dalle migliori scuole di cinema e audiovisivo internazionali – è composto da giovani professionisti del settore del cinema e dell’audiovisivo: Pierfranco Allegri (giornalista e sceneggiatore), Leonardo Malaguti (regista e autore, ex allievo CSC), Ilaria Ferretti e Silvia Pezzopane (critiche cinematografiche, esperte in comunicazione e organizzazione di eventi).

Il Festival sarà sostenuto dal Ministero della Cultura – Direzione generale Cinema e Audiovisivo e da ulteriori partner con i quali sono in corso di definizione le relative intese.

La presidente del Centro Sperimentale di Cinematografia Gabriella Buontempo ha dichiarato: “Si tratta di un’iniziativa davvero unica nel panorama internazionale: una manifestazione che coinvolge direttamente gli studenti in corso delle più importanti scuole di cinema del mondo, mettendoli al centro non solo come autori, ma come protagonisti di un confronto creativo e professionale su scala globale. Per il Centro Sperimentale di Cinematografia questo Festival rappresenta una naturale estensione della propria missione: formare, sostenere e accompagnare i nuovi talenti, rafforzando al tempo stesso il dialogo tra culture, linguaggi e visioni diverse. In questo senso, la direzione artistica di Marco Bellocchio rappresenta un valore straordinario: uno sguardo autorevole e libero, capace di riconoscere e valorizzare la ricerca e l’innovazione delle nuove generazioni. Questo Festival non è soltanto una vetrina, ma un luogo vivo, in cui si incontrano esperienze, si costruiscono relazioni e si immagina concretamente il cinema di domani. Per noi significa investire nei giovani e nel futuro dell’audiovisivo, riaffermando il ruolo dell’Italia come punto di riferimento nel panorama cinematografico internazionale”.

E Marco Bellocchio ha aggiunto: “Quando mi hanno fatto questa proposta l’ho trovata molto vivace: è un’esperienza potenzialmente mondiale che rimescola un po’ le carte: portare a Roma un Festival internazionale per tutte le scuole di cinema penso sia qualcosa che ‘muove’, così come il fatto di ospitare tanti giovani. Quando mi hanno chiesto di partecipare lo ho fatto dunque con grande piacere. Questo Festival ha una caratteristica: è ‘unico’ per tutte le scuole di cinema del mondo. Sono tutti in grado di fare il cinema tecnicamente parlando, ma contano l’idea, la passione, l’emozione, le immagini; la tecnica è ‘zero’, quella la conoscono tutti”.

L’inattualità necessaria di Emmanuel Mounier

La persona come criterio del politico

Ci sono pensatori che non ritornano dal passato, ma dal punto più esposto della nostra crisi. Emmanuel Mounier è tra questi. Riemerge quando la politica smette di interrogarsi sull’uomo e si riduce ad amministrare paure, interessi, rapporti di forza. Perciò la sua lezione non appartiene alla nostalgia, ma alla necessità.

In Mounier la persona non è un rifugio morale, ma il nome più esigente del politico: ciò che si oppone, insieme, all’individuo ripiegato su di sé e alla massa consegnata all’impersonalità del potere. Il suo personalismo comunitario non media fra due errori: li giudica entrambi. E riporta al centro l’uomo concreto, chiamato a tenere uniti libertà e legame, coscienza e storia, singolarità e destino comune. È per questo che Mounier continua a inquietarci. Ed è per questo che continua a servirci.

La crisi come rivelazione

La pandemia non ha generato la crisi del nostro tempo: ne ha soltanto squarciato il velo. La frattura era anteriore: erosione dei riferimenti etici, rarefazione dei legami, assolutizzazione dell’io, politica ridotta a tecnica. Ecco perché Mounier resta necessario.

Egli ci ricorda che nessun ordine politico è innocente: ogni istituzione presuppone un’immagine dell’uomo. Ed è qui che tutto si decide. Se l’uomo è individuo, prevale la competizione; se è funzione del tutto, prevale il sistema; se è persona, la convivenza deve farsi dignità, giustizia, partecipazione. Questa è la sua lezione più severa: la dignità non adorna la democrazia, la fonda. Quando viene meno, la democrazia sopravvive come procedura, ma perde l’anima.

Crisi spirituale, ordine borghese, dominio

Il rischio Mounier lo aveva intuito presto: non esiste crisi politica che non sia, più in profondità, crisi spirituale. E “spirituale”, qui, non significa evasione. Significa il punto in cui una civiltà decide che cosa non può vendere, che cosa non può piegare, che cosa non può tradire. Decide che cosa chiama dignità, quale idea di libertà intende custodire, quale rapporto riconosce tra i fini e i mezzi.

Distinguere lo spirituale dal reazionario significa allora sottrarre la politica alla sua tentazione più meschina: limitarsi a custodire l’ordine dato. Una politica priva di tensione spirituale diventa presto ciò che troppo spesso vediamo: amministrazione, procedura, cinismo e, non di rado, servitù verso poteri che comandano senza esporsi.

La critica dellordine borghese

Mounier comprende che la questione non è soltanto cambiare i governanti. Si tratta di decidere quale civiltà vogliamo edificare e quale rapporto debba legare economia, politica e persona. È qui che la sua critica dell’ordine borghese conserva un’urgenza intatta.

Il capitalismo, ancor prima di essere un sistema economico, è un apprendistato dell’anima: insegna a misurare tutto in termini di possesso, prestazione, profitto, riuscita. L’imborghesimento dell’essere non è un vizio di costume: è una deformazione antropologica. Quando la ricchezza diventa criterio dell’esistenza, la persona perde trasparenza e il mondo comune si restringe a un campo di appropriazione.

L’anticapitalismo di Mounier, però, non coincide né con una semplice alternativa economica né con un’adesione al marxismo. Il suo gesto è più radicale: smascherare ogni ordine che faccia dell’uomo un mezzo, che renda la comunità funzionale al profitto, che dissolva la libertà nella necessità.

Il suo criterio resta uno solo: la persona, cioè l’uomo concreto, irriducibile e relazionale. Perciò il personalismo non è un’ortodossia, ma una postura critica, una vigilanza sull’ordine sociale.

Totalitarismo e oblio dellumano

Lo stesso vale per i totalitarismi. In essi Mounier non vede soltanto una degenerazione del politico, ma l’oblio dell’umano portato all’estremo. Quando il potere pretende di occupare interamente il senso, di assorbire la coscienza, di stabilire il valore della vita secondo un progetto assoluto, la persona viene colpita nella sua radice.

La sua critica è insieme antropologica e politica: nei totalitarismi egli scorge la pretesa del potere di sostituirsi alla verità dell’uomo. Ed è una lezione che resta viva anche oggi, quando il dominio non si presenta sempre con il volto feroce dell’oppressione, ma con quello più elegante della tecnica, della sicurezza, della prestazione, della neutralità.

Quando Mounier parla di “rifare il Rinascimento”, non invoca un ritorno al passato. Chiede una nuova fondazione dell’umano. La modernità ha liberato il soggetto, ma spesso lo ha anche assolutizzato. Lo ha emancipato e, insieme, lo ha isolato.

Rifare il Rinascimento significa allora ricomporre ciò che la modernità ha separato: uomo e natura, uomo e comunità, libertà e verità, coscienza e storia, soggettività e trascendenza. È qui che il personalismo si mostra per ciò che è davvero: non una teoria dell’individuo, ma una visione dell’uomo capace di generare un ordine politico più giusto proprio perché più vero.

La società personalista

Anche la “società personalista” va intesa in questo senso: non come formula edificante, ma come precisa idea della polis. Una società è personalista non soltanto quando protegge la singolarità, ma quando spezza i dispositivi che riducono la persona a individuo proprietario, consumatore, ingranaggio o massa.

In un mondo interdipendente e impaurito, questo è decisivo: i popoli non si uniscono per omologazione, ma per riconoscimento. La diversità non indebolisce la comunità: la innalza.

Mounier resta così un criterio severo per pensare la democrazia. Non una democrazia apparente, formale, esausta, né una libertà soltanto proclamata, ma una democrazia reale, radicata nella giustizia sociale, nella partecipazione, nella solidarietà e nella tutela effettiva della persona, capace di opporsi al regno del denaro e di restituire alla politica fini autenticamente umani.

La sua “rivoluzione personalista e comunitaria” non è enfasi. È rifondazione del politico. Domanda di restituire alla politica una funzione alta: non registrare passivamente i processi dominanti, ma ordinare la convivenza secondo fini umani.

Una lettura sociologica del presente

Qui il pensiero di Mounier incrocia con particolare forza anche la sociologia del presente. La frantumazione dei legami, la dissoluzione delle appartenenze prossime e dei corpi intermedi, la condizione di cittadini sospesi tra l’isolamento dell’individuo e l’astrazione degli apparati, la riduzione della cittadinanza a utenza o a spettatorialità, la subordinazione della politica ai codici economici e mediatici: tutto questo diventa più leggibile alla luce della sua critica della società borghese.

La persona, infatti, non è soltanto un principio normativo. È anche una chiave diagnostica. Dove si assottiglia la persona, crescono le solitudini, le paure, le identità aggressive, le regressioni autoritarie. Dove l’uomo non è più fine, la società può forse diventare più efficiente, ma diventa certamente meno umana.

La città delluomo

Anche la città dell’uomo, in Mounier, non è un’immagine innocua. È una categoria politica. Nomina un ordine comune in cui la dignità sia custodita, la libertà resa concreta, la fraternità tradotta in istituzioni, la giustizia sottratta alla retorica.

Per i cristiani questo non è un compito opzionale. Non si tratta di difendere un’appartenenza chiusa, ma di assumere una responsabilità storica. Essere cristiani significa allora concorrere a una convivenza più umana, spezzando ogni complicità con il disordine stabilito e con l’ingiustizia fatta sistema.

Il personalismo comunitario, dunque, non elude la storia: la attraversa. È profezia, ma non evasione. È critica, ma non rinuncia. È trascendenza, ma non disincarnazione.

Anche le tre dimensioni della persona — vocazione, incarnazione, comunione — possono essere lette in chiave politico-antropologica. La vocazione ricorda che l’uomo non si esaurisce nell’immediato e che la politica deve custodire orizzonti. L’incarnazione ricorda che la libertà è impegno nei corpi e nelle istituzioni. La comunione ricorda che nessun io basta a se stesso e che il bene comune è la forma istituzionale di una società che riconosce la persona come fine.

Limite, dignità, contemporaneità

Mounier non è mai ingenuo. Non rimuove il male, non nega il limite, non addolcisce la tragedia storica. Sa che la violenza ritorna, che l’ingiustizia cambia maschera, che ogni conquista resta esposta alla regressione.

Per questo la persona, nel suo lessico, non è una parola mansueta. È una parola scomoda. Una parola che giudica. Una parola che obbliga a interrogare istituzioni, economie e culture a partire da ciò che fanno dell’uomo concreto.

Il personalismo comunitario costringe a una sola domanda: che cosa dell’uomo intendiamo custodire? In un’epoca segnata dall’illusione di apparati tecnici autosufficienti, dall’antiumanesimo pratico e dalla pretesa di una potenza senza misura, Mounier rimette al centro il primato della persona sulle necessità materiali e sugli apparati collettivi.

Il limite, lungi dall’essere una pura sottrazione, è ciò che salva la persona dalla mercificazione, dalla disponibilità integrale, dalla manipolazione.

Contemporaneità di un inattuale

Il suo pensiero torna così a farsi anche critica della sovranità contemporanea quando essa si presenta come potere senza misura. Dove tutto pretende di essere possibile, programmabile, calcolabile, l’uomo rischia di scomparire come fine e di essere trattato come materiale.

Mounier ricorda allora la cosa più semplice e più difficile: nessuna società è civile se non riconosce qualcosa che non può essere usato. La dignità della persona è precisamente questo.

Per questo il suo personalismo continua a interpellarci. In un tempo che ha smarrito le proprie tradizioni migliori senza avere ancora trovato una nuova sapienza del convivere, Mounier ci obbliga a pensare l’uomo in grande.

Quando invita a “mettere la vela grande all’albero di maestra” e a salpare oltre i porti in cui si vegeta, non offre soltanto una bella immagine. Consegna un compito: un cristianesimo meno borghese, meno adattato, meno amministrativo, capace di tornare a essere forza critica ed energia storica.

Conclusione: il criterio della persona

In definitiva, l’inattualità di Mounier è la forma più alta della sua contemporaneità. Egli ci ricorda che una civiltà decade quando smette di pensare l’uomo in grande e che la politica, quando rinuncia a questa altezza, precipita in mera gestione, tecnica e propaganda.

La persona resta allora il nome più severo della libertà e il criterio più esigente con cui misurare la qualità morale delle istituzioni. Se vogliamo ancora sottrarre la polis alla sua riduzione economica, mediatica e tecnocratica, bisogna ricominciare da qui: dalla dignità, dalla giustizia, dalla comunità, dal limite, dalla trascendenza.

Iran, Vance: messo molto sul tavolo. Ora la palla è nel campo iraniano

Roma, 14 apr. (askanews) – A che punto sono le trattative tra Stati Uniti ed Iran “penso sia una domanda che sarebbe meglio porre agli iraniani perché la palla è davvero nel loro campo”. Lo ha detto il vicepresidente Usa, JD Vance, in un’intervista a Fox News.

“Abbiamo acquisito una certa conoscenza su come gli iraniani negoziano – ha aggiunto – ed è proprio per questo che abbiamo lasciato il Pakistan, perché quello che abbiamo capito è che erano su una linea rossa. Penso che la squadra che era lì dovesse tornare a Teheran, dalla Guida Suprema o da qualcun altro, per far accettare i termini che avevamo posto. Penso davvero che la palla sia nel loro campo perché abbiamo messo davvero molto sul tavolo”.

