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Calcio, risultati Serie A. Oggi Torino-Inter e Milan-Juve

Roma, 26 apr. (askanews) – Si chiude 0-0 l’ultimo anticipo di serie A tra Verona e Lecce, con gli scaligeri vicini al “colpaccio”. Punizione di Lovric, il portiere Falcone esce a vuoto e Edmundsson colpisce quasi senza vedere, fra testa e spalla: 1-0. Poi il Var richiama l’arbitro Massa che annulla per fallo del difensore delle Far Oer sul portiere. Oggi in campo Torino-Inter e Milan-Juventus.

Questi i risultati e la classifica della 34esima giornata di serie A:

34.a giornata Napoli-Cremonese 4-0,Parma-Pisa 1-0; Bologna-Roma 0-2; Verona-Lecce 0-0. Domenica 26 aprile, ore 12.30 Fiorentina-Sassuolo; ore 15 Genoa-Como; ore 18 Torino-Inter; ore 20.45 Milan-Juventus. Lunedi 27 aprile, ore 18.30 Cagliari-Atalanta; ore 20.45 Lazio-Udinese.

Classifica: Inter 78, Napoli 69, Milan 66, Juventus 63, Roma 61, Como 58, Atalanta 54, Bologna 48, Lazio 47, Sassuolo 45, Udinese 43, Parma 42, Torino 40, Genoa 39, Fiorentina 36, Cagliari 33, Lecce 29, Cremonese 28, Verona, Pisa 18.

35ª giornata – Venerdì 1 maggio, ore 20.45 Pisa-Lecce. Sabato 2 maggio, ore 15 Udinese-Torino; ore 18 Como-Napoli; ore 20.45 Atalanta-Genoa. Domenica 3 maggio, ore 12.30 Bologna-Cagliari; ore 15 Sassuolo-Milan; ore 18 Juventus-Verona; ore 20.45 Inter-Parma. Lunedì 4 maggio, ore 18.30 Cremonese-Lazio; ore 20.45 Roma-Fiorentina.

36esima giornata – Venerdì 8 maggio, ore 20.45 Torino-Sassuolo. Sabato 9 maggio, ore 15 Cagliari-Udinese; ore 18 Lazio-Inter; ore 20.45 Lecce-Juventus. Domenica 10 maggio, ore 12.30 Verona-Como; ore 15 Cremonese-Pisa; ore 15 Fiorentina-Genoa; ore 18 Parma-Roma; ore 20.45 Milan-Atalanta.

Cna: Oltre 1 mln di piccole imprese a rischio sul passaggio generazionale

Roma, 26 apr. (askanews) – La trasmissione d’impresa si conferma una delle sfide decisive per il futuro del sistema produttivo italiano e nei prossimi anni oltre un milione di imprese dovrà fare i conti con le forti criticità del passaggio generazionale. È quanto emerge dall’indagine realizzata dalla CNA, che ha coinvolto oltre 2.000 imprenditori su tutto il territorio nazionale. I dati parlano chiaro, afferma l’associazione con un comunicato: oltre l’80% degli imprenditori over 40 ha già affrontato il tema della trasmissione della propria attività. Tuttavia, tra il dire e il fare permane una distanza significativa: più della metà non ha ancora avviato azioni concrete per pianificare il passaggio di testimone.

La trasmissione si conferma più efficace in ambito familiare, dove il passaggio generazionale va a buon fine nel 63,7% dei casi. Al contrario, emergono forti criticità nelle cessioni a dipendenti o a terzi: mancano acquirenti, risorse finanziarie e spesso anche condizioni di accordo soddisfacenti. Un dato su tutti: tra chi prova a vendere sul mercato, quasi nessuno riesce a concludere l’operazione. Insomma, prosegue la Cna, quasi il 30% delle piccole imprese deve affrontare forti difficoltà nel percorso di trasmissione. Un dato che segnala una criticità strutturale e che rischia di compromettere la continuità di una parte rilevante del tessuto produttivo nazionale.

A pesare sul processo intervengono anche fattori esterni: burocrazia eccessiva, pressione fiscale elevata, costo del lavoro e carenza di personale qualificato rappresentano barriere che rallentano non solo la nascita di nuove imprese, ma anche la continuità di quelle esistenti.

Il tema si intreccia inoltre con quello della trasmissione delle competenze. In particolare, nell’artigianato, dove impresa e “saper fare” coincidono, il rischio non è solo la chiusura dell’attività, ma la perdita di conoscenze che costituiscono un patrimonio unico del Paese. Il quadro si complica ulteriormente alla luce delle trasformazioni demografiche. I giovani imprenditori under 40 rappresentano appena l’11,3% del campione, rileva Cna, mentre cresce il peso delle classi più anziane. Una dinamica che incide non solo sulla trasmissione delle imprese, ma anche su quella delle competenze, elemento distintivo dell’artigianato e della qualità italiana.

Proprio l’artigianato, tuttavia, mostra segnali di resilienza: il 68,1% dei giovani imprenditori opera in questo ambito, confermandone l’attrattività e il ruolo strategico per il futuro del Paese.

L’indagine evidenzia anche gli ostacoli strutturali al “fare impresa”: burocrazia eccessiva (46,2%), pressione fiscale (44%), costo del lavoro e difficoltà nel reperire personale qualificato. A questi si aggiunge un nodo sempre più critico: l’accesso al credito. Negli ultimi anni si registra una riduzione significativa del supporto bancario, soprattutto per micro e piccole imprese, penalizzando in particolare chi intende acquistare un’attività esistente.

Nonostante le difficoltà, resta elevata la soddisfazione per la scelta imprenditoriale: oltre l’83% degli intervistati si dichiara complessivamente soddisfatto. Un segnale importante, osserva l’associazione, che testimonia la resilienza e la determinazione del tessuto imprenditoriale italiano.

“Il passaggio generazionale non è solo una questione privata delle imprese – sottolinea il Presidente Cna, Dario Costantini – ma una sfida strategica per l’intero Paese. I dati della nostra indagine confermano che la consapevolezza c’è, ma manca ancora una pianificazione concreta e, soprattutto, un contesto favorevole che accompagni questo processo. Servono meno burocrazia, più accesso al credito e strumenti mirati per sostenere chi vuole rilevare un’impresa. Solo così possiamo garantire continuità al nostro sistema produttivo e valorizzare quel patrimonio di competenze che rende unico il Made in Italy”. (fonte immagine: CNA).

La bussola perduta del sindacato bianco

La cerimonia e il corteo

Ho partecipato ieri mattina alle cerimonie per il 25 aprile in piazza Ferretto a Mestre, come faccio ogni anno. Una cerimonia istituzionale con i rappresentanti di tutte le istituzioni politiche, militari e d’arma. Tornato a casa, dal mio balcone ho assistito al dipanarsi di un corteo che sembrava non finire mai, con bandiere di tutte le diverse associazioni mestrine, CGIL in testa, rappresentative di movimenti e gruppi della vasta galassia della nostra società civile.

La Questura parla di duemila, ma gli organizzatori di circa settemila persone. Da parte mia posso solo dire che il corteo appariva interminabile e continuava a sfilare per oltre mezz’ora, dal suo avvio dal piazzale della stazione di Mestre sino al centro della città. Piazza Ferretto è intestata a un martire della resistenza veneziana, Erminio Ferretto, e da quando seguo questa celebrazione non ho mai visto una partecipazione così straordinaria di giovani, donne e uomini di tutte le età, uniti nella difesa della pace, della libertà e della Costituzione repubblicana.

 

Il vuoto della CISL

Spiccava il ruolo determinante della CGIL e delle diverse sigle sindacali ad essa collegate, mentre dolorosa, per me, è risultata l’assenza della CISL che, dopo quanto sta accadendo nella sua dirigenza nazionale, sembra aver smarrito la bussola del proprio orientamento.

Cresciuto nelle file dell’Azione Cattolica e delle ACLI con Livio Labor e Gennaro Acquaviva, ho partecipato e condiviso la cultura politico-sociale di Giulio Pastore e Carlo Donat Cattin, fino a svolgere un ruolo decisivo, dopo la morte di Donat Cattin, per il passaggio del testimone alla guida di Forze Nuove, la corrente della sinistra sociale della DC, a Franco Marini.

La CISL è sempre stata riconosciuta come il sindacato dei cattolici, alternativa alla CGIL, storicamente legata al PCI, ma con Carniti e i suoi successori è divenuta elemento fondamentale dell’unità sindacale, assumendo come priorità l’autonomia e la contrattazione, centrale e aziendale, come stelle polari dell’iniziativa sindacale.

 

Una deriva da interrogare

Nelle recenti dirigenze cisline abbiamo notato un progressivo slittamento verso posizioni filogovernative, una scelta strategica che rischia di stravolgere la storia stessa di un grande sindacato di ispirazione cattolico-democratica e cristiano-sociale, così come pensato dai suoi padri fondatori.

C’è stato un momento, durante la sfilata della marcia per la pace dei mestrini, in cui avrei voluto scendere dal balcone e unirmi al corteo con le due bandiere, quella della DC e quella italiana. Alla fine ha prevalso la prudente determinazione di mia moglie, preoccupata dei miei 81 anni.

Confesso che l’assenza del “sindacato bianco”, in una giornata così carica di significato storico e politico, non rende onore alla storia di un movimento che, anche a Venezia, ha scritto pagine importanti della nostra vita sociale, con particolare riferimento alle grandi battaglie operaie di Porto Marghera.

 

Il segnale delle nuove generazioni

Resta l’esperienza straordinaria di una manifestazione tra le più imponenti mai avvenute nella città, tanto più significativa per la grandissima partecipazione di giovani e delle diverse realtà associative locali. Ho potuto verificare, de visu, anche le ragioni del voto al NO nel recente referendum sulla separazione delle carriere, leggendo i numerosi cartelli inneggianti alla Costituzione e alla difesa dei valori della pace, della giustizia e della libertà.

È un segnale che fa ben sperare: oggi come ieri resta salda la fiducia nella Carta dei padri fondatori, molti dei quali membri attivi della Resistenza. Tentativi illiberali, portati avanti progressivamente dal governo del trio, dovranno fare i conti con questa sensibilità politica, culturale e istituzionale che continua a vivere nelle nuove generazioni.

 

Un auspicio necessario

Mi auguro che esempi simili a quello mestrino si siano verificati anche in altre realtà italiane e che, allo stesso tempo, gli amici della CISL, fedeli alla loro storia, sappiano ritrovare la propria identità e tornare sui loro passi, in una fase così complessa, sul piano interno e internazionale, come quella che stiamo vivendo.

Se fosse chiuso anche Bab el-Mandeb

Lo scenario peggiore da considerare

Ora che la delegazione americana non è più partita per Islamabad, è utile immaginare il possibile scenario peggiore, così da potervi meglio far fronte nel caso si verificasse davvero o anche per dare maggior impulso alla trattativa proprio in virtù della consapevolezza di quello che un eventuale fallimento potrebbe comportare.

Ieri abbiamo accennato alla eventualità che la frustrazione dovuta al mancato immediato successo dell’attacco all’Iran, e della conseguente sua capacità di resistenza e di controffensiva militare ma soprattutto economica e mediatica, potrebbe indurre Donald Trump a ordinare quella devastante azione distruttiva che minaccia da settimane con parole altisonanti e del tutto inaccettabili nell’ambito di una comunità umana che voglia definirsi civile.

 

Il nodo strategico di Bab el-Mandeb

Ma alle viste c’è un altro incubo, di natura economica e prodromico di una effettiva recessione mondiale. La chiusura, dopo Hormuz, anche dello Stretto di Bab el-Mandeb.

Un altro dei principali colli di bottiglia navali, per il quale transita circa il 12% del traffico marittimo internazionale (e, nello specifico, circa il 10% – un po’ meno, un po’ di più a seconda degli anni – del greggio e l’8% del gas naturale liquefatto).

Si tratta dell’accesso al Mar Rosso dal Golfo di Aden e dunque dall’Oceano Indiano: lo sbocco al Mar Mediterraneo attraverso il Canale di Suez garantisce il 40% del traffico commerciale fra Asia ed Europa.

Bloccato lo Stretto, le navi sarebbero costrette alla circumnavigazione dell’intero continente africano, con l’aggravio dei costi derivante da un viaggio che diventa più lungo di almeno 10 giorni.

 

Gli Houthi e la leva iraniana

Sarebbero le milizie Houthi a incaricarsi della cosa. Lo hanno minacciato, hanno già dimostrato di poterlo fare, e l’Iran ha fatto intendere che questi suoi proxy yemeniti sono effettivamente pronti ad agire se ciò verrà loro chiesto da Teheran.

Giusto per avvertire che la parziale lontananza di questi ultimi dal conflitto in corso (sinora avevano lanciato “solo” alcuni missili verso Israele alla fine di marzo, un mese dopo l’avvio della guerra) non era dovuta a una frattura politica bensì a una scelta calcolata.

Gli Houthi come deterrente di riserva, Bab el-Mandeb come ulteriore minaccia, tenuta sullo sfondo. Incombente e dunque inquietante.

 

Dalle missioni di sicurezza al rischio sistemico

Come si ricorderà, dopo gli attacchi anche scenografici che nel 2024 i guerriglieri yemeniti avevano portato ai convogli marittimi transitanti nel Mar Rosso quale ritorsione per l’iniziativa devastatrice israeliana a Gaza (con la conseguente attivazione ritorsiva degli americani tramite l’operazione Prosperity Guardian e degli europei con la missione difensiva Aspides), era subentrato nel maggio 2025 un accordo che aveva raffreddato la situazione e garantito la navigazione nel Mar Rosso.

La sua tenuta aveva probabilmente indotto gli americani a ritenere improbabile un intervento degli Houthi a supporto dell’Iran in maniera diretta. O forse, vista la superficialità con la quale a Washington si è presa la decisione di avviare la guerra, non si era analizzata a fondo la questione.

 

Il rischio di paralisi dell’economia globale

Che, nei suoi termini più crudi, consiste nel rischio che fra Hormuz e Bab el-Mandeb si blocchi oltre un terzo del trasporto mondiale di greggio. Ovvero il semi-collasso dell’economia mondiale.

Nulla transiterebbe più sino a quando non si dovesse raggiungere un vero accordo di pace. Niente petrolio, niente gas, niente merci.

Un’ulteriore carta in mano all’Iran. Alla quale evidentemente, e pare incredibile anche solo immaginarlo, gli strateghi che occupano la Casa Bianca non avevano pensato.

 

La variabile cinese

Resta una speranza. Questo è uno scenario inaccettabile per la Cina. Devastante per la sua Belt and Road Initiative, la nuova Via della Seta sulla quale ha investito capitali ingentissimi.

Pechino si attiverà, sia con la Repubblica Islamica sia con gli Stati Uniti. Anche questo ha ottenuto Trump: che l’Occidente, e non solo, confidi in Xi Jinping.

Proprio un grande risultato.

Il futuro format dei talk politici

Un format che divide

Ma il nuovo format dei talk televisivi è quello della fascia serale La 7 oppure, e al contrario, quello del servizio pubblico radiotelevisivo, di quasi tutti i talk di Mediaset o degli stessi talk de La 7 della fascia mattutina? Ne parlo perchè il format che si sta affermando nei programmi più gettonati di quella importante emittente televisiva, o del canale 9 per fare un altro esempio, si caratterizza per un dato su tutti: e cioè, viene sistematicamente cancellato il pluralismo delle opinioni. Che resta, detto fra di noi, l’abc della democrazia e della sua conservazione e qualità. Un pluralismo delle opinioni che prevede, a volte, una sola presenza di chi non appartiene al “coro” e a cui viene ritagliato un ruolo quasi tenero se non addirittura ridicolo perchè emerge in modo inequivocabile che la musica che viene suonata è tutt’altra. Sotto questo versante il “modello” di Gruber, o Floris o Formigli è lo stesso e quindi non si differenzia da questo clichè.

Il nodo del pluralismo

Ora, al di là della linea editoriale di ciascuna emittente televisiva – ognuno, come ovvio, fa ciò che vuole ed esercita la propaganda a favore di chi ritiene opportuno contestando sistematicamente il nemico politico che viene individuato come tale – quello su cui merita riflettere è quale sarà il “format” futuro prescelto per approfondire i temi politici, sociali e culturali. E, nello specifico, i temi riconducibili al dibattito e al confronto politico quotidiano. E questo per una semplice e persin banale ragione. Perchè se viene a mancare la valenza del pluralismo e del confronto tra tesi diverse ed alternative, il rischio di una deriva illiberale, autoritaria e sostanzialmente anti democratica si staglia all’orizzonte. Se la platea degli invitati alla trasmissione televisiva proviene dalla stessa parte politica compreso, come ovvio e scontato, il conduttore, il quadro si completa e la qualità della democrazia rischia realmente di entrare in crisi.

Il ruolo del servizio pubblico

Certo, il rapporto tra la politica e l’informazione è sempre stato un tema complesso, difficile e molto articolato. Ne è un esempio il dibattito, sempre più stantio ed antico, sull’occupazione della Rai da parte della maggioranza politica di turno che vince le elezioni. Anche se, va pur detto, il pluralismo nel servizio pubblico radiotelevisivo, al di là delle chiacchiere e della propaganda, viene sistematicamente e quasi religiosamente osservato per ragioni se non altro di natura regolamentare perchè il rischio concreto, se si viola il pluralismo, è quello di incappare anche in severe sanzioni pecuniarie.

