Che differenze trova – nel calcio giocato e in quello ‘parlato’ – tra la Sua epoca di calciatore e quella attuale? C’è stata indubbiamente un’evoluzione delle competenze tecniche, un affinamento della strategie tattiche, una “modularizzazione” delle formazioni, un adeguamento dei singoli ruoli dei calciatori in campo. Ma senza cadere nelle valutazioni moralistiche conserva sempre una certa nostalgia per quegli anni 60 e 70? Qual era il vostro ‘valore aggiunto?
Rispetto ai miei tempi di calciatore ci sono oggi più rubriche, trasmissioni, più attenzione dei media e più dibattito. Allora tutto questo non esisteva o si limitava all’essenziale, come cronaca giornalistica e televisiva. Lo stesso calcio giocato era diverso, difensivista, meno atletico anche se quello italiano in particolare è sempre stato abbastanza ‘tattico’. Soprattutto allora c’era la ‘marcatura a uomo’, il grande maestro dei primi anni era il patron Nereo Rocco. Adesso si gioca ‘a zona’ e in teoria questo dovrebbe dare un calcio più spettacolare, anche se in pratica non sempre è così.
Forse la vera rivoluzione sulla disposizione tattica in campo della squadra fu avviata da Arrigo Sacchi….
Sicuramente è così e ancora oggi non si può prescindere dal suo modulo originario, poi evolutosi nel tempo. Sacchi ha cambiato completamente tutte le regole del calcio giocato. Direi che ancora oggi – a partire dalla preliminare preparazione atletica, alla disposizione tattica, ai moduli di gioco il calcio risente in modo netto di due condizionamenti oggettivi, dovuti ai due più grandi allenatori degli ultimi anni: Helenio Herrera e Arrigo Sacchi. Herrera fu il primo a introdurre un riscaldamento prepartita molto prolungato e teso, il palleggio con le mani, l’intensità della preparazione atletica. Prima un calciatore faceva due o tre palleggi negli spogliatoi e poi entrava in campo, mentre io ricordo che nei primi anni Herrera faceva fare anche fino a 40/50 minuti di riscaldamento alla squadra. La prima spallata al vecchio calcio la diede sicuramente Herrera, poi è arrivato Sacchi, intelligenza calcistica allo stato puro, e io credo che tutti coloro che studiano da allenatore a Coverciano non possano prescindere dagli insegnamenti di questi due grandi maestri. Entrambi hanno inventato il calcio moderno.
L’Italia – si sa – è un paese di commissari tecnici: tutti hanno in tasca la formazione vincente. Ma il vero allenatore di una squadra quali elementi di valutazione tiene presenti per mandare in campo l’11 migliore? Prevalgono valutazioni tattiche, emotive, di condizione fisica, preparazione atletica, di armonia tra la squadra, certi fatti magari accaduti in settimana e negli spogliatoi di cui il pubblico ignora i retroscena…. Insomma quanto è difficile fare l’allenatore e quanto conta il modulo da lui scelto per ottimizzare la resa dei calciatori? Si dice infatti – a volta- che nonostante le tattiche e le pretattiche basta un gesto atletico o l’estro di un grande campione per risolvere una partita….
Effettivamente l’allenatore prepara tatticamente tutte le cose che lei ha elencato ma spesso deve cambiare in corsa, durante la partita. La sua bravura sta nel seguire l’evolversi della gara e poi introdurre elementi tattici e uomini in grado di dare una svolta all’incontro. Tra le squadre poi c’è molto più equilibrio di una volta, mentre trovo che un tempo- forse più di oggi – bastava l’estro o il gesto atletico del singolo per stravolgere tutte le modulistiche ed essere decisivo. Ancora oggi è così: uno pensa di governare, di gestire una partita poi basta che uno come Messi ne dribbli cinque e vada in gol e tutto questo è imprevedibile.
Alla gente il calcio piace, specie agli italiani: alla domenica riesce a farci dimenticare le magagne piccole e grandi della vita, ad esaltarci, a farci divertire anche soffrendo. Ma, onestamente, come la mettiamo con certe paghe dei calciatori in tempi di crisi, dove molte famiglie non arrivano alla fine del mese?
Secondo me quando si fa questo discorso si dimentica che ci sono sportivi che guadagnano molto di più dei calciatori, che ci sono stati gli scandali dei dirigenti che si sono arricchiti truffando alle spalle proprio dei calciatori e della gente: cioè questo diventa un discorso diffuso sì, ma semplicistico, è troppo facile prendere di mira solo i calciatori. Tra di loro – indubbiamente – c’è chi guadagna in modo esagerato. Però tutto è proporzionato e relativo al fatto che è proprio il pubblico che esalta il calcio, è il mercato che chiede questo: se la gente non andasse negli stadi forse i calciatori guadagnerebbero meno. Ma, ripeto, è la domanda della gente che condiziona e inflaziona il mercato. Il calcio piace e diverte. Poi c’è da dire che la carriera di un calciatore dura in media dieci o dodici anni e poi si esce di scena. Gente come Maldini che ha chiuso a 41 anni è una vera eccezione: lui è veramente unico, un grande, un grandissimo in tutto, come uomo e come sportivo.
