Nella trasmissione In mezz’ora di domenica 25 ottobre, condotta da Monica Maggioni, Aldo Cazzullo ha presentato il suo libro natalizio, Quando l’Italia rinacque. Presentazione condita dal solito aneddoto del lancio del martello di Michelangelo (questi geniacci!), che Cazzullo dice essere stato scagliato contro il Cristo della Pietà, mentre la leggenda lo vuole rivolto al Mosè di San Pietro in Vincoli («Perché non parli?»). Milioni di bambini italiani lo imparavano alle elementari.
Il Rinascimento tra mito e realtà
Si tratta della ricorrente infatuazione un po’ fumettistica per il Rinascimento italiano. Il solito giro di nomi: Leonardo, Galileo Galilei, Michelangelo, Firenze, Venezia, Botticelli, eccetera.
Uno dice: strano, non mi risultano presenti grandi rinascite.
Quelle che ci sono state, limitate, hanno avuto i loro leader, ma spesso con un seguito ingrato.
Difatti, neanche Firenze né le altre città-Stato ci credettero; a parte le arti, la ripresa economica fu effimera e il miracolismo e il familismo italiani – si veda La società di corte di Norbert Elias (1969) – ripresero la loro nefasta dominanza.
Venezia, ad esempio, non credette a Caboto e al futuro a Ovest, al Nuovo Mondo. Lasciò che la sua spedizione a Terranova venisse finanziata da un banchiere del Galles e dai Bardi, banchieri fiorentini.
Caboto, navigando costa costa ma senza mai sbarcare (da cui, secondo una diffusa interpretazione, la terminologia «cabotaggio»), prese possesso di Terranova in nome del re d’Inghilterra Enrico VII.
Incurante della nuova cartografia del mondo, Venezia continuò a investire nei suoi possedimenti nell’Egeo e a credere nelle vie di terra verso l’Asia. Rimase al favoloso Cipango di Marco Polo.
Quando i carichi di spezie cominciarono ad arrivare via mare, con un’altra marineria e con ben diverse competenze nautiche e astronomico-matematiche, Venezia entrò in un declino irreversibile, finché non arrivò Napoleone, mettendo fine alla Repubblica nel 1797.
Sicché, con il XVI secolo e con la scelta politica della Chiesa della Controriforma, era già finito tutto. Solo il Barocco rimase, e mai stile contrassegnò di più un Paese.
La ricchezza italiana e la nuova geografia del mondo
Cazzullo mette Colombo nel gotha delle genialità italiane, ma sbaglia: Colombo appartiene all’Italia solo per nascita. Per il resto – come Caboto, Vespucci, Giovanni da Verrazzano, Matteo Ricci e altri – appartiene al primo mondo globalizzato delle traversate oceaniche e transoceaniche, da Magellano in poi (1520).
Peraltro, dei tre anni della spedizione di Magellano, tornarono a casa, a Siviglia, nel settembre 1522, soltanto diciotto uomini, grazie anche alla testimonianza del vicentino Antonio Pigafetta (ma chi se lo ricorda?).
Il Mediterraneo e l’Italia, dopo il 1492, gradatamente decadono e non si riprenderanno. Primeggerà l’Europa del Nord, anglicana e protestante.
Per rivedere un lume industriale bisognerà attendere l’Ottocento e soprattutto il Novecento: Meucci, Marconi, Bialetti con la moka del 1933, Giulio Natta con il polipropilene negli anni Cinquanta, fino a Olivetti.
Insomma, dopo Lorenzo il Magnifico (che, guarda caso, muore a 43 anni nel 1492) e quel Rinascimento, la «ripartenza» si affievolisce fino a spegnersi.
Ruffolo lo dice bene nella sua opera Quando l’Italia era una superpotenza. Il ferro di Roma e l’oro dei mercanti (Einaudi, 2008).
Mentre gli artigiani, gli artisti e lo stile italiano (cioè di alcune parti dell’Italia, per la verità) colonizzavano l’Europa, le Signorie italiane facevano a gara a chiamare nella penisola regnanti stranieri e a muoversi incessantemente in guerre tra guelfi e ghibellini.
Com’è andata a finire lo sappiamo, ma la sintesi migliore la offre Ruffolo:
«L’essenza del miracolo italiano fu questa: di aver creato una ricchezza che non si trasformò in potenza, ma si trasfigurò in bellezza».
Ruffolo, in chiusura del suo libro, cita Braudel:
«Quando sull’Italia cadde la notte, tutta l’Europa ne fu illuminata».
La finanziarizzazione e il tramonto della potenza italiana
Eppure la borghesia italiana era ricca: cosa le accadde?
In realtà investiva, ma non da classe dirigente: «Il denaro venne portato fuori dai circuiti nazionali per essere investito in qualsiasi prestito ai governi stranieri che fosse apparso promettente».
Alla pari dei patrizi veneziani, che smisero di navigare e si sistemarono sulle rendite delle terreferme, gli italiani ricchi divennero possidenti agricoli, redditieri, gentiluomini, non più mercanti e industriali.
Come ha scritto lo storico olandese Bas van Bavel (The Invisible Hand?, 2016), sostenendo le conclusioni di Braudel, la finanziarizzazione dell’economia segnò il destino avverso dell’Italia.
Essa era ricca, ma produceva sempre di meno. Le sue flotte si riducevano, la sua produzione industriale diminuiva, le nuove competenze latitavano.
L’Italia rinascimentale ebbe nei suoi punti di forza il rovescio del suo tramonto.