Una crescita da consolidare oltre PNRR e investimenti pubblici
Il Mezzogiorno nell’ultimo quinquennio, secondo la SVIMEZ, ha costituito l’area territoriale del Paese più dinamica. Con una crescita complessiva del 9,5% rispetto ad una media nazionale del 7,1%. E a un Centro-Nord fermo al 6,6%. Attenzione, però! Ciò non significa che il Sud abbia raggiunto il pareggio o, ancora di più, che abbia superato il Centro-Nord per livello di ricchezza o di PIL pro capite: il divario resta ancora abissale. Anzi, bisogna sottolineare che la stessa SVIMEZ segnala le profonde fragilità di questo sviluppo almeno in parte ‘drogato’ dal Superbonus, prima, e dal PNRR, dopo. Insomma, siamo alle solite! Perché si tratta di una crescita in gran parte determinata dagli investimenti pubblici. Che, però, questa volta, il governo, d’intesa con le regioni e gli enti locali, non deve gestire come una “bolla” destinata a scoppiare già nel prossimo anno bensì come un trend positivo da cogliere al volo per riuscire a rafforzare la rete produttiva, comunque impiantata, e a renderla più solida e articolata.
Naturalmente, per raggiungere un simile obbiettivo occorre, innanzi tutto, avere un’ampia visione dello sviluppo che permetta di capire quale possa essere il ruolo del Mezzogiorno nella strategia globale del Paese e, poi, essere disponibili all’operazione forse più difficile di tutte: quella di cambiare le strutture istituzionali che per molti decenni sono state alla base di un rendimento favorevole unicamente al Centro-Nord. A cominciare dalle regioni e dagli enti locali che, benché dotati di autonomia e consapevoli dell’avvertimento di Luigi Sturzo secondo cui quest’ultima non è il riconoscimento di un potere autoreferenziale ma il modo di esercitare con senso comunitario la responsabilità di provvedere all’autogoverno delle proprie popolazioni, hanno fatto registrare invece una esperienza del tutto opposta.
Nel Mezzogiorno, infatti, regioni e enti locali si sono trasformati in una sorta di ‘maso chiuso’ senza la capacità, però, del Trentino-Alto Adige di preservare attraverso questo istituto storico l’identità e l’economia dei propri territori. Ma, con il risultato invece, di impedire alle comunità ogni sviluppo per l’impossibilità di relazionarsi tra loro e interagire in maniera cooperativa e solidale.
Regioni e autonomie, una trama istituzionale da ripensare
Ma tant’è! Oggi, infatti, questa trama organizzativa e istituzionale del nostro Sud deve essere riconsiderata e cambiata. Dalle fondamenta. Sapendo bene che le regioni, fin dalla loro origine costituzionale, e i comuni e gli altri enti locali, per via della progressiva trasformazione dei rapporti e delle relazioni funzionali tra di loro, risultano privi anche di quella dimensione territoriale che dovrebbe farne delle organizzazioni istituzionali efficienti ed efficaci oltre che economiche nella loro gestione dell’attività di amministrazione.
E dovendo poi aggiungere a ciò che queste istituzioni territoriali non sono state mai vissute e utilizzate in senso comunitario ma, purtroppo, sempre in modo egoistico e finalizzato alla difesa dei propri interessi particolari! Basti pensare, con riguardo ad alcune regioni del Centro-Nord, alla vicenda del cd. regionalismo differenziato che continua a chiedere “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” per aumentare la propria cifra di potere legislativo e amministrativo ma, in verità, per potere trattenere in sede locale il surplus del proprio gettito fiscale. E con riferimento ai territori e alle comunità del Mezzogiorno che, divise su tutto, sono rimaste la zavorra del sistema con regioni che continuano a perseguire ognuna il proprio libro dei sogni e trattano dei propri interessi al di fuori di ogni strategia comune, così alimentando la propria incapacità di dare forza alle proprie politiche per risolvere le necessità delle popolazioni e i bisogni della gente.
Non solo. Ma con classi politiche sempre più inadeguate, incapaci di elaborare qualsiasi progetto di sviluppo ‘aperto’ o anche di dimensione nazionale, il Mezzogiorno ha finito con il trovarsi chiuso, isolato, diviso in organismi formalmente autonomi ma dal peso politico ed economico, oltre che culturale e strategico, sempre più debole nel confronto sia nazionale che europeo. Con la conseguenza di perpetuare il suo gap con il Nord del Paese sia nel campo delle infrastrutture e dei servizi che in quello dei diritti dei cittadini e dei lavoratori oltre che delle imprese costrette a continuare a soggiacere non solo alle mafie, mai definitivamente debellate, ma anche al cd. “pizzo legalizzato” delle burocrazie sempre più fameliche.
Una macroregione per federalizzare il Mezzogiorno
Ciò conduce ad un’unica soluzione, se veramente il Sud vuole ridurre le disparità territoriali, sociali, economiche che attentano ai fondamentali diritti di cittadinanza delle sue popolazioni e ne impediscono un adeguato livello di qualità della vita: seguire la strada dell’unificazione dei propri poteri, delle proprie istituzioni regionali per una iniziativa comunitaria che coinvolga tutte le regioni meridionali in una sorta di macroregione in grado di valorizzare tutti i fattori culturali, sociali ed economici inoperosi per mancanza di infrastrutture e deficienza politica-organizzativa. In altri termini, avviare un processo di federalizzazione del Mezzogiorno!
