Mi offre lo spunto per una riflessione (anche politica) sullo sport (specificamente del calcio) un recente episodio, avvenuto nell’ambito delle manifestazioni per lo “spirito di Assisi” nell’ottavo centenario della morte del santo assisiate: l’assegnazione del primo Premio San Francesco a un bambino di nove anni, portiere di una squadra in una finale di calcio giovanile, per avere segnalato all’arbitro una rete della squadra avversaria che nessuno aveva visto ma di cui lui era l’unico consapevole; infatti, a pochi minuti dal termine della partita, un’azione di un calciatore della squadra avversaria, che stava perdendo, tira in porta e sembra evidente a tutti che l’azione sia terminata senza gol; solo il portiere sa con certezza che, invece, il pallone aveva superato la linea di porta e che quindi il gol c’era stato: allora lo dice al mister, che lo comunica all’arbitro, per cui il gol viene assegnato alla squadra avversaria.
Ma non finisce qui: non solo gli avversari hanno fatto i complimenti al piccolo portiere, anche i suoi compagni di squadra hanno accettato e apprezzato il gesto. Ebbene, il piccolo calciatore (Edoardo Consoli) con il suo allenatore (Enrico Pietrelli) è stato premiato dal ministro dello Sport e dei Giovani (Andrea Abodi, che ha istituito il Premio) e dal presidente del Comitato nazionale delle celebrazioni francescane (il poeta Davide Rondoni).
La sportività oltre il campo di gioco
Il riconoscimento sottolinea opportunamente − nello spirito del Premio − un esempio di sportività, una virtù che è bene segnalare, perché la sua pratica non dovrebbe caratterizzare solo il gioco del calcio e lo sport intero, ma tornerebbe utile anche in altri campi, a cominciare dalla politica, verrebbe da dire, a vedere come la politica stia perdendo il senso della contesa, e stia degenerando nel linguaggio e nel comportamento.
Questo riferimento sportivo alla politica non è una indebita estensione, perché proprio il calcio ha in sé delle valenze antropologiche ed etiche, che vanno al di là delle specifiche caratteristiche sportive, e possono quindi interessare altri ambiti, tra cui la politica.
Solo per esemplificare, posso segnalare che il teologo Bernhard Welte, in Filosofia del calcio (Morcelliana, 2021), ha parlato in un saggio del 1978 della partita come simbolo della vita; il giornalista Franklin Foer ha chiarito come il calcio spiega il mondo della globalizzazione (Dalai, 2007); il saggista Pierpaolo Gessa, in Campo filosofico (Amazon, 2026), ha colto metafisica, etica, estetica del calcio; per non farla lunga, ci limitiamo ad aggiungere solo due volumi di cui sono autori dei filosofi che sono anche orgogliosamente tifosi: Elio Matassi, il quale considerava il calcio una compiuta metafora della riflessione filosofica nel libro intervista su La filosofia del calcio (Mimesis, 2013) e in Pensare il calcio (Il Ramo, 2013), e Corrado Del Bò e Filippo Santoni de Sio i quali − ne La partita perfetta: filosofia del calcio (Utet, 2018) − sono giunti a sostenere che anche “ai filosofi non resta che riconoscere che ci sono molte più cose tra le due porte di un campo di quante ne contenga la loro filosofia”!
Il fair play come virtù politica
Pertanto, il collegamento tra calcio e politica può aiutare a capire come anche nella politica ci sia bisogno di competere con “fair play”, una categoria che risale all’Ottocento in Inghilterra ed era applicata allo sport; si è poi estesa ai rapporti sociali, economici e politici, e andrebbe intesa non come semplice rispetto delle regole ma come uno spirito competitivo animato dal rispetto per gli altri e per gli avversari, dallo spirito di amicizia, dal riconoscimento del proprio e dell’altrui valore, dal rifiuto della violenza verbale e fisica, non meno che delle discriminazioni di vario genere e delle prepotenze di vario tipo.
Ebbene, valori come la lealtà, la correttezza, la generosità, la resistenza, la disciplina, valgono solo per il gioco del calcio? Non debbono valere anche per il gioco politico? Certo, sappiamo che l’uno e l’altro sono oggi messi sotto accusa, per cui si potrebbe dire che entrambi avrebbero da guadagnare dalla messa in pratica della sportività.
La lezione di Leone XIV: vincere senza umiliare
In proposito, papa Leone XIV è intervenuto, recentemente, con una Lettera “sul valore dello sport” che vale anche per il calcio, intitolata Vita in abbondanza: con questa espressione non intende «un accumulo di successi o di prestazioni, ma una pienezza di vita che integra corpo, relazione e interiorità», per questo la persona «deve rimanere sempre al centro dello sport in tutte le sue espressioni, anche in quelle di eccellenza agonistica e professionale».
A queste condizioni «lo sport offre una lezione decisiva anche oltre il campo di gara: insegna che si può aspirare al massimo senza negare la propria fragilità, che si può vincere senza umiliare, che si può perdere senza essere sconfitti come persone. La competizione equa custodisce così una dimensione profondamente umana e comunitaria: non separa, ma mette in relazione; non assolutizza il risultato, ma valorizza il cammino; non idolatra la prestazione, ma riconosce la dignità di chi gioca», cioè «aiuta a dare significato alla fatica, a vivere la sconfitta senza disperazione e il successo senza presunzione».
,Il valore della rivalità e la “politica educata”
Ecco, andare oltre il campo di gara per esercitare la sportività pure in politica.
In proposito si potrebbero ricordare le parole del citato Welte sul significato simbolico del gioco del calcio: “almeno qui, in questo gioco, si può osservare ciò che viene sempre cercato e mai completamente trovato: lo scontro per la vittoria, con tutto il suo temperamento, vivacità e tensione, ma mantenendo la pace propria della rivalità cameratesca. È questo ciò che forse costituisce il vero fascino di tale gioco: ciò che viene sempre cercato e desiderato qui è messo in carne e ossa dinanzi agli occhi”.
Ma − aggiunge il pensatore tedesco − questa “gara di rivalità” nel calcio è normata da regole da rispettare e c’è chi le garantisce, in modo tale che ciascuno possa dire “il mio gioco è corretto”.
Forse è questo che manca in politica? Vi si potrà porre rimedio? La democrazia sotto questo profilo si autoregolamenta, certamente, e le voci della moderazione e della mediazione possono svolgere un ruolo essenziale, ma occorre che queste voci nella loro pluralità si facciano sentire, esercitando con fierezza quella che è stata chiamata la “politica educata”.