“Il Presidente degli Stati Uniti ha detto che sarebbe molto felice se l’Iran fosse trattato come un paese normale con un’economia normale e una popolazione in grado di prosperare” ha proseguito Vance “ma per essere un paese normale economicamente, dovrà essere un paese normale anche dal punto di vista del non possedere armi nucleari e dovrà essere un paese normale nel non perseguire il terrorismo”.

Calcio, risultati Serie A: per la Fiorentina vittoria salvezza

Roma, 13 apr. (askanews) – Questi i risultati e la classifica della 32esima giornata di serie A dopo Fiorentina-Lazio 1-0.

32esima giornata Roma-Pisa 3-0, Cagliari-Cremonese 1-0, Torino-Verona 2-1; Milan-Udinese 0-3; Atalanta-Juventus 0-1, Genoa-Sassuolo 2-1; Parma-Napoli 1-1; Bologna-Lecce 2-0; Como-Inter 3-4, Fiorentina-Lazio 1-0.

Classifica: Inter 75, Napoli 66, Milan 63, Juventus 60, Como 58, Roma 57, Atalanta 53, Bologna 48, Lazio 44, Udinese 43, Sassuolo 42, Torino 39, Genoa, Parma 36, Fiorentina 35, Cagliari 33, Cremonese, Lecce 27, Verona, Pisa 18.

33ª giornata Venerdì 17 aprile, ore 18.30 Sassuolo-Como; ore 20.45 Inter-Cagliari. Sabato 18 aprile, ore 15 Udinese-Parma; ore 18 Napoli-Lazio; ore 20.45 Roma-Atalanta. Domenica 19 aprile, ore 12.30 Cremonese-Torino; ore 15 Verona-Milan; ore 18 Pisa-Genoa; ore 20.45 Juventus-Bologna. Lunedì 20 aprile, ore 20.45 Lecce-Fiorentina.

Fi, Barelli e l’addio da capogruppo. Vede Meloni, poi stoccata ai Berlusconi

Roma, 13 apr. (askanews) – L’avvicendamento avverà domani alle 20 o giù di lì. Paolo Barelli lascerà il posto di presidente dei deputati di Forza Italia alla Camera e “proporrà” come suo successore Enrico Costa. Il passaggio formale si consumerà alla riunione del gruppo convocata a fine aula, come doveroso per un minimo di rispetto della forma. Ma la decisione, come è noto, è stata presa altrove: venerdì scorso, durante l’incontro tra i figli di Silvio Berlusconi e il segretario, Antonio Tajani, che alla fine non è riuscito a salvare uno dei suoi uomini più fedeli (oltre che consuocero) dalla richiesta di rinnovamento imposta da Marina e Piersilvio dopo la batosta referendaria. Barelli avrebbe provato a resistere fino all’ultimo, persino oggi, persino quando la sorte sembrava ormai segnata. E non è un caso se, prima di annunciare le dimissioni, si sia tolto quello che appare più che un sassolino dalla scarpa: “Normalmente i partiti si guidano dall’interno”.

Ma il destino del quasi ex capogruppo oggi è passato anche da palazzo Chigi. Un’ora nella sede del governo, ha spiegato lui stesso, per una visita con “funzionari per problemi legati a provvedimenti sulla sanità”. Nella realtà, come confermano più fonti, per incontrare la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. D’altra parte, il trambusto in Forza Italia riguarda molto da vicino la premier se vuole provare a mantenere fede all’impegno, ribadito la settimana scorsa in Parlamento, di portare la legislatura fino in fondo. Nell’incontro, infatti, si sarebbe parlato del ruolo da attribuire a Barelli dopo l’addio impostogli. Tra le ipotesi, un incarico nel governo che, di fatto, sarebbe in più rispetto alla quota prevista per Forza Italia, che verrebbe ceduto proprio da Fdi, a dimostazione dell’intenzione di Meloni di mettere fine all’ennesima scossa tellurica. Si vocifera di una poltrona come sottosegretario alla Cultura o ai Rapporti con il Parlamento (dove però c’è già un’altra azzurra, Matilde Siracusano) da attribuirgli già nel prossimo Consiglio dei ministri (che potrebbe essere giovedì, anche se ancora nessuno dicastero è stato allertato). Ma lui stesso lascia intendere che alla fine potrebbe non esserci nessuna compensazione. “Non è un problema, tra un anno si vota e dobbiamo vincere le elezioni”.

Anche perché Barelli non intende mollare in alcun modo la presidenza della Federazione nuoto, che sarebbe incompatibile con il posto di sottosegretario al Made in Italy di cui si era già vociferato. E’ lui stesso a spiegarlo parlando lungamente con i giornalisti dopo aver lasciato palazzo Chigi. “Io sono capace a nuotare e galleggio, perché imparare a nuotare significa salvare la vita agli altri e a se stessi. Il salvavita non si tocca”, dice negando di stare chiedendo alcunché per sè stesso, anzi quasi smentendo quello che poco dopo diventerà ufficiale, ossia l’addio al ruolo di presidente dei deputati. Tanto che la stessa convocazione del gruppo finisce per alimentare per qualche minuto un giallo, dal momento che si limitava a parlare di elezione del presidente e non anche di dimissioni. Come se, è il dubbio instillato in molti, Barelli fosse pronto a chiedere di essere confermato. Per questo, poco dopo, è arrivata la nota in cui si metteva nero su bianco l’ineluttabile.

Ma sono soprattutto le frecciate lanciate all’indirizzo dei figli di Berlusconi a dimostrare, inequivocabilmente, quanto la decisione sia stata presa contro la sua volontà. “Normalmente – spiega ai giornalisti – i partiti si guidano dall’interno, no? Loro hanno chiaramente un amore, un affetto scontato per il partito che è carne della loro carne, che è frutto del lavoro del grande padre, quindi è ovvio che si interessano delle cose che ha fatto il grande padre. Dopodiché c’è la quotidianità e bisogna starci dentro”. Rivendica anche i risultati ottenuti alla guida del gruppo, come a rimarcare che non è certo per demerito personale che è costretto a lasciare. “Mi ha indicato Silvio Berlusconi, sono stato eletto dai deputati. In quel momento i parlamentari erano 44, come i gatti, oggi sono 54, 10 di più che significa il 25% di incremento”. Altro siluro a Marina e Piersilvio che ne avrebbero criticato la troppa romanità: “Noi abbiamo comandato il mondo, abbiamo fatto sudditi in tutto il mondo, pure in Padania”, il messaggio. Infine, il cappello sul suo successore, il candidato di mediazione che consente di far dire a entrambe le fazioni azzurre, maggioranza e minoranza interna, che non hanno perso ma non hanno nemmeno vinto gli altri. Enrico Costa? Una “brava persona” e “un amico” ma si è aggiunto al gruppo della Camera “anche grazie al mio lavoro”.

Prossimo step del rinnovamento voluto dagli eredi di Silvio Berlusconi, nonché finanziatori del partito, i congressi. Proprio di questo oggi Marina Berlusconi ha parlato con il ‘pontiere’ Alberto Cirio. La primogenita del Cavaliere avrebbe chiesto di tutelare l’unità del partito e che le assise regionali e provinciali si svolgano “nei modi e nei tempi più adeguati per garantire” questo obiettivo, partendo da quelle unitarie.

Iran, attacco Trump al Papa, insorge la politica. Meloni: inaccettabile

Roma, 13 apr. (askanews) – L’attacco del presidente statunitense Donald Trump a papa Leone XIV (definito “un debole” e “pessimo in politica estera”) risveglia più che in altre occasioni l’orgoglio della politica italiana, tradizionalmente piuttosto legata al Vaticano, ma non manca di suscitare tensioni fra la maggioranza che sorregge il governo di Giorgia Meloni e le opposizioni. Un fuoco di fila di dichiarazioni del centrosinistra, che accusano la presidente del Consiglio di non volersi inimicare l’inquilino della Casa Bianca, forse non è estraneo alla precisazione che nella seconda parte della giornata la stessa premier diffonde, definendo “inaccettabili” le parole di Trump.

Pur senza citare Trump, non è senza enfasi che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, enfatizza, in occasione del viaggio apostolico in Africa, il valore del “forte richiamo alla pace” lanciato dal pontefice, “così urgente in tempi tanto tribolati”. “Sono certo che nessuno potrà rimanere indifferente rispetto a questi solenni appelli”, scrive il capo dello Stato. Anche Meloni si attiene al messaggio istituzionale di prammatica alla partenza di Leone XIV, pur segnando una evidente distanza dai toni del capo del movimento MAGA: “Possa il ministero del Santo Padre favorire la composizione dei conflitti e il ritorno della pace, interna e tra le nazioni, nel solco del percorso tracciato dai suoi predecessori”, scrive la premier italiana. “Deferente pensiero” e “profonda gratitudine a Papa Leone XIV” li esprime il presidente del Senato, Ignazio La Russa “per il suo continuo richiamo alla pace”. Per il presidente della Camera, Lorenzo Fontana “i suoi forti appelli, che ho ricordato in diverse occasioni, anche ieri, sono un riferimento prezioso e richiamano tutti a un’assunzione di responsabilità, affinché il dialogo possa sempre prevalere”.

Ad aprire il fuoco per primo, in mattinata, sul Governo, è Matteo Renzi, leader di Italia viva: “Tajani è ancora a Cologno Monzese a rapporto in azienda o può dire qualcosa? Salvini potrà mai ritrovare la favella?”. La segretaria del Pd, Elly Schlein, in una nota esprime “solidarietà” al pontefice, poi nel pomeriggio, aprendo la direzione del partito, aggiunge il richiamo alla politica: “Mi aspetto che ciascuno si assuma le proprie responsabilità e condanni gli attacchi di Trump”. Sarcastico il presidente M5S, Giuseppe Conte: “La premier Meloni, ‘madre, cristiana’, ancora non si è schierata. Forse – accusa – anche qui ‘non condanna e non condivide’, come sugli attacchi in Iran”.

Le repliche non tardano, in realtà: il leader di Forza Italia Antonio Tajani non prende di petto il presidente Usa ma esalta il ruolo del papa, “uomo forte, coraggioso, che difende i valori fondamentali della fede cristiana e difende, perché è il suo dovere farlo, la pace nel mondo”. Più diretto il suo collega vicepremier Matteo Salvini, segretario della Lega: “Se c’è una persona che si sta spendendo per la pace è Papa Leone e quindi attaccarlo non mi sembra cosa intelligente e utile da fare”. Le parole di Trump, in effetti, destano inquietudine anche nel centrodestra. L’eurodeputato di FdI Nicola Procaccini dichiara il suo “sconcerto” e ribadisce la sua “vicinanza ideale” al papa. Il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi, parla di “inopportune parole del presidente Trump”. Da Forza Italia si fa sentire Stefania Craxi, presidente dei senatori azzurri: “Restiamo sgomenti – afferma – di fronte agli attacchi rivolti al Pontefice, al quale esprimiamo piena e convinta solidarietà”. A suo giudizio “non comprendere i compiti di una autorità religiosa e le basi su cui muove appelli e valutazioni, significa porsi fuori dalla storia e dal senso profondo del momento che stiamo vivendo”.

Chiude il cerchio la puntualizzazione di Giorgia Meloni, che rivendica la sua coerenza ma nella nota pomeridiana cita esplicitamente l’alleato statunitense: “Pensavo – scrive la premier – che il senso della mia dichiarazione di questa mattina fosse chiaro, ma lo ribadisco con maggiore chiarezza. Trovo inaccettabili le parole del presidente Trump nei confronti del Santo Padre. Il Papa è il capo della Chiesa Cattolica, ed è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra”. Insomma, a ciascuno il suo, come recita il motto visibile sulla prima pagina dell’Osservatore romano, quotidiano della Santa Sede.

Ungheria, Borsa corre dopo il voto: Bux +4,95%, si raffreddano i bond

Milano, 13 apr. (askanews) – Il voto in Ungheria mette il turbo alla Borsa di Budapest che chiude in rialzo del 4,95% all’indomani della vittoria elettorale del partito filoeuropeo Tisza, che con una schiacciante maggioranza parlamentare pone fine ai 16 anni di governo di Viktor Orbán. L’indice Bux, in netta controtendenza rispetto alla debolezza delle altre Borse europee, ha raggiunto i valori massimi da un anno, portandosi in area 140mila punti. Anche i titoli di Stato decennali ungheresi beneficiano del nuovo scenario politico: il rendimento dei bond sovrani si raffredda al 6,27%, con un crollo di 34 punti base rispetto alla chiusura di venerdì.

“Il miglioramento delle relazioni con l’Ue e la lotta alla corruzione e alle violazioni dello Stato di diritto sono fondamentali per garantire la stabilità a lungo termine e migliorare la percezione del Paese”, ha commentato Magdalena Polan, head of EM macro research di PGIM. “Una politica macroeconomica credibile, unita alla ripresa dei finanziamenti dell’UE, potrebbe rafforzare le prospettive di crescita dell’Ungheria, stabilizzare la sua posizione di bilancio e migliorare la sua reputazione internazionale. Sebbene permangano alcune sfide, il nuovo governo ha un’opportunità unica per affrontare le questioni sistemiche e favorire la ripresa economica”, ha aggiunto.

“L’Ungheria affronta questa fase di transizione con prospettive di crescita deboli, margini fiscali limitati e anni di allocazione inefficiente delle risorse economiche”, ha spiegato Apolline Menut, economista di Carmignac. “Un’ampia maggioranza per Tisza migliora in modo significativo lo scenario attraverso tre canali: una riduzione dei premi per il rischio qualora la politica fiscale recuperi credibilità; un contesto domestico più competitivo, con minori rendite oligopolistiche e una più efficiente allocazione del capitale; nonché un possibile rapido sblocco di ingenti fondi Ue congelati per questioni legate allo stato di diritto, con una scadenza a fine agosto verosimilmente rispettata. In altri termini, l’impatto macroeconomico potrebbe essere limitato a livello europeo, ma potenzialmente rilevante su scala nazionale. La larga super maggioranza di Tisza rappresenta un vero punto di svolta per il Paese”, ha concluso.

