Quando il segretario generale delle Nazioni Unite Dag Hammarskjöld morì — nella notte tra il 17 e il 18 settembre 1961, a seguito di un disastro aereo avvenuto nei cieli dell’allora Congo in circostanze fortemente sospette — insieme allo smarrimento vi fu sorpresa: la sua cartella conteneva un manoscritto con le prime pagine, una dozzina, della sua traduzione in svedese di Ich und Du (1923), il capolavoro di Martin Buber. Aveva tradotto forse durante il volo: «All’inizio è la relazione».
Più grande ancora fu la sorpresa quando, nel suo appartamento di New York, fu trovato un diario — «un libro bianco dei miei negoziati con me stesso e con Dio» — intitolato Vägmärken (alla lettera: «Segni lungo la via»), i cui riferimenti erano da una parte i mistici medievali come il domenicano Meister Eckhart e l’agostiniano Tommaso da Kempis e dall’altra il medico alsaziano Albert Schweitzer, premio Nobel per la pace nel 1952. Abbandono di sé, distacco dai frutti delle proprie azioni, fuga dalla tentazione della tranquillità. Dell’espressione Vägmärken è l’autore stesso a fornire la chiave di lettura: sono quei segni che, una volta oltrepassato un certo punto, non si dovrebbe perder di vista.
Chi era dunque Hammarskjöld? Non era stato, prima ancora che un diplomatico, un esponente della “scienza triste”, un economista pratico lontano dai problemi dello Spirito?
Ultimo di quattro fratelli, Dag Hammarskjöld nasce a Jönköping, in Svezia, il 29 luglio del 1905 in una influente famiglia nel cui nome troviamo un martello (hammare) e uno scudo (sköld). Il padre, Hjalmar, professore di diritto civile a Uppsala, sarà primo ministro durante la Grande Guerra e presidente del comitato per il Nobel dell’Accademia di Svezia. Il primo dei fratelli, Ake, sarà segretario della delegazione svedese alla Conferenza di Pace di Parigi, estensore dello statuto e giudice della Corte internazionale di giustizia. Il secondo, Bo, sottosegretario al ministero del Benessere. Il terzo, Sten, giornalista. La madre, Agnes Almqvist, discende da una famiglia di pastori luterani e poeti.
È questo il milieu in cui si forma Dag: impegno pubblico come professione e vocazione; ecumenismo e internazionalismo; severi studi e altrettanto severe meditazioni (sui salmi, ma anche, nel corso degli anni, sui classici della cultura cinese, indù, persiana). Consegue tre lauree: la prima, nel 1925, in lingue, letterature e storia; la seconda, nel 1928, in economia; la terza, nel 1930, in legge. Trascorre un semestre, nel 1927, a Cambridge, dove segue le lezioni di John Maynard Keynes. Nel 1934 consegue un dottorato in economia con una tesi sul ciclo economico. Si forma nella Scuola di Stoccolma, che darà due Nobel per l’economia: Gunnar Myrdal (1974) e Bertil Ohlin (1977).
Sono gli anni successivi alla Grande crisi del 1929. Aumenta la disoccupazione e crolla il reddito nazionale. In quel contesto, la teoria economica dominante predica una “correzione” che alimenta il disagio economico e sociale. Ma gli economisti svedesi rompono per tempo con la tradizione e giungono, prima che Keynes formuli la sua Teoria generale (1936), alla conclusione che la via d’uscita dalla depressione consiste in un’azione diretta del governo in campo economico.
«Da Keynes venne la teoria — ha scritto John Kenneth Galbraith, allora giovane economista impegnato nel New Deal di Franklin Delano Roosevelt (A Journey Through Economic Time, 1994) — dagli svedesi l’esperienza reale e democratica. La ripresa svedese non dipese in alcun modo dagli armamenti e dalla guerra (…) in breve, non era alla rivoluzione keynesiana che ci si sarebbe dovuti riferire, ma alla rivoluzione svedese». Dopo l’incontro del 1927 Keynes e Hammarskjöld si rivedono diverse volte a Londra e certamente a Stoccolma nel 1936, quando l’economista di Cambridge, di ritorno da un viaggio in Unione Sovietica (la moglie era una ballerina russa), tiene una conferenza significativamente intitolata My grounds for departure from orthodox economic traditions.
