
David A. Morse, il lavoro come infrastruttura sociale della pace
Paolo VI a Ginevra: il primato del lavoro umano
«Perché siamo qui? Noi non apparteniamo a questo organismo internazionale. Noi siamo estranei alle questioni specifiche… Se Noi siamo qui, è, signor Direttore, per rispondere all’invito che Ci avete così amabilmente rivolto. E noi siamo felici di ringraziarvene pubblicamente, di dirvi come Noi abbiamo apprezzato questo atto così cortese, come Noi ne misuriamo l’importanza, e di quale valore ci appare il suo significato». Chi parla è Giovanni Battista Montini, Paolo VI, in occasione del viaggio apostolico a Ginevra per il cinquantesimo anniversario della Organizzazione Internazionale del Lavoro (International Labour Organization, Ilo). È il 10 giugno del 1969. Esattamente sei mesi più tardi, il 10 dicembre, all’Organizzazione sarà attribuito a Oslo il premio Nobel per la Pace. A ritirarlo, in nome e per conto dell’Ilo, sarà David Abner Morse, il «signor direttore» qui citato da Papa Montini.
Non è la prima volta che un Pontefice cita o si indirizza all’Ilo (lo ha già fatto Pio XII nel 1954), ma Montini è il primo a visitarne il quartier generale. E lì ribadisce il primato del lavoro umano sui beni materiali: «nel lavoro è l’uomo che è il primo». Il rapporto della Chiesa con quella istituzione è antico. Era stato il primo direttore generale dell’Ilo, il francese Albert Thomas, a creare la posizione di consigliere speciale per le questioni sociali e religiose (alla quale è chiamato il gesuita André Arnou), consentendo un rapporto strutturato con il Vaticano, anche per l’importanza del sindacalismo cristiano. E non a caso in quel discorso Montini cita letteralmente Thomas, quando dice: «Il “sociale” dovrà vincere l’economico. Dovrà regolarlo e condurlo, per meglio soddisfare alla giustizia» (A. Thomas, Dix Ans d’Organisation Internationale du Travail, Genève, Bit, 1931, Préface, p. XIV).
David Morse: dal New Deal alla ricostruzione democratica
Chi era Morse? Era nato a New York nel 1907 ed era il figlio di un ebanista, Morris Moscovitz, e di sua moglie, Sara Werblin, immigrati russi di origine ebrea di prima generazione. Brillante studente alla Harvard Law School, nei primi anni Trenta si era fatto notare da Felix Frankfurter, il grande giurista e futuro giudice della Corte Suprema, vera e propria mente giuridica del New Deal di Roosevelt nonché mentore di tanti New Dealers, da Dean Acheson (futuro segretario di Stato) a David Lilienthal (futuro presidente della Tennessee Valley Authority). È grazie a Frankfurter che David Moscovitz — che nel 1937 “americanizza” il cognome in Morse in coincidenza con il matrimonio con Mildred Hockstader — trova impiego in una tra le istituzioni centrali del New Deal e del suo programma di democratizzazione economica. Si tratta del National Labor Relations Board (Nlrb), istituito nel 1935 con quel Wagner Act che aveva riconosciuto il diritto dei lavoratori di associarsi e costituire sindacati, bilanciando così le relazioni tra capitale e lavoro. Collabora con Harold L. Ickes agli Interni e Frances Perkins al Lavoro (prima donna in un gabinetto presidenziale, vi permane nei quattro mandati di Roosevelt).
Dopo l’attacco a Pearl Harbour (7 dicembre 1941), Morse si arruola come volontario nell’aviazione, viene spedito in Africa del Nord come intelligence officer e, in virtù della sua esperienza, è incaricato di ri-democratizzare le relazioni industriali prima in Italia e poi in Germania. L’esperienza del New Deal, in questo come in altri casi, viene esportata e si internazionalizza (K.K. Patel, Il New Deal. Una storia globale, Einaudi, Torino 2018). È a Palermo prima e a Napoli poi. Consiglia ai superiori di abolire completamente il sistema sindacale del corporativismo fascista e partecipa a Bari alla prima assise della Confederazione generale del lavoro alla fine del 1944, negli stessi giorni in cui nella stessa città si tiene il primo convegno dei Comitati di liberazione nazionale dell’Italia libera. Occorre favorire la formazione di liberi sindacati: «era la mia posizione personale, era la mia posizione politica, era la mia posizione tecnica: ne feci anche la mia policy view» (David A. Morse, Oral History Interview, July 30, 1977, consultabile sul sito della Harry S. Truman Library).
Dopo la guerra torna al National Labour Relations Board, di cui diviene General Counsel, e viene successivamente nominato sottosegretario al Lavoro nell’amministrazione Truman, con il compito di costituire una sezione di affari internazionali capace di integrare il disegno di politica estera economica americana che, con l’annuncio del Piano Marshall (5 giugno 1947), si va precisando. Grazie alla sua abilità diplomatica Morse gioca un ruolo importante soprattutto nel dialogo tra l’Economic Cooperation Administration, incaricata di gestire il Piano, e governo e sindacati francesi, anche per l’amicizia che lo lega a Léon Jouhaux, sindacalista francese e futuro premio Nobel per la Pace. Diviene il rappresentante del governo nell’Ilo e il candidato di Truman alla direzione generale. Eletto nel 1948, sarà rieletto più volte, all’unanimità, fino al suo ritiro nel 1970, dopo ventidue anni di servizio.
Le radici dell’Ilo: da Versailles alla Dichiarazione di Philadelphia
L’attribuzione del premio Nobel alla “sua” Ilo — che egli ricostruisce entro l’ambito delle agenzie delle Nazioni Unite, sorte a San Francisco nel 1945 — è il culmine della sua attività di international civil servant. Ma prima di andare a quella sera di dicembre del 1969 in cui Morse accoglie tra le sue mani la luccicante medaglia del Fredspris (premio per la pace) disegnata dallo scultore norvegese Gustav Vigeland (a ogni categoria corrisponde una medaglia), è bene fare un salto e tuffo all’indietro, prima di 25 e poi di 50 anni, per meglio capire posizione e ruolo dell’Ilo e di Morse.
Era stato Roosevelt, nel maggio 1944, a rilanciare natura e scopo dell’Organizzazione con la celebre Dichiarazione di Philadelphia con la quale, nel mezzo della guerra, di fronte agli orrori delle dittature, del lavoro forzato e dell’oppressione, si ribadivano per il dopoguerra alcuni principi: che il lavoro non è una merce; che i lavoratori godono della libertà di associazione e di espressione; che la povertà in un luogo minaccia la prosperità in ogni altro luogo; che la pace può essere stabilita solo se e quando si fonda sulla giustizia. Non sono principi del tutto nuovi per l’Organizzazione. Ma gli Stati Uniti ne sono divenuti membri solo nel 1934, senza aderire alla Società delle Nazioni da cui l’Ilo (allora Bureau International du Travail) è gemmata. La Dichiarazione di Philadelphia precede — è bene ricordarlo — di due mesi la Conferenza economica e monetaria di Bretton Woods (luglio 1944).
Occorre, a questo punto, andare ancora indietro di altri venticinque anni, fino alla fine della Grande Guerra, quando Morse è ancora un bambino. Sì, perché il Bureau International du Travail nasce, nel 1919, con il Trattato di Versailles. Gli articoli 387-427 del Trattato (che di articoli ne ha 440 ed è diviso in 16 capitoli) sono dedicati alla istituzione di un Bureau International du Travail (Bit) con un segretariato permanente. Nel preambolo della Costituzione dell’Organizzazione si legge: «La mancata adozione da parte di un paese di una costituzione del lavoro fa da ostacolo agli altri paesi desiderosi di migliorare le proprie sorti». Si stabilisce un fondamentale principio di interdipendenza macroeconomica e sociale che appare ancora oggi, dopo più di un secolo, attuale e valido.
È, dunque, quel Trattato — per altri versi, quelli relativi alle riparazioni di guerra, da Keynes definito «pace cartaginese» — a gettare il seme di una collaborazione possibile. La Germania, che nel 1919 non è ammessa alla Società delle Nazioni (vi entrerà nel 1926 e vi uscirà, per volere di Hitler, nel 1933), è invece ammessa nel Bureau. Non è un caso se alla fine della guerra la questione sociale assume prominenza. La guerra stessa ha prodotto enormi rivolgimenti nelle forme e nell’intensità del lavoro. Soprattutto, il riconoscimento delle sua centralità giunge nel mezzo di quell’onda lunga dello sviluppo che chiamiamo seconda rivoluzione industriale e che ha fatto emergere quella che Papa Leone XIII ha posto, nel 1891, tra le “cose nuove”: il conflitto, da ricomporre, tra il capitale e il lavoro. Tanto che il Bureau ha un’assemblea ispirata al “tripartismo”: non composta cioè solo dai governi con i loro rappresentanti (28 componenti), ma anche da quelli delle associazioni nazionali dei datori di lavoro (14) e di quelle dei lavoratori (14), che nel frattempo sono sorte in vari Paesi, tra cui l’Italia. Nel 1917, infine, c’è stata la Rivoluzione d’Ottobre in Russia. E il Bureau è anche una risposta a questo.
Il Nobel per la Pace e la costruzione di un ordine internazionale
È questo il retroterra culturale, ideale e politico latu sensu dell’Organizzazione che Morse prende in carico nel 1948. Con lui la natura e gli scopi dell’organizzazione si allargano, in quantità e qualità. Da una parte perché vi accedono l’Unione Sovietica (dopo la morte di Stalin) e i tanti paesi della decolonizzazione, tanto che nel 1970, alla fine del mandato di Morse, i membri, che nel 1948 erano 55, sono già 121.
Dall’altra perché ai compiti di regolazione e standardizzazione normativa (condizioni di lavoro, salario minimo, salute eccetera) si affiancano ora — anche per impulso di Morse ma certamente anche e soprattutto per i venti nuovi postbellici — compiti di assistenza tecnica e di cooperazione allo sviluppo, in specie nel campo della formazione e dell’istruzione dei lavoratori e dei manager, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. «Training, training, training», va ripetendo Morse. A lui si deve anche il precoce tentativo di istituire, sotto l’egida dell’Ilo, un’autorità per i lavoratori migranti (l’attuale Organizzazione internazionale per le migrazioni nasce, come entità autonoma, nel 1951).
Su entrambi i fronti — compiti di regolazione e compiti di promozione — i progressi sono, nei ventidue anni di Morse, palpabili. Essi coincidono con la grande espansione, anche dei diritti, postbellica. Sul primo, basti richiamare le grandi convenzioni successive al 1945, da quella sulla libertà di associazione (n. 87/1948) a quella sulla contrattazione collettiva (n. 98/1949), da quella sulla equa remunerazione (n. 100/1951) a quella contro la discriminazione sul lavoro (n. 111/1958). Sul secondo, basti ricordare la creazione dell’International Institute for Labour Studies di Ginevra (1960) e dell’International Training Centre di Torino (1964), oltre che la formulazione di un World Employment Programme in occasione del cinquantesimo anniversario dell’Organizzazione. Nello stesso anno esce il suo The Origin and Evolution of the Ilo and Its Role in the World Community per i tipi di Cornell University Press (Ithaca, 1969) e Papa Montini visita il quartier generale. È un momento d’oro.
Quando, la sera del 10 dicembre 1969, Morse entra nell’Aula dell’Università di Oslo per ritirare, per conto dell’Ilo, il Premio Nobel per la Pace attorno a lui vi è il grande ciclo di affreschi realizzato da Edvard Munch mezzo secolo prima: al centro è Il Sole che irradia la sua luce; ai lati sono Alma Mater — una raffigurazione dell’Accademia nelle fattezza di una madre che nutre i figli e le generazioni — e La Storia — una rappresentazione della formazione di un bambino attraverso la trasmissione orale.
Attento all’arte — di cui fu collezionista insieme alla moglie Mildred — non sappiamo quando Morse abbia, dopo il recto raffigurante il volto di Alfred Nobel, ammirato il verso della luminosa medaglia per la pace, che mostra l’abbraccio di tre uomini su cui campeggia la scritta: Pro pace et fraternitate gentium. Avrà forse in quel momento ripensato al motto che si trova nel documento posto nelle fondamenta dell’originario quartier generale dell’Ilo e poi trasferito nel nuovo edificio, sempre a Ginevra, lì dove si legge: «Si vis pacem, cole iustitiam». Se vuoi la pace, prepara la giustizia.
La lezione di Morse per il tempo presente
Il giorno dopo (11 dicembre 1969), nella tradizionale Nobel Lecture, Morse parla della sua organizzazione come di una infrastruttura sociale per la pace che ha attraversato la catastrofe della guerra e dei nazionalismi, grandi e piccoli, che chiudono la pianta della sovranità entro serre chiuse: «Anche se l’Ilo vive e opera in un mondo di stati sovrani, nondimeno ha potuto via via estendere le possibilità e gli scopi dell’azione transnazionale. In questo modo, e a dispetto dei fallimenti e delle delusioni e perfino delle calamità politiche dell’ultimo mezzo secolo, esso ha pazientemente, senza sensazionalismi, ma non senza successo, lavorato per costruire una infrastruttura di pace».
Il mondo di oggi ha ancora bisogno di quelle infrastrutture istituzionali multilaterali: imperfette quanto si vuole, certo; perfettibili, ma pur sempre necessarie; le sole peraltro entro le quali, per la natura stessa del negoziato che vi si svolge, è possibile almeno perseguire l’idea di bene comune internazionale come qualcosa di più della mera somma dell’interesse altrui e di quello proprio.
Ha scritto il “biografo” dell’Ilo che Morse non era un profeta o un visionario, ma un figlio del tempo del New Deal e degli ideali umanitari e universalistici del dopoguerra, un manager del cambiamento e un sapiente moderatore di ogni tentativo di intromissione e “politicizzazione” di parte, capace di costruire un esprit de corps e di dare all’istituzione una missione nuova, resistendo agli opposti estremismi, sia a quelli di altri paesi sia a quelli del proprio (cfr. D.R. Maul, L’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Cent’anni di politica sociale a livello globale, Ilo, Genéve, 2019).
Il mondo di oggi ha bisogno della moderazione di Morse e di moderatores novi.
Il fatto è che il tempo passato è chiuso e non è più nostro. O forse no: è ancora aperto nei suoi esiti ed è perciò nostro, fintanto che siamo capaci di ascoltarne la voce, come il bambino di Munch, fintanto che con esso abbiamo commercio, fintanto che in esso ritroviamo le ragioni dell’agire.
Fonte: L’Osservatore Romano – 17 luglio 2026
Titolo originale: La condizione del lavoro misura del mondo
[Articolo qui riproposto – con titolo diverso e titoletti aggiunti – per gentile concessione dell’autore e del direttore del quotidiano vaticano]
Fratelli d’Italia al bivio della destra europea
La politica dell’emergenza permanente
La violenza come strumento di regolazione dei conflitti sociali e il ricorso permanente alla logica dell’emergenza rappresentano alcuni dei nodi centrali nel dibattito sulle destre radicali europee. Non riguarda soltanto episodi in cui singoli militanti o sostenitori si rendono protagonisti di aggressioni o intimidazioni, ma del modo in cui il rapporto tra autorità, sicurezza e società viene progressivamente ridefinito.
