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AI, economia e geopolitica al centro del dibattito a Maratea

Maratea, 20 lug. (askanews) – Per la prima volta in Basilicata, a Maratea, dal 17 al 19 luglio si è svolta l’undicesima edizione de “La Ripartenza, liberi di pensare”, la manifestazione ideata da Nicola Porro. Tre giorni di dibattiti, masterclass e confronti in riva al mare, all’Hotel Santavenere, con al centro i grandi temi dello sviluppo economico, dell’intelligenza artificiale, delle infrastrutture, dell’energia e del rilancio del Sud.

Sul palco si sono alternati i vertici delle maggiori realtà industriali e finanziarie del Paese: dagli amministratori delegati di Snam, Terna, McDonald’s Italia, Leonardo, Eni, fino ai protagonisti della finanza e dell’innovazione tecnologica.

In serata, i riflettori si sono accesi sul Ministro dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, intervistato da Nicola Porro.

“L’Italia è diventata di nuovo quello che è sempre stata: all’avanguardia nella promozione dei suoi prodotti, ma anche nella capacità di garantire il suo sistema produttivo, dando all’agricoltore nel ruolo che merita, ossia quello di produttore della qualità che il nostro patrimonio detiene, e custode del territorio italiano attraverso il duro lavoro.”

Tra gli ospiti più attesi, il Presidente Esecutivo di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, intervenuto nel dibattito “Capitali e Privati”, dedicato al ruolo dell’impresa privata nella crescita del Paese.

“Il Paese ha dimostrato di resistere bene in una situazione complessa, grazie alle sue imprese, ai suoi imprenditori e al lavoro di tutte le persone, perché l’Italia è un Paese di lavoratori. Per liberare i capitali privati è necessario agevolarli”, ha dichiarato Tronchetti Provera.

È stata poi la volta della tavola rotonda “Governo e Stabilità”, che ha visto confrontarsi sul palco insieme a Nicola Porro, i giornalisti: Hoara Borselli, Alessandro Sallusti, Giuseppe Cruciani, Andrea Ruggieri e Mario Giordano: un dibattito serrato sull’attualità politica e sulla tenuta del quadro istituzionale.

L’intervista al giornalista e ideatore de “La Ripartenza, liberi di pensare” Nicola Porro: “Gli imprenditori hanno dato qualcosa di più, hanno parlato fuori dagli schemi e dalle formalità, spiegando cosa voglia dire fare impresa in Italia. Il tutto condito dallo scenario, per me inedito, dello straordinario anfiteatro naturale sul mare di Maratea, unico nel suo genere.”

Un’edizione che ha portato in Basilicata il confronto tra istituzioni, impresa e cultura, confermando “La Ripartenza” come uno degli appuntamenti di riferimento del dibattito pubblico italiano.

Roggero, Bonelli(Avs): la destra vuole modello di giustizia fai da te

Roma, 20 lug. (askanews) – “Ci troviamo di fronte a una vicenda che ha dell’incredibile: la destra vuole costruire in Italia un modello della giustizia fai da te. Roggero ha ucciso due persone alle spalle, ha preso a calci una persona morente. Chiedere la grazia significa non solo non rispettare le sentenze, ma trasformare questa vicenda in una campagna politica di propaganda veramente vergognosa”.

Così Angelo Bonelli, deputato Avs e co-portavoce di Europa Verde, a margine di una conferenza stampa alla Camera, parlando del caso Roggero.

E sul post di Elon Musk che ha scritto che ‘giudice e pm meriterebbero una condanna’, Bonelli ha aggiunto: “Non mi aspetto niente di diverso da gente come Musk o Trump che pensano di essere la legge e di decidere chi è buono e chi che è cattivo”. “La legge è molto chiara: quella legittima difesa che ha voluto e fatto approvare Matteo Salvini affermando che avrebbe salvato casi come quelli di Roggero, in realtà non è così. In Italia esiste lo stato di diritto, e se scappi e ti sparo alle spalle, quello non è più legittima difesa anche perché in quella circostanza qualche passante, qualche persona innocente poteva essere colpito dalle pallottole vaganti di Rggero”, ha aggiunto Bonelli.

Bologna, Bonelli (Avs): immagini angoscianti, accertare la verità

Roma, 20 lug. (askanews) – “Le immagini che abbiamo visto a Bologna sono angoscianti: vedere un uomo inerme, che non rappresentava una minaccia di alcun tipo, essere gettato a terra, mentre chiedeva aiuto, e poi vederlo morire di fronte agli occhi non solo dei sanitari, ma all’insistenza di quei due agenti di polizia è un fatto che deve essere assolutamente accertato. Queste immagini in Italia non le vogliamo più vedere”.

Così Angelo Bonelli, deputato Avs e co-portavoce di Europa Verde, ha commentato la morte di Abderrahim Fakir, 43enne di origine marocchina, che ha perso la vita a Bologna durante un intervento delle forze dell’ordine.

Vannacci posta video Ia: lui al Colosseo fa pollice verso per Schlein, Conte

Roma, 20 lug. (askanews) – Roberto Vannacci vestito da generale romano che dalla tribuna del Colosseo fa il pollice verso nei confronti di Elly Schlein, Giuseppe Conte, Romano Prodi, Laura Boldrini legati al centro dell’arena. E’ il video realizzato con l’Ia dall’utente ‘Robertus Vannaccius’ e rilanciato dal leader di Futuro nazionale sul proprio profilo Instagram.

Nel filmato Vannacci siede accanto ad una Giorgia Meloni imperatrice e a Ignazio La Russa, anche lui in divisa da generale romano. Al centro del’arena, appunto, i leader di Pd e M5s, l’ex presidente della Camera e l’ex premier e leader dell’Ulivo. Davanti a loro un gladiatore che impugna una falce in una mano e un martello in un altra.

Vannacci si alza e urla: “Con la falce e il martello. La stessa falce e il martello che non hanno mai usato”. Quindi il gesto del pollice verso e il gladiatore che si avvia verso il quartetto di prigionieri. Poi lo ‘stacco’ sul pubblico, dove si riconoscono Mario Draghi e Roberto Speranza che inorridisono di fronte all’esecuzione di Schlein, Conte, Boldrini e Prodi.

Vannacci, Conte: ordina la morte mia e altri "nemici" ma sappia che non ci fa paura

Roma, 20 lug. (askanews) – “Ci dobbiamo preparare al ritorno della mitologia della violenza, alla rigida gerarchia sociale, come nell’esercito? In Italia ci siamo già passati. Se pensate di intimorirci, sappiate che non ci fate paura”. Lo scrive Giuseppe Conte sui social network, commentando il video Ia pubblicato da Roberto Vannacci in cui il leadre di Futuro nazionale nelle vesti di un generale romano ordina il ‘pollice verso’ nei confronti di Elly Schlein, Giuseppe Conte, Romano Prodi e Laura Boldrini.

Conte commenta: “Vannacci che ordina la mia morte e di altri ‘nemici’ politici. Questo è il contenuto di un video realizzato con l’Ai nello scenario dell’antica Roma e condiviso dal cosiddetto ‘generale’, con la g molto minuscola. Un messaggio che incita alla violenza e rischia di incitare i più fanatici”.

Conclude il leader M5s: “Anni di servizio nelle istituzioni, nell’esercito, e questo è il suo senso dell’onore, la sua sensibilità istituzionale. Questa è la campagna elettorale che ci aspetta? Proprio oggi Vannacci si è dichiarato disponibile a fare un accordo scritto con Meloni. È con questi qui che Meloni, La Russa (anche loro evocati nel video), Tajani e Salvini faranno un accordo? Meloni anche in questo caso “non condanni e non condividi”?

Bologna, Salvini: serve prudenza, non gettare fango sugli agenti

Roma, 20 lug. (askanews) – “Sono vicino ai due agenti di Bologna e agli operatori del 118 e ai familiari della vittima che invito a non parlare di vendetta. Conto che la magistratura faccia chiarezza il prima possibile. Bisogna evitare venga gettato fango sulla polizia e 118 e verso chi rischia la sua vita per proteggere le nostre”. Lo ha detto a Radio Radio il vicepremier Matteo Salvini, segretario della Lega, sulla tragedia di Bologna.

“Invitiamo tutti – ha esortato ancora Salvinio- alla prudenza. A partire dal sindaco di Bologna. Perchè un sindaco che convoca una manifestazione di piazza sicuramente non aiuta a svelenire il clima: contro chi è – domanda Salvini- la manifestazione? Contro i poliziotti? A favore di chi? Il sindaco prima di invocare la piazza ricordi di rappresenta tutta la città prima di essere un militante del Pd …”

Endurance equestre, team di Gianluca Laliscia diventa Fuxiateam Orofiock

Roma, 20 lug. (askanews) – Da oggi il Fuxiateam diventa ufficialmente Fuxiateam Orofiock. Il team guidato da Gianluca Laliscia inaugura una nuova fase della propria storia attraverso un importante progetto di rebranding e una partnership strategica con Orofiock, storico marchio del Gruppo Grigi, da oltre 70 anni protagonista nel settore della nutrizione animale. La presentazione si è svolta il 17 luglio presso Italia Endurance Stables & Academy, ad Agello di Magione (Pg), nel corso di una serata che ha riunito istituzioni, partner, sponsor, aziende e rappresentanti del mondo equestre.

Non è un cambio di nome. Non è un nuovo logo. È la nascita di un’identità che rappresenta ciò che il Fuxiateam è diventato in quasi trent’anni di attività e, allo stesso tempo, la volontà di costruire il proprio futuro insieme a un partner che condivide la stessa idea di eccellenza. Il Fuxiateam nasce nel 1998 e negli anni ha conquistato oltre cinquecento podi internazionali, titoli mondiali, europei e italiani, diventando una delle realtà di riferimento dell’endurance mondiale. Ma i risultati raccontano soltanto una parte della storia. L’altra è fatta di persone che ogni giorno lavorano condividendo un principio rimasto immutato nel tempo: il cavallo viene prima di tutto.

È proprio questa filosofia ad aver dato vita all’incontro con il Gruppo Grigi. L’ingresso di Orofiock nel nome e dell’identità del team rappresenta molto più di una partnership. È una scelta strategica che unisce due realtà italiane, radicate nel territorio umbro, accomunate dagli stessi valori: ricerca, innovazione, qualità, cultura del lavoro e benessere del cavallo. Un progetto nel quale la preparazione sportiva incontra la nutrizione scientifica, la competenza tecnica incontra la ricerca e l’esperienza di due eccellenze italiane si mette al servizio di una visione comune: contribuire alla crescita dell’endurance attraverso un approccio sempre più evoluto, sostenibile e orientato al benessere del cavallo.

Il rebranding diventa così la rappresentazione concreta di questa evoluzione. Il nuovo logo e il claim “Feel the FX”, ideato dall’art Director Daniele Pampanelli, sintetizzano ciò che il team è diventato: non soltanto un simbolo grafico, ma un invito a vivere l’endurance come emozione, relazione e cultura.

La serata di presentazione, ospitata da Italia Endurance Stables & Academy, ha accompagnato gli ospiti in un viaggio attraverso la storia del Fuxiateam e le ragioni della sua evoluzione.

Nel suo intervento, Gianluca Laliscia ha sottolineato il significato più profondo del nuovo progetto: “Questo rebranding nasce da un’esigenza precisa: rappresentare con autenticità ciò che siamo diventati. Con Orofiock nasce non soltanto una collaborazione, ma un progetto comune destinato a crescere nel tempo. Ringrazio la famiglia Grigi per aver creduto in noi. Per noi è motivo di grande orgoglio intraprendere questo percorso insieme”.

Luigi Frenguellotti, direttore commerciale del Gruppo Grigi, ha illustrato il significato della partnership con il Fuxiateam e le ragioni che hanno portato il Gruppo a legare il marchio Orofiock al nome della squadra: “Abbiamo scelto di legare il nome Orofiock al Fuxiateam perché abbiamo riconosciuto una realtà che interpreta gli stessi principi in cui crediamo da sempre. Non vogliamo essere semplicemente uno sponsor, ma un partner strategico che contribuisce alla crescita di un progetto che rappresenta un’eccellenza italiana nel panorama internazionale”.

Con Fuxiateam Orofiock prende forma un progetto che guarda oltre le competizioni sportive. Un’identità costruita su quasi trent’anni di esperienza che oggi si rinnova grazie all’incontro tra due eccellenze umbre, che portano il loro nome in Italia e nel mondo.

Fn,Vannacci: accordo con Meloni solo se scritto e con condizioni

Roma, 20 lug. (askanews) – “Futuro Nazionale appartiene all’area della destra, ma non farà la ruota di scorta. Chiederei un accordo programmatico scritto, pubblico e verificabile, con tempi precisi: controllo sull’immigrazione e remigrazione nel rispetto della legge, revisione del Green Deal, ritorno al nucleare, riduzione delle tasse su lavoro e famiglie, sicurezza, nuove carceri, tutela delle imprese e politica estera fondata sull’interesse nazionale”. Così il leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci, in un’intervista al Corriere dell’Umbria, nel caso in cui la premier, Giorgia Meloni, gli proponesse di entrare nella coalizione di centrodestra.

Per il generale “dovrebbe cambiare anche la linea sull’Ucraina: niente armi e denaro senza strategia e obiettivi raggiungibili. Se i nostri voti fossero decisivi, nessuna cambiale in bianco: sostegno solo su provvedimenti e scadenze certe. Gli incarichi sarebbero la conseguenza del consenso, non il prezzo di scambio”.

Italia-Protogallo, Meloni: è nuova pagina, rilanceremo le relazioni

Roma, 20 lug. (askanews) – “Erano più di dieci anni che un primo ministro portoghese non veniva in Italia”. Lo ha ricordato la premier Giorgia Meloni durante le dichiarazioni congiunte a Palazzo Chigi, con il primo ministro del Portogallo, Luís Montenegro.

Si tratta, ha detto la premier, di una “visita significativa”, un “segnale della volontà di rilanciare le relazioni” tra i due Paesi. E’ “l’inizio di una nuova pagina in una cooperazione già molto solida e molto proficua”, ha concluso Meloni.

Gb, la "soft left" di Burnham: il Manchesterism alla prova del governo

Roma, 20 lug. (askanews) – Esponente della “soft left” laburista e promotore di un modello politico ed economico fondato su maggiore autonomia locale, servizi pubblici e superamento del neoliberismo, Andy Burnham succede a Keir Starmer alla guida del governo britannico. Ricevuto da re Carlo III, Burnham si insedia al numero 10 di Downing Street e diventa il settimo primo ministro del Regno Unito in dieci anni.

Il nuovo premier britannico ha costruito negli ultimi anni la propria identità politica attorno al cosiddetto “Manchesterism”, una piattaforma che punta a contrastare disuguaglianze e bassa crescita restituendo più poteri ai territori.

Secondo Burnham, il modello economico britannico è stato indebolito innanzitutto da quattro fattori: deindustrializzazione, privatizzazioni, austerità e Brexit. La sua proposta prevede un maggiore controllo locale su abitazioni, trasporti, istruzione e servizi pubblici, ricalcando il modello delle politiche sperimentate durante il suo mandato alla guida della Greater Manchester.

Il principale esempio è il “Bee Network”, il sistema integrato di trasporto pubblico dell’area metropolitana, gestito localmente e costruito sul modello londinese, con tariffe calmierate.

Burnham promette di archiviare il neoliberismo e la teoria del “trickle-down”, secondo cui la ricchezza prodotta ai vertici dell’economia finirebbe per redistribuirsi automaticamente. L’incognita che lo accompagna alla guida del governo è come il Manchesterism possa essere trasferito dalla dimensione locale a quella nazionale e con quali risorse finanziarie.

Burnham è stato eletto il 19 giugno nella circoscrizione di Makerfield, area di Manchester, vittoria che lo ha riconsegnato alla politica nazionale dopo quasi un decennio nelle istituzioni locali.

Sindaco della Greater Manchester dal 2017, è stato rieletto due volte e ha costruito un profilo autonomo rispetto alla dirigenza nazionale del Partito laburista.

La sua carriera politica è però iniziata a Westminster, dove tra il 2007 e il 2010 ha ricoperto diversi incarichi ministeriali nei governi guidati da Gordon Brown. Dopo la sconfitta laburista del 2010, ha tentato senza successo di conquistare la leadership del partito, poi affidata a Ed Miliband.

