Professore Ceruti, il suo ultimo libro, Per una civiltà della Terra, scritto con F. Bellusci per Aboca, contiene un appello e indica un’alternativa alla policrisi attuale.
«Questo è senz’altro un libro di filosofia: un modo per reimparare a vedere il mondo. E perciò molto concreto, molto politico. E d’altra parte, domandiamoci: la filosofia varrebbe un’ora di fatica se non aprisse alla speranza di un nuovo futuro, di un nuovo umanesimo, se non aprisse alla speranza di una nuova umanità che non assassini una parte di sé stessa, e alla fine interamente sé stessa, come continua a fare in queste ore?
Questo libro è anche il controcanto al motto del neoliberismo imperante negli ultimi decenni e che oggi suona più inquietante, perché, in quella parte dell’Occidente democratico ritenuta la più avanzata e la più solida, quel neoliberismo si è alleato con la reazione populista e autoritaria e con la logica predatoria del più forte. Questo motto recita: “There is no alternative!”. Io dico: un’alternativa c’è e si chiama “Civiltà della Terra”».
In che senso si tratta della proposta di un nuovo umanesimo al tempo della complessità?
«La nuova Civiltà della Terra è la sfida della coesistenza pacifica, solidale, di molteplici nazionalità, culture, popoli, nell’habitat terrestre comune, in un mondo sempre più interconnesso e interdipendente.
Oggi il genere umano ha un destino unico di vita e di morte, dovuto alle interdipendenze che stringono tutti i Paesi del mondo e alla natura globale, non delimitata territorialmente, delle crisi che le investono.
Attraverso le sue interconnessioni commerciali, economiche, politiche, culturali, la specie umana sta dando forma, su scala planetaria, a una straordinaria e inedita organizzazione vivente.
Paradossalmente, la coscienza di questo nuovo “Grande-Essere”, di questa nuova organizzazione vivente che è diventata l’umanità intera, è suscitata dal rischio mortale e autodistruttivo che essa produce in più campi: ecologico, climatico, sanitario, economico, geopolitico, bellico.
In questo cortocircuito, la vittima principale è proprio la “realtà”, che viene oscurata o distorta, e anche le verità che essa contiene e ci comunica.
Se la politica vuole recuperarle deve innalzarsi obbligatoriamente a una visione “cosmopolitica”, che investa l’umanità come tale e non solo una sua parte, e affronti la sfida della policrisi planetaria che stiamo vivendo».
Qual è allora il nuovo ruolo della politica in una visione planetaria?
«La politica non può più limitarsi alla strategia “arcaica” della deterrenza militare o della persuasione in rapporto alla forza terribilmente distruttiva delle armi moderne.
Nella ricerca creativa e dialogica di nuove soluzioni, deve contribuire a mobilitare le “forze vive” della complessità: fraternità, solidarietà, fiducia, intelligenza cosciente.
Quelle forze vitali e costruttive che possono consentire all’umanità, nella sua embrionale forma vivente planetaria, di superare una soglia più profonda di complessità (complexus è appunto ciò che è “intessuto insieme”), di affrontare le vulnerabilità generate dai suoi stessi progressi, senza soccombere alla dispersione, alle divergenze, alle competizioni, agli antagonismi.
La guerra riesplode, ma in un momento in cui la pace rivendica un posto nuovo, non solo etico e sentimentale, ma come soluzione massimale necessaria ad attraversare ed abitare la soglia di complessità a cui ci ha condotto l’avventura planetaria e globale degli ultimi cinque secoli.
Viviamo un tempo eccezionale che rende la pace necessaria quale esito della cooperazione, di fronte a un orizzonte minaccioso, globale e universale.
Non più come una tregua, dunque, come un interludio tra una guerra e l’altra, non più come soluzione locale, minima o temporanea, di fronte alla costanza del Male inestricabile, ma come una soluzione globale, massimale. Il sogno degli utopisti diventa oggi il monito dei veri “realisti”.
Occorre promuovere una nuova presa di coscienza. Solo oggi, nell’epoca atomica e dell’Antropocene, l’utopia della pace e la necessità della pace arrivano a coincidere, richiedendo una ricca gamma di prospettive morali e politiche, che indicano la via di una Civiltà della Terra.
Agire in direzione di questa civiltà vuol dire assumere per la politica la bussola della responsabilità per l’umanità intera e per il suo correlato: la Terra, patrimonio comune indivisibile, su cui si radica l’esistenza umana universale».
Nell’ultimo libro indica un percorso: dalle nazioni alla cosmopoli. In che senso la democrazia è un’invenzione permanente?
«Occorre rigenerare la democrazia, ridefinire i compiti stessi della politica, costruire una democrazia complessa ed intelligente, fondata su partecipazione, deliberazione, cooperazione, capace di visione strategica con modalità rapide di apprendimento.
Nella tempesta attuale del mondo, la devitalizzazione interna alle democrazie e le correnti esplicitamente antidemocratiche rischiano di proiettare Occidente e Oriente in una nuova guerra fredda, non più bipolare ma multipolare, combattuta da democrazie liberiste in corso di trasformazione in postdemocrazie neo autoritarie, da una parte, e “democrature” o autocrazie dall’altra.
Da qui la necessità di trovare vie per rivivificare e ridefinire questo senso civico della libertà, essenziale alla salute e alla fioritura della democrazia, e tanto più urgente nella misura in cui la democrazia ha bisogno di una visione strategica delle crisi future: crisi relative ai cambiamenti climatici, alla finanziarizzazione dell’economia, ai movimenti migratori, all’approvvigionamento dell’energia, all’invecchiamento della popolazione, allo strapotere delle big company e delle nuove tecnologie come l’AI, alle guerre, ai conflitti, alla sostenibilità dei sistemi di protezione sociale.
La complessità dell’ordine sociale, l’interdipendenza planetaria, la multidimensionalità delle crisi, l’urgenza dei problemi di vita e di morte che investono sia le collettività nazionali sia la stessa specie umana, invocano una estensione degli ambiti politici — biopolitici, geopolitici, sociopolitici — fino a includere problemi come i destini della civiltà e dell’umanità, un tempo problemi solamente filosofici.
E suscitano inoltre una domanda imperiosa di decisioni attraverso una partecipazione alla deliberazione sul bene comune e al dibattito sulla società giusta: partecipazione che comporta una conoscenza degli affari pubblici, una sollecitudine verso l’interesse generale e un senso di appartenenza alla comunità il cui destino è in gioco».
Mauro Ceruti, filosofo, teorico del pensiero complesso, è professore emerito e Direttore del Centro di Ricerca sui Sistemi Complessi (CRiSiCO) presso l’Università Iulm di Milano. È stato riconosciuto “Maestro del nostro tempo” con il Premio Nonino. Tra gli ultimi libri pubblicati ricordiamo Il tempo della complessità (Raffaello Cortina, 2018), Umanizzare l’umanità. Un nuovo modo di pensare il futuro (con F. Bellusci, Raffaello Cortina, 2023), La nostra Europa (con Edgar Morin, Raffaello Cortina, 2025).