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Onu, Tajani: "contro legge più forte, Italia sceglie forza legge"

Roma, 24 set. (askanews) – “Lo scorso anno, da questo podio, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ricordò che nel mondo erano in corso 56 conflitti armati: il numero più alto dalla Seconda guerra mondiale. Oggi, secondo le stesse fonti, sono 61. È la nuda verità dei numeri”. Ha esordito così, dal podio dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il ministro degli Esteri e vice premier Antonio Tajani.

“Papa Leone XIV ci ha rivolto un monito che l’Italia fa proprio: non dobbiamo abituarci alla guerra. Perché ci si abitua prima alle parole, poi alle immagini, infine alle vittime. E quando la guerra diventa un’abitudine, la pace rischia di apparire un miraggio. Noi non ci rassegniamo”, ha aggiunto il capo della diplomazia italiana.

“Contro la legge del più forte, scegliamo la forza della legge. Contro la politica della forza, scegliamo la forza della politica. Questo è il messaggio che l’Italia porta oggi alle Nazioni Unite. Questa è la missione della diplomazia italiana: costruire ponti, aprire strade, tenere vivo il dialogo anche quando sembra impossibile. Lavorare per la pace, il benessere e la crescita, perché la crescita genera prosperità e la prosperità consolida la pace”, ha sottolineato il ministro degli Esteri e vice premier.

MidTerm, Talarico si consolida al centro. In Texas la sfida si gioca sui moderati

Il 55 per cento degli indipendenti

James Talarico continua a sorprendere. L’ultimo sondaggio Marist lo accredita del 50 per cento contro il 44 del repubblicano Ken Paxton. Ma il numero forse più interessante è un altro: tra gli indipendenti il candidato democratico arriva al 55 per cento.

È presto per trarne conclusioni elettorali. Il margine d’errore è ampio e il Texas rimane un terreno politicamente difficile per i democratici. Ma nella campagna di Talarico si consolida un dato politico ormai riconoscibile: la ricerca deliberata di un linguaggio meno ideologico, capace di conquistare il centro senza rinunciare alla propria 

identità democratica.

Sugli atleti transgender cambia il tono

Il caso più evidente riguarda gli atleti transgender. Nel 2021 Talarico aveva combattuto duramente la legge repubblicana che limitava la loro partecipazione alle competizioni femminili. Oggi la formulazione è più misurata: si dice contrario alla partecipazione quando questa comprometta sicurezza o correttezza della competizione.

Non è un passaggio irrilevante. E qualcosa di analogo avviene sulla transizione dei minori: pur continuando a difendere i diritti delle persone LGBTQ+, Talarico si dichiara favorevole al divieto nazionale degli interventi chirurgici di cambio di sesso sui minori.

Petrolio sì, insieme alle rinnovabili

Egualmente interessante è la posizione sulla politica energetica. Nel 2021 Talarico aveva presentato un Texas Climate Action Act con obiettivi molto ambiziosi di riduzione delle emissioni e nel 2022 aveva affermato che i combustibili fossili stavano «distruggendo il pianeta».

Oggi parla invece di una strategia energetica “all of the above”: petrolio e gas devono restare una componente essenziale dell’economia texana, insieme a eolico, solare, geotermico e nuove tecnologie. E arriva a criticare apertamente quei democratici che parlano di eliminare l’industria petrolifera.

Il centro come terreno di conquista

I repubblicani lo accusano di opportunismo elettorale. Talarico replica che i suoi valori non sono cambiati e rivendica una lunga attività bipartisan nella legislatura statale.

È qui che la sua candidatura diventa politicamente interessante. Talarico non proclama una (improvvisa) conversione di tipo centrista: in realtà, nello scontro elettorale, si consolida al centro, sottraendo alcune questioni alla “guerra culturale” e accettando distinzioni che una parte della sinistra americana aveva respinto.

E mentre, più o meno, cento milioni di dollari di pubblicità repubblicana tentano di dipingerlo come un radicale, quel 55 per cento tra gli indipendenti indica almeno una cosa: è proprio sul ripudio della logica radical-populistache si sta combattendo la battaglia politica texana. Con Talarico in testa.

Politica italiana, questione di gonne

Profumo di donna

Quando gli uomini si avventurano nel “femminile” spesso fanno disastri, perché si tratta di una terra che gli si sgrana sotto i piedi. È colpa di diversi pesi specifici che fanno fatica a misurarsi. Così accade anche per le donne quando credono di poter fare lo stesso viaggio nella certezza di esserne capaci. È la bellezza di un incontro che non sarà mai perfettamente compiuto, la molla che non rinuncia mai al fallimento.

Tajani, in un immaginario consiglio al figlio, suggerisce di scegliere un giorno, rispetto a un possibile scenario, una donna carina ma che debba anzitutto avere le doti della fedeltà al matrimonio e sappia dare stabilità alla famiglia messa in piedi. Fin qui nulla di male, tutt’altro.

Proseguendo nel suo consiglio, le donne più appariscenti sarebbero però più insidiose: come le comete, ti accendono i sogni di un futuro ma poi spengono la luce e non resta altro che il buio. Ecco che nella scelta ci si dovrebbe indirizzare magari verso una ragazza con la gonna eventualmente un po’ più lunga, ma di maggiore affidamento: una sorta di lotta tra avvenenza e credibilità.

Un’affascinante baiadera deve vedersela con la bellezza di una donna di casa, come se le due cose non potessero mai coincidere. Per Tajani, un partito con meno glamour rispetto ad altri ha in realtà requisiti assai più solidi di quelli che, a prima vista, producono maggiori suggestioni e attrazioni.

Tutto potrebbe riassumersi nella celebre battuta di Ferribotte nel film I soliti ignoti: «Femmina cuciniera pigghiala per mugliera, femmina piccante pigghiala per amante».

Il richiamo di Tajani fa un po’ sorridere, visto che il Berlusca sembrava proprio non disdegnare una femminilità ben visibile e non conchiusa a esprimersi in un casale domestico, con tutte le conseguenze note alla cronaca.

Vannacci e la mistica femminile

Su questo tema il prode Vannacci, afflitto dal bisogno di stare ogni giorno sui social media, ha pensato bene di trovare “la terza via”, che non è quella del compianto Berlinguer. Alle gonne più corte o più lunghe lui ci informa che preferisce quelle che non si indossano affatto, così facendo ruggire ogni macho italiano del suo elettorato.

Evidentemente non si perde nemmeno dietro qualche sottana: ci sono affari nei quali conta l’immediatezza e ogni indumento in più è del tutto superfluo. Forse non tiene conto che esistono anche le gonne-pantalone, e allora per questo potrebbe entrare in crisi.

In un film dal titolo Donne con le gonne il protagonista chiude in un casolare la moglie femminista, costringendola solo al cucito e alla cucina. L’attenderanno per questo tre anni di carcere e poi una laboriosa riconciliazione, ma intanto ha dovuto scontare una severa punizione.

Vannacci forse non apprezzerà neanche le donne ormai più vocate all’uso dei pantaloni, che gli ricorderanno la celebre maschera veneziana della commedia dell’arte. Poco a che vedere con san Pantaleone, il cui tratto principale era quello di essere “tutto misericordioso”, decisamente poco in linea con i risoluti apprezzamenti del leader di Futuro Nazionale.

Una possibile soluzione

Forse sarà possibile dare a quest’ultimo un suggerimento da seguire in pieno spirito militare. Posto ormai che “l’ibrido” va di moda, tenga conto che il kilt è quella divisa dei reparti scozzesi adottata nell’esercito britannico nel XVIII secolo.

Quest’abbigliamento prevede, secondo la tradizione, di non indossare sotto di esso alcun indumento intimo, a ragione di un’esibizione di virilità, forza e coraggio.

Ecco, stia attento Vannacci a non desiderare un’irruenta spogliazione delle vesti ogni qual volta avvista una gonna, perché poi potrebbe restarci assai male. A volte l’impeto riserva amare sorprese.

Potere, spettacolo e bene comune. Tre modi di servire o tradire i cittadini

Non di rado essa è fonte di problemi più che di soluzioni e, per quanto come cittadini si possa immaginare di fare per cambiarla, resta pur sempre il luogo della rappresentazione simbolica del gap che separa teoria e realtà, idee e azioni, pensieri e comportamenti.

Nell’immaginario collettivo si sono sedimentati da tempo tre modelli di percezione della politica, tre modi di essere che corrispondono ad altrettanti modi di fare.

La politica come esercizio del potere

C’è innanzitutto una radicata e deteriore idea della politica come mero e consapevole luogo di esercizio del potere, una consuetudine alla quale sembra impossibile sottrarsi.

Forse è l’archetipo più frequente al quale siamo tristemente abituati, peraltro con somma desolazione: un universo fatto di mene, intrighi, consorterie, congreghe, al servizio degli interessi di parte e delle convenienze, autoreferenziale e lontano anni luce dalla quotidianità del popolo e della sua antropologia – un mondo che peraltro si arroga il diritto e il privilegio di rappresentare – con regole esoteriche che lo rendono incomprensibile e impenetrabile ai più.

La politica intesa come strumento di potere allontana i cittadini dalla vita democratica perché si regge su una concezione oligarchica e privatistica della vita della società e dello Stato.

Sovente i partiti sono assoggettati a queste prassi, dove vige la regola della “cordata”: se vuoi entrare a far parte di quel mondo devi legarti all’ultimo anello della catena, far voto di appartenenza e fedeltà, accettare la logica della spartizione e le incognite di giochi coinvolgenti e spesso – a posteriori – poco puliti, che allettano con carriere prodigiose e veloci conversioni sulle molteplici vie di Damasco.

Poiché questo modo di far politica non vive di autosussistenza ma è un contenitore entro cui convergono e si avvicendano nuovi soggetti, mi vien da pensare che il lato negativo che emerge sia il risultato di una sua sovrapposizione con i modelli sociali esistenti: in questo senso la politica esprime in modo quasi speculare i vizi e i difetti della società che finisce per rappresentare.

Il peccato originale di questa spirale autogenerativa è la carenza – di più, la mancanza assoluta – di senso civico e di etica del bene comune: questo spiega perché la “questione morale” – anche se in modo recondito, se non occulto – sia posizionata sempre al primo posto nella hit-parade delle urgenze cui mettere mano.

Quando la politica diventa spettacolo

La seconda idea della politica è la declinazione mediatica della politica-potere, la sua più deteriore spettacolarizzazione: è il vestito che porta, la parte che recita in commedia, la sua ostentazione di narcisismo e visibilità. Una debolezza cui è difficile sottrarsi e che ritrovo anche nei fermenti e nei modi di essere e di porsi dei cosiddetti movimenti nuovi.

La “politica-spettacolo” è la conferma del fatto che parole, azioni, comportamenti di coloro che la rappresentano la rendono più simile a una fiction che alla viva realtà, all’ordine naturale delle cose vissute.

Il luogo tipico-ideale dell’apparire più che dell’essere, sia che ciò avvenga nelle sedi istituzionali o in quelle virtuali: perché – da un po’ di tempo – sta prendendo campo e si diffonde un modo nuovo di far politica, fatto di frasi ad effetto, di “cinguettii”, di blog, di effetti speciali, di pose studiate, di forzature volute che usano parole e immagini per convincere, sorprendere, simulare e dissimulare la realtà.

In ciò muovendo e spostando impressioni ed opinioni, radicando linguaggi settari, utilizzando la retorica delle evidenze svincolate dall’onere della prova e dall’uso del pensiero critico, autonomo, libero.

La politica-spettacolo è un prodotto commerciale, un marketing che dà fatturato, una conventio ad excludendum che proietta sullo schermo nuovi modelli di protagonismo istintivo e virtuale: sarebbe interessante approfondire le modalità di reclutamento della classe dirigente, spesso pescata da fatti di cronaca non sempre nobili, da comparsate televisive, senza un minimo retroterra culturale.

Un tempo i capilista erano attinti nel mondo accademico, gente che scriveva libri e si presentava ai congressi con un progetto politico, un’idea di Stato e un modello di società: cavalli di razza di fronte ai molti ronzini attuali.

Per la politica-spettacolo attuale c’è spazio nelle piazze e sul web, ma anche nei cenacoli televisivi: luoghi solitamente celebrativi e lapidari, fintamente dialogici, dove impressiona chi la spara più grossa.

La politica come servizio al bene comune

E c’è – infine – un modo tipico-ideale di vivere e rappresentare la politica che viene tuttavia spesso evocato come una condizione di “dover essere” quasi aprioristicamente teoretica e irrealizzabile, affascinante ma lontana dalle nostre prassi.

È l’idea della politica come strumento per realizzare il bene comune e gli interessi condivisi, dove si respira il senso dello Stato e della gratuità dell’agire, un modello che vive sulla dedizione e si sorregge su una concezione etica della vita, della società e della persona.

La politica dei buoni esempi, dell’integrità morale e dell’attenzione alla vita degli altri.

Per realizzarla servono competenze e responsabilità, senso civico e umiltà, sobrietà nei comportamenti e negli stili di vita, un forte rinnovamento della classe dirigente, la valorizzazione delle persone in grado di esprimere esperienze di coerenza e di testimoniarle.

Una concezione popolare della politica nella quale in molti si ritrovano, ma che necessita di essere ripensata, rimodulata, agita.

Una campagna elettorale senza un disegno?

La campagna elettorale è iniziata tra le reciproche accuse e le inevitabili promesse: si ha come l’impressione di una vistosa assenza di consapevolezza rispetto alla contingenza epocale – fatta di derive incombenti e pericolose – e ad un disegno di ricomposizione di una società disorientata e dai destini incerti che nessuno riesce ad interpretare.

L’italiano impoverito della politica

C’è un modo per misurare quanto sia cambiata la politica senza guardare ai programmi, ai partiti o ai volti: basta ascoltare come parla. Non è solo diventata più artificiale di un tempo. Ha cambiato casa: non nasce più nell’aula del Parlamento o in piazza, ma nello spazio breve e rancoroso degli schermi, e lì ha imparato modi nuovi di parlare.

La retorica del nemico e della vittima

È un linguaggio che pesca nella marginalità. Accarezza desideri inespressi o insoddisfatti – la precarietà del lavoro, l’appiattimento delle aspettative, un futuro che sembra essersi ristretto – ma invece di provare a rispondere a quei desideri li usa come materiale per lo scontro. Cerca la provocazione, la miccia polemica, la vittima da sacrificare pubblicamente per costruirci sopra una narrazione che sembri vincente.

Lo si vede in dibattiti che dovrebbero riguardare l’inclusione e finiscono per diventare terreno di scontro identitario: pensiamo alla proposta, tornata a galla più volte, di classi separate per alunni con disabilità, o al modo in cui il bambino straniero che non parla ancora bene l’italiano diventa, in certi discorsi, il simbolo di un declino da cui difendersi, invece che una risorsa da valorizzare.

Questi temi funzionano proprio perché semplificano un disagio vero – la scuola in affanno, le poche risorse – riducendolo a uno scontro tra “noi” e “loro”.

E il pubblico è sempre meno attrezzato a riconoscere la semplificazione. Leggiamo sempre meno e guardiamo sempre più uno schermo: un contatto veloce, fatto di immagini, che allena poco a seguire un ragionamento articolato.

Quando si parlava, e si ascoltava, di più

Il linguaggio politico di ieri non era per forza più onesto, ma era più ricco di contenuto. Raccontava, metteva a confronto visioni diverse dell’uomo e dei suoi desideri. La piazza non era un luogo di passaggio ma uno spazio vivo, anche se spesso in mano alla folla, alla pancia, alla violenza verbale.

Ci si ascoltava, ci si contestava, e dentro lo scontro restava comunque un pensiero lungo, capace di reggere un’argomentazione dall’inizio alla fine. Quel modo di imparare stando insieme in pubblico è proprio ciò che oggi sembra venuto meno.

Non è solo un’impressione

Chi si è occupato di media e di lingua lo aveva già raccontato. Marshall McLuhan diceva che il medium è il messaggio: la televisione, il giornale, i social non trasportano solo un contenuto, ma gli danno anche una forma, un ritmo. E il ritmo dello schermo è quello dello slogan, non quello del discorso disteso.

Umberto Eco, il 10 giugno 2015, ricevendo la laurea honoris causa a Torino, disse una cosa che fece discutere: i social avevano dato diritto di parola a chi prima si esprimeva solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza fare danni, e che ora aveva lo stesso megafono di un premio Nobel. Era una battuta cattiva, ma il punto restava: allargare la voce pubblica senza filtri critici rischia di appiattire il dibattito invece che arricchirlo.

Un’idea simile ritorna anche in Luca Serianni, che della lingua italiana si è occupato per tutta la vita: il linguaggio pubblico peggiora quando smette di curare la sintassi e l’argomentazione per rincorrere l’effetto immediato. Si vede anche da lì, in fondo, se una lingua sta bene: se chi parla, e chi ascolta, riesce ancora a seguire un ragionamento un po’ complesso senza perdersi.

Chi ci salverà?

Verrebbe da dire che tutto tace, che ogni discorso appassionato sulle grandi sfide del nostro tempo si è appiattito. Forse è così. Ma non è un destino: è l’effetto di scelte precise, su come ci informiamo, su cosa premiamo quando ascoltiamo un politico, su cosa insegniamo a leggere ai più giovani.

E finché sono scelte, resta un margine: quello di pretendere, da cittadini prima ancora che da elettori, un linguaggio che torni a misurarsi con la complessità invece di scioglierla in una misera battuta.

Alla scuola di Giorgio La Pira. La politica come arte di pensare e “essere città”

Pensare la città prima di amministrarla

A quasi 50 anni dalla morte di Giorgio La Pira (e ci si augura che nel 2027 ci siano adeguate iniziative per ricordare la ricorrenza), ritengo che, nell’attuale dibattito sociale e politico, fare memoria del “Sindaco santo” possa essere esercizio fecondo non solo per i cattolici, ma per quanti avvertono il bisogno di alimentare la politica con ispirazioni forti: ideali ed esistenziali.

Affermava La Pira: «Non si vince restando sul piano soltanto economico, sociale e tattico: si vince includendo questi valori nella scala integrale, teologale, dei valori», secondo la prospettiva dell’umanesimo integrale di Jacques Maritain, suggeriva La Pira.

Questa annotazione, al di là dell’autore citato, è importante per dire che la riflessione sulla polis va collocata in un contesto più ampio, che è antropologico e sociale, in quanto chiama in causa il bene della persona e il bene della società. È questa un’indicazione importante per coloro che hanno il compito di amministrare a livello locale o di legiferare e governare a livello nazionale: tutti sono chiamati non a fare filosofia, ma ad avere una filosofia cui ispirare l’azione pratica, in modo tale da dare un senso all’amministrazione della città o al governo del Paese.

In particolare, direi che l’impegno di La Pira è stato caratterizzato dall’esigenza non solo di “amministrare la città” – nel suo caso Firenze – ma anche e prima ancora di “pensare la città”, la civitas. In questo orizzonte si colloca e prende senso l’amministrare, che diversamente si riduce a un puro fatto tecnico senza respiro, per cui, quand’anche risolva problemi, non dà ossigeno alla città. Alla città è invece indispensabile disporre di una “visione”, nella quale i problemi non solo possano essere risolti, ma soprattutto possano essere compresi e colti nella loro complessità.

Non soltanto abitare, ma “essere città”

Proprio tale cultura della città ha portato La Pira a non limitarsi ad “abitare la città” ma, vorrei dire, a “essere città”. E questo significa non semplicemente “risiedere in una città” o “governare una città”, ma creare un tessuto di convivenza caratterizzato, per un verso, da condivisione valoriale, pur nelle differenti concezioni, e, per altro verso, da collaborazione operazionale, pur nelle differenti posizioni.

