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Ultimi giorni per Rothko a Firenze: pittura come spazio ulteriore

Firenze, 17 ago. (askanews) – Sono alcuni dei dipinti più famosi del mondo, star del mercato, ma anche, e soprattutto, inestimabile patrimonio culturale. Le opere di Mark Rothko, nate da una vita mai banale, carica di momenti difficili, ma guidata da un’idea di “riparare il mondo”, sono riconosciute ovunque, eppure mantengono, ed è la loro forza, una grande componente di mistero. Possono essere soglie sull’ignoto, ci possiamo vedere la luce delle prime stelle o il senso del tempo, la traccia fantasma di quello che è stato e una riflessione profonda sulla storia dell’arte. Qualcuno ci vede anche del misticismo. Nessuna risposta è definitiva, tutte possono essere giuste. Palazzo Strozzi a Firenze gli dedica una mostra che probabilmente nel futuro ricorderemo come memorabile, aperta fino al 23 agosto e che, si prevede, chiuderà con circa 250mila visitatori.

“Con la sua arte Mark Rothko ha ridefinito la pittura del Novecento – ha detto il direttore di Palazzo Strozzi Arturo Galansino – e questa mostra offre un’occasione di incontro unico, profondo, tra le sue opere e i nostri pubblici”.

A curare l’esposizione, insieme a Elena Geuna, il figlio del pittore, Christopher Rothko, che ha sottolineato la relazione del padre con Firenze, motivo guida della mostra, ma anche la decisiva dimensione spaziale delle sue opere. “La gente spesso pensa ai dipinti di mio padre come riflessioni sul colore – ci ha detto – ma io credo che lui fosse più concentrato sulla creazione di luoghi credibili nei quali sia possibile entrare. Di modo che si possa essere nello spazio del dipinto, ma andare anche oltre”.

Il punto è proprio questo: l’apertura di spazi e dimensioni ulteriori, l’amplificazione della pittura, che diventa forma, filosofia, se volete anche un’esperienza spirituale. Che è un guardare la mortalità, ma senza che questa blocchi le sensazioni, che vivono in un discorso più grande e umano. (Leonardo Merlini)

Report, Ranucci: grave la diffusione di un documento interno, denunceremo

Roma, 17 ago. (askanews) – “Grave diffusione di un documento interno strategico per l’azienda visto che rende pubblici i costi di una produzione di punta della Rai come Report. Presenteremo denuncia anche al comitato etico su chi in Rai abbia fornito a Il Tempo tale documentazione sensibile”. Lo scrive il giornalista Sigfrido Ranucci su Facebook, allegando la notizia che gli inviati di Report annunciano querela al quotidiano Il Tempo che oggi ha pubblicato ‘cifre false sugli stipendi’ e ‘a tutte le testate che riprenderanno le informazioni false e scorrette pubblicate’.

La bolla dei titoli tech Usa potrebbe scoppiare, l’allarme di 5 economisti della Bce

Milano, 17 ago. (askanews) – La ricerca economica sulle rivoluzioni tecnologiche passate indica una conclusione preoccupante: è probabile una correzione delle attuali valutazioni di mercato nel settore tech. E una forte correzione dei mercati azionari avrebbe gravi conseguenze per l’area Euro. A scriverlo cinque economisti della Bce in un articolo pubblicato sul blog della banca centrale.

I mercati su entrambe le sponde dell’Atlantico, si legge, riflettono l’entusiasmo degli investitori riguardo al ruolo dell’intelligenza artificiale nel plasmare l’economia e nel trainare gli utili. Queste valutazioni “estremamente ottimistiche” sollevano, tuttavia, il dubbio che ci sia una replica della bolla delle dot-com.

Gli economisti nella loro analisi fanno notare come l’attuale entusiasmo per l’intelligenza artificiale abbia molti precedenti storici: dal boom ferroviario del XIX secolo, all’espansione dell’elettricità e della radio negli anni ’20 a Internet o “era delle dot-com”, negli anni ’90.

Oggi la maggior parte dell’esposizione dell’area euro alle cosiddette Magnifiche sette, le sette più grandi aziende tecnologiche degli Stati Uniti, avviene tramite fondi di investimento, fondi comuni ed Etf. Le famiglie dell’area euro, che stanno sempre più investendo in Etf a basso costo, hanno un’esposizione di circa 440 miliardi di euro ai titoli tecnologici statunitensi, senza essere necessariamente consapevoli del rischio associato. Anche le compagnie assicurative e i fondi pensione presentano un’esposizione significativa alle Magnifiche sette.

Questa struttura basata sui fondi, avvertono dunque gli economisti, è di per sé un canale di trasmissione. Una brusca correzione può costringere i fondi a vendere attività per far fronte ai rimborsi spingendo ulteriormente al ribasso le valutazioni e innescando ulteriori rimborsi. Ecco perché una correzione delle Magnifiche sette è una questione di stabilità finanziaria per l’area dell’euro, e non solo per il settore privato. Lo scenario più grave non è la correzione azionaria in sé, ma una correzione che coincida con una più ampia instabilità del mercato che i responsabili delle politiche non possono facilmente placare: a differenza dell’episodio delle dot-com, avvertono, il punto di partenza odierno lascia decisamente meno margine per tagliare i tassi di interesse o utilizzare la politica fiscale per attutire le conseguenze.

Report, Ranucci: grave diffusione documento interno strategico, denunceremo

Roma, 17 ago. (askanews) – “Grave diffusione di un documento interno strategico per l’azienda visto che rende pubblici i costi di una produzione di punta della Rai come Report. Presenteremo denuncia anche al comitato etico su chi in Rai abbia fornito a Il Tempo tale documentazione sensibile”. Lo scrive il giornalista Sigfrido Ranucci su Facebook, allegando la notizia che gli inviati di Report annunciano querela al quotidiano Il Tempo che oggi ha pubblicato ‘cifre false sugli stipendi’ e ‘a tutte le testate che riprenderanno le informazioni false e scorrette pubblicate’.

Vinicio Capossela e Pierpaolo Capovilla insieme in "Tutti Bodyguard"

Roma, 17 ago. (askanews) – A trent’anni dell’uscita dell’album “Il ballo di San Vito”, il 21 agosto Vinicio Capossela pubblica “Tutti Bodyguard”, una nuova versione di “Body guard”, uno tra i brani originariamente inclusi in quel disco, realizzata insieme a Pierpaolo Capovilla, con la produzione artistica di FiloQ e gli arrangiamenti e la partecipazione della fanfara milanese Fan Fath Al.

Nata in occasione dell’omaggio a Don Andrea Gallo, che si è tenuto a Genova nel decennale della sua scomparsa, “Tutti Bodyguard” conserva un legame profondo con la città che l’ha generata, dalla produzione di FiloQ all’etichetta Pioggia Rossa Dischi, e segna il primo incontro discografico tra Vinicio Capossela e Pierpaolo Capovilla.

Un sodalizio fondato su un’affinità di pensiero e di sguardo che troverà piena espressione nella Ballad Opera “E Morte non avrà dominio”, al debutto il 3 e 4 ottobre al Teatro Olimpico per il Romaeuropa Festival e in tournée successivamente nei teatri di tutta Italia.

“Durante il tour de ‘Il Ballo di San Vito’, l’esecuzione di ìBody guard’ vedeva spesso sul palco, accanto al piano Fender Rhodes zebrato, Renato Striglia in occhiali scuri, giacca e cravatta e a braccia conserte, a rendere fisicamente visibile la bodyguard del testo – racconta Capossela – Trent’anni dopo, il produttore genovese FiloQ, insieme all’esplosiva fanfara milanese Fan Fath Al, hanno prodotto una nuova versione che a mio parere personale mette insieme due grandi momenti musicali degli anni ’90: il dub e i Balcani. L’occasione per rivisitare il testo e reincidere il brano è venuta con l’omaggio a Don Gallo nel decennale della sua morte che si è tenuto a Genova il 30 maggio scorso. La bodyguard che ai tempi accompagnava la strada bassofonda ora viene buona per corazzarsi la coscienza, per tenere lontano il mondo dal divano, per far da guardia a privilegio e santità in un mondo in cui l’alibi della sicurezza blinda ogni singulto di coscienza umanitaria. Pierpaolo Capovilla ha messo la sua voce, la sua faccia e la sua poesia civile (‘qualcuno spieghi agli sbirri che sui cuori innamorati i manganelli sono inutili’, versi degni di Majakovskij) unendosi a noi in questo brano con ambizioni ‘tormentanti’ nella calura di fine estate”.

“Un gioco? Un divertissement, che quasi sembra voler suggellare una neonata fratellanza fra due autori tanto diversi quanto simili, così lontani, così vicini – aggiunge Capovilla – Ma ‘Tutti Bodyguard’ è anche una scherzosa allegoria su questi nostri tempi di mistificazione, nel segno del timore degli altri, un’intima bugia alloggiatasi nei nostri animi impauriti. Vinicio mi ha proposto questa collaborazione così, da un momento all’altro, senza una ragione specifica, se non quella di incontrarci, nella speranza di far fiorire una nuova prossimità, nel segno della bellezza dell’amicizia. Speranza non vana. Non ci conoscevamo ancora, se non per sortite repentine, di sfuggita, nel bizzarro mondo dello spettacolo, ed eccoci qui, insieme, a disavventurarci in una canzone, quasi a suggerirci: ma guarda un po’! Come una canzone riesce ad avvicinare i cuori, i sentimenti, quelle amorevolezze di cui non siamo mai sazi. Non posso che ringraziarti, Vinicio, per la fiducia e l’affetto che mi doni, chiedendomi in cambio niente di meno che l’entusiasmo della nostra reciprocità. E così sia, amico mio, ne combineremo delle belle! Ce la spasseremo!”.

“Tutti Bodyguard” verrà presentata dal vivo alla quattordicesima edizione dello Sponz Fest, in Alta Irpinia, nelle serate del 28 e 29 agosto.

La tournée di “E Morte non avrà dominio”, dopo il debutto al Romaeuropa Festival il 3 e 4 ottobre al Teatro Olimpico di Roma, proseguirà il 9 e 10 ottobre 2026 al Teatro Due di Parma, 13 e 14 ottobre al Teatro delle Muse di Ancona, il 21 ottobre al Teatro Augusteo di Napoli, il 24 ottobre al Teatro Politeama Mario Foglietti di Catanzaro, il 28 e 29 ottobre al Teatro Massimo di Cagliari, il 1° e 2 novembre al Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano, il 4 e 5 novembre al Politeama Genovese di Genova, 18 novembre al Teatro Sociale di Como, il 22 e 23 novembre al Teatro Colosseo di Torino, il 2 dicembre al Teatro Duse di Bologna, il 5 dicembre al Teatro Lyrick di Assisi, il 6 dicembre al Teatro Galli di Rimini, il 19 dicembre al Teatro Goldoni di Livorno, il 21 dicembre al Teatro Verdi di Firenze.

Lo spettacolo è prodotto da IMARTS, Fondazione Teatro Due Parma e La Cùpa.

E’ morta a 36 anni Hayden Panettiere, attrice star di Heroes e Nashville

Roma, 17 ago. (askanews) – Hayden Panettiere, l’attrice nota per i suoi ruoli in serie televisive come Heroes e Nashville, è morta all’età di 36 anni. La morte di Panettiere è stata confermata ieri sera da un suo rappresentante al Guardian, dopo essere stata riportata per la prima volta dalla rete televisiva statunitense ABC News. Non sono state rese note le cause del decesso.

“È con profonda tristezza che annunciamo la tragica scomparsa della nostra amata Hayden. Era una luce incredibile e una forza della natura che ha portato amore e gioia incommensurabili a tutti coloro che la conoscevano e ai milioni di persone che l’hanno vista sullo schermo”, ha dichiarato il padre, Skip Panettiere, in un comunicato, chiedendo rispetto per la privacy “mentre la famiglia ha bisogno di tempo per elaborare questa perdita inimmaginabile”.

Nata nel 1989, Panettiere è stata una bambina prodigio che ha iniziato a recitare a soli 11 mesi, apparendo in uno spot pubblicitario di giocattoli. Ha debuttato sul grande schermo prestando la voce a Dot in A Bug’s Life, all’età di nove anni.

Nel 2000 è apparsa in Remember the Titans. Nel 2004, ha ottenuto il suo primo ruolo da protagonista interpretando la figlia del personaggio di Bill Pullman in Tiger Cruise su Disney Channel. Panettiere ha raggiunto la fama mondiale a soli 17 anni interpretando l’invulnerabile cheerleader Claire Bennet in Heroes, una serie con il celebre e misterioso motto: “Salva la cheerleader, salva il mondo”. La serie è stata un successo ed è andata in onda per quattro stagioni, dal 2006 al 2010.

Panettiere ha anche ricevuto due nomination ai Golden Globe per la sua interpretazione della tormentata star della musica country Juliette Barnes in Nashville. Undici canzoni che la Panettiere ha registrato per Nashville sono entrate nella classifica Hot Country Songs di Billboard durante la messa in onda della serie, tra cui due con la sua co-protagonista Connie Britton. È apparsa anche nel ruolo di Kirby Reed in Scream 4 (2011) e Scream VI (2023).

Attentato a Ranucci, il legale di Lavitola: non vuole ritrattare ma chiarire

Milano, 17 ago. (askanews) – “Non si tratta di ritrattare o di dire di cose diverse: si tratta semplicemente di puntualizzare e offrire un’interpretazione autentica di ciò che è già stato riferito. Questo ci è possibile perché in sede di udienza al Riesame è possibile rendere dichiarazioni spontanee”. Lo ha detto l’avvocato Arturno Cola, difensore di Valter Lavitola, prima di incontrare nel carcere il Rebibbia il proprio assistito accusato di essere il mandante dell’attentato al conduttore di Report Sigfrido Ranucci.

L’udienza davanti al Tribunale del Riesame non è stata ancora fissata. Secondo il suo difensore, “sono due i punti” che Lavitola dovrà “puntualizzare” ai giudici: “Il primo è la modalità esecutiva dell’attentato e il secondo è il movente”, ha spiegato Cola in una dichiarazione andata in onda su SkyTg24.

Kallas: in autunno nuova lista di sanzioni contro la Russia

Roma, 17 ago. (askanews) – L’Alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha annunciato l’intenzione di aumentare di un terzo il numero dei soggetti russi sanzionati per la guerra in Ucraina.

“Questo autunno presenterò la lista di sanzioni più ambiziosa dall’inizio della guerra – ha detto in un’intervista al quotidiano tedesco Die Welt – se adottate, il numero degli individui e delle entità russe sanzionate aumenterebbe di un terzo”. Secondo Kallas, “le sanzioni dell’Unione Europea sono già costate caro alla Russia, privando la sua macchina bellica di oltre 1.000 miliardi di euro”.

Dall’inizio della guerra, nel febbraio 2022, l’Unione Europea ha adottato 21 pacchetti di sanzioni contro la Russia, prendendo di mira quasi 3.000 individui ed entità, secondo la Commissione europea.

Temporali e calo termico

Milano, 17 ago. (askanews) – L’anticiclone che ha sostenuto la lunga fase di caldo sull’Italia comincia a perdere forza e apre una settimana di transizione, con temporali dapprima irregolari e un peggioramento più organizzato atteso da giovedì 20 agosto al Centro-Nord. Le temperature sono destinate a diminuire, inizialmente senza variazioni drastiche e poi in modo più sensibile soprattutto sulle regioni settentrionali e lungo il versante tirrenico. La tendenza è indicata dalle previsioni di iLMeteo.it ed è accompagnata già nella giornata di lunedì 17 da un quadro di instabilità per il quale la Protezione Civile ha valutato l’allerta gialla meteo-idro in 13 regioni.

Il primo cambiamento interessa dunque l’Italia già all’inizio della settimana. Correnti più fresche in quota incontrano l’aria calda e umida presente nei bassi strati, favorendo lo sviluppo di rovesci e temporali. Il Dipartimento della Protezione Civile prevede dalla tarda mattinata di lunedì precipitazioni sparse, prevalentemente a carattere temporalesco, su Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto ed Emilia-Romagna, in successiva estensione a Toscana, Umbria, Marche e Abruzzo. I fenomeni potranno essere accompagnati localmente da forti raffiche di vento, grandine e intensa attività elettrica.

Secondo Federico Brescia, meteorologo di iLMeteo.it, questa prima fase perturbata dovrebbe restare relativamente rapida e discontinua. Le aree inizialmente più esposte comprendono Alpi e Prealpi, Nord-Est, Levante ligure, alta Toscana e parte del versante adriatico. Non si tratta quindi di una fase di maltempo uniforme su tutto il territorio nazionale: i temporali possono alternarsi ad ampie zone asciutte e colpire in maniera molto diversa anche aree vicine. Le previsioni ufficiali della Protezione Civile confermano per lunedì precipitazioni temporalesche distribuite su numerosi settori del Centro-Nord e fenomeni più isolati anche in alcune zone meridionali e insulari.

Martedì 18 il nucleo dell’instabilità dovrebbe spostarsi progressivamente verso il Centro-Sud, mentre al Nord sono attese condizioni più stabili e maggiori schiarite. Rovesci e temporali potranno ancora interessare soprattutto le aree appenniniche e le zone interne, con un quadro più soleggiato altrove. La Protezione Civile indica per martedì precipitazioni sparse su settori appenninici di Marche e Umbria, Abruzzo, Lazio centro-meridionale, Molise, aree interne della Campania, Basilicata, parte della Puglia e Calabria, oltre a fenomeni più isolati su altre zone.

Tra martedì e mercoledì 19 è prevista una breve parentesi più stabile. Al Nord dovrebbe prevalere il sole, salvo la possibilità di qualche temporale sui rilievi, mentre al Centro e al Sud l’instabilità pomeridiana resterà più probabile sulle aree montuose. Per mercoledì le elaborazioni di iLMeteo.it indicano in generale ampie schiarite e fenomeni più circoscritti, una pausa destinata però a durare poco. La data del 19 agosto è quella corretta per il mercoledì della settimana, mentre il riferimento al “mercoledì 12” presente nella scansione giornaliera originaria è incompatibile con il calendario e con le previsioni aggiornate.

Il passaggio più significativo viene prospettato da giovedì 20. Le elaborazioni illustrate da Brescia indicano l’avvicinamento di una perturbazione atlantica destinata a entrare inizialmente dal Nord-Ovest e a coinvolgere successivamente il resto del Settentrione e i settori tirrenici. Le proiezioni disponibili delineano quindi una fase più organizzata rispetto ai temporali di inizio settimana, con precipitazioni diffuse e la possibilità di fenomeni localmente intensi. Anche altre previsioni diffuse nelle ultime ore descrivono per la seconda parte della settimana un nuovo affondo perturbato sul Centro-Nord.

L’attenzione riguarda in particolare la possibile intensità dei temporali. Dopo settimane di temperature elevate, l’atmosfera e le superfici marine hanno accumulato calore e umidità; l’arrivo di aria più fresca può aumentare l’instabilità e favorire lo sviluppo di celle temporalesche capaci di produrre grandine e forti raffiche di vento. iLMeteo.it segnala per giovedì e i giorni successivi il rischio di temporali anche violenti e grandinate, soprattutto al Nord e lungo il versante tirrenico. Si tratta tuttavia di una previsione a più giorni di distanza: posizione, tempi e intensità dei fenomeni più forti dovranno essere precisati con gli aggiornamenti successivi.

Il cambiamento riguarderà anche le temperature. Tra lunedì e martedì è previsto un primo ridimensionamento del caldo, non sufficiente ovunque a determinare una svolta netta ma in grado di attenuare le punte più elevate. Il calo dovrebbe diventare più evidente nella seconda parte della settimana al Nord e sulle regioni tirreniche, in concomitanza con l’ingresso della perturbazione. Al Sud, invece, la fase più calda e stabile potrebbe resistere più a lungo.

Cagliari in ansia per Yael Trepy, il calciatore ha rischiato di annegare

Roma, 17 ago. (askanews) – Il Cagliari è in ansia per Yael Trepy, dopo che il giocatore ha rischiato di annegare in piscina, a Porto Cervo. Con una nota il club ha comunicato che l’attaccante “è attualmente ricoverato presso l’ospedale civile Santissima Annunziata di Sassari dove si trova in terapia intensiva. Il club è in costante contatto con la struttura sanitaria e con la famiglia del calciatore e segue con la massima attenzione l’evolversi delle sue condizioni”. Nulla di più finora è trapelato. La squadra, dopo la partita di coppa Italia di venerdì con l’Arezzo, in cui Trepy aveva giocato titolare, aveva usufruito di due giorni di stacco. Per riprendere oggi in vista della trasferta di Parma per la prima di campionato.

Mogol compie 90 anni, una vita nella canzone italiana

Milano, 17 ago. (askanews) – Oggi Giulio Rapetti Mogol compie 90 anni. Nato a Milano nel 1936, è tra gli autori che hanno lasciato l’impronta più profonda nella canzone italiana, accompagnandone per oltre sessant’anni cambiamenti, mode e nuove generazioni di interpreti. Figlio di Mariano Rapetti, dirigente della Ricordi e autore di testi, entra giovanissimo nell’ambiente musicale e comincia a scrivere alla fine degli anni Cinquanta. Nel 1959 la Siae gli assegna lo pseudonimo Mogol, diventato nel 2006 anche parte ufficiale del suo cognome.

Il primo grande successo arriva nel 1961 con “Al di là”, vincitrice del Festival di Sanremo nelle interpretazioni di Betty Curtis e Luciano Tajoli. Negli anni successivi firma testi e adattamenti per numerosi artisti, ma è l’incontro con Lucio Battisti, a metà degli anni Sessanta, ad aprire la stagione più celebre della sua carriera. Da quel sodalizio nasce un repertorio entrato stabilmente nella memoria collettiva, a cominciare da “29 settembre”, fino a “Acqua azzurra, acqua chiara”, “Emozioni”, “Fiori rosa, fiori di pesco”, “Il mio canto libero”, “Ancora tu”, “Sì, viaggiare” e “Con il nastro rosa”.

