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Virus ebola in Africa, Oms: emergenza sanitaria internazionale

Roma, 17 mag. (askanews) – L’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale, il secondo livello di allerta più alto, in risposta all’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo ed in Uganda.

Il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus ha affermato che il virus “costituisce un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale, ma non soddisfa i criteri per essere classificato come pandemia”.

La Repubblica Democratica del Congo è attualmente duramente colpita dalla variante Bundibugyo dell’Ebola, contro la quale non esiste un vaccino. Fino a ieri l’Oms aveva confermato otto casi di laboratorio e registrato 246 casi e 80 decessi sospetti nella provincia di Ituri, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, oltre a un altro caso confermato a Kinshasa e un decesso in Uganda tra i viaggiatori recentemente rientrati da Ituri. L’agenzia sanitaria dell’Unione Africana, l’Africa CDC, ha registrato 88 decessi probabilmente dovuti al virus su 336 casi sospetti, secondo gli ultimi dati pubblicati sabato. Poiché l’epidemia di virus Ebola, variante Bundibugyo, si trova in un’area di difficile accesso, pochi campioni sono stati analizzati in laboratorio e i dati si basano principalmente sui casi sospetti.

La Repubblica Democratica del Congo ha vissuto un’epidemia di Ebola tra agosto e dicembre 2025, con almeno 34 decessi. L’epidemia più letale che ha colpito la regione, tra il 2018 e il 2020, ha causato quasi 2.300 vittime su 3.500 casi.

L’Ebola, che provoca una febbre emorragica altamente contagiosa, rimane una minaccia formidabile nonostante i recenti vaccini e trattamenti, efficaci solo contro il ceppo Zaire, responsabile delle più grandi epidemie mai registrate. Il virus ha causato oltre 15mila morti in Africa negli ultimi 50 anni.

Trionfa la Bulgaria, Sal Da Vinci è quinto. Ecco cosa è successo all’Eurovision

Roma, 17 mag. (askanews) – È la Bulgaria a conquistare la 70esima edizione dell’Eurovision Song Contest grazie a Dara e alla sua “Bangaranga”, brano balcan-urban già diventato virale sui social e accolto come uno dei tormentoni dell’anno. Sul podio anche Israele, secondo tra contestazioni e fischi del pubblico durante il televoto, e la Romania, terza dopo essere stata a lungo in testa nella fase finale delle votazioni. L’Italia chiude invece al quinto posto con Sal Da Vinci e “Per sempre sì”, applaudito alla Wiener Stadthalle di Vienna e visibilmente commosso al termine dell’esibizione.

La vittoria della Bulgaria arriva al termine di una finale spettacolare e fortemente segnata anche dai temi geopolitici. Dara, 27 anni, ha spiegato che “Bangaranga”, termine preso dal patois giamaicano, significa “casino” o “rivolta”, ma per lei rappresenta “la scelta dell’amore contro la paura”. La sua performance, caratterizzata da una coreografia ispirata alle atmosfere pop di Wes Anderson e da ballerini plastificati, ha infiammato l’arena e convinto pubblico e giurie.

Sal Da Vinci, ventiduesimo artista in gara, ha riproposto la coreografia già vista in semifinale, apparendo più sciolto e sorridente. Alla fine dell’esibizione, il cantante napoletano è scoppiato in lacrime davanti all’ovazione del pubblico. A Vienna era presente anche il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, che ha confermato il ruolo di Sal Da Vinci come ambasciatore della candidatura della canzone napoletana classica a patrimonio culturale immateriale dell’Unesco. Il 5 giugno, all’Arena di Verona, l’artista parteciperà all’evento speciale insieme a Gigi D’Alessio, Massimo Ranieri, Serena Rossi e Placido Domingo.

La gara si era aperta con un omaggio orchestrale della Orf di Vienna al vincitore uscente JJ, tra Mozart e pop, davanti ai ballerini vestiti con i colori nazionali austriaci. Tra i favoriti della vigilia c’erano Finlandia, Australia e Grecia. I finlandesi Linda Lampenius e Pete Parkkonen hanno puntato su un mix tra violino classico ed eurodance, mentre l’australiana Delta Goodrem ha proposto uno show imponente con pianoforte dorato e scenografia da Las Vegas. Molto applaudito anche il greco Akylas con “Ferto”, tra estetica da videogame e messaggio anticapitalista.

La presenza di Israele ha però dominato il dibattito politico dell’edizione 2026. Diversi Paesi, tra cui Spagna, Paesi Bassi, Irlanda, Islanda e Slovenia, hanno scelto il boicottaggio della manifestazione per protesta contro l’invasione di Gaza. A Vienna si sono svolte manifestazioni pro Palestina con migliaia di partecipanti. Il rappresentante israeliano Noam Bettan, contestato durante la finale, ha chiuso la sua esibizione con la frase “Il popolo di Israele vive”, mentre l’arena ha reagito con fischi durante l’assegnazione dei voti. Al centro delle polemiche anche le parole di Martin Green, produttore esecutivo dello show, sul diverso trattamento riservato a Russia e Israele all’interno dell’Eurovision.

Intanto, un nuovo record, anno dopo anno, conferma la crescita dell’Eurovision Song Contest in Italia. In numeri: 36% di share e oltre 5 milioni di telespettatori per la serata finale, andata in onda su Rai 1 dalle 21.00 con il commento di Gabriele Corsi ed Elettra Lamborghini in diretta dalla Stadthalle di Vienna. Rispetto alla finale dell’edizione 2025 la crescita è stata di oltre +277 mila ascoltatori e di oltre 2 punti percentuali di share. Il risultato della fascia oraria 21.48-25.10 (dalla fine di ESC START a fine programma) è stato di 5,1 milioni con il 39,2%. Alla proclamazione di Dara come vincitrice, in gara per la Bulgaria con “Bangaranga”, si è arrivati a toccare il 60%.

La performance di Sal Da Vinci il momento più seguito, con un picco di quasi 6,7 milioni di telespettatori alle 23.01. Quinta in classifica, la sua “Per sempre sì” è stata protagonista per il
pubblico di tutta Europa durante la settimana austriaca, con ovazioni in arena e grande accoglienza agli eventi nella città. I voti delle giurie nazionali hanno premiato il suo cuore napoletano e la sua dichiarata italianità con 134 punti, posizionandola al sesto posto. I 147 punti del televoto, sommati,
per un totale di 281, hanno permesso di scalare una posizione conquistando il primo posto tra le Big 4. Per il nono anno consecutivo, inoltre, l’Italia si è classificata in Top 10.

Calcio, Chelsea: Xabi Alonso nuovo allenatore

Roma, 17 mag. (askanews) – Il Chelsea annuncia ufficialmente Xabi Alonso come nuovo allenatore della prima squadra. Il tecnico spagnolo firma un contratto fino al 2030 e prende il comando dei Blues dopo una stagione chiusa senza qualificazione alle coppe europee, al termine di un’annata deludente culminata con la sconfitta in finale di FA Cup contro il Manchester City.

La società londinese sceglie così di aprire un nuovo ciclo affidando la panchina a uno degli allenatori emergenti più considerati in Europa. Alonso arriva dopo l’esperienza al Bayer Leverkusen, dove ha vinto il campionato tedesco e impressionato per qualità di gioco e gestione del gruppo, e dopo una parentesi complicata al Real Madrid conclusa con l’esonero.

Il progetto del Chelsea punta a rilanciare una squadra giovane ma discontinua, costruita negli ultimi anni con investimenti importanti ma senza continuità di risultati. L’obiettivo è riportare il club stabilmente in Champions League e tornare competitivo ai massimi livelli nazionali ed europei.

“Il Chelsea è uno dei più grandi club al mondo”, dichiara Alonso dopo la firma, sottolineando la volontà condivisa con dirigenza e proprietà di costruire una squadra in grado di competere per i trofei principali. Il tecnico torna così in Inghilterra dopo l’esperienza da calciatore nel Liverpool.

Il club ora lavora alla definizione dello staff e del mercato estivo per consegnare ad Alonso una rosa già competitiva in vista della nuova stagione.

Auto sulla folla a Modena, amputate le gambe a due turiste. Altri feriti sono ancora in gravi condizioni

Roma, 17 mag. (askanews) – Due turiste, una ragazza tedesca ed una polacca, hanno perso le gambe in seguito all’urto con l’auto guidata ieri da Salim El Koudri. I medici dell’ospedale di Baggiovara sono stati costretti ad amputare gli arti per poter fermare l’emorragia in atto. Restano ancora gravi condizioni di altre 4 persone ferite nell’azione posta in essere da El Koudri.

Le condiziono di una donna di 55 anni ricoverata all’Ospedale Maggiore di Bologna, “restano critiche e resta il pericolo di vita”. In un bollettino che è stato diffuso si spiega che anche per altri tre passanti la prognosi resta riservata.

Un uomo, anche lui di 55 anni con diversi traumi, è stabile, “non più in immediato pericolo di vita”. La Direzione ospedaliera ha subito attivato una equipe di psicologi a supporto dei familiari.

Ancora ricoverati all’Ospedale civile di Baggiovara (Modena) una donna di 69 anni, operata nelle scorse ore, definita “grave ma stabile”; una donna di 53 anni sottoposta “a plurimi interventi chirurgici, le cui condizioni sono gravi”. Per entrambe la prognosi resta riservata. Un italiano di 59 anni, con trauma facciale, ha passato la notte in osservazione in Medicina d’Urgenza, per lui la prognosi è di 30 giorni.

“Quattro persone che hanno subito ferite gravissime sono in pericolo di vita da ieri pomeriggio. Sono seguite in maniera incessante nei reparti di terapia e rianimazione dell’ospedale civile di Baggiovara e del policlinico maggiore di Bologna. Tutti lavorano per salvare loro la vita”, ha detto, parlando a SkyTg24, il governatore della Regione Emilia Romagna, Michele de Pascale.

“Stiamo parlando di due dei trauma Center più importanti del nostro paese, quindi qui ci sono professionalità straordinarie che hanno ovviamente tutta la nostra gratitudine e che seguono ovviamente la gratitudine che abbiamo anche per i cittadini che ieri sono intervenuti fermando l’attentatore perché c’è stato veramente un atto eroico che ha evitato che i feriti purtroppo potessero essere anche molti di più di quelli che sono stati poi nel frattempo c’è anche il lavoro che dobbiamo diciamo apprezzare della magistratura delle forze dell’ordine perché le indagini in questo momento sono molto importanti, tutta la città di Modena, tutta la comunità”, ha detto il governatore.

Auto sulla folla a Modena, Mattarella e Meloni visitano i feriti in ospedale

Roma, 17 mag. (askanews) – Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, accompagnati dal sindaco di Modena Massimo Mezzetti e dal governatore dell’Emilia Romagna Michele De Pascale, hanno fatto visita ai feriti ricoverati presso l’ospedale di Modena. Il capo dello Stato e la premier si sono trattenuti per circa 20 minuti. Ora si recheranno all’Ospedale Maggiore di Bologna per fare visita ad altri feriti dell’investimento di ieri pomeriggio.

“Grazie per quello che fate in questa circostanza drammatica ma anche abitualmente. Siamo consapevoli di ciò che fate ogni giorno”, ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella incontrando presso l’ospedale di Modena – insieme alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni – l’equipe di medici che ha in cura i feriti del tragico investimento di ieri nella cittadina emiliana.

Auto sulla folla a Modena, la ricostruzione della tragedia

Roma, 17 mag. (askanews) – Salim El Koudri, 31 anni, una laurea in economia e nessuna occupazione stabile, poco dopo le 4 di pomeriggio di sabato 16 maggio 2026 ha compiuto il più grave fatto che Modena ricordi. La città della lirica, del cibo di qualità, della bella letteratura e patria del Tricolore, è stata sconvolta dall’azione inspiegabile della Citroen C3, grigio metallizzato, guidata da El Koudri. All’altezza di Porta Bologna, in mezzo ad un incrocio tra via Garibaldi e la via Emilia la macchina ha speronato a tutta velocità le persone che aveva di fronte. Puntando il marciapiede, passando dentro ad un’area pedonale con tanti in bicicletta, alcuni a passaggio con il cane, ed altri con le buste della spesa, turisti.

Almeno 7 persone sono state colpite così, falciate come fili di grano. Due turiste hanno subito l’amputazione delle gambe, altre quattro persone sono ancora in pericolo di vita. Scorrere le immagini delle telecamere a circuito chiuso, che rimbalzano sui social network, è terribile. Perché si immagina il dolore e lo sgomento provato da chi tranquillo stava solo camminando. Se l’auto che piomba tra la folla potrebbe lasciar spazio ancora al dubbio, i gesti successivi compiuti da El Koudri indicano agli inquirenti quale strada percorrere per offrire un perché alla giustizia che dovrà essere compiuta. Il ragazzo, un passato ricovero al centro di igiene mentale, dopo l’urto e lo stop definitivo della macchina, ha provato a scappare. A chi gli gridava “cosa hai fatto? Cosa hai fatto?” ha risposto tirando fuori un coltello e colpendo a caso. L’ottava persona è stata ferita, così, alle braccia.

La corsa a piedi di El Koudri è durata non oltre 100 metri. Lo hanno preso alcuni cittadini e gli agenti di una volante della polizia. Non è arrivata nessuna imprecazione. E’ una scena silenziosa quella che si osserva. La stessa auto che portano via il ragazzo non accende subito le sirene. La confusione e la tragedia restano dietro l’angolo. Gli interrogativi arrivano tutti in questura dove El Koudri viene portato. Grazie alle verifiche dei documenti si ricostruisce il luogo di nascita, la nazionalità, l’abitazione, il passato. Si accerta così la residenza a Ravarino, un piccolissimo centro fuori Modena, sulla strada per Finale Emilia, un solo bar aperto al sabato pomeriggio. “La maggior parte qui lavorano nelle aziende per la lavorazione dei salumi o dei formaggi”, si spiega.

El Koudri era nato a Bergamo. Il suo cognome è di origine marocchina. Dalle indagini che verranno compiute sul telefono e su altri possibili supporti, trovati nell’abitazione si riuscirà ad avere un quadro più chiaro. Al momento c’è solo la nebulosa del può essere, delle verifiche che procedono a largo raggio. Gli inquirenti della Direzione distrettuale antimafia ed antiterrorismo di Bologna che coordineranno il lavoro degli investigatori della Polizia, della Digos, ma anche dei carabinieri, ripetono adesso che bisogna attendere. La prefetta di Modena Fabrizia Triolo nel punto stampa serale ha spiegato che El Koudri “al momento dell’arresto non era sotto sostanze psicotrope, quindi aveva una parvenza di lucidità”, ma “già nel 2022 si era evidenziato per questa persona uno stato di alterazione psichica: era stato attenzionato dal Centro di Salute Mentale per disturbi schizofrenici, ma dopo un primo periodo di osservazione se ne erano perdute le tracce”.

Il presidente della Regione, Michele de Pascale, è chiaro: “Un gesto di una gravità inaudita. In queste ore di profondo dolore voglio esprimere, anche a nome della giunta e dell’intera comunità dell’Emilia-Romagna, la mia vicinanza alle persone ferite, alle loro famiglie e a tutte le persone coinvolte. Ringrazio i soccorritori, il personale sanitario, le Forze dell’ordine e i cittadini che, con coraggio e prontezza, hanno inseguito e fermato l’uomo, per l’intervento immediato e il lavoro delicatissimo che stanno svolgendo in queste ore. Siamo al fianco del sindaco Massimo Mezzetti e della comunità modenese”.

Il primo cittadino sottolinea che rappresenta una città che non si piega e che “dei quattro cittadini che sono intervenuti e hanno assicurato immediatamente l’uomo alla polizia, due sono stranieri. Poi nei secondi successivi sono intervenuti altri cittadini, anch’essi stranieri, che operano commercialmente proprio in quell’area”. Insomma tutti “hanno dimostrato una lucidità, una prontezza di riflessi e un coraggio che vanno assolutamente riconosciuti”, ha proseguito il sindaco. “Sono anche il simbolo di una comunità che sa, anche in un momento così drammatico, reagire e unirsi”.

Una comunità a cui si sono unite le più alte istituzioni. Ieri le telefonate, oggi la visita del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e della presidente del consiglio, Giorgia Meloni.

Auto sulla folla a Modena, la procura: El Koudri indagato per strage e lesioni aggravate

Roma, 17 mag. (askanews) – Strage e lesioni aggravate dall’uso di arma. Questi reati contestati a Samir El Koudri, il 31enne che ieri ha investito con l’auto 7 persone nel centro di Modena. In una nota della Procura si spiega che le ipotesi di reato sono connesse al fatto che sono chiare ed evidenti le precise volontà di porre in pericolo l’incolumità pubblica e non solo la vita delle singole persone offese, in una via del centro cittadino e in un ambito spazio-temporale privo di soluzione di continuità.

“L’orario scelto era di massima presenza per cittadini, avventori di esercizi commerciali e pertanto colpiti in maniera indiscriminata, indeterminata e deliberata” dal giovane di origine marocchina. Sono in corso indagini – si aggiunge – per “individuare il movente della condotta”.

Modena, auto piomba sui passanti in pieno centro: 8 feriti gravi

Modena, 17 mag. (askanews) – Un pomeriggio di sangue ha sconvolto Modena. Sabato, poco prima delle 17, in pieno centro, un uomo di trentun anni ha lanciato la sua auto contro i passanti di via Emilia Centro. Le immagini riprese dalle telecamere di sicurezza all’ingresso del centro storico sono agghiaccianti. Otto i feriti, quattro in modo gravissimo. Due, in pericolo di vita, sono stati trasportati d’urgenza all’ospedale Maggiore di Bologna. Altri due, a Baggiovara, hanno subito l’amputazione degli arti inferiori. La corsa dell’auto si è fermata contro la vetrina di un negozio. L’aggressore, italiano di seconda generazione, è uscito brandendo un coltello, ma è stato bloccato da tre cittadini. La Procura ha disposto il fermo per strage e lesioni aggravate. Il prefetto di Modena Fabrizia Triolo.

“Quello che in questo momento possiamo dire è che già nel 2022 si era evidenziato per questa persona uno stato di alterazione psichica perché era stato attenzionato dal Centro di Salute Mentale per disturbi schizoidi. Dopo questo primo periodo di osservazione presso il centro sanitario, però, se n’erano perdute le tracce”.

Sull’episodio sono piovuti messaggi di solidarietà da tutto il mondo istituzionale. Il presidente della Repubblica Mattarella farà visita ai feriti. A Modena è arrivato anche il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, per partecipare a un summit in prefettura.

