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Da Craxi a Bolsonaro: quando la fuga è una tentazione irresistibile

Viva il Re

Questo scatto immortale si adatta bene ai politici di tutto il mondo che – quando la sorte diventa, per una ragione o l’altra, avversa – non possono resistere alla tentazione della fuga. Un termine che – a seconda delle circostanze o dell’ottica personale – può essere declinato con altri sostantivi come esilio, abbandono o espatrio forzato.

Sono rimasti nella (breve) memoria degli italiani la fuga del Re Vittorio Emanuele III, del maresciallo Pietro Badoglio e dei vertici militari all’alba del 9 settembre 1943, subito dopo l’annuncio dell’armistizio con gli alleati. L’armistizio cambiava il futuro politico della nazione e allora, meglio cambiare aria.

Craxi ad Hammamet

La pur breve memoria dei connazionali – sempre pronti a dimenticare la verità giudiziaria, che piaccia o meno – ricorderà forse meglio le modalità “irrequiete” con le quali l’ex segretario del Psi ed ex Presidente del Consiglio Bettino Craxi nel maggio 1994 prese la via di Hammamet (Tunisia), dove morì il 19 gennaio 2000 e dove è sepolto.

«Nel Transatlantico di Montecitorio, una mattina dell’aprile 1994 tre noti uomini politici parlano tra di loro fitto fitto: “Per adesso vado a Hammamet, tanto non saprei chi votare. Poi vediamo che succede.” “Bettino non farlo.” “Che cosa?” “Non mollare, non andartene.” “Marco, io le mani addosso non me le faccio mettere”». Se ne andò e non tornò più.

Il racconto non è di un passante ma del suo più stretto collaboratore, Claudio Martelli, che lo riporta nel libro “L’antipatico” (editore La Nave di Teseo, gennaio 2002). 

Martelli e Borrelli

Martelli tiene alla larga le parole “fuga” e “latitanza” ma sta di fatto che, coinvolto nella vicenda giudiziaria legata all’inchiesta milanese “Mani pulite”, Craxi fu condannato in via definitiva per corruzione e finanziamento illecito dei partiti. Con il cumulo delle pene gli vennero «inflitti 23 anni e 9 mesi reclusione e 20 miliardi e 210 milioni di lire di multa» (Il Foglio, 13 dicembre 2013). 

Francesco Saverio Borrelli, a capo del pool “Mani pulite”, di fronte alla concreta possibilità che si intitolasse uno spazio pubblico a Craxi, in un’intervista al Fatto Quotidiano del 30 dicembre 2009 riportò i fatti alla ragion giuridica: «Sono amareggiato di questa proposta e anche sconcertato perché Bettino Craxi, se vogliamo restare ai fatti, è stato un imputato condannato con sentenza definitiva per reati notevolmente gravi e che si è sottratto all’esecuzione della pena. E’ andato all’estero da latitante e da latitante è morto».

Si può non essere d’accordo e magari avere ragione (ad esempio Nicolò Amato nel libro del 2013 “Bettino Craxi Dunque colpevole”, Rubbettino editore) ma tant’è.

Matacena & c.

Anche l’ex parlamentare di Forza Italia Amadeo Matacena è morto da latitante, a Dubai – dove viveva da una decina di anni – il 16 settembre 2022. Anche a lui – come a tanti altri politici italiani usciti sconfitti dalle aule di Tribunale – non piaceva la Giustizia.

Nel 2012 Matacena era stato condannatoin via definitiva per concorso esternocon la ‘ndrangheta. Era stato coinvolto nel maxi-processo “Olimpia”, nato da un’inchiesta della Dda di Reggio Calabria che aveva fatto luce sui suoi rapporti con le cosche reggine.

Meglio fuggire – sparando a zero contro giustizia e presunti complotti – piuttosto che riconoscere sempre e non a seconda della convenienza, ciò per il quale, da uomo delle Istituzioni, si giura. Vale a dire la Costituzione, che prevede l’indipendenza della stessa magistratura.

Bolsanaro l’americano

Mica è un vizio solo dei politici italiani quello di fuggire quando si ritiene che la sorte giudiziaria e di conseguenza politica è avversa. Tutto il mondo è paese e i Paesi latinoamericani lo sono ancora di più. Lì quando il vento cambia, la fuga è quasi una regola obbligata e c’è sempre uno Stato amico pronto ad accogliere chi ha vissuto una vita più di qua che al di là del confine legale.

Ma i confini a volte sono sconfinati e – per rimanere alla strettissima attualità – ne sa qualcosa la famiglia Bolsonaro che in Brasile ha fatto per molto tempo il bello e cattivo tempo. E continua a farlo con la ricca truppa di parlamentari e senatori eletti nell’ultima tornata politica nazionale del 4 ottobre. Senza contare i vari amministratori locali.

Flavio Bolsonaro – sconfitto domenica 25 ottobre da Luiz Inácio Lula da Silvanel ballottaggio per la presidenza della Repubblica – ha pensato bene poche ore fa di cercare e trovare riparo negli Usa con moglie e due figlie. Non si sa mai, visto che la magistratura brasiliana ha aperto da tempo diversi fascicoli su di lui.

Flavio Bolsonaro avrebbe – verosimilmente – trovato rifugio anche in altri Paesi sudamericani come l’Argentina ma negli Stati Uniti già vive il fratello Eduardo, parlamentare da febbraio 2015 a dicembre 2025, quando è stato dichiarato decaduto.

C’è spazio negli Usa

Proprio nel 2025, Eduardo Bolsonaro trovò gli Usa pronti ad accoglierlo, nonostante la Corte Suprema brasiliana gli avesse tolto il passaporto, verosimilmente in seguito all’accusa di aver agevolato il padre Jair (ex presidente dal 2019 al 2023, ora in carcere dopo aver ricevuto l’11 settembre 2025 una condanna a 27 anni e 3 mesi) nel tentativo di colpo di Stato nel 2022.

Il 16 giugno 2026 Eduardo Bolsonaro è stato condannato in primo grado all’unanimità dalla prima sezione della Corte Suprema Federale per coercizione nel corso di un procedimento giudiziario: gli sono state inflitte una pena di quattro anni e due mesi di reclusione e l’interdizione dai pubblici uffici per otto anni a decorrere dal termine della pena. Lui si dichiara innocente e dichiara di essere costretto a vivere in esilio. Un esilio – va detto – dorato, visto il tenore di vita familiare.

Due domande

Chi sarà il prossimo politico che resisterà a tutto tranne che all’irresistibile fascino della fuga quando la sorte diventa avversa? Senza dimenticare di porsi un’altra domanda: ma non sarà che la capacità di resistere o meno alle fughe politiche è un indice dello stato di salute di una democrazia?

Israele, nuove elezioni inevitabili?

Il trauma del 7 ottobre e la radicalizzazione della società israeliana

È già partita la litania sui social contro Israele e gli israeliani: dopo questo voto, si denuncia, la si smetta di dire che il governo Netanyahu è una cosa e il popolo israeliano un’altra. In realtà sono uniti nell’odio contro i palestinesi e pertanto meritevoli di pubblico ludibrio. Al contrario, invece, occorre cercare di comprendere e interpretare quello che comunque è il risultato di un voto libero, evento che nell’area mediorientale si registra solo in Israele (e questo non andrebbe mai dimenticato).

La mattanza del 7 ottobre 2023 ha radicalizzato l’opinione pubblica israeliana perché troppo grave è stato il trauma provocato fra le persone di ogni età in quel Paese. Forse ancora di più fra i giovani, essendo stato il massacro al raduno musicale l’emblema della tragedia di quella maledetta mattina. Ne è derivata una sensazione di apprensione e angoscia che gli israeliani non avvertivano da molto tempo.

Certo, a loro per lo più non interessa la paura che le loro bombe provocano da anni ai palestinesi a Gaza e le loro violenze causano ai palestinesi in Cisgiordania. E questo è un aspetto senz’altro ignobile che non va sottaciuto. Ma la valutazione morale non spiega la scelta politica: che si traduce in un diffuso scetticismo, per non dire altro, nella possibilità di una convivenza civile e pacifica.

Due popoli e due Stati è una prospettiva oggi assolutamente minoritaria in Israele. Se questo era l’obiettivo di Yahya Sinwar, l’ideatore del massacro del 7 ottobre, è stato pienamente raggiunto.

 

Netanyahu vince, ma perde la maggioranza

È in questo contesto (oggettivo, e non certo ideale: su questo non v’è dubbio) che deve essere valutato il voto del 27 ottobre. Il cui esito con molta probabilità condurrà a nuove elezioni, fra tre mesi. Certo non una buona condizione, per uno Stato sostanzialmente in guerra su diversi fronti, ben sette secondo una contabilità aggiornata.

A destra ha vinto il Likud, dunque Netanyahu. Con sedici anni di governo quasi ininterrotto alle spalle e con diverse indagini della magistratura pendenti, questo nuovo successo ha quasi del prodigioso. Ma è un risultato facilmente spiegabile: la paura conduce a ricercare una protezione, e l’anziano ma assai attivo premier è un’ancora di protezione alla quale aggrapparsi. Assai di più dei suoi ministri radicali, portatori di un messaggio estremista eccessivo e ignobile che convince solo individui di pari lignaggio incivile.

Al tempo stesso Netanyahu ha perduto, poiché non ha più quella maggioranza numerica alla Knesset che gli ha consentito di governare in questi anni.

 

I partiti arabi, veri vincitori delle elezioni

Il blocco del cambiamento – eterogeneo ma unito dalla volontà di innovazione e mutamento politico – che gli si è opposto ha conseguito un buon risultato, ma insufficiente: sia perché leggermente inferiore in termini di seggi parlamentari alla coalizione di destra, sia perché, conseguentemente, non ha i numeri per ottenere la fiducia in Parlamento.

A meno che riesca a superare le proprie divisioni interne raggiungendo un accordo di governo con i veri vincitori di queste elezioni: i partiti della comunità araba, per la prima volta così forti perché i loro elettori hanno per la prima volta voluto incidere, indignati e offesi dalla criminale politica del governo di Tel Aviv, a Gaza e pure in Cisgiordania a supporto dei violenti coloni.

Israele è dunque diviso a metà, e nessuno ha una maggioranza. Ecco perché un nuovo ricorso alle urne è assai probabile. Più, allo stato, di quel governo di unità nazionale senza gli estremisti di destra e senza i partiti arabi cui sembra puntare il capo dello Stato, Yitzhak Herzog.

 

La sfida dell’opposizione e la difficile strada della pace

Alle forze di opposizione e al loro leader Gadi Eisenkot l’onere di trovare un filo comune che possa unirle per evitare quel possibile ritorno al voto che potrebbe rivelarsi molto pericoloso per loro.

Il filo comune può essere costituito dalla condivisione di un cambiamento netto rispetto alla situazione attuale su due punti decisivi: il rifiuto dell’idea di una guerra infinita (che Netanyahu vorrebbe proseguire anche contro l’Iran) e il contrasto alle indegne azioni violente dei coloni in Cisgiordania.

Avviando così un percorso di rinascita del proprio Paese agli occhi di una comunità internazionale che lo ha isolato, dopo quanto ha distrutto in questi tre anni a Gaza. Sino a rimettere in carreggiata la possibilità di trovare un’intesa con i palestinesi, la grande maggioranza dei quali non è certo parte dei terroristi di Hamas.

Un’impresa improba, dopo tutto l’odio generato dal 7 ottobre e dal dopo 7 ottobre. Ma l’unica che può ridare un futuro di pace a queste terre e ai loro abitanti.

Oggi, però, questo è solo un wishful thinking. Occorre mestamente riconoscerlo.

Una bellezza che non si trasformò in potenza

Nella trasmissione In mezz’ora di domenica 25 ottobre, condotta da Monica Maggioni, Aldo Cazzullo ha presentato il suo libro natalizio, Quando l’Italia rinacque. Presentazione condita dal solito aneddoto del lancio del martello di Michelangelo (questi geniacci!), che Cazzullo dice essere stato scagliato contro il Cristo della Pietà, mentre la leggenda lo vuole rivolto al Mosè di San Pietro in Vincoli («Perché non parli?»). Milioni di bambini italiani lo imparavano alle elementari.

Il Rinascimento tra mito e realtà

Si tratta della ricorrente infatuazione un po’ fumettistica per il Rinascimento italiano. Il solito giro di nomi: Leonardo, Galileo Galilei, Michelangelo, Firenze, Venezia, Botticelli, eccetera.

Uno dice: strano, non mi risultano presenti grandi rinascite.

Quelle che ci sono state, limitate, hanno avuto i loro leader, ma spesso con un seguito ingrato.

Difatti, neanche Firenze né le altre città-Stato ci credettero; a parte le arti, la ripresa economica fu effimera e il miracolismo e il familismo italiani – si veda La società di corte di Norbert Elias (1969) – ripresero la loro nefasta dominanza.

Venezia, ad esempio, non credette a Caboto e al futuro a Ovest, al Nuovo Mondo. Lasciò che la sua spedizione a Terranova venisse finanziata da un banchiere del Galles e dai Bardi, banchieri fiorentini.

Caboto, navigando costa costa ma senza mai sbarcare (da cui, secondo una diffusa interpretazione, la terminologia «cabotaggio»), prese possesso di Terranova in nome del re d’Inghilterra Enrico VII.

Incurante della nuova cartografia del mondo, Venezia continuò a investire nei suoi possedimenti nell’Egeo e a credere nelle vie di terra verso l’Asia. Rimase al favoloso Cipango di Marco Polo.

Quando i carichi di spezie cominciarono ad arrivare via mare, con un’altra marineria e con ben diverse competenze nautiche e astronomico-matematiche, Venezia entrò in un declino irreversibile, finché non arrivò Napoleone, mettendo fine alla Repubblica nel 1797.

Sicché, con il XVI secolo e con la scelta politica della Chiesa della Controriforma, era già finito tutto. Solo il Barocco rimase, e mai stile contrassegnò di più un Paese.

La ricchezza italiana e la nuova geografia del mondo

Cazzullo mette Colombo nel gotha delle genialità italiane, ma sbaglia: Colombo appartiene all’Italia solo per nascita. Per il resto – come Caboto, Vespucci, Giovanni da Verrazzano, Matteo Ricci e altri – appartiene al primo mondo globalizzato delle traversate oceaniche e transoceaniche, da Magellano in poi (1520).

Peraltro, dei tre anni della spedizione di Magellano, tornarono a casa, a Siviglia, nel settembre 1522, soltanto diciotto uomini, grazie anche alla testimonianza del vicentino Antonio Pigafetta (ma chi se lo ricorda?).

Il Mediterraneo e l’Italia, dopo il 1492, gradatamente decadono e non si riprenderanno. Primeggerà l’Europa del Nord, anglicana e protestante.

Per rivedere un lume industriale bisognerà attendere l’Ottocento e soprattutto il Novecento: Meucci, Marconi, Bialetti con la moka del 1933, Giulio Natta con il polipropilene negli anni Cinquanta, fino a Olivetti.

Insomma, dopo Lorenzo il Magnifico (che, guarda caso, muore a 43 anni nel 1492) e quel Rinascimento, la «ripartenza» si affievolisce fino a spegnersi.

Ruffolo lo dice bene nella sua opera Quando l’Italia era una superpotenza. Il ferro di Roma e l’oro dei mercanti (Einaudi, 2008).

Mentre gli artigiani, gli artisti e lo stile italiano (cioè di alcune parti dell’Italia, per la verità) colonizzavano l’Europa, le Signorie italiane facevano a gara a chiamare nella penisola regnanti stranieri e a muoversi incessantemente in guerre tra guelfi e ghibellini.

Com’è andata a finire lo sappiamo, ma la sintesi migliore la offre Ruffolo:

«L’essenza del miracolo italiano fu questa: di aver creato una ricchezza che non si trasformò in potenza, ma si trasfigurò in bellezza».

Ruffolo, in chiusura del suo libro, cita Braudel:

«Quando sull’Italia cadde la notte, tutta l’Europa ne fu illuminata».

La finanziarizzazione e il tramonto della potenza italiana

Eppure la borghesia italiana era ricca: cosa le accadde?

In realtà investiva, ma non da classe dirigente: «Il denaro venne portato fuori dai circuiti nazionali per essere investito in qualsiasi prestito ai governi stranieri che fosse apparso promettente».

Alla pari dei patrizi veneziani, che smisero di navigare e si sistemarono sulle rendite delle terreferme, gli italiani ricchi divennero possidenti agricoli, redditieri, gentiluomini, non più mercanti e industriali.

Come ha scritto lo storico olandese Bas van Bavel (The Invisible Hand?, 2016), sostenendo le conclusioni di Braudel, la finanziarizzazione dell’economia segnò il destino avverso dell’Italia.

Essa era ricca, ma produceva sempre di meno. Le sue flotte si riducevano, la sua produzione industriale diminuiva, le nuove competenze latitavano.

L’Italia rinascimentale ebbe nei suoi punti di forza il rovescio del suo tramonto.

Sicurezza e libertà, restituire la parola ai cittadini

Il dovere della cultura giuridica e il bilanciamento tra autorità e libertà

Nel mio precedente intervento, “Il pane e l’idea. Disagio sociale, chi tutela i diritti deve prendere posizione”, avevo richiamato l’attenzione sulla responsabilità che oggi grava su Università, Avvocatura e Magistratura di fronte alle profonde trasformazioni sociali e istituzionali che attraversano il nostro Paese. Non basta registrare il diffuso disagio dei cittadini, né ci si può limitare a difendere, sul piano delle pure dichiarazioni di principio, i valori della Costituzione. Occorre interrogarsi con pragmatismo sugli strumenti giuridici attraverso i quali quei medesimi principi possano continuare a trovare concreta attuazione.

Oggi vorrei sottoporre alla riflessione pubblica un’idea concreta: verificare la possibilità di promuovere uno o più referendum abrogativi su quelle specifiche disposizioni della recente legislazione in materia di sicurezza che incidono più direttamente sulle libertà costituzionali, sulle garanzie del diritto penale e sul giusto processo.

Non si tratta, sia chiaro, di proporre l’abrogazione indiscriminata dei provvedimenti adottati dal Governo, né di negare il dovere dello Stato di assicurare l’ordine pubblico e proteggere la comunità dalla criminalità. La sicurezza costituisce un’esigenza fondamentale della convivenza democratica, che le istituzioni hanno il dovere di garantire. Essa, tuttavia, non è un valore estraneo o sovraordinato alla Costituzione e non può essere perseguita prescindendo dai limiti invalicabili che la Carta impone all’esercizio del potere pubblico.

Il problema si pone quando la risposta legislativa ai complessi fenomeni di insicurezza tende a identificarsi quasi esclusivamente con l’introduzione di nuove fattispecie incriminatrici, l’inasprimento generalizzato delle pene e l’ampliamento dei poteri preventivi delle autorità di pubblica sicurezza. È una scelta politica e antropologica che merita di essere discussa non solo per la sua effettiva capacità di prevenire e contrastare la criminalità, ma anche e soprattutto per le conseguenze che produce sul delicato equilibrio tra autorità e libertà.

L’impatto delle nuove norme e lo strumento del referendum

La recente e frenetica successione dei provvedimenti normativi in materia rende questa riflessione non più rinviabile. Le nuove norme intervengono sulla disciplina delle manifestazioni pubbliche, sui poteri di accompagnamento e trattenimento preventivo, sull’imputabilità dei minorenni e su alcuni istituti del procedimento penale, anche minorile. Si tratta di materie diverse, ma accomunate dalla necessità di misurare l’intervento del legislatore con i principi cardine di legalità, offensività, proporzionalità e responsabilità personale, oltre che con le garanzie costituzionali della libertà individuale e del diritto di difesa.

Non intendo sostenere che ogni singola disposizione introdotta sia costituzionalmente illegittima. Un’affermazione del genere richiederebbe un esame puntuale dei testi e spetterebbe, comunque, alla Corte costituzionale valutarla nelle forme previste dall’ordinamento.

La questione che intendo porre è di natura diversa, squisitamente democratica: è possibile restituire ai cittadini la parola su scelte legislative che incidono in modo così diretto sull’esercizio delle loro libertà fondamentali?

L’articolo 75 della Costituzione offre uno strumento preciso, riconoscendo al corpo elettorale il potere di deliberare l’abrogazione totale o parziale di una legge o di un atto avente valore di legge, nei limiti stabiliti dalla stessa disposizione costituzionale e dalla giurisprudenza della Corte. Il referendum abrogativo non è un’arma eccezionale di opposizione politica, né un giudizio popolare complessivo sull’operato di un Governo. È, al contrario, una forma codificata di esercizio diretto della sovranità popolare, che l’ordinamento affianca agli istituti della democrazia rappresentativa per permettere al corpo elettorale di valutare se determinate norme debbano continuare a far parte del sistema giuridico.

