Professore, partiamo dal dato politico. La separazione delle carriere è mai stata nel patrimonio culturale e programmatico del centrosinistra?
Bisogna ricostruire il percorso storico. Prima della Costituzione avevamo un modello di processo di tipo inquisitorio, fondato sul primato delle istituzioni sulla persona e sulle esigenze di sicurezza. In quel modello accusatore e giudice erano sostanzialmente interni allo stesso blocco, mentre l’imputato era la parte debole.
La Costituzione compie una prima grande operazione: recide il cordone ombelicale tra magistratura e politica, costruendo un sistema autonomo. Però non poteva trasformare immediatamente il processo in senso accusatorio: infatti, nelle disposizioni transitorie, si rinvia a una futura riforma dell’ordinamento giudiziario.
Il vero passaggio arriva nel 1989 con il nuovo codice di procedura penale. Ma per anni si continua a ragionare con mentalità inquisitoria. E allora, per reazione, si decide di costituzionalizzare i principi del giusto processo in modo da renderli effettivamente vincolanti
Arriviamo così alla riforma dell’articolo 111 della Costituzione.
Esattamente. Durante la Bicamerale D’Alema – alla quale partecipavo come consulente dei parlamentare del centrosinistra – si afferma il principio cardine del processo accusatorio: le prove si formano nel contraddittorio tra le parti e il giudice deve essere terzo rispetto a due parti, accusa e difesa.
Questo principio viene poi inserito nell’articolo 111 nel 1999 con un voto largamente bipartisan, guidato per il centrosinistra da Cesare Salvi. Il testo è chiarissimo: il giudice è terzo e le altre due sono parti.
Se il pubblico ministero è parte, ne discende una conseguenza logica: non può condividere lo stesso organo di governo del giudice. Il CSM unico nasce in un’altra stagione storica, coerente con un modello diverso.
Dunque la separazione delle carriere è coerente con l’impianto del giusto processo votato anche dal centrosinistra?
È una conseguenza ordinamentale di quel principio. Dopo il 1999, in un clima politico meno conflittuale, sarebbe stato naturale completare il disegno: superare il CSM unico e creare un sistema coerente con la terzietà del giudice.
Purtroppo il conflitto politico degli anni successivi – soprattutto quello tra Berlusconi e la magistratura milanese – ha impedito di affrontare serenamente questo passaggio. Ma sul piano logico e sistematico la direzione era tracciata.
Perché allora oggi l’ANM reagisce con tanta durezza?
Perché non accetta fino in fondo l’idea che il pubblico ministero sia una parte. Si sostiene talvolta che sia “parte imparziale”, ma è una contraddizione: una parte non può essere imparziale, per definizione.
Se si accetta che il PM è parte, allora è coerente separare i Consigli superiori e prevedere un organo disciplinare distinto da quello che gestisce nomine e trasferimenti. Anche questa, peraltro, è un’esigenza avvertita da tempo: già la Commissione Paladin nel 1991 segnalava il rischio di concentrare funzioni amministrative e disciplinari nello stesso organo.
Altro punto controverso è il sorteggio per il CSM.
Il problema vero è il correntismo. I sistemi elettorali del CSM hanno finito per rafforzare il peso delle correnti. Io stesso ho proposto per due legislature un sistema a collegi uninominali, per valorizzare le persone e ridurre la dipendenza dalle correnti.
Oggi il sistema è fortemente correntizio. Non considero il sorteggio la soluzione ideale, ma tra un sistema dominato dalle correnti, che sono in realtà diventate delle cordate, e un sistema che attenui quel potere, ritengo il secondo preferibile.
C’è chi sostiene che la riforma metta il pubblico ministero sotto il controllo dell’esecutivo.
Non c’è nulla nel testo che vada in quella direzione. Nei nuovi CSM i magistrati restano due terzi. Le componenti laiche sono elette dal Parlamento con maggioranze qualificate, quindi coinvolgendo maggioranza e opposizione.
Anche nella Corte disciplinare i numeri garantiscono equilibrio: tre quinti togati, un quinto di nomina parlamentare e un quinto del Presidente della Repubblica. Non c’è alcuna subordinazione al governo.
In Europa qual è il quadro?
Le democrazie mature si fondano sul primato della persona e su un pluralismo dei poteri, anche interno ai poteri stessi. Il modello accusatorio, di matrice anglosassone, è stato progressivamente adottato perché più coerente con la tutela dei diritti individuali.
Un esempio significativo è il Portogallo, che ha previsto due distinti Consigli superiori. Non è una scelta “di destra”: è una scelta coerente con il pluralismo democratico.
Dal punto di vista del cittadino, cosa cambierebbe?
Soprattutto nella fase delle indagini preliminari, oggi il giudice può non sentirsi pienamente libero rispetto al pubblico ministero, anche per via del CSM unico.
Abbiamo un dato significativo: oltre il 40% dei processi si conclude con assoluzioni. Questo significa che molte persone affrontano un processo che forse poteva essere evitato. Il processo è già una pena, sotto il profilo umano, sociale ed economico.
Rafforzare l’equilibrio tra accusa e giudice significa evitare che cittadini chiaramente innocenti finiscano nel “tritacarne” giudiziario.
Ultima domanda: questo referendum rischia di essere letto in chiave politica?
È un referendum istituzionale, non un’elezione politica. Le riforme delle regole del gioco dovrebbero essere condivise il più possibile. In un clima diverso si sarebbe potuto trovare un accordo ampio.
Oggi si vota. E si vota su un principio semplice: dare piena coerenza al modello del giusto processo che il Parlamento ha già scelto nel 1999.