“Devo dire la solidarietà e l’abbraccio di tutta l’Emilia-Romagna a tutta la città di Modena, perché è più che evidente che in questo momento ci sono persone che sono state colpite direttamente, i loro familiari, le loro relazioni, ma c’è tutta una città che è ferita e che è spaventata da quello che è accaduto”.

Sui feriti si è mobilitata la sanità: medici e infermieri si sono presentati spontaneamente in ospedale, aprendo più sale operatorie in contemporanea. Il sindaco Massimo Mezzetti ha ringraziato anche i cittadini intervenuti.

“Questa è una città che non si piega naturalmente di fronte a nessun atto intimidatorio, anche se grave come questo. E come sempre sapremo reagire con massima lucidità, fermezza e senso della comunità”.

De Gasperi, costruttore paziente di una democrazia libera, sociale ed europea

Un libro che interroga il presente

Ci sono libri che non tornano tra noi soltanto per essere ricordati, ma perché custodiscono ancora una domanda sul presente.

È il caso di questa nuova edizione di Alcide De Gasperi. Rivoluzione Riforme Libertà, la biografia umana e politica scritta da Igino Giordani e oggi riproposta a cura di Lucio D’Ubaldo e Alberto Lo Presti, con la presentazione di Giuseppe Fioroni.

Non siamo davanti al ritratto freddo di uno statista consegnato alla storia, ma allo sguardo partecipe di un uomo che conobbe dall’interno la stagione del cattolicesimo democratico, le sue fatiche, le sue speranze, le sue lacerazioni. Giordani ci riconsegna De Gasperi non come figura monumentale e distante, ma come coscienza viva della democrazia italiana: un uomo di fede, di libertà e di responsabilità pubblica, capace di attraversare il Novecento senza lasciarsi consumare né dal rancore né dalla retorica.

Ne emerge un De Gasperi lontano sia dall’immagine del politico timidamente prudente sia da quella del conservatore immobile. Prende forma, invece, la figura di un artefice paziente della democrazia italiana: una democrazia libera, sociale ed europea, nata sulle macerie morali e materiali della guerra.

Costruire, non restaurare

In questo senso, la parola decisiva non è nostalgia, ma costruzione. Come ricorda Adone Zoli nella prefazione inclusa nel volume, sulle rovine del fascismo e della guerra non si trattava semplicemente di ricostruire ciò che era stato, ma di costruire con nuovi orientamenti e nuove visioni. Qui sta la modernità di De Gasperi: fare della democrazia non un ritorno all’ordine precedente, ma un ordine nuovo di libertà, giustizia sociale e responsabilità istituzionale.

La grandezza di De Gasperi sta nella sua capacità di mediazione: tra tradizione e modernizzazione, cultura cattolica e istituzioni democratiche, appartenenza nazionale e apertura sovranazionale. Ma la sua mediazione non fu mai neutralità inerte: fu piuttosto l’arte difficile di tenere insieme ciò che la storia tendeva a separare.

Il volume ha il merito di sottrarlo sia alla retorica monumentale sia alla semplificazione scolastica, restituendolo come uomo immerso nelle contraddizioni del Novecento, segnato da tensioni, solitudini, sconfitte e responsabilità.

Igino Giordani e la formula “Dio e libertà”

In questo quadro assume rilievo anche la figura di Igino Giordani, autore della biografia riproposta nel volume. Giordani non è un osservatore esterno, ma un testimone partecipe del cattolicesimo democratico, vicino a De Gasperi nelle stagioni del popolarismo, dell’opposizione al fascismo e della ricostruzione democratica. Il suo sguardo non è agiografico, ma storico e civile: racconta De Gasperi come una figura in cui la vicenda personale finisce per coincidere con una parte decisiva della storia d’Italia. La formula “Dio e libertà” sintetizza bene questa eredità: la fede come fondamento morale del limite, la libertà come orizzonte pubblico della persona.

Un elemento decisivo della formazione degasperiana è la sua origine trentina e asburgica. Nato in una terra di confine, plurilingue e complessa, De Gasperi imparò presto che la politica non è imposizione, ma arte di tenere insieme differenze, autonomie e appartenenze. Da qui nacquero il suo senso delle istituzioni e l’idea dello Stato come ordine giuridico, non come voce di un capo né come grido identitario.

L’antifascismo come difesa del pluralismo

Per questo De Gasperi appartiene pienamente alla tradizione del cattolicesimo politico europeo: una tradizione che non nega il conflitto, ma lo ordina dentro le forme della democrazia. Ed è proprio qui che il suo metodo torna attuale. In un tempo segnato dalla crisi della rappresentanza, dall’indebolimento dei corpi intermedi, dalla semplificazione aggressiva del discorso pubblico e dalla spettacolarizzazione del conflitto, De Gasperi ricorda che la politica non deve incendiare le fratture per ottenere consenso, ma lavorarle istituzionalmente perché non diventino rotture irreparabili.

Il secondo asse fondamentale del volume è l’antifascismo di De Gasperi, che non va ridotto a semplice opposizione morale al regime. In lui l’antifascismo fu il rifiuto radicale di una concezione totalitaria della politica: quella che assorbe la persona nello Stato, annulla il pluralismo, svuota il Parlamento, sostituisce la legalità con la forza e trasforma il partito in strumento di occupazione della società.

Il libro restituisce anche la violenta campagna di delegittimazione subita da De Gasperi, accusato di scarso patriottismo per il suo passato nel Parlamento viennese. Giordani interpreta quella vicenda come esempio della violenza morale del fascismo: non bastava combattere l’avversario, occorreva distruggerne la reputazione, trasformando la differenza politica in tradimento. È una lezione ancora attuale: ogni volta che la politica smette di discutere le idee e punta a demolire la persona, riemerge una logica profondamente antidemocratica.

La misura contro il rancore

La grandezza di De Gasperi sta nel non aver risposto alla persecuzione con il rancore. Carcere, isolamento e anni difficili non produssero in lui spirito di vendetta, ma una disciplina interiore fondata sulla misura. Anche dopo la grande vittoria elettorale del 18 aprile 1948, egli non abusò del consenso ottenuto. Capì che la maggioranza non autorizza la sopraffazione e che la forza di una democrazia si misura soprattutto nel modo in cui tratta l’opposizione.

Naturalmente, questa grandezza non va cercata nell’assenza di tensioni. De Gasperi fu uomo di governo dentro fratture durissime: anticomunismo e riformismo sociale, fedeltà cristiana e laicità delle istituzioni, unità del partito e libertà del confronto interno, prudenza diplomatica e coraggio politico. La sua statura nasce proprio da qui: non dall’aver evitato le contraddizioni, ma dall’averle abitate senza consegnarle alla violenza o alla semplificazione.

Il significato del “campo degasperiano”

Da qui nasce la categoria del campo degasperiano. Il volume parla di “campo del degasperismo” per indicare la coalizione centrista come architettura della democrazia governante. Ma questa formula può essere allargata: il campo degasperiano non è nostalgia della Democrazia Cristiana, né una posizione tattica di centro, né tantomeno una geografia parlamentare buona per ogni stagione.

È un impianto politico-culturale fondato sull’unione tra libertà democratica e giustizia sociale, stabilità istituzionale e riforme, radicamento nazionale e apertura europea, ispirazione cristiana e pluralismo dello Stato.

Il centro, in De Gasperi, non è una zona grigia o un rifugio prudente. È uno spazio dinamico di responsabilità, capace di promuovere riforme senza sacrificare la libertà. Anche la rottura del 1947 con comunisti e socialisti va letta in questo quadro: non come semplice scelta conservatrice, ma come chiarificazione democratica dentro il contesto della guerra fredda. De Gasperi voleva una democrazia più giusta, ma non accettava che la questione sociale fosse assorbita da un progetto politico incompatibile con la libertà.

Per questo il campo degasperiano non coincide con il moderatismo. È piuttosto un riformismo costituzionale, capace di trasformare le attese popolari in politiche pubbliche, le fratture sociali in programmi di integrazione, la domanda di giustizia in costruzione istituzionale. In questa visione, la stabilità non è il contrario della riforma, ma il suo frutto più maturo.

Le riforme come edificazione nazionale

Le grandi riforme del dopoguerra — riforma agraria, Cassa per il Mezzogiorno, riforma tributaria, ricostruzione edilizia — non furono semplici interventi tecnici, ma strumenti di edificazione nazionale. In particolare, la riforma agraria affrontò il nodo storico del Mezzogiorno: latifondo, fame di terra, disoccupazione, distanza tra masse contadine e Stato. Dare terra significava dare cittadinanza, dignità, autonomia personale e responsabilità sociale.

La Cassa per il Mezzogiorno, nel disegno originario degasperiano, non va letta soltanto attraverso le degenerazioni successive. Nacque come tentativo di portare lo Stato nei territori segnati da storici divari economici e infrastrutturali: strade, acquedotti, bonifiche, cantieri, opere pubbliche, occasioni di lavoro.

Il fatto che De Gasperi, uomo del Nord, avvertisse con tanta forza la questione meridionale mostra la profondità nazionale della sua visione: l’Italia non poteva dirsi davvero ricostruita se il Mezzogiorno restava ai margini.

Questo passaggio conserva una forte attualità. Anche oggi il Paese è attraversato da fratture territoriali, disuguaglianze educative, squilibri tra aree interne e poli urbani, tra Nord e Sud, tra cittadini inseriti nei circuiti delle opportunità e cittadini consegnati all’attesa. De Gasperi non offre una ricetta tecnica, ma uno stile di governo: considerare la questione sociale e meridionale non come un fastidio, ma come banco di prova della tenuta democratica e nazionale.

Per lui la democrazia non è soltanto una forma giuridica. È anche un ordine storico-sociale da costruire. La libertà politica, se resta priva di lavoro, istruzione, inclusione e giustizia sociale, rischia di svuotarsi. Allo stesso modo, la giustizia sociale senza libertà può trasformarsi in oppressione. Il riformismo degasperiano vive in questo equilibrio: libertà e giustizia, istituzioni e promozione sociale, stabilità e cambiamento.

Partiti, corpi intermedi e democrazia

Un altro nodo decisivo riguarda il partito. Nella tradizione del popolarismo e del cattolicesimo sociale che egli incarna, il partito non è una macchina personale né uno strumento di propaganda, ma un luogo di formazione, mediazione, rappresentanza e produzione di classe dirigente.

In termini sociologici, il partito collega società e istituzioni, organizza interessi, educa una domanda politica e costruisce linguaggio pubblico.

Qui emerge la distanza dal presente, segnato dalla crisi dei corpi intermedi: partiti svuotati, sindacati indeboliti, associazionismo frammentato, partecipazione intermittente, opinione pubblica polarizzata. Il campo degasperiano obbliga allora a ripensare le mediazioni democratiche. Senza luoghi di formazione e legami sociali, la politica rischia di ridursi a leaderismo, spettacolo, reazione emotiva o somma di solitudini connesse.

Cristianesimo, responsabilità e servizio

Centrale è anche il rapporto tra cristianesimo e politica. De Gasperi non rappresenta un confessionalismo che vuole occupare lo Stato, ma una fede tradotta in responsabilità pubblica: primato della persona, difesa della libertà, attenzione ai poveri, senso del limite, dovere verso le istituzioni. La sua fede non diventa bandiera identitaria né slogan, ma coscienza morale del potere.

Questa lezione è preziosa oggi, quando il religioso viene spesso o confinato nel privato o usato come marcatore identitario. De Gasperi indica una terza via: una fede che non pretende di impadronirsi dello spazio pubblico, ma neppure rinuncia a generare responsabilità civile; una fede che non grida, non separa, non strumentalizza, ma costruisce e serve.

Da qui si comprende il suo europeismo. Per lo statista trentino l’Europa non è un tema accessorio, ma una risposta politica e morale alla catastrofe delle guerre mondiali e dei nazionalismi assolutizzati. Insieme ad Adenauer e Schuman, egli pensa l’Europa come pace istituzionalizzata: un modo per trasformare le frontiere da luoghi di odio a spazi di cooperazione.

Questa visione torna attuale nel tempo del ritorno della guerra in Europa, dei sovranismi, delle crisi migratorie, energetiche, digitali e ambientali. L’Europa di oggi va certamente riformata e resa più democratica, sociale e strategica, ma l’europeismo degasperiano conserva una forza decisiva: nessuna nazione europea, da sola, può affrontare le grandi fratture del mondo contemporaneo.

Giovani, formazione e futuro

Non è casuale che, nell’ultimo De Gasperi, tornino con particolare forza tre nuclei decisivi: i giovani, la pace, l’Europa. Non sono temi separati, ma parti di una medesima visione. I giovani rappresentano la continuità della democrazia; la pace è il suo orizzonte morale; l’Europa è la forma storica attraverso cui impedire ai nazionalismi di tornare a divorare il continente.

Per questo tornare oggi a De Gasperi non significa commemorare un passato nobile, ma riaprire una domanda sul futuro: quale politica può ancora costruire legami, istituzioni, responsabilità e speranza?

Trasmettere questa lezione ai giovani non significa consegnare loro una statua da venerare né proporre nostalgia per un tempo perduto. Significa mostrare che la politica può essere ancora una cosa seria: non una tecnica di occupazione del presente, ma un’opera di costruzione storica.

Il rapporto tra giovani e politica non va liquidato con l’accusa di apatia o disinteresse. Seguendo Mannheim, una generazione non è solo una classe d’età, ma un gruppo storico plasmato da eventi, linguaggi e aspettative comuni. I giovani di oggi non vivono il dopoguerra e la ricostruzione materiale del Paese; abitano invece una società apparentemente costruita ma spesso bloccata, iperconnessa ma fragile, formalmente aperta ma segnata da precarietà, disuguaglianze educative, crisi climatica, sfiducia istituzionale e rarefazione dei luoghi collettivi.

De Gasperi non va proposto ai giovani come una figura da venerare, ma come un interrogativo vivo: che cosa significa, in tempi di crisi, non subire la storia ma provare a costruirla? La sua esperienza mostra che la politica nasce quando una generazione smette di percepirsi solo come vittima delle condizioni ricevute e trasforma quelle condizioni in responsabilità pubblica.

La democrazia come comunità educante

Il nodo non è semplicemente la distanza dei giovani dalla politica, ma l’indebolimento della politica come dispositivo collettivo di futuro: essa fatica ad apparire come luogo credibile di mediazione, decisione e trasformazione delle condizioni materiali e simboliche della vita comune.

In questo senso, il riferimento a François Dubet aiuta a comprendere il declino delle istituzioni formative: scuola, partiti, sindacati, parrocchie, associazioni e famiglie non riescono più, da sole, a trasmettere appartenenza, fiducia e senso. I giovani sono più liberi, ma anche più soli; più autonomi, ma meno accompagnati.

Da qui emerge una lezione degasperiana fondamentale: senza luoghi di formazione e comunità educanti, la democrazia non produce cittadini, ma spettatori, utenti e consumatori di opinioni. Anche Putnam ricorda che la qualità democratica dipende dal capitale sociale: fiducia, cooperazione, legami civici, abitudine alla partecipazione. La democrazia, infatti, non vive solo di procedure, ma di relazioni.

Alla società contemporanea dell’accelerazione, descritta da Hartmut Rosa, De Gasperi oppone la logica della durata. Non è l’uomo dell’istante o dell’annuncio, ma della costruzione paziente. Ai giovani immersi in un presente rapido e frammentato, egli ricorda che le cose decisive richiedono tempo, competenza, preparazione, fedeltà e pazienza istituzionale.

La sua lezione dice anzitutto che la libertà non è garantita per sempre: va custodita attraverso istituzioni, cultura, partecipazione e senso del limite. La democrazia non coincide con l’opinione immediata o con la reazione emotiva, ma richiede studio, ascolto, organizzazione e capacità di trasformare l’indignazione in progetto. Tra rabbia e riforma deve esserci pensiero; tra protesta e governo del cambiamento deve esserci classe dirigente.

Insegna anche che non c’è futuro senza riforme. Ma le riforme non sono réclame o gesti scenici: sono preparazione, competenza, scelta degli strumenti, responsabilità degli effetti. In questo senso, egli educa alla lentezza operativa delle cose serie, contro una politica consumata dalla visibilità immediata.

Ai giovani può dire inoltre che la politica non è culto del capo, ma lavoro comune: partito, associazione, comunità, territorio, formazione, alleanza tra generazioni. Non è teatro di posizionamenti, ma servizio esigente e disciplina morale del potere. Con Bourdieu si può aggiungere che non tutti i giovani possiedono gli stessi strumenti per partecipare: per questo non bastano appelli morali, servono scuole di politica, luoghi di parola, accesso alla cultura, cantieri civici ed esperienze concrete di responsabilità.

Una lezione ancora aperta

Un altro messaggio riguarda il rapporto tra radicamento e apertura. De Gasperi amò il Trentino, servì l’Italia e pensò l’Europa. Questa traiettoria mostra che si può appartenere a un luogo senza chiudersi in esso; amare la patria senza trasformarla in idolo; essere europei senza smettere di essere italiani; vivere la fede senza usarla come confine contro altri.

In definitiva, raccontare De Gasperi ai giovani significa restituire spessore alla parola futuro: non un futuro pubblicitario, minaccioso o già scritto, ma un futuro come responsabilità condivisa.

Il De Gasperi che emerge dal volume, dunque, non appartiene alle commemorazioni innocue. È parte della genealogia dei costruttori di democrazia. La sua lezione resta attuale: non c’è democrazia senza corpi intermedi, libertà senza giustizia sociale, pace senza Europa, politica degna senza disciplina morale del potere.

A questo punto il discorso storico diventa anche appello civile, quasi consegna morale.

Il campo degasperiano non è una reliquia da custodire sotto vetro, né una fotografia ingiallita da appendere alle pareti della nostalgia. È piuttosto una brace da riaccendere, una responsabilità da rimettere in cammino, una tenda da piantare ancora una volta nel cuore inquieto della storia. Significa scegliere la democrazia quando tornano le seduzioni dell’uomo forte; scegliere le riforme quando l’inerzia diventa abitudine; scegliere la libertà quando l’integralismo pretende di sequestrare le coscienze; scegliere l’Europa quando i nazionalismi alzano piccoli muri e abbassano grandi orizzonti. Significa credere nella mediazione quando la semplificazione violenta urla più forte, e continuare a costruire, con pazienza quasi artigiana, mentre il presente fa rumore, occupa la scena, consuma parole e dimentica i volti. Perché la politica, quando è vera, non è il podio dei vincitori, ma il grembiule di chi serve; non è la voce che sovrasta, ma la mano che ricuce; non è l’ansia di possedere il tempo, ma l’umile ostinazione di preparare una casa più giusta per chi verrà dopo di noi.