Con Battisti, Mogol costruisce un linguaggio capace di trasformare sentimenti, inquietudini, desideri e scene della vita quotidiana in parole immediate, riconoscibili, destinate a essere cantate da generazioni diverse. La collaborazione si conclude nel 1980, ma la sua attività prosegue senza interrompersi. Nel corso degli anni lavora, tra gli altri, con Mina, Adriano Celentano, Bobby Solo, Caterina Caselli, Riccardo Cocciante, Mango, Gianni Morandi e Gianni Bella, contribuendo a brani come “Una lacrima sul viso”, “A chi”, “Celeste nostalgia” e “L’emozione non ha voce”.

Alla scrittura affianca poi un impegno crescente nella formazione. Nel 1992 fonda in Umbria il Cet, Centro Europeo di Toscolano, scuola dedicata ad autori, compositori e interpreti, con l’obiettivo di trasmettere esperienza e strumenti professionali alle nuove generazioni. Dal 2018 al 2022 è inoltre presidente del Consiglio di Gestione della Siae, ruolo che aggiunge un’altra tappa a una carriera vissuta per decenni dentro il sistema musicale italiano.

Lega, A. Fontana: c’è malessere. Salvini? Nessuna soluzione esclusa

Roma, 17 ago. (askanews) – “Succede che i nostri militanti, non solo in Lombardia ma in tutto il Nord, ascoltano i cittadini e segnalano un malessere”. Così Attilio Fontana, intervistato dal Corriere della sera, descrive il clima interno alla Lega. “Nel direttivo, con il segretario Massimiliano Romeo, abbiamo dato voce a questo malessere – spiega il presidente della Regione Lombardia – e alle esigenze di amministratori e cittadini, proponendo valutazioni politiche a partire da un dato di fatto: siamo passati dal 34 al 5 per cento dei voti. Insomma, il problema c’è, e quindi è opportuno lavorare per trovare una via d’uscita da questo declino e arrivare a una soluzione è utile non soltanto per la Lega, ma per tutto il centrodestra”.

All’intervistatore che gli chiede se è possibile che venga chiesto al leader del partito, Matteo Salvini, un passo indietro o un passo “di lato”, Fontana risponde: “Nessuna soluzione va esclusa a priori. La Lega non teme il rinnovamento. Chiediamo di rivedere in modo sostenibile ed effettivo l’impostazione del nostro partito, per valorizzare i suoi stessi asset. Perché ce n’è un gran bisogno ora. E il rilancio della Lega è una condizione prioritaria per l’intera coalizione di centrodestra”, conclude Fontana.

Europei di atletica, Trionfo Italia con 4×400 e Iapichino

Roma, 17 ago. (askanews) – Trionfo storico agli Europei di Birmingham, azzurri padroni in casa della Gran Bretagna. Per la seconda edizione consecutiva l’Italia conquista il medagliere e anche la classifica a punti. È un’impresa memorabile: 10 ori, 6 argenti, 6 bronzi, in totale 22 medaglie. Più ori di tutti, più medaglie di tutti. L’Italia è in cima anche nella classifica a punti, a quota 226 eguagliando il record di 45 finalisti, e si conferma ai vertici dell’atletica europea due anni dopo Roma 2024.

Tutto si decide all’ultima gara di un’ultima serata pazzesca: il primo leggendario oro della 4×400 maschile azzurra agli Europei battendo la Gran Bretagna di soli tre centesimi. Fantastica la staffetta con Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati in 2:59.16 per festeggiare il successo con un finale da batticuore che vale il sorpasso nel medagliere. “È straordinario – le parole di Benati – un po’ tutti sapevamo che potesse accadere. Il britannico dietro mi metteva un po’ di pressione e infatti alla fine ha provato ad attaccare, ma sono rimasto in piedi. Ovviamente sono molto contento, però ho fatto una scommessa con Sibilio, se avessimo vinto avrei dovuto tagliare i capelli a zero, penso proprio che nella prossima gara mi vedrete pelato”.

Pochi minuti prima, il meraviglioso oro di Larissa Iapichino con 7,00 appena ventoso (+2.1) al primo salto: la prima azzurra a vincere il titolo continentale all’aperto nel lungo femminile in una gara combattutissima, di un solo centimetro e anche qui davanti a una britannica, Jazmin Sawyers (6,99/+2.2). “E’ stata una gara di altissimo livello – le sue parole – ma questo è il livello che c’è in Europa, è praticamente un Mondiale, sono assenti giusto tre o quattro atlete, letteralmente sarebbe una finale del Campionato del Mondo”.

La gioia per un titolo che non aveva vinto neppure Fiona May: “Sono veramente molto felice di aver regalato a me e al mio team, al mio allenatore, alla mia famiglia questa medaglia, che significa tantissimo dal punto di vista familiare. Abbiamo aggiunto un titolo, perché mia mamma non l’aveva mai vinto, quindi sono la prima lunghista ad aver vinto un Europeo, ho fatto il filotto dei titoli europei che posso vincere, poi l’ho vinto in una terra che mi ha cresciuta, è la terra di mia mamma, c’era tutta la mia famiglia dalla parte materna a sostenermi, e quindi è un oro che vale doppio”.

Poi lo splendido bronzo nella 4×400 femminile che torna sul podio europeo dopo 10 anni con Alessandra Bonora, Anna Polinari, Alice Mangione ed Eloisa Coiro in 3:23.57. È la Nazionale italiana più forte di sempre, una squadra azzurra che continua a dominare in Europa. Nel medagliere chiude seconda la Gran Bretagna con 9 ori, 8 argenti, 2 bronzi (19 in tutto), terza la Germania a 6-10-5 (totale di 21) e le stesse nazioni finiscono alle spalle dell’Italia nella classifica a punti, Gran Bretagna con 211,5 e Germania con 196.

Ancora Guccini: dalla “Locomotiva” al quotidiano come politica

Guccini era un esistenzialista, e quantunque gli Anni ‘70 fossero in Italia l’estrinsecazione del Sessanotto antiborghese, i suoi fans, e il pubblico dei suoi concerti di estrazione cristiana (più che cattolica; con l’Azione Cattolica in pochissimo tempo evaporata, nascevano di contro numerose Comunità di base), i seguaci dei Balducci, dei Franzoni, dei Gérard Lutte, dei Küng, cosa vuoi che ascoltassero.

Accanto alla sensibilità religiosa, libertaria, di De André, il precursore, e alla celebrazione dello scontro di classe di Paolo Pietrangeli, (“Contessa”), dopo il primo cantautorato che veniva dalla Francia (Brel, Becaud, Michel Berger), a seguire i Tenco e i Lauzi, si andava affermando l’ascendente americano, Dylan (Blowin’ the wind), la Baez (We shall overcome), Pete Seeger (Where have all the flowers gone). E accanto a certo collateralismo di altri al P.C.I. (Venditti, De Gregori, Bennato) si andava affermando questo ragazzone bolognese, che veniva – toh – da “Dio è morto” del ’63, da “Noi non ci saremo” (1967; pubblicato da I Nomadi in quanto Guccini non era iscritto alla SIAE) e da “Auschwitz”, del Settembre 1966, di Vandelli e Iller Pattacini, sempre perché Guccini non era iscritto alla SiaE, lato B del 45 “Bang bang” della Equipe 84, portata poi al successo sempre da I Nomadi. Guccini la pubblicò col titolo “La canzone del bambino nel vento”.

 

Il politico di Guccini non può essere ristretto a “La locomotiva”

L’orecchio esistenzialista e spirituale di un certo mondo giovanile, magari impegnato politicamente nei Licei e nelle Universitá insieme a “Lotta Continua” e alla F.G.C.I. (meno), e distante dagli iniziali integralismi di C.L., colse qualcosa che andava oltre il trascinante ritmo cavalcante de “La Locomotiva” e la sua messaggistica politica (tant’è che per Guccini si trattava ‘solo’ di una storia personale; ma, attenzione, non del tutto, “La Locomotiva” non è un ‘incidente’ politico di percorso).

Infatti, assai al contrario di quel che si pensi e che pure ci si è persi a ribadire in questi giorni, la ricerca storica locale, la letteratura e la poetica di Guccini costituiscono un abbecedario Politico di grande rilievo per un impegno di ri-generazione culturale e sociale oggi decisivo contro lo svincolamento da ogni legame e il non riconoscimento della dipendenza da un’Alterità.

“Incontro”, “L’isola non trovata” “Canzone di notte n.2”, “Il vecchio e il bambino”, “Le osterie di fuori porta”, “100, Pennsylvania Avenue”, e in primis “Canzone per un’amica”, non sono meno politiche de “La locomotiva”. E quest’ultima è molto più di una storia prersonale: è una una canzone di lotta, e una grande metafora gucciniana sulla spesa personale in quel che si crede, e non si sbaglia considerarla tale.

 

Lo sguardo ‘oltre’ che sfida il disincanto e genera relazioni nella verità

Ma forse Guccini, con il suo stile e il suo modo di essere agnostico, il disincanto che si rientri in un grandioso progetto salvifico d’un Essere supremo che però non ci spiega perché intanto bisogna soffrire e morire, vuole rilanciarci una intenzionalità relazionale che è la vera rivoluzione umana che gli altri si attendono da noi.

Guccini celava nelle sue canzoni un oltre: l’intravisto nella vita ci sfuggge come l’isola che appena vicina sparisce di nuovo. Eppure ne siamo attrattti perché, come dice il vero titolo della poesia di Guido Gozzano da cui è tratta, è “la più bella”.

C’è in Guccini una selezione delle parole accuratissima, e la musica vi si adatta. La rima è d’obbligo, e serve a far scivolar via come nella poesia ciò che non deve e non può essere trattenuto ma solo intuito. Come ha detto queste sere Vecchioni, Guccini è il grande poeta del disincanto, “della malinconia che non passa e della verità che non arriva”.
Alla pari di quello che anni fa scrisse Magris sull”opera di Borge, il cantautore bolognese ci insegna che il mondo non è un’enciclopedia, e che lo sforzo meticoloso di catalogarlo rivela ciò che le parole patiscono: la descrizione di cose che non vedono e non afferrano. La realtà ha innumerevoli forme, e biogna resistere a voler fare un catalogo del mondo, alla tentazione d’impadronisi della fuggevole molteplicità della vita rinserrandola in una canzone.
Il cantore di Pàvana sa che purtroppo la vita si sottrae allo sforzo dell’acrobazia delle parole che prrsumono d’afferrarla, è sempre altrove, fuori da quella strofa o da quella pagina come ogni rraltà è sempre fuori da come noi pensiamo di illustrarla e celebrarla.

Le parole di Guccini dicono la nostagia della vita ch’esse inseguono

Alla pari di Borges, le parole di Guccini dicono la nostalgia per la vita vche esse inseguono. Come bene sottolinea Magris per la poesia di Borges “L’altra tigre”, essa riesce soltanto con le sue rime e le sue figure retoriche a disegnare una tigre di carta, e non già a raggiungere l’altra tigre, quella che striscia nella foresta al di là di ogni verso.

«Il tempo è una tigre che mi divora, ma io sono la tigre», dice Borges, e Guccini è esattamente questo. Ne “La canzone dei dodici mesi”, al mese di Dicembre dice: “Ma nei tuoi giorni dai profeti detti nasce/ Cristo la tigre, nasce Cristo la tigre.”.

Una filosofia libertaria e dell’esistenza incomprensibile alla sinistra ufficiale

Ma non solo la filosofia quotidiana del mondo di Pàvana e di “Radici”, “Piccola città” (famosi ‘la casa’ e il mitico ‘fra la via Emilia e il West’), ma anche la filosofia della vita che esce da “Incontro”, “Un altro giorno è andato” (ne “L’isola non trovata” del 1970), “Canzone delle osterie di fuori porta” (in “Stanze di vita quotidiana” del 1974; da qui il commento del critico Riccardo Bertonceelli che sentenziava Guccini esaurito), “In morte di S.F.” del 1967, “Primavera di Praga” (in “Due anni dopo”, 1970: “Dimmi chi era che il corpo portava / La città intera che lo accompagnava / La città intera che muta lanciava / Una speranza nel cielo di Praga”) fanno di Guccini quel gigante di cui ha parlato Zuppi alle esequie del poeta e letterato: “Servono giganti… quelli con il cuore grande, con tanta umanità, gratuita, che condivide e non calcola…”.

Questa filosofia, questo modo di esser presente nella Storia, che è ‘Politica’ eccome, evidentemente non è stata intesa da D’Alema, che nel precisare che Guuccini non era comunista ma un anarchico libertario, al massimo socialista, ha colto l’occasione per sentenziare “La locomotiva era una canzone disperata, l’esatto contrario della sinistra e del P.C I., che era gioia, voglia di vivere”. E poi: “Non siamo mai stati amici. … A noi piacevano le canzoni d’amore , Guccini è stato un compagno di strada sonoro, ma non aveva nulla della sinistra ufficiale” (Dagospia, 7 Agosto 2026).

Si vede che Guccini deve essere stato avvertito come pericoloso per quella ‘gioiosa macchina da guerra’ che si riteneva il PCI, e si vede che D’Alema deve aver ancora di traverso il fatto che quando lui dal 1975 al 1980 era Segretario della grigia ingessata F.G.C.I., che arrivava in clamoroso ritardo all’aggancio con il Sessantotto, il mondo delle Comunità di base e dei gruppi giovanili spontanei nel mondo delle parrocchie e dei preti organizzava ancora centinaia di migliaia di giovani (stima sua), rendendo ridicola ogni concorrenza in tal senso con quanto poteva mettere a disposizione il Partito.
Per non parlare delle manifestazioni e delle attività nella Scuola, dove di solito i cattolici si trovavo più a loro agio con i Movimenti della sinistra extraparlamentare (Lotta Continua, etc.) che non con le truppe cammellate del PCI.

 

In morte di S. F..  Vorrei sapere a che cosa è servito vivere, amare, soffrire

Era di San Valentino di Castellarano, Reggio Emilia, la protagonista della canzone con cui Guccini apriva sempre i suoi concerti (eccezion fatta per una volta a Firenze quando iniziò con “Libera nos domine”), Silvana Fontana.
60 anni fa esatti aveva 24 anni. L’incidente avvenne il 2 Agosto 1966, suull’Autosole, a circa dieci chilometri dal casello di Reeggio Morì all’ospedale poche ore dopo. 

Franco Ceccarelli della “Equipe 84”, con cui Guccini collaborava, ricorda che si era al Festival nazionale de “L’Unità” a Ferrara, c’erano cinquantamila persone, loro e Daolio non potettero sganciarsi. Guccini quel giorno era a Milano, a registrare “Francesco – Folk Beat N. 1”. Tornò a Pàvana e lì in ricordo della loro amica del Bar Grande Italia di Modena (Guccini, Daolio, etc.) buttò giù “In morte di S.F.”, che all’ultimissimo momento riuscì ad inserire nel suo primo album. Per controversie con l’Anas, che temeva una cattiva pubblicità, cambiò il titolo in “Canzone per un’amica”.

Come tutti sanno Guccini cominciava sempre i suoi concerti (salvo una volta) con il ricordo di S.F, e li terminava – a gran richiesta – con la cavalcata del macchinista giustiziere.
Naturalmente un motivo c’è per l’una e per l’altra. Si tratta ancora di domande sull’‘oltre’, che spesso nelle relazioni sembrano affacciarsi, e su cui si potrebbero tirare conclusioni disarmanti: se sei morta vorrei sapere che te ne fai del vivere – amare – soffrire, spenderti per cosa? (Guccini ha ventisei anni).
Lo dice in “Incontro” del 1972:

“Siamo qualcosa che non resta/
Frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno”.

Con la morte va tutto in fumo, siamo transitòri.

Sembrerebbe avvalorare una sorta di di-sperazione È invece una rassegnazione. L’incolmabile differenza che c’è tra il desiderio e ciò che invece accade. Un destino. Riecheggia “Pensiero alla morte” di Papa Paolo VI: “Di solito la fine della vita temporale, se non è oscurata da infermità, ha una sua fosca chiarezza: quella delle memorie, così belle, così attraenti, così nostalgiche, e così chiare ormai per denunciare il loro passato irricuperabile e per irridere al loro disperato richiamo.”.
Disperato richiamo. Guccini, un agnostico possibilista. Un disincanto incerto. Ma nel finale de “La locomotiva” c’è una reazione vivida a questa forma di spleen, di disagio esistenziale, attraverso questa volta la volitività di superare la scomparsa del ferroviere: ma noi vogliamo pensarlo ancora lì al suo posto, a far correre la macchina a vapore, e speriamo ci giunga ancora notizia di locomotive lanciate a bomba contro l’ingiustizia.

Un ‘sano realista’ direbbe Papa Leone XIV, e anche un coltivatore delle possibilità di riscatto che nonostante tutto la Storia offre.

Riaccendere l’umanesimo politico

La persona al centro della politica

Di umanesimo politico si deve parlare. Disporre il proprio impegno sociale in funzione della persona, dei suoi valori, al fine di ravvivarne il senso etico, è responsabilità della politica e suo precipuo dovere morale. Lo Stato acquista autorità proprio per salvaguardare queste realtà preesistenti ad esso e deve potersi caratterizzare ripudiando ogni idealismo o utopia politica. Un sano realismo fortifica, permea tutta una concezione politica che è espressione di un’intrinseca visione naturale.

Se l’uomo realizza nell’azione politica i valori della sua personalità, per cui agere sequitur esse, e nel compiere azioni li incrementa, la politica non servirà solo a studiare i mezzi di valorizzazione della vita sociale, ma a provvedere, altresì, ad alimentare una visione di crescita piena e feconda di valori nella società, diversamente ingannata da accomodanti quanto impropri interessi di parte, il cui unico fine è falsificare il bene, impoverire i territori.

Nel pensiero di Tommaso d’Aquino, la società è il mezzo per la libera esplicazione delle umane potenzialità: naturaliter homo homini amicus. Ecco che, da questo spunto, può riaccendersi il faro politico la cui luce richiama al servizio verso il popolo. Dopotutto, la società politica è sorta come uno strumento verso il bene comune da attuare. Rispetto alla natura della società, il bene comune di una collettività è la causa finale per cui essa sorge. Quindi, quest’ultimo – il bene comune – non può essere mai sacrificato a interessi astratti – di una indefinita “società” – che si contrappongano al bene comune per cui essa ha avuto origine. Sarebbe una contraddizione assai nociva per la democrazia, per l’esistenza di uno Stato di diritto.

 

Bene comune, libertà e cultura civile

Cerchiamo di comprendere perché non si può procedere contro la natura sociale. Se l’uomo si riunisce in società per attuare un bene comune, ne consegue che la socialità non è solo una predisposizione naturale, ma anche una partecipazione volontaria: il nascere in una società non esclude che si accetti volontariamente quel legame che abbiamo con essa. Noi lo accettiamo finché vediamo rispettati i nostri diritti naturali, finché vediamo che non è violata la legge naturale che è in noi. Infatti, è la legge naturale la norma che regola i rapporti umani: la società deve tenere presenti le sollecitazioni di questo primo diritto innato; soprattutto, è tenuta a non mortificare la libertà intellettuale: il lavoro intellettuale deve essere concepito come un vero servizio alla comunità. L’assenza di pensiero non genera capacità socio-politica e, ancor più, senza istruzione non si può parlare di cultura civile.

 

La legge naturale come norma di ragione

Ergo: il diritto naturale non è una scoperta di Tommaso d’Aquino, è piuttosto un argomento con cui l’Aquinate supera la tradizione greca, avvicinandosi alla tradizione romana, quella giusnaturalistica. In particolare, si rifà allo jus naturale di Ulpiano. Aristotele si era fermato al concetto di iustum naturale. Il merito fondamentale dell’Aquinate, rispetto alla dottrina del diritto naturale, è di aver identificato la legge naturale con la natura. Ne derivano due assiomi: la legge naturale non è una norma che si sovrappone alla realtà umana, ma ha un preciso carattere di interiorità. La legge naturale, non in quanto naturale, è istintiva e irrazionale, ma ha sempre carattere di razionalità. Infatti, ogni legge è una norma di ragione.

Come principio di condotta, era logico che san Tommaso attribuisse la legge ad un atto essenziale di ragione e non solo di volontà, in quanto, se nell’azione dobbiamo avere presenti i vari gradi dell’essere e compiere una scelta, questa scelta deve essere prima intellettiva, poi pratica.

Anche se l’uomo non avesse in sé insita la legge naturale, dovrebbe sempre rifarsi alla natura, per prendere da essa lo schema della sua azione. Nel momento in cui l’individuo si pone di fronte a questi principi naturali, ecco che egli compie un’azione di ragionevolezza. La virtù che regola l’uomo nell’agire secondo i principi della legge interna a lui, ed a tutta l’umanità, è la virtù della giustizia: ordine dell’essere e dei vari enti in piena armonia, la cui manifestazione e traduzione esteriore è la pace, trasposizione dell’ordine, consonanza che la società oggi, eccessivamente prona a interessi legati al mantenimento del potere, ha perso.

 

Un Centro che torni all’anima popolare

Per rimettere in moto la politica in Italia, sempre più propensa a detenere un potere che logora chi ne dispone poiché di fatto infruttuoso per la povera gente, è il caso di riaccendere l’umanesimo in politica, con un Centro capace di attingere dall’anima popolare? È il caso di riattivare un pensiero pensante che abbia a cuore il dialogo costruttivo, la giustizia sociale, l’umanità?

