L’Italia è un Paese particolare: da una parte un debito pubblico tra i più elevati al mondo, dall’altra una ricchezza privata complessiva che raggiunge livelli altrettanto rilevanti. Ma dietro i grandi numeri si nasconde una realtà molto più complessa. Il problema, infatti, non è soltanto quanta ricchezza esista, ma chi la possieda e quanto di quella ricchezza sia effettivamente disponibile.
Secondo i dati più recenti di Banca d’Italia, la ricchezza netta delle famiglie italiane ammontava a 11.732 miliardi di euro alla fine del 2024. Una cifra enorme, che comprende attività finanziarie e non finanziarie, al netto delle passività. Ma la sua distribuzione è tutt’altro che uniforme: nel quarto trimestre del 2025 il 10% più ricco delle famiglie deteneva il 60,6% della ricchezza netta complessiva, mentre la metà meno abbiente ne possedeva appena il 7,2%.
Il dato aggregato, dunque, rischia di restituire un’immagine distorta del Paese. Dire che gli italiani sono complessivamente ricchi non significa affatto che lo siano nella stessa misura.
Un Paese di milionari?
Le statistiche internazionali aggiungono un altro elemento interessante. Secondo il Global Wealth Report 2026 di UBS, in Italia vivono circa 1,235 milioni di milionari in dollari, un numero che colloca il Paese al decimo posto nel mondo. Si tratta di circa il 2,5% della popolazione adulta.
Una cifra che può sorprendere. Ma anche in questo caso occorre comprendere cosa misura realmente il dato.
UBS considera la ricchezza personale complessiva, comprendendo sia gli asset finanziari sia quelli non finanziari e sottraendo i debiti. In un Paese come l’Italia, dove la proprietà immobiliare è storicamente molto diffusa, il valore della casa può quindi incidere significativamente sulla classificazione di un individuo come milionario.
Se invece si guarda alle sole attività investibili, il quadro cambia. Le rilevazioni di Capgemini restringono infatti il perimetro agli individui che dispongono di almeno un milione di dollari in attività investibili, escludendo la residenza principale e alcuni beni personali.
Secondo questa classificazione, il numero dei soggetti appartenenti alla fascia degli individui ad alto patrimonio è molto più contenuto: circa 358.000 persone, delle quali circa 95.000rientrano nella fascia dei multimilionari con patrimoni investibili compresi tra 5 e 30 milioni di dollari, mentre circa 15.000dispongono di patrimoni superiori ai 30 milioni.
Non c’è contraddizione tra i numeri di UBS e quelli di Capgemini. Sono due fotografie dello stesso fenomeno scattate con obiettivi differenti: la prima guarda alla ricchezza complessiva, la seconda alla ricchezza finanziaria investibile.
A completare il quadro ci sono i grandi patrimoni. Secondo Forbes, nel 2026 l’Italia conta 89 miliardari. Tra i nomi ai vertici della classifica italiana figurano Giovanni Ferrero e Andrea Pignataro.
Il punto, tuttavia, non è stabilire quanti ricchi ci siano in Italia. È capire perché, accanto a una forte concentrazione della ricchezza, sia così visibile un consumo che sembra spesso eccedere la capacità reddituale di chi lo pratica.
Quando il consumo supera il reddito
È sufficiente osservare alcuni comportamenti quotidiani, soprattutto tra le generazioni più giovani: spese per l’intrattenimento, viaggi, tecnologia, moda, ristorazione e beni ad alto valore simbolico continuano a occupare uno spazio importante nella vita sociale.
Eppure queste stesse generazioni si confrontano con salari relativamente bassi, difficoltà nell’accesso alla casa, carriere discontinue e una crescente percezione di precarietà.
Come è possibile?
Una parte della risposta potrebbe trovarsi nella trasformazione delle modalità di pagamento. Il Buy Now, Pay Later, insieme alle altre forme di credito al consumo e di pagamento rateale, consente di distribuire nel tempo una spesa che altrimenti potrebbe risultare difficilmente sostenibile.
La rata modifica la percezione del prezzo. Mille euro possono apparire una spesa importante; ottanta euro al mese, molto meno.
È qui che il consumo rischia di smettere di essere una conseguenza della capacità reddituale e di diventare, almeno in parte, una rappresentazione della capacità reddituale.
