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Emma Bonino, Gualtieri: un omaggio corale, giusti funerali di Stato

Roma, 13 set. (askanews) – “È bello che sia questo omaggio ed è stata giusta la scelta dei funerali di Stato, è un omaggio corale di tutte le forze politiche e delle istituzioni ma anche e soprattutto di tantissimi cittadini che sono qui e continueranno, siamo sicuri, nei prossimi giorni a renderle omaggio, ci siamo onorati di poterla salutare qui in Campidoglio, lei aveva un grande amore per Roma”.

Così il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, alla camera ardente per Emma Bonino in Campidoglio.

“Una persona dolce e contemporaneamente tenace, ci conoscevamo, abbiamo sempre avuto un bellissimo rapporto, soprattutto sull’Europa, ci siamo sempre confrontati. Adesso sono tantissimi ricordi che mi vengono, ma una cosa importante è che lei ha saputo svolgere con grande impegno e qualità, responsabilità istituzionali altissime, è stata commissaria europea, ministro, ma al tempo stesso però è stata in mezzo alle persone, attenta ai problemi specifici, concreti, non ha mai guardato le cose dall’alto in basso” ha aggiunto Gualtieri.

Emma Bonino, Magi: è stata esempio di come dovrebbe essere politica

Roma, 13 set. (askanews) – “Le persone che stanno formando questa coda qui davanti dimostrano che hanno sempre visto in tanti, di diverse età, di diverse generazioni, anche di diverse sensibilità politiche, in Emma, un modo di stare nelle istituzioni, un esempio di come dovrebbe essere la politica, una politica disinteressata che lotta per conquiste che fanno bene a tutti. Emma amava le istituzioni, amava la democrazia, ha dedicato una vita a migliorarle”.

Così il segretario di +Europa, Riccardo Magi, alla camera ardente di Emma Bonino in Campidoglio. E sui funerali di Stato ha aggiunto: “Io la mattina di venerdì mi sono permesso di suggerire questa cosa alla Presidente Meloni che ha immediatamente ha corrisposto. La ringraziamo per questa sensibilità politica istituzionale, pur avendo su tantissime questioni e opinioni politiche diverse. Una cosa che stamattina ci è venuta dal cuore e abbiamo fatto senza che fosse deciso è stato poggiare una bandiera dell’Europa sul feretro. L’Europa per Emma era la necessità più urgente di tutti, era forse l’obiettivo politico più importante in questo momento”.

Emma Bonino, Gualtieri: combattente dolce e tenace, tanti a dirle grazie

Roma, 13 set. (askanews) -“Tantissimi cittadini in fila qui per rendere omaggio a una donna straordinaria, una protagonista della nostra Repubblica, della nostra democrazia. Mi hanno colpito tante persone davanti al feretro a dirle una parola, grazie, è quello che tutti noi dobbiamo dire, c’è un forte sentimento di gratitudine perché Emma Bonino con le sue battaglie ha avuto un ruolo molto importante, in tanti casi decisivo, per rendere il nostro Paese più libero e quindi più giusto”.

Così il sindaco di Roma Roberto Gualtieri ricordando Emma Bonino alla camera ardente in Campidoglio.

“È stata una combattente dolce e tenace, dello stato di diritto, della libertà, dei diritti civili, delle politiche. Una europeista fortissima che si è battuta davvero per un’Europa democratica, è stata in prima linea su battaglie che hanno segnato la storia del nostro Paese, anche per conquiste fondamentali; si è occupata sempre in prima linea di tanti conflitti del mondo, in termini della fame e di conflitti spesso dimenticati” ha aggiunto.

L’ultimo saluto a Emma Bonino, camera ardente aperta in Campidoglio

Roma, 13 set. (askanews) – Gente in fila a Roma per dare l’ultimo saluto a Emma Bonino, la storica leader radicale morta venerdì scorso all’età di 78 anni.

Alle 12 è stata aperta al pubblico la camera ardente, allestita presso la Protomoteca in Campidoglio. Ad accogliere il feretro, familiari, amici, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, i vertici di +Europa, Riccardo Magi e Benedetto Della Vedova e tanti cittadini.

Sulla bara una sua foto in bianco e nero e la bandiera dell’Unione Europea. La sala sarà aperta fino alle 19 e domani, lunedì 14, dalle 10 alle 19. Martedì 15 settembre, alle 12.30, sempre nella Protomoteca in Campidoglio, si terranno le esequie di Stato in forma laica.

Otranto “accende” la memoria degli 813 martiri

Otranto, 13 set. (askanews) – Storia, arte e tecnologia si incontrano con “Otranto in Luce – La Pietra racconta la storia, la luce la rivela”, in programma in città fino al 27 settembre. L’iniziativa, sul lungomare degli Eroi, rende omaggio agli 813 martiri del 1480, simbolo della resistenza alla dominazione ottomana e della difesa della propria identità cristiana.

“Questa sera, a Otranto, vanno insieme due parole: testimonianza e luce. La testimonianza è quella dei martiri che, cinque secoli e mezzo fa, portarono la luce di fronte alla proposta di abiura, di fronte alla proposta di resa, che avrebbe comportato probabilmente anche la caduta di Roma. Purtroppo, questa pagina straordinaria della nostra storia, che ha salvato l’Italia, è sempre rimasta molto circoscritta a questa parte del territorio salentino” ha dichiarato Alfredo Mantovano, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

“L’evento nasce dalla volontà del ministro della Cultura. Un ringraziamento speciale va ovviamente al ministro Alessandro Giuli, che ci ha creduto fortemente e grazie al quale possiamo essere qui stasera. L’obiettivo è fare di Otranto un modello, un esempio da mettere in mostra e da proporre anche a tutti gli altri territori. Un modello di cosa? Un modello di utilizzo del patrimonio culturale, materiale, quindi monumentale, ma anche immateriale: usi, costumi, tradizioni e storie, per renderlo un vero motore di sviluppo dei territori” ha aggiunto Vincenzo Sofo, Consigliere del Ministro per la Diplomazia Culturale.

Videomapping, giochi di luce e suggestioni sonore trasformano i luoghi della città in un racconto immersivo, affidando alla tecnologia il compito di riportare la memoria storica nel presente. Un progetto che punta anche a proiettare la storia di Otranto oltre i suoi confini.

“Otranto sia orgogliosa, intanto, della sua storia, delle proprie radici e di questo legame profondo con il martirio degli 800 martiri. Questo evento rappresenta la volontà di ricordare un pezzo di storia, ma soprattutto di raccontarlo, anche attraverso le moderne tecnologie, per condividere quella che è l’identità profonda di Otranto e, ovviamente, della storia italiana, che è ricca di episodi e di stratificazioni che rendono il Paese un unicum nel mondo” ha concluso Pietro Cannella, Sottosegretario di Stato al Ministero della Cultura.

Tra memoria e innovazione, Otranto affida così alla luce il compito di raccontare la sua storia, perché il passato continui a parlare al presente.

Ucraina, raid con droni russi vicino confine Polonia: colpito un treno. Kiev: bussano alle porte dell’Ue

Roma, 13 set. (askanews) – Un attacco con droni russi ha preso di mira questa mattina un valico di frontiera tra Polonia e Ucraina, colpendo un treno passeggeri a due chilometri dal confine, nell’oblast di Volinia.

L’operatore ferroviario statale ucraino ha confermato che un attacco ha colpito la locomotiva di un treno passeggeri diretto a Varsavia. L’equipaggio del treno era stato avvertito in anticipo della minaccia dalle autorità ucraine e nessuno è rimasto ferito, ha aggiunto l’operatore.

Separatamente, alcuni video diffusi sui social media hanno mostrato un vasto incendio presso una stazione di servizio vicino al valico di Yahodyn-Dorohusk, tra Ucraina e Polonia. Secondo i media locali, al momento non risultano vittime in relazione all’incendio presso la stazione di servizio.

Il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha reagito agli attacchi al confine con un post su X, affermando che le forze del presidente russo Vladimir Putin stanno “bussando direttamente alle porte dell’Ue e della Nato”.

“I barbari russi sono alle vostre porte, cari alleati”, ha aggiunto Sybiha, esortando gli alleati dell’Ucraina a “scaricare tutto il peso delle vostre sanzioni sul regime aggressivo di Putin”.

Gli attacchi ai confini dell’Ue si sono intensificati mentre alcune agenzie di intelligence mettono in guardia da un rafforzamento delle capacità militari in vista di un possibile attacco diretto della Russia contro un Paese membro della Nato. L’Europa deve affrontare “una campagna di minacce in escalation” e una “guerra ibrida”, ha dichiarato il mese scorso la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.

La campagna di ‘guerra ibrida’ della Russia è stata inoltre collegata a un drone carico di esplosivi rinvenuto nei pressi dell’aeroporto di Lipsia, in Germania, a un drone marittimo fatto successivamente esplodere dalla Romania nel Mar Nero e alle notizie relative a un complotto russo per assassinare l’amministratore delegato del produttore tedesco di armamenti Rheinmetall.

Elezioni Svezia, rischio testa a testa con la sinistra. L’estrema destra potrebbe entrare in governo

Roma, 13 set. (askanews) – Seggi aperti in Svezia per quelle che si preannunciano come elezioni politiche molto combattute, dalle quali potrebbe emergere, per la prima volta, un governo con la partecipazione dell’estrema destra, oppure il ritorno al potere dell’opposizione di sinistra. Le urne chiuderanno alle 20 ora italiana.

I sondaggi d’opinione hanno a lungo attribuito ai quattro partiti del blocco di sinistra un comodo vantaggio sull’alleanza di quattro partiti guidata dal primo ministro conservatore Ulf Kristersson, che comprende anche i Democratici di Svezia, formazione di estrema destra.

Tuttavia, il divario si è assottigliato fino a raggiungere un sostanziale testa-a-testa negli ultimi giorni della campagna elettorale. La leader dell’opposizione, Magdalena Andersson dei Socialdemocratici (che hanno governato il Paese scandinavo per gran parte del XX secolo), ha promesso di rafforzare lo stato sociale e di aiutare le famiglie in difficoltà a far fronte all’aumento del costo della vita, qualora i quattro partiti di sinistra conquistassero la maggioranza.

Il primo ministro conservatore uscente Kristersson ha invece promesso di concentrarsi sul miglioramento della vita quotidiana degli svedesi, ora che la stretta del suo governo sulla criminalità organizzata e sull’immigrazione ha raggiunto i risultati prefissati.

Kristersson ha governato negli ultimi quattro anni con il sostegno dei Democratici di Svezia, partito di estrema destra, e ha promesso di assegnare per la prima volta incarichi di governo al partito anti-immigrazione qualora i quattro partiti di destra vincessero le consultazione elettorale.

I seggi chiuderanno come detto alle ore 20, quando saranno pubblicati gli exit poll. Le prime proieizioni con i risultati veri sono attese alcune ore più tardi.

Conte: primarie? Non ci mettiamo nelle mani del Pd. Campo largo? Follia ruolo centrale a Renzi

Marina di Pietrasanta (Lu), 13 set. (askanews) – “Non possiamo preventivamente metterci nelle mani di un’altra forza politica che sia il Pd o un’altra forza, noi alle primarie arriviamo perché la regola del partito più forte è una regola egemonica e non politica”. Lo ha detto il leader M5s Giuseppe Conte intervistato a Marina di Pietrasanta alla festa del Fatto quotidiano.

“Non continuate a dire che il Movimento vuole assolutamente le primarie e che Conte vuole tornare a Palazo Chigi, se fossi voluto restare c’erano le condizioni per un Conte ter ma erano collegate a un ricatto e non ho voluto”, ha detto ancora.

Renzi nella coalizione? “Mi sembra follia sentire qualcuno che dice che Renzi dovrebbe avere un ruolo centrale nella formazione di centro, il contrario”, visto che “ha una capacità espansiva molto modesta, stiamo parlando del 2%”. Lo ha detto il leader M5s Giuseppe Conte intervistato a Marina di Pietrasanta alla festa del Fatto quotidiano.

“Unitari significa espandere il consenso. Onorato ha detto che rispetto a Schlein e Conte non sceglie, sta aggregando altre forze, cosa facciamo lo teniamo fuori per dare centralità a Italia viva?”, ha ribadito Conte.

Aperta al Campidoglio la camera ardente per l’ultimo saluto a Emma Bonino

Roma, 13 set. (askanews) – Alle 12 è stata aperta al pubblico la camera ardente, allestita presso la Protomoteca in Campidoglio, per rendere omaggio a Emma Bonino, la storica leader radicale morta venerdì a Roma, all’età di 78 anni. Ad accogliere il feretro, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, e tanti cittadini. La sala sarà aperta fino alle 19. Domani dalle 10 alle 19.

Martedì 15 settembre, alle 12.30, sempre nella Protomoteca in Campidoglio, si terranno le esequie di Stato in forma laica, con la commemorazione ufficiale.

Sci, Sofia Goggia non sta bene: rientro anticipato in Italia

Roma, 13 set. (askanews) – Trasferta in Argentina conclusa in anticipo per Sofia Goggia. La campionessa bergamasca ha accusato alcuni malesseri durante il ritiro pre-stagionale a Ushuaia e, d’accordo con la Commissione Medica della Fisi, ha deciso di rientrare in Italia per sottoporsi nei prossimi giorni agli accertamenti del caso.

Goggia era arrivata in Argentina il 23 agosto insieme al gruppo azzurro e avrebbe dovuto proseguire la preparazione fino al 18 settembre, prima di trasferirsi in Cile per continuare gli allenamenti fino ai primi giorni di ottobre. Il programma è stato invece interrotto per consentire alla sciatrice di effettuare gli esami necessari e chiarire l’origine dei malesseri.

La Fisi, nel comunicare il rientro, ha spiegato che la decisione è stata presa in accordo con la Commissione Medica presieduta dal dottor Andrea Panzeri. Al momento non sono stati forniti ulteriori dettagli sulle condizioni dell’azzurra.

La situazione potrebbe avere conseguenze anche sul programma di avvicinamento alla Coppa del mondo. Il primo appuntamento della stagione è previsto a Soelden, in Austria, e il debutto di Goggia è ora da valutare alla luce degli accertamenti che verranno effettuati in Italia. La priorità, prima di ogni decisione sportiva, è comunque capire la natura del malessere che ha costretto la campionessa a interrompere il ritiro.

Tennis, Elena Rybakina vince a New York ed è la nuova n.1

Roma, 13 set. (askanews) – Elena Rybakina è la nuova campionessa dello Us Open femminile, ultimo Slam stagionale che si è concluso sul cemento di Flushing Meadows (con un montepremi record di 108 milioni di dollari) a New York.