Democrazia e informazione

Ecco perchè il dibattito e il confronto sul “format” dei talk di approfondimento politico non è legato ad un tema astratto, burocratico o puramente protocollare. Attiene, appunto, alla qualità della democrazia, alla libertà di opinione e in ultimo, ma in cima per importanza, al rispetto dei valori e dei principi costituzionali. Anche perchè sarebbe curioso, nonchè singolare, predicare quotidianamente il richiamo alla nostra Costituzione e poi violarla altrettanto quotidianamente nella declinazione concreta sul terreno più delicato, cioè quello del rapporto tra la politica e l’informazione. E questo perchè il tema in questione non è soltanto di natura regolamentare o legislativa ma, al contrario, attiene proprio alla qualità della nostra democrazia. E senza un rapporto corretto, trasparente, democratico e costituzionale tra la politica e l’informazione il rischio di una deriva autoritaria dello stesso sistema democratico è drammaticamente concreto. È in gioco, infatti, la vera ed autentica qualità della nostra democrazia.

La funzione sociale d’impresa e la prima generazione di stranieri in Italia

La storia di Omar: una biografia esemplare

Omar, nome di fantasia tratto da una storia vera, arriva nel nostro Paese dal Marocco nel 1998, a 38 anni, per lavorare nei campi. Per anni fa il bracciante agricolo, spesso in condizioni disumane; solo dopo molto tempo ottiene un contratto regolare e un lavoro che può forse chiamarsi dignitoso. Con quei sacrifici sostiene la famiglia d’origine e fa studiare i figli. Oggi, a 66 anni, senza un’occupazione e senza più le forze per lavorare, è malato di tumore. La moglie è morta lo scorso anno, i figli – anche loro emigrati – hanno con lui un rapporto difficile. A occuparsene sono i volontari delle Caritas parrocchiali, gli operatori sociali, i sanitari che provano a procurargli qualche farmaco. Senza reddito, la salute è diventata per lui un privilegio lontano.

 

Una nuova area di fragilità sociale

La storia di Omar è una delle migliaia che attraversano il nostro Paese. Tra il 2020 e il 2021, durante il mio breve servizio presso la Caritas Diocesana di Roma, nella Casa di Accoglienza Santa Giacinta, la condizione degli immigrati over 60 con patologie appariva già una frontiera di disagio che il welfare pubblico faticava a intercettare. Persone che avevano lavorato per anni arrivavano alla vecchiaia sospese tra malattia, povertà e solitudine, spesso invisibili alle statistiche e alle narrazioni pubbliche.

Secondo il progetto Immidem, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, oggi in Italia gli stranieri over 60 sono oltre 590.000 e circa 45.000 migranti convivono con disturbi cognitivi o demenza, incontrando barriere significative nell’accesso ai percorsi di diagnosi, cura e long-term care.

 

Dalla forza lavoro alla terza età

Per decenni l’immigrazione è stata letta come apporto di forza lavoro giovane, impiegata nei settori più faticosi e meno tutelati. Anche i dati del nostro Centro Studi mostrano che ad abbassare l’età media dei lavoratori sono soprattutto gli immigrati, risorsa essenziale per il Paese e per il tessuto produttivo. A garantire continuità in molti comparti sono proprio loro: uomini e donne che reggono intere filiere, spesso nei ruoli più esposti.

Ma il ciclo di vita è lo stesso per tutti. Quella prima generazione migrante entra oggi nella terza età con percorsi lavorativi frammentati, redditi bassi, contributi discontinui, reti familiari fragili o lontane. Le difficoltà, già grandi, che i nativi incontrano nell’assistenza agli anziani risultano amplificate quando si tratta di immigrati, per barriere linguistiche, assenza di prossimità familiare e minore capacità di accesso ai diritti.

 

Le domande che interpellano il sistema

Da qui nascono interrogativi inevitabili: chi si prende cura di queste persone quando vengono meno le energie e le tutele del lavoro? Le RSA e le strutture sociosanitarie sono pronte ad accoglierle, anche sul piano culturale e relazionale, oltre che economico? E chi sostiene i costi di percorsi di cura di lunga degenza per lavoratori con biografie contributive deboli o insufficienti?

L’invecchiamento degli immigrati non è un capitolo marginale, ma una nuova frontiera del sistema sociosanitario e politico. Per affrontarla occorre una presa di coscienza, una coscienza collettiva – direbbe Luigi Sturzo – che assuma questa realtà come questione civile, non come semplice emergenza da gestire ai margini.

 

La funzione sociale dell’impresa

In questo orizzonte entra in gioco la funzione sociale d’impresa. Nella prospettiva dell’economia civile e della dottrina sociale della Chiesa, l’impresa non è solo luogo di produzione, ma comunità di persone che concorre al bene comune. Se prendiamo sul serio la centralità della persona, l’impresa non può limitarsi a utilizzare il lavoro degli stranieri per poi voltarsi dall’altra parte quando quei lavoratori invecchiano o si ammalano.

La responsabilità sociale non si esaurisce nei bilanci di sostenibilità, ma si misura nella continuità dello sguardo sulla vita dei lavoratori lungo tutto il loro arco biografico.

 

Verso un’alleanza per il “dopo”

Da qui l’urgenza di sistemi di welfare aziendale e contrattuale, oltre che di strumenti di sanità integrativa, che guardino anche al “dopo”, prevedendo tutele specifiche per l’avanzare dell’età biografica. Non si tratta di sostituirsi al settore pubblico, ma di costruire un’alleanza responsabile.

Un’impresa che assume fino in fondo la propria funzione sociale contribuisce a prevenire le fragilità, riconosce il debito che il Paese ha verso quella prima generazione di stranieri e restituisce dignità a vite che non possono essere considerate “scarti” una volta terminata la loro “utilità” produttiva.

È anche da come sapremo guardare a questi anziani che si misurerà il domani dell’Italia.

 

Antonio Zizza, Direttore Scientifico del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale

 

Usa, spari alla cena di Trump con la stampa, presidente illeso

Roma, 26 apr. (askanews) – Il presidente Donald Trump è illeso dopo che un uomo armato ha tentato di fare irruzione ieri sera alla cena della White House Correspondents’ Association, l’appuntamento che ogni anno riunisce il capo della Casa Bianca e la stampa accreditata. Trump è stato portato in sicurezza mentre gli agenti del Secret Service hanno bloccato e arrestato l’attentatore prima che raggiungesse la sala del banchetto al Washington Hilton.

“Che serata a Washington, D.C. I Servizi Segreti e le Forze dell’Ordine hanno fatto un lavoro fantastico. Hanno agito rapidamente e con coraggio. L’attentatore è stato arrestato, e ho raccomandato di “LASCIARE CHE LO SPETTACOLO CONTINUI”, ma mi affiderò completamente alle Forze dell’Ordine”, ha scritto poi lo Trump su Truth, dove ha postato anche la foto dell’attentatore.

Come riporta Associated Press l’uomo, identificato come Cole Tomas Allen, 31 anni, di Torrance in California, si è presentato armato di pistole e coltelli e ha tentato di farsi strada verso il salone sotterraneo dove si trovavano Trump e numerosi altri esponenti di primo piano dell’amministrazione invitati per la serata. Diversi ospiti si sono gettati sotto i tavoli. Alcuni hanno riferito di aver sentito colpi d’arma da fuoco provenire dalla hall. Un agente delle forze dell’ordine è stato raggiunto da uno sparo, fermato però dal giubbotto antiproiettile e le sue condizioni non sono gravi.

L’FBI ha confermato l’arresto del sospettato e ha attivato l’ufficio locale di Washington. L’evento è stato sospeso e sarà riprogrammato e due ore circa dopo i fatti, Trump è comparso alla Casa Bianca ancora in smoking. “Quando conti qualcosa, ti vengono contro”, ha detto, definendo l’attentatore “malato”. A suo stesso avviso gli inquirenti sembrano orientati verso la pista del lupo solitario.

Padel, al torneo Fip Silver di Bari poker azzurro in semifinale

Roma, 25 apr. (askanews) – Sarà una domenica di grande spettacolo a Bari per il Fip Silver Mediolanum Padel Cup, torneo della Federazione Internazionale Padel, con le semifinali in programma nella mattinata e le finali a partire dalle 14. Nei quarti di finale del tabellone maschile, si legge in una nota, spicca intanto la prestazione dell’azzurro Marco Cassetta, in coppia con lo spagnolo Jose Luis Gonzalez, protagonisti di una grande vittoria contro le teste di serie numero uno, Javi Ruiz e l’italo-argentino Facundo Dominguez, compagno di Cassetta di tante vittorie in Nazionale. Il torinese e lo spagnolo si sono imposti 6-2 6-4 in un match gestito perfettamente fin dai primi punti. “Sono felicissimo, è la vittoria più bella della mia carriera contro il mio idolo Ruiz e il mio amico ‘Facu'”, ha dichiarato Cassetta, rientrato dopo uno stop per infortunio. In semifinale affronterà, insieme al compagno, la coppia formata da Marc Quilez e Fede Mouriño.

Nella parte bassa del tabellone – prosegue il comunicato – avanzano Nacho Moragues e Manuel Aragon, che hanno superato gli azzurri Giulio Graziotti e Simone Iacovino. Gli spagnoli sfideranno in semifinale l’argentino Maxi Sanchez, già numero uno del mondo e campione iridato 2016, in coppia con Juani Rubini. Nel tabellone femminile bene le “Magnifiche 3” azzurre, Emily Stellato, Giulia Sussarello e Carlotta Casali. Stellato e Sussarello hanno dominato il loro quarto di finale con un doppio 6-1 contro le francesi Agosti-Barla e affronteranno in semifinale Jana Montes e Alix Collombon, coppia numero uno del seeding. In coppia con Ana Dominguez, conclude la nota, Casali sfiderà invece le spagnole Aida Martinez e Camila Fassio.

Calcio, risultati Serie A, Roma Champions nel mirino

Roma, 25 apr. (askanews) – Questi i risultati e la classifica della 34esima giornata di serie A dopo Bologna-Roma 0-2

34.a giornata Napoli-Cremonese 4-0,Parma-Pisa 1-0; Bologna-Roma 0-2; ore 20.45 Verona-Lecce. Domenica 26 aprile, ore 12.30 Fiorentina-Sassuolo; ore 15 Genoa-Como; ore 18 Torino-Inter; ore 20.45 Milan-Juventus. Lunedi 27 aprile, ore 18.30 Cagliari-Atalanta; ore 20.45 Lazio-Udinese.

Classifica: Inter 78, Napoli 69, Milan 66, Juventus 63, Roma 61, Como 58, Atalanta 54, Bologna 48, Lazio 47, Sassuolo 45, Udinese 43, Parma 42, Torino 40, Genoa 39, Fiorentina 36, Cagliari 33, Cremonese, Lecce 28, Verona, Pisa 18.

35ª giornata – Venerdì 1 maggio, ore 20.45 Pisa-Lecce. Sabato 2 maggio, ore 15 Udinese-Torino; ore 18 Como-Napoli; ore 20.45 Atalanta-Genoa. Domenica 3 maggio, ore 12.30 Bologna-Cagliari; ore 15 Sassuolo-Milan; ore 18 Juventus-Verona; ore 20.45 Inter-Parma. Lunedì 4 maggio, ore 18.30 Cremonese-Lazio; ore 20.45 Roma-Fiorentina.

36esima giornata – Venerdì 8 maggio, ore 20.45 Torino-Sassuolo. Sabato 9 maggio, ore 15 Cagliari-Udinese; ore 18 Lazio-Inter; ore 20.45 Lecce-Juventus. Domenica 10 maggio, ore 12.30 Verona-Como; ore 15 Cremonese-Pisa; ore 15 Fiorentina-Genoa; ore 18 Parma-Roma; ore 20.45 Milan-Atalanta.

Tennis, esordio vittorioso di Cobolli a Madrid su Carabelli

Roma, 25 apr. (askanews) – Flavio Cobolli esordisce con un successo sofferto al Madrid Open. Il romano, 13 del ranking dopo la finale della scorsa settimana a Monaco di Baviera, si è liberato in rimonta dell’argentino Camilo Ugo Carabelli, n. 57 del mondo. 6-7, 6-1, 6-4 i parziali per Cobolli, che dopo un avvio nervoso, ha alzato il livello dal secondo set in avanti, facendo valere la sua caratura dopo quasi due ore e 30′ di gioco.

Il romano, per la terza volta alla Caja Magica, eguaglia il suo miglior risultato sulla terra spagnola: lunedì affronterà da favorito il paraguaiano Adolfo Daniel Vallejo, n°96 del ranking: tra i due non ci sono precedenti.

“Inside the experience” di Haier alla Milano Design Week

Milano, 25 apr. (askanews) – In occasione della Milano Design Week, Haier, brand numero uno al mondo per i grandi elettrodomestici, presenta “Inside the Experience”: un racconto immersivo e diffuso che trasforma Milano in un Haier Hub. Un ecosistema di spazi, tecnologia e contenuti.

Il progetto ha l’epicentro in Via Bergognone 26, ma si estende poi in altri punti chiave: da Superstudio Maxi, con Invictus Yacht, a Eurocucina con lo stand Arrex – Technology by Haier.

“La Design Week quest’anno, per Haier, ha una grandissima opportunità: quella di far toccare con mano, alle persone che vengono a trovarci, la tecnologia di Haier. L’abbiamo fatto grazie a collaborazioni illustri, a partnership illustri in giro per la città di Milano. Questo è nato dall’esigenza di voler raccontare, in maniera molto semplice, la nostra sofisticata tecnologia” ha dichiarato Emiliano Garofalo, Country Manager Haier Italy.

Andare all’Haier Hub, significa immergersi in un percorso guidato dalla luce, con ambienti pensati per sorprendere e ispirare. C’è una ricca programmazione tra eccellenza, sport, gaming e cultura del cibo, con il coinvolgimento di chef, influencer e protagonisti del mondo dello sport e del design: “A me piace definire la tecnologia Haier una tecnologia invisibile. E’ quella tecnologia che aiuta il consumatore nelle esigenze di tutti i giorni. Noi ci mettiamo al servizio del consumatore ed è quello che, grazie a Design Week, grazie alle installazioni in Via Bergognone, quest’anno riusciamo a trasferire. Certamente, le partnership che abbiamo in essere quest’anno, ci aiuteranno tanto in questa missione” ha continuato Garofalo.

Gli appassionati di calcio conosceranno già l’Haier Cam, che regala un POV esclusivo durante le partite. La collaborazione con la Lega Calcio Serie A e con DAZN si concretizza in una cabina di regia dedicata. Parallelamente, Nintendo, in una postazione dedicata, trasforma le Smart TV Haier MiniLED da 75 pollici, in veri e propri portali immersivi con un titolo iconico come “Mario Tennis Fever”. A completare la visione di ecosistema connesso e sostenibile è BYD, partner di Haier durante la Design Week, che porta al centro la propria innovazione tecnologica con una riflessione concreta sul rapporto tra casa e mobilità: DOLPHIN SURF si trasforma in una vera e propria fonte di energia per alimentare gli elettrodomestici.

Infine, la cucina si trasforma in spettacolo: gli showcooking, vedono protagonisti chef rinomati come Chiara Pavan e Gennaro Esposito, mentre l’effervescenza di Ferrarelle e le degustazioni esclusive, curate da Antinori, completano la dimensione sensoriale: “E’ fondamentale per noi dare diverse chiavi di lettura alla tecnologia. Le persone sono abituate ad usare la tecnologia quotidianamente. Negli elettrodomestici, è molto difficile trasferire quanto la tecnologia possa aiutare quotidianamente la vita di tutti i giorni delle persone” ha concluso Garofalo.

Le soluzioni Haier portano l’innovazione “dentro l’esperienza” quotidiana. La Milano Design Week, quindi, diventa occasione per ospitare eventi di approfondimento sul ruolo della tecnologia nell’abitare domestico, a cui si può partecipare.

Iran, Trump: cancellata la visita in Pakistan di Witkoff e Kushner

Roma, 25 apr. (askanews) – Il presidente americano Donald Trump ha detto in un’intervista a Fox News che la visita in Pakistan dei suoi inviati Steve Witkoff e Jared Kushner è stata cancellata.

“Ho detto ai miei collaboratori poco fa mentre si stavano preparando a partire: ‘No, non farete un volo di 18 ore per andare laggiù. Abbiamo tutte le carte in regola. Possono chiamarci quando vogliono, ma non farete più voli di 18 ore per stare lì a parlare del nulla’”, ha detto Trump alla giornalista Aishah Hasnie.

Calcio, Parma-Pisa 1-0: decide Elphege

Roma, 25 apr. (askanews) – Il Parma supera il Pisa per 1-0 al termine di una gara equilibrata e decisa nella ripresa, alla vigilia della sfida del Tardini. A firmare il successo degli emiliani è Elphege, in gol al 37′ del secondo tempo su assist di Sørensen, episodio che spezza l’equilibrio di un match combattuto e ricco di interruzioni. Emiliani salvi, toscani a un passo dalla B

Nel primo tempo le due squadre si affrontano con prudenza, lasciando pochi spazi e costruendo occasioni soprattutto su episodi isolati. Il Parma si rende pericoloso nel finale di frazione, quando Stojilkovic colpisce il palo al 45′, mentre Valeri poco dopo non trova lo specchio della porta. Il Pisa risponde con ordine, senza però riuscire a impensierire concretamente la difesa avversaria.

Nella ripresa il ritmo resta spezzettato dai numerosi falli e dalle sostituzioni, con entrambe le panchine che cercano soluzioni per sbloccare il risultato. Il Parma cresce progressivamente e crea le occasioni migliori: Pellegrino e Valeri impegnano il portiere avversario, mentre Meister sfiora il gol al 76′. Il Pisa prova a reagire con Moreo, ma senza precisione.

