Dalla critica del linguaggio alla costruzione della politica
Dopo Parole della politica il Prof. Gianfranco Pasquino, Emerito all’Università di Bologna, ci consegna questo nuovo libro intitolato Il bello della politica, edito sempre da il Mulino.
«L’uomo è per natura un animale politico», scrive Aristotele nella Politica. Da oltre duemila anni questa definizione continua a rappresentare il punto di partenza di ogni riflessione sulla vita associata, sulle istituzioni e sulla democrazia. Eppure, mai come oggi la politica sembra attraversare una profonda crisi di credibilità, schiacciata tra personalizzazione, comunicazione istantanea, populismi e crescente disaffezione elettorale.
È in questo scenario che si colloca il nuovo libro di Gianfranco Pasquino.
Se il precedente saggio era impostato in modo critico evidenziando innanzitutto una discrasia di fondo tra parole e fatti in politica e stigmatizzando l’affabulazione e la personalizzazione come difetti di una politica poco rappresentativa e fondamentalmente declinata in una riduttiva partitocrazia, con questo nuovo saggio l’autore (forte di una lunga e autorevole esperienza accademica) esplora gli aspetti più caratterizzanti delle idee, dei comportamenti e dei protagonisti (come recita il sottotitolo) a cominciare dalla diversità delle visioni e delle risposte date alle sollecitazioni di una società in rapida evoluzione.
E se Parole della politica costituiva soprattutto una rigorosa pars destruens delle degenerazioni del linguaggio pubblico, questo nuovo volume rappresenta la pars construens del percorso intellettuale di Pasquino.
Dopo aver denunciato la progressiva perdita di significato delle parole della politica, l’autore torna a interrogarsi sulla possibilità di restituire dignità alla politica come sapere, come metodo democratico e come esercizio della responsabilità. Sullo sfondo si riconosce la grande tradizione della scienza politica da Max Weber a Norberto Bobbio fino a Giovanni Sartori. Se Bobbio ha mostrato come la distinzione tra destra e sinistra continui a rappresentare una diversa concezione dell’eguaglianza e della libertà, Weber ha insegnato che la politica vive della difficile sintesi tra etica della convinzione ed etica della responsabilità.
Pasquino si muove entro questa tradizione, privilegiando sempre il rigore analitico rispetto alla propaganda e l’argomentazione rispetto allo slogan.
Dal Muro di Berlino alla crisi della stabilità politica
Il discrimine temporale di questa aggiornata riflessione prende una traccia più netta a partire dalla caduta del Muro di Berlino del 9 novembre 1989 ma Pasquino – riprendendo le fila di una analisi radicata e storicamente agganciata al secondo dopoguerra – esprime una valutazione complessiva della politica come scienza, contenuti, progettualità, indirizzi, scelte e schieramenti, riprendendo alcuni temi fondativi come il concetto di democrazia, il posizionamento politico di destra e sinistra (espressione forse di un bipolarismo che non ha retto allo sfrangiamento interno e delle rispettive estreme e non tiene in debito conto il concetto di ‘centro’ che invece ha caratterizzato decenni di vita politica italiana e che ora – ancora una volta – tenta di riemergere tra le contraddizioni delle polarizzazioni contrapposte perché se c’è un qualcosa che ancora la politica non ha saputo trovare è – nel bene e nel male – la stabilità che la giubilata Prima Repubblica ha saputo garantire al Paese in una lunga stagione di gestione della res publica.
In questo libro c’è tutto quello che possiamo e dobbiamo conoscere della politica: lo sguardo iconico è più indulgente rispetto al precedente saggio e la visione d’insieme accomuna mali antichi, degenerazioni, ideali, potenzialità, delusioni, speranze.
Decisamente interessante l’approccio al tema generale attraverso paragrafi che sono come spicchi di un’identità complessa e articolata, affascinante ed autoreferenziale, descrittiva e connotativa di un insieme che solo un politologo attento e informato – che apertis verbis intende prendere le mosse dall’imprinting dato da Giovanni Sartori con quel suo Democrazia e definizioni (che avevo recensito e che resta sullo sfondo come un imprescindibile riferimento per chi voglia avvicinarsi alla politica descrivendone pregi e difetti ma soprattutto idealizzandola come dottrina, secondo indirizzi di matrice weberiana) – può riordinare in un insieme poliedrico ma coerente.
Per questo sinistra, destra, liberismo, democrazia, elettori, società, Occidente, italianità, conservatorismo e progressismo, etica e strategie incompiute non sono concessioni gratuite ad un lessico generico e deteriore o ad un populismo dilagante ma diventano scansioni descrittive, direi quasi scientifiche e comunque epistemologicamente fondate, di una dottrina della politica, organizzata come pensiero, radici e riflessioni in decenni di studi e di approfondimenti accademici: leggere questo libro significa in fondo restituire sul piano teorico quella dignità alla politica che si va perdendo lungo i rivoli dell’astensionismo, dell’indifferenza, del negazionismo, del pressapochismo, del riduzionismo che caratterizzano le ciarle frettolose dei discorsi da bar.
Pasquino, la sinistra e il pluralismo democratico
Nel panorama della scienza politica italiana contemporanea, pochi studiosi possono vantare l’autorevolezza scientifica e la continuità di ricerca di Gianfranco Pasquino, anche prendendo atto dell’onestà intellettuale del suo punto di partenza: “sinistra” è infatti il primo paragrafo del libro e si fa chiave di lettura dell’intera narrazione espositiva ed esplicativa.