In finale la 27enne kazaka di origini moscovite, n.2 del ranking e del seeding, ha battuto per 64 57 62, in due ore e 21 minuti di partita, la bielorussa Aryna Sabalenka, n.1 del mondo fino a lunedì, quando lascerà il trono proprio a Rybakina dopo 99 settimane consecutive in vetta (107 quelle complessive in carriera). Per Elena – premiata da una sfolgorante Maria Sharapova, vincitrice a New York esattamente vent’anni fa – è il terzo trofeo Slam (su quattro finali disputate), dopo quelli vinti a Wimbledon nel 2022 battendo Jabeur e all’Australian Open a gennaio superando proprio Sabalenka, il 14esimo titolo in carriera. La kazaka è la terza tennista dal 2000 a vincere Aus Open e US Open nella stessa stagione, unendosi a Kerber (2016) e Sabalenka (2024).

Contro Aryna fondamentale è stato – come sempre – il rendimento al servizio, nonostante una prima un po “ballerina”: per la kazaka 12 ace – arriva a 411 il totale stagionale, record – e 5 doppi falli, il 47% di prime in campo ma con l’85% dei punti vinti oltre ad un 59% di punti conquistati anche con la seconda di servizio. Rybakina è la terza giocatrice del Tour ad aver vinto tre titoli in questa stagione (Us Open, Australian Open ed il “500” di Stoccarda) insieme proprio a Sabalenka (il “500” di Brisbane ed i “1000” back-to-back di Indian Wells e Miami) e a Mirra Andreeva (i “500” di Adelaide e Linz, ed il Roland Garros).

Adx

Giorgetti: lavoriamo su agevolazioni per aumento stipendio giovani

Roma, 13 set. (askanews) – “Sono tutte idee che devono essere discusse nella coalizione di Governo però gli aumenti di stipendio per giovani sotto una certa età potrebbero avere un trattamento agevolato”. Lo ha ribadito il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, intervenendo alla Festa dell’Udc.

Una flat tax, ha spiegato, trasferita con dovuti accorgimenti anche sui giovani, “credo che su questo si possa lavorare”.

Il ministtro ha sottolineato che in momenti come questo con l’aumento dei tassi d’interesse da parte della Bce, che si traduce in maggiori oneri da parte dello Stato, è importante mantenere sotto controllo il debito pubblico.

“Il recente aumento dei tassi d’interesse da parte della Bce proprio per contrastare l’inflazione e l’aumento dei prezzi – ha detto Giorgetti -, in realtà si traduce, per chi è indebitato, sia famiglie che imprese e anche per lo Stato, in maggiori oneri e quindi in questi momenti in cui i tassi di interesse aumentano si capisce quanto sia importante tenere sotto controllo il debito pubblico” per la fiducia del mercato.

Teatro, in scena a Modena e Roma la signorina Else di Schnitzler

Roma, 13 set. (askanews) – “Sento addosso lo sguardo di Dorsday, mi taglia i vestiti. La mamma e il papà sono a Vienna…”. Torna in scena ‘La signorina Else’, capolavoro di Arthur Schnitzler, un dramma psicologico, di sconcertante attualità, dove la dignità di una giovane donna si scontra con l’ipocrisia sociale e il ricatto familiare. Un racconto che Schnitzler affida a un tormentato monologo interiore, interpretato sul palco da Cecilia Cinardi, diretta dal regista Federico Olivetti.

Due gli appuntamenti: al Drama teatro di Modena, dal 24 al 27 settembre e allo Spazio Culturale Nous a Roma, il 3 e 4 ottobre.

In questa pièce, l’intensità attoriale si fonde qui con la potenza dei movimenti curati da Michela Lucenti, il rosso dell’abito della giovane Else che si riflette nel rosso della scena firmata da Emanuela Dall’Aglio e che si fonde con il disegno luci di Javier Delle Monache. Un’opera ipnotica che Schnitzler sceglie di risolvere con un tragico riscatto.

IA, l’allarme del ceo di Anthropic: rallentiamo lo sviluppo, servono serie misure di sicurezza

Roma, 13 set. (askanews) – Rallentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, fondamentale ragionare sui rischi. Lo ha detto Dario Amodei, Ceo di Anthropic, in un’intervista alla Cbs. La tecnologia dell’intelligenza artificiale si sta sviluppando a un ritmo “esponenziale” e sta suonando un “campanello d’allarme” per questo settore che richiede serie misure di sicurezza, ha sottolineato.

Amodei ha descritto lo sviluppo dell’Ia come un percorso che va da “uno, poi due, poi quattro, poi otto, poi 16, poi 32”, affermando che attualmente si trova “sulla curva” e sta “iniziando a diventare ripida”.

“Questo non significa che dobbiamo farci prendere dal panico oggi. Non significa che dobbiamo chiudere tutto”, ha detto Amodei, aggiungendo però che si tratta di “un segnale d’allarme che ci impone di rallentare”.

Amodei ha affermato che la tecnologia necessita di misure di sicurezza in grado di tenere il passo “con la velocità con cui la tecnologia si evolve”.

L’intervista arriva dopo che Amodei ha pubblicato un post sul suo blog in cui invitava le aziende di intelligenza artificiale a procedere con maggiore lentezza e cautela nello sviluppo della tecnologia, affermando che la prevenzione dei rischi è fondamentale. “Se usata con attenzione, l’intelligenza artificiale può essere l’ultima di una lunga serie di miracoli tecnologici che hanno elevato e nobilitato l’umanità”, ha affermato nel post. “Ma come molte tecnologie prima di essa, l’intelligenza artificiale comporta dei rischi, e poiché si tratta di una tecnologia così potente, questi rischi sono seri”, ha sottolineato.

Amodei ha lanciato l’allarme su hacker malintenzionati che potrebbero prendere il controllo di Internet in appena sei mesi, come avvenuto pochi mesi fa con OpenAI-Hugging Face.

Amodei ha quindi esortato le altre aziende a rallentare il ritmo “con cui miglioriamo le capacità dei modelli di intelligenza artificiale: i progressi sembreranno comunque rapidi, e dobbiamo fare un uso saggio del tempo che guadagniamo”.

Amitav Ghosh: su temi ambientali il sistema letterario è conservatore

Mantova, 13 set. (askanews) – Amitav Ghosh è uno degli scrittori più importanti sulla scena internazionale e anche uno dei primi che hanno lavorato sul tema dell’ambiente e dei cambiamenti climatici. Dieci anni fa con “La grande cecità”, aveva constatato che mancava una letteratura su questi argomenti, così cruciali. Al Festivaletteratura di Mantova ha fatto il quadro di come è cambiata la situazione nell’ultimo decennio.

“Molti scrittori – ha detto dal palco – hanno iniziato a occuparsi di questi temi, oggi ci sono molti romanzi che sono consapevoli della crisi planetaria. Questo per me è uno sviluppo molto positivo, ma quello che voglio ricordare è anche che non è che prima non ci fossero autori che affrontavano il discorso dell’ambiente, ma il grande ecosistema della letteratura li marginalizzava, li catalogava come narrativa di genere e non li prendeva sul serio. Quello letterario è un sistema molto, molto conservatore”.

Ghosh, il cui ultimo libro è intitolato “L’occhio fantasma”, si è occupato dei temi legati all’ambiente a tutto tondo, compreso quello dell’alimentazione. “Non c’è niente di più importante del cibo – ha aggiunto -. Siamo animali, abbiamo bisogno di cibo, è il cibo che ci sostiene. Per quanto mi riguarda io sono bengalese e il Bengala è una terra ricca di fiumi: abbiamo sempre avuto una grande varietà di specie di pesci d’acqua dolce quando ero bambino ogni settimana mangiavamo dieci o 15 diversi tipi di pesce. Ora molto dii quelle specie non ci sono più. Lo stesso vale per il riso: al mercato ce n’erano cento varietà diverse, ora ne sono rimaste solo tre o quattro. E questo a causa dell’introduzione degli OGM e dell’industrializzazione dell’agricoltura, oggi due o tre grandi Corporation controllano da sole tutto il mercato. Questo è un grande problema secondo me, una minaccia per la specie umana più grave all’AI e forse anche del cambiamento climatico”.

Nel corso dell’intervento a Mantova, poi, Ghosh ha parlato anche del suo rapporto con l’intelligenza artificiale, partendo dalla premessa che la scrittura è qualcosa nella quale devi entrare con tutto il tuo corpo. “E un computer non ha un corpo”, ha concluso lo scritto indiano.

Non è una profezia, ma potrebbe magari, un giorno, essere una considerazione che ci dia speranza.

Venezia, Premio Orizzonti a Scamarcio: un sogno, lo dedico ai padri

Venezia, 13 set. (askanews) – Riccardo Scamarcio tiene alta la bandiera italiana alla Mostra del Cinema di Venezia: ha vinto il Premio Orizzonti per la Migliore Interpretazione maschile per “I figli della scimmia” di Tommaso Landucci in cui interpreta un padre di un bambino con una grave disabilità che nel nipote adolescente ritrova il figlio che avrebbe voluto avere.

Il film ha anche ricevuto il Premio Orizzonti per la Migliore sceneggiatura. Riccardo Scamarcio, che figura anche tra i produttori del film, si è detto commosso: “L’emozione continua, io cerco di non esternare quello che provo ma questo lavoro, questa esperienza, mi ha lasciato un segno che porterò per sempre, questo film è pieno di amore” ha detto. “Siamo stupiti e increduli per aver ricevuto due premi, è molto importante per noi perché è un film super low budget e venire qui e tornare con due leoncini è importante, arrivare all’uscita in sala il 17 settembre con due premi vinti a Venezia è davvero un sogno che diventa realtà”.

Una vittoria che ha dedicato ai padri, per primo il suo. “In genere si fanno dei film sui figli o sui rapporti genitori-figli, questo è un film su un genitore, su questo padre, ma con uno sguardo sincero, mettendo in luce i difetti, le paure e le difficoltà, ma anche un amore sconfinato che guida io credo tutti i genitori. È un film molto profondo e autentico” ha aggiunto l’attore.

Ucraina, Cremlino: Modi e Xi pronti a contribuire a fine guerra

Roma, 13 set. (askanews) – Il primo ministro indiano, Narendra Modi, e il presidente cinese, Xi Jinping, si sono offerti di contribuire a una soluzione in Ucraina durante i colloqui con il presidente russo, Vladimir Putin, a margine del vertice Brics a Nuova Delhi, in India. Lo ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, secondo quanto riferito dai media russi.

“Durante i colloqui bilaterali, Modi e Xi hanno posto domande dettagliate su una soluzione in Ucraina e hanno offerto attivamente i loro buoni uffici per contribuire a trovare una soluzione. Putin ha accolto con favore la loro disponibilità ad aiutare e ha fornito un resoconto dettagliato della situazione”, ha detto Peskov ai cronisti.

Svezia al voto, dal centro una sfida alla politica dei due blocchi

La Svezia va oggi alle urne per rinnovare i 349 seggi del Riksdag. Il sistema elettorale è proporzionale, con una soglia di sbarramento nazionale del 4 per cento: una regola che favorisce la rappresentanza delle diverse culture politiche e rende decisiva, dopo il voto, la costruzione delle maggioranze. I sondaggi annunciano una competizione serratissima tra i due blocchi.

Ma proprio dentro questa apparente riproposizione dello scontro tra destra e sinistra si intravede una possibilità diversa. Larea di centro è divisa. Da una parte il Centerpartiet, C, formazione liberal-verde di antica origine agraria; dall’altra i Democratici Cristiani, KD. Due partiti che un tempo appartenevano allo stesso campo politico e che oggi si trovano su fronti opposti.

La ragione della separazione ha un nome: Democratici Svedesi. I cristiano-democratici hanno scelto di partecipare dal 2022 al governo di Ulf Kristersson, sostenuto esternamente dalla destra nazionalista di Jimmie Åkesson. In caso di vittoria del blocco di destra, questa volta gli SD potrebbero entrare direttamente nel governo.

Il Centerpartiet ha fatto la scelta opposta. Ha rifiutato l’alleanza con gli SD e oggi si presenta agli elettori con una proposta che merita attenzione: superare la logica dei due blocchi attraverso una forte maggioranza di centro”, sottraendo la formazione del governo al condizionamento delle ali estreme. C indica nei Socialdemocratici e nello stesso Centerpartiet il nucleo di questa possibile convergenza, aprendola alle altre forze disponibili a collaborare nel grande spazio intermedio. L’obiettivo dichiarato è escludere dall’influenza sul governo tanto i Democratici Svedesi a destra quanto il Vänsterpartiet, la Sinistra, sul versante opposto.

In pratica, tagliare le ali. E provare a costruire nella parte centrale del sistema una maggioranza capace di oltrepassare le vecchie appartenenze.

La proposta interpella in particolare i Democratici Cristiani. Il loro progressivo spostamento a destra li ha portati ad accettare un rapporto sempre più stretto con gli SD, fino alla prospettiva di sedere insieme nello stesso governo. Eppure KD appartiene al Partito Popolare Europeo e conserva una cultura politica che dovrebbe renderlo sensibile alla ricerca di equilibri più larghi.

Per questo, dopo il voto, i democristiani potrebbero avere una scelta da compiere: consolidare lasse con la destra nazionalista oppure prendere sul serio la proposta del Centro.

La Svezia potrebbe allora offrire all’Europa qualcosa di più interessante dell’ennesima vittoria della destra o della sinistra: il tentativo di dimostrare che tra i due blocchi esiste ancora uno spazio politico capace di diventare maggioranza.

Brics al centro: un vertice all’insegna dell’equilibrio

A incidere sui risultati del vertice Brics di Nuova Delhi sono stati principalmente due fattori: il livello delle presenze e il metodo e la mole di lavoro e incontri preparatori, coordinati dalla presidenza di turno indiana del formato che comprende quasi la metà della popolazione mondiale.

Ieri, al termine della prima giornata del Vertice fra gli 11 Stati membri a pieno titolo (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Indonesia), è stata adottata all’unanimità una Dichiarazione Finale. Mentre oggi il Vertice si concluderà con il formato allargato ai 10 Paesi partner (Bielorussia, Bolivia, Kazakistan, Cuba, Malesia, Nigeria, Thailandia, Uganda, Uzbekistan e Vietnam). Non sono all’ordine del giorno nuovi ingressi in entrambi i gruppi.

 

Nuova Delhi, la forza di un vertice preparato

Gli attuali Paesi membri a pieno titolo erano tutti rappresentati dai rispettivi capi di Stato e di governo tranne che in due casi: il Brasile, che ha inviato il ministro degli Esteri in sostituzione del presidente Lula, impegnato nella campagna elettorale del prossimo 4 ottobre alla ricerca di un quarto mandato; e l’Arabia Saudita, che ha preferito una delegazione composta da diplomatici per mantenere una posizione più defilata, giustificata anche dalle tensioni e dalla sua delicata posizione nel quadrante mediorientale.