Papa, Schlein: Trump inaccettabile, mi aspetto che tutti condannino

Roma, 13 apr. (askanews) – “Gli attacchi a papa Leone da parte di Trump sono gravissimi, inaccettabili, e aprono uno scontro senza precedenti”. Lo ha detto la segretaria Pd Elly Schlein aprendo la direzione del partito. “Un attacco di questo tipo non ha precedenti nella storia. Attaccare e insultare il papa per il suo richiamo alla pace è un atto gravissimo” un gesto di “sopraffazione di chi non tollera le voci libere”.

Ha concluso la Schlein: “Piena solidarietà a papa Leone. Mi aspetto che ciascuno si assuma le proprie responsabilità e condanni gli attacchi di Trump”.

"You & Me" è il nuovo singolo inedito di Biagio Antonacci

Milano, 13 apr. (askanews) – Sarà disponibile da venerdì 17 aprile in tutti gli store digitali e per la programmazione radiofonica “You & Me”, il nuovo singolo inedito di Biagio Antonacci (autore di testo e musica).

Il brano, primo passo verso la pubblicazione di un nuovo album di Antonacci, è un vero e proprio dialogo tra sé e gli altri, come racconta Biagio: “Questa canzone è un dialogo con se stessi, con la tua compagna o compagno, con le persone che condividono con te la vita alla ricerca di un giusto equilibrio tra i doveri e la propria felicità, la ricerca di uno spazio da potersi ritagliare per amarsi davvero senza rinunciare a tutto il resto mentre la vita scorre, con la sua quotidianità a volte troppo stretta”.

“You & Me” entrerà di diritto nella scaletta di Unplugged 2026, Il tour vedrà Antonacci esibirsi in una inedita versione live accompagnato dai suoi musicisti e da un quartetto d’archi in 4 straordinarie arene per 40 concerti.

40 date indimenticabili per lui e per il pubblico presente, che vedranno per la prima volta un artista (sia italiano che internazionale) esibirsi per così tanti concerti consecutivi in location così importanti dal punto di vista culturale, storico, artistico e architettonico, come il Teatro Greco di Tindari a Patti (ME), l’Anfiteatro Romano di Lucera (FG), l’Anfiteatro del Vittoriale di Gardone Riviera (BS) e il Teatro Grande di Pompei (NA). Questi 40 concerti saranno gli unici appuntamenti live dell’estate di Biagio Antonacci e i biglietti sono in vendita su Ticketone e nelle prevendite abituali (https://www.ticketone.it/artist/biagio-antonacci).

Il tour, prodotto e organizzato da Friends & Partners in collaborazione con Iris S.r.l., prenderà il via dal Teatro Greco di Tindari a Patti (Messina) dove Antonacci si esibirà il 3-4-5-7-8-10-11-13-17 e 18 luglio per poi trasferirsi all’Anfiteatro Romano di Lucera (Foggia) il 21-22-24-25-26-28-29-31 luglio e 1-2 agosto prima di fermarsi per una breve pausa estiva. Dal 4 settembre Antonacci tornerà all’Anfiteatro del Vittoriale di Gardone Riviera (BS) dove il cantautore milanese aveva chiuso la sua tournee precedente con 10 date sold out. Antonacci replicherà la fortunata residency il 4-5-6-8 -9-11-12-13-15-16 settembre. Gli ultimi appuntamenti in calendario segnano un altro ritorno per Antonacci che riprenderà la residenza a Pompei (dove era stato nel 2024) con 10 appuntamenti al Teatro Grande il 22-23-25-26-27-29-30 settembre e 2-3-4 ottobre.

“Condurrò la mia musica in luoghi intrisi di storia e arte dove sguardo e udito assaporano emozioni nuove. Sarà un concerto che lascerà fluire solo la musica, in questo mare di memorie e affetto. Quando ti fermi più giorni a cantare nella stessa città – aggiunge Antonacci – finisci per sentirti davvero più a casa. Si crea una piccola comunità intorno al concerto e questo permette di conoscere meglio la città, le sue abitudini, la cucina, l’ospitalità e la cultura del posto”.

Iran, Pd in Aula: Meloni intervenga, Papa insultato Trump arrogante

Roma, 13 apr. (askanews) – “Non è stato insultato solo il Santo Padre, guida morale e spirituale per miliardi di fedeli, ma con lui tutte le donne e gli uomini che nel mondo sentono forte in questi tempi terribili l’incessante richiamo alla pace, al dialogo, alla difesa della dignità umana che rappresenta con il suo messaggio e con il suo esempio. L’arroganza di Donald Trump ha toccato il punto più basso in queste ore e la Presidente Meloni non può continuare a fare finta che non sia successo, il Governo Italiano deve reagire con nettezza, con parole inequivocabili e definitive di condanna, come paese, come istituzioni democratiche non possiamo continuare a piegarci senza reagire, a sottometterci a chi per perseguire contro di noi i propri interessi politici ed economici è pronto a calpestare tutto, anche la figura del Papa”. Lo ha detto in Aula il deputato del Pd Andrea Casu, intervenendo a nome del Partito Democratico.

Casu ha chiesto “alla Presidenza nelle forme e nelle modalità che riterrà opportune di far pervenire a Papa Leone XIV tutta la vicinanza, la solidarietà e il sostegno del gruppo del Pd per gli ignobili attacchi e minacce che ha subito in queste ore da Donald Trump. Ci auguriamo che tale vicinanza e sostegno siano condivisi da tutte le forze politiche presenti in Parlamento”, ha concluso Casu.

Lega, Salvini al Federale attacca le "assurde regole europee"

Milano, 13 apr. (askanews) – È in corso il consiglio federale della Lega presieduto da Matteo Salvini in via Bellerio a Milano. In vista della manifestazione del prossimo sabato 18 aprile in Piazza Duomo, il segretario del Carroccio ha ribadito la necessità di “superare le assurde regole europee che rischiano di impoverire cittadini, famiglie e imprese in difficoltà per il costo di bollette, luce, gas e carburante”.

“È inaccettabile che si possano spendere miliardi per armi e non per aiutare a pagare bollette e benzina” ha evidenziato Salvini.

Alla riunione, tra gli altri, sono collegati i governatori e il ministro Giancarlo Giorgetti.

Calcio, Abete: "Chiederò a Lega Dilettanti di correre per la Figc"

Roma, 13 apr. (askanews) – Per la presidenza della Figc scende in campo anche Giancarlo Abete: il n.1 della Lega Nazionale Dilettanti ha così annunciato l’intenzione di candidarsi, parlando a margine del Premio Bearzot in corso al Coni. “Chiederò al Consiglio direttivo della Lega nazionale dilettanti di investirmi delle stesse titolarità di cui è stato investito il presidente Malagò da parte delle società di Serie A – ha detto Abete – cioè di poter – attraverso una condivisione della candidatura – presentarmi seguendo la logica di discutere prima i contenuti e poi vedere quale è il punto di caduta sui nomi”.

“Pensavo sarebbe stato più opportuno un percorso diverso, leggere e valutare il documento Gravina, capire quali tipi di responsabilità ogni componente prendeva nei confronti della Federazione, avere un programma condiviso e poi individuare la persona giusta – ha sottolineato Abete -. C’è stata questa accelerazione con l’investitura di Malagò; se l’impostazione è questa noi seguiremo la stessa. Ho già convocato gli organi direttivi, chiederò il via libera per poter dare la disponibilità. Il mio invito è che la stessa cosa facciano le componenti tecniche e le altre leghe. Perché abbiamo necessità di avere il contributo di tutte le componenti. Ben vengano altre proposte perché l’obiettivo è di confluire in un programma condiviso e di un’unica candidatura. In questo caso non c’è da parte mia nessuna volontà di essere il candidato condiviso da tutti. Chi riterrà si giocherà la sua partita in sede elettorale”.

Energia, mercoledì 22 le misure Ue, nodo sul come ridurre la domanda

Roma, 13 apr. (askanews) – Con la crisi sull’Iran già costata 22 miliardi di euro in più nella bolletta energetica all’Unione europea, Bruxelles si appresta a varare un pacchetto di provvedimenti e proposte sul capitolo energia su cui intende agire a due livelli. Misure per l’immediato, tra cui il contenimento dei consumi – e come effettivamente realizzarlo, aspetto non facile e potenzialmente controverso – interventi mirati e temporanei sui rincari. E poi, a più lungo termine, revisione dei permessi Ets ma soprattutto più rinnovabili, nucleare e elettrificazione. A delineare la strategia è stata la presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen durante un punto stampa.

Dopo aver fornito la stima sul sovra menzionato sul costo supplementare di questi 44 giorni di conflitto in Iran, Von der Leyen ha rilevato come “anche se le ostilità cessassero immediatamente” la crisi “persisterà per un certo tempo”. E per questo “abbiamo discusso una serie di misure che presenteremo ai leader al prossimo Consiglio informale, la prossima settimana a Cipro, e su cui avremo una comunicazione nel mercoledì precedente” (il 22 aprile).

Per l’immediato si punta a intervenire su tre aspetti. Il coordinamento tra paesi negli interventi, anche riguardo alle scorte di gas e di petrolio e sulle misure di contenimento dei rincari, che “devono essere mirate ai gruppi vulnerabili, rapide, immediate e temporanee”. Secondo, un “quadro temporaneo” che assicuri più flessibilità alle regole sugli aiuti di Stato.

E, terzo elemento, e forse il più problematico: “come possiamo ridurre la domanda”. Qui Von der Leyen non ha fornito elementi precisi, limitandosi a dire che si tutelerà “la libertà di scelta dei consumatori” e che si vuole fare leva anche su efficienza energetica, efficienza specifica degli degli edifici, rinnovo degli equipaggiamenti per l’industria. Questi ultimi, tuttavia, non sembrano provvedimenti che possano consentire un immediato taglio ai consumi.

Misure in grado di limitare rapidamente la domanda potrebbero essere non facili da far digerire all’opinione pubblica. Peraltro la chiusura di Hormuz interviene mentre l’Ue sta continuando a restringere gli approvvigionamenti di carburanti fossili anche dalla Russia, nell’ambito nel moltiplicarsi di pacchetti di sanzioni contro Mosca a seguito della guerra in Ucraina. Al momento le maggiori criticità sembrano riguardare kerosene e diesel.

E oltre alle misure per l’immediato, la Commissione europea si appresta a adottare provvedimenti anche più a medio e lungo termine sul capitolo energia, facendo leva su revisione dei meccanismi Ets, rinnovabili e nucleare. Von der Leyen ha ribadito che secondo la Ue i permessi Ets sono una parte marginale dei costi dell’energia, anzi “la parte più piccola”. Ad ogni modo, “abbiamo già proposto cambiamenti al mercato delle riserve, stiamo rafforzando le riserve e stiamo migliorando stabilità e prevedibilità dei prezzi degli Ets. Inoltre, a breve consulteremo gli Stati membri su una revisione dei riferimenti Ets usando tutte le flessibilità che il testo legale ci consente e siamo in carreggiata per presentare una piena revisione del sistema Ets già a luglio”, ha detto.

“Poi discuteremo il grosso del costo delle bollette energetiche e questa è la fonte delle stessa dell’energia”. Con la chiusura dello stretto di Hormuz “sentiamo l’impatto” e “stiamo pagando un prezzo molto alto per la nostra eccessiva dipendenza dai carburanti fossili. E la realtà amara per il nostro continente è che l’energia fossile resterà l’opzione più costosa negli anni a venire”.

“Ma abbiamo altre possibilità, abbiamo l’energia prodotta in Europa da rinnovabili e nucleare e per questo la nostra strategia non solo è stata confermata negli anni scorsi, ma vede un accresciuta importanza giorno per giorno”. La presidente della Commissione ha ribadito la strategia che punta molto su “mini” reattori atomici, piuttosto che su maxi centrali.

“Il nostro obiettivo è molto chiaro: dobbiamo rafforzare l’energia affidabile e a prezzi accessibili che produciamo all’interno (della Ue). Dalle rinnovabili, ovviamente, ma anche dal nucleare, perché questo ci darà indipendenza, prevedibilità e sicurezza energetica”. Ed è “l’unica strada per uscire dalla dipendenza dai fossili: modernizzare la generazione di elettricità da rinnovabili e nucleare”, ha sostenuto. Oltre “ovviamente” a una “elettrificazione più rapida possibile”.

E per questo Bruxelles vuole accelerare sull’elettrificazione del suo sistema energetico e di Trasporti: “presenteremo la nostra strategia sull’elettrificazione prima dell’estate”, ha detto ancora Von der Leyen durante un punto Stampa. “Includerà un nuovo obiettivo ambizioso di elettrificazione. E per raggiungerlo – ha detto – dovremo rimuovere gli ostacoli regolamentari che permangono e dobbiamo organizzare gli investimenti”. (fonte immagine: European Union)

Gli Usa annunciano il blocco di tutti i porti iraniani

Roma, 13 apr. (askanews) – L’esercito degli Stati Uniti ha annunciato un blocco di tutto il traffico marittimo in entrata e in uscita dai porti e dalle aree costiere iraniane, dopo che i negoziati del fine settimana non sono riusciti a portare a un accordo per mettere fine alla guerra con l’Iran, ponendo a rischio una fragile tregua di due settimane. Il blocco, secondo il Il Comando Centrale degli Stati Uniti, scatterà alle 16 ora italiana.