Impresa, persona e wellbeing aziendale

La tecnologia al servizio della persona

Nel tempo dell’intelligenza artificiale, la domanda che dovremmo porci non è quanto la tecnologia sia efficiente, ma se davvero aiuti la persona a vivere e lavorare meglio. È il punto essenziale di una riflessione sul lavoro che parte dal presupposto per cui l’essere umano deve restare il fine – e non il mezzo – di ogni processo produttivo, economico, sociale e culturale.
Papa Leone XIV, nell’Enciclica Magnifica Humanitas, osserva che i lavoratori «sono spesso costretti ad adattarsi alla velocità e alle richieste delle macchine, piuttosto che siano queste ultime a essere progettate per aiutare chi lavora». Quando la macchina detta il ritmo, l’algoritmo misura tutto e la creatività viene imprigionata dentro parametri impersonali, il lavoro rischia di perdere la sua dimensione umana e di generare così stress, disorientamento e burnout.
Eppure il lavoro, nella sua dimensione originale, non nasce per consumare la persona, ma per elevarla. Giorgio La Pira ricordava che la struttura dell’essere persona «è così fatta da non potersi espandere e perfezionare se non lavorando, cioè ponendo nell’esistenza cose che prima dell’intervento del lavoro umano non erano esistenti». Secondo questa prospettiva, il lavoro – essenziale per la realizzazione del bene comune – diventa, per utilizzare le parole di Papa Leone XIV, «luogo di espressione, di relazioni, di contributo alla comunità», cioè uno spazio concreto in cui la persona matura, assume responsabilità e cresce nella libertà.

 

Il benessere integrale come criterio d’impresa

Da qui nasce il tema del benessere integrale. Se il lavoro tocca tutta la persona, il suo benessere non può essere ridotto alla sola dimensione materiale. Riguarda la sfera professionale, quella psicologica, relazionale, familiare, economica e spirituale, perché la vita non è fatta a compartimenti stagni e non si misura solo in termini di performance o rapidità. La sola occupazione non è sufficiente se il contesto logora la mente, impoverisce le relazioni e sottrae tempo alla famiglia.
Proprio da queste premesse nasce il progetto di ricerca avviato dal Centro Studi della Confederazione Nazionale Artigiani e Piccoli Imprenditori (Co.N.A.P.I. Nazionale). L’indagine guarda alle micro e piccole imprese, dove solitamente il benessere organizzativo, la salute mentale, la conciliazione vita-lavoro e il sostegno ai carichi familiari appaiono ancora lontani dalla vita quotidiana dell’impresa, mentre è proprio lì che la questione diventa decisiva. Nelle realtà in cui i margini sono ridotti, le risorse limitate e i ruoli si sovrappongono, il benessere del lavoratore non è un lusso, ma una condizione essenziale allo sviluppo integrale della persona.
Il senso della ricerca è quindi quello di trasformare percezioni, difficoltà, pratiche e bisogni quotidiani in elementi leggibili e comparabili, utili cioè a programmare politiche di welfare reali. Colpisce, ad esempio, che oltre il 70% delle imprese indichi nelle risorse economiche insufficienti e nella carenza di competenze i principali ostacoli all’attivazione di azioni strutturate di benessere e welfare. Ne deriva un messaggio chiaro: la cura dei lavoratori non è un costo da comprimere, ma una scelta organizzativa che incide sulla qualità del lavoro, sulla tenuta delle relazioni e sulla capacità di attrarre competenze, oltre che sulla sostenibilità nel medio e lungo tempo.
Dai primi dati emerge infatti un ampio consenso sul valore del welfare per la competitività aziendale: una parte significativa delle imprese coinvolte lo considera «essenziale», mentre la restante lo definisce «molto importante». Tra le priorità indicate emergono soprattutto la conciliazione vita-lavoro, la salute psicologica e la gestione dello stress. Tutto questo significa che, anche nelle realtà di minore dimensione, comincia a consolidarsi l’idea che il problema non sia solo produrre, ma farlo elevando la dignità umana del lavoro.

 

Misurare il welfare, interrogare l’intelligenza artificiale

Su queste basi è stato progettato il nuovo questionario del Centro Studi Co.N.A.P.I. Nazionale, rivolto a imprenditori, titolari, responsabili HR e figure organizzative delle micro, piccole e medie imprese. Non è un semplice aggiornamento, ma uno strumento pensato per misurare maturità organizzativa, pratiche di welfare e conciliazione, ostacoli incontrati, gestione dei rischi psicosociali, attenzione alla salute mentale e disponibilità verso modelli di innovazione, compresa quella digitale. In questo quadro è stata inserita una domanda esplicita sull’impatto dell’intelligenza artificiale riguardo al benessere integrale della persona: l’IA alleggerisce davvero il carico umano del lavoro o introduce nuove forme di pressione e controllo?
L’obiettivo è capire se i nuovi strumenti digitali stiano diventando alleati di un lavoro più umano oppure, al contrario, rischino di alimentare precarietà, sovraccarico e disorientamento. Una visione sociale d’impresa non può limitarsi perciò alla produzione di beni e servizi, ma deve interrogarsi su come il lavoro viene vissuto: se consente alle persone di crescere, di tenere insieme occupazione e vita, di guardare al futuro senza perdere la speranza e la volontà di sognare.

 

La sfida culturale del lavoro umano

La sfida, dunque, prima ancora che tecnologica, è culturale. Serve una cultura del lavoro il cui criterio non sia la massimizzazione del profitto, ma la custodia della persona e la capacità di realizzare il bene comune. Una cultura d’impresa in cui l’innovazione non riduca l’uomo a funzione, ma ne riconosca dignità, creatività, relazionalità e personalità. Solo dentro questa visione l’intelligenza artificiale potrà essere davvero una tecnologia al servizio dell’umano e non l’ennesimo dispositivo che ne assorbe il tempo e ne indebolisce la libertà.

 

Antonio Zizza

Direttore Scientifico – Centro Studi e Ricerche Co.N.A.P.I. Nazionale

Roma Capitale, una riforma guardando al futuro

Una capitale dalla vocazione universale

La città eterna ha una molteplice e straordinaria pluralità di valenze interconnesse: possiede un valore per l’umanità religiosa, ma è anche una delle principali capitali europee e un centro di riferimento per tutti i Paesi del bacino del Mediterraneo e, in un momento emergenziale come l’attuale, assume un ruolo fondamentale per realizzare una cooperazione autentica tra energie culturali, politiche e umane che può contribuire a realizzare un percorso di pace e di convivenza armonica e democratica.

Roma è anche sede di numerose strutture accademiche e di ricerca, come possiede un ricco tessuto di realtà produttive e tecnologiche di sicuro spessore. La “cittadinanza globale”, come si usa dire oggi, è composta da una comunità di “utenti”, anche solo temporalmente presenti sul territorio di Roma, che hanno diritto di ricevere servizi al livello di quelli erogati nelle altre capitali, in prospettiva di un’accoglienza responsabile. Si tratta, a nostro avviso, di due, possiamo dire, “missioni” che non sono affatto in competizione, ma sono realtà sinergiche che richiedono servizi funzionali, efficienti e fortemente coincidenti.

 

Autonomia e risorse per Roma Capitale

In particolare, risulta fondamentale come l’attuale assetto delle autonomie locali sul nostro territorio, rappresentato dalla Città metropolitana e dall’ente Roma Capitale, entrambe dotate di autonomia funzionale, dovrebbe essere maggiormente incentivato rispetto ai bisogni di una città di rilievo non solo nazionale, in quanto capitale, ma di valenza mondiale come Roma. Le funzioni e le risorse attribuite a queste strutture, ad esempio, dovrebbero consentire di riconoscere la specificità della città e del suo territorio metropolitano, per ribadire la sua centralità politica e la cifra universale che viene riconosciuta a Roma da un punto di vista artistico, religioso e culturale.

Si tratta di prendere atto della complessità di governo, ma anche amministrativa e strutturale, che consegue alla vocazione internazionale di Roma, che va oltre le soluzioni istituzionali; occorre una vera autonomia e a ciò si aggiunge che l’attuale modello di governo locale del nostro territorio, di per sé messo alla prova dalle nuove emergenze di mobilità, risulta indebolito dalla circostanza che le previsioni della legge n. 42 del 2009 in materia di federalismo fiscale, proprio per lo sviluppo di Roma Capitale, necessitano di un’ulteriore accelerazione per reperire le necessarie risorse finanziarie.

Serve quindi un cambio di prospettiva che sviluppi un progetto alternativo per poter attribuire alla città di Roma, mediante i suoi enti territoriali, i poteri e le funzioni legislative che consentano il vero esercizio di un’autonomia amministrativa, così da poter affrontare le grandi emergenze che risultano non risolte, così da progettare un’idea di città che sia coerente con la vocazione universale propria di Roma. Certamente la fonte giuridica indicata nella legge di attuazione dell’art. 114, comma 3, sembra andare in questa direzione, che si auspica da più parti anche considerando l’art. 24 della legge sul federalismo fiscale e, in questo senso, sul piano giuridico e specialmente tecnico-costituzionale, questo obiettivo di rilancio organizzativo dell’ordinamento per un futuro può offrire un utile spazio per l’adozione di un vero “progetto-Roma” per i prossimi anni.

Una calibrata riflessione ci porta verso una sollecitazione al riconoscimento di “Roma Capitale” attraverso una speciale autonomia che, del resto, appare presente nella Carta costituzionale nell’art. 116 e in conformità alla legge n. 42 del 2009 in materia di federalismo fiscale. Le attività inerenti a un vero rilancio della città devono superare le più delicate criticità per dare consistenza alla visione di una città moderna in grado di competere con le altre capitali europee.

 

Un “master plan” per governare lo sviluppo

Si potrebbe pensare a un “master plan” aggiornato ogni anno per poter indicare gli obiettivi, le risorse e i soggetti, verificando i progressi compiuti e individuando gli aggiustamenti necessari da compiere: sarebbe uno strumento utile per tutte le interlocuzioni istituzionali, razionalizzando le localizzazioni e le interazioni decisive con le grandi imprese pubbliche che hanno la loro sede a Roma, per consentire movimenti in ragionevoli certezze, superando l’aleatorietà indefinita nei tempi, come pure ciò varrebbe per le infrastrutture che escono da un periodo pandemico emergenziale, sovraccariche di rinnovate esigenze da parte dei cittadini, ovvero edifici scolastici, strutture universitarie e ospedaliere.

Proprio nel prossimo futuro, all’indomani di un periodo così critico vissuto dalla città durante l’emergenza Covid, occorre superare le carenze dei processi partecipativi miranti alla concertazione tra i diversi soggetti, come le parti sociali, sia utenti che attori delle azioni di incremento della risposta ai bisogni di sviluppo delle nuove opportunità.

 

Periferie, mobilità e qualità urbana

Proprio la fase post-pandemica può essere una grande occasione per interventi integrati per le periferie, nelle quali negli ultimi tempi si sono venuti configurando agglomerati legati a un pendolarismo verso il centro, con ulteriori aggravamenti del problema della mobilità. Per questo sarà decisiva l’adozione di un piano regolatore che rilanci la delocalizzazione delle strutture centrali e periferiche dello Stato e del Comune stesso, per liberare nuovi spazi verdi, in un’urbanizzazione integrata, includendo scuole, servizi e spazi di socializzazione.

Fondamentale ci sembra essere il rilancio, in questo periodo di ripresa delle attività formative, della vocazione internazionale di Roma, anche in prospettiva dell’imminente Giubileo, che può essere attrattiva per giovani studenti, ma anche per adulti provenienti da contesti sensibili alla cultura e al dialogo interculturale e, in questo senso, sarebbe utile la creazione di un ufficio per la promozione culturale di Roma nel mondo; le università statali o private e pontificie o internazionali che hanno sede a Roma vantano una tradizione consolidata e un patrimonio di conoscenze che potrebbero essere abbondantemente utilizzate perché vi affluiscono studiosi da tutto il mondo e tale patrimonio potrebbe essere foriero di un coinvolgimento efficace di tutto il contesto metropolitano.

 

Solidarietà, innovazione e coesione sociale

Queste occasioni di sviluppo possono rivelarsi reti di solidarietà e sviluppo verso le persone più isolate o fragili e, in ciò, efficace può rivelarsi anche il ruolo delle parrocchie, delle organizzazioni di volontariato, degli enti del Terzo settore. Un tessuto e un impegno collettivo che sono in larga misura condizionati dalla sostanziale carenza di politiche e di strutture di coordinamento e di promozione degli interventi, con la conseguenza di sostenere le azioni di solidarietà che la sensibilità e la cultura dei cittadini romani non hanno mai fatto venire meno.

Proprio per venire incontro a un ordinamento nuovo della capitale si potrebbe prendere in considerazione la costituzione di un centro studi sulla promozione sociale a Roma, riunificando e mettendo a confronto le esperienze di fondazioni, associazioni e stesse strutture amministrative che operano nella città, per arrivare a competenze mirate nello sviluppo urbanistico armonico, realizzando così una sinergia tra innovazione e sostenibilità, una sorta di “innovability”.

Roma ormai da tempo soffre il deterioramento dei parametri delle condizioni di benessere economico e della qualità delle relazioni sociali, con un invecchiamento progressivo della popolazione, la contrazione della capacità di acquisto dei redditi da lavoro e il disagio abitativo soprattutto delle periferie, e l’emergenza pandemica mette al centro delle priorità l’urgenza di immaginare e costruire una risposta strutturale alle criticità che si addensano in ogni segmento sociale.

 

Università e ricerca per il “progetto-Roma”

La città di Roma, quindi, come prospettiva di riforma dell’ordinamento, non potrà ignorare le competenze tecnico-scientifiche delle istituzioni universitarie e degli enti di ricerca per sviluppare una sinergia che faciliti la risposta ai cittadini e alle imprese per una più moderna e proficua gestione del territorio metropolitano e delle sue risorse. In ciò appare feconda l’iniziativa delle università romane di costituire un’associazione per sviluppare sinergie per la ricerca applicata, recentemente formatasi come AURORA (Alleanza tra le università romane per la ricerca applicata), che può offrire competenze specifiche alle istituzioni.

Lo sviluppo della moderna città metropolitana passa attraverso l’utilizzazione di quelle risorse che, prevedendo iniziative di sviluppo, favoriscano un futuro per Roma all’insegna della ricerca e della valorizzazione delle sue spesso celate risorse culturali e tecniche.

 

Prof. Giulio Alfano
Presidente Istituto “E. Mounier”

Calcio, Ronaldo apre all’addio: probabilmente è l’ultimo anno

Roma, 16 ago. (askanews) – Cristiano Ronaldo apre alla possibilità che la stagione in corso sia l’ultima della sua carriera da professionista. Il fuoriclasse portoghese dell’Al Nassr, in un’intervista a Vogue realizzata a margine delle nozze con Georgina Rodriguez, ha parlato per la prima volta con chiarezza del proprio futuro, indicando nel prossimo giugno il possibile momento dell’addio al calcio giocato.

“Probabilmente questo sarà il mio ultimo anno nel calcio e voglio lasciare un’eredità spettacolare”, ha dichiarato Ronaldo. Parole che segnano una svolta dopo mesi di indiscrezioni e che aprono l’ultimo capitolo di una carriera lunga 25 anni, vissuta ai massimi livelli e caratterizzata anche dalla storica rivalità con Lionel Messi.

Il portoghese ha già iniziato a immaginare la vita dopo il calcio. “Ho già tutto il mio futuro programmato”, ha spiegato, sottolineando la necessità di trovare nuovi interessi per colmare il vuoto lasciato dall’attività agonistica. Tra i suoi progetti ci sono più viaggi, il padel, una delle sue passioni, e soprattutto la possibilità di godersi maggiormente il tempo con la famiglia e quanto costruito durante la carriera.

Prima dell’addio, però, resta un ultimo grande traguardo: i 1000 gol in carriera. Ronaldo è a quota 976 reti ufficiali, a 24 dal prestigioso obiettivo. La nuova stagione con l’Al Nassr sarà dunque anche una corsa contro il tempo per raggiungere una cifra simbolica che renderebbe ancora più straordinario il suo bilancio.

Dopo un quarto di secolo di sacrifici, record e successi, il calcio si prepara così all’eventuale ultimo anno di uno dei più grandi protagonisti della sua storia.

Report, La Russa: la trasmissione non va eliminata ma va cambiata

Roma, 16 ago. (askanews) – “La trasmissione Report va cambiata, non eliminata. Non è possibile che le inchieste di Report solo per l’1,5% dei casi abbiano riguardato il partito di sinistra più grosso. Non mi interessa se al posto di un conduttore ne mettono un altro, ma va considerato il giornalismo d’inchiesta non come un modo per fare politica di attacco contro qualcuno ma per fare inchieste a 360 gradi”. Così il presidente del Senato, Ignazio La Russa, a Bar Italia, un tour ideato da Fratelli d’Italia che oggi fa tappa a Ragalna (Ct). “Poi non mi interessa chi conduce Report, se si attiene a queste regole per me va bene, potrebbe andare persino bene Ranucci”, ha sottolineato.

Pioggia a piazza del Campo, rinviato a lunedì il Palio di Siena

Roma, 16 ago. (askanews) – Il Palio di Siena è stato rinviato a causa delle avverse condizione meteo. La tradizionale kermesse è stata rimandata a domani a causa della pioggia che si è abbattuta in piazza del Campo. Anche il Palio dello scorso 2 luglio era stato rinviato al giorno dopo per pioggia. Complessivamente i Palii rinviati dall’Ottocento ad oggi sono stati 63, di cui 35 a luglio e 28 ad agosto. Normalmente la data in cui è stata rinviata la Carriera è il giorno seguente rispetto a quello previsto e quindi il 3 luglio e/o il 17 agosto, ma non mancano casi in cui i Palii furono rinviati di due ed anche più giorni. Da notare che negli anni 1800, 1806, 1842, 1851, 1869 e 2024 entrambi i Palii, di luglio e di agosto, furono rimandati.

Non sempre i Palii sono stati rimandati per condizioni atmosferiche avverse. Per esempio i Palii del 3 luglio 1800 e del 17 agosto 1800 non furono rinviati per pioggia. Il Palio del 3 luglio era preventivato per quel giorno, mentre quello del 17 agosto fu corso il 17 perché il 16 ci fu quello alla lunga. Nel 1842 il Palio del 3 luglio si svolse quel giorno perché festivo, mentre quello del 17 agosto fu effettivamente spostato al 17 per pioggia.

Nel 1851 avvenne il contrario: il Palio del 3 luglio dipese effettivamente dalla pioggia del 2, ma quello del 16 agosto venne posticipato di un giorno, ossia alla domenica, per favorire un maggior afflusso di forestieri. Curiosamente, nel 1842, con entrambi i Palii rinviati di un giorno, ci fu addirittura il cappotto del Bruco.

Anche i Palii del 1869 e quello di luglio del 1870 furono rinviati, ma non per impraticabilità della pista. Infatti entrambi i Palii di luglio vennero posticipati per farli cadere di domenica. Per quello dell’agosto 1870 pare che la causa fosse stato un temporale (fu corso di martedì). In ogni caso, il 2024, cosa mai accaduta, sarà ricordato per aver avuto entrambi i Palii rimandati per pioggia. Inoltre, con quello del luglio 2025, salgono a tre i Palii rimandati consecutivamente causa maltempo. Nel 2024, 2025, 2026, ossia per tre volte consecutive, il Palio del 2 luglio è stato rimandato almeno di un giorno.

Lunedì allerta gialla temporali in 13 regioni

Roma, 16 ago. (askanews) – Maltempo/*Maltempo, rovesci e temporali: domani allerta gialla in 13 regioni

Roma, 16 ago. (askanews) – Una perturbazione in transito sull’Europa centrale accentuerà fenomeni di instabilità su parte della dell’Italia, con rovesci e temporali anche intensi. Sulla base delle previsioni disponibili, il dipartimento della protezione civile d’intesa con le regioni coinvolte, alle quali spetta l’attivazione dei sistemi di protezione civile nei territori interessati, ha emesso un avviso di condizioni meteorologiche avverse.

I fenomeni meteo, impattando sulle diverse aree del Paese, potrebbero determinare delle criticità idrogeologiche e idrauliche che sono riportate, in una sintesi nazionale, nel bollettino nazionale di criticità e di allerta consultabile sul sito del Dipartimento (www.protezionecivile.gov.it).

L’avviso prevede dalla tarda mattinata di domani precipitazioni sparse a prevalente carattere di rovescio e temporale su Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto ed Emilia-Romagna, in estensione a Toscana, Umbria, Marche e Abruzzo. I fenomeni saranno accompagnati da rovesci di forte intensità, forti raffiche di vento, locali grandinate e frequente attività elettrica.

Sulla base dei fenomeni previsti è stata valutata per la giornata di domani allerta gialla per rischio meteo-idro in 13 regioni. Il quadro meteorologico e delle criticità previste sull’Italia è aggiornato quotidianamente in base alle nuove previsioni e all’evolversi dei fenomeni, ed è disponibile sul sito del dipartimento della protezione civile (www.protezionecivile.gov.it), insieme con le norme generali di comportamento da tenere in caso di maltempo.

Le informazioni sui livelli di allerta regionali, sulle criticità specifiche che potrebbero riguardare i singoli territori e sulle azioni di prevenzione adottate sono gestite dalle strutture territoriali di protezione civile, in contatto con le quali il dipartimento seguirà l’evolversi della situazione.

Come sta cambiando la presenza economica della Cina in Africa

Roma, 16 ago. (askanews) – Non più soltanto miniere africane da cui estrarre materie prime da spedire verso la Cina, ma impianti per trasformarle sul posto, porti collegati alle reti ferroviarie e stradali, sistemi logistici, software, intelligenza artificiale e infrastrutture digitali. Il rapporto economico tra Cina e Africa sta cambiando rapidamente e Pechino sembra adattarsi alla volontà di un numero crescente di governi africani di trattenere nel continente una parte maggiore del valore generato dalle proprie risorse naturali.

Per decenni il modello dominante è stato relativamente semplice: estrazione del minerale, trasporto verso un porto ed esportazione del prodotto grezzo. Oggi Paesi come Zimbabwe, Namibia, Mozambico, Ghana e Guinea stanno cercando di smantellare questo schema, imponendo restrizioni all’esportazione delle materie prime non lavorate e obbligando le compagnie minerarie straniere, comprese quelle cinesi, a investire nella trasformazione locale.

Il risultato è che le società di Pechino non si limitano più a estrarre litio, bauxite o grafite. Costruiscono stabilimenti per trasformare il litio dello Zimbabwe in solfato o carbonato, la bauxite della Guinea in allumina e la grafite del Mozambico in materiali destinati alle batterie.