La Dichiarazione di Nuova Delhi celebra il ventesimo anniversario dei Brics, confermandone le linee guida. Rilancia il ruolo dei Brics come piattaforma del Sud globale che agisce con equilibrio e gradualità per costruire insieme a tutti un nuovo multilateralismo, adeguato alla nuova realtà globale.

 

Più voce al Sud globale

I Brics sono per una riforma complessiva dell’Onu e del Consiglio di Sicurezza, che aumenti la rappresentanza dei Paesi emergenti, con implicito sostegno alle aspirazioni di India e Brasile a un ruolo maggiore nel Consiglio di Sicurezza. E sono per una riforma del Fondo Monetario, con una richiesta di riallocazione delle quote più equa.

Vi è anche una condanna esplicita delle sanzioni unilaterali, definite contrarie al diritto internazionale e con impatti negativi su diritti umani, sviluppo, salute e sicurezza alimentare. Viene espresso il sostegno all’ingresso di Etiopia e Iran nell’Omc.

 

Il silenzio sullUcraina, le parole sul Medio Oriente

Rispetto alle principali crisi internazionali in corso, la Dichiarazione non menziona lUcraina e si limita a un richiamo generale alla risoluzione pacifica delle dispute internazionali tramite il dialogo. Questa assenza esplicita è politicamente significativa: riflette la difficoltà di trovare una posizione comune tra Russia e gli altri membri e conferma la scelta di concentrare il testo su principi generali piuttosto che su condanne specifiche.

Molto più dettagliata è la posizione espressa sull’escalation in Medio Oriente (denominato Asia occidentale). Si sottolinea la necessità di garantire il flusso regolare del commercio globale, delle catene di approvvigionamento e dell’energia. La condanna degli attacchi a infrastrutture energetiche è espressa senza mai citare gli Stati Uniti.

Sul conflitto israelo-palestinese i Brics chiedono il mantenimento del cessate il fuoco a Gaza, con accesso umanitario pieno e senza ostacoli, e l’attuazione della soluzione a due Stati. Sostengono l’adesione piena della Palestina all’Onu e la sua adeguata rappresentanza nelle istituzioni finanziarie multilaterali. Richiedono l’impegno per il pieno rispetto di sovranità, indipendenza, unità e integrità territoriale per Siria e Libano. E lanciano un appello per il Sudan per un cessate il fuoco immediato e permanente e per una soluzione pacifica tramite dialogo, secondo il principio «soluzioni africane ai problemi africani».

 

Brics Connect, una rete per il Sud globale

Nelle relazioni al loro interno i Brics proseguono sulla linea del rafforzamento delle connessioni (Brics Connect). Su tre livelli: fisico (infrastrutture, strade, ferrovie); digitale-finanziario (New Development Bank, la banca Brics per gli investimenti, piattaforme di pagamento digitale in valute locali ma senza alcuna enfasi sulla dedollarizzazione, intelligenza artificiale, standardizzazione); e umano (circuiti comuni per il lavoro, l’occupazione, l’istruzione, la ricerca, la cultura, lo sport, il turismo, etc.).

Con un’architettura inclusiva ma non vincolante, la Dichiarazione di Nuova Delhi è riuscita a trovare il giusto punto di equilibrio che, da un lato, assicura il consenso dei Paesi membri, talora con posizioni divergenti, e, dall’altro, mantiene aperto il dialogo con l’Occidente.

Una opportunità da cogliere. Il prossimo anno la presidenza dei Brics ritorna alla Cina: ci sono i presupposti perché ogni parte compia dei passi in avanti per il superamento dei conflitti e per ristabilire un po’ di armonia al posto dell’attuale caos globale.

L’AfD e la Chiesa, l’ora di una riflessione

Lapprensione per le nuove tendenze politiche

In quel della Sassonia possano contarsi 300.000 cristiani tra cattolici e protestanti, non molti su circa 2.000.000 di cittadini in quella Regione. Dopo il voto di consenso all’AfD il vescovo di Magdeburgo si è affannato a lanciare una dichiarazione per cui si fa appello «ai vincitori delle elezioni affinché rispettino pienamente la Costituzione del nostro Paese, come la Legge fondamentale, e difendano la dignità di tutte le persone». «Chiunque voglia assumersi una responsabilità di governo si assume anche la responsabilità di tutti i cittadini del Paese».

A rincarare la dose la responsabile della Caritas, Eva Welskop-Deffaa, pur riconoscendo la richiesta di un cambiamento di politica della società, avverte che «un Paese senza immigrazione, senza sforzi per la tutela del clima e senza riforme del welfare non ha futuro. Caritas è necessaria ora più che mai per rafforzare la fiducia nel cambiamento all’interno del Paese attraverso il nostro lavoro e per difendere la democrazia con l’impegno di molti».

 

La sfida per una Chiesa più socialmente attiva

Don Dirk Birgener, presidente di Missio-Aachen, per quanto si comprende, si interroga sul ruolo della Chiesa in un momento in cui le persone si sentono abbandonate. Lo Stato, i partiti politici, i settori chiave dei servizi pubblici e l’impegno civico sono spesso percepiti come assenti. Da qui l’esortazione a un’azione più incisiva della Chiesa, che deve essere maggiormente presente nella vita quotidiana delle persone a sostegno delle loro necessità.

A quanto si legge sono poi seguiti comunicati che esprimono una decisa posizione, un fermo schierarsi: «Benché il risultato elettorale debba essere accettato democraticamente, la Chiesa si impegnerà a vigilare criticamente sul nuovo governo», promettendo di «non distogliere lo sguardo e non tacere se la dignità umana e la Costituzione dovessero venire messe in pericolo».

 

Il rischio di schierarsi

Sembra che l’arcivescovo di Berlino Heiner Koch abbia detto, in sostanza, che si debba accettare il rischio che la Chiesa possa perdere anche il consenso degli elettori dell’AfD, che le pecorelle abbandonino in sostanza il loro pastore, perché «l’amore di Dio non è compatibile con il nazionalismo etnico, su questo non transigo! Si tratta di temi che per noi cristiani non sono negoziabili, in particolare la dignità umana inalienabile di ogni singolo individuo, indipendentemente dall’origine, dalle capacità o dal sesso. Si possono poi avere opinioni diverse su quali misure concrete debbano essere adottate a livello politico e quali no. Ma la scelta di fondo non è negoziabile».

La schiera richiama il senso di una truppa pronta al confronto senza mediazioni di sorta.

 

Lopposto richiamo a non ingerirsi nella cosa pubblica

Sul versante opposto è il cardinale conservatore Müller che critica l’ingerenza «illegittima dalla legittima applicazione dei principi morali alla vita pubblica».

Müller contesta «l’abitudine di attribuire aprioristicamente a un intero partito e ai suoi elettori un’ideologia razzista», definendola un’accusa non dimostrata: sarebbe difficile spiegare come milioni di cittadini tedeschi possano aver aderito consapevolmente a un pensiero contrario alla legge morale naturale e, se ciò fosse vero, sarebbe la Chiesa stessa — nelle famiglie, nelle parrocchie, nella catechesi — ad aver fallito nella formazione delle coscienze.

«In un’elezione democratica, ogni cattolico ha il diritto di dare il proprio voto al partito che ritiene in grado di risolvere i problemi del Paese meglio di altri partiti, a condizione che il governo da eleggere democraticamente non ricorra a mezzi immorali né li prenda in considerazione».

E ancora: «Per il mantenimento del potere di un governo eletto a tempo determinato o per le pretese di potere di partiti e coalizioni, un vescovo non deve mai mettere a repentaglio la salvezza eterna di quei cattolici che non votano come lui vorrebbe».

Insomma, si biasima una sorta di abuso dell’autorità spirituale, esortando al rispetto del voto democratico e all’indipendenza della Chiesa.

 

Il tempo e il dovere dello studio

Sulla questione non si può essere mancanti, monchi di un impegno per mettere a fuoco un pensiero giustificato alla propria coscienza. Per i cattolici un ripasso del catechismo e una lettura dei documenti della Chiesa in tema di dottrina sociale sarebbero un’ottima occasione per orientarsi e dare un nuovo positivo contributo alla realtà sociale oggi in via di cambiamento o di sbandamento.

Ciascun la veda come meglio aggrada.

Se l’immigrazione diventa la frontiera del voto

Quando la politica arriva troppo tardi

Un proverbio invita a non commettere l’errore di chiudere la stalla quando i buoi sono scappati, ovvero quando è ormai troppo tardi. In Sassonia, con il successo dell’AfD, i buoi sono evidentemente scappati. Bisogna tuttavia evitare che il fenomeno si estenda oltre quel perimetro regionale e assuma altrove le stesse dimensioni.

La netta vittoria dell’estrema destra nel Land tedesco ci indica con chiarezza che le istituzioni politiche europee e occidentali hanno accumulato un grande ritardo nella comprensione dei problemi crescenti dei cittadini che, in assenza di una seria azione politica, si trasformano ben

presto in vere e proprie angosce.

 

Immigrazione e sicurezza, il corto circuito

Ai primissimi posti tra gli argomenti che determinano oggi le scelte di voto c’è senza dubbio il tema dell’immigrazione: un paradosso in larga parte irrazionale con il quale – proprio perché irrazionale – è molto difficile fare i conti.

Parliamo di un argomento che viene troppo spesso e strumentalmente abbinato alla questione della sicurezza, determinando un corto circuito che sposta il consenso sempre più a destra, anche se la destra non ha idee per gestire il problema ma propone soltanto slogan sgangherati e inattuabili.

L’immigrazione diventa così un pretesto per non parlare di altri problemi, una falsa spiegazione per molte questioni che non ne sono diretta conseguenza o che, invece, traggono addirittura un vantaggio dalla presenza di persone straniere nel nostro Paese e nel nostro continente.

 

Uneconomia che ha bisogno dei lavoratori stranieri

È in questo quadro che l’irrazionalità prende il sopravvento e porta anche persone che, direttamente o indirettamente, utilizzano il lavoro e le prestazioni di cittadini stranieri a negarne l’evidente e innegabile necessità.

Ma la situazione è questa, ed è grave. È grave perché, continuando a negare la necessità di lavoratori stranieri, non si riuscirà mai ad avviare un ragionamento serio e costruttivo finalizzato alla corretta gestione dei flussi migratori. Continuando a negare questa necessità, si perpetuerà un sistema basato sull’irregolarità e sulla clandestinità; un sistema che mette in seria difficoltà tante aziende, costrette al bivio tra la chiusura e il rischio derivante dall’utilizzo di persone non in regola con il permesso di soggiorno.

È impossibile immaginare oggi un’economia con soli lavoratori italiani. È bene sapere che già da molto tempo interi settori produttivi funzionano grazie alla presenza di stranieri: è il caso dell’agricoltura, della pesca, della zootecnia, dell’industria della trasformazione alimentare, dei mercati rionali, dell’edilizia, della logistica, di tante fabbriche presenti nel Nord del Paese e dei servizi alla persona, come colf e badanti.

 

Senza immigrazione il sistema non regge

Oggi nessuna persona raziocinante può immaginare di espungere i lavoratori stranieri dall’economia nazionale ed europea, a meno che non si vogliano far precipitare il Paese e l’Europa in una recessione economica senza precedenti.

In altre parole, avremmo grandi difficoltà già a partire dal reperimento dei prodotti alimentari che consumiamo quotidianamente e i problemi ai quali andremmo incontro sarebbero ben più gravi di quelli che può creare qualunque fenomeno migratorio non adeguatamente governato.

 

Il decreto flussi e le contraddizioni del governo

L’attuale governo ha approvato un decreto flussi (DPCM del 2 ottobre 2025) per l’ingresso in Italia di 500.000 lavoratori stranieri tra il 2026 e il 2028, ma poi si mostra incapace di amministrarlo correttamente, lasciando che si continui a confondere il tema dell’immigrazione con quello della sicurezza e affidandone di fatto la gestione alle forze dell’ordine, a loro volta sempre più sguarnite e prive di risorse.

 

Governare un processo irreversibile

Ancora una volta manca il coraggio politico di dire apertamente che limmigrazione è un processo irreversibile e che è quindi necessario prevedere flussi regolamentati e ben gestiti, anche sotto il profilo dell’integrazione.

Ma il populismo imperante in questa epoca non chiede soluzioni basate sui dati e su ragionamenti razionali. Si alimenta di proclami, nega la complessità e si accontenta di promesse, soprattutto quando sono promesse irrealizzabili.

Il declino del talk show

Quando il conduttore era un arbitro

Il talk show è stato per lungo tempo il luogo in cui si svolgeva la mediazione tra cittadini e politica. Si trattava, infatti, di trasformare il linguaggio “politichese” in una forma accessibile e fruibile da tutti gli spettatori, affinché la formazione delle opinioni potesse avvenire attraverso un dibattito trasparente, al termine del quale ciascuno potesse scegliere quella più consona alle proprie inclinazioni, sia politiche sia ideologiche.

In questo format, la figura del conduttore si limitava a svolgere il ruolo di arbitro nei dibattiti e a moderare la discussione, affinché fosse comprensibile agli spettatori.

 

La rincorsa allaudience

Con il tempo e, soprattutto, sotto la pressione della televisione commerciale e del moltiplicarsi delle reti, la situazione è radicalmente cambiata. I talk show hanno oggi un’audience stimata in circa 3,5 milioni di telespettatori a settimana, distribuiti su più reti, con programmi che raggiungono punte massime, secondo i dati Auditel, di 1,6 milioni di spettatori, mentre altri si collocano nelle ultime posizioni con circa 500 mila spettatori. Il format di queste trasmissioni, se confrontato con quello dell’infotainment, appare dunque residuale.

Per quanto attiene alle caratteristiche degli spettatori, il nucleo di chi segue questi programmi si concentra, sempre secondo i dati Auditel, per il 70% nella fascia di età compresa tra i 50 e i 65 anni. Il rapporto Censis pubblicato da Auditel individua inoltre una marginalizzazione dei giovani: il 71% della fascia tra i 18 e i 34 anni segue notizie e dibattiti sui social media più affermati, come YouTube, TikTok e Instagram.

Le cause che hanno provocato l’invecchiamento della formula del talk show sono da ricercarsi soprattutto nella spasmodica ricerca dell’audience, che genera per la televisione generalista proventi pubblicitari. Questa logica ha finito per determinare una formula dei programmi sempre più ripetitiva.

 

Il conduttore diventa protagonista

Il conduttore non è più un arbitro, ma diventa protagonista; il cast degli ospiti è quasi sempre lo stesso, formato sempre più da “tuttologi”, mentre il ritmo della trasmissione si basa su uno schema ricorrente: all’intervento del conduttore segue quello del politico e/o dell’opinionista, fino a trasformare il confronto in uno scontro che sfocia nell’inevitabile interruzione pubblicitaria.

