Nel novembre del 1952, intervenendo al quarto Congresso nazionale della Democrazia Cristiana, Alcide De Gasperi disse: «Bisogna studiare di più, rimanere nel generico è un pessimo servizio per la collettività; si può buttare facilmente una parola in un congresso ma in una riunione di competenti si deve arrivare con statistiche e dati concreti (…) Mi accorgo guardando la storia del nostro movimento sociale che vi sono sempre troppi teologi e filosofi ma pochi economisti». A chi pensava De Gasperi, quando pronunciava queste parole? A quali filosofi, a quali teologi?
È ragionevole pensare che tra gli economisti egli richiamasse alla mente anzitutto, forse soprattutto, Sergio Paronetto, il giovane manager prematuramente scomparso pochi anni prima, al quale in una lettera vergata all’indomani della Liberazione di Roma il futuro presidente del Consiglio aveva scritto «continua a consigliarmi con la tua coscienza illuminata sulla realtà». La lettera è del 20 giugno del 1944. De Gasperi ha 63 anni. Paronetto 33. Morirà il 21 marzo del 1945 a 34 anni.
Casa Paronetto, in via Reno 5 (dove Sergio e la moglie Maria Luisa Valier hanno dimora), è uno degli indirizzi-chiave della resistenza romana durante l’occupazione tedesca. Paronetto, allora vicedirettore generale dell’IRI, è nella posizione per ammaestrare molti sulla effettiva situazione del Paese. Alle sue “lezioni di economia” accorrono cattolici e laici, giovani e meno giovani. Vi accorre De Gasperi, il quale secondo Giuseppe Spataro (il cui studio in via Cola di Rienzo 217 è un altro di questi indirizzi-chiave) è tra gli ascoltatori più attenti e assidui. Paronetto connette e moltiplica le energie. Per suo tramite De Gasperi conoscerà tra gli altri Guido Carli, Donato Menichella, Ezio Vanoni.
Il fatto è che egli si trova, per virtù delle sue capacità morali e tecniche, alla confluenza di due fiumi: da una parte, quello della cultura laica degli allievi di Alberto Beneduce e prima ancora di Francesco Saverio Nitti e dei loro enti, dall’INA (1912) all’IRI (1933); dall’altra, quello della cultura cattolica della FUCI, animata tra le due guerre da monsignor Giovanni Battista Montini e dall’avvocato Igino Righetti, rispettivamente assistente ecclesiastico e presidente dell’organizzazione, i quali daranno vita all’Editrice Studium (1927) e al Movimento laureati di Azione Cattolica (1932).
La moglie di Sergio, Marisetta, come la chiamano tutti, è a sua volta figura di spicco dell’intellettualità cattolica e, dopo la scomparsa del marito, sarà collaboratrice di Guido Gonella al ministero della Pubblica istruzione e di Vittorino Veronese all’UNESCO, della cui commissione italiana sarà a lungo segretario generale. A lei si deve il primo organico contributo storiografico sul marito (M.L. Paronetto Valier, Sergio Paronetto. Libertà di iniziativa e giustizia sociale, Studium, Roma 1991).
L’azione — e l’eredità — di Paronetto è triplice.
In primo luogo, ricostruzione economica e industriale. Assunto tra i primissimi all’IRI nel 1934 — l’istituto è nato solo l’anno prima — come capo della segreteria tecnica del direttore generale, Donato Menichella, Paronetto ha parte in tutti i grandi passaggi della vita del nuovo ente: le convenzioni con le ex banche miste, funzionali alla ristrutturazione del sistema bancario colpito dalla grande crisi del 1929; la creazione delle holding di settore (a cominciare dalla Finmare e dalla Finsider); l’emissione di obbligazioni convertibili per avvicinare i piccoli risparmiatori ai mercati finanziari; la legge bancaria del 1936; la trasformazione nel 1937 dell’Istituto, nato come ente provvisorio, in ente permanente.
Soprattutto è lui, insieme con Menichella, a convincere gli americani dopo la liberazione di Roma della necessità di mantenere in vita l’Istituto, sorto durante il fascismo, anche dopo la fine della guerra, contro ogni ipotesi di smantellamento e smembramento: per garantire all’Italia la possibilità di una forte e rapida ripresa economica, condizione — insieme all’aiuto finanziario internazionale che Paronetto ha tra i primi messo a fuoco — per il consolidamento delle istituzioni democratiche. L’IRI avrà un ruolo primario nel cosiddetto “miracolo economico”, dall’acciaio alle autostrade e oltre.
