Nell’estate del 1922 un giovane economista viene invitato a pranzo al numero 46 di Gordon Square, nel cuore di Bloomsbury a Londra. Entriamo, dunque, e saliamo con lui al primo piano: «La stanza mi fece una forte impressione. Appariva vuota, spoglia dei soliti ornamenti e pendagli, in uno stile che sarebbe presto diventato di moda, ma che allora mi era nuovo. Alle pareti due soli quadri, moderni, forse di Matisse o di Picasso. Le poltrone erano straordinariamente comode. Null’altro, se non la piccola tavola alla quale avremmo mangiato (…) La conversazione era vivace e animata (…) Mi resi conto che ero in presenza di qualcosa di assolutamente straordinario, una commistione di profonda esperienza delle teorie più recenti e conoscenza diretta degli eventi di ogni giorno».
Il padrone di casa, John Maynard Keynes, non ha ancora quarant’anni ed è già un economista famoso. È nato a Cambridge nel 1883. È il primo dei tre figli del filosofo e logico John Neville Keynes e di Ada Florence Brown, prima donna nel consiglio comunale di Cambridge (e prima donna sindaco nel 1931). Maynard, come lo chiamano tutti, ha una laurea in matematica; ha studiato l’economia con Alfred Marshall; è entrato per concorso nel Civil Service (secondo su quattrocento candidati); è fellow del King’s College; è con Virginia Woolf tra gli artisti e gli intellettuali del gruppo di Bloomsbury; durante la Grande guerra ha diretto una delle sezioni del Tesoro e ha fatto parte della delegazione britannica alla Conferenza di pace di Parigi, che ha abbandonato in polemica con il suo governo intorno alle clausole del Trattato di Versailles, che egli considera una «pace cartaginese».
Soprattutto è l’autore di un libro, The Economic Consequences of the Peace (1919), che ha fatto il giro del mondo ed è stato tradotto in una dozzina di lingue, incluso l’arabo e il cinese. Ha sostenuto la necessità di favorire, e non di impedire, la ripresa dell’economia tedesca. «Se puntiamo a impoverire l’Europa centrale — ha scritto — la vendetta, oso predire, non si farà attendere. Niente potrà allora ritardare a lungo quella finale guerra civile tra le forze della reazione e le convulsioni disperate della rivoluzione, rispetto alla quale gli orrori della passata guerra tedesca svaniranno nel nulla e che distruggerà, chiunque sia il vincitore, la civiltà e il progresso della nostra generazione».
La sua proposta per il dopoguerra è diversa. Cooperare, e non punire. Le economie europee sono legate come da una «unità organica», in cui il bene del tutto è superiore a quello della parti. Occorre cancellare il debito interalleato (che costringe i francesi e gli inglesi, fortemente indebitati con gli americani, a rivalersi economicamente sui tedeschi); limitare di conseguenza la richiesta di riparazioni alla Germania; emettere un prestito internazionale per stabilizzare i cambi ed evitare il caos delle monete. C’è di più: occorre un’area di libero scambio nell’Europa continentale e la messa a fattor comune di carbone, ferro, trasporti. Su questa falsariga agiranno Jean Monnet e Robert Schuman.
A proposito di quel libro l’economista Joseph Schumpeter — suo ammiratore ma anche suo rivale — ha scritto che Keynes avrebbe avuto un posto nella storia anche se, dopo il 1919, non avesse scritto più nulla. L’influenza del libro è enorme. Una eco si ritrova secondo alcuni anche in The Waste Land (1922) dell’amico e poeta T.S. Eliot, con i suoi riferimenti a Cartagine e alla City di Londra.
Si impone come intellettuale pubblico immerso nella società. Critica il governo, parla alla radio, scrive sui giornali. È capace di fissare in pochi punti un piano di riforma. Trascorre a Londra i giorni centrali della settimana e a Cambridge i restanti. Legge l’antropologia di Frazer, la psicanalisi di Freud, il teatro di Ibsen. Sposa la ballerina russa Lydia Lopokova, grande étoile del tempo.
Alla metà degli anni Venti è tra i primi economisti a riportare in Occidente un’immagine dell’Unione Sovietica (A Short View of Russia, 1925). Il capitalismo dovrà essere reso più umano, oltre che più efficiente, per evitare che la gente subisca la fascinazione ideologica del comunismo.
Non si tratta di abbattere il capitalismo ma di riformarlo, per difendere il sistema sociale fondato sulle libertà: «Penso che il capitalismo, se ben gestito, possa probabilmente essere reso più efficiente di qualsiasi sistema alternativo sinora concepito nel perseguimento di obiettivi economici, ma penso anche che, in sé per sé esso sia per molti versi estremamente criticabile. Il nostro problema è quello di mettere in piedi una organizzazione sociale che sia in sommo grado efficiente senza pregiudicare la nostra idea di uno stile di vita soddisfacente» (The End of Laissez-faire, 1926).