In questa modalità, nella quale prevale la “rissa” e non l’approfondimento del tema trattato, non vi è spazio per consentire al telespettatore di formarsi un’opinione concreta sull’argomento. A ciò si aggiunge il fatto che, nelle diverse reti, i protagonisti, a partire dai conduttori, muovono spesso da posizioni che indicano in quale direzione orienteranno il dibattito.

Con questa modalità è inevitabile che lo spettatore scelga il talk show più vicino alle proprie idee, che, anziché essere messe in discussione, finiscono per rafforzare ulteriormente le sue convinzioni.

 

I giovani cercano altrove

In questo contesto, non è vero che le nuove generazioni non siano interessate alla politica: semplicemente, soffrono della scarsa rappresentatività e visibilità che viene loro offerta.

Per rivitalizzare questo format, che comunque resta un importante veicolo di informazione e di confronto democratico, sarebbe necessario che il conduttore tornasse a svolgere il ruolo di mediatore imparziale e che gli ospiti fossero maggiormente variegati, dando spazio a volti nuovi, anche nell’ambito parlamentare, e alle minoranze che comunque esistono nei movimenti che si sviluppano nel Paese.

Soprattutto, sarebbe necessario che gli argomenti fossero trattati in modo approfondito, introducendo tecniche di fact-checking per verificare le affermazioni degli ospiti che si alternano nelle trasmissioni.

 

Il viale del tramonto

I social media, al di là dei rischi legati alle false informazioni che possono contenere, offrono oggi una serie di strumenti per accedere a informazioni più chiare e approfondite. A questi si aggiungono i podcast e alcune testate giornalistiche online, che trattano tematiche complesse con linguaggi accessibili al grande pubblico.

Senza un cambiamento del format, il talk show si avvierà lentamente verso il suo viale del tramonto.

La lingua come misura della democrazia

La lingua, luogo del pensiero

La lingua non è soltanto uno strumento di comunicazione: è il luogo nel quale una comunità pensa, ricorda, costruisce la propria identità e interpreta il mondo. Ogni trasformazione linguistica riflette una trasformazione culturale: muove da questa convinzione il nuovo saggio di Edoardo Lombardi Vallauri, Italiano in bilico, pubblicato da Il Mulino.

Partendo dal presupposto che la linguistica sia una scienza antropologica che studia l’uso degli idiomi parlati e scritti, sia nella loro evoluzione storica che nella contestualizzazione e nelle mutevoli cangianze del presente, potremmo definire un compendio completo il libro di Lombardi Vallauri.

Secondo Wilhelm von Humboldt, la lingua non è un’opera compiuta (ergon), ma un’attività incessante (energeia): su questa linea interpretativa sembra muoversi l’autore di questo interessante libro.

L’autore dimostra di possedere le competenze richieste a un linguista di livello accademico, nello stesso tempo capace di argomentare con una serie ampia di esempi – calandosi nel linguaggio comune – ciò che è corretto sul piano grammaticale, sintattico e semantico dall’uso improprio di parole ormai di dominio comune e di saper distinguere tra l’uso inflessibile delle regole – laddove è necessario, pena distorsioni persino di significato e carenza di rispetto verso l’interlocutore – e le declinazioni tollerabili che riguardano il passaggio dal significante accettabile al significato condivisibile.

Come aveva insegnato Ferdinand de Saussure – fondatore della linguistica moderna – l’equilibrio tra significante e significato costituisce il fondamento stesso del sistema linguistico; quando questo rapporto si altera, non cambia soltanto la forma delle parole, ma anche la qualità della comunicazione.

 

Tra ortodossia e mutamento

Se la lingua italiana oggi si trova “in bilico” tra ortodossia e cambiamenti lessicali, ciò è dovuto al diffondersi di parole nuove, di strutture grammaticali in continua evoluzione, del conflitto latente o evidente con l’inglese che sta permeando perfino apprendimenti e formazione scolastica – fino a sostituire l’idioma italico – e che l’uso massivo delle tecnologie contribuisce a diffondere nella nostra condivisa quotidianità.

Difficile stabilire ciò che è giusto o sbagliato, quanto sia importante la viva parola di una comunicazione verbale in un contesto dominato da chat e social, quanto il saper scrivere bene sia un’attitudine qualificante o una ridondanza nelle formule abbreviate e nelle espressioni stereotipate della comunicazione digitale e nei messaggi criptici spesso non completati, quanto infine resti fondamentale la lettura come fonte di conoscenza e di apprendimento e affinamento degli stilemi linguistici ed espositivi.

Dinamiche sociali pressanti e in rapida evoluzione e urgenza di comunicazioni veloci e intensive inducono l’autore a una considerazione comprensiva e indulgente verso la mutevolezza dei linguaggi, tenuto conto che proprio partendo dalla singola parola si materializzano scelte dirimenti, inoltre che il lessico giovanile ha le sue dissonanze, come peraltro quello domestico: lo avevamo già appreso da Natalia Ginzburg in Lessico famigliare.

 

Salvare la forma senza perdere il buon senso

Ma il professor Lombardi Vallauri non rinuncia alla propria competenza scientifica e auspica che il lettore tragga profitto dalla lettura di questo saggio di quasi 400 pagine, dove si comprende bene quanta solida esperienza linguistica e padronanza disciplinare sia stata infusa in questo vero e proprio trattato di linguistica 4.0, per usare una metafora che espliciti attualità semantica e aggiornamento pedagogico del suo lavoro.

Salvare l’ortodossia della forma salvando il buon senso: questo sembra essere il compito che l’autore si prefigge, senza cadere in sofismi di alto lignaggio, senza che la cultura diventi un fardello di cui liberarsi e senza banalizzare o impoverire l’esposizione lessicale, sia essa verbale o scritta.

La pertinenza e la proprietà dei lemmi in uso restano un valore aggiunto fondamentale, per evitare quell’impoverimento linguistico e culturale, quella banalizzazione riduttiva delle parole, quell’omologazione al ribasso, quell’analfabetismo funzionale di cui si era occupato già Tullio De Mauro, il quale aveva ipotizzato che circa un 70% degli italiani non fosse in grado di comprendere un testo di media difficoltà.

Si tratta di una percentuale che viene sostanzialmente confermata in questo saggio e che non riguarda target sociali predefiniti: non ne sono immuni la politica, l’economia, la comunicazione divulgativa mediatica.

Questo induce un effetto domino sul linguaggio comune in uso: «Se tizio si esprime in questo modo ed è un’autorità istituzionale o professionale, allora vuol dire che posso fare altrettanto anch’io».

 

Le parole e la cittadinanza democratica

Come aveva ammonito Tullio De Mauro, l’impoverimento linguistico non rappresenta soltanto una questione scolastica: costituisce un problema di cittadinanza democratica. Chi comprende poco le parole comprende con maggiore difficoltà anche la complessità della realtà.

Giustamente il professor Lombardi Vallauri auspica che si fissino regole invalicabili, pena l’abituarci reciprocamente al peggio: e mentre io stesso sto scrivendo questa riflessione mi rendo conto che qualcuno dovrebbe innescare un correttore automatico.

Dobbiamo evitare la tendenza a confondere la banalizzazione del linguaggio con la libertà espressiva, ove non addirittura con lo stile personale e le connesse giustificazioni.

La metafora dell’Italiano in bilico non è dunque un nostalgico elogio della lingua perduta né un manifesto purista. È piuttosto un invito a custodire il patrimonio dell’italiano come bene comune, perché ogni parola scelta con precisione rende più limpido il pensiero e un pensiero più limpido rende più libera una società.

In questo senso la lingua non appartiene soltanto ai linguisti o agli insegnanti: appartiene alla qualità stessa della nostra convivenza civile.

La qualità della lingua coincide con la qualità del dibattito pubblico: il linguaggio diventa perciò elemento organico e consustanziale del concetto stesso di democrazia.

Quando il lessico si impoverisce, si impoveriscono anche il confronto civile, la capacità critica, il ragionamento politico e perfino la partecipazione democratica.

È un tema che attraversa De Mauro, Calvino, Eco e decisamente – a me pare – lo stesso Lombardi Vallauri.

 

Pensare prima di parlare

La lingua – in fondo – non è soltanto un mezzo con cui comunichiamo, ma un metodo con cui impariamo a pensare. Come mi disse Rita Levi Montalcini in una conversazione sul tema “scienza codificata e pensiero pensante”: «Pensare può essere utile, mentre parlare non sempre è necessario». Si tratta di un’affermazione che, nella sua apparente e sorprendente semplicità, esprime in realtà un concetto denso di implicazioni utili nelle quotidiane circostanze della vita.

In genere accade infatti il contrario: si dicono e si ascoltano molte cose senza avere l’esatta percezione del loro significato. Pensieri e parole non sono sempre legati da un nesso logico di causa-effetto, tanto è vero che molte delle incomprensioni nelle relazioni interpersonali sono dovute alla dissociazione e all’incoerenza tra le idee e i comportamenti.

Si finisce così con il parlare molto, con il parlare tutti, con il parlare sempre, senza domandarci cosa alla fine resti di questo grande fervore del dire.

Ma se il pensiero – cioè la riflessione, la consapevolezza, la comprensione – giace inerte e silente, se non precede ciò che si dice o non vaglia in modo critico ciò che si ascolta, la parola resta un’inebriante e spesso insensata anestesia collettiva che ci illude su una realtà che non esiste.

Resta quella che i latini chiamavano, con somma saggezza, flatus vocis: una inutile, eterea e, a volte, fastidiosa e stancante emissione di parole prive della forza del pensiero.

Marisa Monte fa ballare l’Auditorium di Roma con “Phonica”

Roma, 12 set. (askanews) – Quasi due ore di concerto in cui Marisa Monte ha confermato ancora una volta non soltanto le sue straordinarie doti di cantautrice e musicista, ma anche una presenza scenica trascinante: il pubblico dell’Auditorium Parco della Musica di Roma l’ha osannata con ripetute standing ovation nell’unica data italiana del tour Phonica, in occasione del Roma Summer Fest 2026, in cui ha interpretato molti dei suoi maggiori successi. Fra gli altri “Beija Eu”, “Ainda Bem”, “Maria de Verdade” “Depois”, “Infinito Particular”, “De Mais Ninguém”, senza dimenticare brani incisi con i Tribalistas come “E Voce” e “Velha Infancia”, e il nuovo singolo “Sua Onda”.

L’artista ha dialogato a più riprese con il pubblico, sia in portoghese – per rivolgersi alla folta rappresentanza in sala della comunità brasiliana della Capitale – sia in un perfetto italiano, ricordando che essere a Roma è per lei “come un ritorno a casa”, avendo vissuto in Italia a metà degli anni ’80 mentre studiava canto lirico, un’esperienza decisiva nella sua carriera.

Nel tour Phonica l’icona della musica brasiliana è accompagnata dalla Film Harmony Orchestra diretta da André Bachur, formata da 55 musicisti, che lei stessa ha presentanto al pubblico nelle sue varie sezioni, oltre a ricordare affettuosamente ad uno ad uno i musicisti “stabili” della sua band. Una formazione orchestrale che ha trasportato in una dimensione sinfonica le canzoni di Marisa Monte, con un effetto musicale e sonoro travolgente: e sulle note del leggendario samba-enredo “Lenda das Sereias – Rainha do Mar”, il pubblico non ha potuto resistere e si è abbandonato a una grande danza gioiosa insieme alla sua star nella Sala Santa Cecilia.

Formula1, Leclerc: "Ho massimizzato tutto il possibile"

Roma, 12 set. (askanews) – Delusione per Charles Leclerc che domani partirà quinto nel Gp di Madrid. Ai microfoni di Sky Sport, Leclerc, in pista a Madrid con Aduo 1, ha così parlato della sua qualifica: “Le sensazioni erano buone. Abbiamo pagato un po’ la power unit. Penso di aver massimizzato tutto. C’era sicuramente ancora un po’ di performance su un circuito così. Domani proveremo a massimizzare”. Chiudendo sui dubbi sulle gomme per domani: “Il degrado penso che sia molto alto per tutti. Su questi circuiti cittadini c’è una evoluzione molto alta, bisogna vedere se migliora o se peggiora. Credo comunque che sarà una gara difficile per la gestione gomma”.

Formula1, Norris: "Sorpreso di essere in pole"

Roma, 12 set. (askanews) – “Sono scioccato, sorpreso di essere in pole. È stato uno dei miei migliori giri in carriera. Ho messo insieme tutto, è stato perfetto. È uno di quei giri in cui ti dici: cavolo”. Così Lando Norris al termine della sessione che lo ha lanciato in pole position per il Gp di MAdrid in programma domani. La chiave, secondo il pilota della McLaren, è stata soprattutto mentale. Nel momento in cui contava davvero, il pilota della McLaren è riuscito a guidare con maggiore naturalezza, senza lasciarsi condizionare dalla pressione del risultato. “Mi sentivo bene, avevo fiducia, mi sono rilassato nell’ultimo giro e tutto mi è venuto bene. Tutto quello che volevo l’ho fatto”, ha spiegato.

“Mi sono dato la possibilità di vincere, visto che qui è difficile superare. Vediamo domani cosa riusciremo a fare, ma partiamo da una posizione di vantaggio. Poi, in una gara così lunga, può succedere di tutto”, ha concluso.

Parigi, rapina a Donnarumma e botte alla compagna: 9 anni carcere

Roma, 12 set. (askanews) – Nove anni di reclusione e 80mila euro di multa. È la condanna inflitta dal tribunale di Parigi a Ilyas Kherbouch, 21 anni, ritenuto il mandante della rapina subita da Gianluigi Donnarumma e dalla compagna Alessia Elefante, oggi sua moglie, nell’appartamento parigino della coppia il 21 luglio 2023. Assolto invece Khyan M., 22 anni, accusato di aver organizzato il colpo dal carcere fornendo indicazioni telefoniche agli esecutori. Cinque anni di carcere sono stati inflitti a Moktar D., indicato come il basista.

Quella notte, Donnarumma, all’epoca portiere del Psg, e Elefante si trovavano nella loro abitazione nella zona residenziale di Avenue Montaigne. I rapinatori sarebbero entrati da una finestra dopo aver raggiunto il tetto con una scala. Donnarumma venne colpito al volto con un tirapugni e minacciato con un coltello, mentre la compagna fu costretta ad accompagnare i malviventi davanti alla cassaforte.

La violenza proseguì anche dopo che Elefante aveva riferito di essere incinta. La donna raccontò di essere stata picchiata e minacciata, oltre a essere stata stretta alla gola con il cavo di ricarica di un telefono. Pochi giorni dopo l’aggressione ebbe un aborto spontaneo. Secondo quanto emerso in sede giudiziaria, i giudici hanno ritenuto possibile che lo shock provocato dalla rapina possa aver avuto un ruolo nell’aborto, senza stabilire un nesso causale certo. Il valore dei beni sottratti alla coppia è stato stimato in circa mezzo milione di euro.

