La crisi della democrazia rappresentativa
Le epocali trasformazioni culturali, sociali, politiche e tecnologiche che siamo chiamati a registrare in questi Ottant’anni di Repubblica nelle nostre comunità indicano, con riferimento all’evoluzione del sistema democratico, che ormai quest’ultimo necessita di un urgente e deciso intervento riformatore se vogliamo preservarne il suo indispensabile ruolo di garante delle libertà, della partecipazione, della solidarietà, dell’eguaglianza e anche della (negletta) fraternità.
La democrazia, infatti, così come l’abbiamo conosciuta e praticata nella seconda metà del secolo scorso non esiste più. Per effetto: dell’espandersi della globalizzazione, prima, e del ritorno agli imperi, dopo; dell’irrompere della logica europea negli spazi una volta riservati agli stati nazionali; dell’arrancare dei governi politici di fronte al finanz-capitalismo; dell’enorme avanzata del potere tecnocratico e dello sviluppo dell’intelligenza artificiale, la democrazia ha fatto registrare un cambiamento di paradigma. Tende a non riconoscersi più nei propri rappresentanti, considerati degli “uomini di potere” sempre più screditati e corrotti, e a configurarsi su una nuova base costituita dal popolo non più diviso in partiti politici ma ritenuto unitario portatore dell’interesse generale.
Non si tratta, però, come si potrebbe essere indotti a pensare, del passaggio dalla vecchia democrazia “rappresentativa” ad una altrettanto superata democrazia “diretta”, magari con un nuovo modo di declinare i suoi tipici istituti di partecipazione. Deve intendersi, invece, come una dimensione completamente diversa del sistema di governo democratico. Dove i partiti politici che storicamente hanno interpretato la funzione di mediazione tra la società e le istituzioni sono sempre più marginalizzati o, addirittura, cancellati (v., da ultimo, i casi alle elezioni amministrative di Crisafulli, De Luca e Vannacci) e le nuove tecnologie prendono il sopravvento “perché consentono … di intervenire in modo permanente nella vita pubblica, di ergersi ad esperti su tutte le questioni anche le più complesse, di criticare i responsabili politici, di sbeffeggiarli o addirittura denigrarli”.
La deriva plebiscitaria e l’egocrazia
Dando così un vigore nuovo e una dimensione esplosiva sia ai media tradizionali che a quelli digitali e costituendo una vera e propria sfida per la democrazia. Che viene messa di fronte a una sorta di automatismo sociale, simile a quello dei sondaggi di opinione o dei rilevamenti dell’audience televisiva, che sottrae il potere ai partiti politici, dà l’impressione di restituirlo al popolo mentre lo affida, invece, alle macchine o, più precisamente, a coloro che le programmano. Facendo emergere, dietro questo schermo di protagonismo popolare, “una subdola democrazia plebiscitaria” i cui caratteri principali sono la personalizzazione della politica e la semplificazione della comunicazione.
Insomma, non sono più i partiti, le associazioni, le organizzazioni di rappresentanza, i corpi intermedi, in generale, a gestire l’intermediazione con le istituzioni pubbliche ma, ora, tale funzione si concentra esclusivamente nei leader determinando così una frattura irreversibile fra demos e kratos. Non solo. Ma gli attuali attori politici, per contrastarsi e cercare di annullarsi reciprocamente, tendono ad improntare il discorso pubblico alla rettorica dell’anti-politica fatta di dichiarazioni piuttosto che di programmi. E sostituiscono i ragionamenti impegnativi e complessi con slogan e semplificazioni che si rivolgono ai sentimenti della gente cercando di sollecitarla emotivamente e di trascinarla nel loro battibeccarsi piuttosto che coinvolgerla in un dibattito pubblico serio.
Oltre alla perdita della capacità di guida e di orientamento dell’elettorato da parte dei partiti, il risultato di questo modo di fare politica è il grave pericolo che dietro l’apparente partecipazione popolare della gente si nasconda un potere personale e autoritario di leader che hanno la pretesa di rappresentare la “vera” volontà del popolo. Si delinea, cioè, una tendenziale egocrazia che è la concentrazione del potere politico nelle mani di soggetti individuali che, per un verso, pretendono di imporre la propria autorità e la propria morale e, per un altro verso, esigono di dominare su tutto e su tutti. In ogni caso, mostrando insofferenza alle regole e alle leggi della democrazia che spesso impongono lo snervante e complicato logorìo dei ragionamenti e delle mediazioni politiche. Il loro io ipertrofico, infatti, non ammette interlocutori, consigli, critiche, misure istituzionali, saggezza politica. Influenzato soltanto dai sondaggi, non riesce a guardare in faccia la realtà dei bisogni e degli interessi della cittadinanza.
