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Vicenza Jazz 2026, 30esima edizione nel segno di Miles

Roma, 3 mag. (askanews) – Trent’anni di grande jazz internazionale in una delle più belle città d’arte in Italia. Un traguardo importante che si lega al centenario della nascita di uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi, Miles Davis. Con lo sguardo già proiettato verso un’ulteriore fondamentale ricorrenza, il centesimo compleanno di un altro artista che ha cambiato la storia della musica del XX secolo, John Coltrane. In questo triplice orizzonte si muove la XXX edizione di New Conversations – Vicenza Jazz, con la direzione artistica di Riccardo Brazzale, che si svolgerà dal 15 alla notte fra il 25 e il 26 maggio fra il Teatro Olimpico – capolavoro del Palladio e patrimonio UNESCO – il Teatro Comunale, il Cimitero Maggiore, la Basilica Palladiana, Villa Almerico Capra detta La Rotonda e una serie di altri luoghi che ospiteranno performance e progetti nella consolidata formula del festival diffuso in tutta la città. Arrivando, per la prima volta, nei dintorni segnati dall’archeologia industriale dell’ex CotoRossi.

Makaya McCraven, Barbara Hannigan con Bertrand Chamayou, Mary Halvorson, Uri Caine, Billy Cobham, Joshua Redman, Israel Galvan e Michael Leonhart, Paolo Fresu, Isaiah Collier, Lakecia Benjamin, Savina Yannatou & Primavera en Salonicco con Lamia Bedioui, Roberto Ottaviano con Robert Luft, Pietro Tonolo, Dimitri Espinoza, Neapolis Mantra, Enrico Rava e Fabrizio Bosso sono i protagonisti e i progetti che animano oltre 10 giorni di programmazione con 4 prime italiane, una produzione speciale del festival, 3 progetti multidisciplinari, un’apertura di altissimo profilo al Teatro Olimpico nel segno della musica contemporanea e un concerto di chiusura che sarà una vera e propria festa per celebrare il genio della tromba jazz. E poi ancora performance nei musei e l’Olimpico Jazz Contest, senza dimenticare, come ormai da tradizione del festival, il concerto all’alba e quello di mezzanotte al Cimitero Maggiore.

Respiro internazionale, dunque, con un forte radicamento nel territorio. Nomi altisonanti del panorama internazionale, ma anche una precisa attenzione ai più giovani.

Con il titolo Dalle trombe di Gerico al divino Miles, la XXX edizione del festival è dedicata a Miles Davis, “un artista che, forse più di ogni altro, ha saputo continuamente innovare e portare il jazz – e la musica tutta – dentro la contemporaneità. Miles ha cambiato le sorti del genere più o meno cinque volte: dalla rivoluzione del Bebop al relaxing del Cool Jazz, dalla classicità dell’Hard Bop all’innovazione del ‘modal playing’, sino all’eresia della fusion music” afferma il direttore artistico Riccardo Brazzale che aggiunge: “Non potrà dunque che trattarsi di un’edizione speciale, con una grande attenzione allo strumento di Miles, la tromba”. Fiato alle trombe, è il caso di dire, a partire dalla presenza centrale dei tre trombettisti italiani internazionalmente più noti: Fresu, Rava e Bosso.

Prodotto dal Comune di Vicenza in collaborazione con la Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza, il festival è realizzato in coproduzione con Trivellato Mercedes Benz, ha come sponsor tecnici Brutal Agency, Acqua Recoaro e Cantine Vitevis. Sono media partner dell’evento Il Giornale di Vicenza e TVA Vicenza.

Nel visual dell’edizione 2026, la fotografia che ritrae Hannibal Lokumbe Peterson e la figlia Eternal Lokumbe (Milano, 1995) è di Guido Harari. La mostra delle sue immagini fotografiche, con felici incursioni nel mondo della musica non solo jazz, dal titolo Guido Harari. Incontri. 50 anni di fotografie e racconti, sarà ospitata a Vicenza, in Basilica Palladiana dal 27 marzo al 26 luglio.

L’ANTEPRIMA E L’APERTURA L’anteprima di Vicenza Jazz 2026 il 15 maggio al Teatro Comunale è affidata alle bacchette del “beat scientist” Makaya McCraven, batterista e producer di Chicago fra gli artisti più innovativi e influenti della scena contemporanea, in grado di miscelare con sapienza jazz, hip-hop, soul, elettronica e world music, tenendo insieme passato, presente e futuro. Creando così una “organic beat music”, stratificata e ricca di energia, proiettata verso le nuove frontiere e attenta ai temi dell’identità, delle migrazioni e della resistenza culturale.

Il 16 maggio il festival approda al Teatro Olimpico per una vera apertura in grande stile: il concerto del soprano e direttrice d’orchestra canadese Barbara Hannigan, con il pianista francese Bertrand Chamayou. Artista celebrata dai maggiori festival e istituzioni culturali di tutto il mondo, Barbara Hannigan è una vera e propria forza della natura: grazie alla sua unica e indiscutibile gamma espressiva è in grado di affrontare brani ritenuti tecnicamente al limite della possibilità umana. Al festival porta un programma che parte dalle complesse sonorità di Jumalattaret – ciclo di canzoni composto dal genio di John Zorn per le straordinarie capacità vocali della cantante canadese e ispirato al poema epico finlandese Kalevala – per passare poi a composizioni, fra gli altri, di Olivier Messiaen e Alexander Scrjabin.

Il giorno seguente, 17 maggio, al Teatro Olimpico il festival propone un doppio concerto, iniziando la serata con il live del quartetto della chitarrista statunitense Mary Halvorson – talento emergente ma già consacrato dalla stampa di settore – e accogliendo in seguito un altro nome altisonante della scena contemporanea: il compositore e pianista americano Uri Caine, in concerto per piano solo.