Formula1, Lando Norris in pole a Madrid

Roma, 12 set. (askanews) – Lando Norris conquista la prima pole position della storia del Gran Premio di Spagna sul nuovo circuito del MadRing di Madrid. Il campione del mondo della McLaren chiude una qualifica combattutissima con il tempo di 1’31″824 e precede di appena 11 millesimi Kimi Antonelli, autore di un ultimo tentativo da 1’31″835 con la Mercedes. Terzo Max Verstappen con la Red Bull, staccato di 140 millesimi, mentre le Ferrari di Lewis Hamilton e Charles Leclerc completano la top five.

La qualifica si è decisa negli ultimi minuti di un Q3 vissuto sul filo dei millesimi. Antonelli sembrava aver trovato il giro della pole quando, al termine del primo tentativo, aveva portato la Mercedes davanti a tutti con 1’31″835. Il giovane italiano era riuscito a sfruttare al meglio la vettura, dopo aver anche rischiato nel Q2 con una scivolata alla Monumental, quando aveva perso il posteriore. Ma la risposta di Norris è arrivata proprio nel momento decisivo.

Il britannico ha chiuso il suo ultimo giro in 1’31″824, migliorando il riferimento di Antonelli di soli 11 millesimi e conquistando così la prima pole sul nuovo tracciato madrileno. Verstappen ha provato a inserirsi nella sfida fino all’ultimo, ma il suo 1’31″964 gli è valso la terza posizione.

Alle loro spalle una Ferrari competitiva soprattutto nella fase centrale della qualifica. Hamilton aveva inizialmente conquistato la pole provvisoria in 1’32″079 nel Q2, mentre Leclerc aveva chiuso la sessione al terzo posto. Nel Q3 il britannico ha fermato il cronometro a 1’32″013, sufficiente per il quarto posto, mentre il monegasco ha ottenuto 1’32″019, appena sei millesimi più lento del compagno di squadra. Sesta posizione per George Russell con l’altra Mercedes, davanti a Oscar Piastri con la seconda McLaren.

La sessione era stata particolarmente delicata già nel Q2, con Verstappen capace di chiudere davanti a tutti in 1’32″333, seguito da Antonelli e Hamilton. Eliminati invece Nico Hulkenberg, Gabriel Bortoleto, Esteban Ocon, Pierre Gasly, Yuki Tsunoda e Alexander Albon. Buona prestazione per Franco Colapinto, entrato nel Q3 dopo aver chiuso ottavo nel Q2, anche se il suo giro era stato inizialmente messo sotto esame per i track limits.

Per Norris si tratta dunque di un successo significativo su un circuito completamente nuovo per il Mondiale, arrivato al termine di una qualifica nella quale la McLaren ha confermato il proprio potenziale. Per Antonelli resta la soddisfazione di una seconda posizione conquistata per un margine minimo e la conferma di un fine settimana fin qui da protagonista.

La sfida è ora rimandata alla gara. Norris partirà davanti a tutti, con Antonelli al suo fianco in prima fila e Verstappen immediatamente alle loro spalle. Le Ferrari scatteranno invece dalla seconda fila, con Hamilton quarto e Leclerc quinto. Il Gran Premio di Spagna scatterà domenica alle 16.

MotoGp, Marc Marquez conquista la Sprint a Misano

Roma, 12 set. (askanews) – Marc Marquez conquista la Sprint Race del Gran Premio di San Marino a Misano. Il pilota spagnolo, scattato dalla seconda posizione, prende il comando già alla prima curva, superando Marco Bezzecchi, e non lo lascia più fino al traguardo. Marquez, con gomma media contro la soft dell’Aprilia, impone subito un ritmo elevatissimo, aumentando il vantaggio nei primi giri fino a portarlo a un secondo.

Bezzecchi prova a rientrare e arriva a mezzo secondo, ma nel finale Marquez risponde ancora con il giro più veloce della gara e chiude davanti alle due Aprilia. Secondo posto dunque per Bezzecchi, seguito dal compagno di squadra Jorge Martin, autore di una gara in rimonta dalla quinta posizione.

Martin supera subito Aldeguer e poi ingaggia il duello con Fabio Di Giannantonio, riuscendo a passarlo al settimo giro. Quarto chiude proprio Di Giannantonio, davanti ad Alex Marquez e Pedro Acosta. Solo 13° Francesco Bagnaia.

“Sono molto soddisfatto”, ha commentato Marquez dopo la gara. “Era importante mettermi subito davanti con la gomma media, mentre il Bez aveva la morbida. Gli ultimi giri sono stati un po’ pericolosi, ho gestito e tutto è andato bene”.

Soddisfatto anche Bezzecchi: “È il mio risultato migliore nelle Sprint quest’anno. Abbiamo fatto un ottimo lavoro con tutta la squadra: siamo pronti per domani”.

Per Martin, invece, una gara difficile: “È stata dura anche trovare il ritmo giusto per superare Fabio senza rischiare troppo, ma ce l’ho fatta”.

Con il successo nella Sprint, Marquez rafforza la sua posizione nella lotta al vertice del campionato.

Milano, all’iKonica Art Gallery in mostra il Blue

Roma, 12 set. (askanews) – In mostra il Blue: fino al 17 settembre, iKonica Art Gallery, a Milano, ospita la quarta mostra organizzata dal giovane curatore Giacomo Gentilcore. La scelta è stata quella di dar vita ad un ciclo che chiedesse agli artisti aderenti di lavorare su un determinato colore. In questa occasione, il colore “blu”. Per la prossima mostra che si terrà dall’11 al 21 gennaio 2027, sarà richiesto agli artisti di sviluppare dei lavori che abbiano il verde quale elemento centrale.

L’esposizione in corso presenta 22 artisti, che hanno lavorato mettendo al centro delle loro opere il colore “blu”, cifra e immaginario comune. La scelta ha creato un dialogo visivo immediato tra le opere esposte pur essendo i linguaggi e gli stili anche distanti tra loro. La mostra accoglie un nutrito gruppo di giovani artisti emrgenti, accompagnati da alcune figure più mature che interpretano e si integrano perfettamente con i linguaggi contemporanei proposti. Gli artisti presenti sono Aria Querques, Asia Montanari, Carla Grossi, Cesare Zibella, Claudio Ciabatti, Elena Scrascia, Francesco Zanghieri, Gaia Lazzari, Gianluigi Serravalli, Giorgia Capolongo, Giuseppe Pavia, Kay Sorai, Leyla, Mariapace Gritti Morlacchi, Marina Cotugno, Matteo Le Donne, Medea Bakradze, Nicolas Realegeño, Olga Yuzhik, Rogue Waves, Vaan Goth.

La mostra resta aperta all’iKonica Art Gallery, in via Nicola Antonio Porpora 16/A Milano, fino al 17 settembre.

Ucraina, Zelensky: sono disposto a incontrare Putin al G20 di dicembre a Miami

Roma, 12 set. (askanews) – Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si è detto disposto a incontrare il presidente russo Vladimir Putin durante il vertice del G20 previsto per dicembre.

Interpellato in un’intervista dall’emittente tedesca Deutsche Welle sulla disponibilità a incontrare Putin al vertice di dicembre, qualora entrambi i leader venissero invitati, Zelensky ha risposto: “Sì, certamente”.

“Dobbiamo partecipare. Dobbiamo incontrarci, parlare e prendere decisioni”, ha affermato. “Non è una questione di parole. Ciò che dirò a lui o ciò che lui vorrà dire a me non conta. Non importa. Conta solo il risultato. Il risultato è ciò che conta. Tutto qui”, ha concluso.

Gli Stati Uniti detengono quest’anno la presidenza del G20 – il gruppo delle principali economie mondiali composto da 19 Paesi più l’Unione Europea e l’Unione Africana – che culminerà in un vertice dei leader a Miami nel mese di dicembre.

Il ministro delle Finanze russo ha già preso parte a una riunione del G20, suscitando il malcontento di alcuni alleati dell’Ucraina; inoltre, un diplomatico russo ha dichiarato sabato che Mosca invierà dei funzionari anche alla riunione del G20 dedicata all’energia, in programma a Houston la prossima settimana.

Milano, Tajani lancia Perego candidato sindaco: è l’uomo giusto

Roma, 12 set. (askanews) – Matteo Perego di Cremnago è “l’uomo giusto al momento giusto per permettere a Milano di fare un salto di qualità”. Così il leader di Fi Antonio Tajani, a Montesilvano dove è in corso la festa Azzurra libertà, lancia la candidatura dell’attuale sottosegretario alla Difesa a sindaco di Milano. “Lo offriamo ai nostri alleati, non vogliamo fare nessuna imposizione, puntiamo sulla qualità”.

“Non essendoci stata – ha spiegato Tajani – la possibilità di trovare un civico in grado di guidare la coalizione e dovendo scegliere un candidato politico, Matteo Perego risponde all’esigenza di aprire anche al centro: è moderato ma è un uomo forte in grado di raccogliere consensi in quella Milano che cerca moderazione e un sindaco rassicurante”.

“Matteo – ha sottolineato il vicepremier – è innanzitutto giovane, quindi può rappresentare il futuro non soltanto del nostro partito ma di una città, della nostra capitale economica che ha bisogno di guardare avanti, è un milanese da quindici generazioni quindi è espressione della città di Milano; è impegnato fortemente sul tema della sicurezza per il ruolo che svolge come sottosegretario alla difesa perché il tema della sicurezza in una città come Milano è sempre più importante e va risolto. L’amministrazione comnunale non ha fatto ciò che doveva fare, Matteo potrà dare un contributo importante. È impegnato nella tutela del verde, noi siamo ambientalisti pragmatici, non ideologici, siamo fortemente a favore di una città a misura d’uomo”.

“Matteo – ha concluso Tajani – è stato un grande manager, conosce la città a menadito e per la sua conoscenza della città, per il suo essere fortemente milanese, è fortemente impegnato. Nei prossimi giorni sarà anche con le forze dell’ordine a verificare come far sì che le periferie di questa grande città non siano invase da maranza e cresca il degrado. Vogliamo che tutti siano messi nella condizione di poter circolare a Milano di giorno e di notte senza timore di essere aggrediti”.

Perego: cantiere aperto, partire prima possibile “Restituiremo luce ai milanesi. Ora ci sarà scelta leader centrodestra” Roma, 12 set. (askanews) – “Grazie a Tajani, grazie alla fiducia di Fi, adesso poi ci sarà la scelta dei leader del centrodestra ma per prima cosa restituiremo la luce ai milanesi, a partire dalla sicurezza”. Lo ha detto il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago, candidato di Fi a sindaco di Milano, parlando al fianco di Antonio Tajani a margine della festa dei giovani Azzurra Libertà a Montesilvano.

“Va fatto un piano per la sicurezza serio, me ne occupo da nove anni con la presenza delle forze dell’ordine, delle armate e anche delle nuove tecnologie con un presidio forte della città. Va colmato il divario tra centro e periferie che sono state completamente abbandonate da questa amministrazione. Dobbiamo dare alla capitale economica l’immagine e la forza giusta per uno slancio in avanti verso il futuro”, ha aggiunto.

“Dobbiamo partire il prima possibile, raccontare una Milano diversa, dive il cittadino del centro e quello della periferia abbiano tutti gli stessi diritti. Non dobbiamo lasciare nessuno indietro. Il cantiere è aperto, dobbiamo iniziare a lavorare da subito”, ha concluso.

Trump: "La guerra in Iran finirà dopo le elezioni di midterm"

Roma, 12 set. (askanews) – Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato di ritenere che la guerra con l’Iran terminerà dopo le elezioni di metà mandato statunitensi di novembre e che, una volta conclusa, i prezzi del petrolio crolleranno, come riportato da Reuters.

“Credo molto presto. Penso che avverrà probabilmente subito dopo le elezioni di metà mandato. Stanno cercando di resistere il più a lungo possibile per complicare la situazione elettorale. Ma credo che la gente abbia capito il gioco”, ha detto rispondendo ad una domanda dei giornalisti a Dublino dove è in visita per due giorni sulla fine della guerra.

“Quando accadrà, i prezzi del petrolio crolleranno”, ha aggiunto affiancato dal taoiseach (il capo del governo della Repubblica d’Irlanda) Michael Martin.

Commentando l’attacco all’oleodotto saudita, il presidente Usa Donald Trump ha affermato di ritenere che l’Iran possa essere il responsabile dell’incursione con i droni. “Credo di sì, probabilmente sono stati loro”, ha detto ai giornalisti presso la tenuta di Farmleigh, a Dublino, durante la sua visita al taoiseach (primo ministro) irlandese, Micheal Martin.

Le autorità saudite hanno dichiarato che alcuni droni lanciati dall’Iraq hanno costretto alla chiusura temporanea dell’oleodotto Est-Ovest, una rotta fondamentale per l’esportazione di petrolio, divenuta sempre più importante come alternativa allo Stretto di Hormuz.

Il presidente Usa Donald Trump è intervenuto anche sulla questione dell’unità irlandese, affermando che gli “piacerebbe vederla unita” e prevedendo che un’Irlanda unita “prima o poi si realizzerà” e ha indicato il primo ministro Micheal Martin come la persona giusta per contribuire a concretizzare questo obiettivo.

“Beh, non voglio creare problemi, ma vi dico che mi piacerebbe vederla unita. Ho amici da entrambe le parti, persone fantastiche. Sono irlandesi. Come potrebbero essere cattive persone, giusto? Mi piacerebbe vederla unita. Credo che sarebbe un grande successo per tutti se ciò accadesse. Prima o poi succederà. Sapete una cosa? Secondo me, prima o poi accadrà. Tanto vale che succeda adesso”, ha dichiarato Trump rispondendo ai giornalisti insieme al taoiseach Micheal Martin che lo ha ricevuto presso la sua residenza di Dublino.

“Ne stiamo parlando e qui c’è l’uomo giusto per far avanzare il processo. Ma sì, penso che sarebbe una cosa fantastica. Ovviamente il Regno Unito avrà qualcosa da dire al riguardo. Ma credo che sarebbe una cosa grandiosa. Insomma, come potrebbe essere un male?”, ha concluso il presidente statunitense.

Milano, Tajani lancia Perego candidato sindaco: è l’uomo giusto

Roma, 12 set. (askanews) – Matteo Perego di Cremnago è “l’uomo giusto al momento giusto per permettere a Milano di fare un salto di qualità”. Così il leader di Fi Antonio Tajani, a Montesilvano dove è in corso la festa Azzurra libertà, lancia la candidatura dell’attuale sottosegretario alla Difesa a sindaco di Milano. “Lo offriamo ai nostri alleati, non vogliamo fare nessuna imposizione, puntiamo sulla qualità”.

