Nella Bicamerale D’Alema fu la voce di Leopoldo Elia, intellettuale e politico democristiano, caposcuola del diritto costituzionale ed anche Presidente della Consulta, a mettere in imbarazzo i fautori di una riforma del Csm un po’ più aggraziata di quella odierna, ma evocativa della stessa pretesa di reinvenzione del giusto processo per il tramite della separazione delle carriere dei magistrati. In Commissione, Elia frenò la spinta che in nome del garantismo aveva come obiettivo il dissinesco degli eccessi di Mani Pulite, inclinando tuttavia a destra la linea del nuovo Partito popolare. Si realizzò in quel passaggio la convergenza con il Polo delle libertà.
Bicamerale 1997: la voce controcorrente di Elia
Ecco, è interessante ricordare quanto avvenne allora perché introduceva una dialettica che la Dc, nel corso del suo lunghissimo e ininterrotto ciclo di governo, mai aveva contemplato e soprattutto mai tradotto in scelte lesive dell’autonomia e indipendenza della magistratura. Neppure, bisogna dire, al tramonto della Prima Repubblica. Infatti, anche di fronte alle picconate di Cossiga la reazione di Piazza del Gesù fu improntata a massima cautela. L’allora vice presidente del Csm, Giovanni Galloni, autorevole vicesegretario ai tempi di Zaccagnini, apparve interprete tenace di una linea di compostezza che rispecchiava la comune sensibilità delle forze storicamente legate al patto costituzionale.
Fedeltà della Dc e del Ppi
Di questa tradizione, vera e propria ossatura della “ideologia democristiana”, si tende a perdere traccia. Il revisionismo abbaglia i custodi di una improbabile ortodossia del giusto processo. Mi riferisco ai “Popolari per il Sì”, guidati dall’on. Zecchino e dal prof. Prosperetti, i quali si appellano al programma del Ppi di Martinazzoli, laddove si legge quel “consentendo alla separazione delle carriere” posto a chiusura del capitoletto sulla giustizia. Chi ebbe la responsabilità di portare all’assemblea di (ri)fondazione del partito il documento programmatico, ovvero il prof. Enzo Balboni, è intervenuto a far chiarezza sul punto contestato. Nell’insieme il tenore della riflessione e della proposta dei popolari ribadiva piena fedeltà alla cultura dell’equilibrio tra i poteri dello Stato, escludendo revisioni drastiche dell’ordinamento della magistratura.
La posizione del Ppi nel chiarimento di Marini
Perché, dunque, è importante il richiamo ad Elia? Due furono in Bicamerale gli emendamenti che intervenivano sul riordino del Csm e su entrambi il giurista cattolico manifestò il suo dissenso, modulandone la forza. Vale la pena rileggere per intero la dichiarazione riportata negli Atti parlamentari del 28 ottobre 1997: “Signor Presidente, colleghi, ho avuto più volte l’occasione di esprimere la mia opinione contraria all’articolazione del Csm in due sezioni, una per i magistrati giudici, l’altra per i magistrati pubblici ministeri. Ho ritenuto che […] questa disgiunzione […] rappresenti una fuga in avanti e non garantisca quegli effetti positivi che da essa deriverebbero secondo i sostenitori di questa riforma. Pertanto, in coerenza con opinioni fortemente maturate, voterò contro l’emendamento alternativo Fontan C. 122.122 [costituzione di due Csm, ndr] e mi asterrò nella votazione dell’emendamento Follieri S.122.216 che prevede le due sezioni [destinato all’approvazione, ndr]”.
È vero, la posizione di Elia sembrò contraddire la posizione ufficiale del partito, stante l’apporto di altri commissari popolari, tra cui lo stesso Zecchino, da sempre favorevoli alla separazione delle carriere. In ogni caso, il capogruppo alla Camera, Sergio Mattarella, intervenne con una nota formale per precisare che la novità introdotta dalla Bicamerale non era il colpo di maglio alla unicità dell’ordinamento della magistratura. In effetti l’emendamento approvato poteva essere letto in maniera meno dirompente, essendo prevista solo la divisione in due sezioni dell’unico Csm. Nel partito si levarono comunque proteste, tra cui quella molto severa di Luigi Granelli. Fu così che il segretario del partito ritenne necessario intervenire su “Il Popolo” per sgombrare il campo dagli equivoci. “È un’accusa miseravole – scriveva Franco Marini il 31 ottobre – valutare la posizione dei popolari come mossa da un qualsiasi desiderio di rivalsa contro la magistratura. La distinzione delle funzioni – e non delle carriere, che i popolari hanno respinto – è un tema all’ordine del giorno da tempo, che l’intera coalizione dell’Ulivo aveva fatto suo nel comune programma elettorale”.
Con Cartabia, non con Nordio
Distinzione, non separazione: con Cartabia, diremmo oggi alla stregua di Marini, non con Nordio. È poca cosa? Ebbene, Elia aveva avvertito tempestivamente che anche la creazione di due sezioni distinte in un unico Csm apriva una voragine. Con la sua intransigenza obbligò il gruppo dirigente del partito a non oltreassare il criterio stabilito nel programma dell’Ulivo. L’illuminante episodio permette di rilevare quanto il senso di quella battaglia si rifranga sull’odierno dibattito. La distinzione delle funzioni, nel quadro della unitarietà della cultura della giurisdizione, sostanzialmente è stata acquisita con la riforma Cartabia. L’appello referendario chiama perciò gli elettori a decidere se l’estremismo del sottosegretario Mantovano – ieri ha fatto un discorso molto duro – diretto a spezzare senza se e senza ma l’omogeneità di formazione e inquadramento dei magistrati, meriti di essere battuto. A riguardo, seguendo la traccia di questa breve ricostruzione storica, non ci sono dubbi: nel nome di Leopoldo Elia, i cattolici democratici non possono che votare No al referendum.
P.S. Così recitava il programma dell’Ulivo del 1996 nel capitolo intitolato Far lavorare meglio i magistrati: “Maggiore distinzione tra funzioni del giudice e funzioni del pubblico ministero, con una restrizione delle possibilità di passare dalle une alle altre, senza però arrivare alla separazione delle carriere”.



















