L’economia è mezzo, e non fine. Si spinge con l’immaginazione fino a quel giorno in cui «saremo finalmente in grado di buttare alle ortiche molti pseudoprincìpi che ci affliggono (…) L’amore per il denaro, il possesso del denaro — da non confondersi con l’amore per il denaro che serve a vivere meglio, a gustare la vita — sarà, agli occhi di tutti, un’attitudine morbosa e repellente, una di quelle inclinazioni a metà criminali e a metà patologiche da affidare con un brivido agli specialisti di malattie mentali» (Economic Possibilities for Our Grandchildren, 1930). Ma, soggiunge, non è ancora il tempo.
La crisi del 1929 segna uno spartiacque. Comunismo, fascismo e di lì a poco nazismo propongono modelli alternativi. Lo scontro è frontale. In una lettera aperta al presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, pubblicata sul «New York Times» alla fine del 1933, Keynes scrive: «Caro signor presidente (…) se lei dovesse fallire, in tutto il mondo sarà gravemente pregiudicato il cambiamento su basi razionali, e in campo rimarranno a scontrarsi solo l’ortodossia e la rivoluzione. Ma se lei avrà successo, ovunque metodi nuovi e più coraggiosi verranno sperimentati». Il problema è politico: l’elevata disoccupazione e le eccessive disuguaglianze indeboliscono le democrazie. Ed esse hanno bisogno, per sopravvivere, di creare condizioni di benessere e di piena occupazione.
All’inizio degli anni Trenta il mondo è a una svolta. Keynes si è lasciato alle spalle l’ortodossia, che predica il laissez-faire quando c’è il bel tempo e il «liquidazionismo» quando piove. Con coraggio si è imbarcato nella composizione di un’opera che lo impegnerà per più di un lustro. Esce nel febbraio del 1936 con un titolo innovativo e problematico: The General Theory of Employment, Interest and Money, forse con un riferimento non troppo nascosto alla “teoria generale” di Albert Einstein, che Keynes ha conosciuto a Berlino, quasi come a voler suggerire un’analoga rivoluzione di pensiero.
L’idea di fondo è che non esistono meccanismi automatici e spontanei capaci di condurre il sistema all’equilibrio. La disoccupazione esiste e non è una eccezione. Il fatto è che le decisioni di investimento presenti dipendono dallo stato delle aspettative sul futuro (in particolare sullo stato della domanda), futuro avvolto dall’incertezza. Il calcolo ci guida fino a un certo punto: «La maggior parte delle nostre decisioni di compiere un’azione le cui conseguenze non si potranno valutare pienamente che a distanza di molto tempo può essere presa solo come effetto di animal spirits, di un bisogno spontaneo di agire piuttosto che di non agire, e non come il risultato di una media ponderata di benefici quantitativi moltiplicati per le rispettive probabilità quantitative» (General Theory, 1936).
Non c’è nulla di animalesco o bestiale negli animal spirits. L’espressione ha origini nella letteratura medica e nella filosofia classica: spiritus animalis significa, alla lettera, soffio o spirito dell’anima (cfr. il Meridiano Mondadori su Keynes curato da Giorgio La Malfa, con note di commento ai testi di La Malfa e di chi scrive, 2019). Il futuro non è nel calcolo, ma in questa misteriosa spinta.
Quando gli animal spirits si affievoliscono facendo crollare gli investimenti, si può ricorrere all’intervento dello Stato: attraverso la politica fiscale, la politica monetaria e, se ciò non basta, i lavori pubblici. Keynes non ha mai proposto di «scavare buche» per favorire la ripresa. Ha solo detto con un paradosso che non resterebbe che questo, se la nostra intelligenza non fosse in grado di escogitare rimedi più utili per uscire dalla depressione. Keynes non è l’economista della spesa pubblica fine a se stessa. Al contrario, predica il pareggio di bilancio per la spesa corrente e il deficit di bilancio per gli investimenti produttivi. C’è sempre una ragione per spendere: ma il ministro del Tesoro, secondo lui, si riconosce anzitutto per i suoi “no”. Il coraggio intellettuale fa il paio con la prudenza politica.
Nel 1937 è colpito da infarto. Da quel momento la morte è in agguato. L’anno dopo in una lettera a Roy Harrod (il giovane economista che abbiamo citato all’inizio e che ne sarebbe stato primo biografo), Keynes scrive che «l’economia è essenzialmente una scienza morale e non una scienza naturale: essa si fonda, in altre parole, sull’introspezione e sul giudizio». Ma essa deve essere anche una scienza pratica, che vede la realtà delle cose. Aveva scritto: «I difetti economici più evidenti della società in cui viviamo sono l’incapacità di assicurare la piena occupazione e la sua arbitraria e iniqua distribuzione della ricchezza e dei redditi» (General Theory, 1936). Sono i problemi di oggi.