Non è un caso che, ogni volta che si verificano episodi di violenza legati a tensioni sociali o problemi di ordine pubblico, come nella nostra cronaca recente, emergano esponenti politici pronti a giustificare i protagonisti di -giustizia fai da te-anche quando le indagini dimostrano che le loro storie hanno precedenti prepotenti. Questi fenomeni vedono protagonisti personaggi usualmente dediti alla speculazione politica, ma assumono un significato diverso quando simili posizioni arrivano da rappresentanti dal primo partito del paese come Fratelli d’Italia che in UE aderisce ai Conservatori e Riformisti Europei che comprende le destre anche più radicali contrarie al federalismo europeo.
In generale le destre radicali non si possono spiegare solo con l’aggressivita’ che le caratterizza. Il nodo cruciale è il ruolo che forza, conflitto e coercizione assumono nel rapporto tra Stato, cittadini e comunità politica.
Come evidenzia il politologo Cas Mudde in The Far Right Today, le destre radicali contemporanee non puntano necessariamente alla cancellazione della democrazia rappresentativa, ma alla sua trasformazione in senso illiberale: una democrazia dove il predominio maggioritario tende a prevalere sui contrappesi istituzionali, sul pluralismo e sulla tutela delle minoranze.
Sicurezza, istituzioni e trasformazione della democrazia
Le destre estremiste europee hanno costruito buona parte del loro consenso sulla rappresentazione permanente dell’emergenza: immigrazione, criminalità, identità nazionale, sicurezza. Una logica che non scompare una volta conquistato il governo, ma cambia forma, traducendosi nell’espansione dell’autorità dell’esecutivo, nell’inasprimento delle politiche migratorie e nella ridefinizione dei confini della cittadinanza.
Nazionalismo, populismo e autoritarismo costituiscono il brodo di cultura di queste aree politiche insieme a nuove forme di alleanze rosso nere putiniane e alla strumentalizzazione del riferimento religioso svuotato del senso evangelico.
In questa prospettiva, anche il dibattito sulle riforme istituzionali e sulla legge elettorale assume un rilievo particolare. La ricerca della stabilità politica si traduce in una eliminazione della possibilità per gli elettori di scegliere direttamente i propri rappresentanti, rafforzando il controllo delle segreterie di partito sulle candidature e sulla composizione delle assemblee elettive. Un processo che trova consensi trasversali anche in ampi settori dell’opposizione.
Dalla contrapposizione identitaria alla coercizione normativa
Quando le destre radicali sono all’opposizione, la loro azione politica tende spesso a costruire una narrazione permanente dell’emergenza: l’immigrazione viene rappresentata come una minaccia alla sicurezza nazionale, mentre vengono individuati nemici interni ed esterni da contrapporre alla comunità nazionale.
Quando invece arrivano al governo, questa impostazione si traduce nell’ampliamento dei poteri dell’esecutivo, nel rafforzamento delle politiche di ordine pubblico, nell’inasprimento delle norme sull’immigrazione e nella ridefinizione dei criteri di appartenenza alla comunità politica.
La violenza, in questo quadro, può manifestarsi anche attraverso norme, procedure amministrative e linguaggi politici che introducono differenze nell’accesso ai diritti e rendono socialmente accettabili forme crescenti di esclusione.
La coercizione passa così attraverso il diritto e le istituzioni, modificando progressivamente la percezione di ciò che viene considerato legittimo nel rapporto tra Stato e cittadini.
La proposta politica dell’Alternative für Deutschland in Germania rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa dinamica. La contrapposizione tra “noi” e “loro” non è soltanto uno strumento retorico, ma contribuisce a ridefinire i confini della comunità politica, stabilendo chi viene percepito come pienamente appartenente alla comunita’ e chi invece come elemento estraneo o problematico.
Anche i decreti sicurezza adottati in Italia negli ultimi anni, con l’aumento delle sanzioni e la restrizione di alcune forme di tutela, si collocano all’interno di un repertorio politico diffuso nelle destre radicali europee, pur con caratteristiche diverse nei vari paesi.
Il bivio di Giorgia Meloni e la responsabilità della politica
Fratelli d’Italia si trova oggi davanti ad un scelta politica decisiva. L’imbarazzante presenza di Matteo Salvini e l’emergere di una destra più radicale e filoputiniana rappresentata dal generale Roberto Vannacci aprono una competizione nello stesso spazio che pone Giorgia Meloni davanti a un bivio: inseguirli sullo stesso terreno e posizioni oppure recidere definitivamente i legami con i radicalismi e i lontani richiami alle radici fasciste consolidando la propria collocazione nell’alveo costituzionale e giuridico italiano ed europeo.
La questione riguarda anche il centrodestra moderato, a partire da Forza Italia, chiamato a chiarire quale equilibrio intenda mantenere tra queste realta’ estremiste e conservatrici e difesa dei principi liberali della democrazia.
Ma piu’ in generale riguarda l’intero sistema politico. Le forze alternative alla maggioranza non possono limitarsi alla denuncia dei rischi democratici, devono offrire risposte concrete ai problemi quotidiani dei cittadini, dalla sicurezza al lavoro, dalla crescita economica ai servizi pubblici. Evocare continuamente il pericolo non è sufficiente. La qualità della democrazia dipenderà soprattutto dalla capacità della politica di affrontare le paure e le difficoltà reali delle persone senza trasformarle in strumenti di divisione, sopraffazione e di esclusione.
Roggero, la grazia e la giustizia senza tifoserie
Il caso di Mario Roggero impone di tenere insieme due verità che il dibattito pubblico tende ostinatamente a separare.
La prima è che Roggero è stato vittima di una rapina violenta, consumata nel suo negozio e davanti ai suoi familiari. Ha conosciuto la paura, l’umiliazione e il senso di vulnerabilità di chi vede improvvisamente violato il luogo nel quale lavora e vive.
La seconda è che, secondo l’accertamento giudiziario divenuto definitivo, quando inseguì i rapinatori all’esterno del negozio e fece fuoco, l’aggressione non era più attuale. La sua condotta non è stata, dunque, qualificata come difesa, ma come reazione offensiva penalmente rilevante.
Le due verità non si annullano.
Riconoscere la violenza subita da Roggero non significa legittimare tutto ciò che è avvenuto dopo. Allo stesso modo, riconoscere la responsabilità per le uccisioni non impone di cancellare il trauma precedente, né di rappresentare il condannato come un uomo privo di storia, paura e sofferenza.
È precisamente questa distinzione che la politica e le tifoserie mediatiche stanno smarrendo.
La vittima non acquista il potere di punire
La legittima difesa non è un premio riconosciuto alle persone perbene contro i delinquenti. È una causa di giustificazione fondata sulla necessità di respingere un’offesa ingiusta e attuale.
Il punto decisivo non è, dunque, la qualità morale di chi aggredisce o di chi reagisce. Non dipende dal fatto che da una parte vi sia un commerciante e dall’altra un rapinatore. Dipende dall’esistenza concreta del pericolo nel momento in cui viene esercitata la forza.
Quando l’offesa cessa, cessa anche la funzione difensiva della reazione. L’inseguimento non prolunga artificialmente l’attualità del pericolo e la comprensibile rabbia della vittima non trasferisce su di essa il potere di applicare una vendetta privata.
È questo il limite che separa la difesa dalla rappresaglia.
Si può ritenere che la paura, lo sconvolgimento e l’alterazione emotiva incidano sulla capacità di controllo e sulla concreta rimproverabilità dell’autore. È una questione seria, che il diritto penale deve valutare senza affidarsi all’immagine astratta di un individuo sempre perfettamente razionale. Ma la comprensione dello stato emotivo non può trasformare retroattivamente in pericolo attuale ciò che, secondo i giudici, era già cessato.
Spiegare una condotta non equivale a giustificarla.
Il risarcimento non premia il rapinatore
Anche la polemica sui risarcimenti riconosciuti ai familiari degli uomini uccisi rivela una pericolosa confusione.
Il risarcimento non è un premio per la rapina. Non assolve i rapinatori, non ne riabilita la condotta e non impone alcuna equivalenza morale tra l’aggressione iniziale e la successiva reazione.
Esso rappresenta la conseguenza civile di un fatto che i giudici hanno ritenuto illecito.
Chi commette un reato non perde per questo la titolarità del diritto alla vita e all’integrità personale. Il nostro ordinamento non conosce individui collocati fuori dalla protezione della legge, nei confronti dei quali ogni forma di violenza divenga lecita.
Il rapinatore risponde della rapina. Chi lo uccide fuori da una situazione di necessità difensiva risponde dell’uccisione.
Questa non è indulgenza verso il crimine. È la struttura elementare di uno Stato costituzionale che sottrae ai privati il potere di vendicare le offese.
La compensazione dei danni eventualmente patiti da Roggero per la rapina appartiene a un diverso rapporto giuridico e può essere fatta valere nei confronti dei responsabili secondo le regole ordinarie. Non esiste, invece, una sorta di compensazione morale automatica tra la sofferenza subita e la vita successivamente tolta.
Il diritto non opera attraverso una contabilità privata del dolore.
Una pena definitiva può essere discussa
Il rispetto della sentenza non obbliga tuttavia a considerare la pena inflitta come esente da ogni valutazione critica.
Quattordici anni e nove mesi di reclusione costituiscono una sanzione estremamente gravosa per un uomo ultrasettantenne. È legittimo interrogarsi sulla sua concreta proporzione, sull’incidenza dell’età, sulla storia personale del condannato, sul trauma subito e sulla funzione che una detenzione così lunga possa ancora svolgere.
Il garantismo non comincia e non finisce con una sentenza di assoluzione.
Esso riguarda anche la dosimetria della pena, la sua necessità, la sua umanità e il divieto di trasformare il condannato nel contenitore simbolico delle paure collettive.
La condanna di Roggero non deve diventare una pena esemplare contro chi reagisce alle rapine, così come la sua vicenda non può essere utilizzata per proclamare un inesistente diritto del cittadino armato a inseguire e punire il colpevole.
Tra l’impunità e la risposta giudiziaria esiste lo spazio costituzionale della pena proporzionata.
È in questo spazio, e non nella contrapposizione tra innocentisti e colpevolisti, che dovrebbe collocarsi una discussione seria.
La grazia non corregge la sentenza
La grazia è uno degli strumenti attraverso i quali l’ordinamento può temperare, in presenza di circostanze eccezionali, la rigidità della pena definitivamente inflitta.
Non è un’assoluzione tardiva. Non cancella il reato, non smentisce i giudici e non attribuisce al Presidente della Repubblica il compito di celebrare un nuovo processo.
La sua funzione è umanitaria ed equitativa.
Proprio per questo la Costituzione la sottrae alla disponibilità della maggioranza politica. Il ministro della Giustizia svolge l’istruttoria, ma il potere di concederla appartiene al Capo dello Stato.
L’intervento della presidente del Consiglio, le pressioni pubbliche sul ministro, le visite in carcere e persino la prospettazione di una candidatura politica alterano il significato dell’istituto. La grazia rischia così di essere presentata non come un atto eccezionale di clemenza, ma come la correzione politica di una sentenza considerata sgradita.
È un passaggio istituzionalmente delicato.
Il Governo può proporre modifiche legislative. Può sostenere una diversa politica criminale. Può persino criticare, nei limiti dovuti, l’orientamento della giurisprudenza.
Non può però trasformare un singolo condannato nel simbolo di una campagna contro i giudici e utilizzare la grazia come un quarto grado di giudizio affidato al consenso popolare.
La clemenza perde la propria natura quando diventa un referendum sulla colpevolezza.
Nessun eroe, nessun nemico
Mario Roggero ha diritto a essere considerato nella sua intera vicenda umana: la rapina, la paura, la reazione, le vite tolte, la condanna, l’età e la prospettiva di una detenzione di lunga durata.
Non è necessario trasformarlo in un eroe per sostenere che la sua pena possa essere valutata con umanità. E non è necessario negare la gravità della rapina per affermare che anche gli autori di un delitto rimangono persone protette dalla legge.
La giustizia laica non costruisce santi e non fabbrica nemici assoluti.
Riconosce il dolore senza conferirgli un potere sovrano. Accerta la responsabilità senza disumanizzare il colpevole. Applica la pena senza convertirla in vendetta. E considera la clemenza senza piegarla alle convenienze della politica.
Il caso Roggero non ci chiede di scegliere tra il gioielliere e i rapinatori.
Ci chiede di stabilire se vogliamo ancora un diritto capace di opporre un limite alla violenza, qualunque sia l’identità di chi la esercita.
È questa la funzione più difficile del diritto penale democratico: non assecondare la paura, ma governarla; non negare l’emozione, ma impedirle di diventare una licenza di uccidere; non celebrare il potere punitivo, ma ricondurlo sempre alla misura, alla responsabilità e alla dignità della persona.
Le liste bloccate e il silenzio delle periferie
Un Parlamento nominato prima ancora del voto
È inutile proseguire la stanca e ripetitiva riflessione sulle cosiddette liste bloccate e, di conseguenza, sull’assenza dei collegi uninominali o delle preferenze. Ormai conosciamo quasi a memoria le dinamiche concrete di queste liturgie di facciata.
Tutti i partiti, ma proprio tutti, non vogliono assolutamente il ritorno delle preferenze dopo oltre 34 anni dalla loro assenza. Alcuni partiti, credo pochissimi, sarebbero al limite disponibili al ritorno dei collegi uninominali. Penso, nello specifico, al sistema elettorale varato nel 1993 e che viene comunemente chiamato come “mattarellum”.
Ma, al di là di queste dinamiche e di questi dibattiti, ormai noti a tutti – almeno a quelli che seguono le vicende politiche del nostro Paese – c’è un aspetto che merita ancora di essere ricordato e citato quando si parla di liste bloccate, e quindi di una scelta che trasforma il Parlamento in un grande CDA dove si viene designati dall’alto e non votati dal basso.
Al punto che, come ovvio e persino scontato, la campagna elettorale degli eletti certi e sicuri finisce il giorno in cui si presentano le liste e non il giorno in cui si fa lo spoglio elettorale. Insomma, la composizione concreta del Parlamento, almeno sui grandi numeri, la si conosce quando i rappresentanti dei partiti presentano le liste.
Il costo democratico delle candidature decise dalle segreterie
Ma c’è un aspetto che non possiamo non ricordare e che viene puntualmente e quasi scientificamente snobbato dai grandi organi di informazione quando parliamo di un sistema elettorale disciplinato dalle liste bloccate.
Certo, i cittadini non possono scegliersi i propri rappresentanti, e questo lo sappiamo molto bene. Certo, come altrettanto ovvio, le segreterie dei partiti hanno pieni poteri nel costruire la rappresentanza parlamentare a propria immagine e somiglianza.
E poi, e ancora, si dà quasi per scontato che l’impossibilità di poter scegliere i deputati e i senatori genera inesorabilmente l’astensionismo e un distacco crescente ed ulteriore tra i cittadini e le istituzioni.
Quando a perdere sono i territori
Ma l’aspetto di cui pochi parlano è che, con sistemi elettorali di questo genere, a pagarne le conseguenze sono anche e soprattutto i territori della grande e variegata periferia italiana.
Quella periferia fatta di piccoli paesi, di piccole comunità, di piccoli villaggi che non hanno un rapporto diretto con la politica ma che possono contribuire, con il loro voto, a scegliersi i propri rappresentanti.
Quella periferia che era il bacino politico ed elettorale quasi decisivo per un partito come la Democrazia Cristiana – o di altri partiti popolari e di massa – ma che con la nomina romanocentrica dei futuri eletti viene sostanzialmente espropriata ed estromessa da qualunque potere. Anche solo il potere di scelta.