“Non essendoci stata – ha spiegato Tajani – la possibilità di trovare un civico in grado di guidare la coalizione e dovendo scegliere un candidato politico, Matteo Perego risponde all’esigenza di aprire anche al centro: è moderato ma è un uomo forte in grado di raccogliere consensi in quella Milano che cerca moderazione e un sindaco rassicurante”.

“Matteo – ha sottolineato il vicepremier – è innanzitutto giovane, quindi può rappresentare il futuro non soltanto del nostro partito ma di una città, della nostra capitale economica che ha bisogno di guardare avanti, è un milanese da quindici generazioni quindi è espressione della città di Milano; è impegnato fortemente sul tema della sicurezza per il ruolo che svolge come sottosegretario alla difesa perché il tema della sicurezza in una città come Milano è sempre più importante e va risolto. L’amministrazione comnunale non ha fatto ciò che doveva fare, Matteo potrà dare un contributo importante. È impegnato nella tutela del verde, noi siamo ambientalisti pragmatici, non ideologici, siamo fortemente a favore di una città a misura d’uomo”.

“Matteo – ha concluso Tajani – è stato un grande manager, conosce la città a menadito e per la sua conoscenza della città, per il suo essere fortemente milanese, è fortemente impegnato. Nei prossimi giorni sarà anche con le forze dell’ordine a verificare come far sì che le periferie di questa grande città non siano invase da maranza e cresca il degrado. Vogliamo che tutti siano messi nella condizione di poter circolare a Milano di giorno e di notte senza timore di essere aggrediti”.

Governo, Meloni: italiani devono sapere che non scappiamo,noi lavoriamo

Roma, 12 set. (askanews) – “La nostra bussola è e rimarrà sempre il programma che i cittadini hanno sottoscritto nelle urne e che stiamo attuando punto per punto senza esitazioni”. Così la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in un video messaggio alla festa nazionale dell’Udc in corso a Roma.

“Sono convinta che l’altra grande innovazione che stiamo regalando a questa nazione accanto a quella della stabilità della quale si è ampiamente discusso negli ultimi 10 giorni sia proprio il ritorno alla coerenza. Noi sappiamo perfettamente quale sia la strada da seguire ogni giorno e quella strada è rispettare gli impegni che sono sanciti nel programma”, ha sottolineato la premier.

“Gli italiani ci hanno detto cosa dobbiamo fare, noi lo stiamo facendo passo dopo passo, con costanza, con determinazione. Ed è quello che abbiamo fatto fin dal primo giorno ed esattamente quello che continueremo a fare fino all’ultimo, perché la missione che ci lega è chiara: costruire un’Italia più consapevole di se stessa, della propria forza, delle proprie potenzialità”, ha aggiunto.

“Abbiamo ancora moltissimo da fare e chiaramente le sfide che questo tempo ci sta mettendo di fronte sono particolarmente complesse, però gli italiani devono sapere che c’è un governo che rimane ogni giorno al lavoro per dare risposte, che c’è un governo che tiene la barra dritta, che c’è un governo che non ha paura, un governo che non scappa. Devono sapere anche che lo stiamo facendo insieme a tutte le forze da oltre 30 anni e che sono i pilastri del centrodestra”, ha concluso.

Massicci attacchi della Russia in tutta l’Ucraina: a Zaporizhzhia, Odessa, Dnipro, Kryvyi Rih, Sloviansk

Roma, 12 set. (askanews) – La Russia ha sferrato, durante la notte, “un attacco massiccio contro aziende dell’industria metallurgica ucraina che producono equipaggiamenti a uso militare, nelle città di Zaporizhzhia, Dnipro e Kryvyi Rih”, ha affermato il ministero della Difesa russo. Le forze russe hanno preso di mira anche “infrastrutture portuali” nell’oblast di Odessa, secondo quanto riferito da Mosca.

Nel dettaglio, il ministero della Difesa russo afferma di aver colpito il complesso metallurgico Zaporizhstal a Zaporizhzhia, che è, secondo Mosca, “uno dei principali fornitori di prodotti laminati per la fabbricazione di strutture di protezione e blindatura per equipaggiamenti militari, nonché di piastre per giubbotti antiproiettile”.

La polizia ucraina ha reso noto che la città di Zaporizhzhia è stata colpita due volte, provocando due morti e otto feriti. In un primo attacco, avvenuto dopo la mezzanotte, droni russi “hanno colpito edifici abitati da civili”, uccidendo un uomo e una donna, ha riferito la polizia su Telegram. Altre quattro persone sono rimaste ferite. “Poco dopo, i russi hanno attaccato nuovamente la città con missili, prendendo di mira delle infrastrutture”, ha affermato la stessa, aggiungendo che questo secondo attacco ha causato il ferimento di quattro civili.

A Kryvyi Rih, dove una persona è rimasta uccisa in un attacco contro un'”azienda industriale”, secondo Kiev, la Russia afferma di aver colpito un complesso metallurgico che “produce prodotti metallurgici per la fabbricazione di armi ed equipaggiamenti militari”.

Dnipro, anch’essa situata nell’oblast di Dnipropetrovsk, le truppe di Mosca hanno colpito l’innovativo complesso elettrometallurgico dello stabilimento Interpipe Steel, accusato dal ministero russo di essere “il più grande produttore e fornitore di acciaio laminato in Ucraina per la fabbricazione di prodotti a uso militare”. In questo oblast dell’Ucraina centrale, l’esercito russo ha preso di mira anche complessi minerari che – sempre secondo Mosca – “estraggono, arricchiscono e aggregano minerale di ferro per la produzione di prodotti metallurgici impiegati in ambito militare”.

I bombardamenti russi hanno causato almeno quattro morti e cinque feriti nell’oblast di Donetsk, nell’Ucraina orientale: lo ha reso noto la polizia ucraina. In un messaggio su Telegram, la polizia ha riferito di cinque attacchi contro la città di Sloviansk, “tre dei quali effettuati con bombe KAB-250”, nonché di un colpo sferrato da un drone Lancet che ha colpito un’ambulanza a Yasnogorka. “Un membro del personale sanitario è rimasto ucciso”, ha sottolineato.

Infine, nell’oblast di Odessa, la Russia ha colpito “infrastrutture portuali utilizzate per lo scarico e lo stoccaggio di beni a uso militare, due navi che avevano trasportato armi ed equipaggiamenti militari per le forze armate ucraine e un rimorchiatore”. L’attacco russo sferrato nella notte contro l’oblast di Odessa, regione dell’Ucraina meridionale, ha causato almeno 35 feriti, secondo l’ultimo bilancio fornito dalle autorità regionali. “Due persone risultano ancora disperse e le operazioni di ricerca e soccorso sono in corso”, ha aggiunto il capo dell’amministrazione militare regionale, Oleh Kiper.

Roberto Bolle: “Nel mio futuro c’è la danza, anche dietro le quinte”

Milano, 12 set. (askanews) – Nella tre giorni che celebra il potere e la bellezza della danza a Milano, Roberto Bolle, ideatore e anima di On Dance, è riuscito a coinvolgere migliaia di persone fancendole ballare. Vero ambasciatore della danza nel mondo Roberto Bolle a 51 anni, ma ne dimostra la metà, guarda al futuro.

“Nel futuro di Roberto c’è sicuramente ancora la danza, non direi altri sport, non mi cimenterò per adesso in altro. La danza per me è sufficiente, riempie ampiamente la mia vita con tantissime iniziative appunto come On Dance, o come la fondazione. Anche quando in un domani in cui non sarò più sul palcoscenico, credo che da dietro le quinte riuscirò a organizzare e a creare qualcosa di molto belle per la danza”.

La danza per Roberto Bolle è passione e dedizione, negli ultimi anni però si è appassionato anche ad altri sport, come Tennis, calcio e Automobilismo, rigorosamente però da spettatore.

“Sicuramente un Roberto Bolle oltre la danza. Domenica è stato un insieme di eventi che si sono veramente sommati l’uno all’altro, quindi può aver fatto più effetto: dal Gran Premio di Monza, allo Juventus Stadium a Torino, ma anche il tennis sono già stato più volte a vederlo, sono stato anche al Roland Garros, agli ATP a Torino, ecco mi emoziona e diciamo apprezzo tantissimo non solo l’atletismo ma anche la mentalità dei tennisti, così come al Gran Premio, anche un paio di anni fa ero stato. Lo sport in generale è qualcosa che sento molto vicino per l’agonismo, ma soprattutto per l’approccio mentale degli atleti che hanno verso una sfida e soprattutto a questi livelli quanta pressione devono sopportare, subire e contrastare per essere i numeri uno. Questo è molto affascinante da ogni punto di vista ma da chi questa pressione, prova anche in palcoscenico ogni volta è ancora più stimolante”.

Sicurezza, Lega: subito 10mila militari in strada, si voti nostra risoluzione

Roma, 12 set. (askanews) – La Lega ha depositato una risoluzione, in votazione nei prossimi giorni, per impegnare il governo a rafforzare ed estendere l’operazione “Strade Sicure”, portando a 10mila i militari impegnati nel presidio delle strade, delle piazze e delle stazioni italiane.

“Attualmente, infatti, sono ancora scoperti ben 61 capoluoghi di provincia dal presidio armato di ragazze e ragazzi in divisa e, con una spesa contenuta di 109 milioni all’anno, si garantirebbe maggior sicurezza in tante città. Sarebbe inspiegabile da parte della maggioranza rinviare ancora una scelta che può essere operativa fin dai prossimi giorni. La spesa potrebbe essere coperta dai profitti di soli tre giorni di una grande banca italiana”, si legge in una nota della Lega.

Malan lo ha detto: alla destra sarebbe più utile il Rosatellum

Più si avvicina il traguardo e più il Melonellum presenta il conto delle sue contraddizioni. Le critiche che hanno accompagnato la riforma non sono state assorbite e, semmai, acquistano maggiore consistenza proprio mentre la maggioranza cerca di condurre in porto il nuovo sistema elettorale.

Rimane anzitutto il problema costituzionale. Un meccanismo costruito per indicare attraverso il voto una maggioranza e, di fatto, il suo capo, rischia di produrre una sovrapposizione con le prerogative del Presidente della Repubblica, cui l’articolo 92 della Costituzione attribuisce la nomina del Presidente del Consiglio. Il Melonellum finisce così per anticipare surrettiziamente alcuni effetti politici del premierato, prima ancora che la revisione costituzionale sia compiuta.

C’è poi il premio di maggioranza: portare una coalizione dal 42 al 55 per cento dei seggi significa alterare in misura assai consistente la rappresentanza parlamentare. È il punto sul quale continuerà inevitabilmente a concentrarsi la discussione circa la ragionevolezza e la proporzionalità del premio.

Neppure la reintroduzione delle preferenze modifica sostanzialmente il quadro. Può correggere il potere delle segreterie nella scelta degli eletti e restituire qualche spazio agli elettori, ma incide solo marginalmente sull’architettura complessiva della legge.

Ora, però, è comparsa la contraddizione politicamente più insidiosa: Vannacci. La riforma immaginata per mettere in sicurezza il centrodestra potrebbe rendere più redditizia proprio la corsa autonoma di Futuro Nazionale. Una forza collocata alla destra della coalizione può sottrarre voti decisivi al raggiungimento della soglia prevista per il premio e, nello stesso tempo, conquistare una rappresentanza proporzionale significativa.

Ecco perché acquistano un significato particolare le parole di Lucio Malan. Il capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, respingendo l’accusa di voler costruire una legge contro Vannacci, ha osservato che, se la maggioranza volesse pensare soltanto alla propria convenienza, «faremmo prima a tenerci il Rosatellum».

Una battuta casuale? Forse. Ma fotografa perfettamente il paradosso. Con i collegi uninominali del Rosatellum, una formazione autonoma di destra potrebbe sottrarre voti alla coalizione senza trasformarli con altrettanta facilità in seggi. Il vecchio sistema che Meloni voleva archiviare potrebbe dunque rivelarsi più efficace contro Vannacci della nuova legge costruita dalla sua maggioranza.

Soffia per questo un venticello di ripensamento. Ma ormai potrebbe essere troppo tardi per cambiare rotta. Meloni ha investito troppo politicamente sulla riforma per fermarsi a pochi metri dal traguardo. Resta così prigioniera di un grande pasticcio: il Melonellum, concepito per consolidare il potere della destra, rischia alla fine di affossarne le furbizie.

Meloni: Vannacci ricorda il Mago di Oz, uomo che proietta immagine gigante

Roma, 12 set. (askanews) – Intervistata dal Foglio, la premier Giorgia Meloni consiglia un libro, un film o una serie tv ai supi avversari e ai suoi alleati. “A Conte e Schlein – risponde la presidente del Consiglio – consiglio ‘Una poltrona per due’, e non credo che serva spiegare il perché. A Renzi ‘Ritorno al futuro’, per la nostalgia degli anni che furono. A Calenda ‘L’ultimo dei Mohicani’, per la tenacia con cui si oppone agli estremismi della sinistra. A Vannacci consiglierei ‘Il Mago di OZ’, perché l’uomo che proietta la sua immagine gigantesca, alla fine del film, è un po’ quello che mi capita di pensare quando vedo quei video fatti con la IA di lui muscoloso condottiero e poi lo ritrovo a fare le gare di nuoto con Renzi. A Tajani e Salvini consiglio ‘Stranger Things’, serie meravigliosa, perché guardare quella comitiva all’apparenza improbabile che combatteva una battaglia più grande di lei mi ha fatto spesso sorridere, pensando a questi anni”.

Tutte esaurite le date del tour di Kid Yugi nei palazzetti

Milano, 10 set. (askanews) – Continua il grande successo di Kid Yugi! Sono sold out tutte le date dell'”Anche Gli Eroi Muoiono Tour”, la sua prima tournée nei principali palasport italiani, prodotta da Vivo Concerti.

A poche settimane dalla partenza, il tour registra il tutto esaurito: la prima tappa sarà domenica 27 settembre 2026 al Palaflorio di Bari, per poi proseguire mercoledì 30 settembre 2026 alla Fiera di Padova, martedì 6 ottobre 2026 al Palazzo dello Sport di Roma. Arriverà poi a Milano con un triplo appuntamento, giovedì 8 ottobre, venerdì 9 ottobre e sabato 10 ottobre 2026 all’Unipol Forum, per poi continuare martedì 13 ottobre 2026 al Palapartenope di Napoli, giovedì 15 ottobre 2026 al Mandela Forum di Firenze, fino a concludersi venerdì 23 ottobre 2026 con una seconda tappa al Palazzo dello Sport di Roma.

