Per molto tempo abbiamo pensato che per capire come sta un Paese fosse sufficiente guardare alla sua crescita economica. Il PIL è diventato così il grande numero attraverso il quale raccontiamo la salute dell’economia, la capacità produttiva, la crescita o la recessione.
Il PIL è certamente uno strumento indispensabile. Misura una parte importante della realtà e consente di conoscere il valore dei beni e dei servizi prodotti. Il problema nasce quando da indicatore economico diventa sinonimo di progresso.
È qui che la questione smette di essere soltanto economica e diventa politica.
Perché una società può produrre più ricchezza e, contemporaneamente, diventare più diseguale. Può aumentare la produttività mentre cresce la precarietà. Può costruire nuove infrastrutture mentre alcuni territori continuano a spopolarsi. Può disporre di tecnologie sempre più avanzate mentre aumentano solitudine, fragilità e sfiducia. Può spendere di più per curare le conseguenze di determinati problemi senza investire abbastanza nella loro prevenzione.
Il punto, allora, non è abolire il PIL.
È smettere di chiedergli di raccontare ciò che non può raccontare.
Se non misuriamo qualcosa, rischiamo di non governarla
Ogni società sceglie, implicitamente o esplicitamente, ciò che considera importante anche attraverso ciò che misura.
Se misuriamo quasi esclusivamente produzione, consumi, reddito e crescita, sarà naturale orientare le politiche pubbliche verso questi obiettivi. Se invece decidiamo di osservare anche salute, istruzione, qualità dell’ambiente, condizioni del lavoro, sicurezza, relazioni sociali, partecipazione e disuguaglianze, la nostra idea di sviluppo cambia.
Non si tratta di una questione tecnica riservata agli statistici.
È una scelta culturale e politica.
Misurare significa rendere visibile. E ciò che diventa visibile può entrare nell’agenda delle istituzioni, orientare gli investimenti, consentire confronti, individuare criticità e valutare gli effetti delle decisioni.
Per questo il dibattito sul “dopo PIL” è molto più importante di quanto possa sembrare.
L’Italia dispone già del BES, il Benessere Equo e Sostenibile, che rappresenta un passo significativo nella direzione di una lettura multidimensionale del progresso. Ma il punto decisivo è evitare che questi strumenti rimangano soltanto un patrimonio statistico.
La vera domanda è: quanto riescono a cambiare le decisioni?
Dalla misurazione alla scelta
Aggiungere nuovi indicatori al PIL non basta.
Possiamo costruire sistemi sofisticati per misurare il benessere, la sostenibilità o la qualità della vita e continuare, nella pratica, a decidere sulla base del rendimento economico immediato.
Sarebbe una contraddizione.
Se sappiamo che una scuola produce capitale umano e coesione sociale, non possiamo considerarla soltanto come una voce di spesa.
Se sappiamo che la prevenzione sanitaria riduce sofferenza e costi futuri, non possiamo considerarla semplicemente come un costo da comprimere.
Se sappiamo che una rete territoriale riduce isolamento e fragilità, non possiamo valutarla esclusivamente attraverso il numero delle prestazioni erogate.
Se sappiamo che il lavoro dignitoso genera competenze, fiducia, autonomia e partecipazione, non possiamo limitarci a considerarlo una voce del costo di produzione.
Qui emerge una diversa idea di economia: non soltanto contabilizzare ciò che produciamo, ma comprendere ciò che la produzione rende possibile nella vita delle persone e delle comunità.
È la domanda che accompagna l’Economia civile quando parla di felicità pubblica e di Bene Comune: non basta sapere quanta ricchezza viene prodotta, occorre interrogarsi su come questa ricchezza contribuisca al benessere di tutti e di ciascuno.
Il valore che non ha prezzo
Esiste infatti una parte enorme del valore sociale che difficilmente entra nei tradizionali sistemi di contabilità.
Quanto vale il tempo dedicato alla cura di un familiare?
Quanto vale il volontariato?
Quanto vale una comunità capace di non lasciare sola una persona fragile?
Quanto vale la fiducia tra cittadini e istituzioni?
Quanto vale una scuola che riesce a recuperare un ragazzo in difficoltà?
Quanto vale un territorio nel quale le persone scelgono di restare perché trovano lavoro, servizi, relazioni e possibilità di partecipazione?
Sono domande difficili.
Ma proprio perché sono difficili non possiamo smettere di porle.
Il rischio, altrimenti, è confondere ciò che è facilmente misurabile con ciò che è realmente importante.
L’economia registra con grande precisione ciò che ha un prezzo. La politica dovrebbe essere capace di riconoscere anche ciò che ha valore.