La periferia dimenticata dalle riforme elettorali
La periferia, dunque. Questa era, e resta, la grande assente nella competizione politica ed elettorale del nostro Paese.
Perchè quando, come tutti sappiamo molto bene, prevale la fedeltà al capo come unico ed esclusivo criterio per la scelta dei futuri nominati nelle aule parlamentari, è del tutto ovvio che proprio coloro che nel passato rappresentavano politicamente quei territori, anche e soprattutto per il consenso ricevuto, oggi si sentono del tutto liberi a non rappresentare alcunchè se non i desideri e le bizze del loro unico azionista, cioè il capo partito.
Per questo motivo, dietro ad ogni riforma – o non riforma – elettorale si nascondono sempre molte trappole e molte incognite. E, tra le molte, il cosiddetto “stabilicum” punisce in modo diretto anche chi vorrebbe una rappresentanza politica, e quindi parlamentare, dei territori della grande, ricca e sterminata periferia italiana.
Calcio, la Spagna è campione del mondo: battuta l’Argentina 1 a 0
Roma, 20 lug. (askanews) – La Spagna torna sul tetto del mondo sedici anni dopo il trionfo in Sudafrica. Al MetLife Stadium di New York la nazionale di Luis de la Fuente supera 1-0 l’Argentina ai tempi supplementari e conquista il secondo Mondiale della sua storia, interrompendo il regno dell’Albiceleste campione in carica. A decidere una finale intensa, tatticamente bloccata e ricca di tensione è Ferran Torres, autore del gol al 106′ dopo essere entrato dalla panchina.
La partita vive soprattutto sul controllo della Roja, che tiene il possesso del pallone fin dai primi minuti e costringe l’Argentina ad abbassarsi. La prima occasione arriva già al 5′, quando Lamine Yamal conclude da posizione favorevole trovando la decisiva deviazione di Lisandro Martinez. Gli spagnoli mantengono il predominio territoriale ma faticano a trovare spazi contro una formazione argentina molto compatta. Dall’altra parte Messi resta spesso isolato e la squadra di Scaloni non riesce quasi mai a sviluppare azioni pericolose.
Nel finale del primo tempo è ancora la Spagna a rendersi insidiosa con Oyarzabal e Cucurella, mentre l’Argentina perde per infortunio Lisandro Martinez, sostituito da Otamendi.
Dopo l’intervallo la pressione della Roja aumenta. Baena impegna subito Emiliano Martinez, poi De la Fuente inserisce Pedri e Ferran Torres per aumentare qualità e peso offensivo. Martinez è chiamato più volte agli straordinari: respinge una conclusione di Dani Olmo non trattenuta perfettamente, blocca un colpo di testa di Ferran Torres e interviene ancora su Cubarsí e Laporte. L’Argentina continua invece a produrre pochissimo in fase offensiva, senza riuscire a effettuare tiri nello specchio della porta.
Nel recupero dei tempi regolamentari arriva l’episodio che cambia l’inerzia della finale. Enzo Fernandez, già ammonito, interviene in ritardo su Cubarsí e riceve il secondo cartellino giallo, lasciando l’Albiceleste in inferiorità numerica al 93′. Prima del fischio finale Yamal sfiora anche il gol su punizione, ma Martinez devia in calcio d’angolo.
Nei supplementari la Spagna aumenta ulteriormente la pressione. Al 96′ Nico Williams trova la rete, annullata però per un fallo di Merino su Otamendi nell’azione. Pochi minuti dopo Merino sfiora il vantaggio di testa.
Il gol decisivo arriva all’inizio del secondo tempo supplementare. Al 106′ Nico Williams prolunga di testa un pallone proveniente dalla sinistra e Ferran Torres, tutto solo al centro dell’area, controlla e scarica un potente sinistro sotto la traversa che non lascia scampo a Martinez. Lo stesso attaccante del Barcellona realizza anche il raddoppio al 113′, ma la rete viene annullata per fuorigioco.
L’Argentina, fino a quel momento quasi mai pericolosa, tenta l’assalto finale nonostante l’uomo in meno. L’occasione migliore capita a Simeone al 122′, che sugli sviluppi di un calcio d’angolo conclude alto da ottima posizione. È l’ultimo sussulto prima del triplice fischio.
Per la Spagna è il secondo titolo mondiale dopo quello conquistato nel 2010. La Roja completa così un nuovo ciclo vincente, trascinata da una generazione guidata dal talento di Lamine Yamal e premiata per una finale giocata sempre all’attacco. Si interrompe invece la corsa dell’Argentina, che dopo il trionfo del 2022 vede sfumare il sogno del quarto Mondiale della propria storia al termine di una gara nella quale non è mai riuscita a imporre il proprio gioco.
Mondiali, show per l’halftime: in campo da Madonna a Justin Bieber
Roma, 19 lug. (askanews) – Per la prima volta nella storia della Coppa del Mondo la finale ha avuto il suo halftime show, un grande spettacolo musicale ispirato alla tradizione del Super Bowl americano. Al MetLife Stadium di New York il calcio ha lasciato spazio alla musica, con un palco montato e smontato in pochi minuti sul terreno di gioco.
Ad aprire lo show è stata Madonna, la regina del pop, che ha fatto il suo ingresso sul campo in modo spettacolare: accompagnata da due icone del calcio mondiale, Ronaldo e Ronaldinho, alla guida di un dune buggy. La cantante americana ha scelto uno dei suoi brani più celebri, “Music”, per dare il via alla performance.
Poi è stata la volta dei BTS, il gruppo sudcoreano simbolo della musica globale, che ha portato sul palco la loro hit “Dynamite”, diventata durante la pandemia un messaggio di energia, speranza e positività.
Spazio anche a Justin Bieber, protagonista di un simpatico siparietto con Jason Sudeikis, l’attore che interpreta il celebre allenatore della serie tv Ted Lasso. Bieber è stato “mandato in campo” come un calciatore prima di esibirsi con la chitarra sulle note di “Everything Hallelujah”.
A chiudere lo show una scatenata Shakira, che ha cantato “Dai Dai”, la canzone diventata uno dei simboli musicali del Mondiale. L’artista colombiana ha trasformato il MetLife in una festa globale, coinvolgendo il pubblico sugli spalti.
Lo spettacolo, atteso e anche discusso, è stato reso possibile da una deroga della Fifa al regolamento che normalmente fissa a 15 minuti la durata dell’intervallo. La performance musicale vera e propria è durata circa 11 minuti, con il tempo complessivo della pausa portato intorno ai 17 minuti per consentire l’allestimento e lo smontaggio del palco.
Un esperimento storico per la Coppa del Mondo: il calcio ha incontrato definitivamente la logica del grande intrattenimento americano, trasformando la finale mondiale in un evento capace di unire sport, musica e spettacolo planetario.
Formula1, Leclerc: "Ho creduto nella vittoria, è un passo avanti"
Roma, 19 lug. (askanews) – “Ho creduto nella vittoria fino alla fine. Abbiamo avuto fortuna con la Virtual Safety Car, ma il passo era relativamente forte. Abbiamo faticato con le gomme hard per cinque o sei giri, ma poi siamo andati bene. È un bel passo in avanti per noi, continuiamo così”. Queste le prime parole di Charles Leclerc dopo il GP del Belgio chiuso in seconda posizione dal monegasco della Ferrari dietro alla Mercedes di Kimi Antonelli. “Le lacune che ci aspettavamo le abbiamo ritrovate – ha poi detto Charles a Sky Sport – la partenza è stata divertente, il dispiegamento dell’energia è stato molto forte e ci ha permesso di passare George e Max, è stato bello. Poi abbiamo avuto un po’ di fortuna con la Virtual, non bisogna dimenticarlo”.
mercedes davanti Leclerc ha confermato che la Mercedes, in ogni caso, ha ancora qualcosa in più: “Facevamo fatica nei rettilinei, ma il passo non era male – ha detto – devo controllare cosa non ha funzionato con la gomma hard, se ho preso qualcosa o sbagliato io perché poi il passo è tornato. Sono rimasto sorpreso che quando Kimi mi ha passato non è andato via, ma non ne avevamo abbastanza”. Ora occhi sull’Ungheria, dove sulla carta la SF-26 dovrebbe farsi trovare molto pronta: “In Ungheria favoriti? Abbiamo la consapevolezza che la macchina si adatterà di più a Budapest che a Spa ma anche a Monaco pensavamo di essere favoriti – ha detto Leclerc – la Mercedes ha assetti anche per i circuiti tecnici. Loro hanno del passo in più al momento, ma se c’è la possibilità di vincere faremo di tutto per esserci”.
Formula1, Antonelli: "Bisogna cogliere ogni occasione"
Roma, 19 lug. (askanews) – Andrea Kimi Antonelli festeggia e ne ha ben donde dopo essersi aggiudicato il Gran Premio del Belgio, decimo appuntamento del Mondiale di Formula Uno 2026. Sul tracciato di Spa-Francorchamps il pilota bolognese ha disputato una gara di alto profilo, gestendo bene ogni momento e andando a prendersi il successo negli ultimi giri dopo una bella rimonta su Charles Leclerc. Un italiano non vinceva su questa pista da 73 anni. “Davvero è bellissimo tornare sul gradino più alto del podio – le sue parole – soprattutto dopo alcune tappe difficili. La gara è stata combattuta. Ho perso la prima posizione in regime di Virtual Safety Car poi sono stato in grado di recuperare terreno e centrare la vittoria. Senza dubbio è stata dura perché Leclerc era veloce e non ha mollato fino alla fine. Non penso che avessi perso slancio, mi sembra di averlo sempre avuto, solo che non riuscivo a portare a casa i risultati per vari motivi. Oggi evidentemente la fortuna mi ha dato una mano per il campionato. Come dico sempre devi cogliere ogni occasione che ti capita. Ora devo continuare così”.
Formula1, Antonelli trionfa a Spa. Leclerc secondo
Roma, 19 lug. (askanews) – Kimi Antonelli torna a vincere e lo fa a Spa Francorchamps nel GP del Belgio, decimo appuntamento del Mondiale di Formula 1 2026. L’italiano, sempre più leader del campionato, batte in uno splendido duello la Ferrari di Leclerc. Sul podio anche Verstappen, poi Hamilton (che ha scontato una penalità di 5″) e Piastri. Il Mondiale torna dal 24 al 26 luglio in Ungheria.
La partenza è caotica: Verstappen scatta al comando strappando la prima posizione ad Antonelli, ma l’italiano risponde subito riprendendosi la testa della corsa. Nelle retrovie si verifica il contatto tra George Russell e Lewis Hamilton, che costringe la direzione gara a esporre la safety car. Russell è costretto al ritiro, mentre Hamilton riesce a proseguire.
Dopo la ripartenza, Verstappen supera Antonelli e sale al secondo posto, ma l’olandese fatica a tenere il passo del leader. Segue un lungo duello tra le due Ferrari per la terza posizione, con Leclerc che approfitta di un contatto con Oscar Piastri, poi passato sotto investigazione senza conseguenze. Hamilton viene invece penalizzato di cinque secondi per un contatto ritenuto responsabile con Russell.
Una virtual safety car, dovuta a detriti in pista, favorisce la strategia di Leclerc, che con l’undercut si ritrova virtualmente al comando prima delle rispettive soste di Antonelli e Verstappen. Il monegasco riprende la testa della corsa, ma l’italiano della Mercedes non demorde e nel finale rimonta fino a riportarsi in prima posizione.
Negli ultimi giri si accende un serrato confronto tra Antonelli e Leclerc, separati da meno di un secondo per diversi passaggi. L’italiano gestisce con lucidità il vantaggio e taglia il traguardo davanti al rivale della Ferrari, mentre Verstappen completa il podio davanti a Hamilton, quarto nonostante la penalità.
Per Antonelli si tratta della sesta vittoria stagionale, che eguaglia il record italiano di Alberto Ascari del 1952. Leclerc conquista il 54esimo podio in carriera, mentre per la Red Bull si tratta del 300esimo podio nella storia del team. Fuori dai punti anche Sergio Perez e Lance Stroll, entrambi costretti al ritiro nel corso della gara.
Tennis, Atp 250 Bastad: Darderi ko in finale, Rublev vince in 2 set
Roma, 19 lug. (askanews) – È Andrey Rublev il nuovo campione dell’Atp 250 di Bastad. Il russo ha battuto Luciano Darderi con il punteggio di 6-4, 6-3 in poco più di un’ora e un quarto di gioco. Una partita scivolata via velocemente per l’italoargentino che dal 3-3 ha mostrato segnali di nervosismo che hanno inciso sul suo rendimento. La partita è girata in pochi game, tra il break subito nel decimo gioco del primo set e quello in apertura del secondo set. Rublev, invece, è riuscito a trovare grande continuità al servizio, salendo di colpi dopo un avvio in chiaroscuro. Per il russo è il 18° titolo Atp in carriera, il primo del 2026. Con questo ko, invece, Darderi esce dalla top 20.
Ucciso e dato alla fiamme, ritrovato nelle campagne salernitane il corpo del cronista sportivo Luigi Esposito

Roma, 19 lug. (askanews) – I vigili del fuoco sono intervenuti nella notte per spegnere un incendio di sterpaglie in un’area interpoderale nel salernitano, ma, nelle campagne di Cioffi, alla periferia di Eboli, hanno ritrovato il corpo di un uomo, carbonizzato. E’ quanto si legge sul Quotidiano di Sicilia.
La svolta nelle indagini sarebbe arrivata con il ritrovamento dell’autovettura della vittima, elemento che ha consentito agli investigatori di risalire all’identità dell’uomo, un cronista sportivo salernitano: Luigi Esposito, classe 1973, noto cronista sportivo conosciuto da tutti come “Luca”. Esposito, originario di Nocera, era redattore del quotidiano La Città, dove per anni si era occupato delle pagine sportive raccontando soprattutto le vicende della Salernitana e del calcio locale. Era inoltre direttore del portale Tutto Salernitana e collaboratore dell’emittente televisiva Otto Channel. Accanto alla professione giornalistica ricopriva anche un incarico dirigenziale presso l’Arpac di Avellino.
Secondo le prime informazioni investigative, sul corpo sarebbero stati individuati segni compatibili con una ferita d’arma da fuoco alla testa. L’ipotesi al vaglio è che Esposito possa essere stato prima ucciso e poi dato alle fiamme nel tentativo di cancellare eventuali tracce.
Iran, nuovi raid Usa nella notte. Teheran colpisce basi in Kuwait
Milano, 19 lug. (askanews) – Nuova escalation tra Stati Uniti e Iran. Nella notte le forze americane hanno condotto una nuova ondata di attacchi contro obiettivi militari iraniani. Secondo l’agenzia di stampa iraniana Irna, i raid hanno preso di mira diverse installazioni nel Paese, con esplosioni segnalate in varie aree interessate dalle operazioni militari.
Le autorità di Teheran hanno denunciato l’offensiva americana come una nuova violazione della sovranità nazionale, mentre è in corso la valutazione dei danni.
Alla nuova offensiva statunitense è seguita la risposta iraniana. Secondo Al Jazeera, Teheran ha lanciato missili e droni contro due installazioni militari statunitensi in Kuwait, nell’ambito delle operazioni di rappresaglia contro le forze Usa dispiegate nella regione. L’emittente riferisce che gli obiettivi erano basi utilizzate dall’esercito americano e che le difese aeree kuwaitiane sono entrate in azione per intercettare parte degli ordigni.