I limiti del referendum e la responsabilità della cultura giuridica

Per farlo, occorre verificare se sia possibile isolare quesiti autonomi, omogenei e giuridicamente ammissibili. La Corte costituzionale, a partire dalla sentenza n. 16 del 1978, ha chiarito che il quesito referendario deve rispettare requisiti di omogeneità, chiarezza e univocità, affinché l’elettore possa esprimere una scelta libera e consapevole.

Questo limite giurisprudenziale non rappresenta un ostacolo, bensì un severo monito metodologico: impone che qualsiasi proposta nasca da un serio e rigoroso lavoro preliminare di ricognizione normativa, capace di scindere le disposizioni suscettibili di abrogazione da quelle che, per il loro contenuto o per gli effetti della loro eliminazione, non potrebbero essere sottoposte al voto popolare.

Ricordando, peraltro, che non serve dimostrare preventivamente l’incostituzionalità di una norma per proporne l’abrogazione: il giudizio di legittimità della Consulta e il voto referendario rispondono a funzioni profondamente diverse.

Un’iniziativa di tale portata non può essere improvvisata sull’onda dell’emotività. Richiede alte competenze tecniche, confronto scientifico e piena consapevolezza degli effetti normativi di risulta.

Per questa ragione torno a rivolgermi all’Università, all’Avvocatura e alla Magistratura.

La progressiva espansione della legislazione penale, l’introduzione di nuove fattispecie incriminatrici, l’inasprimento delle sanzioni e l’ampliamento dei poteri preventivi dell’autorità di pubblica sicurezza investono direttamente il rapporto tra cittadino e Stato, la funzione del diritto penale in una società democratica e i limiti costituzionali dell’esercizio del potere punitivo.

Di fronte a questa metamorfosi, la cultura giuridica ha una responsabilità pubblica che non può esaurirsi nelle aule dei tribunali o nelle monografie accademiche. L’Università non può limitarsi a descrivere asetticamente le riforme; l’Avvocatura non può esaurire la propria funzione nella pur nobile difesa del singolo nel processo, ignorando la dimensione collettiva delle garanzie; la Magistratura, nel pieno rispetto della propria indipendenza e imparzialità, può e deve contribuire alla riflessione scientifica sugli effetti concreti della legislazione.

La competenza giuridica deve tradursi anche nella capacità di rendere comprensibili ai cittadini gli strumenti costituzionali attraverso i quali possono partecipare alle decisioni collettive.

Una proposta di metodo per la coscienza costituzionale del Paese

Non propongo, oggi, la costituzione di un comitato promotore, né l’avvio di una raccolta di firme. Propongo un passo metodologico antecedente: una ricognizione scientificamente fondata delle recenti norme sulla sicurezza, per verificare quali di esse possano essere sottoposte a referendum abrogativo nel rispetto dell’articolo 75 della Costituzione e della giurisprudenza della Consulta.

È un lavoro aperto, che non richiede appartenenze di partito, né adesioni ideologiche preventive. Richiede solo il coraggio di riconoscere che la sicurezza dei cittadini e la tutela delle loro libertà non sono esigenze reciprocamente esclusive. Uno Stato democratico deve garantire entrambe e deve saper discutere pubblicamente dei limiti entro i quali esercita il proprio potere punitivo.

Il diritto penale non può diventare l’unico linguaggio attraverso il quale le istituzioni rispondono alle complessità e alle frizioni delle trasformazioni sociali. La pena conserva la propria legittimazione costituzionale soltanto all’interno di un sistema che riconosca la centralità della persona, la responsabilità individuale e la necessaria proporzione tra fatto e sanzione. Non è sufficiente richiamare questi principi nelle occasioni solenni se poi si rinuncia a discuterne quando vengono introdotte disposizioni destinate a incidere concretamente sulla vita dei cittadini.

È proprio qui che il dovere di prendere posizione acquista il suo significato più autentico: non significa aderire a uno schieramento, ma assumersi la responsabilità di porre una questione, di sottoporla alla verifica del diritto e di offrirla al confronto democratico.

Nel mio precedente articolo avevo scritto del “pane e dell’idea”, richiamando la necessità di non separare mai i bisogni materiali dei cittadini dai principi cardine della convivenza democratica. Oggi quell’idea si fa proposta concreta di metodo e di studio.

Non chiedo di condividere preventivamente questo percorso. Chiedo che si apra una discussione seria nella coscienza costituzionale del Paese. Perché l’indice di salute di una democrazia non si misura soltanto dalla capacità delle istituzioni di assumere decisioni e imporre precetti, ma anche dalla reale possibilità dei cittadini di valutarle, discuterle e, laddove la Costituzione lo consenta, determinarne l’abrogazione.

Se l’IA non è umana, che cos’è?

Le premesse nascoste sul nostro rapporto con l’intelligenza artificiale non si trovano soltanto nelle domande che le rivolgiamo durante attività ormai quotidiane. Possono trovarsi anche nei discorsi con cui cerchiamo di definirla.

Lo spunto di riflessione mi è stato dato dal report Magnifica Humanitas: la custodia della persona nel tempo dell’IA e le sfide della governance globale, redatto da Mario Di Massa per l’Associazione «Io Parlo Europeo» e ampiamente diffuso sui social.

Il documento svolge un lavoro vasto: ricompone l’Enciclica di Leone XIV in una sintesi destinata ai decisori, la collega ai quadri normativi internazionali e ne ricava indicazioni operative. Proprio questa ricomposizione rende però visibile uno scarto. Una distinzione necessaria tra intelligenza umana e artificiale diventa, nel report, una conclusione sulla natura della macchina.

Il punto non riguarda la fedeltà delle singole citazioni. Riguarda il passaggio da ciò che osserviamo a ciò che riteniamo di poter affermare sulla natura dell’IA. È un passaggio delicato, perché l’Enciclica stessa comincia dichiarando il limite delle conoscenze disponibili.

La frase che cambia il ragionamento

Al paragrafo 98 Magnifica Humanitas ricorda due fatti: qualsiasi affermazione sull’IA può diventare rapidamente obsoleta e «tutti noi, compresi coloro che li progettano, conosciamo poco» dell’effettivo funzionamento di questi sistemi. Il paragrafo successivo si apre con una frase altrettanto prudente: «Non è possibile dare una definizione univoca e completa dell’IA».

L’Enciclica prosegue tracciando un confine. I sistemi artificiali imitano alcune funzioni dell’intelligenza umana, ma non possiedono un corpo, non attraversano gioia e dolore, non maturano nelle relazioni, non assumono il peso morale delle conseguenze. Il loro apprendimento non coincide con la crescita interiore di una persona. La distinzione serve a impedire che la somiglianza di alcune prestazioni venga scambiata per identità.

Quando il report arriva allo stesso passaggio, la cautela iniziale non compare. La sezione 2.3 esordisce invece così: «Il n. 99 distingue con nettezza». Dopo aver riassunto le differenze indicate dall’Enciclica, conclude: «È il vuoto ontologico delle macchine: manca ciò attraverso cui l’essere umano matura in sapienza».

La formula «vuoto ontologico» non appartiene all’Enciclica. È una conclusione interpretativa del report: ciò che non possiede le forme dell’esperienza umana viene definito attraverso un vuoto dell’essere.

Detto semplicemente, un criterio ontologico riguarda ciò che riteniamo una realtà sia, non soltanto quello che fa. Definire l’IA attraverso un «vuoto ontologico» significa quindi trasformare l’assenza di caratteristiche umane in un’affermazione sulla sua stessa natura.

La differenza tra l’uomo e la macchina non è una definizione

Dire che l’intelligenza artificiale non è umana è necessario. Ma non equivale ancora a dire che cosa sia. Una realtà può non possedere le caratteristiche dell’esperienza umana senza essere, per questo, ontologicamente vuota. Il termine «vuoto» trasforma la differenza in mancanza e assume l’essere umano come unica misura esaustiva di ciò che può avere una consistenza.

Non occorre attribuire alla macchina coscienza, emozioni o soggettività per riconoscere il salto logico. Non abbiamo prove che i sistemi attuali vivano forme umane di esperienza; sappiamo che operano attraverso processi diversi dai nostri. Da queste due affermazioni non segue che la loro natura sia interamente esaurita da ciò che manca rispetto all’essere umano.

Le IA, inoltre, non sorgono fuori dal mondo umano. Sono progettate attraverso dati, linguaggi, categorie, obiettivi e formalizzazioni umane. Nell’interazione ci restituiscono materiali provenienti da noi attraverso processi e capacità di elaborazione differenti.

È un effetto specchio: possiamo scambiare la somiglianza del risultato per identità e attribuire alla macchina qualità umane non dimostrate; possiamo anche giudicare lo specchio soltanto attraverso ciò che dell’umano non riesce a restituire.

La difesa della dignità personale non richiede questa seconda operazione. Nell’Enciclica la dignità appartiene alla persona per il fatto stesso di esistere, non per la superiorità delle sue prestazioni né per il confronto con una macchina. Proprio questa fondazione dovrebbe consentire di custodire l’unicità umana senza trasformarla nel criterio ontologico con cui misurare e definire ogni altra realtà.

Si può condividere la scelta antropologica dell’Enciclica, che rappresenta l’IA attraverso le differenze evidenti rispetto all’intelligenza umana, e continuare a domandarsi se il successivo passaggio al «vuoto ontologico» sia pienamente giustificato.

Il report come caso di studio

Il report dichiara fin dalla copertina di essere stato redatto «con l’assistenza della IA Claude». È un’informazione rilevante e correttamente resa visibile. Non viene però specificato in quali parti sia intervenuto il sistema, per quali operazioni, con quali istruzioni e attraverso quali verifiche.

La nota di metodo descrive il perimetro delle fonti e la lente valutativa adottata, ma non permette di ricostruire il contributo dell’IA alla selezione, alla sintesi e alla formulazione delle categorie interpretative.

L’uso di un sistema artificiale non delegittima il documento. Trasforma però il report in un caso concreto del problema che esso stesso affronta. La responsabilità delle conclusioni rimane umana. Tuttavia, per valutarle, il lettore dovrebbe poter distinguere il testo originario, la sua rielaborazione e le premesse introdotte nel processo di redazione.

Non si tratta di stabilire se la formula «vuoto ontologico» sia stata proposta da una persona o da Claude IA. Si tratta di capire come sia diventata la chiave di lettura del paragrafo 99 dell’Enciclica, che cominciava dichiarando impossibile una definizione completa.

Dichiarare lo strumento impiegato è un primo atto di trasparenza; non rende però automaticamente trasparente il percorso attraverso il quale una sintesi diventa interpretazione.

La dignità umana non ha bisogno del “vuoto ontologico” della macchina. Si fonda su ciò che la persona è, non sulla necessità di dichiarare privo di consistenza l’altro termine del confronto.

Il gesto più fedele alla prudenza di Magnifica Humanitas consiste forse nel tornare alla sua premessa: non sappiamo ancora abbastanza per chiudere la definizione dell’IA. Possiamo tracciare differenze, attribuire responsabilità e stabilire limiti senza trasformare ciò che non conosciamo in una certezza su ciò che non può essere.

 

Testi esaminati

Leone XIV, Magnifica Humanitas. Lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, 15 maggio 2026.

Mario Di Massa, Magnifica Humanitas: la custodia della persona nel tempo dell’IA e le sfide della governance globale, report strategico, versione 1, aggiornato al 26 ottobre 2026, Associazione Io Parlo Europeo.

Dallo spazio al collezionismo, Flashback ragiona sul senso del tempo

Torino, 28 ott. (askanews) – Gallerie italiane e internazionali, opere d’arte che vanno dall’antico all’ipercontemporaneo e una voglia di riflettere sull’idea del tempo. A Torino si tiene la 14esima edizione di Flashback Art Fair, con il sottotitolo programmatico di sempre: “L’arte è tutta contemporanea”. E questa fiera del 2026 si intitola, appunto, “In Time”.

“In time – ha detto ad askanews Ginevra Pucci, che dirige la fiera insieme a Stefania Poddighe – vuol dire essere in tempo, ma anche essere nel proprio tempo. Noi trattando opere di tutti i tempi abbiamo sentito la necessità di ricontestualizzarle, è un po’ il lavoro che facciamo dalla prima edizione, cioè quello di capire quanto ancora attuali possono essere le opere storicizzate. Quindi per noi è un modo di parlare del presente sia con progetti di arte contemporanea e di artisti contemporanei, ma anche ricontestualizzando quelle che sono le opere storicizzate di arte antica”.

Nella fiera trova spazio, è proprio il caso di usare questa parola, la dimensione dello spazio, quello vero sopra di noi, grazie alle fotografie dell’astronauta Paolo Nespoli, a sua volta tra i protagonisti dell’edizione 2026. “Abbiamo conosciuto quest’estate Paolo Nespoli – ha aggiunto la direttrice – che ci ha detto una cosa che è stata bellissima perché lui dice: da lontano io vedo la Terra senza confini e il tempo è relativo perché vedo le quattro stagioni in un’ora e mezzo e comunque non vedo i confini e convivo all’interno di pochi metri quadri con persone che vengono da tutte le parti del mondo. Quindi in questa maniera si è creato questa relazione concettuale sul fatto molto legato a quello che facciamo noi e quindi l’abbiamo deciso di coinvolgerlo per questa edizione”.

Tra le novità di quest’anno a Flashback anche un progetto dedicato al collezionismo, con opere dai prezzi più accessibili, per ricordare la relazione profonda che c’è anche alla base di certi acquisti. “Collezionare – ha concluso Ginevra Pucci – vuol dire portare un’opera nella propria quotidianità e viverla tutti i giorni. L’opera vissuta tutti i giorni è un’opera con la quale tu condividi veramente una relazione, quindi l’idea è quella di regalare o comunque dare alle persone questo piccolo spunto a dire cosa vuol dire collezionare, perché poi si pensa sempre che le cose siano molto più complesse di quanto effettivamente non sono”.

Nello spazio di Flashback Habitat si può quindi fare un’esperienza d’arte che volutamente toglie i confini e le definizioni troppo rigide, per provare a fermare il senso del nostro tempo, ben sapendo che il tempo resta inarrestabile. Ma nel flusso si trovano tante storie.

Allianz brand assicurativo di maggior valore al mondo: 30,7 mld Usd

Milano, 28 ott. (askanews) – Per l’ottavo anno consecutivo, Allianz è il brand assicurativo di maggior valore al mondo e ha raggiunto il valore record di 30,7 miliardi di dollari, guadagnando una posizione e salendo al 26esimo posto nella classifica Interbrand Best Global Brands 2026.

L’incremento del 9% rispetto al 2025 riduce ulteriormente il divario rispetto ai brand tecnologici e dei beni di consumo di maggior valore al mondo, tra cui Apple, Microsoft e Coca-Cola. Il percorso di crescita è sostenuto dal forte sviluppo del business e dalla solida performance finanziaria, oltre che da una strategia globale di brand fondata sulla fiducia e contraddistinta dalla centralità dei clienti e dall’attenzione alle loro esigenze.

“In un contesto sempre più competitivo – ha dichiarato Oliver Bäte, Chief Executive Officer di Allianz SE – continuiamo a rafforzare il nostro brand concentrandoci su ciò che conta davvero per i nostri clienti: la loro salute e la loro sicurezza finanziaria. La solidità del nostro business e i continui investimenti per rispondere ai bisogni di protezione più rilevanti delle persone sono alla base del riconoscimento di Interbrand di quest’anno. Parallelamente, attraverso le nostre iniziative rivolte alle comunità e le partnership sportive globali, contribuiamo a creare occasioni di incontro e condivisione, avvicinando le persone”.

Allianz investe per portare la dimensione umana nei prodotti e nei servizi che aiutano le persone a realizzarsi in un mondo sempre più complesso e frammentato:

L’Allianz 3am Report individua le preoccupazioni che condizionano la vita quotidiana delle persone. Salute e situazione finanziaria sono le principali fonti di preoccupazione.

L’Allianz School for Life fornisce alle persone conoscenze pratiche in ambito finanziario e sui rischi, per rafforzarne la resilienza.

Le iniziative Power of Unity e Sense of Community favoriscono legami sociali più solidi e il dialogo in un mondo sempre più polarizzato, nel quale le persone si sentono spesso distanti le une dalle altre.

Lo sport crea concretamente un senso di appartenenza. In qualità di Partner Assicurativo Mondiale dei Movimenti Olimpico e Paralimpico Internazionali, Allianz ha contribuito allo svolgimento in sicurezza dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026. I Giochi hanno coinvolto oltre 5,4 milioni di spettatori e circa 2,6 miliardi di telespettatori in tutto il mondo. L’Allianz Safety Sled ha contribuito a innalzare gli standard di sicurezza nel bob. I Giochi hanno inoltre segnato i 20 anni della partnership tra Allianz e il Movimento Paralimpico Internazionale. Nel 2026 Allianz ha anche avviato una partnership globale pluriennale con il grande campione di tennis Jannik Sinner.Questi traguardi del 2026 si inseriscono in decenni di impegno nello sport, che comprendono oltre 25 anni al fianco dell’FC Bayern Monaco e il sostegno a centinaia di club e associazioni sportive locali nei diversi mercati nazionali. La famiglia degli otto stadi Allianz – alla quale si è aggiunta da ultimo l’Allianz Beach Arena per LA28, i Giochi Olimpici e Paralimpici di Los Angeles 2028 – accoglie ogni anno milioni di tifosi.

Mentre l’intelligenza artificiale trasforma il modo in cui le persone cercano informazioni, confrontano le opzioni e prendono decisioni, cambiano anche le regole per i brand. “In un mondo sempre più guidato dall’intelligenza artificiale, la fiducia è ciò che trasforma la forza di un brand in relazioni significative e durature con i clienti. Conquistiamo questa fiducia non solo attraverso informazioni affidabili, ma anche offrendo esperienze su cui le persone possono contare: essendo presenti nei momenti in cui prendono le loro decisioni e garantendo un’esperienza semplice e senza soluzione di continuità, sia digitale sia di persona. Con l’intelligenza artificiale che sta cambiando il modo in cui le persone cercano e trovano le informazioni, stiamo evolvendo la nostra strategia di brand e di distribuzione affinché Allianz continui a essere visibile, rilevante e affidabile, offrendo al contempo ai clienti la migliore esperienza umana possibile ovunque la preferiscano”, ha dichiarato Bernd Heinemann, Group Head of Strategy, Brand and Customer Experience di Allianz SE.

Calcio, Classifica serie A, Inter aggancia la Lazio

Roma, 28 ott. (askanews) – Questo il programma e le classifiche di serie A dopo Milan-Bologna 2-4, Parma-Udinese 0-0, Venezia-Inter 0-2:

Nona giornata: Sassuolo-Lazio 2-6, Roma-Cagliari 4-2, Torino-Como 1-3, Milan-Bologna 2-4, Parma-Udinese 0-0, Venezia-Inter 0-2 ore 20.45: Genoa-Juventus, Monza-Napoli, giovedì 29 ottobre ore 20.45 Frosinone-Lecce, Fiorentina-Atalanta.

Classifica: Lazio, Inter 25, Roma 24, Milan 18, Como 17, Frosinone, Juventus 14, Cagliari, Torino 13, Napoli, Bologna 11, Atalanta 10, Lecce 9, Sassuolo 8, Monza, Genoa 7, Udinese, Parma 5, Fiorentina 4, Venezia 3.

Decima giornata: sabato 31 ottobre: ore 15: Bologna-Monza, ore 18: Udinese-Roma, ore 20.45: Milan-Inter; domenica 1 novembre: ore 12.30: Como-Venezia, ore 15: Frosinone-Torino, Lazio-Cagliari, ore 18: Lecce-Genoa, ore 20.45: Juventus-Napoli; lunedì 2 novembre: ore 18.30: Sassuolo-Fiorentina, ore 20.45: Atalanta-Parma.

Turismo Open Air, nel 2026 superate 4 milioni di presenze

Rimini, 28 ott. (askanews) – Oltre quattro milioni di presenze turistiche, fatturato in crescita dell’8% e una quota di ospiti internazionali che raggiunge la metà del totale. Sono i numeri con cui Club del Sole archivia il 2026, consolidando la propria posizione di riferimento nel turismo Open Air italiano e che ha presentato in occasione del TTG di Rimini, fiera di riferimento del mondo turistico.

Un risultato che conferma l’evoluzione del settore verso un modello di vacanza capace di unire natura, libertà e comfort, attraverso l’offerta delle Full Life Holidays. Crescono i mercati esteri, aumenta il valore dei soggiorni e si amplia il network di strutture del Gruppo, che oggi conta 29 Villaggi in otto regioni italiane.