Nel 2016, durante la crisi interna al Labour e la rivolta parlamentare contro Jeremy Corbyn, Burnham si è progressivamente allontanato dalla politica nazionale per concentrarsi sul governo locale.Nel corso degli anni è passato dal riformismo del New Labour degli anni Novanta e Duemila alla “soft left”, area moderata collocata tra la sinistra tradizionale e l’ala centrista del partito. Questa posizione gli ha consentito di presentarsi come figura capace di tenere insieme istanze sociali, pragmatismo amministrativo e critica all’establishment.

La gestione di Manchester non è stata priva di contestazioni. Per finanziare lo sviluppo dell’area metropolitana, Burnham ha cercato di attrarre capitali privati e investimenti stranieri, una scelta che alcuni critici giudicano in contrasto con la sua retorica anti-neoliberale. Altri sottolineano poi che la forte crescita economica di Manchester era iniziata prima del suo arrivo alla guida dell’amministrazione locale.

La popolarità personale resta comunque uno dei principali punti di forza. Burnham secondo i sondaggi è attualmente il politico più popolare del Regno Unito. Meno della metà degli elettori laburisti, tuttavia, ritiene che la sua azione sarà realmente diversa da quella di Starmer. Tra i dossier più urgenti che dovrà affrontare figurano i rapporti con l’Unione europea, a dieci anni dalla Brexit, il rilancio della crescita e la riduzione degli squilibri tra territori del Regno. Burnham dovrà inoltre gestire le relazioni con gli Stati Uniti e preparare il vertice del G20 che il Regno Unito ospiterà il prossimo anno. Le prossime elezioni generali dovranno tenersi entro il 21 agosto 2029, quindi il nuovo premier avrà il tempo – e la responsabilità – di dimostrare che il Manchesterism può da esperienza locale può trasformarsi in un progetto politico per l’intero Regno Unito.

Gino Cecchettin: “Se domani non torno” è storia di una ragazza libera

Roma, 20 lug. (askanews) – Il festival di Giffoni ha accolto Gino Cecchettin, il padre di Giulia, la ragazza di 22 anni uccisa dall’ex fidanzato, che insieme alla regista Paola Randi ha presentato “Se domani non torno”, il film che ripercorre l’intera vicenda e che sarà nei cinema il 5 novembre. Nel cast ci sono Filippo Timi, Sabrina Martina, Tecla Bossi, Tommaso Allione, Linda Caridi.

Il film, ispirato al libro “Cara Giulia” scritto dal padre della ragazza, racconta una famiglia come tante in una provincia del nord est: un padre con tre figli che trova la forza di trasformare un dolore inimmaginabile in un grido collettivo d’impegno per il cambiamento.

Gino Cecchettin ha spiegato perché, secondo lui, è importante continuare a raccontare la storia di Giulia: “Continuare è una questione di responsabilità civile, perché sappiamo quanto un dolore come quello che abbiamo vissuto noi se non raccontato si possa ripetere e la speranza è che qualcuno o qualcuna possa vedere nella storia di Giulia qualche segnale per potersi mettere in salvo. E poi c’è anche una questione che è un po’ più personale: Giulia non era solo la tragedia che le è capitata, è anche la storia di una ragazza di 22 anni che ha autodeterminato una vita, che ha scelto, poi ha pagato cara la sua scelta, però è una ragazza libera. Quindi vogliamo raccontare anche la storia di una ragazza libera”.

Ucraina, Zelensky: il Vaticano disponibile ad ospitare il vertice con Putin

Roma, 20 lug. (askanews) – Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha ricevuto a Kiev l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ringraziandolo per aver confermato la disponibilità della Santa Sede a ospitare un possibile vertice tra lui e il presidente russo Vladimir Putin.

“La delegazione della Santa Sede si trovava a Kiev proprio durante il massiccio attacco della Russia contro il nostro popolo. La Russia non vuole porre fine a questi attacchi, ed è per questo che è così importante continuare a lavorare per la pace”, ha rappresentato su X il presidente ucraino, aggiungendo che “uno dei formati che potrebbe contribuire a renderla possibile è un incontro a livello di leader”. “Ringrazio il Vaticano per la sua disponibilità a ospitare un simile incontro e a continuare a fare tutto il possibile per favorirne la realizzazione”, ha osservato Zelensky. “Abbiamo discusso del lavoro della Chiesa in Ucraina. Apprezziamo profondamente il nostro clero, che sostiene sia i nostri combattenti sia i civili e aiuta le persone ad affrontare questi tempi difficili. Abbiamo parlato anche del percorso dell’Ucraina verso l’adesione all’Unione europea. È importante sottolineare che il Vaticano sostiene la nostra scelta europea e riconosce che l’Ucraina sta facendo tutto il necessario per diventare un membro a pieno titolo dell’Unione europea”, ha spiegato Zelensky.

“Ringrazio Sua Santità e il Vaticano per le loro costanti preghiere e per il loro sostegno all’Ucraina e al nostro popolo”, ha concluso il presidente ucraino.

Cinema, il nuovo horror di Zampaglione in anteprima mondiale a Londra

Roma, 20 lug. (askanews) – Il 29 agosto, alla 26esima edizione del Tubi FrightFest di Londra, (alle ore 21:00) durante lo spazio del Saturday Night Gala, si terrà la prima mondiale di “The Nameless Ballad”, il nuovo horror diretto da Federico Zampaglione, che torna alla regia dopo il successo di “The Well”, venduto in 104 paesi nel mondo. Alla proiezione al più importante festival del Regno Unito dedicato al cinema horror, fantasy, sci-fi e thriller, saranno presenti lo stesso Zampaglione e parte del cast, tra cui le attrici Giglia Marra e Alana Boden.

Una produzione Somic film in associazione con Minerva Pictures, prodotto da Michele Protino, “The Nameless Ballad” sarà distribuito nelle sale italiane da Filmclub Distribuzione a partire dal 5 novembre 2026 e avrà delle anteprime in tutta Italia nel giorno di Halloween.

Sceneggiato dal regista con Barbara Baraldi, scrittrice e curatrice editoriale di Dylan Dog, il film è interpretato da Jamie Ward (His Dark Materials) con Giglia Marra, Alana Boden, Fabrizio Ferracane, Seumas Sargent, Reed Stokes, Sergio Ceglie, Mia Desando e Vincenzo De Michele, in un cast che unisce interpreti italiani e internazionali.

“The Nameless Ballad” racconta di Sam Gallo, musicista inglese di ventisette anni di origine italiana, che precipita in una devastante crisi creativa e nella dipendenza dai farmaci. Schiacciato dalle pressioni del proprio entourage, che pretende un nuovo successo, torna in Italia, nei luoghi della sua infanzia, nel disperato tentativo di ritrovare l’ispirazione perduta. Ma nella casa in cui sceglie di isolarsi, entra in contatto con oscure presenze che sembrano nutrirsi delle sue paure, della sua angoscia e del suo disperato bisogno di creare musica. Quella che credeva essere la sua ultima possibilità di rinascita si trasforma lentamente in un incubo, dove il confine tra realtà e soprannaturale diventa sempre più sottile…

“Essere stato invitato al Tubi FrightFest di Londra – ha dichiarato Federico Zampaglione – è un enorme onore. Per me questo momento non nasce oggi, ma è il risultato di un percorso iniziato nel 2009, fatto di passione, ostinazione, cadute e ripartenze. Quasi vent’anni dedicati a questo genere, cercando sempre di raccontarlo con la mia identità, senza inseguire le mode. Oggi sento di raccogliere ciò che ho seminato. Sono felice che, con il mio team di lavoro, stiamo contribuendo a riportare il cinema horror italiano in spazi internazionali sempre più importanti. E adesso non vedo l’ora di condividere questo viaggio con il pubblico. Ci vediamo al cinema e, prima ancora, ci vediamo a Londra!”.

Gb, Starmer: lascio Paese più forte e giusto, mio sostegno a Burnham

Roma, 20 lug. (askanews) – Il primo ministro britannico uscente Keir Starmer ha tenuto il suo discorso di addio davanti al numero 10 di Downing Street trasmesso in diretta, ultimo intervento pubblico prima di formalizzae le dimissioni a re Carlo III.

“Sto per recarmi da Sua Maestà il Re per rassegnare le dimissioni e chiudere il capitolo del mio periodo da primo ministro. Il mio lavoro è finito”, ha affermato Starmer.”Ora che passo il testimone ad Andy Burnham, gli auguro ogni successo. Ha tutto il mio sostegno.” Nel tracciare un bilancio della propria leadership, il premier uscente ha ricordato di avere guidato il Partito laburista per sei anni e mezzo, trasformandolo dopo la storica sconfitta elettorale del 2019 e conducendolo alla netta vittoria nelle elezioni generali del 2024.

Starmer ha definito “il privilegio della mia vita” l’avere servito il Paese come primo ministro e si è detto convinto che il Regno Unito sia oggi “più forte e più giusto di quanto fosse due anni fa”. L’economia britannica si è rafforzata, ha sostenuto, e i servizi pubblici hanno registrato miglioramenti, con la maggiore riduzione dei tempi di attesa degli ultimi 17 anni.Starmer ha rivendicato risultatinella lotta alla povertà infantile, sostenendo che ogni giorno nuovi bambini vengono sottratti a condizioni di disagio economico. Il leader laburista ha citato anche una significativa riduzione dell’immigrazione e il rafforzamento della difesa e della sicurezza nazionale.

Starmer ha affermato che la reputazione internazionale del Regno Unito è “notevolmente migliorata” durante il suo mandato.

Svolta meteo in arrivo, previsti calo del caldo e ritorno dei temporali

Milano, 20 lug. (askanews) – Dopo quasi due mesi di caldo intenso e persistente, sull’Italia è in arrivo una svolta meteorologica. Nel corso della settimana l’anticiclone subtropicale lascerà progressivamente spazio a correnti più fresche dai quadranti settentrionali, con un generale calo delle temperature e il ritorno dei temporali su diverse aree del Paese. Secondo Federico Brescia, meteorologo de iLMeteo.it, i primi effetti del cambiamento si avvertiranno già oggi al Nord, per poi estendersi tra martedì e mercoledì alle regioni adriatiche e al Centro-Sud.

Il raffrescamento sarà particolarmente evidente sul Nord-Est e lungo il medio Adriatico: città come Venezia, Trieste e Ancona passeranno da massime intorno ai 35 gradi a valori compresi tra 28 e 29 gradi, mentre le minime scenderanno da circa 24 a 19-20 gradi, con temperature localmente anche inferiori alla media del periodo.

La fase di transizione sarà accompagnata da una marcata instabilità atmosferica. Il contrasto tra l’aria più fresca in arrivo e il caldo accumulato nelle ultime settimane favorirà infatti la formazione di temporali anche intensi, soprattutto sulle pianure del Nord-Est, lungo le coste adriatiche e sulla dorsale appenninica centrale. I fenomeni potranno assumere carattere di supercella, con grandinate di medie o grandi dimensioni e forti raffiche di vento.

Il caldo continuerà invece a interessare, seppur con minore intensità nei prossimi giorni, le regioni tirreniche meridionali e le Isole Maggiori, dove oggi e domani si potranno ancora raggiungere punte di 44-45 gradi nelle aree interne di Sicilia e Sardegna. Nel dettaglio, oggi sono attesi temporali sul Nord-Est, soprattutto al mattino, mentre al Centro prevarranno sole e caldo intenso. Al Sud il tempo resterà stabile con temperature eccezionalmente elevate e punte di 44 gradi sulle Isole Maggiori.

Martedì sono previsti temporali sparsi al Nord e lungo le regioni adriatiche del Centro, mentre al Sud persisteranno condizioni di tempo soleggiato con valori fino a 45 gradi nelle zone interne di Sicilia e Sardegna. Mercoledì il tempo tornerà in prevalenza soleggiato al Nord, mentre acquazzoni interesseranno i rilievi e le coste adriatiche del Centro e sarà possibile qualche isolato episodio di instabilità anche al Sud.

Le proiezioni indicano inoltre la possibilità di un nuovo peggioramento tra il 26 e il 28 luglio, con una perturbazione che potrebbe coinvolgere in modo più diretto il Nord-Ovest. Secondo le tendenze attuali, dopo questa fase le temperature dovrebbero mantenersi su valori più vicini alle medie stagionali.

Musica, Noemi cade dal palco, 30 giorni di stop: "Qualche acciacco"

Roma, 20 lug. (askanews) – Momentaneamente sospeso, riprenderà il 16 agosto, il tour di Noemi, dopo l’incidente nella serata di ieri a San Salvo Marina (Chieti), in cui la cantante è caduta dal palco durante il concerto.

I medici hanno prescritto all’artista 4 settimane di riposo per consentirle di recuperare al meglio. Tutte le informazioni relative agli appuntamenti coinvolti verranno fornite entro 48 ore, fanno sapere gli organizzatori.

In un post sui social, in cui si vede in un letto di ospedale, Noemi ha scritto: “Volevo rassicurarvi dopo quello che è successo ieri sera. Non era mia intenzione fare delle acrobazie, avevo i miei soliti occhiali da vista. Mi sono presa un grande spavento, ma per fortuna sto bene: ho qualche acciacco e un po’ di dolore”.

“Mi dispiace tantissimo dover rinunciare ai prossimi concerti, ma i medici mi hanno chiesto di prendermi 4 settimane di riposo per recuperare” ha scritto. “Grazie di cuore per tutti i vostri messaggi, l’affetto e la vicinanza. Mi avete fatto sentire davvero tanto amore. Ho la testa dura non vi preoccupate! Non vedo l’ora di tornare sul palco e cantare di nuovo con voi. Ci rivediamo prestissimo! Vi abbraccio forte” ha concluso.

Venezia83, "Il grande Giaffa" apre la SIC: in concorso 7 film

Roma, 20 lug. (askanews) – “Immaginare il futuro. Resistere al presente”. Così si presenta la selezione, presentata oggi, della Settimana Internazionale della Critica che celebra la sua 41esima edizione e conferma la propria vocazione originaria: scoprire nuovi autori, intercettare linguaggi in trasformazione e offrire uno spazio di libertà creativa al cinema di oggi e di domani.

Organizzata dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI) nell’ambito dell’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, la SIC presenterà dal 2 al 12 settembre sette opere prime in concorso e due eventi speciali fuori concorso, tutti in anteprima mondiale.

Il programma, curato dalla delegata generale Beatrice Fiorentino, insieme alla commissione composta da Matteo Berardini, Marianna Cappi, Francesco Grieco e Marco Romagna, attraversa quattro continenti e conferma un’attenzione ai linguaggi contemporanei, alla contaminazione tra generi e alla ricerca formale. Il filo conduttore è il cinema come atto di resistenza. Non una resistenza intesa come semplice denuncia, ma come possibilità di immaginare altre forme di esistenza e sopravvivenza, nuovi modi di abitare il presente.

I protagonisti delle opere selezionate si oppongono ai dispositivi che governano il nostro tempo – il capitalismo che colonizza le immagini e la memoria, il controllo tecnologico delle emozioni, la violenza delle convenzioni sociali, il lavoro precario, l’omertà, le identità imposte. Al centro ci sono corpi che rifiutano di essere definiti o ridotti a una categoria: quelli colonizzati, queer, disabili, vulnerabili, desideranti, attraversati dalla storia e dalla politica ma mai completamente addomesticati.

Due opere in fuori concorso apriranno e chiuderanno la SIC: si inizierà con “Il grande Giaffa”, opera prima di Marco Santi, noir esistenziale interpretato da Edoardo Pesce che riflette sui temi dell’identità e dell’invisibilità sociale. Chiuderà invece la manifestazione “Rider”, debutto alla regia della coppia formata da Roan Johnson – già dietro la macchina da presa di numerose pellicole di successo – e Davide Pavanello – in arte Dade -, un musical metropolitano che utilizza il linguaggio del rap per raccontare il lavoro precario, il desiderio di emancipazione e i conflitti della nuova Italia.