La svolta arriva all’82’: Sørensen serve Elphege che trova la rete del vantaggio, facendo esplodere il Tardini. Nel finale il Pisa tenta l’assalto, ma la difesa del Parma regge senza concedere spazi. Nei minuti conclusivi sale la tensione, con ammonizione per Ndiaye e diversi falli che spezzano il gioco, ma il risultato non cambia.

Il Parma porta così a casa tre punti preziosi al termine di una sfida intensa e tattica, mentre il Pisa esce sconfitto nonostante una prova ordinata ma poco incisiva in fase offensiva.

25 aprile, bloccato corteo a Milano: la polizia scorta la Brigata ebraica

Roma, 25 apr. (askanews) – I rappresentanti della Brigata ebraica sono stati scortati dalla polizia fuori dal corteo del 25 aprile, a Milano. L’intervento di sicurezza – secondo quanto riferito – è avvenuto in seguito all’azione posta in essere da attivisti Pro Pal che avevano bloccato la manifestazione in corso Venezia, all’angolo di via San Donato. Le forze dell’ordine, a quel punto, in tenuta antisommossa hanno permesso alla Brigata ebraica di poter mettersi al riparo.

Roma, spari con una pistola a pallini al corteo del 25 aprile: feriti due manifestanti

Roma, 25 apr. (askanews) – Una donna ed un uomo sono rimasti feriti dai colpi di una pistola a pallini, mentre erano nell’area di Parco Schuster, vicino alla Basilica di San Paolo, a Roma, in occasione della manifestazione per il 25 aprile. Dal palco dell’iniziativa è stato riferito che a sparare sarebbero stati dei soggetti a bordo di una moto. I due attivisti feriti sono stati subito soccorsi da una ambulanza presente in zona. “Adesso li hanno portati in commissariato – è stato spiegato – Non stavano facendo nulla di particolare. Avevano il fazzoletto dell’Anpi intorno al collo”. E’ stato un uomo a bordo di una moto, con casco integrale, ad esplodere dei colpi da una pistola a pallini contro una coppia che aveva il fazzoletto dell’Anpi attorno al collo. Saranno gli agenti del commissariato San Paolo a svolgere i primi accertamenti sulla vicenda, dopo la denuncia che sarà presentata dall’uomo e dalla donna oggetto dei colpi segno. Secondo quanto si è appreso la donna sarebbe stata raggiunta ad una spalla, mentre l’uomo al collo. Ma sono diversi i proiettili che sono stati esplosi.

Roma, in migliaia a Centocelle al corteo antifascista del 25 aprile

Roma, 25 apr. (askanews) – Migliaia di cittadini di ogni età hanno partecipato al tradizionale corteo per il 25 aprile nell’81esimo anniversario dalla Liberazione dal nazifascismo, nel quartiere di Centocelle, periferia est di Roma.

A piazza delle Camelie, da dove il corteo è partito per dirigersi al Quarticciolo, è stata inaugurata un’installazione dedicata alle “vittime del genocidio dei palestinesi”: le sagome di una madre e un figlio che attendono l’esecuzione con le mani che fanno il gesto della vittoria, un inno alla resistenza.

E poi tante le bandiere palestinesi, dei comitati antifascisti, di Rifondazione Comunista, dei Cobas, vessilli curdi e un mega striscione per Ocalan, oltre a bandiere Rojava e della resistenza iraniana.

Al corteo 25 aprile a Roma “Partigiani della pace” e “Free palestine”

Roma, 25 apr. (askanews) – “Partigiani della pace” si legge su uno striscione rosso fuoco firmato FC (Fronte Comunista) e FGC (Fronte Gioventù Comunista), “Viva l’Italia che resiste” o “Noi con i fascisti abbiamo finito di parlare il 25 aprile 1945”, recitano altri striscioni con la sigla della CGIL e poi bandiere della Pace o della Palestina e l’immancabile grido “Free Palestine”: sono le immagini di alcuni partecipanti al tradizionale corteo promosso dall’Anpi (Associazione nazionale partigiani italiani) in occasione del 25 aprile a Roma, che da Piazza di Porta San Paolo si è diretto a Parco Schuster.

Calcio, inchiesta sul designatore Rocchi: ipotesi frode sportiva

Roma, 25 apr. (askanews) – Si apre un nuovo fronte giudiziario nel calcio italiano con l’iscrizione nel registro degli indagati di Gianluca Rocchi, attuale designatore della Can A e B, per l’ipotesi di concorso in frode sportiva. L’inchiesta è coordinata dalla Procura di Milano e riguarda presunte interferenze nelle comunicazioni tra ufficiali di gara e sala Var nel corso delle ultime due stagioni.

Al centro dell’indagine, scrive l’edizione online della Gazzetta dello sport, vi sarebbero alcune segnalazioni su possibili pressioni esercitate nei confronti di Var e Avar durante partite di Serie A e Serie B. Rocchi, attraverso fonti a lui vicine, ha fatto sapere di considerarsi completamente estraneo ai fatti e di essere pronto a difendersi in tutte le sedi per chiarire la propria posizione.

L’origine della vicenda risale a una lettera-denuncia presentata nel maggio 2025 da Domenico Rocca, ex assistente arbitrale, che aveva segnalato presunte anomalie nella gestione di alcune decisioni arbitrali, tra cui un episodio relativo alla gara Napoli-Fiorentina del maggio 2024. La denuncia, inizialmente esaminata dalla giustizia sportiva, era stata archiviata, ma ora assume rilievo sul piano penale.

Tra gli episodi sotto la lente degli inquirenti figura anche un caso avvenuto durante Udinese-Parma del marzo 2025, con il Var Daniele Paterna che, secondo quanto emerso da immagini video, si sarebbe rivolto verso l’esterno della sala operativa prima di richiamare l’arbitro Fabio Maresca per una revisione al monitor a bordo campo. Secondo quanto riportato nella denuncia, Rocchi avrebbe richiamato l’attenzione bussando sul vetro della sala Var, circostanza che, se confermata, violerebbe i protocolli che vietano qualsiasi interferenza esterna.

Dopo la segnalazione, l’Associazione Italiana Arbitri aveva disposto controlli più stringenti, introducendo anche la presenza di ispettori federali presso il centro Var di Lissone per garantire la regolarità delle operazioni durante le gare. Una misura che evidenziava come la vicenda avesse già creato tensioni interne al sistema arbitrale.

Nel fascicolo milanese comparirebbero inoltre altri episodi, tra cui Inter-Verona del gennaio 2024, caratterizzata da un mancato intervento Var su un contatto giudicato rilevante. Gli inquirenti stanno valutando se si tratti di semplici errori tecnici o di condotte riconducibili a un disegno più ampio.

L’indagine è nella fase preliminare e dovrà chiarire la natura delle presunte interferenze e l’eventuale rilevanza penale dei comportamenti contestati. Rocchi resta al momento indagato, in attesa degli sviluppi dell’inchiesta.

Tennis, Darderi al terzo turno a Madrid

Roma, 25 apr. (askanews) – Buona la prima per Luciano Darderi. L’italoargentino, testa di serie numero 18, ha battuto all’esordio al Madrid Open l’argentino Juan Manuel Cerundolo (numero 67 al mondo) con il punteggio di 6-1, 6-3 in un’ora e 18 minuti di gioco. Una partita molto solida da parte di ‘Luli’, in controllo praticamente dall’inizio alla fine. Nel primo set, dopo aver salvato una palla break in apertura, Darderi ha strappato il servizio a Cerundolo nel secondo gioco, gestendo fino al netto 6-1 in 30 minuti. Nel secondo set, Darderi ha subito il break nel primo game, conquistando l’immediato controbreak. Da quel momento, l’italoargentino è tornato in controllo del parziale, chiuso sul 6-3.

25 aprile, Mattarella: ora e sempre Resistenza, la libertà non ha confini

San Severino Marche (Macerata), 25 apr. (askanews) – Sergio Mattarella ribadisce il motto “ora e sempre Resistenza”. Scritta dal partigiano e giurista Piero Calamandrei, rivolta ai nazisti che irridevano gli italiani, la frase fu riportata sulla “Lapide ad ignominia” nel palazzo civico di Cuneo. Il Presidente della Repubblica l’aveva già usata tre anni fa, il 25 aprile del 2023, per il 78esimo anniversario della Liberazione proprio a Cuneo. Oggi la ripete a San Severino Marche e precisa che queste celebrazioni non sono “di maniera e tanto meno rappresentano la pretesa di una storia scritta in obbedienza ad astratte posizioni ideologiche. A muoverci è amor di Patria”, scandisce Mattarella, sottolineando che la festa della Liberazione “è la festa di tutti gli italiani che amano la libertà”.

Per troppo tempo il 25 aprile è stata occasione di divisioni politiche. Mattarella vuole ribadire che questa storia è la storia delle radici della nostra Repubblica e della nostra Costituzione “tanto cara agli italiani”, e dunque di tutti gli italiani, non solo di una parte. Anche la premier Giorgia Meloni sembra condividere le parole del presidente: “Oggi ci ritroviamo nelle parole del Presidente della Repubblica e rinnoviamo il nostro impegno affinché il 25 aprile sia ‘un momento di riflessione collettiva e di coesione nazionale’. È un auspicio che facciamo nostro – dice Meloni -, perché è dalla concordia e dal rispetto per l’altro che la Nazione può trarre rinnovato vigore”.

Dunque 25 aprile come momento di unità nazionale nei valori della Costituzione e della libertà, ma anche monito per il presente perchè “la libertà e la giustizia non hanno confini” e così come 81 anni fa “a combattere con quelli italiani c’erano partigiani di molte nazioni” oggi “non possiamo essere indifferenti a queste ragioni” e alle difficoltà di altre popolazioni che sono oppresse. Il capo dello Stato assicura “la nostra determinazione nella difesa delle nostre libertà, la nostra convinta apertura a condividere, con gli altri popoli, i valori della giustizia e della pace”. Perchè il “senso della Resistenza” è “opporsi alla violenza dell’uomo sull’uomo” e garantire “pace per ogni persona. Pace come diritto di ogni popolo. Pace per ogni Paese”.

In questo momento storico infatti stiamo “assistendo, dolorosamente, ad antistoriche velleità di affievolire se non addirittura di rimuovere quei percorsi” che hanno portato dopo il secondo conflitto mondiale alla nascita dell’Onu e dell’Ue, “dimenticando o ignorando che reagire alla guerra fra i popoli significa dar fiducia a istituzioni comuni di pace, renderle più autorevoli ed efficienti: un impegno tanto più indispensabile ora”, è la strada indicata dal Presidente della Repubblica.

Al teatro Feronia di San Severino Marche, cittadina alla quale proprio Mattarella ha conferito la medaglia d’oro al valor civile per il suo contributo alla resistenza, ci sono tutti i sindaci della provincia, il presidente della regione, Francesco Acquaroli, la sindaca Rosa Piermattei e il ministro della Difesa Guido Crosetto, l’accoglienza è come sempre calorosa e l’ovazione finale lo sottolinea. Mattarella nel suo discorso ricorda i sacrifici compiuti dai marchigiani durante quegli anni, le donne e i bambini che subirono violenza, i “sacerdoti trucidati”, i carabinieri che diedero la vita. “Questa la storia, scritta con la loro vita. Da questi italiani. In questa regione, le Marche, territorio di scontri pagati a caro prezzo dalle popolazioni”, ricorda. Quindi elenca dettagliamente tutti gli episodi della lotta di resistenza e i protagonisti principali, poi cita quattro illustri personaggi che in queste terre si sono contraddistinti: Carlo Alberto Dalla Chiesa, “eroe della Repubblica”, Enrico Mattei, al “Comando del Corpo Volontari della Libertà” e Sandro Pertini, “settimo presidente della nostra Repubblica, dopo la fuga dal carcere di Regina Coeli di Roma, compiuta insieme a Giuseppe Saragat, quinto presidente della Repubblica”.

Sacrifici che non vanno dimenticati perchè “il passato plasma il presente”, dice Mattarella citando il premio Nobel per la letteratura William Faulkner: “‘il passato non è mai morto, non è neanche passato’. Ciò che è accaduto non svanisce ma vive nelle conseguenze che ha prodotto”, avverte il capo dello Stato “ecco perché per la Repubblica vale l’impegno che esorta: ora e sempre Resistenza!”.

Mattarella ribadisce "ora e sempre Resistenza", libertà non ha confini

San Severino Marche (Macerata), 25 apr. (askanews) – Sergio Mattarella ribadisce il motto “ora e sempre Resistenza”. Scritta dal partigiano e giurista Piero Calamandrei, rivolta ai nazisti che irridevano gli italiani, la frase fu riportata sulla “Lapide ad ignominia” nel palazzo civico di Cuneo. Il Presidente della Repubblica l’aveva già usata tre anni fa, il 25 aprile del 2023, per il 78esimo anniversario della Liberazione proprio a Cuneo. Oggi la ripete a San Severino Marche e precisa che queste celebrazioni non sono “di maniera e tanto meno rappresentano la pretesa di una storia scritta in obbedienza ad astratte posizioni ideologiche. A muoverci è amor di Patria”, scandisce Mattarella, sottolineando che la festa della Liberazione “è la festa di tutti gli italiani che amano la libertà”.

Per troppo tempo il 25 aprile è stata occasione di divisioni politiche. Mattarella vuole ribadire che questa storia è la storia delle radici della nostra Repubblica e della nostra Costituzione “tanto cara agli italiani”, e dunque di tutti gli italiani, non solo di una parte. Anche la premier Giorgia Meloni sembra condividere le parole del presidente: “Oggi ci ritroviamo nelle parole del Presidente della Repubblica e rinnoviamo il nostro impegno affinché il 25 aprile sia ‘un momento di riflessione collettiva e di coesione nazionale’. È un auspicio che facciamo nostro – dice Meloni -, perché è dalla concordia e dal rispetto per l’altro che la Nazione può trarre rinnovato vigore”.

Dunque 25 aprile come momento di unità nazionale nei valori della Costituzione e della libertà, ma anche monito per il presente perchè “la libertà e la giustizia non hanno confini” e così come 81 anni fa “a combattere con quelli italiani c’erano partigiani di molte nazioni” oggi “non possiamo essere indifferenti a queste ragioni” e alle difficoltà di altre popolazioni che sono oppresse. Il capo dello Stato assicura “la nostra determinazione nella difesa delle nostre libertà, la nostra convinta apertura a condividere, con gli altri popoli, i valori della giustizia e della pace”. Perchè il “senso della Resistenza” è “opporsi alla violenza dell’uomo sull’uomo” e garantire “pace per ogni persona. Pace come diritto di ogni popolo. Pace per ogni Paese”.

In questo momento storico infatti stiamo “assistendo, dolorosamente, ad antistoriche velleità di affievolire se non addirittura di rimuovere quei percorsi” che hanno portato dopo il secondo conflitto mondiale alla nascita dell’Onu e dell’Ue, “dimenticando o ignorando che reagire alla guerra fra i popoli significa dar fiducia a istituzioni comuni di pace, renderle più autorevoli ed efficienti: un impegno tanto più indispensabile ora”, è la strada indicata dal Presidente della Repubblica.

Al teatro Feronia di San Severino Marche, cittadina alla quale proprio Mattarella ha conferito la medaglia d’oro al valor civile per il suo contributo alla resistenza, ci sono tutti i sindaci della provincia, il presidente della regione, Francesco Acquaroli, la sindaca Rosa Piermattei e il ministro della Difesa Guido Crosetto, l’accoglienza è come sempre calorosa e l’ovazione finale lo sottolinea. Mattarella nel suo discorso ricorda i sacrifici compiuti dai marchigiani durante quegli anni, le donne e i bambini che subirono violenza, i “sacerdoti trucidati”, i carabinieri che diedero la vita. “Questa la storia, scritta con la loro vita. Da questi italiani. In questa regione, le Marche, territorio di scontri pagati a caro prezzo dalle popolazioni”, ricorda. Quindi elenca dettagliamente tutti gli episodi della lotta di resistenza e i protagonisti principali, poi cita quattro illustri personaggi che in queste terre si sono contraddistinti: Carlo Alberto Dalla Chiesa, “eroe della Repubblica”, Enrico Mattei, al “Comando del Corpo Volontari della Libertà” e Sandro Pertini, “settimo presidente della nostra Repubblica, dopo la fuga dal carcere di Regina Coeli di Roma, compiuta insieme a Giuseppe Saragat, quinto presidente della Repubblica”.

Sacrifici che non vanno dimenticati perchè “il passato plasma il presente”, dice Mattarella citando il premio Nobel per la letteratura William Faulkner: “‘il passato non è mai morto, non è neanche passato’. Ciò che è accaduto non svanisce ma vive nelle conseguenze che ha prodotto”, avverte il capo dello Stato “ecco perché per la Repubblica vale l’impegno che esorta: ora e sempre Resistenza!”.

Terna, l’Ad Di Foggia lascia la società e rinucia alla maxi buonuscita. È candidata alla presidenza di Eni

Roma, 25 apr. (askanews) – Giuseppina Di Foggia cessa il suo rapporto come amministratore delegato di Terna. La società in un nota informa che in data odierna, “l’amministratore delegato e direttore generale di Terna Giuseppina Di Foggia, ha sottoscritto un accordo per la cessazione anticipata del rapporto di amministrazione e per la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro dirigenziale in essere con effetto dal 5 maggio 2026, preso atto che non risulta inclusa in alcuna lista per la nomina del prossimo consiglio di Amministrazione della società”.

