Il racconto ufficiale e la crisi vissuta dai cittadini
Il Servizio sanitario nazionale continua giustamente ad essere evocato come uno dei grandi pilastri della Repubblica. Universalismo, equità, accesso alle cure sono parole che attraversano ogni dibattito pubblico, indipendentemente dal colore politico di chi governa. Eppure, mai come oggi, la distanza tra il racconto istituzionale e l’esperienza concreta dei cittadini appare evidente.
Il disagio che si vive nell’accesso alle cure non è una percezione isolata né il frutto di una stagione eccezionale, ma è diventato una condizione strutturale. Medici di medicina generale difficili da raggiungere, liste d’attesa che svuotano di significato la diagnosi precoce, pronto soccorso trasformati in luoghi di permanenza forzata più che di emergenza. Davanti a questo scenario, la tentazione è quella di ricondurre tutto a un problema di risorse, rivendicando nuovi finanziamenti come soluzione necessaria e sufficiente.
Una crisi di governo, prima ancora che di risorse
Ma questa lettura, per quanto rassicurante, evita il nodo centrale: la crisi della sanità italiana è prima di tutto una crisi di governo del sistema.
Negli ultimi anni si è preferito difendere l’universalismo come principio astratto, rinunciando a interrogarsi seriamente su come quel principio venga tradotto in organizzazione, programmazione e responsabilità, con il risultato di aver costruito un sistema che consuma risorse significative senza riuscire a garantire risposte proporzionate ai bisogni reali della popolazione, in particolare a quelli legati all’invecchiamento e alla non autosufficienza.
Riforme simboliche e scelte organizzative inefficaci
In questo contesto si inseriscono proposte che hanno un forte impatto simbolico ma una debole efficacia operativa.
La trasformazione dei medici di medicina generale in dipendenti del Servizio sanitario nazionale ne è un esempio concreto. Presentata come una svolta epocale, rischia in realtà di spostare l’attenzione dalla sostanza alla forma, in quanto non esiste evidenza che la dipendenza produca maggiore accessibilità o migliore presa in carico. Al contrario, senza una profonda riorganizzazione dei modelli di lavoro, l’effetto potrebbe essere quello di aumentare rigidità, costi e distanza dal cittadino.
Lo stesso vale per la stagione delle grandi infrastrutture territoriali. Case di Comunità e Ospedali di Comunità, da tutti gli esperti definite fin dall’inizio strutture prive di significato operativo, sono stati presentati come il simbolo di una sanità “che cambia”, per diventare ora l’emblema del fallimento, aperte a orari limitati o incapaci di funzionare per mancanza di personale, nel segno di una programmazione che privilegia l’annuncio rispetto alla sostenibilità, l’opera visibile rispetto alla gestione quotidiana.
Le enormi discrepanze nell’efficienza gestionale delle diverse strutture ospedaliere pubbliche, che emergono da un esame anche superficiale dei dati del Sistema nazionale esiti, dovrebbero indurre anch’esse ad un deciso cambio di strategie di governance.
Il nodo irrisolto del rapporto pubblico–privato
In questo scenario, il ruolo del privato continua a essere raccontato con ambiguità. Da un lato lo si utilizza come valvola di sfogo di un sistema pubblico in affanno; dall’altro lo si descrive come una minaccia all’universalismo, quasi fosse un corpo estraneo. È una contraddizione che la politica deve avere il coraggio di superare: il privato accreditato, sia del settore sanitario che soprattutto del settore sociosanitario, è oggi parte integrante della risposta ai bisogni di cura, perché è più organizzato, più misurabile, più capace di garantire continuità assistenziale. Fuori da ogni ipocrisia, negarlo significa ignorare la realtà, non difendere il pubblico.
Il punto vero, infatti, non è pubblico contro privato, ma chi è in grado di rispondere in modo efficace a bisogni complessi, mantenendo un governo pubblico degli obiettivi di salute: è infatti su questo terreno che si gioca la credibilità del sistema.
La rimozione della non autosufficienza
La grande assente del dibattito resta poi la non autosufficienza. Mentre gli ospedali si intasano e i pronto soccorso collassano, per la enorme presenza di pazienti anziani, si continua a considerare marginale il ruolo delle RSA, che invece rappresentano l’unica risposta del SSN capace di garantire assistenza continuativa e appropriata sul territorio. Senza una vera integrazione ogni riforma è destinata a restare incompleta, ed aver ignorato il ruolo fondamentale delle RSA nella ridefinizione dell’assistenza territoriale (DM 77/2022) appare oggi una scelta priva di ogni logica.
Difendere il SSN, oltre gli slogan
Alla fine, la domanda che la politica deve porsi non è se difendere o meno la sanità pubblica – tutti dicono di volerlo fare – ma come difenderla. Continuare a evocare l’universalismo senza affrontare sprechi, inefficienze e scelte sbagliate di programmazione (non aver previsto la evoluzione demografica e le sue conseguenze in termini di aumento di malati cronici anziani, con conseguente drammatica carenza di personale professionale qualificato, non aver valutato la necessità di garantire adeguata remunerazione degli operatori del settore, ecc.) rischia di trasformarlo in una formula vuota.
Il vero rischio non è la “sanità della carta di credito”, ma una sanità pubblica formalmente universale e sostanzialmente inaccessibile ed inefficiente.
Difendere il Servizio sanitario nazionale oggi significa avere il coraggio di superare i tabù, abbandonare le semplificazioni ideologiche e riconoscere che l’efficienza, l’organizzazione, la trasparenza e la responsabilità non sono valori alternativi all’equità, ma le sue condizioni necessarie. Solo così l’universalismo potrà tornare a essere una promessa credibile, e non un ricordo da celebrare.
Sebastiano Capurso, Presidente Anaste (Associazione Nazionale Strutture Territoriali)