Le parole di Angelo E. Cartelli, Direttore Generale Club Del Sole: “Club del Sole chiude in modo positivo la stagione 2026 con un aumento del fatturato dell’8% e un aumento di presenze dell’11%. I dati positivi riguardano la crescita dei mercati esteri, la cui quota sul totale di Club del Sole passa dal 45% al 50%, e l’aumento del 10% della durata media del soggiorno. Cresce anche il valore della vacanza, con un incremento dell’11%, trainato soprattutto dai mercati esteri, che hanno dimostrato una maggiore capacità di spesa.

Sostanzialmente sono due gli elementi che hanno portato a questa stagione positiva, il primo sicuramente le presenze dall’estero, il secondo il nostro format Full Life Holidays, un format molto flessibile che oggi va incontro alle esigenze del viaggiatore moderno, post covid, che cerca flessibilità, rapporto con la natura, grandi spazi e soprattutto un prodotto che si può comporre ogni giorno come si vuole”.

Alla crescita dei risultati si accompagna un’evoluzione dell’offerta, con nuove destinazioni e soluzioni pensate per rispondere a esigenze di vacanza sempre più diversificate.

Nuovamente Angelo E. Cartelli, Direttore Generale Club Del Sole: “Club del Sole proseguirà il proprio percorso di crescita: già dalla stagione 2027, il portfolio raggiungerà i 30 Villaggi grazie all’ampliamento della presenza a Riccione, dove è previsto un importante investimento che sarà presentato ufficialmente nel corso di una conferenza stampa dedicata a Milano.

Continueremo a presentare tre habitat principali mare, montagna e laghi e a sviluppare il format Full Life Holidays, potenziandolo attraverso l’innovazione tecnologica. L’obiettivo è migliorare sempre più la relazione con i clienti e la qualità della loro esperienza. In questa direzione si inserisce il forte investimento in tecnologia, avviato già nella stagione 2026 con il lancio del primo programma loyalty del Gruppo, Club del Sole Rewards.

Punteremo inoltre a rafforzare ulteriormente il rapporto con i nostri ospiti attraverso una nuova piattaforma CRM, che renderà il rapporto con il cliente sempre più diretto e tecnologico, grazie anche all’integrazione dell’intelligenza artificiale in tutti i touchpoint di Club del Sole. Desideriamo seguire l’evoluzione del mercato e intercettare le nuove esigenze dei nostri clienti, anticipandone le aspettative per offrire esperienze sempre più personalizzate e capaci di sorprenderli all’interno dei nostri Villaggi”.

I risultati del 2026 aprono così una nuova fase per Club del Sole, tra consolidamento della leadership italiana e ambizioni sempre più europee. L’obiettivo è ampliare mercati, destinazioni ed esperienze, continuando a investire nell’innovazione e nella qualità dell’accoglienza. Un percorso che punta a far evolvere il turismo Open Air, coniugando la dimensione della natura con servizi, comfort e un’offerta capace di adattarsi ai nuovi modi di vivere la vacanza.

ANIMP, punta su una nuova strategia per l’impiantistica

Milano, 28 ott. (askanews) – Ampliare la presenza internazionale delle imprese italiane e portare tecnologie e capacità manifatturiere in nuovi comparti industriali emergenti: è la strategia di duplice diversificazione che la Sezione Componentistica d’Impianto di ANIMP (Associazione Nazionale di Impiantistica Industriale) ha lanciato in occasione del suo appuntamento annuale “Scenari e trend per la filiera dell’impiantistica industriale italiana”, tenutosi a Milano. Un’occasione di riflessione preziosa, che impone uno sguardo su uno scenario globale e macroeconomico già complesso.

“Le mid-term ce le aspettiamo tutti quanti, perché lì si misurerà da un lato la reale presa sull’elettorato da parte del presidente Trump, se ce n’è ancora, e dall’altro le sue eventuali reazioni, che possono essere di qualsiasi tipo. Ormai siamo abituati a qualsiasi sorpresa” le parole del Generale Vincenzo Camporini, Consigliere Scientifico dell’Istituto Affari Internazionali. La situazione geopolitica richiede una strategia che passi da innovazione e diversificazione. In quest’ottica, la ricetta di ANIMP è molto chiara.

“La strategia è quella di diversificare in termini di regioni geografiche e di settori di mercato. Come lo faremo? Andremo a cercare le regioni con situazioni geopolitiche più tranquille, ammesso che riusciremo a trovarle, e contemporaneamente ci concentreremo su settori legati alla transizione energetica, quali la carbon capture piuttosto che la geotermia, un settore che sta nascendo e che credo abbia componenti molto interessanti per i nostri associati, nonché il nucleare, che è sicuramente una delle fonti del futuro per cercare di rendere il mercato energetico più accessibile” ha aggiunto Edoardo Garibotti, Delegato della Sezione Componentistica d’Impianto ANIMP.

Per ANIMP, il confronto tra i diversi attori della filiera è lo strumento per accompagnare le imprese nella diversificazione e trasformare le prospettive di mercato in occasioni concrete di collaborazione. Gli imprenditori si sono dati appuntamento a Firenze, dove il 26 novembre si terrà il convegno nazionale ANIMP, giunto alla 51esima edizione, dedicato quest’anno al tema “Re-energy Europe” in cui industria, accademia e professionisti dell’impiantistica si confronteranno con tutte le forze politiche sui rispettivi programmi nel campo energetico e di sviluppo.

Manovra, via libera Cdm a Legge di Bilancio. Meloni: vale circa 26 miliardi

Roma, 28 ott. (askanews) – Il Consiglio dei ministri ha dato nel pomeriggio il via alla Legge di Bilancio 2027. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel corso della conferenza stampa post Cdm, ha riferito che la manovra “vale complessivamente circa 26 miliardi di euro”.

La premier si è detta “molto soddisfatta” per la coerenza e la coesione mostrate dalla maggioranza e per un’approvazione della legge di Bilancio “estremamente serena”, puntualizzando al contempo che “non abbiamo distribuito risorse a pioggia e non abbiamo fatto promesse che non potevamo mantenere”.

“Confermiamo tutti gli interventi inseriti nella precedente manovra, che sarebbero terminati alla fine di quest’anno”, ovvero un pacchetto di misure del valore di circa 9 miliardi di euro, ha aggiunto.

Tra le principali misure approvate: innalzamento della soglia del secondo scaglione di Irpef, quella al 33%, fino a 55 mila euro; esenzione del bollo auto strutturale sulle auto fino a 80 KW e sulle moto; la soglia per accedere al regime flat tax per i lavoratori autonomi sale da 85 a 100mila euro; estensione della cedolare secca anche agli immobili commerciali; salvadanaio previdenziale da 100 euro per ogni neonato.

In Israele è stallo politico. Verso un governo di transizione

Tel Aviv, 28 ott. (askanews) – È stallo politico in Israele: il Paese sta uscendo dalle urne e lascia al potere un governo di transizione.

Poiché né il blocco di Netanyahu né la fazione rivale guidata da Eisenkot hanno ottenuto la maggioranza parlamentare di 61 seggi, Israele potrebbe dunque rimanere sotto un governo di transizione, mentre proseguono i negoziati per la formazione di una coalizione.

Secondo la legge israeliana, un governo provvisorio conserva gli stessi poteri formali di un governo regolare, compresa l’autorità di autorizzare azioni militari. Tuttavia, ci si aspetta che eserciti moderazione, soprattutto quando prende decisioni importanti con conseguenze potenzialmente irreversibili.

Qualsiasi decisione di entrare in guerra deve essere approvata dal governo o dal gabinetto di sicurezza, e non dal solo primo ministro.

Le operazioni Guardian of the Walls e Breaking Dawn fungono da precedenti per azioni militari sotto governi di transizione.

Nonostante le restrizioni legate allo status di governo provvisorio e le preoccupazioni relative all’irreversibilità delle decisioni, si ritiene che un’eventuale azione militare, se necessaria, riceverebbe l’approvazione unanime.

Israele, stallo politico. Verso governo di transizione

Tel Aviv, 28 ott. (askanews) – È stallo politico in Israele: il Paese sta uscendo dalle urne e lascia al potere un governo di transizione.

Poiché né il blocco di Netanyahu né la fazione rivale guidata da Eisenkot hanno ottenuto la maggioranza parlamentare di 61 seggi, Israele potrebbe dunque rimanere sotto un governo di transizione, mentre proseguono i negoziati per la formazione di una coalizione.

Secondo la legge israeliana, un governo provvisorio conserva gli stessi poteri formali di un governo regolare, compresa l’autorità di autorizzare azioni militari. Tuttavia, ci si aspetta che eserciti moderazione, soprattutto quando prende decisioni importanti con conseguenze potenzialmente irreversibili.

Qualsiasi decisione di entrare in guerra deve essere approvata dal governo o dal gabinetto di sicurezza, e non dal solo primo ministro.

Le operazioni Guardian of the Walls e Breaking Dawn fungono da precedenti per azioni militari sotto governi di transizione.

Nonostante le restrizioni legate allo status di governo provvisorio e le preoccupazioni relative all’irreversibilità delle decisioni, si ritiene che un’eventuale azione militare, se necessaria, riceverebbe l’approvazione unanime.

Incidente Toledo, il bilancio si aggrava ancora: 64 morti

Milano, 28 ott. (askanews) – Il governo della Castiglia-La Mancia ha reso noto che il bilancio delle vittime dell’incidente ferroviario a Urda, nei pressi di Toledo, è salito a 64.

Fonti del governo regionale hanno confermato tale cifra, aggiungendo che “almeno 55 persone sono state ricoverate in vari ospedali della regione”. Secondo le stesse fonti, il numero delle vittime è aumentato una volta che i soccorritori, giunti sul posto, sono riusciti ad accedere alle carrozze del treno Iryo.

Emiliano García-Page, presidente della Castiglia-La Mancia, ha dichiarato ai media presenti sul luogo dell’incidente che “sono in azione unità cinofile” alla ricerca di ulteriori vittime. Ha precisato che, in precedenza, erano stati accertati 24 decessi sul treno AVE della Renfe e 6 sul treno Iryo. “Si tratta di un numero enorme”, ha affermato Page. “Sono profondamente vicino alle famiglie; sono davvero addolorato per tutti”, ha aggiunto.

Il leader socialista ha indicato che “sono ancora in corso le operazioni per liberare l’area e rimuovere i rottami contorti delle carrozze”. I vigili del fuoco prevedono che verranno rinvenuti altri corpi. “Una tragedia immane”, ha sottolineato.

Page ha inoltre spiegato che i soccorsi si stanno concentrando su entrambi i treni: da un lato, l’impiego di unità cinofile e squadre specializzate per cercare ulteriori vittime sul treno AVE; dall’altro, le operazioni per rimuovere le “lamiere contorte” del treno Iryo, dove non è ancora stato possibile recuperare tutte le salme.

Fonte: Servimedia

56° Congresso SIN: quattro giorni di confronto a Firenze

Firenze, 28 ott. (askanews) – E’ andato in scena, alla Fortezza da Basso di Firenze, il 56° Congresso della Società Italiana di Neurologia (SIN), che ha riunito oltre 2.700 esperti per quattro giorni di confronto su clinica, ricerca e innovazione. Un appuntamento cruciale in un panorama in cui le patologie neurologiche rappresentano la prima causa di disabilità e la seconda di morte nel mondo, arrivando a colpire circa un italiano su tre.

“Il 56° Congresso della Società Italiana di Neurologia che si tiene in questi giorni a Firenze rappresenta un momento importante di confronto tra neurologi, scienziati e ricercatori che si occupano di patologie neurologiche. Abbiamo circa 2.700 persone presenti, oltre 1.280 contributi scientifici, molti espositori delle aziende farmaceutiche e quasi 90 appuntamenti tra sessioni e simposi” ha dichiarato il Professor Mario Zappia, Presidente di SIN.

Per la prima volta, la dimensione scientifica si unisce a quella sociale con lo svolgimento degli Stati Generali delle Associazioni dei Pazienti, pensati per portare l’esperienza diretta dei malati al centro del dibattito e presentare alle istituzioni un piano di interventi condiviso.

“Oggi un settore molto importante della ricerca scientifica riguarda l’esposoma. L’esposoma è un insieme di fattori ambientali che riguardano la vita dell’individuo, praticamente dalla nascita fino all’invecchiamento: l’esposizione a determinati fattori ambientali, sia di tipo chimico e biologico, sia di tipo culturale e sociale, può influenzare la risposta dell’esposoma interno, o neuronale in questo caso. L’individuo, in base al proprio profilo genetico, risponde a determinati stimoli e inquinanti ambientali, e questa interazione può portare allo sviluppo di malattie neurologiche” ha aggiunto il Professor Leonardo Lopiano, Consigliere di SIN.

Al centro del dibattito ci sono inoltre i grandi progressi della ricerca clinica, orientati a valorizzare le nuove frontiere della diagnosi precoce e lo sviluppo di trattamenti sempre più mirati e avanzati.

“Le terapie geniche avanzate in neurologia sono state recentemente utilizzate in diverse patologie. Di alcune abbiamo già i dati: parliamo per esempio di una terapia genica fatta su una forma di sclerosi laterale amiotrofica, la forma familiare SOD1, oppure per esempio nei bimbi con atrofia muscolare spinale” ha concluso il Professor Nicola De Stefano, Presidente Eletto di SIN.

A completare questa trasformazione è l’ingresso dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie digitali nella pratica clinica, supportato da percorsi di formazione specifici come il progetto Digital NeuroHub. L’obiettivo dell’evento è delinearne una neurologia moderna, capace di integrare l’eccellenza della ricerca con la centralità e i bisogni quotidiani della persona.

Una nuova era per Las Vegas, l’hotel Fontainebleau va oltre il casinò

Las Vegas, 28 ott. (askanews) – La Strip di Las Vegas, la strada centrale della “Sin City” (Città del peccato) simbolo del divertimento senza limiti, da qualche tempo offre qualcosa di diverso. Fontainebleau Las Vegas si distingue nell’ospitalità della città per aver costruito la propria identità non solo sul casinò, ma su un’esperienza integrata di design, benessere, gastronomia e intrattenimento. Aperto nel dicembre 2023, il resort offre 3.644 camere e suite, un casinò di circa 13.900 mq e 51.000 mq di spazi per meeting e convention.

La sua peculiarità è l’equilibrio tra energia e rallentamento. Accanto al gaming e alla vita notturna, la Lapis Spa propone saune, vasche fredde, sale a infrarossi e aree di relax: un’offerta wellness che a Las Vegas, spesso dominata da spettacolo e adrenalina, rappresenta una pausa insolitamente raffinata. L’offerta culinaria è altrettanto centrale, con oltre 20 ristoranti e 12 bar, che vanno dallo steakhouse Don’s Prime al ricercato La Fontaine, fino a locali informali e rooftop.

Infine, il BleauLive Theater, con circa 3.800 posti, integra concerti e spettacoli direttamente nel resort. Il Fontainebleau Las Vegas è in sé una novità dopo un lungo percorso di costruzione. Sorge all’estremità nord della Strip, vicino al Las Vegas Convention Center, e si presenta come un resort verticale di 67 piani. È un progetto da 3,7 miliardi di dollari, nato come prima proprietà gemella del Fontainebleau Miami Beach, storico resort aperto nel 1954.

Servizio di Cristina Giuliano

Montaggio e immagini askanews

Pistoletto e i bambini della Tanzania, una mostra alla Biennale

Milano, 28 ott. (askanews) – Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto è arrivato per la prima volta nell’Africa subsahariana, in una scuola elementare della Tanzania. Ora le fotografie di quell’esperienza sono esposte alla Biennale di Venezia. La mostra si intitola Mimi. Wewe. Noi., cioè “Io. Tu. Noi” in swahili e in italiano. È aperta dal 6 al 15 novembre 2026 al Padiglione Nazionale della Repubblica Unita di Tanzania. L’inaugurazione è fissata per giovedì 5 novembre alle 18.30. Comincia con una visita guidata al Padiglione insieme alla curatrice, poi apre la mostra.

Il Terzo Paradiso è un’opera collettiva e partecipata che Pistoletto ha avviato nel 2003. Parla di equilibrio tra natura e artificio. In Tanzania ha preso la forma di un murale alla Rosemary Primary School di Tosamaganga, una scuola sostenuta dall’associazione Bella Esperanza ODV. Il murale è stato dipinto dagli artisti Happy Roberts e Frank Chillo insieme ai bambini del posto, che hanno aggiunto ai disegni le impronte delle proprie mani. Il progetto ha avuto il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia in Tanzania. La fotografa Mariana Arrieta Ibarra ha seguito il lavoro dall’inizio alla fine. Le sue immagini mostrano sia il processo creativo sia il murale finito. Accanto alle fotografie è esposta Hope Ubuntu, un’opera dell’artista Avvassena. È nata nel settembre del 2024 dai disegni che l’artista ha realizzato insieme ai bambini e alle bambine della stessa scuola. È fatta di forme in cotone naturale legate da un filo rosso. Ogni pezzo resta diverso dagli altri, ma fa parte di un insieme. Il titolo richiama l’Ubuntu, una filosofia dell’Africa subsahariana. Secondo questa filosofia l’identità di una persona nasce dalle relazioni con gli altri.

La mostra è il tredicesimo appuntamento degli Eventi Speciali – Diary. Si tratta di una serie di incontri, conferenze, workshop e laboratori su opere e artisti, organizzati anche con Accademie di Belle Arti e altre istituzioni. La direzione scientifica è di Martina Cavallarin. Gli eventi accompagnano la mostra principale del Padiglione, Minor Frequencies: The Inner Life Of A Nation, che fa parte della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte. La mostra principale è curata da Lorna Benedict Mashiba e Martina Cavallarin, con Leah Elias Kihimbi come commissaria. La promuove il Ministero dell’Informazione, della Cultura, delle Arti e degli Sport della Tanzania.

Il progetto Mimi. Wewe. Noi. è prodotto da Bella Esperanza ODV, Hexisart e Cittadellarte. I curatori sono Tommaso Venco, Saverio Teruzzi e Alexandra Pfeifer, che nel 2023 ha fondato Bella Esperanza ODV. L’associazione aiuta bambini e bambine ad accedere a istruzione, arte, musica e sport. La mostra è sostenuta da Morning Star, azienda italiana di allestimenti e comunicazione visiva attiva dal 1992. Tra i sostenitori ci sono anche la Fondazione Pistoletto Cittadellarte di Biella, dove è nato il Terzo Paradiso, e Hexisart, che produce e cura mostre d’arte moderna e contemporanea in diversi Paesi. L’organizzazione è di Techne Art Service.

Dermatite atopica: in Italia 400 mila adolescenti ne soffrono

Roma, 28 ott. (askanews) – La dermatite atopica è una patologia infiammatoria cronica della pelle, che oltre ad avere un impatto fisico, può condizionare la qualità della vita, soprattutto nella fase adolescenziale. Solo in Italia, si stima che siano ben 400.000 gli adolescenti che ne soffrono.

Le parole del Prof. Luca Bianchi, Responsabile U.O.S.D. Dermatologia del Policlinico di Tor Vergata: “Considerando un range di età che va dai 12 ai 17 anni, è un momento di vita fondamentale per la definizione della persona. Si definisce il ruolo che l’adolescente ha rispetto a se stesso e rispetto alla società e all’ambiente. Naturalmente per quell’età sono tre i contesti principali: la famiglia, la scuola e il sociale, quindi i momenti condivisi amici e con i compagni. La dermatite atopica può essere un qualcosa che mina profondamente la capacità e la qualità di interazione che il ragazzo o la ragazza avrà in questi tre contesti. Diciamo che è una fase della vita, seppur breve, minata da queste fasi di acuzie, di flair. Il prurito, la mancanza di concentrazioni, notti insonni e alterazioni di quello che è l’aspetto della persona, del ragazzo e della ragazza, sono sicuramente tre punti centrali che incentiva l’intera classe medica a cercare più alternative possibili di trattamento”.

Una novità riguarda la recente approvazione, da parte dell’AIFA della rimborsabilità di un nuovo trattamento. Gli adolescenti dai 12 anni in su potranno candidarsi alla somministrazione dell’upadacitinib.

L’intervista alla Prof.ssa Ketty Peris, Direttore dell’Unita Operativa Complessa (U.O.C.) di Dermatologia della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS: “La rimborsabilità dell’upadacitinib è una grande novità, perché l’indicazione europea per gli adolescenti era già stata autorizzata in precedenza. Questo è un farmaco che viene somministrato per vie orali e abbiamo la possibilità di prescriverlo ai ragazzi dai 12 anni con una dermatite atopica moderata / severa che sono candidati alla terapia sistemica. Noi abbiamo due classi di farmaci, uno sono i farmaci biologici e poi abbiamo gli inibitori di JAK a cui appartiene l’upadacitinib”.