L’escalation arriva dopo giorni di intensi bombardamenti reciproci e alimenta i timori di un ulteriore allargamento del conflitto nel Golfo, con il coinvolgimento dei Paesi che ospitano installazioni militari statunitensi.
La Russia ha sferrato uno dei più massicci attacchi contro Kiev, Zelensky: oltre 40 missili e 120 droni
Roma, 19 lug. (askanews) – La Russia ha sferrato nella notte uno dei più massicci attacchi con missili balistici contro Kiev dall’inizio della guerra. A riferirlo è il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in un messaggio pubblicato su X.
Le forze russe, afferma Zelensky, hanno lanciato “oltre 40 missili di vario tipo, la maggior parte dei quali diretti contro la capitale”, insieme a 120 droni d’attacco. Secondo il bilancio fornito dal presidente ucraino, una persona è morta a Kiev e nella regione circostante, mentre altre 16 sono rimaste ferite. “Le mie condoglianze a tutte le loro famiglie e ai loro cari”, scrive Zelensky, aggiungendo che tutti i feriti stanno ricevendo assistenza medica e che le operazioni di soccorso sono ancora in corso in tre diversi punti della capitale, con l’impiego di quasi 600 soccorritori. Interventi di emergenza sono in corso anche nella regione di Odessa.
Zelensky denuncia inoltre l’intensificarsi della campagna militare russa sull’intero territorio ucraino. Nell’ultima settimana, afferma, Mosca ha impiegato “circa 1.450 droni d’attacco, oltre 1.640 bombe aeree guidate e 99 missili di vario tipo”. Oltre a Kiev, nelle ultime ore si registrano feriti nelle regioni di Odessa e Zaporizhzhia e danni nelle regioni di Sumy e Chernihiv. Attacchi sono stati segnalati anche nelle regioni di Vinnytsia, Dnipro, Donetsk, Zhytomyr, Kirovohrad, Mykolaiv, Poltava, Kharkiv, Kherson e Cherkasy.
Il presidente ucraino torna quindi a chiedere un rafforzamento della difesa aerea del Paese: “La protezione dai missili balistici è oggi la nostra priorità assoluta”, scrive, sottolineando che gli intercettori “servono ogni giorno” e ringraziando i partner internazionali che stanno rispettando gli impegni assunti nella consegna di sistemi antimissile. Zelensky sollecita infine a mantenere alta la pressione su Mosca, sostenendo che “ogni ritardo nell’adozione di nuove decisioni offre alla Russia l’opportunità di pianificare nuovi attacchi contro il nostro popolo e di trovare il modo di aggirare nuove sanzioni”.
Mondiale, Tuchel: abbiamo fatto qualcosa di speciale, per l’Inghilterra è il primo podio da 60 anni
Roma, 19 lug. (askanews) – Thomas Tuchel invita l’Inghilterra a essere orgogliosa del terzo posto conquistato al Mondiale dopo il successo per 6-4 sulla Francia, pur ammettendo che la delusione per la semifinale persa contro l’Argentina non si cancellerà facilmente.
“Questa partita ci aiuterà, anche se un bronzo non si festeggia mai davvero – ha detto il ct inglese -. È il primo podio mondiale dopo 60 anni e il primo conquistato in un Mondiale disputato fuori casa. Spero che i ragazzi possano rendersene conto e andarne fieri. Il nostro sogno era arrivare in finale, eravamo molto ambiziosi, e per questo la delusione resterà ancora a lungo”.
L’Inghilterra ha dominato il primo tempo portandosi sul 4-0 grazie alla doppietta di Bukayo Saka e ai gol di Declan Rice ed Ezri Konsa, prima di subire il ritorno della Francia. Saka ha poi completato la tripletta, mentre Jude Bellingham, entrato dalla panchina, ha firmato il definitivo 6-4 con il suo settimo gol nel torneo.
Tuchel ha rivelato che il discorso pronunciato da Jordan Henderson prima della partita è stato determinante. “Ci ha dato il giusto stato d’animo. Oggi è stata una giornata molto emozionante. In queste sette settimane abbiamo costruito qualcosa di davvero speciale e non vogliamo perderlo. Allo stesso tempo dobbiamo continuare a migliorare: giocare un calcio migliore, gestire con più lucidità i momenti di pressione, prendere decisioni migliori e difendere con maggiore efficienza”.
Anche l’assistente Anthony Barry ha sottolineato il valore della prestazione: “Stavamo giocando con il cuore spezzato dopo la semifinale, ma sono immensamente orgoglioso dei ragazzi. Affrontavamo una nazionale di livello mondiale”.
Protagonista assoluto Bukayo Saka, autore di una tripletta dopo essere rimasto in panchina contro l’Argentina. “Avrei voluto giocare di più in semifinale, ma ormai è inutile parlarne – ha spiegato l’attaccante dell’Arsenal -. Preferisco rispondere sul campo. Contro l’Argentina abbiamo fallito e fa ancora male, come ai nostri tifosi. Oggi però volevamo chiudere nel migliore dei modi e regalare al Paese il miglior piazzamento mondiale degli ultimi sessant’anni”.
Mondiali, Deschamps saluta la Francia, "È finita, resto tifoso"
Roma, 19 lug. (askanews) – Didier Deschamps chiude la sua lunga avventura sulla panchina della Francia con parole cariche di emozione dopo la sconfitta per 6-4 contro l’Inghilterra nella finale per il terzo posto del Mondiale. Il ct ammette gli errori, elogia la reazione della squadra e passa idealmente il testimone al suo successore.
“È stata una giornata molto particolare – spiega -. Sarebbe stato meglio arrivare terzi, ma dopo un primo tempo disastroso non è stato possibile. Mi sono arrabbiato, ma nel secondo tempo abbiamo mostrato il vero volto della Francia, con orgoglio, determinazione e un calcio che ha rispecchiato quanto fatto durante tutto il Mondiale. Abbiamo affrontato una squadra più forte di noi”.
Deschamps rivela anche il peso emotivo dell’addio. “Per la prima volta mi sono detto che sarebbe stata l’ultima volta che vivevo un momento del genere. Ho ricevuto messaggi che mi hanno fatto piangere. Ho iniziato nel 2012 mettendo la nazionale francese al di sopra di tutto e finisco nello stesso modo. Sono orgoglioso di aver servito questa squadra così a lungo e di lasciarla ai vertici, anche se non sul gradino più alto del podio. Ho dato tutto, mi è piaciuto parlare con questi giocatori durante il torneo. E adesso è finita”.
Il tecnico si assume la responsabilità del ko. “L’errore è stato mio. Avrei dovuto fare scelte diverse fin dall’inizio e forse la partita sarebbe andata meglio. Non sono qui per regolare i conti o puntare il dito contro qualcuno. Alcuni avrebbero potuto fare meglio, ma ne parlerò direttamente con loro”.
Sul massiccio turnover adottato dopo la semifinale con la Spagna, Deschamps spiega: “Pensavo fosse la scelta giusta. Ho dato spazio a chi aveva giocato poco, ma non immaginavo che avrebbero faticato così tanto. La reazione della squadra nella ripresa dimostra però il carattere di questo gruppo”.
Parole di grande stima infine per Kylian Mbappé. “È un giocatore straordinario e un capitano eccezionale. L’immagine pubblica che ha non rispecchia la realtà. Dentro e fuori dal campo è stato esemplare durante tutto il Mondiale e non ho alcun rimpianto per avergli affidato la fascia”.
Infine un pensiero per il futuro della nazionale e per il probabile successore, Zinedine Zidane. “Non nutro alcun rancore. Voglio che la Francia continui a vincere. Il potenziale è enorme e questa esperienza farà crescere tanti giocatori. Da oggi diventerò un tifoso silenzioso”.
Mondiali, Inghilterra-Francia 6-4: cronistoria di una finalina show. E Mbappé supera Messi
Roma, 19 lug. (askanews) – L’Inghilterra chiude il Mondiale 2026 al terzo posto battendo la Francia 6-4 in una finale per il bronzo che, pur priva del fascino della sfida per il titolo, regala uno spettacolo ricco di gol, emozioni e continui ribaltamenti di fronte. A Miami la nazionale di Thomas Tuchel domina il primo tempo, resiste alla clamorosa rimonta dei Bleus nella ripresa e mette il sigillo sulla vittoria con il gol di Jude Bellingham nel recupero.
L’avvio è tutto inglese. Bastano tre minuti ai Tre Leoni per sbloccare il risultato con Declan Rice, che approfitta di un errore in uscita della Francia e batte Maignan con un preciso destro. I Bleus faticano a reagire e al 18′ arriva il raddoppio di Ezri Konsa, che svetta su calcio d’angolo. La squadra di Deschamps, all’ultima partita del commissario tecnico dopo quattordici anni alla guida della nazionale, appare disunita e incapace di contenere le ripartenze inglesi.
Prima dell’intervallo sale in cattedra Bukayo Saka. L’attaccante dell’Arsenal firma il 3-0 dopo una serie di rimpalli favorevoli in area e, allo scadere del primo tempo, completa la doppietta personale finalizzando un perfetto inserimento centrale per il 4-0. Un passivo pesantissimo che fotografa il dominio inglese nei primi 45 minuti.
Nell’intervallo Deschamps rivoluziona la squadra inserendo Dembélé, Barcola, Upamecano e Digne. La Francia cambia volto e riapre immediatamente la partita. Al 48′ Kylian Mbappé accorcia le distanze su assist di Olise, poi al 54′ è Barcola a firmare il 4-2 con una bella azione personale. Al 67′ arriva anche il secondo gol di Mbappé, che sfrutta una disattenzione della difesa inglese e realizza il 4-3.
Con la doppietta il capitano francese sale a quota dieci reti nell’edizione 2026 e raggiunge i 22 gol complessivi ai Mondiali, superando Lionel Messi nella classifica dei migliori marcatori della storia della competizione.
L’Inghilterra, però, ritrova lucidità nel finale. All’87’ Saka trasforma con freddezza il rigore del 5-3, completando una splendida tripletta personale. La Francia non si arrende e Dembélé riporta ancora i Bleus a una sola rete di distanza, ma nei minuti di recupero Jude Bellingham chiude definitivamente i conti con una splendida azione individuale che vale il definitivo 6-4.
Per la formazione di Tuchel il terzo posto rappresenta una parziale consolazione dopo la delusione della semifinale, mentre la Francia saluta il torneo con una sconfitta spettacolare ma amara, che coincide anche con l’ultima panchina di Didier Deschamps alla guida dei Bleus. Il premio di migliore in campo va a Bukayo Saka, protagonista assoluto con tre reti in una delle partite più ricche di gol nella storia delle finali per il terzo posto dei Mondiali.
Mattarella: Borsellino e Falcone simboli della riscossa civile
Roma, 19 lug. (askanews) – “Borsellino e Falcone sono simboli della riscossa civile del Paese”. Lo afferma il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel giorno del 34esimo anniversario della strage di via D’Amelio.
“Con la loro professionalità e il loro coraggio hanno istruito processi che prima non si riuscivano a celebrare – prosegue il Capo dello Stato -. Con il loro impegno nelle istituzioni hanno dato allo Stato nuovi e più avanzati strumenti nella lotta alle mafie. Con la loro passione hanno seminato la cultura di legalità, insegnando ai giovani che la logica mafiosa va contrastata fin dai comportamenti quotidiani e dalla scuola. Il loro impegno è parte della coscienza democratica della Repubblica”.
“La strage di via D’Amelio, due mesi dopo quella di Capaci, ha segnato in profondità la coscienza del Paese. Rappresentò il culmine di un disegno eversivo che mirava a piegare le istituzioni democratiche e la stessa libertà degli italiani. Paolo Borsellino pagò con la vita il proprio impegno di magistrato, e con lui vennero uccisi cinque servitori dello Stato, i cui nomi sono iscritti per sempre nella memoria della Repubblica: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina”, ha ricordato Mattarella, sottolineando: “A trentaquattro anni dall’eccidio restano intatti i nostri sentimenti di solidarietà e di vicinanza con i familiari di tutti coloro – uomini e donne delle forze di polizia, della magistratura, delle istituzioni – che hanno difeso la nostra comunità dal cancro mafioso. Quel disegno eversivo, con il loro contributo, è stato sconfitto. La Repubblica ha dimostrato di essere più forte. Catturando e condannando carnefici e mandanti”.
Milano, sospeso concerto di Bad Bunny: spettatori feriti da grandine. I biglietti saranno rimborsati
Roma, 19 lug. (askanews) – La violenta ondata di maltempo, accompagnata da una altrettanto violenta grandinata, che si è abbattuta poco dopo le 21 di ieri sera la città di Milano, ha colpito anche il concerto per Il Debí tirar más fotos World Tour del musicista portoricano Bad Bunny che si stava esibendo all’ippodromo San Siro. I vigili del fuoco hanno provveduto ad evacuare le migliaia di persone accorse per il concerto.
Diversi spettatori sono rimasti feriti, colpiti in particolare alla testa a causa delle dimensioni dalla grandine e soccorsa dal personale del 118. il 18 luglio all’Ippodromo SNAI La Maura di Milano è stato interrotto e l’area è stata evacuata in sicurezza. Il concerto è stato sospeso. L’arena è rimasta presidiata dagli organizzatori e dalle forze dell’ordine.
Gli organizzatori hanno reso noto che “a seguito di un’attenta valutazione e dopo aver compiuto ogni sforzo per riprogrammare l’evento, siamo spiacenti di informare i possessori dei biglietti che il concerto è stato annullato e non verrà riprogrammato”. “La sicurezza di tutti i presenti è sempre la nostra massima priorità. Vi ringraziamo per la pazienza, la comprensione e la collaborazione dimostrate durante l’evacuazione e ci scusiamo sinceramente per il disagio causato”, prosegue il comunicato Live Nation, assicurando che “tutti i possessori di biglietti riceveranno un rimborso completo (prezzo del biglietto + diritti di prevendita). Ulteriori dettagli saranno comunicati nei prossimi giorni”.
L’estate come kairòs: lettera di mons. Savino, Vescovo di Cassano allo Ionio
Il tempo che si fa kairòs
Sulla soglia dell’estate 2026, il vescovo di Cassano allo Ionio, Francesco Savino, affida ai fedeli della sua diocesi una lettera pastorale che intreccia il linguaggio biblico a quello della filosofia classica. Partendo dal Salmo 46 – «Fermatevi! E riconoscete che io sono Dio» – Savino distingue il chronos, il tempo misurato degli impegni, dal kairòs, l’occasione propizia che l’estate consegna a ciascuno. Il riposo, scrive, non è concessione contrattuale ma atto di fede, radicato nel settimo giorno della creazione e nell’invito di Gesù ai discepoli stanchi: «Venite in disparte… e riposatevi un po’».
Bilancio e contemplazione
La lettera propone un esercizio di memoria ignaziana – tre domande semplici su crescita, amore e gratitudine – e richiama sant’Agostino, Josef Pieper e la Laudato Si’ di Francesco per una teologia del creato che fa del mare e della montagna calabresi «aule di teologia». Non manca il riferimento a Platone e al dialogo sotto il platano del Fedro, immagine affidata soprattutto ai giovani.
Chi fatica, chi resta
Nella parte più incisa del testo, Savino non dimentica chi l’estate non la vive come pausa: gli anziani soli, i lavoratori dei campi – con l’esplicito richiamo ai quattro braccianti di Amendolara – i malati, chi non può permettersi una vacanza. «Un’estate cristiana è un’estate che si accorge», scrive, indicando nella carità «la vera villeggiatura dell’anima». La lettera si chiude sotto lo sguardo dell’Assunta, cui il vescovo affida attese e progetti della comunità diocesana.
