Buongiorno, e grazie dell’invito.
Parlo a nome dell’Associazione Nazionale Democratici Cristiani. Comincio da una precisazione che vale per tutto il resto: siamo un’associazione prepolitica.
Quindi non sono qui per corteggiarvi né per essere corteggiato o per stringere alleanze, ma per ascoltare… e anche per dare, spero, qualche spunto di riflessione.
D’altra parte voi siete liberali, noi siamo cattolici democratici, e credo che questa distanza non vada affatto smussata per cortesia.
Da parte mia sono venuto a dirvi fondamentalmente una cosa sola, ma in tre declinazioni diverse. Una cosa che deriva da una valutazione delle vostre linee programmatiche e che si può riassumere così:
Avere ragione non è ancora governare.
E cerco di spiegarmi meglio con le tre declinazioni.
Prima declinazione: radicamento sociale
Poco meno di un anno fa questo partito non esisteva. Oggi conta quasi quindicimila iscritti, in larga maggioranza giovani, e un programma scritto da decine di gruppi di lavoro. È un risultato notevole, va riconosciuto.
Ma la storia del liberalismo italiano è fatta spesso di diagnosi esatte ma di risultati elettorali non così soddisfacenti. Quindi non perché le diagnosi fossero sbagliate, ma perché in Italia una proposta di qualità, se non mette radici dal punto di vista sociale, resta una diagnosi.
Cent’anni fa questo problema qualcuno lo aveva già visto. Parlo di Luigi Sturzo, che aveva posizioni rigorose in economia:
- antistatalista;
- ostile ai monopoli;
- severissimo sulla spesa pubblica.
Ma le legava ad una finalità sociale che riteneva prioritaria.
Il popolarismo nasce anche da lì. Non come alternativa al liberalismo, ma come risposta a un suo problema irrisolto.
E allora pongo una domanda, che lascio qui sul tavolo. Quando si dice che gli italiani non capiscono, non studiano, non reagiscono: a chi si sta parlando, esattamente?
Perché, vedete, il rischio di ogni forza riformista è quello di finire per parlare solo a chi ha già gli strumenti per farcela. Ma la storia ci insegna che non si governa un Paese se si fa sentire di troppo la maggior parte delle persone.
Seconda declinazione: visione antropologica
Nel vostro programma la crisi demografica è una priorità. È giusto, giustissimo! Siamo al tasso di natalità minimo da quando l’Italia esiste come Stato unitario.
E siamo d’accordo anche sul fatto che la leva fiscale non funziona: non si mette al mondo un figlio grazie a un bonus. Asili nido e congedi paritari sono misure giuste, che condividiamo. Ma agiscono a valle: facilitano chi ha già deciso.
Si mette al mondo un figlio, invece, quando ci sono condizioni sociali e generalizzate più solide: una casa raggiungibile senza eredità, un minimo di certezza lavorativa che permetta di progettare qualcosa e, aggiungerei dopo questa estate, anche la sensazione che il mondo fra vent’anni sia ancora abitabile.
Qui c’è una differenza importante tra noi, e forse è a livello di visione antropologica. In apertura della vostra proposta scrivete di volere un PIL che cresce grazie all’innovazione e all’incremento demografico.
Ecco: per noi il rapporto è inverso. Un figlio non nasce perché serve alla crescita.
Nella vostra impostazione, mi pare prevalga l’individuo produttivo come punto di partenza e di arrivo della politica. Nella nostra tradizione, invece, il centro è la persona: la persona che esiste dentro dei legami e che senza quei legami non decide niente.
Attenzione, però: non sto cercando di insinuare la necessità di avere “più Stato”. La nostra tradizione non è prettamente keynesiana.
La nostra tradizione è quella a favore dell’economia civile di Antonio Genovesi e del riformismo napoletano del Settecento: una tradizione sì di mercato, che però afferma una cosa importante. Lo scambio regge sulla reciprocità nella fiducia, non soltanto sul contratto.
Altrimenti il mercato puro e “meccanico” finisce per consumare risorse morali che poi, alla fine, non sa ripristinare da solo.
E sempre dalla differenza tra individuo e persona discende anche la nostra distanza sui corpi intermedi. Che non sono sempre una forma di rendita da contrastare: a nostro avviso sono, invece, un prezioso capitale sociale da valorizzare. E la cui valutazione va fatta caso per caso e non per ideologia.
Perché siamo convinti che chi li liquida indiscriminatamente, dieci anni dopo, si ritrova una società fatta soltanto di individui e di piattaforme che ulteriormente penalizzano le relazioni sociali.
E una società così, se mi permettete, non è più liberale. È solo più sola.
Terza declinazione: l’elefante nella stanza, ovvero l’Europa
Davanti alle guerre in corso l’Europa non è stata capace di formulare nemmeno una proposta minima di mediazione. Ha pagato, ha armato, ha deplorato, ha convocato vertici. Non ha proposto. E così, non facendo, è diventata oggetto del negoziato altrui invece che soggetto attivo del proprio destino.
E questo è un peccato esiziale perché l’Europa come esperienza e proposta di civiltà ha quasi sempre avuto ragione. Ma quasi mai ha contato.
Come reagire, allora?
Sulla difesa comune credo che ci troviamo. Un’Europa che integra industria, comando e capacità dissuasiva non è un’Europa più bellicosa: è, al contrario, una forza di stabilità geopolitica. Diventa una forza che può sedersi al tavolo con qualcosa in mano che non sia un comunicato.
Ma oltre a questa difesa comune integrata militare, rivolta verso l’esterno, per noi ce ne deve essere una seconda. Perfino più importante in quanto rivolta verso l’interno.
Il welfare.
Il welfare è un’invenzione europea, nessun’altra civiltà ha legato in questo modo mercato, diritti e protezione dal rischio. Ed è sotto attacco: dalla concorrenza fiscale al ribasso, dalla pressione demografica, da un capitalismo finanziario e delle piattaforme che privatizza i profitti e socializza la precarietà.
Mi ripeto: se l’Europa non diventa anche uno spazio sociale, resterà un mercato. E un mercato non si difende: si compra.
E si deve ripartire con chi ci sta, perché l’Europa con Schuman, De Gasperi e Adenauer non è nata aspettando che tutti fossero pronti.
Chiusura
Chiudo ritornando con i piedi nello scenario politico nazionale con una riflessione dettata da quanto abbiamo visto nella politica italiana negli ultimi decenni.
Non vi chiedo di diventare cattolici democratici. Io non diventerò liberale. Servono infatti identità che non si confondano e che, al contrario, siano ben distinguibili e parlino chiaro riguardo ai propri valori guida, a presidio delle proprie istanze sociali.
D’altra parte, di esperimenti che hanno tentato di portare al proprio interno identità politiche diverse, omologandole o contaminandole, ne abbiamo visti diversi e non mi pare che nessuno di loro goda di grande salute.
E allora…
Chiunque voglia lavorare a un progetto di centro deve invece puntare a far collaborare diverse identità, tenendo ben salda un’unica bussola condivisa: il bene comune.
[Rimini, 19 settembre 2026]