Hanningan e Caine sono soltanto i primi highlights del Festival. Un altro headliner è sicuramente un gigante come il percussionista americano di origini panamensi Billy Cobham, storicamente considerato il più importante batterista di jazz-fusion, che il 18 maggio sarà in concerto al Teatro Comunale per ripercorrere i momenti migliori di oltre 50 anni di carriera, insieme a una band composta dall’altrettanto celebre Gary Husband alle tastiere, Bjorn Arko ai fiati, Rocco Zifarelli alle chitarre e Victor Cisternas Soto al basso.

CELEBRATING MILES Nella programmazione principale di Vicenza Jazz 2026, il focus su Miles Davis si articola in alcuni imperdibili appuntamenti, a partire dalla produzione speciale del festival che incrocia il jazz con il linguaggio cinematografico, attraverso la proiezione di un film cult e la colonna sonora eseguita dal vivo: il 21 maggio al Teatro Comunale Paolo Fresu, con il suo storico quintetto italiano, suonerà Ascensore per il Patibolo, soundtrack del capolavoro noir di Louis Malle, firmata nel 1958 dal Principe delle Tenebre. “Quando ascoltai per la prima volta la colonna sonora di Ascensore per il Patibolo rimasi letteralmente folgorato” sottolinea Fresu. “Ascensore per il Patibolo e Kind of Blue sono due lavori perfettamente collegati da un pensiero creativo gravido di spazio, silenzio e interplay. A Vicenza, con il Quintetto Italiano che oggi compie 42 anni, cercheremo di mettere in musica tutto ciò con rispetto e passione. Così da abitare in musica, a cento anni dalla nascita di Miles, un inarrivabile capolavoro”. Il 25 maggio invece, sempre al Teatro Comunale, una grande soirée insieme agli altri due signori assoluti dello strumento, che non hanno bisogno di presentazioni: Enrico Rava e Fabrizio Bosso. Rava salirà sul palco con il suo progetto più recente Fearless Five (disco dell’anno e formazione dell’anno nel 2024 per Top Jazz), un quintetto “senza paura” composto da una nuova generazione di musicisti – Evita Polidoro, Matteo Paggi, Francesco Ponticelli e Francesco Diodati – che mette insieme energie giovani e creative all’enorme esperienza del band leader. “Con questo gruppo – racconta Rava – mi sento come su un’isola ideale, dove ognuno dà e ognuno ricevere quello di cui ha bisogno. C’è grandissima libertà ma rispetto reciproco, ognuno è in ascolto dell’altro, come in una democrazia perfetta che solo il jazz può rappresentare.” Subito dopo sarà la volta di Fabrizio Bosso con il suo quartetto, composto da Julian Oliver Mazzariello al piano, Jacopo Ferrazza al basso e Nicola Angelucci alla batteria, che per l’occasione presenteranno le composizioni del nuovo album. Una lunga ed entusiasmante festa jazz che toccherà la mezzanotte, giusto in tempo per soffiare le candeline per Miles, nato ad Alton, nell’Illinois, il 26 maggio 1926.

DA MILES A COLTRANE “Non ci dimenticheremo che quest’anno cade anche il centenario della nascita di John Coltrane e ne saranno protagonisti anche molti importanti sassofonisti, sia fra gli artisti principali che fra i più giovani” commenta Riccardo Brazzale a proposito di un’edizione che, pur chiudendosi qualche mese prima, guarda già all’orizzonte della ricorrenza del prossimo 23 settembre. Largo spazio quindi anche ai grandi sassofonisti. A cominciare dall’immenso Joshua Redman, in concerto il 19 maggio al Teatro Comunale. Classe 1969, californiano di Berkley, figlio del leggendario Dewey Redman, è considerato uno degli artisti jazz più carismatici degli ultimi decenni. Al festival presenterà Words Fall Short, il suo secondo album per Blue Note, uscito nel 2025: una raccolta di composizioni originali che segna il debutto discografico del suo nuovo quartetto, con Paul Cornish al pianoforte, Philip Norris al contrabbasso e Nazir Ebo alla batteria.

Il 22 maggio il Ridotto del Teatro Comunale ospita un doppio imperdibile concerto di due artisti che in modo diverso hanno guardato alla figura di Coltrane. Il primo a salire sul palco sarà Isaiah Collier, compositore, polistrumentista, docente e attivista proveniente dalla vivace scena di Chicago ed esponente di spicco del cosiddetto “spiritual jazz”. Il suo album del 2021 Cosmic Transitions fu registrato nel leggendario studio di Rudy Van Gelder in occasione del compleanno di Coltrane, utilizzando alcune delle stesse apparecchiature analogiche utilizzate per la sessione di registrazione originale di A Love Supreme. Subito dopo, il palco vibrerà grazie all’esplosiva fusione di jazz, R’N’B e funk dell’americana Lakecia Benjamin che nel 2020 pubblicò un album dal titolo Pursuance: The Coltranes, in cui reinterpretava brani iconici di John e Alice Coltrane, seguito poi da Phoenix, un grande omaggio alla sua New York risorta dalla pandemia come una Fenice ma anche alla propria “resurrezione”, dopo essere miracolosamente scampata a un incidente stradale. Una doppia metafora che vuol essere anche un auspicio rispetto ai disastri che continuano ad abbattersi sul mondo attuale. La speranza in un mondo migliore è un tema che ritorna anche nel suo nuovo album in uscita a giugno dal titolo We Dream, ovvero il sogno di un futuro luminoso da contrapporre all’oscurità del presente.