Kid Yugi porterà finalmente live sul palco tutte le sue più grandi hit e i brani contenuti nel nuovo album “Anche gli eroi muoiono”, uscito a gennaio 2026 e certificato triplo disco di platino. Con il nuovo progetto l’artista ha conquistato il record di album più venduto di sempre nella settimana di debutto nell’epoca dello streaming, posizionandosi alla #1 della classifica FIMI/NIQ sia per gli album sia per CD, vinili e musicassette più venduti, con tutte le tracce in Top20 della classifica dei singoli.

“Anche gli eroi muoiono” approfondisce i temi centrali della scrittura di Kid Yugi: il confine sottile tra bene e male, l’analisi della società contemporanea, la perdita dei valori assoluti e il concetto di eroe nell’epoca moderna. Il progetto nasce da una riflessione profonda sulla figura dell’idolo e sul valore attribuito alle persone oggi, spesso misurato in termini di successo e denaro. L’artista, tra i più ascoltati in assoluto in Italia, ha aperto in modo strabiliante il 2026, reduce dal successo straordinario di “I nomi del Diavolo”, album certificato sei volte disco di platino. Con 26 dischi di platino, 20 dischi d’oro, più di 2,5 miliardi di stream complessivi e milioni di ascoltatori mensili su Spotify, Kid Yugi si conferma una delle figure centrali del rap italiano contemporaneo.

I Turchi di Pasolini, a Udine il teatro-specchio di Alessandro Serra

Udine, 12 set. (askanews) – La lingua friulana, la poesia di Pier Paolo Pasolini che si fa storia e teatro contemporaneo nella visione del drammaturgo e regista Alessandro Serra, le luci che definiscono un mondo scenico e una tragedia senza fine e senza tempo, che passa dalla lezione greca al 1500 e arriva fino a oggi, nel nostro mondo di eterni spettatori del tragico quotidiano. Al Teatro Nuovo Giovanni da Udine è andata in scena la prima nazionale di “I Turcs tal Friul” di Serra, opera pasoliniana del 1944 che fu rappresentata per la prima volta alla Biennale di Venezia del 1976, poco dopo il terremoto che sconvolse la regione.

“Il mio – ha spiegato Serra ad askaanews – è sempre lo stesso approccio che sia Pasolini, che sia Eschilo, che sia Sofocle o Shakespeare, l’approccio è sempre lo stesso, cioè la scrittura di scena. Quindi si parte da un grande amore, un grande rispetto per il testo, e quindi da un lungo periodo di lavoro a casa tra me e il testo, per cercare di spiantare delle linee drammaturgiche forti e spiantarne le luci, i suoni, i costumi, le parole, le relazioni, la logica delle conseguenze e cercare delle porte d’accesso a una dimensione, usiamo un parolone, metafisica, non lineare”.

Ambientata nel 1499, all’epoca dell’invasione turca del Friuli, la tragedia è un grande coro classico e dialettale, un’esplorazione profonda del modo in cui la paura ci offende, ci travolge, del modo in cui la storia è violenza e perdita, ma anche di come il teatro riesca ancora oggi, nonostante tutto, a essere luogo di un rito, sacro seppur profano, che, quantomeno, ristabilisce uno spazio di dignità. “Quando si crede di aver capito come si fa qualcosa – ha aggiunto il regista e drammaturgo – quella cosa diventa ideologica. Io non so mai come si fa quella cosa lì. Tutta la mia vita artistica è una ricerca sul linguaggio, in questo caso il motivo per cui ho accettato questa proposta è perché mi interessava proprio questo linguaggio. Credo di aver colto questo linguaggio inaspettato per me, che è la sacra rappresentazione. In realtà quello che abbiamo fatto è una sacra rappresentazione”.

La lingua è ovviamente fondamentale, così come fondamentale per capire Pasolini è la rabbia devota dei suoi personaggi, che trovano nella bestemmia – salvifica infine – quella forma di poesia ruvida e reale che ha accompagnato lo scrittore per tutta la vita. E il teatro di Serra dimostra con i fatti sul palco le proprie premesse teoriche. “L’intento – ha aggiunto l’artista – è porgere lo specchio. L’intento è mostrare non l’imitazione della vita, diciamo così. Non si tratta di copiare la vita, rifare la vita come si fa nel cinema o nelle fiction, ma di scolpire l’ideale, distillare la vita come diceva Anton Cechov. Quindi tu davanti a te devi vedere qualcosa che non vedi tutti i giorni ma che ti riguarda nel profondo”.

“I Turcs tal Friùl” fa proprio questo, ci restituisce, pur nell’innominabile tragedia, un’immagine profondamente vera della vita, con tutte le sue contraddizioni. “Alla fine – ha concluso Alessandro Serra – i turchi siamo anche un po’ noi e se è vero che non lo siamo comunque ne siamo complici”.

Lo spettacolo è parte di un progetto di Cinemazero che collega l’opera di Pasolini al terremoto del 1976, in un percorso che intreccia le arti con la comunità e l’idea di ricostruzione. (Leonardo Merlini)

Auguri Mattarella per capodanno ebraico: coltivare riconciliazione e dialogo

Roma, 12 set. (askanews) – “Rivolgo a tutti i concittadini delle comunità ebraiche italiane e agli ospiti o residenti di fede ebraica presenti nel nostro Paese i migliori auguri in occasione delle festività di Rosh haShanà. L’inizio del nuovo anno nel calendario ebraico sollecita sentimenti di speranza e di rinascita, interpellando tutti e ognuno a coltivare le ragioni della riconciliazione, del dialogo e del rispetto reciproco. Queste benevole aspirazioni sono largamente condivise dall’umanità, senza distinzioni di credo religioso, concezione filosofica o convinzione politica”. Lo dichiara il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del Capodanno ebraico.

“La lieta ricorrenza di Rosh haShanà – sottolinea il capo dello Stato – ci esorta a darne concreta realizzazione nelle opere della quotidianità. Occorre accogliere questa esortazione in senso ancor più cogente nell’attuale momento storico, esposto a incertezze, conflitti, al rischio che nuovi muri si frappongano permanentemente tra le persone. È dovere di tutti, indistintamente, concorrere a scongiurare tali derive nefaste, impedendo che i valori della giustizia, della solidarietà e della pace siano sviliti, ridotti a idealismi astratti, subordinati a logiche di pura prevaricazione. Sono, al contrario, i capisaldi della Repubblica Italiana e della vita della nostra comunità nazionale, antidoti a ogni forma di intolleranza e discriminazione”.

“Che questi giorni di festa possano indurre tutti a riflettere su quanto essi siano presupposti irrinunciabili per una civile e proficua convivenza, per la costruzione di società più coese nel rispetto del pluralismo, per la salvaguardia di un ordine internazionale pacifico, prospero, equo e regolato dal diritto”, conclude Mattarella.

Cristiano e popolare, Gargani sapeva guardare avanti

Di Giuseppe Gargani restano molte immagini: il parlamentare, il giurista, l’uomo delle istituzioni, il dirigente democristiano, l’europeista. A me piace ricordarlo anzitutto per una qualità che teneva insieme tutte le altre: lintegrità morale e intellettuale con cui ha attraversato stagioni diversissime della nostra vita politica.

Peppino apparteneva a una generazione per la quale la politica non poteva essere separata dalla cultura. Aveva alle spalle studi, letture, una raffinata preparazione giuridica, ma soprattutto possedeva una concezione alta della responsabilità pubblica. Il Parlamento, i partiti, le istituzioni non erano per lui strumenti da piegare alla convenienza del momento: erano luoghi nei quali la democrazia prendeva forma attraverso la partecipazione, la rappresentanza, il confronto.

Per questo la dissoluzione della Democrazia Cristiana, e poi la lunga frantumazione dellesperienza politica dei cattolici democratici, non riuscirono mai a recidere il filo che lo legava al nucleo più profondo di quella cultura. Gargani attraversò sigle, schieramenti e passaggi politici, ma non cambiò la propria bussola. Rimase un popolare, un democratico cristiano, convinto che la persona, la comunità, la solidarietà, la libertà e la giustizia sociale dovessero continuare a costituire il fondamento dell’azione politica.

Questa fedeltà, tuttavia, non aveva nulla di nostalgico. Non coltivava l’illusione che fosse possibile ricostruire ciò che la storia aveva ormai consegnato al passato. Conosceva troppo bene la politica per cedere all’incanto del “buon tempo antico”. La sua domanda era un’altra: che cosa può ancora dire quella cultura all’Italia di oggi?

Negli ultimi anni tornava continuamente su questo punto. Spendeva parole fervide per lunità dei Popolari, non per restaurare una sigla, ma per ricostruire una presenza. Avvertiva il vuoto lasciato dalla dispersione cattolico-democratica e vedeva con preoccupazione una politica sempre più affidata alla personalizzazione, alla radicalizzazione degli schieramenti e all’impoverimento dei partiti.

La sua era dunque una fedeltà rivolta al futuro. Pensava che ci fosse ancora bisogno di una forza capace di ricomporre, mediare, rappresentare; di riportare nella vita pubblica una cultura politica nutrita dal popolarismo sturziano, dalla tradizione democratico-cristiana e dal costituzionalismo repubblicano.

E questo orizzonte non si fermava ai confini nazionali. Gargani era profondamente europeista. L’Europa rappresentava per lui una scelta di civiltà, prima ancora che un’architettura istituzionale: la grande intuizione di De Gasperi, Schuman e Adenauer da custodire e rinnovare davanti alle nuove tentazioni nazionalistiche e alle spinte autocratiche.

Credo che qui si trovi la parte più viva della sua eredità. Non ci chiedeva di tornare indietro. Ci chiedeva di ripartire. Di recuperare le ragioni di una storia per misurarle con il tempo nuovo.

Giuseppe Gargani ha continuato fino all’ultimo a credere che una posizione cattolico democratica potesse rinascere e tornare a incidere nella vita pubblica italiana ed europea. È una convinzione che oggi, mentre lo ricordiamo, suona anche come una consegna.

Giuseppe Gargani, l’Irpinia e una grande stagione democristiana

Il partito e il territorio, il Parlamento e la provincia, Roma e le aree interne. Quando a maggio scorso ho appreso della scomparsa di Giuseppe Gargani, oltre alla naturale commozione, queste diadi, queste duplici direttrici sono balenate nella mia mente come impronte, orme lasciate su un lungo e glorioso percorso politico.

Insieme, con amici di elevato rango politico, culturale e umano come Ciriaco De Mita, Salverino De Vito, Nicola Mancino e Gerardo Bianco, abbiamo pensato, costruito e realizzato un’ipotesi politica – che da potenza si è poi tramutata aristotelicamente in atto, a prezzo di capacità e sacrificio – che desse forza e visibilità a queste realtà. Abbiamo messo in campo, consentitemi, un miracolo politico-istituzionale: perché, partiti dalle aree interne, osteggiati da molti, abbiamo modificato i criteri di rilevanza nel partito, nelle istituzioni, nel Paese e nei media. Le aree interne non più brutto anatroccolo, ma fucina di classe dirigente.

La raffinatissima cultura giuridica di Gargani oggi sarebbe più che mai necessaria, in tempi di sermoni populistici e securitarismi beceri. Il suo garantismo non era un feticcio, ma aveva le sue radici nell’umanesimo cristiano popolare, nella tradizione del cattolicesimo politico italiano, declinata per molti anni nella corrente di Base, la cosiddetta “sinistra politica” della Democrazia Cristiana. E aveva un sostrato culturale solido, perché era sradicamento del conflitto e tutela della dignità umana”, sulla scorta della lezione di La Pira.

Quando fui nominato Ministro della Giustizia mi disse: «Clemente, sono felice per te e sono sicuro che farai bene. Ricordati che sei dove ho sempre sognato di essere e non sono mai stato», riferendosi alla poltrona più importante di via Arenula, naturalmente la massima aspirazione per un giurista del suo calibro. Io gli risposi affettuosamente: «Io sono, caro Peppino, invece, dove mai avrei sognato di stare».

La sua intelligenza, comunque, nel corso di un curriculum politico lungo e prestigioso – in Parlamento prima, dal 1972 al 1994, e allEurocamera successivamente, per quindici anni fino al 2014 – ha rappresentato lo stile di un democristiano autentico”, che ha creduto davvero nella cultura del dialogo e nel rapporto con le comunità locali, non come strumento elettorale ma come missione, come senso del fare politico.

Su questo abbiamo camminato sugli stessi sentieri culturali, non sempre a braccetto, certo, ma alimentati da comuni radici e sempre da una stima reciproca intangibile.

Resterà con me il ricordo personale dell’ultimo incontro alla buvette della Camera. Ci salutammo con affetto, tra amarcord e quella lucida capacità di prevedere gli eventi che gli è appartenuta sempre. Con lui si è chiusa una stagione di centralità dei partiti, di appartenenza e di amore per le proprie comunità, una stagione che è nella storia politica della Campania interna.

Il filosofo contemporaneo Maurizio Ferraris dice che «una presenza conta solo se lascia tracce». Quelle di Giuseppe Gargani sono ben impresse nella cultura politica di stampo cattolico del Mezzogiorno e del Paese.

I nipoti: «Quello che sappiamo d’importante l’abbiamo imparato osservandolo»

di Marco, Paolo, Giuseppe e Giorgio

C’è un modo di ricordare Peppino Gargani che passa per la sua storia politica, per il contributo che – spesso dietro le quinte – ha dato a questioni fondamentali della Prima e della Seconda Repubblica. Ma poi ce n’è un altro – di cui soltanto noi, i suoi amati nipoti, possiamo dare testimonianza – che passa per gli scherzi, per una piccola deriva a vela, per un mazzo di carte, per gli insegnamenti dati senza mai chiamarli così. E qualche volta, sì, anche per una cucina.

Nonno Peppino era innamorato di quel magico mare di Sardegna, a Stintino, in un modo che non ammetteva mezze misure. Come tutti gli innamorati, aveva bisogno di contagiare gli altri. Ci è riuscito: ci portava sul suo barchino a vela, uno a uno, e in quelle ore imparavamo qualcosa che non aveva niente a che fare con la vela. Imparavamo che qualcuno aveva tempo per noi, che si poteva stare in silenzio insieme.

Ci spiegava il vento con la pazienza di chi non ha fretta di essere capito subito e ci lasciava sbagliare la manovra senza mai alzare la voce. Ci ha insegnato a leggere il mare prima di uscire e a capire quando era il caso di rientrare: due cose che, ci accorgiamo adesso, non riguardavano soltanto la vela. Oggi nessuno di noi riesce a guardare quel mare senza vederlo lì, con la mano sul timone.

Ed è lo stesso nonno che a Natale teneva banco al sette e mezzo, che bluffava dicendo «Sto benissimo!» con un misero quattro, e rilanciava, e si divertiva più di noi, in partite lunghe ore che avevano la solennità di un rito. Non ci lasciava mai vincere, e quello era il suo modo di rispettarci.