Chiara Galiazzo annuncia il nuovo progetto live "Nuova Luce"

Milano, 17 mag. (askanews) – Chiara Galiazzo annuncia “Nuova Luce”, il nuovo progetto live in partenza il prossimo autunno prodotto da IMARTS – International Music And Arts che accoglie l’artista nel proprio roster. Un’occasione per incontrare il pubblico dal vivo e riscoprire i brani più amati del suo repertorio come “Straordinario”, “Due respiri”, “Nessun posto è casa mia” fino ad arrivare ai più recenti “Valore”, “Poi io poi te”, “Basta poco”, in una veste inedita, elegante e contemporanea. In “Nuova Luce”, la voce inconfondibile di Chiara dialogherà con un quartetto d’archi e con sonorità elettroniche, dando vita a un’esperienza musicale intensa e raffinata, capace di unire classicità e modernità. «Sono anni che desideravo portare la mia musica nei teatri, un luogo che sento profondamente vicino alla mia dimensione artistica. Dare una nuova luce alle canzoni che mi hanno accompagnato in questi anni sarà l’occasione per condividere con il pubblico un viaggio intenso ed emozionante, in una veste completamente inedita.» – Chiara Galiazzo. Il tour porterà Chiara nei teatri italiani a partire da novembre, con un concerto pensato per valorizzare la sua forza interpretativa e il suo percorso artistico, sempre in equilibrio tra immediatezza pop, sensibilità vocale e profondità emotiva. Queste le prime date annunciate di “Nuova Luce – il tour nei teatri”: 20 novembre – Coriano (RN) – Teatro CorTe 23 novembre – Milano (MI) – Teatro Manzoni 27 novembre – Mestre (VE) – Teatro Corso 9 dicembre – Ferrara – Teatro Nuovo 17 dicembre – Roma – Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone L’annuncio del tour arriva in concomitanza con l’uscita di “Basta poco” (Altafonte Italia), il nuovo singolo di Chiara Galiazzo uscito l’8 maggio: un inno pop luminoso alla libertà e alla semplicità. Tra immagini urbane e slanci immaginifici, Chiara racconta un’evasione emotiva dove basta uno sguardo per sentirsi altrove. Le sere d’estate fanno da sfondo a un viaggio intimo e condiviso: senza mappe né mezzi, solo la forza di un legame capace di aprire ogni porta e trasformare l’ordinario in meraviglia. Scritto da Chiara Galiazzo insieme ad Alessandro Casillo, Piccolo G, Marco Di Martino e Danusk, che lo ha anche prodotto, il singolo rappresenta un nuovo tassello del percorso artistico di Chiara, confermandone la capacità di unire immediatezza pop e profondità emotiva.

Lampedusa, la morte non perde il vizio di vivere

Si muore di freddo, non un modo di dire

A Natale la ciliegina sulla torta è sempre la morte di qualche poveraccio che possa farci sentire più buoni solo perché ne leggiamo la notizia con un attimo e non di più di attenzione. Così è accadutoche nel campo profughi di Muwasi, nei pressi di Kahn Younis, una neonata sia morte di freddo. Non poteva accadere quindi che da quelle parti, un luogo storicamente con una certa predestinazione di accoglienza e quindi di disgrazie. C’è un “quindi” dal quale non ci si può smarcare, dove si aprono le braccia ad un pellegrino per dargli il benvenuto ci si accorge che non c’è mai spazio abbastanza per tutti ed è da mettere in previsione che qualcuno ci debba lasciare la pelle. Non ce la possiamo cavare con un gioco di parole per dire di aver trattato il fatto come si deve.

Un’isola e un film già visto

A Lampedusa, a bordo del solito barcone di migranti, poco fa è morta una neonata per ipotermia, cioè precipitata sotto la soglia di uncalore sufficiente per un respiro che non si cristallizzi appena fuori dai polmoni di lancio verso il mondo. La creatura è stata fritta dal freddo, arrostita da impassibili composte convulsioni di pelle e muscoli a causa dei suoi abiti intrisi d’acqua di un amaro mare. Qualcuno resterà indifferente, un po’ frigido alla notizia ma occorre farsene una ragione. Oggi le cose vanno così. La morte ha presentato il conto facendo pagare a quella creatura, che della vita ha assaggiato solo la forza del gelo, il prezzo di ingresso all’hotspot di arrivo con la tariffa più cara. 

Strana parola “hotspot” che si traduce in punto di approdo ma che di caldo non ne ha abbastanza per fare miracoli. Lo spot è un post, una notizia rapida da dare al prossimo che semmai ne raccoglie la bottiglia con il messaggio dentro ma non è affatto detto che abbia interesse a quel tipo di pesca. Lo spot è un posto che ti dà il benvenuto per dirti che il tuo viaggio è finito per sempre perché la morte ti sta regalando il futuro che non hai chiesto e di cui devi ingozzarti contro ogni inutile rifiuto. E’ un approccio alla terra che non rilancia a nuovi viaggi e ripartenze. Devi fermarti lì punto e basta. Qua non siamo in presenza di amore e tremore ma di un ghiaccio che non preannuncia affatto la delizia di un refrigerio per un’estate imminente tutta da godere.

Una voce nel deserto

Ha ragione Papa Leone XIV quando in queste ore tira le orecchie all’umanità per dire di svegliarsi dalla apatia in cui si è vestita con fogge tanto comode da non più rinunciarvi. La passione a dire il vero non manca ed è forte di essa che partecipiamo con vivo accanimento alla sequela di casi giudiziari che segnano la cronaca quotidiana e di cui siamo del tutto ubriachi. Ci si giustifica dicendo che la colpa sia ormai nell’abitudine a certe tragedie che si ripetono costantemente, così ci si fa inevitabilmente il callo, meglio farebbe la morte a risparmiarsi lasciando in vita gli innocenti. Questo sì che suonerebbe da scandalo e le si potrebbe per questo dare un premio per un finale a sorpresa degno da premio oscar. L’estate è alle porte e ne vedremo delle belle ma senza effetti speciali.

Eppure qualcosa lascia sorpresi. Sembra che ci si abitui solo al male fino a renderne indifferenti gli effetti, mentre si resta sempre ghiotti di altreanonime quotidianità che pure si ripetono senza alcuna originalità.

L’uso della memoria

Forse dovremmo ricordarci di Don Primo Mazzolari quando scriveva in un passaggio di “Una lettera a un partigiano” che bisognerebbe avere “un’anima larga” che non si rattrappisca nello spreco di ore passate appresso all’inutile del quale ci abbeveriamo fino alla sbornia. Forse dovremmo tornare ad amare con l’audacia che questo comporta. E “quando si ama…, perdutamente, la realtà si dilata, perde i suoi connotati volgari per assumere quelli del nostro amore. Un’anima larga, comunque la si paghi, è sempre un patrimonio.”. Forse dovremmo smettere di essere stretti di maniche anche con noi stessi immaginando che potremmo sperimentare un “oltre” che potrebbe risuscitare i troppi innocenti vittime della pigrizia che affligge il cuore del mondo.

I richiami di Draghi: la necessità di un nuovo paradigma strategico europeo

La fine delle illusioni atlantiche

Con cadenza periodica Mario Draghi invita l’Unione Europea a prendere consapevolezza del radicale mutamento del quadro internazionale imposto dalla distruttiva politica attuata dal presidente americano da ormai quasi un anno e mezzo. Cancellando l’illusione che un futuro, eventuale, cambio politico a Washington possa magicamente riportare indietro le lancette dell’orologio mondiale. Potranno mutare i toni, certamente lo stile – un dono del quale Donald Trump è totalmente privo – ma alcuni tratti di fondo del neo-nazionalismo USA rimarranno, ancorché attenuati e declinati in modo meno assertivo. Occorre pertanto accettare il nuovo dato di realtà e ad esso conformarvisi, allestendo una politica europea più efficace, più propositiva e meno passiva.

Così, se si leggono con attenzione i discorsi dell’ex Presidente del Consiglio italiano e soprattutto ex Presidente della BCE, si può osservare come essi ogni volta approfondiscono il tema e invitino i leaders europei a osare di più, sin da quell’iniziale invocazione intrisa di frustrazione impossibile da dimenticare: “fate quello che volete, ma fate qualcosa!”.

Dai rapporti europei alla richiesta di sovranità

Alcuni suggerimenti, da tutti o quasi apprezzati ma poi di fatto accantonati, Draghi li ha messi nero su bianco nel suo Rapporto richiestogli dalla Presidente della Commissione Von der Leyen e presentato nell’aprile 2024. Ad esso si aggiunse, pochi mesi più tardi, quello che Enrico Letta – pure lui incaricato da Palazzo Berlaymont – espose al Consiglio Europeo sul completamento del mercato unico nell’energia, nella finanza, nelle telecomunicazioni.

Deriva anche da questa consapevolezza la sempre più incisiva analisi draghiana e il sempre più convinto appello al cambio di paradigma europeo. E pure di postura nei confronti di un alleato storico non più così affidabile. A voler dire all’Europa che quella di fronte alla quale ora si trova è una scelta di struttura mentale fra la passiva rassegnazione di chi subisce la costrizione annunciando così il proprio declino e chi al contrario decide di non delegare più la propria sovranità e ne affronta consapevolmente i costi conseguenti.

Questo vale per i dazi, per la difesa militare, per la regolamentazione del web e dell’immenso mercato digitale sino alle nuove frontiere dell’Intelligenza Artificiale. E per molto altro ancora.

Unità europea contro il ritorno dei nazionalismi

Tutto ciò impone fra i paesi europei una unità vera e non solo declamata. Vogliamo usare il termine “nazioni” così caro alle Destre? Usiamolo pure, purché siano “nazioni non nazionaliste” capaci di reagire di fronte all’arroganza neo-imperiale di Trump avviando al contempo tutte le azioni necessarie per costruire una propria autonomia duratura nel tempo.

È la strategia di medio-lungo periodo, non più la tattica quotidiana, a dover guidare le scelte della classe dirigente continentale. A questa acquisita consapevolezza essa viene invitata con sempre maggior insistenza da Mario Draghi, il quale ha ora in quattro parole esposto una semplice verità: “l’Europa è rimasta sola”.

Armarsi per sopravvivere tra bande di nemici

I “ragazzi della via Pal” e il senso della convivenza

I “pro-Pal” non c’entrano proprio niente. Anche se ai nostri giorni, questi attivisti scendono in piazza per la difesa di alcuni elementari diritti umani. Ma sono certo che Galli della Loggia, leggendo da giovanottino I ragazzi della via Pal, lo avrà sicuramente capito male. Ragazzi ostili, che riuniti in due bande nemiche si facevano una vera e propria guerra, anche se, purtroppo per lui, disarmati.

Suppongo che sulla base di questo ricordo e di questa falsa interpretazione, sia andato avanti sino ai giorni nostri. E credo che non abbia afferrato il senso nascosto nel bel racconto di Molnar. È nella sua conclusione che infatti vincono la pace e la concordia. Il rispetto tra diversi, l’amicizia, il camminare insieme, l’uguaglianza.

E non la disuguaglianza fra chi ha più armi, e chi ne ha di meno.

Il sentirsi insomma “Fratelli tutti” — per dirla con Bergoglio.

Credenti e non credenti, sono valori portanti questi, della nostra convivenza umana che vanno alimentati e foraggiati costantemente.

La paura come visione del mondo

Quello invece che per della Loggia, in preda a una costante paura, rimane vivo e gli fa compagnia, è sopra ogni cosa la difesa. La difesa dagli odi e dai nemici esterni. Difendersi dalle guerre sempre alle nostre porte, sempre intese come protezioni delle identità dei popoli, dal momento che il “melting pot”, quella pentola dove si mescolano diverse identità, per lui non esiste. Su quella nostra, si è soffermato sin dal 1998 con un suo libro dal titolo: Identità italiana.

Ora mi viene però da pensare che le sue identità si devono difendere solo con le armi. Bisogna investire, e spendere immediatamente soldi per acquistare armi.

Giudicando sicuramente scandaloso l’intervento di Mario Draghi ad Aquisgrana, che appena l’altro ieri, e pensando a una Europa da federare, ha alzato anche lui la voce sulla difesa. Ma solo, e soltanto, sulla difesa del welfare: “…senza welfare, l’Europa è un’area economica fra altre. Con il welfare, è una civiltà”.

Aggiungendo che “… i 1.200 miliardi di euro l’anno di investimenti strategici di cui si parla — cifra impressionante — comprendono il riarmo, l’energia, la tecnologia. Non comprendono il welfare”.

L’Europa tra riarmo e diplomazia

Della Loggia è sin da giovane persuaso e convinto che il nostro prossimo è sempre una banda di stranieri, con cui il dialogo e i buoni rapporti per camminare insieme non esistono. Quella banda di nemici che vogliono conquistare la tua terra e bombardare la tua storia.

Vogliono conquistare quel “Grund”, quel giardino vicino ad una segheria nel racconto di Molnar, dove tu passi il tempo giocando.

Avendo sempre ed inesorabilmente da fare con bande nemiche di stranieri, la prima cosa dunque a cui pensare è quella di armarsi al più presto senza perdere tempo. Non ci sono alternative, scorciatoie e vie di mezzo pacifiste che tengano, e diplomazie di mediazioni utili. Anzi, il pacifismo è una patologia da curare.

La “sindrome dell’inerme”

E bisogna prima di ogni cosa armarsi. Come fa capire in un suo editoriale del 4 maggio, “La perdita di fiducia”, l’Europa e l’Italia vivono con una grave patologia da lui definita “sindrome dell’inerme”. Una malattia che si deve curare urgentemente, perché ci fa dimenticare che per vivere bisogna invece solo armarsi per difendersi dagli attacchi dei nemici alle porte.

Il 15 maggio è ritornato con un editoriale sulla sua costante paura: “L’occasione storica per l’Europa”. Facendo capire che l’Europa, per sopravvivere e acquistare un ruolo di prestigio negli equilibri geopolitici, dopo che gli Usa la hanno abbandonata, bisogna che si armi, per aiutare così l’Ucraina a distruggere la Russia.

E tutta l’Europa, per uscirne storicamente bene e alla meglio, ha una occasione unica e rara: quella di aiutare l’Ucraina.

Mi viene il sospetto che della Loggia sia proprietario di qualche fabbrica di armi. E sono certo che gli sforzi per la pace siano per lui un non senso cristiano, da lasciare a quelle che per lui sono, solo e soltanto, ideologie e fissazioni pacifiste.

Delrio, il Pd e l’equivoco dei “cattolici professionisti”

Il pluralismo cattolico è ormai un dato di realtà

Quando parliamo del rapporto tra i cattolici e la politica o meglio, della presenza dei cattolici negli attuali partiti italiani, ne sentiamo di tutti i colori. E, del tutto legittimamente, si ascoltano le tesi più disparate e variegate. Ed è anche inutile ricamarci più di tanto sopra perchè ormai siamo di fronte, e da ormai molto tempo, ad un radicato e consolidato pluralismo politico ed elettorale dei cattolici italiani.

Ora, detto questo per realismo ed onestà intellettuale, ci sono anche – e per fortuna – delle opinioni divertenti al riguardo. Tra queste non possiamo non citare quelle del simpatico Graziano Delrio. E lo diciamo sempre nel rispetto rigoroso e quasi dogmatico di tutte le opinioni, sia chiaro.

Delrio, la Dc e il nuovo Pd

Innanzitutto, leggiamo su Repubblica che il sen. Delrio esclude in modo categorico il ritorno della Dc e dei partiti identitari del passato. Siamo d’accordo anche perchè, detto da un esponente politico che non è mai stato espressione della Dc, si tratta di una affermazione che assume ancor più significato.

In secondo luogo il Nostro conferma l’adesione e la permanenza nel Pd della Schlein, malgrado il progetto, la linea, la cultura e il profilo dell’attuale leader del Pd – e del tutto legittimamente, come ovvio e persino scontato – guardino altrove.

E non è vero, almeno secondo noi, quello che dicono i maligni. E cioè che dopo avere avuto, forse, la quasi certezza di essere ancora una volta ricandidato – malgrado i mandati e i molteplici incarichi di governo – non si va tanto per il sottile se il nuovo corso del partito è più o meno sensibile, anzi del tutto insensibile, alla cultura, alla storia e alle ragioni del cattolicesimo popolare e sociale.

La politica “fuori dai partiti”

In terzo luogo, però, in questo ginepraio resta vaga e quasi incomprensibile la proposta illustrata dal Nostro. E cioè, leggiamo, “c’è una crisi strutturale dei partiti, c’è bisogno di dare altri luoghi e forme alla partecipazione dei cittadini. Spazi liberi, non condizionati. Nel nostro caso non si tratta di trovare una via di fuga al disagio dei cattolici dentro il Pd, ma di produrre politica attraverso la cultura. Al di fuori dei partiti”.

Ok, ma che vuole dire?

Abbiamo interpellato, al riguardo, qualche esperto di concetti incomprensibili e ci ha fornito la seguente risposta, da cui, però, prendiamo nettamente le distanze. E cioè, il vecchio adagio popolare “Franza o Spagna purchè…”.

Noi non abbiamo capito e quindi, di conseguenza, non commentiamo.

La lezione contro i “cattolici professionisti”

C’è un aspetto, però, che ci permettiamo di richiamare con forza. Questa volta con profonda cognizione di causa. Molti di noi che arrivano dalla cultura e dall’esperienza del cattolicesimo sociale e popolare, cioè dalla sinistra sociale della Dc e che si sono formati attraverso il concreto e battagliero magistero di uomini come Carlo Donat-Cattin, Sandro Fontana e Franco Marini – solo per citarne alcuni – hanno sempre avuto una epidermica avversione verso tutti coloro che vantano una sorta di monopolio esclusivo della rappresentanza politica dei cattolici.

O meglio, di quelli che pensano che la migliore e più qualificata e coerente espressione dei cattolici in politica coincide sempre e comunque solo con la propria esperienza.

Personaggi che Donat-Cattin bollava come “sepolcri imbiancati” nella prima repubblica e Sandro Fontana, con maggiore eleganza nella seconda repubblica, definiva come “cattolici professionisti”.

Ecco perchè, morale della favola, quando si parla di cattolici e politica e dell’impegno politico dei cattolici, occorre avere sempre l’umiltà, l’onestà e il coraggio di non ergersi mai al di sopra degli altri e, soprattutto, di non pensare di avere una sorta di monopolio indiretto ed esclusivo di tutti coloro che si impegnano nella vita pubblica.

O meglio, di avere addirittura il monopolio della parte migliore, più coerente e prediletta. Non è così, come ovvio. Ed è bene che lo sappiano i “cattolici professionisti”. Di ieri e di oggi.