Il testo integrale della lettera è disponibile qui
La grazia non si chiede in piazza
Mattarella fuori dalla rissa
È la classica vicenda di cronaca che si altera in politica annegando in una ridda di pareri a favoreo contro Roggero, il gioielliere che eccedendo nella legittima difesa, vittima di una rapina, è andato in carcere per oltre 14 anni. Il condannato ha invocato, con tono di reclamo, la grazia del Capo dello Stato, in una forma non proprio aggraziata, una quasi pretesa che ha suscitato perplessità e che rischia di non giovare alla sua speranza di libertà.
Ciascuno stia nel suo campo
Roggero non brilla certo in capacità di comunicazione, ha ruggito malamente,soprattutto quando non guarda alla sua vicenda personale ma si affida all’arte della comparazione. È un po’ come quando a scuola da bimbi si era puniti ed alla maestra si diceva “perché a me si e a lui no?” indicando anche qualche altro autore di marachella. “la graziadella sua lingua si potrebbe agguagliare alla dolcissima eloquenzia dell’antico Cicerone” direbbe Boccaccio in un momento di confusione.
Ha chiamato in ballo uno scafista che durante la sua detenzione ha dimostrato ogni forma di ravvedimento e di impegno pur non essendo certa la responsabilità all’epoca dei fatti per cui gli fu contestata, la conduzione del peschereccio dove nella stiva morirono soffocati 49 persone.
Non era uno scafista ma un semplice passeggero,secondo una tesi che vede oggi l’ammissibilità della revisione del processo secondo la Corte di Appello di Messina. Per l’intanto Mattarella gli ha concesso una grazia parziale. Anche per la Minetti nulla da dire. Dopo indagini e verifiche e quant’altro ancora si è accertato che il polverone alzato contro di lei era ingiustificato e quindi c’erano tutti gli elementi per come si è correttamente proceduto.
Le vicende penali sono sempre uniche ed esclusive e non si possono mischiare le carte e tanto meno semplificare i giudizi con il metodo della equiparazione. La legge dice in sostanza che se la minaccia è cessata non c’à legittima difesa. Così rincorrere e freddare chi ti ha rapinato sconvolgendoti di paura non è cosa ammissibile.
Il rischio di un risarcimento a senso unico
Ciò che suona come una nota steccata è quando si prevede però un risarcimento a favore di quelli che ti hanno fatto passare momenti di terrore e verso i quali hai provocato danno con ferite o con la morte. Ciò almeno o tanto più se la tua reazione è simultanea all’atto della aggressione che stai subendo.
Se le cose stanno così, si dovrebbe anche quantificare in modo equilibrato, a favore del reo e vittima all’un tempo, anche lo stress della situazione, il ricordo di un fatto che sarà sempre un marchio da incubo che non potrai cancellare dalla tua memoria, il danno psicologico che ti porterai appresso per la vita intera. Sono vicende che ti segnano per sempre e che dovrebbero semmai prevedere non soltanto “una pari, patta e pace” ma comunque un risarcimento da chi ha subito una aggressione anche se in una eventuale colluttazione ha avuto la meglio. È comunque materia per giuristi ed oltre non si può andare se non a rischio di far parte del pattuglione di quelli che sono esperti di tutto.
Resta che Roggero ha subito una violenza ed è andato fuori di grazia dando colpi di grazia ai delinquenti che lo hanno aggredito mettendo sotto minaccia anche la sua famiglia. Ciò che è certo che per molti domani per grazia di Dio inizieranno le vacanze. Raffreddare gli animi, lontano da ogni strumentalizzazione politica, contribuirà alla necessaria serenità per mettere mano ad eventuali nuove normative in materia, consapevoli che sul campo resta comunque una tragedia.
Non-luoghi emotivi
Per Marc Augé il non-luogo è il tratto distintivo della surmodernità: aeroporti, centri commerciali, autostrade. Territori di transito, privi di storia, identità e relazione, dove si passa senza sostare, si consuma senza abitare. È l’esatto opposto del “luogo antropologico”, denso di memoria e di simboli condivisi.
Il corto circuito digitale
I social network appaiono, a prima vista, come non-luoghi perfetti: interfacce anonime, scorrimento infinito, nessuna radice geografica. Eppure è proprio in questi ambienti che oggi si concentra la produzione simbolica più intensa. Basti pensare a come, nelle ore successive a un attentato o a una catastrofe, milioni di persone sovrappongano alla propria foto profilo la bandiera del paese colpito; o a come un fandom costruisca in poche ore riti collettivi di lutto — dalle veglie social per Kobe Bryant a quelle per la regina Elisabetta — senza che nessuno dei partecipanti si trovi nello stesso luogo fisico. Il non-luogo, anziché svuotare di significato, finisce per iper-simbolizzare.
Legami di sentimento
Qui diventa utile il pensiero di Weber: accanto ai gruppi fondati sull’interesse razionale, esistono le Gefühlsgemeinschaften, aggregazioni tenute insieme non da un territorio comune ma da un’emozione condivisa. È una categoria diversa dalla più nota “comunità immaginata” di Benedict Anderson: quest’ultima descrive come una nazione tenga insieme milioni di sconosciuti attraverso una narrazione condivisa — lingua, storia scolastica, calendario civile — capace di attraversare le generazioni. Weber, invece, non presuppone alcuna narrazione comune: basta un affetto sincronizzato, anche momentaneo — entusiasmo, rabbia, senso di appartenenza a una causa — perché il gruppo si tenga insieme. Le community virtuali funzionano più secondo questo secondo modello.
Intensità senza infrastruttura
Emerge così una figura ambivalente: il non-luogo affettivo, un contesto privo di storia e di geografia, capace di generare un’intensità relazionale paragonabile a quella weberiana ma — a differenza della comunità immaginata di Anderson — privo degli strumenti che permettono a un legame di trasmettersi nel tempo: non c’è un calendario condiviso da insegnare, non c’è un archivio che sopravviva al singolo evento, non c’è nulla che assomigli a una scuola o a un rito annuale. È intensità senza infrastruttura.
Comunità senza discendenza
Se il legame sociale si forma sempre più altrove rispetto al territorio, la vera posta in gioco non riguarda più soltanto dove costruiamo relazioni comuni, ma se queste sappiano ancora tramandarsi. Le aggregazioni forti, per Anderson, sono tali proprio perché dispongono di dispositivi — la stampa, la scuola, il calendario civile — capaci di attraversare le generazioni. I non-luoghi affettivi, per ora, sembrano capaci solo di un’intensità istantanea: legami senza discendenza, in un’epoca che dilata lo spazio ma non riesce a far durare il tempo.
Asse Parigi-Berlino, il motore europeo perde slancio
Di solito si evoca l’asse franco-tedesco a proposito dell’Unione europea. A tal riguardo, negli ultimi anni vi sono congiunture nelle quali esso sembra dissolto e altre nelle quali pare riproporsi.
Ma Parigi e Berlino rappresentano anche due paradigmi decisivi delle democrazie del Vecchio continente e dell’Occidente. Ecco, su questo versante le crepe sono profonde e vistose.
L’Italia – i politologi e gli storici lo sanno – presenta un sistema politico piuttosto affine a quello dei cugini d’Oltralpe. Ebbene, oggi in cosa potrebbe farci “scuola” la République? Altre volte – si pensi a una figura autorevole come il compianto Antonio Maccanico – abbiamo assunto come possibile modello il Cancellierato tedesco. Ma davvero, oggi, ne scaturirebbe una democrazia governante?
Più in generale, se dalla convergenza dei due Stati prendono forma, spesso, alcune scelte strategiche dell’Unione, dinanzi alle provocazioni del presidente americano Donald Trump, quali quelle sulle “due Nato”, i loro somigliano a balbettii.
In definitiva, assistiamo al paradosso per il quale senza quell’asse gli equilibri politici europei salterebbero, ma, nello stesso tempo, con esso tali equilibri sono più che mai labili e precari.
Uno scatto di orgoglio per il riformismo democratico
Un protagonismo che viene da lontano
Usciamo dagli equivoci, dai tatticismi e dalle furbizie. La tradizione, la cultura, il pensiero e il progetto politico del Centro riformista e di governo non sono mai stati gregari, marginali, periferici, irrilevanti ed ininfluenti all’interno delle coalizioni o delle alleanze di cui facevano parte. Mi riferisco, nello specifico, a ciò che è concretamente capitato dopo il tramonto della prima repubblica, cioè dal 1994 in poi. Tanto nel centro sinistra quanto nel centro destra. È inutile parlare della lunga stagione della prima repubblica perchè in quella fase la Democrazia Cristiana, con i suoi tradizionali alleati, garantiva il governo del paese attraverso la declinazione, autorevole e qualificata, di una strategia politica centrista e riformista. Ma dal 1994 in poi non si è mai assistito ad un ruolo del Centro come punto ornamento. Ma, per fermarsi all’oggi, non possiamo non sottolineare alcuni aspetti decisivi quando parliamo dei due schieramenti maggioritari.
Il centrosinistra cambia natura
Se nel centro destra la personalità, il ruolo, il peso e l’autorevolezza di Giorgia Meloni sono talmente evidenti ed oggettivi da oscurare, di fatto, qualsiasi altro apporto politico – anche se esistono, come ovvio – è nel campo del cosiddetto centro sinistra che la situazione è radicalmente cambiata anche solo rispetto ad un passato recente. Oggi, com’è evidente a tutti quelli che non vivono di ipocrisia o di sola propaganda, la coalizione di centro sinistra non esiste più perchè è stata sostituita da un’alleanza di sinistra e progressista. Del tutto legittimamente, sia chiaro, e anche in perfetta sintonia e coerenza con lo “zoccolo duro” – come lo chiamano i capi dell’attuale sinistra italiana – della coalizione stessa. Del resto, non è un caso che ormai i principali commentatori ed opinionisti la definiscono come una riedizione, seppur aggiornata e rivista, della “gioiosa macchina da guerra” di occhettiana memoria. E la certificazione è arrivata dallo storico stratega dei movimenti interni che aleggiano da sempre attorno al Pd, cioè l’ex comunista Goffredo Bettini. In tempi non sospetti, infatti, il grande suggeritore parlò della necessità di dar vita ad una “tenda” dove le varie frattaglie centriste potevano nascondersi od unirsi all’alleanza di sinistra e progressista. E così sta puntualmente capitando, seppur con mille difficoltà. Fuorchè qualcuno, simpaticamenete, sostenga che il Centro da quelle parti è rappresentato dai “cattolici indipendenti di sinistra” all’interno del Pd che attendono, comprensibilmente, qualche candidatura nei listini bloccati gentilmente elargite dalla segretaria nazionale del Pd Elly Schelin – esperienza che ricorda i cattolici indipendenti eletti nelle liste del Pci negli anni ‘70 e 80 – o dalle varie sigle personali e del tutto autoreferenziali che girovagano attorno al “partito principe” della coalizione, cioè lo stesso Pd.
L’autonomia come condizione politica
Ed è proprio all’interno di questo quadro, peraltro oggettivo e quasi fotografico, che si impone adesso un soprassalto d’orgoglio se si vuole ancora avere un Centro riformista e di governo. Un Centro, cioè, che non si rassegna a giocare un ruolo politicamente irrilevante, programmaticamente ininfluente e culturalmente aleatorio. Al riguardo, e per fare un esempio concreto e anche divertente, ma voi lo immaginate un Franco Marini – per citare uno dei leader centristi e riformisti più autorevoli e significativi del centro sinistra nella cosiddetta seconda repubblica – che accetta l’umiliazione di sedersi dietro al palco durante una manifestazione nazionale della coalizione di cui fa parte o che si adegua ad essere poi convocato per dare anche lui un suo contributo al programma della coalizione di cui è espressione attraverso il suo partito? Al riguardo, non vorrei infierire ulteriormente….
Ecco perchè il progetto di Pina Picierno, di Carlo Calenda e di tutto coloro – gruppi, movimenti, partiti e associazioni – che intendono rafforzare, oggi, una prospettiva politica e culturale centrista, riformista e di governo va incoraggiata e va sostenuta. Semprechè, e del tutto legittimamente, non si condivida il “lodo Bettini” che sostiene che per il Centro una ”tenda” è più che sufficiente. Ma quella tesi, e lo dico sottovoce e anche con rispetto, non appartiene alla tradizione italiana del centro sinistra ma, semmai, alla esperienza dei “partiti contadini” di sovietica memoria.
Roggero,Meloni: pena spropozionata,ho dato io ok a Nordio per istruire grazia
Roma, 19 lug. (askanews) – “Non si possono dare 8 anni a dei pedofili o meno di 10 anni a casi di stupri di gruppo e poi condannare a morire in carcere questo gioielliere, c’è un problema di proporzionalità delle pene”. Anche per questo al ministro della Giustizia Carlo Nordio sull’istruttoria per graziare Mario Roggero “certo che gli ho detto io di andare avanti”. E “bisogna chiamare le cose con il loro nome: una cosa è il potere di concedere la grazia e nessuno ha mai messo in dubbio che questa prerogativa appartenga esclusivamente al Quirinale, ma ciò non vieta al Guadasigilli di istruire il procedimento”. Lo afferma la premier Giorgia Meloni in alcune dichiarazioni pubblicate dal Corriere della Sera.
Rispetto alla condanna definitiva di Roggero che lo ha portato alla reclusione nel carcere di Bollate per omicidio dei suoi rapinatori, Meloni si dichiara convinta della necessità di “maggiore considerazione” perchè “si possono ravvisare quelle che sia nella procedura di alcune grazie sia nelle assoluzioni di tanta giurisprudenza, vengono chiamate come dinamiche dettate da disperazione delle vittime, di stress da esasperazione e dolore”.
“Chi è in grado – domanda la premier- di giudicare il dolore, il trauma, lo stress e la paura di quest’uomo? E a tutti coloro che lo fanno senza il beneficio del dubbio – ammonisce Meloni- dico con serenità che sbagliano, perché tutti dovrebbero farsi qualche domanda in più. Ma siamo sicuri si chiede ancora che in quel momento fosse capace di intendere? Siamo sicuri che esista un modo per misurare con l’orologio o con il codice in mano quando una minaccia è cessata o meno, quantomeno per un uomo simile, che si è visto a un passo dalla morte, sua e dei suoi familiari, per ben due volte?”.
Perchè per Meloni è “un errore credere che si possa distinguere in modo netto” il momento in cui cessa l’incapacità emotiva e l’effetto di una minaccia, passando quindi da una situazione di difesa legittima a una di offesa vietata. “Se si subisce un’aggressione – afferma la presidente del Consiglio- il nostro cervello e il nostro fisico entrano in modalità ‘combattimen- to’:esiste un’ ampia lettera-tura a riguardo che spiega come l’adrenalina modifica tutti i sensi, il corpo, la percezione. Accade perfino a professionisti che nella vita si occupano di sicurezza, figuriamoci a un comune cittadino”. E invece quello che è stato contestato a Roggero portandolo alla condanna definitiva per omicidio perchè esclusa la legittima difesa, è prorio “di non aver avuto il sangue freddo in un contesto di alto pericolo e stress, con picchi emotivi che raramente si riescono a controllare perfino in reparti addestrati di tanti settori”.