‘La Cina considera sempre più l’Africa uno dei pochi grandi spazi rimasti in cui espansione industriale, urbanizzazione, sviluppo delle infrastrutture e crescita dei consumi possono ancora procedere contemporaneamente per decenni’, ha spiegato al South China Morning Post Carlos Lopes, professore alla Nelson Mandela School of Public Governance dell’Università di Città del Capo. In altre parole, l’Africa sta diventando agli occhi di Pechino qualcosa di più di un semplice fornitore periferico di materie prime: un possibile polo industriale e commerciale collocato tra blocchi economici sempre più frammentati.

La trasformazione è particolarmente evidente nello Zimbabwe. Prospect Lithium Zimbabwe, controllata dalla cinese Zhejiang Huayou Cobalt, ha iniziato ad aprile a esportare le prime partite di solfato di litio dal nuovo impianto da 400 milioni di dollari costruito a Goromonzi, vicino ad Harare. L’impianto ha una capacità annuale di 50.000 tonnellate e dovrebbe raggiungere la piena produzione il prossimo anno. Anche Sinomine Resource Group, nella miniera di Bikita, e Chengxin Lithium Group, a Sabi Star, hanno realizzato strutture per la lavorazione locale.

Harare punta però ancora più in alto. Il ministro delle Miniere Polite Kambamura ha indicato come obiettivo finale la produzione in Zimbabwe di batterie al litio e pannelli solari, mentre il governo prepara un divieto totale all’esportazione di alcuni prodotti non trasformati.

Una strategia simile è in corso in Guinea, tra i maggiori produttori mondiali di bauxite. Il governo ha cominciato a far rispettare con maggiore rigidità gli obblighi di raffinazione previsti dagli accordi minerari e sono in costruzione nuovi impianti per la produzione di allumina, compresi progetti della cinese Chalco e della State Power Investment Corporation.

‘Importiamo alluminio mentre produciamo la materia prima. Non è normale’, ha osservato il ministro delle Miniere guineano Bouna Sylla. Con la raffinazione locale Conakry punta non soltanto a trattenere una quota maggiore del valore industriale, ma anche a recuperare sottoprodotti come il gallio che vengono perduti quando la bauxite viene esportata allo stato grezzo. Il nodo decisivo resta però quello dell’energia: produrre alluminio richiede grandi quantità di elettricità a basso costo.

In Mozambico, Jinan Yuxiao Group ha investito 200 milioni di dollari attraverso la controllata DH Mining Development per costruire a Nipepe un impianto per la lavorazione della grafite con una capacità annuale di 200mila tonnellate. Anche la Namibia, grande produttore di uranio, sta cercando investimenti cinesi che consentano di ampliare la lavorazione e la valorizzazione locale del minerale, partendo da infrastrutture come la miniera di Husab gestita da China General Nuclear Power Group.

Per le società cinesi la scelta non è necessariamente penalizzante. Aly-Khan Satchu, analista geoeconomico dell’Africa subsahariana, la considera quasi inevitabile in una fase di crescente confronto economico tra Cina e Stati uniti: localizzare le attività industriali in Africa consente alle imprese cinesi di consolidare una presenza costruita in decenni e di inserirsi nella spinta dei governi africani verso la trasformazione locale.

Esiste anche una seconda logica. Stabilimenti collocati in Paesi africani possono teoricamente fungere da hub neutrali rispetto alle barriere commerciali occidentali. Ma, ha osservato Linda Calabrese, senior research fellow dell’ODI di Londra, questo spazio si sta restringendo man mano che Stati uniti ed Europa irrigidiscono le regole sull’origine dei prodotti e aumentano i controlli sugli impianti con una forte partecipazione cinese.

Per Pechino la scommessa più importante potrebbe quindi diventare quella sul mercato africano stesso. Con l’espansione dell’Area continentale africana di libero scambio, stabilire in Africa basi produttive destinate ai consumatori africani e agli altri mercati emergenti rappresenterebbe una strategia meno vulnerabile alle decisioni commerciali occidentali.

La nuova geografia industriale si sovrappone inoltre a una rete logistica che la Cina ha costruito nel continente negli ultimi quindici anni. Secondo uno studio dell’Africa Center for Strategic Studies, società cinesi gestiscono, finanziano o possiedono partecipazioni in circa un terzo dei porti africani. Pechino finanzia inoltre ferrovie, strade e infrastrutture logistiche collegate agli scali, creando corridoi che mettono in comunicazione i poli produttivi africani con grandi hub cinesi come Qingdao e Yantai.

Dall’avvio della Belt and Road Initiative nel 2013, secondo il centro di ricerca, la Cina avrebbe investito circa 50 miliardi di dollari nelle infrastrutture portuali africane. Il commercio tra Cina e Africa è intanto cresciuto di quasi il 18% nel 2025, secondo i dati doganali cinesi.

‘La sicurezza delle rotte commerciali marittime africane è essenziale per la strategia geopolitica globale della Cina’, ha spiegato Paul Nantulya, esperto di rapporti Cina-Africa dell’Africa Center for Strategic Studies. Il continente resta infatti fondamentale per l’accesso cinese a petrolio, gas, minerali e prodotti agricoli e si trova lungo alcune delle principali rotte mondiali, dal Golfo di Aden al Golfo di Guinea fino al Capo di Buona Speranza.

Ma il controllo della catena logistica cinese non si ferma più alle infrastrutture fisiche. Huawei e altre società offrono sistemi integrati per i porti che comprendono reti 5G, cancelli automatizzati, sensori, sistemi di guida autonoma, cybersicurezza, software logistici e applicazioni di Ia. Più di 30 Paesi africani utilizzano inoltre il sistema satellitare cinese BeiDou per la navigazione marittima, in alcuni casi accanto o in alternativa al Gps statunitense.

Queste tecnologie possono produrre una dipendenza più duratura rispetto alla semplice costruzione di un porto. I sistemi raccolgono inoltre grandi quantità di dati sul commercio e sulla logistica e favoriscono l’adozione di standard tecnici cinesi, aumentando le probabilità che anche gli appalti successivi vadano a imprese di Pechino.

Il caso più emblematico resta Gibuti. China Merchants Group possiede il 23,5% del porto multifunzionale di Doraleh, sullo strategico Bab el-Mandeb, vicino alla zona di libero scambio internazionale e alla base di supporto dell’Esercito popolare di liberazione. La Cina ha inoltre finanziato la ferrovia tra Gibuti e Addis Abeba, mentre la Marina cinese mantiene dal 2008 una task force antipirateria nel Golfo di Aden.

Per David Shinn, professore alla George Washington University ed esperto di relazioni Cina-Africa, molti di questi investimenti hanno una logica essenzialmente commerciale, ma contemporaneamente ‘offrono vantaggi strategici per la navigazione commerciale cinese e l’accesso della Marina dell’Esercito popolare di liberazione’.

La sfida per i governi africani è trasformare questa crescente presenza in uno strumento di industrializzazione anziché in una nuova forma di dipendenza. Lopes avverte che i divieti all’esportazione delle materie prime non lavorate possono migliorare la qualità degli investimenti costringendo le aziende straniere a impegni di lungo periodo, ma soltanto se i governi dispongono di istituzioni solide e di una strategia negoziale coerente. In caso contrario, le restrizioni rischiano di incentivare contrabbando, instabilità normativa e rendite per le élite.

Lo stesso vale per porti e infrastrutture digitali: i pacchetti cinesi risultano spesso difficili da eguagliare per i concorrenti occidentali perché combinano finanziamenti, costruzione, tecnologia e formazione, ma possono comportare indebitamento, scarsa trasparenza e una crescente influenza delle aziende che li gestiscono.

La partita tra Cina e Africa si sta quindi spostando dalla semplice estrazione delle risorse al controllo e alla distribuzione del valore che esse generano. Per Pechino significa costruire una rete che unisce miniere, industrie, ferrovie, porti, dati e mercati. Per i Paesi africani, la possibilità è quella di utilizzare gli investimenti cinesi per compiere finalmente il passaggio da esportatori di materie prime a produttori industriali. Ma proprio la profondità della presenza cinese rende decisivo chi riuscirà, nel lungo periodo, a dettare le condizioni di questa trasformazione.

Europei di nuoto, Curtis da record. Quadarella per la tripletta

Roma, 16 ago. (askanews) – Ancora Sara Curtis, ancora un record italiano. La diciannovenne cuneese si prende il primato nazionale dei 100 dorso in apertura della 4×100 mista, nuotando in 58″75 e cancellando il precedente limite di 58″92 stabilito da Margherita Panziera.

“Lo volevo, anche perché non ho potuto fare qui la gara individuale. Ho dimostrato che anche in questa gara posso andare forte. La finale? Spero di migliorarmi ancora”, ha commentato Curtis.

L’Italia ha conquistato il pass per la finale della 4×100 mista femminile con il miglior tempo delle batterie, 3’57″11, a poco più di un secondo dal record italiano di 3’55″79. Dopo Curtis, hanno completato il quartetto Lisa Angiolini, Anita Gastaldi ed Emma Virginia Meniucci. Le azzurre hanno preceduto di oltre un decimo la Germania.

Finale anche per la 4×100 mista maschile, che ha ottenuto il terzo tempo complessivo. Michele Lamberti, Nicolò Martinenghi, Michele Busa e Carlos D’Ambrosio hanno vinto la propria batteria e nel pomeriggio proveranno a conquistare una medaglia nella gara che chiuderà la rassegna continentale di Parigi.

Grande attesa anche per Simona Quadarella, qualificata alla finale dei 400 stile libero con il terzo tempo in 4’08″07. Dopo gli ori conquistati negli 800 e nei 1500 stile libero, la romana va a caccia della tripletta. Davanti a lei partiranno le tedesche Maya Werner, miglior tempo d’ingresso in 4’05″40, e Isabel Gose, seconda in 4’06″37.

Niente finale, invece, per gli azzurri impegnati nelle batterie dei 400 stile libero maschili.

Europei ginnastica ritmica, Raffaeli argento al cerchio

Roma, 16 ago. (askanews) – Prima medaglia per Sofia Raffaeli nelle finali di specialità nell’ultima giornata Mondiali di Francoforte. L’azzurra è argento al cerchio con 30.500 punti, appena due decimi di punto alle spalle dell’ucraina Onofriichuk, oro con 30.700. Terza la tedesca Varfolomeev, campionessa olimpica, con 30.400. A Raffaeli sfugge per appena 0.200 il bis mondiale al cerchio dopo l’oro conquistato nel 2025. Niente seconda medaglia di giornata, invece, per Raffaeli nella finale alla palla. L’azzurra ha chiuso quinta, alle spalle dell’altra italiana Tara Dragas, quarta vicinissima al bronzo, pagando alcune imprecisioni nell’esercizio, valutate dalla giuria come perdite dell’attrezzo, che hanno fatto scendere il punteggio. Resta comunque un grande Mondiale per Raffaeli, che torna da Francoforte con due medaglie: il bronzo nell’all-around e l’argento al cerchio.

Furto al MuMe, rubate opere di Antonello da Messina

Milano, 16 ago. (askanews) – Clamoroso colpo al Museo regionale Accascina di Messina (MuMe): quattro importanti opere di Antonello da Messina sono state rubate nella notte di Ferragosto. I ladri sono riusciti a entrare nella struttura di viale della Libertà e a eludere i sistemi di allarme e le protezioni di sicurezza, portando via tre delle cinque tavole del celebre Polittico di San Gregorio e la tavoletta bifronte con la Madonna e il Cristo in pietà.

La tavoletta è stata estratta direttamente da una teca blindata. I malviventi, secondo quanto ricostruito finora, avrebbero agito con precisione, riuscendo a completare il furto senza essere intercettati dai sistemi di sicurezza. Il museo oggi resterà chiuso per consentire gli accertamenti.

Sul posto è intervenuta la Polizia, che ha avviato le indagini. Gli investigatori hanno acquisito le immagini delle telecamere di videosorveglianza, mentre la Scientifica ha eseguito i rilievi per ricostruire la dinamica del furto e raccogliere elementi utili all’identificazione dei responsabili. Non viene esclusa la presenza di eventuali complici all’esterno del museo. La Direzione del Museo ha informato le autorità regionali competenti, che potranno effettuare sopralluoghi e ulteriori accertamenti sulle circostanze del furto e sulle misure di sicurezza della struttura. (Fonte: Quotidiano di Sicilia).

Arrivano i temporali

Milano, 16 ago. (askanews) – Dopo settimane di caldo e afa opprimente dominati dall’anticiclone africano, il quadro meteorologico sull’Italia si appresta a cambiare. Già da domenica sono previsti i primi temporali, segno inequivocabile di una svolta più profonda attesa poi per la prossima settimana.

Mattia Gussoni, meteorologo de iLMeteo.it conferma che la giornata di domenica segnerà una prima svolta a livello emisferico con l’arrivo dei temporali su Alpi, Prealpi e vicine pianure del Nord. I rovesci si estenderanno nelle ore pomeridiane anche ai rilievi del Centro-Sud. Sul resto del Paese invece avremo ancora maggiori schiarite con temperature sopra le medie climatiche di riferimento.

La vera svolta è attesa per la prossima settimana quando è previsto il passaggio di due perturbazioni. La prima si concretizzerà subito Lunedì 17 Agosto, colpendo inizialmente il Nord Italia. L’ingresso di aria più fresca in quota, scontrandosi con la massiccia energia termica accumulata in queste settimane di canicola, innescherà contrasti termici esasperati. Si profilano dunque temporali anche di forte intensità, in particolare su Liguria di Levante, Alpi, Prealpi e sulle vicine aree pianeggianti di Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia.

Le precipitazioni poi raggiungeranno entro la sera anche parte del Centro-Sud. Passata questa sfuriata, l’atmosfera ci concederà una pausa tra Martedì e Mercoledì. Il sole tornerà a dominare la scena regalando ampie schiarite, ma in un contesto climatico decisamente più gradevole: le temperature subiranno un calo generale, assestandosi su valori finalmente in linea con le medie stagionali, lontani dagli estremi dell’ultimo periodo.

Ma la tregua durerà poco. Gli ultimi aggiornamenti confermano per la seconda parte di settimana uno scenario ancora più movimentato: un secondo affondo atlantico, che si preannuncia particolarmente incisivo e ben organizzato, raggiungerà l’Italia a partire da Giovedì 20 Agosto. Questa profonda struttura depressionaria sferrerà un colpo da KO all’anticiclone africano. Si prevedono nuovi forti temporali diffusi specie al Centro-Nord e, soprattutto, un calo delle temperature capace di spazzare via definitivamente il caldo opprimente che ci ha accompagnato fino a oggi.

Insomma, dalla prossima settimana assisteremo a una decisa svolta a livello emisferico, con il ritorno in delle correnti perturbate. Non aspettiamoci la fine dell’Estate, anzi, la stagione proseguirà successivamente ancora senza particolari problemi (a parte i forti, ma localizzati temporali) ma con temperature questa volta più consone al periodo e alle nostre latitudini.

In Romania un caccia spagnolo ha abbattuto un drone

Milano, 16 ago. (askanews) – Un caccia F-18 delle Forze Aeree spagnole ha abbattuto un drone che aveva violato lo spazio aereo della Romania. Lo ha reso noto il ministero della Difesa romeno.

I sistemi radar di sorveglianza hanno individuato il drone alle 4.44, mentre attraversava illegalmente il confine dalla Moldova, a circa 24 chilometri a nord della città di Galati. E’ stato abbattutto da un caccia spagnolo impegnato nelle missioni di pattugliamento aereo della Nato nell’ambito dell’Air Policing.

Il ministero della Difesa romeno ha inoltre individuato una possibile area di caduta dei detriti in una zona disabitata della contea di Galati, tra le località di Baleni e Cudalbi, vicino al confine con l’Ucraina.

Attacco russo con missili balistici su Kiev

Milano, 16 ago. (askanews) – Tre persone sono rimaste ferite nella notte a Kiev in seguito a un attacco russo condotto con missili balistici, che ha provocato esplosioni e incendi in diversi punti della capitale ucraina. Lo riferiscono il sindaco Vitaliy Klitschko, l’amministrazione militare della città e il Servizio statale di emergenza ucraino.

L’attacco si inserisce in una nuova notte di combattimenti a lungo raggio tra Russia e Ucraina. Mosca ha riferito a sua volta di aver respinto una massiccia incursione di droni diretti verso la capitale russa.

Secondo il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin, le difese aeree avrebbero abbattuto circa 200 droni, mentre tre persone sarebbero rimaste ferite. Altri attacchi con droni sono stati segnalati anche nella regione di Odessa, con velivoli lanciati dal Mar Nero.

Europei di nuoto, Italia, una pioggia di medaglie per l’Italia

Roma, 16 ago. (askanews) – Un’altra giornata da protagonista per l’Italia agli Europei di nuoto di Parigi. La penultima sessione in vasca regala agli azzurri quattro medaglie, con un oro, due argenti e un bronzo, e conferma una squadra capace di competere ai vertici in quasi tutte le specialità. Il bottino della giornata è impreziosito da record italiani e da piazzamenti di grande rilievo.

Il protagonista è ancora una volta Nicolò Martinenghi, che conquista il titolo europeo nei 50 rana in 26″57. Una vittoria di misura, ma pesantissima, che permette all’azzurro di completare la doppietta dopo l’oro nei 100 rana. Alle sue spalle è festa italiana con Simone Cerasuolo, argento in 26″62: una straordinaria doppietta azzurra nella gara più veloce della rana. Cerasuolo arrivava alla finale con il miglior tempo delle semifinali e con il record italiano di 26″20 stabilito in precedenza.

Ancora una volta protagonista Sara Curtis, che nei 50 stile libero conquista il bronzo con un fantastico 23″99, nuovo record italiano e prima azzurra a scendere sotto la barriera dei 24 secondi nella specialità. Per la piemontese è la quinta medaglia di questi Europei, dopo il bronzo nei 100 stile, l’argento nella 4×100 stile donne, l’oro con record mondiale nei 50 dorso e il bronzo nella 4×100 stile mista.

La quarta medaglia porta la firma di Anita Gastaldi, splendida argento nei 200 misti. L’azzurra chiude in 2’10″07 al termine di una rimonta entusiasmante e sfiora il titolo, conquistato dall’irlandese Ellen Walshe. Un risultato di particolare valore per Gastaldi, che trasforma una finale apertissima in uno dei momenti più belli della serata italiana.

A un soffio dal podio Alberto Razzetti, quarto nei 200 farfalla. L’azzurro stabilisce anche il nuovo record italiano in 1’54″23, ma viene superato negli ultimi metri dall’ungherese Richard Marton e dal greco Apostolos Siskos. Oro al francese Leon Marchand.

Luca De Tullio chiude invece quinto nei 1500 stile libero in 14’54″78, al termine di una gara dominata dal tedesco Johannes Liebmann, capace di vincere con il record del mondo in 14’26″79.

Buone notizie anche dalle semifinali. Thomas Ceccon conquista la finale dei 100 dorso con il secondo tempo della sua semifinale, 52″93. Alberto Razzetti centra inoltre la finale dei 200 misti con 1’57″46, quarto tempo complessivo.

Avanti anche Benedetta Pilato, prima nella semifinale dei 50 rana in 29″84, mentre Anita Bottazzo viene eliminata con il 13° tempo. Nei 200 farfalla Paola Borrelli centra la finale con il sesto tempo complessivo; fuori invece Giada Alzetta, nonostante il personale di 2’10″36.

Nei 50 stile uomini Giovanni Guatti raggiunge la finale con il settimo tempo, 21″72, mentre Lorenzo Ballarati resta fuori. Nella staffetta 4×200 stile libero mista, infine, l’Italia chiude ottava in 7’35″70.

Un bilancio dunque estremamente positivo: Martinenghi e Cerasuolo firmano la doppietta nella rana, Curtis continua la sua straordinaria collezione di medaglie, Gastaldi sorprende con l’argento, mentre Razzetti, Ceccon, Pilato e gli altri azzurri mantengono l’Italia competitiva anche nelle finali dell’ultima giornata.

Europei di atletica, Ferragosto da record con 7 medaglie

Roma, 16 ago. (askanews) – Un Ferragosto da incorniciare per l’atletica italiana agli Europei di Birmingham. La squadra azzurra vive una giornata storica, chiusa con sette medaglie conquistate in un solo giorno, nuovo record per l’Italia nella rassegna continentale: mai erano state sette in 24 ore, il precedente primato era di sei, stabilito a Roma l’8 giugno 2024. Il bottino complessivo sale così a 17 medaglie, con 8 ori, 4 argenti e 5 bronzi, e l’Italia resta al comando del medagliere alla vigilia dell’ultima giornata.

Il capolavoro arriva dalla marcia, protagonista assoluta della mattinata con cinque podi in meno di due ore. A trascinare gli azzurri sono Massimo Stano e Sofia Fiorini, entrambi campioni d’Europa nella maratona di marcia. Stano firma anche il record europeo in 2h56:49, al termine di una gara dominata nella fase decisiva. A 34 anni il pugliese completa così il prestigioso tris di titoli: dopo l’oro olimpico nella 20 km a Tokyo 2021 e quello mondiale nella 35 km a Eugene 2022, arriva anche la corona europea. Un’impresa riuscita prima di lui soltanto ad Alberto Cova e Gianmarco Tamberi.

Storica anche la vittoria di Sofia Fiorini, appena 21 anni. La toscana domina la maratona femminile e chiude in 3h15:11, stabilendo il primo record mondiale ufficiale sulla distanza dei 42,195 chilometri introdotta quest’anno nella marcia. Alle sue spalle la polacca Katarzyna Zdzieblo, argento in 3h19:50, e la spagnola Raquel Gonzalez, bronzo in 3h20:49.

La pioggia di medaglie prosegue nella mezza maratona. Francesco Fortunato conquista l’argento in 1h23:36, mentre Andrea Cosi completa il podio con il bronzo e il personale di 1h23:49. Oro allo spagnolo Paul McGrath in 1h23:23. Tra le donne è invece Alexandrina Mihai a prendersi l’argento in 1h31:04, miglior prestazione italiana sulla nuova distanza. La vittoria va alla spagnola Maria Perez, capace anche del record mondiale in 1h30:06. Quinta Antonella Palmisano, che migliora il personale in 1h32:10.