I sette film in concorso compongono una mappa del presente attraverso sguardi profondamente diversi ma accomunati dal desiderio di interrogare il nostro tempo. L’Italia concorre con “Prima della guerra” di Tommaso Usberti (in coproduzione con la Francia), intenso racconto di formazione ambientato nella pianura padana che affronta il tema della mascolinità contemporanea

Dalla Colombia arrivano “The End of Times” di Bibiana Rojas Gómez e Juan David Cárdenas, un radicale film-saggio che utilizza immagini d’archivio e intelligenza artificiale per riflettere sulla memoria e sul colonialismo, e “Meteorite” di Sebastián Múnera, intenso racconto femminile ambientato in un territorio ancora attraversato dai fantasmi della violenza. La Tunisia è rappresentata da “The H@llow Man” di Kamel Laaridhi, una visionaria distopia che immagina un futuro in cui emozioni e memoria sono controllate dalla tecnologia. Dal Brasile arriva “London”, esordio di Victor Di Marco e Márcio Picoli, racconto queer che mette al centro la fisicità, il desiderio e la libertà di autodeterminazione. L’India è presente con “Our Share of Sand” di Shalini Adnani (in coproduzione con Regno Unito, Grecia), dramma familiare che diventa una riflessione sulle disuguaglianze e sulla crisi ambientale.

Completa il concorso “Zoom In, Zoom Out” del cinese Dong Jie, un’opera che intreccia mystery, gaming online e alienazione urbana raccontando le inquietudini della Generazione Z.

Saranno assegnati il Gran Premio Iwonderfull, il Premio del Pubblico il Premio Luciano Sovena al Miglior Produttore Indipendente, il Premio Mario Serandrei – Hotel Saturnia per il Miglior Contributo Tecnico e il Premio Circolo del Cinema di Verona al film più innovativo. Tutti i film in concorso, eleggibili secondo il regolamento, concorreranno inoltre al Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”.

Nazionale, Malagò: "Ct, altri nomi oltre Mancini e Pirlo"

Roma, 20 lug. (askanews) – Il presidente della Figc, Giovanni Malagò, fa il punto sulla scelta del nuovo commissario tecnico della Nazionale italiana in un’intervista a Sky Sport 24. Malagò conferma che la short-list per la panchina azzurra non si limita ai due nomi finora circolati, quelli di Roberto Mancini e Andrea Pirlo. “Ci sono altri nomi possibili per il ruolo da Ct, ma non ve li dico”, dice il numero uno della Federcalcio.

Malagò ripercorre le due settimane di lavoro che hanno portato Paolo Maldini e Leonardo a entrare nella nuova struttura tecnica federale. “Ci ho messo due settimane per portare a bordo Maldini e Leonardo perché sono due persone serie, da subito interessate, ma che hanno voluto conoscere il dettaglio del loro ruolo”, spiega, aggiungendo che i due dirigenti hanno anche fatto un sopralluogo a Coverciano. Il presidente precisa che il tema economico-contrattuale è stato marginale nei colloqui, mentre centrale è stato il concetto di condivisione delle scelte, a partire da quella sul nuovo Ct. “Ancora qualche giorno di pazienza e saprete tutto”, annuncia.

Sul metodo di selezione, Malagò indica tre criteri: l’interesse del profilo individuato, le richieste economiche e la sostenibilità rispetto ai bilanci federali. Portando ad esempio i due allenatori della finale mondiale, Lionel Scaloni e Luis de la Fuente, il presidente sottolinea la necessità di sistemare prima l’organizzazione e la metodologia del movimento italiano, a prescindere dal nome scelto per la panchina.

Interpellato sul caso Balogun e sul tema dell’ingerenza della politica nello sport, Malagò dice: “Si è passato il segno, indubbiamente. C’è sempre un confine”. Sul Mondiale vinto dalla Spagna in finale contro l’Argentina, il presidente della Figc commenta: “Sulla carta erano le due migliori squadre, la partita l’ha vinta la squadra che lo strameritava”.

Mondiali,lacrime Scaloni: "Gruppo di guerrieri, difficile ricreare"

Roma, 20 lug. (askanews) – Dura appena quattordici minuti la conferenza stampa di Lionel Scaloni dopo la finale del Mondiale persa dall’Argentina contro la Spagna, ieri sera a East Rutherford, negli Stati Uniti. Il ct dell’Albiceleste analizza la sconfitta, poi si commuove e abbandona la sala prima di riuscire a ricomporsi.

Scaloni parla degli infortuni che hanno colpito la squadra in ruoli chiave, con tre difensori su quattro costretti al cambio nel corso del torneo. “Non è una scusa, ma questo ha inciso molto: il dispendio di energie è stato enorme”, dice il tecnico, che sottolinea come anche l’espulsione subita in finale abbia condizionato le scelte tattiche pensate per la partita contro le Furie Rosse.

Il contratto di Scaloni con la federazione argentina scade a dicembre e il ct non chiude a nessuna ipotesi sul proprio futuro. “Ho un’idea di cosa voglio fare, rispetterò il contratto e poi vedrò. Sento il bisogno di pensare, perché non so se sarò in grado di fare qualcosa di altrettanto grande”, afferma. A quel punto la voce si spezza: “Sto piangendo perché questo è davvero un gruppo di guerrieri. Ce l’hanno riconosciuto anche gli spagnoli mentre ci salutavamo dopo la partita. Difficilmente sarà possibile ricreare un gruppo come questo e mi fa male all’anima”. Scaloni si alza e lascia la sala delle conferenze.

In precedenza il ct aveva ringraziato squadra e tifosi e rivolto un pensiero a Lionel Messi, in campo a 39 anni: “Non ho parlato con Leo e non so nulla del suo futuro. Ma credo che quello che ha fatto sia incredibile. È il miglior giocatore che abbia mai messo piede su un campo da calcio”.

Cinema, dal 3 all’8 agosto torna "Narni. Le vie del cinema"

Roma, 20 lug. (askanews) – Torna “Narni. Le vie del cinema”, dal 3 all’8 agosto a Narni (Tr) si terrà la 32esima edizione della rassegna del film restaurato”, manifestazione diretta da Alberto Crespi e organizzata per iniziativa del Comune di Narni con la collaborazione del Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale, Cineteca di Bologna, Unidis e con Rai Movie.

Un appuntamento che, nel tempo, è diventato una vera e propria celebrazione della settima arte, capace di restituire al pubblico il fascino autentico dei grandi classici attraverso proiezioni suggestive su uno degli schermi più grandi d’Europa, in copie restaurate di eccezionale qualità.

Anche quest’edizione “Narni. Le vie del cinema” proporrà una ricca selezione di film di recente recupero proiettati ogni sera a partire dalle ore 21.00 sul grande schermo allestito nel Parco pubblico “Bruno Donatelli” a ingresso gratuito (fino a esaurimento posti). Prosegue il rapporto con la Cineteca Nazionale, che si occupa della conservazione e del restauro dei film italiani all’interno del Centro Sperimentale di Cinematografia. I tre restauri della Cineteca che verranno proiettati quest’anno propongono un giusto equilibrio fra le grandi firme della settima arte e opere preziose da riscoprire: ad aprile il 3 agosto la manifestazione sarà “Bellissima” di Luchino Visconti, capolavoro del 1951, uno dei film più commoventi e moderni sul cinema stesso sulla fabbrica dei sogni e sulle illusioni che può generare, sorretto da una straordinaria Anna Magnani e un favoloso Walter Chiari; segue “Esterina” di Carlo Lizzani con Carla Gravina, Geoffrey Horne, Domenico Modugno, uno dei titoli più significativi del cinema italiano di fine anni Cinquanta; e infine “Il Delitto Matteotti” di Florestano Vancini, un film storico e politico che ricostruisce una delle pagine più drammatiche della storia del nostro Paese, con Franco Nero, Umberto Orsini, Mario Adorf e Vittorio De Sica.

Anche quest’anno Narni, proporrà una parte di programma internazionale: a cura della Cineteca di Bologna il restauro di “Quando la moglie è in vacanza” (in versione originale sottotitolata) che riporta sullo schermo Marilyn Monroe in occasione del suo centenario dalla nascita, in una delle commedie più celebri di Billy Wilder; e poi, per rendere il dovuto omaggio a uno dei registi più rivoluzionari della storia del cinema come Stanley Kubrick, verrà proiettato l’ipnotico “Barry Lyndon” nella copia restaurata dalla Warner Bros; in chiusura, l’8 agosto invece sarà proposta una serata dedicata a Stanlio e Ollio, il duo comico più famoso e amato nella storia del cinema, per celebrare i cent’anni dal loro primo film insieme con una serata medley di lungometraggi (“Muraglie”) e corti (“Un nuovo imbroglio”) con il restauro a cura di Rai Movie.

Anche quest’anno ci sarà la rassegna parallela alla classica selezione di pellicole restaurate che proporrà ogni sera su grande schermo a partire dalle ore 21.00, in un’ala laterale del Parco pubblico “Bruno Donatelli”, una selezione di film animati. Saranno proposti: “Dragon Trainer” (2025) diretto da Dean DeBlois, Mulan (2020) il live action diretto da Niki Caro, “Lightyear” (2022) diretto da Angus MacLane, “Aladdin” (2019) diretto da Guy Ritchie, “Un film Minecraft” (2025) diretto da Jared Hess, “Encanto” (2021) diretto da Jared Bush e Byron Howard, con la co-regia di Charise Castro Smith.

Leonardo al Farnborough Airshow, Mariani: rafforziamo nostro ruolo

Roma, 20 lug. (askanews) – Leonardo partecipa al Farnborough International Airshow confermando il proprio ruolo di player globale della sicurezza. “Forte di una crescita che accelera la capacità produttiva e valorizza i principali programmi strategici, il Gruppo presenta un portafoglio di sistemi progettati per operare in un contesto multidominio. Un ruolo rafforzato dalla consolidata presenza industriale nel Regno Unito, dove conta quasi 10.000 dipendenti e un’importante filiera di fornitura”.

“Stiamo vivendo una fase di profonda trasformazione dello scenario internazionale, che richiede una risposta industriale sempre più solida, innovativa e tempestiva. Rafforzare la capacità produttiva, rendere più resilienti le catene di fornitura, accelerare lo sviluppo delle nuove tecnologie e investire nelle competenze sono condizioni essenziali per sostenere la crescita del settore e rispondere alle nuove esigenze di sicurezza”, ha sottolineato Lorenzo Mariani, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Leonardo.

Per Mariani la società “affronta questa sfida coniugando il potenziamento della propria base industriale con una cooperazione internazionale sempre più forte. Innovazione, velocità di esecuzione e alleanze strategiche sono fattori chiave per sviluppare le capacità richieste dallo scenario attuale e contribuire alla sicurezza globale”.

Il gruppo presenta al Salone una gamma di prodotti e soluzioni in grado di coprire tutti gli scenari operativi, sempre più caratterizzati da minacce ibride. L’obiettivo è offrire non solo singole piattaforme, ma capacità integrate che consentano di raccogliere e condividere dati e informazioni e supportare decisioni rapide ed efficaci negli scenari più complessi.

Attraverso integrazione e interoperabilità, Leonardo risponde alle sfide della difesa moderna mettendo in connessione piattaforme, sensori, sistemi e capacità operative all’interno di architetture sovrane, senza rinunciare all’apertura verso possibili sinergie che consentono di realizzare la massa critica necessaria per generare qualità, rapidità di risposta e competitività.

Iran, Tajani: Italia pronta a missione per Hormuz sotto l’egida Ue o Onu

Roma, 20 lug. (askanews) – L’Italia è pronta a partecipare con la Marina a una missione internazionale per garantire la sicurezza nello Stretto di Hormuz, ma soltanto sotto l’egida dell’Unione europea o delle Nazioni Unite e nell’ambito di un mandato multilaterale. Lo afferma il vice premier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in un’intervista al quotidiano spagnolo El Mundo.

Tajani spiega che Roma è già impegnata in operazioni internazionali per proteggere il commercio marittimo ed è disponibile a continuare a collaborare qualora venga raggiunto un accordo politico per la stabilizzazione dell’area.

Lo Stretto di Hormuz, sottolinea, è una rotta strategica per un Paese esportatore come l’Italia, così come il Mar Rosso. La sua sicurezza è quindi essenziale per tutelare gli scambi commerciali e limitare le conseguenze economiche di un prolungamento del conflitto con l’Iran.Il ministro avverte che una crisi prolungata avrebbe effetti diretti sui prezzi del gas, del petrolio e dei fertilizzanti, con ripercussioni non soltanto sull’Europa ma anche sui Paesi africani maggiormente dipendenti dall’agricoltura. Un aumento del costo dei fertilizzanti potrebbe produrre conseguenze particolarmente gravi per economie già fragili e aggravare l’instabilità sociale e alimentare.

Il vicepremier auspica che prevalga il dialogo e ribadisce la necessità di una soluzione diplomatica, pur mantenendo aperta la disponibilità italiana a contribuire alla sicurezza marittima.

I riformisti del Pd vogliono il SAFE: sulla Difesa serve chiarezza politica

Un silenzio che si rompe

La sicurezza non è in contrasto con il welfare. A dirlo sono i “riformisti del Pd”, usciti allo scoperto dopo settimane, o mesi, di silenzi imbarazzati. L’iniziativa obbliga a riflettere sulla fragilità delle due coalizioni – destra e sinistra – che si contendono la guida del Paese: sui punti fondamentali, nessuna delle due è in grado di definire una linea politica chiara. Le contraddizioni non possono essere trattate all’infinito con i guanti bianchi: a un certo punto sono destinate a esplodere.

Si pone dunque una domanda, in questo caso a chi nel Pd, come Guerini e Delrio, ha deciso di portare allo scoperto le ambiguità del Campo largo sul cosiddetto riarmo dell’Europa. Qualora l’appello a fare ricorso ai fondi SAFE (Security Action for Europe) – non conteggiabili nel quadro dell’indebitamento consentito, il 3 per cento su base annua – non dovesse essere accolto, o fosse addirittura respinto, quali conseguenze politiche ne deriverebbero per tutti i riformisti ancora “intrappolati” in un partito che elude la questione di come assicurare la difesa del Paese?

Cosa prevede davvero il SAFE

Va ricordato che il SAFE è stato concepito per rafforzare la base industriale della difesa europea. Di conseguenza, gli investimenti finanziati attraverso i prestiti garantiti dal Programma sono orientati prevalentemente verso prodotti e imprese europee, o strettamente associate all’UE. Anche i contraenti e i principali subappaltatori devono essere stabiliti nell’Unione, mentre i soggetti extra-UE (o extra SEE-EFTA/Ucraina) non possono superare il 35% del costo del prodotto finale: almeno il 65% del valore deve provenire dall’ecosistema industriale europeo o dai Paesi associati. Perché opporsi, dunque, a un disegno che rafforza l’autonomia del Vecchio Continente nei confronti degli Stati Uniti? Anche questo andrebbe chiarito.

Il nodo del Centro

Resta la domanda di fondo: fino a quando, e fino a che punto, è lecito limitarsi alla messa a verbale di un’opzione alternativa al mainstream di sinistra? Prima o poi i conti andranno fatti con una prospettiva diversa, quella incardinata sul ruolo autonomo e indipendente del Centro. Altrimenti il dissenso – e quale dissenso! – senza sbocco politico non può che alimentare il sospetto che non si faccia sul serio. A danno del Paese.

Iran, sale lo scontro con gli Usa, Rubio: gli alleati si mobilitino per Hormuz

Roma, 20 lug. (askanews) – Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha invitato gli alleati di Washington a contribuire, con mezzi militari o risorse finanziarie alla navigazione nello Stretto di Hormuz, esortazione che rilancia la richiesta di aiuti attivi per la guerra contro l’Iran, al nono giorno consecutivo dei nuovi attacchi americani contro l’Iran, via via più intensi.

Secondo Rubio, Teheran sta cercando di usare il controllo del passaggio marittimo come leva nei confronti della Comunità internazionale. Gli Stati Uniti, ha affermato, continueranno a fare quanto necessario per garantire la sicurezza delle rotte commerciali, ma altri Paesi dovranno assumersi una parte maggiore dell’onere.

Il Comando centrale degli Stati Uniti, Centcom, ha annunciato nelle prime ore di lunedì una “nuova ondata” di raid finalizzati a ridurre la capacità di Teheran di colpire le navi commerciali nello Stretto di Hormuz. Il presidente Donald Trump ha dichiarato che gli ultimi attacchi hanno colpito l’Iran “molto duramente” e sono stati condotti in onore dei militari statunitensi uccisi negli ultimi giorni.