In definitiva, è il precipitare di una tendenza egocratica pericolosissima alla quale è veramente arrivato il momento di sbarrare la strada e fare invertire la direzione.
Rigenerare i partiti e i corpi intermedi
Ma come? Attraverso una rigenerazione dei partiti politici, oltre che evidentemente di tutti gli altri corpi intermedi: dai sindacati alle organizzazioni imprenditoriali, dalle cooperative alle associazioni professionali e a tutti gli altri organismi religiosi, culturali e di volontariato. Ma, innanzi tutto, dicevo, dei partiti politici che della nostra democrazia repubblicana sono stati i fondatori e i garanti dopo la triste stagione del fascismo.
E allora cerchiamo di capire come ciò possa avvenire!
Innanzi tutto, con il ritorno dei partiti a quella che è la loro natura popolare (di massa). Vale a dire il ritorno ad una organizzazione fortemente strutturata con sezioni territoriali, iscritti, militanza stabile, gruppi dirigenti collegiali, meccanismi stabili di selezione della leadership, indirizzo politico deliberato dai congressi, finanziamento e servizi pubblici. Il contrario, in sostanza, di ciò che avviene oggi. Quando il consenso dei cd. partiti si costruisce sui social, i singoli leader parlano direttamente agli elettori senza alcuna mediazione, l’appartenenza politica è liquida se non gassosa, l’attività politica si svolge quasi esclusivamente attraverso gli strumenti digitali, il finanziamento è privato e dipende, in qualche caso, da una singola azienda o da una famiglia.
Costituzione, partecipazione e sistema proporzionale
In secondo luogo, finalmente, con l’introduzione all’interno dei partiti di un ordinamento democratico, come stabilisce la Costituzione, per concorrere a determinare la politica nazionale. Oggi, non esiste più (come ai tempi della contrapposizione ideologica tra visione liberale e comunista della democrazia) alcuna ragione perché questo principio fondamentale non venga attuato. Anzi, bisogna dire che -poiché i social favoriscono i leader più comunicativi rispetto alle organizzazioni collettive e vi è, come cennato, il rischio serio della trasformazione dei partiti in strumenti personali del capo politico- la mancata regolamentazione dei partiti è costituzionalmente insostenibile perché lede il principio della partecipazione popolare.
E, in ultimo, con la fine di questo sfacciato balletto che ogni maggioranza inscena all’avvicinarsi della scadenza della legislatura in ordine ad una nuova legge elettorale ad essa più favorevole e la opzione, una volta e per tutte (anche e soprattutto nell’ipotesi di una riforma del sistema di governo con l’introduzione del cd. premierato), di un sistema proporzionale senza alcuno stravolgimento a seguito di ‘truffaldi’ premi di maggioranza. Al proposito, bisogna finalmente riconoscere che la governabilità o la stabilità del governo non dipendono dalla pluralità o meno dei valori, dei bisogni, degli interessi della società civile presenti in seno alle assemblee rappresentative ma dalla funzionalità e dall’equilibrio dell’intero sistema politico-istituzionale. La pluralità parlamentare, invece di una forzata polarizzazione, è indispensabile per realizzare un corretto rapporto tra i cittadini e lo stato contribuendo così alla partecipazione democratica e al funzionamento del sistema. In conclusione, per riportare i partiti politici al centro dell’agone politico, ma non liberi di servire qualsiasi padrone, bensì funzionali al bene delle comunità.
Naturalmente, tutto ciò, in una prospettiva che non esclude l’accoglienza corretta dell’ormai diffusa cittadinanza digitale, l’uso dell’intelligenza artificiale, l’impiego delle piattaforme informatiche ma impone ai partiti politicvi di trovare un inedito equilibrio tra nuove tecnologie e principi democratici salvaguardando la partecipazione dei cittadini, la rappresentanza e la trasparenza del sistema politico-istituzionale.
N.B. Il testo è la sintesi della relazione che l’autore terrà oggi nel quadro di un convegno sugli 80 anni della Repubblica organizzato dall’Università degli Studi di Napoli Federico II insieme al Centro Studi Parlamentari del Mediterraneo