Non sempre il comportamento in campo dei calciatori è ispirato al “bon ton”, all’etica del rispetto dell’avversario e delle regole: trovo che non sia una bella immagine quella dei calciatori che simulano, fanno falli cattivi, violano la cavalleresca contesa con “cadute inventate”, improbabili capriole ecc…..il tutto per trarne vantaggio: un fallo, un rigore, un’espulsione. Non pensa che sia diseducativo per il pubblico, specie per i giovani, che nei commenti del dopo partita si schierano anche con chi ha commesso un’infrazione, ha violato le regole etiche della contesa ed educhi tutti all’imbroglio come consuetudine di vita, come…arma vincente?
Io sono d’accordo su questo ma ritengo che dipenda da come vengono allevati e cresciuti nelle squadre i calciatori. Ricordo un aneddoto che mi riguarda. Avevo 15 anni e giocavo nei ragazzi dell’Inter, il grande Giuseppe Meazza era il nostro allenatore e mi faceva giocare come ala destra perché ero piccolino e magro. Ricordo che in una partita, dopo il primo tempo mi lamentai di quella mia posizione in campo, perché non combinavo granchè, ero fuori dal gioco, prendevo poche palle. Meazza mi chiamò e mi disse “Uè, pastina, ven chi! Stai a sentire bene: io sono campione del mondo, ho vinto tutto e non mi sono mai lamentato né del ruolo né dei compagni, perciò la prossima volta che ti sento protestare tu non giochi più”. La morale è questa: quante persone che nel calcio ti danno questi insegnamenti di vita? Noi abbiamo sfornato una generazione di allenatori o pseudo tali, soprattutto a livello giovanile, che hanno scimmiottato i grandi senza pensare che dovevano dare, oltre a lezioni di calcio, lezioni di comportamento. Chi arriva a giocare al calcio è uno che viene dalla strada e nella strada che ragazzi abbiamo? Il calcio comunque qualcosa ti insegna…. Le simulazioni, le cadute plateali ci sono ma bisogna capire che il giocatore è trasportato dal gesto atletico, sono momenti di grande impegno e tensione: per valutare il tutto più che fermare l’attimo con la moviola bisogna capire che il calcio è istintività. Lo sport è vita e serve a trarre insegnamenti per essere migliori, bisogna capire questa verità, che si vinca o che si perda.
A parte i soliti episodi di tifosi scatenati e violenti che cosa pensa del comportamento generale delle tifoserie? Non sono forse proprio certi atteggiamenti dei calciatori a generare scintille di scontri sugli spalti? Quali provvedimenti dovrebbero prendere le autorità sportive e civili di fronte al fenomeno della violenza negli stadi?
Ricordo che nel 1980 il Sindaco di Milano Tognoli chiamò in Comune me e Rivera come capitani dell’Inter e del Milan per parlare del fenomeno della violenza negli stadi che cominciava ad emergere. Da allora che cosa si è fatto? Tutti conoscono quelli che entrano lì per fare violenza, c’è persino spaccio di droga negli stadi. Questo esaspera gli animi. Il nostro Stato non riesce a governare e debellare questo fenomeno, il calcio cerca di calmare gli animi, in parte ultimamente c’è anche riuscito. I violenti degli stadi sono i violenti nella strada, in famiglia, a scuola, nella vita: in più dentro lo stadio il violento si sente impunito perché può nascondersi e camuffarsi tra la gente, nessuno lo vede e può fare quello che vuole. Non riesco a capire come mai in Inghilterra – dove fino a dieci anni fa questo problema era peggiore che da noi – adesso queste cose non succedono. Probabilmente perché quelli che fanno queste cose vanno in galera, qui non ci va nessuno neanche per cose più gravi. Le regole ci sono anche qui ma nessuno le rispetta le fa rispettare.
Che cosa può fare la scuola per favorire la diffusione e l’amore per lo sport? Oltre le attrezzature, gli impianti, le strutture, non Le sembra che l’attività sportiva sia un po’ una cenerentola nei programmi didattici? Ci preoccupiamo che tutti i ragazzi abbiano un computer, non importa se poi l’uso indiscriminato dei PC e della TV li rende obesi e indolenti.