Nel pomeriggio, dentro lo stadio, arriva l’ottavo oro italiano grazie a uno straordinario Andy Diaz. Il triplista azzurro vola a 18,15 metri, migliora di 28 centimetri il record italiano e diventa il quarto atleta di sempre a superare la barriera dei 18 metri. Battuto il portoghese Pedro Pichardo, argento con 17,76. Sul terzo gradino del podio c’è un altro italiano, Andrea Dallavalle, bronzo con 17,37. Una doppietta azzurra che completa una giornata memorabile.

Non arrivano medaglie, ma tanti risultati di rilievo. Nelle 4×100 entrambe le staffette avevano centrato la finale: le donne con il miglior tempo del turno, 42.22, secondo crono italiano di sempre, gli uomini con 38.50, secondo tempo complessivo dietro alla Gran Bretagna. In finale, però, il quartetto femminile chiude quarto in 43.21, a soli sei centesimi dal podio. Gli uomini finiscono quinti ma vengono squalificati per la perdita del testimone nell’ultima frazione.

Larissa Iapichino conquista la finale del lungo con 6,94 ventoso (+2.2), terza misura del turno. Nei 1500 centra l’atto conclusivo Ludovica Cavalli con 4:10.32, mentre Gaia Sabbatini viene eliminata. Nel decathlon e nelle altre specialità arrivano piazzamenti importanti: Sveva Gerevini chiude nona nell’eptathlon con 6371 punti, a poca distanza dal record italiano di 6413; Giovanni Frattini è nono nel giavellotto con 76,56; Asia Tavernini settima nell’alto con 1,88.

Sfiora il podio Yeman Crippa, quarto nei 10.000 metri in 28:08.56, battuto nella volata per il bronzo dal francese Jimmy Gressier. Quarto posto anche per la 4×100 donne, mentre Pietro Arese è undicesimo nei 1500 in 3:38.15. Nei 10.000 Pasquale Selvarolo è ventesimo e Francesco Guerra si ritira. Nel triplo, infine, Simone Biasutti è costretto allo stop per infortunio dopo il primo salto.

Una giornata dunque straordinaria, aperta dalla storica cinquina della marcia e chiusa dal volo oltre i 18 metri di Andy Diaz. Sette medaglie in un solo Ferragosto e un’Italia che arriva all’ultimo giorno degli Europei di Birmingham guardando tutti dall’alto del medagliere. (Foto Grana/Fidal)

Emergency: sempre più grave la crisi umanitaria in Afghanistan

Roma, 16 ago. (askanews) – A cinque anni dal ritiro delle forze internazionali e dal ritorno al potere dei talebani la crisi umanitaria, economica e sanitaria dell’Afghanistan continua ad aggravarsi. E’ quanto riferisce l’ong Emergency, da oltre 20 anni presente nel Paese, sottolineando in un comunicato che la recessione peggiora anche per effetto delle tensioni regionali. ‘Il conflitto con il Pakistan e la recente escalation che ha coinvolto l’Iran hanno compromesso alcune delle principali rotte commerciali da cui il Paese dipende per l’approvvigionamento di beni essenziali, con ripercussioni su prezzi e disponibilità di cibo e medicinali – ha spiegato in un comunicato – intanto la violenza urbana aumenta mentre disastri naturali come terremoti e alluvioni, e le violazioni dei diritti delle donne colpiscono un tessuto sociale già fragile’.

Nel Paese 21,9 milioni di persone hanno necessità di aiuti umanitari; la metà sono donne e bambine. I finanziamenti internazionali destinati all’Afghanistan, nel frattempo, hanno subito un calo drastico – con il Piano di risposta umanitaria del 2025 che ha ricevuto solo il 41% dei fondi necessari – esercitando un’ulteriore pressione su un sistema sanitario già frammentato e limitando l’accesso ai servizi sanitari essenziali. Nel 2025, 445 strutture sanitarie sono state costrette a chiudere o a sospendere le attività a causa di carenze di finanziamenti, privando più di 3 milioni di persone dell’assistenza sanitaria. Per 206 di queste strutture i tagli sono stati direttamente attribuiti al congelamento dei finanziamenti USAID del gennaio 2025.

Nel corso di questi cinque anni Emergency ha continuato la sua attività negli ospedali di Kabul, Lashkar-gah (Helmand), Anabah (valle del Panshir) e nei suoi oltre 30 posti di primo soccorso e centri sanitari di base. Oltre a proseguire la sua attività di cura, l’ong ha analizzato le principali barriere di accesso ai servizi sanitari nel Paese.

‘Le storie che risuonano tra le corsie dei nostri ospedali e ambulatori raccontano drammi che ormai conosciamo bene – ha spiegato Dejan Panic, direttore programma Emergency in Afghanistan – pazienti costretti a viaggiare per ore per ricevere le cure di cui hanno bisogno, sostenendo spesso alti costi per il trasporto, per i medicinali e per gli esami diagnostici. Vittime di attacchi terroristici o degli scontri con il Pakistan. Ancora tanti bambini colpiti dalle mine antiuomo, di cui soprattutto le aree rurali delle province più remote sono cosparse. Donne in condizioni tragiche, per le quali l’accesso alle cure diventa una decisione negoziata in ambito familiare e comunitario. Tra ostacoli logistici, costi elevati e pratiche tradizionali, questo processo decisionale si traduce talvolta in ritardi fatali’.

Nei primi sei mesi del 2026 il 70% dei pazienti ricoverati per trauma nell’ospedale di Emergency a Kabul è ancora costituito da feriti a causa di violenza e conflitti (ferite da arma da fuoco, taglio, schegge di esplosioni, mine). Sia a Kabul che Lashkar-gah è evidente un aumento dei casi gravi e dei morti all’arrivo dovuto anche al ritardo nel raggiungere le strutture. Molti feriti sono vittime di rapine e dispute famigliari.

Dall’ottobre 2025, inoltre, gli scontri al confine tra Afghanistan e Pakistan sono sfociati anche in bombardamenti aerei che hanno colpito la capitale: sono stati 81 i pazienti ricevuti da Emergency nelle sue strutture a seguito di questi attacchi, tra loro anche donne e bambini.

‘Vediamo un aumento della violenza nei grandi centri abitati che sono caratterizzati da un’elevata densità demografica, anche per l’arrivo di persone rimpatriate dal Pakistan e dall’Iran negli ultimi anni – ha commentato uno degli infermieri afgani del Centro chirurgico di Emergency a Kabul, la cui identità non viene resa nota per motivi di sicurezza- le strutture sanitarie pubbliche sono sovraccariche e l’accesso a cure chirurgiche gratuite e di alta qualità è limitato. Finché anche portare in tavola un pasto al giorno o acquistare delle medicine sarà impossibile, per noi la guerra non sarà mai davvero finita’.

A Lashkar-gah, in Helmand, si trattano soprattutto traumi civili, ma ogni letto dell’ospedale racconta una storia di privazioni: ‘La maggior parte dei pazienti che ammettiamo sono in condizioni molto gravi perché non esiste una rete di servizi territoriali come ambulanze o strutture primarie che permetta loro di raggiungere un ospedale in tempi brevi – ha aggiunto un chirurgo afgano del Centro di Emergency a Lashkar-gah, la cui identità non viene resa nota per motivi di sicurezza – così si spostano con mezzi di fortuna, spendendo molti soldi dopo l’incidente e arrivano qui con complicazioni che spesso richiedono amputazione degli arti. Queste persone non potranno più lavorare: chi provvederà alla loro famiglia? La crisi economica ha tra le sue conseguenze anche l’aumento del lavoro minorile: la maggior parte dei pazienti che ammettiamo in seguito a incidenti sul lavoro ha meno di 18 anni’.

Nel Centro di maternità di Anabah sono evidenti le conseguenze dei divieti imposti alla popolazione femminile: ‘Negli ultimi cinque anni – ha osservato Panic – le restrizioni sull’istruzione, l’occupazione e la partecipazione delle donne alla vita pubblica continuano ad avere conseguenze significative sul sistema sanitario’.

Nel comunicato, l’ong ha sottolineato che affronta in particolare il tema delle barriere di accesso alle cure materne e neonatali nel report ‘Nascere sicuri, cure affidabili: il report di Emergency sulla maternità in Afghanistan’ che sarà pubblicato a settembre 2026. Un racconto delle difficoltà affrontate ogni giorno dalle donne e dalle loro famiglie durante gravidanza, parto e cura dei figli.

‘Nella società afgana non si sceglie autonomamente se recarsi in ospedale per una visita, ma ci si consulta con la famiglia, con la comunità, bilanciando esigenze logistiche ed economiche con norme e prassi culturali – racconta una delle ginecologhe afgane del Centro di maternità di Emergency ad Anabah, la cui identità non viene resa nota per motivi di sicurezza – anche durante la gravidanza la consapevolezza dell’importanza delle visite di controllo è molto limitata e questo può portare a una mancata identificazione di complicanze o fattori di rischio con gravi conseguenze per la salute della mamma e del neonato’.

Il 54% delle donne che effettuano controlli prenatali nelle strutture di Emergency arriva nel secondo e terzo trimestre di gravidanza. ‘Vediamo sempre più donne, anche molto giovani, arrivare in condizioni drammatiche senza, a volte, la possibilità di salvare loro o i loro bambini. Molte sono malnutrite: i bambini nascono prematuri, sottopeso e tornano nelle settimane successive al parto perché le famiglie non hanno la disponibilità economica per procurare loro il cibo terapeutico necessario’. Sono infatti 17.4 milioni gli afgani che vivono in stato di grave insicurezza alimentare, un terzo dell’intera popolazione.

La progressiva riduzione di personale sanitario femminile, in particolare di ostetriche e ginecologhe, dovuta al divieto di studiare all’università e specializzarsi, impatta sulla qualità e la tempestività delle cure offerte. Tra le strutture primarie esterne analizzate nel rapporto Emergency, ad esempio, soltanto una può contare sulla presenza di una dottoressa. Questa carenza si ripercuote sull’assistenza postnatale: la dimissione entro sei ore dal parto – e non dopo le raccomandate 24 – è una pratica diffusa in 25 delle 28 strutture analizzate.

In una situazione di questo tipo non è possibile prevedere cosa accadrà nei prossimi anni. Emergency, nel frattempo, continua a formare il personale sanitario locale, anche femminile. ‘Nell’agosto del 2021 abbiamo scelto di restare in Afghanistan per proseguire il lavoro nei nostri ospedali che, in oltre vent’anni, hanno testimoniato la storia del Paese senza mai chiudere i propri cancelli al nuovo corso degli eventi – ha concluso Panic – lo abbiamo fatto perché la popolazione ha bisogno di un’assistenza sanitaria gratuita e di qualità, ma anche di non essere dimenticata. Chiediamo che la comunità internazionale torni a parlare seriamente della crisi afgana, un sostegno costante e investimenti nel settore sanitario. Gli afgani hanno bisogno di essere ascoltati, ma soprattutto di strumenti concreti per raggiungere una pace reale di cui al momento non vediamo ancora traccia’.

Del report ‘Nascere sicuri, cure affidabili: il report di Emergency sulla maternità in Afghanistan’ si parlerà al Festival di Emergency il 6 settembre a Reggio Emilia nell’incontro dedicato in Piazza San Prospero alle ore 16.30 con Francesca Bocchini, coordinatrice Ufficio Advocacy EMERGENCY e Daniele Giacomini, direttore Area Emergenza & Sviluppo EMERGENCY (https://www.emergency.it/festival/).

Reinventare il giornalismo d’inchiesta

Il vero nodo oltre il caso giudiziario

L’oscura, inquietante e grottesca vicenda giudiziaria/penale del duo Ranucci/Lavitola ha fatto passare in second’ordine il vero nocciolo della intera questione. E questo ancora al di là del comprensibile, nonchè gravissimo, silenzio della sinistra politica, culturale, giornalistica, televisiva e giudiziaria del nostro paese di fronte allo squallore che sta quotidianamente emergendo da questa incredibile e misteriosa vicenda. Un silenzio che spiega, più di cento convegni e migliaia di dichiarazioni, l’etica e il profilo morale dell’attuale sinistra italiana.

Ma, ripeto, al di là di questo aspetto che, comunque sia, non potrà più essere trascurato nel futuro, l’elemento su cui vale la pena riflettere a fondo è che cos’è oggi nel nostro paese il cosiddetto “giornalismo di inchiesta” televisivo. Anche perchè proprio questo tassello, almeno formalmente, è la linea rossa della sinistra politica, culturale, giornalistica, televisiva e giudiziaria che porta sempre e comunque ad assolvere il compagno Ranucci da qualunque accusa e da qualsiasi comportamento. Appunto, cos’è oggi il giornalismo di inchiesta, soprattutto televisivo, nel nostro paese? Dalla risposta a questa domanda – che non può scadere nella sola propaganda o nella faziosità più estremistica – noi riusciamo anche a comprendere il profilo e la bontà del giornalismo contemporaneo. E, senza farla troppo lunga, ci sono sostanzialmente due modelli di fondo che si confrontano.

 

Il “modello Gabanelli”: partire dai fatti

Il primo, per semplificare e avendo come riferimento di fondo proprio il “metodo Report”, potremmo definirlo il “modello Gabanelli”. Ovvero, un giornalismo che parte dai fatti, che approfondisce meticolosamente i problemi, che non ha l’obiettivo di distruggere o di annientare il nemico politico, che non costruisce teoremi e che, soprattutto, non coltiva finalità squisitamente e platealmente politiche e di schieramento. Insomma, un modello che esalta le virtù, le capacità e le potenzialità di quel giornalismo che arricchisce l’ascoltatore perchè ti permette di conoscere i problemi che vengono affrontati senza filtri politici e senza misteri incorporati.

 

Quando l’inchiesta diventa un’arma politica

E poi c’è un altro modello. Che è il metodo che ben conosciamo dell’attuale conduttore di Report. Un metodo che fa del giornalismo di inchiesta un’arma squisitamente e radicalmente politica, che punta a distruggere singoli esponenti dell’area politica avversaria e nemica, che costruisce teoremi di attacco personale e che, in ultimo ma non per ordine di importanza, trasforma la trasmissione televisiva in un tassello di un progetto politico e di schieramento. Che non a caso, e per fermarsi a questo modello di giornalismo, viene elevato come totem dogmatico quasi religioso ed intoccabile dallo schieramento politico amico. E questo ancora al di là di ciò che ormai leggiamo quotidianamente sui vari organi di informazione riconducibili alla vicenda giudiziaria e penale di Ranucci/Lavitola.

 

Una scelta che riguarda la qualità della democrazia

Ecco perchè, e al di là di come finirà questa indagine, un fatto è certo perchè è persin oggettivo. Adesso va riscritto, reinventato e ricostruito il giornalismo di inchiesta televisivo nel nostro paese. Abbiamo di fronte due modelli precisi. Alternativi l’uno rispetto all’altro. Bisogna scegliere. E dalla scelta che si farà capiremo anche, e soprattutto, il tasso della qualità della nostra democrazia.

Proporzionale? Non è nostalgia ma futuro

C’è un gesto che ci è stato tolto senza che quasi ce ne accorgessimo. Il gesto di guardare in faccia il proprio candidato, stringergli la mano in un giovedì sera di provincia, dirgli: «Senti, io ti voto, ma tu rispondi a me, non a chi ti ha messo in lista». Quel gesto oggi non esiste più. Non perché la democrazia sia morta con un colpo secco. È stata svuotata dall’interno, un poco alla volta, come si svuota una stanza quando nessuno ci abita più.

Il dibattito sulla legge elettorale – che ciclicamente si riaccende per spegnersi in qualche commissione parlamentare – deve ripartire da qui. Da quella stanza vuota. E dalla domanda più semplice e più radicale che si possa porre: chi decide chi ci rappresenta?

 

Il nodo irrisolto: la delega confiscata

Non voglio fare il nostalgico della Prima Repubblica, e chi mi conosce lo sa. Però una verità va detta con chiarezza: con i sistemi maggioritari che si sono succeduti – dal Mattarellum al Rosatellum – il cittadino è diventato un figurante. Vota una lista, spesso bloccata, e il nome che troverà in Parlamento lo ha deciso, in una stanza chiusa, un segretario di partito o un ristrettissimo cerchio di fedelissimi.

Zygmunt Bauman, in Dentro la globalizzazione (1998), parlava di una democrazia «spettatoriale», in cui il cittadino assiste a decisioni già prese, ridotto a consumatore di offerte politiche preconfezionate. Mi torna in mente ogni volta che apro una scheda elettorale e non posso scrivere un nome. Non un nome. Un nome proprio, di una persona in carne e ossa.

Non è una questione tecnica da costituzionalisti. È una ferita nella democrazia sostanziale, quella che – come ricordava Norberto Bobbio ne Il futuro della democrazia (1984) – non si accontenta delle procedure, ma esige che il potere risalga davvero dal basso.

 

Rompere la logica delle segreterie

Lo dico con rispetto, ma con fermezza: finché la selezione della classe politica resterà appannaggio esclusivo delle segreterie, avremo un Parlamento di nominati, non di eletti. E un nominato risponde a chi lo ha nominato. È aritmetica, non ideologia.

Il proporzionale con voto di preferenza – o, meglio, un sistema misto alla tedesca, con collegi e recupero proporzionale – spezza questa catena. Restituisce al cittadino il potere di individuare, premiare, punire. Robert Putnam, in Bowling Alone (2000), dimostrava come la partecipazione civica crolli quando le persone percepiscono le istituzioni come impermeabili al loro contributo. Non è un caso che l’astensionismo italiano abbia superato il 40%. La gente non va a votare non perché sia apatica. Non va perché non sceglie. E chi non sceglie, alla lunga, si disabitua persino a desiderare.

 

Una chiamata alle forze di centro

Qui parlo direttamente a quell’area – ampia, trasversale, spesso afona – che si riconosce nei valori del popolarismo europeo, del riformismo moderato, del cattolicesimo democratico, del liberalismo sociale. A quei partiti, movimenti, associazioni che si dicono «di centro» ma troppo spesso si accodano alle logiche bipolari senza incidere.

Il proporzionale non è una bandierina da campagna elettorale. È una battaglia di civiltà. È dire: la democrazia non è un sistema a due blocchi in cui devi turarti il naso e scegliere il «meno peggio». È pluralismo reale, rappresentanza delle minoranze, possibilità per una voce piccola di arrivare in Parlamento senza essere fagocitata da un cartello.

Chiedo con l’insistenza di chi ci crede: apriamo un tavolo. Un confronto serio, pubblico, anche scomodo. Tra forze centriste, società civile, costituzionalisti, cittadini. Non per tornare indietro. Per andare oltre un sistema che ha prodotto vent’anni di governi fragili, campagne urlate, personalismi tossici.

Tocqueville, nella Democrazia in America (1835), ammoniva che il rischio maggiore per una democrazia non è la tirannia di un despota, ma la «tirannia della maggioranza» che riduce ogni dissenso a rumore di fondo. Il proporzionale è l’antidoto istituzionale a quella tirannia. È il modo per dire: anche il 5% ha diritto di parola. Anche chi non urla.

 

L’elemento che nessuno dice: tornare ad abitare le piazze

C’è un aspetto che raramente entra nei dibattiti tecnici. Un aspetto sociologico, umano, quasi fisico.

Con il proporzionale e le preferenze, il candidato deve tornare a camminare. A stare sotto un palco improvvisato in una piazza di paese, con il microfono che fischia e le sedie di plastica. Deve ascoltare, non solo parlare. Rispondere alla signora che chiede dell’ambulatorio chiuso, al ragazzo che vuole sapere dei trasporti, all’anziano che ricorda quando «una volta il deputato lo conoscevi per nome».

Habermas, nella Teoria dell’agire comunicativo (1981), insisteva sulla necessità di uno spazio pubblico in cui il discorso politico torni a essere dialogo, confronto faccia a faccia, e non monologo mediatico calato dall’alto. Le piazze, i comizi, le assemblee di quartiere non sono folklore. Sono l’infrastruttura emotiva della democrazia. Il luogo in cui una comunità si riconosce mentre discute di sé.

Ho un ricordo da bambino: mio padre che mi portava a sentire un comizio in piazza, d’estate. Odore di anguria, sedie occupate dagli anziani, il candidato che sudava sotto i riflettori e qualcuno dal fondo che gridava: «E le strade? Chi le aggiusta?». Quel teatro povero, imperfetto, umano, era democrazia viva. Non uno spot di trenta secondi. Non un post.

Restituire il proporzionale significa anche questo: rimettere i corpi nello spazio pubblico. Far tornare le parole pesanti, perché pronunciate davanti a persone vere che ti guardano, ti giudicano, ti ricordano le promesse il giorno dopo.

 

Una conclusione che è un invito

Non scrivo per nostalgia. Scrivo perché il futuro della nostra democrazia passa da una scelta tanto semplice quanto rivoluzionaria: restituire la matita al cittadino. Non la croce su un simbolo deciso altrove. La matita per scrivere un nome. Il proprio, accanto a quello di chi vuoi che ti rappresenti.

È una riforma che non costa nulla in risorse e restituisce tutto in fiducia, partecipazione, legittimità. Le forze moderate, centriste, riformiste di questo Paese hanno il dovere – non l’opzione, il dovere – di farsene carico.

Perché una democrazia in cui nessuno sceglie nessuno non è una democrazia. È un teatro in cui il pubblico è stato mandato via e gli attori recitano per sé stessi.

E noi meritiamo di tornare in platea. Anzi, sul palco.