La manager rinuncia anche alla maxi buonuscita. “Nell’accordo è stata altresì prevista, subordinatamente alla nomina a presidente del consiglio di amministrazione di Eni, la rinuncia di Di Foggia all’indennità integrativa di fine rapporto spettante per la posizione di Direttore Generale. A tale fine era stato precauzionalmente stimato ed accantonato un importo pari a euro 7.189.750”. ‘accordo è stato sottoscritto in conformità alle determinazioni adottate il 24 aprile dal Consiglio di amministrazione della società, con il supporto del Comitato remunerazione e nomine e del Comitato operazioni con parti correlate.

Si ricorda che Giuseppina Di Foggia, “amministratore esecutivo e non indipendente, è stata eletta dall’assemblea del 9 maggio 2023 nell’ambito della lista di maggioranza presentata da Cdp Reti ed in pari data è iniziato il suo rapporto di lavoro dirigenziale con la società. La società precisa che alla data odierna l’amministratore delegato detiene 84.871 azioni di Terna, rivenienti dal Piano di Performance Share 2022 – 2026.

Terna precisa che “per la carica di amministratore delegato” Di Foggia percepirà un trattamento di fine mandato pari a euro 108.750 lordi. “A ciò si aggiungeranno le competenze di fine rapporto e quanto spettante in relazione ai diritti maturati nell’ambito della partecipazione ai sistemi di incentivazione di breve e di lungo termine, nel pieno e rigoroso rispetto della Politica di Remunerazione della società”.

“Il tutto è stato determinato in linea con le disposizioni di legge e di contratto applicabili, nonché in conformità e in coerenza con quanto indicato nella Politica di eemunerazione adottata da Terna (ivi inclusi i meccanismi di cui alle cosiddette clausole di claw back) e nella Relazione sulla politica di remunerazione predisposta ai sensi dell’articolo 123-ter del Tuf, approvata con deliberazione del Consiglio di Amministrazione in data 26 marzo 2026 e sottoposta al voto vincolante della prossima Assemblea degli Azionisti fissata in data 12 maggio 2026.

“Gli importi e le competenze di fine rapporto sopra citati saranno erogati entro la fine del prossimo mese, fatti salvi i premi eventualmente spettanti in virtù dei sistemi di incentivazione a breve e lungo termine che saranno erogati pro rata temporis secondo le rispettive tempistiche, unitamente alle competenze di fine rapporto. Non è previsto alcun vincolo di non concorrenza successivo alla cessazione del rapporto e, pertanto, nessun corrispettivo sarà dovuto a tale titolo”.

In linea con il piano di successione adottato dalla società, all’esito della cessazione di Di Foggia dagli incarichi ricoperti in Terna, il presidente Igor De Biasio assumerà i poteri per la gestione immediata della Società, con le stesse prerogative e gli stessi limiti in precedenza previsti per l’amministratore delegato, fino all’assemblea del 12 maggio 2026, già convocata anche per il rinnovo degli organi sociali. Per detta attribuzione gestoria non sono previsti indennità o benefici aggiuntivi rispetto ai compensi spettanti al Presidente Igor De Biasio in qualità di presidente del consiglio di amministrazione e del comitato sostenibilità, governance e scenari. La società ringrazia l’amministratore delegato per il prezioso contributo professionale e umano apportato nel corso del mandato”.

Terna, l’Ad Di Foggia lascia la società e rinucia alla maxi buonuscita. È candidata alla presidenza di Eni

Roma, 25 apr. (askanews) – Giuseppina Di Foggia cessa il suo rapporto come amministratore delegato di Terna. La società in un nota informa che in data odierna, “l’amministratore delegato e direttore generale di Terna Giuseppina Di Foggia, ha sottoscritto un accordo per la cessazione anticipata del rapporto di amministrazione e per la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro dirigenziale in essere con effetto dal 5 maggio 2026, preso atto che non risulta inclusa in alcuna lista per la nomina del prossimo consiglio di Amministrazione della società”.

La manager rinuncia anche alla maxi buonuscita. “Nell’accordo è stata altresì prevista, subordinatamente alla nomina a presidente del consiglio di amministrazione di Eni, la rinuncia di Di Foggia all’indennità integrativa di fine rapporto spettante per la posizione di Direttore Generale. A tale fine era stato precauzionalmente stimato ed accantonato un importo pari a euro 7.189.750”. ‘accordo è stato sottoscritto in conformità alle determinazioni adottate il 24 aprile dal Consiglio di amministrazione della società, con il supporto del Comitato remunerazione e nomine e del Comitato operazioni con parti correlate.

Si ricorda che Giuseppina Di Foggia, “amministratore esecutivo e non indipendente, è stata eletta dall’assemblea del 9 maggio 2023 nell’ambito della lista di maggioranza presentata da Cdp Reti ed in pari data è iniziato il suo rapporto di lavoro dirigenziale con la società. La società precisa che alla data odierna l’amministratore delegato detiene 84.871 azioni di Terna, rivenienti dal Piano di Performance Share 2022 – 2026.

Terna precisa che “per la carica di amministratore delegato” Di Foggia percepirà un trattamento di fine mandato pari a euro 108.750 lordi. “A ciò si aggiungeranno le competenze di fine rapporto e quanto spettante in relazione ai diritti maturati nell’ambito della partecipazione ai sistemi di incentivazione di breve e di lungo termine, nel pieno e rigoroso rispetto della Politica di Remunerazione della società”.

“Il tutto è stato determinato in linea con le disposizioni di legge e di contratto applicabili, nonché in conformità e in coerenza con quanto indicato nella Politica di eemunerazione adottata da Terna (ivi inclusi i meccanismi di cui alle cosiddette clausole di claw back) e nella Relazione sulla politica di remunerazione predisposta ai sensi dell’articolo 123-ter del Tuf, approvata con deliberazione del Consiglio di Amministrazione in data 26 marzo 2026 e sottoposta al voto vincolante della prossima Assemblea degli Azionisti fissata in data 12 maggio 2026.

“Gli importi e le competenze di fine rapporto sopra citati saranno erogati entro la fine del prossimo mese, fatti salvi i premi eventualmente spettanti in virtù dei sistemi di incentivazione a breve e lungo termine che saranno erogati pro rata temporis secondo le rispettive tempistiche, unitamente alle competenze di fine rapporto. Non è previsto alcun vincolo di non concorrenza successivo alla cessazione del rapporto e, pertanto, nessun corrispettivo sarà dovuto a tale titolo”.

In linea con il piano di successione adottato dalla società, all’esito della cessazione di Di Foggia dagli incarichi ricoperti in Terna, il presidente Igor De Biasio assumerà i poteri per la gestione immediata della Società, con le stesse prerogative e gli stessi limiti in precedenza previsti per l’amministratore delegato, fino all’assemblea del 12 maggio 2026, già convocata anche per il rinnovo degli organi sociali. Per detta attribuzione gestoria non sono previsti indennità o benefici aggiuntivi rispetto ai compensi spettanti al Presidente Igor De Biasio in qualità di presidente del consiglio di amministrazione e del comitato sostenibilità, governance e scenari. La società ringrazia l’amministratore delegato per il prezioso contributo professionale e umano apportato nel corso del mandato”.

Iran, le notizie più importanti del 25 aprile sulla guerra

Roma, 25 apr. (askanews) – Di seguito una selezione delle notizie più importanti di sabato 25 aprile sulla guerra di Usa e Israele contro l’Iran, un conflitto che coinvolge i Paesi del Golfo e il Libano, con ripercussioni sull’economia globale. La tregua tra Israele e Libano è stata prorogata, mentre il cessate il fuoco in Iran è appeso alla possibilità di un accordo con gli Usa.

-12:15 Più di 800 palestinesi sono stati uccisi nella Striscia di Gaza dall’entrata in vigore di un accordo di cessate il fuoco nell’ottobre 2025. Lo ha dichiarato il ministero della Salute di Gaza.

-12:00 La Germania schiererà preventivamente forze navali nel Mediterraneo per evitare ritardi nel caso in cui il Bundestag (parlamento federale) autorizzi un’operazione nello Stretto di Hormuz. Lo ha dichiarato il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius.

-11:30 Sei persone sono state uccise ieri nel sud del Libano a seguito di attacchi aerei israeliani. Lo ha confermato il centro operativo di emergenza del ministero della Salute libanese.

-11:15 L’Iran ha riaperto l’aeroporto “Imam Khomeini” di Teheran, con i primi voli partiti sabato verso Istanbul e Mascate con compagnie aeree nazionali.

-11:10 Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha trasmesso la risposta di Teheran alle proposte degli Stati Uniti durante un incontro con il capo di stato maggiore dell’esercito pachistano Asim Munir.

-10:50 La Turchia potrebbe prendere in considerazione la partecipazione a operazioni di sminamento nello Stretto di Hormuz in seguito a un possibile accordo di pace tra Iran e Stati Uniti. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri di Ankara, Hakan Fidan.

-10:43 Il governo degli Stati Uniti ha decis di congelare 344 milioni di dollari in criptovalute detenute “su diversi portafogli collegati all’Iran”, mentre Washington tenta di aumentare la pressione su Teheran. Lo ha annunciato su X il segretario al Tesoro di Washington, Scott Bessent.

-10:30 Secondo l’Iran, gli Stati Uniti cercano “un modo per salvare la faccia” con i colloqui a Islamabad. Lo ha dichiarato il ministro della Difesa della repubblica islamica, citato da un’agenzia di stampa.

-10:00 Le Idf, le Forze di Difesa israeliane, hanno ribadito nuovamente il loro avvertimento ai civili libanesi di non tornare nei villaggi del sud del Libano, nel contesto della fragile tregua.

-09:36 Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha incontrato nella notte il ministro degli Esteri pachistano Ishaq Dar e il capo dell’esercito, il maresciallo Asim Munir, poco dopo essere arrivato nella capitale del Pakistan, Islamabad. Lo hanno riferito alcuni funzionari. Il Pakistan si prepara inoltre a ricevere gli inviati del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner.

-09:20 L’Iran ha annunciato di aver impiccato un iraniano che lavorava per i servizi di intelligence israeliani. Era accusato di vandalismo e violenze durante le manifestazioni nazionali di quest’anno: lo ha riferito l’agenzia di stampa iraniana Tasnim.

-09:10 Il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty e il ministro degli Esteri pachistano Ishaq Dar hanno avuto un colloquio per discutere le soluzioni per poter far avanzare un percorso diplomatico tra gli Stati Uniti e l’Iran. Lo ha dichiarato il ministero degli Esteri del Cairo.

-09:00 Un giornalista americano-kuwaitiano detenuto in Kuwait, accusato tra l’altro di diffusione di false informazioni nel contesto della guerra in Medio Oriente, è stato rilasciato. Lo ha indicato un funzionario del Dipartimento di Stato americano. Ahmed Shihab-Eldin, reporter indipendente che ha lavorato per il New York Times, al Jazeera English e l’emittente americana Pbs, era stato arrestato il 3 marzo mentre visitava la sua famiglia.

Crans-Montana, l’ambasciatore italiano: sgomento per la richiesta rimborsi delle cure alle vittime italiane

Roma, 25 apr. (askanews) – “La prima sensazione è stata di sorpresa. Poi di sgomento per una spiegazione che mi è sembrata solidale fino a un certo punto. Credo che poi sulle richieste di rimborsi delle cure per gli italiani feriti abbia preso il sopravvento la burocrazia”. Lo ha dichiarato, in un’intervista al Corriere della Sera, l’ambasciatore italiano in Svizzera Gian Lorenzo Cornado, che non ha nascosto un po’ di delusione dopo l’incontro con il presidente del Canton Vallese Mathias Reynard.

Le richieste di rimborsi della mutua svizzera per le cure somministrate agli italiani feriti nella tragedia di Capodanno al locale “Le Constellation” di Crans-Montana (VS) – inghiottito da un grosso incendio costato la vita a 41 persone, 6 delle quali di nazionalità italiana – hanno scatenato un mare di polemiche in Italia. Si parla di oltre 100mila euro per quattro ragazzi.

“Gli ho riconosciuto”, ha detto Cornado parlando dell’incontro con il collega ambasciatore, “di aver disposto i fondi per i primi aiuti alle vittime, ma ha detto che non può accollarsi i costi di ricoveri e cure per un giorno a Sion, e di rivolgermi all’Ufficio federale della salute. Sono rimasto basito. Di fronte a situazioni eccezionali servono misure eccezionali. E ci attendiamo reciprocità: due svizzeri sono stati curati gratis al Niguarda per mesi”.

Il diplomatico italiano ha detto di attendere “istruzioni da Roma per trovare una soluzione con le autorità confederali. In Svizzera i cantoni hanno larga autonomia e Berna interviene poco”. “Fratture no, incomprensioni sì”, ha proseguito Cornado parlando dei rapporti, “Sono stato richiamato a Roma perché dopo la scarcerazione di Moretti bisognava dare un segnale forte per una decisione incomprensibile. Ora però la collaborazione fra inquirenti svizzeri e italiani è molto stretta”.

“Ho visto tanta sofferenza, sono segnato sul piano umano e professionale”, ha sottolineato l’ambasciatore, “Le sento spesso, anche quelle svizzere. Il 22 aprile a Losanna ero con loro al concerto di Riccardo Cocciante. E il primo giugno sarò all'”Omaggio agli angeli di Crans” dove è successo tutto”.

Rai Cinema porta negli Usa il film di Salvatores "Napoli-New York"

Roma, 25 apr. (askanews) – È stato presentato il 24 aprile, nella prestigiosa sede del SAG-AFTRA Foundation Robin Williams Center, “Napoli – New York”, l’ultimo film del regista premio Oscar Gabriele Salvatores, con protagonista Pierfrancesco Favino, prodotto da Paco Cinematografica con Rai Cinema. Hanno introdotto l’evento Robert Allegrini, Presidente e Amministratore Delegato del NIAF – National Italian American Foundation, e Paolo Del Brocco, Amministratore Delegato di Rai Cinema.

L’iniziativa – spiega Rai Cinema in un comunicato – si inserisce nella strategia di valorizzazione internazionale di Rai Cinema che, con Rai Cinema International Distribution, è impegnata nella commercializzazione del film sui mercati esteri.

La proiezione ha rappresentato un’importante occasione per mostrare al pubblico e agli operatori del settore, una delle produzioni più importanti realizzate negli ultimi anni, rafforzandone la visibilità in un mercato ampio e altamente competitivo come quello americano, aggiunge.

Realizzata anche grazie al coinvolgimento del NIAF – National Italian American Foundation e di Lega Serie A – che dallo scorso anno hanno stretto una partnership per rafforzare i legami culturali e sportivi tra l’Italia e la comunità italoamericana negli Stati Uniti – la serata ha valorizzato il cinema italiano contemporaneo attraverso un’opera che coniuga qualità autoriale, solido impianto produttivo e una storia dal respiro internazionale, capace di coinvolgere il pubblico. “Napoli – New York” si conferma così – conclude il testo – un’eccellenza della nostra industria, espressione di identità culturale e ambizione produttiva.

La presentazione del film ha consentito di intercettare un’audience di alto profilo internazionale, composta da rappresentanti istituzionali, esponenti della cultura italiana negli Stati Uniti, nonché professionisti del settore, buyer, giornalisti e membri della comunità degli italiani all’estero.

Il film, tratto da un soggetto di Federico Fellini e Tullio Pinelli, è ambientato tra la Napoli del secondo dopoguerra, un viaggio in mare verso l’America e la grande mela degli Anni ’40. Al centro del racconto due piccoli scugnizzi napoletani, Carmine e Celestina, senza famiglia né dimora, che si imbarcano clandestinamente alla ricerca di una nuova vita, dando forma a una storia intensa e universale.

25 aprile, Mattarella: passato plasma presente, ora e sempre Resistenza

San Severino Marche (Macerata), 25 apr. (askanews) – “Lo scrittore statunitense, William Faulkner, premio Nobel per la letteratura nel 1949, ammoniva, nel suo ‘Requiem per una monaca’ che il passato non è mai morto, non è neanche passato’. Ciò che è accaduto non svanisce ma vive nelle conseguenze che ha prodotto. Il passato ha plasmato il presente. Ecco perché per la Repubblica vale l’impegno che esorta: ora e sempre Resistenza!”. Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha concluso il discorso per le celebrazioni del 25 aprile a San Severino Marche.

Mattarella: il 25 aprile è la festa di tutti gli italiani amanti della libertà

San Severino Marche (Macerata), 25 apr. (askanews) – “E’ questo che celebriamo il 25 aprile: la festa di tutti gli italiani amanti della libertà”. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla cerimonia in occasione dell’81° Anniversario della Liberazione a San Severino Marche.

“Ottant’anni di pace, di sviluppo, di progresso” sono i “segni distintivi dei valori raccolti nella Costituzione del nostro Paese, tanto cara agli italiani”, ha aggiunto Mattarella. “La Resistenza fu esperienza che ebbe a donare alla Repubblica personalità e classi dirigenti di spessore. Eminenti figure ebbero a compiere in queste terre scelte che, segnando la loro vita, avrebbero, nel contempo, segnato quella dell’Italia”, ha detto Sergio Mattarella nel discorso per la celebrazione del 25 aprile a San Severino Marche nel quale ha voluto anche ricordare due partigiani illustri: Enrico Matteo e Sandro Pertini.