Noi parliamo di sport nella scuola dimenticando che la scuola non ha strutture idonee per lo sport. Nelle scuole mancano a volte le palestre, I ragazzi devono fare sport dopo la scuola e dopo aver fatto i compiti, magari in strutture lontane da casa, accompagnati dai nonni perché i genitori sono al lavoro. Ricordo che anni fa io tenni delle conferenze all’Università di Miami negli USA e rimasi sbalordito dal vedere le dotazioni sportive delle scuole: avevano 6 campi da calcio, uno con tribuna da 40 metri, 8 campi da rugby, poi da football americano, baseball, pallavolo ecc. Era luglio e anche se l’Università era chiusa e non c’erano lezioni, era lo stesso frequentata dai giovani: noi dove li mandiamo questi ragazzi a fare sport? Qui in Italia si fa troppa teoria su tante cose ma c’è poco senso pratico e capacità di risolvere concretamente le cose: questo dello sport giovanile è un problema serio. Le strutture scolastiche sono vecchie, quelle di 40 anni fa e la stessa mentalità degli insegnanti marginalizza lo sport e quasi colpevolizza e punisce i ragazzi che lo praticano. Eppure si diceva “mens sana in corpore sano”….
Da questo punto di vista non pensa che le società sportive dovrebbero favorire l’accesso ai loro ‘vivai’ del maggior numero possibile di ragazzi, sia per farli divertire in modo sano, sia per coltivare ‘in casa propria’ i futuri campioni di domani?
Purtroppo anche le società sportive non hanno strutture adeguate. Anche su questo argomento si fanno troppe parole, qui in Italia. In Inghilterra i ragazzi vanno a fare calcio nelle società sportive a partire dai 12 – 13 anni ma prima glielo insegnano a scuola. Serve un lavoro di collaborazione tra scuole e società sportive, per dare continuità alla pratica agonistica che non è certo in conflitto con una buona formazione scolastica.
Lei e Rivera siete ricordati oltre che per la bravura del singolo anche per la famosa ‘staffetta’. Come vivevate emotivamente questa situazione? Ma davvero due grandissimi campioni come voi potevano e possono essere oggi ‘tecnicamente incompatibili e alternativi’? Come si fa a rinunciare al “genio”, capace di un gesto di estro imprevedibile per far posto ai moduli e alle geometrie?
Questa è una cosa solo italiana. Noi dobbiamo sempre mettere i Coppi contro i Bartali. Il Brasile in Spagna giocava con cinque numeri 10 e questo perché loro pensano di mettere in campo prima di tutto chi sa giocare bene e poi il resto della squadra. Noi abbiamo un’altra mentalità, temo che sarà sempre così. Noi – io e Rivera – avevamo cominciato la staffetta nei mondiali del 70 e poi – per nostra mentalità la cosa è andata avanti così fino ad oggi.
Concludendo questa intervista Le chiedo se vuole spendere due parole – rivolgendosi alle famiglie, alla scuola e alle società sportive – per favorire la più ampia diffusione dell’attività agonistica non solo per la sua valenza in tema di salute ma anche perché lo sport è una di quelle risorse ‘educative’ che ci permettono di affrontare le difficoltà della vita con lealtà, coraggio e sacrificio. Non crede che anche questo aspetto debba essere ricordato a tutti, più spesso? Oggi viviamo la stagione del tutto facile e tutto a portata di mano: in questo modo non illudiamo e diseduchiamo i giovani, attesi poi dalle vere prove della vita?
Questa osservazione è importantissima perché lo sport ti educa ad essere te stesso, praticando lo sport ti riveli per quello che sei: non c’è la possibilità di fingere e ti accorgi se anche il tuo compagno è corretto, generoso. Conoscendosi reciprocamente ci si può aiutare a vicenda: è questo il concetto fondamentale dello sport di gruppo che ti aiuta a crescere a condizione di avere però degli istruttori e un mondo intorno che ti aiuta a capire questi valori quando sei giovane.
Anche i genitori devono fare la loro parte. Lei vada in un campetto dove i ragazzini giocano a calcio e osservi i loro comportamenti: inveiscono con l’allenatore se non fa giocare il loro figlio, urlano parolacce agli altri giocatori se non gli passano la palla, perché pensano che il figlio possa un domani risolvere i problemi economici della famiglia se domani diventa un campione.
Quel ragazzo, con dei genitori così, non diventerà mai un calciatore. C’è anche questa verità e bisogna dirla, buona parte dei genitori la pensa in questo modo.
I ragazzi vanno educati in campo da chi conosce il calcio ma vanno aiutati ad esprimersi secondo le loro potenzialità, a liberare il loro estro, per divertirsi ed essere se stessi.