I colloqui a Islamabad, durati da sabato fino alla prima mattina di domenica, sono stati il primo incontro diretto tra Stati Uniti e Iran da oltre un decennio e il dialogo al più alto livello dalla rivoluzione islamica iraniana del 1979. Le negoziazioni sono avvenute pochi giorni dopo l’inizio di una tregua martedì, mirata a mettere fine a sei settimane di combattimenti che hanno ucciso migliaia di persone in tutto il Golfo, ridotto drasticamente le forniture energetiche vitali e alimentato timori di un conflitto regionale più ampio.

Il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha dichiarato che il blocco americano, a partire dalle 16 ora italiana, sarà “applicato in modo imparziale contro le navi di tutte le nazionalità in entrata o in uscita dai porti e dalle aree costiere iraniane, inclusi tutti i porti iraniani nel Golfo Persico e nel Golfo dell’Oman”.

Non saranno invece ostacolate le navi in transito nello stretto di Hormuz da e verso porti non iraniani, ha affermato l’esercito americano. Ulteriori informazioni saranno fornite ai marittimi commerciali attraverso un avviso ufficiale prima dell’inizio del blocco.

Theran ha definito il piano americano un “atto di pirataggio e ha rilanciato, avvertendo che i porti del Golfo Persico e del Mare di Oman saranno “o per tutti o per nessuno”. Secondo quanto riportato dall’emittente statale IRIB, il Comando unificato delle forze armate iraniane ha ribadito che la difesa dei diritti del Paese è un dovere “naturale e legale” e che l’esercizio della sovranità nelle acque territoriali rappresenta un diritto della nazione iraniana.

L’Iran afferma che continuerà a garantire la sicurezza dello stretto, ma che le “navi affiliate al nemico” non avranno diritto di transito nello Stretto di Hormuz, mentre le altre potranno passare nel rispetto delle regole stabilite da Teheran. Inoltre, anche dopo la fine del conflitto, intende mantenere un un meccanismo permanente di controllo sullo Stretto.

Il presidente Donald Trump ha dichiaratoieri che le forze statunitensi intercetteranno anche ogni nave nelle acque internazionali che abbia pagato una “tassa” all’Iran.

“Nessuno che paghi un pedaggio illegale avrà passaggio sicuro in alto mare”, ha scritto Trump sui social media, aggiungendo: “Qualsiasi iraniano che apra il fuoco contro di noi, o contro navi pacifiche, sarà FATTO A PEZZI!”.

Ha inoltre affermato che la Marina statunitense inizierà a distruggere le mine che gli iraniani avrebbero posizionato nello stretto di Hormuz, un punto di passaggio strategico per circa il 20 per cento delle forniture energetiche globali.

Mentre i dati sul traffico marittimo mostravano che tre superpetroliere completamente cariche di petrolio avevano attraversato lo stretto sabato, le navi hanno evitato la zona oggi, in vista del blocco americano.

Il prezzo del petrolio greggio di riferimento è salito di oltre il 7 per cento, sfondando il muro dei 100 dollari al barile nelle contrattazioni asiatiche del mattino di oggi, mentre il dollaro è aumentato e i futures sulle borse statunitensi sono scesi dopo l’annuncio del blocco.

Un funzionario americano ha dichiarato che l’Iran ha respinto la richiesta di Washington di mettere fine a ogni arricchimento dell’uranio, smantellare tutti i principali impianti di arricchimento e trasferire l’uranio altamente arricchito. La repubblica islamica ha inoltre rifiutato le richieste statunitensi di interrompere il finanziamento di Hamas, Hezbollah e degli Houthi, nonché di aprire completamente lo stretto di Hormuz, ha aggiunto il funzionario.

I media iraniani hanno riferito che su diversi punti era stato raggiunto un accordo, ma che lo stretto e il programma nucleare iraniano restavano i principali punti di blocco. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha affermato che l’Iran ha “incontrato massimalismo, obiettivi mutevoli e un blocco” quando era a pochi passi da un “Memorandum d’Intesa di Islamabad”.

“Zero lezioni apprese”, ha aggiunto, “La buona volontà genera buona volontà. L’inimicizia genera inimicizia”.

Anche se la tregua dovesse reggere, molti analisti prevedono che sarà necessario tempo prima che i flussi energetici nel Golfo tornino alla normalità, con conseguenti prezzi del carburante più alti e una maggiore inflazione globale. Trump ha detto a Fox News che i prezzi del petrolio e della benzina potrebbero rimanere alti fino alle elezioni di metà mandato di novembre, rara ammissione delle possibili conseguenze politiche della guerra.

Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha pubblicato sui social una mappa dei prezzi della benzina nell’area di Washington commentando: “Godetevi i prezzi attuali alla pompa. Con il cosiddetto ‘blocco’, presto rimpiangerete la benzina a 4-5 dollari”. Trump ha dichiarato di credere che l’Iran continuerà a negoziare e ha definito i colloqui di Islamabad “molto amichevoli”.

“Credo che torneranno al tavolo, perché nessuno può essere così stupido da dire: ‘Vogliamo armi nucleari’, e non hanno carte da giocare”, ha detto. Ma poche ore dopo, il presidente ha affermato di non preoccuparsi se un Iran “disperato” tornerà ai negoziati. “Non mi importa se tornano o no. Se non tornano, per me va bene”, ha detto ai giornalisti dopo essere tornato nell’area di Washington dalla Florida.

Ghalibaf ha attribuito agli Stati Uniti la responsabilità della mancanza di fiducia di Teheran, malgrado la sua squadra avesse proposto “iniziative lungimiranti”. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che ha discusso dei colloqui in una telefonata con il presidente russo Vladimir Putin, ha affermato che Teheran vuole “un accordo equilibrato ed equo”. Se “gli Stati Uniti tornano nel quadro del diritto internazionale, il raggiungimento di un accordo non è lontano”, ha detto a Putin, secondo i media statali iraniani.

Fi, Barelli: non mi sono dimesso. Mio riferimento è gruppo, non l’esterno

Roma, 13 apr. (askanews) – Paolo Barelli non si è dimesso da capogruppo di Forza Italia alla Camera. Lo ha detto lui stesso, al termine di un incontro a palazzo Chigi, smentendo le voci che avevano cominciato insistentemente a circolare.

“Mica il capogruppo è roba mia, quando sarà il momento dirò che faccio altro semmai. A me non mi ha dimesso nessuno, avete parlato di firme, non ci sono firme, peraltro è pure brutto. Non è che a me mi pagano per fare il capogruppo. Detto quesso si parlerà, si ragionerà, il mio riferimento è il gruppo, non è l’esterno. Io sono stato eletto dal gruppo”.

Barelli, che ha detto di essere stato a palazzo Chigi per parlare con dei “funzionari per problemi legati a provvedimenti sulla sanità”, ha rivendicato i risultati della sua guida del gruppo. In quel ruolo, ha spiegato, “mi ha indicato Silvio Berlusconi, sono stato eletto dai deputati. In quel momento i parlamentari erano 44, come i gatti, oggi sono 54, 10 di più che significa il 25% di incremento, non gli è stato promesso nulla, sono venuti perché hanno fiducia nel capogruppo, nel partito di Forza Italia. Questi sono dati reali. Dopo di che, morto un Papa se ne fa un altro. Siamo tutti indispensabili e nessuno lo è”.

“Detto questo, non è un problema, tra un anno si vota e dobbiamo vincere le elezioni. Non è che uno è pagato di più o di meno, non è quello il tema. Ma i dati sono questi. Poi, se il signore, o chi guida le truppe, ritiene cose diverse, ho tante cose da fare. Non è che sto lì incollato”, ha sottolineato.

Covid, Conte: anzichè occuparsi di emergenze Paese da Fdi buttano fango

Roma, 13 apr. (askanews) – “Anziché occuparsi delle emergenze economiche buttano fango. Perché hanno perso il referendum e hanno il problema di chiarire i rapporti di Fratelli d’Italia con il clan Senese. Da giorni leggete e sentite ancora bugie e illazioni miserabili su di me su giornali e tv controllati dalla maggioranza. Calunnie sulla gestione Covid e su aspetti che mi vedono completamente estraneo come ho già chiarito ampiamente anni fa. È lo stesso fango con cui ripartono alla carica dopo le archiviazioni dei tribunali, a cui ho sempre risposto con trasparenza e rispetto, senza mai scappare come fanno altri. Ieri sono intervenuto in diretta con Mario Giordano, che mi aveva invitato a dire la mia. Un’altra volta, l’ennesima volta”. Lo scrive sui social il leader M5s, Giuseppe Conte.

Tragedia Le Constellation, primo interrogatorio del sindaco di Crans-Montana

Roma, 13 apr. (askanews) – Il sindaco di Crans-Montana, Nicolas Feraud, sarà interrogato per la prima volta oggi dalla procura vallesana in relazione al tragico incendio di Capodanno nel discobar “Le Constellation”, costato la vita a 41 persone, 6 delle quali di nazionalità italiana. Si tratta dell’ottavo dei nove indagati ascoltati in questo caso.

“Questa audizione significa che ci sono voluti tre mesi e dieci giorni perché il sindaco fosse ascoltato in qualità di indagato, nonostante avesse ammesso già il 6 gennaio gravi mancanze”, ha dichiarato a Keystone-ATS Sebastien Fanti, avvocato vallesano che rappresenta diverse vittime. “Per le famiglie, la parola che viene in mente è ‘finalmente'”, ha aggiunto.

Feraud è arrivato questa mattina verso le 8.30 del campus Energypolis a Sion, dove si tengono gli interrogatori da parte del gruppo di procuratrici che conducono l’inchiesta. Ad attendere l’arrivo del politico del Plr, che era accompagnato dal suo avvocato Christian Delaloye, c’era una folla di giornalisti, fotografi e cameraman.Feraud – hanno segnalato i cronisti sul posto – ha scelto di entrare da una delle numerose porte laterali che conducono all’aula. Come gli altri otto imputati, il sindaco di Crans-Montana è accusato di omicidio colposo, lesioni personali colpose e incendio colposo.

La tragedia di Capodanno a Crans-Montana ha causato 41 morti e 115 feriti, un terzo dei quali è ancora ricoverato in ospedale. Solo otto persone sono riuscite a uscire illese dal luogo dell’incidente, secondo l’indagine della polizia cantonale vallesana. L’intera sequenza degli eventi, dal momento in cui ha preso fuoco il materiale fonoassorbente in gommapiuma sul soffitto del seminterrato fino al fenomeno di propagazione istantanea delle fiamme, il cosiddetto “flashover”, è durata poco più di un minuto e mezzo.

(con fonte Ats)

Il successo degli agriturismi tra tradizione e territorio

Roma, 13 apr. – L’abbandono dei piccoli borghi italiani e la crisi dell’economia rurale rappresentano una delle sfide più urgenti del nostro Paese, con migliaia di centri storici che rischiano lo spopolamento definitivo. Tuttavia, una nuova tendenza sta invertendo questa rotta: il settore agrituristico sta vivendo una crescita straordinaria, diventando il motore di una rinascita economica basata sulla sostenibilità e la filiera corta.

I dati del 2023 confermano questo trend positivo: il numero di agriturismi attivi in Italia è salito a 26.129, registrando un incremento dell’1,1% rispetto al 2022, con la crescita più significativa nelle regioni centrali (+2,3%). Ancora più impressionante è l’aumento del valore della produzione, che ha toccato il +15,4% rispetto all’anno precedente, mentre la domanda agrituristica ha superato i livelli pre-pandemia con oltre 4 milioni di arrivi e più di 15,5 milioni di presenze.

Un esempio emblematico di questo fenomeno è rappresentato dalla Tenuta di Caiolo, situata nel cuore dell’Umbria, vicino a Panicale. Qui Daniele Sepiacci ha trasformato una proprietà di famiglia di 150 ettari in un modello di economia circolare che dimostra come la tradizione possa sposarsi con l’innovazione imprenditoriale. ‘Il bello di questo lavoro è proprio che dentro ha tanti lavori, quindi devi padroneggiare più competenze e passi a switchare da un’attività all’altra’, spiega Sepiacci, che rappresenta la terza generazione di una famiglia dedita all’ospitalità.

La forza del modello agrituristico risiede nella capacità di creare una filiera completamente integrata. Alla Tenuta di Caiolo, dai 150 ettari di proprietà si ricavano cereali trasformati in farina per il ristorante, vigneti che producono uve trasformate in vino dalla cooperativa locale, oliveti per l’olio e un grande orto che fornisce verdure fresche. ‘Quello che per me è veramente importante è dire a te che vieni da me a mangiare che cosa ti sto dando, perché l’ho fatto io, quindi lo so’, sottolinea Sepiacci.

Questa filosofia del chilometro zero non è solo una scelta etica, ma rappresenta una strategia economica vincente che sta rivoluzionando il turismo rurale. Gli otto casolari della tenuta, con una capacità ricettiva di oltre 40 posti letto, offrono un’esperienza autentica che attrae principalmente turisti stranieri dal Nord Europa, con soggiorni medi di 3-4 giorni per i gruppi wedding estero e 1-2 settimane se parliamo di viaggiatori, che garantiscono una redditività superiore rispetto al turismo mordi e fuggi.

Il successo di queste realtà si basa su un modello di ospitalità che va oltre il semplice pernottamento. ‘L’obiettivo del nostro lavoro è quello di far star bene le persone, che siano per qualche giorno perché vengono in vacanza o per poche ore perché magari vengono a mangiare qualcosa’, afferma Sepiacci. Questo approccio genera un effetto moltiplicatore sull’economia locale: ogni agriturismo diventa un hub che coinvolge fornitori, artigiani, produttori locali e servizi del territorio.

La dimensione del fenomeno è significativa: si stima che circa il 30% delle partite IVA italiane sia collegato direttamente o indirettamente al settore ricettivo, creando un indotto che coinvolge idraulici, elettricisti, muratori, supermercati e tutti i servizi di supporto. ‘Il turismo è una cosa che effettivamente dà lavoro, più lavoro io, più si romperà la caldaia, più dovrò chiamare qualcuno a ripararla’, osserva pragmaticamente Sepiacci.