Modena, auto piomba sulla folla: indagano inquirenti terrorismo

Roma, 16 mag. (askanews) – Salim El Koudri, 31 anni, una laurea in economia e nessuna occupazione stabile, poco dopo le 4 di pomeriggio di sabato 16 maggio 2026 ha compiuto il più grave fatto che Modena ricordi. La città della lirica, del cibo di qualità, della bella letteratura e patria del Tricolore, è stata sconvolta dall’azione inspiegabile della Citroen C3, grigio metallizzato, guidata da El Koudri. All’altezza di Porta Bologna, in mezzo ad un incrocio tra via Garibaldi e la via Emilia la macchina ha speronato a tutta velocità le persone che aveva di fronte. Puntando il marciapiede, passando dentro ad un’area pedonale con tanti in bicicletta, alcuni a passaggio con il cane, ed altri con le buste della spesa, turisti.

Almeno 7 persone sono state colpite così, falciate come fili di grano. Scorrere le immagini delle telecamere a circuito chiuso, che rimbalzano sui social network, è terribile. Perché si immagina il dolore e lo sgomento provato da chi tranquillo stava solo camminando. Se l’auto che piomba tra la folla potrebbe lasciar spazio ancora al dubbio, i gesti successivi compiuti da El Koudri indicano agli inquirenti quale strada percorrere per offrire un perché alla giustizia che dovrà essere compiuta. Il ragazzo, un passato ricovero al centro di igiene mentale, dopo l’urto e lo stop definitivo della macchina, ha provato a scappare. A chi gli gridava ‘cosa hai fatto? Cosa hai fatto?’ ha risposto tirando fuori un coltello e colpendo a caso. L’ottava persona è stata ferita, così, alle braccia.

La corsa a piedi di El Koudri è durata non oltre 100 metri. Lo hanno preso alcuni cittadini e gli agenti di una volante della Polizia. Non è arrivata nessuna imprecazione. E’ una scena silenziosa quella che si osserva. La stessa auto che portano via il ragazzo non accende subito le sirene. La confusione e la tragedia restano dietro l’angolo. Gli interrogativi arrivano tutti in questura dove El Koudri viene portato. Grazie alle verifiche dei documenti si ricostruisce il luogo di nascita, la nazionalità, l’abitazione, il passato. Si accerta così la residenza a Ravarino, un piccolissimo centro fuori Modena, sulla strada per Finale Emilia, un solo bar aperto al sabato pomeriggio. “La maggior parte qui lavorano nelle aziende per la lavorazione dei salumi o dei formaggi”, si spiega.

El Koudri era nato a Bergamo. Il suo cognome è di origine marocchina. Dalle indagini che verranno compiute sul telefono e su altri possibili supporti, trovati nell’abitazione si riuscirà ad avere un quadro più chiaro. Al momento c’è solo la nebulosa del può essere, delle verifiche che procedono a largo raggio. Gli inquirenti della Direzione distrettuale antimafia ed antiterrorismo di Bologna che coordineranno il lavoro degli investigatori della Polizia, della Digos, ma anche dei carabinieri, ripetono adesso che bisogno attendere.

Il presidente della Regione, Michele de Pascale, è chiaro: “Un gesto di una gravità inaudita. In queste ore di profondo dolore voglio esprimere, anche a nome della giunta e dell’intera comunità dell’Emilia-Romagna, la mia vicinanza alle persone ferite, alle loro famiglie e a tutte le persone coinvolte. Ringrazio i soccorritori, il personale sanitario, le Forze dell’ordine e i cittadini che, con coraggio e prontezza, hanno inseguito e fermato l’uomo, per l’intervento immediato e il lavoro delicatissimo che stanno svolgendo in queste ore. Siamo al fianco del sindaco Massimo Mezzetti e della comunità modenese”.

Il primo cittadino sottolinea che rappresenta una città che non si piega e che “dei quattro cittadini che sono intervenuti e hanno assicurato immediatamente l’uomo alla Polizia, due sono stranieri. Poi nei secondi successivi sono intervenuti altri cittadini, anch’essi stranieri, che operano commercialmente proprio in quell’area”. Insomma tutti “hanno dimostrato una lucidità, una prontezza di riflessi e un coraggio che vanno assolutamente riconosciuti”, ha proseguito il sindaco. “Sono anche il simbolo di una comunità che sa, anche in un momento così drammatico, reagire e unirsi”.

Le telefonate del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e della presidente del consiglio, Giorgia Meloni, hanno scandito il pomeriggio di Mezzetti. Il vertice in Prefettura, il contatto continuo con gli ospedali dove sono stati ricoverati i feriti, ogni cosa è stata controllata dal sindaco. Le dichiarazioni ai media appaiono quelle di una persona normale, sconvolta da un evento simile ad un terremoto. Lo stesso che ha colpito Modena oggi pomeriggio intorno alle 16.

LEGO Italia inaugura il Lego Stadium a Milano

Milano, 15 mag. (askanews) – La Lego e i suoi storici mattoncini colorati si tu ano nel mondo del calcio. A poche settimane dall’inizio della Coppa del Mondo FIFA 2026,LEGO Italia ha inaugurato a Piazza Gae Aulenti a Milano il LEGO Stadium:uno spazio unico, immersivo e coinvolgente dedicato alla magia del pallone, al gioco e alla creatività, come raccontato da Davide Cajani, Marketing Director di LEGO ITALIA: “Assolutamente sì, siamo qua in Piazza Gaia Aulenti, vicino al nostro Lego Store, con un’installazione di 150 metri quadrati, dove la costruzione Lego e il calcio saranno al centro di varie esperienze. Ci sarà la possibilità di costruire un kit in esclusiva, quindi una scarpa da calcio fatta in Lego, e poi dentro tante varie esperienze, come la possibilità di fare dribbling e di tirare un calcio di rigore, e poi di vedere quelli che sono i set Lego”.

Il LEGO Stadium sarà aperto dal 15 al 17 maggio e gli ospiti d’onore delprimo giorno sono stati Alessandro Del Piero, Campione del Mondo 2006 e icona del calcio italiano, e Sara Gama, ex capitana della Nazionale femminile.

L’iniziativa prende ispirazione dalla partnership tra il brand LEGO e la Coppa del Mondo FIFA 2026, come sottolineato ancora da Davide Cajani: “Come Lego ci mancava questo punto di passione che è veramente forte. In Italia il calcio è una delle passioni più forti dal punto di vista quantitativo. Pensate che una persona su due si dichiara un appassionato di calcio, ma anche da un punto di vista qualitativo, perché il calcio è un motore di ricordi e di emozioni positive. E quindi come Lego ci volevamo unire a questi valori del calcio nobile, come la creatività e l’immaginazione, e come Lego anche il calcio riesce ad unire generazioni diverse”.

L’esperienza vuole essere un’occasione per riaccendere l’entusiasmo attorno a questo sport che unisce intere generazioni e celebrarlo come ‘casa’ della creatività, capace di dare vita a nuovi progetti e far sognare, proprio come i mattoncini.

E a proposito di sogni, ha avuto grande centralità la set LEGO Editions Trofeo ufficiale Coppa del Mondo FIFA, disegnata dal designer Christophe Vietti: “L’idea è stata di team, e l’obiettivo era quello di capire quali fossero le più grandi icone del calcio, per riuscire a trasmettere, a unire la passione per il calcio che molti bambini hanno all’identità di Lego, di offrire questa esperienza ai bambini”.

LEGO Italia, dunque, abbraccia il mondo del calcio e la ventura Coppa del Mondo FIFA 2026, costruendo, anche attraverso i suoi iconici mattoncini, delle esperienze straordinarie

Alla Villa di Fondazione Elpis la mostra Di pietra e di cielo

Milano, 16 mag. (askanews) – Fino al 14 giugno 2026, Fondazione Elpis presenta Di pietra e di cielo. La curatrice Sofia Schubert introduce l’esibizione: “Di pietra e di cielo è la mostra di Gabriele Ermini e Caterina Morigi, attualmente negli spazi della Villa di Fondazione Elpis, che restituisce i lavori sviluppati nel corso della residenza Atelier Elpis. Gli artisti si sono concentrati sull’aspetto archeologico della città di Milano, interrogando le tracce del passato non come elementi statici, ma come presenze vive che possono essere riattivate anche attraverso il dialogo con il contemporaneo. Gli artisti si sono quindi messi in dialogo e in relazione con il contesto archeologico e antico della città di Milano, non con un approccio di studio scientifico o accademico, ma cercando di interpretare tutte quelle forme e quei simboli che la città di Milano conserva, non solo nei siti archeologici, ma anche nei contesti museali, e prenderli come spunti di partenza per creare nuove narrazioni”. Rispetto ad altre grandi città, la persistenza dell’antico appare meno visibile nella città di Milano. Il passato archeologico giace spesso nascosto, riaffiorando solo a tratti nella quotidianità urbana: sotto il centro storico, nelle stratificazioni del suolo e nelle collezioni dei musei della città.

Il lavoro di Gabriele Ermini si articola in un corpus di opere distribuite tra lo spazio interno ed esterno della Fondazione: opere pittoriche e ceramiche. La vista alla Fondazione Rovati ha suggerito a Ermini alcune idee. Il quadro Gli illesi, introduce un’ambientazione notturna in cui figure enigmatiche si mimetizzano tra gli alberi di un bosco fitto. Al centro dello spazio, Il devoto, dipinto su carta giapponese, sfrutta la trasparenza del materiale: una composizione di parti del corpo simili a ex voto anatomici, che evocano tanto il gesto di un amante quanto frammenti di una statua desiderata. Due tavolette in ceramica introducono infine l’esito del percorso nel giardino: il tombarolo – archeologo – collezionista ha finalmente trovato l’oggetto del suo desiderio e, esausto, giace

accanto ai resti emersi. L’artista spiega: “Tutti i lavori sono ispirati dalle figure dei tombaroli, dal loro tipo di ricerca e di ossessione verso gli oggetti che cercano dentro le tombe. C’è un qualcosa secondo me di molto affine fra il loro tipo di ricerca e il mio tipo di ricerca pittorica. Sondano, lavorano in superficie per cercare un qualcosa che in profondità può portare loro della ricchezza. Allo stesso modo io lavoro su una superficie, ma cerco di andare in profondità con velature, livelli, sovrapposizioni. Tramite quello che faccio cerco appunto di trovare, spero di trovare un qualcosa che abbia un valore per me e ovviamente per la pittura”.

Elektron, il lavoro di Caterina Morigi trae ispirazione dall’osservazione di una coroncina per capelli rinvenuta in una sepoltura femminile romana nell’area di Sant’Ambrogio a Milano, composta da perle a forma di foglie d’edera ma realizzata in ambra. Da questa Morigi ha creato una raccolta di oggetti verosimili: manufatti quotidiani – boccette, specchi, bracciali, collane, dadi e

forme più enigmatiche – che richiamano i corredi funerari femminili diffusi nell’antichità. Se un tempo erano realizzati in materiali preziosi, qui sono presenze evanescenti, ombre di ciò che sono stati. Ognuno diventa così rappresentazione della propria mancanza, frammento di un insieme più ampio. L’artista ne illustra il senso: “Il tema alla base dell’opera è la maggioranza assente, ovvero tutta quella parte della cultura materiale che era maggiormente diffusa nel passato, ma che non si è conservata. La maggioranza della sostanza,degli oggetti lavorati del passato non ci sono pervenuti e così ho realizzato una sorta di corredo: gli elementi quotidiani, come gli unguentari, gli elementi per filare, per tessere, si trasformano in sculture quasi evanescenti, perché sono realizzate in cera e in ambra. Io mi concentro sugli elementi organici, gli elementi più morbidi, che possono essere vegetali, e mostro come sono svaniti. E al loro posto inserisco l’ambra. Queste gocce di ambra vanno ad attivare, a riattivare questi oggetti verosimili con queste colature sulla cera, che è l’altro materiale che compone le sculture. Anche la cera è un materiale molto evanescente, come se fosse un po’ in qualche modo l’ombra bianca di quello che non c’è rimasto”.

Il progetto alla base della mostra Di pietra e di cielo nasce nell’ambito della seconda edizione del ciclo di residenze di Atelier Elpis, che offre agli artisti un periodo di soggiorno in cui sviluppare la propria ricerca in relazione al contesto urbano della città di Milano e alle sue dimensioni sociali, culturali e simboliche.

Meloni: Iran dotato di arma nucleare rischio che non possiamo permetterci

Roma, 16 mag. (askanews) – “Dobbiamo assicurarci che l’Iran non possa dotarsi dell’arma nucleare e cessi di essere una minaccia nei confronti delle Nazioni vicine, e non solo”. Lo ha detto, a quanto si apprende, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in un passaggio del suo intervento allo Europe Gulf forum, a Navarino, in Grecia.

“Gli attacchi del regime iraniano, che sono arrivati a colpire persino Cipro e quindi l’Europa, dimostrano che un Iran dotato dell’arma nucleare, associato ad una capacità missilistica ad ampio raggio, è un rischio che nessuno di noi può permettersi di correre” ha concluso.

Meloni: è il tempo della policrisi, serve cooperazione strategica

Roma, 16 mag. (askanews) – “Noi europei non siamo stati gli unici a prendere coscienza delle nostre vulnerabilità quando gli shock hanno colpito il sistema internazionale. Se la guerra in Ucraina ha scosso anzitutto l’Europa, le tensioni che attraversano il Medio Oriente e le minacce alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz hanno posto anche le Nazioni del Golfo davanti alla necessità di confrontarsi con nuove fragilità e nuove incertezze”. Lo ha detto, a quanto si apprende, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nel suo intervento allo Europe Gulf forum, a Navarino, in Grecia.

“È quello che molti definiscono il tempo della “policrisi”: uno scenario nel quale crisi differenti, anche lontane tra loro per origine e natura, finiscono per sommarsi, amplificarsi reciprocamente e produrre effetti sempre più profondi sugli equilibri globali. Ed è proprio per questo che serve una capacità nuova di cooperazione strategica, fondata non soltanto sulla gestione delle emergenze, ma sulla condivisione di una visione di lungo periodo”, ha sottolineato.

Centrosinistra, da Delrio e Ciani i catto-dem che chiedono spazio

Roma, 16 mag. (askanews) – L’obiettivo non è “rifare la Dc”, questo lo assicurano tutti, ma certo la voglia di una lista cattolico-democratica era tanta questa mattina a Roma all’evento organizzato da Graziano Delrio, Paolo Ciani e diverse associazioni di ‘area’. “Costruire comunità” recitava lo slogan dell’iniziativa e la “comunità” si è fatta vedere, la sala dell’auditorium Antonianum era piena e tanti, tra gli intervenuti, hanno evocato più o meno esplicitamente un “contenitore” che dia rappresentanza al mondo catto-dem sempre meno a proprio agio nel “nuovo Pd”. Non sembra un caso che l’ospite d’onore sia stato Romano Prodi, collegato da Bologna, che ha parlato solo di Europa e politica estera ma che nei colloqui privati da tempo si dice convinto che la tradizione cattolico-progressista finirà per trovare un suo spazio autonomo.

In sala c’erano ex parlamentari Pd come Silvia Costa e Stefano Lepore, Marianna Madia – da poco uscita dal Pd per aderire al gruppo di Iv alla Camera – il sindaco di Udine Alberto Felice de Toni, Angelo Chiorazzo, candidato del centrosinistra alle regionali in Basilicata, Marco Tarquinio – europarlamentare Pd ma eletto da “indipendente”.

C’era anche Vincenzo Spadafora, uomo vicino a Francesco Rutelli ai tempi della Margherita, poi al governo con M5s e Giuseppe Conte, ora animatore di ‘Primavera’, un altro soggetto che si propone di parlare all’elettorato moderato. “Dobbiamo organizzare cose insieme d’ora in poi”, gli dice Ciani al termine, salutandolo.

Ha preso la parola anche il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, che smentisce di essere un possibile “federatore” del centrosinistra ma che è sempre più presente alle iniziative delle forze del “campo largo”. Non si è fatto vedere invece Ernesto Ruffini, promotore dei comitati ‘Più uno’.

Delrio nega che al momento l’idea sia quella di creare una forza esterna al Pd, “c’è un lavoro da fare per mobilitare la società civile, raccogliere idee, proposte anche di chi non si riconosce nel Partito democratico. Ci siamo riuniti qui perché crediamo ci sia bisogno di uno sforzo nuovo, di progettualità, di pensiero, non legato alle contingenze elettorali. E’ tempo di seminare nuove idee per i nuovi tempi”.

Ciani, concludendo i lavori, va un po’ più in là, invoca una “politica nuova” per “dare rappresentanza a quei tanti cittadini che non si sentono rappresentati”. Un’operazione che va realizzata “un passo alla volta, oggi abbiamo iniziato insieme e non è poco”. Quali debbano essere i prossimi passi, però, non lo precisa.

Ci pensano diversi di coloro che prendono la parola dal palco ad andare oltre. Giuseppe Irace, dell’associazione ‘Per’, uno dei promotori dell’incontro, spiega: “Siamo profondamente di centrosinistra, ma i partiti di centrosinistra non ci rappresentano appieno. Forse è necessario che nasca una forza all’interno del centrosinistra che ci rappresenti appieno, che abbia un’identità chiara”. Concorda con Delrio, “non si tratta di rifare la Dc”, ma, aggiunge, non ci si può accontentare del “quarto posto in qualche listino di questo o quel partito di centrosinistra. Non abbiamo bisogno di elemosinare uno o due posti come in una riserva indiana”.

Quindi, il sindaco di Udine Alberto Felice de Toni: “Il tempo per riorganizzare la famosa quarta gamba è adesso. È fondamentale perché la varietà della domanda politica richiede una varietà dell’offerta politica. Non ci basta un campo largo, abbiamo bisogno di un campo alto, che si dia una visione”.

Più diplomatico Chiorazzo: “Dobbiamo parlare di contenuti, non di contenitori”. Certo, ammette, c’è nell’aria la richesta di una lista “ma l’orizzonte deve essere non mettere insieme vari leader. Se la politica non si rioccupa delle cose reali della gente che politica è!”.

Ciani, al termine dell’evento, insiste: “Noi siamo preoccupati della disaffezione della politica. Il problema non è rifare la Dc ma riuscire a ridare un luogo di partecipazione a tutto questo mondo. Sarà nel Pd? Sarà una cosa nuova che nasce? Non lo so. Graziano è totalmente Pd, io sono di Demos ma mi hanno eletto vice-presidente del gruppo Pd alla Camera, un segno di apertura… L’importante è non perderci questa gente”. Ed è fondamentale che la cultura cattolico-democratica “abbia un visibilità chiara all’interno del centrosinistra”.