Di quella “rivoluzione” Hammarskjöld è parte attiva. Dal 1930 al 1934 è segretario della commissione governativa sulla disoccupazione — il grande problema dell’ora, in Svezia e nel mondo. Nel 1935 diviene segretario della Banca di Svezia (Riksbank), la più antica banca centrale al mondo. Dal 1936 al 1945 è sottosegretario alle Finanze col ministro socialdemocratico Erik Wigforss nel governo retto da Per Hansson. Dal 1941 al 1948 è anche presidente del Board della Riksbank.
Nella sua persona si congiungono in modo inedito politica fiscale (governo) e politica monetaria (Banca centrale). Pur nel contesto dell’indipendenza della Banca centrale, sancita con il nuovo statuto del 1935, egli ritiene che il coordinamento tra le politiche consenta alla Riksbank di meglio raggiungere i suoi obiettivi, e anche di meglio preservare la sua autonomia senza essere costretta a indebite supplenze. Il coordinamento è utile per il buongoverno dell’economia.
«Nessuno — ha scritto con forza di immaginazione letteraria Charles P. Snow in un ritratto (Variety of Men, 1967) — fosse pure una mescolanza di Lenin e di J.M. Keynes, potrebbe ottenere una simile carica a quella età (…) lui e Wigforss, più di chiunque altro, crearono lo stato del benessere in Svezia». Hammarskjöld non ha ancora quarant’anni quando la sua stella brilla già nel firmamento.
Eppure, i contributi dell’economista Hammarskjöld sono rimasti in un cono d’ombra. Per esempio: la distinzione, da lui introdotta nella riforma del bilancio del 1937, tra spesa corrente e spesa per investimenti: la prima da finanziare mediante la tassazione e la seconda mediante indebitamento, sempre all’interno di un ciclo economico, ineludibile riferimento di una visione dinamica. Sua, nello spirito del tempo, anche l’idea di una “economia programmata” nel contesto di una società libera, intesa come capacità del governo di indirizzare e influenzare, anche nel dialogo con gli imprenditori e con i sindacati, il livello complessivo degli investimenti tramite l’offerta di moneta e la spesa in conto capitale. L’economia diventa nelle sue mani una scienza mite: più pragmatica, più umana.
Dopo la guerra l’orizzonte si apre. Nel 1945 nascono le Nazioni Unite. La Svezia ne diviene membro nel 1946. Hammarskjöld è sottosegretario agli Esteri, segretario generale di quel ministero, viceministro degli Esteri. Conduce i negoziati commerciali e finanziari con la Gran Bretagna e con gli Stati Uniti. È delegato, a Parigi, alla conferenza di Pace del 1947 e a quella che, nel 1948, istituisce l’Organizzazione europea per la cooperazione economica (Oece) per la gestione del Piano Marshall. Dell’Oece — che ripristina fiducia e scambi europei — è vicepresidente del Comitato esecutivo. Con il segretario generale, l’economista francese Robert Marjolin, è uno dei ricostruttori dell’Europa.
Nel 1951 facilità l’ingresso della Svezia nella Banca Mondiale e nel Fondo monetario internazionale, le istituzioni nate alla conferenza di Bretton Woods del 1944. La piena occupazione e la stabilità monetaria non sono in contraddizione. Occorre ricercare una dorata via di mezzo.
È questo il legato di ideali e di esperienze che Hammarskjöld porta con sé all’Onu, al cui segretariato generale viene eletto nel 1953 con 57 voti su 60 (sarà rieletto per un secondo mandato). Sono anni difficili, dalla fine della guerra di Corea allo scoppio della crisi di Suez e oltre. In uno scontro verbale con Nikita Chruščev, che chiede le sue dimissioni, afferma: «Non è l’Unione Sovietica o qualsiasi altra grande potenza ad aver bisogno della protezione delle Nazioni Unite. Sono tutti gli altri».