“Enrico Mattei, protagonista nel dopoguerra dell’indipendenza economica e dello sviluppo nel dopoguerra della nuova Italia – ricorda il capo dello Stato -. La sua scelta avvenne proprio qui vicino, a Matelica, per entrare a far parte, successivamente, del Comando del Corpo Volontari della Libertà e, in questa qualità, sfilare, insieme ad altri comandanti, alla testa dei partigiani vittoriosi il 5 maggio 1945 a Milano. E nelle Marche, nell’entroterra maceratese, ebbe modo di operare Sandro Pertini, settimo presidente della nostra Repubblica, dopo la fuga dal carcere di Regina Coeli di Roma, compiuta insieme a Giuseppe Saragat, quinto presidente della Repubblica”.

E “da San Severino, intendiamo sottolineare, insieme al carattere della nostra ferma unità, la nostra determinazione nella difesa delle nostre libertà, la nostra convinta apertura a condividere, con gli altri popoli, i valori della giustizia e della pace” ha sottolineato Mattarella.

25 aprile, Schlein a Sant’Anna di Stazzema: il fascismo non è un’opinione ma un reato, rigurgito mai sopito

Roma, 25 apr. (askanews) – Il 25 aprile “non è soltanto un momento in cui commemorare le stragi nazifasciste e chi ha fatto la Resistenza per consentirci di vivere in libertà e democrazia ma è anche un momento in cui chiederci cosa possiamo fare noi per essere all’altezza di questo ricordo e di questa memoria che va tramandata, deve passare dalle scuole, dalla cultura”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein parlando con i giornalisti a Sant’Anna di Stazzema, sulle Apuane, dove partecipa alle celebrazioni per la festa della Liberazione.

“Ma cosa possiamo fare noi oggi? Il frutto del 25 aprile è la nostra Costituzione antifascista, questo lo ha ricordato anche il presidente Mattarella, e allora dobbiamo fare vivere quella Costituzione, ancora oggi, anche nelle parti in cui non è attuata, in cui ancora alcuni cittadini la sentono distante perchè sentono che il diritto alla salute non è garantito, che il diritto al lavoro e a una retribuzione equa e dignitosa non è garantito. Questo è il lavoro che dobbiamo fare per essere all’altezza. Assicurare che i diritti sanciti dalla nostra meravigliosa Costituzione, nata dalla Resistenza, arrivino a tutti i cittadini, perchè il 25 aprile è la festa fondativa della Repubblica ed è di tutti gli italiani”, ha sottolineato.

“Il fascismo non è un’opinione, è un crimine, è un reato”, ha sottolineato Schlein, parlando a Sant’Anna di Stazzema.

“La minaccia del suo rigurgito non è mai sopita e non solo da parte di chi ha ancora nostalgia” del regime “ma anche nei modi in cui questa ideologia cambia pelle e torna”. “La Costituzione non è acquisita per sempre, va difesa ogni giorno” ha concluso, spiegando che “non sono solo le dittature il problema ma le democrazie illiberali, che svuotano dall’interno le istituzioni, erodendone l’autonomia”.

25 aprile, Meloni: celebriamo la Liberazione, ricordiamo la sconfitta dell’oppressione fascista

Roma, 25 apr. (askanews) – “Oggi l’Italia celebra l’ottantunesimo Anniversario della Liberazione. Il popolo italiano ricorda uno dei momenti decisivi della propria storia: la fine dell’occupazione nazista e la sconfitta dell’oppressione fascista, che aveva negato agli italiani libertà e democrazia”. E’ quanto afferma la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

“Oggi celebriamo i valori scolpiti nella Costituzione repubblicana, che hanno permesso all’Italia di diventare quello che è e che le viene riconosciuto da tutti: una Nazione forte e autorevole, protagonista sullo scenario europeo e internazionale”, aggiunge. “Oggi ci ritroviamo nelle parole del Presidente della Repubblica e rinnoviamo il nostro impegno affinché il 25 aprile sia “un momento di riflessione collettiva e di coesione nazionale”. È un auspicio che facciamo nostro, perché è dalla concordia e dal rispetto per l’altro che la Nazione può trarre rinnovato vigore”.

“Oggi, in un’epoca scossa da guerre e minacce sempre più insidiose ai sistemi democratici, torniamo a ribadire che l’amore per la libertà è l’unico vero antidoto contro ogni forma di totalitarismo e autoritarismo. In Europa e nel mondo”, conclude Meloni.

25 aprile, Schlein: fascismo non opinione ma reato, rigurgito mai sopito

Roma, 25 apr. (askanews) – “Il fascismo non è un’opinione, è un crimine, è un reato”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein, parlando a Sant’Anna di Stazzema.

“La minaccia del suo rigurgito non è mai sopita e non solo da parte di chi ha ancora nostalgia” del regime “ma anche nei modi in cui questa ideologia cambia pelle e torna”. “La Costituzione non è acquisita per sempre, va difesa ogni giorno” ha concluso, spiegando che “non sono solo le dittature il problema ma le democrazie illiberali, che svuotano dall’interno le istituzioni, erodendone l’autonomia”.

25 aprile, Meloni: coesione nazionale, facciamo nostre parole Mattarella

Roma, 25 apr. (askanews) – “Oggi l’Italia celebra l’ottantunesimo Anniversario della Liberazione. Il popolo italiano ricorda uno dei momenti decisivi della propria storia: la fine dell’occupazione nazista e la sconfitta dell’oppressione fascista, che aveva negato agli italiani libertà e democrazia”. E’ quanto afferma la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

“Oggi celebriamo i valori scolpiti nella Costituzione repubblicana, che hanno permesso all’Italia di diventare quello che è e che le viene riconosciuto da tutti: una Nazione forte e autorevole, protagonista sullo scenario europeo e internazionale”, aggiunge. “Oggi ci ritroviamo nelle parole del Presidente della Repubblica e rinnoviamo il nostro impegno affinché il 25 aprile sia “un momento di riflessione collettiva e di coesione nazionale”. È un auspicio che facciamo nostro, perché è dalla concordia e dal rispetto per l’altro che la Nazione può trarre rinnovato vigore”.

“Oggi, in un’epoca scossa da guerre e minacce sempre più insidiose ai sistemi democratici, torniamo a ribadire che l’amore per la libertà è l’unico vero antidoto contro ogni forma di totalitarismo e autoritarismo. In Europa e nel mondo”, conclude Meloni.

25 aprile,Schlein: non solo memoria, fare vivere Costituzione antifascista

Roma, 25 apr. (askanews) – Il 25 aprile “non è soltanto un momento in cui commemorare le stragi nazifasciste e chi ha fatto la Resistenza per consentirci di vivere in libertà e democrazia ma è anche un momento in cui chiederci cosa possiamo fare noi per essere all’altezza di questo ricordo e di questa memoria che va tramandata, deve passare dalle scuole, dalla cultura”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein parlando con i giornalisti a Sant’Anna di Stazzema, sulle Apuane, dove partecipa alle celebrazioni per la festa della Liberazione.

“Ma cosa possiamo fare noi oggi? Il frutto del 25 aprile è la nostra Costituzione antifascista, questo lo ha ricordato anche il presidente Mattarella, e allora dobbiamo fare vivere quella Costituzione, ancora oggi, anche nelle parti in cui non è attuata, in cui ancora alcuni cittadini la sentono distante perchè sentono che il diritto alla salute non è garantito, che il diritto al lavoro e a una retribuzione equa e dignitosa non è garantito. Questo è il lavoro che dobbiamo fare per essere all’altezza. Assicurare che i diritti sanciti dalla nostra meravigliosa Costituzione, nata dalla Resistenza, arrivino a tutti i cittadini, perchè il 25 aprile è la festa fondativa della Repubblica ed è di tutti gli italiani”, ha sottolineato.

25 aprile, Mattarella ha reso omaggio ad Altare Patria. Atteso nelle Marche

Roma, 25 apr. (askanews) – Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, insieme alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e ai presidenti di Senato e Camera Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, ha iniziato le celebrazioni del 25 aprile con la cerimonia all’Altare della Patria, a Roma.

Il Capo dello Stato, accolto dal ministro della Difesa Guido Crosetto, ha deposto, dopo gli onori militari, una corona d’alloro sul sacello del milite ignoto. Mattarella si è soffermato brevemente, salutando i presenti, con i rappresentanti delle associazioni combattentistiche e d’arma che aveva ricevuto nei giorni scorsi al Quirinale.

Al termine della cerimonia si è diretto all’aeroporto di Ciampino per raggiungere San Severino Marche, città medaglia d’oro al merito civile, dove terrà un discorso in occasione della festa della Liberazione.

1949, alle origini della memoria repubblicana: la Liberazione su “Il Popolo”

di Luigi Sartori

Nel IV anniversario della Liberazione dell’Italico suolo gli eroi ed i martiri del nuovo Risorgimento Italiano ci ripetono ancora: «Abbiamo fatto il nostro dovere, lo esigevano l’onore, il rispetto della nostra personalita umana, la giustizia e la libertà per il popolo, la carità di Patria ».

Caddero a centinaia e migliaia e dissero col Divin Salvatore: «Noi non abbiamo miglior mezzo per praticare l’amore che dando la nostra vita per coloro che amiamo».

Martoriati e mutilati, feriti e dolenti, affamati ed umiliati soffrirono ogni tormento per salvare i propri fratelli, per proteggere i focolai e gli Altari della Patria, per realizzare una migliore giustizia sociale.

Lutti, lacrime, trepidazioni di mamme, padri, spose e figli ebbero una tregua il 25 aprile 1945. Sembrò spezzato per sempre il cerchio di odi e di sangue: sorgeva l’alba di una nuova era. Sintesi di dolore e di amore, speranza di pace e di tranquillo lavoro.

L’ardua erta era dinanzi a noi. Urgeva salire, salire ancora per conquistare le alte vette della libertà, della giustizia, della onestà, della legalità, per ricostruire pietra su pietra la distrutta prosperità della Patria.

Sul suolo ancora insanguinato da tante innocenti e gloriose vittime era stata piantata la prima pietra migliore per la ricostruzione di una Italia libera e democratica, degna dell’affetto dei suoi figli.

Dimenticate bassezze, passioni, aberrazioni, crudeltà ed ingiustizie tutto un popolo affratellato dalle virtù cristiane, dalla forza romana, riprendeva, dopo la resurrezione, il faticoso cammino.

Lo sospingevano gli ideali e le memorie di una millenaria civiltà, le necessità di una vita più umana e più giusta. La celebrazione di questo anniversario deve riportarci allo spirito puro della lotta clandestina, alle ragioni che lo animarono, alla speranze che lo vivificarono.

Nessuna speculazione di parte può essere consentita e giustificata sulla morte e l’eroismo dei volontari della libertà: furono tutti figli del popolo, di ogni ceto, di ogni fede politica. L’ideale di amore e di libertà li unì nel dolore e nel sacrificio.

Combatterono la guerra per la pace: pace della propria coscienza, pace tra fratelli d’una stessa terra, pace tra i popoli. I più, i migliori, deposero le armi nella certezza che mai più dovessero riprenderle in un mondo finalmente placato e più giusto.

Oggi, dopo quattro anni, quale e quanto cammino è stato percorso? La nuova Carta costituzionale dello Stato, nata dalla coscienza e dalla volontà del popolo, è un punto fermo delle conquiste democratiche.

Ponti, ferrovie, case vanno ricostruendosi con promettente tenacia. La tutela dell’ordine pubblico va sempre più consolidandosi. L’Italia non è più ignorata nel consesso delle nazioni. Il Patto Atlantico garantisce il nostro Paese da ogni dolorosa sorpresa. Sono state gettate le basi per la discussione e l’approvazione delle leggi sociali.

 

Occorre pero una coscienza politica onesta e dinamica per superare tutti gli ostacoli: quelli causati da un triste ventennio di regime totalitario e da una tristissima guerra distruttrice e principalmente quelli artatamente frapposti da falsi profeti, da pericolose ideologie materialistiche, da egoismi di classe, da invadenti profittantismi.

Quella forza ideale che ci viene dai secoli scorsi, dalla tradizione cristiana, dalle sofferenze remote e vicine, dal lavoro e dal genio profusi in tutto il mondo e che i Volontari della Resistenza, raccattandola dal fango, hanno di nuovo innalzato, deve essere e sarà la motrice delle azioni del nostro popolo.

Con questi propositi e con queste speranze i superstiti di coloro che caddero giorno per giorno per un santo ideale, sempre consapevoli del proprio dovere di servire con devozione e ferrea volontà il Paese, ricordano a tutti gli Italiani questa storica data.

 

(L. Sartori, “XXV Aprile”, Il Popolo, 24 aprile 1949)

25 Aprile. Il primo documentario sulla Resistenza

La memoria costruita tra cinema e testimonianza

Facile, oggi, ripercorrere con la memoria la storia partigiana degli anni ’40 del secolo scorso. Spesso e volentieri ci giungono immagini sbiadite di quei volontari che tanto hanno lottato per la libertà. Sembra quasi una ricostruzione degli eventi. Anche se così non è. Le formazioni partigiane storicamente sono state raccontate da testimoni presenti agli eventi.

Sembra di conoscere ogni particolare. Sembra di essere stati tra quelle montagne insieme alle valorose compagnie di uomini che avevano preso la residenza su di esse. Questo perché il cinema e la letteratura ci hanno dato una chiave per aprire quelle stanze segrete ed hanno ci hanno dato la possibilità di ricostruire gli eventi in maniera chiara. Una testimonianza su cui è stata costruita l’identità dell’Italia.

E se storicamente conosciamo ogni dettaglio fin della nascita del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), a Roma, questi studi diventano più chiari quando vengono raccontati come memoria storica.

Il documentario del 1973 e la lezione di Olmi

Come nel documentario Nascita di una formazione partigiana firmato da Corrado Stajano e Ermanno Olmi nel 1973. In quei fotogrammi possiamo vedere come nello studio dell’Avvocato Duccio Galimberti a Cuneo ebbe inizio la resistenza piemontese, per passare a Madonna del Colletto, sopra Valdieri dove questi uomini si riunirono il 12 settembre.

Un documentario straordinario che rievoca sensazioni e riporta alla luce memorie sbiadite. Ma se sembrava ormai una narrazione storica nel 1973, perché parlare oggi di tali avvenimenti?

A questa domanda risponde lo stesso Olmi: “Io credo, come dicevo prima, che la storia sia la fonte più utile per poterci intendere sul presente. La cosa importante, però, è riproporre la storia in funzione della necessità attuale; voglio dire che non possiamo pretendere che i giovani partecipino alla conoscenza di questi avvenimenti con il sentimento uguale a coloro che lo hanno vissuto. Solo riproponendo un fatto storico come effetto emblematico da collegare a fatti analoghi attuali, possiamo capire il valore della lettura storica degli avvenimenti”.

La Resistenza nel racconto pubblico e mediatico

Mentre Arrigo Boldrini ne “l’Unità” del 24 aprile 1949 scrive: “La lunga guerriglia di due anni fu epopea di popolo e nel quadro della storia nazionale non può essere considerata se non come uno dei periodi più luminosi del nostro paese. Essa non è un fatto d’arme isolato, non è solo una battaglia con un epilogo vittorioso, ma è un movimento profondo che unì tutti gli italiani degni di questo nome per salvare il salvabile e per gettare le basi di un nuovo stato democratico, repubblicano, progressivo”.

Una guerra raccontata e una resistenza raccontata da film italiani, tedeschi, inglesi, francesi, americani, sovietici. Film con attori e con notizie. Chi non ricorda il Notiziario Luce in Italia, per non parlare dei meno conosciuti, almeno da noi italiani, dei Cinealbum sovietici curati da Vsevolod Pudovkin, i Metro News, Paramount News, Universal News, e un Pathé News con uno speaker d’eccezione: l’allora maggiore John F. Kennedy.

E da John Huston che con il suo The Battle of San Pietro, girato per il ministero della Guerra, produsse un documentario molto interessante perché per la prima volta si documenta la guerra non solo da parte di chi la combatte, come per i soldati americani, ma anche da parte di chi soprattutto è costretto a subirla, ovvero da parte dei civili.

Don Pollarolo e il cinema militante della Resistenza

Ma chi fu il primo ad occuparsi della Resistenza italiana? Documenti cinematografici reali dell’epoca, girati da don Giuseppe Pollarolo, Claudio Borello e Michele Rosboch, con le macchine fotografiche portatili dell’epoca, fanno da contrappunto alla rivisitazione odierna dei ricordi di quel tempo.

Disse Paolo Gobetti: “Gli inizi della guerra partigiana non sono evocati né con retorica né con vuoti propositi festosi. La discussione è incentrata sui problemi e sull’entusiasmo di questi primi tentativi e scava a fondo oltre i ricordi immediati di questi primi giorni e delle prime azioni di combattimento per indagare sui problemi dell’‘apprendistato’ in questo nuovo tipo di lotta, le incognite della vita quotidiana, le conseguenze talvolta dolorose dell’applicazione della giustizia e la creazione di nuovi ideali concreti”.

E se è vera questa definizione, l’artefice più pregnante del periodo dal punto di vista cinematografico è sicuramente don Pollarolo. Gianni Rondolino racconta che Gobetti, quando si accingeva a girare film come Le prime bande, aveva a modello proprio i Momenti di vita e di lotta partigiana del prete alessandrino.