Peraltro c’è anche da capire come collocarsi rispetto altre forze che si muovono al centro, la ‘Casa riformista’ con Matteo Renzi, Più Europa, il movimento di Alessandro Onorato. “Ma quella non è casa mia”, dice uno dei promotori dell’iniziativa. Difficile però pensare addirittura a due diverse liste di area moderata, senza contare Azione che al momento resta fuori dai due poli. Sarebbe auspicabile un unico soggetto, almeno sulla scheda elettorale: “Eh sì – dice Chiorazzo – Lo capiremo nel tempo, capiremo quello che accadrà nel cammino. Se ci ritroveremo sarà sui contenuti, fare solo un contenitore non ci interessa”.

Delrio conversando a margine alla fine, ripete: “E’ presto per parlare di questo. Ognuno farà le sue scelte dal punto di vista del contenitore. Noi stiamo nel Pd”. Anche se, sottolinea, è importante che la cultura cattolico democratica abbia il giusto riconoscimento nel Pd: “Vediamo: è chiaro che se questa cultura, questa sensibilità non trovano spazio… Se in una casa ti mettono in uno sgabuzzino anziché… non dico al piano nobile ma almeno al piano terra…”.

Tennis, Sinner: "Ieri ho faticato a dormire, oggi una sfida diversa"

Roma, 16 mag. (askanews) – “Giocare tutto in così poco tempo è una sfida diversa. Di notte solitamente non faccio fatica a dormire, mentre ieri sì”. Così Jannik Sinner dopo aver conquistato la seconda finale consecutiva agli Internazionali di Roma. “Il terzo set era quasi finito – continua – ma non sai mai cosa può accadere. È quasi un nuovo inizio. Alla fine sono contento per come sono riuscito a gestire. Ruud sta giocando un tennis di gran lunga migliore: ogni partita è diversa. Sono felice di giocarmi la finale perché è un torneo speciale. Se andrà bene, sarò molto contento”.

Migranti, neonata muore per ipotermia dopo lo sbarco a Lampedusa. Save the Children: politiche

Roma, 16 mag. (askanews) – Una neonata di circa un mese è morta per ipotermia poco dopo essere sbarcata a Lampedusa con la mamma, la sorellina e altre 52 persone, provenienti dall’Africa sub-sahariana. La bambina era in condizioni critiche quando, intorno alle 4.30, è sbarcata al molo Favarolo con gli altri migranti soccorsi da una motovedetta, ed è morta durante il trasferimento al punto di primo soccorso.

“E’ l’ultima giovane vita spezzata nel tentativo di trovare un futuro migliore, fuggendo da guerre, crisi umanitarie, povertà estrema. Ancora una volta, uomini, donne e bambini hanno affrontato un viaggio disperato verso l’Europa, e ancora una volta il Mediterraneo si è trasformato in un confine di morte, aggravato da politiche restrittive volte alla difesa dei confini e non alla tutela delle persone”, commenta Save The Children.

“Non è inevitabile: è una scelta. Quando muore una neonata, non è una fatalità, è il fallimento di politiche che continuano a mettere i confini davanti alla vita. Il diritto a vivere e a cercare protezione non può essere negoziabile. Il rispetto del diritto internazionale deve essere pieno e sostanziale, mettendo il Superiore Interesse del Minore al primo posto” ha dichiarato Giorgia D’Errico, Direttrice Relazioni Istituzionali di Save the Children.

Dal 2014 sono più di 34.800 le persone morte o disperse nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere un futuro possibile. Solo quest’anno le vittime sono già più di 1.200, di cui oltre 800 nel Mediterraneo Centrale, e tra loro ci sono anche molti bambini: più di 100 ogni anno negli ultimi tre anni.

Internazionali, Sinner batte Medvedev e vola in finale a Roma

Roma, 16 mag. (askanews) – Jannik Sinner è di nuovo in finale agli Internazionali d’Italia. Primo italiano dell’Era Open a raggiungere due finali consecutive al Foro Italico, il n. 1 al mondo ha battuto Daniil Medvedev con il punteggio di 6-2, 5-7, 6-4. Dopo la sospensione per pioggia venerdì sera sul 4-2 nel terzo set e una lunga notte di attesa, Sinner è stato impeccabile nella ripartenza, chiudendo il match con due turni di servizio dominati con grande autorità. Sinner diventa il secondo giocatore di sempre, dopo Rafael Nadal, a raggiungere nello stesso anno la finale di tutti i Masters 1000 sulla terra rossa. Jannik tornerà in campo domenica alle 17 per affrontare Casper Ruud nell’atto conclusivo del torneo. Un appuntamento con la storia: l’altoatesino può riportare il titolo maschile in Italia 50 anni dopo Adriano Panatta.

Balla artista totale: al Mart la collezione di Laura Biagiotti

Rovereto, 16 mag. (askanews) – Una delle maggiori collezioni private monografiche al mondo, quella che la stilista Laura Biagiotti e il marito Gianni Cigna hanno costruito negli anni, dedicata a Giacomo Balla, viene esposta per la prima volta in Italia al Mart di Rovereto, luogo che da sempre ospita le opere e le storie del Futurismo. E oggi la mostra – “Giacomo Balla. Lo stile dell’avanguardia” – aggiunge un altro capitolo a questo racconto. “Documenta la grande genialità del Futurismo – ha detto ad askanews la direttrice del Mart, Micol Forti – cioè che l’arte può penetrare ogni singolo oggetto e ogni gesto della nostra vita quotidiana”.

La collezione Biagiotti Cigna copre tutto l’arco della carriera di Balla, dal periodo divisionista, alle opere astratte, passando per i disegni, le grandi tele, ma anche le arti applicate e la moda. “C’è un’analisi di tutto il complesso processo di ideazione dell’opera che viene messo a fuoco nella collezione – ci ha spiegato Fabio Benzi, curatore della Collezione Biagiotti e co-curatore della mostra insieme a Beatrice Avanzi -. È molto interessante vedere come si sviluppano proprio queste linee di ricerca di Balla. Quindi non sono solo opere, diciamo, una raccolta di opere pittoriche: Balla si è dedicato moltissimo anzi proprio a far uscire l’estetica dalla dimensione ridotta e borghese del quadro per diffonderlo nel mondo”.

E questa dimensione di uscita dallo spazio solo dell’arte è forse l’elemento trainante del progetto, che vede Balla pensare a mobili, alla cultura di massa, a un’idea di arte più ampia, con anche alcune relazioni particolari con altri grandi artisti del suo tempo. “La collezione Biagiotti – ha aggiunto la direttrice – dialoga magnificamente con le opere conservate all’interno del Mart, ma soprattutto ricostruisce un’amicizia, quella tra Giacomo Balla e Fortunato Depero. Il giovane Depero è stato un ispiratore e anche uno spronatore dell’attività di Balla attraverso la sua capacità imprenditoriale. I due hanno lavorato moltissimo insieme e quindi molte opere provenienti della collezione Depero sono oggi presenti all’interno della mostra”.

Esposta anche la più grande opera mai realizzata da Balla: “Genio futurista”, un olio su tela d’arazzo di quattro metri per tre, presentato per la prima volta a Parigi nel 1925. E da allora l’arte di Balla ha attraversato la scena, aprendo strade che poi altri avrebbero ampliato. “Più di un secolo di arte fino ad oggi – ha concluso il professor Benzi – si basa sulle libertà estetiche perseguite da Balla”.

La mostra al Mart è aperta al pubblico fino al 18 ottobre.

MotoGp, Sprint Barcellona: trionfa Alex Marquez

Roma, 16 mag. (askanews) – Gran Premio di Catalogna 2026 parla spagnolo nella Sprint Race di Barcellona: a vincere è Alex Marquez, protagonista davanti al pubblico di casa al Montmeló. Il pilota Ducati conquista il successo davanti a Pedro Acosta e a Fabio Di Giannantonio, autore di una grande rimonta nel finale.

Ai piedi del podio chiude Raul Fernandez, seguito da Johann Zarco e Francesco Bagnaia. Settimo Franco Morbidelli, ottavo Ai Ogura e nono Marco Bezzecchi, che riesce comunque a mantenere la leadership del Mondiale approfittando della caduta del compagno di squadra Jorge Martin. Nella classifica iridata Bezzecchi allunga infatti di un solo punto ed è ora a +2 sullo spagnolo.

La Sprint catalana si decide nella seconda metà di gara. Dopo una buona partenza di Acosta dalla pole position, Alex Marquez aumenta il ritmo e prende il comando a nove giri dalla fine. Alle sue spalle si infiamma la lotta per il podio: Raul Fernandez supera momentaneamente Acosta, ma il pilota KTM reagisce nel finale riprendendosi la seconda posizione. Di Giannantonio approfitta del calo degli avversari e completa il podio con un sorpasso decisivo nelle ultime tornate.

Gara invece complicata per Jorge Martin. Dopo essere risalito fino alle posizioni di vertice, il campione del mondo scivola nella ghiaia a quattro giri dal termine ed è costretto al ritiro. Out anche Brad Binder e Joan Mir, coinvolti in un incidente alla prima curva, oltre a Maverick Vinales fermato da un problema tecnico.

Per Alex Marquez si tratta della sesta vittoria in una Sprint Race in carriera, la prima da Valencia 2025. Ducati festeggia così il 55° successo nelle Sprint della MotoGP. Domenica alle 14 la gara lunga sul circuito di Barcellona.

Calcio, Gasperini: "Gara difficile, noi motivati"

Roma, 16 mag. (askanews) – Il derby della Capitale “è tra i più affascinanti d’Italia”. Ne è convinto Gian Piero Gasperini, intervenuto in conferenza stampa alla vigilia di Roma-Lazio. “Indubbiamente – spiega il tecnico giallorosso – io ho vissuto il derby di Genova, marginalmente quello di Milano e visti tanti di Torino. Per come li vedo dovrebbe essere una festa della città, qualche volta vengono rovinati da episodi di violenza. L’obiettivo è cercare di togliere quest’aspetto”.

Per Gasperini il derby resta “qualcosa di emozionante, non uguale alle altre partite”, anche per la cultura popolare che lo accompagna: “Quello che mi piace del derby è la capacità di fare battute e sfottò che sono unici per simpatia. Se si riesce a tornare a questo sarebbe straordinario. So che è utopia, ma è quello che dovremo raggiungere tutti quanti”.

L’allenatore della Roma ha poi sottolineato il valore della corsa Champions: “Eravamo fuori e ci siamo ritrovati dentro, questa è una bella spinta”. Gasperini evidenzia la crescita mentale della squadra, capace negli ultimi mesi di ribaltare situazioni complicate: “All’andata non riuscivamo a recuperare le partite dopo lo svantaggio, poi c’è stata un’inversione di tendenza dovuta anche alla fiducia acquisita”.

Sul fronte infermeria arrivano segnali positivi per Artem Dovbyk: “Finalmente è tornato in squadra ed è un piacere rivederlo in campo. Non è facile pensare che domani possa giocare, perché i mesi fuori sono stati tanti, però il fatto che abbia recuperato è molto positivo”. Buone notizie anche per Paulo Dybala: “Ha giocato 90 minuti e non ha problemi di tenuta”.

Guardando alla sfida contro la Lazio, Gasperini non si fida del momento biancoceleste: “Mi aspetto una partita vera. La Lazio non avrà un morale straordinario ma questo non significa che non faranno di tutto per rovinarci il derby”. E sul clima ambientale ribadisce: “Noi giochiamo contro noi stessi, abbiamo un traguardo da raggiungere. Vincere domani significherebbe mettere quasi il tetto sulla casa”.

Sal Da Vinci conquista l’Europa con numeri record

Roma, 16 mag. (askanews) – Mentre cresce l’entusiasmo a Vienna per la partecipazione di Sal Da Vinci all’Eurovision Song Contest, i numeri certificano già un successo internazionale senza precedenti. Al di là del risultato finale della competizione, l’artista italiano sta vivendo uno dei momenti più importanti della sua carriera, imponendosi come uno dei fenomeni musicali europei del momento.

Con oltre 60 milioni di streaming complessivi sulle principali piattaforme digitali, Sal Da Vinci sta conquistando pubblico e classifiche ben oltre i confini italiani, diventando uno degli artisti italiani più ascoltati e condivisi di queste settimane.

In Italia il brano domina le classifiche digitali, raggiungendo il primo posto nella Spotify Chart Italia, nella YouTube Chart Italia e nella Apple Music Chart Italia, oltre a ottenere la certificazione Oro.

Ma è soprattutto all’estero che il fenomeno sta attirando l’attenzione di osservatori e addetti ai lavori. Su Spotify il brano entra nella Top 10 in Lituania, raggiungendo il sesto posto, e compare anche nelle classifiche di Finlandia e Austria. Su Apple Music arrivano risultati ancora più significativi, con il secondo posto a Malta e la Top 10 in Grecia, oltre alla presenza stabile nelle classifiche di Austria, Cipro, Svizzera, Svezia, Belgio e Paesi Baltici.

La crescita continua anche su iTunes, dove il singolo entra nella Top 10 in Austria, Lussemburgo e Svizzera, comparendo inoltre nelle classifiche di Germania, Australia, Paesi Bassi e Argentina. Anche Shazam conferma il forte interesse internazionale, con piazzamenti rilevanti in Croazia, Austria, Svizzera, Grecia, Belgio, Israele e nei Paesi scandinavi.

A Vienna, intanto, il clima intorno all’artista è quello delle grandi occasioni. Sal Da Vinci sta ricevendo un’accoglienza calorosa non soltanto dal pubblico italiano presente all’Eurovision, ma anche dai fan internazionali e dagli stessi artisti in gara, molti dei quali stanno mostrando apprezzamento per il suo stile e per una cifra artistica riconoscibile che unisce tradizione e contemporaneità.

Un risultato che va oltre la competizione e che conferma la capacità dell’artista di parlare a pubblici differenti, trasformando la partecipazione all’Eurovision in un successo europeo concreto, sostenuto da streaming, classifiche e consenso popolare.

Circolare del ministero della Salute ai sanitari: nessun caso di hantavirus, ma è neccessario essere pronti

Nessun caso, ma necessarie misure di “preparedness e coordinamento” Milano, 16 mag. (askanews) – Il Ministero della Salute ha diffuso una nuova circolare con indicazioni operative per la gestione di eventuali casi sospetti, probabili o confermati di infezione da virus Andes (Andv), l’hantavirus collegato al focolaio registrato a bordo della nave da crociera MV Hondius. Nel documento si precisa che, allo stato attuale, non risultano casi registrati sul territorio nazionale, ma si ritiene necessario predisporre misure di “preparedness e coordinamento” per affrontare un’eventuale insorgenza di infezioni.

La circolare stabilisce che i casi sospetti debbano essere immediatamente isolati e sottoposti a valutazione anamnestica, con particolare attenzione ai collegamenti epidemiologici con passeggeri o membri dell’equipaggio della MV Hondius dal 5 aprile in poi. Tra i sintomi indicati figurano febbre, dolori muscolari, astenia, disturbi gastrointestinali e sintomi respiratori.

Il ministero raccomanda ai sanitari l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale, compresi facciali filtranti FFP2 o FFP3, guanti, visiere e indumenti protettivi, considerando il patogeno classificato tra gli agenti biologici del gruppo 3. In caso di conferma diagnostica, i pazienti dovranno essere ricoverati in strutture dotate di adeguate misure di contenimento oppure, in assenza di centri regionali idonei, trasferiti all’Istituto nazionale per le malattie infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma.

La circolare dispone inoltre che le Regioni e le Province autonome trasmettano entro due giorni l’elenco delle strutture sanitarie abilitate alla gestione di agenti biologici di gruppo 3. Rafforzate anche le misure di tracciamento dei contatti e di formazione del personale sanitario sulle procedure di vestizione e svestizione dei Dpi.

Iran, anche i Paesi europei trattano con Teheran per passare lo Stretto di Hormuz

Roma, 16 mag. (askanews) – Secondo la tv di Stato iraniana, diversi Paesi europei hanno avviato colloqui con Teheran per ottenere il via libera al transito delle loro navi nello Stretto di Hormuz.

“Dopo che navi di Cina, Giappone e Pakistan hanno attraversato in sicurezza lo Stretto di Hormuz con il permesso della marina iraniana, diversi paesi europei stanno ora chiedendo l’approvazione dell’Iran per consentire alle proprie navi di transitare nello stretto”, ha riferito Irib.

Il caso Garlasco, l’Associazione nazionale magistrati: rifuggire lo show, il processo è una cosa seria

Roma, 16 mag. (askanews) – “La prima vittima del processo mediatico è il principio di non colpevolezza. L’indagato diventa un presunto colpevole in attesa di giudizio”. Lo ha detto il segretario dell’Anm, Rocco Maruotti, a margine dell’assemblea generale dell’associazione.

“Va bene la cronaca giornalistica, i cittadini hanno diritto di essere informati, ma bisogna rifugire dallo show – ha spiegato Maruotti – perché il processo è una cosa molto seria misurano e si consumano diritti e sofferenze per cui bisogna trattare queste cose con grande delicatezza in questo caso specifico non entro nel merito alle vicenda dico peraltro che a mio giudizio i magistrati stanno facendo il loro lavoro, aspettiamo di conoscere gli esiti e poi valuteremo alla fine il lavoro che è stato svolto”.

Il presidente Anm, Giuseppe Tango ha spiegato, rispondendo ai cronisti: “L’Associazione nazionale magistrati non è un quarto grado giudizio e non esprimerà mai una valutazione sul singolo caso concreto. Per il grande rispetto che si deve al lavoro di tutti coloro che si occupano di queste vicende”.

Questo modo di procedere è anche rispetto “alle aspettative della persona condannata, all’ansia di una persona attualmente indagata. L’Anm farà le sue valutazioni, ma non certo potrà trarre spunto dal singolo caso concreto, per affrontare alcune tematiche a livello più generale.

Quanto alla “spettacolarizzazione” del processo – ha continuato il presidente Tango – “dovremmo chiederci tutti, se è un bene per qualcuno, e se soprattutto tutela davvero coloro che sono coinvolti in questa vicenda, soprattutto le vittime”.