Doppio concerto di sax anche il giorno seguente 23 maggio, sempre al Ridotto del Teatro Comunale. La serata si apre con l’esibizione del sassofonista Roberto Ottaviano – figura cardine del jazz italiano che ha scritto pagine importanti della scena europea – in duo con il chitarrista Rob Luft, giovane talento britannico dalla carriera già internazionale, capace di coniugare tecnica e creatività con uno stile moderno ed elegante. A seguire, il live di Pietro Tonolo, sassofonista e compositore veneziano, tra le figure di maggior rilievo del jazz europeo, grazie a una lunga carriera costellata di collaborazioni con artisti internazionali del calibro di Lee Konitz, Dave Holland, Gil Evans, Paul Motian, Joe Chambers per citarne soltanto alcuni. Tonolo si esibirà con il nuovo quartetto comprendente Giancarlo Bianchetti alla chitarra, Gabriele Evangelista al basso e Bernardo Guerra alla batteria. L’ALBA E LA NOTTE L’ispirazione di A Love Supreme ritorna in occasione del tradizionale concerto all’alba del Festival. Al sorgere del sole del 24 maggio nei giardini di Villa Almerico Capra detta La Rotonda – edificio realizzato da Andrea Palladio e terminato nel 1605 da Vincenzo Scamozzi – il sassofonista Dimitri Grechi Espinoza, renderà omaggio con sax tenore, banda registrata ed effetti elettronici al capolavoro di Coltrane ripercorrendo i movimenti Acknowledgement, Resolution, Pursuance, Psalm, conservandone l’essenza più profonda ma esplorando allo stesso tempo paesaggi sonori radicalmente nuovi, tra improvvisazione modale, misticismo orientale e spiritualità contemporanea. Un progetto che, nella prospettiva di apertura e condivisione proprio del festival vicentino, segna un dialogo fra Vicenza Jazz e l’edizione 2026 del Festival Biblico. Il concerto verrà introdotto dal sociologo don Simone Zonato.

Nel buio della notte del 22 maggio invece, la cantante Savina Yannatou sarà la protagonista dell’ormai storico concerto al Cimitero Maggiore di Vicenza. Con la sua band Primavera en Salonicco e la partecipazione della cantante tunisina Lamia Bedioui, la Yannatou presenta al festival le canzoni del suo ultimo album Waters Songs, il quinto per la prestigiosa ECM. Un disco che ruota intorno al tema dell’acqua e delle sue molteplici manifestazioni, viaggiando attraverso le geografie e le epoche storiche, facendo incontrare il dialetto beduino con le lingue europee, con i canti natalizi greci che sfumano nei lamenti dell’Italia meridionale. Nel segno della contaminazione e della multiculturalità.

I PROGETTI MULTIDISCIPLINARI Al Festival, apertura e condivisione sono due parole d’ordine che riguardano anche l’aspetto espressivo e linguistico. Così Vicenza Jazz 2026 si apre alla contaminazione della musica eseguita dal vivo con un linguaggio come la danza contemporanea attraverso due progetti.

Il 20 maggio al Teatro Comunale il coreografo spagnolo di fama mondiale Israel Galvan, artista che ha compiuto una radicale innovazione nel flamenco trasportandolo sui territori del contemporaneo, incontra il talentuoso trombettista newyorkese Michael Leonhart con il suo settetto – ben noto per le collaborazioni con artisti come Bill Frisell, Donny McCaslin ed Elvis Costello – nel progetto New Sketches of Spain, liberamente ispirato all’album di Miles Davis e Gil Evans del 1960 Sketches of Spain. Questo progetto speciale è prodotto con le Settimane musicali al Teatro Olimpico.

La sera del 24 maggio, infine, il Teatro Comunale accoglie nell’ambito di Danza in Rete Festival Neapolis Mantra, un’opera multidisciplinare ideata dal regista e coreografo italo-africano Mvula Sungani, che vede insieme sulla scena l’étoile Emanuela Bianchini, con la forza della sua physical dance e la potente voce black di Enzo Gragnaniello. (Segue)

Iran, le notizie più importanti del 3 maggio sulla guerra

Roma, 3 mag. (askanews) – Di seguito una selezione delle notizie più importanti di domenica 3 maggio 2026 sulla guerra di Usa e Israele contro l’Iran, un conflitto che coinvolge i Paesi del Golfo e il Libano, con serie ripercussioni sull’economia globale. (A cura di Fabio Santolini).

-13:20 Schlein: per evitare rincari dei carburanti stop alle guerre illegali.

-13:15 Israele acquisterà altri due squadroni di caccia F-35 e F-15. La flotta di F-35i arriverà a 100 esemplari e quella di F-15IA a 50.

-13:00 I Pasdaran: Trump deve scegliere tra guerra impossibile e cattivo accordo.

-12:25 Trump: non credo che la proposta di Teheran possa essere accettata.

-11:30 Italia-Usa: Rubio giovedì e venerdì a Roma: obiettivo disgelo. In agenda incontri con Parolin, Tajani e Crosetto. Ipotesi Meloni.

-10:00 Araghchi a Tajani: da Paesi Ue clichè errati sul nucleare.

Rubio a Roma giovedì e venerdì, obiettivo disgelo

Milano, 3 mag. (askanews) – Giovedì e venerdì prossimi il segretario di Stato degli Stati Uniti, Marco Rubio, sarà a Roma per un serie di incontri tra Santa Sede ed governo italiano. Ad anticiparlo è il Corriere della Sera, sottolineando che l’obiettivo è il “disgelo” delle relazioni bilaterali Italia-Usa. Missione non impossibile, ma complicata assai. Per Rubio è la terza visita in Italia, dopo quella dello scorso maggio a Villa Madama e la presenza all’inaugurazione delle olimpiadi invernali, con J.D. Vance, a febbraio.