Più precisamente, “essere città” significa dare vita a un contesto unitario nel rispetto dei diversi orientamenti ideologici e metodologici, far crescere il senso di appartenenza a una comunità, pur senza campanilismi e provincialismi, e implementare la capacità di stare gli uni “accanto” agli altri e operare “insieme” con gli altri, fino a portare attenzione “verso” gli altri: in questi tre avverbi è da vedere il senso più vero dell’essere città.

Infine, aggiungerei che “essere città” comporta alcune convinzioni fondamentali: che la politica è propria della condizione umana (essere politici); che occorre tradurre questa vocazione tutta umana negli specifici contesti esistenziali e sociali (pensare e agire politicamente); e che, a tal fine, alcuni sono chiamati a dedicarsi temporaneamente all’attività politica, da intendere come ruolo da svolgere con competenza (fare politica).

La coltivazione dell’umano

Con questi significati, mi pare che “essere città” si possa ben applicare all’opera civica di La Pira, e si dovrebbe applicare ai politici convinti che la finalità principale della città sia la coltivazione dell’umano, cioè il rispetto della dignità di tutti e di ciascuno e, nel contempo, il perseguimento del bene comune come bene superiore al bene del singolo e pur sempre espressione del bene della persona.

Il bene comune non è infatti la somma di interessi individuali, bensì è il bene della società in quanto composta di persone, perché la socialità non si aggiunge all’individualità, ma con essa costituisce il tutto inscindibile della persona.

La città come organismo vivente

Ebbene, tale convinzione è alla base del personalismo che, per questo, si definisce comunitario e si caratterizza come pluralista, e porta a concepire la città – ecco la cifra di La Pira “politico” – come comunità squisitamente umana, cui attribuire un ruolo “umanistico”.

La Pira configurava infatti la città come “organismo” e, in quanto tale, destinata a crescere, a svilupparsi nella coerenza di una “identità”. Così Le città sono vive, come suona il titolo di una sua raccolta di saggi degli anni Cinquanta, conserva un grande significato anche oggi.

La Pira vi insiste sul senso della città non come agglomerato urbano, bensì come comunità di persone, radicate «negli elementi essenziali della città», per dire che «in una città un posto ci deve essere per tutti: un posto per pregare (la chiesa), un posto per amare (la casa), un posto per lavorare (l’azienda), un posto per pensare (la scuola), un posto per guarire (l’ospedale)».

E – quel che più conta – non si tratta di una somma di elementi, bensì di una realtà organica capace di offrire alle persone una dimora comune che affratella.

Auto: vendite Europa agosto +5,3%, boom Bev. Stellantis +3,5%

Milano, 23 set. (askanews) – Il mercato automobilistico europeo continua a crescere, sostenuto dall’accelerazione delle elettriche e dall’avanzata dei costruttori cinesi. Secondo Acea, l’associazione europea dei costruttori di auto, ad agosto nell’area Ue+Efta+Regno Unito le immatricolazioni sono aumentate del 5,3% a 832.637 unità. Nei primi otto mesi il mercato è salito del 5,8% a 9,19 milioni di vetture.

La spinta principale arriva dalle auto elettriche a batteria, cresciute del 52,2% ad agosto a 243.207 unità, con una quota del 29,2%. Le plug-in sono aumentate del 13,5%, mentre benzina e diesel hanno perso oltre il 23%. Nei primi otto mesi le Bev sono salite del 38,8% a 2,13 milioni. Nella sola UE la quota delle elettriche nel cumulato ha raggiunto il 21,7% dal 15,8% di un anno prima.

Tutti in crescita i cinque principali mercati europei: Regno Unito +13,7%, Spagna +11,8%, Francia +7,4%, Italia +3,2% e Germania +2,6%. Nei primi otto mesi il Regno Unito guida con +9,8%, seguito dall’Italia (+8,5%), dalla Spagna (+6,3%), dalla Germania (+4,8%) e dalla Francia (+3%).

Tra i gruppi, sempre secondo Acea, Volkswagen resta leader europeo nonostante un calo del 3,6% ad agosto. Stellantis ha registrato 109.823 immatricolazioni, +3,5%, con una quota del 13,2%, mentre Renault Group ha ceduto il 4,4%. Nei primi otto mesi Stellantis è cresciuta del 4,7% a 1,36 milioni di vetture, con una quota del 14,8%.

Tra i marchi Stellantis, ad agosto Fiat ha segnato l’incremento più forte, +24,8% a 18.351 auto, mentre Citroen è cresciuta dell’11,5%. In calo soprattutto Alfa Romeo (-23,7%) e Jeep (-14,5%), mentre Peugeot è rimasta sostanzialmente stabile. Nei primi otto mesi Fiat cresce del 28,1% a oltre 240mila unità, Citroen dell’11,1% e Opel/Vauxhall del 7,2%; sul fronte opposto Alfa Romeo perde il 22%, DS il 17,8% e Jeep il 6,5%.

Prosegue il recupero di Tesla che ha chiuso agosto in crescita del 4% a 15.430 immatricolazioni nell’area Ue+Efta+UK. Nei primi otto mesi il costruttore statunitense ha raggiunto 191.787 vetture, +43,3%, portando la quota al 2,1% dall’1,5%.

La crescita più marcata resta però quella dei marchi cinesi. Secondo dati Dataforce riportati da Automotive News, le vendite sono aumentate ad agosto del 111% a 97.639 unità, portando la quota a un record dell’11,7%. Byd è diventato il primo marchio cinese in Europa con 26.103 immatricolazioni, davanti a Chery e Saic. Nei primi otto mesi i brand cinesi hanno venduto 913.703 vetture e portato la quota al 9,9% dal 5,2% di un anno prima.

A sostenere l’avanzata cinese contribuiscono anche le ibride plug-in (Phev) che non sono soggette a dazi aggiuntivi. Le vendite sono triplicate ad agosto, raggiungendo una quota del 34% nel segmento.

Endometriosi: il confronto per il futuro delle terapie

Milano, 23 set. (askanews) – L’endometriosi riguarda in Italia circa 3 milioni di donne, una patologia cronica e infiammatoria che può avere un impatto importante sulla qualità di vita

È proprio partendo da questa complessità che si è sviluppata la conferenza stampa “Endometriosi: linzagolix personalizza la terapia e ridefinisce la cura”, organizzata da Theramex Italia.

Un momento di confronto dedicato all’evoluzione delle opzioni terapeutiche e ai nuovi modelli di gestione della malattia.

Intervista al Prof. Stefano Uccella, Professore ordinario di Ginecologia e ostetricia, Università degli Studi di Verona, Primario di Ostetricia e Ginecologia presso l’Ospedale di Verona e Direttore della Scuola di Specializzazione in Ginecologia e Ostetricia – Università di Verona: “Questo farmaco blocca l’attività dell’ovaio: in pratica fa smettere di produrre all’ovaio estrogeni e progesterone, gli ormoni femminili dell’età fertile. Questa cosa di fatto è un’induzione di menopausa, che non è accettabile in una donna giovane e infatti per questo motivo va aggiunta quella che, in termini tecnici, si chiama add-back therapy. Di fatto è una terapia ormonale fatta di estrogeni naturali e progesterone che permettono alla donna di non avere i sintomi della menopausa.”

Una novità che si inserisce in un percorso orientato a una maggiore personalizzazione delle cure, tenendo conto delle caratteristiche e delle esigenze delle singole pazienti.

Intervista a Fabrizio Savoldi, General Manager Theramex Italia: “Da sempre l’impegno di Theramex è quello di offrire soluzioni innovative per la cura della salute della donna a 360 gradi, dalla età giovane all’età adulta. Obiettivi raggiunti o obiettivi da raggiungere? L’obiettivo raggiunto è sicuramente quello di oggi, che è il lancio di linzagolix nell’indicazione in endometriosi, ma il nostro impegno non si ferma: gli obiettivi futuri saranno quelli di continuare a supportare clinici, istituzioni e pazienti per migliorare la cura della salute della donna.”

L’obiettivo è dunque quello di rendere la gestione dell’endometriosi sempre più personalizzata, intervenendo sui sintomi e puntando a un miglioramento concreto della qualità di vita delle donne.

Paradosso San Francisco: Faraoni e robotaxi sotto lo stesso cielo

San Francisco (California), 23 set. (askanews) – Dopo aver fatto registrare oltre 400.000 visitatori a Roma, la mostra “Treasures of the Pharaons” arriva a San Francisco, al de Young Museum di Golden Gate Park, fino al 31 gennaio 2027. Più di cento reperti – molti mai esposti prima in Nord America – raccontano tremila anni di civiltà egizia, inclusi oggetti importanti provenienti dalla “Città d’Oro” di Amenhotep III.

Il passaggio dalle Scuderie del Quirinale al de Young non è solo geografico: segna il transito da uno dei palazzi espositivi più prestigiosi d’Europa a un’istituzione americana di primo piano. Il de Young, nato come padiglione permanente dell’Esposizione Internazionale del 1894 e intitolato al magnate dei giornali M.H. de Young, è oggi un protagonista culturale della West Coast. La sua sede attuale, firmata dagli architetti svizzeri Herzog & de Meuron e inaugurata nel 2005, è una sorta di scultura di rame ossidato che sembra emergere dal verde di Golden Gate Park, con una torre-osservatorio da cui lo sguardo spazia sulla città e sull’oceano.

L’esperienza della visita si carica così di una doppia stratificazione temporale. Dentro, la luce calda delle sale accompagna il visitatore tra maschere funerarie, gioielli, stele e frammenti di vita quotidiana dell’antico Egitto, con un allestimento che valorizza la narrazione storica e il dettaglio archeologico. Fuori, il museo è immerso in un parco disegnato all’inizio del Novecento, dove viali intitolati a figure chiave del presente – da John F. Kennedy Drive a Martin Luther King Jr. Drive – disegnano una geografia simbolica della modernità. Attorno, San Francisco mostra il suo volto più contemporaneo: lungo le strade che costeggiano il parco, i robotaxi Waymo sfrecciano silenziosi, guidati da intelligenze artificiali che leggono il traffico in tempo reale. E prendere un Waymo per raggiungere il de Young sembra un modo per vivere in pieno il paradosso della città: un luogo dove i faraoni e i veicoli autonomi coesistono sotto lo stesso cielo. La città è destinazione consigliata da Brand Usa, Visit California e Visit San Francisco.

Da supply chain a ecosistema, le sfide del canale ICT italiano

Roma, 23 sett. (Askanews) – Cinquecentosessantuno milioni di euro contro seicento. È la fotografia che divide l’Italia dalla penisola iberica, dove le cose sono andate meglio, e racconta meglio di qualsiasi discorso lo stato di salute del mercato ICT nostrano. Fermo. I dati raccolti nell’ultimo trimestre parlano di un andamento sostanzialmente piatto dall’inizio del 2025, con variazioni comprese tra +0% e -2% a seconda degli indicatori considerati (Esprinet, Investor Call). E in un comparto hardware ormai maturo la partita vera si gioca da un’altra parte: nei segmenti a maggiore marginalità come Solutions & Services, quelli che mostrano crescita e peso strategico superiori rispetto ai settori più stagnanti. A dare la spinta ci pensano software e intelligenza artificiale gli acceleratori che stanno tenendo in piedi i distributori europei.

Proprio dentro questa trasformazione va letto il cambio di guida di TD SYNNEX Italy, realtà

che fa parte del gruppo global TD SYNNEX (NYSE:SNX), primo distributore di soluzioni IT al

mondo per fatturato e quota di mercato. Dal primo settembre Vincenzo Bocchi ha preso in mano la responsabilità della country italiana in qualità di VP, poco meno di diecimila clienti e circa 350 dipendenti. Dal primo settembre prendo la responsabilità di tutta la parte Country Italia, dopo dodici anni passati in distribuzione con il gruppo , dichiara Bocchi che con un percorso costruito in oltre trent’anni di information technology, ha iniziato in un’azienda che allora fatturava mezzo miliardo in Italia e che oggi ragiona su cifre ben più grandi.

Ma il punto vero è che è cambiato il mestiere stesso del distributore. Il vecchio schema lineare magazzino, credito al canale, logistica ha ceduto il passo a qualcosa di molto più complicato. Oggi quello che era il distributore tradizionale è divenuto l’aggregatore di soluzioni precisa Bocchi e continua siamo passati dall’intermediazione logistica all’orchestrazione dell’ecosistema, con ulteriore specializzazione tecnica e servizi a valore aggiunto .

Non è questione di etichette. Non si parla più tanto di supply chain ormai nel nostro settore quanto di ecosistema, perché è un concetto completamente diverso continua il manager.

E l’ecosistema, per come lo descrive lui, è un intreccio di attori vendor, integratori, startup, clienti finali che non camminano più su una catena a senso unico.

Tre le dinamiche che spingono il riposizionamento. La prima è il consolidamento dei rivenditori, che le stime collocano tra le quindici e le ventimila imprese in contrazione. Poi c’è l’esternalizzazione delle competenze da parte dei vendor. Infine la riduzione dei tier-one nei nuovi contratti. Bocchi tira fuori il caso Microsoft e il passaggio al modello CSP (Cloud Solution Provider): meno partner diretti e con la distribuzione che eroga prevendita, supporto tecnico di primo e secondo livello, formazione certificata. Quelle competenze che una volta i produttori si tenevano strette adesso le chiedono a chi sta in mezzo.

Sull’intelligenza artificiale, invece, il collo di bottiglia lo identifica senza giri di parole. Il problema vero per cui queste soluzioni iniziano a scalare è legato al fatto che oggi tutti fanno il proof of concept e pochissime di queste soluzioni vanno in produzione precisa Bocchi.

Piattaforme e software non mancano di certo. Mancano le persone capaci di calarli nei processi di business reali. Da qui il programma Destination AI, che nel corso di tutto lo scorso anno ha girato l’Italia partendo dalla formazione su tecnologia e mercato per arrivare a colmare il gap sul singolo progetto. Con risultati tangibili: fornitori italiani di soluzioni AI diventati vendor software europei, startup nate al Politecnico di Milano che lavorano in white label su progetti di architettura del dato per il canale.

Che la domanda sia selettiva ma tutt’altro che ferma lo confermano le stime: per l’IT business italiano si parla di un CAGR di circa 8% nel periodo 2022-2025 . Non crescono i volumi indistinti, però crescono le componenti a valore aggiunto, quelle dove la marginalità tiene e dove la competizione si sposta dal prezzo alla capacità di progettare. Sull’hardware puro, i pc e gli endpoint senza servizi attaccati, la guerra resta feroce e il cliente cambia distributore con un clic. Sulle progettualità complesse il legame invece si stringe.

Poi c’è il territorio, e le persone. TD SYNNEX Italy ha sedi a Milano, Roma, Firenze e Lecce, dove il radicamento genera occupazione qualificata. Trovare figure preparate resta un problema, soprattutto nella fascia tra i venticinque e i trent’anni. L’azienda ci prova con stage, un’Academy interna aperta anche a utenti esterni e un modello organizzativo flessibile ereditato dagli anni della pandemia.

Il payoff “Making IT Personal” e il significato del logo ispirato al Nautilus, alla sezione aurea e alla successione di Fibonacci come simbolo di crescita continua sono fonte di ispirazione per il solido nuovo gruppo di distribuzione che si affaccia alla nuova sfida del mercato.Nella struttura capitanata da Bocchi ci sono anche Antonella Baldassarre e Marella D’Avino che hanno dato un forte impulso alla strategia di comunicazione anche con l’apertura del canale TikTok italiano come pilot mondiale per l’employer branding.

Davanti c’è anche una razionalizzazione ancora più spinta dei portafogli vendor e un peso crescente di cloud, sicurezza e AI. Chi riuscirà a passare da fornitore di prodotti a orchestratore di soluzioni troverà spazio in un mercato che, sui numeri complessivi, cresce poco ma seleziona parecchio.

Suppletive, Vannacci "Ponzio Pilato" spinge Giannetta: volete Reggio o Barabba?

Roma, 23 set. (askanews) – Ci sono l’affondo, l’appello e il fuoriprogramma perchè, a un certo punto, nella piazza di Reggio Calabria, dove Futuro nazionale con Vannacci ha organizzato il comizio conclusivo della campagna elettorale per la corsa di Domenico “Mimmo” Giannetta, ex Forza Italia, alle suppletive alla Camera, va via la luce. Telefoni accesi e un coro: “Chi non salta comunista è”. “Ci provano, ma non ci riescono, abbiamo tutte le tv contro e cresciamo ancora” urla l’ex generale appena torna la luce e lo sguardo sulle prime file mette in risalto la giovane, giovanissima età, dei militanti.

“Dicono che io faccio paura ai giovani, ma sono loro ad avere paura” osserva Roberto Vannacci punzecchiando il centrodestra che ha candidato Fabio Roscioli, avvocato romano, tesoriere del partito e legale di fiducia ieri di Silvio Berlusconi, ora della figlia Marina. “Uno calato dall’alto, che non conosce Reggio” e non potrà rappresentarla a Montecitorio, dicono nel partito dell’europarlarmentare.

E proprio su questo punto Vannacci sfida la platea, usando un linguaggio che sarebbe sacrale, se i suoi stessi social non fossero infestati dai meme che hanno come protagonista “Vannaccius”. Eccolo, dunque, ricalcare alla bisogna la celebre domanda, riportata dai Vangeli, del governatore romano della Giudea Ponzio Pilato alla folla (“Volete Gesù o Barabba?”): “Vogliono convincervi che se siete stati cornuti in passato dovete continuare ad essere mazziati anche in futuro, scegliendo qualcuno che non vi rappresenta, dovete scegliere tra Reggio Calabria e Barabba. Giannetta è Reggio Calabria”, incalza.

L’ex generale spera che Giannetta “sia il decimo deputato” di FnV a Montecitorio ma comunque vada quello del 27 e 28 settembre, dopo tutti i sondaggi, è il primo test nazionale del partito.

Pd si divide su antisemitismo, minoranza: ma su Ucraina no cedimenti

Roma, 23 set. (askanews) – L’appello di Elly Schlein al centrodestra sull’antisemitismo cade nel vuoto, se la leader Pd ieri sera aveva dato disponibilità a votare il testo a condizione che venga cambiata la definizione di antisemitisimo, il centrodestra fa sapere che non toccherà una virgola del ddl e il ‘no’ dei democratici a questo punto è un dato acquisito. Un esito scontato, che però mette agli atti anche lo smarcamento dei riformisti che ancora non hanno ufficializzato come voteranno, ma che sicuramente non diranno ‘no’ come il resto del partito. Una rottura che la minoranza incassa con rammarico, Piero Fassino parla di “errore”, ma i commenti di altri esponenti riformisti, a microfoni spenti, vanno ben oltre: “E’ l’ennesimo scivolamento verso M5s. A questo punto rimane solo la posizione sull’Ucraina a distinguerci da loro. E su questo non accetteremo sorprese…”.

Il sostegno, anche militare, a Kiev sarà uno dei punti centrali della convention dei riformisti in programma nel fine settimana a Prato, anche perché la linea rossa tracciata da Conte sul no alle armi a Kiev preoccupa molto, proprio alla luce di ciò che è successo sull’antisemitismo. Il Pd al Senato si era astenuto sul ddl, mentre alla Camera la segretaria Schlein e praticamente tutto il resto del partito hanno optato per il no. Solo l’ala che fa riferimento a Stefano Bonaccini e gli ex lettiani, raccontano, sono rimasti prudenti durante il dibattito di ieri sera al gruppo Pd.

Per i riformisti la spiegazione è una sola: “Elly teme di essere scavalcata da Conte su questo, ha ascoltato le sue parole a Nova e non ha voluto lasciargli lo spazio su un terreno molto sentito dalla nostra base”. Una spiegazione di fatto confermata da alcuni parlamentari della sinistra del partito che in Transatlantico, ieri, ragionavano: “Dobbiamo dire no, il nostro mondo altrimenti non capirebbe”, spiegava uno. “Ma Elly lo sa bene”, era la chiosa dell’altro parlamentare.

