Roma, 7 feb. (askanews) – A dispetto dei tempi, ‘L’immaginario mediterraneo nella storia d’Italia’ di Claudio Fogu, ordinario di Italian Studies alla University of Southern California Santa Barbara, sollecita la riflessione ad andare oltre la contingenza e a ipotizzare una ‘mediterraneizzazione’ dell’Europa, nutrendo il concetto di ‘emporion’, quella rete intrisa di sincretismo e meticciato etnico-culturale che ha saputo costruire ponti; al posto di quei confini frutto di un processo che ha ancorato l’Italia al nord Europa dopo aver ‘spaccato’ lo Stivale in due, marginalizzandone il Sud.
Docente da trent’anni negli Usa, italiano con cittadinanza americana, Fogu racconta il suo libro e risponde a domande sulla stretta attualità a cavallo oggi tra il “capitalismo americano” alla Donald Trump il cui modello “non è Adam Smith ma Las Vegas” e un’Europa sotto scacco di sovranismi e nazionalismi.
Nel documento pubblicato dalla casa Bianca sulla Strategia per la sicurezza nazionale, Trump sostiene che ‘L’America è forte e di nuovo rispettata perché stiamo seminando la pace in tutto il mondo… è un Paese più sicuro, più ricco, più libero, più grande e più potente che mai’. L’America reale ci crede o qualcosa sta cambiando e cosa? “Il fenomeno Trump non può misurarsi con il crederci o non crederci. Trump è un classico giocatore d’azzardo che conosce l’arte del bluff quanto quella del perdere su un tavolo e rilanciare quindi su di un altro. È la cartina tornasole di un capitalismo americano che avendo già perso la partita globale con la Cina rivela finalmente che il suo modello non è Adam Smith ma Las Vegas. Una parte del paese – afferma Fogu – avendo creduto che la ‘caduta del muro di Berlino’ avesse significato la ‘fine della storia’ e l’apertura di una Pax Americana definitiva, si trova quindi spaventata e rancorosa rispetto alla fine del sogno Americano e cerca un eroe che la riscatti. Trump è l’immagine più pura di quello che il mondo ha sempre pensato degli americani; ora gli americani hanno finalmente la possibilità di rispecchiarsi in essa, e, naturalmente, una buona parte di essi (per fortuna la maggioranza) ne è orripilata, ma sa anche che in quell’immagine c’è un fondo di verità. L’America trumpiana vuole scrollarsi di dosso l’ossequio e il debito culturale che per secoli ha coltivato nei confronti dell’Europa, né più né meno come fece l’Impero Romano quando voltò le spalle al Mediterraneo greco degli empori per gettare la sua ragnatela imperiale trasformandolo in Mare Nostrum. L’Europa dovrebbe oggi giocare il ruolo che Cartagine giocò nel disperato tentativo di correggere la marcia romana verso l’Imperium, chiedendo aiuto, consiglio e ausilio ai nostri fratelli mediterranei, africani e asiatici”.
In questo momento di sovranismi e nazionalismi, in un’Europa in cui il discorso pubblico ha sdoganato la re-migrazione, il libro invita a tornare a riflettere sulla costruzione europea, mediterraneizzando l’Europa. Che significa? “Il punto di partenza del mio libro sta nel riconoscere che l’idea tanto quanto il nome stesso ‘Mediterraneo’ sono frutto della mente coloniale europea, quella cinquecentesca che, mentre andava alla conquista di territori oltre oceano, territorializzava con questo nome i tanti mari che fino a quel momento avevano portato nomi locali. L’Impero di Filippo II di braudeliana memoria creava così un Mare Nostrum europeo che, anche senza mai cadere sotto il suo esclusivo controllo è rimasto sempre un ‘lago cristiano’. Per gli arabi e i turchi che si affacciano su questo stesso mare, esso rimane il ‘mare bianco’ o il ‘mare dei Rom’, cioè dei romani-latini-cristiani. Dico questo per chiarire che ogni volta che si parla di Mediterraneo o di mediterraneità dobbiamo sempre ricordarci di questa matrice originaria di stampo territorializzante e coloniale. Ma bisogna anche riconoscere l’altro polo entro cui oscilla l’immaginario mediterraneo, quello che io chiamo dell’emporion, e cioè del sincretismo e meticciato etnico-culturale, del senso di comune appartenenza ad uno spazio di interazione costante (che può ovviamente portare anche allo scontro). In una parola, dell’identità che si forma non ‘radicandosi’ nella territorialità ma nell’incontro con gli altri. Il mare aliorum (mare ‘di’ altri) che oggi ci spaventa è l’altra matrice della mediterraneità verso cui l’Europa può e deve orientarsi.
Qual è il ruolo che può assumere l’Italia? “Il mio invito a mediterraneizzare l’Europa, raccolto e amplificato a Palermo anche da Leoluca Orlando, significa prima di tutto ricordare all’Italia che essa può giocare un ruolo primario nell’opporre la matrice mediterranea a quella sovranista che sta investendo l’Europa, non solo adottando finalmente il principio dello jus soli ma andando molto oltre ad esso, nella direzione che Luigi Einaudi auspicava nel 1919 difronte alla crisi di Fiume e dalla quale Altiero Spinelli partì nel concepire il manifesto di Ventotene: ‘Occorre, scriveva Einaudi, creare il meccanismo che riunirà tutti i popoli del mondo in un’unica rete, che, privandoli a poco a poco di parti della loro sovranità, li abituerà all’idea degli Stati Uniti del Mondo’. Le parole chiave qui sono ‘poco a poco’. Il pensiero a rete mediterranea deve saper erodere gradualmente l’idea di identità e sovranità legata alla ‘cittadinanza’ a favore di una poetica delle relazioni tra i popoli, senza però ricadere in forme premoderne di sudditanza”.


















