In secondo luogo, ricostruzione intellettuale e di pensiero. Fin dai primissimi scritti — è appena ventenne — Paronetto conduce un aggiornamento e approfondimento sistematico su due grandi assi. Da una parte la dottrina sociale della Chiesa, dalla Quadragesimo Anno (1931) di Papa Ratti, Pio XI — che riprende il magistero della Rerum Novarum (1891) di Leone XIII e che, secondo l’economista Joseph A. Schumpeter, non tralascia nessuno dei grandi problemi dell’economia moderna — fino ai radiomessaggi di Papa Pacelli, Pio XII, in cui assurge con umiltà alla funzione di consigliere e di suggeritore. Dall’altra, un’economia nuova dell’intervento pubblico in sistemi economici liberi e regolati, che con Beveridge, Keynes, e prima ancora Rathenau, e Roosevelt soprattutto, prende corpo e forma tra le due guerre mondiali (il New Deal, il Welfare). A tutto questo Paronetto è attento come pochi.
É, infatti, tra i primi a leggere in lingua originale e a recensire le opere di Keynes (p. es. How to Pay for the War, ovvero Come pagare il costo della guerra, 1940); degli istituzionalisti americani; di Wilhelm Roepke (di cui legge Die Gesellschafts Krisis der Gegenwart, ovvero La crisi sociale del nostro tempo, 1942). Il suo metodo è integrale: filosofico e scientifico. Nulla più, nulla meno. In certo senso, è tutto già in un suo scritto giovanile intitolato Ambiente e metodo nelle scienze sociali (1930).
Aggiornamento a tutto campo: come in un suo originalissimo scritto sulla Economia della famiglia(1941), tutto teso a evitare sia di esaurire il discorso economico sulla famiglia come unità autosufficiente e conchiusa, sia di escluderla d’emblée: al contrario incline a porla in relazione con i fenomeni e le forme dell’economia moderna: il lavoro, la produzione, il risparmio, fino a delineare una “mistica d’impresa”, in cui il fondamento dell’agire economico si arricchisce di motivazioni e moventi diversi e ulteriori rispetto all’istinto di guadagno, fuoriuscendo dalle strettoie dell’utilitarismo.
Le due vie — dottrina economica e dottrina sociale — trovano concreta sintesi all’epoca della visita dell’inviato speciale del Presidente Roosevelt presso la Santa Sede, Myron Taylor, col quale Paronetto è in contatto diretto, più o meno nei mesi in cui sta scrivendo due capitoli sul bene comune internazionale per un libro di Gonella intitolato I presupposti di un ordine internazionale. Note ai messaggi di S.S. Pio XII (Civitas Gentium, Città del Vaticano 1942). Col che egli anticipa di un quarto di secolo problemi e temi dello sviluppo, che saranno della futura Populorum Progressio (1967).
In terzo luogo, ricostruzione morale e professionale. Qui pensiero e azione si ritrovano, nel tentativo di ricomporre quello iato tra la persona e la grande organizzazione burocratica sia essa pubblica o privata, tra la coscienza personale e l’etica professionale, che si è allargato con l’emergere del big business e del big government. Senza questa ricomposizione ogni azione è dimidiata e non dà frutto. Sicché il problema — centrale nelle società moderne — della formazione dei gruppi dirigenti resta insoluto. È in questo campo che deve intervenire e deve esser praticata, interiormente e nei rapporti sociali, la Ascetica dell’uomo d’azione, che è poi il titolo del diario di Paronetto pubblicato postumo nel 1948 con prefazione di Giovanni Battista Montini, allora Sostituto della Segreteria di Stato.
«La mentalità del “non mi riguarda” — scrive Paronetto nell’articolo “Professione e rivoluzione” apparso su Studium all’inizio del 1944 — se può essere giustificata individualmente in certi casi — molto più rari però di quanto comunemente si ammetta — non può essere giustificata da un punto di vista più generale: quello della responsabilità e della posizione della tecnica e della professione di fronte alla vita sociale». La crisi della professione è parte della generale trahison des clercs (Julien Benda).
È tema politico, e non solo spirituale; ed è angolare per i rapporti tra economia e politica. Esse sono due facce della stessa medaglia. Il cambiamento tecnologico, il mundus novus tecnologicus della rivoluzione industriale con le sue spinte troverà ricomposizione, sempre parziale e temporanea, in quello spirito che invoca la libertà insieme alla giustizia sociale, adattando quest’ultima ai tempi. L’opzione paronettiana è dunque democratica, ma di una democrazia non solo formale, quanto personalista, relazionale e pertanto sostanziale. Egli ha assorbito la lezione di Jacques Maritain. E nella sua biblioteca, come ci informano le ricerche, troviamo sia Humanisme Intégral (Aubier, Paris 1936), sia Christianisme et Démocratie (Éditions de la maison française, New York 1943; si veda T. Torresi, Sergio Paronetto. Intellettuale cattolico e stratega dello sviluppo, il Mulino, Bologna 2017).
La democrazia politica è un processo (in questo senso è sempre democratizzazione) che include la democratizzazione economica: oppure perisce, schiacciata dalla crescente sproporzione tra potere politico formale e potere economico sostanziale. È compito di una classe dirigente degna di questo nome agire di conseguenza. Altrimenti, parafrasando Ortega y Gasset, si potrà dire che la ribellione delle masse, di ieri e di oggi, è nient’altro che l’altra faccia del tradimento delle élite.