Che il Professore sia ideologicamente e politicamente orientato e schierato è risaputo ma ciò non costituisce un vulnus alla sua disamina: la vita (anche culturale e accademica) è fatta di posizionamenti, limature, revisioni critiche in cui si radicano derive fondative che caratterizzano una visione delle cose. Lo stesso Pasquino si sofferma ad evidenziare come la pluralità delle idee, delle posizioni, delle visioni costituisca l’humus del confronto, del dialogo e della discussione su regole, istituzioni, apparati come fossero il sale della democrazia e che grandi interpreti di questa impostazione dialogica si ritrovino in opposti schieramenti: in particolare non sfugge come l’autore si soffermi ad esaminare l’ispirazione e i comportamenti di grandi uomini politici della seconda metà del novecento come Napolitano, Berlinguer, Moro, Craxi.
Forse dovremmo attenderci da Pasquino un nuovo libro che consideri l’eredità disseminata da queste grandi figure e raccolta e impersonificata (personalizzandola) da politici storicamente più vicini o addirittura attuali.
Per capire e decifrare il presente e ipotizzare tassonomie di cultura politica sostenibili sarebbe interessante accostare il passato prossimo al presente confliggente: sarà Pasquino a valutare se ne valga la pena.
La democrazia nell’epoca degli algoritmi
La sua riflessione acquista peraltro un significato ancora più attuale nell’epoca della disintermediazione digitale, nella quale il consenso si costruisce spesso più attraverso gli algoritmi delle piattaforme che nei luoghi tradizionali della rappresentanza. In questo contesto il richiamo alla qualità della deliberazione democratica assume il valore di un antidoto nei confronti della semplificazione populista e della polarizzazione permanente.
La lettura di questo saggio scorre veloce e apre a valutazioni e riflessioni che sembrano coerenti con la sua impostazione di fondo: per salvare la democrazia è necessario il confronto tra posizioni diverse, tra analisi del presente e prospettive future. Solo il dialogo ricco di contenuti, conoscenze e sapienza può restituire dignità ad una politica che troppo spesso deborda nel pressapochismo, nei pregiudizi, nella banalità delle argomentazioni allontanando il Paese reale dal Paese legale, generando quella “ritrazione silenziosa dei cittadini della Repubblica” assai ben descritta dal Direttore Generale del CENSIS Massimiliano Valerii.
In una società composita e complessa, fatta di interessi spesso confliggenti, dove etica ed opportunità, valori e convenienze si mescolano tra loro, gettare uno sguardo sull’insieme può contribuire a stemperare i toni e restituire mitezza, compostezza e dignità al dibattito politico.
La cui bellezza consiste nella consapevolezza di non oltrepassare i confini del pudore e della decenza, nel non scivolare verso l’oltranzismo e le autarchie, causa a loro volta di degenerazioni devastanti come l’odio, le discriminazioni, i conflitti bellici come sta purtroppo accadendo in larga parte del pianeta in nome di un nuovo ordine mondiale che non corrisponde ad una dignità geopolitica ma ad interessi espansivi e di conquista, dove i popoli sono vittime silenziose e sofferenti dello strapotere di pochi potenti.
Le riflessioni di Pasquino inducono quindi inevitabilmente a interrogarsi anche sulle attuali tensioni geopolitiche che rendono necessari i richiami ai valori della democrazia, proiettati sulla ribalta planetaria.
La bellezza del conflitto regolato dalla democrazia
In definitiva, la “bellezza” della politica di cui parla Pasquino non coincide con l’assenza del conflitto.
Al contrario, risiede nella capacità delle istituzioni democratiche di trasformare il conflitto in confronto, la contrapposizione in mediazione, gli interessi particolari in decisioni orientate al bene comune. È questa la grande lezione della democrazia costituzionale europea, oggi messa alla prova da nuove forme di sovranismo, dalla crisi della partecipazione e dalle tensioni geopolitiche che attraversano il mondo.
Viene spontaneo ricordare Alexis de Tocqueville, quando osservava che la forza della democrazia non risiede soltanto nelle istituzioni, ma nelle abitudini civiche dei cittadini. È proprio questa dimensione pedagogica della politica che Pasquino sembra voler recuperare per renderla capace di formare coscienze prima ancora di raccogliere consenso. Per questo il Professore è un accanito sostenitore del voto e della partecipazione e avversa l’astensionismo (elettorale in ispecie) come una perniciosa degenerazione della democrazia rappresentativa.
Più che un elogio della politica, quello di Gianfranco Pasquino è un invito a ritrovarne il significato originario: non la conquista del potere, ma la costruzione della cittadinanza democratica e si tratta di una lezione che tutti abbiamo urgente bisogno di apprendere. Sul fondo di questa riflessione si intravede anche la lezione di Hans Kelsen, secondo il quale la democrazia non è il luogo della verità assoluta, bensì il metodo attraverso cui opinioni diverse possono confrontarsi entro regole condivise. È precisamente questa cultura delle procedure, del pluralismo e del compromesso che Pasquino continua a difendere con rigore scientifico e passione civile.
Quella Camera dei Comuni in copertina
Un’ultima annotazione che cito come significativa iconografia: la copertina del libro riporta una foto della Camera dei Comuni – il parlamento del Regno Unito – e questa scelta non credo sia casuale ma possa suscitare ulteriorità riflessive in un testo che considera quasi esclusivamente la politica italiana e la sua asserita bellezza.
Gianfranco Pasquino, Il bello della politica, ed. il Mulino, 2026