Un aspetto particolarmente interessante è il passaggio generazionale che caratterizza molte di queste realtà. Spesso sono i nipoti, più che i figli diretti, a raccogliere l’eredità imprenditoriale dei nonni, saltando una generazione che magari si era dedicata ad altre attività. ‘Noi siamo la terza generazione, avendo iniziato i nonni. Il babbo e la mamma in realtà hanno fatto altro, però la tenuta della famiglia è sempre stata seguita’, racconta Sepiacci.

La sostenibilità ambientale si coniuga con quella economica attraverso pratiche innovative come la creazione di riserve naturali per il ripopolamento della fauna locale, la produzione di miele, l’utilizzo di energie rinnovabili e la gestione responsabile delle risorse idriche. Questi agriturismi stanno dimostrando che è possibile coniugare profitto e rispetto per l’ambiente.

‘Semplicemente stando qui, che è a casa mia, mi gira intorno un mezzo mondo praticamente’, conclude Sepiacci, evidenziando come questi luoghi siano diventati ponti culturali tra tradizione locale e dimensione internazionale.

Occhiuto a Palazzo Chigi: ho visto Mantovano per Reggio e la Calabria

Roma, 13 apr. (askanews) – “Sono stato con Cannizzaro da Mantovano per una questione che riguarda la città di Reggio Calabria e la Calabria, nulla a che fare con Forza Italia”. Lo ha detto Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria e vicesegretario di FI, lasciando Palazzo Chigi.

Occhiuto ha preferito non rispondere alle domande sulla possibile sostituzione di Barelli. “Non parlo del partito, sono stato con Cannizzaro da Mantovano è solo un caso, come ho letto dalle agenzie, che a Palazzo Chigi ci fosse anche Barelli”, ha spiegato. E a chi gli domandava se ha sentito il leader Antonio Tajani dopo l’incontro a Cologno Monzese con Marina e Pier Silvio Berlusconi ha risposto: “Ci siamo visti ieri al Vinitaly”.

Il Cremlino: Ungheria paese "ostile", non ci congratuliamo con Magyar

Roma, 13 apr. (askanews) – Il Cremlino non si congratulerà con Peter Magyar, leader del Partito Tisza, per la sua vittoria alle elezioni parlamentari in Ungheria, poiché l’Ungheria è un Paese ostile, ha dichiarato oggi il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov.

“Non inviamo congratulazioni ai Paesi ostili. E l’Ungheria è un Paese ostile; sostiene le sanzioni contro di noi”, ha affermato oggi Peskov. Allo stesso tempo, la Russia è aperta al dialogo con l’Ungheria, ha aggiunto il portavoce ai giornalisti.

“Siamo aperti al dialogo, siamo pronti a costruire relazioni buone e reciprocamente vantaggiose. Vedremo poi quale sarà la linea generale della nuova leadership. Se rimarrà pragmatica o diventerà politicizzata, è difficile dirlo in questo momento”, ha concluso Peskov.

Pensione, tre su quattro accettano i tagli per uscire prima

Roma, 13 Apr. – L’Italia sta vivendo un paradosso previdenziale senza precedenti. Mentre nel primo trimestre del 2025 le pensioni anticipate sono crollate del 23% rispetto all’anno precedente, con sole 98.356 liquidazioni nel primo semestre secondo i dati Confesercenti, emerge un fenomeno opposto e preoccupante: chi può permetterselo economicamente sceglie comunque di lasciare il lavoro prima, accettando penalizzazioni che possono arrivare fino al 30% dell’assegno pensionistico.

I dati esclusivi di MiaPensione, una delle società italiane specializzate in consulenza previdenziale che ha analizzato circa 30.000 casi dal 2022 ad oggi, rivelano una realtà sconcertante: il 75% dei clienti che si rivolgono a consulenti specializzati sceglie di andare in pensione anticipatamente nonostante le significative perdite economiche. Un fenomeno che racconta di un’Italia stanca, dove il desiderio di libertà supera il calcolo economico.

‘È un sentiment che cresce costantemente dal 2022’, spiega Andrea Martelli, fondatore di MiaPensione. ‘Non si tratta più solo di stanchezza fisica, ma di una vera e propria rivoluzione culturale. Le persone vogliono dedicarsi a se stesse, alla famiglia, ai nipoti. Il lavoro non è più il centro della vita’.

La normativa attuale richiede 42 anni e 10 mesi di contributi per la pensione anticipata, indipendentemente dall’età anagrafica, secondo quanto riportato da Italuil. Un requisito che spinge molti lavoratori a cercare soluzioni alternative, dal riscatto della laurea che può costare fino a 70.000 euro, al ricongiungimento di contributi versati in gestioni diverse, fino agli accordi aziendali per l’uscita anticipata.

Il crollo delle richieste di pensione anticipata del 17,3% nel primo semestre 2025 rispetto al periodo precedente, certificato dall’INPS, nasconde quindi una realtà più complessa. Non è che gli italiani non vogliano più andare in pensione prima, semplicemente molti non possono più permetterselo. Le modifiche introdotte dalla Legge di Bilancio hanno reso più stringenti i requisiti, come evidenziato da Morningstar, creando una spaccatura sociale tra chi può permettersi di rinunciare a parte della pensione e chi è costretto a rimanere al lavoro.

‘Abbiamo clienti che rinunciano anche a 1.500 euro lordi al mese pur di uscire prima’, rivela Martelli. ‘Il caso più eclatante? Un dirigente che ha accettato una riduzione da 5.100 a 2.900 euro mensili. Quando gli abbiamo chiesto perché, ci ha risposto: preferisco avere meno soldi ma più tempo per vivere’.

La complessità del sistema previdenziale italiano aggrava la situazione. Molti lavoratori non conoscono tutte le opzioni disponibili e rischiano di perdere opportunità importanti. Un esempio emblematico riguarda il riscatto della laurea: a seconda della gestione previdenziale in cui viene effettuato, il costo può variare da 23.000 a 130.000 euro per lo stesso beneficio in termini di anni recuperati.

Il fenomeno della fuga anticipata dal lavoro solleva questioni profonde sul futuro del sistema pensionistico italiano. Con una popolazione sempre più anziana e giovani che faticano a entrare nel mercato del lavoro, il sistema rischia il collasso. Le proiezioni indicano che entro il 2040 ci sarà un pensionato ogni 1,5 lavoratori attivi, un rapporto insostenibile per le casse previdenziali.

La tendenza evidenziata dai dati di MiaPensione suggerisce che il problema non è solo economico ma culturale. Il lavoro ha perso centralità nella vita degli italiani over 60, che preferiscono sacrificare parte del reddito per guadagnare anni di libertà. Un cambio di paradigma che le istituzioni dovranno necessariamente considerare nelle future riforme previdenziali.

‘Il 60% dei nostri clienti ha un’età media di 60 anni e vuole solo capire come uscire il prima possibile’, conclude Martelli. ‘Non è più una questione di quanto prenderanno di pensione, ma di quando potranno finalmente dedicarsi a quello che davvero conta per loro: la famiglia, gli affetti, se stessi. È una rivoluzione silenziosa che sta cambiando il volto dell’Italia che lavora’.

Il paradosso è evidente: mentre il governo cerca di trattenere i lavoratori più a lungo con requisiti sempre più stringenti, chi può permetterselo scappa comunque, accettando perdite economiche significative. Una frattura sociale destinata ad allargarsi, con conseguenze imprevedibili per il futuro del Paese.

Il Papa: il mondo è pieno di scontri, siamo una sola famiglia

Algeri, 13 apr. (askanews) – “In un mondo pieno di scontri e incomprensioni, incontriamoci e cerchiamo di comprenderci, riconoscendo che siamo una sola famiglia! Oggi la semplicità di questa consapevolezza è la chiave per aprire molte porte chiuse”. Così il Papa nel discorso rivolto alle Autorità, la Società Civile e il Corpo Diplomatico, al Centro convegni Djamaa el Djazair, ad Algeri.

“Cari fratelli e sorelle, vengo a voi come testimone della pace e della speranza che il mondo desidera ardentemente – ha aggiunto il Papa – e che il vostro popolo ha sempre cercato: un popolo mai sconfitto dalle sue prove, perché radicato in quel senso di solidarietà, di accoglienza e di comunità di cui è intessuta la vita quotidiana di milioni di persone umili e giuste. Sono loro i forti, sono loro il futuro: chi non si lascia acciecare dal potere e dalla ricchezza, chi non sacrifica la dignità dei concittadini alla propria fortuna personale o di gruppo”.

Nba, regular season finita: via a play-in e playoff

Roma, 13 apr. (askanews) – Si è conclusa la regular season della NBA e prende forma il tabellone della postseason, tra squadre già qualificate e play-in decisivo per gli ultimi quattro posti.

Sono dodici le formazioni già ai playoff. A Est: Detroit Pistons, Boston Celtics, New York Knicks, Cleveland Cavaliers, Toronto Raptors e Atlanta Hawks. A Ovest: Oklahoma City Thunder (campione in carica), San Antonio Spurs, Denver Nuggets, Los Angeles Lakers, Houston Rockets e Minnesota Timberwolves.

Gli ultimi quattro posti verranno assegnati tramite il play-in tournament, in programma dal 14 al 17 aprile .

Le sfide play-in Nel dettaglio, queste le partite che definiranno le ultime qualificate:

Charlotte Hornets – Miami Heat Philadelphia 76ers – Orlando Magic Phoenix Suns – Portland Trail Blazers Los Angeles Clippers – Golden State Warriors

Il formato prevede che le squadre classificate tra il 7° e il 10° posto di ciascuna conference si sfidino per determinare le ultime due qualificate per tabellone.

Le prime serie già definite Alcuni accoppiamenti del primo turno, al via dal 18 aprile, sono già noti: a Est New York Knicks contro Atlanta Hawks e Cleveland Cavaliers contro Toronto Raptors; a Ovest Denver Nuggets contro Minnesota Timberwolves e Los Angeles Lakers contro Houston Rockets .

Le teste di serie numero uno, Pistons a Est e Thunder a Ovest, attendono invece le vincenti del play-in.

Il calendario della postseason

14-17 aprile: play-in tournament 18 aprile: inizio playoff 3 giugno: gara 1 delle Finals

La stagione entra così nella fase decisiva, con i Thunder chiamati a difendere il titolo e diverse contender pronte a insidiare il trono in una corsa al titolo che si preannuncia aperta e spettacolare.

Tennis, Binaghi: Sinner il più forte al mondo

Roma, 13 apr. (askanews) – Jannik Sinner torna in vetta al tennis mondiale e incassa l’investitura del presidente della Fitp Angelo Binaghi, che, ospite di ‘Radio Anch’io Sport’ su Rai Radio 1, lo definisce “il giocatore più forte al mondo” dopo il successo sulla terra di Montecarlo e il sorpasso ai danni di Carlos Alcaraz.

“La vittoria inseguita sulla terra lo riporta in cima al mondo – afferma Binaghi – Siamo abituati alle imprese di questo grande campione. Se non avesse avuto quella squalifica ingiusta che grida vendetta, il numero 1 non l’avrebbe mai lasciato, perché è il più forte”. Il numero uno federale sottolinea anche i progressi dell’azzurro su una superficie tradizionalmente meno favorevole: “Ha dimostrato un’ottima adattabilità sulla terra battuta, una notizia importante non solo per lui ma anche per noi”.

L’obiettivo ora si sposta sugli Internazionali d’Italia, in programma al Foro Italico, dove l’Italia attende da oltre 50 anni un successo nel singolare maschile. “Lo aspettiamo a Roma a braccia aperte per cercare di sfatare questo tabù”, aggiunge Binaghi, lasciando aperta la possibilità di rivedere Sinner già nei prossimi tornei sulla terra, a partire da Madrid.

Il percorso di avvicinamento porta anche al Roland Garros, obiettivo dichiarato della stagione del tennista altoatesino, che già lo scorso anno aveva sfiorato l’impresa con tre match point. “Una delle sue forze è avere il miglior team e la miglior famiglia possibili, che sapranno consigliarlo al meglio”, osserva Binaghi, sottolineando come la crescita del gioco sulla terra sia ormai evidente.

Intanto il Foro Italico si prepara ad accogliere i protagonisti con un restyling degli impianti realizzato da Sport e Salute. “Ci saranno tante novità tra campi e strutture, vogliamo rendere l’esperienza sempre più affascinante”, spiega il presidente federale, che guarda anche alla presenza degli altri azzurri, tra cui Jasmine Paolini.

Sinner, intanto, è tornato ufficialmente numero uno del ranking mondiale, con un margine ridotto su Alcaraz, appena 110 punti, destinato a cambiare già nei prossimi appuntamenti. Un duello sempre più acceso, con il resto del circuito a inseguire e con l’azzurro che ora punta a completare la sua ascesa anche sulla terra battuta.

Tennis, Sinner è n.1 ma a Barcellona può tornare n.2

Roma, 13 apr. (askanews) – Jannik Sinner torna n.1 al mondo dopo il successo nel torneo di Montecarlo. Sinner ha superato anche le sue settimane da numero 11, inizia oggi la numero 67 contro le 66 dello spagnolo, ed eguagliato i suoi titoli nei Masters 1000.

Sinner è dunque dodicesimo nella graduatoria per numero di settimane da numero 1 da quando esiste il ranking ATP computerizzato, introdotto nel 1973. Il prossimo obiettivo è raggiungere l’undicesimo posto dello svedese Stefan Edberg, rimasto in vetta per 72 settimane complessive.

Essendo usciti i 50 punti dell’ATP 500 di Halle 2025, Sinner ha un margine di 110 punti su Alcaraz che giocherà a Barcellona la prossima settimana mentre Jannik resterà fermo. Alcaraz, finalista l’anno scorso, vincendo il titolo tornerà numero 1.