Scriveva Gobetti: “A me pare che questa opera cinematografica di don Pollarolo sia un qualcosa di estremamente interessante, in tutti i suoi aspetti, proprio per il fine primo di cui si parte. È un discorso piuttosto importante e che si è affrontato altre volte a proposito di cinema militante. Qui è un caso sui generis, naturalmente; normalmente noi parliamo di cinema militante al servizio della rivoluzione, definizioni più o meno esatte. Ma la sostanza di questo cinema è che vuole intervenire sulle cose, il presupposto è che il cinema non è inteso come spettacolo, ma veramente come strumento per intervenire in una realtà. In questo senso il discorso si applica anche a questo film di don Pollarolo”.

Un prete in prima linea con la cinepresa

Lo stesso don Giuseppe ebbe a dire di sé: «Avevo allora una forza atletica notevole e resistevo alla fatica, mi sentivo proprio un vero facchino, alla scuola di Luigi Orione che di facchini ne ha formati tanti».

E nel 1970, durante una lunga conversazione col critico cinematografico e regista Paolo Gobetti, raccontò: “Ero sempre in prima linea, mai con un’arma, con il mio libro di preghiere e con la macchina cinematografica: era una Pathé Baby, molto piccola, la tenevo in tasca con estrema facilità”. E continuava: “Gli strumenti del mio mestiere sono questi: ecco, io me la sviluppavo su in montagna la pellicola, non potevo mandarla a sviluppare in città, vero? Erano quattro cassette come questa, una tavola di bachelite intorno alla quale si avvolgevano i nove metri del film della macchina da presa e poi si sviluppava, con dei successi che portavano all’entusiasmo i giovani, perché nel giro di un’ora, quando il tempo era asciutto, riuscivamo a vederci la scena girata”.

Un protagonista dimenticato

Ma chi era questo prelato coraggioso? I fascisti scrissero di lui sui muri di Tortona: “meglio un giorno da leoni che 200 giorni da Pollarolo”.

Discepolo di Luigi Orione, condivise con lui i tempi della nascita della Piccola Opera della Divina Provvidenza. Ma è durante la dittatura fascista che il cardinale di Torino sceglie Pollarolo come sacerdote per la pastorale operaia della città. E per tutta la sua vita rimarrà un prete operaio.

Dopo tutti gli errori commessi in Iran, Trump non sa come uscirne

 

L’illusione di un’operazione rapida

L’operazione militare denominata “Furia Epica” nelle intenzioni di Donald Trump avrebbe dovuto bissare in Iran quella effettuata due mesi prima in Venezuela: un rapido intervento capace di eliminare il vertice del potere e di innescare se non un cambio di regime almeno un sostanziale mutamento di politica, a cominciare dalla rinuncia al nucleare. A Teheran si sarebbe dovuta sganciare qualche bomba e lanciare qualche missile, più che a Caracas. Ma non molta roba.

Aizzato da Benjamin Netanyahu e sobillato dalla sua vanità Trump come al solito non ha letto i dossier, non ha ascoltato le persone competenti a cominciare dai generali del Pentagono e, circondato solo da fantocci usi a dirgli sempre “sì” (chi non lo fa viene licenziato, come si sta ben vedendo), il magnate delle costruzioni che si crede infallibile si è lanciato in un’avventura dalla quale, due mesi dopo, non sa come uscire. Ma dalla quale deve disperatamente uscire, e presto. Gli iraniani lo sanno e quindi al momento sono loro a distribuire le carte.

 

Un errore che rafforza il nemico

Il clamoroso errore di valutazione commesso dalla Casa Bianca (e da Tel Aviv, questo non va mai dimenticato) non solo ha determinato i prodromi di una crisi energetica e dunque economica a livello mondiale che potrebbe divenire devastante e che assai probabilmente (e auspicabilmente) condurrà l’elettorato americano il prossimo novembre ad azzoppare una presidenza fattasi pericolosa per gli Stati Uniti.

Un errore che ha inoltre rafforzato il regime che si voleva indebolire se non annientare. La nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, erede dinastico della vecchia, uccisa il primo giorno di guerra, mostra d’essere più radicale e più facilmente influenzabile dai pasdaran, il settore più intransigente della Repubblica Islamica. Mojtaba Khamenei non possiede l’autorevolezza del genitore, la cui indiscussa autorità obbligava le parti – quella più “moderata” del clero e della politica che aveva portato all’elezione del Presidente Masoud Pezeshkian e quella, appunto, più estremista dei Guardiani della Rivoluzione – a ricercare e trovare un punto d’incontro e di compromesso, da gestire poi nella conduzione della politica estera.

Il regime, così, si è ulteriormente radicalizzato. Non solo. Si è pure, paradossalmente, rafforzato, perché la distruzione portata nelle città dall’attacco israelo-statunitense ha evidentemente esaltato il patriottismo nazionale, marginalizzando quell’opposizione in larga misura giovanile che (già duramente colpita dalla brutale repressione dello scorso gennaio operata ai suoi danni dalla dittatura) in tempo di guerra sarebbe sottoposta alla legge marziale se osasse manifestare ancora e in qualsiasi maniera.

 

Hormuz e la leva energetica

Trump ha inoltre offerto alla Repubblica Islamica la possibilità di testare nella realtà quello che ad essa era già noto ma solo in forma teorica: il potere derivante, se esercitato, da un asset fortissimo: lo Stretto di Hormuz. Un potere che gli strateghi di Teheran – rivelatisi assai abili e di fine intelletto – hanno ingigantito con una mossa che nessuno si attendeva, ovvero l’attacco mirato e costante, selettivo e non furioso e dunque ancora più preoccupante per chi lo subisce, alle monarchie del Golfo. Trasportate in pochi giorni dai lussi urticanti per il resto dell’umanità a una condizione di costante pericolo che – se fosse prolungata – devasterebbe le loro economie, che proprio nel turismo di alto bordo, nello sport miliardario, nella finanza avevano individuato la via utile per non dipendere solo dal petrolio e dal gas generosamente offerti dalla terra arida del loro deserto.

 

L’isolamento dell’Occidente

Ma la “furia” trumpiana ha condotto ad un ulteriore danno per gli Stati Uniti e per l’Occidente tutto: dopo aver bullizzato per un anno intero i paesi europei fra aumenti dei dazi, imposizione di un consistente aumento del loro contributo economico alla NATO (peraltro dal medesimo soggetto considerata sempre meno necessaria e utile alla causa per la quale è stata costituita), insulti ripetuti nei confronti dei loro vertici governativi il tycoon ha dovuto chiedere loro un aiuto per garantire il transito navale a Hormuz. Arrabbiandosi per non averlo ottenuto. E ricominciando con gli insulti e le minacce. Come se gli europei e gli altri membri dell’Alleanza Atlantica (che è difensiva, non offensiva e il Presidente del suo membro principale dovrebbe saperlo) dovessero obbligatoriamente intervenire a supporto di un alleato che ha deciso di avviare una guerra senza neppure informarli.

Una conferma di quanto il titolare della Casa Bianca abbia in pochi mesi demolito il capitale di credibilità e rispettabilità detenuto per lunghi anni dal suo Paese. Una conferma di quanto lo stia isolando, pericolosamente.

 

Un’escalation senza credibilità

Ora, col passare dei giorni e con l’evidente ansia che lo assale innanzi alla tattica dilatoria degli iraniani, consapevoli di avere in mano le carte migliori per decidere i tempi della trattativa, il Presidente USA alza ancora i toni lanciando ultimatum che si rivelano inefficaci proprio perché già minacciati altre volte e perché le parole utilizzate a tal fine sono state talmente enormi da annullare la forza di qualsiasi altra invettiva.

Trump non è credibile, questa è la verità. Ma a Washington, per ora, esercita ancora un potere che egli ritiene assoluto. Ecco allora il pericolo, il Grande Pericolo: che la frustrazione induca il personaggio ad un gesto estremo e disperato. Ordinare davvero la guerra totale, assoluta.

 

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Impresa, pace e tecnologia: la scelta di campo dell’UCID

di Paolo Porrino

Una solidarietà che diventa visione

C’è una forma di solidarietà che si esaurisce nel gesto, e ce n’è un’altra che implica una scelta di campo. La prima è episodica, la seconda è strutturale. La vicinanza che oggi il mondo dell’impresa cristiana esprime nei confronti di Papa Leone XIV appartiene senza esitazioni a questa seconda dimensione: non è una risposta emotiva agli attacchi ricevuti anche da Donald Trump, ma è il riconoscimento lucido e consapevole di una visione del mondo che interpella in profondità la nostra epoca.

Il Santo Padre non si limita a denunciare, ma esercita una capacità di proposta che tocca due nodi decisivi del nostro tempo: la guerra e la tecnologia. Due fenomeni apparentemente distinti, ma in realtà legati da una medesima radice: la pretesa che la forza – militare o tecnologica – possa sostituire il diritto, la coscienza, la responsabilità.

 

Guerra e diritto: il fondamento dell’ordine

Il rifiuto della guerra, ribadito con chiarezza da Leone XIV, non è una posizione moralistica né un richiamo astratto alla pace. È un giudizio radicale sulla deriva della politica internazionale. Quando la guerra diventa uno strumento accettabile di regolazione dei rapporti tra Stati, quando la logica della sopraffazione si traveste da realismo geopolitico, ciò che viene meno non è soltanto la pace: è l’idea stessa di ordine internazionale fondato sul diritto.

Il richiamo al diritto internazionale, che il Papa pone con forza, è allora tutt’altro che formale. Esso rappresenta il tentativo di ricostruire un argine contro il ritorno della legge del più forte. Ed è proprio su questo punto che il mondo dell’impresa scopre una consonanza profonda, che unisce ragione e interesse, etica e pragmatismo d’impresa.

La guerra, infatti, non è mai neutrale dal punto di vista economico. Essa produce instabilità, altera i mercati, distorce la concorrenza, introduce barriere. Lo vediamo nei costi energetici che crescono sotto la pressione dei conflitti, nelle catene di approvvigionamento che si spezzano, nei dazi e nelle restrizioni commerciali che proliferano in un clima di tensione permanente. Ma ridurre il discorso a questo sarebbe insufficiente.

La verità più profonda è che la pace non è soltanto una condizione favorevole all’economia: è il suo presupposto morale. Non può esistere impresa giusta dove la dignità della persona è minacciata. Non può esistere sviluppo autentico dove prevalgono paura e conflitto. Non può esistere futuro dove domina l’incertezza sistemica.

 

Tecnologia e potere: la sfida del nostro tempo

Ed è proprio quando si prova a immaginare il futuro che emerge con forza il secondo grande tema indicato da Leone XIV: la tecnologia. Qui il discorso si fa ancora più delicato, perché non siamo di fronte ad una minaccia esterna, ma a una trasformazione interna, via via più pervasiva.

La rivoluzione tecnologica in atto, con l’intelligenza artificiale al centro, non è semplicemente un avanzamento degli strumenti produttivi. È un cambiamento di paradigma. Sta ridefinendo il rapporto tra uomo e lavoro, tra conoscenza e potere, tra libertà e controllo. E, come ogni grande trasformazione, porta con sé una domanda decisiva: chi governa chi?

Il rischio che si profila è quello di una deriva tecnocratica. Non una distopia lontana, ma una tendenza già visibile. Una visione del mondo in cui le decisioni si concentrano nelle mani di pochi detentori di potere tecnologico, in cui gli algoritmi sostituiscono il giudizio umano, in cui l’efficienza diventa il criterio assoluto, anche a costo di sacrificare la dignità umana.

Alcuni dei principali punti di riferimento culturale del contesto politico-economico che affianca l’attuale presidente degli Stati Uniti hanno esplicitamente teorizzato modelli in cui la tecnologia non è più al servizio della democrazia, ma tende a superarla. In questa prospettiva, il potere non deriva dal consenso, ma dalla capacità di controllo: dei dati, delle infrastrutture, delle piattaforme.

È qui che il richiamo di Leone XIV si fa particolarmente urgente. In continuità con il magistero di Papa Francesco, egli propone una visione alternativa: una tecnologia che resti strumento e non diventi fine, che sia orientata all’umano e non lo domini, che venga governata da criteri etici e non soltanto da logiche di mercato o di potenza.

 

Il compito dell’impresa: responsabilità e umanesimo

Non si tratta di opporsi al progresso: sarebbe una posizione sterile e perdente. Si tratta, al contrario, di guidarlo. Di riconoscere che l’innovazione, per essere autentica, deve essere anche giusta. Che l’intelligenza artificiale, per essere davvero intelligente, deve essere umanamente orientata.

Per il mondo dell’impresa, questa sfida è concreta, quotidiana, inevitabile. Significa scegliere come utilizzare le tecnologie nei processi produttivi. Significa decidere se l’automazione debba sostituire o integrare il lavoro umano. Significa interrogarsi su quale modello di sviluppo si vuole perseguire: uno fondato sull’accumulazione di potere o uno orientato alla diffusione di opportunità?

In questo senso, l’impresa non è spettatrice. È protagonista. E proprio per questo è chiamata a una responsabilità più grande. Non basta essere efficienti. Non basta essere competitivi. Occorre essere giusti, capaci di promuovere valori umani.

La Dottrina Sociale della Chiesa offre da sempre criteri preziosi per affrontare queste sfide. E realtà come UCID dimostrano che è possibile coniugare innovazione e centralità della persona, crescita economica e bene comune, tecnologia e umanesimo.

 

Una scelta che riguarda il futuro

La solidarietà che abbiamo voluto riferire a Leone XIV nasce da qui. Non da una logica difensiva, ma da una convergenza profonda. Egli non rappresenta soltanto una voce morale: rappresenta una proposta culturale e civile. Una proposta che rifiuta la guerra perché distrugge l’uomo e l’economia. E che mette in guardia dalla tecnocrazia perché rischia di svuotare l’uomo della sua libertà.

In un tempo segnato da grandi potenze che tornano a misurarsi sul solo terreno della forza e da grandi piattaforme tecnologiche che concentrano un potere senza precedenti, il rischio è quello di un mondo sempre più efficiente ma sempre meno umano. Un mondo in cui tutto funziona, ma poco ha senso.

È proprio contro questo rischio che si leva la voce del Papa. E proprio per questo essa merita di essere sostenuta.

Perché, in fondo, la questione è semplice e radicale: vogliamo un futuro governato dalla forza – militare o tecnologica – o un futuro guidato dal diritto, dalla responsabilità, dalla centralità della persona?

La risposta non è già scritta. Ma dipende anche da noi. Anche dal mondo dell’impresa. Anche dalle scelte che, ogni giorno, siamo chiamati a compiere.

Ed è in questa consapevolezza che la solidarietà diventa impegno. E l’impegno diventa, finalmente, visione.

 

L’UCID associa in Italia oltre 3.000 imprenditori e dirigenti ispirati alla dottrina sociale della Chiesa ed è emanazione diretta della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).

Futuro a passo lento. Borghi, disagio giovanile e nuovo dispositivo del riconoscimento.

di Marino Pagano e Angelo Palmieri

Oltre la cartolina, oltre la perdita

C’è un errore che dovremmo evitare quando parliamo dei piccoli borghi: considerarli soltanto come luoghi del passato. Li osserviamo spesso con uno sguardo doppio, ma ugualmente insufficiente. Da una parte la retorica della bellezza: vicoli, pietre, silenzi, paesaggi, lentezza, memoria. Dall’altra la contabilità della perdita: scuole che chiudono, servizi rarefatti, giovani che partono, presìdi sanitari indeboliti, trasporti difficili, connessioni digitali ancora incerte.

Entrambe le letture colgono una parte della verità, ma nessuna delle due basta. Il borgo non è solo ciò che resta. Può diventare, se assunto con intelligenza politica e immaginazione sociale, ciò che ricomincia.

Naturalmente non si tratta di costruire una nuova mitologia dell’interno. I borghi italiani, soprattutto quelli più periferici e montani, vivono dentro una crisi strutturale: spopolamento, invecchiamento, contrazione dei servizi, difficoltà di accessibilità, impoverimento delle reti istituzionali, distanza dai grandi poli formativi e produttivi.

Chi abita questi luoghi conosce bene il peso concreto della marginalità. Sa che la bellezza non sostituisce un ambulatorio, che il paesaggio non compensa l’assenza di una scuola, che la memoria non basta quando manca il lavoro, che nessuna narrazione poetica può reggere se non è accompagnata da infrastrutture, banda larga, mobilità, politiche abitative, servizi educativi e sanitari.

 

Il riconoscimento come prima infrastruttura sociale

Eppure proprio qui si apre il punto sociologicamente più interessante. Non possiamo sostenere che nei borghi o nelle aree interne il disagio giovanile sia minore in senso generale. Sarebbe una semplificazione. Possiamo però ipotizzare, con alcuni riscontri empirici, che alcuni fattori tipici dei contesti piccoli — prossimità, riconoscibilità, appartenenza, reti informali, legami intergenerazionali — possano avere una funzione protettiva rispetto ad alcune forme di disagio: isolamento, ritiro sociale, smarrimento identitario, senso di invisibilità.

È qui che il tema dei borghi incontra il grande nodo del riconoscimento. Una persona non costruisce la propria identità soltanto scegliendo individualmente chi essere. La costruisce anche sentendosi vista, nominata, attesa, necessaria. L’identità non è mai un monologo. È sempre, almeno in parte, una risposta allo sguardo degli altri.

Axel Honneth ha mostrato con forza che il riconoscimento non è un accessorio etico della vita sociale, ma una condizione fondamentale della formazione del sé. Là dove il riconoscimento si spezza, l’individuo non perde soltanto stima esterna; rischia di perdere fiducia nella propria possibilità di stare al mondo.