L’agenzia iraniana Tasnim ha riferito di esplosioni in diverse città, tra queste Tabriz, Chabahar, Konarak, Bandar Mahshahr e Bandar Imam Khomeini. L’Iran ha a sua volta annunciato attacchi con missili balistici e droni contro obiettivi americani nella regione. I Guardiani della Rivoluzione hanno affermato di avere preso di mira velivoli statunitensi all’aeroporto di Aqaba, in Giordania, basi militari in Kuwait e un quartier generale per operazioni speciali nell’area siriana di Al-Tanf.

Le sirene di allarme sono risuonate in Bahrain, mentre le forze armate kuwaitiane hanno riferito di avere intercettato droni nemici. Il governo del Kuwait ha inoltre denunciato un secondo attacco consecutivo contro un impianto di desalinizzazione: un colpo diretto contro infrastrutture civili essenziali, hanno sottolineato le autorità.

Al centro della crisi resta lo Stretto di Hormuz, corridoio cruciale a livello mondiale per il trasporto di petrolio e gas. I Guardiani della Rivoluzione sostengono che due petroliere sarebbero esplose e rimaste immobilizzate dopo avere tentato di attraversare una rotta meridionale ritenuta pericolosa. Non sono stati forniti i nomi delle navi, le bandiere battenti, il numero dei membri degli equipaggi né informazioni su eventuali vittime. Centcom ha contestato la ricostruzione iraniana e al momento non vi sonoconferme indipendenti.

Secondo i Guardiani della Rivoluzione islamica, lo stretto resterà insicuro finché continueranno gli attacchi americani. L’organizzazione ha avvertito che il passaggio non sarà sicuro per i prodotti petrolchimici né per il trasporto di petrolio e gas e ha prospettato una nuova “operazione punitiva”.I timori per la sicurezza della navigazione hanno ridotto il traffico nell’area. Dati citati da LSEG indicano che domenica soltanto quattro navi hanno attraversato lo stretto, rispetto alle otto del giorno precedente.

La nuova escalation segue il fallimento di un accordo preliminare di cessate il fuoco raggiunto un mese fa. Stati Uniti e Iran si accusano reciprocamente di averne violato ripetutamente le condizioni, mentre i negoziati per una tregua permanente non hanno prodotto risultati.

Rubio ha ribadito che Washington resta disponibile a una soluzione diplomatica, purché si tratti di un’intesa reale e rispettata dalle parti. Allo stesso tempo, ha precisato che gli attacchi americani proseguiranno finché l’Iran continuerà a colpire la navigazione commerciale internazionale.

Il bilancio delle perdite statunitensi è intanto aumentato. Dall’inizio del conflitto, secondo i dati diffusi dagli Stati Uniti, sono morti 17 militari americani e più di 420 sono rimasti feriti.

David A. Morse, il lavoro come infrastruttura sociale della pace

Paolo VI a Ginevra: il primato del lavoro umano

«Perché siamo qui? Noi non apparteniamo a questo organismo internazionale. Noi siamo estranei alle questioni specifiche… Se Noi siamo qui, è, signor Direttore, per rispondere all’invito che Ci avete così amabilmente rivolto. E noi siamo felici di ringraziarvene pubblicamente, di dirvi come Noi abbiamo apprezzato questo atto così cortese, come Noi ne misuriamo l’importanza, e di quale valore ci appare il suo significato». Chi parla è Giovanni Battista Montini, Paolo VI, in occasione del viaggio apostolico a Ginevra per il cinquantesimo anniversario della Organizzazione Internazionale del Lavoro (International Labour Organization, Ilo). È il 10 giugno del 1969. Esattamente sei mesi più tardi, il 10 dicembre, all’Organizzazione sarà attribuito a Oslo il premio Nobel per la Pace. A ritirarlo, in nome e per conto dell’Ilo, sarà David Abner Morse, il «signor direttore» qui citato da Papa Montini.

Non è la prima volta che un Pontefice cita o si indirizza all’Ilo (lo ha già fatto Pio XII nel 1954), ma Montini è il primo a visitarne il quartier generale. E lì ribadisce il primato del lavoro umano sui beni materiali: «nel lavoro è l’uomo che è il primo». Il rapporto della Chiesa con quella istituzione è antico. Era stato il primo direttore generale dell’Ilo, il francese Albert Thomas, a creare la posizione di consigliere speciale per le questioni sociali e religiose (alla quale è chiamato il gesuita André Arnou), consentendo un rapporto strutturato con il Vaticano, anche per l’importanza del sindacalismo cristiano. E non a caso in quel discorso Montini cita letteralmente Thomas, quando dice: «Il “sociale” dovrà vincere l’economico. Dovrà regolarlo e condurlo, per meglio soddisfare alla giustizia» (A. Thomas, Dix Ans d’Organisation Internationale du Travail, Genève, Bit, 1931, Préface, p. XIV).

David Morse: dal New Deal alla ricostruzione democratica

Chi era Morse? Era nato a New York nel 1907 ed era il figlio di un ebanista, Morris Moscovitz, e di sua moglie, Sara Werblin, immigrati russi di origine ebrea di prima generazione. Brillante studente alla Harvard Law School, nei primi anni Trenta si era fatto notare da Felix Frankfurter, il grande giurista e futuro giudice della Corte Suprema, vera e propria mente giuridica del New Deal di Roosevelt nonché mentore di tanti New Dealers, da Dean Acheson (futuro segretario di Stato) a David Lilienthal (futuro presidente della Tennessee Valley Authority). È grazie a Frankfurter che David Moscovitz — che nel 1937 “americanizza” il cognome in Morse in coincidenza con il matrimonio con Mildred Hockstader — trova impiego in una tra le istituzioni centrali del New Deal e del suo programma di democratizzazione economica. Si tratta del National Labor Relations Board (Nlrb), istituito nel 1935 con quel Wagner Act che aveva riconosciuto il diritto dei lavoratori di associarsi e costituire sindacati, bilanciando così le relazioni tra capitale e lavoro. Collabora con Harold L. Ickes agli Interni e Frances Perkins al Lavoro (prima donna in un gabinetto presidenziale, vi permane nei quattro mandati di Roosevelt).

Dopo l’attacco a Pearl Harbour (7 dicembre 1941), Morse si arruola come volontario nell’aviazione, viene spedito in Africa del Nord come intelligence officer e, in virtù della sua esperienza, è incaricato di ri-democratizzare le relazioni industriali prima in Italia e poi in Germania. L’esperienza del New Deal, in questo come in altri casi, viene esportata e si internazionalizza (K.K. Patel, Il New Deal. Una storia globale, Einaudi, Torino 2018). È a Palermo prima e a Napoli poi. Consiglia ai superiori di abolire completamente il sistema sindacale del corporativismo fascista e partecipa a Bari alla prima assise della Confederazione generale del lavoro alla fine del 1944, negli stessi giorni in cui nella stessa città si tiene il primo convegno dei Comitati di liberazione nazionale dell’Italia libera. Occorre favorire la formazione di liberi sindacati: «era la mia posizione personale, era la mia posizione politica, era la mia posizione tecnica: ne feci anche la mia policy view» (David A. Morse, Oral History Interview, July 30, 1977, consultabile sul sito della Harry S. Truman Library).

Dopo la guerra torna al National Labour Relations Board, di cui diviene General Counsel, e viene successivamente nominato sottosegretario al Lavoro nell’amministrazione Truman, con il compito di costituire una sezione di affari internazionali capace di integrare il disegno di politica estera economica americana che, con l’annuncio del Piano Marshall (5 giugno 1947), si va precisando. Grazie alla sua abilità diplomatica Morse gioca un ruolo importante soprattutto nel dialogo tra l’Economic Cooperation Administration, incaricata di gestire il Piano, e governo e sindacati francesi, anche per l’amicizia che lo lega a Léon Jouhaux, sindacalista francese e futuro premio Nobel per la Pace. Diviene il rappresentante del governo nell’Ilo e il candidato di Truman alla direzione generale. Eletto nel 1948, sarà rieletto più volte, all’unanimità, fino al suo ritiro nel 1970, dopo ventidue anni di servizio.

Le radici dell’Ilo: da Versailles alla Dichiarazione di Philadelphia

L’attribuzione del premio Nobel alla “sua” Ilo — che egli ricostruisce entro l’ambito delle agenzie delle Nazioni Unite, sorte a San Francisco nel 1945 — è il culmine della sua attività di international civil servant. Ma prima di andare a quella sera di dicembre del 1969 in cui Morse accoglie tra le sue mani la luccicante medaglia del Fredspris (premio per la pace) disegnata dallo scultore norvegese Gustav Vigeland (a ogni categoria corrisponde una medaglia), è bene fare un salto e tuffo all’indietro, prima di 25 e poi di 50 anni, per meglio capire posizione e ruolo dell’Ilo e di Morse.

Era stato Roosevelt, nel maggio 1944, a rilanciare natura e scopo dell’Organizzazione con la celebre Dichiarazione di Philadelphia con la quale, nel mezzo della guerra, di fronte agli orrori delle dittature, del lavoro forzato e dell’oppressione, si ribadivano per il dopoguerra alcuni principi: che il lavoro non è una merce; che i lavoratori godono della libertà di associazione e di espressione; che la povertà in un luogo minaccia la prosperità in ogni altro luogo; che la pace può essere stabilita solo se e quando si fonda sulla giustizia. Non sono principi del tutto nuovi per l’Organizzazione. Ma gli Stati Uniti ne sono divenuti membri solo nel 1934, senza aderire alla Società delle Nazioni da cui l’Ilo (allora Bureau International du Travail) è gemmata. La Dichiarazione di Philadelphia precede — è bene ricordarlo — di due mesi la Conferenza economica e monetaria di Bretton Woods (luglio 1944).

Occorre, a questo punto, andare ancora indietro di altri venticinque anni, fino alla fine della Grande Guerra, quando Morse è ancora un bambino. Sì, perché il Bureau International du Travail nasce, nel 1919, con il Trattato di Versailles. Gli articoli 387-427 del Trattato (che di articoli ne ha 440 ed è diviso in 16 capitoli) sono dedicati alla istituzione di un Bureau International du Travail (Bit) con un segretariato permanente. Nel preambolo della Costituzione dell’Organizzazione si legge: «La mancata adozione da parte di un paese di una costituzione del lavoro fa da ostacolo agli altri paesi desiderosi di migliorare le proprie sorti». Si stabilisce un fondamentale principio di interdipendenza macroeconomica e sociale che appare ancora oggi, dopo più di un secolo, attuale e valido.

È, dunque, quel Trattato — per altri versi, quelli relativi alle riparazioni di guerra, da Keynes definito «pace cartaginese» — a gettare il seme di una collaborazione possibile. La Germania, che nel 1919 non è ammessa alla Società delle Nazioni (vi entrerà nel 1926 e vi uscirà, per volere di Hitler, nel 1933), è invece ammessa nel Bureau. Non è un caso se alla fine della guerra la questione sociale assume prominenza. La guerra stessa ha prodotto enormi rivolgimenti nelle forme e nell’intensità del lavoro. Soprattutto, il riconoscimento delle sua centralità giunge nel mezzo di quell’onda lunga dello sviluppo che chiamiamo seconda rivoluzione industriale e che ha fatto emergere quella che Papa Leone XIII ha posto, nel 1891, tra le “cose nuove”: il conflitto, da ricomporre, tra il capitale e il lavoro. Tanto che il Bureau ha un’assemblea ispirata al “tripartismo”: non composta cioè solo dai governi con i loro rappresentanti (28 componenti), ma anche da quelli delle associazioni nazionali dei datori di lavoro (14) e di quelle dei lavoratori (14), che nel frattempo sono sorte in vari Paesi, tra cui l’Italia. Nel 1917, infine, c’è stata la Rivoluzione d’Ottobre in Russia. E il Bureau è anche una risposta a questo.

Il Nobel per la Pace e la costruzione di un ordine internazionale

È questo il retroterra culturale, ideale e politico latu sensu dell’Organizzazione che Morse prende in carico nel 1948. Con lui la natura e gli scopi dell’organizzazione si allargano, in quantità e qualità. Da una parte perché vi accedono l’Unione Sovietica (dopo la morte di Stalin) e i tanti paesi della decolonizzazione, tanto che nel 1970, alla fine del mandato di Morse, i membri, che nel 1948 erano 55, sono già 121.

Dall’altra perché ai compiti di regolazione e standardizzazione normativa (condizioni di lavoro, salario minimo, salute eccetera) si affiancano ora — anche per impulso di Morse ma certamente anche e soprattutto per i venti nuovi postbellici — compiti di assistenza tecnica e di cooperazione allo sviluppo, in specie nel campo della formazione e dell’istruzione dei lavoratori e dei manager, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. «Training, training, training», va ripetendo Morse. A lui si deve anche il precoce tentativo di istituire, sotto l’egida dell’Ilo, un’autorità per i lavoratori migranti (l’attuale Organizzazione internazionale per le migrazioni nasce, come entità autonoma, nel 1951).

Su entrambi i fronti — compiti di regolazione e compiti di promozione — i progressi sono, nei ventidue anni di Morse, palpabili. Essi coincidono con la grande espansione, anche dei diritti, postbellica. Sul primo, basti richiamare le grandi convenzioni successive al 1945, da quella sulla libertà di associazione (n. 87/1948) a quella sulla contrattazione collettiva (n. 98/1949), da quella sulla equa remunerazione (n. 100/1951) a quella contro la discriminazione sul lavoro (n. 111/1958). Sul secondo, basti ricordare la creazione dell’International Institute for Labour Studies di Ginevra (1960) e dell’International Training Centre di Torino (1964), oltre che la formulazione di un World Employment Programme in occasione del cinquantesimo anniversario dell’Organizzazione. Nello stesso anno esce il suo The Origin and Evolution of the Ilo and Its Role in the World Community per i tipi di Cornell University Press (Ithaca, 1969) e Papa Montini visita il quartier generale. È un momento d’oro.

Quando, la sera del 10 dicembre 1969, Morse entra nell’Aula dell’Università di Oslo per ritirare, per conto dell’Ilo, il Premio Nobel per la Pace attorno a lui vi è il grande ciclo di affreschi realizzato da Edvard Munch mezzo secolo prima: al centro è Il Sole che irradia la sua luce; ai lati sono Alma Mater — una raffigurazione dell’Accademia nelle fattezza di una madre che nutre i figli e le generazioni — e La Storia — una rappresentazione della formazione di un bambino attraverso la trasmissione orale.

Attento all’arte — di cui fu collezionista insieme alla moglie Mildred — non sappiamo quando Morse abbia, dopo il recto raffigurante il volto di Alfred Nobel, ammirato il verso della luminosa medaglia per la pace, che mostra l’abbraccio di tre uomini su cui campeggia la scritta: Pro pace et fraternitate gentium. Avrà forse in quel momento ripensato al motto che si trova nel documento posto nelle fondamenta dell’originario quartier generale dell’Ilo e poi trasferito nel nuovo edificio, sempre a Ginevra, lì dove si legge: «Si vis pacem, cole iustitiam». Se vuoi la pace, prepara la giustizia.

La lezione di Morse per il tempo presente

Il giorno dopo (11 dicembre 1969), nella tradizionale Nobel Lecture, Morse parla della sua organizzazione come di una infrastruttura sociale per la pace che ha attraversato la catastrofe della guerra e dei nazionalismi, grandi e piccoli, che chiudono la pianta della sovranità entro serre chiuse: «Anche se l’Ilo vive e opera in un mondo di stati sovrani, nondimeno ha potuto via via estendere le possibilità e gli scopi dell’azione transnazionale. In questo modo, e a dispetto dei fallimenti e delle delusioni e perfino delle calamità politiche dell’ultimo mezzo secolo, esso ha pazientemente, senza sensazionalismi, ma non senza successo, lavorato per costruire una infrastruttura di pace».

Il mondo di oggi ha ancora bisogno di quelle infrastrutture istituzionali multilaterali: imperfette quanto si vuole, certo; perfettibili, ma pur sempre necessarie; le sole peraltro entro le quali, per la natura stessa del negoziato che vi si svolge, è possibile almeno perseguire l’idea di bene comune internazionale come qualcosa di più della mera somma dell’interesse altrui e di quello proprio.