Durante la guerra è consulente del Tesoro. Prepara la conferenza di Bretton Woods (luglio 1944), che segnerà la nuova stagione della cooperazione postbellica, e vi partecipa da protagonista. Della conferenza è il vincitore morale, anche se alcune delle sue idee più innovative cedono il passo di fronte alla dominanza del dollaro e degli Stati Uniti. Non vede la luce il suo bancor, una moneta internazionale pensata per non soggiogare la creazione monetaria agli scopi di un Paese solo.
È lui a evocare, a Bretton Woods, quel «mantello di Giuseppe» che la leggenda vuole che Ismaele accettò da Giuseppe come pegno di un debito recando innumeri benefici al creditore. Il messaggio è chiaro: che non sia avaro e miope il creditore; ma buono, lungimirante e sagace. Le istituzioni nate a Bretton Woods, la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (oggi Banca mondiale) e il Fondo monetario internazionale, devono secondo lui appartenere al mondo intero. Il problema, di nuovo, non è solo economico, ma anche politico: le tensioni economiche non devono sfociare come negli anni Trenta nella guerra. Il nuovo sistema, il suo, dovrà promuovere la pace.
Del negoziatore di Bretton Woods Lionel Robbins ha lasciato una vivida descrizione, tanto più significativa perché vergata da un economista “ortodosso”: «In quei momenti mi trovo a pensare che Keynes sia probabilmente uno degli uomini più notevoli che siano mai esistiti: la logica pronta, il balzo alato dell’intuizione, la vivida fantasia, l’ampia visione delle cose, soprattutto il senso incomparabile della parola giusta, tutto concorre a farne qualcosa di superiore al normale livello umano».
Colpito a Bretton Woods da un altro infarto, Keynes sopravvive ancora una volta. Riesce, nel marzo 1946, a tenere un ultimo discorso alla Royal Economic Society, in cui sostiene che gli economisti «non sono i depositari della civiltà ma della possibilità della civiltà». Quella civiltà che, parafrasando Freud, aveva definito una crosta fragile. Crosta sempre fragile, perché umana. Muore a Tilton nella casa di campagna il 21 aprile 1946, all’alba del giorno di Pasqua. Alla fine della monumentale biografia di Keynes in tre volumi (Macmillan 1983, 1992, e 2000), Robert Skidelsky scrive che non fu inappropriato il fatto che il servizio funebre si svolse nell’abbazia di Westminster con rito anglicano. Non era solo la ragion di Stato a suggerirlo. E neppure solo il riconoscimento di aver fatto parte della cerchia di uomini che avevano illustrato la patria. Vi era, forse più sottilmente, il fatto che «Keynes era ben radicato nella cultura della cristianità»; egli era giunto a comprendere che «il nemico non era la cristianità ma (…) il materialismo mondano».
L’homo oeconomicus era una finzione: utile, ma pur sempre finzione. L’utilitarismo era secondo Keynes «il verme che ha allignato nelle viscere della civiltà moderna ed è responsabile della sua attuale decadenza morale» (My Early Beliefs, 1938). Si era da giovane abbeverato all’etica di George Edward Moore e ne era rimasto segnato: il buono, il bello, il giusto consistono nella coltivazione e godimento dell’arte, delle creazioni dello spirito, delle relazioni umane. L’economia è solo un mezzo. È stato autorevolmente scritto che «in linea con Aristotele, Keynes ritiene che una buona vita abbia delle condizioni materiali e istituzionali necessarie» e che, per l’economista di Cambridge, «il compito dell’economia politica come scienza morale e della politica economica è proprio quello di fornire queste condizioni materiali per una vita buona e felice (…). La piena occupazione è una di queste» (Anna Maria Carabelli, John Maynard Keynes: il ragionamento economico, Carocci, 2024).
Nel 1919 — quando nessuno sapeva quanto a lungo sarebbe stato possibile scongiurare un’altra guerra — Keynes aveva scritto: «Gli sviluppi dell’anno venturo non saranno foggiati dagli atti deliberati degli statisti, ma dalle correnti nascoste che incessantemente influiscono sotto la superficie della storia politica, e il cui sbocco nessuno può prevedere. In un modo soltanto possiamo agire su queste correnti nascoste: mettendo in moto quelle forze dell’istruzione e dell’immaginazione che cambiano l’opinione. Affermare la verità, svelare le illusioni, dissipare l’odio, allargare e educare il cuore e la mente degli uomini: questi i mezzi necessari». Il nostro dovere, oggi, non è diverso.