In assemblea, ieri sera, sono stati Fassino e poi Lorenzo Guerini a proporre la mediazione: asteniamoci tutti, così il partito resta unito. Tesi che non è passata, appunto, la Schlein ha spiegato le ragioni del no e ha rilanciato con l’appello al centrodestra: se cambiano la definizione di antisemitismo, abbandonando quella Ihra e assumendo quella della Dichiarazione di Gerusalemme lo votiamo. La prima definizione, è il ragionamento, rischiava di mettere fuorilegge anche le legittime critiche allo Stato di Israele.

La destra però ha detto no e ora la spaccatura al momento del voto pare inevitabile. Resta solo da capire se i 5 deputati riformisti (Fassino, Guerini, Quartapelle, Merola e Carè) voteranno sì o si asterranno. I dubbi registrati anche tra i bonacciniani e i lettiani hanno spinto i riformisti a prendere tempo, in attesa di capire se si può creare una pattuglia più ampia di astenuti, anziché votare sì, per dare più forza al dissenso rispetto alla linea ufficiale.

Ma, appunto, il vero timore ora riguarda l’Ucraina. Conte dice di non essere disposto a trattare e tra i riformisti sono state notate le parole di Francesco Boccia, l’altro giorno in tv: “Kiev si sostiene in molti modi: sostenendo l’Ucraina in maniera economico finanziario, sostenendo l’Ucraina sul piano della ricostruzione e su questo c’è una discussione aperta molto franca”. Qualche altro esponente della sinistra Pd invece ipotizzava: “Potremmo dire che ribadiamo anche il sostegno militare, ma se entro una data precisa – magari tre o sei mesi – l’Europa non nomina un negoziatore e non parte un vero negoziato smettiamo di mandare armi”. Tutti scenari che la minoranza non è disposta ad accettare: “Questo non lo accettiamo, non possiamo diventare M5s. E a Prato lo diremo chiaramente”.

Il fascino dell’autunno in Val di Fiemme tra foliage e benessere

Cavalese (Tn), 23 set. (askanews) – In Val di Fiemme l’autunno non è una pausa tra due stagioni, ma una stagione a sé, tutta da vivere, tra sport, natura, benessere e sapori.

“La quarta stagione, in un mondo come quello delle Olimpiadi, è qualcosa di unico e di magico, perché la consapevolezza di un territorio finalmente emerge per la qualità di ciò che riesce ad esprimere e lo pone la stagione va per molti chiudendosi – racconta ad askanews Paolo Gilmozzi, presidente dell’Azienda per il Turismo Fiemme-Cembra -. Invece no: per noi la natura non si spegne. Anzi, è tinta di tanti colori che danno una forza e un’attività dove il benessere vero e proprio emerge e ti fa vivere dei periodi incredibilmente belli, rilassanti. E ti dà la carica per poi passare un inverno spettacolare”.

Ottobre e novembre sono i mesi del foliage: così questo magnifico territorio del Trentino, incastonato fra le Dolomiti del Latemar e la Catena del Lagorai, si trasforma in uno spettacolo di colori da assaporare attraverso un’esperienza unica come il Forest Bathing, vero e proprio “bagno di foresta” per rigenerarsi immersi tra i boschi di abete rosso di Cavalese.

Per chi ama lo sport l’appuntamento è a Cembra, patria del curling e terra di medaglie olimpiche, dove per tutto ottobre si può scoprire e provare questa disciplina sul ghiaccio. La Val di Cembra è protagonista anche per l’enogastronomia, con degustazioni, visite nelle cantine e appuntamenti come Dolo-Vini-Miti e il Wine Trekking Gourmet. In Val di Fiemme, invece, torna la Desmontegada delle Vache, le mucche che rientrano dagli alpeggi, ed è possibile anche visitare gli impianti olimpici di Predazzo e del Lago di Tesero. Mentre per i più sportivi c’è la Fiemme UltraSky, con il trail running d’alta quota.

Puntare sull’autunno fa parte di una precisa strategia, mirata a fare della Val di Fiemme una destinazione turistica tutto l’anno. “Ci siamo impegnati molto, assieme a tutto il sistema turistico trentino, per valorizzare l’inizio dell’estate e la fine dell’estate, cercando di non considerarli solo dei momenti di spalla della stagione estiva, ma dando identità e dignità a questi due splendidi momenti dell’anno. E abbiamo organizzato numerosi eventi, numerose attività per rendere il territorio ancora più attrattivo – ci spiega Giancarlo Cescatti, Direttore generale dell’Azienda per il Turismo Fiemme-Cembra – . Il lavoro fatto ci sta dando ragione siamo molto fiduciosi quindi di trasformare la Val di Fiemme in un posto dove fare turismo e venire a fare vacanza tutto l’anno”.

Tra chi ha scelto di vivere la Val di Fiemme anche dopo l’estate c’è la coppia di artisti Stefano Bollani e Valentina Cenni.

“È molto stimolante da tutti i punti di vista essere in Val di Fiemme in un posto così importante per la musica. Ci ritempra, ci permette di nutrirci di bellezza – assicurano -. Si respira musica ovunque. Il silenzio di questo bosco è musicale in realtà. Ci fa star bene, ci nutre, ci permette di aprire dei canali, per cui appunto l’ispirazione sgorga, arriva e la possiamo poi mettere nelle nostre cose”.

Tajani: discorso Pezeshkian "molto duro, deve cambiare toni"

New York, 23 set. (askanews) – Il discorso del presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, tenuto oggi all’Assemblea generale dell’Onu è stato “molto duro”. Lo ha detto Antonio Tajani, il vicepresidente del Consiglio dei ministri e ministro degli Affari esteri parlando alla stampa a margine dei lavori al Palazzo di Vetro.

Il capo della diplomazia italiana ha aggiunto: “L’abbiamo detto: Noi lavoriamo per una soluzione diplomatica. L’Iran deve usare toni diversi. L’Iran deve rinunciare al percorso della costruzione dell’atomica. Quindi da questo punto di vista credo che bisogna sempre usare toni meno duri anche qui anche per difendere le proprie posizioni. Mai usare la parola terrorismo”.

Al via il Festival franco-italiano "Una Striscia di Terra Feconda"

Roma, 23 set. (askanews) – Torna il l festival Una Striscia Di Terra Feconda, giunto alla XXIX edizione, in programma dal 25 settembre al 25 ottobre a Roma, tra la Casa del Jazz, il Museo Macro e il Teatro Tor Bella Monaca, ma anche nel Lazio, a Santa Marinella, all’Auditorium ‘R. Trenta’ di Velletri e al Conservatorio Licinio Refice di Frosinone.

Dopo le due anteprime di Santa Marinella, il festival prende il via ufficialmente, venerdì 25 settembre, alle 19.30, alla Casa del Jazz di Roma con il trio Riessler, Melozzi e Riessler. Il trio riunisce tre voci distintive della musica europea contemporanea: Enrico Melozzi (violoncello), Michael Riessler (clarinetto basso) e Lorenzo Riessler (batteria).

Sabato 26 settembre alle 19.30 alla Casa del Jazz, Roberto Gatto Trio con Marco Molendini in Around Miles and Trane. Miles Davis e John Coltrane: due geni della musica, due inventori immaginifici, due simboli di un’America creativa, due amici legati da una storia profondamente connessa. Per rievocare la loro forza contagiosa, tutt’ora fortemente evocativa, Roberto Gatto e Marco Molendini uniscono musica e parole, suoni e storie in un viaggio libero, costruito per rendere omaggio a quei due maestri del jazz con gli occhi e le orecchie di oggi. Una produzione originale per questa edizione di Una Striscia di Terra Feconda. Un doppio appuntamento per domenica 27 settembre: in mattinata: alle 11,00, alla Casa del Jazz, Ludus Gradus, Cerchi Concentrici. Indagini disegnate e partiture musicali dialogano nell’architettura del qui e ora. Ludus Gravis è un ensemble di soli contrabbassi dedito alla ricerca e all’esplorazione di nuova musica, nato dall’incontro tra Stefano Scodanibbio e Daniele Roccato.

Alle 18, sempre alla Casa del Jazz, Lorenzo Simoni Quartet con Javier Girotto: Lorenzo Simoni, Vittorio Solimene, Giulio Scianatico e Fabrizio Doberti incontrano Javier Girotto, sassofonista argentino di fama internazionale, dando vita ad un quintetto inedito. Doppio appuntamento, venerdì 2 ottobre, alla Casa del Jazz, alle 19.30, Sarah Chaksad Quartet, una delle voci più interessanti del jazz europeo, sassofonista e compositrice svizzera, ha conquistato il pubblico e la critica internazionale. A seguire, A forza di essere vento con Maria Laura Baccarini, voce e Hélène Labarrière, contrabbasso, dedicato alle canzoni di Fabrizio De André. Ancora un doppio appuntamento, sabato 3 ottobre, alla Casa del Jazz. Alle 19.30, Residenza “Una Striscia di Insulae Mediterranee” (bando di concorso nazionale) Gruppo Under 35: vincitore VMV Trio feat. Laurent Dehors; il VMV Trio nasce dall’incontro di tre giovani musicisti pugliesi: Vincenzo Di Gioia (’03) al sax alto, Marco Cutillo (’01) alla chitarra e Vito Tenzone (’99) alla batteria, fra i più talentuosi e promettenti musicisti pugliesi della loro generazione. Ospite del trio il clarinettista Laurent Dehors. A seguire, Jacky Molard Quartet, il violinista Jacky Molard ha dato vita a un quartetto insieme a Hélène Labarrière (contrabbasso), Yannick Jory (sassofoni) e Janick Martin (fisarmonica).

Nuovo doppio appuntamento, domenica 4 ottobre, alla Casa del Jazz. Alle 18, Thomas Lasca Quartet ospite Javier Girotto “Prime Parole”, il primo progetto da solista del giovane chitarrista marchigiano Thomas Lasca, affiancato da Emilio Marinelli (pianoforte e synth) e da Andrea Elisei (batteria e drumpad).

A seguire, Canto Conte Trio, Ilaria Pilar Patassini interpreta le canzoni di Paolo Conte, il nuovo progetto di Ilaria Pilar Patassini, qui in veste di interprete e ideatrice, dedicato a una rilettura del mondo delle canzoni Paolo Conte e che ha avuto un grande riscontro a livello di critica tanto da risultare finalista della cinquina del Premio Tenco 2025 nella categoria Miglior Interprete.

Mercoledì 7 ottobre, alle 21, al Teatro di Tor Bella Monaca, il duo Javier Girotto e Vince Abbracciante: il talento della fisarmonica e l’argentino Girotto, lirici e molto melodici, dialogano alla ricerca di conversazioni intimiste.

Giovedì 8 ottobre, alle 19.30, ritorno alla Casa del Jazz, con un doppio appuntamento, Il Premio SIAE Top Jazz, un riconoscimento nato dalla collaborazione tra la SIAE e il prestigioso mensile Musica Jazz per valorizzare i migliori talenti e i vincitori del celebre referendum Top Jazz. Il trombettista toscano Jacopo Fagioli, vincitore del premio “Nuovo Talento” al Top Jazz 2025, presenterà Dialogue, il suo secondo album da leader. Alla guida di un quartetto con Davide Strangio (chitarra), Amedeo Verniani (contrabbasso) e Mattia Galeotti (batteria). A seguire, Ambrosetti, Angeleri, Esposito trio, sodalizio tra il pianista Claudio Angeleri, il flicornista Franco Ambrosetti e il bassista Marco Esposito nato negli anni Novanta.

Sabato 10 ottobre, alle 19.30, alla Casa del Jazz, Franco D’Andrea, piano solo. Con oltre 160 dischi incisi in Italia e all’estero e 20 premi Top Jazz vinti nella sua carriera, Franco D’Andrea è ormai considerato uno dei migliori pianisti contemporanei e rappresenta l’eccellenza che il jazz italiano ha saputo partorire negli ultimi 50 anni.

Domenica 11 ottobre, alle 18, alla Casa del Jazz, Alta Formazione Jazz, tre progetti nati dalla collaborazione con importanti istituzioni formative. Nel corso della serata si avvicenderanno tre formazioni. In apertura, il debutto di “Wildflowers”, un prestigioso ensemble nato dalla collaborazione con il Conservatorio di Musica “G. Martucci” di Salerno, con, Elena Paparusso voce, Mario Sacchettino voce, Pasquale Geremia sassofono tenore, Giada De Prisco chitarra, Carmine Storzillo pianoforte, Christian Trotta basso elettrico e Riccardo Leone batteria.

A seguire, Roberto Ottaviano Chansons en trois couleurs, in collaborazione con il Conservatorio di Musica N. Piccinni di Bari, nato dall’idea che esista una sottile linea transalpina capace di unire, al di là dei confini geografici, lo spirito di alcuni fra i più grandi musicisti francesi e italiani.

A chiudere la serata, Rosario Giuliani Hammond Jazz trio, in collaborazione con Saint Louis College of Music.

Martedì 13 ottobre, alle 21, al Teatro Tor Bella Monaca, Gabriele Coen/ Donatella Patino Quintet “Respiro”.

Domenica 18 ottobre, alle 18, all’Auditorium ‘R. Trenta’ di Velletri, Note di Piacere, tratto da Il Piacere, di Gabriele D’Annunzio, con Barbara Bovoli, voce narrante e Paolo Damiani contrabbasso, e composizioni.

Sabato 24 ottobre, alle 18, ingresso gratuito, al Conservatorio Licinio Refice di Frosinone, Paolo Damiani “Last Land Band”. Il nuovo progetto di Paolo Damiani, che propone un repertorio in bilico tra jazz e canzone, con Antonio Jasevoli ed Elena Paparusso, tra le più emozionanti voci del jazz italiano.

Chiusura di Una Striscia Di Terra Feconda, domenica 25 ottobre, alle 17, con un doppio appuntamento, a ingresso gratuito, al Museo Macro. Ad aprire il duo composto da Mederic Collignon, tromba e Christophe Monniot, sassofono.

A seguire, Eric Sèva e Daniel Zimmerman, due solisti d’eccezione che hanno deciso di prolungare la loro esperienza comune esplorando una formula intimista e del tutto inedita: il duo sax baritono / trombone, una combinazione di suoni che sprigiona una vibrazione calda, profonda e potente.

Il festival di jazz e musiche improvvisate Una Striscia di Terra Feconda, fondato e diretto da Paolo Damiani e da Armand Meignan, è nato nel 1998 per promuovere innovazione e ricerca, valorizzando la diversità musicale e coinvolgendo non solo artisti assai noti ma anche nuovi talenti, invitati ad esibirsi in contesti di notevole prestigio, grazie al Premio Siae e alle residenze: 4-5 artisti- spesso senza mai essersi incontrati prima , provano per 3-4 giorni le loro composizioni, creando così’ nuovi gruppi e repertori, a volte registrati su disco e diffusi grazie a Radio3; l’obiettivo è sostenere forme e linguaggi musicali contemporanei, sperimentali, ibridi, che vadano oltre i generi tradizionali, promuovendo anche l’incontro tra musica e altre discipline- letteratura, video, danza- verso l’interdisciplinarietà.

La manifestazione è ritenuta dalla critica specializzata tra le più originali e innovative in Europa, nella graduatoria nazionale relativa alla Qualità Artistica dei 19 Festival storici, stilata dal Ministero della Cultura, Una striscia di terra feconda risulta al secondo posto in Italia. Nel 2022 il festival ha vinto il Premio Gender Equality assegnato dalla Federazione nazionale del jazz italiano, per la consistente presenza di artiste donne nel programma.

La rassegna fa parte delle più importanti reti europee di jazz, EJN e I-JAZZ.

Diverse prestigiose istituzioni italiane sostengono il festival: il Ministero della Cultura , la la Regione Lazio, il Comune di Roma (Municipio II), Zetema, la SIAE (main sponsor), la Fondazione Musica per Roma – Auditorium Parco della Musica, la Casa del Jazz, Institut Français in Italia- Ambasciata Francese a Roma, la Fondazione Nuovi Mecenati, Goethe Institut, il Museo Macro, RAI Radio 3 (media partner), il Centro di Produzione Insulae Lab, MIDJ, Puglia Sounds, Azienda Speciale PalaEXPO, Promu, Musica Jazz, il Teatro di Tor Bella Monaca, I-jazz, il Conservatorio di Salerno, il Conservatorio di Bari, il Conservatorio di Frosinone, la Scuola Saint Louis, i Comuni di Santa Marinella e Velletri.

Caos tra i moderati del centrosinistra, Onorato attacca Tabacci

Roma, 23 set. (askanews) – Lite tra i moderati del centrosinistra, l’area centrista non trova pace e alla polemica tra Iv e le altre forze dell’area adesso si aggiunge lo scontro aperto tra Alessandro Onorato, promotore di ‘Progetto civico’ e Bruno Tabacci di Centro democratico. Un tutti contro tutti che, in parte è un’eco del braccio di ferro tra Elly Schlein e Giuseppe Conte e che al momento frammenta la galassia riformista in una pletora di sigle che non trovano un denominatore comune. Il leader M5s punta su Onorato, patrocinato da Goffredo Bettini, Matteo Renzi sconta l’ostilità dei 5 stelle, non è amato da tanti anche nel Pd, ma ha un rapporto consolidato con la segretaria dem. Alle primarie i voti di Progetto civico all’eventuale ballottaggio potrebbero finire proprio a Conte, mentre Renzi andrebbe sulla Schlein.

Oggi Onorato attacca Tabacci per un articolo comparso sul Foglio nel quale il parlamentare di Centro democratico dice di non avere intenzione di mettere il proprio simbolo a disposizione di Progetto civico, operazione che abbasserebbe drasticamente il numero di firme necessarie per presentare le liste. Tabacci, inoltre, chiede: “Cosa vogliono fare? Andare con Conte? Esplicitino i loro progetti e poi vediamo”. L’assessore romano replica duramente: “Ha detto che gli avrei chiesto il simboloà Non è vero, è una fake news”.

Ma Onorato non si limita a smentire: “Caro Bruno, sono più di trent’anni che stai in Parlamento. Alla tenera età di ottant’anni rappresenti perfettamente il nostro paese: gente che ha avuto tutto, forse troppo, e non vuole lasciare il campo al cambiamento”. L’attacco è frontale, il promotore di Progetto Civico Italia accusa Tabacci di non avere voti: “Vuoi fare il partito con Ruffini, che è una bravissima persona? In bocca al lupo, fallo. Con te più che ‘Più uno’ diventa ‘Meno uno’à So che voi siete abituati ad andare in Parlamento senza voti. Vi apprestate a fare i camerieri di Matteo Renzi”.

Un affondo che fotografa appunto il caos che continua a regnare sull’ala destra del ‘campo largo’. Allo stato Renzi, con la sua ‘Casa riformista’, è l’unico pronto a correre alle elezioni: ha il simbolo, ha una sua struttura organizzata. Ma proprio questo è ciò che temono gli altri, ovvero Più Europa, Avanti Psi, Centro democratico, Più Uno di Ernesto Ruffini. Il leader Iv è abile e nessuno è disposto a lasciargli il timone del comando: “Quelli di Più Europa – racconta uno dei centristi – ricordano ancora le europee del 2024, quando due su tre dei candidati in lista erano di Renzià”. Inoltre preoccupa la presenza ingombrante dell’ex premier, “è continuamente in Tv. Ma noi non possiamo entrare nel ‘partito di Renzi'”.

La nuova legge elettorale, del resto, non facilita le cose per ‘gli altri’, l’alto numero di firme richiesto per le nuove liste avvantaggia Iv e questo “concede un potere contrattuale enorme a Renzi, così non ci stiamo”. D’altro canto, i rapporti non sono facili nemmeno con Onorato, come dimostra il botta e risposta di oggi. Perché, appunto, sullo sfondo c’è il posizionamento delle ‘truppe’ in vista della conta tra Schlein e Conte alle primarie.