Ha scritto il “biografo” dell’Ilo che Morse non era un profeta o un visionario, ma un figlio del tempo del New Deal e degli ideali umanitari e universalistici del dopoguerra, un manager del cambiamento e un sapiente moderatore di ogni tentativo di intromissione e “politicizzazione” di parte, capace di costruire un esprit de corps e di dare all’istituzione una missione nuova, resistendo agli opposti estremismi, sia a quelli di altri paesi sia a quelli del proprio (cfr. D.R. Maul, L’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Cent’anni di politica sociale a livello globale, Ilo, Genéve, 2019).

Il mondo di oggi ha bisogno della moderazione di Morse e di moderatores novi.

Il fatto è che il tempo passato è chiuso e non è più nostro. O forse no: è ancora aperto nei suoi esiti ed è perciò nostro, fintanto che siamo capaci di ascoltarne la voce, come il bambino di Munch, fintanto che con esso abbiamo commercio, fintanto che in esso ritroviamo le ragioni dell’agire.

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 17 luglio 2026

Titolo originale: La condizione del lavoro misura del mondo

[Articolo qui riproposto – con titolo diverso e titoletti aggiunti – per gentile concessione dell’autore e del direttore del quotidiano vaticano]

Fratelli d’Italia al bivio della destra europea

La politica dell’emergenza permanente

La violenza come strumento di regolazione dei conflitti sociali e il ricorso permanente alla logica dell’emergenza rappresentano alcuni dei nodi centrali nel dibattito sulle destre radicali europee. Non riguarda soltanto episodi in cui singoli militanti o sostenitori si rendono protagonisti di aggressioni o intimidazioni, ma del modo in cui il rapporto tra autorità, sicurezza e società viene progressivamente ridefinito.

Non è un caso che, ogni volta che si verificano episodi di violenza legati a tensioni sociali o problemi di ordine pubblico, come nella nostra cronaca recente, emergano esponenti politici pronti a giustificare i protagonisti di -giustizia fai da te-anche quando le indagini dimostrano che le loro storie hanno precedenti prepotenti. Questi fenomeni vedono protagonisti personaggi usualmente dediti alla speculazione politica, ma assumono un significato diverso quando simili posizioni arrivano da rappresentanti dal primo partito del paese come Fratelli d’Italia che in UE aderisce ai Conservatori e Riformisti Europei che comprende le destre anche più radicali contrarie al federalismo europeo.

In generale le destre radicali non si possono spiegare solo con l’aggressivita’ che le caratterizza. Il nodo cruciale è il ruolo che forza, conflitto e coercizione assumono nel rapporto tra Stato, cittadini e comunità politica.

Come evidenzia il politologo Cas Mudde in The Far Right Today, le destre radicali contemporanee non puntano necessariamente alla cancellazione della democrazia rappresentativa, ma alla sua trasformazione in senso illiberale: una democrazia dove il predominio maggioritario tende a prevalere sui contrappesi istituzionali, sul pluralismo e sulla tutela delle minoranze.

Sicurezza, istituzioni e trasformazione della democrazia

Le destre estremiste europee hanno costruito buona parte del loro consenso sulla rappresentazione permanente dell’emergenza: immigrazione, criminalità, identità nazionale, sicurezza. Una logica che non scompare una volta conquistato il governo, ma cambia forma, traducendosi nell’espansione dell’autorità dell’esecutivo, nell’inasprimento delle politiche migratorie e nella ridefinizione dei confini della cittadinanza.

Nazionalismo, populismo e autoritarismo costituiscono il brodo di cultura di queste aree politiche insieme a nuove forme di alleanze rosso nere putiniane e alla strumentalizzazione del riferimento religioso svuotato del senso evangelico.

In questa prospettiva, anche il dibattito sulle riforme istituzionali e sulla legge elettorale assume un rilievo particolare. La ricerca della stabilità politica si traduce in una eliminazione della possibilità per gli elettori di scegliere direttamente i propri rappresentanti, rafforzando il controllo delle segreterie di partito sulle candidature e sulla composizione delle assemblee elettive. Un processo che trova consensi trasversali anche in ampi settori dell’opposizione.

Dalla contrapposizione identitaria alla coercizione normativa

Quando le destre radicali sono all’opposizione, la loro azione politica tende spesso a costruire una narrazione permanente dell’emergenza: l’immigrazione viene rappresentata come una minaccia alla sicurezza nazionale, mentre vengono individuati nemici interni ed esterni da contrapporre alla comunità nazionale.

Quando invece arrivano al governo, questa impostazione si traduce nell’ampliamento dei poteri dell’esecutivo, nel rafforzamento delle politiche di ordine pubblico, nell’inasprimento delle norme sull’immigrazione e nella ridefinizione dei criteri di appartenenza alla comunità politica.

La violenza, in questo quadro, può manifestarsi anche attraverso norme, procedure amministrative e linguaggi politici che introducono differenze nell’accesso ai diritti e rendono socialmente accettabili forme crescenti di esclusione.

La coercizione passa così attraverso il diritto e le istituzioni, modificando progressivamente la percezione di ciò che viene considerato legittimo nel rapporto tra Stato e cittadini.

La proposta politica dell’Alternative für Deutschland in Germania rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa dinamica. La contrapposizione tra “noi” e “loro” non è soltanto uno strumento retorico, ma contribuisce a ridefinire i confini della comunità politica, stabilendo chi viene percepito come pienamente appartenente alla comunita’ e chi invece come elemento estraneo o problematico.

Anche i decreti sicurezza adottati in Italia negli ultimi anni, con l’aumento delle sanzioni e la restrizione di alcune forme di tutela, si collocano all’interno di un repertorio politico diffuso nelle destre radicali europee, pur con caratteristiche diverse nei vari paesi.

Il bivio di Giorgia Meloni e la responsabilità della politica

Fratelli d’Italia si trova oggi davanti ad un scelta politica decisiva. L’imbarazzante presenza di Matteo Salvini e l’emergere di una destra più radicale e filoputiniana rappresentata dal generale Roberto Vannacci aprono una competizione nello stesso spazio che pone Giorgia Meloni davanti a un bivio: inseguirli sullo stesso terreno e posizioni oppure recidere definitivamente i legami con i radicalismi e i lontani richiami alle radici fasciste consolidando la propria collocazione nell’alveo costituzionale e giuridico italiano ed europeo.

La questione riguarda anche il centrodestra moderato, a partire da Forza Italia, chiamato a chiarire quale equilibrio intenda mantenere tra queste realta’ estremiste e conservatrici e difesa dei principi liberali della democrazia.

Ma piu’ in generale riguarda l’intero sistema politico. Le forze alternative alla maggioranza non possono limitarsi alla denuncia dei rischi democratici, devono offrire risposte concrete ai problemi quotidiani dei cittadini, dalla sicurezza al lavoro, dalla crescita economica ai servizi pubblici. Evocare continuamente il pericolo non è sufficiente. La qualità della democrazia dipenderà soprattutto dalla capacità della politica di affrontare le paure e le difficoltà reali delle persone senza trasformarle in strumenti di divisione, sopraffazione e di esclusione.

Roggero, la grazia e la giustizia senza tifoserie

Il caso di Mario Roggero impone di tenere insieme due verità che il dibattito pubblico tende ostinatamente a separare.

La prima è che Roggero è stato vittima di una rapina violenta, consumata nel suo negozio e davanti ai suoi familiari. Ha conosciuto la paura, l’umiliazione e il senso di vulnerabilità di chi vede improvvisamente violato il luogo nel quale lavora e vive.

La seconda è che, secondo l’accertamento giudiziario divenuto definitivo, quando inseguì i rapinatori all’esterno del negozio e fece fuoco, l’aggressione non era più attuale. La sua condotta non è stata, dunque, qualificata come difesa, ma come reazione offensiva penalmente rilevante.

Le due verità non si annullano.

Riconoscere la violenza subita da Roggero non significa legittimare tutto ciò che è avvenuto dopo. Allo stesso modo, riconoscere la responsabilità per le uccisioni non impone di cancellare il trauma precedente, né di rappresentare il condannato come un uomo privo di storia, paura e sofferenza.

È precisamente questa distinzione che la politica e le tifoserie mediatiche stanno smarrendo.

La vittima non acquista il potere di punire

La legittima difesa non è un premio riconosciuto alle persone perbene contro i delinquenti. È una causa di giustificazione fondata sulla necessità di respingere un’offesa ingiusta e attuale.

Il punto decisivo non è, dunque, la qualità morale di chi aggredisce o di chi reagisce. Non dipende dal fatto che da una parte vi sia un commerciante e dall’altra un rapinatore. Dipende dall’esistenza concreta del pericolo nel momento in cui viene esercitata la forza.

Quando l’offesa cessa, cessa anche la funzione difensiva della reazione. L’inseguimento non prolunga artificialmente l’attualità del pericolo e la comprensibile rabbia della vittima non trasferisce su di essa il potere di applicare una vendetta privata.

È questo il limite che separa la difesa dalla rappresaglia.

Si può ritenere che la paura, lo sconvolgimento e l’alterazione emotiva incidano sulla capacità di controllo e sulla concreta rimproverabilità dell’autore. È una questione seria, che il diritto penale deve valutare senza affidarsi all’immagine astratta di un individuo sempre perfettamente razionale. Ma la comprensione dello stato emotivo non può trasformare retroattivamente in pericolo attuale ciò che, secondo i giudici, era già cessato.

Spiegare una condotta non equivale a giustificarla.

Il risarcimento non premia il rapinatore

Anche la polemica sui risarcimenti riconosciuti ai familiari degli uomini uccisi rivela una pericolosa confusione.

Il risarcimento non è un premio per la rapina. Non assolve i rapinatori, non ne riabilita la condotta e non impone alcuna equivalenza morale tra l’aggressione iniziale e la successiva reazione.

Esso rappresenta la conseguenza civile di un fatto che i giudici hanno ritenuto illecito.

Chi commette un reato non perde per questo la titolarità del diritto alla vita e all’integrità personale. Il nostro ordinamento non conosce individui collocati fuori dalla protezione della legge, nei confronti dei quali ogni forma di violenza divenga lecita.

Il rapinatore risponde della rapina. Chi lo uccide fuori da una situazione di necessità difensiva risponde dell’uccisione. 

Questa non è indulgenza verso il crimine. È la struttura elementare di uno Stato costituzionale che sottrae ai privati il potere di vendicare le offese.

La compensazione dei danni eventualmente patiti da Roggero per la rapina appartiene a un diverso rapporto giuridico e può essere fatta valere nei confronti dei responsabili secondo le regole ordinarie. Non esiste, invece, una sorta di compensazione morale automatica tra la sofferenza subita e la vita successivamente tolta.

Il diritto non opera attraverso una contabilità privata del dolore.

Una pena definitiva può essere discussa

Il rispetto della sentenza non obbliga tuttavia a considerare la pena inflitta come esente da ogni valutazione critica.

 Quattordici anni e nove mesi di reclusione costituiscono una sanzione estremamente gravosa per un uomo ultrasettantenne. È legittimo interrogarsi sulla sua concreta proporzione, sull’incidenza dell’età, sulla storia personale del condannato, sul trauma subito e sulla funzione che una detenzione così lunga possa ancora svolgere.

Il garantismo non comincia e non finisce con una sentenza di assoluzione.

Esso riguarda anche la dosimetria della pena, la sua necessità, la sua umanità e il divieto di trasformare il condannato nel contenitore simbolico delle paure collettive.

La condanna di Roggero non deve diventare una pena esemplare contro chi reagisce alle rapine, così come la sua vicenda non può essere utilizzata per proclamare un inesistente diritto del cittadino armato a inseguire e punire il colpevole.

Tra l’impunità e la risposta giudiziaria esiste lo spazio costituzionale della pena proporzionata.

È in questo spazio, e non nella contrapposizione tra innocentisti e colpevolisti, che dovrebbe collocarsi una discussione seria.

La grazia non corregge la sentenza

La grazia è uno degli strumenti attraverso i quali l’ordinamento può temperare, in presenza di circostanze eccezionali, la rigidità della pena definitivamente inflitta.

Non è un’assoluzione tardiva. Non cancella il reato, non smentisce i giudici e non attribuisce al Presidente della Repubblica il compito di celebrare un nuovo processo.

La sua funzione è umanitaria ed equitativa.

Proprio per questo la Costituzione la sottrae alla disponibilità della maggioranza politica. Il ministro della Giustizia svolge l’istruttoria, ma il potere di concederla appartiene al Capo dello Stato.

L’intervento della presidente del Consiglio, le pressioni pubbliche sul ministro, le visite in carcere e persino la prospettazione di una candidatura politica alterano il significato dell’istituto. La grazia rischia così di essere presentata non come un atto eccezionale di clemenza, ma come la correzione politica di una sentenza considerata sgradita.

È un passaggio istituzionalmente delicato.

Il Governo può proporre modifiche legislative. Può sostenere una diversa politica criminale. Può persino criticare, nei limiti dovuti, l’orientamento della giurisprudenza.

Non può però trasformare un singolo condannato nel simbolo di una campagna contro i giudici e utilizzare la grazia come un quarto grado di giudizio affidato al consenso popolare.

La clemenza perde la propria natura quando diventa un referendum sulla colpevolezza.

 

Nessun eroe, nessun nemico

Mario Roggero ha diritto a essere considerato nella sua intera vicenda umana: la rapina, la paura, la reazione, le vite tolte, la condanna, l’età e la prospettiva di una detenzione di lunga durata.

Non è necessario trasformarlo in un eroe per sostenere che la sua pena possa essere valutata con umanità. E non è necessario negare la gravità della rapina per affermare che anche gli autori di un delitto rimangono persone protette dalla legge.

La giustizia laica non costruisce santi e non fabbrica nemici assoluti.

Riconosce il dolore senza conferirgli un potere sovrano. Accerta la responsabilità senza disumanizzare il colpevole. Applica la pena senza convertirla in vendetta. E considera la clemenza senza piegarla alle convenienze della politica.

Il caso Roggero non ci chiede di scegliere tra il gioielliere e i rapinatori.

Ci chiede di stabilire se vogliamo ancora un diritto capace di opporre un limite alla violenza, qualunque sia l’identità di chi la esercita.

È questa la funzione più difficile del diritto penale democratico: non assecondare la paura, ma governarla; non negare l’emozione, ma impedirle di diventare una licenza di uccidere; non celebrare il potere punitivo, ma ricondurlo sempre alla misura, alla responsabilità e alla dignità della persona.

Le liste bloccate e il silenzio delle periferie

Un Parlamento nominato prima ancora del voto

È inutile proseguire la stanca e ripetitiva riflessione sulle cosiddette liste bloccate e, di conseguenza, sull’assenza dei collegi uninominali o delle preferenze. Ormai conosciamo quasi a memoria le dinamiche concrete di queste liturgie di facciata.

Tutti i partiti, ma proprio tutti, non vogliono assolutamente il ritorno delle preferenze dopo oltre 34 anni dalla loro assenza. Alcuni partiti, credo pochissimi, sarebbero al limite disponibili al ritorno dei collegi uninominali. Penso, nello specifico, al sistema elettorale varato nel 1993 e che viene comunemente chiamato come “mattarellum”.

Ma, al di là di queste dinamiche e di questi dibattiti, ormai noti a tutti – almeno a quelli che seguono le vicende politiche del nostro Paese – c’è un aspetto che merita ancora di essere ricordato e citato quando si parla di liste bloccate, e quindi di una scelta che trasforma il Parlamento in un grande CDA dove si viene designati dall’alto e non votati dal basso.

Al punto che, come ovvio e persino scontato, la campagna elettorale degli eletti certi e sicuri finisce il giorno in cui si presentano le liste e non il giorno in cui si fa lo spoglio elettorale. Insomma, la composizione concreta del Parlamento, almeno sui grandi numeri, la si conosce quando i rappresentanti dei partiti presentano le liste.

Il costo democratico delle candidature decise dalle segreterie

Ma c’è un aspetto che non possiamo non ricordare e che viene puntualmente e quasi scientificamente snobbato dai grandi organi di informazione quando parliamo di un sistema elettorale disciplinato dalle liste bloccate.

Certo, i cittadini non possono scegliersi i propri rappresentanti, e questo lo sappiamo molto bene. Certo, come altrettanto ovvio, le segreterie dei partiti hanno pieni poteri nel costruire la rappresentanza parlamentare a propria immagine e somiglianza.

E poi, e ancora, si dà quasi per scontato che l’impossibilità di poter scegliere i deputati e i senatori genera inesorabilmente l’astensionismo e un distacco crescente ed ulteriore tra i cittadini e le istituzioni.

