Il libro di Giuseppe Fioroni è un’autobiografia politica ma soprattutto un manuale per chi pensa che in Italia esista ancora uno spazio di centro e che non basti collocarsi a metà strada tra destra e sinistra.
Il centro, per Fioroni, non è una collocazione ma una cultura. Vuol dire competenza, pragmatismo, dialogo, radicamento sociale, senso delle istituzioni. E vuol dire evitare che la moderazione diventi una tecnica per stare sempre dalla parte giusta del potere.
Da qui viene il primo consiglio: essere autonomi. Non autosufficienti, non equidistanti per principio, ma liberi. Un centro responsabile non sceglie le alleanze per trovare una sistemazione: le costruisce sulla compatibilità dei programmi. Se serve soltanto a completare una coalizione, è una ruota di scorta; se porta idee, cultura di governo e capacità di mediazione, può invece condizionarla. La pluralità è una ricchezza, ma diventa irrilevanza quando si trasforma in indistinguibilità.
Secondo consiglio: tornare nei luoghi in cui la politica si forma prima di diventare comunicazione. Territori, comuni, associazioni, corpi intermedi, professioni. La rappresentanza si ammala quando si separa dai mondi vitali che pretende di interpretare. Il centro non può essere il partito dei salotti moderati: deve ricucire pezzi di società che non si parlano più.
Terzo: investire sulla formazione. Prima di chiedere ai giovani di candidarsi bisogna dare loro strumenti per capire. Scuole di cittadinanza, studio della Costituzione, dei bilanci pubblici, della politica internazionale; poi esperienze vere nei comuni, nei servizi sociali, nella scuola, nella sanità. Ai giovani non serve un palco: serve una “casa civile”, un posto in cui passione e metodo imparino a convivere.
Quarto: non confondere il rinnovamento con l’anagrafe. Fioroni è severo con la politica che vive di rottamazioni, onde, sondaggi, leader improvvisi. Il ricambio serve quando produce competenza, autonomia e responsabilità. Altrimenti cambia soltanto il volto di chi occupa la scena.
Infine, un centro responsabile dovrebbe misurarsi sulla qualità delle istituzioni che lascia: diritti più accessibili, welfare più umano, scuola più esigente, fiscalità più giusta, potere più sobrio. E qui che la parola “servizio”, che attraversa tutto il libro, smette di essere una formula edificante e diventa criterio politico.
Il messaggio finale è forse il più utile: non serve rifare la Dc, né fondare l’ennesimo partitino che si proclama decisivo tra due blocchi. Serve ricostruire una cultura capace di ridurre la polarizzazione senza cancellare le differenze, di mediare senza essere ambigua, di governare senza idolatrare il governo.
Il centro, insomma, non va occupato. Va meritato.
Giuseppe Fioroni
Ovunque è il centro
Rubbettino, 202 pp., 16 euro
[Il testo è qui riproposto per gentile concessione de Il Foglio]



















