Scivola invece fuori dalla Top 5, alla posizione numero 9, Lorenzo Musetti che non ha confermato la finale raggiunta l’anno scorso. Il suo percorso si è interrotto contro il monegasco Valentin Vacherot, che è arrivato fino in semifinale senza sfigurare contro Carlos Alcaraz ed è entrato per la prima volta in Top 20: festeggia oggi il best ranking alla posizione numero 17.

Tra gli attuali Top 100 hanno raggiunto il best ranking questa settimana anche il francese Terence Atmane (41), lo statunitense Ethan Quinn (50), il teenager spagnolo Rafael Jodar (55), l’argentino Burruchaga (61), il belga Alexander Blockx (71) e il croato Dino Prizmic (87).

Gli italiani – L’Italia archivia la settimana di Monte-Carlo con la gioia per il successo di Sinner, che ha vinto in carriera un titolo ogni 4,9 grandi tornei giocati, come Pete Sampras, e con qualche rimpianto per le eliminazioni di Lorenzo Musetti e Flavio Cobolli, che rimane numero 3 d’Italia e 16 del mondo. Alle spalle dei tre Top 20 e dei sette Top 100 italiani, spicca il balzo in avanti di ben 62 posizioni di Stefano Napolitano, n. 240 ATP questa settimana, grazie ai punti per la finale raggiunta al Challenger di Città del Messico. Ma può salire ancora perché il match per il titolo è stato interrotto e si concluderà oggi.

Calcio, Serie A indica Malagò per la Figc

Roma, 13 apr. (askanews) – L’Assemblea della Lega Serie A converge sul nome di Giovanni Malagò per la presidenza della FIGC. Secondo quanto trapela da Milano, sono 18 su 20 i club che esprimono un orientamento favorevole all’ex presidente del Coni, delineando un consenso ampio in vista dell’elezione federale fissata per il 22 giugno.

Il fronte a sostegno di Malagò si allarga nel corso della riunione: anche il Sassuolo, inizialmente indicato tra i contrari, si aggiunge ai favorevoli portando il totale a 18 società. Restano invece in una posizione interlocutoria Lazio e Hellas Verona, che non esprimono un voto contrario ma chiedono prima un confronto sul quadro normativo federale.

Le indicazioni emerse dall’assemblea non rappresentano ancora un voto ufficiale, ma fotografano gli equilibri interni alla Serie A, che nelle elezioni della Federcalcio pesa per il 18% del totale. Un dato che, se confermato, rafforza la candidatura di Malagò nel percorso verso il rinnovo dei vertici federali.

Il quadro resta comunque in evoluzione, con possibili ulteriori sviluppi nelle prossime settimane. L’assemblea odierna segna però un passaggio significativo, indicando una linea condivisa da larga parte dei club della massima serie e aprendo la fase decisiva in vista dell’appuntamento elettorale di giugno.

Patto stablità, Von der Leyen: per ora mancano condizioni per sospensione

Roma, 13 apr. (askanews) – Al momento, secondo la Commissione europea non ci sono le condizioni né per attivare la clausola generale di sospensione del Patto di stabilità e di crescita, né per far ricorso alle clausole nazionali, tuttavia l’esecutivo comunitario sta monitorando attentamente gli sviluppi della crisi in Medioriente nel miglior interesse dell’economia Ue. Questa la posizione spiegata dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen rispondendo ad una domanda durante un punto Stampa.

Parlando delle possibili misure contro il caro energia, “al momento attuale, mentre stiamo parlando, dobbiamo constatare che le condizioni per attivare misure alternative, come la clausola generale di sospensione (del Patto di stabilità e di crescita) o le clausole nazionali, mentre parliamo, attualmente, non sono raggiunte. Ma ovviamente manterremo il nostro ruolo vitale di coordinamento, avendo gli interessi economici europei ben presenti. Quindi, passo dopo passo, vedremo come si svilupperà questa crisi e come si svilupperanno le cose in Medioriente. Mentre parlo, adesso, le condizioni non ci sono”, ha detto.

AIL Oristano, incontro pazienti-medici sui linfomi

Oristano, 13 apr. (askanews) – Istituita nel 2022, la sezione dell’AIL (Associazione Italiana Linfomi) di Oristano ha già raggiunto risultati importanti. Una volta aperta la sede in via Vittorio Veneto 7, in cui viene accolto il pubblico il lunedì, mercoledì e venerdì dalle 9 alle 13, può già contare su una rete di 35 soci, tra fondatori e sostenitori, oltre a 40 volontari.

Federica Badino, del “Gruppo Pazienti Linfomi AIL-FIL”. Qual è l’importanza della giornata di oggi per i pazienti ma anche per i familiari? ” Esatto, le giornate di incontro tra pazienti e medici, che il gruppo pazienti linfomi AIL FIL porta avanti ormai da diversi anni, da dieci anni, sono fondamentali per i pazienti e per i caregiver, ovvero per le persone che se ne prendono cura in momenti di difficoltà e di non autosufficienza, proprio perché offrono l’occasione a questi pazienti e caregiver di entrare in contatto diretto con i medici in uno spazio che è privilegiato, perché molto spesso nei reparti non si ha il tempo o il modo per porre tutte quelle domande e tutti quei dubbi che i pazienti e i caregiver hanno. Quindi queste giornate secondo me per loro sono davvero preziose e uno spazio di confronto” .

Rossana Traversari, è vicepresidente di AIL Oristano. Seppur la vostra sezione sia relativamente giovane, in questi anni avete già raggiunto risultati importanti:

“I progetti futuri sono tanti: il più importante per me e penso anche per i nostri volontari è quello di poter avere un reparto seppur piccolo di ematologia all’interno dell’ospedale, che ancora non c’è. Abbiamo dei medici validissimi, in grado di poter mandare avanti un reparto e poter quindi mandare i nostri volontari ad assistere i pazienti e i familiari. Infatti uno dei progetti è quello di attivare una psicooncologa nella nostra sezione che sia di supporto sia ai pazienti che ai familiari”.

Il dottor Luigi Curreli è primario di oncologia e ematologia dell’ospedale di Oristano. Ci racconti la sua esperienza e il suo lavoro quotidiano per i pazienti oncoematologici:

“Siamo a contatto con i pazienti praticamente 8/10 ore al giorno: in questo abbiamo trovato notevole supporto anche da parte delle associazioni di volontariato e in particolare dell’AIL. Con l’AIL abbiamo avuto delle donazioni per le attività di reparto, abbiamo avuto donazioni anche di poltrone per la somministrazione delle chemioterapie ed è partito ora anche un servizio per il trasporto dei pazienti dal proprio domicilio all’ospedale e viceversa”.

Le giornate come questa sono quindi un punto di riferimento sia per i pazienti che per il personale sanitario per continuare a costruire un dialogo fondamentale per un approccio integrato alla patologia.

Energia, Von Der Leyen: l’Ue prepara misure su aiuti di Stato e riduzione domanda

Roma, 13 apr. (askanews) – Mercoledì prossimo, la Commissione europea presenterà un pacchetto di misure con una comunicazione in vista della riunione dei capi di Stato e di governo della Ue che si terrà a Cipro. Conterrà misure per l’immediato, ha annunciato la presidente della commissione europea, Ursula von der Leyen, durante un punto stampa, facendo leva su tre aspetti.

Primo, il coordinamento tra paesi negli interventi, anche riguardo alle scorte di gas e di petrolio. Misure che “devono essere mirate ai gruppi vulnerabili, rapide, immediate temporanee”.

Secondo, un quadro temporaneo di revisione alle regole sugli aiuti di Stato. E, terzo elemento, “come possiamo ridurre la domanda rispettando pienamente la scelta dei consumatori” su cui si guarderà all’efficienza energetica e a quella specifica degli degli edifici, ha detto.

Il Papa in Algeria. Card. Vesco: porterà messaggio di pace

Algeri, 13 apr. (askanews) – L’Algeria attende Leone XIV. E’ il primo viaggio di Prevost in Africa da Papa.

“La visita del Papa è un sogno, è una benedizione. Ci aspettiamo un bell’incontro un regalo per tutto il Paese. Mi attendo tante sorprese” dice l’arcivescovo di Algeri, il cardinale Jean-Paul Vesco, che incontrerà Leone nella Cattedrale insieme alla comunità algerina. “Questa è la chiesa del Papa, non c’è differenza tra cristiani e musulmani. Qui nella Basilica portiamo la scritta ‘Nostra Madonna d’Africa, prega per noi e per i musulmani. Pregheremo per tutti. Lavoriamo insieme per una società di pace, Ci parlerà molto di pace” ha aggiunto il porporato.

Tanti gli appuntamenti del Pontefice, tra cui la visita nel Centro di accoglienza e di amicizia delle Suore Agostiniane Missionarie di Bab El Oued dove renderà omaggio alla memoria di due religiose di questa Comunità che, durante la guerra civile algerina, furono tra i 19 martiri uccisi tra il 1994 e il 1996.

“Per me è un amico – racconta suor Lourdes Miguelez, spagnola, da 53 anni in Algeria che conosce bene Robert Prevost – preghiamo per lui affinchè possa compiere la missione difficile e grande che ha verso il mondo intero. È un pastore, un fratello, un padre. Il Papa è fiero di venire qui”.

Il Papa a Trump: io non sono un politico, ai leader dico ‘Basta guerre’

Algeri, 13 apr. (askanews) – “Non guardo al mio ruolo come a un politico, non sono un politico. Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato come alcuni stanno facendo. Io continuo a parlare forte contro la guerra, cercando di promuovere la pace, promuovendo il dialogo e il multilateralismo con gli Stati per cercare soluzioni ai problemi. Troppa gente sta soffrendo oggi, troppi innocenti sono stati uccisi e credo che qualcuno debba alzarsi e dire che c’è una via migliore”. Lo ha detto il Papa in volo da Roma all’Algeria, secondo quanto riferisce Vatican News.

Il messaggio che il Vescovo di Roma ci tiene a reiterare è perciò “sempre lo stesso: la pace. Lo dico per tutti i leader del mondo, non solo lui: cerchiamo di finire con le guerre e promuovere pace e riconciliazione”.

Passeggeri a terra a Linate, easyJet: colpa dei controlli di frontiera

Milano, 13 apr. (askanews) – All’indomani del caso degli oltre 100 passeggeri lasciati a terra all’aeroporto di Milano Linate, arriva la replica di easyJet, che attribuisce i disagi registrati ieri ai ritardi nei controlli di frontiera legati al nuovo sistema europeo Ees.

“Continuiamo a sollecitare le autorità di frontiera affinché facciano pieno ed efficace utilizzo delle flessibilità consentite, per tutto il tempo necessario durante la fase di implementazione dell’Ees, così da evitare questi inaccettabili ritardi ai controlli di frontiera per i nostri clienti”, si legge nella posizione ufficiale fornita dalla compagnia che rimarca come i disagi non siano di sua responsabilità: “Sebbene si tratti di una situazione al di fuori del nostro controllo, ci scusiamo per i disagi arrecati”

Nel dettaglio, la compagnia nella nota fornisce la sua ricostruzione dei fatti: “A causa dei ritardi nelle procedure del sistema Ees da parte delle autorità di frontiera, nella giornata di ieri alcuni passeggeri in partenza da Milano Linate hanno riscontrato tempi di attesa particolarmente prolungati ai controlli passaporti – scrive – easyJet ha posticipato la partenza del volo EJU5420 da Milano a Manchester di quasi un’ora per concedere ai passeggeri maggiore tempo per i controlli. Tuttavia, il volo è dovuto poi decollare poiché l’equipaggio stava raggiungendo i limiti operativi previsti dalle normative di sicurezza”. La compagnia afferma di aver offerto “ai passeggeri che non sono riusciti a imbarcarsi la possibilità di riprotezione gratuita su un altro volo”.

Una ricostruzione che contrasta con le versioni fornite da alcuni passeggeri. Dalle ricostruzioni emerse nelle ultime ore, il volo Linate-Manchester è decollato dallo scalo milanese alle 11.52, dalle 11 inizialmente previste, lasciando a terra oltre un centinaio di passeggeri ancora in coda al controllo passaporti, senza fornire alcuna informazione nè alcuna assistenza in loco a questi viaggiatori.

Tra loro anche un medico italiano di base a Liverpool, che racconta come “il personale di EasyJet abbia detto a me e ad altri passeggeri inglesi che avremmo ricevuto una notifica sull’app, perchè trattandosi di situazione straordinaria avrebbero contattato singolarmente i passeggeri tramite l’applicazione”. Notifica che, assicuravano, sarebbe arrivata “a breve” ma che 24 ore dopo non è ancora arrivata.

La Cei: rammarico per le parole di Trump, il Papa sia rispettato

Milano, 13 apr. (askanews) – La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana, “rinnovando la piena comunione con il Santo Padre Leone XIV, esprime rammarico per le parole a lui rivolte nelle scorse ore dal Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Unendosi a quanto affermato dal Presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, Mons. Paul S. Coakley, ricorda che il Papa non è una controparte politica, ma il Successore di Pietro, chiamato a servire il Vangelo, la verità e la pace. In un tempo segnato da conflitti e tensioni internazionali, la sua voce rappresenta un richiamo esigente alla dignità della persona, al dialogo e alla responsabilità. Le Chiese che sono in Italia rinnovano al Santo Padre vicinanza, affetto e preghiera, auspicando da parte di tutti rispetto per la sua persona e per il suo ministero”.

Poste, Del Fante al Financial Times: operazione su Tim passo verso il mercato

Roma, 13 apr. (askanews) – L’amministratore delegato di Poste italiane, Matteo Del Fante, difende, dalle colonne del Financial Times, l’offerta da 10,8 miliardi di euro dell’ex monopolista postale per Telecom Italia, dopo le critiche secondo cui l’accordo riporterebbe l’azienda in mano a un campione nazionale sostenuto dallo Stato. Il mese scorso Poste ha lanciato un’operazione in contanti e azioni totalitaria, avendo già accumulato una quota del 27,5% che la rende il maggiore azionista.