L’agenda romana di Rubio è ancora in fase di definizione. Per il momento sono previsti tre incontri. Per prima cosa Rubio vedrà il Segretario di stato della Santa Sede Pietro Parolin, oin in un contesto di forte tensione dopo le parole di Donald Trump su Papa Leone XIV e la replica del Pontefice.

Il giorno successivo Rubio vedrà il ministro degli Esteri Antonio Tajani e, nello stesso giorno, è previsto un pranzo con il ministro della Difesa Guido Crosetto. Non è escluso un incontro con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, mentre resta l’interrogativo su una possibile udienza con il Papa.

Il primo collegamento italiano a Internet partì da Pisa 40 anni fa

Milano, 3 mag. (askanews) – Il primo collegamento italiano a Internet partì da Pisa il 30 aprile 1986, dal Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico. Quarant’anni dopo, l’Università di Pisa dedica a quella storia l’incontro “Internet-40. Dalla prima connessione ai cittadini digitali. Innovazione, società e nuove sfide tra intelligenza artificiale e sicurezza”, in programma il 13 maggio.

La data del 30 aprile 1986 segna l’ingresso dell’Italia nella rete globale. Dal CNUCE partì un collegamento verso un computer negli Stati Uniti, in Pennsylvania. Oggi una targa in via Santa Maria, a poche centinaia da Piazza dei Miracoli, ricorda quell’evento. La storia che rese possibile quel passaggio, però, era cominciata più di trent’anni prima. L’origine risale infatti al 1954, a un finanziamento di 150 milioni di lire e a una lettera di Enrico Fermi al rettore dell’Università di Pisa, Luigi Avanzi. Fermi suggerì di usare quelle risorse, messe a disposizione dalle province e dai comuni di Pisa, Lucca e Livorno, per costruire una macchina calcolatrice elettronica.

Da quell’intuizione nacque la Calcolatrice Elettronica Pisana, inaugurata nel 1961 dal presidente della Repubblica Giovanni Gronchi e oggi conservata al Museo degli Strumenti per il Calcolo dell’Ateneo. Attorno alla macchina si formò una comunità scientifica destinata a pesare nello sviluppo dell’informatica italiana. Nel 1965 nacque il Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico, inaugurato alla presenza del presidente Giuseppe Saragat. “Quando fu compiuta la CEP, scoprimmo che il risultato più grande non era la macchina in sé, ma quello di aver costituito un gruppo di studiosi che voleva continuare a lavorare scientificamente in questo campo”, affermò allora Alessandro Faedo, rettore dell’Università di Pisa.

Il CNUCE, nato anche grazie alla donazione di un IBM 7090, divenne uno dei centri dello sviluppo informatico pisano. Nel 1969 fu istituito il primo corso di laurea in Ingegneria dell’Informazione in Italia e nel 1974 il Centro passò al CNR. Dodici anni più tardi, da quel percorso maturò il primo collegamento italiano a Internet.

“Il 30 aprile partì un ping verso un computer della Pennsylvania. Dopo pochi millisecondi arrivò la risposta: la connessione era stabilita. L’Italia era in rete”, ha rievocato Luciano Lenzini, docente del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa e tra i protagonisti di quella fase.

Dietro quel risultato ci furono anche i rapporti scientifici di Lenzini con Robert Kahn, tra i padri di Internet, che nel 2006 ricevette a Pisa la laurea honoris causa insieme con Vinton Cerf. “Per noi era un grande progetto di ricerca al quale, chi si occupava di reti, aspirava a partecipare. La vera svolta arrivò all’inizio degli anni Novanta, con l’invenzione del web”, ha spiegato Lenzini.

Anche la stagione del World Wide Web vide Pisa tra i luoghi coinvolti nella prima diffusione italiana. Maurizio Davini, oggi docente dell’Università di Pisa e coordinatore del Green Data Center, era studente di fisica quando al Cern incontrò Tim Berners-Lee. “Mi colpì il computer che utilizzava, un NeXT, allora rarissimo. Per curiosità mi avvicinai”, ha raccontato.

Da quell’incontro nacque il primo esperimento italiano sul web. “Mi mostrò un progetto su cui stava lavorando, il World Wide Web, e mi diede il codice per provarlo a Pisa su sistemi Unix”, ha ricordato Davini. La prima pagina web italiana nacque così all’Università di Pisa, quando la rete era ancora soprattutto uno strumento della comunità scientifica, usato per lo scambio di file e la posta elettronica.

Al Museo degli Strumenti per il Calcolo si trova anche la macchina da cui partì il primo ping italiano, un Mac del 1984. “Prima di Internet, il principale uso dei personal computer domestici erano i videogiochi”, ha osservato Giuseppe Lettieri, direttore del museo.

Dopo avere cambiato comunicazione, ricerca, economia e vita quotidiana, la rete guarda ora a una nuova frontiera: l’internet quantistico. Non è destinato, almeno secondo la prospettiva oggi prevalente nella comunità scientifica, a sostituire l’internet attuale, ma ad affiancarlo. Il campo di applicazione più immediato riguarda la trasmissione di informazioni crittografate con livelli di sicurezza legati alle proprietà della fisica quantistica.

“Il paradigma cambia radicalmente rispetto all’internet classico”, ha spiegato Lenzini. “Si parla di entanglement e teletrasporto: concetti che, dal punto di vista della ricerca, hanno ancora qualcosa di fantascientifico”.

La ricerca è già avviata, ma richiede ancora sviluppi rilevanti. “Esiste già un’infrastruttura europea sviluppata dalla Quantum Internet Alliance con alcuni funzionamenti di base, che necessitano ulteriori sviluppi soprattutto per le memorie quantistiche”, ha osservato Marilù Chiofalo, docente dell’Università di Pisa e tra le firmatarie del manifesto internazionale Women for Quantum. “Gli investimenti sono rilevanti, ma è necessario prestare attenzione al contesto geopolitico”.