Parimenti, infine, Meloni ricorda aver avviato l’iter di una nuoova legge affinchè venga impedito il risarcimento civile e alle famiglie dei rapinatori uccisi perchè così facendo le vittime delle rapine, come il gioiellere Roggero, “vengono condannate due volte”.
Formula 1, Antonelli in pole a Spa: è il primo italiano dal 2009
Roma, 18 lug. (askanews) – Kimi Antonelli conquista la pole position del Gran Premio del Belgio, decima prova del Mondiale di Formula 1, sul circuito di Spa-Francorchamps. Il pilota della Mercedes firma il miglior tempo in 1’44″361 e scatterà davanti a Max Verstappen. In terza posizione aveva chiuso Lando Norris, ma l’inglese della McLaren sconterà una penalità di dieci posizioni e partirà dalla 13 casella.
Seconda fila quindi per George Russell e Charles Leclerc, rispettivamente terzo e quarto in griglia, mentre Lewis Hamilton completa la top five dopo essere riuscito a prendere parte alle qualifiche nonostante l’incidente nelle prove libere del mattino.
Per Antonelli si tratta della sesta pole position in carriera e della sesta stagionale, un risultato che gli consente di eguagliare il primato italiano stabilito da Alberto Ascari nel 1953. È inoltre il primo italiano a conquistare la pole a Spa dal 2009, quando ci riuscì Giancarlo Fisichella.
La sessione decisiva è stata interrotta da una bandiera rossa provocata dalla ghiaia riportata in pista dalla McLaren di Oscar Piastri. Alla ripresa, Antonelli ha piazzato il giro decisivo precedendo Verstappen, mentre Norris, autore del terzo tempo, è stato retrocesso per la penalità già inflitta prima delle qualifiche.
Tra gli altri piloti penalizzati anche Isack Hadjar, che scatterà dal fondo della griglia insieme alle Aston Martin. La gara del Gran Premio del Belgio è in programma domenica alle ore 15.
Ciclismo, Pogacar domina anche sui Vosgi, Tour ipotecato
Roma, 18 lug. (askanews) – Tadej Pogacar cala un altro assolo al Tour de France e mette una pesante ipoteca sulla vittoria finale. Lo sloveno della UAE Emirates conquista in solitaria la 14ª tappa, con arrivo in salita sul Col du Haag, centrando il quarto successo parziale in questa edizione della Grande Boucle e il 25° della carriera al Tour.
La frazione, lunga e movimentata, si era accesa fin dalle prime salite con una fuga di sei uomini, guidata da Richard Carapaz, protagonista di un lungo attacco. L’ecuadoriano ha resistito fino agli ultimi chilometri prima di essere riassorbito dal gruppo dei migliori sulle rampe del Col du Haag, salita inedita nella storia della corsa.
A otto chilometri dall’arrivo è arrivato l’affondo decisivo di Pogacar. Jonas Vingegaard ha provato a rispondere, ma non è riuscito a tenere il ritmo della maglia gialla. Lo sloveno ha rapidamente scavato il solco decisivo, involandosi verso il traguardo senza più essere impensierito.
Alle sue spalle Isaac Del Toro ha regolato allo sprint Paul Seixas per il secondo posto, mentre Vingegaard ha chiuso quarto davanti ad Ayuso, Lipowitz ed Evenepoel, che nel finale sono riusciti a ridurre il distacco.
Per Pogacar è la 125ª vittoria in carriera, la 17ª stagionale e la 25ª al Tour de France, risultato che gli consente di eguagliare il francese André Leducq nell’albo dei plurivincitori di tappa della Grande Boucle. Con questo successo lo sloveno consolida ulteriormente il primato in classifica generale, rafforzando la propria candidatura al quarto trionfo al Tour.
Il sindaco di New York Mamdani: valutiamo la possibilità di arrestare Netanyahu durante la visita all’Onu
Roma, 18 lug. (askanews) – Il sindaco di New York Zohran Mamdani ha affermato di essere ancora in contatto con le autorità per valutare la possibilità di arrestare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante la sua visita per l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a settembre.
“Faremo tutto ciò che la legge mi consente di fare a New York, ma non scriveremo leggi a questo fine”, ha dichiarato Mamdani al New York Times, aggiungendo di essere in “dialogo costante” con l’Ufficio Legale di New York sulla questione.
“Credo che il primo ministro Netanyahu debba essere processato all’Aia”, ha affermato Mamdani, riferendosi alla sede della Corte penale internazionale delle Nazioni Unite, dove il premier ha ricevuto un mandato di arresto per presunti crimini di guerra a Gaza.
“E’ un criminale di guerra incriminato dalla Corte penale internazionale”, ha ribadito Mamdani. “E scoprirete che questa è un’opinione condivisa da molti, proprio a causa delle conseguenze delle sue azioni negli ultimi anni”, ha concluso.
Si tuffa nell’Adda per salvare il nipote: uomo muore nel Cremonese. Grave il bambino di 4 anni
Milano, 18 lug. (askanews) – Tragedia nel pomeriggio nelle acque del fiume Adda, in località Golfo Rivolta, in provincia di Cremona. Un uomo di origine indiana è morto nel tentativo di salvare il nipotino di 4 anni che si era tuffato nel fiume e aveva subito manifestato difficoltà. Il bambino è stato soccorso e trasportato in elisoccorso all’ospedale di Bergamo, dove è ricoverato in condizioni critiche.
Secondo una prima ricostruzione dei vigili del fuoco intervenuti sul posto, il piccolo si trovava con il padre e lo zio quando si è tuffato iniziando ad annaspare. Nel tentativo di raggiungerlo e metterlo in salvo, ad avere la peggio è stato lo zio, scomparso tra le acque.
Sul posto sono intervenuti i sommozzatori dei vigili del fuoco di Milano, che hanno recuperato il corpo dell’uomo, ora a disposizione dell’autorità giudiziaria. Presenti anche una squadra del distaccamento dei vigili del fuoco di Gorgonzola, il personale del 118 e i carabinieri, che indagano per ricostruire l’esatta dinamica dell’indicente.
Cortona On The Move, Candida Hofer: il mistero dentro la chiarezza
Cortona, 18 lug. (askanews) – Candida Hofer è una delle più famose interpreti della fotografia d’architettura: i suoi teatri o biblioteche sono diventati paradigmi di un certo tipo di sguardo totalizzante sui luoghi e sulla loro funzione di spazi culturali. Cortona On Th Move le dedica una delle mostre dell’edizione 2026, “Perfetta Bellezza”, proponendo una serie di lavori sull’Italia, con scatti illuminanti sui teatri d’opera, ma anche sulle Gallerie dell’Accademia di Firenze, con il David di Michelangelo a dialogare con il luogo che lo ospita.
Immagini tecnicamente perfette, ogni dettaglio colto con tutta la ricchezza delle decorazioni e una luce così precisa e naturale da poter essere sole definita soprannaturale. Tutte cose che sappiamo della fotografia di Hofer e che qui risuonano una volta di più. Come sappiamo che quello che guardiamo è come se fosse una versione ultra-definita della realtà, un abbracciare tutto, un conoscere tutto.
Però, e qui forse c’è qualcosa che non sapevamo, più si guardano queste incredibili fotografie e più si sente che, in realtà, a emergere è il senso di mistero che accompagna quella chiarezza, più le guardiamo e più possiamo scegliere di scivolare dentro il fascino di tutto quello che le fotografie di Candida Hofer non mostrano, e non si tratta solo delle persone o degli spettacoli, ma proprio la sensazione di tutto ciò che non sappiamo e che forse, come recitava il titolo di una Triennale di qualche anno fa, non sappiamo neppure di non sapere. E questo rende l’esperienza estremamente interessante, nella sua nebbia segreta.
Calcio, Roma: ufficiali i rinnovi di Cristante e Mancini
Roma, 18 lug. (askanews) – La Roma blinda due dei suoi uomini simbolo. Il club giallorosso ha ufficializzato i rinnovi di contratto di Bryan Cristante e Gianluca Mancini, entrambi in scadenza nel giugno 2027. Il centrocampista ha prolungato il proprio accordo fino al 2028, mentre il difensore ha firmato un nuovo contratto valido fino al 2029.
Cristante, arrivato nella Capitale nel 2018 dall’Atalanta, è ormai uno dei giocatori più presenti nella storia recente della Roma. Con la maglia giallorossa ha collezionato 364 presenze complessive tra campionato e coppe, realizzando 21 reti. Numeri che gli hanno permesso di entrare nella top ten dei calciatori con più apparizioni nella storia del club.
Anche Mancini rappresenta un punto fermo della squadra. Arrivato alla Roma nel 2019, il difensore ha totalizzato 319 presenze in tutte le competizioni, con 23 gol segnati. La sua permanenza fino al 2029 conferma la volontà della società di mantenere una base italiana e di esperienza all’interno della rosa.
I due rinnovi arrivano nel giorno delle parole del tecnico Gian Piero Gasperini, che aveva sottolineato l’importanza di una gestione equilibrata del gruppo e del monte ingaggi. “Ci sono giocatori che hanno portato la squadra al terzo posto e poi si vedono scavalcare dai nuovi arrivati. È giusto stabilire un target nei contratti”, aveva spiegato l’allenatore.
Iran: abbiamo cessato di adempiere agli obblighi previsti dal memorandum d’intesa con gli Usa
Roma, 18 lug. (askanews) – L’Iran ha cessato di adempiere ai propri obblighi previsti dal memorandum d’intesa per la fine del conflitto con gli Stati Uniti: lo ha dichiarato il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, citato dall’agenzia di stampa Tasnim.
“Abbiamo cessato di adempiere ai nostri obblighi e al momento non li stiamo rispettando, poiché ci stiamo occupando di questioni di difesa nazionale”, ha proseguito Gharibabadi, che guida anche la delegazione negoziale iraniana nei colloqui con gli Stati Uniti.
“Teheran non vede alcun motivo per aderire a un accordo se questo non viene attuato dall’altra parte”, ha concluso il diplomatico.
Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida suprema iraniana, ha dichiarato che la politica di condurre “guerra e negoziati simultaneamente” è finita.
“Rispetteremo tutti i governi e tutti i popoli sono nostri fratelli, ma continueremo i nostri attacchi contro i soldati e le basi americane”, ha aggiunto l’ex comandante dei Pasdaran in una intervista alla televisione iraniana.
Rezaei ha affermato che un’ulteriore escalation rischierebbe di infiammare diverse zone critiche internazionali, citando Israele e Turchia, Arabia Saudita e alcuni Paesi della regione, Cina e Taiwan, nonché Russia ed Europa.
Rivolgendosi ai popoli della regione per impedire un’escalation del conflitto, ha avvertito gli Stati Uniti di “aspettarsi ondate di missili” e li ha messi in guardia contro qualsiasi operazione di terra.
Intanto, il bilancio delle vittime degli attacchi statunitensi contro l’Iran è salito a 50, mentre il numero dei feriti ha superato i 500, secondo quanto riportato dal ministero della Sanità iraniano.
Il bilancio precedente, diffuso il 17 luglio dal ministero, indicava 38 morti e almeno 400 feriti.
“Tra il 27 giugno e il 18 luglio, oltre 500 persone sono rimaste ferite e 50 sono cadute in combattimento”, ha dichiarato il portavoce del ministero, Hossein Kermanpour.
Schlein: Italia ha molte priorità, destra vuol farci parlare d’altro
Sant’Ilario d’Enza, 18 lug. (askanews) – Più la destra “cerca di farci parlare d’altro”, più il Pd insisterà “sui bisogni concreti delle persone”. Dalla festa regionale del partito a Sant’Ilario d’Enza, in provincia di Reggio Emilia, prima tappa del suo giro nelle Feste dell’Unità, la segretaria Elly Schlein rilancia la sfida al governo sui temi della sanità e del lavoro.
“Non è normale un paese in cui in alcuni territori aspetti un anno e mezzo per una gastroscopia o una mammografia – ha spiegato Schlein a margine del suo comizio alla Festa -. Sono aumentati di un milione e mezzo in un solo anno gli italiani che rinunciano a curarsi. E’ così che silenziosamente questa destra sta smantellando la sanità pubblica universalistica voluta da donne straordinarie come Tina Anselmi: noi difendiamo ancora quella sanità e non permetteremo a nessuno di renderla una sanità a misura del portafoglio delle persone”.
“C’è troppa precarietà in questo paese, anche questo è un dramma”, ha aggiunto la segretaria, indicando il modello spagnolo: “La Spagna in tre anni è cresciuta del 9,2%, noi del 2,2%. Ha alzato del 50% il salario minimo, che là già esiste, mentre qui ci stiamo ancora battendo con tutte le opposizioni per una legge, e ha fatto un accordo tra imprese e sindacati per ridurre drasticamente i contratti precari. Molti ragazzi hanno conosciuto solo contratti da uno, tre, sei mesi: come fai a pagarti un affitto, come fai a farti una famiglia? Sono questi i temi da mettere al centro per costruire un futuro migliore per gli italiani”, ha concluso.
Pd, Schlein al campeggio Giovani dem: “conoscono priorità italiani”
Sant’Ilario d’Enza, 18 lug. (askanews) – “Lavoro, salute, casa e sicurezza: sono questi i temi che stiamo affrontando al campeggio dei Giovani democratici, che sono ripartiti e stanno portando avanti queste battaglie in tutto il paese. Questi ragazzi hanno ben chiaro quali sono le priorità degli italiani, non si può dire lo stesso di un governo che ha un’unica priorità in questa fase: cambiare la legge elettorale perché hanno paura di perdere”. Lo ha detto Elly Schlein, segretaria del Pd, partecipando ai lavori del campeggio nazionale dei Giovani democratici a Sant’Ilario d’Enza in provincia di Reggio Emilia, accompagnata dalla segretaria dei Gd Virginia Libero.
Occorre mettere al centro della discussione il “diritto alla casa” perché “per troppi anni questo governo sulla casa non ha fatto nulla: ha partorito un piano annunciando 10 miliardi quando di veri e nuovi ce n’è a stento uno – ha ricordato Schlein -. Serve uno sforzo, perché l’emergenza abitativa è sentita da tantissimi italiani, in città dove non si riesce più a pagare un affitto o si fa fatica a pagare i mutui, perché abbiamo tra gli stipendi più bassi d’Europa”. E poi “la sicurezza”, su cui “abbiamo fatto proposte condivise con le nostre forze alleate, e il lavoro dignitoso, il salario minimo”, ha aggiunto.
“I Giovani democratici hanno fatto il congresso nel novembre scorso, è stata eletta la nuova segretaria Libero, che ringrazio perché in pochi mesi hanno fatto rifiorire le azioni della giovanile del Pd. Sono impegnati in un percorso attraverso tutto il paese che si chiama ‘Benvenuti nel paese reale'”, ha concluso Schlein.
Infantino e Trump: "Il Mondiale 2026 il più grande evento della storia"
Roma, 18 lug. (askanews) – A poche ore dalla finale mondiale tra Argentina e Spagna, Gianni Infantino e Donald Trump hanno celebrato il bilancio del Mondiale 2026 con una conferenza stampa a New York caratterizzata da grandi elogi, dichiarazioni trionfalistiche e alcune uscite destinate a far discutere.
Il presidente della FIFA ha ringraziato il presidente degli Stati Uniti per il ruolo avuto nell’organizzazione della prima Coppa del Mondo a 48 squadre, ospitata da Stati Uniti, Canada e Messico. “Abbiamo unito il mondo, tutte le nazioni nel calcio. Le leggende del nostro sport sono qui, quelle che fanno battere il cuore di miliardi di persone. Siamo tutti insieme per celebrare questo incredibile Mondiale”, ha detto Infantino rivolgendosi a Trump.