Per questo il borgo può essere letto come un possibile dispositivo di riconoscimento. Non perché sia automaticamente più sano della città, né perché la piccola comunità sia immune da conflitti, chiusure, giudizi, forme di controllo sociale. Al contrario: il borgo può anche soffocare, escludere, etichettare. Ma quando la comunità non diventa gabbia, quando la prossimità non si trasforma in sorveglianza, quando la memoria non si irrigidisce in nostalgia, la piccola scala può offrire qualcosa che nella metropoli performativa tende spesso a disperdersi: la possibilità di essere riconosciuti come volti e non soltanto come funzioni.

 

Modernità, accelerazione e disagio

La metropoli contemporanea è spesso il luogo dell’accelerazione permanente, della competizione diffusa, della prestazione come misura del valore personale. Ma questa accelerazione non nasce dal nulla. È il punto d’arrivo di una lunga traiettoria storica che, dalla rivoluzione industriale in poi, ha progressivamente compresso il tempo sociale, trasformandolo da esperienza condivisa in risorsa da ottimizzare. Nel capitalismo contemporaneo il tempo tende a diventare una sequenza continua di compiti, risultati, verifiche, esposizioni. Non si vive soltanto: si deve rendere, rispondere, aggiornarsi, mostrarsi all’altezza.

Il giovane è continuamente esposto al confronto, alla visibilità, all’obbligo di dimostrare, alla sensazione di dover essere sempre pronto, sempre produttivo, sempre adeguato. Nella società della performance, per usare una chiave cara a Byung-Chul Han, non è più soltanto l’altro a imporre il comando; è il soggetto stesso che interiorizza l’obbligo di riuscire, di produrre, di ottimizzarsi. L’ansia nasce anche da qui: dall’oscillazione dolorosa tra il dover fare e il non riuscire più a farlo, tra il desiderio di essere riconosciuti e la paura di non valere abbastanza.

In questo quadro, il piccolo borgo può offrire una diversa esperienza del tempo e delle relazioni. Non una fuga regressiva dalla modernità, ma una sua possibile correzione. Nei contesti piccoli, se sostenuti da politiche serie e da reti istituzionali solide, il giovane può sperimentare una forma più concreta di utilità sociale. Può vedere l’effetto del proprio contributo. Può avviare una microimpresa, un laboratorio artigiano, un’attività culturale, un progetto agricolo innovativo, un servizio digitale, una forma di turismo lento, e percepire che quel gesto non cade nel vuoto.

In una comunità piccola, ciò che si fa è più visibile. E la visibilità, quando non coincide con esposizione narcisistica, può diventare riconoscimento.

 

Il dato DAAI: una protezione da leggere con prudenza

Alcuni dati recenti consentono di rafforzare questa intuizione senza trasformarla in ideologia. Del resto, le aree interne hanno conosciuto storicamente forme peculiari di resilienza sociale, fondate sulla densità dei legami: famiglie più estese, reti informali di aiuto, relazioni di vicinato, comunità relativamente stabili, consuetudini di reciproca conoscenza. Molti di questi elementi oggi risultano indeboliti dalla mobilità, dall’invecchiamento e dalla rarefazione dei servizi; tuttavia non sono scomparsi del tutto. Continuano, almeno in parte, a operare come risorse sommerse, come capitale relazionale disponibile, come trama minima entro cui il disagio può essere intercettato prima di diventare isolamento radicale.

Il progetto DAAI — Dialoghi Adolescenziali Aree Interne — promosso dall’ASL di Benevento e realizzato dall’Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali – IPRS ETS di Roma, nasce proprio dall’esigenza di comprendere come crescere in territori periferici incida sul benessere, sull’immagine di sé e sul rischio di ritiro sociale degli adolescenti. La ricerca confronta adolescenti residenti nelle aree interne con coetanei residenti nei capoluoghi, assumendo come oggetto non soltanto il disagio, ma anche le dinamiche familiari, relazionali e comunitarie che accompagnano la costruzione dell’identità giovanile.

I risultati, letti con prudenza, sono significativi. Le sintesi diffuse indicano che il ritiro sociale grave colpisce il 7% degli adolescenti nei capoluoghi, contro il 4,4% nelle aree interne. Non è una prova che nei borghi si soffra meno. È però un indizio importante: alcuni contesti interni sembrano esercitare una funzione protettiva rispetto alle forme più severe di ritiro. La spiegazione proposta richiama la tenuta emotiva e affettiva delle famiglie, le reti di prossimità, la presenza di una comunità che accompagna, anche quando sa che spesso i figli dovranno partire per studiare o lavorare altrove.

Questo passaggio è decisivo. Le aree interne non proteggono perché sono povere di stimoli o perché isolate dalla complessità. Proteggono, quando proteggono, perché possono ancora custodire una trama relazionale. Là dove l’adolescente non è soltanto un profilo, un rendimento, un numero, ma un volto conosciuto; là dove l’adulto può intercettare prima un silenzio, una chiusura, una frattura; là dove il legame tra famiglie, scuola, comunità e territorio non è del tutto spezzato, il disagio può trovare una soglia di ascolto prima di diventare solitudine definitiva.

Naturalmente questa ipotesi va difesa dalle sue caricature. Il borgo non è un dispositivo terapeutico naturale. Non cura magicamente l’ansia, la depressione, il ritiro sociale, la fatica identitaria. Può anzi diventare più duro per chi non si sente conforme, per chi vive differenze non riconosciute, per chi sperimenta desideri che il contesto fatica ad accogliere. La prossimità può essere cura, ma può anche diventare pressione. La comunità può sostenere, ma può anche giudicare.

Per questo il punto non è celebrare il piccolo in quanto tale, ma chiedersi quali condizioni sociali rendano la piccola scala generativa e non oppressiva.

 

Dalla prossimità alla nuova economia a passo lento

La risposta sta nella qualità delle relazioni e delle istituzioni. Anche qui la storia offre una lezione chiara: i territori vivono quando vengono attraversati da investimenti, presìdi, politiche pubbliche, infrastrutture materiali e immateriali. Quando sono lasciati soli, non custodiscono semplicemente la propria autenticità: si svuotano. La marginalità non è mai un destino naturale; è spesso l’esito di decisioni mancate, di risorse ritirate, di servizi arretrati, di politiche che hanno smesso di considerare quei luoghi come parti vive del Paese.

Un borgo diventa generativo quando non chiede ai giovani soltanto di restare, ma offre ragioni per restare. Quando non trasforma l’appartenenza in obbligo morale, ma in possibilità concreta. Quando costruisce spazi di iniziativa, accesso al credito, servizi di accompagnamento, luoghi di coworking, presìdi educativi, connessione digitale, trasporti, casa, reti tra comuni. Senza queste infrastrutture, la parola comunità rischia di diventare una consolazione retorica. Con queste infrastrutture, può diventare ambiente sociale favorevole.

Da qui nasce l’idea di una nuova economia a passo lento. Non un’economia povera, residuale, assistita, ma un’economia radicata: capace di intrecciare digitale e territorio, sapere antico e innovazione, agricoltura di qualità e servizi culturali, turismo responsabile e artigianato evoluto, cura del paesaggio e microimprese creative.

Il lavoro, in questa prospettiva, non è soltanto reddito. È anche riconoscimento. È il modo attraverso cui una persona può dire: qui non sto semplicemente resistendo, qui sto contribuendo.

Il legame intergenerazionale diventa allora una risorsa cruciale. Nei borghi la prossimità tra le età della vita può ancora produrre trasmissione. Gli anziani non sono soltanto destinatari di cura; possono diventare custodi di competenze, memorie, tecniche, racconti, pratiche. I giovani non sono soltanto coloro che mancano o che se ne vanno; possono diventare interpreti nuovi di un’eredità ricevuta.

Quando queste due energie si incontrano, la comunità non si limita a conservare: genera. La tradizione smette di essere un museo e diventa materia viva.

 

Una comunità di destino

Per questo la questione dei borghi non riguarda soltanto l’urbanistica, il turismo o la tutela del patrimonio. Riguarda il modello di società che vogliamo costruire. Se accettiamo che il futuro coincida solo con la concentrazione metropolitana, con la velocità, con la competizione e con l’estrazione continua di prestazioni, allora i piccoli luoghi saranno inevitabilmente considerati scarti geografici.

Se invece immaginiamo un Paese policentrico, capace di distribuire opportunità, sapere, lavoro e cittadinanza, allora i borghi possono tornare a essere presìdi di una diversa modernità.

Non si tratta di contrapporre città e borgo. La metropoli resta un luogo decisivo di innovazione, pluralità, possibilità. Ma proprio per questo abbiamo bisogno anche di altri spazi, di altre scale, di altre forme dell’abitare. Abbiamo bisogno di luoghi in cui la vita non sia misurata soltanto dall’efficienza, in cui il lavoro non coincida sempre con la rincorsa, in cui il tempo possa ritrovare densità, in cui l’identità non nasca dall’obbligo di performare ma dalla possibilità di appartenere.

Il piccolo borgo, se sostenuto da politiche serie e non abbandonato alla retorica, può diventare una comunità di destino. Non perché tutti siano uguali, non perché i conflitti scompaiano, non perché la vita sia più semplice. Ma perché in una comunità di destino ciascuno comprende che la propria riuscita è legata alla riuscita degli altri, che il futuro non si costruisce contro il luogo in cui si vive, ma insieme al luogo stesso.

È qui che il borgo smette di essere margine e diventa soglia: non la periferia di ciò che conta, ma il punto da cui ripensare il senso stesso dello sviluppo.

Forse la domanda più seria non è se i giovani vogliano tornare nei borghi. La domanda è se noi siamo disposti a rendere i borghi luoghi nei quali un giovane possa desiderare di restare senza sentirsi sconfitto. Perché restare non deve essere una condanna. Può diventare una scelta. E una società davvero giusta non è quella che obbliga tutti a partire per avere una possibilità, ma quella che rende possibile scegliere dove mettere radici, dove inventare lavoro, dove costruire identità, dove sentirsi finalmente parte di una storia comune.

I borghi non sono luoghi senza disagio. Possono però essere luoghi in cui il disagio viene visto prima, nominato prima, accompagnato prima. E forse, in un tempo che produce troppa solitudine proprio mentre moltiplica connessioni, questa è una delle forme più preziose di futuro: una comunità capace di riconoscere i suoi giovani non quando diventano eccellenti, ma quando stanno ancora cercando il modo di non smarrirsi

Calcio, risultati Serie A, Napoli blinda la Champions

Roma, 24 apr. (askanews) – Questi i risultati e la classifica della 34esima giornata di serie A dopo Napoli-Cremonese 4-0

34.a giornata Napoli-Cremonese 4-0, Sabato 25 aprile, ore 15 Parma-Pisa; ore 18 Bologna-Roma; ore 20.45 Verona-Lecce. Domenica 26 aprile, ore 12.30 Fiorentina-Sassuolo; ore 15 Genoa-Como; ore 18 Torino-Inter; ore 20.45 Milan-Juventus. Lunedi 27 aprile, ore 18.30 Cagliari-Atalanta; ore 20.45 Lazio-Udinese.

Classifica: Inter 78, Napoli 69, Milan 66, Juventus 63, Roma, Como 58, Atalanta 54, Bologna 48, Lazio 47, Sassuolo 45, Udinese 43, Torino 40, Parma, Genoa 39, Fiorentina 36, Cagliari 33, Cremonese, Lecce 28, Verona, Pisa 18.

35ª giornata – Venerdì 1 maggio, ore 20.45 Pisa-Lecce. Sabato 2 maggio, ore 15 Udinese-Torino; ore 18 Como-Napoli; ore 20.45 Atalanta-Genoa. Domenica 3 maggio, ore 12.30 Bologna-Cagliari; ore 15 Sassuolo-Milan; ore 18 Juventus-Verona; ore 20.45 Inter-Parma. Lunedì 4 maggio, ore 18.30 Cremonese-Lazio; ore 20.45 Roma-Fiorentina.

36esima giornata – Venerdì 8 maggio, ore 20.45 Torino-Sassuolo. Sabato 9 maggio, ore 15 Cagliari-Udinese; ore 18 Lazio-Inter; ore 20.45 Lecce-Juventus. Domenica 10 maggio, ore 12.30 Verona-Como; ore 15 Cremonese-Pisa; ore 15 Fiorentina-Genoa; ore 18 Parma-Roma; ore 20.45 Milan-Atalanta.

Padel, FIP Silver Bari: derby azzurro Cassetta-Dominguez, sabato super

Roma, 24 apr. (askanews) – Giornata clou al Fip Silver Mediolanum Padel Cup di Bari, torneo della Federazione Internazionale Padel, con i quarti di finale che accendono il programma di sabato. In primo piano – sottolinea una nota – spicca il derby azzurro tra Marco Cassetta e Facundo Dominguez, compagni di nazionale e protagonisti insieme di importanti risultati, tra cui l’argento agli Europei 2024 e il quarto posto ai Mondiali dello stesso anno. I due si affronteranno alle 14 per un posto in semifinale: Cassetta, in coppia con lo spagnolo Jose Luis Gonzalez, sfida Dominguez affiancato da Javi Ruiz, top 40 mondiale. Agli ottavi, successo per Cassetta-Gonzalez su Mancini-Sperati (7-5 6-0), mentre Dominguez-Ruiz hanno superato Sassano-Rosingana (6-3 6-0). “‘Facu’ è stato un compagno straordinario di tante avventure – le parole di Cassetta – Siamo carichi, sarà sicuramente speciale per entrambi incontrarci qui a Bari”. La replica di Dominguez: “Mi sento bene, sarà un gran match con il mio amico Marco”.

Nel tabellone anche l’altra coppia italiana formata da Simone Iacovino e Giulio Graziotti, attesi dalla sfida contro gli spagnoli Nacho Moragues e Manuel Aragon, dopo il successo su Levchuk-Bartusek (6-4 6-2). “Stiamo giocando bene, sarà una sfida difficile ma ci teniamo a questo torneo e vogliamo andare fino in fondo”, ha dichiarato Iacovino. Grande attenzione anche per l’argentino Maxi Sanchez, già numero uno del mondo e campione iridato 2016, in gara con il connazionale Juani Rubini. La coppia, testa di serie numero due, ha debuttato con un netto doppio 6-2 su Lopez-Nicocia, attirando l’entusiasmo del pubblico del Green Park Sport.

Anche nel femminile brillano le ragazze dell’Italpadel detentrici del bronzo europeo e mondiale. Su tutte Carlotta Casali, che insieme ad Ana Dominguez ha travolto con un doppio 6-0 Alice Colombi e Martina Mantova. Bene Emily Stellato e Giulia Sussarello, avanti 6-0 6-3 su Di Battista/Beltrami. Nei quarti troveranno le francesi Lou Lambert Agosti e Kimy Barla, mentre Casali se la vedrà con Letizia Dell’Agnese e Giulia Pisano.

Palazzo Ducale a Genova presenta Mimmo Rotella 1945-2005

Genova, 24 apr. (askanews) – A vent’anni dalla scomparsa di Mimmo Rotella, Palazzo Ducale di Genova dedica una grande retrospettiva a uno dei protagonisti assoluti dell’arte italiana e internazionale del Novecento. La mostra Mimmo Rotella 1945-2005, curata da Alberto Fiz, realizzata in collaborazione con la Fondazione Mimmo Rotella e prodotta e organizzata da MetaMorfosi Eventi, ripercorre oltre sessant’anni di attività dell’artista, restituendo la complessità e l’attualità della sua ricerca fra arte, immagine e comunicazione. Aperta al pubblico dal 24 aprile al 13 settembre 2026 e allestita nelle sale del Sottoporticato di Palazzo Ducale, l’esposizione riunisce oltre 100 opere provenienti da musei, fondazioni e collezioni pubbliche e private offrendo una lettura cronologica e articolata della pratica artistica di Rotella dal 1945 al 2005.

Ne ha parlato ad askanews la direttrice di Palazzo Ducale:, Ilaria Bonacossa “La grande mostra di Mimmo Rotella, a vent’anni dalla morte, porta alla luce quanto il suo lavoro sia stato davvero germinale e quanto ancora oggi abbia un impatto sulla creatività giovane”.

Ha accennato ad alcune opere presenti all’inizio dell’esposizione anche Alberto Fiz, curatore della mostra: “Uno sperimentatore di tecniche, ed è difficile immaginarselo, che parte dal 1949: manifesto dell’epistaltismo nella prima sala, lo strappo della parola. La parola non ha più un significato predefinito, diventa un elemento all’interno di un percorso di carattere poetico insieme alla musica. È il primo strappo che Rotella fa. E poi tante altre invenzioni. Décollage è una sua invenzione, non c’era prima”.

Ilaria Bonacossa illustra la terza sala: “Le opere alle mie spalle sono le opere presentate alla Biennale di Venezia del 1964, la grande Biennale dove anche l’arte e la pittura americana emergono come protagonista. Emerge questa idea che delle opere strappate, delle opere che nascono dal frammento, dal levare, abbiano poi una forza comunicativa che noi che viviamo nella società delle immagini diamo per scontato, ma anche in quegli anni era davvero un’intuizione. E quello che è bello è che nei lavori, per esempio, con gli strappi cè anche una dose di caso perché quando levi tu non hai la certezza di sapere cosa ci sarà dietro, quindi diventa che tu sei parte della creatività ma c’è una parte del lavoro che emerge in automatico”.