Con le norme della nuova legge elettorale solo il ‘miglior perdente’ sotto lo sbarramento del 3% potrà eleggere qualche parlamentare, anche se tutti i voti di chi supera almeno l’1% verranno conteggiati per definire il risultato della coalizione. Stando ai sondaggi attuali più o meno tutte le forze centriste rischiano di essere sotto l’asticella e con queste premesse c’è il rischio di avere addirittura tre liste centriste diverse accanto a Pd-M5s-Avs. Un caos che forse potrebbe risolversi almeno in parte solo dopo le primarie.

Adm

A Firenze la forza del frammento nella mostra “Broken”

Firenze, 23 set. (askanews) – Cinquemila anni di storia e scultura attraverso la forza rivoluzionaria del frammento. È la mostra “Broken. The Power of the Fragment” a Palazzo Strozzi, nata in stretta collaborazione con la National Gallery of Art di Washington e curata da Arturo Galansino, C.D. Dickerson III e Andrew Sears. Un viaggio monumentale che spazia dai reperti egizi ed etruschi fino alle sculture della Costa d’Avorio e del Vietnam, passando per capolavori di Giovanni Pisano, Michelangelo, Canova e icone come la mano colossale di Costantino, per arrivare fino all’arte contemporanea di Louise Bourgeois e Francesco Vezzoli.

Arturo Galansino, direttore generale della fondazione Palazzo Strozzi: “Vediamo che dietro queste rotture ci sono rivoluzioni politiche, culturali, religiose, ci sono dei passaggi di potere, di regimi, ci sono delle vere proprie trasformazioni storiche. Spesso è la natura stessa a distruggere le opere. Quindi, come vediamo, queste rotture diventano subito molto più attuali perché ci portano in una storia che conosciamo, anche purtroppo in questi giorni, anche in modo diretto di distruzioni, di guerre, di conflitti, di cambiamenti climatici”.

Il percorso unisce epoche e linguaggi diversi per insegnarci a guardare la potenza dell’arte al di là della sua interezza. L’esposizione resterà aperta a Palazzo Strozzi fino al 24 gennaio 2027 per poi trasferirsi, in veste rinnovata, proprio a Washington.

Verdone: aiutiamo giovani con Premio Mario Verdone, ma momento è cupo

Roma, 23 set. (askanews) – E’ stata annunciata a Roma la cinquina dei finalisti del Premio Mario Verdone, padre di Carlo, Luca e Silvia: sono Davide Angiuli per “Cattiva strada”, Gabriele Berti, Giovanni Nasta e Diego Tricarico per “Strike – Figli di un’era sbagliata”, Mara Fondacaro per “Il primo figlio”, Alberto Palmiero per “Tienimi presente”, Tommaso Renzoni per “Notte prima degli esami 3.0”.

Come ogni anno il premio dedicato al professore e grande storico del cinema, verrà consegnato dai figli durante il Festival del Cinema Europeo diretto da Alberto La Monica, che si terrà a Lecce dal 7 al 14 novembre. Carlo Verdone ha detto: “Devo dire che in questi 17 anni, perché siamo arrivati alla 17esima edizione del premio Mario Verdone, molti di questi giovani autori sono andati avanti con una certa autorevolezza”.

Il premio viene assegnato a un autore italiano di opera prima che si è distinto nella stagione cinematografica appena trascorsa. Anche se, sottolinea Verdone, oggi non è facile fare film.

“Viviamo in tempi che non sono dei bei tempi, anche dal punto di vista delle relazioni umane è tutto così complicato. – ha detto il regista – C’è tante cattive notizie che vediamo continuamente, una bella notizia non la trovi più. Tutto questo incupisce in qualche modo l’autore, che deve fare uno sforzo enorme per guardare nella realtà dei dettagli che può poi sviluppare in un racconto ma non è facile”.

“Preti contro il genocidio” sfilano a Roma: serve pace coraggiosa

Roma, 23 set. (askanews) – La rete “Preti contro il genocidio” è tornata a manifestare a Roma a un anno dalla prima mobilitazione. Circa cento sacerdoti, arrivati da otto Paesi e da diverse regioni italiane, hanno attraversato la città, da San Pietro alle vie del centro, tra preghiere, testimonianze e un messaggio forte contro la guerra.

“Pregare e camminare per la pace, siamo qui sotto alla sede di Leonardo, come punto finale di questa nostra marcia”, ha raccontato ad askanews Don Paolo, parroco di Anguillara Sabazia.

La marcia si è conclusa davanti alla sede di Leonardo Spa in Piazza Monte Grappa, a ricordare le responsabilità legate al settore degli armamenti.

La rete è nata un anno fa, quando – secondo il presidente di Pax Christi Italia, il vescovo Giovanni Ricchiuti – parlare di genocidio a proposito di Gaza veniva considerato da alcuni una forma di blasfemia e antisemitismo. Da allora la mobilitazione si è allargata e sarebbero circa duemila – tra sacerdoti, vescovi e cardinali – quelli che hanno aderito al movimento nel mondo.

Padre Dario Bossi, missionario comboniano: “Questo stesso movimento si sta replicando in Spagna, in Irlanda, in UK, Stati Uniti e in Brasile. Quindi iniziative diverse, con molta libertà, senza nessuna istituzionalità, per scuotere dal di dentro la Chiesa, perché una parola di pace coraggiosa sia assunta non solo dai preti”.

Il movimento nasce anche dalle testimonianze raccolte direttamente sul terreno, durante un recente pellegrinaggio in Terra Santa. Racconta Don Paolo, parroco di Anguillara Sabazia: “È stato un pellegrinaggio di giustizia, siamo andati ad ascoltare il popolo palestinese, con le sue ferite, i suoi drammi”, ha affermato.

“È una terra dove succedono delle cose senza un perché. Non c’è un perché per uccidere un bambino di 7 anni, da un giovane militare israeliano, che spara a un bambino in braccio alla sua mamma, questo abbiamo ascoltato”, ha aggiunto.

“Abbiamo sentito la fatica delle donne delle comunità che devono sostenere le proprie famiglie, in quanto i propri mariti sono ormai uccisi o incarcerati senza nessun, nessun processo”, ha sottolineato.

Nucleare, Meloni: scelta coraggiosa e di buon senso, altro impegno mantenuto

Roma, 23 set. (askanews) – “Oggi il Parlamento ha approvato in via definitiva la legge sul nucleare. Dopo quasi quarant’anni, l’Italia torna ad avere un quadro di regole per produrre energia nucleare. Una scelta coraggiosa e di buon senso”. Lo scrive sui social la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

“Oggi – sottolinea – importiamo elettricità prodotta dalle centrali nucleari di nazioni vicine, ma non possiamo produrla noi. Questa legge serve a cambiare le cose. Cosa significa per famiglie e imprese: Più sicurezza energetica: meno dipendenza dall’estero e meno esposizione alle crisi internazionali che abbiamo pagato in bolletta. Energia stabile e a basse emissioni, che lavora insieme a tutte le altre, a partire dalle rinnovabili. Una risposta concreta alla domanda di elettricità che crescerà con data center e intelligenza artificiale. Parliamo di tecnologie di nuova generazione, non delle vecchie centrali. Ora il Governo scriverà le norme attuative su sicurezza, autorizzazioni, gestione dei rifiuti e rapporto con i territori. Era un impegno preso con gli italiani. Un altro impegno che abbiamo mantenuto”.

Direttrici e scienziate: i Podcast di Askanews presentati a Roma

Roma, 23 set. (askanews) – Un pomeriggio per parlare di donne, scienza, musica e podcasting: è “Podcast Askanews, notizie, storie, sguardi”, la tavola rotonda che ha luogo il 25 settembre nella sede dell’agenzia a via San Martino della Battaglia. L’incontro fa parte del festival diffuso che prelude alla due giorni di incontri a Milano del Festival del Podcasting.

Askanews (che da quasi 15 anni produce oltre al suo flusso di testo un flusso consistente e quotidiano di videonotizie), da un anno ha varato la rubrica di approfondimento SGUARDI. Curata dalla caporedattrice Alessandra Quattrocchi, si declina in interviste video long format e in podcast per raccontare il mondo che cambia, identificando persone emblematiche delle correnti trasformative della nostra società.

SGUARDI produce attualmente tre filoni di podcast con particolare attenzione ai racconti delle donne: uno è dedicato alle “Direttrici d’Orchestra” italiane e straniere attive negli enti lirici in Italia; il secondo alle “Italiane della Scienza” attive in Italia e all’estero, in enti pubblici e aziende private. Il terzo intervista altri protagonisti dell’attualità.

L’evento del 25 settembre presenterà questi podcast con il direttore di Askanews Gianni Todini, la curatrice di SGUARDI Alessandra Quattrocchi, Annamaria Nassisi, fisica e manager in Thales Alenia Space (una delle intervistate della serie “Italiane della Scienza”, curatrice del festival “Donne fra le stelle”), il direttore editoriale di Askanews Paolo Mazzanti, il direttore de La Voce di New York Giampaolo Pioli, e il direttore della produzione di Askanews Alessandro Zicca.

Appuntamento alle 17 a via San Martino della Battaglia 31, la sede centrale di Askanews di fronte alla stazione della metropolitana Castro Pretorio.

Si parlerà anche di come mutano le prospettive dell’astrofisica a fronte del massiccio ingresso del capitale privato nella corsa allo spazio; e più vicino a noi, di come sia mutato il panorama produttivo delle fonti primarie in Italia, e del valore che hanno, per un’agenzia di stampa, in generale gli approfondimenti e in particolare lo strumento podcast, per la sua agilità e per le nicchie di pubblico a cui può offrire il suo contributo informativo.

Immigrazione, prima anticipazione del Dossier statistico 2026

Roma, 23 set. (askanews) – L’Aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) diminuisce a livello globale, proprio quando le disuguaglianze aumentano rapidamente insieme alla popolazione nei Paesi più poveri. Intanto la cooperazione internazionale sta cambiando pelle e rischia sempre più di diventare uno strumento improprio di controllo delle partenze, oltre che di sostegno agli investimenti e di riduzione dei rischi delle imprese dei Paesi donatori. Lo evidenziano i dati raccolti nel Dossier Statistico Immigrazione 2026 realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS (in collaborazione con il Centro studi Confronti e l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”), che sarà presentato il 27 ottobre al Teatro Nuovo Orione di Roma e, in contemporanea, in tutte le regioni italiane, con approfondimenti locali.

Una cooperazione che cambia scopo La popolazione mondiale potrebbe superare i 9,7 miliardi entro il 2050, ma l’aumento non è omogeneo tra Nord e Sud del mondo. Mentre l’Europa perde rapidamente abitanti (-4,4%), sono i Paesi con Isu più basso – l’indice di sviluppo umano, che misura il benessere non solo in base a criteri economici – a crescere di più (+65,9%). Il continente africano, ad esempio, potrebbe raggiungere i 2,5 miliardi di abitanti entro il 2050, producendo appena il 5,5% del Pil globale a parità di potere di acquisto. È su questo scenario che dovrebbe intervenire la cooperazione internazionale, contribuendo a riequilibrare le diseguaglianze e le vulnerabilità che affliggono in maniera crescente i Paesi del Sud del mondo. Un obiettivo, evidenzia il Dossier, sempre più urgente e che non può tradursi in una mera strategia per contrastare l’emigrazione da quei Paesi: la sua efficacia non può essere cioè valutata sulla capacità di “trattenere le persone”, anche perché i dati smentiscono l’equazione secondo cui più sviluppo significherebbe automaticamente meno emigrazione. Bisogna anzi accettare che, almeno nelle prime fasi, un corretto aiuto allo sviluppo possa addirittura favorire la mobilità: il miglioramento delle condizioni di vita accresce le risorse disponibili e apre nuove prospettive, alimentando anche l’aspirazione a partire.

Invece, proprio mentre guerre, povertà e crisi climatiche accrescono i bisogni, la cooperazione si contrae e, non raramente, viene piegata al contenimento delle migrazioni, come mostra l’intesa dell’Ue con la Tunisia di Kais Saied, che affianca aiuti economici a finanziamenti per il controllo delle frontiere. Dopo il picco di 223,9 miliardi di dollari nel 2023, l’Aps dei Paesi Dac (gli Stati membri del Comitato per l’aiuto allo sviluppo dell’Ocse) è diminuito negli ultimi due anni di quasi il 28% in termini reali, scendendo a 174,3 miliardi. Con 7,3 miliardi di dollari, anche l’Italia resta lontana dall’obiettivo internazionale dello 0,7% del reddito nazionale lordo, fermandosi allo 0,3% nel 2025. Ad aggravare il quadro si aggiunge la constatazione che una quota rilevante dell’Aps italiano non raggiunge i Paesi partner destinatari degli aiuti, ma resta sul territorio nazionale. Nel 2024 il 26,7% delle risorse sono state destinate all’accoglienza dei rifugiati in Italia, dato più che doppio rispetto alla media dei Paesi Dac.

Un Piano Mattei molto italiano È in questo contesto che va analizzato il Piano Mattei per l’Africa, che ha assunto un peso notevole nella cooperazione italiana, coinvolgendo oggi 18 Paesi africani e 76 progetti principali. Il rischio è che con il Piano, spiega il Dossier, cresca soprattutto “il peso della finanza mista, che utilizza risorse e garanzie pubbliche per ridurre il rischio degli investimenti privati”.

Il tema non è stabilire se una cooperazione, sulla carta paritaria, sia positiva o negativa, né negare l’importanza degli investimenti – come la conversione di circa 269 milioni di euro di crediti bilaterali in progetti di sviluppo – ma capire quale funzione debba avere la cooperazione allo sviluppo e quali interessi vadano privilegiati. Nel Piano Mattei, ricostruisce il Dossier, la lotta alla povertà e alle disuguaglianze, la tutela dei diritti umani e lo sviluppo sostenibile si affiancano a obiettivi come la sicurezza energetica, l’internazionalizzazione delle imprese, l’accesso alle materie prime e la prevenzione dell’immigrazione irregolare. Resta da capire quali obiettivi prevalgano: i governi africani sono coinvolti, ma società civile e comunità locali hanno ancora poco spazio nella scelta e nella valutazione degli interventi. Il rischio è che gli interessi italiani pesino più dei bisogni locali.

Aiutarsi… da soli Se la cooperazione internazionale fatica a mantenere le proprie promesse, il vero aiuto allo sviluppo che continua a funzionare è quello informale: le rimesse che i migranti inviano nei Paesi di origine. Oggi queste, pur non sostituendo gli Aps, sono una parte strutturale della migrazione, con un volume complessivo di trasferimenti che è arrivato a 879 miliardi a livello mondiale lo scorso anno e che toccherà i 1.100 miliardi nel 2030. Il Dossier fornisce un andamento decennale delle rimesse dall’Italia: gli oltre 8,6 miliardi di euro inviati nel 2025 sono quasi il 70% in più rispetto al 2016. Nello stesso anno, l’Aiuto pubblico allo sviluppo italiano ha raggiunto quasi 7,3 miliardi di dollari, pari a circa 6,5 miliardi di euro: le rimesse lo hanno superato dunque di oltre 2,1 miliardi di euro. Quello delle rimesse, oltretutto, è un fenomeno anticiclico, cioè costante e praticamente immune a condizionamenti esterni; ma il loro impiego sta cambiando almeno per due importanti aspetti: il primo è che oggi solo il 22% dei risparmi accumulati in Italia vengono inviati “a casa”, contro il 47% del 2017, a indicare che gli immigrati reinvestono le proprie risorse soprattutto nel Paese in cui vivono. Il secondo è che una quota sempre più alta delle rimesse viene finalizzata a investimenti veri e propri nel Paese di origine, piuttosto che a coprire necessità immediate. Come a dire: “a casa loro” già si aiutano essi stessi.

Comprendere e governare l’IA, un percorso formativo per creare leader

Roma, 23 set. (askanews) – Presso la Pontificia Università Antonianum, a Roma, si svolge il percorso formativo “L’antropocentrismo e la visione critica ai tempi dell’IA”, promosso dall’Osservatorio internazionale per l’Intelligenza Integrale, l’Etica e il Valore pubblico, in collaborazione con la Mississippi State University. Il presidente Formez, prof. Giovanni Anastasi, ha tenuto una lezione su “Il pensiero critico contro il fatalismo tecnologico”.

Giovanni Anastasi, presidente Formez: “Continuiamo a chiedere le stesse risposte, quando in realtà il futuro sarà di chi sarà in grado di fare nuove domande. Quindi aiutiamo soprattutto i nostri ragazzi a sviluppare la capacità di fare nuove domande. Tutti, o molte persone, parlano di necessità di essere antropocentrici nel rapporto col New Normal, quindi col mondo dell’Intelligenza Artificiale, ma non diventeremo antropocentrici in modo automatico. Quindi occorre fare qualcosa: la formazione è una via importantissima, non è una formazione tecnica, ma una formazione basata sulla logica”.

“Lavoriamo per creare più leader, perché consapevolezza in un mondo tecnocratico è democrazia. Il senso dell’essere leader – spiega ancora il presidente Formez – nasce dal fatto di avere consapevolezza: a mio avviso un follower ad esempio è una persona che cerca le notizie e le fonti legate ad esse sulla base dei propri pregiudizi, non è in grado di confrontare differenti fonti, non è in grado di analizzarne la veridicità e in realtà non ha così voglia di pensare, perché pensare o avere la voglia di essere leader, quindi di condurre e creare il proprio futuro tutto sommato è uno sforzo”.

“È importante aiutare le persone a sviluppare pensiero critico e consapevolezza di sé e un percorso logico basato sui concetti di data driven, il tutto ai tempi dell’intelligenza artificiale. Il fatalismo tecnologico sta già avvenendo, cioè se fino a ieri la nostra pigrizia, la nostra inerzia, il nostro credo, ci faceva dire che qualcosa era venuto a causa del destino, adesso magari i ragazzi diranno ‘me lo ha detto ChatGPT’. Ora questo non significa che non sia vero o non sia corretto, ma di fondo questo fatalismo tecnologico è un modo per addormentare la nostra volontà di fare la differenza e di creare noi il nostro percorso”, conclude Anastasi.

Carburanti, Giorgetti: spero Europa si svegli e dia risposta

Roma, 23 set. (askanews) – “Come saprete i prezzi dei carburanti non dipendono dal governo ma da come và il prezzo del Brent e da quante raffinerie funzionano, il prezzo si alza indipendentemente, perciò gli interventi che all’inizio sono significativi poi sembrano irrisori. Noi abbiamo portato a livello europeo il tema all’inizio eravamo in pochi ma ogni giorni aumentano i paesi che sono convinti si debba fare qualcosa e che l’Europa debba dare una risposta, abbiamo calendarizzato un Ecofin ad inizio ottobre, spero anche il resto d’Europa si svegli”. Così il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, a margine del questio time alla Camera risponde ai cronisti a proposito del prezzo dei carburanti e degli interventi del governo.

Formula1, Hamilton: "Devo pensare a mantenere il secondo posto"

Roma, 23 set. (askanews) – Alla vigilia del weekend di Baku, Lewis Hamilton fa il punto sulle residue speranze di rimonta iridata con un sano bagno di realtà: “Antonelli ha 101 punti di vantaggio su di me, e soltanto in un paio di gare ha guadagnato una quarantina di punti, mentre noi abbiamo lavorato tantissimo soltanto per guadagnare qualche punticino qua e là. La strada è ancora lunga… E penso che io debba concentrarmi sul cercare di fare in modo di tenermi il secondo posto o magari provare in qualche modo a riprendere la Mercedes per il campionato Costruttori, sarebbe straordinario. Ma dobbiamo anche pensare a dove eravamo l’anno scorso e fin dove siamo arrivati quest’anno. A volte sembra tutto nero, c’è tanto pessimismo, ma io voglio guardare gli aspetti positivi. Abbiamo vinto una gara, abbiamo ottenuto dei podi e il team ha fatto un lavoro incredibile”. Consapevole del divario e della continuità del leader, il pilota britannico sposta dunque la priorità sulla difesa del secondo posto piloti e sulla caccia al Mondiale Costruttori, rivendicando con orgoglio i progressi della squadra nel corso di questi mesi: “E’ stato fatto un lavoro incredibile”.