“Quando ci siamo incontrati nel 2018, dopo l’assegnazione del torneo, le avevo promesso che sarebbe stata una grande edizione. Ha superato ogni aspettativa: gli stadi sono pieni, sette milioni di persone hanno assistito alle partite dal vivo e miliardi hanno seguito il torneo in televisione”, ha aggiunto il numero uno della FIFA.
Infantino ha definito il Mondiale americano “non solo la Coppa del Mondo più bella di sempre, ma il più grande evento umano, sociale e culturale mai visto”. Poi il ringraziamento diretto a Trump: “Questa Coppa del Mondo non sarebbe stata un successo senza di lei. La sua amministrazione, la Casa Bianca, le città e gli stadi hanno contribuito a creare un ambiente sicuro e gioioso”.
Sulla stessa linea il presidente americano: “I Mondiali del 2026 sono stati forse l’evento sportivo di maggior successo nella storia”. Trump ha parlato di “un torneo come nessun altro prima, con un’enorme carica competitiva e momenti indimenticabili”, lasciando anche aperta l’ipotesi di una nuova candidatura degli Stati Uniti per ospitare il torneo, questa volta senza la collaborazione di Canada e Messico.
Durante la conferenza non sono mancati però momenti controversi. Trump, pur ammettendo di non essere un esperto di calcio, è tornato sulla semifinale persa dall’Inghilterra contro l’Argentina, commentando la posizione di Harry Kane: “Forse hanno commesso un errore facendolo giocare in difesa. Ma che ne so io di calcio? Bisogna essere un po’ offensivi, no?”. Il presidente americano ha poi elogiato l’assist di Lionel Messi definendolo “quasi perfetto” e ha dedicato parole positive anche a Cristiano Ronaldo, definito “un ragazzo fantastico”.
Infine, Trump ha raccontato un retroscena sull’episodio del cartellino rosso inizialmente assegnato a Folarin Balogun durante il percorso degli Stati Uniti nel torneo. “Ho chiamato Infantino dopo quell’episodio. Gli ho detto: ‘Lascialo giocare’. Beh, no, non gliel’ho detto, gli ho semplicemente espresso il mio disaccordo”, ha precisato tra gli sguardi imbarazzati dei presenti.
Tra autocelebrazione, numeri record e dichiarazioni sopra le righe, la conferenza di New York ha rappresentato l’ultimo grande palcoscenico mediatico prima della finale tra Argentina e Spagna. Una chiusura di Mondiale che, ancora una volta, non ha mancato di alimentare il dibattito.
Formula1, Antonelli vola nelle libere a Spa. Incidente Hamilton
Roma, 18 lug. (askanews) – Kimi Antonelli si prende la scena nelle terze prove libere del Gran Premio del Belgio di Formula 1 a Spa. Il pilota della Mercedes, leader del campionato, ha chiuso al comando la sessione con il tempo di 1:45.990, confermando il grande feeling con il circuito dopo aver già fatto segnare il miglior crono nelle seconde libere.
Alle sue spalle la McLaren di Lando Norris, secondo classificato, e la Red Bull di Max Verstappen, terzo. Quarto posto per l’altra Mercedes di George Russell, mentre Lewis Hamilton ha chiuso quinto al volante della Ferrari.
Il sette volte campione del mondo, però, ha concluso la sessione nel modo peggiore. A pochi minuti dalla bandiera a scacchi Hamilton ha perso il controllo della SF-26 nello stesso punto in cui venerdì era finito a muro Pierre Gasly. L’impatto ha provocato danni alla parte posteriore della vettura, con l’ala danneggiata e la gomma posteriore destra divelta. Non è esclusa anche la necessità di sostituire il cambio.
Per il team di Maranello è quindi iniziata una corsa contro il tempo per riuscire a mettere la monoposto in condizioni di disputare le qualifiche, in programma alle 16.
Antonelli ha invece gestito la sessione da protagonista. Dopo aver trovato subito un ritmo elevato, il giovane italiano ha mantenuto la leadership anche nella simulazione gara, resistendo al tentativo di rimonta degli avversari. Nel finale ha trovato traffico e non è riuscito a migliorarsi, ma il suo tempo è rimasto sufficiente per conquistare il primo posto.
Buona anche la prestazione delle McLaren, con Norris davanti ai rivali nonostante la penalità di dieci posizioni in griglia da scontare in gara. In difficoltà invece Charles Leclerc, che ha chiuso la sessione più indietro rispetto ai principali protagonisti.
Alle 16 il via alle qualifiche del Gran Premio del Belgio, con Antonelli pronto a confermare il ruolo di uomo da battere e Ferrari impegnata nel recupero lampo della vettura di Hamilton.
Usa, cresce l’interesse turistico per le coste del Sud
Mobile (Alabama), 18 lug. (askanews) – Con l’aumento dei flussi verso destinazioni meno congestionate e più accessibili, una parte della costa sud-orientale degli Stati Uniti d’America sta registrando un interesse crescente tra viaggiatori internazionali e domestici. Dalle isole barriera – le Outer Banks – della Carolina del Nord alle spiagge di quarzo dell’Alabama, emergono località che combinano patrimonio naturale, infrastrutture turistiche e un’offerta ancora relativamente meno saturata rispetto ai grandi hub balneari.
In particolare l’Alabama si sta posizionando come alternativa nel Golfo del Messico grazie alla qualità delle sue spiagge e a un’offerta meno inflazionata. Gulf Shores e Orange Beach costituiscono i principali centri turistici, con servizi consolidati e attività legate alla nautica e alla pesca. Parallelamente, aree come il Gulf State Park e Dauphin Island puntano su un turismo naturalistico, con ecosistemi dunali protetti, birdwatching e una fruizione più lenta del territorio.
Nel complesso, queste destinazioni riflettono una tendenza più ampia: la ricerca di coste meno affollate, accessibili e con una forte componente ambientale, in grado di intercettare una domanda in evoluzione sia negli Stati Uniti d’America sia nei mercati internazionali.
Servizio di Cristina Giuliano
Montaggio di Carla Brandolini
Immagini askanews
Mondiali, Scaloni: "Contro la Spagna servirà la migliore Argentina"
Roma, 18 lug. (askanews) – L’Argentina si prepara all’appuntamento più importante del Mondiale con la consapevolezza di affrontare una delle squadre migliori del torneo. A poche ore dalla sfida contro la Spagna che assegnerà il titolo, Lionel Scaloni chiede alla sua squadra concentrazione e continuità, senza lasciarsi condizionare dal peso della posta in palio. “Ci prepariamo come sempre. Con la voglia che le cose vadano bene, analizzando l’avversario. Avremo bisogno della nostra miglior versione. Non pensiamo al fatto che sia una finale del Mondiale: ci prepariamo al massimo”, ha detto Scaloni. Il ct argentino ha sottolineato il percorso della sua squadra e la crescita mostrata nel torneo, in particolare nella semifinale vinta contro l’Inghilterra: “La squadra ha avuto aspetti positivi, il secondo tempo contro l’Inghilterra e’ stato molto buono. Stiamo bene. Possiamo migliorare come sempre. Giochiamo contro un grande avversario. Siamo una squadra conosciuta. Per questo ha ancora piu’ valore essere arrivati dove siamo arrivati”. Grande rispetto per la Spagna di Luis de la Fuente, che Scaloni considera una squadra con principi simili a quelli dell’Argentina. Il tecnico ha anche scherzato sulla forza degli avversari: “Che parta il pullman della Spagna mi preoccupa gia’… cercheremo di impedirglielo. Mi preoccupa tutto” ha detto sorridendo. Sul rapporto con il collega spagnolo Luis De La Fuente, Scaloni ha spiegato: “Mi conosce come persona. Siamo amici. Sappiamo come giocano le nostre squadre. Abbiamo principi simili, siamo abbastanza simili”. Il ct campione del mondo in carica ha poi parlato del protagonista piu’ atteso della finale, Lionel Messi, celebrandone il valore storico e umano: “E’ storia pura. E’ una leggenda. Mi riempie d’orgoglio. Che il miglior calciatore che il mondo abbia visto pensi che stiamo facendo la storia e’ meraviglioso”. Scaloni ha poi aggiunto: “Continuiamo a sentire la mancanza di Maradona, ma ora dobbiamo goderci Messi. Quello che hanno fatto questi giocatori e’ qualcosa di impensabile. La gratitudine verso i calciatori sara’ eterna. Se non si vince, questa squadra e’ stata comunque incredibile”. Sul possibile ultimo Mondiale di Messi, il ct argentino non ha dato risposte definitive: “Non lo so… che ne so. Non ne ho idea. Continua a sorprenderci. Non ne abbiamo parlato”. Scaloni ha infine raccontato di aver abbandonato le superstizioni dopo l’esperienza in Qatar: “Le avevo. Mi mettevo sempre le stesse scarpe, ma abbiamo perso contro l’Arabia Saudita… e da quel momento sono finite. Da allora non ho piu’ fatto riti”. Anche Emiliano Martinez ha parlato alla vigilia della finale contro la Spagna. Il portiere argentino ha raccontato le emozioni vissute durante il percorso mondiale: “A volte piango da solo pensando a quello che abbiamo raggiunto. La cosa importante e’ godersi il momento, perche’ ci accompagnera’ per tutta la vita”. Il numero uno dell’Argentina ha spiegato il suo ruolo oltre le parate: “Mi sento molto tranquillo. Il portiere e’ piu’ delle parate. E’ il messaggio prima della partita, il modo di entrare in campo, la tranquillita’ che riesci a trasmettere”. Martinez ha poi rivelato di giocare ancora con un problema fisico alla mano: “Mi fa ancora male tutti i giorni. Ho evitato l’operazione. Tutti gli specialisti della mano mi avevano detto che dovevo operarmi: Inghilterra, Stati Uniti… Nella prima fase non potevo allenarmi con il gruppo. Dalle eliminatorie mi sento meglio”. Sulla Spagna, infine, il portiere argentino ha riconosciuto il valore dell’avversario: “E’ una grande nazionale. Seguo molto il campionato spagnolo. Non c’e’ solo Lamine, hanno un grande gruppo. Hanno un grande allenatore. Non e’ un caso che siano arrivati in finale. Anche noi abbiamo le nostre armi. Speriamo sia una partita che i tifosi possano ricordare per anni”.
Mondiali, De la Fuente: "Finale un privilegio, ma vogliamo vincerla"
Roma, 18 lug. (askanews) – “Essere in finale è già un lusso e un privilegio. Firmerei per arrivarci ogni anno e perderla, ma visto che siamo qui lotteremo per vincerla”. Luis de la Fuente presenta così la sfida contro l’Argentina che assegnerà il titolo mondiale 2026. Il commissario tecnico della Spagna, intervenuto al Jacob K. Javits Convention Center di New York, ha mostrato rispetto per gli avversari ma anche grande fiducia nei confronti della sua squadra.
Uno dei temi principali della vigilia riguarda le condizioni di Lamine Yamal, atteso protagonista della finale insieme a Lionel Messi. Il talento del Barcellona ha ricevuto rassicurazioni dal ct: “Lamine sta bene. Sono i momenti più delicati perché può sempre esserci qualche inconveniente, ma ora è in perfette condizioni fisiche. Deve essere Lamine. Il modo migliore per aiutarlo è fare in modo che sia se stesso”.
De la Fuente ha spiegato che il giovane attaccante aveva accusato un leggero fastidio dopo un colpo ricevuto nell’azione del rigore, ma che il problema è stato superato. Poi il pensiero al duello generazionale con Messi, definito “irripetibile”. “È un esempio per i più giovani per quello che sta facendo in questo Mondiale”, ha detto il tecnico spagnolo.
Proprio sul fuoriclasse argentino De la Fuente ha ricordato un episodio curioso vissuto anni fa, quando allenava il settore giovanile del Siviglia. “Giocavamo contro il Barcellona e c’era Messi. Mi avevano parlato di lui. All’inizio gli facemmo una marcatura individuale. Al 70′ cambiai il ragazzo che lo seguiva e in 15 minuti ci segnarono quattro gol”, ha raccontato sorridendo.
Sulla finale, il ct spagnolo si aspetta una partita spettacolare tra due nazionali di grande qualità. “Ognuna cercherà di portare la partita dove più le conviene. Brillantezza e talento faranno la differenza”. Nessun timore, invece, per l’intensità dell’Argentina di Lionel Scaloni: “Non mi verrebbe mai in mente dire che è una squadra costruita sul gioco duro. È una nazionale campione d’America e del mondo. Ha le sue armi, ma sono armi calcistiche”.
Elezioni,Schlein: dobbiamo essere pronti, saranno mesi di campagna dura
Sant’Ilario d’Enza, 18 lug. (askanews) – “Ci aspettano mesi di una campagna che sarà dura. Dobbiamo essere pronti, avere solidi i nostri argomenti, parlare soprattutto di quello che vogliamo fare noi, ancora di più di ciò che critichiamo perché non ha fatto o ha fatto male questo governo”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein dal palco della Festa regionale dell’Unità a Sant’Ilario d’Enza.
“Vi chiedo questo sforzo”, ha concluso Schlein. “So che avremo tutto il partito e tutti i militanti al nostro fianco, compresi i Giovani democratici, che stanno facendo una splendida campagna nel paese reale”.
Mondiali, conferenze stampa dei finalisti aperte al pubblico pagante
Roma, 18 lug. (askanews) – Crescono le polemiche attorno alla FIFA alla vigilia della finale del Mondiale 2026 tra Spagna e Argentina. L’organismo guidato da Gianni Infantino ha deciso di trasformare le tradizionali conferenze stampa dei finalisti in un evento aperto al pubblico, ma con ingresso a pagamento, nell’ambito del Fanatics Fest in programma al Javits Center di New York.
L’incontro con i media, che si è svolto nella notte italiana, ha visto salire sul palco i commissari tecnici Luis de la Fuente e Lionel Scaloni, accompagnati da un calciatore per ciascuna nazionale. A differenza della consuetudine, la conferenza non si svolgerà allo stadio della finale, il MetLife Stadium di East Rutherford, né alla vigilia immediata della partita, ma è stata anticipata di 24 ore e inserita nel programma dell’evento organizzato dalla FIFA insieme allo sponsor Fanatics.
A far discutere sono soprattutto i prezzi dei biglietti: 81 dollari per gli adulti e 35 per i bambini. Gli organizzatori avevano annunciato che il pubblico avrebbe potuto assistere agli interventi e, in teoria, anche rivolgere domande ai protagonisti, anche se la presenza di centinaia di giornalisti accreditati ha reso impossibile un ampio coinvolgimento dei tifosi.
L’evento prevedeva inoltre ulteriori iniziative a pagamento. Tra queste, la possibilità di scattare una foto con l’ex difensore inglese Rio Ferdinand acquistando un pacchetto dedicato.
Campo largo, Schlein(Pd): ricostruita alleanza progressista, da settembre il progetto. Andiamo a vincere
Sant’Ilario d’Enza, 18 lug. (askanews) – “Abbiamo dato una linea dall’inizio e sta portando i suoi frutti: abbiamo ridato una spinta forte al nostro partito, ma anche ricostruito una coalizione che nel 2022 non c’era, perché queste forze politiche divise non si parlavano più”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein dal palco della Festa regionale dell’Unità a Sant’Ilario d’Enza.