Il problema non è necessariamente il ricorso al credito. Il credito, quando è sostenibile e utilizzato consapevolmente, è uno strumento economico legittimo. La questione nasce quando la possibilità di acquistare diventa sistematicamente superiore alla capacità di sostenere quella spesa nel tempo.
Da Veblen a Baudrillard
Il fenomeno può essere letto anche attraverso due grandi interpretazioni sociologiche del consumo.
Per Thorstein Veblen, il consumo ostentativo era un modo attraverso il quale le classi sociali manifestavano il proprio status. Possedere e mostrare determinati beni significava comunicare agli altri la propria posizione economica.
Ma quella teoria presupponeva, almeno in larga misura, una disponibilità economica reale.
Con Jean Baudrillard il discorso cambia. Il bene non viene acquistato soltanto per la sua utilità, ma per il suo valore-segno: ciò che rappresenta, l’identità che comunica, la posizione sociale che suggerisce.
Il consumo, dunque, non serve più soltanto a soddisfare un bisogno. Può diventare uno strumento attraverso il quale costruire un’immagine di sé.
È in questo passaggio che nasce il paradosso contemporaneo: la percezione della ricchezza può diventare più importante della ricchezza stessa.
Il risultato è una sorta di simulacro del benessere. Non è necessario essere ricchi per apparire tali; è sufficiente poter accedere, almeno temporaneamente, ai simboli associati alla ricchezza.
Il prezzo nascosto della rata
Il problema emerge quando questo meccanismo diventa strutturale.
L’accesso sempre più semplice al microcredito e ai pagamenti rateali può assorbire quote crescenti del reddito futuro, riducendo lo spazio destinato al risparmio e aumentando la vulnerabilità finanziaria delle famiglie.
La contraddizione è evidente: mentre la ricchezza patrimoniale si concentra, una parte della popolazione può continuare a mantenere determinati livelli di consumo ricorrendo al credito.
La società appare così più ricca di quanto non sia realmente.
Ma esiste un secondo fenomeno destinato a incidere ancora più profondamente sulla distribuzione della ricchezza: l’eredità.
Nei prossimi anni una parte consistente del patrimonio accumulato dalle generazioni più anziane passerà alle generazioni successive. Il trasferimento intergenerazionale della ricchezza potrebbe quindi diventare uno dei principali fattori di mobilità — o immobilità — sociale.
Se le opportunità economiche dipenderanno sempre più dal patrimonio familiare di provenienza, il rischio è che la società finisca per premiare l’origine più del merito, il patrimonio ereditato più del reddito prodotto dal lavoro.
La vera domanda è chi possiede la ricchezza
È questo, probabilmente, il punto sul quale dovrebbe concentrarsi il dibattito pubblico.
Non basta sapere che l’Italia possiede migliaia di miliardi di ricchezza privata. Occorre capire come questa ricchezza sia distribuita, quanto sia liquida, quanto sia investibile e quanto dipenda dal patrimonio immobiliare o dall’eredità familiare.
E soprattutto occorre interrogarsi sul rapporto tra ricchezza, consumo e reddito.
Una società nella quale i salari crescono lentamente ma nella quale è sempre più facile accedere al credito può dare l’impressione di una prosperità che i redditi reali non sono in grado di sostenere.
La risposta non può essere una semplice condanna del consumismo. Servono piuttosto una maggiore educazione finanziaria, una cultura del consumo più consapevole, una riflessione sul ruolo degli status symbol e politiche capaci di affrontare la concentrazione patrimoniale.
Ma serve soprattutto una discussione seria sui salari, sulla produttività, sulla valorizzazione delle competenze e sulle opportunità delle nuove generazioni.
Perché la domanda decisiva non è se l’Italia sia un Paese ricco.
La domanda è un’altra: quanto di quella ricchezza appartiene realmente a chi vive e lavora nel Paese, quanto viene trasmesso per eredità e quanto, invece, viene soltanto mostrato attraverso il consumo?
In vista delle prossime elezioni, sarebbe interessante sapere che cosa ne pensino le forze politiche. E soprattutto quali risposte intendano dare a una società nella quale la ricchezza esiste, ma non necessariamente dove,