Formula1, Antonelli: "A Baku sensazioni buone"

Roma, 23 set. (askanews) – Il Mondiale di Formula 1 entra nella fase più intensa e Kimi Antonelli arriva a Baku da leader della classifica, pronto ad affrontare una sequenza di tre Gran Premi che porterà il Circus dall’Azerbaigian alla Malesia, fino a Singapore. Una tripletta che, nelle parole del pilota Mercedes, servirà anche a capire meglio i rapporti di forza in pista.

Il fine settimana azero comincia in anticipo, visto che il Gran Premio si correrà sabato. “Siamo tutti in anticipo di un giorno perché si corre di sabato – racconta Antonelli con un sorriso -. Quando sono partito da casa continuavo a chiedermi perché stessimo già andando lì. In realtà è un vantaggio, soprattutto con una tripletta come quella che abbiamo davanti, perché ci permetterà di spostarci in Malesia con un giorno di anticipo e abituarci meglio al fuso orario”.

A Baku, intanto, le sensazioni del pilota italiano sono positive. Il circuito azero alterna lunghi rettilinei e passaggi molto lenti, una caratteristica che può adattarsi alle qualità della Mercedes. “Solitamente andiamo bene sulle curve lente e questo ci aiuterà. Dobbiamo però sempre guardare gli altri: Red Bull porterà degli aggiornamenti questo fine settimana, il che li aiuterà. Poi sarà interessante vedere dove saranno McLaren e Ferrari”.

Antonelli guarda già oltre il Gran Premio azero. Dopo Baku arriverà Sepang, circuito che torna nel calendario iridato al posto del Gran Premio del Bahrain e sul quale il pilota Mercedes non ha mai corso. “È un gran tracciato, l’ho provato al simulatore e non vedo l’ora di esserci. Non mi preoccupa il fatto di non averci mai corso, perché sarà una novità per la maggior parte di noi. Sono pochi i piloti dell’attuale griglia ad averlo affrontato quando era ancora nel calendario di Formula 1”.

La Malesia sarà anche il momento degli aggiornamenti Mercedes. La W17 non riceveva sviluppi aerodinamici dal Gran Premio del Canada dello scorso maggio. “Finalmente”, dice Antonelli ridendo. “Non posso lamentarmi perché fino ad adesso le cose sono andate molto bene anche senza sviluppi, però non vedo l’ora di provare come risponderà la vettura con i nuovi aggiornamenti. Al simulatore sembra andare tutto bene, ma finché non lo vivi realmente in pista non puoi saperlo”.

Sepang potrebbe inoltre offrire una variabile in più: la pioggia. Le condizioni meteorologiche annunciate per il fine settimana alimentano l’ipotesi di una gara sul bagnato, scenario che Antonelli attende con curiosità. “Sinceramente mi piacerebbe. Prima della fine della stagione mi piacerebbe fare almeno qualche giro sul bagnato. Siamo sempre stati molto fortunati: l’abbiamo scampata a Miami, in Canada e a Zandvoort. E su piste dove solitamente piove, come Spa e Silverstone, abbiamo trovato bel tempo. Quindi magari in Malesia vedremo finalmente come si comportano queste vetture sotto la pioggia”.

Poi sarà la volta di Singapore, altra tappa impegnativa soprattutto per il clima e per la gestione delle energie. Antonelli racconta come sta preparando una fase del campionato che prevede sei gare in sette settimane. “Per affrontare così tante gare tutte insieme è fondamentale l’organizzazione. Partiamo sempre presto dopo una gara per passare abbastanza tempo nel Paese successivo e abituarci. Mangio bene, mi alleno con costanza e provo a prendere il fuso orario nel minor tempo possibile”.

Anche l’adattamento al clima rientra nella preparazione. “Da martedì sarò a girare con le macchine telecomandate all’aperto – dice scherzando – così mi abituo al clima caldo e umido di Singapore”.

A Marina Bay ci sarà anche l’ultima Sprint Race della stagione. Antonelli apprezza il format, pur distinguendo tra i diversi circuiti. “A me piace il formato Sprint, è divertente e crea un po’ di sorprese nel corso del fine settimana. Però non penso sia adatto a tutti i weekend di gara. A Monaco, per esempio, io non l’avrei fatto: forse toglie un po’ di unicità a quel fine settimana, dove ogni sessione serve per raggiungere il limite che poi si ha in qualifica”.

Il presente, però, è Baku. E l’obiettivo di Antonelli è semplice e ambizioso: continuare sulla strada delle ultime due gare. “Provare a ripetere quello che abbiamo fatto negli ultimi due Gran Premi”. Vincere.

Putin: in Ucraina raggiungeremo tutti gli obiettivi dell’operazione speciale

Roma, 23 set. (askanews) – Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato oggi che “saranno raggiunti tutti gli obiettivi fissati nell’ambito dell’operazione militare speciale” nel corso di un videocollegamento con i membri del governo riportato dalle agenzie di stampa russe.

Putin ha poi denunciato tentativi di “interferire e di ostacolare” le elezioni russe, “come dimostrano i continui tentativi del nemico di violare le difese aeree di Mosca e di altre regioni”. Quindi ha rimarcato che “è impossibile rafforzare la capacità di difesa dello Stato senza un’efficace politica monetaria”.

La Cei: è urgente una pace disarmata e disarmante, che interpella le coscienze

Roma, 23 set. (askanews) – E’ urgente “una pace disarmata e disarmante, che interpella le coscienze e chiede un impegno concreto per contrastare le ingiustizie, fermare la violenza e percorrere con determinazione le vie del dialogo”: lo scrivono i vescovi italiani nel comunicato finale a conclusione del Consiglio episcopale permanente.

“I Vescovi – si legge nel testo – hanno allargato il loro sguardo anche alla situazione internazionale: nell’ambito della responsabilità pubblica, hanno ribadito l’urgenza di una pace disarmata e disarmante, che interpella le coscienze e chiede un impegno concreto per contrastare le ingiustizie, fermare la violenza e percorrere con determinazione le vie del dialogo. In questa prospettiva – proseguono i vescovi italiani – assumono un significato particolare due ricorrenze: l’ottavo centenario del transito di san Francesco e il quarantesimo anniversario dell’incontro interreligioso di Assisi del 1986, che ha mostrato la forza del dialogo e il contributo delle religioni alla costruzione della pace. Due anniversari che, per i Vescovi, rappresentano un’occasione per rilanciare le indicazioni della Nota pastorale Educare a una pace disarmata e disarmante”.

Lega (ri)presenta pacchetto con Salvini: "Islam politico" nemico numero 1

Roma, 23 set. (askanews) – “L’Islam politico è il nemico pubblico numero uno. Invece dell’islamofobia, bisogna preoccuparsi della cristiano-fobia” perché “qui in Europa tra un po’ c’è la caccia al cristiano e all’ebreo”. E’ quanto ha affermato il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini alla conferenza stampa alla Camera dove sono state ri-presentate le proposte del partito contro l’integralismo islamico e per l’acquisto e la revoca della cittadinanza. Sulla base di quello che viene definito “un principio semplice: in Italia non possono esistere zone franche e classi ghetto”. Al suo fianco le tre eurodeputate del Carroccio Susanna Ceccardi, Silvia Sardone e Anna Maria Cisint. Da New York si è collegato il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara per spiegare i contenuti del provvedimento sulla scuola che andrà in Cdm domani e prevede il tetto del 30% degli alunni e lo stop al burqa a scuola. Un “decreto-legge”, ha annunciato il ministro, che andrà in vigore subito per i “nuovi arrivi”.

Sull’islam ci sono “altre proposte di legge di altri partiti della maggioranza”, a partire da quelle di Fdi che stanno per essere tirate fuori dai cassetti dopo le parole della premier Giorgia Meloni su tetto degli studenti stranieri nelle classi e sul burqa e così il leader della Lega ha invitato gli alleati a mettersi “insieme, abbiamo ancora un anno di legislatura, si può approvare un testo che ci porta alla pari di altri paesi europei, con governi a guida socialisti”. Per poi aggiungere: “ringrazio il ministro Valditara che da anni sta lavorando su questo tema, non ci interessano primogeniture”.

Non manca quindi la polemica verso il centrosinistra. “Invitiamo l’amica Elly Schlein a chiamare alcune sue colleghe di governo in altri paesi che sono più avanti della sinistra più bigotta e ottusa che abbiamo noi”, una “sinistra complice e idiota” che spera “di trovare nuovi schiavi, nuovi iscritti o nuovi elettori. Finirà male se non li fermiamo prima”, prevede.

Con le misure proposte, il “rischio di essere tacciati di islamofobia, razzismo, è dietro l’angolo. La realtà è che il rischio che lasciamo ai nostri figli è l’Italia islamizzata”. Nella “storia dell’Occidente – è la tesi di Salvini – ai confini dei nostri territori si ripetono da sempre tentativi di invasione e aggressione”.

Nonostante il numero delle studentesse con il volto coperto sia esiguo, per Valditara il burqa e niqab non devono avere “spazio nella scuola italiana”. “Fossero anche mille o duemila io credo sia giusto” il divieto a scuola “perché noi dobbiamo lanciare un messaggio forte: la dignità della donna va rispettata sempre e comunque”. Si tratta di una “battaglia di civiltà: se vogliamo combattere il patriarcato e l’isolamento della donna”.

Ai “prefetti e ai sindaci”, Salvini è tornato invece a chiedere un “censimento delle realtà islamiche abusive e l’immediata chiusura. Il problema – ha aggiunto – non è l’islam come religione ma l’utilizzo politico della religione islamica, che è il nemico pubblico nemico numero uno”.

Il provvedimento della Lega, depositato a marzo e già all’esame del Senato, contiene il registro nazionale delle confessioni religiose “prive di intesa con lo Stato” (l’Islam), il carcere per chi istighi “all’odio o promuova un approccio radicale o radicalizzato”, l’obbligo di “trasparenza” finanziaria per gli enti religiosi e i finanziamenti provenienti dall’estero, il registro nazionale dei ministri di culto, predicatori “radicalizzati”. Proposte sovrapponibili in parte con la Pdl di Fratelli d’Italia all’esame della commissione Affari costituzionali della Camera (che contiene tra l’altro lo stop al burqa nei luoghi pubblici, la tracciabilità dei finanziamenti per moschee e luoghi di culto e introduce il reato di chi professa “idee fondate sulla superiorità o l’odio religioso”) a cui sono state abbinate due proposte della Lega su radicalismo e moschee, a prima firma Bordonali e Iezzi (entrambe sottoscritte dall’ex leghista Gianangelo Bof passato a Futuro nazionale).

Per 7 docenti universitari su 10 gli studenti sono oggi meno preparati

Milano, 23 set. (askanews) – Gli studenti universitari arrivano agli esami sempre meno preparati. È la conclusione di sette docenti su dieci (il 68%), secondo i quali una delle principali cause è la progressiva perdita dell’abitudine a leggere e studiare integralmente i manuali universitari, sebbene questi siano i mezzi didattici considerati più efficaci (88%) e quelli più spesso indicati come obbligatori (50%) e consigliati (45%) per la preparazione degli esami. Solo il 17% dei professori, infatti, ritiene che gli strumenti didattici progettati dagli editori siano oggi molto letti. È quanto emerge dall’indagine su 463 docenti di prima e seconda fascia appartenenti a 34 atenei italiani svolta da Talents Venture per l’Associazione Italiana Editori.

Dalle evidenze dell’indagine prende le mosse il convegno “Dal sapere fragile al sapere critico. Editoria universitaria, qualità e innovazione”, promosso da Aie, che ha riunito oggi a Roma istituzioni, politica, università ed editori per discutere il futuro dell’apprendimento nel Paese. Un confronto che ha posto al centro il valore dell’editoria universitaria come infrastruttura della conoscenza e presidio di una formazione critica nell’era dell’evoluzione dei sistemi di apprendimento, sempre più frammentati.

Negli ultimi 3-5 anni, infatti, ben l’83% dei docenti rileva un cambiamento nelle modalità di studio, con una sempre minore consultazione dei testi suggeriti o indicati come obbligatori, un maggiore ricorso a materiali sintetici e riassunti, difficoltà crescenti nell’affrontare testi complessi o di ampia estensione. Presentazioni e slide del corso (69%) e appunti (52%) sono i materiali più spesso utilizzati, sempre secondo l’opinione dei docenti. Il risultato? Senza libri si riduce la capacità critica e di analisi.

Il 68% dei docenti identifica nella mancata abitudine a leggere e studiare manuali di studio integrali la causa delle criticità riscontrate nella preparazione degli studenti. Tra i deficit più citati ci sono la ridotta capacità di analisi e di ragionamento critico (41%), una preparazione nozionistica superficiale (28%), difficoltà nel collegare argomenti tra loro (24%), scarsa comprensione dei concetti di base (19%).

“Questo – ha dichiarato il presidente di Aie Innocenzo Cipolletta – è tra i settori storicamente più aperti all’innovazione e al cambiamento: sette editori su dieci hanno portato l’IA nei processi lavorativi e nell’offerta di strumenti didattici nuovi. Al contempo, assistiamo a un utilizzo scorretto, passivo, degli strumenti di IA da parte di alcuni studenti, tanto che il 55% dei docenti ritiene che l’impatto degli algoritmi sulla preparazione degli studenti sia negativa. Il problema però non è nella tecnologia in sé, ma nel modo in cui viene utilizzata: dobbiamo governare questa transizione rimettendo i contenuti editoriali per l’università e, più in generale, il sapere strutturato al centro dei processi di formazione”.

“L’editoria universitaria è il punto di incontro tra ricerca, didattica e impresa (i numeri in allegato). Realizziamo gli strumenti della conoscenza e per questo ci definiamo un osservatorio privilegiato sui cambiamenti dell’apprendimento e sentiamo il dovere di richiamare l’attenzione del Paese – ha spiegato il presidente del gruppo Accademico Professionale Maurizio Messina -. Non bastano informazioni sempre più accessibili o sintetiche: servono contenuti autorevoli, validati e organizzati in percorsi di conoscenza strutturati. È questo il valore che l’editoria universitaria porta alla formazione e alla competitività del Paese. Per questo è essenziale rafforzare la collaborazione tra editori, università, istituzioni e mondo produttivo. La qualità della formazione è una responsabilità comune. Allo stesso tempo, occorre affrontare due criticità: il peso crescente della pirateria, che ha ormai superato il valore dell’intero mercato, e la riduzione dell’utilizzo dei testi universitari da parte degli studenti. Garantire l’accesso ai materiali didattici e sostenere la produzione di contenuti autorevoli significa investire nella qualità delle competenze e quindi nel futuro dell’Italia”.

“Non è una battaglia tra carta e digitale, tra libri e intelligenza artificiale. Non è questo il punto. La vera sfida è mettere ogni strumento, anche il più innovativo, al servizio della conoscenza – ha sottolineato in un messaggio il ministro dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini -. Il libro continua ad avere una forza straordinaria: ci chiede tempo, attenzione. Ci accompagna dentro un ragionamento, non ci consegna soltanto una risposta. Ed è esattamente ciò che chiediamo anche all’università: non riempire i ragazzi di informazioni, ma insegnare a pensare con la propria testa”.

“Nell’era del sovraffollamento informativo e della spinta digitalizzazione, la questione prioritaria non risiede più solo nella pura reperibilità delle nozioni. Essa risiede nella capacità di riordinarle, validarle e contestualizzarle all’interno di architetture logiche strutturate. – ha spiegato Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati -. Gli algoritmi devono operare in un regime di legalità e responsabilità, assicurando che la fruizione dei contenuti, specialmente tra i giovani e negli atenei, avvenga all’interno di un ecosistema sano. Promuoverò un incontro tra Aie e la Conferenza dei Rettori per chiedere che questa si impegni in tutte le università italiane a stanziare dei fondi interni per campagne di sensibilizzazione contro la pirateria da diffondere ogni anno in tutti gli atenei insieme all’orientamento alle matricole”.

Vitiligine e alopecia, nuove cure oltre lo stigma

Milano, 23 set. (Askanews) – Una macchia sulla pelle o una chiazza priva di capelli vanno ben oltre la sfera estetica. Vitiligine e alopecia areata sono patologie autoimmuni croniche e imprevedibili, capaci di incidere profondamente sulla salute psicologica di oltre 270mila italiani.

Del loro impatto sociale e delle nuove prospettive di ricerca si è parlato a Milano durante l’evento “Oltre la pelle”, promosso da AbbVie. Sul fronte terapeutico, la Commissione Europea ha recentemente approvato due nuove indicazioni per il trattamento di pazienti adulti e adolescenti con alopecia areata grave o vitiligine non segmentale.

“Upadacitinib è una piccola molecola che blocca un punto specifico del sistema immunitario, ovvero quello che aggredisce le cellule che producono l’abbronzatura, dando poi luogo alla vitiligine, e il follicolo pilifero, dando poi luogo all’alopecia areata” ha dichiarato Antonio Costanzo, Vicepresidente di SIDeMaST.

Per l’alopecia areata, che in Italia conta circa 120mila pazienti, il rischio di ansia è più che doppio e oltre il 60% delle persone tende a isolarsi per timore dello stigma legato alla perdita dei capelli.

“L’alopecia areata è una malattia genetico-autoimmune, tra le più antiche al mondo. Che cosa serve? Serve assolutamente il riconoscimento da parte del Servizio Sanitario Nazionale, affinché noi pazienti possiamo finalmente ritenerci tali e, quindi, essere presi in carico e curarci” ha aggiunto Claudia Cassia, Presidente di AIPAF.

Un vissuto analogo caratterizza chi convive con la vitiligine: quasi un paziente su due cerca di nascondere le macchie con abbigliamento o trucco, mentre il 35,5% riporta diagnosi di ansia.

“Oggi è stata un’ottima occasione per stare insieme e parlare proprio di questa patologia che, come è stato giustamente evidenziato, non è un semplice difetto estetico ma una vera e propria malattia. E di questa malattia bisogna parlare: bisogna farlo tutti insieme, per questo aver riunito allo stesso tavolo l’associazione di pazienti, le aziende farmaceutiche e la Società Italiana di Dermatologia è stato davvero un momento prezioso” ha concluso Davide Rossetti, Presidente di AIV.

La sfida resta quella di strutturare percorsi di cura integrati, capaci di guarire la pelle senza trascurare l’impatto psicologico sulla vita quotidiana.

Bce, quasi 10 mln di partecipanti al sondaggio sulle nuove banconote

Roma, 23 set. (askanews) – Quasi dieci milioni di persone (9,96 mln) hanno partecipato al sondaggio organizzato dalla Bce sulle nuove banconote in euro, secondo quanto afferma la stessa istituzone con un comunicato si tratta del 2,6% della popolazione. Gli esiti del sondaggio contribuiranno alla decisione del Consiglio direttivo sul concetto grafico definitivo.

Secondo Christine Lagarde, presidente della Bce si tratta di “un risultato straordinario” che dimostra “quanto gli europei siano interessati alle loro future banconote. Coinvolgendo i cittadini nel processo di progettazione, abbiamo compiuto un importante passo avanti verso la realizzazione della prossima serie di banconote”, afferma in un comunicato.

L’interesse, dice ancora la Bce è stato “forte” in tutte le fasce di età, comprese le generazioni più giovani, con due terzi delle risposte provenienti da persone sotto i 35 anni. Per assicurare che i risultati rappresentino accuratamente la popolazione dell’area dell’euro, i dati saranno analizzati mediante metodi statistici standard.