Il Policlinico di Tor Vergata e il Gemelli sono fra i più importanti centri di riferimento per la cura della dermatite atopica nel Lazio, dove si stimano circa 38.000 teenager con dermatite atopica. Intervenire è essenziale per restituire qualità del sonno e, più in generale, della vita di migliaia di ragazzi nel nostro Paese.

Wawrinka saluta il tennis, addio nel torneo di casa a Basilea

Roma, 28 ott. (askanews) – Stan Wawrinka ha scelto il torneo di casa, a Basilea, per chiudere una carriera lunga 25 anni, impreziosita da tre titoli del Grande Slam, 590 vittorie in 985 incontri disputati e numerosi successi contro i più grandi campioni della sua generazione. Il tennista svizzero ha salutato il pubblico tra gli applausi e le lacrime, al termine della partita persa contro il ceco Jiri Lehecka, accompagnato dalla famiglia e dal suo team.

“Non ho mai pensato di poter vincere uno Slam, perché credevo di non essere abbastanza forte per battere quei giocatori”, aveva dichiarato dopo il trionfo agli Australian Open. Le vittorie successive hanno dimostrato come Wawrinka fosse invece in grado di competere ai massimi livelli e di battere i migliori nei momenti decisivi.

Nel congedarsi dal tennis, lo svizzero ha ribadito la filosofia che ha guidato la sua carriera: “Volevo dare tutto, non avere rimpianti e lottare sempre, al 100%, per rispetto di me stesso, dell’avversario, del torneo e dei tifosi”. Un principio riassunto nella frase scelta per accompagnare il suo addio: “L’unico modo in cui puoi lasciare questo sport è senza alcun rimpianto”. Quanto al futuro, Wawrinka ha risposto con la consueta semplicità e ironia: “Cosa farò dopo? Andrò a sciare, poi solo fondue, raclette e vino”. Il momento più alto della carriera è arrivato nel 2014, con la vittoria agli Australian Open. Dopo aver superato Djokovic in semifinale, Wawrinka ha battuto Nadal nell’ultimo atto, conquistando il primo titolo Slam. Nel 2015 è arrivato il successo al Roland Garros, ottenuto superando Federer nei quarti di finale e Djokovic in finale. Il terzo Major è arrivato nel 2016 agli US Open, ancora una volta contro Djokovic, sconfitto nell’ultimo atto. Risultati che hanno assunto un valore particolare alla luce della concorrenza affrontata.

Incidente treni a Toledo, governo Castiglia: almeno 30 morti

Milano, 28 ott. (askanews) – Il governo della Castiglia-La Mancia ha dichiarato che almeno 30 persone siano morte nell’incidente ferroviario avvenuto a Toledo, secondo quanto riferito questo mercoledì da fonti dell’amministrazione regionale.

Le stesse fonti hanno indicato che i vigili del fuoco stanno ultimando il recupero delle salme; il bilancio delle vittime, pertanto, non è ancora definitivo.

L’amministrazione regionale parla dunque di almeno 30 decessi, in attesa che si concludano le operazioni di recupero dei corpi e che venga confermato il bilancio finale delle vittime dello scontro tra i treni AVE e Iryo.

Fonte: Servimedia

Serie A, questa sera cinque partite con Milan e Inter

Roma, 28 ott. (askanews) – Si giocano oggi cinque partite della nona giornata di serie A. Questo il programma e le classifiche:

Nona giornata: Sassuolo-Lazio 2-6, Roma-Cagliari 4-2, Torino-Como 1-3, mercoledì 28 ottobre: ore 18.30: Milan-Bologna, Parma-Udinese, Venezia-Inter ore 20.45: Genoa-Juventus, Monza-Napoli, giovedì 29 ottobre ore 20.45 Frosinone-Lecce, Fiorentina-Atalanta.

Classifica: Lazio 25, Roma 24, Inter 22, Milan 18, Como 17, Frosinone, Juventus 14, Cagliari, Torino 13, Napoli 11, Atalanta 10, Lecce 9, Sassuolo, Bologna 8, Monza, Genoa 7, Udinese, Parma, Fiorentina 4, Venezia 3.

Decima giornata: sabato 31 ottobre: ore 15: Bologna-Monza, ore 18: Udinese-Roma, ore 20.45: Milan-Inter; domenica 1 novembre: ore 12.30: Como-Venezia, ore 15: Frosinone-Torino, Lazio-Cagliari, ore 18: Lecce-Genoa, ore 20.45: Juventus-Napoli; lunedì 2 novembre: ore 18.30: Sassuolo-Fiorentina, ore 20.45: Atalanta-Parma.

Scontro tra treni in Spagna, vicino a Toledo: ci sono morti e feriti

Roma, 28 ott. (askanews) – Gravissimo incidente ferroviario in Spagna, due treni ad alta velocità, uno della Renfe e uno della Iryo, si sono scontrati tra Los Yébenes y Urda, nella regione di Toledo e, secondo le prime ricostruzioni, alcuni vagoni sarebbero anche precipitati. Almeno 10 i morti, ma si teme che il bilancio delle vittime possa salire.

Il presidente del governo Pedro Sanchez si è detto “costernato” per la tragedia e al momento la circolazione ferroviaria è sospesa tra Madrid, Ciudad Real e la Andalusia.

(Fonte: Servimedia)

Schillaci: a fronte di gravi inadempienze userò i poteri sostitutivi per gestire le liste d’attesa

Roma, 28 ott. (askanews) – “E’ nei nostri poteri” poter eventualmente esercitare poteri sostitutivi sulla gestione delle liste d’attesa in sanità da parte delle Regioni: “Laddove riscontrassimo situazioni di grave inadempienza non esiterò a farlo”. Lo ha detto il ministro della Salute, Orazio Schillaci, intervenendo al “Forum Salute e Innovazione” a Roma.

“Però sulle liste d’attesa ci vuole un gioco di squadra, che deve essere fatto dal Ministero, dalle Regioni e dai cittadini. Ognuno ha le sue responsabilità: la salute dovrebbe essere un punto di incontro e non di scontro politico”, ha concluso.

Papa Leone XIV: l’innovazione tecnologica sia al servizio della dignità umana e della cura del creato

Roma, 28 ott. (askanews) – “Vi incoraggio a continuare a mettere l’innovazione tecnologica al servizio della dignità umana, della cura del creato e del bene comune”. Così Papa Leone XIV, ricevendo oggi in udienza i dirigenti di Mercedes-Benz, in occasione della mostra “Un secolo di Papamobile”, che celebra i quasi cento anni di collaborazione tra l’azienda e la Santa Sede.

“Questo rapporto di lunga data – ha ricordato il Papa – è iniziato nel 1930, quando Papa Pio XI ricevette la prima automobile Mercedes-Benz, e si è protratto attraverso i successivi pontificati. Sono quindi lieto di esprimere la mia gratitudine a voi e alle numerose generazioni di progettisti, ingegneri e operai, la cui dedizione e competenza hanno reso possibile questa partnership di lunga data. La mostra offre l’occasione per riflettere sui notevoli progressi della tecnologia automobilistica, nonché sul significato più profondo dei viaggi intrapresi dai Successori di Pietro”.

“Nel corso dei decenni, la Papamobile si è evoluta da semplice mezzo di trasporto a strumento di incontro, consentendo al Pontefice di avvicinarsi ai fedeli durante le visite pastorali e le celebrazioni pubbliche. In questo modo, il vostro lavoro ha contribuito a facilitare la missione della Chiesa di raggiungere le persone e portare al mondo un messaggio di fede, di speranza e di carità”, ha concluso Prevost.

Trump commenta le elezioni in Israele: il mio appoggio è stato di grande aiuto per Netanyahu

Roma, 28 ott. (askanews) – Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, dalla base di Andrews nel Maryland, ha parlato delle elezioni in Israele: “Netanyahu sta andando molto bene. Quando è arrivato l’appoggio, gli è stato di grande aiuto. In realtà, mi risulta che stia andando piuttosto bene. Potrebbe essere in vantaggio, o in parità”, ha detto.

Il presidente Usa ha anche espresso ottimismo per la situazione in Ucraina: “Non dimentichiamoci della Russia. credo che, per quanto riguarda la Russia e l’Ucraina, si stanno facendo notevoli progressi. A breve verrà organizzato un incontro e penso che si compiranno molti passi avanti. Un incontro tra il presidente Putin e il presidente Zelensky”.

Zuppi: segnali incoraggianti, la pace in Ucraina è possibile, va costruita

Roma, 28 ott. (askanews) – Riguardo il conflitto tra Russia e Ucraina “la volontà di pace deve diventare intelligenza e visione di pace. Dobbiamo credere comunque che ci sia uno spiraglio: anche nel buio dobbiamo credere sempre che ci sia luce. Vedo segnali incoraggianti. C’è più consapevolezza della collaborazione fra Russia e Ucraina per risolvere situazioni di terribile sofferenza. E maggiore partecipazione della comunità internazionale. Segni evidenti come i colloqui di Leone XIV vanno fatti crescere: dimostrano infatti che la pace è possibile”. Così in una intervista a La Stampa il presidente della CEI, cardinale Matteo Maria Zuppi, inviato del Papa per la situazione umanitaria in Ucraina.

“La tregua a Oleshky – dice – è frutto di tanti incontri e di una volontà che speriamo cresca fino a risolvere le contrapposizioni. Ora occorre lavorare per renderla una regola permanente nel più ampio sforzo di costruire l’architettura della pace. Ciò riguarda tutti noi e in particolare l’Europa”.

“Auguriamoci che la tregua umanitaria a Oleshky possa essere realmente di sprone per tutti (in particolare per le parti coinvolte nelal guerra affinché scelgano la via della pace) e per la comunità internazionale a garantire la pace”, conclude Zuppi.

Israele, IDF: 79,9% personale militare ha votato

Tel Aviv, 28 ott. (askanews) – Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno riferito che il 79,9% del personale militare ha esercitato il proprio diritto di voto, con un aumento del 6,2% rispetto alle precedenti elezioni della Knesset. Più di 890 seggi elettorali militari sono stati allestiti in tutto Israele, comprese le postazioni mobili dislocate presso basi militari, unità e zone di combattimento.

Molte schede elettorali dei militari vengono conteggiate secondo il sistema israeliano della doppia busta, che richiede un’ulteriore verifica per evitare voti duplicati.

Elad Naveh, responsabile del centro di controllo della Commissione elettorale centrale, ha dichiarato che si prevedeva il conteggio di oltre mezzo milione di schede con doppia busta, con l’inizio dello spoglio previsto intorno alla mezzanotte di mercoledì e la conclusione giovedì sera.

Naveh ha avvertito che è troppo presto per stimare il loro impatto sulla distribuzione dei seggi parlamentari. Anche dopo il conteggio dei voti aggiuntivi, i risultati rimarranno pressoché definitivi, non completamente certificati, con ulteriori verifiche previste per la prossima settimana.

Ridimensionato Netanyahu, sono i partiti arabi la novità di Israele

Un Paese spaccato

Israele esce dalle urne profondamente diviso. Le urne non indicano un vincitore netto, bensì segnalano su tutto l’indebolimento (meno grave del previsto) di Benjamin Netanyahu. Il blocco di destra mantiene il primato, ma con 56 seggi è costretto a cercare alleanze che al momento sembrano impraticabili. In qualche modo, il vessillo della guerra permanente si affloscia.

Il fronte delle opposizioni, guidato dall’ex generale Gadi Eisenkot, arriva a 48 seggi. Meno di quanto nella notte indicavano gli exit poll. La Knesset si presenta dunque frammentata, con una maggioranza ancora tutta da costruire.

È il primo voto dopo il 7 ottobre 2023 e tre anni di guerra. La società israeliana appare attraversata da fratture profonde, tra sicurezza e democrazia, identità nazionale e convivenza civile. Un vento di destra ha soffiato forte sul dibattito elettorale e ha prodotto la tenuta dei partiti di governo.

La sorpresa delle liste arabe

La novità più significativa viene dall’elettorato arabo-israeliano. Le due formazioni arabe, la Lista Comune e Ra’am, conquistano complessivamente 19 seggi, contro i dieci della precedente legislatura.

Un risultato che cambia gli equilibri parlamentari e conferisce maggiore peso politico a una componente della popolazione tenuta ai margini della vita politica.

«Non possiamo più essere ignorati», ha dichiarato Youssef Jabareen, leader della Lista Comune, rivendicando attenzione ai problemi della criminalità, delle discriminazioni, della casa e dei diritti civili.

Non è soltanto una questione numerica. Il voto arabo introduce una variabile nuova nella formazione del governo e pone una domanda alla democrazia israeliana: può continuare a escludere una parte così rilevante dei suoi cittadini?

La difficile ricerca di una maggioranza

Certo, Eisenkot potrebbe cercare una soluzione parlamentare sostenuta dall’esterno dalle formazioni arabe. Ma l’operazione incontra resistenze politiche e culturali anche tra gli oppositori di Netanyahu.

Resta aperta l’ipotesi di accordi trasversali, così come quella di un nuovo stallo istituzionale. Una conclusione, tuttavia, emerge da questi risultati. La politica spregiudicata e aggressiva di Netanyahu, fondata sull’alleanza con la destra fondamentalista, incontra un limite elettorale evidente.

Il premier uscente non è liquidato, ma la sua politica radical-bellicista esce ridimensionata. Il voto insomma non fornisce gli strumenti per ribaltare le scelte di Netanyahu. Segnala però che una parte significativa di Israele chiede di cambiare strada. E che nessuna maggioranza potrà ignorare facilmente il nuovo peso della rappresentanza araba, pena l’ulteriore radicalizzazione della dialettica civile e democratica.

La fuga di Flavio Bolsonaro: è in Florida. Lula: atto vergognoso lasciare il Brasile

Roma, 28 ott. (askanews) – Flavio Bolsonaro, sconfitto da Lula al ballottaggio presidenziale del 25 ottobre, dopo aver lasciato il Brasile, è arrivato in Florida e assieme alla moglie e alle due figlie ha già incontrato il fratello Eduardo Bolsonaro e la sua famiglia. Lo riferiscono i siti brasiliani.

Gli Stati Uniti avevano reso noto che avrebbero concesso il visto a Flavio Bolsonaro e alla sua famiglia. “Il Dipartimento di Stato rilascerà i visti a Flavio Bolsonaro e ai suoi familiari e permetterà loro di entrare negli Stati Uniti”, ha riferito un alto funzionario del Dipartimento di Stato americano alla Bbc. dichiarato.

Il motivo principale della fuga sarebbe il timore di un arresto, in seguito a un ordine di sequestro dei passaporti da parte del giudice della Corte Suprema Federale (STF) Alexandre de Moraes; in precedenza, il governo brasiliano aveva allertato le autorità argentine in merito al possibile rischio di fuga del senatore.

Il magistrato aveva ordinato a Bolsonaro – che dopo la sconfitta elettorale non ricopre alcuna carica istituzionale – di consegnare i documenti entro le ore 11 di martedì. L’ordine era stato emesso domenica sera nell’ambito di un’indagine che vede coinvolti Bolsonaro e l’avvocato Willer Tomaz per riciclaggio di denaro.

“Lasciare il Brasile è un atto vergognoso”. Lo ha affermato il presidente del Paese, Luiz Inßcio Lula da Silva, commentando la fuga di Flavio Bolsonaro negli Stati Uniti. “Avrebbe potuto rimanere e dimostrare le accuse – ha detto Lula durante un evento al Palazzo della Alvorada -. Ho cercato di dargli l’opportunità di dimostrare la sua onestà, chiedendogli di presentare documenti, ma non l’ha fatto. Questo cittadino è la figura più bugiarda che abbia mai visto sul pianeta. Lasciare il Brasile è vergognoso. La famiglia Bolsonaro è così – ha concluso -. Il Brasile è la sua seconda patria, la prima è leccare i piedi agli Stati Uniti, come sono abituati a fare”.

Immigrazione e sicurezza: Trieste città frontiera del cuore?

Trieste, frontiera dell’accoglienza

È una notizia non da prima pagina, messa un po’ in secondo piano perché non eccita la lettura. A Trieste, terra ormai «di traffico e di frontiera», si patisce l’ingresso dei migranti che hanno percorso l’intera rotta balcanica alla ricerca di un futuro accettabile. Sembra che da aprile in poi siano schierate consistenti forze dell’ordine per garantire tutti i profili di sicurezza nella situazione in corso. Tutto ciò è meritevole e per nulla da censurare.

Per fortuna la città può vantare una rete di solidarietà non indifferente, che provvede a distribuire pasti e coperte a quelli che addosso hanno soltanto la loro pelle e un panno sudicio che gli si è affezionato da troppo tempo. C’è l’associazione Linea d’Ombra, gli scout, la Diaconia Valdese, volontari, centri sociali, insomma tutto il firmamento di gente di buona volontà che non gira le spalle al prossimo in difficoltà.

 

Lo struscio cittadino, un punto di bellezza

Per come si legge e si comprende, sembra che per motivi di decoro, nel weekend, l’attività a sostegno di una massa di persone indigenti sia stata contingentata solo dalle 18 alle 20, e poi tutti tornino a essere invisibili, consentendo così il libero svago di quelli che invece non se la passano affatto male.

Con l’adeguata sensibilità, ci si augura si possa trovare una soluzione più efficace anche il sabato e la domenica, magari individuando un’area decentrata della città dove poter dare assistenza ai bisognosi che pure in quei giorni hanno lo stimolo della fame e la necessità di un panno pulito da mettersi addosso.

 

Andare raminghi e a ramengo

«Occhio non vede, cuore non duole» non è una regola che possa risolvere una situazione delicata da fronteggiare. Ci vuole altro perché chi voglia svagarsi non impatti, per dirla alla Manzoni, nel «vagar faticoso dietro a desideri che non sarebbero mai soddisfatti» dei poveracci approdati in terra italica.

Non si può pretendere che, come Cenerentola allo scadere di una certa ora, si dileguino nell’ombra, più o meno come i topi che vivono in perenne nascondimento.

Meglio ancora sarebbe se le procedure per chiedere asilo fossero più brevi dei circa 90 giorni attuali. La questione è seria perché Trieste registra un aumento del 31% degli ingressi di stranieri e il fatto interroga le coscienze di ciascuno, perché la faccenda non si può risolvere mettendo la polvere sotto il tappeto.

 

«Amor ergo sum», una legge da non dimenticare

Il fenomeno, non solo a Trieste, va disciplinato alla luce della nostra civiltà che da un paio di migliaia di anni ha fatto dell’amore verso l’altro una linea di condotta tanto impegnativa quanto necessaria per l’umanità. In particolare, per i credenti, «Amate il prossimo come voi stessi» è un comando che si traduce in un esercizio permanente, il solo che può garantire una società felice.

In questi giorni ricorrono i 48 anni dall’elezione al soglio pontificio di san Karol Wojtyła, che diceva come «la più grande vocazione dell’uomo è la chiamata all’amore. L’amore dà pure il significato definitivo alla vita umana. Esso è la condizione essenziale della dignità dell’uomo, la prova della nobiltà della sua anima».

E ancora: «L’amore non è solamente un sentimento, è un atto di volontà che consiste nel preferire, attraverso un comportamento costante, il bene dell’altro più di quello proprio».

È una lezione tosta che va ben oltre il suono di belle parole. È un messaggio che fa da spartiacque, è una barricata da scavalcare per andare oltre i propri istinti e implica la scelta di chi voglia stare di qua o al di là di una linea chiara e per nulla in oscurità.

Si tratta del decoro dello spirito. Il resto sono chiacchiere.

La protesta dei giovani e l’urgenza di cambiare

La novità e la necessità del cambiamento

Ci sono parole che dovrebbero essere tenute insieme, e invece può accadere che tra di esse avvenga uno scollamento, con danno di entrambe: mi riferisco al sostantivo “novità” e al verbo “cambiare”; con il primo constatiamo il novum, cui però non si accompagna la volontà di modificare conseguentemente la situazione; in altre parole, alla rilevazione delle res novae non si unisce l’attenzione per l’esigenza di cambiare, mentre il verbo andrebbe addirittura coniugato all’imperativo: cambiare!

Si badi: non si tratta di cambiare per cambiare, ma di avvertire l’urgenza di cambiare con competenza nel momento in cui si è avvertito che qualcosa di nuovo sta nascendo o si sta affermando.

Invece spesso le novità vengono “dichiarate” tali, ma anche “ammortizzate”, considerandole solo di superficie o di settore, per cui si ritiene che sia sufficiente qualche mutamento esteriore; è la logica gattopardesca del “cambiare tutto per non cambiare niente”, forse non teorizzata ma certo praticata.