Ma non sulla base del vecchio modello di unificazione tipico dello scorso millennio. Bensì nella prospettiva di un federalismo comunitario che, a partire dal punto di vista ordinamentale, non deve fermarsi ad una riforma istituzionale secondo il miope principio della sovranità nazionale ma deve abbattere i confini politico-amministrativi entro cui ancora restano relegati stato, regioni ed enti territoriali vari per proiettarsi verso una dimensione europea ispirata ai principi di sussidiarietà e paritarietà. Insomma, non una riforma regionale relegata alla esclusiva dimensione territoriale nazionale ma una riorganizzazione strategica proiettata in aree che includono territori di altri Paesi europei associati da caratteristiche comuni.
Perché è ben noto che soprattutto il bacino del Mediterraneo è espressione di una medesima realtà storica, culturale e rappresenta un medesimo ambiente naturale che non può essere valorizzato senza la visione d’insieme che la definizione di una strategia comune consente.
Città e Mediterraneo al centro della nuova strategia
Ma, in concreto, come tutto ciò potrebbe essere realizzato? Facendo perno sulle città e le comunità locali. Perché, come è ben noto, sia nell’antichità che nei tempi più moderni, in questa area mediterranea, il ruolo propulsivo dello sviluppo è sempre stato svolto dalle città. Che, oggi, sulla base della loro evoluzione metropolitana e con il contributo delle regioni, potrebbero tornare ad essere determinanti. Non fosse altro perché di questa strategia macroregionale di riforma verrebbero chiamati a partecipare i loro cittadini che così contribuirebbero in maniera decisiva a colmare il deficit democratico di cui oggi soffrono tutte le istituzioni.
Non solo. Ma l’adozione di questa prospettiva comunitaria applicata al nostro Mezzogiorno confermerebbe senz’altro quello che è il dato riconosciuto da tutti: la sua centralità nel Mediterraneo che è la condizione fondamentale per la crescita di tutta l’Europa e il principale elemento di stabilizzazione delle condizioni di pace e benessere delle sue popolazioni. Questo, naturalmente, sul piano della infrastrutturazione politico-istituzionale.
Energia, trasporti e Zes Unica per rilanciare il Sud
Mentre, sul piano della strategia dello sviluppo immediatamente centrata sul futuro del nostro Paese, le azioni da avviare nel Mezzogiorno dovrebbero essere almeno due: innanzi tutto, un Piano energetico basato sulle fonti rinnovabili come il sole, il vento, l’acqua e la geotermìa di cui il Sud è incommensurabilmente più ricco delle altre parti d’Italia in modo da rendere il Paese non solo meno esposto alle crisi internazionali ma anche pronto a sostenere la grande richiesta di energia che la sempre più frequente localizzazione nel Nord Italia dei data center necessari all’Artificial Intelligence (AI) richiederà.
Quello dell’autosufficienza energetica è, infatti, un obbiettivo assolutamente prioritario che l’Italia non potrà mai raggiungere se il Mezzogiorno non darà il suo contributo determinante. La seconda azione da avviare con immediatezza riguarda, invece, il Sistema dei trasporti che non potrà continuare a fondarsi su un’alta velocità farlocca fra Salerno, Reggio Calabria e Palermo, un progetto per la realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina campato in aria, un apparato dei porti meridionali incapace di attirare volumi importanti del traffico internazionale delle materie prime e dei semi-lavorati e un’organizzazione degli aeroporti, oltre che debole strutturalmente, non pensata né per il traffico interno né per quello del turismo internazionale che nel Mezzogiorno ha ancora margini di sviluppo quasi illimitati.
In questa prospettiva, bisogna poi essere consapevoli che il Meridione oggi dispone di uno strumento di sviluppo collaudato e estremamente efficace. La Zes Unica del Sud, infatti, ha dato un impulso veramente decisivo agli investimenti che ha contribuito a far correre il PIL delle regioni meridionali più velocemente di quello del Centro-Nord. Al punto tale che il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, si è spinto a chiedere con forza l’estensione della Zes Unica all’intero Paese. Cosa che, come ha sottolineato il sottosegretario Luigi Sbarra, può riguardare solo le semplificazioni autorizzative non certo gli incentivi fiscali che, se applicati al Nord, si configurerebbero intanto come “aiuti di Stato” e, quindi, impraticabili sul piano normativo.
E, poi, soprattutto come un grave errore strategico perché non determinerebbero al Nord ulteriori localizzazioni ma soltanto la sostituzione del Sud nella scelta degli investitori che chiaramente finirebbero per preferire di allocare le proprie intraprese in aree industrializzate più strutturate e più vicine ai mercati di sbocco. Vanificando così uno strumento che finora ha dato risultati positivi per il Mezzogiorno e che se ulteriormente sostenuto da interventi migliorativi delle regioni (come l’art. 4 della Legge siciliana n.1 del 5 gennaio 2026 di stabilità regionale per il triennio 2026-2028) potrà diventare decisivo per ridurre il divario del Sud nei confronti del Settentrione e dare al Paese quella ulteriore spinta propulsiva che ritorni a farlo diventare competitivo come ai tempi del “miracolo economico”.


















