“Oggi – ha proseguito Schlein – c’è un’alleanza progressista che governa insieme e governa bene in tante regioni e in tante città, senza un problema al giorno, senza dover raccontare di governi che si rompono o di litigi”.
“Governiamo bene insieme perché questi grandi valori costituzionali sono alla base del progetto che costruiremo da settembre con gli alleati: non c’è miglior programma che attuare fino in fondo la nostra Costituzione antifascista. Andiamo a vincere insieme per un futuro migliore”, ha concluso.
Roggero, Salvini: nè attacchi nè pressioni su Mattarella, su grazia decide solo lui
Roma, 18 lug. (askanews) – “Non ci sono stati attacchi nei confronti di nessuno. Noi non facciamo pressioni. Sua moglie ha chiesto la grazia e, a mio avviso, ha fatto bene: sono convinto che possa essere presa in considerazione liberamente dal presidente della Repubblica nei tempi e nei modi che vorrà. Perchè è lui l’unico che può decidere modi, tempi e contenuti”. Lo ha detto sulla grazia a Mario Roggero il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini, incontrando la stampa dopo la visita nel carcere di Bollate al gioielliere condannato per l’omicidio dei suoi rapinatori. Davanti al penitenziario i giovani della Lega hanno organizzato un presidio di solidarietà per la grazia a Roggero.
Atletica, Europei U18: Doualla regina nei 100. Inno a squarciagola
Roma, 18 lug. (askanews) – “L’obiettivo era essere la più spensierata possibile”. È tutta nella serenità ritrovata la chiave del trionfo di Kelly Doualla, nuova campionessa europea under 18 dei 100 metri. La 16enne azzurra ha conquistato la medaglia d’oro agli Europei di Rieti con lo straordinario tempo di 11.14 (+0.6), migliorando il primato europeo di categoria e pareggiando il crono che fa di lei la seconda italiana di sempre insieme a Manuela Levorato.
“Ho capito in questa stagione che se arrivo con l’ansia non posso fare nulla – racconta la sprinter del Cus Pro Patria Milano -. Durante il riscaldamento ascoltavo musica e ridevo con il mio allenatore. Correre in Italia mi ha tolto pressione: conoscevo la pista e volevo fare una bella figura. Ci sono riuscita”.
Doualla ha dominato la finale con un vantaggio di 32 centesimi sulla greca Apostolia Antonatou (11.46), mentre il bronzo è andato alla britannica Celine Obinna-Alo (11.50). Un successo costruito con lucidità, seguendo il piano preparato con il tecnico Walter Monti. “I tre turni erano stati studiati in precedenza e abbiamo raggiunto tutti gli obiettivi. Prima arrivare in finale, poi conquistare una buona corsia, la numero 5 che è la mia preferita”.
L’azzurra non si è lasciata condizionare dal ruolo delle rivali. “Sono arrivate qui tutte fortissime. Io non avevo il miglior tempo stagionale e un po’ di ansia c’era, ma conoscevo il mio valore e molte di loro le avevo già affrontate all’Eyof”. Solo dopo il traguardo ha realizzato la portata della prestazione: “L’11.14? Non me ne ero accorta. L’ho visto uscendo dalla pista e non potevo chiedere di meglio”.
Decisivo anche il sostegno del pubblico dello stadio Guidobaldi. “Ringrazio Rieti: hanno vissuto ogni mia gara, dalle batterie alla finale. Si sentiva il loro calore. Ho cantato l’inno italiano a squarciagola: è stato bellissimo e tutto il pubblico lo ha cantato con me”. (Foto Grana Fidal)
Morti in piscina, Musumeci: disegno di legge bloccato dalle lobby, ora iter veloce
Catania, 18 lug. (askanews) – “Se da un anno il ddl” per la sicurezza delle piscine pubbliche e private “rimane fermo non è per distrazione ma perché molte volte gli interessi lobbistici e gli interessi di categoria frenano i preminenti interessi collettivi”. Lo ha detto il ministro per il Mare e la Protezione civile, Nello Musumeci, intervenendo a Catania all’evento Ecr dedicato al Mediterraneo.
“Mi risulta che in commissione la spinta di alcune associazioni e lobby economiche – ha sottolineato – portavano a escludere una parte delle piscine dall’osservanza delle norme restrittive, non è possibile” perché “nelle piscine domestiche si muore molto più di quanto accada nelle piscine pubbliche: il 37% degli incidenti mortali” in piscina “avviene nell’ambiente domestico”.
“Il diritto alla sicurezza e alla vita soprattutto di un minore è un diritto sacrosanto”, ha detto spiegando che ora ci sarà “un percorso veloce” con l’ok in commissione “entro fine mese”.
“In 4 anni – ha sottolineato Musumeci – sono morti 73 bambini nelle piscine in Italia, certamente la politica deve interrogarsi. Lo abbiamo fatto lo scorso anno e io personalmente ho voluto varare, dopo avere ascoltato i tecnici e gli operatori, un disegno di legge per mettere in sicurezza le piscine pubbliche e private”. Si tratta, ha aggiunto, di “un tema serissimo, viene difficile non dire che l’Europa sarà chiamata a dare indicazioni, anche se la materia rimane nelle competenze degli stati membri, non è escluso che arrivi una indicazione”. Alla fine il ministro ha fatto “una raccomandazione da genitore e da nonno” perché “va bene il salvagente, l’allarme, la barriera, il bocchettone anti-incidenti ma quando un bambino è in acqua non bisogna mai lasciarlo da solo. Occorre sempre la presenza dell’adulto, è fondamentale altrimenti difficilmente anche con tutte le migliori leggi del mondo riusciremo a scongiurare queste tragedie”.
Roggero,Pd: a destra gara irresponsabile su sicurezza, Salvini oltre il limite
Roma, 18 lug. (askanews) – “La destra ha scelto di trasformare una vicenda giudiziaria sancita da tre gradi di giudizio in una gara di propaganda sulla sicurezza. Forse anche per archiviare le difficoltà e le divisioni emerse sulla legge elettorale, assistiamo a una rincorsa che non ha nulla a che vedere con la tutela dei cittadini, ma solo con la ricerca di consenso a destra. In queste ore si stanno superando limiti che non dovrebbero mai essere oltrepassati. Dopo l’attacco alle prerogative del Presidente della Repubblica sulla grazia, la visita in carcere del vicepremier Salvini rappresenta l’apice di una spettacolarizzazione della giustizia, accompagnata da iniziative che rischiano di forzare procedure e rispetto tra le istituzioni. È un modo irresponsabile di usare temi delicatissimi come la sicurezza e la giustizia per alimentare una competizione politica tutta interna alla destra”. Lo denuncia la presidente dei deputati del Pd Chiara Braga.
“Noi – ha dichiarato la capogruppo Pd ospite a Skytg24- non condividiamo un’idea trumpiana della giustizia, fondata sul principio del “fai da te”. Non possiamo accettare che il nostro Paese scivoli verso una logica da Far West, alimentando istinti che con lo Stato di diritto e con la giustizia non hanno nulla a che fare.Di fronte a vicende così delicate serve equilibrio, rispetto delle istituzioni e delle decisioni della magistratura. Serve responsabilità: la sicurezza non si difende con la propaganda, ma con la serietà delle risposte e con il rispetto delle regole dello stato di diritto”.
Lo ha detto Chiara Braga, Capogruppo Pd alla Camera dei Deputati, intervenendo a Sky Agenda.
Il Cnr: l’anticiclone s’idebolisce, da martedì fresco e temporali (ma nel frattempo picchi fino a 45 gradi)
Roma, 18 lug. (askanews) – L’ondata di caldo africano che da giorni interessa l’Italia si avvia verso una fase di cambiamento. Secondo le previsioni del Consorzio Lamma, nato dalla collaborazione tra Cnr e Regione Toscana, l’anticiclone subtropicale che domina il Mediterraneo inizierà gradualmente a perdere forza: nel fine settimana una depressione in discesa dal Nord Europa si avvicinerà alla penisola, ma la vasta area di alta pressione continuerà ancora per qualche giorno a bloccare l’ingresso dell’aria più fresca.
La svolta è attesa tra martedì e mercoledì, quando un nuovo impulso freddo proveniente da nord riuscirà a rompere la “cupola” di aria calda presente sul Mediterraneo occidentale. Il contrasto tra le masse d’aria potrà favorire la formazione di temporali anche intensi, con forti raffiche di vento e locali grandinate, soprattutto sui versanti adriatici e nelle zone interne del Centro-Sud.
Nel frattempo il caldo record resisterà fino a domenica, con temperature massime oltre i 40 gradi su Sicilia, Sardegna, entroterra pugliese, Calabria ionica e Basilicata orientale. In queste aree non sono esclusi picchi fino a 44-45 gradi. Valori vicini ai 40 gradi sono attesi anche nelle zone interne di Marche, Abruzzo e Molise, mentre al Nord le temperature saranno più contenute, generalmente tra 33 e 36 gradi.
Il passaggio della perturbazione determinerà un progressivo calo termico, più evidente tra martedì e mercoledì, quando l’aria fresca spazzerà via caldo intenso e afa per alcuni giorni. Nel fine settimana, tuttavia, non mancheranno fenomeni temporaleschi anche forti su Triveneto, Alpi centrali, nord Appennino, Romagna e alte Marche.
I temporali forti, sottolinea il Cnr, arrivano quando l’aria fresca, più densa e pesante, si infila sotto l’aria calda e umida, sollevandola bruscamente. È questo movimento verticale a dare origine alle nubi temporalesche più intense. A fare da “carburante” ai fenomeni sono due ingredienti: l’aria calda e umida presente al suolo, e il cosiddetto “wind shear”, cioè la variazione di velocità e direzione del vento salendo in quota.
Il forte contrasto termico tra le masse d’aria, unito alla grande quantità di energia disponibile nell’atmosfera, potrà quindi generare temporali violenti, con vento intenso e grandinate.
Basket Nba, LeBron: "Il ritiro? Sono ancora competitivo"
Roma, 18 lug. (askanews) – A quasi 42 anni, LeBron James lascia intendere che il momento dell’addio alla NBA potrebbe essere ancora lontano. Sul palco del Fanatics Fest di New York, insieme al campione di tennis Novak Djokovic, il fuoriclasse americano ha contestato la tendenza a spingere gli atleti più longevi verso il ritiro solo per ragioni anagrafiche.
“Nel nostro sport si sente sempre dire: ‘Quando si ritirerà? È arrivato il momento’. Ma perché? Perché dobbiamo forzare i campioni a smettere quando stanno ancora giocando ad altissimo livello?”, si è chiesto James, attualmente il free agent più atteso del mercato NBA.
Il quattro volte campione NBA ha poi paragonato la sua situazione a quella delle grandi icone della musica: “Bruce Springsteen e i Rolling Stones sono in tour da decenni e nessuno dice loro di smettere o di non esibirsi più in una città. Se continuiamo a dedicarci completamente al nostro lavoro, rispettiamo il gioco e diamo ancora tutto, perché non dovremmo continuare?”.
Parole che lasciano intendere come la stagione 2026-27, che sarebbe la sua 24ª in NBA, potrebbe non rappresentare l’ultimo capitolo della sua straordinaria carriera. “Sto semplicemente cercando di ottenere il massimo dal tempo che mi resta e continuo a giocare perché amo ancora quello che faccio”, ha concluso James.
Mondiali, Messi: "La foto con Yamal è pura locura"
Roma, 18 lug. (askanews) – Tra i momenti più importanti e divertenti del Fanatics Fest c’è stato anche quello dedicato alla celebre fotografia che, quasi vent’anni fa, immortalò Lionel Messi insieme a un Lamine Yamal ancora neonato durante un servizio fotografico del Barcellona in cui l’argentino faceva il bagnetto a Yamal. Un’immagine diventata virale negli ultimi mesi e destinata ad assumere ancora più significato ora che i due si ritroveranno uno di fronte all’altro nella finale del Mondiale tra Spagna e Argentina. Sul palco sono salite diverse celebrità, tra cui Tom Brady che ha intervistato proprio Messi ricordando e citando lo scatto con Yamal. “È davvero una foto incredibile – ha risposto Messi -, pura locura. Ho fatto una foto con lui quando era un neonato e adesso ci affronteremo in una finale Mondiale”.
Messi ha poi speso parole di grande stima per il giovane talento spagnolo, che segue con particolare attenzione per il suo legame con il Barcellona: “Lamine è un grandissimo giocatore, lo seguo moltissimo perché gioca nel club che amo. A 19 anni è già uno dei più forti al mondo, ha tutta la carriera davanti e una grande opportunità di fare qualcosa di storico. Anche se noi faremo il massimo affinché non sia questa volta. Gli auguro sempre tutto il meglio, anche perché il suo bene è il bene del Barcellona”.
Mondiali, stelle dello sport presentano Argentina-Spagna
Roma, 18 lug. (askanews) – New York si è trasformata nel palcoscenico della vigilia della finale del Mondiale tra Argentina e Spagna grazie al Fanatics Fest, il festival che ha riunito alcune delle più grandi stelle dello sport mondiale. Al posto della tradizionale conferenza stampa, a porre le domande ai protagonisti della finale sono stati campioni come Novak Djokovic, Tom Brady, Kevin Durant e l’ex difensore inglese Rio Ferdinand, con la conduzione dell’attore e comico Kevin Hart. Ad aprire l’evento è stata invece l’esibizione del rapper Travis Scott.
Il ct argentino Lionel Scaloni ha sottolineato il forte legame della Selección con il proprio popolo: “Ci emozioniamo perché vediamo emozionata la nostra gente. Giochiamo per loro”. Sul futuro di Lionel Messi in nazionale ha invece glissato: “Non ne abbiamo parlato, dovete chiederlo a lui”.
Dall’altra parte, il commissario tecnico della Spagna Luis De La Fuente ha evidenziato il valore del traguardo raggiunto: “Essere in finale di un Mondiale è qualcosa di speciale. Domenica vedremo due grandi nazionali, per certi aspetti simili. Il talento farà la differenza”.
Tra i momenti più attesi, le parole di Lionel Messi, che ha ricordato la celebre foto che lo ritrae insieme a un piccolissimo Lamine Yamal: “È una fotografia incredibile. Oggi ci ritroviamo avversari in una finale mondiale. È uno dei giocatori più forti al mondo, ha una carriera straordinaria davanti. Gli auguro il meglio, anche se faremo di tutto perché non sia questa la sua occasione”.
Djokovic ha chiesto a Messi e Scaloni come si gestisce la pressione di una finale mondiale, per poi rivolgere la stessa domanda a De La Fuente e al capitano spagnolo Rodri, mentre Kevin Durant ha interrogato il portiere argentino Emiliano Martínez sulla possibilità di difendere il titolo conquistato nel 2022.
Lo stesso Martínez ha raccontato di convivere ancora con il dolore alla mano: “Tutti gli specialisti mi avevano detto che senza operarmi non avrei potuto giocare, ma sono andato avanti lo stesso. Ai miei compagni dico di godersi questi giorni, perché li ricorderemo per tutta la vita”. Infine Rodri ha reso omaggio al capitano argentino: “È difficile descrivere cosa rappresenti Messi per il calcio e per l’Argentina. Per me è il più grande giocatore di tutti i tempi”.
















