In questo modo di procedere, quella che è una grande virtù, cioè la prudenza, viene svilita in interventi di piccolo cabotaggio, per cui, di fronte alla novità, si cambia solo superficialmente o non si cambia affatto, magari facendo nel contempo stentoree dichiarazioni sulla necessità del cambiamento o paventando rischi tali che è opportuno soprassedere.

La protesta studentesca e le radici del disagio

Mi sembra che sia questa la situazione in cui ci troviamo con la recente protesta studentesca (tuttora in corso): che, cioè, venga enfatizzata nei suoi aspetti esteriori e deteriori, e non colta nella sua radicalità innovativa, per cui il “cambiare” (si potrebbe dire utilizzando la grammatica) viene coniugato non come imperativo deciso, bensì come congiuntivo condizionale.

Così, per esempio, si dice: “Se la protesta non fosse violenta, si potrebbe prenderla in considerazione”; “se la protesta fosse democratica, si potrebbe intervenire, ma con i tempi lunghi che la democrazia e la burocrazia impongono”.

Questi “se” rischiano di vanificare l’attenzione per il nuovo che la protesta veicola e che, a ben vedere, va oltre le specifiche rivendicazioni di settore (relative alla scuola, ai salari, alla salute, alla sicurezza…).

In tal modo, si finisce per ritenere di aver prestato attenzione alla novità della protesta, mentre in realtà se ne è avvertita solo la portata di richieste parziali, senza andare alla causa (non appariscente e nemmeno apparente) che è il “disagio”, da intendere per tutti in senso sociale e globale e, per i più giovani, in senso esistenziale e relazionale.

Eppure, questa è la novità vera e profonda, con cui occorre misurarsi, se si vuole che il “cambiare” sia l’imperativo che porta a un rinnovamento di mentalità, per cui si avverte come inaccettabile l’assuefazione alla disuguaglianza, assunta come principio non eliminabile né modificabile.

In altre parole, non si può considerare “normale” l’attuale disuguaglianza sempre più estesa e lacerante tra i pochi ricchissimi e i tanti diversamente poveri. Proprio questo costituisce il contesto entro cui si colloca la protesta per i singoli settori in cui la disuguaglianza si traduce.

Dall’inequità alla responsabilità collettiva

Ciò comporta, sì, interventi nei singoli settori, ma a partire dalla denuncia di quella che papa Francesco ha chiamato, nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, la “inequità”, un termine non attestato dai dizionari, ma messo in circolazione da Bergoglio, che la giudica di inedita gravità per la globalizzazione che accentua le sperequazioni.

Letteralmente è il contrario dell’equità, ma l’uso che ne fa il papa mi sembra richiamare a un mix di ingiustizia e di iniquità, ed è un modo di vivere in cui ciascuno guarda al proprio “particulare”, disinteressandosi degli altri, considerati meno capaci, per cui non meritano (attenzione) in quanto non hanno meriti (produttivi).

A voler usare il linguaggio di don Lorenzo Milani, si potrebbe parlare di avarizia – il «sortirne da soli» – come il contrario della politica: il «sortirne insieme».

Senza questa consapevolezza di fondo non si fanno riforme o, se si fanno, con carattere inconcludente e dispersivo.

Allora l’odierna protesta studentesca potrebbe diventare l’occasione per cercare tra adulti e giovani un reale terreno di confronto, che certamente deve stigmatizzare la violenza, ma insieme deve recepire la richiesta di “cambiare”, impegnandosi a rimuovere la disuguaglianza, da considerare insopportabile in tutti i sensi, anche perché in contrasto con le Carte costituzionali e le Carte universali che pure esaltiamo.

Si tratta quindi di mettere fine a una situazione schizoide conseguente alla teoria dell’uguaglianza e alla pratica della disuguaglianza, in particolare quando questa ha superato, come oggi, il limite di guardia, per cui il verbo all’imperativo “cambiare” va accompagnato con il verbo all’indicativo “basta” e sempre all’insegna dell’avverbio “subito”.

Un nuovo patto tra le generazioni

Se di questo è portatrice la protesta dei giovani e dei giovanissimi, mi pare evidente che non possa essere disattesa, e il problema allora è trovare il modo di avviare un cambiamento che muova da serie analisi condivise e si traduca in altrettanto seri interventi concreti, tali da costituire il segnale di un rinnovamento di mentalità comunitaria, che interviene sul presente per aprire al futuro.

Ecco la categoria con cui bisogna tornare a fare i conti: il futuro, ma un futuro che non sia l’alienazione del presente, bensì il senso di un presente non effimero.

Tutto ciò richiede (ne sono sempre più convinto) un nuovo patto intergenerazionale che veda adulti e giovani, in modo paritetico (per la dignità di ogni persona) e asimmetrico (per la differenza di età), impegnati insieme: uno stile inedito quanto necessario, di cui proprio l’Italia, uno dei Paesi a più bassa natalità, potrebbe farsi promotrice.

Diversamente, con gli anziani che sono quasi il doppio dei giovani, il rischio è un sentimento di rivalsa degli uni o degli altri.

Perché non si condanna sempre la violenza?

La violenza nelle piazze e i distinguo della sinistra

Le immagini devastanti, inquietanti e drammatiche che emergono dalle piazze italiane sono sotto gli occhi di tutti. Le TV possono trasmetterle o meno, ma la storia non cambia affatto.

Certo, i talk televisivi de La7 che, di fatto, sono il prolungamento della propaganda della sinistra, di norma ne parlano poco e, se ne parlano, come da copione, scaricano le responsabilità sulle scelte del Governo, sul comportamento delle Forze dell’Ordine o, soprattutto, sul clima di repressione e di autoritarismo che si respirerebbe in Italia. Insomma, come si dice in gergo, buttano la palla in tribuna.

E lo stesso copione si ripete per i giornali che sono riconducibili agli interessi politici e alle ragioni culturali della sinistra populista, radicale ed estremista.

Ma, al di là di questo fatto – peraltro ormai largamente noto e che non fa neanche più notizia – quello che impressiona sul versante politico è la cronica e quasi strutturale difficoltà di larghi settori della sinistra italiana di prendere seriamente e convintamente le distanze da quella violenza. Cioè, per essere ancora più precisi, dalla violenza che si sprigiona e che emerge concretamente da quelle piazze.

 

L’ideologia del «ma però»no

Eppure, malgrado tutto ciò, l’ideologia del «ma, però», la cultura del «distinguo», la persistenza nell’indicare le responsabilità nella società, nel Governo o nella conduzione delle Forze dell’Ordine prevalgono nettamente in questa interpretazione.

È appena sufficiente ascoltare quotidianamente i protagonisti televisivi di questa interpretazione per rendersene conto. Una lettura che, come ovvio e persino scontato, viene puntualmente confermata da molti settori dell’attuale sinistra italiana.

Insomma, e per farla breve, la violenza viene condannata – quando viene condannata – per ragioni formali, burocratiche e protocollari.

E questo perché emergono sempre, appunto, le responsabilità della società diseguale e iniqua, dell’attuale Governo caratterizzato da spinte illiberali, autoritarie e parafasciste e di un comportamento discutibile delle stesse Forze dell’Ordine nel contenere e nel respingere queste violenze, peraltro devastanti e drammatiche, come è emerso, purtroppo, anche in molte città italiane sabato scorso.

 

Il rischio di tornare ai «compagni che sbagliano»

Ora, e senza farla troppo lunga, è del tutto evidente che, seppur mutatis mutandis, si ripete un copione che era già noto molti decenni fa nel nostro Paese.

Allora, come è ormai a tutti noto, c’erano i «compagni che sbagliano». Oggi, in un clima politico, culturale e storico profondamente diverso, prevale lo stesso atteggiamento di comprensione, di dialogo, di ascolto, se non addirittura di umana giustificazione per questi fatti che, lo ripeto, sono sotto gli occhi di tutti, senza fare ulteriori approfondimenti.

Una condanna senza ambiguità per difendere la democrazia

Ecco perché, al di là di ogni altra interpretazione o simpatia per questo o quello schieramento o per questo o quel partito, un fatto è indubbio.

E cioè, la violenza politica e di piazza si può tendenzialmente e auspicabilmente sconfiggere a una sola condizione: con la convergenza dei principali attori politici, culturali, giornalistici e televisivi nel condannare la violenza, da qualunque parte arrivi o provenga e contro chiunque sia indirizzata.

Se questo non avverrà, come purtroppo non sta avvenendo, prepariamoci, nostro malgrado, a una stagione dura, difficile, drammatica e sempre più inquietante, con esiti imprevedibili.

Il passato, purtroppo, lo conosciamo bene. Speriamo che non si ripeta, seppur con forme, modalità e parole d’ordine diverse.

La morte di Filippo Maria Ferro, psichiatra e storico dell’arte

Con la morte di Filippo Maria Ferro, mio professore di Psichiatria, psicoanalista, fenomenologo e storico dell’arte, fra i più autorevoli e raffinati conoscitori del barocco, è come se stessi rivivendo la morte di mio padre, trent’anni fa esatti.

Non senza le ambivalenze che tendono a caratterizzare il rapporto dei figli con un padre.

 

La passione per il dettaglio

Ferro, di Novara come Eugenio Borgna, a cui era legato da amicizia profonda, si era laureato a Pavia, conservando un rapporto fecondo con l’Ateneo pavese, e aveva proseguito il percorso professionale e accademico all’Università Cattolica di Roma, approdando poi alla Cattedra di Psichiatria dell’Università di Chieti.

Ho appreso tanto dai suoi seminari del primo pomeriggio. Cos’hanno in comune la psicopatologia e la storia dell’arte?, provava a chiedersi e a chiederci. La risposta: il gusto e la passione per il dettaglio, per i particolari. L’attribuzione di dipinti ancora anonimi, ad esempio, si gioca tutta lì; in quel particolare modo, poniamo, di ritrarre le dita della mano o le unghie.

A caratterizzare, più in generale, la sua visione delle cose era una forma di elegante scetticismo. Per dirne una, invitava coloro che pretendono di spiegare il comportamento umano solo con il gioco dei neurotrasmettitori e neuromodulatori a relativizzare i modelli teorici, situandoli storicamente. Anche la medicina ippocratica, a suo tempo, credeva di spiegare tutto, e in maniera plausibile, con il gioco degli umori fondamentali del corpo, ai quali venivano associati i temperamenti melanconico, sanguigno, flemmatico e collerico. Da qui, anche, i suoi studi storici. Eloquente il titolo di un corposo volume da lui curato: Passioni della mente e della storia.

E, con la sua quasi proverbiale finezza, a proposito del titolo di un libro del suo collega Sergio De Risio – Derive del narcisismo –, notava le due accezioni del “derivare”: scaturire e/o andare alla deriva, perdersi.

 

L’isteria e il campo della dissociazione

Tante le opere, anche monumentali, da lui scritte o curate o tradotte. Mi sento di ricordare Isteria e campo della dissociazione, di cui è coautore Giuseppe Riefolo: volume che mostra come l’isteria, nella sua complessità, sia un fenomeno tutt’altro che solo “ottocentesco”.

E qui riporto un passaggio chiave del libro, da me riassunto vent’anni fa:

«Se, invece di considerare l’isteria come una figura che ripete se stessa o semplicemente come una malattia, riuscissimo a concepire l’esistenza di configurazioni mentali isteriche, tutto ci apparirebbe più chiaro. Configurazioni stabili o fugaci, che magari appaiono transitoriamente durante il percorso evolutivo che caratterizza una psicoterapia (e la vita stessa); configurazioni che prevalgono nell’organizzazione della personalità del soggetto o che occupano solo un angolino della sua mente. Ma cosa le caratterizza? Per gli autori del testo, entrambi psichiatri e psicoanalisti, alla base del mondo dell’isterico, più che la conversione (mediante la quale il conflitto interiore si esprime col linguaggio del corpo: da qui, ad esempio, paralisi o cecità isteriche), vi sarebbe la dissociazione.

Se nelle schizofrenie “l’oggetto della scissione è il tessuto logico del pensiero”, nell’isteria si avrebbe la dissociazione dell’“oggetto” (cioè delle persone con le quali interagiamo, i genitori innanzitutto) dalla sua componente sessuata. Per secoli si è pensato che l’isterica (perché si tratta di un disturbo spesso declinato al femminile) avesse un forte desiderio sessuale: non a caso sovente appare particolarmente seduttiva. In realtà ella (o egli), non avendo accettato la sessualità delle persone care, non riesce a disporre felicemente della propria».

 

Il perturbante e la lezione di Re Canuto

Chi segue i miei scritti, poi, avrà forse notato come in essi ricorra l’idea del perturbante di Freud. Proprio dal professor Ferro l’ho appresa.

L’ultima lezione pochi mesi fa: la leggenda di Re Canuto, sovrano vichingo che disponeva di un territorio solo durante la bassa marea, e ne era ironicamente consapevole. Ancora conservo il commento di un altro mio docente, questa volta di Filosofia, Virgilio Cesarone: «Forse siamo tutti re canuti».

Elezioni Israele, in corso lo scrutinio: il blocco di Netanyahu avanti, ma nessuno ha la maggioranza

Tel Aviv, 28 ott. (askanews) – Prosegue lo scrutinio per l’elezione della 26esima Knesset in Israele.

Con quasi metà dei voti scrutinati il blocco di Netanyahu scivola a 55 seggi. Con il 48,43% delle schede scrutinate, il Likud è in testa con 27 seggi, mentre Yashar di Gadi Eisenkot ne ha 22; il blocco rivale detiene 50 seggi e i partiti arabi 15, senza che nessuno dei due schieramenti abbia la maggioranza, poiché lo spoglio tardivo dei voti dei militari e di altri partiti potrebbe cambiare gli equilibri.

I risultati parziali lasciano ancora sia Netanyahu sia Eisenkot di fronte a ostacoli significativi nella formazione di una coalizione di governo, con i partiti arabi che potrebbero esercitare una notevole influenza.

Israele, opposizione in vantaggio ma senza maggioranza

Roma, 28 ott. (askanews) – Nessuna maggioranza, blocco opposizione in lieve vantaggio, Likud primo partito e liste arabe in forte crescita: gli exit poll alla chiusura dei seggi delle elezioni politiche israeliane hanno confermato almeno in parte le previsioni della vigilia, ma data l’esistenza di una soglia di sbarramento e l’affluenza record – ben oltre il 77% – i risultati definitivi, attesi non prima della giornata di giovedì, potrebbero divergere non poco da quelle stimate dai sondaggi.

Il blocco guidato da Gadi Eisenkot si aggiudicherebbe 52-53 seggi, contro i 50 attribuiti alla coalizione di governo uscente, con il Likud che otterrebbe 24-25 deputati (contro i 32 del 2022, va notato): il che, se confermato, aprirebbe un primo braccio di ferro tra l’ex capo di stato maggiore dell’Idf e Benjamin Netanyahu.

Già nel pomeriggio infatti il premier aveva rivendicato il diritto di ricevere l’incarico se il Likud si fosse rivelato il primo partito; e così anche Eisenkot, se la sua coalizione avesse avuto più voti: una scelta politica delicata per il presidente Isaac Herzog, al di là del fatto che la legge non lo obbliga ad affidare il mandato né al leader del partito di maggioranza né a quello del blocco principale, ma solo a colui che a suo insindacabile giudizio ha migliori possibilità di ottenere la necessaria maggioranza alla Knesset.

I primi commenti dell’opposizione, seppure lontana dai 61 seggi, sono unanimi: sia Eisenkot che il leader dei Democratici, Yair Golan, hanno sottolineato come il voto rappresenti inequivocabilmente una voglia di cambiamento e la sconfitta del “governo del 7 ottobre” e di Netanyahu, che i cittadini “hanno mandato a casa”. “Una cosa sembra piuttosto chiara: il Likud è il primo partito in Israele” ha ribattuto il ministro degli Esteri Gideon Saar, che ha definito “prematuro” l’entusiasmo della coalizione; quanto all’ultradestra, Itamar Ben Gvir ha avvertito da parte sua che una grande coalizione che lasciasse fuori il suo partito sarebbe “un terribile errore” mentre Bezalel Smotrich ha ribadito che “a Gaza sorgeranno insediamenti ebraici”.

Un dato che appare indiscutibile è – come faceva presagire anche l’affluenza – l’ascesa dei partiti arabi, accreditati di un totale di 18 seggi, contro i dieci del 2022: una “formazione importante e solida che non può essere ignorata, indipendentemente dallo scenario politico”, ha dichiarato il leader della Lista Araba Unita, Youssef Jabareen.

Se i partiti arabi potrebbero effettivamente essere l’ago della bilancia, è però difficile ipotizzare una loro partecipazione diretta ad un esecutivo di coalizione: sullo Stato palestinese Eisenkot e in generale i centristi non la pensano diversamente dalla destra; in attesa dei dati definitivi, se il blocco di opposizione vuole evitare un ritorno alle urne dovrà però trovare una soluzione che le permetta di superare almeno lo scoglio della fiducia.

Una possibilità è un’alleanza con la destra religiosa sefardita dello Shas, uscita dal governo per le polemiche sull’arruolamento degli haredim, fin qui esentati dal servizio militare: al di là del fatto che gli exit poll attribuiscono a questo scenario 58 seggi, dato che se confermato sarebbe comunque insufficiente, Eisenkot – che è sì sefardita, ma anche ex capo di stato maggiore delle Idf e ha difeso l’obbligo di leva per tutti – si troverebbe alle prese con lo stesso problema di difficile soluzione e una qualsiasi concessione a scopo politico gli farebbe perdere credibilità con i vertici militari.

La seconda via d’uscita è un’astensione degli arabi che desse via libera a un governo di minoranza: dato il rifiuto di gran parte dell’opposizione a uno Stato palestinese è difficile però ipotizzare quale potrebbe essere la moneta di scambio, se non la testa di Netanyahu – ovvero l’impegno a formare una Commissione d’inchiesta statale sul 7 ottobre che chiarisca le responsabilità dell’esecutivo e (soprattutto) del Primo ministro uscente.

Infine, in ossequio al principio secondo cui se non puoi batterlo unisciti a lui, un governo di grande coalizione con il Likud. Uno scenario (peraltro sostenuto da almeno una parte dell’Amministrazione Trump) non senza precedenti ma che, ancora una volta, toglierebbe fortemente credibilità a una coalizione che ha basato l’intera campagna elettorale sul mandare a casa Netanyahu, che in questo modo si assicurerebbe invece la permanenza al potere – e che non ha alcuna fretta di fare le valigie: per legge, gli spetta comunque reggere l’interim fino a che non saranno terminati i negoziati per la formazione dell’esecutivo (e potrebbero volerci settimane, se non mesi) oppure, in caso di mancato accordo, fino al ritorno alle urne.

Calcio, la classifica di Serie A: Lazio in minifuga, la Roma è lì

Roma, 27 ott. (askanews) – Questi i risultati e la classifica del campionato di serie A dopo Sassuolo-Lazio 2-6, Roma-Cagliari 4-2

Nona giornata: Sassuolo-Lazio 2-6, Roma-Cagliari 4-2, Torino-Como 1-3, mercoledì 28 ottobre: ore 18.30: Milan-Bologna, Parma-Udinese, Venezia-Inter ore 20.45: Genoa-Juventus, Monza-Napoli, giovedì 29 ottobre ore 20.45 Frosinone-Lecce, Fiorentina-Atalanta.

Classifica: Lazio 25, Roma 24, Inter 22, Milan 18, Como 17, Frosinone, Juventus 14, Cagliari, Torino 13, Napoli 11, Atalanta 10, Lecce 9, Sassuolo, Bologna 8, Monza, Genoa 7, Udinese, Parma, Fiorentina 4, Venezia 3.

Decima giornata: sabato 31 ottobre: ore 15: Bologna-Monza, ore 18: Udinese-Roma, ore 20.45: Milan-Inter; domenica 1 novembre: ore 12.30: Como-Venezia, ore 15: Frosinone-Torino, Lazio-Cagliari, ore 18: Lecce-Genoa, ore 20.45: Juventus-Napoli; lunedì 2 novembre: ore 18.30: Sassuolo-Fiorentina, ore 20.45: Atalanta-Parma.

Centrosinistra, in vista del tavolo Pd-M5s-Avs cresce spinta ad accelerare

Roma, 27 ott. (askanews) – L’appuntamento pare confermato per venerdì, ma al tavolo anche stavolta ci saranno solo Pd, M5s e Avs, perché la galassia centrista assomiglia ancora più che altro ad una nebulosa. Si vedranno di nuovo Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, con M5s e Verdi-Sinistra che spingono per accelerare il lavoro sul programma e le primarie e la segretaria Elly Schlein che sembra ancora convinta che sia meglio prendere un po’ di tempo in più.