Le tecnologie quantistiche possono avere applicazioni anche in ambiti sensibili, compreso quello militare. Per questo, ha concluso Chiofalo, “è essenziale che il loro sviluppo sia accompagnato da consapevolezza, trasparenza e cooperazione internazionale”.

Torna il cattivo tempo

Milano, 3 mag. (askanews) – L’anticiclone riporta la stabilità sull’Italia, garantendo tempo stabile dal sapore tardo primaverile dopo una fase di incertezza. Anche le temperature sono previste in deciso rialzo; tuttavia si tratterà solo di una pausa effimera, in attesa di una forte perturbazione atlantica.

Mattia Gussoni, meteorologo de iLMeteo.it, conferma che questa massa d’aria mite garantirà una fase decisamente gradevole per domenica 3 maggio, con un clima soleggiato che invoglierà alle attività all’aperto su gran parte del territorio nazionale. Le temperature massime si porteranno diffusamente tra i 22°C e i 25°C sulle pianure del Nord e su parte del Centro (settori tirrenici). Solo nella seconda parte della giornata la protezione dell’alta pressione inizierà a cedere, favorendo un aumento della nuvolosità a partire dai settori occidentali.

Questo passaggio verso un tempo più instabile invita a una riflessione su come sia cambiato il volto della primavera. In passato infatti, le perturbazioni primaverili trovavano un Mediterraneo relativamente fresco dopo l’inverno. Oggi, a causa del cambiamento climatico (derivante dall’aumento costante di CO2 antropica in atmosfera), la situazione è radicalmente cambiata: i nostri mari accumulano calore molto prima e con un’intensità maggiore, trasformandosi in una “polveriera” energetica.

Rispetto a venti o trent’anni fa, la differenza non è solo nel numero di piogge, ma nella loro quantità e intensità. Infatti, una volta innescata la scintilla (la perturbazione), l’energia viene rilasciata tutta insieme; questo trasforma temporali ordinari in fenomeni estremi, come le supercelle o i temporali autorigeneranti (come abbiamo avuto modo di vedere sempre più di frequente negli ultimi anni). Poiché l’aria più calda può trattenere molta più umidità (circa il 7% in più per ogni grado di riscaldamento), le precipitazioni che cadono in poche ore oggi sono molto più intense e abbondanti rispetto al passato. Questa dinamica si manifesterà già dalla giornata di lunedì 4 maggio quando una poderosa perturbazione atlantica si avvicinerà all’Italia dando il via ad una fase di intenso maltempo. Le prime precipitazioni sono attese sulla Sardegna e al Nord Ovest, ed in maniera più localizzata sulle coste della Toscana.

La fase clou del peggioramento è prevista tuttavia per le giornate di martedì 5 e mercoledì 6 maggio; al momento le regioni maggiormente a rischio paiono essere quelle settentrionali (Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli) e quelle tirreniche (Toscana e Lazio) dove non mancheranno piogge battenti e grandinate. Questa condizione potrebbe portare a cumuli di pioggia con punte locali fino a 150 mm, ovvero la quantità d’acqua che solitamente cade in un intero mese concentrata in poche ore.

Caso Biennale, Giuli: Buttafuoco si è auto-commissariato

Milano, 3 mag. (askanews) – “Per me il capitolo Venezia è chiuso, ora è tutto in mano a Palazzo Chigi. Pietrangelo è un fratello sbagliato, ma un fratello sbagliato rimane un fratello. È stato vittima di una fantasia pacificatoria, voleva l’Onu dell’arte, ha finito per illudersi di poter fare politica estera. Ma questa spetta al governo e al Parlamento”. Lo afferma in un’intervista a Repubblica il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, facendo il punto sulla crisi della Biennale di Venezia.

“Il danno d’immagine l’ha causato la Biennale a se stessa. Come ha detto la premier, Pietrangelo è capacissimo, sì, capacissimo di tutto”, sottolinea il ministro che evidenzia: “Il ministero ha fatto quello che andava fatto: accertare che tutto fosse regolare. In pubblico sono intervenuto solo per precisare che sul padiglione russo il governo è stato informato a cose fatte”.

L’ipotesi di commissariamento, assicura il ministro, “on è mai stata in campo. Non c’è ragione di destabilizzare la situazione. Buttafuoco non è un martire della jihad, è il mio caro Ciccio Tumeo”. Un personaggio del Gattopardo: “Pietrangelo è l’inconsolabile espressione di un ancien régime isolazionista e borbonico, che non riconosce l’unità d’Italia”. Il problema, osserva Giuli, è che la Biennale “non è uno stato sovrano, Buttafuoco dev’essersi confuso. A forza di rivendicare autonomia, si è persino auto-commissariato”. E ancora: “Prendo atto del cambio di paradigma: si passa dal giudizio di una giuria di esperti al voto dei visitatori”.

Giuli chiarisce i motivi che hanno portato all’ispezione disposta dal MiC: “Dopo la diffida dell’artista israeliano, la fondazione si è rivolta al Mic e a palazzo Chigi in cerca d’aiuto. Siamo andati lì con gli estintori, non con il lanciafiamme. Per esaminare il loro pasticcio”.

Alla fine Buttafuoco avrà il padiglione russo: “Rifiuto lo schema vincitori/vinti. Se però migliaia di visitatori ceceni mandati da Ramzan Kadyrov voteranno il padiglione russo, sapremo chi ha vinto: Vladimir Putin. Ma il mio più grande rammarico è un altro. Se Pietrangelo ci avesse coinvolto nelle interlocuzioni che portava avanti con i russi da anni, forse avremmo potuto chiedere una contropartita. Sarebbe stato un trionfo riaprire il padiglione russo in cambio di un cessate il fuoco con la liberazione di cento bambini ucraini”.