Francesco Fabbri, memoria e futuro dei “liberi e forti”

Il 29 luglio 1976  Francesco Fabbri diventava Ministro della 

Marina Mercantile nel terzo Governo del Presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Era nato a Solighetto di Pieve di Soligo (Treviso) il 15 agosto 1921. Purtroppo, il suo incarico governativo durò pochi mesi: il 20 gennaio 1977, a soli 55 anni di età,  il ministro Fabbri si spegneva dopo breve malattia. Parliamo di una perdita improvvisa, prematura e  molto dolorosa, che vide un popolo affranto, stordito e sgomento ai funerali nell’allora chiesa arcipretale della città del Quartier del Piave, alla presenza delle più alte cariche dello Stato, esprimere i sentimenti di stima, affetto e di profonda gratitudine per la vita buona, esemplare e in pienezza di un autentico servitore della Repubblica.

 

Le “cose nuove” di un autentico leader

A cinquant’anni da quella nomina a ministro capace di suscitarel’entusiasmo della gente trevigiana – che plaudiva insieme anche all’ascesa al dicastero del Lavoro della prima donna  ministro d’Italia, la conterranea Tina Anselmi, di Castelfranco Veneto –  e a quasi mezzo secolo anni dal suo triste congedo terreno, Francesco Fabbri non è mai stato dimenticato e continua ad essere compianto ma, soprattutto, rimpianto. La vivissima gratitudine per la sua figura e la sua opera encomiabile si è come tramutata in un sentimento di nostalgia e di ammirazione senza tempo, quasi in un sentire laico di devozione per uno statista che ha manifestato in concreto il senso autentico del servizio fattivo, disinteressato e generoso alla società e alle istituzioni. Ancor oggi, quando si pronuncia il suo nome, ci si unisce in una sorta di riverente omaggio alla storia di un cattolico illuminato che ha donato la sua esistenza interamente al bene comune, interpretando al meglio i valori più alti e le istanze più vere degli uomini e delle donne della sua amata terra trevigiana. Un “leader”, che ha inventato percorsi, iniziative, attività, “cose nuove”, che ha saputo guardare all’oggi e al domani, e che ha rappresentato la libertà e la solidarietà, insieme, nella vita quotidiana delle istituzioni. Una memoria integra e feconda, alla quale concorrono fondazioni, centri culturali, pubblicazioni, ma anche scuole, strade, piazze e palasport a lui intitolati, come il PalaFabbri, perché la “consegna” di questi insegnamenti si trasmetta soprattutto alle giovani generazioni, nel segno di una speranza condivisa.                                                                                                                          

 

Un cristiano esemplare, un vero statista                                                                                                                

Fabbri va ricordato per la saldezza dei suoi valori e per la rettitudine dimostrate in tutto il suo percorso, e per una competenza eccellente in tema di regole, contenuti concreti della politica e buona amministrazione, modello e “icona” delle istituzioni repubblicane che seppe contribuire         al meglio alla rinascita dell’Italia dopo la seconda guerra mondiale. 

Già sindaco di Pieve di Soligo e vice presidente della Provincia di Treviso, deputato a partire dal 1963 e senatore nel 1976, Fabbri aveva rivestito l’incarico di Sottosegretario di Stato al Tesoro nel secondo governo Andreotti  nel 1972, e quindi nel quarto e quinto governo Rumor e nel quarto e quinto Governo Moro, prima di diventare Ministro della Marina Mercantile nel terzo governo Andreotti. Insegnante elementare, direttore didattico, laureato in scienze agrarie, giovanissimo responsabile  di Azione Cattolica e poi nei Maestri Cattolici, dirigente della Cisl sindacato scuola, fu impegnato per le Comunità Emigranti della sua Solighetto con la rivista Il Campanile. Presidente dell’ospedale civile Balbi Valier, operò pure come membro del collegio sindacale in Banca Piva e con vari ruoli nelle Comunità Montane, anche come consigliere nazionale UNCEM . Non va dimenticato che rimase profondo, intenso e costante il legame di Fabbri con il territorio di Marca in tutte le dimensioni sociali, economiche e istituzionali: basti citare la sua fondazione del Consorzio BIM Piave Treviso nel 1956 per l’avvio dell’opera di metanizzazione – intuizione concreta straordinariamente anticipatrice e lungimirante – insieme a molti altri incarichi e attività nell’ambito della cooperazione e delle realtà consortili. Egli fu infatti tra i fondatori dell’Associazione dei Comuni della Marca Trevigiana, nel gruppo promotore e presidente della Cantina Sociale Colli del Soligo, dirigente e presidente della Federazione Provinciale delle Cooperative Mutue  di Treviso.  

Animato da profonda fede cristiana, faro luminoso di tutta la sua esistenza, egli aveva maturato nei campi di concentramento nazisti la scelta definitiva e totale di impegnarsi per la libertà e la democrazia e di dedicarsi senza riserve alla politica come “forma esigente di carità” verso tutti, e in particolare verso i più bisognosi. “Il reticolato nudo e spinoso s’è destato al sole d’aprile e ha germogliato il fiore della libertà”: così scriveva l’allora sottotenente di artiglieria alpina Francesco Fabbri il 13 aprile 1945 nel suo diario di prigionia, mentre riassaporava il ritorno a casa, il rientro tanto agognato presso la sua gente dopo un lungo periodo di indicibile dolore fisico e morale per l’internamento nei lager tedeschi.

Nel pensiero e nell’azione competente, concreta e di amore alle persone e al territorio fu un vero leader democratico cristiano, allievo di fatto del grande economista e sociologo cattolico concittadino, Giuseppe Toniolo, primo economista cattolico a salire agli onori degli altari come beato nel 2012, come lui “riformatore sociale che prima di tutto è riformatore di se stesso”, ispirandosi ai più alti valori umani e cristiani. Svolse tutti i ruoli istituzionali in una sintesi completa e vitale dei principi della sussidiarietà, del protagonismo dei corpi intermedi, della buona amministrazione, del rigoroso rispetto delle istituzioni.

 

Il ricordo di Giuseppe Fioroni

Lo ha ribadito il vice presidente dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Giuseppe Fioroni, relatore principale del convegno tenutosi nei giorni nel paese natale di Fabbri nel ricordo del cinquantesimo anniversario della sua nomina a Ministro della Repubblica Italiana.

“Il valore e il primato della persona, basilare nella tradizione del cattolicesimo democratico e popolare nel nostro Paese – ha sottolineato Fioroni a Solighetto nel suo applauditissimo intervento nella sala conferenze di Villa Brandolini, che non é riuscita a contenere la folla accorsa da tutta la Marca, e anche da fuori provincia  – è stato il perno della visione innovativa e della dedizione competente, generosa e totalmente disinteressata di Fabbri alla vita delle comunità che tanto amava, e che ha servito come sindaco, vice presidente della Provincia di Treviso, deputato, senatore, sottosegretario e ministro. La sua opera è stata nel segno della fiducia e della speranza, attingendo con il suo vasto impegno nel mondo della scuola e della cooperazione agli insegnamenti di un maestro come Giuseppe Toniolo, anche lui “vita illustre”  dentro il “genius loci” di Pieve di Soligo”, dove brillano tra le altre anche le personalità della cantante lirica TotiDal Monte, del poeta Andrea Zanzotto e del missionario tra gli hanseniani del Brasile, già primo cittadino, don Mario Gerlin.     

 

Le ragioni del “Tributo a Francesco Fabbri”      

Nell’anno che ricorda l’ottantesimo della nascita della Repubblica Italiana, diventa significativa anche una nuova pubblicazione che possa celebrare il percorso di memoria per il cinquantesimo di Francesco Fabbri Ministro, soprattutto a favore delle giovani  generazioni che non hanno avuto la possibilità di conoscerlo direttamente,  a tanti anni ormai dalla sua morte. Il nuovo volume “Tributo a Francesco Fabbri”, a cura di chi scrive, nasce per l’esigenza di mettere nero su bianco gli interventi, i dialoghi, i ricordi, le immagini delle giornate speciali  vissute in anni recenti da Pieve di Soligo per ricordare Fabbri, unitamente alle testimonianze di amici e protagonisti dei giorni della vita e della scomparsa dello statista pievigino.  

In un tempo di oscurità, tensioni e conflittualità, a tanti livelli, abbiamo bisogno di ritrovare, valori, fiducia, speranza. Nel buio servono luci, riferimenti, esempi concreti, capaci di illuminare e incoraggiare l’opera quotidiana delle persone di buona volontà impegnate a far crescere l’idea di un nuovo umanesimo, di un destino comune, di una solidarietà diffusa e vincente, di una “pace disarmata e disarmante”. 

Per questa ragione serve conoscere e riscoprire la “vite illustre” di un uomo come Francesco Fabbri, che con una solida formazione e uno stile di presenza e dedizione popolare ha declinato mirabilmente l’ispirazione cristiana in politica come forma esigente di carità verso il prossimo. A cinquant’anni esatti dall’annuncio di “Fabbri Ministro!”, dal moto di orgoglio e di commozione di un popolo che lo amava immensamente, oggi ci inchiniamo all’esempio di vita del Ministro Fabbri, convinti di una lezione straordinariamente attuale e di una politica dei “liberi e forti” che con lui è esistita, e potrà tornare, coerente e credibile, al servizio della terra trevigiana e dell’intero Paese.    

Le ondate di freddo fanno più danni (economici) di quelle calde

Roma, 16 ago. (askanews) – Piccola consolazione per tutti coloro che dopo settimane di alte temperature ancora sono in affanno per le ondate di calore: le situazioni opposte, ondate di freddo anomalo, possono fare molti più danni a livello economico. Lo sostengono gli autori di uno studio comparso nella collana “Temi di discussione”, della Banca d’Italia.

Secodno questa analisi, infatti “c’è una forte asimmetria tra gli effetti di shock inattesi di freddo e di caldo. I primi accrescono l’incertezza e riducono l’attività economica, i consumi e gli investimenti, i prezzi e i tassi di interesse. L’impatto a livello aggregato dei secondi – riporta una sintesi dello studio – invece non risulta significativo nel breve periodo”.

“I risultati – si legge – evidenziano che gli episodi di freddo estremo possono rappresentare una fonte rilevante di rischio economico, in un contesto di crescente instabilità climatica”.

Il lavoro, intitolato “Caldo, freddo e macroeconomia: gli shock di temperatura non sono tutti uguali”, valuta appunto se le ondate di caldo e di freddo hanno conseguenze analoghe sull’economia. A tal fine propone nuovi indicatori di shock termici inattesi per gli Stati Uniti, basati su dati giornalieri a livello di contea nel periodo 1975-2019.

Gli indicatori consentono di distinguere gli effetti macroeconomici degli episodi di caldo da quelli legati a fenomeni di freddo, misurandone l’impatto su attività produttiva, prezzi, consumi e incertezza macroeconomica.

Filippo Caccamo prolunga il successo dello show "Fuori di Tela"

Milano, 16 ago. (askanews) – Dopo aver conquistato i teatri di tutta Italia con 46 repliche, di cui 42 sold out, e aver coinvolto oltre 40.000 spettatori, Filippo Caccamo – 2 milioni e mezzo di follower tra Instagram, Facebook, YouTube e TikTok – prolunga il successo di Fuori di Tela annunciando una nuova serie di appuntamenti che porteranno lo spettacolo nuovamente in tournée. Partito lo scorso autunno dal Teatro Verdi di Montecatini Terme, Fuori di Tela ha confermato il forte legame tra Caccamo e il pubblico teatrale, registrando il tutto esaurito nella quasi totalità delle date e raccogliendo un entusiasmo che ha reso inevitabile l’aggiunta di nuovi spettacoli. Il nuovo calendario partirà il 25 ottobre dal Teatro Astra di Schio per un lungo tour che si chiuderà il 3 giugno 2027 al Teatro Arcimboldi di Milano, uno dei più importanti palcoscenici italiani.

“Quando abbiamo iniziato questo viaggio non immaginavo una risposta così straordinaria. Vedere così tanti teatri esauriti e oltre 40.000 persone scegliere di trascorrere una serata con Fuori di Tela è qualcosa che mi emoziona ogni volta che si alza il sipario. Per questo sono felicissimo di ripartire con un nuovo tour: ogni città aggiunge nuovi incontri, nuove risate e nuovi ricordi. E concludere questo percorso al Teatro Arcimboldi di Milano ha per me un valore speciale: è uno di quei palcoscenici che sogni quando inizi questo mestiere. Spero sia una grande festa per chi ci ha già seguito e per chi verrà a scoprire lo spettacolo per la prima volta”, commenta Filippo Caccamo.

Scritto e interpretato da Filippo Caccamo e prodotto dalla sua agenzia Talia Media (in partnership con Teatro Verdi di Montecatini Terme ed Essevuteatro di Firenze), Fuori di Tela amplia il percorso artistico dell’attore, affiancando ai racconti del mondo della scuola uno sguardo più ampio sulle piccole e grandi assurdità della vita quotidiana, filtrate attraverso la storia dell’arte.

Lo show si configura come una vera e propria visita guidata a un museo, con il personaggio più amato di Caccamo, La Carla, pronta a guidare gli spettatori, come fossero alunni appena scesi dal pullman, attraverso diverse sale tematiche. In ognuna di esse le opere d’arte che hanno fatto storia diventeranno pretesto narrativo per abbracciare argomenti che toccano la vita di ognuno di noi, riletti in chiave comica. Filippo e La Carla, varcato l’ingresso del museo virtuale, accompagneranno gli spettatori attraverso la sala 3.0 dedicata alla tecnologia, la sala della scuola, quella di scienze, quella per gli incontri con le famiglie e, ad ogni passaggio, collegheranno i masterpieces dell’arte mondiale al vissuto quotidiano del pubblico, dentro e fuori le mura scolastiche, sviluppando questa surreale uscita didattica nel modo più comico e umano possibile.

La particolarità dello show è proprio il fil rouge narrativo, originale e fuori dagli schemi, che trae ispirazione dalla storia dell’arte. Da qui, il titolo Fuori di Tela: sul palcoscenico Filippo – ex insegnante e laureato proprio in Scienze dei Beni Culturali e Storia e Critica dell’Arte – proporrà una carrellata di grandi artisti che, rompendo gli schemi, hanno segnato i punti di svolta della storia dell’arte. In primis Lucio Fontana, che con il suo celebre taglio fa uscire l’arte dalla tela (il titolo dello spettacolo è proprio un omaggio alla sua intuizione); poi Caravaggio, che, di fatto, ha inventato la fotografia moderna catturando l’immagine in fieri, senza posati; o ancora Giotto, il primo a rappresentare il cielo azzurro (anziché dorato) e il primo a far piangere le figure dipinte, inserendo le emozioni nelle rappresentazioni. Elementi che oggi ci paiono scontati e ovvi, ma che al tempo rappresentarono una rivoluzione nel mondo dell’arte. Attraverso brillanti monologhi e dialoghi incalzanti, Filippo Caccamo collegherà capolavori eterni ai nostri psico-drammi quotidiani, scolastici e non. Da ottimo osservatore della realtà, passerà dalle intuizioni dei grandi Maestri alle piccole scocciature quotidiane a cui nessuno fa caso, alle situazioni surreali e i dialoghi non sense, intrattenendo il pubblico con curiosità, pillole di arte e, naturalmente, tantissime risate. Dagli spettatori è richiesta anche una certa attenzione perché alla fine, seppur in modo giocoso, Caccamo interrogherà!

Democrazia nell’età dell’intelligenza artificiale: il futuro resta umano

L’intelligenza artificiale e il primato della persona

Questo tema così attuale ci coinvolge particolarmente perché riguarda una nuova frontiera che forse con la pace potrebbe non avere apparentemente legami e che invece ne ha moltissimi: l’intelligenza artificiale.

Essa sarà il leitmotiv dei prossimi non decenni ma anni e forse mesi; voglio contribuire a richiamare l’attenzione sul risvolto sociale e miratamente politico che l’avvento dell’intelligenza artificiale ci offre. Siamo in un’epoca in cui la politica molto debole verso le sfide della contemporaneità, ha realizzato uno iato tra progresso e sviluppo a detrimento di quest’ultimo.

Vale la pena allora riflettere sui presupposti di una vita ormai universalmente sociale e globalizzata, che le nuove frontiere della scienza interrogano. E la politica ne è il soggetto principale, perché senza di essa ogni progetto o prospettiva resta vana, se al centro dell’azione politica non emerge il valore ontologico della persona, come frontiera ma anche limite della ricerca scientifica. Sin dai tempi del metodo sperimentale inaugurato da Galilei, il problema che si è posto e si pone è di natura etica, perché la scienza deve essere al servizio dell’uomo e non viceversa ma, poiché il divario tra sviluppo e progresso ha portato a divisioni ed incongruenze, col problema della scienza si pone quello dei suoi fruitori e con ciò anche il “problema della democrazia”. Può la democrazia classica fondata su isonomia, isotimia e isegoria, che ha portato certo alla cultura dei diritti, favorire la recezione del progresso scientifico, e di un progresso scientifico che oggi realizza addirittura intelligenza artificiale, intervenire in funzione di una promozione dell’uomo, come direbbe Maritain, integrale?

 

La democrazia personalista come antidoto al populismo

La democrazia personalista si fonda su una relazionalità sociale sia verticale che orizzontale, perché essa è sia ricerca di vicinanza solidale che strutturale interdipendenza tra gli uomini.

Essa è costruzione della personalità sociale attraverso linguaggio, costume, cultura…ethos che conferisce identità e personalità non racchiusa nell’origine dell’individuo, ma nella sua relazionalità.

In tal senso la comunità è convivenza articolata e strutturata che trasmette per osmosi ad ogni uomo categorie di pensiero e criteri di giudizio di cui il soggetto si nutre. L’ethos come sistema di sedimentazione di regole e valori che una comunità ha sperimentato nella sua esistenza, risulta il fondamento essenziale di una democrazia fondata sulla consapevole partecipazione dei cittadini.

Perciò i valori, anche quelli scientifici, non sono “astrazioni razionali”, ma patrimonio di relazioni ed esperienze costruite sull’essenza della persona e sul suo essere “situata”, aperta all’alterità e non proprietà esclusiva.

La persona è l’antidoto al populismo imperante, perché supera ogni ideologia della dominanza, del denaro e della carriera; la realizzazione della natura umana è il fine di una vera democrazia nei suoi livelli ed articolazioni, promuovendo l’ontologia essenziale della dignità umana, rimuovendo ogni differenza sociale, etnica, economica, sessuale…come recita l’art. 3 della Costituzione della Repubblica italiana, per realizzare una vera società partecipativa in vista di uno Stato non censitario.

 

La pace richiede istituzioni e sovranità condivise

La seconda guerra mondiale aveva dimostrato quanto il nazionalismo minacciasse la sicurezza e la sopravvivenza dei popoli e degli Stati: l’art. 10 della Costituzione italiana riconosce l’importanza del diritto internazionale e la sua superiorità rispetto all’ordine giuridico interno di ciascuno Stato, le cui norme devono adeguarsi a quelle internazionali.

Tale articolo inoltre garantisce il diritto d’asilo agli stranieri, cui sia stato impedito nel loro Paese l’esercizio delle libertà democratiche, escludendo l’estradizione per motivi politici e riconoscendo pieno diritto di cittadinanza a tutti perché“persone”.

Tuttavia non è sufficiente ripudiare la guerra, ma indispensabile costruire le condizioni grazie alle quali le guerre non possano più iniziare e tale obiettivo risulta raggiungibile attraverso due azioni: da un lato gli Stati, da sempre protagonisti attivi o passivi di tutte le guerre, dovrebbero acconsentire a limitazioni delle loro sovranità; dall’altro le organizzazioni internazionali dovrebbero crescere di ruolo ed importanza.

 

La crisi della partecipazione e della rappresentanza

L’attuale momento storico e politico sembra essere caratterizzato da una diffusa mancanza di idealità, nelle finalità e nei progetti nonché da una debolissima tensione etica. Le cause di questa situazione sono probabilmente da ricercare nella profonda dissociazione che esiste tra società civile e società politica e, ancor più, nella generalizzata accettazione di un criterio assiologico di tipo utilitaristico ed edonistico. Ne conseguono da un lato la crisi della partecipazione e della rappresentanza della politica; dall’altro un approccio pragmatico e scettico alle questioni sociali, che si rivela incapace di conciliare le esigenze più profonde dell’uomo contemporaneo con le necessità e le sfide della società complessa postglobalizzata.

La costante diminuzione della partecipazione dei cittadini alla vita politica, le spinte xenofobe, sovraniste e populiste, nonché la perdita del valore della politica in sé, concorrono a deprimere il valore ontologico della persona, mentre va evidenziato che il laico che opera in politica compie azioni politiche nella propria responsabilità di coscienza e questo viene stabilito nelle costituzioni che si fondano sul rispetto del valore ontologico della persona, attraverso il cosiddetto principio del “senza vincolo di mandato” che rende il parlamentare eletto dal popolo, responsabile verso di esso attraverso la lucida azione dettata dalla propria coscienza.

 

Dalla modernità alla frattura postmoderna

Non dobbiamo dimenticare il passaggio epocale che in questi ultimi decenni abbiamo vissuto: con il novembre 1989 non si è concluso solo un ciclo, definito da Hobsbawm“secolo breve”, ma anche un periodo di più ampia valenza non solo politica o economica, ma anche filosofica, religiosa e spirituale.

Tale ciclo, che si è appunto concluso da non molto tempo, era iniziato con l’età moderna e nell’ambito dell’unità religiosa e spirituale europea, con la riforma protestante.

Tra il 1500 e il 1600 si è collegata alla dissociazione della natura dalla grazia, una forte rottura di tipo culturale che ha seguito quella religiosa e che ha messo in crisi, soprattutto nel mondo accademico, la cultura umanistica, metafisica, giuridica e letteraria e quella scientifica, di tipo filosofico medico. La prima si è venuta sviluppando sul piano della razionalità, introdotto dal discorso sul metodo di Cartesio, fino ad arrivare alla dialettica di Hegel; ma la seconda, definita “scienza esatta”, ha inaugurato il cosiddetto“metodo sperimentale” che già Machiavelli aveva anticipato separando la politica dalla morale.