Quando a perdere sono i territori

Ma l’aspetto di cui pochi parlano è che, con sistemi elettorali di questo genere, a pagarne le conseguenze sono anche e soprattutto i territori della grande e variegata periferia italiana.

Quella periferia fatta di piccoli paesi, di piccole comunità, di piccoli villaggi che non hanno un rapporto diretto con la politica ma che possono contribuire, con il loro voto, a scegliersi i propri rappresentanti.

Quella periferia che era il bacino politico ed elettorale quasi decisivo per un partito come la Democrazia Cristiana – o di altri partiti popolari e di massa – ma che con la nomina romanocentrica dei futuri eletti viene sostanzialmente espropriata ed estromessa da qualunque potere. Anche solo il potere di scelta.

La periferia dimenticata dalle riforme elettorali

La periferia, dunque. Questa era, e resta, la grande assente nella competizione politica ed elettorale del nostro Paese.

Perchè quando, come tutti sappiamo molto bene, prevale la fedeltà al capo come unico ed esclusivo criterio per la scelta dei futuri nominati nelle aule parlamentari, è del tutto ovvio che proprio coloro che nel passato rappresentavano politicamente quei territori, anche e soprattutto per il consenso ricevuto, oggi si sentono del tutto liberi a non rappresentare alcunchè se non i desideri e le bizze del loro unico azionista, cioè il capo partito.

Per questo motivo, dietro ad ogni riforma – o non riforma – elettorale si nascondono sempre molte trappole e molte incognite. E, tra le molte, il cosiddetto “stabilicum” punisce in modo diretto anche chi vorrebbe una rappresentanza politica, e quindi parlamentare, dei territori della grande, ricca e sterminata periferia italiana.

Calcio, la Spagna è campione del mondo: battuta l’Argentina 1 a 0

Roma, 20 lug. (askanews) – La Spagna torna sul tetto del mondo sedici anni dopo il trionfo in Sudafrica. Al MetLife Stadium di New York la nazionale di Luis de la Fuente supera 1-0 l’Argentina ai tempi supplementari e conquista il secondo Mondiale della sua storia, interrompendo il regno dell’Albiceleste campione in carica. A decidere una finale intensa, tatticamente bloccata e ricca di tensione è Ferran Torres, autore del gol al 106′ dopo essere entrato dalla panchina.

La partita vive soprattutto sul controllo della Roja, che tiene il possesso del pallone fin dai primi minuti e costringe l’Argentina ad abbassarsi. La prima occasione arriva già al 5′, quando Lamine Yamal conclude da posizione favorevole trovando la decisiva deviazione di Lisandro Martinez. Gli spagnoli mantengono il predominio territoriale ma faticano a trovare spazi contro una formazione argentina molto compatta. Dall’altra parte Messi resta spesso isolato e la squadra di Scaloni non riesce quasi mai a sviluppare azioni pericolose.

Nel finale del primo tempo è ancora la Spagna a rendersi insidiosa con Oyarzabal e Cucurella, mentre l’Argentina perde per infortunio Lisandro Martinez, sostituito da Otamendi.

Dopo l’intervallo la pressione della Roja aumenta. Baena impegna subito Emiliano Martinez, poi De la Fuente inserisce Pedri e Ferran Torres per aumentare qualità e peso offensivo. Martinez è chiamato più volte agli straordinari: respinge una conclusione di Dani Olmo non trattenuta perfettamente, blocca un colpo di testa di Ferran Torres e interviene ancora su Cubarsí e Laporte. L’Argentina continua invece a produrre pochissimo in fase offensiva, senza riuscire a effettuare tiri nello specchio della porta.

Nel recupero dei tempi regolamentari arriva l’episodio che cambia l’inerzia della finale. Enzo Fernandez, già ammonito, interviene in ritardo su Cubarsí e riceve il secondo cartellino giallo, lasciando l’Albiceleste in inferiorità numerica al 93′. Prima del fischio finale Yamal sfiora anche il gol su punizione, ma Martinez devia in calcio d’angolo.

Nei supplementari la Spagna aumenta ulteriormente la pressione. Al 96′ Nico Williams trova la rete, annullata però per un fallo di Merino su Otamendi nell’azione. Pochi minuti dopo Merino sfiora il vantaggio di testa.

Il gol decisivo arriva all’inizio del secondo tempo supplementare. Al 106′ Nico Williams prolunga di testa un pallone proveniente dalla sinistra e Ferran Torres, tutto solo al centro dell’area, controlla e scarica un potente sinistro sotto la traversa che non lascia scampo a Martinez. Lo stesso attaccante del Barcellona realizza anche il raddoppio al 113′, ma la rete viene annullata per fuorigioco.

L’Argentina, fino a quel momento quasi mai pericolosa, tenta l’assalto finale nonostante l’uomo in meno. L’occasione migliore capita a Simeone al 122′, che sugli sviluppi di un calcio d’angolo conclude alto da ottima posizione. È l’ultimo sussulto prima del triplice fischio.

Per la Spagna è il secondo titolo mondiale dopo quello conquistato nel 2010. La Roja completa così un nuovo ciclo vincente, trascinata da una generazione guidata dal talento di Lamine Yamal e premiata per una finale giocata sempre all’attacco. Si interrompe invece la corsa dell’Argentina, che dopo il trionfo del 2022 vede sfumare il sogno del quarto Mondiale della propria storia al termine di una gara nella quale non è mai riuscita a imporre il proprio gioco.

Mondiali, show per l’halftime: in campo da Madonna a Justin Bieber

Roma, 19 lug. (askanews) – Per la prima volta nella storia della Coppa del Mondo la finale ha avuto il suo halftime show, un grande spettacolo musicale ispirato alla tradizione del Super Bowl americano. Al MetLife Stadium di New York il calcio ha lasciato spazio alla musica, con un palco montato e smontato in pochi minuti sul terreno di gioco.

Ad aprire lo show è stata Madonna, la regina del pop, che ha fatto il suo ingresso sul campo in modo spettacolare: accompagnata da due icone del calcio mondiale, Ronaldo e Ronaldinho, alla guida di un dune buggy. La cantante americana ha scelto uno dei suoi brani più celebri, “Music”, per dare il via alla performance.

Poi è stata la volta dei BTS, il gruppo sudcoreano simbolo della musica globale, che ha portato sul palco la loro hit “Dynamite”, diventata durante la pandemia un messaggio di energia, speranza e positività.

Spazio anche a Justin Bieber, protagonista di un simpatico siparietto con Jason Sudeikis, l’attore che interpreta il celebre allenatore della serie tv Ted Lasso. Bieber è stato “mandato in campo” come un calciatore prima di esibirsi con la chitarra sulle note di “Everything Hallelujah”.

A chiudere lo show una scatenata Shakira, che ha cantato “Dai Dai”, la canzone diventata uno dei simboli musicali del Mondiale. L’artista colombiana ha trasformato il MetLife in una festa globale, coinvolgendo il pubblico sugli spalti.

Lo spettacolo, atteso e anche discusso, è stato reso possibile da una deroga della Fifa al regolamento che normalmente fissa a 15 minuti la durata dell’intervallo. La performance musicale vera e propria è durata circa 11 minuti, con il tempo complessivo della pausa portato intorno ai 17 minuti per consentire l’allestimento e lo smontaggio del palco.

Un esperimento storico per la Coppa del Mondo: il calcio ha incontrato definitivamente la logica del grande intrattenimento americano, trasformando la finale mondiale in un evento capace di unire sport, musica e spettacolo planetario.

Formula1, Leclerc: "Ho creduto nella vittoria, è un passo avanti"

Roma, 19 lug. (askanews) – “Ho creduto nella vittoria fino alla fine. Abbiamo avuto fortuna con la Virtual Safety Car, ma il passo era relativamente forte. Abbiamo faticato con le gomme hard per cinque o sei giri, ma poi siamo andati bene. È un bel passo in avanti per noi, continuiamo così”. Queste le prime parole di Charles Leclerc dopo il GP del Belgio chiuso in seconda posizione dal monegasco della Ferrari dietro alla Mercedes di Kimi Antonelli. “Le lacune che ci aspettavamo le abbiamo ritrovate – ha poi detto Charles a Sky Sport – la partenza è stata divertente, il dispiegamento dell’energia è stato molto forte e ci ha permesso di passare George e Max, è stato bello. Poi abbiamo avuto un po’ di fortuna con la Virtual, non bisogna dimenticarlo”.

mercedes davanti— Leclerc ha confermato che la Mercedes, in ogni caso, ha ancora qualcosa in più: “Facevamo fatica nei rettilinei, ma il passo non era male – ha detto – devo controllare cosa non ha funzionato con la gomma hard, se ho preso qualcosa o sbagliato io perché poi il passo è tornato. Sono rimasto sorpreso che quando Kimi mi ha passato non è andato via, ma non ne avevamo abbastanza”. Ora occhi sull’Ungheria, dove sulla carta la SF-26 dovrebbe farsi trovare molto pronta: “In Ungheria favoriti? Abbiamo la consapevolezza che la macchina si adatterà di più a Budapest che a Spa ma anche a Monaco pensavamo di essere favoriti – ha detto Leclerc – la Mercedes ha assetti anche per i circuiti tecnici. Loro hanno del passo in più al momento, ma se c’è la possibilità di vincere faremo di tutto per esserci”.

Formula1, Antonelli: "Bisogna cogliere ogni occasione"

Roma, 19 lug. (askanews) – Andrea Kimi Antonelli festeggia e ne ha ben donde dopo essersi aggiudicato il Gran Premio del Belgio, decimo appuntamento del Mondiale di Formula Uno 2026. Sul tracciato di Spa-Francorchamps il pilota bolognese ha disputato una gara di alto profilo, gestendo bene ogni momento e andando a prendersi il successo negli ultimi giri dopo una bella rimonta su Charles Leclerc. Un italiano non vinceva su questa pista da 73 anni. “Davvero è bellissimo tornare sul gradino più alto del podio – le sue parole – soprattutto dopo alcune tappe difficili. La gara è stata combattuta. Ho perso la prima posizione in regime di Virtual Safety Car poi sono stato in grado di recuperare terreno e centrare la vittoria. Senza dubbio è stata dura perché Leclerc era veloce e non ha mollato fino alla fine. Non penso che avessi perso slancio, mi sembra di averlo sempre avuto, solo che non riuscivo a portare a casa i risultati per vari motivi. Oggi evidentemente la fortuna mi ha dato una mano per il campionato. Come dico sempre devi cogliere ogni occasione che ti capita. Ora devo continuare così”.

Formula1, Antonelli trionfa a Spa. Leclerc secondo

Roma, 19 lug. (askanews) – Kimi Antonelli torna a vincere e lo fa a Spa Francorchamps nel GP del Belgio, decimo appuntamento del Mondiale di Formula 1 2026. L’italiano, sempre più leader del campionato, batte in uno splendido duello la Ferrari di Leclerc. Sul podio anche Verstappen, poi Hamilton (che ha scontato una penalità di 5″) e Piastri. Il Mondiale torna dal 24 al 26 luglio in Ungheria.
La partenza è caotica: Verstappen scatta al comando strappando la prima posizione ad Antonelli, ma l’italiano risponde subito riprendendosi la testa della corsa. Nelle retrovie si verifica il contatto tra George Russell e Lewis Hamilton, che costringe la direzione gara a esporre la safety car. Russell è costretto al ritiro, mentre Hamilton riesce a proseguire.

Dopo la ripartenza, Verstappen supera Antonelli e sale al secondo posto, ma l’olandese fatica a tenere il passo del leader. Segue un lungo duello tra le due Ferrari per la terza posizione, con Leclerc che approfitta di un contatto con Oscar Piastri, poi passato sotto investigazione senza conseguenze. Hamilton viene invece penalizzato di cinque secondi per un contatto ritenuto responsabile con Russell.
Una virtual safety car, dovuta a detriti in pista, favorisce la strategia di Leclerc, che con l’undercut si ritrova virtualmente al comando prima delle rispettive soste di Antonelli e Verstappen. Il monegasco riprende la testa della corsa, ma l’italiano della Mercedes non demorde e nel finale rimonta fino a riportarsi in prima posizione.
Negli ultimi giri si accende un serrato confronto tra Antonelli e Leclerc, separati da meno di un secondo per diversi passaggi. L’italiano gestisce con lucidità il vantaggio e taglia il traguardo davanti al rivale della Ferrari, mentre Verstappen completa il podio davanti a Hamilton, quarto nonostante la penalità.

Per Antonelli si tratta della sesta vittoria stagionale, che eguaglia il record italiano di Alberto Ascari del 1952. Leclerc conquista il 54esimo podio in carriera, mentre per la Red Bull si tratta del 300esimo podio nella storia del team. Fuori dai punti anche Sergio Perez e Lance Stroll, entrambi costretti al ritiro nel corso della gara.

Tennis, Atp 250 Bastad: Darderi ko in finale, Rublev vince in 2 set

Roma, 19 lug. (askanews) – È Andrey Rublev il nuovo campione dell’Atp 250 di Bastad. Il russo ha battuto Luciano Darderi con il punteggio di 6-4, 6-3 in poco più di un’ora e un quarto di gioco. Una partita scivolata via velocemente per l’italoargentino che dal 3-3 ha mostrato segnali di nervosismo che hanno inciso sul suo rendimento. La partita è girata in pochi game, tra il break subito nel decimo gioco del primo set e quello in apertura del secondo set. Rublev, invece, è riuscito a trovare grande continuità al servizio, salendo di colpi dopo un avvio in chiaroscuro. Per il russo è il 18° titolo Atp in carriera, il primo del 2026. Con questo ko, invece, Darderi esce dalla top 20.

Ucciso e dato alla fiamme, ritrovato nelle campagne salernitane il corpo del cronista sportivo Luigi Esposito



Roma, 19 lug. (askanews) – I vigili del fuoco sono intervenuti nella notte per spegnere un incendio di sterpaglie in un’area interpoderale nel salernitano, ma, nelle campagne di Cioffi, alla periferia di Eboli, hanno ritrovato il corpo di un uomo, carbonizzato. E’ quanto si legge sul Quotidiano di Sicilia.

La svolta nelle indagini sarebbe arrivata con il ritrovamento dell’autovettura della vittima, elemento che ha consentito agli investigatori di risalire all’identità dell’uomo, un cronista sportivo salernitano: Luigi Esposito, classe 1973, noto cronista sportivo conosciuto da tutti come “Luca”. Esposito, originario di Nocera, era redattore del quotidiano La Città, dove per anni si era occupato delle pagine sportive raccontando soprattutto le vicende della Salernitana e del calcio locale. Era inoltre direttore del portale Tutto Salernitana e collaboratore dell’emittente televisiva Otto Channel. Accanto alla professione giornalistica ricopriva anche un incarico dirigenziale presso l’Arpac di Avellino.

Secondo le prime informazioni investigative, sul corpo sarebbero stati individuati segni compatibili con una ferita d’arma da fuoco alla testa. L’ipotesi al vaglio è che Esposito possa essere stato prima ucciso e poi dato alle fiamme nel tentativo di cancellare eventuali tracce.

Iran, nuovi raid Usa nella notte. Teheran colpisce basi in Kuwait

Milano, 19 lug. (askanews) – Nuova escalation tra Stati Uniti e Iran. Nella notte le forze americane hanno condotto una nuova ondata di attacchi contro obiettivi militari iraniani. Secondo l’agenzia di stampa iraniana Irna, i raid hanno preso di mira diverse installazioni nel Paese, con esplosioni segnalate in varie aree interessate dalle operazioni militari.

Le autorità di Teheran hanno denunciato l’offensiva americana come una nuova violazione della sovranità nazionale, mentre è in corso la valutazione dei danni.

Alla nuova offensiva statunitense è seguita la risposta iraniana. Secondo Al Jazeera, Teheran ha lanciato missili e droni contro due installazioni militari statunitensi in Kuwait, nell’ambito delle operazioni di rappresaglia contro le forze Usa dispiegate nella regione. L’emittente riferisce che gli obiettivi erano basi utilizzate dall’esercito americano e che le difese aeree kuwaitiane sono entrate in azione per intercettare parte degli ordigni.