Il sondaggio, svolto tra il 23 luglio e il 21 settembre 2026, invitava i partecipanti a esprimere il proprio parere su dieci disegni finalisti ispirati ai temi “Cultura europea” e “Fiumi e uccelli”. Un secondo sondaggio, composto dalle stesse domande e condotto da una società di ricerca indipendente presso un campione rappresentativo di cittadini dell’area dell’euro, è attualmente in fase di conclusione.

Gli esiti dei due sondaggi, insieme alle raccomandazioni della giuria indipendente del concorso e a una valutazione tecnica, contribuiranno alla decisione del Consiglio direttivo della Bce sul concetto grafico definitivo per le future banconote in euro, attesa intorno alla fine del 2026. Nella fase attuale la Bce non pubblica i risultati relativi ai singoli disegni proposti. Una volta adottata la decisione, sarà divulgata una relazione dettagliata sui due sondaggi, con le risposte ricevute su ciascuna proposta e i risultati per i diversi paesi.

A seguito della decisione del Consiglio direttivo, il disegno prescelto sarà adattato ed elaborato ulteriormente per la realizzazione delle banconote definitive. Nei nuovi biglietti in euro, dice ancora l’istituzione, saranno integrate caratteristiche di sicurezza più avanzate e miglioramenti in termini di accessibilità e sostenibilità. La loro emissione dovrebbe avvenire gradualmente a partire dagli inizi degli anni 2030. Le banconote in euro attualmente in circolazione continueranno ad avere corso legale e a essere utilizzate parallelamente alla nuova serie.

Cina, il grande repulisti di esercito e difesa che rafforza Xi

Roma, 23 set. (askanews) – La nuova ondata di epurazioni ai vertici delle forze armate cinesi ha ormai svuotato quasi completamente l’organismo che dovrebbe guidarle insieme a Xi Jinping e si è estesa ben oltre le caserme, investendo gli apparati incaricati di acquistare, progettare e produrre gli armamenti. La cacciata definitiva dell’ex vicepresidente della Commissione militare centrale (Cmc) Zhang Youxia e dell’ex capo di Stato maggiore congiunto Liu Zhenli evidenzia una trasformazione che va esplicitamente oltre la mera ‘lotta alla corruzione’: la disciplina finanziaria e amministrativa è sempre più strettamente intrecciata alla questione della lealtà politica e del controllo del Partito sull’Esercito popolare di liberazione.

Il Politburo ha espulso lunedì Zhang e Liu dal Partito comunista e dalle forze armate, dopo l’apertura delle indagini annunciata il 24 gennaio. Le accuse ufficiali comprendono la formazione di ‘cricche’, la slealtà verso il Partito, l’uso delle rispettive posizioni per favorire promozioni in cambio di enormi somme di denaro, l’accettazione di doni e denaro e la mancata vigilanza su familiari e collaboratori. I due sono stati deferiti alla procura militare. Il Giornale dell’Esercito di liberazione popolare (conosciuto internazionalmente come Pla Daily’ ha scritto oggi che la loro eliminazione ha consentito di ‘eliminare un grave pericolo politico’ e ha chiesto di rendere permanente la ‘rettifica politica’, affinché ‘il fucile sia sempre sotto il comando del Partito’. Sono termini precisi, che segnalano come l’operazione messa in campo non è esclusivamente penale e amministrativa, ma politica.

L’effetto più vistoso è sulla stessa Cmc. L’organismo eletto al XX Congresso del Partito nel 2022 contava sette membri. Oggi il sito ufficiale della leadership del Pcc indica soltanto il presidente Xi Jinping e il vicepresidente Zhang Shengmin. Sono caduti, uno dopo l’altro, l’ex ministro della Difesa Li Shangfu, il vicepresidente He Weidong, il responsabile del lavoro politico Miao Hua e infine Zhang Youxia e Liu Zhenli. Zhang Shengmin, diventato vicepresidente nell’ottobre 2025, conserva contemporaneamente la guida della Commissione disciplinare della Cmc e un posto di vicesegretario della Commissione centrale per l’ispezione disciplinare: una combinazione che rende particolarmente evidente il peso assunto dalla funzione di controllo all’interno del vertice militare.

Il repulisti, inoltre, non riguarda soltanto i comandanti. La crisi era emersa già nel 2023 attorno alla Forza missilistica e al sistema degli approvvigionamenti militari, coinvolgendo l’ex ministro Li Shangfu, in precedenza responsabile del Dipartimento per lo sviluppo degli equipaggiamenti. Nel motivare la sua espulsione, Pechino affermò esplicitamente che Li aveva ‘gravemente contaminato’ l’ambiente politico del settore degli equipaggiamenti. Da allora le indagini hanno raggiunto dirigenti dei grandi gruppi industriali della difesa. Nel febbraio 2025 è stato espulso dal Partito l’ex presidente del colosso aeronautico Avic, Tan Ruisong, accusato tra l’altro di essersi arricchito ‘mangiando dell’industria militare’, secondo l’espressione utilizzata dalla Commissione disciplinare.

Nel febbraio di quest’anno sono stati inoltre estromessi dall’Assemblea nazionale del popolo tre esponenti di primo piano dell’apparato della difesa: Liu Cangli, già alla guida dell’Accademia cinese di fisica ingegneristica, istituzione centrale per il programma nucleare militare; Luo Qi, ingegnere capo della China National Nuclear Corporation; e Zhou Xinmin, ex presidente di Avic. E ancora ad agosto le autorità militari hanno aperto un canale per raccogliere denunce su irregolarità negli acquisti della Forza missilistica, estendendo i controlli a gare, contratti, fornitori e valutatori. La pressione investe dunque l’intera filiera che collega denaro, promozioni, ricerca tecnologica, industria e capacità operativa.

Su questo terreno il repulisti assume un significato più ampio negli equilibri di potere cinesi. Formalmente, l’ordinamento politico-militare costruito negli ultimi anni attribuiva già a Xi una posizione dominante. Il principio della ‘responsabilità del presidente della Commissione militare centrale’ stabilisce che il presidente guida tutte le forze armate e decide sulle principali questioni della difesa; i documenti ufficiali cinesi precisano che il presidente della Cmc ha ‘l’ultima parola’ sulle questioni militari fondamentali. E’, insomma, il ‘Commander in chief’, volendo utilizzare categorie americane. L’eliminazione di una parte così consistente della gerarchia riduce però ulteriormente il numero dei centri personali di potere e delle reti di influenza in grado di mediare tra Xi e la struttura militare.

Il caso Zhang è sotto questo profilo particolarmente significativo. Non si trattava di un generale marginale né di un esponente ereditato dalle precedenti leadership. Figlio di un compagno d’armi del padre di Xi, era stato a lungo considerato uno degli uomini più vicini al presidente nelle forze armate ed era il militare di grado più elevato del Paese. La sua caduta mostra che la prossimità personale al leader non costituisce una garanzia di sopravvivenza politica quando entrano in gioco accuse di costruzione di reti autonome, corruzione o insufficiente lealtà. Le accuse rese pubbliche a settembre sono infatti molto più politiche della formula generica delle ‘gravi violazioni della disciplina e della legge’ utilizzata all’apertura dell’indagine in gennaio: il riferimento alle ‘cricche’ e alla slealtà porta direttamente il caso sul terreno dei rapporti di potere interni.

La lettura ufficiale cinese respinge l’idea che tutto ciò indebolisca le forze armate. Il Pla Daily sostiene al contrario che l’eliminazione della corruzione rafforza la ‘purezza’ dell’Esercito, la sua coesione e la capacità di combattimento. Tian Shichen, presidente del think tank cinese Global Governance Institution ed ex funzionario del ministero della Difesa, ha sostenuto che la rimozione degli elementi corrotti rafforza le fondamenta politiche e l’efficienza militare, contestando la lettura occidentale secondo cui la campagna sarebbe essenzialmente uno strumento di concentrazione del potere personale nelle mani di Xi.

Fuori dalla Cina, le interpretazioni sono più articolate. Diversi analisti ritengono che la campagna abbia ulteriormente rafforzato il controllo di Xi sull’Esercito e, attraverso di esso, sul sistema del Partito-Stato. Ma lo svuotamento dei vertici ha un costo potenziale. Uno studio del China Leadership Monitor osserva il paradosso di una campagna che dimostra contemporaneamente la capacità di Xi di rimuovere anche i subordinati più potenti e la difficoltà incontrata dalla leadership nel disciplinare una burocrazia militare che, dopo oltre un decennio di lotta alla corruzione, continua a produrre casi ai massimi livelli. Secondo la stessa analisi, le numerose vacanze e l’arrivo di ufficiali meno esperti possono rallentare almeno temporaneamente l’obiettivo di preparare le forze armate alle operazioni più complesse.

Il sistema, intanto, continua a funzionare. Una nuova generazione di tenenti generali ha assunto di fatto numerose responsabilità lasciate scoperte nei dipartimenti della Cmc, nei comandi di teatro e nelle singole forze armate, anche se cinque dei sette posti al vertice della Commissione restano formalmente vacanti. Le esercitazioni, i test dei sistemi d’arma e le attività operative intorno a Taiwan e nei mari della Cina orientale e meridionale sono proseguiti, anzi sono stati aumentati. Il problema sollevato dagli osservatori riguarda soprattutto la capacità di comando in una crisi o in una guerra ad alta intensità, dopo la rimozione di comandanti con una lunga esperienza operativa e la continua rotazione ai livelli superiori.

Pechino sembra comunque voler tenere unite le due dimensioni: disciplina politica e preparazione militare. Nello stesso editoriale in cui invoca l’eliminazione delle reti corrotte, il Pla Daily ordina alle forze armate di concentrarsi sull’addestramento realistico, seguire le trasformazioni tecnologiche e accelerare lo sviluppo delle nuove capacità di combattimento. Tra aprile e giugno, inoltre, la prima sessione di un nuovo corso di dieci settimane per gli alti quadri militari è stata dedicata proprio alla ‘rettifica politica’, alla lotta alla corruzione e alla preparazione al centenario dell’Esercito popolare di liberazione nel 2027.

Il quadro che ne risulta è quindi duplice. Sul piano degli equilibri politici, l’epurazione restringe ulteriormente gli spazi per reti militari autonome e concentra verso il vertice la catena del comando e della lealtà. Ma proprio l’estensione della campagna, dodici anni dopo l’avvio della lotta anticorruzione di Xi, mostra anche quanto profondamente il problema delle clientele, degli appalti e delle fedeltà personali continui a essere percepito dalla leadership come una vulnerabilità. Il messaggio lanciato dal Partito alle forze armate non riguarda ormai soltanto l’onestà degli ufficiali: riguarda chi controlla le armi, chi decide le promozioni e, in ultima analisi, a chi deve rispondere l’apparato militare della seconda potenza mondiale.

(di Antonio Moscatello).

Premio Mattia Torre 2026, Zerocalcare super ospite il 2 ottobre

Roma, 23 set. (askanews) – Il fumettista Zerocalcare, pseudonimo di Michele Rech, sarà venerdì 2 ottobre sul palco del Teatro dell’Unione di Viterbo, in occasione della prima delle due serate conclusive del Premio Mattia Torre 2026, condotte da Geppi Cucciari.

Nel corso della serata, Zerocalcare racconterà il suo rapporto con l’opera di Mattia Torre, al quale ha reso esplicitamente omaggio anche nella sua ultima serie televisiva, Due spicci.

La colonna sonora del Premio “Mattia Torre” saranno poi quest’anno le musiche della serie TV Boris, eseguite dal vivo per la prima volta. Al Teatro dell’Unione di Viterbo, infatti, un quintetto di fiati e una batteria interpreteranno le composizioni di Giuliano Taviani e Carmelo Travia.

Gaetano Rizzo, Laura Sorrentino, Marco Ignazio Nero, Lorenzo Esposito, Rosario Tramontano e Leonardo Arena saranno anche i protagonisti di una delle novità del Premio di quest’anno.

La Boris Parade che sabato 3 ottobre partirà alle 19 da piazza delle Erbe – storica location della scena iniziale de I vitelloni di Federico Fellini – per raggiungere il Teatro dell’Unione dopo aver fatto risuonare nel cuore di Viterbo le musiche della serie TV divenuta ormai di culto.

La prevendita dei biglietti per assistere alle due serate finali è disponibile sul sito www.tusciafilmfest.com.

Promosso dal Tuscia Film Fest in collaborazione con la famiglia e gli amici di Mattia Torre, il riconoscimento nasce con l’intento di promuovere l’eredità dell’autore e offrire una vetrina a giovani autrici e autori under 35 di monologhi comici, umoristici, di satira di costume, politica e sociale.

Nei prossimi giorni saranno resi noti i nomi dei finalisti – selezionati dalla giuria composta da Valerio Aprea, Giacomo Ciarrapico, Geppi Cucciari, Pietro Sermonti e Luca Vendruscolo – e comunicato il programma dettagliato delle due serate e degli ospiti previsti.

Quattro i riconoscimenti che saranno consegnati sabato 3 ottobre: il Premio della Giuria che prevede una somma in denaro di euro 2.000 e un trofeo artistico rappresentante un faro, simbolo dell’evento, realizzato dal Maestro Ferdinando Codognotto; il Premio del Pubblico che comprende una somma in denaro di euro 1.000 e una targa artistica realizzata dal Maestro Ferdinando Codognotto; i premi speciali “Propaganda Live” e “Splendida Cornice” che prevedono la rappresentazione di una o più opere finaliste all’interno delle due trasmissioni televisive nel corso della stagione 2026/27.

Formula1, Red Bull conferma Hadjar con Verstappen

Roma, 23 set. (askanews) – La Red Bull guarda già al prossimo Mondiale e sceglie la continuità. Dopo il rinnovo di Max Verstappen fino al 2030, la scuderia di Milton Keynes ha ufficializzato anche la conferma di Isack Hadjar, completando così la propria line-up per la stagione 2027 di Formula 1.

Il pilota franco-algerino, approdato in Red Bull nel corso della stagione, continuerà quindi a essere al fianco di Verstappen anche nel prossimo campionato. “Sono davvero entusiasta di continuare con l’Oracle Red Bull Racing. Sono entrato a far parte di questo team otto mesi fa e ho subito compreso la portata e l’ambizione di questa organizzazione”, ha commentato Hadjar dopo l’annuncio.

La conferma arriva nel fine settimana del Gran Premio dell’Azerbaigian, dove Hadjar è pronto a tornare in pista dopo l’infortunio alla mano. Il rinnovo chiude così uno dei dossier del mercato piloti in vista del 2027 e definisce con largo anticipo la formazione Red Bull.

Il mercato della Formula 1 si muove dunque già in prospettiva del prossimo campionato, mentre a Baku l’attenzione torna inevitabilmente alla pista. La Red Bull ha scelto di puntare ancora sulla coppia Verstappen-Hadjar, garantendosi continuità in vista di una stagione che segnerà anche l’avvio di una nuova fase regolamentare della Formula 1.

Formula1, Leclerc: "Antonelli? Fa sempre il giro quando conta"

Roma, 23 set. (askanews) – Kimi Antonelli arriva al Gran Premio dell’Azerbaigian sotto i riflettori, al termine di una stagione che lo ha visto compiere un salto di qualità evidente. A riconoscerlo è anche Charles Leclerc, che alla vigilia della gara di Baku ha parlato del pilota italiano della Mercedes sottolineandone soprattutto la capacità di essere efficace nei momenti decisivi.

“I segreti di Antonelli? Mi piacerebbe saperlo, sta facendo qualcosa che funziona tanto”, ha detto il ferrarista. Per Leclerc, però, le prestazioni del giovane bolognese non rappresentano una sorpresa: “Non è del tutto una sorpresa se vediamo quello che ha fatto di speciale nelle categorie inferiori”.

Antonelli ha pagato il prezzo dell’esordio in Formula 1 nella sua prima stagione, ma nel 2026, secondo Leclerc, il quadro è cambiato. “Ha sofferto nella prima stagione, mentre in questa è stato perfetto anche contro un pilota che reputo molto forte come Russell”, ha spiegato il pilota Ferrari, riferendosi al confronto interno in Mercedes con George Russell.

Il dato che più colpisce Leclerc è la capacità di Antonelli di trovare la prestazione quando serve. “Capire quale sia il segreto della sua forza non lo sappiamo, riesce a fare sempre il giro quando conta”, ha sottolineato.

Parole che arrivano alla vigilia di un appuntamento particolare come quello di Baku, su un circuito cittadino che alterna il lunghissimo rettilineo principale alle curve strette della parte vecchia della pista e che può premiare velocità e precisione. Per Antonelli sarà un’altra occasione per misurare i progressi compiuti e confermare il livello mostrato nel corso della stagione.

Il confronto con Russell resta uno dei riferimenti più significativi per valutare la crescita del giovane italiano, approdato in Formula 1 dopo un percorso di vertice nelle categorie propedeutiche. Proprio il passaggio dalla prima stagione alle prestazioni attuali è il punto evidenziato da Leclerc: gli adattamenti iniziali hanno lasciato spazio a una maggiore continuità e alla capacità di sfruttare le occasioni a disposizione.

A Baku, dunque, i riflettori saranno anche su Antonelli. La Mercedes arriva all’appuntamento azero con il giovane italiano chiamato a proseguire un percorso di crescita che, nelle parole di Leclerc, ha già attirato l’attenzione degli avversari.

Cgil, presentato francobollo celebrativo per i 120 anni di storia

Roma, 23 set. (askanews) – La Cgil prepara le celebrazioni per i suoi 120 anni di storia. Nella sede nazionale del sindacato è stato svelato il francobollo celebrativo e sono stati presentati gli eventi in programma a Milano il 29 e 30 settembre. Il francobollo ordinario appartiene alla serie tematica “I valori sociali”. All’iniziativa hanno partecipato i rappresentanti di Poste Italiane, dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato e del Mimit e il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, che ha illustrato le due giornate di celebrazione che si terranno la prossima settimana a Milano con lo slogan “La persona al centro”.

La fotografia del francobollo è quella del congresso di Milano del 29 settembre-1 ottobre 1906, assise in cui venne costituita la Confederazione generale del lavoro. Cinquecento delegati, in rappresentanza di circa 700 leghe e 250mila iscritti, decisero di dare vita alla nuova organizzazione.

Nella foto del francobollo si vede una sala piena di persone, c’è un quadrato rosso con la scritta “Solidarietà, lavoro, democrazia”. La fotografia racconta un passaggio storico: dalle tante esperienze del movimento operaio a un’organizzazione comune. Ci sono persone sedute, altre in piedi, altre ancora che occupano i margini della sala e il ballatoio. Sono state riunite insieme per il congresso e guardano verso il fotografo. E’ una fotografia di gruppo, “ma è anche – è stato spiegato in conferenza stampa – senza volerle attribuire un significato che la fotografia da sola non può avere, una fotografia di un’organizzazione che sta prendendo forma”.

Landini ha ringraziato i rappresentanti di Poste e Mimit per aver realizzato il francobollo. Il leader della Cgil ha sottolineato che questa iniziativa e gli eventi di Milano mettono al centro “il valore delle persone e del lavoro” e sono “un messaggio fondamentale che vogliamo mandare: la ricchezza, sia economica che culturale del Paese, è prodotta da chi lavora”.

Sanità, Gimbe: quasi 5,8 milioni di italiani hanno rinunciato a visite o esami

Roma, 23 set. (askanews) – Nel 2024 diciotto Regioni e Province autonome su 21 hanno raggiunto la soglia minima prevista in tutte e tre le aree utilizzate per verificare l’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza (LEA). Erano tredici nel 2023. Restano inadempienti la Calabria nell’assistenza distrettuale, la Provincia autonoma di Bolzano e la Sicilia nella prevenzione. E’ quanto emerge dal monitoraggio effettuato dalla Fondazione GIMBE.

Nello stesso anno è aumentata la quota di popolazione che ha rinunciato a prestazioni sanitarie: dal 7,6% del 2023 al 9,9% del 2024, pari a quasi 5,8 milioni di persone secondo Istat. L’indicatore non misura esclusivamente l’accesso al Servizio sanitario nazionale, ma segnala una domanda di assistenza rimasta insoddisfatta.