Poi una riflessione su Beatrice Venezi al Teatro la Fenice: “La fine della collaborazione era legata a vicende circostanziate, non alle proteste dell’orchestra”.

Infine, sul no al contributo per il doc su Giulio Regeni, per Giuli non c’è stata nessuna pressione politica: “No, e la commissione selettiva che ha sbagliato è evaporata”. Non avvengono troppe cose a sua insaputa? “Così dev’essere per le commissioni. Se ci fosse il mio benestare, sarebbe un illecito – conclude Giuli -. Comunque riscriveremo le regole del gioco”.

Cosa si sono detti Araghchi e Tajani secondo la tv iraniana

Roma, 3 mag. (askanews) – Nel corso della sua telefonata di ieri con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, “ha denunciato alcuni Stati europei per aver ripetuto cliché errati sulle attività nucleari pacifiche dell’Iran”. Lo riporta l’iraniana Press Tv. Araghchi avrebbe espresso rammarico per questo approccio “non costruttivo e irresponsabile”, sottolineando che il programma nucleare della Repubblica Islamica è interamente pacifico.

Secondo il ministro degli Esteri iraniano questi Paesi, invece di insistere su tale approccio, dovrebbero condannare esplicitamente l’aggressione militare non provocata di Washington e Tel Aviv contro l’Iran e ritenerli responsabili delle gravi violazioni del diritto internazionale umanitario.

Araghchi, riporta sempre Press Tv, ha inoltre discusso con Tajani gli ultimi sviluppi relativi al cessate il fuoco e agli sforzi diplomatici per porre fine all’aggressione illegale contro l’Iran, sottolineando l’importanza di un ruolo responsabile da parte dei Paesi europei in questo processo.

The Economist: l’IA non cambia i rapporti di forza nella guerra cibernetica

Un laboratorio reale della sicurezza globale
Su The Economist del 2 maggio, un ampio servizio (“Deus ex machina”, p. 66) è dedicato alla conferenza “Black Hat”, appuntamento internazionale della cybersecurity che si svolge tra Las Vegas, Londra e Singapore. Non si tratta di un semplice incontro tra specialisti: per ogni edizione viene costruita una rete digitale autonoma, completa di firewall, sensori e sistemi di monitoraggio. Il Network Operations Centre (NOC) è chiamato a difenderla in tempo reale da migliaia di tentativi di intrusione, provenienti non solo dall’esterno ma dagli stessi partecipanti, spesso tra i migliori hacker al mondo, autorizzati a testarne la solidità.

IA: promessa e realtà
Sul fondo si staglia il tema dominante: l’intelligenza artificiale. Secondo alcune valutazioni, i nuovi modelli sviluppati dalle grandi aziende tecnologiche sarebbero già in grado di individuare vulnerabilità diffuse nei sistemi operativi e nei browser. Un potenziale che ha alimentato l’idea di una svolta imminente a favore degli attaccanti. Eppure, tra gli esperti riuniti a Singapore (21-24 aprile) prevale una lettura più cauta. L’IA appare piuttosto come un moltiplicatore di capacità già esistenti, destinato a essere compensato da analoghi progressi sul fronte difensivo.

La complessità della difesa
Difendere un’infrastruttura come quella di Black Hat è,  secondo gli stessi responsabili, assai più complesso per “ordini di grandezza” rispetto alla sicurezza aziendale tradizionale. Non si tratta di contenere pochi attori, ma di gestire migliaia di attacchi simultanei, spesso sperimentali. A ciò si aggiunge una difficoltà strutturale: distinguere tra attività legittime di test e attacchi reali. La linea di confine è sottile e impone capacità avanzate di filtraggio e monitoraggio continuo.

Vulnerabilità quotidiane
Il quadro che emerge è, per certi aspetti, disarmante. Applicazioni comuni possono esporre dati sensibili come le coordinate GPS; dispositivi domestici risultano controllabili da remoto; la navigazione online lascia tracce facilmente sfruttabili. La superficie d’attacco si è ampliata al punto da coinvolgere la vita quotidiana. Non a caso, gli stessi strumenti che consentono di individuare queste vulnerabilità possono essere utilizzati per sfruttarle.
L’articolo richiama anche episodi problematici: in passato alcuni partecipanti hanno utilizzato la rete della conferenza per colpire infrastrutture reali, sfruttando il rumore generato dall’attività legittima. Il confine tra ricerca e abuso resta dunque fragile. La risposta è affidata tanto alla vigilanza tecnica quanto alla responsabilità individuale, in un contesto dove la competenza può facilmente tradursi in potere.

Un equilibrio instabile

La conclusione che emerge dal reportage dell’Economist è chiara: non si profila, almeno per ora, alcun “deus ex machina” capace di consegnare agli attaccanti un vantaggio decisivo. L’intelligenza artificiale non rompe l’equilibrio, ma lo rende più mobile.

Il punto, tuttavia, è proprio questo. L’IA non sposta i rapporti di forza in modo unilaterale, ma aumenta la velocità e la scala dello scontro. Automatizza operazioni, riduce i costi di ingresso, consente anche ad attori meno sofisticati di accedere a capacità prima riservate a pochi. Parallelamente, rafforza gli strumenti di difesa, alimentando una dinamica di adattamento continuo.

Ne deriva un sistema più reattivo, ma anche più esposto. Non perché qualcuno vinca definitivamente, bensì perché tutti diventano più capaci — e quindi più pericolosi. In questo senso, il rischio non è l’irruzione di un fattore risolutivo, ma la normalizzazione di una competizione permanente, più rapida, più diffusa e più difficile da governare.