L’escalation arriva dopo giorni di intensi bombardamenti reciproci e alimenta i timori di un ulteriore allargamento del conflitto nel Golfo, con il coinvolgimento dei Paesi che ospitano installazioni militari statunitensi.

La Russia ha sferrato uno dei più massicci attacchi contro Kiev, Zelensky: oltre 40 missili e 120 droni

Roma, 19 lug. (askanews) – La Russia ha sferrato nella notte uno dei più massicci attacchi con missili balistici contro Kiev dall’inizio della guerra. A riferirlo è il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in un messaggio pubblicato su X.

Le forze russe, afferma Zelensky, hanno lanciato “oltre 40 missili di vario tipo, la maggior parte dei quali diretti contro la capitale”, insieme a 120 droni d’attacco. Secondo il bilancio fornito dal presidente ucraino, una persona è morta a Kiev e nella regione circostante, mentre altre 16 sono rimaste ferite. “Le mie condoglianze a tutte le loro famiglie e ai loro cari”, scrive Zelensky, aggiungendo che tutti i feriti stanno ricevendo assistenza medica e che le operazioni di soccorso sono ancora in corso in tre diversi punti della capitale, con l’impiego di quasi 600 soccorritori. Interventi di emergenza sono in corso anche nella regione di Odessa.

Zelensky denuncia inoltre l’intensificarsi della campagna militare russa sull’intero territorio ucraino. Nell’ultima settimana, afferma, Mosca ha impiegato “circa 1.450 droni d’attacco, oltre 1.640 bombe aeree guidate e 99 missili di vario tipo”. Oltre a Kiev, nelle ultime ore si registrano feriti nelle regioni di Odessa e Zaporizhzhia e danni nelle regioni di Sumy e Chernihiv. Attacchi sono stati segnalati anche nelle regioni di Vinnytsia, Dnipro, Donetsk, Zhytomyr, Kirovohrad, Mykolaiv, Poltava, Kharkiv, Kherson e Cherkasy.

Il presidente ucraino torna quindi a chiedere un rafforzamento della difesa aerea del Paese: “La protezione dai missili balistici è oggi la nostra priorità assoluta”, scrive, sottolineando che gli intercettori “servono ogni giorno” e ringraziando i partner internazionali che stanno rispettando gli impegni assunti nella consegna di sistemi antimissile. Zelensky sollecita infine a mantenere alta la pressione su Mosca, sostenendo che “ogni ritardo nell’adozione di nuove decisioni offre alla Russia l’opportunità di pianificare nuovi attacchi contro il nostro popolo e di trovare il modo di aggirare nuove sanzioni”.

Mondiale, Tuchel: abbiamo fatto qualcosa di speciale, per l’Inghilterra è il primo podio da 60 anni

Roma, 19 lug. (askanews) – Thomas Tuchel invita l’Inghilterra a essere orgogliosa del terzo posto conquistato al Mondiale dopo il successo per 6-4 sulla Francia, pur ammettendo che la delusione per la semifinale persa contro l’Argentina non si cancellerà facilmente.

“Questa partita ci aiuterà, anche se un bronzo non si festeggia mai davvero – ha detto il ct inglese -. È il primo podio mondiale dopo 60 anni e il primo conquistato in un Mondiale disputato fuori casa. Spero che i ragazzi possano rendersene conto e andarne fieri. Il nostro sogno era arrivare in finale, eravamo molto ambiziosi, e per questo la delusione resterà ancora a lungo”.

L’Inghilterra ha dominato il primo tempo portandosi sul 4-0 grazie alla doppietta di Bukayo Saka e ai gol di Declan Rice ed Ezri Konsa, prima di subire il ritorno della Francia. Saka ha poi completato la tripletta, mentre Jude Bellingham, entrato dalla panchina, ha firmato il definitivo 6-4 con il suo settimo gol nel torneo.

Tuchel ha rivelato che il discorso pronunciato da Jordan Henderson prima della partita è stato determinante. “Ci ha dato il giusto stato d’animo. Oggi è stata una giornata molto emozionante. In queste sette settimane abbiamo costruito qualcosa di davvero speciale e non vogliamo perderlo. Allo stesso tempo dobbiamo continuare a migliorare: giocare un calcio migliore, gestire con più lucidità i momenti di pressione, prendere decisioni migliori e difendere con maggiore efficienza”.

Anche l’assistente Anthony Barry ha sottolineato il valore della prestazione: “Stavamo giocando con il cuore spezzato dopo la semifinale, ma sono immensamente orgoglioso dei ragazzi. Affrontavamo una nazionale di livello mondiale”.

Protagonista assoluto Bukayo Saka, autore di una tripletta dopo essere rimasto in panchina contro l’Argentina. “Avrei voluto giocare di più in semifinale, ma ormai è inutile parlarne – ha spiegato l’attaccante dell’Arsenal -. Preferisco rispondere sul campo. Contro l’Argentina abbiamo fallito e fa ancora male, come ai nostri tifosi. Oggi però volevamo chiudere nel migliore dei modi e regalare al Paese il miglior piazzamento mondiale degli ultimi sessant’anni”.

Mondiali, Deschamps saluta la Francia, "È finita, resto tifoso"

Roma, 19 lug. (askanews) – Didier Deschamps chiude la sua lunga avventura sulla panchina della Francia con parole cariche di emozione dopo la sconfitta per 6-4 contro l’Inghilterra nella finale per il terzo posto del Mondiale. Il ct ammette gli errori, elogia la reazione della squadra e passa idealmente il testimone al suo successore.

“È stata una giornata molto particolare – spiega -. Sarebbe stato meglio arrivare terzi, ma dopo un primo tempo disastroso non è stato possibile. Mi sono arrabbiato, ma nel secondo tempo abbiamo mostrato il vero volto della Francia, con orgoglio, determinazione e un calcio che ha rispecchiato quanto fatto durante tutto il Mondiale. Abbiamo affrontato una squadra più forte di noi”.

Deschamps rivela anche il peso emotivo dell’addio. “Per la prima volta mi sono detto che sarebbe stata l’ultima volta che vivevo un momento del genere. Ho ricevuto messaggi che mi hanno fatto piangere. Ho iniziato nel 2012 mettendo la nazionale francese al di sopra di tutto e finisco nello stesso modo. Sono orgoglioso di aver servito questa squadra così a lungo e di lasciarla ai vertici, anche se non sul gradino più alto del podio. Ho dato tutto, mi è piaciuto parlare con questi giocatori durante il torneo. E adesso è finita”.

Il tecnico si assume la responsabilità del ko. “L’errore è stato mio. Avrei dovuto fare scelte diverse fin dall’inizio e forse la partita sarebbe andata meglio. Non sono qui per regolare i conti o puntare il dito contro qualcuno. Alcuni avrebbero potuto fare meglio, ma ne parlerò direttamente con loro”.

Sul massiccio turnover adottato dopo la semifinale con la Spagna, Deschamps spiega: “Pensavo fosse la scelta giusta. Ho dato spazio a chi aveva giocato poco, ma non immaginavo che avrebbero faticato così tanto. La reazione della squadra nella ripresa dimostra però il carattere di questo gruppo”.

Parole di grande stima infine per Kylian Mbappé. “È un giocatore straordinario e un capitano eccezionale. L’immagine pubblica che ha non rispecchia la realtà. Dentro e fuori dal campo è stato esemplare durante tutto il Mondiale e non ho alcun rimpianto per avergli affidato la fascia”.

Infine un pensiero per il futuro della nazionale e per il probabile successore, Zinedine Zidane. “Non nutro alcun rancore. Voglio che la Francia continui a vincere. Il potenziale è enorme e questa esperienza farà crescere tanti giocatori. Da oggi diventerò un tifoso silenzioso”.

Mondiali, Inghilterra-Francia 6-4: cronistoria di una finalina show. E Mbappé supera Messi

Roma, 19 lug. (askanews) – L’Inghilterra chiude il Mondiale 2026 al terzo posto battendo la Francia 6-4 in una finale per il bronzo che, pur priva del fascino della sfida per il titolo, regala uno spettacolo ricco di gol, emozioni e continui ribaltamenti di fronte. A Miami la nazionale di Thomas Tuchel domina il primo tempo, resiste alla clamorosa rimonta dei Bleus nella ripresa e mette il sigillo sulla vittoria con il gol di Jude Bellingham nel recupero.

L’avvio è tutto inglese. Bastano tre minuti ai Tre Leoni per sbloccare il risultato con Declan Rice, che approfitta di un errore in uscita della Francia e batte Maignan con un preciso destro. I Bleus faticano a reagire e al 18′ arriva il raddoppio di Ezri Konsa, che svetta su calcio d’angolo. La squadra di Deschamps, all’ultima partita del commissario tecnico dopo quattordici anni alla guida della nazionale, appare disunita e incapace di contenere le ripartenze inglesi.

Prima dell’intervallo sale in cattedra Bukayo Saka. L’attaccante dell’Arsenal firma il 3-0 dopo una serie di rimpalli favorevoli in area e, allo scadere del primo tempo, completa la doppietta personale finalizzando un perfetto inserimento centrale per il 4-0. Un passivo pesantissimo che fotografa il dominio inglese nei primi 45 minuti.

Nell’intervallo Deschamps rivoluziona la squadra inserendo Dembélé, Barcola, Upamecano e Digne. La Francia cambia volto e riapre immediatamente la partita. Al 48′ Kylian Mbappé accorcia le distanze su assist di Olise, poi al 54′ è Barcola a firmare il 4-2 con una bella azione personale. Al 67′ arriva anche il secondo gol di Mbappé, che sfrutta una disattenzione della difesa inglese e realizza il 4-3.

Con la doppietta il capitano francese sale a quota dieci reti nell’edizione 2026 e raggiunge i 22 gol complessivi ai Mondiali, superando Lionel Messi nella classifica dei migliori marcatori della storia della competizione.

L’Inghilterra, però, ritrova lucidità nel finale. All’87’ Saka trasforma con freddezza il rigore del 5-3, completando una splendida tripletta personale. La Francia non si arrende e Dembélé riporta ancora i Bleus a una sola rete di distanza, ma nei minuti di recupero Jude Bellingham chiude definitivamente i conti con una splendida azione individuale che vale il definitivo 6-4.

Per la formazione di Tuchel il terzo posto rappresenta una parziale consolazione dopo la delusione della semifinale, mentre la Francia saluta il torneo con una sconfitta spettacolare ma amara, che coincide anche con l’ultima panchina di Didier Deschamps alla guida dei Bleus. Il premio di migliore in campo va a Bukayo Saka, protagonista assoluto con tre reti in una delle partite più ricche di gol nella storia delle finali per il terzo posto dei Mondiali.

Mattarella: Borsellino e Falcone simboli della riscossa civile

Roma, 19 lug. (askanews) – “Borsellino e Falcone sono simboli della riscossa civile del Paese”. Lo afferma il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel giorno del 34esimo anniversario della strage di via D’Amelio.

“Con la loro professionalità e il loro coraggio hanno istruito processi che prima non si riuscivano a celebrare – prosegue il Capo dello Stato -. Con il loro impegno nelle istituzioni hanno dato allo Stato nuovi e più avanzati strumenti nella lotta alle mafie. Con la loro passione hanno seminato la cultura di legalità, insegnando ai giovani che la logica mafiosa va contrastata fin dai comportamenti quotidiani e dalla scuola. Il loro impegno è parte della coscienza democratica della Repubblica”.

“La strage di via D’Amelio, due mesi dopo quella di Capaci, ha segnato in profondità la coscienza del Paese. Rappresentò il culmine di un disegno eversivo che mirava a piegare le istituzioni democratiche e la stessa libertà degli italiani. Paolo Borsellino pagò con la vita il proprio impegno di magistrato, e con lui vennero uccisi cinque servitori dello Stato, i cui nomi sono iscritti per sempre nella memoria della Repubblica: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina”, ha ricordato Mattarella, sottolineando: “A trentaquattro anni dall’eccidio restano intatti i nostri sentimenti di solidarietà e di vicinanza con i familiari di tutti coloro – uomini e donne delle forze di polizia, della magistratura, delle istituzioni – che hanno difeso la nostra comunità dal cancro mafioso. Quel disegno eversivo, con il loro contributo, è stato sconfitto. La Repubblica ha dimostrato di essere più forte. Catturando e condannando carnefici e mandanti”.

Milano, sospeso concerto di Bad Bunny: spettatori feriti da grandine. I biglietti saranno rimborsati

Roma, 19 lug. (askanews) – La violenta ondata di maltempo, accompagnata da una altrettanto violenta grandinata, che si è abbattuta poco dopo le 21 di ieri sera la città di Milano, ha colpito anche il concerto per Il Debí tirar más fotos World Tour del musicista portoricano Bad Bunny che si stava esibendo all’ippodromo San Siro. I vigili del fuoco hanno provveduto ad evacuare le migliaia di persone accorse per il concerto.

Diversi spettatori sono rimasti feriti, colpiti in particolare alla testa a causa delle dimensioni dalla grandine e soccorsa dal personale del 118. il 18 luglio all’Ippodromo SNAI La Maura di Milano è stato interrotto e l’area è stata evacuata in sicurezza. Il concerto è stato sospeso. L’arena è rimasta presidiata dagli organizzatori e dalle forze dell’ordine.

Gli organizzatori hanno reso noto che “a seguito di un’attenta valutazione e dopo aver compiuto ogni sforzo per riprogrammare l’evento, siamo spiacenti di informare i possessori dei biglietti che il concerto è stato annullato e non verrà riprogrammato”. “La sicurezza di tutti i presenti è sempre la nostra massima priorità. Vi ringraziamo per la pazienza, la comprensione e la collaborazione dimostrate durante l’evacuazione e ci scusiamo sinceramente per il disagio causato”, prosegue il comunicato Live Nation, assicurando che “tutti i possessori di biglietti riceveranno un rimborso completo (prezzo del biglietto + diritti di prevendita). Ulteriori dettagli saranno comunicati nei prossimi giorni”.

L’estate come kairòs: lettera di mons. Savino, Vescovo di Cassano allo Ionio

Il tempo che si fa kairòs

Sulla soglia dell’estate 2026, il vescovo di Cassano allo Ionio, Francesco Savino, affida ai fedeli della sua diocesi una lettera pastorale che intreccia il linguaggio biblico a quello della filosofia classica. Partendo dal Salmo 46 – «Fermatevi! E riconoscete che io sono Dio» – Savino distingue il chronos, il tempo misurato degli impegni, dal kairòs, l’occasione propizia che l’estate consegna a ciascuno. Il riposo, scrive, non è concessione contrattuale ma atto di fede, radicato nel settimo giorno della creazione e nell’invito di Gesù ai discepoli stanchi: «Venite in disparte… e riposatevi un po’».

Bilancio e contemplazione

La lettera propone un esercizio di memoria ignaziana – tre domande semplici su crescita, amore e gratitudine – e richiama sant’Agostino, Josef Pieper e la Laudato Si’ di Francesco per una teologia del creato che fa del mare e della montagna calabresi «aule di teologia». Non manca il riferimento a Platone e al dialogo sotto il platano del Fedro, immagine affidata soprattutto ai giovani.

Chi fatica, chi resta

Nella parte più incisa del testo, Savino non dimentica chi l’estate non la vive come pausa: gli anziani soli, i lavoratori dei campi – con l’esplicito richiamo ai quattro braccianti di Amendolara – i malati, chi non può permettersi una vacanza. «Un’estate cristiana è un’estate che si accorge», scrive, indicando nella carità «la vera villeggiatura dell’anima». La lettera si chiude sotto lo sguardo dell’Assunta, cui il vescovo affida attese e progetti della comunità diocesana.

 

Il testo integrale della lettera è disponibile qui

La grazia non si chiede in piazza

Mattarella fuori dalla rissa

È la classica vicenda di cronaca che si altera in politica annegando in una ridda di pareri a favoreo contro Roggero, il gioielliere che eccedendo nella legittima difesa, vittima di una rapina, è andato in carcere per oltre 14 anni. Il condannato ha invocato, con tono di reclamo, la grazia del Capo dello Stato, in una forma non proprio aggraziata, una quasi pretesa che ha suscitato perplessità e che rischia di non giovare alla sua speranza di libertà. 