Matteo Del Fante ha affermato che Poste sarebbe un buon proprietario per Tim, privatizzata nel 1997 e le cui azioni sono più che raddoppiate nell’ultimo anno. “Da quando abbiamo acquisito la partecipazione in Tim, l’azienda ha sovraperformato. Siamo fiduciosi di meritare la stessa fiducia ora che abbiamo lanciato l’offerta pubblica di acquisto”, ha dichiarato in un’intervista.

“Abbiamo dimostrato di essere un’azienda di mercato”, ha affermato Del Fante. “Questo accordo aumenterebbe il flottante del gruppo, poiché la partecipazione dello Stato nell’entità risultante dalla fusione scenderebbe dal 65% al 50% e verrebbero emesse nuove azioni per gli investitori di Tim”, ha spiegato Del Fante. “In questo senso – ha detto – si tratta di un passo verso il mercato”. Per l’ad “l’offerta è equa, prevediamo di iniziare a pagare un dividendo, cosa che gli azionisti di Tim non ricevono da cinque anni”.

“Se oggi possedete azioni Tim e accettate l’offerta, continuerete a beneficiare dei vantaggi. Il punto – ha spiegato Del Fante – non è solo il valore che offriamo immediatamente, ma la possibilità di trarre vantaggio dalle sinergie future e da una traiettoria di crescita più solida sotto la guida di Poste”. Del Fante prevede che l’accordo si concluda entro settembre. Il gruppo risultante dalla fusione diventerebbe il più grande datore di lavoro in Italia, con oltre 150.000 dipendenti.

“Poste è storicamente un’azienda orientata al consumatore, mentre Tim è più forte nel rapporto con le aziende e la pubblica amministrazione. Questo amplierebbe la nostra base di clienti e rafforzerebbe la nostra offerta tecnologica”, ha evidenziato il manager.

Iran, le notizie più importanti del 13 aprile sulla guerra

Roma, 13 apr. (askanews) – Di seguito una selezione delle notizie più importanti di lunedì 13 aprile sulla guerra di Usa e Israele contro l’Iran, un conflitto che coinvolge i Paesi del Golfo e il Libano, con ripercussioni sull’economia globale.

-10:59 Iran, Schlein: piena solidarietà a Papa, da Trump attacchi gravissimi.

-10:33 Iran, Pechino esorta Iran e Usa a “evitare ripresa delle ostilità”.

-10:10 Iran, Pechino smentisce forniture militari a Teheran.

-10:03 Barile sopra 100 dollari e Borse giù, il contraccolpo sui mercati.

-10:02 Libano, 9 morti e 13 feriti in attacco Idf nel sud del Libano.

-09:50 Mattarella: richiamo Papa a pace urgente,nessuno indifferente ad appelli.

-09:28 Iran: blocco americano di Hormuz “atto di pirateria”.

-09:17 Iran, Salvini: attaccare Papa non intelligente né utile.

-09:08 Borsa, Europa parte in negativo con Francoforte a -1,19%.

-08:52 Iran: danni a 77 monumenti a Teheran da inizio guerra.

-07:00 Il presidente americano Donald Trump ha affermato di non essere “un grande fan” di papa Leone XIV, che il giorno prima aveva pronunciato un discorso molto duro contro la guerra, e si è lanciato in una violenta invettiva contro di lui sui social network.

Trump attacca Leone XIV: è terribile, senza di me non sarebbe Papa

Roma, 13 apr. (askanews) – Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avuto parole ‘di fuoco’ per papa Leone XIV ieri in tarda serata, in un insolito e diretto attacco al leader della Chiesa cattolica, che ha scatenato immediate reazioni di condanna da parte dei credenti e delle isituzioni eccelesiastiche.

In quella che a tutti è sembrata una risposta alle crescenti critiche del pontefice al conflitto lanciato congiuntamente da Stati Uniti e Israele contro l’Iran e alle politiche migratorie molto rigide dell’amministrazione Trump, Il presidente americano ha definito Leone XIV “terribile”.

I cattolici sui social media hanno reagito criticando Trump per aver attaccato il leader della Chiesa. E l’arcivescovo Paul S. Coakley, presidente della Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti, si è detto rattristato dalle dichiarazioni di Trump. “Papa Leone non è il suo rivale; né il Papa è un politico. È il Vicario di Cristo che parla dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime”, ha dichiarato in una nota ufficiale.

Robert Francis Prevost, originario di Chicago, è il primo papa statunitense. Trump ha sostentuo che è stato eletto proprio perchè americano, anzi proprio perchè alla Csaa Bianca è tornato lui: “Leone dovrebbe essermi grato perché, come tutti sanno, la sua nomina è stata una sorpresa incredibile. Non figurava in nessuna lista degli eleggibili ed è stato scelto esclusivamente perché americano, perchè si riteneva che fosse il modo migliore per gestire il rapporto con il presidente Donald J. Trump. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano”, ha affermato.

Conosciuto per la sua cautela nel linguaggio, nelle ultime settimane è diventato un critico esplicito del conflitto in Iran e ha denunciato la “follia della guerra” in un appello per la pace sabato. Lo scorso anno ha messo in dubbio che le politiche migratorie molto dure dell’amministrazione Trump fossero coerenti con l’insegnamento pro-vita della Chiesa.

“Chi dice: ‘Sono contro l’aborto ma sono d’accordo con il trattamento disumano degli immigrati negli Stati Uniti’, non so se sia davvero pro-vita”, aveva affermato il pontefice a settembre.Trump ha scritto nel suo post di domenica che “Leone dovrebbe darsi una regolata come papa”, dicendo poi ai giornalisti di non essere “un grande fan” del pontefice. Ha elogiato invece il fratello, da lui definito un vero Maga. L’attacco di Trump ha inoltre accusato Leone di essere “debole sul tema delle armi nucleari”, pochi giorni dopo che il papa aveva definito “totalmente inaccettabile” la minaccia del presidente americano di distruggere la civiltà iraniana.

In un discorso nella Domenica delle Palme il mese scorso in Piazza San Pietro, il Santo Padre aveva sottolineato che Dio rifiuta le preghiere dei leader che scatenano guerre e hanno le mani “piene di sangue”, definendo il conflitto in Iran “atroce”.

Leone XIV ha inoltre invitato Trump a trovare una “via d’uscita” per mettere fine al conflitto e “ridurre il livello di violenza”. Nel suo messaggio, Trump ha suggerito che Leone sia stato eletto papa lo scorso anno “solo perché era americano e pensavano che fosse il modo migliore per gestire il presidente Donald J. Trump”.

Il Papa è partito oggi per un viaggio di 10 giorni in quattro Paesi africani. Leone XIV ha chiesto una “riflessione profonda” sul modo in cui i migranti sono trattati negli Stati Uniti.

Il suo appello per un approccio più compassionevole all’immigrazione rievoca una posizione espressa anche da diversi suoi predecessori, che è però in contrasto con quella di Trump, che sostiene che gli Stati Uniti debbano limitare l’immigrazione dai Paesi in via di sviluppo per ridurre la criminalità. “È una persona molto liberale ed è un uomo che non crede nel fermare il crimine”, ha detto Trump ai giornalisti domenica sera. Trump aveva già avuto un rapporto difficile con il predecessore di Leone, Papa Francesco, che aveva criticato le sue proposte sull’immigrazione durante la sua prima campagna presidenziale e aveva suggerito che Trump non fosse “cristiano”.

Trump aveva definito Francesco “vergognoso” all’inizio del 2016.

Iran, Schlein: piena solidarietà a Papa, da Trump attacchi gravissimi

Roma, 13 apr. (askanews) – “Con gli attacchi e le minacce al Papa il presidente Trump sposta oltre ogni tollerabilità il metodo di arroganza che lo ha fin qui caratterizzato. Insultare il Papa per il suo fortissimo richiamo alla pace, al dialogo e alla dignità umana è atto gravissimo, che rivela fino in fondo la cultura della sopraffazione di chi non tollera voci libere. Esprimo quindi, anche a nome della comunità del Partito democratico, piena solidarietà a Papa Leone XIV”. Lo afferma la segretaria del Pd, Elly Schlein.

Trump contro Leone IV. Chi tra l’imperatore e il Papa? Certamente il Papa

Un attacco diretto, sullo sfondo della crisi internazionale

Le dichiarazioni di Donald Trump contro il Papa segnano un passaggio delicato nei rapporti tra politica e autorità religiosa. Il presidente ha affermato di non essere “un grande fan” di Leone XIV, accusandolo di posizioni troppo liberali e di debolezza su temi come sicurezza e politica estera. Le critiche sono state accompagnate da interventi sui social e da toni particolarmente aspri, fino a evocare una contrapposizione personale con il Pontefice.

L’uscita di Trump si colloca nel contesto della crisi mediorientale e delle tensioni legate all’Iran, dopo che il Papa aveva pronunciato parole molto dure contro la guerra e contro quella che ha definito una deriva di “onnipotenza” nella gestione dei conflitti.

Il richiamo del Papa: pace, responsabilità, limite

Da parte sua, Papa Leone XIV ha mantenuto una linea coerente con la tradizione della diplomazia pontificia: nessun riferimento diretto a leader politici, ma un richiamo forte alla responsabilità morale di chi governa.

Nel suo intervento, il Papa ha denunciato “l’idolatria della forza” e ha invitato i responsabili delle nazioni a fermarsi, a privilegiare il dialogo e a sottrarsi alla logica dell’escalation militare. Un messaggio che si inscrive nella dottrina della pace della Chiesa e che evita accuratamente la personalizzazione dello scontro.

La risposta dei vescovi statunitensi

La reazione dell’episcopato americano è stata netta. L’arcivescovo Paul S. Coakley, presidente della Conferenza episcopale, ha espresso “profondo dolore” per le parole del presidente, definendole denigratorie e inappropriate.

Il punto centrale della sua dichiarazione è di natura istituzionale e teologica: il Papa non è un attore politico né un avversario, ma il Vicario di Cristo, chiamato a parlare secondo il Vangelo e per la cura delle anime.

In continuità con precedenti interventi, lo stesso Coakley ha richiamato anche la responsabilità morale dei governanti, affermando che la minaccia di colpire popolazioni e infrastrutture civili non può essere giustificata e che esistono vie alternative al conflitto.

Tra potere politico e autorità spirituale

Lo scontro evidenzia una tensione ricorrente nella storia occidentale: quella tra potere temporale e autorità spirituale. Ma in questo caso il punto non è una divergenza dottrinale, bensì il rischio di ridurre il magistero della Chiesa a oggetto di polemica politica.

La presa di posizione dei vescovi americani segna un confine chiaro: la critica politica è legittima, ma non può trasformarsi in delegittimazione dell’istituzione ecclesiale. Né può essere accettata una rappresentazione del Papa come parte di uno schieramento.

In questa linea si colloca un giudizio che non è politico ma di ordine: tra la logica della forza e quella del servizio, tra la personalizzazione del potere e la responsabilità morale, la Chiesa richiama – con fermezza – la priorità della pace e della dignità della persona.

In copertina un particolare dell’immagine postata da Trump su Truth.

Le Bambole di Pezza ripartono dai live col nuovo "Club Tour 2026″

Milano, 13 apr. (askanews) – Ripartono dai club e da quella dimensione fisica che da sempre è la loro casa naturale. Le Bambole di Pezza inaugurano il nuovo “Club Tour 2026” il 15 aprile al Fabrique con una grande festa, primo appuntamento di una serie di date che arriva poche settimane dopo il Festival di Sanremo e a ridosso dell’uscita del nuovo album “5”, pubblicato il 27 marzo per EMI/Universal Music. Il live di apertura al Fabrique si annuncia come un vero e proprio evento-manifesto, con una serie di ospiti che raccontano bene la rete di connessioni costruita dal gruppo negli ultimi anni: da J-Ax, con cui hanno firmato il singolo “Cresciuti male”, a Cristina D’Avena, protagonista insieme a loro della cover “Occhi di gatto” presentata proprio a Sanremo 2026. E ancora la giovane cantautrice voce della nuova generazione, Mille, già presente nell’album “Wanted” nel brano “Atlantide”, e Jo Squillo, al fianco della band in “Non sei sola”, traccia simbolo della loro attenzione ai temi sociali e alla violenza contro le donne. Un parterre che non è semplice celebrazione, ma dichiarazione di intenti: le Bambole di Pezza arrivano al tour dopo mesi di visibilità mainstream senza rinunciare alla propria natura. Dopo il successo registrato nel precedente tour nei club, la band torna così nei live indoor con uno spettacolo che promette energia, identità e partecipazione, riportando il racconto collettivo costruito sul palco dell’Ariston dentro spazi più ravvicinati, dove il contatto con il pubblico diventa centrale. Un ritorno alle origini, ma con una consapevolezza nuova: quella di una band che, dopo Sanremo, rilancia la propria identità, portandola esattamente dove è nata: sotto un palco, tra distorsioni e corpi in movimento. Le date del “Club Tour 2026”, prodotto e organizzato da Friends and Partners e Color Sound, sono: 15 aprile – Milano, Fabrique 21 aprile – Firenze, Viper 23 aprile – Padova, Hall 28 aprile – Torino, Concordia 6 maggio – Bologna, Estragon 7 maggio – Roma, Atlantico 9 maggio – Napoli, Casa della Musica

Barile sopra 100 dollari e Borse giù, il contraccolpo sui mercati

Roma, 13 apr. (askanews) – Inizio settimana inevitabilmente negativo per i mercati, dopo il fallimento delle trattative tra Usa e Iran e il persistere della chiusura dello snodo chiave dello Stretto di Hormuz.