Atletica, Furlani vola a 8,43 in Cina: a 4 cm dal record italiano

Roma, 16 mag. (askanews) – Subito un Mattia Furlani in formato mondiale, 8,43 (vento 0.4 m/s) per il record personale migliorato di quattro centimetri al secondo salto nella prova di apertura della Wanda Diamond League a Keqiao, in Cina. Si tratta della seconda miglior prestazione italiana di tutti i tempi, a soli quattro centimetri dal primato italiano di Andrew Howe (8,47, Osaka 30 agosto 2007). Dopo un salto nullo al primo turno, l’azzurro campione del mondo del lungo è passato al comando della gara con la miglior prestazione stagionale mondiale all’aperto, pareggiando la seconda prestazione italiana di Giovanni Evangelisti (8,43 a S.Giovanni Valdarno il 16 maggio 1987). Un grandissimo inizio di stagione all’aperto per il reatino delle Fiamme Oro, che vince per la prima volta in carriera nel contesto di un meeting della Diamond League, e alza l’asticella in vista del Golden Gala Pietro Mennea in programma allo stadio Olimpico di Roma il prossimo 4 giugno.

“È solo l’inizio – esulta Mattia – ed è il miglior modo per cominciare la stagione all’aperto. Sono davvero felice per la misura, anche perché oggi non mi sentivo al meglio della forma fisica dopo il lungo viaggio verso la Cina. Mi sono concentrato sui dettagli tecnici e credo di poter fare ancora meglio nelle gare che mi aspettano: sabato prossimo ancora in Cina a Xiamen e soprattutto il 4 giugno al Golden Gala con tutto il pubblico dello stadio Olimpico che farà il tifo per me. Vengo da due anni splendidi, medaglie alle Olimpiadi, ai Mondiali, agli Europei: ho ancora voglia di prendermi soddisfazioni”.

Motogp, Acosta in pole a Barcellona, Morbidelli secondo

Roma, 16 mag. (askanews) – Pedro Acosta conquista la pole position nel Gran Premio di Barcellona, firmando il miglior tempo nelle qualifiche della classe MotoGP sul circuito di Montmeló. Il pilota spagnolo chiude il suo giro decisivo in 1:38.068, confermando un ottimo stato di forma e mettendosi alle spalle un gruppo molto competitivo che vede Franco Morbidelli secondo e Alex Marquez terzo in griglia di partenza.

Nel contesto del Gran Premio di Barcellona, prova valida per il mondiale della MotoGP, la sessione decisiva si apre con un Q1 molto intenso che ribalta alcune gerarchie attese. Proprio Morbidelli, proveniente dalla prima fase di qualifiche, riesce a conquistare l’accesso al Q2 e poi a piazzarsi in prima fila provvisoria fino al secondo posto finale, confermando il buon rendimento della sua Ducati VR46. Alex Marquez completa la prima fila con una prestazione solida e costante, restando sempre nelle posizioni di vertice durante l’intero Q2.

Alle spalle dei primi tre si piazzano Raul Fernandez in quarta posizione, Johann Zarco quinto e Fabio Di Giannantonio sesto, a conferma di una griglia estremamente compatta nei tempi sul giro secco. La seconda fila rispecchia un equilibrio tra Aprilia, KTM e Honda, con distacchi ridotti e una lotta serrata che lascia aperti scenari interessanti in vista della Sprint Race.

Giornata più complicata invece per alcuni protagonisti attesi. Jorge Martin chiude in nona posizione dopo una sessione condizionata da una caduta nel Q1 e da un passaggio non del tutto lineare al Q2. Marco Bezzecchi termina in dodicesima posizione dopo una scivolata nel finale del Q2 che compromette il suo giro decisivo, relegandolo nelle retrovie rispetto alle aspettative della vigilia.

Ancora più difficile la situazione per Francesco Bagnaia, eliminato nel Q1 per appena 51 millesimi e costretto a partire dalla tredicesima posizione. Il pilota italiano non riesce a trovare il giro utile per accedere alla fase decisiva delle qualifiche e paga una sessione complessa, segnata da traffico e piccoli errori nel momento cruciale.

La griglia di partenza del GP di Barcellona conferma quindi un grande equilibrio tra i costruttori e una forte presenza spagnola nelle prime posizioni, con Acosta leader della sessione e Morbidelli capace di inserirsi tra i protagonisti dopo il passaggio dal Q1.

Nel pomeriggio è in programma la Sprint Race alle ore 15, primo appuntamento che assegna punti mondiali del weekend e che potrebbe già ridefinire gli equilibri del fine settimana catalano all’interno del mondiale MotoGP.

Milano, The Red View: tre giorni nel segno del rosso Campari

Milano, 16 mag. (askanews) – Un luogo simbolo della memoria collettiva cittadina: Campari è tornata a colorare di rosso Milano e ha scelto la Cittadella degli Archivi del Comune, uno spazio che rappresenta sia la conservazione del passato sia la sua reinterpretazione. Per il secondo anno nel capoluogo lombardo va in scena “The Red View – Beyond The Surface”, iniziativa che vuole essere un invito a guardare oltre ciò che è visibile, per scoprire le storie che definiscono l’identità di una città.

Partendo dal legame storico con Milano, dove Campari è nata nel 1867, alla Cittadella degli Archivi sono arrivati cultura, intrattenimento e narrazione e, nelle specifico, un palinsesto di podcast live realizzati con Chora e Will Media, pensati per raccontare Milano attraverso storie, prospettive e linguaggi diversi, in linea con lo spirito di “Beyond The Surface”, tra i protagonisti Matilde Gioli e Pietro Colaprico, ma soprattutto la stessa città di Milano. Parte integrante di The Red View è poi una mostra curata da Galleria Campari che raconta la relazione tra il brand e la città attraverso la mappa di una presenza.

Il progetto inoltre prosegue oltre la tre giorni di eventi: sempre nel contesto della Cittadella, Campari sostiene la realizzazione di un murales site-specific di Gio Pastori, pensato per dialogare con l’architettura e l’identità del marchio.

Papa a dipendenti delle banche: dietro i numeri ci sono persone, non siano abbandonate agli algoritmi

Roma, 16 mag. (askanews) – “Lo spirito delle vostre fondazioni ricorda a tutti, in particolare, che in banca non entrano in prima analisi capitali, ma persone, e che dietro i numeri ci sono donne e uomini, famiglie che hanno bisogno di aiuto. Per questo, in un contesto in cui l’alta informatizzazione degli strumenti impone mediazioni sempre più elaborate e artificiali nelle relazioni interpersonali voi, eredi di una grande tradizione di attenzione umana, siete chiamati a fare in modo che chi accede ai vostri servizi non si senta abbandonato alla freddezza di sistemi algoritmici – per quanto efficienti e matematicamente precisi – ma che dietro gli strumenti tecnici percepisca, oggi come in passato, la presenza di persone pronte all’ascolto e desiderose di bene”. Lo ha detto Papa Leone XIV ricevendo in udienza in Vaticano dirigenti e dipendenti di diversi istituti bancari italiani.

“Le banche possono influenzare molto l’evoluzione strutturale di una società e anche il suo sviluppo culturale. Per questo la vostra presenza è preziosa: per ricordare a chi troppo facilmente si ripiega su valori puramente materiali, confondendo nell’esistenza fini e mezzi, che anche a livello finanziario al centro bisogna sempre mettere la persona”, ha detto Papa Leone XIV.

“Il vostro impegno in questo senso è vivo e attuale, come testimoniano i numerosi progetti umanitari e culturali di cui siete promotori. Vi incoraggio a continuare ad operare in questo modo, tenendo viva la vostra vocazione di enti di mutuo sostegno e orientando sempre il vostro impegno verso un’etica della solidarietà. È il seme da cui siete nati e la radice solida e profonda, per quanto spesso nascosta, grazie alla quale l’albero delle vostre realtà continua a crescere e a svilupparsi” ha aggiunto il Santo Padre.

Migranti, Meloni: Consiglio Europa riconosce legittimità modello Albania

Milano, 16 mag. (askanews) – “La Dichiarazione di Chisinau, adottata dai 46 Stati membri del Consiglio d’Europa, riconosce la legittimità per le Nazioni di soluzioni innovative nella gestione dei flussi migratori, come gli hub di rimpatrio in Paesi terzi, sul modello avviato dall’Italia in Albania. È un risultato importante, frutto di un percorso che l’Italia ha contribuito ad aprire con coraggio e determinazione insieme al Primo Ministro danese Frederiksen”. Lo rivendica la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in un post sui social a commento della dichiarazione adottata ieri dagli Stati del Consiglio d’Europa.

“Quello che solo un anno fa faceva discutere – aggiunge Meloni – oggi è diventato un principio condiviso tra i 46 Stati membri del Consiglio d’Europa e dimostra, ancora una volta, che l’approccio italiano ad una gestione ordinata dei flussi migratori, portato avanti con serietà e coerenza dal nostro Governo, è ormai diventato anche l’approccio dell’Europa”.

Le Bambole di Pezza annunciano il "Summer tour 2026″

Milano, 16 mag. (askanews) – Le Bambole di Pezza annunciano il “Summer Tour 2026”: dopo il Concertone del Concerto del Primo Maggio 2026 e il recente tour nei club, la band porterà la propria carica rock nei grandi spazi all’aperto dell’estate italiana. Un nuovo capitolo live che arriva nel momento più intenso e significativo della carriera del gruppo, reduce da mesi che ne hanno consolidato il ruolo tra le realtà più riconoscibili e identitarie della scena rock contemporanea.

Il tour arriva a poche settimane dall’uscita di “Porno”, il nuovo singolo pubblicato l’8 maggio per EMI Records/Universal Music: un brano diretto e senza filtri che affronta i temi della libertà femminile e dell’autodeterminazione, confermando l’attitudine della band a decostruire stereotipi e convenzioni attraverso una scrittura esplicita e contemporanea. Dopo aver incendiato Piazza San Giovanni al Primo Maggio, le Bambole di Pezza tornano così on the road con una serie di appuntamenti estivi che promettono tutta la forza di uno show costruito sul contatto diretto con il pubblico.

Le date del “Summer Tour 2026”, prodotto e organizzato da Friends and Partners e Color Sound.

10 luglio – Sant’Angelo di Gatteo (FC) – Barrocci Summer Festival / Area Campo Sportivo 16 luglio – Bellinzona – Nevermind Music Fest / RSI Night – Parco Urbano 22 luglio – Lignano Pineta (UD) – Piazza Marcello D’Olivo 20 agosto – Marina di Pisa (PI) – Marenia / Piazza Giuseppe Viviani 21 agosto – Veroli (FR) – Tarantelliri Festival / Area Esterna Palacoccia 12 settembre – Argenta (FE) – Fiera / Piazza Garibaldi 13 settembre – Melilli (SR) – Piazza Umberto

I Dormienti di Mimmo Paladino a Palazzo Citterio in Sala Stirling

Milano, 16 mag. (askanews) – Palazzo Citterio nella Sala Stirling fino al 26 luglio 2026 ospita i Dormienti di Mimmo Paladino. La mostra curata da Lorenzo Madaro e realizzata da La Grande Brera in stretta collaborazione con l’Archivio Paladino, presenta l’intera serie dei Dormienti: trentadue sculture realizzate in terracotta, tutte provenienti dalla stessa matrice, riallestite in stretto dialogo con l’architettura che le ospita, il piano ipogeo di Palazzo Citterio. Concepiti alla fine degli anni Novanta, quando l’artista li presenta per la prima volta a Poggibonsi nel 1998, i Dormienti sono stati esposti in numerosi contesti, anche internazionali, a partire dalla Roundhouse di Londra nel 1999, per una mostra realizzata con il musicista, autore e produttore Brian Eno che per quella occasione, compose una traccia sonora che accompagnava la visita del pubblico, riproposta anche per l’appuntamento milanese. I corpi dei Dormienti, che ricordano i resti degli abitanti di Pompei e Ercolano sorpresi dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., in realtà traggono ispirazione dai disegni che lo scultore britannico Henry Moore realizzò alle persone rannicchiate nei ricoveri di guerra inglesi durante la seconda guerra mondiale, che nonostante la situazione sembravano dormire sognando.

Il pubblico è invitato a muoversi liberamente in Sala Stirling fra le figure in posizione fetale illuminate perfettamente fra soste e meditazioni, fra silenzi e spazi sonori intensi, fortemente in dialogo con l’energia interna dell’architettura. Il curatore ha definito l’installazione “un cielo capovolto con le figure illuminate come delle stelle dalle luci di Cesare Accetta”.

Il direttore generale della Pinacoteca di Brera Angelo Crespi durante la presentazione nel Tempietto di Palazzo Citterio: “È una grande mostra quella di Mimmo Paladino con questa installazione storica dei Dormienti che però trova nello spazio algido tardo brutalista della sala Stirling una nuova collocazione davvero evocativa per cui siamo davvero felici perché l’idea del museo è comunque di dare credito a quella Grande Arte del Secondo Novecento e Contemporanea che trova poi in Mimmo Paladino uno dei grandi maestri”. Entusiasta anche Mimmo Paladino: “Funziona tutto perfettamente al di là della maestria anche delle collaborazioni ovviamente, le luci, il sound, ma poi c’è da dire che questo spazio al primo incontro che feci già qualche anno fa mi è sempre sembrato un spazio assolutamente adatto a un mio lavoro – non ho pensato subito ai Dormienti – perché poi mi piace molto lavorare con lo spazio. E poi è venuta questa opportunità e ovviamente l’ho accolta con grande piacere”.

Il percorso espositivo parte idealmente da una sala nascosta, quasi uno scrigno segreto adiacente alla Sala Stirling, che accoglie una serie di quindici grandi disegni inediti, concepita da Paladino venticinquenne nel 1973, da sempre conservata nel suo studio a Paduli e chiamati in questa occasione Dal Sogno di Icaro. L’artista ne parla così: “Inedita, mai esposta, perché erano un gruppo di

disegni giovanili e che fino a un certo punto poi ho sempre tenuto per me, non ho mai esposta; però mi sembravano molto adatti non solo alla saletta perché stranamente anche quella ha una qualità architettonica bella. E poi era bello farli vedere: c’è l’opera germinale e poi anche lì c’è questo tema del sogno di Icaro, quindi c’è comunque un tema totale”.

L’Associazione nazionale magistrati: dal referendum sulla giustizia una lettera d’amore alla Costituzione

Roma, 16 mag. (askanews) – “Abbiamo scritto tutti insieme, incontro dopo incontro, un’appassionata lettera di amore alla Costituzione, l’abbiamo condivisa con i cittadini e loro ci hanno ascoltato. Ma in questo percorso non siamo stati soli. Un ringraziamento particolare va a chi ad un certo punto ha scelto di condividere con noi la difesa della Costituzione: esponenti della società civile e del mondo cattolico, associazioni che hanno avvertito l’esigenza di costituirsi finanche in comitati, così come tanti coraggiosi avvocati e accademici, che hanno portato avanti un percorso assai irto di ostacoli, che, a tratti, parevano insormontabili. Non a caso i rappresententanti dei diversi comitati saranno oggi nostri graditi ospiti”. Lo ha detto il presidente dell’Anm, Giuseppe Tango, aprendo la sua relazione all’assemblea straordinaria generale dell’associazione, rispetto al risultato del referendum sulla giustizia.

“Proprio quando il timore sembrava avere più argomenti, noi abbiamo scelto la speranza – ha detto ancora Tango – E la speranza non ha deluso, perché finalmente abbiamo avuto la forza di uscire dai nostri uffici e presentare il nostro volto umano alla gente, ben lontano da come una certa politica ed una certa stampa ama dipingerci, parlando con loro, in mezzo a loro, con sobrietà e competenza con la sola forza delle nostre argomentazioni, risultate poi credibili ai loro occhiàmolti di noi hanno sacrificato tempo, famiglia, la cura di interessi personali, riposo, consapevoli che le eventuali conseguenze sarebbero state irreversibili, consapevoli che era l’unico modo per contribuire a salvaguardare quell’impianto istituzionale magnificamente disegnato dall’assemblea costituente, che ha consentito per quasi ottant’anni di tutelare il principio di autonomia ed indipendenza della magistratura dalla politica”.

“Dimostriamo di essere degni del dono che le nostre madri e padri Costituenti ci hanno consegnato, del dono del governo autonomo: avviamo quell’opera di serio rinnovamento per eliminare del tutto i frutti avvelenati delle degenerazioni correntizie. Ce lo chiedono tanti colleghi, soprattutto i più giovani, gli stessi che si sono spesi oltremodo per questa campagna” referendaria”, ha sottolineato il presidente dell’Anm, Giuseppe Tango, nel corso del suo intervento all’assemblea generale straordinaria dell’associazione che si tiene nell’aula magna della Cassazione.

La risposta al passaggio del presidente è stata contrappuntata da tre applausi convinti dell’aula, che è piena in ogni posto. “Si tratta di scrivere insieme una nuova pagina, facciamolo immaginando quale tipo di magistratura diventare, traendo forza dalla loro grandezza e dal loro insegnamento. Facciamolo osando, se del caso, senza però al contempo lasciarci irretire da soluzioni che possono avere anche un immediato appeal, ma che, a ben vedere, si rivelano irrazionali e per di più non aiutano a risolvere il problema. Dobbiano scegliere che tipo di magistratura vogliamo essere e quale immagine di magistratura vogliamo dare. Non sprechiamo questa occasione propizia: se possiamo camminare, non stiamo fermi; se possiamo correre, non camminiamo; se possiamo volare, non corriamo”, ha detto ancora Tango.

Iran, la lettera di Pezeshkian al Papa: la comunità internazionale contrasti le politiche illegittime Usa

Roma, 16 mag. (askanews) – “Rivolgo a Sua Santità i miei più calorosi e sinceri saluti ed esprimo la mia gratitudine per le Sue posizioni morali, razionali ed eque riguardo all’attacco perpetrato il 28 febbraio 2026 dall’amministrazione degli Stati Uniti d’America, che, per la seconda volta e nel bel mezzo dei negoziati tra quel Paese e la Repubblica Islamica dell’Iran, è stato condotto con pretesti infondati e in chiara violazione del diritto internazionale, con la cooperazione del regime israeliano”. Lo scrive in una lettera inviata a Papa Leone XIV il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. La lettera è stata pubblicata sul sito ufficiale del presidente iraniano.

“A seguito dell’illegittima aggressione perpetrata dagli Stati Uniti e dal regime israeliano, Sua Eminenza il Grande Ayatollah Imam Seyyed Ali Khamenei, Guida Suprema del mondo sciita, insieme a un considerevole numero di alti funzionari politici e militari della Repubblica Islamica dell’Iran, sono stati assassinati e martirizzati – scrive Pezeshkian -. Inoltre, 3.468 cittadini iraniani, tra cui innocenti bambini della scuola Shajareh Tayyebeh nella città di Minab, sono stati martirizzati. Sono stati inoltre inflitti ingenti danni alle nostre infrastrutture, tra cui scuole, università, patrimonio culturale e monumenti storici, centri educativi, luoghi di culto come moschee e chiese, centri medici, impianti sportivi, ospedali, ponti, strade, linee ferroviarie, centrali elettriche, raffinerie e impianti petrolchimici, chiari esempi di crimini di guerra”.