Un nuovo modo di valutare il progresso
Da questa prospettiva assume particolare interesse anche il lavoro sull’umanizzazione.
L’obiettivo non è costruire l’ennesimo indice destinato a sostituire tutti gli altri. Sarebbe una semplificazione opposta a quella che vogliamo superare.
La sfida è piuttosto mettere in relazione informazioni diverse: dati quantitativi, evidenze qualitative, percezioni delle persone, partecipazione delle comunità e dimensioni relazionali.
La domanda diventa allora più esigente:
una determinata politica, un investimento, un’innovazione, un’organizzazione stanno realmente migliorando le condizioni nelle quali le persone vivono, lavorano, si curano, partecipano e costruiscono relazioni?
È una domanda che cambia il modo stesso di valutare una decisione.
Un’innovazione non è necessariamente positiva soltanto perché aumenta la produttività.
Una politica non è necessariamente efficace soltanto perché riduce una spesa.
Un investimento non è necessariamente generativo soltanto perché produce un rendimento.
Dobbiamo imparare a considerare anche gli effetti nel tempo, sulle persone, sulle comunità e sulle generazioni future.
È qui che la misurazione può diventare uno strumento di responsabilità.
Governare significa scegliere una direzione
In fondo, il problema non è avere troppi indicatori o troppo pochi.
Il problema è sapere che idea di società vogliamo costruire.
Gli indicatori vengono dopo.
Prima viene la visione.
Se consideriamo la persona il centro dello sviluppo, allora dobbiamo essere capaci di misurare ciò che rende possibile una vita pienamente umana: salute, istruzione, lavoro dignitoso, relazioni, sicurezza, partecipazione, ambiente, accessibilità, capacità di realizzare le proprie potenzialità.
Se consideriamo il Bene Comune come responsabilità condivisa, dobbiamo anche essere capaci di verificare se le nostre scelte producono opportunità per tutti o concentrano vantaggi e svantaggi.
Se consideriamo la democrazia qualcosa di più del semplice esercizio del voto, dobbiamo misurare anche la possibilità concreta delle persone di partecipare e incidere sulle decisioni che riguardano la loro vita e le loro comunità.
È questo, forse, il passaggio più importante. Andare oltre il PIL non significa rinunciare a misurare. Significa misurare meglio per decidere meglio.
Perché tra ciò che decidiamo e ciò che realmente accade nella vita delle persone può esserci una distanza enorme.
Una politica può essere approvata ma non produrre il risultato atteso. Una risorsa può essere stanziata ma non raggiungere chi ne ha maggiormente bisogno. Un servizio può diventare più efficiente ma meno accessibile o meno umano. Un’innovazione può aumentare la produttività e, contemporaneamente, generare nuove vulnerabilità.
Per questo non basta chiedere che cosa abbiamo deciso, quanto abbiamo prodotto o quanto abbiamo speso.
Dobbiamo imparare a chiederci:
che cosa è realmente cambiato nella vita delle persone, soprattutto delle più vulnerabili?
È qui che gli indicatori possono diventare strumenti di governo e di responsabilità. Non perché possano racchiudere in un numero tutta la complessità della vita, ma perché possono aiutarci a rendere visibili conseguenze, disuguaglianze e opportunità che altrimenti rischierebbero di rimanere ai margini delle decisioni.
Cambiare ciò che misuriamo significa allora cambiare lo sguardo con cui osserviamo lo sviluppo. E cambiare lo sguardo può aiutarci a cambiare le priorità con cui governiamo.
Il PIL continuerà a dirci quanto produce un Paese. Ma accanto a quella domanda dobbiamo avere il coraggio di porne un’altra:
quale qualità della vita, delle relazioni e del futuro stiamo generando con ciò che produciamo?
Perché la crescita è uno strumento, non il fine.
Il fine dovrebbe essere una società capace di mettere al centro la dignità della persona, la qualità delle relazioni, la sostenibilità delle scelte, la partecipazione delle comunità e il Bene Comune.
È questa, in fondo, la sfida dell’umanizzazione: fare in modo che ciò che conta per la vita delle persone conti anche quando decidiamo.
Rosapia Farese è professionista impegnata nell’innovazione sociale e nella promozione della cultura del Bene Comune, attiva in progetti che integrano etica, lavoro e sviluppo sostenibile attraverso reti collaborative tra istituzioni, imprese e cittadini. Presidente FareRete Innovazione BeneComune nasce proprio dalla convinzione che l’innovazione abbia senso solo se orientata all’umanizzazione della società, costruendo relazioni, fiducia e valore condiviso attorno alla persona.