“Sono due fotografie solo apparentemente contraddittorie. Se nel 2024 quasi tutte le Regioni vengono ‘promosse’ mentre aumentano la spesa privata e le rinunce alle prestazioni sanitarie, non possiamo concludere che la sanità sia improvvisamente migliorata. Significa piuttosto che la ‘pagella’ ministeriale ha una capacità molto limitata nel misurare l’effettiva esigibilità dei LEA da parte dei cittadini”, afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE.

Dal 2020 la verifica dell’erogazione dei LEA utilizza il Nuovo Sistema di Garanzia, articolato in 88 indicatori. La valutazione 2024 si basa su 27 indicatori CORE distribuiti fra prevenzione collettiva e sanità pubblica, assistenza distrettuale e assistenza ospedaliera. Per risultare adempiente una Regione deve raggiungere almeno 60 punti su 100 in ciascuna delle tre aree.

Ucraina, Mosca: "Non ci sono i presupposti per negoziati pacifici"

Roma, 23 set. (askanews) – Non ci sono i presupposti per intraprendere un percorso pacifico dei negoziati, ha dichiarato oggi il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov.

“Il regime di Kiev continua la sua attività, che è piuttosto terroristica, e finora non ci sono i presupposti per intraprendere un percorso pacifico di negoziati. Tuttavia, noi, come Paese russo, restiamo aperti a negoziati pacifici”, ha dichiarato Peskov ai giornalisti.

La militarizzazione dell’Ucraina continua, mentre i paesi europei cercano nuove fonti di finanziamento per l’acquisto di armi, ha aggiunto Peskov.

Papa Leone XIV: scienza e progresso difendano la dignità dell’uomo

Roma, 23 set. (askanews) – “Per diventare autentico progresso umano – cioè di tutto l’uomo e di tutti gli uomini – il progresso tecnico e scientifico dev’essere animato e orientato dalla carità. Solo così potrà essere posto sempre a difesa della dignità dell’uomo e promuovere le condizioni di vita di tutti, specialmente dei più svantaggiati”. Lo ha detto il Papa nel corso dell’udienza generale del mercoledì, in piazza San Pietro, proseguendo la sua catechesi incentrata sul tema: Costituzione pastorale Gaudium et spes. Il senso dell’attività umana nell’universo.

“Cari fratelli e sorelle – ha aggiunto il Pontefice – il Concilio Vaticano II ci invita a condividere il pane del sapere e del saper-fare, perché ogni uomo e ogni popolo possa sviluppare le sue potenzialità e insieme possiamo costruire, con l’aiuto di Dio, un futuro migliore”.

“Nell’adempimento delle vostre attività, difendete sempre la dignità umana, migliorate le condizioni di vita del prossimo e riponete solo in Dio tutta la vostra speranza”. Lo ha detto il Papa al termine dell’udienza generale del mercoledi, salutando i fedeli di lingua portoghese.

L’Ocse alza la previsione di crescita dell’Italia 2026 a +0,9%, conferma 2027 a +0,6%

Roma, 23 set. (askanews) – L’Ocse ha rivisto al rialzo la previsione di crescita economica dell’Italia di quest’anno. In un aggiornamento di interim, ora l’organizzazione parigina indica un più 0,9% del Pil, in accelerazione dal più 0,5% del 2025 e 0,4 punti percentuali superiore alle previsioni dello scorso giugno. Per il 2027 è invece confermata una crescita limitata allo 0,6%.

L’Ocse ha anche confermato la previsione di inflazione al 3% sull’insieme di quest’anno per l’Italia, mentre nel suo ultimo Economic Outlook di interim ha alzato di 0,4 punti quella sul 2027 al +2,6%. L’Ocse ha rivisto al rialzo le previsioni sull’inflaizone media nell’insieme dell’area euro, indicandola ora al 3% quest’anno, 0,2 punti percentuali in più rispetto alle previsioni di giugno. In un aggiornamento di interim del suo Economic Outlook, ha poi alzato di 0,5 punti la previsione 2027 al più 2,9%. Livelli nettamente superiori all’obiettivo della Bce (2%).

Sulla crescita economica globale, l’Ocse ha alzato di 0,1 punti la stima di quest’anno, al più 3% e limato nella stessa misura quella del 2027 al più 2,9%.

L’Ocse ha anche alzato di 0,2 punti la stima sulla crescita dell’aggregato complessivo dei paesi che adottano l’euro, al più 1% su quest’anno mentre all’opposto ha limato, sempre di 0,2 punti, quella sul 2027 sempre al più 1%.

In questo ambito ha tagliato di 0 3 punti la crescita prevista quest’anno in Francia al più 0,4% e di 0,1 punti quella sul 2027 al più 0,7%. Per la Germania ha a sua volta alzato di 0,4 punti la stima su quest’anno, al più 1,1%, e confermato quella sul 2027 al più 1,1%.

Per gli Stati Uniti l’Ocse ha alzato di 0,2 la stima di crescita di quest’anno, al più 2 2%, e di 0,3 punti quella sul prossimo al più 2,1%. Per la Cina ha confermato l’attesa di crescita di quest’anno al 4,5% e limato di 0,1 punti quella sul 2027.

L’Ocse, inoltre, nel suo ultimo Economic Outlook di interim, rileva che i tassi di interesse di mercato sono saliti ai massimi da 15 anni sui titoli obbligazionari a lungo termine di molte economie, con crescenti preoccupazioni sulla sostenibilità dei bilanci nel lungo periodo e massicce emissioni di bond da parte delle imprese legate all’intelligenza artificiale. Tuttavia – si osserva – le condizioni finanziarie complessive sono rimaste favorevoli, a riflesso di quotazioni elevate dei titoli azionari e miglioramenti dell’accesso al credito.

Eurozona, a settembre attività imprese accelera a massimi 3 anni e mezzo

Roma, 23 set. (askanews) – A settembre l’attività delle imprese nell’insieme dell’area euro è balzata ai massimi da tre anni e mezzo, secondo le indagini di S&P Global. L’indice Pmi composito nella zona euro ha raggiunto 53,1 punti, da 52 di agosto, secondo quanto riporta un comunicato è il valore più elevato da 41 mesi.

Il rafforzamento ha riguardato sia il terziario, sia il manifattutiero e secondo il capo economica di S&P Global Market Intelligence, Chris Williamson, a fronte della nuova intensificazione delle pressioni inflazionistiche è “incoraggiante rilevare la resilienza mostrata dalla crescita”. L’accelerazione dell’indice, secondo lo studio, corrisponde “a un aumento del Pil a un tasso trimestrale dello 0,4%, con un aumento degli ordini in entrata che a settembre ha indicato una spinta ulteriore sia nel comparto manifatturiero sia nei servizi”.

“Il ritmo di creazione di nuovi posti di lavoro rimane contenuto, poiché la fiducia delle imprese continua a essere frenata dalla cautela imposta dalle tensioni geopolitiche. Malgrado gli ostacoli derivanti dalle tensioni geopolitiche e dall’aumento dei prezzi, la resilienza della crescita economica potrebbe rafforzare la propensione della Bce ad incrementare ulteriormente i tassi d’interesse entro la fine dell’anno”, conclude Williamson secondo cui a ottobre potrebbe operare un nuovo aumento.

Ocse alza stima crescita Italia 2026 a +0,9%, conferma 2027 a +0,6%

Roma, 23 set. (askanews) – L’Ocse ha rivisto al rialzo la previsione di crescita economica dell’Italia di quest’anno. In un aggiornamento di interim, ora l’organizzazione parigina indica un più 0,9% del Pil, in accelerazione dal più 0,5% del 2025 e 0,4 punti percentuali superiore alle previsioni dello scorso giugno. Per il 2027 è invece confermata una crescita limitata allo 0,6%.

Sulla crescita economica globale ha alzato di 0,1 punti la stima di quest’anno, al più 3% e limato nella stessa misura quella del 2027 al più 2,9%.

L’Ocse ha anche alzato di 0,2 pnti la stima sulla crescita dell’aggregato complessivo dei paesi che adottano l’euro, al più 1% su quest’anno mentre all’opposto ha limato, sempre di 0,2 punti, quella sul 2027 sempre al più 1%.

In questo ambito ha tagliato di 0 3 punti la crescita prevista quest’anno in Francia al più 0,4% e di 0,1 punti quella sul 2027 al più 0,7%. Per la Germania ha a sua volta alzato di 0,4 punti la stima su quest’anno, al più 1,1%, e confermato quella sul 2027 al più 1,1%.

Per gli Stati Uniti l’Ocse ha alzato di 0,2 la stima di crescita di quest’anno, al più 2 2%, e di 0,3 punti quella sul prossimo al più 2,1%. Per la Cina ha confermato l’attesa di crescita di quest’anno al 4,5% e limato di 0,1 punti quella sul 2027.

Roma, operaio di 22 anni muore precipitando da un’impalcatura per i lavori al Colosseo

Roma, 23 set. (askanews) – Un operaio di 22 anni è morto nella notte dopo essere precipitato da una decina di metri di altezza mentre era impegnato nell’installazione di un nuovo impianto di illuminazione. La dinamica esatta dell’incidente è in fase di accertamento.

Il Parco archeologico del Colosseo ha disposto per oggi la chiusura al pubblico del settore del secondo ordine nel quale è avvenuta la tragedia.

Il ministero della Cultura e il Parco archeologico del Colosseo “si stringono accanto ai familiari di Andrea Moretti, operaio specializzato per lavori in fune in quota, deceduto questa notte all’interno dell’Anfiteatro Flavio in seguito a un incidente sul lavoro”. E’ quanto si legge in una nota diffusa dallo stesso ministero, che precisa che in segno di lutto il Parco ha deciso di chiudere al pubblico per la giornata odierna il settore del secondo ordine in cui è avvenuto l’incidente, “area tuttavia non sottoposta al sequestro da parte della magistratura, al momento impegnata nel determinare la dinamica dell’accaduto”.

“Un evento tragico che ci lascia sgomenti e storditi” ha dichiarato il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, sottolineando che “le poche parole che riusciamo a esprimere le dedichiamo ad Andrea, alla sua famiglia, ai suoi affetti: rivolgiamo a tutti il nostro profondo, dolente cordoglio di fronte alla morte assurda di un giovane uomo impegnato nel proprio lavoro”.

Attesa per il vertice Trump-Xi alla Casa Bianca, il difficile equilibrio tra affari e rivalità globale

Roma, 23 set. (askanews) – Il presidente cinese Xi Jinping arriva oggi negli Stati uniti per una visita di Stato di tre giorni che culminerà domani alla Casa Bianca nel secondo vertice con il presidente Usa Donald Trump in poco più di quattro mesi. Washington prepara un’accoglienza di massimo livello, con Trump che dovrebbe ricevere personalmente Xi alla Joint Base Andrews, cerimonia militare, colloqui a porte chiuse e cena di Stato. Ma dietro il cerimoniale resta una relazione segnata dalla competizione: commercio e dazi, terre rare, semiconduttori e intelligenza artificiale si intrecciano con Taiwan, Iran, Corea del Nord e fentanyl. L’obiettivo più realistico appare consolidare la tregua raggiunta negli ultimi mesi e impedire una nuova escalation.

La visita, dal 23 al 25 settembre, ricambia quella compiuta da Trump a Pechino in maggio. Il ministero degli Esteri cinese l’ha definita un appuntamento dal significato “storico”. Secondo il portavoce Guo Jiakun, Xi e Trump avranno “uno scambio approfondito di opinioni” sulle relazioni bilaterali e sulle principali questioni internazionali, con l’obiettivo di rafforzare il dialogo, gestire le divergenze e dare sostanza alla “relazione di stabilità strategica costruttiva” concordata in primavera.

Trump dovrebbe compiere oggi il gesto insolito di andare personalmente alla base Andrews per accogliere Xi e la moglie Peng Liyuan. Domani è prevista la cerimonia ufficiale alla Casa Bianca, con 479 militari, inni nazionali, rassegna militare e il sorvolo di un bombardiere B-2 e quattro caccia F-22. Seguiranno i colloqui tra le due delegazioni e, in serata, la cena di Stato. Venerdì le due coppie dovrebbero prendere il tè alla Casa Bianca e visitare poi gli Archivi nazionali.

La composizione completa della delegazione cinese non è stata ancora resa pubblica. Il vicepresidente Han Zheng sarà contemporaneamente a New York per partecipare al dibattito generale dell’Assemblea generale delle Nazioni unite. Si sono invece ridimensionate le aspettative di una vasta delegazione di grandi imprenditori cinesi al seguito di Xi.

Più definita la presenza americana alla cena di Stato. Tra i dirigenti attesi figurano, secondo fonti di stampa, Jamie Dimon di JPMorgan Chase, Jensen Huang di Nvidia, Sam Altman di OpenAI, Tim Cook di Apple, Sundar Pichai di Alphabet, Jeff Bezos di Amazon, Elon Musk di Tesla, Michael Dell e Jane Fraser di Citigroup. Una presenza che riflette il peso che finanza, semiconduttori e Ia avranno nei colloqui.

Il terreno per il vertice è stato preparato domenica a New York da una lunga giornata di negoziati tra il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng, affiancati dal rappresentante Usa per il Commercio Jamieson Greer e dal capo negoziatore cinese Li Chenggang. Le riunioni a porte chiuse si sono svolte nel quartier generale di JPMorgan Chase. Bessent le ha definite “molto positive”.

Il risultato principale è stato l’accordo per individuare una categoria di beni “non sensibili” da sottrarre, almeno in prospettiva, a nuove misure tariffarie. “A Pechino siamo partiti con idee sul Board of Trade e sul dialogo sull’Ia. Oggi quelle idee sono diventate realtà”, ha detto Greer.

Le due squadre stanno esaminando liste di prodotti che possano essere scambiati “in modo bilanciato”. Tra le possibili esenzioni figurano beni di consumo e prodotti a bassa tecnologia esportati dalla Cina, mentre da parte americana potrebbero rientrare energia, prodotti agricoli e, potenzialmente, dispositivi medici. Washington e Pechino stanno lavorando a riduzioni tariffarie su circa 30 miliardi di dollari di prodotti per parte.

Resta aperta la questione della tregua commerciale in scadenza il 10 novembre. Nessuna estensione è stata annunciata a New York e la decisione politica è rimasta a Trump e Xi. Pechino punta a una proroga, mentre Washington vuole risultati verificabili soprattutto sugli acquisti cinesi.

Tra gli impegni concordati a maggio figuravano almeno 17 miliardi di dollari l’anno di acquisti agricoli americani tra il 2026 e il 2028 e una prima tranche di 200 aerei Boeing. Entrambi i capitoli procedono più lentamente del previsto. I negoziati potrebbero riguardare anche un alleggerimento del dazio cinese sul gas naturale liquefatto americano.

Più difficile il confronto sulle terre rare. Washington continua a lamentare forniture insufficienti di minerali e magneti strategici, mentre Pechino chiede un alleggerimento delle restrizioni americane sulle tecnologie avanzate. I controlli Usa all’esportazione di semiconduttori avanzati sono però rimasti fuori dai colloqui di domenica e non emergono segnali di un imminente allentamento.

E’ invece sull’intelligenza artificiale che è arrivata una delle novità più significative. Stati uniti e Cina hanno deciso di creare un dialogo bilaterale formale sull’Ia. Bessent ha proposto anche un meccanismo di notifica reciproca per incidenti legati all’Ia con possibili conseguenze sulla sicurezza nazionale. Le parti hanno concordato di incontrarsi nuovamente sul tema.

Secondo il comunicato cinese, i colloqui di New York sono stati “franchi, approfonditi e costruttivi” e hanno riguardato l’attuazione delle precedenti intese, commercio, investimenti e Ia. Pechino non ha però confermato di avere già accettato la specifica proposta americana sulle notifiche.

Molto meno spazio per il compromesso sembra esserci su Taiwan. Xi dovrebbe chiedere a Trump di bloccare nuove vendite di armi all’isola, richiamandosi al comunicato congiunto Usa-Cina del 17 agosto 1982. Un nuovo pacchetto americano per Taipei, del valore di circa 14 miliardi di dollari, è rimasto sospeso dopo il vertice di maggio. Trump lo ha definito una possibile leva negoziale.

Pechino ha ribadito alla vigilia della visita che Taiwan rappresenta una delle “linee rosse” nei rapporti con Washington. L’ambasciatore cinese negli Stati uniti Xie Feng ha incluso tra queste anche il sistema politico cinese, le questioni di sovranità e il diritto allo sviluppo. Taipei ha fatto sapere che continuerà a mantenere stretti contatti con Washington sulle forniture militari.

Sul tavolo ci sarà anche l’Iran. La Cina è il principale acquirente di petrolio iraniano e Washington vorrebbe che Xi usasse la propria influenza su Teheran. Bessent ha anticipato che i legami finanziari ed economici tra Cina e Iran saranno discussi. Pechino continua però a opporsi alle sanzioni unilaterali americane prive di mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite.

Corea del Nord e Ucraina resteranno sullo sfondo strategico. A maggio Trump e Xi avevano discusso della denuclearizzazione della penisola coreana, mentre Washington continua a chiedere alla Cina di esercitare maggiore influenza su Mosca per favorire una soluzione alla guerra in Ucraina.

Un segnale più concreto è arrivato invece sul fentanyl. Alla vigilia della visita, Pechino ha esteso i controlli all’esportazione ad altri due precursori chimici diretti verso Stati uniti, Messico e Canada e ha pubblicato nuove linee guida giudiziarie sui reati collegati alle sostanze utilizzate nella produzione dell’oppioide sintetico.

La visita si apre quindi con una combinazione di massimo cerimoniale e aspettative prudenti. Trump vuole mostrare che il rapporto personale con Xi può produrre risultati economici visibili; Xi vuole consolidare una tregua che limiti il ricorso americano a dazi e restrizioni e ottenere garanzie sulle questioni considerate strategiche da Pechino. Più che un unico grande accordo, il risultato del vertice potrebbe essere una serie di intese limitate: proroga della tregua commerciale, prime riduzioni tariffarie sui beni non sensibili, nuovi canali sull’Ia e un impegno politico a mantenere sotto controllo la competizione tra le due potenze.

(nella foto d’archivio 14 maggio 2026 la visita di Stato in Cina del presidente Usa Donald Trump e l’incontro con il presidente cinese Xi Jinping a Pechino)

Il nostro tempo. Narrare il Vecchio Continente che cerca sé stesso

Dopo Narrare l’Italia, Luigi Zoja – sociologo e psicoanalista junghiano di fama internazionale – amplia il proprio orizzonte e rivolge lo sguardo all’Europa, interrogandosi sulle sue radici storiche, sulle matrici culturali, sulle fratture identitarie e sulle prospettive di un continente che sembra aver smarrito la capacità di riconoscersi come comunità di destino.

Il volume arriva in un momento particolarmente significativo. Mentre filosofi, storici e politologi cercano di interpretare il tramonto dell’ordine internazionale nato dopo il secondo conflitto mondiale, l’Europa appare sospesa tra l’aggressività delle nuove potenze globali, il ritorno delle logiche imperiali, l’indebolimento delle democrazie liberali e la difficoltà di elaborare una politica estera e di difesa realmente comune.

La guerra nel cuore del continente, l’instabilità del Mediterraneo, la competizione tecnologica, le nuove dipendenze economiche e la frammentazione degli interessi nazionali alimentano un senso diffuso di precarietà che investe non soltanto le istituzioni, ma la stessa idea di Europa.

Oltre la geopolitica, dentro le fratture dell’Occidente

Sarebbe tuttavia riduttivo collocare il libro di Zoja nell’ambito della pubblicistica geopolitica: l’autore sceglie infatti una prospettiva radicalmente diversa. Non si limita a descrivere gli avvenimenti né a commentare le dinamiche del potere, ma cerca di comprenderne le radici profonde, individuando tre grandi linee di frattura dell’Occidente: quella geopolitica, quella culturale e quella psicologica.