“Il presidente degli Stati Uniti – ricorda il presidente iraniano nella lettera indirizzata a papa Leone XVI – aveva precedentemente rilasciato una dichiarazione pericolosa e vergognosa, affermando di voler distruggere la civiltà storica dell’Iran e riportarla all’età della pietra. Come Sua Santità ha osservato, tali affermazioni derivano dall’illusione del potere assoluto e affondano le loro radici nell’arroganza, nella prepotenza, nell’ambizione smodata e nel tentativo di risolvere le controversie con una violenza incontrollata, una condotta che la coscienza umana non può comprendere né tollerare”.

“L’approccio distruttivo degli Stati Uniti e del regime israeliano e i loro attacchi illegittimi non sono diretti unicamente contro l’Iran, ma piuttosto contro lo stato di diritto a livello globale, il diritto internazionale, i valori umani e gli insegnamenti delle religioni divine. È evidente che il costo di un approccio così pericoloso ricadrà sull’intera comunità internazionale”, sottolinea Pezeshkian.

“Santità, La nazione iraniana, compresi musulmani, cristiani, ebrei e zoroastriani, ha vissuto fianco a fianco per secoli nella sua antica patria in pace e tranquillità e ha mantenuto una pacifica coesistenza e tolleranza con i suoi vicini, compresi quelli delle coste meridionali del Golfo Persico, sulla base di legami storici, culturali e religiosi. Tuttavia – si legge ancora nella lettera – , la presenza di basi militari statunitensi nei territori dei paesi del Golfo Persico, purtroppo utilizzate nella recente guerra per condurre aggressioni e attacchi contro la Repubblica Islamica dell’Iran, ha costretto le Forze Armate del mio paese, nell’ambito della legittima difesa e in risposta all’aggressione, a colpire gli obiettivi e gli interessi degli aggressori nei territori di tali paesi. Ciò nonostante, come testimonia la storia, non abbiamo mai minacciato né violato la sovranità e l’integrità territoriale dei nostri vicini e continuiamo a perseguire le migliori relazioni con tutti i nostri vicini e a vivere in pace, stabilità e prosperità nella regione”.

“L’attuale situazione nello Stretto di Hormuz è anche il risultato degli attacchi illegali degli aggressori e del loro utilizzo del territorio e dello spazio aereo degli stati costieri del Golfo Persico per condurre attacchi contro l’Iran, nonché del blocco navale imposto all’Iran dagli Stati Uniti. È evidente che una volta risolta l’attuale situazione di insicurezza, le condizioni di navigazione nello Stretto di Hormuz torneranno alla normalità”. E’ quanto si legge in una altro passaggio della lettera che il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha inviato a Papa Leone XIV.

“È inoltre necessario – prosegue Pezeshkian – implementare meccanismi di monitoraggio e controllo efficaci e professionali, nel quadro del diritto internazionale, al fine di rafforzare le misure di sicurezza per il transito attraverso questa via navigabile strategica”.

“La Repubblica Islamica dell’Iran ha sempre dimostrato il suo impegno per la diplomazia e le soluzioni pacifiche per la risoluzione delle controversie, anche nei confronti dell’amministrazione degli Stati Uniti. A tal fine, nonostante i ripetuti tradimenti di tale amministrazione nei confronti del negoziato e della diplomazia, l’Iran ha accolto con favore la mediazione del Pakistan e ha partecipato ai negoziati di Islamabad con sincerità e professionalità. La fermezza dell’Iran di fronte alle richieste illegittime dell’amministrazione statunitense rappresenta, di fatto, una difesa del diritto internazionale e degli alti valori dell’umanità”. E’ quanto si legge in un altro passaggio della lettera che il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha inviato a Papa Leone XIV.

“Pertanto – prosegue Pezeshkian – ci si aspetta che la comunità internazionale adotti un approccio realistico ed equo e contrasti le richieste illegittime e le politiche avventuristiche e pericolose degli Stati Uniti”.

Maldive, iniziate le immersioni per il recupero dei corpi dei sub dispersi nelle grotte

Roma, 16 mag. (askanews) – La guardia costiera delle Maldive ha iniziato le immersioni per recuperare i corpi dei subacquei italiani dispersi nell’incidente di giovedì scorso. Lo rende noto la Farnesina. Dopo il recupero del primo corpo, le operazioni di si erano interrotte per il maltempo e sono riprese oggi per cercare di riportare indietro i corpi degli altri quattro sub dispersi nelle grotte dell’atollo di Vaavu.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani è in contatto con l’ambasciatore d’Italia a Colombo Damiano Francovigh (competente per le Maldive) e la console onoraria a Malè Giorgia Marazzi che sono imbarcati sulla unità di appoggio “Ghazee” della guardia costiera per seguire le operazioni di recupero.

In mare al momento otto sommozzatori maldiviani si alternano nelle operazioni. I due primi operatori si sono già immersi per individuare e segnalare con precisione il punto di ingresso della serie di caverne in cui sono scomparsi i sub italiani. Altri 6 sommozzatori si immergeranno successivamente, in vari turni, per provare a individuare i corpi e riportarli in superficie.

Tajani ha dato disposizioni alla Farnesina di seguire il recupero dei corpi ma anche di offrire assistenza alle famiglie degli scomparsi e ai connazionali che adesso dovranno rientrare in Italia. Su sua richiesta, la polizia maldiviana metterà a disposizione un team predisposto per il supporto psicologico per i connazionali coinvolti.

Il “Duke of York”, lo yacht su cui erano ospitati i 25 turisti italiani fra i quali i 5 sub scomparsi, ha appena raggiunto la capitale Malé.

Trump: ucciso in Nigeria il numero due dell’Isis Abu-Bilal al-Minuki

Roma, 16 mag. (askanews) – Questa notte le forze armate Usa e quelle nigeriane hanno ucciso in un raid Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell’Isis a livello globale. Lo ha annunciato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump su Truth.

“Questa sera, su mio ordine, le coraggiose forze americane e le Forze Armate nigeriane hanno eseguito in modo impeccabile una missione meticolosamente pianificata e molto complessa per eliminare dal campo di battaglia il terrorista più attivo al mondo”, ha scritto su Truth il presidente Usa.

“Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell’Isis a livello globale – ha spiegato Trump -, pensava di potersi nascondere in Africa, ma non sapeva che avevamo fonti che ci tenevano informati sulle sue attività. Non potrà più terrorizzare la popolazione africana né contribuire a pianificare operazioni contro gli americani. Con la sua eliminazione, la proiezione dell’Isis viene notevolmente ridimensionata”.

“Grazie al Governo della Nigeria per la collaborazione in questa operazione”, ha concluso il presidente statunitense.

Italiane della scienza, Annamaria Nassisi: vi spiego la Space Economy

Roma, 16 mag. (askanews) -“La ‘space economy’ ormai è l’argomento più dibattuto negli ultimi anni; una grande crescita nello spazio che nei prossimi dieci anni deve raggiungere i trilioni di dollari, e quindi ormai anche la corsa alla luna è diventato un punto di riferimento”. A parlare di Space Economy, economia dello spazio, e di leggi dello spazio, pochi giorni dopo il rientro della missione Artemis II dalla Luna, è la fisica Annamaria Nassisi, manager Space Economy Observation And Navigation a Thales Alenia Space.

Nassisi racconta anche come la scienza le ha “attraversato la vita” tre volte, come entrò a Thales Alenia Space nel 1989 (allora Selenia Spazio); gli investimenti di Thales nel sistema satellitare europeo Copernico e per la Lunar Gateway, la stazione spaziale che orbiterà intorno alla Luna nel quadro delle missioni Artemis. Ma anche il suo impegno personale nel festival “Donne fra le stelle” per dare spazio a tutte le professioniste impegnate nei molti settori che ai nostri giorni si intersecano nello spazio, dall’agronomia alla giurisprudenza, per cercare “soluzioni che poi hanno ricadute anche sulla Terra. Perché se noi riusciamo a coltivare le patate su Marte riusciremo a coltivarle anche sulla Terra, con la desertificazione incalzante che abbiamo.”

Ma a proposito di “space economy”, Nassisi analizza anche com’è cambiata l’esplorazione spaziale anche solo negli ultimi anni con l’arrivo massiccio dei capitali privati (da Elon Musk e Jeff Bezos); gli effetti dei tagli al budget della Nasa operati dall’amministrazione Trump; le leggi dello spazio, patrimonio dell’umanità, e come possano, o no, difendere l’interesse collettivo non solo di fronte ai miliardari che investono ma alle sfide geopolitiche dei nostri tempi: “La Luna è ancora patrimonio dell’umanità, ma gli insediamenti sono proprietà di chi li mette. Ma l’area in cui sorgeranno gli insediamenti di chi sarà? Oggi l’antagonismo di questa corsa alla Luna ha cambiato attori, il secondo attore non è più la Russia, ma la Cina, e poi ci saranno gli Emirati Arabi, l’India, l’Europa… mettere d’accordo tanti paesi non sarà cosa facile”.

“Italiane della scienza” è un podcast della rubrica “Sguardi” prodotto da Askanews e ideato da Alessandra Quattrocchi, disponibile sul sito di askanews, sul canale YouTube di Sguardi e su tutte le piattaforme.

Rerum Novarum, la Chiesa davanti alle “cose nuove” della modernità

Il cardinal Pecci e la sfida della modernità

Le lettere pastorali dell’arcivescovo di Perugia del 1877 e del 1878 vennero dedicate al tema del rapporto fra Chiesa e civiltà. In quei testi il cardinal Pecci si misurava con il problema di cogliere in tutta la sua portata il mutamento profondo che in quegli anni si verificava nella società. La coscienza della contingenza storica che anima quei testi è un tratto caratteristico dell’atteggiamento di Pecci, che permea anche i maggiori documenti del suo magistero una volta eletto pontefice con il nome di Leone XIII. Il bisogno di non chiudersi in una semplice censura dell’esistente ma misurarsi con i tempi e le vicende degli uomini è anche alla radice della Rerum Novarum. Quel testo veniva firmata il 15 maggio 1891 e affrontava direttamente la “questione operaia” cogliendola in tutta la sua attualità come anche in tutte le sue molteplici implicazioni.

L’enciclica si poneva di fronte a quella che era, in quel momento, una linea di frattura e di tensione che si veniva delineando sul terreno politico, a motivo delle istanze portate avanti dal Socialismo e che era però l’epifenomeno di cesure che si producevano più in profondità. E Rerum Novarum rappresenta lo sforzo di cogliere tutta la portata e le potenziali implicazioni di questo mutamento, di cui si mette in luce la radice sociale e antropologica, legata alla questione del modo di concepire il lavoro dentro una società che è segnata, in modo irreversibile, dai processi di industrializzazione. Non si tratta di questioni che si collocano sul terreno della pura riflessione e della teoria sociale e politica, ma che attenevano all’attualità di quegli anni, segnati da una lotta crescente giocata proprio su questi temi.

La dignità del lavoro e la “giusta mercede”

L’iniziativa di Papa Pecci va collocata su questo sfondo e pone la Chiesa non sul terreno della sola ripetizione di schemi apologetici. Permane certamente una valutazione che vede in questo lacerarsi del tessuto sociale l’esito di una modernità che culturalmente e spiritualmente ha messo in questione il ruolo del piano religioso. A questo si lega però l’esigenza di capire “le cose nuove” di questo tempo, nella consapevolezza che occorre dare risposte capaci di esprimere una visione complessiva e articolata del mondo.

L’assunzione di questo punto di vista spiega i nodi tematici attorno a cui Leone XIII sviluppa la propria riflessione. La difesa della proprietà privata, che viene sviluppata nell’enciclica, richiama all’esigenza di preservare e prendersi cura di quello che è l’ordine sociale. E tuttavia, il nodo storico di civiltà che si impone è rappresentato dalla questione del lavoro e della “giusta mercede”, cioè di quella equa retribuzione che non viene declinata sul piano puramente economico e nemmeno su quello esclusivamente morale.

Il richiamo alla giustizia naturale, che viene a Pecci dalla sua frequentazione della tradizione tomista, ricollega il lavoro alla sua radice antropologica che è quella della dignità dell’essere umano.

Sul piano più operativo Rerum Novarum suggeriva l’adozione di un modello di organizzazione delle dinamiche sociali connesse al lavoro che era quello corporativo, ispirato a matrici medievali. Si coglie qui il “medievalismo” che appartiene alla cultura di Leone XIII e che però non va confuso con la semplicistica idea di ritornare alla christianitas medievale. Piuttosto, proprio a motivo di una lucida consapevolezza della contingenza storica, Rerum Novarum recuperava l’idea che, nella storia lunga del cristianesimo, vi sono state esperienza anche di organizzazione sociale ed economica emerse all’interno di contesti permeati da una cultura religiosa e da un’ispirazione evangelica.

Dal cattolicesimo sociale all’era dell’intelligenza artificiale

Del resto, quel richiamo alle corporazioni venne poi declinato, nei decenni successivi, in un fiorire di realtà sociali ed economiche, dalle leghe bianche alle cooperative alle casse rurali, che rappresentarono la traduzione storica di un cattolicesimo sociale animato dalla volontà di abitare una società che il tornante dell’industrializzazione stava trasformando rapidamente in società di massa.

Sulla semina di opere e di idee rappresentata dall’enciclica di Leone XIII restano quasi iconiche le parole che Georges Bernanos affida al curato Torcy in una celebre pagina del suo Diario di un curato di campagna. Quel testo, pubblicato nel 1936 — dunque a distanza di 45 anni da Rerum Novarum — metteva in evidenza la percezione del valore del testo papale alla cui lettura «ci è parso di sentirci tremare la terra sotto i piedi». E questo perché l’enciclica, di fronte alla “novità” del lavoro declinato come “merce”, reagiva insistendo sul suo valore spirituale.

In questo senso si coglie come Rerum Novarum abbia potuto operare come punto di riferimento non solo per gli sviluppi successivi del magistero. L’enciclica ha alimentato fra i cattolici un pensiero sulle relazioni e i processi sociali, economici e politici e ha posto l’esigenza di stare all’interno di queste questioni edificando un’azione fatta di opere e radicata in un sapere che attingeva agli strumenti dell’economia, della sociologia, del diritto, della storia.

Emerge una linea di elaborazione che include figure come Toniolo e Sturzo, Fanfani e Paronetto, che si distende su un arco cronologico ampio nel quale si gioca l’azione sociale prima e politica poi dei cattolici, in Italia e non solo. I contenuti di Rerum Novarum si ritrovano infatti nella sensibilità del cattolicesimo sociale del Zentrum tedesco, oltre che nell’Opera dei Congressi e nel Ppi italiani, arrivando fino ai movimenti cattolici francesi dei decenni centrali del Novecento.

L’attenzione alle “cose nuove”, che in quel 1891 erano costituite dalle questioni relative al lavoro, vera e propria cartina di tornasole di un mutamento profondo della società, è una disposizione che la Chiesa ha esercitato rispetto molte contingenze storiche. Ed è del resto nel richiamo a questo voler stare nella storia che si coglie uno dei motivi della scelta del nome “Leone” da parte dell’attuale vescovo di Roma. Là dove le res novae sono oggi l’intelligenza artificiale e i frutti di un’innovazione tecnologica che rimette al centro domande profonde sull’essere umano e sulle relazioni sociali che questi costruisce e abita.

 

Fonte. L’Osservatore Romano – 15 maggio 2026

Titolo: Le cose nuove della storia

[Sottotitolo e titoletti sono della redazione de “Il Domani d’Italia”]

Senza il Sud non c’è futuro nazionale

Una frattura che riguarda tutta l’Italia

Il dibattito sviluppatosi negli ultimi giorni nel gruppo “Rete Civica Meridionale” ha riportato al centro una verità che troppo spesso la politica nazionale tenta di aggirare: il Mezzogiorno continua a vivere una condizione di profonda disparità rispetto al Nord del Paese. Non si tratta soltanto di differenze economiche, ma di una vera frattura sociale, infrastrutturale, sanitaria, educativa e culturale che rischia di compromettere la coesione nazionale.

I dati ISTAT sui servizi per l’infanzia, la difficoltà di accesso alle cure, la carenza infrastrutturale, la fuga dei giovani e delle competenze, la desertificazione industriale e il progressivo impoverimento di interi territori raccontano una realtà che non può più essere letta come una semplice “questione meridionale”. Oggi siamo di fronte ad una questione nazionale che riguarda l’intero equilibrio democratico e sociale dell’Italia.

Il Sud, troppo spesso, viene evocato solo in campagna elettorale oppure descritto attraverso stereotipi che oscillano tra vittimismo e colpevolizzazione. Eppure, il Mezzogiorno continua a rappresentare una straordinaria risorsa strategica: posizione geopolitica nel Mediterraneo, patrimonio culturale, capacità relazionale, energie giovanili, capitale umano diffuso, economie territoriali ancora legate alla dimensione comunitaria.

Lo squilibrio storico dello sviluppo italiano

Il vero problema è che per decenni il modello di sviluppo italiano ha concentrato investimenti, infrastrutture e politiche industriali prevalentemente nelle aree già forti del Paese, lasciando il Sud in una condizione di dipendenza e fragilità strutturale. Questo squilibrio ha generato un doppio danno: al Mezzogiorno, privato di opportunità, e all’Italia intera, privata di una crescita realmente equilibrata.

Nel confronto emerso nel gruppo “Rete Civica Meridionale” è apparso chiaro un punto fondamentale: non basta più denunciare le ingiustizie. Serve costruire una nuova visione territoriale fondata sulla corresponsabilità, sulla partecipazione civica e sulla valorizzazione delle comunità locali.

Occorre superare sia il centralismo sterile sia il populismo territoriale. Non serve alimentare una guerra permanente tra Nord e Sud, ma costruire un nuovo patto nazionale capace di riconoscere che senza il rilancio del Mezzogiorno non esiste futuro sostenibile per l’Italia.

Le priorità per una nuova stagione di sviluppo

Le priorità sono ormai evidenti:

  • infrastrutture materiali e digitali realmente moderne;
    • sanità territoriale accessibile e uniforme;
    • sostegno concreto alla natalità e alle famiglie;
    • politiche per il lavoro giovanile;
    • investimenti su scuola, università e formazione tecnica;
    • sviluppo dell’economia sociale e delle imprese di comunità;
    • valorizzazione dei piccoli comuni e delle aree interne;
    • innovazione tecnologica orientata all’inclusione e non alla marginalizzazione.

Ma soprattutto serve una nuova cultura politica. Una cultura che rimetta al centro la persona e il bene comune, non il semplice consenso immediato.