Ciascuno stia nel suo campo

Roggero non brilla certo in capacità di comunicazione, ha ruggito malamente,soprattutto quando non guarda alla sua vicenda personale ma si affida all’arte della comparazione. È un po’ come quando a scuola da bimbi si era puniti ed alla maestra si diceva “perché a me si e a lui no?” indicando anche qualche altro autore di marachella. “la graziadella sua lingua si potrebbe agguagliare alla dolcissima eloquenzia dell’antico Cicerone” direbbe Boccaccio in un momento di confusione.

Ha chiamato in ballo uno scafista che durante la sua detenzione ha dimostrato ogni forma di ravvedimento e di impegno pur non essendo certa la responsabilità all’epoca dei fatti per cui gli fu contestata, la conduzione del peschereccio dove nella stiva morirono soffocati 49 persone. 

Non era uno scafista ma un semplice passeggero,secondo una tesi che vede oggi l’ammissibilità della revisione del processo secondo la Corte di Appello di Messina. Per l’intanto Mattarella gli ha concesso una grazia parziale. Anche per la Minetti nulla da dire. Dopo indagini e verifiche e quant’altro ancora si è accertato che il polverone alzato contro di lei era ingiustificato e quindi c’erano tutti gli elementi per come si è correttamente proceduto.

Le vicende penali sono sempre uniche ed esclusive e non si possono mischiare le carte e tanto meno semplificare i giudizi con il metodo della equiparazione. La legge dice in sostanza che se la minaccia è cessata non c’à legittima difesa. Così rincorrere e freddare chi ti ha rapinato sconvolgendoti di paura non è cosa ammissibile. 

Il rischio di un risarcimento a senso unico

Ciò che suona come una nota steccata è quando si prevede però un risarcimento a favore di quelli che ti hanno fatto passare momenti di terrore e verso i quali hai provocato danno con ferite o con la morte. Ciò almeno o tanto più se la tua reazione è simultanea all’atto della aggressione che stai subendo.

Se le cose stanno così, si dovrebbe anche quantificare in modo equilibrato, a favore del reo e vittima all’un tempo, anche lo stress della situazione, il ricordo di un fatto che sarà sempre un marchio da incubo che non potrai cancellare dalla tua memoria, il danno psicologico che ti porterai appresso per la vita intera. Sono vicende che ti segnano per sempre e che dovrebbero semmai prevedere non soltanto “una pari, patta e pace” ma comunque un risarcimento da chi ha subito una aggressione anche se in una eventuale colluttazione ha avuto la meglio. È comunque materia per giuristi ed oltre non si può andare se non a rischio di far parte del pattuglione di quelli che sono esperti di tutto.

Resta che Roggero ha subito una violenza ed è andato fuori di grazia dando colpi di grazia ai delinquenti che lo hanno aggredito mettendo sotto minaccia anche la sua famiglia. Ciò che è certo che per molti domani per grazia di Dio inizieranno le vacanze. Raffreddare gli animi, lontano da ogni strumentalizzazione politica, contribuirà alla necessaria serenità per mettere mano ad eventuali nuove normative in materia, consapevoli che sul campo resta comunque una tragedia.

Non-luoghi emotivi

Per Marc Augé il non-luogo è il tratto distintivo della surmodernità: aeroporti, centri commerciali, autostrade. Territori di transito, privi di storia, identità e relazione, dove si passa senza sostare, si consuma senza abitare. È l’esatto opposto del “luogo antropologico”, denso di memoria e di simboli condivisi.

Il corto circuito digitale
I social network appaiono, a prima vista, come non-luoghi perfetti: interfacce anonime, scorrimento infinito, nessuna radice geografica. Eppure è proprio in questi ambienti che oggi si concentra la produzione simbolica più intensa. Basti pensare a come, nelle ore successive a un attentato o a una catastrofe, milioni di persone sovrappongano alla propria foto profilo la bandiera del paese colpito; o a come un fandom costruisca in poche ore riti collettivi di lutto — dalle veglie social per Kobe Bryant a quelle per la regina Elisabetta — senza che nessuno dei partecipanti si trovi nello stesso luogo fisico. Il non-luogo, anziché svuotare di significato, finisce per iper-simbolizzare.

Legami di sentimento
Qui diventa utile il pensiero di Weber: accanto ai gruppi fondati sull’interesse razionale, esistono le Gefühlsgemeinschaften, aggregazioni tenute insieme non da un territorio comune ma da un’emozione condivisa. È una categoria diversa dalla più nota “comunità immaginata” di Benedict Anderson: quest’ultima descrive come una nazione tenga insieme milioni di sconosciuti attraverso una narrazione condivisa — lingua, storia scolastica, calendario civile — capace di attraversare le generazioni. Weber, invece, non presuppone alcuna narrazione comune: basta un affetto sincronizzato, anche momentaneo — entusiasmo, rabbia, senso di appartenenza a una causa — perché il gruppo si tenga insieme. Le community virtuali funzionano più secondo questo secondo modello.

Intensità senza infrastruttura
Emerge così una figura ambivalente: il non-luogo affettivo, un contesto privo di storia e di geografia, capace di generare un’intensità relazionale paragonabile a quella weberiana ma — a differenza della comunità immaginata di Anderson — privo degli strumenti che permettono a un legame di trasmettersi nel tempo: non c’è un calendario condiviso da insegnare, non c’è un archivio che sopravviva al singolo evento, non c’è nulla che assomigli a una scuola o a un rito annuale. È intensità senza infrastruttura.

Comunità senza discendenza
Se il legame sociale si forma sempre più altrove rispetto al territorio, la vera posta in gioco non riguarda più soltanto dove costruiamo relazioni comuni, ma se queste sappiano ancora tramandarsi. Le aggregazioni forti, per Anderson, sono tali proprio perché dispongono di dispositivi — la stampa, la scuola, il calendario civile — capaci di attraversare le generazioni. I non-luoghi affettivi, per ora, sembrano capaci solo di un’intensità istantanea: legami senza discendenza, in un’epoca che dilata lo spazio ma non riesce a far durare il tempo.

Asse Parigi-Berlino, il motore europeo perde slancio

Di solito si evoca l’asse franco-tedesco a proposito dell’Unione europea. A tal riguardo, negli ultimi anni vi sono congiunture nelle quali esso sembra dissolto e altre nelle quali pare riproporsi.

Ma Parigi e Berlino rappresentano anche due paradigmi decisivi delle democrazie del Vecchio continente e dell’Occidente. Ecco, su questo versante le crepe sono profonde e vistose. 

L’Italia – i politologi e gli storici lo sanno – presenta un sistema politico piuttosto affine a quello dei cugini d’Oltralpe. Ebbene, oggi in cosa potrebbe farci “scuola” la République? Altre volte – si pensi a una figura autorevole come il compianto Antonio Maccanico – abbiamo assunto come possibile modello il Cancellierato tedesco. Ma davvero, oggi, ne scaturirebbe una democrazia governante?

Più in generale, se dalla convergenza dei due Stati prendono forma, spesso, alcune scelte strategiche dell’Unione, dinanzi alle provocazioni del presidente americano Donald Trump, quali quelle sulle “due Nato”, i loro somigliano a balbettii.

In definitiva, assistiamo al paradosso per il quale senza quell’asse gli equilibri politici europei salterebbero, ma, nello stesso tempo, con esso tali equilibri sono più che mai labili e precari.

Uno scatto di orgoglio per il riformismo democratico

Un protagonismo che viene da lontano

Usciamo dagli equivoci, dai tatticismi e dalle furbizie. La tradizione, la cultura, il pensiero e il progetto politico del Centro riformista e di governo non sono mai stati gregari, marginali, periferici, irrilevanti ed ininfluenti all’interno delle coalizioni o delle alleanze di cui facevano parte. Mi riferisco, nello specifico, a ciò che è concretamente capitato dopo il tramonto della prima repubblica, cioè dal 1994 in poi. Tanto nel centro sinistra quanto nel centro destra. È inutile parlare della lunga stagione della prima repubblica perchè in quella fase la Democrazia Cristiana, con i suoi tradizionali alleati, garantiva il governo del paese attraverso la declinazione, autorevole e qualificata, di una strategia politica centrista e riformista. Ma dal 1994 in poi non si è mai assistito ad un ruolo del Centro come punto ornamento. Ma, per fermarsi all’oggi, non possiamo non sottolineare alcuni aspetti decisivi quando parliamo dei due schieramenti maggioritari.

Il centrosinistra cambia natura

Se nel centro destra la personalità, il ruolo, il peso e l’autorevolezza di Giorgia Meloni sono talmente evidenti ed oggettivi da oscurare, di fatto, qualsiasi altro apporto politico – anche se esistono, come ovvio – è nel campo del cosiddetto centro sinistra che la situazione è radicalmente cambiata anche solo rispetto ad un passato recente. Oggi, com’è evidente a tutti quelli che non vivono di ipocrisia o di sola propaganda, la coalizione di centro sinistra non esiste più perchè è stata sostituita da un’alleanza di sinistra e progressista. Del tutto legittimamente, sia chiaro, e anche in perfetta sintonia e coerenza con lo “zoccolo duro” – come lo chiamano i capi dell’attuale sinistra italiana – della coalizione stessa. Del resto, non è un caso che ormai i principali commentatori ed opinionisti la definiscono come una riedizione, seppur aggiornata e rivista, della “gioiosa macchina da guerra” di occhettiana memoria. E la certificazione è arrivata dallo storico stratega dei movimenti interni che aleggiano da sempre attorno al Pd, cioè l’ex comunista Goffredo Bettini. In tempi non sospetti, infatti, il grande suggeritore parlò della necessità di dar vita ad una “tenda” dove le varie frattaglie centriste potevano nascondersi od unirsi all’alleanza di sinistra e progressista. E così sta puntualmente capitando, seppur con mille difficoltà. Fuorchè qualcuno, simpaticamenete, sostenga che il Centro da quelle parti è rappresentato dai “cattolici indipendenti di sinistra” all’interno del Pd che attendono, comprensibilmente, qualche candidatura nei listini bloccati gentilmente elargite dalla segretaria nazionale del Pd Elly Schelin – esperienza che ricorda i cattolici indipendenti eletti nelle liste del Pci negli anni ‘70 e 80 – o dalle varie sigle personali e del tutto autoreferenziali che girovagano attorno al “partito principe” della coalizione, cioè lo stesso Pd.

L’autonomia come condizione politica

Ed è proprio all’interno di questo quadro, peraltro oggettivo e quasi fotografico, che si impone adesso un soprassalto d’orgoglio se si vuole ancora avere un Centro riformista e di governo. Un Centro, cioè, che non si rassegna a giocare un ruolo politicamente irrilevante, programmaticamente ininfluente e culturalmente aleatorio. Al riguardo, e per fare un esempio concreto e anche divertente, ma voi lo immaginate un Franco Marini – per citare uno dei leader centristi e riformisti più autorevoli e significativi del centro sinistra nella cosiddetta seconda repubblica – che accetta l’umiliazione di sedersi dietro al palco durante una manifestazione nazionale della coalizione di cui fa parte o che si adegua ad essere poi convocato per dare anche lui un suo contributo al programma della coalizione di cui è espressione attraverso il suo partito? Al riguardo, non vorrei infierire ulteriormente….

Ecco perchè il progetto di Pina Picierno, di Carlo Calenda e di tutto coloro – gruppi, movimenti, partiti e associazioni – che intendono rafforzare, oggi, una prospettiva politica e culturale centrista, riformista e di governo va incoraggiata e va sostenuta. Semprechè, e del tutto legittimamente, non si condivida il “lodo Bettini” che sostiene che per il Centro una ”tenda” è più che sufficiente. Ma quella tesi, e lo dico sottovoce e anche con rispetto, non appartiene alla tradizione italiana del centro sinistra ma, semmai, alla esperienza dei “partiti contadini” di sovietica memoria.

Roggero,Meloni: pena spropozionata,ho dato io ok a Nordio per istruire grazia

Roma, 19 lug. (askanews) – “Non si possono dare 8 anni a dei pedofili o meno di 10 anni a casi di stupri di gruppo e poi condannare a morire in carcere questo gioielliere, c’è un problema di proporzionalità delle pene”. Anche per questo al ministro della Giustizia Carlo Nordio sull’istruttoria per graziare Mario Roggero “certo che gli ho detto io di andare avanti”. E “bisogna chiamare le cose con il loro nome: una cosa è il potere di concedere la grazia e nessuno ha mai messo in dubbio che questa prerogativa appartenga esclusivamente al Quirinale, ma ciò non vieta al Guadasigilli di istruire il procedimento”. Lo afferma la premier Giorgia Meloni in alcune dichiarazioni pubblicate dal Corriere della Sera.

Rispetto alla condanna definitiva di Roggero che lo ha portato alla reclusione nel carcere di Bollate per omicidio dei suoi rapinatori, Meloni si dichiara convinta della necessità di “maggiore considerazione” perchè “si possono ravvisare quelle che sia nella procedura di alcune grazie sia nelle assoluzioni di tanta giurisprudenza, vengono chiamate come dinamiche dettate da disperazione delle vittime, di stress da esasperazione e dolore”.

“Chi è in grado – domanda la premier- di giudicare il dolore, il trauma, lo stress e la paura di quest’uomo? E a tutti coloro che lo fanno senza il beneficio del dubbio – ammonisce Meloni- dico con serenità che sbagliano, perché tutti dovrebbero farsi qualche domanda in più. Ma siamo sicuri —si chiede ancora — che in quel momento fosse capace di intendere? Siamo sicuri che esista un modo per misurare con l’orologio o con il codice in mano quando una minaccia è cessata o meno, quantomeno per un uomo simile, che si è visto a un passo dalla morte, sua e dei suoi familiari, per ben due volte?”.

Perchè per Meloni è “un errore credere che si possa distinguere in modo netto” il momento in cui cessa l’incapacità emotiva e l’effetto di una minaccia, passando quindi da una situazione di difesa legittima a una di offesa vietata. “Se si subisce un’aggressione – afferma la presidente del Consiglio- il nostro cervello e il nostro fisico entrano in modalità ‘combattimen- to’:esiste un’ ampia lettera-tura a riguardo che spiega come l’adrenalina modifica tutti i sensi, il corpo, la percezione. Accade perfino a professionisti che nella vita si occupano di sicurezza, figuriamoci a un comune cittadino”. E invece quello che è stato contestato a Roggero portandolo alla condanna definitiva per omicidio perchè esclusa la legittima difesa, è prorio “di non aver avuto il sangue freddo in un contesto di alto pericolo e stress, con picchi emotivi che raramente si riescono a controllare perfino in reparti addestrati di tanti settori”.

Parimenti, infine, Meloni ricorda aver avviato l’iter di una nuoova legge affinchè venga impedito il risarcimento civile e alle famiglie dei rapinatori uccisi perchè così facendo le vittime delle rapine, come il gioiellere Roggero, “vengono condannate due volte”.

Formula 1, Antonelli in pole a Spa: è il primo italiano dal 2009

Roma, 18 lug. (askanews) – Kimi Antonelli conquista la pole position del Gran Premio del Belgio, decima prova del Mondiale di Formula 1, sul circuito di Spa-Francorchamps. Il pilota della Mercedes firma il miglior tempo in 1’44″361 e scatterà davanti a Max Verstappen. In terza posizione aveva chiuso Lando Norris, ma l’inglese della McLaren sconterà una penalità di dieci posizioni e partirà dalla 13 casella.

Seconda fila quindi per George Russell e Charles Leclerc, rispettivamente terzo e quarto in griglia, mentre Lewis Hamilton completa la top five dopo essere riuscito a prendere parte alle qualifiche nonostante l’incidente nelle prove libere del mattino.

Per Antonelli si tratta della sesta pole position in carriera e della sesta stagionale, un risultato che gli consente di eguagliare il primato italiano stabilito da Alberto Ascari nel 1953. È inoltre il primo italiano a conquistare la pole a Spa dal 2009, quando ci riuscì Giancarlo Fisichella.

La sessione decisiva è stata interrotta da una bandiera rossa provocata dalla ghiaia riportata in pista dalla McLaren di Oscar Piastri. Alla ripresa, Antonelli ha piazzato il giro decisivo precedendo Verstappen, mentre Norris, autore del terzo tempo, è stato retrocesso per la penalità già inflitta prima delle qualifiche.

Tra gli altri piloti penalizzati anche Isack Hadjar, che scatterà dal fondo della griglia insieme alle Aston Martin. La gara del Gran Premio del Belgio è in programma domenica alle ore 15.