«Colpirne uno per educarne cento». Sentire pronunciare queste parole da Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, lascia quantomeno sconcertati. Ancora di più considerando il luogo nel quale sono state pronunciate: il “Villaggio della legalità” di Roma.
La frase è arrivata in risposta a una cittadina che, interrompendo l’intervento di Tajani, chiedeva maggiore sicurezza nelle borgate romane. Una richiesta certamente legittima, che riguarda un problema reale e merita risposte concrete da parte delle istituzioni. Tajani, nel sollecitare maggiore rigore nei confronti di chi delinque e nel criticare alcune decisioni della magistratura sulla convalida degli arresti, ha però utilizzato un’espressione che porta con sé un significato storico difficile da ignorare.
Quelle parole e la nostra storia
«Colpirne uno per educarne cento» è infatti un motto storicamente associato, in epoca contemporanea, alla Cina di Mao e alla logica della punizione esemplare. Ma per noi italiani quelle parole evocano qualcosa di ancora più vicino e doloroso: furono riprese dalle Brigate Rosse e comparvero nel 1972 sul cartello appeso al collo di Idalgo Macchiarini, dirigente della Sit-Siemens sequestrato a Milano.
Tajani non è nuovo a dichiarazioni imbarazzanti, sia sul piano politico sia in rapporto al ruolo istituzionale che ricopre. Ma non ci saremmo mai aspettati che proprio lui, esponente di un partito che ha fatto del garantismo una propria bandiera, ricorresse a una frase associata a un regime dittatoriale e giustizialista come quello della Cina di Mao e, nella storia italiana, a chi si attribuiva il “diritto” di applicare la cosiddetta giustizia proletaria: i terroristi delle Brigate Rosse.
La sicurezza non è una pena esemplare
Le reazioni non si sono fatte attendere. Da una parte i penalisti, che hanno respinto la logica delle “pene esemplari”; dall’altra la magistratura associata, che ha contestato parole considerate incompatibili con i principi dello Stato di diritto.
Non va assolutamente sottovalutata la richiesta di sicurezza espressa dalla signora presente all’iniziativa, soprattutto quando riguarda alcune aree delle periferie delle grandi città. Uno Stato democratico non può ignorare questa domanda né lasciare i cittadini nella sensazione di essere abbandonati.
Ma proprio perché la sicurezza è una cosa seria, non ha bisogno di slogan. Tanto meno di espressioni che appartengono alle pagine più dolorose della memoria collettiva del nostro Paese.
«Colpirne uno per educarne cento» non è una frase che rappresenta la legalità e non rappresenta lo Stato democratico. Ed è proprio in un “Villaggio della legalità” che sarebbe stato particolarmente importante ricordarlo.
Quando anche i moderati inseguono il populismo
Queste dichiarazioni, provenendo da un rappresentante dell’area moderata del centrodestra, suggeriscono infine una duplice riflessione sulla politica attuale e sulle prospettive a breve e medio termine del quadro politico e istituzionale.
Da una parte emerge il bisogno strutturale di organizzare uno spazio riformista, capace di diventare punto di riferimento per vasti ambienti della società civile. Dall’altra occorre prendere atto della pressione populista che attraversa l’attuale maggioranza di governo, anche per effetto della competizione politica aperta dalla presenza di Roberto Vannacci.
È una dinamica che rischia di spingere anche le componenti tradizionalmente moderate verso parole d’ordine estranee alla cultura delle garanzie e agli equilibri fissati dalla nostra Costituzione.
Da queste considerazioni non si potrà prescindere se vogliamo restituire al Paese la capacità di essere protagonista nei contesti internazionali, recuperando quella storica tradizione italiana di equilibrio, solidarietà e rispetto delle istituzioni.
È anche da qui che passa la difesa dei nostri valori costituzionali.


















