Alla carica dà identità e imprime vigore. Contribuisce alla costruzione di una coscienza politica globale. A New Delhi, nel 1956, dichiara: «Non è una novità per nessuno (…) che il mondo di oggi è, più che mai, “uno”. La debolezza di uno è la debolezza di tutti, la forza di uno — non la forza militare, ma la vera forza, quella economica e sociale, la felicità del popolo — è indirettamente la forza di tutti (…) siamo, per così dire, costretti alla solidarietà. Non è più la scelta di spiriti illuminati; è qualcosa che anche coloro i quali il cui temperamento spinge in direzione dell’isolazionismo devono accettare».
Collaborazione e dialogo; aderenza alle convinzioni personali e rispetto dell’etica professionale; pace e sviluppo: sono questi gli obiettivi ideali, e i mezzi funzionali, che propugna per superare ciò che in un discorso all’Università di Cambridge (1958) definisce The Walls of Mistrust, ribadendo che «noi tutti influenziamo in certa misura le tendenze spirituali del nostro tempo».
L’arte della fiducia viene prima dell’arte del negoziato. Ed è qui che Buber e Schweitzer incontrano Keynes e Roosevelt. Un’economia umana ha bisogno di obiettivi, pensieri e strumenti umani; un’economia umana ha bisogno, per esistere, di comunità politiche, istituzioni e regole; un’economia umana ha bisogno di parole, relazioni e soggettività. «La “faccia” dell’altro è più importante della tua», scrive rivolto a sé stesso. La misura dello sviluppo è il volto dell’altro.
Pochi mesi prima della morte di Hammarskjöld, Papa Roncalli scrive al numero 68 di Pacem in Terris (1961): «Nessuna comunità politica oggi è in grado di perseguire i suoi interessi e di svilupparsi chiudendosi in sé stessa; giacché il grado della sua prosperità e del suo sviluppo sono pure il riflesso ed una componente del grado di prosperità e dello sviluppo di tutte le altre comunità politiche».
Nel 1961 ad Hammarskjöld è assegnato, post mortem, il Nobel per la pace. Egli stesso aveva fatto parte dell’Accademia di Svezia, avanzando la candidatura al Nobel per la letteratura di Saint-John Perse, che lo riceverà nel 1960, e di Ignazio Silone, che invece non lo riceverà mai. Di Saint-John Perse, pseudonimo di Alexis Léger, ama Anabasi (1924), il poema della solitudine nell’azione. Il poeta gliene fa dono: «Pensando a Lei, mio caro Dag, alla sua solitudine nascosta, come guida che conduce alla più vasta Anabasi dei popoli». E viene in mente Populorum Progressio di Papa Montini (1967).
Il diario di Hammarskjöld, apparso postumo (Albert Bonniers Förlag: Stoccolma 1963), unisce ascesi e azione. È una combinazione rara di vita activa e vita contemplativa, come scrive il poeta Wystan H. Auden nella prefazione all’edizione in lingua inglese (Markings, per i tipi di Alfred A. Knopf, New York e Faber and Faber, Londra 1964). Rara in generale, tanto che il poeta ne cerca invano altri esempi (I cannot myself recall another), rarissima nel campo dell’economia. Con un’eccezione: il diario di un altro economista, anch’egli prematuramente scomparso, intitolato L’ascetica dell’uomo d’azione e pubblicato postumo con prefazione dell’allora monsignor Giovannni Battista Montini. «Nel nostro tempo la via della santità passa necessariamente per il mondo dell’azione». È una frase scritta da Hammarskjöld in svedese; avrebbe potuto essere scritta, in italiano, da Sergio Paronetto.
Fonte: L’Osservatore Romano – 20 marzo 202
Titolo originale: Il martello dello sviluppo e lo scudo della pace.
[Foto restaurata con l’IA]