Alberto Fiz prosegue con i lavori della quarta sala: “Ci sono gli artypo, quindi l’arte tipografica. Rotella è molto attratto delle tecnologie. Va in tipografia, prende, ruba, strappa, porta via. Quello che faceva all’inizio degli anni 50, strappava i manifesti fisicamente dai muri di Roma, lo fa in tipografia. Va in tipografia e prende i fogliacci, quei fogli che la tipografia butta via perché ci

sono delle sovrapposizioni. Ecco, ma su quelle sovrapposizioni noi ritroviamo l’arte di Rotella. E poi ci sono i riporti fotografici su tela emulsionata degli artisti americani, per esempio, Claes Oldenburg e sua moglie, John Chamberlain o di Pierre Restany, che è il critico che lo coinvolge all’interno del movimento del Nouveau Réalisme. I riporti fotografici diventano reportage fotografico in occasione, per esempio, di una serie di lavori dedicati al terrorismo: Anni di Piombo è un altro aspetto importante della mostra a Genova dove tra il 1979 e il 1980 Rotella riflette su quella che è l’immagine che i media hanno dato del terrorismo. Queste immagini di Rotella sono successive agli avvenimenti del gli anni del terrorismo. La sua presa di posizione è nei confronti dei media, di quanto i media diventano condizionanti e parte della nostra interpretazione reale. Tutto questo è stato colto con grande capacità rabdomantica da Rotella che, come dice, ha il radar mentale.”

La mostra è completata da documentazione proveniente dalla Fondazione Mimmo Rotella tra cui fotografie originali, articoli, poesie epistaltiche e dagli scatti di Paolo Di Paolo messi a disposizione dall’Archivio Paolo Di Paolo e da una serie di contributi video. La rassegna è stata resa possibile grazie a importanti prestiti provenienti da istituzioni museali, fondazioni, collezioni pubbliche e private, tra cui la Fondazione Mimmo Rotella, il MART – Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, la Sovrintendenza Capitolina e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, Heidi Horten Collection di Vienna, la Collezione Intesa Sanpaolo di Milano, la Casa della Memoria di Catanzaro, l’Archivio Paolo Di Paolo di Roma, la Giò Marconi Gallery.

Crans-Montana, Meloni: ignobile chiederci pagamento spese mediche

Roma, 24 apr. (askanews) – “Apprendo da notizie di stampa che le autorità svizzere hanno intenzione di chiedere all’Italia il pagamento delle esose spese mediche che l’ospedale di Sion avrebbe sostenuto per i ricoveri, anche di poche ore, di alcuni ragazzi rimasti feriti nell’incendio di Crans-Montana. Se questa ignobile richiesta dovesse essere formalizzata, annuncio fin da ora che l’Italia la respingerà al mittente e che non le darà alcun seguito. Confido nel senso di responsabilità delle autorità svizzere e mi auguro che la notizia si riveli del tutto infondata”. Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni su Facebook.

Chicco lancia Meraviglia, sistema evolutivo per l’infanzia

Milano,24 apr. (askanews) – Presentata la nuova linea Meraviglia targata Chicco. All’ADI Design Museum, in occasione della Design Week 2026, il colosso del settore della prima infanzia porta il proprio contributo al tema del design evolutivo, un approccio progettuale che riconosce nell’osservazione e nel tempo due dimensioni fondamentali. Meraviglia nasce proprio per questo: un design evolutivo che possa crescere coerentemente alle esigenze delle famiglie, adattandosi nel tempo alle diverse fasi dello sviluppo dei bambini e integrandosi negli spazi della casa con facilità.

L’intervista a Roberto Lobetti Bodoni, Chief Marketing&Digital Officer Chicco: “Per Chicco il design non è semplicemente un aspetto della forma o dello stile, è molto di più: riguarda l’esperienza completa che le famiglie hanno con i nostri prodotti, per questo è parte integrante del processo di innovazione. Non è come un prodotto appare, ma come viene vissuto. Per questo non è una caratteristica della forma, ma è un vero e proprio linguaggio di marca. È l’insieme di scelte progettuali coerenti che attraversano tutti i prodotti, rendendoli riconoscibili nel tempo”.

Realizzata in legno di faggio certificato, la linea Meraviglia coniuga qualità, durabilità, e flessibilità. Dalla sdraietta al seggiolone, alla torre di apprendimento evolutiva Chicco fino al lettino evolutivo Next2Me: un sistema di soluzioni progettate per accompagnare nel tempo l’evoluzione della famiglia e dello spazio in cui abita.

Le parole di Giulio Ceppi, Designer e membro del Board ADI: “Un progetto è evolutivo innanzitutto se si parte dall’osservazione e dalla comprensione delle diversità dei singoli utenti e se è in grado di generare un sistema aperto, quindi evolvere, trasformarsi nel tempo e nello spazio accompagnando chi lo deve usare nel tempo. Questa è la caratteristica più importante”.

Il commento di Roberto Lobetti Bodoni, Chief Marketing&Digital Officer Chicco: “La linea Meraviglia è la massima espressione del design evolutivo, ovvero la capacità di rispondere alle esigenze delle diverse fasi della crescita. Il presupposto è molto semplice, se la crescita è un processo anche la parte progettuale deve saper evolvere nel tempo ed è qui che nasce la linea Meraviglia con una sedia evolutiva, una torre di apprendimento e un sistema evolutivo del sonno che accompagnano il bambino in diverse fasi”.

Il 93% dei genitori afferma che la casa cambia con la crescita di un bambino, mentre più della metà riconosce la difficoltà di utilizzare spazi uguali per attività differenti. Chicco, con la sua linea Meraviglia, soddisfa esattamente la necessità che le famiglie hanno di prodotti evolutivi, che possano adeguarsi non solo ai bisogni dell’oggi ma accompagnare bimbi e genitori nel tempo.

Sport, Nepi: "Atletica tornerà protagonista allo Stadio dei Marmi"

Roma, 24 apr. (askanews) – “Da metà settembre l’atletica tornerà protagonista nello Stadio dei Marmi Pietro Mennea, che riaprirà diventando accessibile a tutti, sette giorni su sette, anche con anche un circuito esterno utilizzabile per le gare di media e lunga distanza che sorgerà nell’anello superiore: un segnale concreto di uno sport sempre più libero, inclusivo e senza barriere”. Lo ha annunciato in una nota Diego Nepi Molineris, amministratore delegato di Sport e Salute.

“Stiamo lavorando – ha sottolineato Nepi – per ampliare le possibilità di utilizzo dell’impianto, consentendo di correre, giocare e allenarsi anche nelle ore serali e in connessione con l’intero Parco del Foro Italico. Saranno disponibili spogliatoi, docce e armadietti, per garantire i migliori servizi”.

“Questa riapertura conferma la vocazione dello Stadio dei Marmi Pietro Mennea come uno dei luoghi simbolo del progetto Sport Illumina e dell’intero Parco del Foro Italico come spazi aperti, inclusivi e dedicati allo sport di tutti. Vogliamo – ha concluso l’ad di Sport e Salute – che sempre più persone possano viverlo, praticando attività fisica in un contesto unico e accessibile”.

Tennis, Sinner fatica ma avanza a Madrid: Bonzi battuto in tre set

Roma, 24 apr. (askanews) – Jannik Sinner batte Benjamin Bonzi e conquista il terzo turno del Masters 1000 di Madrid: 6-7, 6-1, 6-4 il punteggio, dopo due ore e venti minuti di gioco.

Nel primo set, Sinner non ha sfruttato ben cinque palle break. Inevitabile il tie-break, vinto da Bonzi dopo aver annullato anche un set point a Jannik. Nel secondo parziale è arrivata la netta reazione del numero 1 al mondo, che ha chiuso 6-1 in 31 minuti. Nel terzo e decisivo set (iniziato dopo un medical timeout chiesto da Bonzi), a Sinner è bastato il break conquistato nel quinto gioco.

Per il tennista azzurro, che nel corso del match non ha concesso nemmeno una palla break, arriva la diciottesima vittoria consecutiva nel 2026. Domenica, al terzo turno, l’altoatesino affronterà il danese Moller.

Peugeot: suv e berline in Cina con Dongfeng, primo lancio in 2027

Milano, 24 apr. (askanews) – “Peugeot produrrà in Cina per il mercato interno con la possibilità di esportare nei mercati d’oltreoceano. I modelli non saranno importati in Europa. Si tratta di una gamma composta da berline e suv”. Così un portavoce Peugeot, brand Stellantis, interpellato da Askanews sulla nuova fase della strategia in Cina, che punta su un approccio “in China for China” insieme al partner locale Dongfeng, con produzione concentrata nello stabilimento di Wuhan.

L’obiettivo è rafforzare la competitività del marchio francese nel primo mercato auto globale, adattando gamma e tecnologie alle specificità della domanda locale. Nei giorni scorsi Bloomberg ha riportato colloqui con Dongfeng per valutare la cessione o la condivisione di 4 impianti in Europa fra cui Cassino. Dongfeng già partner di Peugeot con il 14%, è oggi azionista di Stellantis con circa l’1%.

L’accordo con Dongfeng segna un passaggio operativo concreto verso un modello di produzione localizzato e orientato al mercato cinese.

A sottolineare l’importanza della Cina, il ritorno di Peugeot al Salone dell’Auto di Pechino, per riaffermare le ambizioni di crescita in uno dei mercati automobilistici più influenti al mondo. Peugeot è presente con due concept: la berlina 6 e il suv 8. “I concept presentati a Pechino rappresentano una visione della direzione di questi modelli, non rappresentano necessariamente l’anteprima dei modelli di produzione. Il primo di questi nuovi modelli sarà lanciato durante il 2027”, ha aggiunto il portavoce Peugeot.

La Cina, si legge nella nota del brand sul Salone di Pechino, “svolge un ruolo centrale nello sviluppo mondiale del marchio, sia come mercato leader per la mobilità elettrica e intelligente sia come motore dell’innovazione che sta modellando il futuro portafoglio di Peugeot”.

“Pechino è un palcoscenico chiave per Peugeot. La Cina è un motore principale della nostra trasformazione, in particolare nell’elettrificazione, nell’innovazione e nello sviluppo dell’immagine del brand. Oggi presentiamo due concept car che dimostrano la nostra visione di futuro sia per la Cina che per il mercato globale”, ha detto al Salone di Pechino il Ceo di Peugeot Alain Favey.

Tennis, Carlos Alcaraz annuncia forfait ai tornei di Roma e Parigi

Roma, 24 apr. (askanews) – Arriva un altro, doppio forfait per Carlos Alcaraz. Già assente dal torneo in corso a Madrid, il tennista spagnolo numero 2 al mondo ha annunciato, attraverso un post sui social, che non prenderà parte né agli Internazionali al Foro Italico a Roma né al Roland Garros a Parigi. 

“Dopo i risultati dei test effettuati oggi, abbiamo deciso che la cosa più prudente è essere cauti e non partecipare a Roma e al Roland Garros, in attesa di valutare l’evoluzione della situazione per decidere quando tornare in campo. È un momento complicato per me, ma sono sicuro che ne usciremo più forti”, il messaggio postato sugli account ufficiali di Alcaraz.

Milano Design Week, le novità del Frantoio Sant’Agata d’Oneglia

Milano, 24 apr. (askanews) – Olio e arte insieme. Da buona tradizione italiana. Il Frantoio Sant’Agata d’Oneglia della famiglia Mela arriva alla Design Week di Milano con il Cru “Musicale”, in una veste accattivante e innovativa. L’equilibrio di sapori e profumi del prodotto richiama la struttura di una composizione musicale. Per andare oltre il semplice olio e offrire un’esperienza sensoriale unica nel suo genere. Ha parlato così Cristiana Mela, Direttrice Export e Finance Frantoio di Sant’Agata d’Oneglia: “Abbiamo scelto questo momento, a Milano, molto importante, della Design Week per presentare un nostro progetto speciale. Un olio di famiglia. E siamo state molto onorate di aver avuto anche l’opportunità di essere presenti in questa location splendida, in questo palazzo che è l’atelier di Enzo Miccio. In mezzo ai nostri ulivi, nelle nostre campagne, si sente appunto la musica. Gli ulivi esprimono delle note, delle sensazioni di musica con i movimenti delle foglie, degli alberi attraverso il vento”.

Innovazione nell’idea e nell’identità visiva. Che trova il suo spazio elettivo nel vortice artistico della Design Week di Milano e nel nuovo atelier di Enzo Miccio. Uno spazio sospeso nel tempo dove si celebra il valore dell’artigianalità italiana. “Io sono da sempre un sostenitore del nostro Made in Italy, quello che ci ha reso e ci rende tuttora grandi nel mondo. E ho pensato che, aprire le porte del mio nuovo spazio a un prodotto che comunque parla la mia stessa lingua, sia un matrimonio perfetto. Io poi mi occupo appunto di celebrare l’amore in tutte le forme e in Italia, con una tradizione culinaria così forte, qua parliamo di cibo, parliamo di cibo di qualità” ha dichiarato Enzo Miccio, Wedding and Fashion Designer.

La veste è riconoscibile e ambiziosa. Con il rosa a rompere gli schemi e le raffigurazioni bucoliche a portare per mano il consumatore tra gli ulivi liguri della famiglia Mela. Ha parlato così Gianluca Biscalchin, Giornalista e Illustratore: “L’idea era quella di creare un vestito che raccontasse non solo la passione della famiglia per la musica, ma anche questa vocazione alla gioia, alla convivialità, all’allegria che si respira quando si va a visitare il frantoio”.

Una storia di passione e di tradizione. Di famiglia e di quotidianità. Una storia dell’Italia che riconosce e valorizza il suo passato studiando e programmando il suo futuro.

Il ministro degli esteri iraniano Araghchi in tour pre-negoziale, mentre Washington dispiega tre portaerei

Roma, 24 apr. (askanews) – “I nostri vicini sono la nostra priorità”: con questo messaggio pubblicato su X, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha confermato l’avvio da questa sera di una missione diplomatica che lo porterà a Islamabad, Mascate e Mosca.

ARAGHCHI IN CONSULTAZIONI PREPARATORIE Un tour preparatorio verso possibili nuovi negoziati con gli Usa, che alcune indiscrezioni oggi hanno suggerito imminenti proprio alla luce dell’arrivo del capo della diplomazia iraniana a Islamabad. Invece, se ci saranno nuove trattative, queste seguiranno a consultazioni con il Pakistan, paese mediatore, con l’Oman e con la Russia, che si offre tra l’altro per un eventuale stoccaggio dell’uranio arricchito di Teheran, nell’ambito di un accordo.

Il ministro iraniano è atteso in serata nella capitale pachistana e secondo Reuters una squadra americana incaricata di logistica e sicurezza sarebbe già sul posto. Il movimento diplomatico coincide con una nuova finestra di tregua decisa dal presidente Donald Trump per favorire il ritorno al tavolo negoziale e a cui si aggiunge da ieri una proroga del cessate-il-fuoco per il Libano, condizione posta da Teheran già per il primo round di trattative.

USA TENGONO ALTA LA PRESSIONE MILITARE Sul terreno, tuttavia, gli Stati Uniti mantengono alta la pressione militare. Il Comando centrale americano (Centcom) ha reso noto che prosegue il blocco navale contro il traffico diretto ai porti iraniani e che finora 34 navi sono state fermate o reindirizzate. Per la prima volta da decenni, tre portaerei statunitensi operano contemporaneamente in Medio Oriente: la USS Abraham Lincoln, la USS Gerald R. Ford e la USS George H.W. Bush, affiancate da oltre 200 velivoli e circa 15.000 militari. Un dispiegamento che Washington giustifica con la necessità di garantire la sicurezza marittima nello Stretto di Hormuz, ma che alimenta la diffidenza di Teheran.

Il capo del Pentagono Pete Hegseth ha alternato toni minacciosi ad aperture negoziali. Parlando alla stampa oggi, ha ribadito che l’Iran ha ancora la possibilità di concludere “un buon accordo” con gli Stati Uniti e ha definito Hormuz “una battaglia molto più europea che nostra”, accusando gli alleati di dipendere dalla protezione americana senza assumersi sufficienti responsabilità. “Il tempo dello scrocco è finito”, ha dichiarato Hegseth, sostenendo che Europa e Asia hanno beneficiato per decenni della sicurezza garantita da Washington. Il segretario alla Difesa ha inoltre annunciato che il blocco navale verrà ulteriormente rafforzato nei prossimi giorni.

UE: SERVE UN PERCORSO VERSO PACE PERMAMENTE L’Unione europea, riunita nel vertice informale di Cipro, ha accolto con favore il prolungamento del cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti e tra Libano e Israele, ma insiste sulla necessità di una soluzione stabile. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha affermato che ogni accordo definitivo con Teheran dovrà garantire “piena e libera navigazione nello Stretto di Hormuz, senza alcun pedaggio”, affrontando al contempo i dossier del programma nucleare e missilistico iraniano.

“Abbiamo bisogno non di un cessate il fuoco temporaneo, ma di un percorso verso una pace permanente”, ha detto a conclusione del vertice informale Ue a Cipro. Von der Leyen ha inoltre riaffermato la solidarietà europea verso i partner regionali e chiesto il rispetto della sovranità libanese e ha ricordato che La presidente della Commissione ha ricordato che “l’impatto della crisi è tangibiliìe” e il costo dell’importazione di risorse fossili è aumentato di 25 miliardi. Quindi “dobbiamo ridurre la nostra iper-dipendenza , bisogna incentivare le nostre risorse energetiche accessibili e pulite, come le rinnovabili e il nucleare”. Da parte sua il presidente del Consiglio europeo António Costa ha detto che è prematuro parlare di un allentamento di qualsiasi tipo di sanzioni contro l’Iran.