In uno scritto di Paronetto del 1943 si legge: «Così, anche guardando nell’avvenire, credo che io sarò fra quelli che verranno discussi e giudicati, perché faranno, non fra quelli che giudicheranno e discuteranno. Sarò con quelli che sbaglieranno, non con quelli che troveranno da ridire perché si è sbagliato; con quelli che avranno sempre torto, perché ci sarà sempre qualcheduno che potrà dire: “così bisognava fare, così io avrei fatto”. Posizione scomoda forse. Ma guai a fuggire e a rifiutare: bisogna impegnarsi fin che si può». L’ascetica dell’azione è ardore d’azione disinteressata.
Ecco: è questo, al di là dei numeri che lo compongono (76 enunciati e 99 proposizioni), il sostrato etico-politico del Codice di Camaldoli (luglio 1943), summa del cattolicesimo democratico del tempo, di cui Paronetto è coordinatore ed estensore per la parte economica insieme a Pasquale Saraceno e Ezio Vanoni. Ispirato al Codice di Malines (1926), stampato a Roma solo nel 1945 con il titolo Per la comunità cristiana. Principi dell’ordinamento sociale, il documento ha grande eco e influenza sui costituenti cattolico-democratici (La Pira, Moro, Vanoni), sulla Costituzione repubblicana e sulla nuova “economia mista” dell’Italia postbellica: cfr. S. Baietti e G. Farese (a cura di), Sergio Paronetto e il formarsi della costituzione economica italiana, Rubbettino, Soveria Mannelli 2012. À rebours: da dove veniva Paronetto? Dalla FUCI di Montini e Righetti, certo. Dall’IRI di Beneduce e Menichella, pure.
Ma prima? Si era laureato in Scienze politiche a Roma, alla Sapienza, con una tesi in Storia economica su «Dogane e dazi negli Stati preunitari» (relatori l’ex ministro delle Finanze Alberto de’ Stefani e lo storico Gioacchino Volpe). Ma non era di Roma. Era cresciuto e aveva frequentato l’intero ciclo scolastico a Ivrea, seguendo i trasferimenti del padre Antonio e della famiglia, che comprendeva la madre Rosa Dassogno e la sorella Vera. Ma non era di Ivrea.
Era nato a Morbegno, in Valtellina, in un ambiente familiare permeato dalla lettura, tra gli altri, di Lev Tolstoj — come rivelano i nomi Sergio e Vera — e Giuseppe Toniolo. Morbegno: un paese allora di cinquemila anime, in cui una decina di anni prima erano nati Pasquale Saraceno e Ezio Vanoni, ai quali egli si sarebbe legato di affetto e amicizia e che, pur più anziani di lui, lo avrebbero considerato un “maestro”. Ma bisognava per Paronetto essere di volta in volta “maestri” e “scolari”. Ed egli era stato scolaro eccellente, premiato nel 1927 tra i migliori ottanta studenti d’Italia con un viaggio di istruzione in Ungheria organizzato dal ministero della Pubblica istruzione. Ed era lì che aveva contratto quella malattia reumatica che, ledendo il cuore, ne avrebbe segnato l’esistenza: con la consapevolezza di dover imparare a morire e anzi di poter presto morire, lasciando incompiuta la propria opera.
«Se tu, o Signore, mi chiami — aveva scritto Paronetto nel suo diario il 30 ottobre del 1941 — vuole dire che quello che a me pare incompiuto è già conchiuso; quello che a me sembra un dovere era uno scrupolo; quello che credo appena avviato è già in porto». Anni dopo De Gasperi avrebbe detto a sua figlia Maria Romana parole ancora una volta consonanti: «il Signore ti fa lavorare, ti permette di fare progetti, ti dà energia e vita, poi quando credi di essere necessario, indispensabile al tuo lavoro, ti toglie tutto improvvisamente. Ti fa capire che sei soltanto utile, ti dice ora basta puoi andare. E tu non vuoi, vorresti presentarti al di là con il tuo compito ben finito e preciso. La nostra piccola mente umana ha bisogno delle cose finite e non si rassegna a lasciare ad altri l’oggetto della propria passione incompiuto» (cfr. M.R. De Gasperi, De Gasperi, uomo solo, Mondadori, Milano 1964, p. 415). Alcide De Gasperi e Sergio Paronetto — il vecchio ricostruttore della Valsugana e il giovane ricostruttore della Valtellina, lo statista e il manager — riposano entrambi a Roma, dove spesero la parte più bella della loro esistenza terrena, non lontani in fondo l’uno dall’altro, segretamente affini: il primo come sollevato dalla terra nella tomba realizzata dallo scultore Giacomo Manzù nel nartece della Basilica di San Lorenzo Fuori le Mura, l’altro nascosto fra i molti del cimitero del Verano.
Fonte: L’Osservatore Romano – 29 maggio 2026
Titolo originale: Professione e vocazione di un’ economia nuova