Erice al centro del dibattito sull’IA: chiusa la prima Scuola internazionale

Si è chiusa con un bilancio decisamente positivo la prima edizione della International School on Artificial Intelligence: Technology and Law, promossa dalla “Fondazione Ettore Majorana e Centro di Cultura Scientifica”. Il corso, ospitato nella cittadella scientifica di Erice dal 26 aprile al 1° maggio, ha riunito giovani ricercatori, studiosi ed esperti internazionali per affrontare uno dei temi più urgenti del nostro tempo: il rapporto tra intelligenza artificiale, diritto ed etica.

Sei giorni di lezioni, workshop e confronto interdisciplinare hanno confermato la crescente necessità di formare figure capaci di interpretare e governare l’impatto dell’intelligenza artificiale sui sistemi giuridici e sulla società. Al centro dei lavori: responsabilità algoritmica, gestione dei dati, regolamentazione normativa e implicazioni geopolitiche di una tecnologia sempre più pervasiva.

A guidare la Scuola sono Axel Lehmann e Pier Paolo Maria Menchetti. «Un corretto approccio alla AI presuppone una condivisione internazionale e interdisciplinare – sottolinea Menchetti –. Identificare lintelligenza artificiale come enabling platform” per il miglioramento del benessere umano è possibile solo attraverso un rigoroso approccio scientifico, capace di analizzarne rischi e benefici. Il programma della Scuola riflette questa visione, spaziando dalla fisica alle applicazioni in ambito medico e scientifico, fino alla finanza e alla regolamentazione giuridica ed etica, utili per affrontare l’impatto geopolitico». Una visione che si inserisce nella tradizione scientifica di Erice, dove in oltre sessant’anni sono passati più di 150 Premi Nobel.

In questo quadro, la Scuola Internazionale di Tecnologia e Diritto dell’Intelligenza Artificiale si propone anche come risposta concreta alla necessità, sempre più evidente, di costruire una cultura condivisa dell’intelligenza artificiale: non solo competenze tecniche, ma anche strumenti critici e giuridici per governare una trasformazione che coinvolge istituzioni, economia e società. In chiusura dei lavori Menchetti ha segnalato“ una proposta composta da 3 punti di ricerca, da annunciare ai seminari sulle Emergenze Planetarie(giunti alla 58 edizione prevista a luglio 2026) e la cui validazione scientifica sarà perseguita già a partire dal corso di settembre, quali, AI: Elementi dirompenti,AI: Coopetition (cooperazione e competizione) nell’ambito dell’eticae AI: quale futuro ci aspetta?.

Una visione pienamente coerente con l’eredità scientifica e culturale di Antonino Zichichi, che ha sempre promosso un modello di scienza capace di dialogare con le istituzioni e orientata al bene dell’uomo. La nascita di questa Scuola internazionale sullintelligenza artificiale si inserisce proprio in questa prospettiva: creare luoghi di confronto globale in cui discipline diverse possano integrarsi per affrontare le grandi sfide contemporanee.

Non a caso, l’iniziativa rafforza il ruolo di Erice come crocevia internazionale del sapere, dove la collaborazione tra scienziati, giuristi e decisori pubblici diventa elemento centrale per accompagnare l’evoluzione tecnologica con adeguati strumenti normativi ed etici.

Questa edizione ha avuto anche un forte valore simbolico: è stata la prima dopo la scomparsa di Antonino Zichichi, promotore della Fondazione, e ne raccoglie idealmente il testimone, rilanciando una visione della scienza come motore di progresso responsabile e condiviso.

Il successo dell’iniziativa ha già portato all’annuncio di una seconda edizione, in programma dal 1° al 6 settembre 2026, sempre a Erice. L’obiettivo è consolidare un punto di riferimento internazionale per lo studio dell’impatto dell’intelligenza artificiale nei diversi ambiti del diritto, offrendo una piattaforma di confronto tra esperti legali, ricercatori, professionisti e policy maker.

L’accesso alla Scuola è su candidatura e selezione. È possibile consultare il sito ufficiale della Fondazione e inviare la propria candidatura all’indirizzo email: info@ettoremajoranafoundation.com.

Sulle spiagge dell’Alabama l’arte effimera dei castelli di sabbia

Orange Beach (Alabama, Usa), 3 mag. (askanews) – Dai razzi della Nasa agli armadilli, dai fantasmi ai draghi, dai delfini alle tartarughe, e naturalmente elaborati castelli: Janel Hawkins vive il suo sogno ogni giorno con sculture di sabbia mozzafiato. Le sue creazioni ridefiniscono i limiti dell’effimero, punteggiano le spiagge della costa del Golfo negli Stati Uniti e portano gioia a chi le incontra prima che svaniscano.

“Non volevo un lavoro vero, non volevo lavorare in ufficio, non volevo fare gli orari dalle nove alle cinque e ho fatto un apprendistato tradizionale quando ero al college, all’università, per essere apprendista scultrice di sabbia. Poi, nessuno era mai stato in Alabama come professionista prima: io sono dell’Alabama ma ero al college in Florida, quindi ho lasciato l’università e mi sono trasferita in Alabama per imparare a farne un business”, dice.

L’imprenditrice ha trasformato le candide spiagge dell’Alabama nel suo ufficio, creando la SandCastle University: una vera scuola per imparare l’arte dei castelli di sabbia sulle Alabama Beaches, le bianche spiagge del sud degli Usa, meta consigliata da Travel South Usa e Sweet Home Alabama, con una sabbia molto particolare.

Hawkins condivide conoscenze e passione con persone di tutte le età attraverso corsi e workshop: fino a sei classi al giorno in tre location diverse, sette giorni su sette, insegnando a migliaia di persone ogni anno.

Ogni sabbia è unica, e quella dell’Alabama richiede maestria.