Credo sia impossibile negare che tale rottura del metodo sul piano della libertà dell’uomo, abbia contribuito a determinare una straordinaria spinta evolutiva al progresso per la costruzione delle ideologie moderne ed il loro dominio sulla politica, spianando la strada alle grandi conquiste ingegneristiche, informatiche e scientifiche, ma, non di meno, si sia posto il problema della stessa distruzione dell’uomo e del collegamento dell’etica con la scienza e con la filosofia.

 

La spinta in direzione dei diritti dell’uomo

In tale ambito avvertiamo come il quadro storico-culturale, attraverso una spinta verso l’esaltazione della sola dimensione razionale dell’uomo, abbia spinto lentamente ma inesorabilmente ad escludere dalla struttura sociale ogni valore trascendente ed abbia condotto ad affermare, sul terreno politico, a partire da Grotius, il giusnaturalismo in conflitto con la tradizione proveniente dal diritto romano e che ha finito per identificare il diritto soltanto con lo Stato.

Dopo l’anticipazione inglese un punto fondamentale di svolta sui diritti dell’uomo è Stato offerto da due grandi rivoluzioni, quella americana e quella francese; tuttavia fino al 1791 era possibile la convergenza di una parte del mondo religioso su taluni valori della dottrina illuministica che esaltava i principi essenziali di libertà propri del cristianesimo, l’esaltazione e l’estremizzazione dello stesso pensiero illuministico più radicale, ha aperto la frattura con il mondo religioso “tout court”.

Infatti la teoria del contratto sociale che Rousseau riprende da Hobbes e da Locke, risulta difficilmente attuabile in una democrazia partecipativa, perché sostenere che la società sorge per contratto, vuol dire aprire la strada al più estremo individualismo che impedisce il dialogo tra visioni filosofiche e religiose differenti. Tale individualismo contemporaneo è sostenuto dalla teoria di una generalizzata volontà che si fonda sul rifiuto del riconoscimento dell’autonomia delle cosiddette “autonomie intermedie”, ovvero i corpi intermedi tra Stato e società che nel tempo sono stati la conquista in termini di riconoscimento delle società democratiche e che non sono nati da volontà dello Stato in sé.

 

Dal moderno al postmoderno

Con il crollo del muro di Berlino si sono create le condizioni per il passaggio dalla cultura moderna a quella postmoderna ed oggi, credo, esistano tre emergenze fondamentali: 1. il ripudio della guerra e le limitazioni della sovranità tra gli Stati per assicurare la pace e la giustizia tra i popoli e le nazioni

2) Il riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo, le libertà civili, la giustizia sociale, le libertà politiche e religiose

3) La libertà e i diritti di tutte le confessioni religiose

Tutto questo per giungere nel tempo alla costruzione di una cultura postmoderna, fondata su tre unità nel mondo contemporaneo la prima di esse è costituita dalla fine della divisione del mondo secondo ideologie contrapposte, cosa che ancora talune forze politiche non hanno pienamente percepito.

La seconda unità deve essere la parità delle nazioni attraverso una migliore organizzazione dell’ONU per poter esercitare verso i singoli Stati un potere effettivo di deterrenza quando si violino le regole internazionalmente condivise ed in questo senso importante e complementare è l’unità del diritto per riconoscere libere manifestazioni di sentimento religioso, pur nel rispetto della laicità degli Stati, che non va confusa con indifferenza agnostica.

La comunità politica non deriva in quanto società naturale, dalla famiglia o dalla società civile perché queste non esisterebbero se la società politica non fosse legittimata ad esistere. La famiglia, la società civile e quella politica: sono realtà diverse ma autonome, distinte ma legate e sono realtà“positive” di cui l’uomo ha assoluto bisogno per conseguire il suo bene; la comunità politica ha lo scopo di riconoscere accanto alla natura, il ruolo della “grazia”, in modo che l’uomo, proprio in quanto persona, non sia molestato dalla politica, scienza del bene comune e strumento per la garanzia dell’autonomia dell’uomo stesso.

È la “libertas maior” che consente la vera convivenza tra gli uomini, impossibile in assenza di un “ordine” della politica e gli Stati moderni sovente non assicurano attraverso leggi che infrangono il diritto naturale, in primo luogo quelle leggi che fanno confliggere la legalità con l’etica.

Rinviare all’esperienza per cogliere l’essenza della politica esclude la possibilità di confondere il mero potere con l’autorità che, al contrario, è un elemento morale e, se tale, va esercitato legittimamente perché ordinato al bene della persona che non dipende dal consenso ed il governo politico non è legittimato, come insegna Locke, dal “consentimento”all’assoggettamento alla podestà politica, ma dalla finalità perseguita dal potere stesso.

Se si considera, in filosofia politica, legittima una sola ed esclusiva forma di governo, allora si assegna valore al consenso non come mezzo ma come fine arrivando a considerare il nichilismo paradossalmente come fondamento dello Stato ed è ciò che è successo nel XX secolo, con le grandi ideologie, che prescindevano da elementi ontologici come valore fondante dell’uomo e della sua relazionalità; si è trattato di una contraddizione in termini del naturalismo politico, rivelatosi incapace di individuare i motivi della politica di cui tutti facciamo uso e non possiamo non fare esperienza.

 

Ragione, libertà e dialogo per una democrazia matura

A questo punto appare inevitabile per una democrazia che abbia nella partecipazione il suo strumento operativo e nella pace la sua finalità educativa, il dialogo come ricerca della propria verità nelle verità degli altri, realizzando un percorso esplorativo nel campo sempre più esteso dell’ignoto delle coscienze.

Infatti la coscienza, l’intelletto, la volontà, la sensibilità e la ragione, dotazione invisibile di ciascun uomo, lo rendono capace di governare la natura in ordine al processo di compimento dell’unità personale e di unificazione di tutta la comunità umana.

Dopo la fine della contrapposizione tra democrazie liberali e comunismo, si fa sempre più drammaticamente chiara la scelta che l’umanità è costretta a compiere in tempi brevi: nazionalismo come rivalità, o federalismo come pacificazione; si deve evitare un processo autodistruttivo irreversibile e seguire la strada dell’integrazione a tutti i livelli che è l’unica possibilità di promozione per l’uomo del nuovo millennio.

Tuttavia non si può disprezzare l’indeterminatezza del bene concepito dalla ragione, perché vi si realizza il primo nucleo fondante della dignità umana e della stessa esistenza della libertà. La volontà attinge al concetto in quanto pensato nel concetto razionale perché, viceversa, non saremmo capaci di astrazione razionale e di vera libera volontà ed occorre discernere l’inclinazione spontanea del volere verso il bene assolutamente infinito, dall’atto volontario, contingente di per sé.

È necessario comprendere il contenuto che ogni uomo mette nelle inevitabili forme che sono oggetto del desiderio naturale ed universale della volontà: l’uomo per libero arbitrio può scegliere creando il relativismo o considerare infinita la realtà finita pervenendo all’ateismo o considerare il parziale giungendo al panteismo e in politica al totalitarismo.

Ma la volontà è sempre orientata al bene perché la ragione è orientata alla conoscenza dell’ente ed ogni ente è buono perché può essere oggetto di una volontà e quando la si esercita non può non volere qualcosa, ovvero un ente che per essa è il bene, perché, al contrario, non lo cercherebbe e del resto la volontà senza oggetto non è una volontà e gli uomini non possono volere un “non essere”.

 

Democrazia senza partecipazione? Un’astrazione

La libertà è una proprietà della persona e non dell’intera natura dell’uomo intesa in senso astratto e per capire l’essenza della libertà come attributo della volontà occorre possedere un giusto concetto della specifica essenza dell’uomo.

La ragione prepara l’esercizio della volontà e perciò della libertà e l’atto della libera volontà deriva dalla ragione: ecco perché la ragione e la libertà sono l’una l’effetto dell’altra, giacché “radix libertatis est in ratione costituita” ed è perciò che si ammonisce “Veritas liberabit vos!”

In tal senso una democrazia senza la consapevole partecipazione dei cittadini resta un ideale astratto. E in ciò è possibile conoscere la verità e non metterla in pratica, ma impossibile praticare il vero bene senza prima averlo conosciuto. Ogni democrazia matura si fonda su una consapevolezza razionale ed un impegno educativo, ché la ragione formula il giudizio pratico che informa l’azione, ma è la volontà che rende operativamente possibile il giudizio traducendolo in fatti, in azione “partecipativa”.

La libertà non è autosufficiente, ma un mezzo che chiamiamo “libero arbitrio” e per vivere l’autentica libertà, occorre vincere la tentazione di sentirsi detentori di una libertà infinita rispetto ai limiti della natura umana, perché l’uomo può anche governarsi da solo, ma in politica la ragione svolge un ruolo fondamentale. È la più remota, ma nel contempo la più ardua, regola della convivenza civile, l’alleanza tra governati e governanti in un percorso di civilizzazione delle società ormai globalizzate, per realizzare etica e politica in contesti partecipativi nei quali la ragione e la libertà siano scelte consapevoli e responsabili dei cittadini.

 

Prof. Giulio ALFANO

Pontificia Università Lateranense

Presidente Istituto Emmanuel Mounier Italia per gli studi politici

Maria, l’inattesa Assunzione

Chi pensa che in Paradiso si stia tranquilli commette un grossolano errore. Le alte sfere sono sempre in apprensione e non possono fare a meno di distogliere lo sguardo verso terra per vedere come vanno le cose. Stare sulle nuvole non garantisce il distacco che serve per tirare un po’ di fiato e finalmente rilassarsi come si conviene. Si dovrà attendere il giorno del giudizio e con le guerre in corso c’è il rischio che non sia poi così lontano. Gli uomini trepidano per tagliare la storia che li riguarda amputando di qualche migliaio di anni ciò che avrebbe potuto essere più naturalmente. Non è l’ansia di andare al piano di sopra, li muove piuttosto l’imbarazzo a stare in quello di sotto senza pestarsi troppi piedi l’uno con l’altro.

Occorreva un consiglio di famiglia per valutare la situazione e decidere il da farsi. Gesù, Maria e San Giuseppe sentivano che c’era altro lavoro da fare e ipotizzare un rimando non sarebbe stata la cosa giusta. La misericordia era una legge che li piantonava dalla mattina alla sera e c’era poco da indugiare ancora. Quando la faccenda era complicata c’era solo Lei che potesse porvi mano per arrivare a soluzione.

Si dovettero rassegnare a restare soli per qualche tempo e questo, alla sola idea, sconvolgeva il Paradiso. Il padre e il Figlio non riuscivano ad immaginare che Maria si allontanasse da loro pur nella certezza del ritorno. La notizia era nell’aria e gli angeli erano in piena agitazione per l’abbandono momentaneo della loro Regina, quella che li amava pienamente proprio come fossero di carne ed ossa. Anche lo Spirito Santo si incupì sentendo che da solo, senza di Lei ad alimentarlo, non avrebbe potuto più colmare i cuori del cielo e della terra come gli era di facile mestiere.

Dunque, per come era grave la faccenda, fu deciso che Maria avrebbe dovuto tornare a far breccia nell’umanità non bastando più qualche sua fugace apparizione che commuoveva soprattutto, tranne eccezioni, quelli che non avevano bisogno di convertirsi all’amore. Si trattava di stabilire i tempi della sua permanenza ed un modo diverso di manifestarsi che fosse eccezionale rispetto al suo consueto. Avrebbero dovuto essere abbastanza lunghi per sconvolgere anche gli increduli ed ancor più gli indifferenti ma neanche troppo lunghi perché si abituassero a Lei senza avvertirne più il prodigio della presenza.

Ancor prima si dovette però affrontare una questione logistica di non facile soluzione e che si rivelò così difficoltosa da spingere quasi alla rinuncia del progetto. Era fondamentale stabilire il posto dove apparire, un luogo che avrebbe scritto il suo nome nelle pagine dell’infinito. Era necessario cambiare rispetto alle solite scelte che non avrebbero funzionato. Che fosse su di una montagna sperduta o peggio in una Chiesa era una scelta da evitare. Ci voleva qualcosa di veramente sconvolgente, una novità che avrebbe costretto ad accettare la presenza imprevista di Maria, tanto da sbatterci il muso così che si fermassero qualunque altro ci fosse da fare.

Già sapevano dove avrebbero deciso il nuovo approdo facendo un po’ di melina aspettando che fosse per primo l’altro a dichiarare il punto. San Giuseppe ruppe gli indugi e disse che per quanto lo riguarda non se ne parlava affatto. Mai e poi mai avrebbe permesso alla sua Maria di andare lì dove potesse esserci un’ombra di pur minimo pericolo. Maria restava in silenzio in attesa che la verità si accreditasse con il tempo necessario a farsi chiara nell’animo del suo sposo e di suo Figlio.

Al Diavolo sembrò una occasione irrinunciabile per dire subito la sua, tirare in ballo una provocazione che li inquietasse e li mettesse in crisi. Se Maria non avesse corso alcun rischio nessuno le avrebbe riconosciuto eroica grandezza e l’ascolto che avrebbe meritato. Si doveva giocare la partita in altro modo, affrontare il pericolo della morte. Certo poi sarebbe resuscitata ma avrebbe conosciuto la morte. Questo il prezzo da pagare per riuscire nell’impresa, questo il miracolo che avrebbe stupito l’umanità a darle retta. Gesù e Giuseppe non caddero nel tranello, Maria di per sé avrebbe attratto i cuori, ridato la smania di un desiderio di pace e convertito il mondo a darsi un altro corpo e veste. La sua vulnerabilità era argomento da fumetto e il Diavolo fu rimandato all’Inferno in attesa escogitasse qualcosa di meglio.

La scelta del posto restava però per nulla semplice. Una pioggia di bombe per ogni dove impediva una discensione efficace. Se fosse stato in una zona di guerra, solo i soldati avrebbero potuto ammirarla e forse erano i primi che non avevano il più urgente bisogno di Lei. Già sognavano che tutto finisse il prima possibile per non rimetterci la pelle. L’avrebbero di certo acclamata pregandola di cambiare la testa a quelli che li mandavano alla morte ed agli altri che intanto andavano in vacanza come nulla fosse.

Ogni collina, ogni pianura o zolla di terra ed anche nelle città in conflitto, ogni spazio era irto di esplosioni, mai un preavviso decente che rendesse inutile l’ennesima azione di guerra. Tutto quel frastuono e il fumo degli spari avrebbe impedito a Maria di essere ascoltata ed essere ben distinta magari tra le macerie di un palazzo crollato o nei pressi di un carro armato appena carbonizzato. Anche andare giù dabbasso verso il cielo degli uomini comportava un gran rischio ed un possibile fallimento. Missili per ogni dove l’avrebbero costretta continuamente a cambiare rotta, schivandoli in ogni modo malgrado gli angeli le avrebbero fatto da impenetrabile scudo.

Occorreva scovare un luogo di pace ma non estraneo ai disastri in corso altrimenti sarebbe suonato al pari di una pubblicità delle isole felici. La reazione sarebbe stata più di risentimento che di ambizione a guadagnare tutti quanti quello spicchio di pace. Quanto al giorno, Ferragosto sembrava l’occasione migliore per procedere nell’intento.

Maria aveva un piano semplice da realizzare ma solo a parole. Almeno nelle intenzioni avrebbe voluto portare per il tempo giusto l’umanità verso l’alto, nei pressi della sua atmosfera, per far capire che aria buona tira dalle sue parti e come la terra si era imbrattata a causa loro. Avrebbe sollevato il cuore di ciascuno fino a renderlo leggero levitandolo fino al cervello, irrorando di sangue nuovo il pensiero, purificandolo dalle tossine che ora padroneggiavano sbizzarrendosi per ogni dove.

Giuseppe questa volta faticò a restare in silenzio, desiderava trattenerla e non perché temesse che restasse delusa per un eventuale insuccesso. Era preoccupato e non voleva nasconderlo. Sapeva comunque che Maria aveva con sé un’arma che l’avrebbe spuntata su chiunque. Le bastava un sorriso, un semplice sorriso per spalancare di sorpresa la bocca degli uomini e mettere loro addosso una irrefrenabile smania di trattenerla. E se poi non fosse tornata per molto tempo?

Sarà per questo che Giuseppe andò da Gesù per chiedere almeno una volta di essere assecondato, anche lui che aveva sempre accondisceso all’intero progetto divino rivendicava di dire la sua. A suo Figlio non mancava di certo la fantasia per inventare qualcosa di diverso a quanto si andava prefigurando. Per aiutarlo si candidò a scendere lui a dire agli uomini che era ora di cambiare verso. Certo, non aveva la bellezza e il fascino di Maria ma avrebbe fatto ugualmente colpo. Le sue apparizioni, diceva, erano assai più rade e avrebbe fatto più scalpore con tanto di bastone in mano, manifestandosi.

Gesù lo ascoltò con infinita commozione ed anche Maria non potette trattenersi dall’abbracciarlo. Le cose però anche così non potevano funzionare perché una madre è sempre più vincente di un padre. Allora lo Spirito Santo si mise all’opera per uscire fuori dal rovello di non facile soluzione.

In Paradiso arrivano preghiere di pochi ma a getto continuo. Sparuti veri fedeli ancora facevano sentire la propria voce senza demordere. Si trattava di restituire la pariglia con maggiore generosità non badando a chi fosse meritevole o meno, del resto anche i miscredenti hanno orecchie. Gesù, Giuseppe e Maria quel giorno si sarebbero loro messi in ginocchio a pregare uomini e donne e se fosse stato necessario anche gli animali, le piante e i sassi per ogni dove sperando cambiassero in meglio. Per un giorno intero si sarebbero impegnati fino ad asciugarsi la lingua e scorticare a secco le novene per avere partita vinta su una battaglia quasi impossibile. Non avrebbero fatto uso di miracoli, non l’esercizio di un potere sovrannaturale che sgominasse il male che lardellava il mondo fino ad affondarlo. La preghiera, solo la preghiera era a quanto si sarebbero affidati così che calasse sulle teste dei loro figli per restituirgli nuovamente il dono di una vita vera.

A Ferragosto tutto è possibile, anche questo.

Meloni "promuove" politica economica governo. Opposizioni: ‘E’ Truman Show’

Roma, 14 ago. (askanews) – L’Italia sta “tenendo bene” con dati di crescita “superiori alle previsioni”, per Giorgia Meloni. “La premier è fuori dalla realtà: siamo al Truman Show”, per l’opposizione. E’ guerra di cifre tra la presidente del Consiglio e il centrosinistra, in questa vigilia di Ferragosto.

A far nascere il confronto a distanza è una lunga intervista che la premier – che dopo qualche giorno a La Maddalena prosegue le vacanze in Puglia – rilascia a Milano Finanza. Un colloquio incentrato, in gran parte, sulla situazione economica del Paese e le prospettive per i prossimi mesi.

Per Meloni “l’economia italiana sta tenendo bene…i dati dei primi due trimestri 2026 sono incoraggianti”, “superiori alle previsioni e in linea con quelli dell’Eurozona”. Tra i fattori confortanti, per la premier, l’incremento del pil pro-capite, “che rispecchia l’effettiva ricchezza dei cittadini. Il pil pro-capite è cresciuto, rispetto al 2022, di quasi 4.500 euro. Per fare un confronto pre-Covid, dal 2016 al 2019, l’aumento era stato di circa 1.850 euro”. Da quando è in carica, dice ancora, “il dato relativo alla crescita 2023 è stato rivisto al rialzo e portato dal +0,7% al +1% nel settembre 2025. Non so se questo è dovuto al fatto che venga sottovalutato il governo o se viene sottovalutata la capacità del Sistema Italia”. Meloni è fiduciosa sulla possibilità, con le nuove stime di settembre, di poter “uscire dalla procedura d’infrazione”, un “obiettivo alla nostra portata” e “avremmo potuto già raggiungerlo, se non avessimo dovuto fare i conti col peso del Superbonus” che è stato “un disastro che il governo Pd-M5S ha abbattuto sui conti e che ha sottratto decine di miliardi di euro a scuola, sanità, servizi e infrastrutture”.

Per i prossimi mesi “cercheremo di utilizzare al meglio le risorse aggiuntive ora disponibili sul fronte energia – parliamo di 14 miliardi di euro in più nel prossimo biennio – per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi sulle famiglie vulnerabili e sulle imprese, ma più in generale di tutti gli italiani”. Un altro obiettivo è “fare certamente di più per alleggerire ancora il carico fiscale sul ceto medio, che sostiene l’Italia e va premiato”, tenendo comunque conto che “ogni anno, tra taglio del cuneo e tagli dell’Irpef, rimettiamo 21 miliardi nelle tasche degli italiani”.

La ricostruzione di Meloni è totalmente contestata dalle opposizioni. Un racconto che appartiene “al genere letterario del romanzo distopico” secondo Arturo Scotto (Pd), mentre per il responsabile Dem per l’economia Antonio Misiani la premier vede “un’Italia che esiste solo nella sua immaginazione, come un grande Truman Show. Peccato che gli italiani, nel frattempo, debbano fare i conti con quella vera, che nei quasi quattro anni di governo della destra è decisamente peggiorata”. Misiani, fa anche qualche esempio, dati alla mano: “Nel 2022 il PIL italiano era aumentato del 4,8% mentre da tre anni arranca sotto l’1%, nonostante il PNRR”.

Nell’intervista Meloni “racconta di un paese che non c’è” mentre la realtà è che da quando governa l’Italia “è peggiorata e gli italiani se ne stanno accorgendo a proprie spese”, attacca il capogruppo di Avs al Senato Peppe De Cristofaro. “Meloni sostiene che l’Italia sia ‘più forte di prima’. Ma più forte per chi? Sicuramente – accusa Mario Turco, vice presidente M5s – per le banche, che hanno registrato profitti record. Per i grandi gruppi energetici, che hanno accumulato enormi extraprofitti mentre famiglie e imprese pagavano bollette sempre più pesanti. E per l’industria delle armi, alla quale questo Governo continua a destinare ingenti e crescenti risorse”.