Quel nonno che, nelle interminabili ore a tavola nelle “feste comandate”, ci prendeva in giro con una faccia serissima; che aspettava che ci cascassimo tutti prima di scoppiare a ridere per primo.

Amava cucinare i suoi bucatini allamatriciana, che difendeva e lodava come una questione di principio: era un piatto unico e chiunque avesse osato suggerire una variante riceveva uno sguardo di paziente compatimento. Li preparava con la stessa cura e dedizione per chiunque sedesse alla sua tavola, perché lì sedeva tutta la sua vita insieme: dai politici con cui tesseva le tele democristiane e post-democristiane agli amici di una vita, fino ai nostri amici, che accoglieva con gioia, senza compartimenti.

Sono dettagli piccoli, lo sappiamo. Una barca, un mazzo di carte, uno scherzo, un piatto di pasta. Ma è di dettagli piccoli che è fatta l’eredità vera di una persona, quella che non finisce negli archivi.

Le cose più importanti che nostro nonno ci ha lasciato non sono state dette a parole. Ce le ha mostrate.

Ci ha mostrato cosa significa amare una donna per una vita intera, con una dedizione che a noi nipoti sembrava semplicemente il modo in cui il mondo funzionava e che solo crescendo abbiamo capito essere una cosa unica, ancor più che rara.

Ci ha mostrato cosa significa mettere la famiglia al centro non a parole, ma nelluso concreto del proprio tempo, che è la sola valuta che davvero possediamo. Ci ha mostrato cosa vuol dire essere un uomo: presenza, responsabilità, tenerezza senza vergogna.

Non ci ha mai fatto una lezione su questo. Ci ha semplicemente vissuto davanti, ogni giorno, e ha lasciato che guardassimo. E ha fatto in modo che ognuno di noi, per quanto diverso dagli altri, si sentisse guardato a sua volta.

Adesso che non c’è più, scopriamo che tutto quello che sappiamo di importante labbiamo imparato osservandolo.

Ne custodiremo il ricordo, noi quattro nipoti, come le decine di migliaia di elettori che lo hanno sostenuto e che lui ha seguito per tutta la vita, proprio come noi.

La lezione di Gargani: rappresentare, educare, costruire

di Amerigo Festa e Giuseppe Vecchione

Uno dei tratti distintivi della classe dirigente democristiana della Prima Repubblica è stato l’esercizio di un vero e proprio magistero, con la grande capacità di tenere insieme esempio vissuto, pensiero consegnato ai libri, confronti serrati a tu per tu, dibattiti pubblici e articoli di giornale.

L’on. Giuseppe Gargani è stato testimone autentico di questa vera e propria impostazione pedagogica. Le direttrici che hanno incrociato i nostri percorsi, il mio e quello dell’avv. Amerigo Festa con quello dell’onorevole, sono un estratto del suo metodo: così Gargani tesseva rapporti che potevano evolvere in relazioni e, alla fine, in magistero.

Io lo conobbi dopo un classico percorso nel movimento giovanile dell’UDC, dove lui transitò in uscita da Forza Italia. Amerigo Festa lo incrociò coinvolgendolo più volte in conferenze di natura sociale e culturale, prima della nascita del nostro sodalizio politico: un uomo poliedrico che, attraverso la cultura, lesercizio del pensiero e delloratoria, trovava la strada per tessere relazioni nuove. Questo approccio è parte del suo magistero.

Quando denunciavamo come oggi i parlamentari spesso non esercitino la rappresentanza politica nel territorio, complice il censurabile sistema delle liste bloccate, la sua presenza costante, la ricerca continua di un confronto attivo e serio con le migliori energie delle comunità locali, incarnavano un valore: la rappresentanza intesa come presenza reale, contatto umano, scambio di esperienze e pensieri, sviluppo di strategie per il territorio, con lo sguardo sempre rivolto a ciò che accadeva a Roma e in Europa.

Per lui la rappresentanza politica vissuta così era un principio non negoziabile, con la vita divisa tra Roma, Avellino e Morra De Sanctis, e si traduceva in un rispetto quasi sacrale delle istituzioni democratiche.

Negli ultimi quindici anni abbiamo visto il suo attivismo, consapevole del declino, a difesa del Parlamento, che ha esercitato fino alla fine nel ruolo di presidente dell’Associazione degli ex Parlamentari. Non come stanco sindacalismo autoreferenziale, ma come forma viva della riserva desperienza” della Repubblica: promuovendo convegni, coltivando relazioni istituzionali, alimentando riflessioni e proposte.

Basti ricordare l’audizione in Commissione Affari Costituzionali del 21 maggio 2026, con il presidente on. Nazario Pagano, e il documento dell’Associazione per l’occasione: «Tutto questo è derivato dalla crisi dei partiti che ha determinato movimenti “personali” senza identità, per cui i cittadini non “concorrono con metodi democratici a determinare la politica nazionale”, come stabilisce la Costituzione, e si è offuscata la libertà del Parlamento di indirizzare la politica del Paese: l’essenza del regime parlamentare». In quelle parole c’è il cuore del Gargani pensiero”.

Questo solco si è intrecciato con un cammino comune. Nel primo decennio del Duemila, Amerigo Festa ha organizzato e animato, insieme a Gargani, vari convegni dedicati alla promozione dell’armonia e del dialogo interreligioso, intesi come vero strumento civile di disinnesco dei conflitti planetari: la dignità della persona, lascolto tra fedi e culture, il linguaggio della pace come prassi concreta delle comunità. Nel secondo decennio, alcune tappe di riflessione si sono rivolte anche ai territori della ricerca filosofica e spirituale e ai suoi riflessi sul vivere civile.

Dal 2020 in avanti, questo dialogo culturale è sfociato in un impegno politico condiviso: la costruzione di una identità popolare” e di un soggetto politico di centro ispirato ai valori del popolarismo sturziano.

Aspetto essenziale di questo impegno è stato anche un lavoro di verità storica e di riforma civile. Insieme abbiamo promosso studi, anche storici, per un’esatta ricostruzione della vicenda di Tangentopoli, convinti che senza memoria ordinata non ci sia giustizia.

E, sul piano delle riforme, abbiamo condiviso una posizione netta di contrasto alle norme e alle prassi che consegnano un potere sproporzionato al Pubblico Ministero nel processo, riducendo garanzie e diritti della difesa, fino a deformare l’equilibrio tra le funzioni e a dilatare la sfera della pretesa punitiva oltre i confini della giurisdizione. Non si tratta di polemica di parte, ma di equilibrio costituzionale.

Come non ricordare, inoltre, la sua grande preoccupazione per l’avanzare delle autocrazie a scapito delle democrazie. Gargani era un europeista convinto, di quell’europeismo che difende valori e integra popoli, facendo dell’Europa uno spazio reale di libertà e diritti. Un figlio degnissimo della lezione di De Gasperi, Adenauer e Schuman, che ha cercato di trasmetterci con tutte le sue energie.

Grande assertore del primato della cultura, ha sempre visto il partito come comunità educante: anche per questo aborriva i nomi privi di significato dei partiti odierni, convinto che senza una fisionomia ideale non possa esserci rappresentanza autentica.

Se oggi parliamo di Gargani Maestro” non è per retorica, ma perché abbiamo sperimentato un metodo: presenza, studio, parola responsabile, relazione che diventa comunità. È un’eredità che impegna. Sta a noi farla vivere, nella cultura e nella politica, come servizio al bene comune.

L’uomo del dialogo e delle istituzioni: ritratto di Gargani, carissimo amico

di Vincenzo Lucido e Aniello Lucido

Il rischio della retorica e il dovere della verità

Ricordare un carissimo amico, per giunta politico autorevole, comporta un rischio grosso: incorrere nella facile retorica, se non addirittura nell’apologia, con il timore di non rendere il giusto onore alla complessa e ricca personalità di un parlamentare nazionale ed europeo, protagonista degli eventi di oltre cinquant’anni della nostra Repubblica.

Noi, ispirandoci al suo celebre conterraneo che ne ha segnato la vita anche per legami familiari — «Io credo nella storia… preparatevi a scrivere con verità e naturalezza» —, siamo convinti di poter evitare entrambi i rischi. Freniamo ogni comprensibile moto dell’animo dettato da una lunga e sincera frequentazione e ci limitiamo a riportare la verità di quanto abbiamo vissuto.

Abbiamo avuto il privilegio del suo affetto e di una significativa esperienza amministrativa come sindaci della città di Salerno e di un importante centro dell’Irpinia, Sant’Angelo dei Lombardi, potendo contare sulla puntuale e continua assistenza dell’onorevole Gargani.

 

Lomaggio delle istituzioni e della sua gente

Siamo confortati, in verità, dalle unanimi e straordinarie attestazioni di stima e dai riconoscimenti giunti in occasione dei funerali: a Roma, con la presenza del Presidente della Repubblica; con la camera ardente alla Camera e presso la Provincia, di cui è stato indimenticabile storico presidente negli anni Settanta, alla presenza degli esponenti di tutte le forze politiche e istituzionali, regionali e nazionali; con la commossa e magistrale orazione funebre del senatore Ortensio Zecchino; infine nella sua Morra, circondato dalla partecipazione della sua gente.

Tutti, amici e avversari politici, gli hanno riconosciuto competenza, onestà, capacità di ascolto e di mediazione, tributandogli quegli onori che avrebbe meritato già in vita.

 

Da Morra De Sanctis alla scelta della politica

L’onorevole Gargani, per tutti Peppino, era nato a Morra De Sanctis. Dopo gli studi liceali a Sant’Angelo dei Lombardi — dove instaurò solidi e profondi legami, alimentati nel tempo — e la laurea in Giurisprudenza, sarebbe stato destinato, secondo la volontà paterna, poi realizzata dal fratello Angelo, giunto ai vertici della magistratura, a una brillante carriera in magistratura o in un qualificato e prestigioso studio legale.

Ma, da uomo tenacemente legato alla propria terra, nel ricordo delle brutture del fascismo e dell’incontrollabile reazione popolare guidata dalla sinistra, che portò, tra l’altro, all’occupazione e all’incendio del Comune di Morra, con conseguenze anche familiari, tornò in Irpinia.

Accettò l’invito di De Mita a tuffarsi in politica, convinto di poter contribuire allo sviluppo delle nostre misere e abbandonate realtà, e lo fece insieme a quel manipolo di uomini che ha segnato la storia del Mezzogiorno e dell’Italia.

 

La lezione di Francesco De Sanctis

Peppino Gargani ha testimoniato e incarnato lo spirito e l’insegnamento del grande Francesco De Sanctis, il quale riteneva che la crescita culturale della popolazione, la formazione di una classe dirigente preparata e la creazione di adeguate infrastrutture e servizi fossero il presupposto per un concreto sviluppo del Mezzogiorno e della vera unità d’Italia: «Studiate, educatevi, siate intelligenti e buoni e l’Italia sarà quel che siete voi» e «Venga la ferrovia ed in picciol numero d’anni si farà il lavoro di secoli».

Consapevole delle condizioni di arretratezza dei nostri territori, si è dedicato alla politica con passione e cura maniacale, indirizzando e consigliando gli amministratori locali e regionali per dare risposte concrete alle legittime attese della nostra gente.

Non a caso ha tenuto operative fino alla fine le segreterie di Avellino e Salerno, dove, con la solita disponibilità, accoglieva elettori, amministratori e amici per confronti e per l’individuazione di soluzioni e strategie.

Gli elettori, per Peppino, non sono mai stati considerati numeri o questuanti, ma persone da rispettare, ascoltare e, possibilmente, non deludere nelle loro aspettative.

 

Lamicizia come metodo della politica

Del resto, erano valori e comportamenti connaturati alla sua indole di uomo buono e mite, caratterizzato da un culto sacrale dell’amicizia.

Questo sentimento ha guidato tutta la sua vita, sin dal suo ingresso in politica a metà degli anni Cinquanta con il gruppo della sinistra di Base dei “Magnifici Sette”, nel quale, come ha ricordato il senatore Zecchino nella sua magistrale orazione, Peppino rappresentava il vero collante: un metodo di fare politica e un valore profondo, unificante e vivificante che ha sempre cercato di trasferire agli altri.

Mai, anche in occasione di qualche torto subito o quando le tensioni e il nervosismo nel gruppo erano forti, ha usato toni aspri o offensivi. Men che meno ha imposto scelte e decisioni non condivise, cercando, al contrario, sempre il confronto, il ragionamento e accettando con umiltà suggerimenti e rilievi.

Era, in fondo, luomo mite: il politico che credeva nei grandi valori della solidarietà e dell’amicizia, ostinatamente impegnato in una mediazione mai intesa come prosaica transazione di interessi, bensì come alta capacità di sintesi fra diverse e talora opposte posizioni nell’interesse generale.

La sua disponibilità era totale nei confronti di tutti, al di là dell’appartenenza politica, e mai finalizzata alla ricerca ossessiva del consenso elettorale.

 

Un politico di razza, un costruttore di armonie

Per questo, e non solo, lui — da tutti considerato «un politico di razza», di cui era unanimemente riconosciuta la competenza giuridico-istituzionale e, da fine intenditore di musica classica, instancabile costruttore di «armonie» tra le persone — mancherà profondamente a tutti noi.

Mancherà alla famiglia, che perde un insostituibile punto di riferimento; alla politica odierna, spesso incapace di elaborare proposte credibili e ormai priva di pensiero; a noi amici, rimasti orfani di una guida, di consigli e di confronti serrati e arricchenti; alle nostre comunità, che non potranno più contare su uno strenuo difensore che le ha degnamente rappresentate e tutelate a tutti i livelli.

Conti pubblici, Fitch conferma su Italia rating BBB+ con Outlook stabile

Roma, 11 set. (askanews) – A un anno dalla revisione al rialzo operata sulla valutazione creditizia dell’Italia, Fitch ha confermato il rating BBB+ con prospettive stabili sulla Penisola. Con un comunicato, l’Agenzia ribadisce che la valutazione è sostenuta da un’economia ampia e sempre più diversificata, con alto valore aggiunto, così come dal quadro istituzionale e finanziario del paese, anche per la sua appartenenza a Unione europea e area euro.

Nel settembre del 2025 Fitch aveva rivisto al rialzo il rating sull’Italia, dal precedente BBB.

Fitch Ratings – Frankfurt am Main – 11 Sep 2026: Fitch Ratings has affirmed Italy’s Long-Term Issuer Default Ratings (IDR) at ‘BBB+’ with a Stable Outlook. A full list of rating actions is at the end of this rating action commentary. A controbilanciare i punti di forza del Paese, sono l’elevato debito pubblico e le prospettive di crescita limitare, con margini di manovra ridotti per il Bilancio, dice Fitch.