Igor Taruffi, responsabile organizzazione e ‘voce’ ufficiale del partito quando non parla la segretaria, sabato scorso a Montepulciano aveva parlato di chiudere il programma “entro la fine dell’anno” e di andare poi alle primarie per “l’inizio dell’anno prossimo”. L’idea è di tenere i gazebo a febbraio, magari a marzo, il più possibile a ridosso dell’apertura ufficiale della campagna elettorale.

Bonelli oggi ha però nuovamente chiesto di fare prima: “Le primarie prima si fanno è meglio, penso che non sia possibile farle entro dicembre quindi credo non si debba andare oltre la data del primo febbraio”. Conte, è sulla stessa linea, quando in Tv gli viene chiesto se non sia troppo tardi febbraio risponde: “Non lo dica a meà”. Quindi aggiunge: “confido che ci si metta intorno al tavolo, si scriva un programma e poi se dobbiamo trovare il candidato che possa rappresentare la coalizione si faccia anche questo presto”.

Anche nel Pd, in realtà, più di qualcuno dei sostenitori della segretaria pensa che a questo punto sarebbe meglio fare in fretta. Lo stesso Nicola Zingaretti afferma: “Credo che a questo punto un coinvolgimento del popolo, dell’elettorato che in massa decida la leadership sia la cosa migliore, piuttosto che stare altre settimane sui ‘se’, i ‘ni’, i ‘ma’. Andiamo votare e andiamo a vincere”.

Difficile però che venerdì si esca dall’incontro con una decisione su questo punto. Anche perché c’è sempre da affrontare il nodo della politica estera, prima di avviare ufficialmente la corsa ai gazebo. E bisogna anche aspettare che l’area di centro si strutturi. Il tavolo ‘a tre’ (intesi come partiti) viene criticato per esempio da Riccardo Magi: “La formula ‘a tre’? E’ quella che sta sotto al 40%”, dice per far risaltare che l’area centrista è fondamentale per la vittoria. E contesta anche l’argomento della frammentazione del centro: “Non ci chiamano perché siamo troppi? E Avs che ha due rappresentanti al tavolo va bene?”.

Restano diversi nodi da sciogliere, insomma. Ma si moltiplicano gli appelli a non ripetere l’errore del 2022. Lo dice Zingaretti, lo dice Silvia Salis: “Io credo che di fronte a una sfida epocale il campo progressista debba puntare a essere il più ampio possibile per andare a vincere”, avverte la sindaca di Genova.

Manovra, Meloni: manteniamo gli impegni facendo quadrare i conti

Roma, 27 ott. (askanews) – “Siamo in dirittura d’arrivo sulla legge di bilancio che vorremmo far approdare domani in Consiglio dei ministri”, “come sempre l’obiettivo è far quadrare i conti, mantenere gli impegni presi, continuare sulle priorità che ci siamo dati in questi anni”. Lo ha detto la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in un indirizzo di saluto al Forum Moneta.

La premier ha poi elencato le voci su cui verteranno le misure: “Il tema dei salari, la difesa del potere d’acquisto, attenzione al ceto medio alle imprese che investono e assumono, l’attenzione che va dedicata al tema del costo dell’energia, la sanità, la famiglia, i giovani saranno un focus della legge di bilancio”, ha aggiunto.

Calcio, Lazio travolgente: 6-2 al Sassuolo

Roma, 27 ott. (askanews) – Spettacolo e valanga di gol nella sfida tra Sassuolo e Lazio, vinta dai biancocelesti per 6-2. La squadra di Gattuso centra la quinta vittoria consecutiva e conquista, almeno momentaneamente, la vetta solitaria della classifica, in attesa della gara dell’Inter.

Partita subito scoppiettante, con Taylor a segno dopo appena due minuti e il pareggio di Thorstvedt al 7′. Isaksen al 13′ e Floriani Mussolini al 16′ riportano avanti la Lazio, che al 31′ beneficia anche dell’espulsione diretta di Thorstvedt. Nonostante l’inferiorità numerica, il Sassuolo accorcia con Esposito al 43′, ma Zaccagni firma il 4-2 nel recupero del primo tempo.

Nella ripresa sale in cattedra Noslin, autore di una doppietta al 55′ e al 63′. La Lazio spreca anche due calci di rigore, entrambi neutralizzati dal portiere neroverde Turati, protagonista di una prestazione da record. Nel finale Cancellieri sfiora il settimo gol biancoceleste.

Adx

Calcio, la classifica di Serie A: Lazio in vetta da sola

Roma, 27 ott. (askanews) – Questi i risultati e la classifica del campionato di serie A dopo Sassuolo-Lazio 2-6

Nona giornata: Sassuolo-Lazio 2-6, ore 20.45 Roma-Cagliari, Torino-Como, mercoledì 28 ottobre: ore 18.30: Milan-Bologna, Parma-Udinese, Venezia-Inter ore 20.45: Genoa-Juventus, Monza-Napoli, giovedì 29 ottobre ore 20.45 Frosinone-Lecce, Fiorentina-Atalanta.

Classifica: Lazio 25, Inter 22, Roma, Milan 18, Como 17, Frosinone, Juventus 14, Cagliari, Torino 13, Napoli 11, Atalanta 10, Lecce 9, Sassuolo, Bologna 8, Monza, Genoa 7, Udinese, Parma, Fiorentina 4, Venezia 3.

Decima giornata: sabato 31 ottobre: ore 15: Bologna-Monza, ore 18: Udinese-Roma, ore 20.45: Milan-Inter; domenica 1 novembre: ore 12.30: Como-Venezia, ore 15: Frosinone-Torino, Lazio-Cagliari, ore 18: Lecce-Genoa, ore 20.45: Juventus-Napoli; lunedì 2 novembre: ore 18.30: Sassuolo-Fiorentina, ore 20.45: Atalanta-Parma.

Trump potrebbe uscire sconfitto dalle elezioni di Midterm mrilancaire la sua politica estera, ecco perché

Roma, 27 ott. (askanews) – Donald Trump potrebbe uscire sconfitto dalle elezioni di Midterm del 3 novembre, perdere il controllo di una o entrambe le Camere del Congresso, ritrovarsi politicamente indebolito a Washington, ma questo non necessariamente comporterà un ridimensionamento della sua politica estera. Un rovescio elettorale potrebbe anzi spingere il presidente a concentrarsi ancora di più sulle grandi crisi internazionali, cercando nei rapporti con Russia, Cina, Iran e Corea del Nord quei risultati che una nuova maggioranza democratica gli renderebbe più difficile ottenere sul fronte interno. C’è poi un’altra incognita: il voto aprirà di fatto anche la corsa alla successione presidenziale del 2028, destinata a mettere alla prova l’autorità di Trump sul Partito repubblicano e a far emergere le divergenze sulla politica internazionale all’interno del movimento Maga, che lui stesso ha costruito.

E’ questo il paradosso attorno al quale si sviluppano le analisi pubblicate nelle ultime settimane dagli osservatori americani, europei e asiatici sulle conseguenze delle Midterm. Il presidente potrebbe perdere una parte significativa della propria capacità di manovra sul piano interno, conservando tuttavia ampi poteri nella conduzione delle trattative diplomatiche, nelle decisioni militari e nella gestione della politica commerciale. Soprattutto, non dovendo più affrontare una campagna elettorale, potrebbe essere meno condizionato dal costo politico immediato delle proprie iniziative.

Il voto arriva in un momento particolarmente difficile per la Casa bianca. Secondo il sondaggio Reuters/Ipsos concluso il 26 ottobre, il gradimento di Trump è al 32%, mentre tra gli elettori registrati il 47% dichiara di sostenere i democratici nelle elezioni per il Congresso contro il 36% dei repubblicani. La guerra contro l’Iran e la politica dei dazi hanno trasformato questioni apparentemente lontane dalla vita quotidiana degli americani in problemi economici concreti, soprattutto attraverso l’aumento dei prezzi energetici e del costo della vita.

La conseguenza di queste difficoltà potrebbe avere una ricaduta elettorale e, all’interno dello stesso Partito repubblicano, ci sono conseguenze tangibili. Un’inchiesta pubblicata da Reuters il 7 ottobre ha esaminato 62 competizioni particolarmente combattute per il Congresso, constatando che in 41 casi i candidati repubblicani hanno preso le distanze da Trump. In 12 competizioni le divergenze riguardano proprio la guerra contro l’Iran.

A rendere più complessa la situazione è la prospettiva delle presidenziali del 2028. Trump non potrà candidarsi per un terzo mandato e la corsa per l’eredità politica è già cominciata sottotraccia. Il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio rappresentano due possibili declinazioni del futuro del trumpismo, soprattutto in politica estera. Il primo ha costruito parte della propria identità politica sulla critica agli interventi militari prolungati e agli impegni americani in Europa; il secondo proviene da una tradizione repubblicana più favorevole all’esercizio della leadership internazionale degli Stati uniti e a una linea dura verso gli avversari strategici.

Le divergenze sono emerse proprio nella gestione della guerra contro l’Iran. Vance ha mantenuto una posizione più cauta sull’intervento e ha assunto un ruolo importante nei tentativi negoziali con Teheran, mentre Rubio ha difeso più apertamente l’opzione militare. Le differenze potrebbero diventare più rilevanti quando si aprirà la competizione per la candidatura repubblicana. Il fioretto potrebbe diventare sciabola.

Il risultato delle Midterm, inoltre, potrebbe incidere indirettamente anche sulle scelte internazionali della Casa bianca. Un Congresso controllato dai democratici potrebbe bloccare nuove iniziative legislative, condizionare gli stanziamenti e aprire indagini sull’amministrazione. Se i democratici conquistassero anche il Senato, potrebbero intervenire sulle nomine dei funzionari e degli ambasciatori. Trump conserverebbe però il potere di veto, superabile soltanto con i due terzi dei voti in entrambe le Camere, e gran parte delle prerogative presidenziali in politica estera.

Secondo Philip Bushman, ricercatore del Japan Institute of International Affairs, in uno studio pubblicato oggi, proprio questa situazione potrebbe indurre Trump a spostare il baricentro del proprio mandato verso la diplomazia e la sicurezza internazionale. E’ un fenomeno già osservato nella storia americana: dopo la sconfitta repubblicana alle Midterm del 2006, il presidente George W. Bush decise un consistente aumento delle truppe, nonostante l’opposizione democratica.

Il primo dossier sul quale una simile dinamica potrebbe manifestarsi è l’Iran. L’8 ottobre Trump ha dichiarato che non avrebbe ordinato nuovi attacchi contro Teheran prima del 3 novembre. Già a settembre, Reuters aveva riferito che i suoi consiglieri erano orientati a evitare un’escalation militare in prossimità delle elezioni, senza escludere una ripresa delle operazioni successivamente. Il presidente potrebbe quindi ritrovarsi, dopo il voto, con minori vincoli elettorali proprio mentre aumenterebbero le pressioni del Congresso per limitare la guerra.

Il senatore democratico Chris Murphy ha dichiarato a Foreign Policy che un’eventuale nuova maggioranza dovrebbe subordinare i finanziamenti militari alla cessazione delle ostilità, se il conflitto fosse ancora in corso nel 2027. Ma una vittoria democratica non impedirebbe automaticamente a Trump di ordinare ulteriori operazioni militari, aprendo invece la prospettiva di uno scontro istituzionale sui poteri di guerra del presidente. L’Iran è inoltre il dossier che più direttamente potrebbe influenzare la successione repubblicana, accentuando la contrapposizione fra chi considera prioritario evitare nuovi impegni militari americani e chi sostiene una strategia di pressione più aggressiva contro Teheran.

Diversa la situazione dell’Ucraina, dove un Congresso democratico potrebbe cercare di contrastare concretamente la linea della Casa bianca. Il blocco degli aiuti militari diretti a Kiev e il recente allentamento delle sanzioni contro la Russia hanno provocato critiche anche tra i repubblicani. Il 16 ottobre Trump ha sospeso gran parte delle misure previste dalla legge sulle sanzioni contro Mosca approvata in settembre con sostegno bipartisan. Una nuova maggioranza potrebbe tentare di ripristinare i finanziamenti per le forniture militari e di limitare la discrezionalità presidenziale nell’applicazione delle sanzioni.

Invece, il controllo dei negoziati con Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky resterebbe nelle mani di Trump. Questo apre a un’altra possibile contraddizione: un presidente indebolito a Washington potrebbe cercare di accelerare un accordo sulla guerra, presentandolo come il grande successo diplomatico del proprio secondo mandato. La stampa russa ha evidenziato la possibilità di un irrigidimento del Congresso nei confronti di Mosca ma, allo stesso tempo, negli ambienti ucraini permane il timore che Trump possa intensificare la pressione su Kiev per ottenere rapidamente un’intesa con il Cremlino.

L’European Council on Foreign Relations invita a non sopravvalutare la capacità di intervento dei democratici. In un’analisi del 19 ottobre osserva che il Congresso potrebbe approvare nuovi stanziamenti per l’Ucraina senza riuscire a garantirne l’effettiva erogazione, dal momento che l’amministrazione ha già utilizzato strumenti amministrativi per trattenere o cancellare fondi precedentemente autorizzati. Le controversie giudiziarie potrebbero inoltre protrarsi fino alla scadenza degli stanziamenti. Per gli europei, insomma, una maggioranza democratica non rappresenterebbe necessariamente una garanzia di continuità degli impegni americani.

Ancora più articolate le conseguenze sui rapporti con la Cina. Il vertice di settembre tra Trump e Xi Jinping ha avviato una fase di stabilizzazione delle relazioni bilaterali, ma le divergenze su commercio, tecnologie e sicurezza nell’Indo-Pacifico rimangono profonde. Soprattutto, la competizione strategica con Pechino è uno dei pochi temi sui quali esiste un ampio consenso tra democratici e repubblicani.

Wu Xinbo, direttore del Centro di studi americani dell’Università Fudan di Shanghai, ha osservato in un’intervista al portale cinese Fenghuang che un Congresso controllato dai democratici potrebbe aumentare le pressioni sui diritti umani, sugli investimenti cinesi negli Stati uniti e su Taiwan. Ma la linea di Trump potrebbe risentire anche delle richieste provenienti dai repubblicani favorevoli a un approccio più intransigente verso Pechino. La Casa bianca potrebbe quindi continuare a cercare accordi con Xi su dazi, terre rare e tecnologie, mentre il Congresso renderebbe più difficile giustificare eventuali concessioni.

Il nodo più delicato è Taiwan. Trump mantiene sospesa l’approvazione di un pacchetto di vendite militari all’isola del valore di circa 14 miliardi di dollari, nell’intento di tenere aperta la porta del dialogo con Pechino. Tuttavia, il sostegno alla sicurezza taiwanese gode di un ampio consenso bipartisan e una maggioranza democratica potrebbe aumentare le pressioni per sbloccare le forniture. Il rischio è che una politica presidenziale orientata a stabilizzare i rapporti con Xi entri in attrito con gli orientamenti del Congresso, complicando ulteriormente la gestione dello Stretto di Taiwan.

La ricerca di risultati diplomatici, poi, potrebbe coinvolgere anche la questione Corea del Nord. Trump ha più volte manifestato il desiderio di incontrare nuovamente Kim Jong Un, anche se appare ormai difficile organizzare un vertice entro la fine dell’anno, a causa della mancanza di risposte da Pyongyang. Un eventuale negoziato rappresenterebbe però uno degli ambiti nei quali il presidente potrebbe agire con maggiore autonomia rispetto al Congresso. Il Japan Institute of International Affairs segnala un problema particolarmente sensibile per gli alleati asiatici: Washington potrebbe cercare un accordo limitato al congelamento di determinate capacità nucleari e missilistiche nordcoreane, privilegiando la protezione del territorio americano rispetto alle minacce contro Giappone e Corea del Sud. Un compromesso presentato da Trump come un successo diplomatico potrebbe quindi lasciare irrisolti importanti problemi di sicurezza regionale.

Infine la Nato. Una vittoria democratica potrebbe rafforzare l’opposizione, anche sul fronte repubblicano, ai progetti di riduzione della presenza militare americana in Europa. Tuttavia, questo non farebbe diminuire la pressione sugli alleati europei affinché si accollino una quota maggiore della difesa del Vecchio Continente, anche perché questo è un tema bipartisan negli Usa. D’altronde, come ha evidenziato un rapporto dell’European Council on Foreign Relations pubblicato a settembre, ci sono forti discrepanze anche all’interno del Partito democratico sul futuro della politica estera Usa: il ritorno di una maggioranza democratica al Congresso, dunque, non equivarrebbe quindi necessariamente a un ritorno all’atlantismo tradizionale delle amministrazioni precedenti.

Per Trump, il risultato del 3 novembre potrebbe insomma aprire una fase contraddittoria: maggiori ostacoli interni, un’autorità politica messa alla prova dai risultati del suo partito e una competizione per la successione destinata a intensificarsi, ma anche la possibilità di concentrare gli ultimi due anni del mandato sulle questioni internazionali. Il presidente, non avendo più una rielezione personale da conquistare, potrebbe dedicare maggiore attenzione alla costruzione della propria eredità politica, cercando di lasciare al successore repubblicano risultati diplomatici capaci di prolungare l’influenza del suo movimento.

Non è detto, tuttavia, che le due esigenze coincidano. Un accordo con Putin, un compromesso con Xi o una nuova intesa con Kim potrebbero suscitare resistenze proprio tra i repubblicani, mentre il confronto fra Vance e Rubio potrebbe rendere più visibili le diverse anime della politica estera conservatrice. La vera conseguenza delle Midterm potrebbe quindi essere non soltanto una ridefinizione dei rapporti tra Casa bianca e Congresso, ma anche l’apertura della battaglia per stabilire quale politica internazionale sopravvivrà alla presidenza Trump dopo il 2028.

(di Antonio Moscatello)

Nota dell’Azienda sul comunicato dell’assemblea dei redattori

Roma, 27 ott. (askanews) – In relazione al comunicato diffuso dall’assemblea dei redattori di Askanews e alla proclamazione dello sciopero, l’Azienda ritiene doveroso precisare, con estrema forza e chiarezza, alcuni elementi, al fine di ripristinare la verità dei fatti ed evitare che una vicenda di natura meramente disciplinare venga strumentalizzata e rappresentata in termini del tutto impropri e falsi, facendo riferimento, ad esempio, alla limitazione dell’autonomia dei giornalisti, che in nessun modo, neanche indirettamente, viene intaccata.

Purtroppo, dobbiamo constatare che la nota è assolutamente priva di fondamento e veridicità. L’Agenzia Askanews rappresenta, senza ombra di dubbio, un esempio e un modello in termini di indipendenza e garanzia dell’autonomia dei giornalisti.

Nessuna ingerenza o pressione esterna ha mai limitato la libertà professionale dei nostri giornalisti, come gli stessi, del resto, sanno benissimo. Appare quindi assai poco credibile sostenere che l’Agenzia abbia potuto licenziare per giusta causa un proprio giornalista per pressioni esterne. Peraltro, tale ricostruzione risulta ancor meno plausibile se si considera che il giornalista licenziato non si occupava di politica, economia o di altri settori per i quali si sarebbe potuto anche solo ipotizzare un possibile condizionamento dell’attività professionale.

Le ragioni del licenziamento attengono esclusivamente a un comportamento individuale, disciplinarmente rilevante in ogni contesto aziendale, che non riguarda in alcun modo l’esercizio della professione giornalistica, ma esclusivamente azioni soggettive tenute in costanza di rapporto e nell’ambito delle relazioni maturate in ragione del proprio lavoro – circostanza, semmai, aggravante -, in dinamiche del tutto estranee al libero e autonomo svolgimento della professione e tali da compromettere irrimediabilmente il rapporto fiduciario tra dipendente e Azienda.

Né può essere trascurata una circostanza che appare significativa anche rispetto alla ricostruzione oggi proposta: se il collega avesse realmente ravvisato nella vicenda una lesione della propria autonomia professionale, sarebbe quantomeno singolare che, in sede di contestazione disciplinare, pur potendo chiedere di essere sentito con l’assistenza del CDR o di rappresentanti sindacali, non abbia ritenuto di avvalersi di tale facoltà.

Il CDR e l’assemblea avrebbero inoltre ben potuto approfondire il contesto e le ragioni del provvedimento, qualora avessero richiesto o accettato un confronto. Una richiesta di chiarimenti non è mai stata avanzata dal CDR – come sarebbe stato prassi fare – né prima della riunione dell’assemblea né successivamente, né formalmente né informalmente. A fronte di ciò, l’Azienda ha invece manifestato più volte la propria disponibilità, già dal giorno successivo al licenziamento, a un incontro sia con il CDR sia, se necessario, con l’intera assemblea. Un’offerta che non ha avuto seguito.

