Centro e riformismo, una parabola in crisi
Nella generale crisi della rappresentanza, che indebolisce la democrazia, spiccano i percorsi del “centro” e del “riformismo”, che ad un certo punto si sono incrociati suscitando grandi attese, finendo però per indebolirsi a vicenda e per regalare ampie fasce di elettorato popolare alla polarizzazione politica e all’astensione. Lo
Nella Prima Repubblica l’incontro fra il centro e il riformismo avviene quando l’area di centro (ispirata al cattolicesimo democratico e al liberalismo) dialoga e giunge a governare con la sinistra non massimalista, dando il via a storiche riforme sociali e amministrative.
Ma con il graduale spostamento del baricentro del potere — avvenuto in tutto l’Occidente — dalla politica al denaro, il dialogo fra centro e area riformista si sbiadisce o addirittura subisce una metamorfosi. L’ingresso dei radicali nelle varie forme che l’alleanza fra forze centriste e riformiste ha assunto nei decenni recenti certifica simbolicamente questo cambio di natura. Complici anche le leggi elettorali maggioritarie, il centro riformista perde progressivamente consenso, con l’eccezione della breve stagione del Pd di Renzi, verso il quale però la fiducia popolare guadagnata si trasforma presto in disillusione.
Ritrovare la dimensione popolare
Ora, a mio avviso, questa parabola del centro e del riformismo nella Seconda Repubblica sembra essere arrivata ai titoli di coda. Bisogna recuperare la dimensione popolare della politica insieme allo spirito del dialogo di frontiera — anche laddove allora sembrava impossibile per la mole delle forze che lo avversavano — che dischiuse la stagione dei governi di centro-sinistra. Per riaccreditarsi di fronte all’elettorato non è sufficiente però creare contenitori di centro, bisogna costruire un programma coerente con la tradizione dei De Gasperi, dei Fanfani, dei Moro, nel mutato contesto storico.
Pensiamo solo a come potrebbe incidere sul dibattito politico un centro capace di caratterizzarsi, di portare un contributo autonomo sulla politica economica e su quella estera intorno a questioni centrali per lo sviluppo e per la sicurezza del Paese.
Fisco e ruolo dello Stato
Di recente il governo Meloni ha fatto la classica manovra elettorale acchiappavoti con l’abolizione del bollo auto. È questa un’occasione straordinaria da cogliere al volo per discutere seriamente di una riforma complessiva (questa sì riformista nel senso antico e buono del termine) dell’imposizione sul patrimonio che tenga conto dei cambiamenti avvenuti nella composizione della ricchezza delle famiglie.
Altro assist dal governo, che andrebbe sfruttato per rilanciare il modello economico misto (non l’ambigua terza via blairiana) caro al centro, è stato quello della moral suasion su Eni per il tetto al prezzo dei carburanti. Questo caso costituisce l’ennesima conferma che i grandi gruppi strategici per il Paese fanno la differenza, se sono controllati dallo Stato.
Energia, la lezione per l’Europa
Infine, sempre in materia economica ma con apertura europea, occorrerebbe un centro capace di dire che è ora di imparare la lezione dai madornali errori commessi dalla Commissione europea in materia energetica. Oltre allo sbaglio di fondo, considerare le rinnovabili sostitutive e non in coabitazione con le altre fonti di energia, come fa la Cina con brillanti risultati, si è rivelato profondamente dannoso il passaggio voluto da Bruxelles, e che ha fatto la felicità della comunità degli speculatori finanziari dentro e soprattutto fuori l’Ue, dai contratti trentennali fra Stati sulle materie prime ai contratti di mercato stabiliti nelle quotazioni di borsa.
I primi garantivano risorse energetiche da fornitori vicini, quindi con un minore impatto ambientale, sicure e a buon prezzo. Il secondo tipo di contratti ha finito spesso per comprare la stessa merce triangolata per eludere le sanzioni ma a prezzi superiori di svariate volte, e per approfittare di ogni tensione internazionale per fare salire il prezzo di gas e petrolio.
La ferita della politica estera
E qui veniamo a quella che considero la vera ferita aperta nel centro. Un centro che sembra aver smarrito la grande tradizione diplomatica degli statisti democristiani, che diede un contributo non marginale anche agli accordi di Helsinki, non può attestarsi sulla linea di avversione sistematica ad ogni soluzione diplomatica del conflitto russo-ucraino come quella espressa dalla rappresentante Ue per la politica estera Kaja Kallas, la quale non gode di troppe simpatie neanche in diversi ambienti europei della Nato.
Farsi consigliare, o andare al seguito, delle centrali neoconservatrici, come Il Foglio ad esempio, non si è rivelato un grande affare né per il centro né per i riformisti.
Costruire una nuova architettura di difesa e di sicurezza in Europa, rinnovare e adeguare le istituzioni globali al nuovo ordine multilaterale sono le sfide per la politica, e a maggior ragione lo sono per quella di centro, non quella di lasciarsi trascinare in un conflitto sempre più gravoso finanziariamente, con conseguenze economiche e sociali sempre più difficili da gestire nei Paesi europei.
Una risposta politica, oltre la paura
Non è che in nome dello spauracchio del ritorno di Conte a Palazzo Chigi si debba digerire tutto. Se non si concorre a dare una risposta politica ai rischi di populismo e di trasformismo, si può correre addirittura il rischio di facilitare, anziché ostacolare, ciò che si paventa.



















