A farne le spese innanzitutto i prezzi di petrolio e gas naturale, con il barile di oro ero tornato immediatamente al di sopra dei 100 dollari. Le borse europee hanno aperto tutte in ribasso e a metà mattina a Piazza Affari l’indice Ftse-Mib cede uno 0,79%.

Limitati i movimenti sui titoli di Stato, con i tassi sui Btp decennali in rialzo di circa 2 punti base base al 3,85% e il differenziale rispetto ai tassi dei Bund tedeschi equivalenti, lo “spread”, a 79 punti base.

Unica eccezione la borsa di Budapest, partita in netto rialzo dopo la vittoria elettorale dell’esponente dell’opposizione ungherese Peter Magyar. Nelle contrattazioni mattutine l’indice di riferimento (Bux) guadagna il 2,58%, mentre i rendimenti sui titoli di stato segnano netti calmieramenti (con un calo di oltre 40 punti base sulla scadenza decennale).

A metà mattina, il barile di Brent, il greggio di riferimento del mare del Nord balza del 6,82% a 101,69 dollari. Negli scambi dell’afterhours il West Texas Intermediate balza del 7,13 per cento a 103,46 dollari. I futures europei Ttf sul gas in prima consegna salgono del 7,4% a 46,85 ad Amsterdam.

Papa, Meloni: possa suo ministero favorire ritorno pace, Italia farà sua parte

Roma, 13 apr. (askanews) – “A nome mio personale e del governo italiano, desidero rivolgere a Papa Leone XIV il ringraziamento e l’augurio più sincero per il buon esito del viaggio apostolico che lo condurrà per la prima volta in Africa e che lo porterà a toccare quattro nazioni: Algeria, Camerun, Angola e Guinea equatoriale. Possa il .mMinistero del Santo Padre favorire la composizione dei conflitti e il ritorno della pace, interna e tra le nazioni, nel solco del percorso tracciato dai suoi Predecessori, e dare sostegno e conforto alle comunità cristiane che avrà modo di incontrare durante il viaggio”. Lo afferma in una nota il presidente del Consiglio, Giorgia M..eloniI.

“L’Italia – aggiunge la premier – continuerà a fare la propria parte per favorire la costruzione di un nuovo modello di cooperazione con il Continente africano e per sostenere la pace, lo sviluppo e il benessere dei popoli”.

Mattarella: richiamo Papa a pace urgente,nessuno indifferente ad appelli

Roma, 13 apr. (askanews) – “Il forte richiamo alla pace, così urgente in tempi tanto tribolati, al pari dell’invito all’unità e alla fraternità, contribuirà ad alimentare la consapevolezza dell’indispensabile contributo che ogni individuo e ogni collettività sono chiamati a fornire per superare le divisioni e salvaguardare la dignità dell’uomo”. E’ quanto scrive il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un messaggio al Papa in risposta a quello che il Pontefice gli ha indirizzato prima di partire per “il lungo viaggio apostolico che La porterà in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale”.

“Sono certo che nessuno potrà rimanere indifferente rispetto a questi solenni appelli, rivolti soprattutto alle ultime generazioni, chiamate ad assumere la responsabilità e vivere la gioia del divenire fecondo seme di progresso sociale ed economico per i rispettivi Paesi e comunità”, sottolinea il Capo dello Stato.

I Duran Duran ripubblicano in vinile due loro storici album

Milano, 13 apr. (askanews) – I Duran Duran riportano sul mercato in formato vinile Duran Duran (The Wedding Album) del 1993 e Thank You del 1995, per la prima volta dalle loro release originali. Disponibili da ora, entrambi gli album saranno ripubblicati come set 2LP e su CD.

Dopo il successo delle ristampe della scorsa estate dei primi cinque album in studio -Duran Duran, Rio, Seven and the Ragged Tiger, Notorious e Big Thing- la band presenta ora The Wedding Album e Thank You in edizioni nuovamente rimasterizzate. Entrambi i titoli presentano gli ultimi remaster audio disponibili, con le configurazioni in vinile ampliate nel formato deluxe 2LP.

The Wedding Album è racchiuso in una copertina con nuovi dettagli in rilievo e accompagnato da una art card da 12 pollici, mentre Thank You si presenta in copertina apribile con un poster pieghevole che replica fedelmente l’edizione originale. Le edizioni CD aggiornate sono confezionate in custodie di carta, sostituendo i jewel case originali.

Pubblicato nel 1993, Duran Duran, il secondo disco omonimo della band, affettuosamente conosciuto come The Wedding Album, debuttò nella top 10 su entrambe le sponde dell’Atlantico. Trainato dai successi mondiali Ordinary World e Come Undone, rimane una pietra miliare della loro leggendaria carriera, mostrando la band in una forma creativa straordinaria.

Thank You, uscito nel 1995, è l’album di cover che include le versioni dei Duran Duran di brani classici scritti da Led Zeppelin, Bob Dylan, The Doors, Lou Reed, Public Enemy ed Elvis Costello. L’album entrò nella top 20 delle classifiche britanniche e americane; Lou Reed definì la loro versione di “Perfect Day” come “la migliore cover mai realizzata di una mia canzone”. La traccia di apertura, la cover di “White Lines (Don’t Do It)” di Grandmaster Melle Mel, rimane ancora oggi uno dei brani preferiti dai fan durante i live.

Guardando al futuro, i Duran Duran hanno già annunciato importanti performance dal vivo per il 2026. Dopo l’headlining al Beachlife Festival di Redondo Beach, in California, a maggio, la band tornerà a Las Vegas per quattro show al BleauLive Theater del Fontainebleau Vegas. Il tour estivo proseguirà in Europa a giugno e luglio con tappe al Heartland Festival (Kværndrup), all’O2 Arena di Praga, alla Papp László Sportaréna di Budapest e al Boris Trajkovski Sports Center di Skopje.

A luglio, la band terrà tre concerti speciali in Italia: all’Arena di Verona, alla Reggia di Caserta e a Villa Manin.

I Duran Duran hanno venduto oltre 100 milioni di dischi in tutto il mondo, ottenuto 18 singoli di successo in America e 21 brani nella Top 20 del Regno Unito, confermandosi come una delle band più influenti e di successo di tutti i tempi. Sono stati inoltre onorati con otto premi alla carriera, due GRAMMY, due BRIT Awards, l’ingresso nella Rock & Roll Hall of Fame e due Ivor Novello, uno dei quali per l’Eccezionale Contributo alla Musica Britannica.

Sandro Gozi: “Con Orbán sconfitti sovranisti e nazionalisti”

di Sandro Gozi

Gli ungheresi hanno fatto la loro scelta: Viktor Orbán è stato sconfitto. È la fine di un ciclo politico che per anni ha messo in discussione i principi fondamentali della democrazia europea. Quella di oggi [ieri per chi legge, Ndr] è una battuta d’arresto anche per quei sovranisti ed estremisti in Italia che in questi anni hanno indicato in Orbán un riferimento politico: Giorgia Meloni e Matteo Salvini, che hanno costruito un asse con il leader ungherese, legittimandone le derive autoritarie e scelte antidemocratiche, sistematicamente ostili al progetto europeo.

Queste elezioni segnano il tramonto di un sistema di potere costruito sulla compressione dello Stato di diritto, sul controllo del pluralismo e su una contrapposizione permanente all’Europa. Un modello che per anni è stato indicato, anche in Europa, come alternativa. Il voto ungherese è anche una risposta alle ingerenze di Vladimir Putin e a quella rete politica internazionale che, a partire da Donald Trump, ha alimentato e legittimato questa deriva. Gli ungheresi hanno scelto libertà e appartenenza europea. Hanno detto che l’Europa non è un vincolo da aggirare, ma una comunità politica da rafforzare. È un messaggio che risuona ben oltre Budapest e che interpella tutte le forze europeiste.

Ora si apre una fase nuova, e non sarà semplice. L’Unione deve essere all’altezza di questo passaggio: più politica, più coraggiosa, più capace di proteggere e promuovere lo Stato di diritto. La democrazia europea non si difende con le celebrazioni. Si difende ogni giorno, in ogni suo Stato membro..

Italia-Usa 1956: quando il quotidiano della Dc strapazzava il potente Segretario di Stato

Washington 7 febbraio – Il Congresso degli Stati Uniti ha deciso oggi di tenere una sessione riunita delle due Camere il 29 febbraio per ascoltare un indirizzo del Presidente della Repubblica italiana Giovanni Gronchi. La sessione riunita è il massimo onore che il Congresso degli Stati Uniti possa riservare ad una personalità straniera in visita a Washington. Normalmente un ospite viene ricevuto separatamente dalla Camera e dal Senato.

Nel corso della conferenza stampa un giornalista ha così interpellato Dulles circa un’intervista attribuita al Presidente Gronchi: «È apparsa una intervista con il Presidente Gronchi che ha avuto ampia diffusione. In essa il Presidente Gronchi ha avanzato alcuni suggerimenti che egli ha detto di voler portare alla vostra attenzione quando verrà a Washington questo mese. Avete visto tale intervista ed avete alcun commento da fare al riguardo?».

Dulles ha risposto: «Ho osservato che vi sarebbero alcune divergenze di opinioni tra il Presidente Gronchi e lo scrittore dell’articolo e ritengo che sarebbe meglio che io lasciassi che la controversia sia risolta tra di loro».

— Fin qui la notizia diramata ieri dall’Ansa. Conviene però rilevare che da parte della Presidenza della Repubblica l’intervista è stata dichiarata inesistente, e pertanto prive di alcun fondamento le opinioni che lo Stevens ha attribuito al Presidente della Repubblica. Non vi è perciò alcuna controversia fra Gronchi e Stevens «da risolversi tra di loro» — secondo la frase di Dulles di estremo dubbio gusto quando non si voglia considerarla offensiva — bensì la precisazione che l’intervista era frutto di fantasia.

Dulles certamente sa che in America i «columnists», cioè coloro che devono scrivere ogni giorno qualche cosa di politico che assomiglia molto ai nostri articoli di fondo, molto spesso sono portati ad usare le tinte forti, anche per il gusto della sensazione e della notizia. Questa volta però la notizia non c’era; e tutto si è risolto nella sensazione. È strano che il signor Foster Dulles non se ne sia accorto del tutto.

[“Il Popolo”, 8 febbraio 1956. La nota appariva in prima pagina]

Il nodo irrisolto del centro politico

Rideclinare la politica di centro”

Ad un anno dalle elezioni forse è anche arrivato il momento per essere ancora più chiari del previsto e del normale. Almeno su tre versanti che ci coinvolgono direttamente come Popolari, come esponenti di una cultura politica di centro e come politici che non hanno mai coltivato una vocazione meramente testimoniale o, peggio ancora, di semplici spettatori dei processi politici.

Innanzitutto la necessità, oggi, di rideclinare quella che Guido Bodrato amava definire come “politica di centro”. Soprattutto in un clima politico caratterizzato da una pesante e massiccia radicalizzazione del conflitto e attraversato da una altrettanto nefasta polarizzazione ideologica. Tanto a destra quanto, e soprattutto, a sinistra. E proprio la “politica di centro” e non una semplice e banale equidistanza dai due poli, è oggi la vera sfida politica, culturale e programmatica da lanciare nella politica italiana. Una “politica di centro” che, del resto, è sempre stato un caposaldo essenziale del progetto politico della Democrazia Cristiana e della miglior stagione del cattolicesimo politico italiano.

Il ruolo decisivo dei Popolari

Ed è proprio su questo versante che, ed è la seconda considerazione, il ruolo dei Popolari è decisivo ed essenziale per promuovere e valorizzare un vero ed autentico Centro politico e di governo. Certo, non solo i Popolari ma molte altre storiche e tradizionali culture politiche possono e debbono dare un contributo essenziale per ricostruire una prospettiva centrista, riformista e di governo cercando di attenuare, al contempo, la radicalizzazione del conflitto politico nel nostro paese.

Ma senza la cultura cattolico popolare e cattolico sociale, è inutile negarlo anche e soprattutto per ragioni oggettive e storiche, è semplicemente impossibile costruire una “politica di centro” o un Centro o, infine, un progetto politico centrista, riformista e di governo.

Lagibilità politica come condizione

Ma tutto ciò è possibile, ed è l’ultima considerazione, solo se i cosiddetti partiti centristi – perchè sono più d’uno, com’è ovvio ed evidente – danno piena, concreta e fattiva cittadinanza alla cultura, al pensiero e alla tradizione cattolico popolare, cattolico sociale e cattolico democratica. E questo non per rivendicare grigi e banali spazi di potere ma, al contrario, per innervare, rafforzare ed arricchire il progetto politico di questi partiti e delle rispettive coalizioni di riferimento.

Il tutto nel pieno rispetto delle varie sensibilità e del forte pluralismo politico ed elettorale presenti nell’universo valoriale, culturale ed ideale del cattolicesimo politico italiano. Perchè senza una piena, riconosciuta e trasparente agibilità politica, frutto forse di antiche ed ataviche pregiudiziali ideologiche e culturali, il destino non potrebbe che essere quello di assistere la partita dalla tribuna.

 

Il rischio di una presenza testimoniale

E, per dirla in termini ancora più chiari, senza una agibilità concreta e fattiva nei vari partiti e schieramenti questa cultura e i rispettivi protagonisti – ovvero gli eredi della storia, del pensiero e della tradizione del cattolicesimo politico italiano – avrebbero solo il compito di applaudire o fischiare ciò che avviene in campo senza, però, interferire nella partita.

Ecco perché le tre riflessioni che ho avanzato sono intrecciate l’una con l’altra. Solo il tempo ci dirà, da oggi e sino alle ormai prossime elezioni politiche, se e dove esiste la concreta volontà di individuare nella tradizione del cattolicesimo politico italiano una risorsa ed un valore aggiunto e non solo un peso o un retaggio del passato.