È qui che emerge la cifra originale del volume. Lo sguardo dello psicoanalista si sovrappone a quello dello storico e dell’antropologo, nella convinzione che gli eventi collettivi non possano essere spiegati esclusivamente attraverso le categorie della politica o dell’economia.

Il conflitto russo-ucraino rappresenta il paradigma di questa lettura. L’invasione dell’Ucraina costituisce una lacerazione senza precedenti nell’Europa contemporanea, una violazione del diritto internazionale e dei principi morali su cui si è edificata l’Europa del dopoguerra. Zoja non attenua in alcun modo la responsabilità dell’aggressione russa, ma invita a interrogarsi anche sulla dimensione simbolica di quel conflitto.

La Russia continua infatti ad abitare l’immaginario europeo come realtà ambivalente: minaccia concreta sul piano politico e militare, ma anche inesauribile serbatoio culturale, evocato dalla grande letteratura, dalla musica, dalla spiritualità e dall’arte. Una presenza che l’Europa non ha mai realmente assimilato né definitivamente respinto.

La memoria ebraica e l’identità europea

Non meno significativa è la riflessione dedicata alla matrice ebraica dell’Occidente. Zoja la considera ben oltre la dimensione confessionale: l’ebraismo diventa la memoria nascosta dell’Europa, una componente essenziale della sua identità culturale e morale, spesso rimossa ma mai cancellata.

È proprio questa ambivalenza, fatta di riconoscimento e rifiuto, di appartenenza e persecuzione, a costituire uno dei nuclei irrisolti della coscienza europea. L’antisemitismo, in questa prospettiva, non appare soltanto come un fenomeno storico, ma come il sintomo di una frattura più profonda nella costruzione dell’identità occidentale.

L’Europa che emerge da queste pagine è insieme ricca e fragile. Custodisce un patrimonio straordinario di cultura, diritto, pensiero e istituzioni democratiche, ma vive sempre più spesso di una rendita storica, incapace di trasformare quella eredità in un progetto politico condiviso.

Le identità nazionali continuano a prevalere sulla coscienza europea e l’unità sembra riaffiorare soltanto quando la percezione della minaccia impone risposte comuni.

La domanda che attraversa l’intero libro è allora inevitabile: esiste ancora una coscienza europea? Oppure l’Unione rimane prevalentemente un’architettura economica e istituzionale, priva di quel sentimento di appartenenza indispensabile per affrontare le grandi trasformazioni del nostro tempo?

Quando la politica diventa psiche collettiva

La risposta di Zoja non assume mai i toni del manifesto politico. Da psicoanalista junghiano, egli legge la storia come manifestazione di una psiche collettiva, nella quale archetipi, memorie, paure e rimozioni continuano ad agire ben al di sotto della superficie degli eventi.

È in questa prospettiva che acquista particolare significato la sua affermazione secondo cui «ciò che chiamiamo politica è anche la psiche collettiva che prende forma». La politica diventa così il linguaggio visibile di dinamiche invisibili che attraversano le comunità umane.

Proprio questa impostazione costituisce insieme il maggiore pregio e il limite apparente del volume. Zoja privilegia consapevolmente la dimensione simbolica e psicoanalitica rispetto ai grandi fattori strutturali che pure condizionano il presente europeo: la crisi economica che ha accentuato le disuguaglianze sociali, il declino demografico che modifica gli equilibri del continente, la rivoluzione del capitalismo digitale che ridisegna potere e lavoro, le migrazioni, la competizione tecnologica e la successione dei conflitti armati che investono lo spazio europeo e mediterraneo.

Non si tratta però di una lacuna metodologica, bensì di una precisa scelta interpretativa.

L’autore non intende spiegare la crisi dell’Europa attraverso gli strumenti dell’economia o della scienza politica; preferisce indagarne l’inconscio culturale, convinto che ogni trasformazione storica affondi le proprie radici in rappresentazioni simboliche molto più profonde delle contingenze politiche.

Risalire il fiume della storia

È forse questa la ragione per cui Il nostro tempo. Narrare un’Europa sfugge alle classificazioni tradizionali. Non è un saggio di geopolitica, né un trattato di psicologia sociale, né un’opera di filosofia della storia, pur partecipando di ciascuno di questi linguaggi. È piuttosto un esercizio di interpretazione della civiltà europea, costruito secondo quella tradizione mitteleuropea nella quale storia, antropologia, psicoanalisi e filosofia dialogano senza confini disciplinari.

Se il Novecento è stato il secolo delle ideologie e il XXI sembra sempre più dominato dalla competizione tra imperi, dalla rivoluzione algoritmica e dalla personalizzazione del potere, Zoja suggerisce di recuperare una dimensione quasi dimenticata: la profondità della coscienza collettiva.

Le guerre, il riemergere dei nazionalismi, la crisi della democrazia rappresentativa e il disorientamento delle società occidentali non sono soltanto eventi politici, ma manifestazioni di processi culturali sedimentati nel tempo lungo della storia.

Più che offrire risposte definitive, il libro restituisce complessità a un continente troppo spesso raccontato attraverso la cronaca delle emergenze. Il suo messaggio appare tanto semplice quanto esigente: l’Europa potrà affrontare le sfide del futuro soltanto se saprà riconoscere la propria continuità storica e culturale, ricostruendo quella memoria condivisa che precede le istituzioni e rende possibile ogni autentica comunità politica.

È questa la lezione più significativa che Luigi Zoja consegna al lettore. Prima di domandarci quale Europa vogliamo costruire, dovremmo forse chiederci quale Europa continuiamo ad abitare interiormente. Perché una civiltà incapace di custodire la propria memoria difficilmente riuscirà a immaginare il proprio futuro.

L’autore cerca di trovare risposte a questi interrogativi risalendo la corrente del fiume della storia, fino a considerarne le sorgenti identitarie. Si tratta di un approccio tutt’altro che minimalista ed epidermico, non contingentato al presente né assoggettato ai luoghi comuni di quella parte ridondante della geopolitica che non offre spiegazioni oltre gli aspetti coreografici dei suoi principali protagonisti: i cosiddetti «padroni del mondo».

La lezione di Jung e la profondità della storia

In questa prospettiva il libro rappresenta anche una coerente prosecuzione del lungo itinerario intellettuale di Luigi Zoja. La formazione junghiana non costituisce infatti soltanto il suo retroterra scientifico, ma il metodo stesso della ricerca.

Come Carl Gustav Jung, soprattutto nelle pagine di Risposta a Giobbe, aveva mostrato come i grandi miti e i simboli religiosi custodissero i movimenti più profondi dell’inconscio collettivo, così Zoja applica quello stesso paradigma alla storia europea, leggendo gli eventi politici non come episodi isolati, ma come manifestazioni di archetipi, memorie, rimozioni e immagini che attraversano i secoli e continuano ad abitare la coscienza dei popoli.

È proprio questa fedeltà alla lezione junghiana che distingue il volume dalla vasta produzione contemporanea sulla crisi dell’Europa. Là dove la geopolitica si arresta alla descrizione dei rapporti di forza e l’economia individua le cause materiali delle trasformazioni, Zoja sceglie di interrogare il livello più profondo della storia: quello in cui l’identità collettiva si forma, si smarrisce e, talvolta, riesce a rigenerarsi.

La sua non è una fuga dalla realtà, ma il tentativo di comprenderla nella sua interezza, riconoscendo che nessuna civiltà può essere spiegata soltanto attraverso gli interessi economici o le strategie del potere.

In questo senso, Il nostro tempo. Narrare un’Europa non è soltanto un libro sul presente del continente: è un invito a recuperare quella coscienza storica e spirituale senza la quale nessun progetto politico, per quanto ambizioso, può davvero durare.

Caccia polacchi intercettano un aereo russo sul Mar Baltico

Roma, 23 set. (askanews) – Caccia polacchi hanno intercettato un aereo russo Il-20 che volava nello spazio aereo internazionale sopra il Mar Baltico, a circa 40 chilometri dalle coste della Polonia. Lo ha reso noto il ministro della Difesa polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamysz.

“I nostri caccia hanno intercettato l’Il-20 russo a 40 chilometri dalle nostre coste”, ha scritto Kosiniak-Kamysz su X, precisando che il velivolo si trovava nello spazio aereo internazionale sopra il Baltico.

L’America non è più un’ancora. L’Europa deve imparare a nuotare da sola

Le due guerre che dominano l’agenda internazionale — in Iran e in Ucraina — procedono senza che nessuno sembri più in grado di fermarle. Gli allarmi sull’intelligenza artificiale si moltiplicano, i prezzi dell’energia continuano a salire e la crisi climatica produce eventi che un tempo si sarebbero definiti eccezionali e che oggi sono la norma. In questo scenario, le Nazioni Unite riunite a New York sembra facciano fatica a riconoscere la propria epoca.

Per chi osserva la scena da Bruxelles, da Roma o da Berlino, la novità più significativa non è la somma di queste crisi, ma il fatto che il tradizionale ancoraggio a cui l’Europa si è appoggiata per ottant’anni — la leadership americana — abbia smesso di funzionare come garanzia di stabilità. 

Non si tratta più, per l’Europa, di allinearsi o dissentire dalle scelte di Washington: si tratta di costruire, con urgenza, una capacità autonoma di agire. Le parole del primo ministro canadese Mark Carney, che il mese scorso ha parlato di un’America “cambiata” e di un gruppo di “potenze di media taglia” chiamate a organizzarsi per l’era post-americana, hanno trovato eco in molte capitali europee, dove da tempo si discute — con più prudenza pubblica ma identica sostanza — di autonomia strategica.

Il prezzo pagato dall’Europa

Le guerre commerciali e le pressioni sulla sovranità degli alleati portate avanti dall’amministrazione Trump hanno logorato un sistema di alleanze che l’Europa considerava, a torto o a ragione, una struttura permanente. I dazi, le minacce, l’uso disinvolto della forza come leva negoziale — penso alle dichiarazioni recenti sull’Iran — non sono percepiti a Bruxelles come episodi isolati, ma come il sintomo di una potenza che tratta gli alleati come si tratterebbero fornitori da tenere sotto pressione.

L’impatto si vede nei numeri concreti che pesano sui cittadini europei: il rincaro dei carburanti e dell’energia legato al protrarsi del conflitto in Medio Oriente colpisce economie già segnate da anni di inflazione e disuguaglianza crescente. E si vede nella politica interna: il sostegno, più o meno esplicito, che l’amministrazione americana ha offerto a forze populiste di destra in diversi paesi europei viene letto da molti osservatori come un’ingerenza che aggrava, anziché lenire, le tensioni con gli alleati storici.

La lezione delle terre rare

C’è un episodio, meno raccontato ma politicamente istruttivo, che gli strateghi europei osservano con attenzione: la guerra commerciale tra Washington e Pechino si è arenata quando la Cina ha bloccato l’export delle terre rare necessarie alla tecnologia americana, comprese le infrastrutture su cui si regge la corsa statunitense all’intelligenza artificiale. È la dimostrazione plastica che la potenza economica americana, per quanto ancora enorme, ha vulnerabilità strutturali — e che dipendere da un’unica sponda, che sia Washington o Pechino, è un rischio che l’Europa non può più permettersi di ignorare, tanto sulle materie prime critiche quanto sulla difesa.

Un’Europa costretta a crescere in fretta

Il paradosso di questa fase storica è che l’ordine multilaterale nato dopo la Seconda guerra mondiale — di cui l’Europa è stata insieme prodotto e beneficiaria — si sta sfaldando proprio mentre le sfide che quell’ordine avrebbe dovuto gestire, dalle guerre al clima alle tecnologie dirompenti, si fanno più gravi, non meno. Le Nazioni Unite riunite questa settimana ne offrono la fotografia più impietosa: un’architettura pensata per un altro secolo, che fatica ormai a trovare tanto l’autorità morale quanto la capacità operativa per incidere sugli eventi.

Per l’Unione Europea, la domanda che si pone da Roma non è più se il mondo unipolare a guida americana finirà, ma quanto in fretta il continente saprà attrezzarsi per quello che verrà dopo — e quanto velocemente riuscirà a fare propria l’agenda tracciata da Mario Draghi per la competitività e l’autonomia strategica europea. Il rapporto esiste, la diagnosi è condivisa: resta da vedere se ai governi europei basterà la volontà politica per tradurla in azione con la rapidità che il momento richiede.

Il bipolarismo sarà sempre più selvaggio

C’è poco da fare. Il rischio di avere un bipolarismo sempre più selvaggio, sempre più violento e polarizzato è ormai sotto gli occhi di tutti. E questo lo si desume non solo dalla composizione concreta dei due poli maggioritari – l’alleanza di destra e la coalizione di sinistra – ma anche e soprattutto dal confronto tra questi due blocchi elettorali.

Dall’alternanza alla contrapposizione

Certo, si può tranquillamente sostenere che la cosiddetta democrazia dell’alternanza, le modalità e i principi che la caratterizzano siano stati, di fatto, sostituiti da una contrapposizione frontale tra i due schieramenti. Una contrapposizione che è fatta di colpi bassi, di delegittimazione reciproca e, soprattutto, di voglia di annientare la controparte.

Appunto, la delegittimazione morale prima e l’annientamento politico poi dell’avversario che, nel frattempo, si è trasformato semplicemente in un nemico implacabile da distruggere.

Una prassi, se vogliamo essere intellettualmente onesti, abbastanza comune nel campo dell’attuale sinistra – dove, non a caso, mancano o hanno un ruolo del tutto secondario e marginale le forze centriste, riformiste e autenticamente democratiche – ma che trova ormai forti addentellati anche nella coalizione di centrodestra.

L’avversario trasformato in nemico

Ricordo questo aspetto, peraltro importante, perché quando una coalizione, oltre a vincere legittimamente le elezioni, ha come altro e non secondario obiettivo quello di cancellare il nemico politico, l’unico aspetto che è destinato ad essere sacrificato è proprio quella democrazia dell’alternanza che dovrebbe prevedere, come elemento di fondo, il rigoroso rispetto del ruolo e della funzione dell’avversario.

Tassello, questo, drasticamente assente nell’attuale competizione politica. E questo per la semplice ragione che sono le forze populiste, estremiste e massimaliste a condizionare e quasi a guidare politicamente le rispettive coalizioni.

Ne abbiamo avuto conferma, per chi avesse ancora qualche dubbio al riguardo, nell’ultimo weekend, alle varie assemblee di partito. Emblematiche, su tutte, l’incontro della Lega di Salvini a Pontida e la simpatica e divertente conferenza programmatica dei 5 Stelle a Milano.

Il peso dei populismi

Due assemblee dove le spinte populiste, radicali e massimaliste sono state decisive e determinanti ai fini della ricetta programmatica presentata ai rispettivi tifosi. È persino inutile ricordare che da quelle parti la cultura di governo è solo un vago e lontano optional, anche perché, come tutti sanno, il populismo, il trasformismo e il massimalismo sono del tutto alternativi e incompatibili con qualsivoglia cultura di governo.

Per queste ragioni, semplici ma oggettive, se si vuole ridare qualità alla nostra democrazia, rilanciare una vera e credibile cultura di governo e, in ultimo ma non per ordine di importanza, ripristinare un normale confronto democratico, non si può non mettere in discussione questo singolare e violento bipolarismo.

La democrazia dell’alternanza da ricostruire

Un bipolarismo, appunto, che quando non è guidato da regole democratiche e costituzionali rischia di gettare il nostro Paese nel caos e nella confusione. Dove l’unica regola che invece viene perseguita resta quella di criminalizzare il nemico politico e di cancellarlo dalla geografia politica del Paese.

Una regola, questa, che non può che alimentare quella logica perversa degli “opposti estremismi” o degli “opposti populismi”, come viene chiamata oggi con un linguaggio più contemporaneo, ma che resta distinta, distante e quasi alternativa rispetto ai principi e ai valori di una democrazia repubblicana e costituzionale.

L’ora di nuove migrazioni. In Parlamento torna di moda il “ruba bandiera”

L’ora di nuove migrazioni

Tempo fa lo si è detto per Laura Ravetto e per Marianna Madia. La prima ha lasciato la Lega e, prima ancora, Forza Italia per andare incontro all’abbraccio di Vannacci. Le cinque legislature già maturate non bastano a dare quiete alla sua passione politica ed è andata a trovare un riparo sicuro lì dove potrebbe forse garantirsi un nuovo futuro e vincere, in ipotesi, una “sestina” vincente.

La Madia dal PD è approdata sulle sponde di Italia Viva. Non sappiamo con quale effettiva esultanza, a giudicare dal nome del partito, ma insomma il dado è tratto.

Messa in questo modo, sembra giunta l’ora delle decisioni irrevocabili o, meno drammaticamente, di mettersi a giocare a “saltacavallo”.

Mercato delle vacche o delle pulci

Il Parlamento non si rabbuierà per questo e nella politica italiana non cambieranno gli equilibri attuali. All’altare delle cronache, in queste ore, c’è il cambio di casacca di Tommaso Calderone.

La notizia è di quelle che fanno tremare i polsi e che mettono in fibrillazione tutti i partiti che, in vista delle prossime elezioni, si stanno attrezzando per mangiare pedine agli avversari, a dama o a scacchi che sia.

Come si è osservato altre volte, sono tutti seduti al tavolo dei compratori. Per rimpolpare la propria squadra. Se nessuno acquistasse i desiderosi di nuove avventure, ecco che il viaggio verso altri lidi morirebbe sul nascere. Troppo semplice per essere vero.

Accogliere nelle proprie file un parlamentare proveniente da un altro partito, peraltro, non garantisce automaticamente un maggior consenso elettorale, tutt’altro. È cosa tutta ancora da dimostrare. Si tratta in genere di figure minori, mosse spesso da ansie di precariato e alla ricerca di un nuovo contratto, sia pure a tempo determinato: il solo che la politica può offrire.

Con un po’ di fantasia quante cose tu puoi fare…

Occorre essere tempestivi perché nell’arte movimentista la prima regola è capire che il gioco vero è il “ruba bandiera”. Se ne lascia una per afferrarne al volo un’altra.

Tommaso Calderone sembra abbia fatto una doppia capriola. Dalla moderata Forza Italia ha bypassato la Lega finendo direttamente tra le spire di Futuro Nazionale. A difesa della sua coerenza va detto che c’è sempre un’Italia di mezzo per cui vorrebbe battersi per la causa del suo progresso.

Evidentemente non gli è bastata una giusta distanza per saggiare il profumo dell’emergente vento vannacciano e ha voluto toccare da vicino, con dito, di che trattasi. Approdare nel calderone del nuovo che avanza può essere stimolante e rigenerante.

Può darsi abbia preso ispirazione dalle irrequiete e avventurose gesta di Calderón de la Barca o forse dai suoi scritti di drammaturgo, tra cui emerge la commedia Amor, honor y poder: un titolo tutto da commentare.

Altri Ulisse all’orizzonte?

Sarà il caldo di questa estate che ha fatto fermentare il bisogno di altre imprese, sarà la suggestione per ciò che muove le acque stagnanti della politica, sta di fatto che si è passati da un’altra parte.

Si ha l’impressione che ai tanti Calderone che ne seguiranno le gesta occorrerà farci i calli. Il trasformismo è cosa antica e non dovrebbe più suscitare scandalo o apprensione.

Il “trans-formismo” è del resto in linea con le recenti tendenze della sessualità: è la capacità di andare oltre le forme convenzionali per riconoscere altre possibilità di carne, spirito e sentimenti.

Sta all’antico elettore saper leggere i tempi e adattarsi allo scenario politico che fa della fibrillazione e del convulso dinamismo la sua regola e non la sua eccezione.

Il popolo in prossima marcia verso i seggi deve darsi una sveglia e non andare troppo per il sottile, senza sostare su una sostanza ancora, al momento, difficile da digerire.