Un umanesimo tra scienza e fede
Ritengo che Enrico Medi (Porto Recanati 1911-Roma 1974) sia figura che merita d’essere ricordata proprio oggi nell’attuale temperie culturale. Docente di Fisica sperimentale all’Università di Palermo, deputato democratico cristiano nell’Assemblea Costituente (1946-1948) e della Repubblica Italiana (1948-1953 e 1972-1974), direttore dell’Istituto Nazionale di Geofisica e vicepresidente dell’Euratom, Medi ha incentrato la sua vita e la sua opera sull’idea di umanesimo, che egli non ha elaborato dal punto di vista dottrinale, ma ha testimoniato in prima persona, animandolo con l’esercizio della sua umanità e con il suo impegno di umanizzazione.
L’umanesimo di Medi mira a un ideale di sapere unitario che si articola in quattro forme: scienza, sapienza, saggezza e salvezza. In questo contesto, il ruolo attribuito da Medi alla scienza è quello di ricerca che coniuga insieme rigore epistemologico e responsabilità etica, e l’uno e l’altro sono, a ben vedere, espressioni del rispetto da esercitare nei confronti del mondo e dell’uomo.
Una tale configurazione della scienza è posta in collegamento con la sapienza filosofica e teologica, con la saggezza morale e politica e con la salvezza escatologica. Dall’armonia di questi quattro approcci alla verità scaturisce la sua capacità di meravigliarsi di fronte al mondo e all’uomo, di stupirsi quasi fanciullescamente, di avere atteggiamenti di gioiosa ingenuità.
Dunque, uomo del rispetto, dell’armonia e dello stupore è stato Medi, e questa connotazione va tenuta presente quando si prende in considerazione la sua opera nei singoli aspetti, perché l’unità della persona nella diversità dei compiti è stata da Medi vissuta in modo tanto concreto quanto coerente; il che oggi appare particolarmente significativo.
Si tratta di una impostazione (occorre aggiungere) che si nutre dell’amore evangelico, inteso come l’espressione più alta della persona: è questo amore che deve impregnare ogni modo di essere, di agire e di fare: tutti ambiti che hanno la loro specificità, ma che dall’amore possono trarre un “valore aggiunto”, perché questo amore, che è l’amore cristiano, ha un triplice movimento: “discensivo”: da Dio all’uomo; “orizzontale”: dall’uomo all’uomo, e “ascensivo”: dall’uomo a Dio.
Si tratta di una circolarità che rende il credente festoso, fedele e fiducioso, come appunto era Enrico Medi.
La scienza è uno strumento per l’uomo
Egli incarnava in sé quello che additava come compito nei confronti delle nuove generazioni, per cui (come ebbe a dire in una intervista televisiva degli anni Sessanta) suggeriva di «preparare uomini nel campo scientifico, ma prima di tutto formateli come uomini! In tutta l’ampiezza del loro sentire. Noi, i responsabili, abbiamo bisogno (precisava) non solo di sensibilità scientifica, ma di quella politica, economica, civile, sociale […] dell’uomo e della società nel suo insieme. Perché (ecco il punto su cui ritengo che soprattutto oggi bisogna insistere) la scienza è uno strumento per l’uomo, e non l’uomo uno strumento della scienza».
Il che, detto da uno scienziato, suona particolarmente significativo, e da tenere presente specialmente quando nei confronti della scienza si rischia un atteggiamento che l’assolutizza ovvero la demonizza; occorre invece che la scienza abbia come fine l’uomo e non ne determini la fine ovvero che la scienza serva l’uomo e non si serva dell’uomo.
La sua umanità e la sua religiosità lo portavano ad affermare il valore della persona umana e la necessità di educarla a valori assoluti: la ricerca della verità, in questo senso, rappresentava un imperativo fondamentale per la crescita dell’uomo, e aiutare tale ricerca era per lui, come per ogni vero maestro, un dovere cui chi poteva non doveva sottrarsi.
C’è in proposito un’affermazione di Medi che sintetizza bene questo suo convincimento e comportamento: «se gioia è intendere, gioia più grande è far intendere. Gli uomini di scienza hanno il dovere di spezzare questo pane ai loro fratelli con chiarezza, semplicità e verità».
Ebbene, Medi ha saputo incarnare nel suo molteplice impegno – scientifico e culturale, politico e accademico, sociale e religioso – questa esigenza, e lo ha fatto in modo unitario e armonico.
Famiglia e scuola, educare alla libertà
Qui mi piace ricordare tre suoi interventi. In una conferenza tenuta nella Pontificia Università “San Tommaso” di Roma per un corso dello Studium Christi, Medi parlò della psicologia della famiglia, insistendo anzitutto sul concetto dell’autonomia e specificità dei figli: «genitori, ricordiamo: questo bimbo non è fatto per noi. Siamo noi fatti per lui. Ed è questo l’unico modo per far sì che lui sia fatto anche per noi».
Ecco, allora, il grande compito dell’educazione: «offrirgli la possibilità d’essere autonomo dentro di sé, nello spirito, nelle forze tutte del suo essere: un dominatore di sé», perché i figli li abbiamo messi al mondo «non per essere prigionieri; ma per essere liberi nella santità della vita».
Insieme con la famiglia, l’altro grande pilastro dell’educazione giovanile è la scuola, della quale Medi si occupò in un discorso su La scuola e la vita tenuto alla Camera dei Deputati nella seduta dell’11 ottobre 1949.
Alla scuola (diceva) compete il compito di «ripresa del contatto dello spirito dell’uomo con le sorgenti vere della vita; è attraverso la ricomposizione della razionalità, della eticità, della sensibilità dell’uomo, che noi possiamo rieducare il genere umano».
Diversamente, aggiungeva Medi, «siamo dei professori che non riescono ad educare la gioventù, ma solo a giudicarla e condannarla, perché non possiamo educarla» (la sottolineatura è mia, e tiene conto di recenti accadimenti legati alla protesta studentesca).
Se invece si vuol giungere a questo traguardo – affermò Medi in una lezione tenuta a un gruppo di studenti nel 1969 – «la scuola deve insegnare come si impara; deve cioè mettere nella testa del giovane la tecnica del ragionare» e, insieme, il “senso della verità” intesa non solo come scienza ma anche come sapienza: a questa condizione, la scuola potrà effettivamente essere «scuola formante, scuola rieducante», che favorisce in ogni giovane lo sviluppo integrale della sua personalità per una società più umana.