Si chiarisce una volta per tutte che il provvedimento adottato nei confronti del collega è l’esito di una procedura disciplinare individuale, fondata su fatti accertati e comprovati. Al di là della lettura soggettiva fornita dall’interessato e delle ragioni da lui addotte a giustificazione della propria condotta, la circostanza fondamentale alla base del provvedimento non è stata sostanzialmente smentita. Non vi è stata, pertanto, alcuna pressione esterna: le ragioni del licenziamento si fondano su fatti accertati e sulla valutazione autonoma della loro rilevanza disciplinare da parte dell’Azienda.

È pertanto fuorviante e scorretto rappresentare il licenziamento come una decisione determinata da pressioni esterne o come il risultato di una scelta aziendale volta a privilegiare una relazione commerciale rispetto alla tutela di un giornalista. Tale rappresentazione non è solo falsa e strumentale, ma rappresenta un inaccettabile vulnus alla rispettabilità e alla reputazione di questa Agenzia.

Le specifiche garanzie di cui gode il giornalista rispetto agli altri lavoratori dipendenti, anche nell’ambito della disciplina del rapporto di lavoro, trovano la loro giusta ragione nella fondamentale tutela della libertà di stampa e, quindi, dell’autonomia professionale del giornalista. Un principio che Askanews ha sempre considerato irrinunciabile e che la propria storia testimonia.

Proprio perché sia preservato il valore fondamentale di tale prerogativa, essa non può trasformarsi in una pretesa di impunità disciplinare, né può essere invocata per sottrarre alla valutazione del datore di lavoro comportamenti individuali estranei all’esercizio della professione giornalistica. Una simile strumentalizzazione rischia di svilire il significato stesso delle garanzie riconosciute alla categoria e di trasformare la tutela dell’autonomia professionale in una difesa corporativa del singolo, in assenza di un effettivo nesso con un interesse collettivo della categoria o dell’assemblea dei redattori.

L’Azienda rispetta il diritto dei giornalisti di esprimere le proprie valutazioni, di manifestare dissenso rispetto alle decisioni aziendali, di esprimere solidarietà a un collega e di formulare valutazioni, anche critiche, sull’entità della misura disciplinare adottata. Tuttavia, in mancanza di un interesse collettivo concretamente individuabile, lo sciopero, proclamato in solidarietà con il singolo lavoratore, potrebbe configurarsi come uno sciopero di mera solidarietà e, come tale, sollevare seri dubbi sulla propria legittimità.

Resta ferma, ancora una volta, la disponibilità a un confronto serio e rispettoso, fondato sulla conoscenza dei fatti e sulla distinzione tra le legittime posizioni delle parti e le circostanze oggettive della vicenda. La tutela dell’autonomia giornalistica e il rispetto delle regole che disciplinano i rapporti di lavoro non sono principi contrapposti: entrambi richiedono responsabilità, correttezza e rispetto dei fatti.

Per Alcaraz debutto vincente a Vienna

Roma, 27 ott. (askanews) – Buona la prima per Carlos Alcaraz a Vienna. Il numero 3 del mondo, che tornava sul cemento indoor austriaco cinque anni dopo l’ultima volta, debutta con un successo convincente ma sofferto contro Karen Khachanov, n.24 del ranking. 6-4, 7-6 i parziali per Carlitos, in un match con tanti alti e bassi e alcuni colpi magici tipici del fuoriclasse di Murcia. Il vincitore degli ultimi Aus Open è partito sotto di un break, riuscendo a ribaltare un set che sembrava parlare russo. Agli ottavi Alcaraz, seconda testa di serie del seeding, aspetta ora il vincente di Rodionov-Basilashvili.

Il senatore Flavio Bolsonaro ha lasciato il Brasile alla volta degli Stati Uniti

Roma, 27 ott. (askanews) – Il senatore brasiliano Flavio Bolsonaro ha lasciato il Paese alla volta degli Stati Uniti dopo la sconfitta alle presidenziali di domenica scorsa. Lo ha detto all’agenzia Reuters un suo alleato.

Il senatore brasiliano Flavio Bolsonaro, sconfitto domenica scorsa alle presidenziali, non ha rispettato il termine fissato dal giudice Alexandre de Moraes, della Corte Suprema Federale, per consegnare i propri passaporti, ordinario e diplomatico. Lo riporta l’emittente brasiliana G1, ricordando che l’ordine era stato emesso domenica sera nell’ambito di un’indagine che vede coinvolti Bolsonaro e l’avvocato Willer Tomaz per riciclaggio di denaro. La polizia federale brasiliana ha avviato un’indagine per verificare se il senatore abbia lasciato il Brasile.
Secondo Cnn Brazil, che cita fonti vicine alla famiglia, Bolsonaro ha lasciato il paese insieme alla moglie e alle due figlie. Il motivo principale della fuga sarebbe il timore di un arresto, in seguito a un ordine di sequestro dei passaporti da parte del giudice della Corte Suprema Federale (STF) Alexandre de Moraes; in precedenza, il governo brasiliano aveva allertato le autorità argentine in merito al possibile rischio di fuga del senatore.

Midterm, Trump può perdere il Congresso e rilanciare all’estero

Roma, 27 ott. (askanews) – Donald Trump potrebbe uscire sconfitto dalle elezioni di Midterm del 3 novembre, perdere il controllo di una o entrambe le Camere del Congresso, ritrovarsi politicamente indebolito a Washington, ma questo non necessariamente comporterà un ridimensionamento della sua politica estera. Un rovescio elettorale potrebbe anzi spingere il presidente a concentrarsi ancora di più sulle grandi crisi internazionali, cercando nei rapporti con Russia, Cina, Iran e Corea del Nord quei risultati che una nuova maggioranza democratica gli renderebbe più difficile ottenere sul fronte interno. C’è poi un’altra incognita: il voto aprirà di fatto anche la corsa alla successione presidenziale del 2028, destinata a mettere alla prova l’autorità di Trump sul Partito repubblicano e a far emergere le divergenze sulla politica internazionale all’interno del movimento Maga, che lui stesso ha costruito.

E’ questo il paradosso attorno al quale si sviluppano le analisi pubblicate nelle ultime settimane dagli osservatori americani, europei e asiatici sulle conseguenze delle Midterm. Il presidente potrebbe perdere una parte significativa della propria capacità di manovra sul piano interno, conservando tuttavia ampi poteri nella conduzione delle trattative diplomatiche, nelle decisioni militari e nella gestione della politica commerciale. Soprattutto, non dovendo più affrontare una campagna elettorale, potrebbe essere meno condizionato dal costo politico immediato delle proprie iniziative.

Il voto arriva in un momento particolarmente difficile per la Casa bianca. Secondo il sondaggio Reuters/Ipsos concluso il 26 ottobre, il gradimento di Trump è al 32%, mentre tra gli elettori registrati il 47% dichiara di sostenere i democratici nelle elezioni per il Congresso contro il 36% dei repubblicani. La guerra contro l’Iran e la politica dei dazi hanno trasformato questioni apparentemente lontane dalla vita quotidiana degli americani in problemi economici concreti, soprattutto attraverso l’aumento dei prezzi energetici e del costo della vita.

La conseguenza di queste difficoltà potrebbe avere una ricaduta elettorale e, all’interno dello stesso Partito repubblicano, ci sono conseguenze tangibili. Un’inchiesta pubblicata da Reuters il 7 ottobre ha esaminato 62 competizioni particolarmente combattute per il Congresso, constatando che in 41 casi i candidati repubblicani hanno preso le distanze da Trump. In 12 competizioni le divergenze riguardano proprio la guerra contro l’Iran.

A rendere più complessa la situazione è la prospettiva delle presidenziali del 2028. Trump non potrà candidarsi per un terzo mandato e la corsa per l’eredità politica è già cominciata sottotraccia. Il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio rappresentano due possibili declinazioni del futuro del trumpismo, soprattutto in politica estera. Il primo ha costruito parte della propria identità politica sulla critica agli interventi militari prolungati e agli impegni americani in Europa; il secondo proviene da una tradizione repubblicana più favorevole all’esercizio della leadership internazionale degli Stati uniti e a una linea dura verso gli avversari strategici.

Le divergenze sono emerse proprio nella gestione della guerra contro l’Iran. Vance ha mantenuto una posizione più cauta sull’intervento e ha assunto un ruolo importante nei tentativi negoziali con Teheran, mentre Rubio ha difeso più apertamente l’opzione militare. Le differenze potrebbero diventare più rilevanti quando si aprirà la competizione per la candidatura repubblicana. Il fioretto potrebbe diventare sciabola.

Il risultato delle Midterm, inoltre, potrebbe incidere indirettamente anche sulle scelte internazionali della Casa bianca. Un Congresso controllato dai democratici potrebbe bloccare nuove iniziative legislative, condizionare gli stanziamenti e aprire indagini sull’amministrazione. Se i democratici conquistassero anche il Senato, potrebbero intervenire sulle nomine dei funzionari e degli ambasciatori. Trump conserverebbe però il potere di veto, superabile soltanto con i due terzi dei voti in entrambe le Camere, e gran parte delle prerogative presidenziali in politica estera.

Secondo Philip Bushman, ricercatore del Japan Institute of International Affairs, in uno studio pubblicato oggi, proprio questa situazione potrebbe indurre Trump a spostare il baricentro del proprio mandato verso la diplomazia e la sicurezza internazionale. E’ un fenomeno già osservato nella storia americana: dopo la sconfitta repubblicana alle Midterm del 2006, il presidente George W. Bush decise un consistente aumento delle truppe, nonostante l’opposizione democratica.

Il primo dossier sul quale una simile dinamica potrebbe manifestarsi è l’Iran. L’8 ottobre Trump ha dichiarato che non avrebbe ordinato nuovi attacchi contro Teheran prima del 3 novembre. Già a settembre, Reuters aveva riferito che i suoi consiglieri erano orientati a evitare un’escalation militare in prossimità delle elezioni, senza escludere una ripresa delle operazioni successivamente. Il presidente potrebbe quindi ritrovarsi, dopo il voto, con minori vincoli elettorali proprio mentre aumenterebbero le pressioni del Congresso per limitare la guerra.

Il senatore democratico Chris Murphy ha dichiarato a Foreign Policy che un’eventuale nuova maggioranza dovrebbe subordinare i finanziamenti militari alla cessazione delle ostilità, se il conflitto fosse ancora in corso nel 2027. Ma una vittoria democratica non impedirebbe automaticamente a Trump di ordinare ulteriori operazioni militari, aprendo invece la prospettiva di uno scontro istituzionale sui poteri di guerra del presidente. L’Iran è inoltre il dossier che più direttamente potrebbe influenzare la successione repubblicana, accentuando la contrapposizione fra chi considera prioritario evitare nuovi impegni militari americani e chi sostiene una strategia di pressione più aggressiva contro Teheran.

Diversa la situazione dell’Ucraina, dove un Congresso democratico potrebbe cercare di contrastare concretamente la linea della Casa bianca. Il blocco degli aiuti militari diretti a Kiev e il recente allentamento delle sanzioni contro la Russia hanno provocato critiche anche tra i repubblicani. Il 16 ottobre Trump ha sospeso gran parte delle misure previste dalla legge sulle sanzioni contro Mosca approvata in settembre con sostegno bipartisan. Una nuova maggioranza potrebbe tentare di ripristinare i finanziamenti per le forniture militari e di limitare la discrezionalità presidenziale nell’applicazione delle sanzioni.

Invece, il controllo dei negoziati con Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky resterebbe nelle mani di Trump. Questo apre a un’altra possibile contraddizione: un presidente indebolito a Washington potrebbe cercare di accelerare un accordo sulla guerra, presentandolo come il grande successo diplomatico del proprio secondo mandato. La stampa russa ha evidenziato la possibilità di un irrigidimento del Congresso nei confronti di Mosca ma, allo stesso tempo, negli ambienti ucraini permane il timore che Trump possa intensificare la pressione su Kiev per ottenere rapidamente un’intesa con il Cremlino.

L’European Council on Foreign Relations invita a non sopravvalutare la capacità di intervento dei democratici. In un’analisi del 19 ottobre osserva che il Congresso potrebbe approvare nuovi stanziamenti per l’Ucraina senza riuscire a garantirne l’effettiva erogazione, dal momento che l’amministrazione ha già utilizzato strumenti amministrativi per trattenere o cancellare fondi precedentemente autorizzati. Le controversie giudiziarie potrebbero inoltre protrarsi fino alla scadenza degli stanziamenti. Per gli europei, insomma, una maggioranza democratica non rappresenterebbe necessariamente una garanzia di continuità degli impegni americani.

Ancora più articolate le conseguenze sui rapporti con la Cina. Il vertice di settembre tra Trump e Xi Jinping ha avviato una fase di stabilizzazione delle relazioni bilaterali, ma le divergenze su commercio, tecnologie e sicurezza nell’Indo-Pacifico rimangono profonde. Soprattutto, la competizione strategica con Pechino è uno dei pochi temi sui quali esiste un ampio consenso tra democratici e repubblicani.

Wu Xinbo, direttore del Centro di studi americani dell’Università Fudan di Shanghai, ha osservato in un’intervista al portale cinese Fenghuang che un Congresso controllato dai democratici potrebbe aumentare le pressioni sui diritti umani, sugli investimenti cinesi negli Stati uniti e su Taiwan. Ma la linea di Trump potrebbe risentire anche delle richieste provenienti dai repubblicani favorevoli a un approccio più intransigente verso Pechino. La Casa bianca potrebbe quindi continuare a cercare accordi con Xi su dazi, terre rare e tecnologie, mentre il Congresso renderebbe più difficile giustificare eventuali concessioni.

Il nodo più delicato è Taiwan. Trump mantiene sospesa l’approvazione di un pacchetto di vendite militari all’isola del valore di circa 14 miliardi di dollari, nell’intento di tenere aperta la porta del dialogo con Pechino. Tuttavia, il sostegno alla sicurezza taiwanese gode di un ampio consenso bipartisan e una maggioranza democratica potrebbe aumentare le pressioni per sbloccare le forniture. Il rischio è che una politica presidenziale orientata a stabilizzare i rapporti con Xi entri in attrito con gli orientamenti del Congresso, complicando ulteriormente la gestione dello Stretto di Taiwan.

La ricerca di risultati diplomatici, poi, potrebbe coinvolgere anche la questione Corea del Nord. Trump ha più volte manifestato il desiderio di incontrare nuovamente Kim Jong Un, anche se appare ormai difficile organizzare un vertice entro la fine dell’anno, a causa della mancanza di risposte da Pyongyang. Un eventuale negoziato rappresenterebbe però uno degli ambiti nei quali il presidente potrebbe agire con maggiore autonomia rispetto al Congresso. Il Japan Institute of International Affairs segnala un problema particolarmente sensibile per gli alleati asiatici: Washington potrebbe cercare un accordo limitato al congelamento di determinate capacità nucleari e missilistiche nordcoreane, privilegiando la protezione del territorio americano rispetto alle minacce contro Giappone e Corea del Sud. Un compromesso presentato da Trump come un successo diplomatico potrebbe quindi lasciare irrisolti importanti problemi di sicurezza regionale.

Infine la Nato. Una vittoria democratica potrebbe rafforzare l’opposizione, anche sul fronte repubblicano, ai progetti di riduzione della presenza militare americana in Europa. Tuttavia, questo non farebbe diminuire la pressione sugli alleati europei affinché si accollino una quota maggiore della difesa del Vecchio Continente, anche perché questo è un tema bipartisan negli Usa. D’altronde, come ha evidenziato un rapporto dell’European Council on Foreign Relations pubblicato a settembre, ci sono forti discrepanze anche all’interno del Partito democratico sul futuro della politica estera Usa: il ritorno di una maggioranza democratica al Congresso, dunque, non equivarrebbe quindi necessariamente a un ritorno all’atlantismo tradizionale delle amministrazioni precedenti.

Per Trump, il risultato del 3 novembre potrebbe insomma aprire una fase contraddittoria: maggiori ostacoli interni, un’autorità politica messa alla prova dai risultati del suo partito e una competizione per la successione destinata a intensificarsi, ma anche la possibilità di concentrare gli ultimi due anni del mandato sulle questioni internazionali. Il presidente, non avendo più una rielezione personale da conquistare, potrebbe dedicare maggiore attenzione alla costruzione della propria eredità politica, cercando di lasciare al successore repubblicano risultati diplomatici capaci di prolungare l’influenza del suo movimento.

Non è detto, tuttavia, che le due esigenze coincidano. Un accordo con Putin, un compromesso con Xi o una nuova intesa con Kim potrebbero suscitare resistenze proprio tra i repubblicani, mentre il confronto fra Vance e Rubio potrebbe rendere più visibili le diverse anime della politica estera conservatrice. La vera conseguenza delle Midterm potrebbe quindi essere non soltanto una ridefinizione dei rapporti tra Casa bianca e Congresso, ma anche l’apertura della battaglia per stabilire quale politica internazionale sopravvivrà alla presidenza Trump dopo il 2028. (di Antonio Moscatello)

Di Pietro cerca sponda Fdi per Csm. E Noi moderati rilancia federazione con Idv

Roma, 31 ott. (askanews) – La sua presenza alla Camera non è passata inosservata. Così come il suo pranzo al ristorante di Montecitorio al quale ha partecipato, tra gli altri, il responsabile Organizzazione di Fdi, Giovanni Donzelli. L’ex pm di Mani pulite, e ministro, Antonio Di Pietro, ha presentato la sua candidatura per il Csm e, secondo quanto viene riferito, il partito della premier la sta seriamente prendendo in considerazione. D’altra parte, viene ricordato il suo attivismo agli eventi dei meloniani nella campagna per il referendum della giustizia. “Sto parlando con tutti”, conferma l’ex pm rispondendo ai giornalisti. Per domani è prevista una votazione in seduta comune ma l’orientamento del centrodestra è quello, al momento, di votare scheda bianca. Sulla ipotesi Di Pietro, infatti, pesano le perplessità di Forza Italia.

Ma la candidatura al Csm non è stato l’unico argomento al centro del pranzo. Allo stesso tavolo c’erano infatti Alessandro Colucci di Noi moderati e Ignazio Messina, vice presidente Anci ma anche segretario di Italia dei valori. I due partiti hanno siglato un patto federativo nel 2024 che ora viene nella sostanza rilanciato, anche in vista delle nuove necessità imposte dalla legge elettorale e dall’esigenza anche per il partito di Maurizio Lupi di superare la soglia dell’1%.

“Con l’avvio del cantiere civico, popolare, liberale e riformista, Noi moderati – spiega Colucci – rafforza il proprio ruolo di federatore all’interno del centrodestra, composto da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati, favorendo l’apertura alle energie civiche e alle esperienze amministrative locali che condividono i nostri programmi e la nostra identità. Il nostro obiettivo è raccogliere le istanze dei territori, nell’interesse di tutto il centrodestra, e offrire loro una cornice di riferimento nazionale. In questo percorso si consolida anche il legame con Italia dei valori, una collaborazione avviata oltre due anni fa e testimoniata dal coinvolgimento del segretario Ignazio Messina, oggi vicepresidente di Anci nazionale. Proseguiremo questo lavoro comune per dare maggiore voce e rappresentanza ai civici e agli amministratori locali nelle istituzioni nazionali”.

Quanto a un dialogo con Sud chiama Nord di Cateno De Luca, Colucci spiega: “Siamo aperti a tutte le forze politiche purché ci sia accordo sui contenuti”.

La casa del futuro tra benessere ed efficienza energetica

Arese, 27 ott. (askanews) – Leroy Merlin festeggia 30 anni in Italia e presenta i risultati di Homeservatory 2026, il report annuale che restituisce una fotografia delle aspettative, delle priorità e dei desideri degli italiani rispetto alla casa. Per l’azienda multispecialista per il miglioramento della casa, l’ascolto del cliente e l’accessibilità dei prodotti sono fattori determinanti nel guidare le scelte.

“Il nostro modo di abitare sta cambiando e i desideri devono fare i conti con le reali possibilità economiche delle famiglie. Per questo, abbiamo scelto di partire dalle storie vere delle persone, dalle case reali e dai bisogni quotidiani, per trasformare i desideri in soluzioni accessibili, capaci di rispecchiare la personalità e lo stile di vita di chi le abita. È questo il nostro impegno da trent’anni in Italia e sempre di più lo sarà nel futuro: rendere il miglioramento della casa accessibile a tutti, attraverso prodotti che coniughino qualità, convenienza e funzionalità, perché ogni casa possa diventare un luogo in cui sentirsi bene” dichiara Tiziana Mortarotti, Brand & Marketing Intelligence

Leader di Leroy Merlin Italia.

Il tutto alla luce delle aspettative degli italiani sulla casa del futuro.