In questo senso, il tema del Mezzogiorno si intreccia profondamente con il dibattito sull’umanizzazione della società e con la necessità di costruire modelli di sviluppo più equi e partecipativi. L’idea di Bene Comune, infatti, non può essere ridotta ad uno slogan: significa costruire condizioni che permettano a tutti i territori di esprimere dignità, opportunità e futuro.

Reti civiche, partecipazione e speranza collettiva

Anche l’esperienza di FareRete InnovAzione BeneComune APS nasce dalla convinzione che il cambiamento reale si costruisca attraverso reti territoriali, partecipazione civica e cooperazione tra cittadini, istituzioni, imprese e terzo settore. La rete non è soltanto uno strumento organizzativo, ma una modalità concreta per contrastare frammentazione sociale e solitudine istituzionale.

Il Sud non ha bisogno di assistenzialismo permanente. Ha bisogno di fiducia, progettualità, infrastrutture, credibilità istituzionale e continuità politica. Ha bisogno di una classe dirigente capace di costruire visioni di lungo periodo e non solo gestione dell’emergenza.

La vera sfida dei prossimi anni sarà capire se l’Italia vorrà finalmente considerare il Mezzogiorno una periferia da sostenere o una leva strategica per ripensare il proprio modello di sviluppo economico, umano e sociale.

Perché oggi il rischio più grande non è soltanto la povertà economica. È la perdita di speranza collettiva. E quando un territorio perde fiducia nel futuro, si indebolisce la democrazia stessa.

Il Mezzogiorno può ancora diventare laboratorio di innovazione sociale, sostenibilità, comunità e umanesimo civile. Ma questo richiede coraggio politico, visione nazionale e partecipazione dal basso.

La vera domanda, ormai, non è più cosa il Sud possa chiedere all’Italia.

Ma se l’Italia abbia davvero compreso quanto abbia bisogno del Sud.

Rosapia Farese
Ideatrice, promotrice e co-fondatrice, presidente dell’Associazione FareRete Innovazione il Bene Comune – il benessere e la salute in un mondo aperto a tutti – Michele Corsaro. 

Nata a Roma nel 1947, autrice e saggista, con un percorso che intreccia impresa, ricerca sociale e impegno civile, promuove progetti nazionali su salute, ambiente, educazione e lavoro. 

Autrice di numerosi articoli e contributi culturali, porta avanti una visione di umanesimo civile che unisce etica, responsabilità e innovazione sociale per costruire una società più giusta e sostenibile.

Democrazia, elezioni e partecipazione

La stabilità non è un valore assoluto

Nelle giornate nelle quali si celebra il secondo posto del governo Meloni nella classifica dei governi più stabili della storia repubblicana ricorre con una prevedibile frequenza il tema della stabilità degli esecutivi, unitamente ad una giusta riflessione sui risultati che non sono necessariamente connessi alla durata di un esecutivo, ma piuttosto all’efficacia della sua azione governativa e della bontà delle scelte strategiche fatte.

La stabilità governativa, lungi dall’essere un record da podio olimpionico, può infatti diventare per un esecutivo addirittura un boomerang se si considera che la durata toglie ogni alibi rispetto agli obiettivi non raggiunti.

La legge elettorale e il sospetto della convenienza

Su questa riflessione si innesta inevitabilmente anche il dibattito sull’annunciata revisione della legge elettorale spiegata con la necessità di dare stabilità alle prossime maggioranze di governo.

Una motivazione risibile nel momento in cui si celebra il record di durata di un governo nato proprio con l’attuale sistema elettorale; una motivazione che ha tutta l’aria di voler coprire altre ragioni molto meno nobili, legate probabilmente alle crescenti difficoltà che l’attuale governo immagina di incontrare in occasione del prossimo appuntamento elettorale per giustificare i propri insuccessi.

In altre parole, si cambiano le regole del voto per tentare di restare in partita e non perdere le prossime elezioni politiche. Ma storicamente chi ha tentato queste operazioni a ridosso degli appuntamenti elettorali non è mai stato premiato dagli elettori, che hanno mostrato di non gradire cambiamenti di regole che trasudano furbizia e spregiudicatezza.

Il premierato e il caso americano

Archiviata — ma probabilmente non abbandonata per sempre — sembra invece essere l’idea del cosiddetto premierato, ovvero di un sistema di elezione diretta del premier.

Ma anche in questo caso sarebbe opportuno far tesoro di quanto sta accadendo intorno a noi. In particolare, le gesta di Trump generano molti dubbi e perplessità sui sistemi costituzionali che vedono i capi degli esecutivi sostanzialmente svincolati dal rapporto fiduciario con le assemblee parlamentari.

È abbastanza evidente come in un sistema che subordinasse la sopravvivenza dell’esecutivo all’esistenza di un costante rapporto di fiducia con le assemblee parlamentari la strampalata vicenda politica del presidente USA si sarebbe sviluppata in modo diverso o addirittura conclusa con largo anticipo rispetto al quadriennio previsto.

E invece, nonostante il crollo di consensi e i tanti imbarazzi e dissensi presenti anche in casa repubblicana, l’elezione diretta del presidente crea un vincolo di inamovibilità che sta generando gravi danni agli Stati Uniti, ai loro alleati e a tante organizzazioni internazionali.

Il vero problema: riportare i cittadini alle urne

Il valore aggiunto della politica non è determinato dalla durata di un gabinetto ministeriale, ma dalla sua capacità di migliorare concretamente la vita di una comunità; solo una buona politica può infatti creare dello sviluppo economico diffuso e una crescita sociale e culturale condivisa.

Ma per il presente assistiamo a rivendicazioni più sui tempi che sui temi, mentre per il futuro la preoccupazione prevalente sembra essere quella di consegnare “i pieni poteri” a chi prende un voto in più rispetto all’avversario.

Questo approccio con le istituzioni democratiche è inopportuno in termini generali e diventa addirittura inaccettabile quando la metà degli elettori non si reca più a votare.

La buona politica dovrebbe puntare a riportare alle urne l’altra metà degli elettori, anziché dividere — e dividersi — i pochi che ancora votano.

San Francisco, il ritorno del pragmatismo contro l’ideologismo progressista

Per anni San Francisco è stata considerata la capitale simbolica del progressismo americano. La città della Silicon Valley, dei diritti civili, delle battaglie identitarie e dell’innovazione culturale sembrava incarnare il laboratorio politico del futuro. Poi, però, qualcosa si è incrinato. L’esplosione del fentanyl, il degrado urbano, la crisi del downtown dopo il Covid, l’aumento della microcriminalità e il senso diffuso di disordine hanno lentamente trasformato il “modello San Francisco” in un caso internazionale di declino urbano.

È in questo contesto che si afferma Daniel Lurie, erede della famiglia Levi Strauss ma soprattutto outsider politico, filantropo e amministratore pragmatico. La sua parabola merita attenzione perché segnala una tendenza che attraversa ormai molte democrazie occidentali: la rivincita del pragmatismo sull’ideologismo.

La stanchezza verso il progressismo performativo

Lurie non è un conservatore trumpiano. È un democratico moderato. Ed è proprio questo il dato interessante. La sua vittoria non nasce da una svolta a destra della città, ma dalla crisi di credibilità di una parte del progressismo urbano americano.

Per anni, soprattutto nelle grandi metropoli democratiche, si è diffusa una cultura politica fortemente moralistica e simbolica, molto attenta al linguaggio, alle identità e alla rappresentazione ideologica dei problemi. Ma quando i cittadini hanno iniziato a vedere negozi chiusi, strade degradate, overdose quotidiane e quartieri svuotati, il bisogno di “narrazione” ha lasciato spazio alla richiesta di ordine e normalità.

Lurie ha capito questo passaggio culturale. Il suo messaggio è stato semplice: meno ideologia, più risultati. Meno retorica sulla città ideale, più governo della città reale.

In un’intervista ad ABC News, il sindaco ha dichiarato apertamente che “i valori progressisti avevano superato il buon senso”.   Una frase che, pronunciata nella San Francisco democratica, sarebbe stata impensabile pochi anni fa.

Sicurezza, decoro, amministrazione

Il punto centrale non è tanto la “destra” o la “sinistra”, ma il ritorno dell’idea elementare di amministrazione. Lurie insiste su sicurezza, pulizia urbana, recupero del centro cittadino, lotta ai mercati della droga all’aperto, funzionamento dei servizi.

Secondo un recente sondaggio del San Francisco Chronicle, il suo indice di approvazione ha raggiunto il 74%, un dato straordinario per una città tradizionalmente difficile verso i propri sindaci.  

Colpisce soprattutto un dato: il consenso cresce proprio sui temi concreti. Gli elettori premiano il recupero del downtown, il miglioramento del decoro urbano e la percezione di una città più governata.  

Naturalmente i problemi restano enormi. La questione abitativa continua a essere drammatica e sul tema dei senzatetto le critiche non mancano. Ma il punto politico è un altro: dopo anni di polarizzazione ideologica, una parte dell’elettorato urbano occidentale sembra tornare a valutare la politica sulla base dell’efficacia amministrativa.

Il post-wokismo americano

Forse siamo davanti a una fase “post-woke” della politica americana. Non nel senso di un ritorno al conservatorismo classico, ma nel rifiuto di un progressismo percepito come autoreferenziale, moralistico e incapace di garantire ordine civile.

San Francisco è simbolicamente importante proprio perché rappresentava il laboratorio più avanzato della cultura progressista americana. Se perfino lì emerge una domanda di pragmatismo amministrativo, significa che qualcosa sta cambiando più in profondità.

La stessa stampa americana parla ormai apertamente della frattura tra “moderates” e “progressives” come asse centrale della politica cittadina.  

E il caso Lurie mostra anche un altro elemento interessante: il pragmatismo contemporaneo tende a presentarsi non come tecnocrazia fredda, ma come linguaggio morale della responsabilità. Non più l’utopia della trasformazione totale, ma l’idea che la politica debba anzitutto far funzionare la convivenza civile.

Una lezione anche per l’Europa

Questa vicenda parla indirettamente anche all’Europa. Da anni il continente vive una doppia crisi: da un lato l’avanzata dei populismi sovranisti, dall’altro l’indebolimento culturale del progressismo tradizionale.

In mezzo emerge uno spazio nuovo: quello di un riformismo pragmatico, meno ideologico e più orientato alla capacità di governo. Una politica che non rinuncia ai valori liberali e sociali, ma rifiuta la trasformazione della politica in pura pedagogia identitaria.

In questo senso, il “caso San Francisco” potrebbe anticipare qualcosa di più grande: il ritorno della domanda di amministrazione contro la politica-spettacolo delle appartenenze morali.

E forse è proprio qui il punto decisivo. Le società occidentali non sembrano chiedere meno politica. Sembrano chiedere una politica meno ideologica e più credibile.

Investopia, Biffi: 5,3 mld valore interscambio con Paesi del Golfo

Milano, 15 mag. (askanews) – “Abbiamo un grande potenziale, ad esempio nell’area del Golfo, solo Assolombarda, quindi Milano, Monza, Brianza, Lodi e Pavia ha un interscambio commerciale di 5.3 miliardi ed è un potenziale anche crocevia gateway per l’Asia e l’Africa. Oggi noi abbiamo sulle nostre Pmi una bassa adoption di intelligenza artificiale: solo l’8%, a differenza del 70% delle grandi imprese, ha inserito stabilmente questa rivoluzione industriale all’interno dei processi, un cambio che vale moltissimo”. Così il presidente di Assolombarda, Alvise Biffi a margine di Investopia.

Noi con Assolombarda abbiamo calcolato che se le PMI con l’intelligenza artificiale sul nostro territorio incrementano di un 10% la produttività significa 2.4 miliardi di maggior valore aggiunto. Per accelerare l’adoption abbiamo messo in campo ForgIA for Generative IA. ForgIA è uno strumento, un ecosistema di condivisione dati per aiutare le Pmi a fare sinergia e utilizzare questa nuova tecnologia in modo da attrarre gli investimenti internazionali, perché questo salto di valore è molto attrattivo per tutti gli investor internazionali, come ci hanno anche appena detto gli amici emiratini nel contesto di Investopia”, ha concluso Biffi.

Rai, Giachetti interrompe protesta in aula e sciopero della fame

Roma, 15 mag. (askanews) – Roberto Giachetti ha interrotto la protesta nell’Aula di Montecitorio, dopo che la maggioranza di centrodestra nella Commissione Vigilanza Rai si è detta disponibile a garantire il numero legale.

Il deputato di Italia Viva si era ammanettato al proprio banco parlamentare per protesta contro lo stallo, annunciando anche lo sciopero della sete oltre a quello della fame. Ora li ha sospesi entrambi, spiegando: “Dopo 12 giorni di sciopero della fame oggi mi sono incatenato in aula perché non avendo avuto risposte, chiedevo e ho chiesto esplicitamente che la maggioranza acconsentisse che vi fosse il numero legale in Commissione parlamentare di Vigilanza, cosa che viene fatta mancare da venti mesi, qualunque fosse l’oggetto in discussione in Commissione parlamentare di Vigilanza. Il comunicato che ho visto della maggioranza risponde perfettamente a questa iniziativa che ho messo i piedi oggi in aula. Vorrei ringraziare innanzitutto il presidente della Camera che, non solo è stato paziente e tollerante rispetto all’iniziativa, che ha creato un po’ di problemi a tutto l’ambiente, ma che è venuto a trovarmi”.

Giachetti ha ringraziato anche la premier Giorgia Meloni, che lo ha chiamato, ha detto, preoccupata per la sua salute: “Alla quale ho spiegato le mie ragioni che credo abbia compreso e che abbia in qualche modo facilitato una presa di posizione della maggioranza che, vorrei essere molto chiaro, risponde a quello che io oggi volevo, cioè che si interrompesse la paralisi della vigilanza, con la maggioranza che desse e garantisse che avrebbe dato il numero legale”. “Era preoccupata della mia salute – ha aggiunto – ho risposto a lei quello che ho detto a tutti gli altri: prima di occuparci della mia salute bisogna preoccuparci della salute della democrazia”.

Poi ha aggiunto: “C’è una parte degli obiettivi che mi ero dato che non sono stati ancora raggiunti, però non posso non prendere atto di una disponibilità, di una decisione da parte della maggioranza che sicuramente va totalmente in controtendenza con quello che hanno fatto fino ad oggi”.

L’eccellenza dello Speck Alto Adige IGP al TUTTOFOOD

Milano, 15 mag. – Al TUTTOFOOD di Milano spazio per la qualità altoatesina, insieme al sapore speziato e leggermente affumicato del suo Speck Alto Adige IGP. L’azienda Moser, produttrice di Speck da oltre 50 anni, ha raccontato così l’eccellenza della sua produzione, connubio tra cultura italiana e tradizione nordica, in condivisione con il Consorzio Tutela Speck Alto Adige IGP. Ha parlato così Matthias Philipp Moser, direttore vendite di Moser: “Il nostro focus è proprio sullo speck. Noi sviluppiamo l’85% del nostro fatturato così, quindi noi possiamo proporre ai nostri clienti la gamma intera nel mondo dello speck. Quindi dall’altissima gamma, il nostro Gran Riserva, di cui abbiamo anche un light con il 50% in meno di grasso, fino ai formati di tagli diversi, quindi dal classico affettato fino ai cubetti e agli sticks”.

A primeggiare è sicuramente lo Speck Gran Riserva, top di gamma ed espressione di maestria dell’azienda.

“Quest’anno noi cerchiamo di puntare sul Gran Riserva, che è un prodotto 100% nazionale. Quindi i maiali sono allevati e nati in Italia. Oltre a questo, vogliamo puntare anche sui prodotti convenience, quindi sui prodotti ready-to-use. Li possiamo utilizzare sia per lo snack che per la cucina” ha aggiunto Moser.

A rendere ancora più speciale la partecipazione del Gruppo al TUTTOFOOD, è la presenza di Reinhold Messner, icona internazionale dell’alpinismo e testimonial d’eccezione, che ha parlato così: “Lo speck era ed è la base della mia nutrizione se vado in montagna. Come rocciatore porto nello zaino un pezzetto di speck e un pezzetto di pane duro e sopravvivo per giorni. In alta quota, la digestione è difficile perché manca l’ossigeno. Nonostante lo speck sia molto condensato, ne porto poco per avere tanta energia”.

Un modo per celebrare la tappa importante dei trent’anni dal riconoscimento europeo IGP, che ha contribuito all’evoluzione di un prodotto riconosciuto e apprezzato in Italia e nel Mondo.

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Il wafer senza zuccheri senza rinunciare a gusto e benessere

Milano, 15 mag. – Lago Group, realtà dolciaria italiana di proprietà del gruppo Bouvard Biscuits, si è presentata a Tuttofood con un approccio internazionale e numeri importanti, con oltre 100 paesi al mondo, 92% di tecnologie produttive coperte nello sweet bakery food shelf e 23mila tonnellate di wafer prodotti all’anno. Ha parlato così Pasquale Zumbo, Ceo di Bouvard Italia e Lago Group: “Abbiamo lavorato tantissimo nel corso degli ultimi anni, costruendo un’architettura di marca che si orienta verso la soddisfazione dei bisogni del consumatore. Abbiamo realizzato una linea piacere, quindi sono i prodotti prevalentemente base cioccolato. Una linea più standard che soddisfa esigenze molto più ampie e, infine, una linea più salutistica, quindi be goody, che per noi è una linea innovativa che vogliamo continuare a lanciare e spingere nel corso degli anni successivi. Ad oggi c’è una referenza all’interno di questa categoria, che è appunto lo sugar-free, ma in prospettiva stiamo lavorando per inserire nuovi prodotti e nuova categoria sempre su base salutistica”.

Grande attenzione alla linea a sugar-free. Si tratta di wafer senza zuccheri, pensati per un target trasversale che cerca un piacere funzionale, senza rinunciare al gusto. Con questo lancio, l’azienda vuole trovare la propria distintività a scaffale, e guarda al futuro con un occhio rivolto alle tendenze più consolidate sui mercati internazionali.

“In generale, posso dire che la situazione, dal 2020, è in continua evoluzione. Ci sono molte sfide e quest’anno la sfida più grande riguarda soprattutto il medio oriente, per cui tutta quella problematica legata ai trasporti marittimi nella consegna della merce, e soprattutto a dare continuità al business. Noi la stiamo affrontando assieme ai clienti. Devo dire che, per adesso, la stiamo gestendo però è una situazione estremamente complessa” ha dichiarato Francesco De Marco, Chief Commercial Officer Lago Group.

La volontà è quindi quella di sviluppare, sempre di più, proposte capaci di coniugare contenuto salutistico ed edonistico, senza mai rinunciare al gusto.

(Servizio Pubbliredazionale)