Lavoro, Ilo: quasi 4 giovani senza occupazione per ogni adulto occupato

Roma, 14 ago. (askanews) – In un contesto globale caratterizzato da un nuovo aumento della disoccupazione giovanile e da crescenti difficoltà nell’accesso a un lavoro dignitoso, l’Italia si distingue per il “significativo calo” della disoccupazione giovanile, proseguito nei primi mesi del 2026. Lo rileva un nuovo rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo). Questa dinamica, sottolinea però l’Organizzazione internazionale del lavoro, va in parte interpretata nel contesto della “progressiva riduzione della popolazione giovanile” e della “bassa partecipazione al mercato del lavoro”. Nonostante il progresso, l’Italia continua a registrare “risultati meno favorevoli della media europea”, includendovi il volume elevato di neet e un rapporto di quasi 4 giovani disoccupati per ogni adulto (over 25) disoccupato.

La diminuzione del numero di giovani che si affacciano sul mercato del lavoro contribuisce infatti a spiegare come al calo della disoccupazione possa accompagnarsi anche una debole dinamica dell’occupazione. I progressi sul piano quantitativo convivono pertanto con “persistenti criticità” nella partecipazione, nelle transizioni verso il mercato del lavoro e nella qualità dell’occupazione giovanile.

Il mercato del lavoro giovanile mostra “progressi significativi, ma persistenti debolezze strutturali”, spiega l’Ilo. Il punto di partenza è demografico: la popolazione italiana di 15-24 anni è passata da circa 9 milioni nel 1984 a meno di 6 milioni nel 2024.

In un Paese che invecchia rapidamente, valorizzare il lavoro dei giovani diventa essenziale per sostenere crescita, produttività e sostenibilità economica e sociale. L’accesso al mercato del lavoro è migliorato. Sono diminuite sensibilmente la disoccupazione e soprattutto l’incidenza dei neet (15-29), che è quasi dimezzata nel giro di un decennio, passando dal 25,7% nel 2015 al 13,3% nel 2025. Si tratta della maggiore riduzione tra tutti i Paesi dell’Ue.

La partecipazione resta bassa e molti giovani senza lavoro non figurano tra i disoccupati. Nel 2025 solo il 35% dei neet era disoccupato, mentre il 65% era inattivo. Circa un terzo del totale degli inattivi apparteneva alle forze di lavoro potenziali. Per l’Ilo sono necessarie delle politiche specifiche per raggiungere anche i giovani con un legame più debole con il mercato del lavoro, inclusi coloro che ne sono attualmente esclusi.

Tra chi lavora permane la penalizzazione giovanile. Nel 2025 il 31,3% dei dipendenti 15-29enni aveva un contratto a termine e il 61,4% dei giovani aveva un contratto a tempo parziale perché non aveva trovato un impiego a tempo pieno (part-time involontario o sottoccupazione). Instabilità e sottoccupazione incidono su salario, reddito, esperienza professionale, protezione sociale e progressione nella carriera.

I ritorni dell’investimento in capitale umano restano problematici. L’istruzione aumenta le probabilità di occupazione, ma le competenze non sempre trovano un utilizzo adeguato. Nel 2025 la sovraqualificazione interessava un giovane (20-34 anni) su quattro (24,3%) tra i laureati e un giovane su tre (33%) tra i diplomati. Per utilizzare appieno le competenze disponibili è necessario, aggiungo l’Organizzazione internazionale del lavoro, che il sistema produttivo generi lavoro a più alto valore aggiunto.

Gli indicatori generali nascondono forti disuguaglianze di genere e territoriali. Tra i 20-34enni non più in istruzione o formazione, il 77,4% degli uomini è occupato contro 61,9% delle donne, con un divario occupazionale di 15,5 punti percentuali. Questo divario scende a circa 4,1 punti tra i giovani con istruzione terziaria. L’istruzione, pur fondamentale, non può compensare da sola la debole domanda di lavoro qualificato in alcuni territori: tra i 20-34enni non più in istruzione o formazione, nel 2024 il tasso di occupazione era dell’81,4% al Nord e del 54% al Sud. Un ampio divario permane anche tra i laureati.

Schlein: diffuso un video fake di me e Vannacci, enormi rischi dalle tecnologie

Roma, 14 ago. (askanews) – “Mi hanno segnalato che sta girando un video fake in cui mi intrattengo divertita con Roberto Vannacci ad una cena. Non è mai accaduto. Non ci siamo nemmeno mai incontrati. E quella cena non è mai esistita”. Così su Facebook Elly Schlein, che pubblica anche il video ‘fake’.

“Ora – prosegue la segretaria Pd – non mi interessa tanto la smentita in sé di un fatto poco credibile già di suo: mi interessa riflettere insieme su dove sta portando le democrazie questo tipo di abuso dell’intelligenza artificiale. Su cosa può fare ai diritti di tutte e tutti i cittadini. E voglio rilanciare l’appello che ho rivolto a tutte le forze politiche, già raccolto dalla Presidente Meloni, ad un uso responsabile ed etico dell’intelligenza artificiale. Perché questa piccola vicenda dà l’idea degli enormi rischi di inquinamento della campagna elettorale attraverso deepfake sempre più raffinati. Tutte le forze politiche dovrebbero impegnarsi a non usare l’AI per attribuire agli avversari politici fatti o parole che non sono reali. Non risolverà il problema di tutto quello che gira in rete e che può colpire chiunque, ma intanto facciamo la nostra parte e diamo un segnale. Inoltre, le piattaforme social devono assumersi le proprie responsabilità e rimuovere tempestivamente i deepfake come quello che si inventa la conversazione falsa tra me e Vannacci. Queste nuove tecnologie sono talmente potenti che possono far vedere un avversario politico che pronuncia una frase che non ha mai detto, o che commette un reato mai commesso, o che abbraccia un dittatore mai conosciuto. Se non interveniamo assumendoci le nostre responsabilità in modo trasversale questa tecnologia può deformare campagne elettorali, condizionare l’opinione pubblica e consentire interferenze esterne, portando la disinformazione ad una scala che non ha precedenti. Stiamo lavorando a un testo per offrirlo alla discussione con le altre forze politiche sperando di poter firmare tutti un impegno chiaro a tutela della democrazia”, conclude Schlein.

In Usa una maxi operazione di spionaggio contro i manifestanti anti Ice

New York, 14 ago. (askanews) – Il governo americano ha condotto una “maxi campagna di spionaggio” contro organizzazioni di sinistra e manifestanti contrari alla stretta migratoria condotta a inizio anno dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) in Minnesota. E’ quanto emerge da quasi 30 rapporti interni delle forze dell’ordine e parte di un caso penale lanciato dal dipartimento americano di Giustizia contro 15 manifestanti a Minneapolis: sono accusati di “cospirazione” e di avere “ostacolato” gli agenti Ice.

Stando a quanto scritto dal Guardian, il dipartimento per la Sicurezza interna (DHS) da cui ICE dipende ha inviato agenti sotto copertura negli incontri di comunità locali sia a Minneapolis sia a New York City. Non solo: si sono anche infiltrati in chat su Signal e ottenuto documenti finanziari di sindacati e non profit con un orientamento politico di sinistra.

I documenti mostrano che a gennaio, il DHS ha avviato un’indagine chiamata operazione “Pupper Master” per identificare una “rete di cospiratori” che si organizzava contro ICE. L’operazione è arrivata mentre l’attivismo comunitario contro l’ICE stava crescendo nella regione in risposta agli omicidi dei cittadini americani Renee Good e Alex Pretti.

Dai Dai di Shakira e Burna Boy in vetta a classifica Singoli FIMI/NIQ

Milano, 14 ago. (askanews) – Per la quarta settimana di fila il tormentone “Dai Dai”, l’inno ufficiale del Fondo FIFA Global Citizen per l’Istruzione, di Shakira e Burna Boy è al numero 1 nella classifica Singoli FIMI/NIQ. Nonostante la mancata partecipazione ai Mondiali degli azzurri, il brano è amatissimo e si conferma una delle hit dell’estate 2026! «Dai dai, ikou, dale, allez, let’s go» con l’incitazione in cinque lingue è pensata per essere cantata in coro da tutti, al di là delle differenze linguistiche.

Gaza, Conte: sì a Nobel a bambini, lavoriamo a candidatura formale

Roma, 14 ago. (askanews) – “Sostengo con convinzione la proposta lanciata dal filosofo Eugenio Mazzarella e da altre personalità di attribuire il premio Nobel per la pace ai bambini di Gaza. A Gaza sono tanti i bambini che hanno perso la vita. Coloro che sono sopravvissuti portano i segni della barbarie. I loro sogni sono svaniti. Restano solo gli incubi: la fame, la sete, la paura. Hanno perso fratelli, sorelle, genitori, amici. Molti sono feriti, mutilati. Non hanno più una casa. Non hanno più la scuola. Non hanno neppure la possibilità di consolarsi con le ipocrite distinzioni che fanno i grandi: guerre giuste, legittime, strategiche, danni collaterali, rappresaglie. Loro conoscono solo l’orrore, nudo e crudo. Loro che non hanno avuto pace, meritano il Nobel per la pace”. Lo annuncia su Facebook il leader M5s Giuseppe Conte.

“Questa proposta – prosegue Conte – è stata rilanciata dal quotidiano Avvenire, che,dopo aver creato un indirizzo e-mail dedicato (petizione.gaza@avvenire.it), sta ricevendo migliaia di adesioni. In questi giorni stiamo lavorando, con il prof. Mazzarella, per preparare una relazione dettagliata e presentare la proposta formale di candidatura attraverso i canali ufficiali del Comitato per il premio Nobel. Possono farlo parlamentari e professori universitari. Invito tutti a unirsi a questa iniziativa. Vi terrò aggiornati su come sostenere questa iniziativa ediffonderla tutti insieme. Non è solo un atto simbolico. E’ un atto che ci serve per gridare forte che non si può continuare a far finta di niente”.

“Proprio in questi giorni – ricorda – i coloni israeliani hanno assediato il villaggio palestinese di Qusra, in Cisgiordania, dove c’erano anche cittadini italiani. Proseguono da anni, impuniti, questibrutali atti di terrorismo. Fin dove arriva l’ignavia? I nostri governanti sono rimasti immobili di fronte a un genocidio, a oltre 20mila bambini palestinesi uccisi: non hanno neppure voluto strappare accordi e imporre sanzioni. Ma noi continueremo a farci sentire: nelle istituzioni, nelle piazze, con iniziative concrete”.

Caos voli in Sicilia: dopo stop Catania, scalo Palermo in difficoltà

Palermo, 14 ago. (askanews) – La situazione dei voli in Sicilia è nel caos, l’aeroporto di Catania è chiuso da giorni a causa dell’eruzione dell’Etna, per questo la stragrande maggioranza dei passeggeri viene dirottata a Palermo, ma l’aeroporto del capoluogo siciliano è in grave difficoltà, con lunghe attese, passeggeri costretti rifare il check in, e gente ovunque. I biglietti per chi da giorni cerca di uscire dall’isola hanno raggiunto prezzi astronomici, difficile arrivare a Palermo da Catania anche in macchina. L’aeroporto di Fontanarossa è chiuso fino alle ore 02:00 di Ferragosto e i piccoli scali di Comiso e Trapani, insieme a Palermo non riescono ad assorbire le richieste, in molti vengono mandati a Lamezia Terme, ma in questi giorni di esodo estivo anche attraversare lo stretto di Messina è un’impresa.

Europei atletica, le due staffette 4×400 in finale

Roma, 14 ago. (askanews) – Una mattinata da incorniciare per l’Italia agli Europei di atletica. Le staffette 4×400 maschile e femminile conquistano la finale, ma sono soprattutto gli uomini a firmare un’impresa: Scotti, Sito, Soudassi e Benati chiudono in 2’58″10, nuovo record italiano e nuovo primato dei Campionati. Una prestazione impeccabile, con gli azzurri sempre protagonisti e Benati autore di un’ultima frazione dominata.

La 4×400 femminile, con Accame, Polinari, Cirillo e Bonora, si qualifica invece con il secondo posto nella propria semifinale in 3’25″99, alle spalle dell’Olanda. In finale ci saranno anche Gran Bretagna, Germania, Spagna, Francia, Belgio e Polonia.

Arrivano buone notizie anche dalle prove individuali. Pietro Arese conquista la finale dei 1500 metri con l’11/o tempo complessivo, dopo una gara condotta con attenzione e chiusa al quinto posto nella propria batteria. Eliminato invece Joao Bussotti, 11/o in 3’39″01.

Nel giavellotto femminile Paola Padovan centra la finale con 56,90 metri, misura che le vale il dodicesimo posto e l’accesso tra le migliori 12. Nel salto con l’asta Matteo Oliveri supera 5,60 al terzo tentativo e accede alla finale con la decima misura. Nessun problema per il favorito Mondo Duplantis e per il greco Emmanouil Karalis, entrambi qualificati direttamente.

Nell’eptathlon Sveva Gerevini ha iniziato con il piede giusto: personale nei 100 ostacoli in 13″16, poi 1,74 nel salto in alto, misura che eguaglia il suo miglior risultato stagionale. Dopo due prove l’azzurra è nona in classifica.

La sessione mattutina consegna dunque all’Italia un bottino particolarmente ricco: due staffette in finale, tre qualificazioni individuali e una partenza positiva nell’eptathlon, con la 4×400 maschile che si candida apertamente a un ruolo da protagonista nella finale che chiuderà il programma degli Europei.

Evacuati 5 italiani a Qusra assediato dai coloni in Cisgiordania

Roma, 14 ago. (askanews) – I cinque italiani, tra i 20 e i 40 anni, nel villaggio palestinese di Qusra, in Cisgiordania, assediato dai coloni israeliani, sono stati evacuati dalle forze israeliane, confermano fonti informate.

I cinque attivisti italiani che erano a Qusra, villaggio palestinese a sud di Nablus avevano ricevuto ordine di allontanamento e sono stati poi trasferiti dalle forze israeliane, secondo il sindaco del villaggio, con la forza. Si troverebbero in un villaggio non lontano.

Qusra è un villaggio palestinese di alcune migliaia di abitanti situato a sud-est di Nablus, in Cisgiordania, circondato da un’area in cui sorgono insediamenti e avamposti israeliani e teatro negli anni di ripetuti episodi di violenza tra residenti palestinesi e coloni.

È un centro rurale, con terreni agricoli e uliveti, situato in una zona nella quale sorgono insediamenti e avamposti israeliani e dove sono stati documentati problemi di accesso per i palestinesi ai terreni agricoli e danneggiamenti di proprietà.

Da domenica scorsa, dei coloni hanno assediato tre case alla periferia del centro abitato. Tra quanti sono rimasti intrappolati ci sono la famiglia di Yusuf Hassan (moglie e due figlie di 2 e 4 anni) e il cittadino americano-palestinese Qusay Abu Rida. I cinque italiani poi trasferiti dalle forze israeliane sono giunti per dare prova di solidarietà.

Dopo l’evacuazione degli italiani, Israele ha dichiarato la zona militare chiusa per sgomberare l’insediamento di Tel Talpiot, dove sarebbero state dismesse postazioni e arrestato un israeliano. In un dura condanna, l’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee ha definito l’assedio un “atto di terrorismo”.

Intanto, il deputato democratico israeliano Gilad Kariv ha pubblicato su X un video registrato oggi che mostra un colono armato che entra in un terreno privato palestinese nei pressi di Beit Suhour, vicino Betlemme, e spara in aria per mandare via attivisti israeliani impegnati a garantire una presenza protettiva a una famiglia palestinese più volte aggredita dai coloni, che hanno anche creato un avamposto sulla loro terra. “A quindici minuti da Gerusalemme, alle porte di Betlemme e Beit Sahour. Un nazionalista violento punta un’arma contro gli attivisti della presenza protettiva e spara in aria: tutto questo su un terreno privato di una famiglia palestinese occupato da una banda di coloni”, ha scritto Kariv, stando a quanto riportato dal Times of Israel. “L’esercito è arrivato e ha allontanato gli attivisti, mentre i membri della banda di coloni sono tornati all’avamposto che hanno creato in una casa di proprietà della famiglia palestinese. Questo è quanto accade ogni giorno nei territori”, ha aggiunto il deputato.

Dopo Ferragosto arrivano i temporali

Roma, 14 ago. (askanews) – La lunga fase di caldo intenso ci terrà compagnia fino a Ferragosto. Da domenica è atteso un primo cambiamento con l’arrivo di una rapida perturbazione temporalesca che darà il via ad una fase decisamente più dinamica.

Mattia Gussoni, meteorologo de iLMeteo.it, conferma che la giornata di Ferragosto trascorrerà ancora sotto l’assedio di temperature ben al di sopra della media stagionale. A guidare questo quadro meteorologico è la costante risalita di masse d’aria di matrice subtropicale provenienti dal cuore del Sahara. Non si tratta di un episodio isolato: questa configurazione ci accompagna ormai da settimane senza soluzione di continuità, intrappolando l’Italia e gran parte del Mediterraneo in una bolla d’aria rovente e stagnante.

La persistenza e l’intensità di questi promontori africani sono il segno inequivocabile di un’estate sempre più estrema, chiaro sintomo di un cambiamento climatico che sta progressivamente ridisegnando la geografia delle nostre stagioni. Periodi di caldo spietato, un tempo considerati eccezionali o confinati a brevi parentesi estive, sono diventati ormai la nuova norma climatica del bacino del Mediterraneo. Come evidenziato dallo studio de iLMeteo.it sui cambiamenti climatici (Rapporto sul Clima del XXI secolo), l’aumento termico ha interessato in modo marcato le regioni del Centro Italia, in particolare quelle tirreniche. La causa principale è il surriscaldamento del medio Tirreno: nei mesi estivi la temperatura superficiale dell’acqua si avvicina – e talvolta supera – la soglia dei 30°C. In questo modo, un elemento che storicamente svolgeva un’azione mitigatrice si è trasformato in un potente amplificatore della calura.

L’assetto atmosferico attuale subirà tuttavia una prima rottura a partire da domenica. Un prolungamento depressionario legato a un ciclone in formazione sul Nord Europa riuscirà a scardinare il bordo settentrionale dell’anticiclone, inviando una rapida ma incisiva perturbazione temporalesca verso l’Italia. I primi segnali di cedimento si avvertiranno già durante la giornata di domenica, con il rischio di rovesci e temporali in sviluppo sulle Alpi, in rapida estensione alle vicine pianure del Nord-Ovest e alla Sardegna. Sarà solo l’inizio: da lunedì il fronte instabile sfonderà con maggiore decisione sull’Italia, portando temporali diffusi e trasversali al Nord, per poi estendersi progressivamente anche a parte delle regioni centro-meridionali, imponendo una prima e netta battuta d’arresto alla grande calura.

NEL DETTAGLIO Venerdì 14. Al Nord: sole e caldo, temporali sulle Alpi occidentali specie di confine. Al Centro: sole prevalente. Al Sud: soleggiato, locali acquazzoni sui monti.

Sabato 15. Al Nord: sole e caldo, temporali pomeridiani sulle Alpi centro occidentali. Al Centro: sole e caldo. Al Sud: temporali sui rilievi, intensi in Sardegna.

Domenica 16. Al Nord: sole e caldo, ma temporali su Alpi, Prealpi e locali in pianura. Al Centro: sole e caldo, qualche acquazzone sui monti. Al Sud: sole prevalente.

Tendenza: lunedì arriva una perturbazione con prime piogge e temporali al Nord, in estensione al resto del Paese.

Scuola, il voto come punizione? Diretta gratuita con Daniele Novara

Roma, 14 ago. (askanews) – Che cosa significa davvero valutare? E quando il voto rischia di trasformarsi da strumento di valutazione a forma di giudizio o di punizione? Sono alcune delle domande al centro della diretta online gratuita “Il voto non può essere una punizione”, promossa dal Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti (CPP) il 19 agosto, con Daniele Novara ed Emanuela Cusimano: https://www.metododanielenovara.it/prodotto/diretta-voto-punizione/

Un appuntamento – spiegano gli organizzatori – pensato per aprire, prima della ripresa dell’anno scolastico, una riflessione sul ruolo del voto e della valutazione e sul loro impatto nei processi di apprendimento e nella relazione educativa.

La diretta anticipa il Settimo Convegno Nazionale CPP “Il giudizio non serve” ( https://www.metododanielenovara.it/il-giudizio-non-serve/dedicato ) sul tema della valutazione e al superamento di una cultura educativa fondata sul giudizio.

Il convegno, in programma il 31 agosto, è realizzato anche con il sostegno di Banca Etica che contribuisce in questo modo a dare spazio e valore a un confronto pubblico su come educare e valutare senza trasformare l’errore in una colpa e il voto in un giudizio sulla persona.

Tu cosa fai questa sera" di Noemi il brano più trasmesso in radio

Milano, 14 ago. (askanews) – Tu cosa fai questa sera”, il singolo estivo di Noemi il brano più trasmesso dalle radio italiane (fonte EarOne di oggi).

“Tu cosa fai questa sera” (Columbia Records / Sony Music Italy) è una nuova tappa della cantautrice che, dopo il successo di brani come “Non sono io”, “Oh ma!” con Rocco Hunt e “Bianca” – rimasta ai vertici dell’airplay radiofonico italiano – torna con una canzone che mette al centro una versione ancora più diretta, istintiva e sensuale di sé.

“Tu cosa fai questa sera” è un brano intenso e magnetico, che racconta le dinamiche di un rapporto fatto di attrazione e desiderio di riscatto.  Al centro del racconto emerge la volontà di una donna di riscoprire la propria sensualità, di vivere liberamente la propria femminilità e giocare con la propria passione senza mettersi da parte.

Dal punto di vista delle sonorità il pezzo segna una nuova direzione per Noemi: una veste sonora più ritmica, incisiva e contemporanea, che accompagna un modo nuovo di raccontarsi. Il ritmo serrato e l’energia del brano amplificano il carattere diretto e autentico dell’interpretazione, mostrando un lato inedito dell’artista, più audace e consapevole.

“Tu cosa fai questa sera”, insieme ai brani più amati del repertorio di Noemi, sarà protagonista anche del suo nuovo viaggio live che riprenderà dopo la pausa per l’infortunio dal 16 agosto.

Di seguito il calendario completo, per info www.friendsandpartners.it