“Attraverso Homeservatory, gli italiani ci hanno indicato due grandi aspettative per la casa del futuro: una casa a prova di clima estremo e una casa a zero bollette, due temi di grande attualità. In questo scenario, anche il fai-da-te assume un ruolo diverso: non è più soltanto un modo per risparmiare, ma diventa un’occasione di autorealizzazione. Le persone sono orgogliose di mettere in pratica le proprie capacità manuali e di realizzare i propri progetti. Inoltre, il fai-da-te permette di dedicarsi ad attività manuali e di staccare dal digitale, favorendo il digital detox” commenta Claudia Guardamagna, Marketing & Customer Intelligence Leader di Leroy Merlin Italia.

Costi elevati e incertezza frenano le famiglie, rendendo ancora più centrale il tema dell’accessibilità. Una sfida a cui Leroy Merlin cerca di rispondere così:

“I nostri marchi proprietari sono pensati proprio per rispondere a questa esigenza. Il processo parte dall’ascolto dei bisogni dei clienti, per individuare prodotti capaci di offrire soluzioni concrete: prodotti utili, di qualità e al giusto prezzo. Per noi è una sfida importante, perché vogliamo essere partner delle persone che desiderano trasformare la propria casa, offrendo loro soluzioni accessibili” dichiara Tiziana

Mortarotti, Brand & Marketing Intelligence Leader di Leroy Merlin Italia.

Dall’efficienza energetica al valore del fai-da-te, la casa del futuro è chiamata a rispondere a nuove esigenze, coniugando benessere, risparmio e accessibilità.

Arte, Marina Abramovic a Roma per Alda Fendi in mostra dal 19 novembre

Roma, 27 ott. (askanews) – La Fondazione Alda Fendi – Esperimenti apre una nuova stagione del proprio percorso di ricerca e sperimentazione con una delle figure più radicali e visionarie dell’arte contemporanea: Marina Abramovic. Grazie alla visione e alla determinazione di Alda Fendi, che ha fortemente voluto offrire alla città di Roma la possibilità di vivere senza barriere un gesto artistico unico per forza e suggestione, l’Arco di Giano diventa teatro di un incontro inedito tra arte contemporanea, archeologia e memoria.

Il prossimo 19 novembre Marina Abramovic presenta “Confession, 2026”, un progetto concepito per Roma e destinato, fino al 19 maggio 2027, a trasformare l’area archeologica in un luogo di esperienza, ascolto e partecipazione, nel segno di un’arte che non si limita a essere osservata, ma chiede di essere vissuta.

L’inaugurazione assume inoltre un particolare valore per la città perché coincide con una nuova, importante tappa nella storia dell’Arco di Giano e della sua restituzione alla collettività. Dopo l’attentato mafioso del 1993 alla vicina chiesa di San Giorgio al Velabro, che danneggiò anche il monumento, l’Arco venne chiuso e protetto da una cancellata, interrompendo il rapporto diretto tra la città e uno dei luoghi più significativi dell’antico Foro Boario. Un primo importante intervento di restauro, concluso nel 2017, restituì in particolare la facciata rivolta verso Piazza della Bocca della Verità. Oggi, al termine di un ulteriore intervento di restauro e consolidamento finanziato nell’ambito del PNRR – Caput Mundi, che ha interessato anche la sistemazione delle aree circostanti, l’Arco torna a essere protagonista della vita culturale della città. È in questo momento simbolico che Confession entra fisicamente nel monumento: per sei mesi la nuova scultura di Marina Abramovic sarà collocata sotto l’Arco, trasformando l’antico passaggio in uno spazio contemporaneo di incontro e partecipazione. Il monumento torna così alla sua originaria natura di luogo attraversato e vissuto, mettendo in relazione la Roma antica con il presente.

Il progetto si sviluppa attraverso tre opere strettamente connesse: Confession, 2010, The Road to Confession, 2026 e la nuova opera site-specific Confession, 2026.

In un’anteprima assoluta per la Fondazione Alda Fendi – Esperimenti, Marina Abramovic torna su una delle opere più intime della propria ricerca: Confession, 2010, la performance nella quale l’artista, inginocchiata davanti a un asino – simbolo di umile bontà – condivideva con l’animale i ricordi dolorosi della propria infanzia, trasformando una confessione personale in un’esperienza di possibile liberazione.

Il percorso trova il proprio culmine in Confession, 2026, simbolico atto alchemico attraverso il quale l’asino vivo si trasforma in un asino d’oro. È la prima scultura in bronzo di Marina Abramovic, commissionata dalla Fondazione Alda Fendi – Esperimenti e realizzata con Factum Arte: un’opera a grandezza naturale composta da un asino in bronzo dorato e da una seduta metafisica, anch’essa in bronzo dorato, posta di fronte all’animale. Chiudendo il cerchio iniziato con Confession, 2010, la nuova opera trasferisce la confessione dall’esperienza individuale a una dimensione collettiva. Lo spettatore prende il posto dell’artista e, sedendosi davanti all’animale, è invitato ad affidargli ferite, traumi e fardelli. Gli occhi di vetro, profondi e immobili, invitano a sostenerne lo sguardo e ad abbandonarsi a un momento di confronto con la propria memoria e la propria storia. L’asino non risponde e non giudica: ascolta. Diventa il custode silenzioso delle confessioni e simbolicamente ne assume il peso. Ciò che nel 2010 era una relazione privata tra l’artista e l’animale diventa così, sedici anni dopo, un’esperienza aperta a tutti. Il progetto sarà inaugurato il 19 novembre con una action di Marina Abramovic. L’artista si siederà davanti all’asino d’oro e inviterà alcune persone a prendere il suo posto. Non una performance conclusa in se stessa, ma il gesto inaugurale che consegna l’opera al pubblico e dà inizio alla sua vita partecipativa, destinata a rinnovarsi ogni volta che qualcuno sceglierà di sedersi di fronte all’animale.

Completa il progetto un’altra anteprima assoluta, The Road to Confession, 2026, la nuova opera video concepita da Marina Abramovic appositamente per il progetto. Girato all’alba dello scorso 30 giugno, diretto da Nabil Elderkin e realizzato con Factum Arte, il film mostra Marina non più inginocchiata davanti all’asino, ma mentre cammina al suo fianco, tenendolo con una semplice corda di canapa, attraverso le strade ancora deserte della città. Roma lentamente si risveglia. Il percorso conduce Marina e l’asino Paltò fino all’Arco di Giano, dove l’artista si siede davanti all’animale e i due si guardano negli occhi. In quello sguardo, la confessione diventa incontro e la liberazione apre la strada alla trasformazione. Dal 19 novembre l’installazione sarà aperta al pubblico con l’autorizzazione e la collaborazione della Soprintendenza Speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma, diretta da Daniela Porro, partner istituzionale del progetto. La scultura e le opere video resteranno all’Arco di Giano fino al 19 maggio 2027. Le visite saranno consentite tutti i giorni dalle ore 17 alle 21. L’Arco sarà inoltre valorizzato dalla sapiente illuminazione di Vittorio Storaro, tre volte Premio Oscar e maestro assoluto della fotografia, realizzata grazie alla Fondazione Alda Fendi – Esperimenti.

“Ci sono incontri che sembrano arrivare nel momento esatto in cui devono accadere, come un allineamento delle stelle. Quello con Marina Abramovic per me è uno di questi. Marina ed io abbiamo attraversato ottant’anni di vita seguendo strade diversissime, ma entrambe con la stessa ostinazione nel cercare, sperimentare, rischiare e non fermarci mai”, racconta Alda Fendi. “Quando ci siamo incontrate, Marina mi ha rivelato di aver avuto una sensazione quasi inspiegabile: come se ci conoscessimo già, come se ci fossimo incontrate in una vita precedente. E anche io la penso allo stesso modo. Marina è la personificazione stessa della performance: la porta nel corpo, nella visione, nella storia. E la performance appartiene profondamente anche all’identità della Fondazione Alda Fendi – Esperimenti. Sin dall’inizio non abbiamo voluto semplicemente esporre opere, ma produrre accadimenti: spettacoli, actions, esperimenti capaci di esistere in un luogo e in un momento preciso, per poi rimanere nella memoria di chi li ha vissuti. Per questo arrivare oggi a realizzare Confession insieme a Marina mi sembra quasi un approdo naturale. E non poteva esserci luogo più giusto dell’Arco di Giano. È un monumento al quale siamo legati da anni, che la Fondazione ha contribuito a restituire alla città attraverso la sua illuminazione e che oggi, appena restaurato, torna a essere un luogo vivo. Portare qui Marina significa mettere in relazione la sua forza contemporanea con la storia millenaria di Roma. A questo punto della nostra vita, forse Marina ed io sappiamo entrambe che il tempo è il materiale più prezioso che abbiamo. Confession parla anche di questo: della memoria, dell’esperienza, di ciò che resta. Per me realizzarlo oggi, insieme a lei, a Roma, sotto l’Arco di Giano, significa chiudere un cerchio e, nello stesso momento, aprirne uno nuovo”.

“O tempora, o mores!”, dice ancora Alda Fendi, “Endecasillabo struggente di mille possibilità non avute, di argomenti non trattati, di perdoni irrisolti. E per sempre noi, imperatori senza scettro, perfettamente lucidi ad annaspare nel mare inventato da una comune specie umana.”

In sintonia con la riflessione di Alda Fendi sulla spiritualità e sull’umanità come valori imprescindibili e sull’arte come bene necessario da condividere con la collettività, Marina Abramovic affronta ancora una volta il difficile compito di risvegliare le coscienze. “Confession 2010 è nata come un atto intimo – una confessione a un asino. Gli ho affidato le sofferenze e le ferite della mia infanzia. Cose che avevo portato dentro in silenzio per anni”, spiega Marina Abramovic, Leone d’Oro come Miglior Artista alla Biennale di Venezia nel 1997 per Balkan Baroque. “Nella performance del 2010, l’asino ha ascoltato la mia storia e, dopo 4 ore e 50 minuti, se n’è andato. Ha preso la decisione di terminare la performance. Attraverso questa comunicazione silenziosa, sono riuscita a lasciar andare. Si è fatto carico del peso del mio dolore. Ora, dopo sedici anni, voglio condividere questo atto catartico con tutti. In Confession 2026, l’asino diventa una scultura e la mia sedia resta vuota. Tu siedi dove sedevo io. Guardi in quegli occhi belli, profondi, espressivi. Tu proietti, l’animale da soma assorbe. Roma ha poi conferito una nuova dimensione al progetto. Quando ho visto l’Arco di Giano, mi sono sentita in dovere di creare una nuova opera video. The Road to Confession è stato girato all’alba del 30 giugno. L’asino Paltò e io abbiamo vagato per le strade deserte di Roma, solo noi due, muovendoci attraverso questa antica città mentre iniziava lentamente a risvegliarsi. A Roma senti il passato ovunque, ma sei completamente nel presente. Quest’opera è la mia lettera d’amore a Roma. Passa attraverso il tempo – il passato diventa presente, l’inanimato è animato – tutto diventa chiaro… Paltò si è trasformato in bronzo e in questa metamorfosi io divento libera, sollevata! Quello che ne è seguito è stata la comunicazione più eloquente che io abbia mai avuto con me stessa. Il confine tra umano e non umano ha cessato di esistere. C’era un’altra presenza… una confessione perfetta… nessuna colpa. Ciò che è iniziato con la mia memoria e il mio dolore ora appartiene a chiunque entri in questo spazio. L’opera può proseguire e trasformarsi senza di me. Per me, questa è comunione attraverso la confessione”.

Riunendo scultura, cinema, performance e fotografia, Confession, 2026 nasce dalla stretta collaborazione tra Marina Abramovic, la Fondazione Alda Fendi – Esperimenti, Factum Arte e la Soprintendenza Speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma. Il progetto trova nell’Arco di Giano non soltanto il proprio scenario, ma una parte essenziale del suo significato. Nell’antico Foro Boario – mercato del bestiame e crocevia attraversato per secoli da animali, mercanti, carri e viaggiatori – la figura dell’asino torna oggi sotto le arcate del monumento come presenza silenziosa e contemporanea. L’antico monumento torna così a essere luogo di passaggio, incontro e condivisione e non soltanto la cornice di Confession: diventa parte dell’opera stessa, mettendo in relazione memoria e presente, permanenza e trasformazione, storia individuale e memoria collettiva. Con Confession, la Fondazione Alda Fendi – Esperimenti rinnova così la propria vocazione a mettere in dialogo il patrimonio millenario di Roma con i linguaggi più radicali del presente, restituendo alla città non soltanto un’opera, ma un luogo da attraversare, abitare e vivere nuovamente.

Archeologia: futuro e prospettive di un settore in crescita

Roma, 27 ott. (askanews) – L’Associazione Nazionale Archeologi tira le somme delle sfide odierne e guarda al futuro. Vent’anni fa l’archeologo italiano era una figura precaria, spesso priva di riconoscimento giuridico. Oggi la professione si è trasformata: oltre il 70% possiede titoli post-laurea e per tre archeologi su quattro questo è l’unico lavoro.

Le parole del Presidente dell’Associazione Nazionale Archeologi, Marcella Giorgio: “Un momento particolare, dove c’è dello scollamento tra la professione e quella che è la formazione. Abbiamo visto, attraverso anche i dati del questionario che abbiamo somministrato agli archeologi italiani nel 2025, che gli archeologi contestano una carenza di preparazione non tanto teorica quanto pratica, legata soprattutto al sorgere di nuove skills legate all’utilizzo delle nuove tecnologie”.

La realtà archeologa italiana odierna parla al femminile. Secondo i dati diffusi dall’Associazione Nazionale Archeologi (ANA), le donne rappresentano oggi ben il 65% dei professionisti del settore

Nuovamente, la Presidente dell’Associazione Nazionale Archeologi, Marcella Giorgio: “Il numero delle archeologhe donne è un numero veramente importante, il 65% nel censimento d’inizio 2024, sceso appena al 63% con il questionario della fine del 2025. Assistiamo dunque ad una tenuta molto forte del settore per l’ambito femminile. Non è adeguata sicuramente la parte del welfare, soprattutto quella legata alle partite IVA, che rappresentano più del 50% del settore dell’archeologia”.

Nonostante il settore abbia raggiunto un solido riconoscimento normativo con la Legge 110/2014 e il DM 244/2019 (che ha istituito elenchi e fasce di qualificazione professionale), in Italia la figura dell’archeologo non dispone ancora di un Ordine Professionale regolamentato.

In chiusura, la Presidente dell’Associazione Nazionale Archeologi, Marcella Giorgio: “L’archeologo consente la realizzazione di opere nei tempi giusti e con i costi corretti senza sforare nei tempi e senza allungare costi che altrimenti andrebbero fuori controllo come è successo nel passato. Questo è il ruolo dei professionisti del settore che si inseriscono nella filiera dell’archeologia preventiva e che, se attuata bene dalle amministrazioni comunali e anche da alcuni privati, ti consente di arrivare alla fine dell’opera, avendo anche risparmiato”.

Dalla formazione universitaria alla sfida delle nuove tecnologie come l’Intelligenza Artificiale: dopo vent’anni di conquiste, gli archeologi italiani chiedono regole certe e diritti per continuare a proteggere e valorizzare il futuro della nostra memoria.

Kayser Space compie 40 anni

Livorno, 27 ott. (askanews) – Quarant’anni di attività nello spazio, oltre cento missioni e una nuova sfida: portare l’intelligenza artificiale direttamente in orbita entro il 2027. Kayser Space, azienda livornese specializzata nella progettazione e realizzazione di tecnologie per la ricerca e l’esplorazione spaziale, ha celebrato il suo quarantesimo anniversario con l’evento “Da 40 anni nel futuro”, che ha riunito rappresentanti delle istituzioni, della ricerca e dell’industria aerospaziale italiana.

Un anniversario che segna anche l’inizio di una nuova fase industriale. Dalla fine del 2025 Kayser Space è infatti entrata a far parte di FAE Technology, gruppo high-tech bergamasco quotato su Euronext Growth Milan, specializzato nella progettazione, ingegnerizzazione e produzione di sistemi elettronici avanzati. L’acquisizione ha dato vita alla Divisione Space del Gruppo, con l’obiettivo di integrare quarant’anni di esperienza nelle missioni spaziali con competenze industriali nell’elettronica, nei sistemi embedded e nell’intelligenza artificiale.

A delineare le prospettive è stato Gianmarco Lanza, presidente e amministratore delegato di FAE Technology. “I quarant’anni di Kayser Space rappresentano un traguardo, ma soprattutto un punto di partenza per guardare al futuro con nuove ambizioni. L’integrazione tra le competenze industriali ed elettroniche di FAE Technology e l’esperienza di Kayser Space nelle missioni spaziali apre nuove frontiere tecnologiche, a partire dallo space edgecomputing e dall’intelligenza artificiale in orbita”.

La novità più significativa è la partnership con Axelera AI per lo sviluppo di uno Space Edge AI Computer, un sistema basato su tecnologia interamente europea che permetterà di elaborare dati ed eseguire modelli di intelligenza artificiale direttamente in orbita, senza dover necessariamente trasferire tutte le informazioni sulla Terra. Il progetto coinvolge le sedi del Gruppo a Livorno, Roma e Bergamo, con l’obiettivo di portare la prima soluzione nello spazio nel corso del 2027.

Una tecnologia che potrebbe aprire nuove prospettive per l’osservazione della Terra, la gestione delle infrastrutture orbitali e le applicazioni industriali, rendendo più rapida ed efficiente l’elaborazione delle informazioni raccolte nello spazio.

“Elaborare grandi quantità di dati direttamente nello spazio, trasformandoli rapidamente in informazioni utili, offre nuove opportunità per applicazioni civili e industriali, dall’osservazione della Terra alla gestione delle infrastrutture orbitali. Un’evoluzione che può rendere i sistemi spaziali più efficienti e rispondere alle esigenze strategiche dei Paesi. Vogliamo contribuire a questa trasformazione sviluppando tecnologie e soluzioni proprietarie che rafforzino la competitività e la sovranità tecnologica europea”, ha aggiunto Lanza.

Ma il futuro di Kayser Space affonda le radici in una storia cominciata nel 1986, quando l’azienda nacque come Kayser Italia. Dal 1995 è guidata dalla famiglia Zolesi. Un percorso legato alla visione di Valfredo Zolesi, padre dell’attuale amministratore delegato David Stefano Zolesi, che ha contribuito a trasformare una realtà nata a Livorno in un punto di riferimento internazionale per la sperimentazione scientifica in microgravità.

“Questi quarant’anni rappresentano il risultato di un percorso nato dalla visione di mio padre Valfredo, che ha creduto nella possibilità di sviluppare competenze e tecnologie per lo spazio partendo proprio da Livorno. Da allora abbiamo contribuito a trasformare idee e obiettivi scientifici in sistemi capaci di operare in orbita, partecipando a missioni e programmi di ricerca internazionali”, ha dichiarato David Stefano Zolesi, amministratore delegato di Kayser Space.

In quarant’anni Kayser Space ha partecipato a oltre cento missioni spaziali e sviluppato circa 150 payload, anche per la Stazione Spaziale Internazionale, collaborando con agenzie come l’ESA e l’Agenzia spaziale italiana. Oggi l’azienda conta 85 collaboratori, di cui oltre 50 ingegneri specializzati, e dispone a Livorno di una sede di 5.000 metri quadrati con laboratori, strutture produttive e di collaudo e un centro di supporto alle operazioni sulla ISS.

“Un percorso che ci ha permesso di costruire sul territorio competenze capaci di competere a livello internazionale: si tratta pertanto di un patrimonio costruito grazie alle nostre persone, con cui abbiamo contribuito a supportare l’esperienza della ricerca scientifica in orbita e dell’esplorazione spaziale. Oggi, l’ingresso nel Gruppo FAE Technology e l’evoluzione della Space Economy ci offrono l’opportunità di valorizzare questa esperienza su una scala più ampia. Vogliamo continuare a rendere possibile una nuova generazione di attività scientifiche e tecnologiche nello spazio, mantenendo solide le nostre radici e guardando a opportunità sempre più internazionali”, ha aggiunto Zolesi.

All’evento è arrivato anche un videomessaggio del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. Al confronto hanno preso parte esponenti dell’Agenzia spaziale italiana, del mondo universitario e dell’industria, tra cui rappresentanti di Leonardo, Sitael e D-Orbit.

Tra gli ospiti anche Paolo Nespoli, ex astronauta dell’Agenzia spaziale europea, che ha portato la propria esperienza diretta dell’esplorazione spaziale in un incontro dedicato al rapporto tra le grandi intuizioni del passato e le nuove frontiere della tecnologia.

Dalla ricerca scientifica alle applicazioni commerciali, fino all’intelligenza artificiale in orbita, il quarantennale di Kayser Space ha così rappresentato non soltanto l’occasione per ripercorrere una storia industriale italiana, ma anche per delineare le prospettive di una Space Economy nella quale ricerca, capacità produttiva e innovazione tecnologica sono sempre più strettamente connesse.