“È molto diversa, sì. Ogni scultore di sabbia pensa di avere la sabbia migliore: quindi so come lavorare con la sabbia dell’Alabama, con la nostra sabbia di quarzo, ma quando vado in una nuova location per scolpire devo letteralmente passare un giorno intero a imparare la sabbia”, aggiunge.

Secchio, paletta, ma anche strumenti per il tocco da maestro: come insegnano i corsi, ci vogliono molta sabbia e molta acqua – l’acqua è la colla – poi si compatta per un castello solido, anche se effimero.

Fortemente legata alla comunità locale, Hawkins organizza eventi di beneficenza come il SandCastle Shindig. Per il futuro: social media e progetti estremi.

“Il modo più facile per supportarci è sui nostri social media. Abbiamo un bel seguito: pubblichiamo video su come fare le nostre sculture di sabbia, tipo consigli e trucchi; e il making of di grandi sculture, più dei nostri progetti professionali. In futuro vorrei concentrarmi su progetti più grandi ed estremi: sono diventata brava a fare cose specifiche e ho un sacco di idee per espandere tutto e puntare più in grande”, chiosa.

Intervista di Cristina Giuliano

Montaggio di Carla Brandolini

Immagini askanews

Democrazia e gestione del potere: l’Italia tra riforme e rischio di atrofia

In un’epoca segnata da una persistente instabilità globale, l’ingegneria politica italiana sembra muoversi lungo un percorso di trasformazione progressiva. Non si tratta di un mutamento repentino, ma di una più sottile “tecnica di gestione” che tende a ridefinire gli equilibri tra i poteri dello Stato.

Mentre il dibattito pubblico si concentra su singoli provvedimenti, un’analisi più sistemica evidenzia una tendenza di fondo: il passaggio verso un modello in cui la stabilità dell’esecutivo tende a prevalere sulla dialettica parlamentare, mentre la gestione dei flussi informativi si affianca, e talvolta si sostituisce, al confronto nel merito.

 

La centralizzazione come cardine del sistema

Il fulcro di questa evoluzione è rappresentato dal combinato disposto tra la riforma del premierato e l’autonomia differenziata. Da un lato, tali interventi vengono presentati come strumenti per superare la frammentazione decisionale e garantire maggiore stabilità; dall’altro, una parte della dottrina e delle opposizioni evidenzia il rischio di una riduzione del ruolo del Presidente della Repubblica e delle assemblee parlamentari.

Questa spinta verso un rafforzamento dell’esecutivo si accompagna a una gestione del diritto sempre più orientata all’urgenza. Il ricorso frequente ai decreti-legge e il dibattito sulle riforme della giustizia, inclusa la separazione delle carriere, sono interpretati da alcuni analisti come segnali di una possibile riduzione dei meccanismi di controllo e bilanciamento. In questo contesto, la norma giuridica tende ad assumere una funzione sempre più adattiva, legata alle esigenze politiche contingenti.

 

Il rumore che attenua il dissenso

Un elemento centrale riguarda il ruolo dell’informazione. Il recente arretramento dell’Italia al 49º posto nell’indice mondiale della libertà di stampa diReporters Sans Frontières (RSF) nel 2025 ha riacceso il dibattito sul rapporto tra politica e sistema mediatico.

Non si tratta di forme esplicite di censura, quanto piuttosto di dinamiche più complesse: una crescente saturazione informativa, caratterizzata da un flusso continuo di contenuti e narrazioni polarizzate, che rischia di rendere meno incisivo il dissenso. In un contesto dominato da algoritmi e comunicazione istantanea, la rilevanza del discorso pubblico può risultare attenuata non per divieto, ma per dispersione.

A questo si affianca una retorica politica che spesso si struttura secondo la contrapposizione “amico-nemico”. La costruzione di narrazioni che oppongono l’interesse nazionale a presunte élite tecnocratiche o a minacce esterne contribuisce a rafforzare identità collettive, ma può al tempo stesso semplificare e polarizzare il confronto pubblico.

 

Il paradosso della procedura

All’interno di questo quadro emerge un elemento di possibile criticità: il cosiddetto “paradosso della procedura”. Secondo alcune letture, sistemi caratterizzati da un’elevata complessità burocratica rischiano, nel lungo periodo, di compromettere la propria capacità di garantire servizi essenziali.

Il rapporto Eurispes 2025 segnala che il 44,4% degli italiani teme un possibile fallimento economico dello Stato, dato che riflette una percezione diffusa di fragilità. In questo contesto, l’efficienza amministrativa diventa un fattore decisivo per la tenuta della legittimazione istituzionale.

Un ulteriore segnale è rappresentato dalla crescita dell’astensionismo elettorale. La riduzione della partecipazione politica può essere interpretata come indicatore di un progressivo distacco tra cittadini e istituzioni. Una democrazia con una base partecipativa ridotta risulta, per definizione, più esposta a tensioni e vulnerabilità.

 

Un sistema al bivio

Nel loro insieme, questi elementi delineano un quadro complesso, in cui lo scontro tra poteri dello Stato e la crescente frammentazione del dibattito pubblico possono generare fenomeni di incomunicabilità sistemica. In termini di teoria dei sistemi, si parla di “schismogenesi”: una dinamica in cui le parti smettono progressivamente di interagire in modo costruttivo.

Il rischio, in questa prospettiva, non è tanto quello di una rottura improvvisa, quanto di un logoramento graduale. Un sistema che privilegia la gestione del consenso rispetto al consolidamento delle istituzioni può trovarsi, nel tempo, privo degli strumenti necessari per affrontare crisi complesse.

Più che scenari di crisi immediata, il quadro attuale suggerisce la presenza di un bivio: la capacità di mantenere un equilibrio tra efficienza decisionale e garanzie democratiche resta il nodo centrale per la tenuta del sistema nel medio e lungo periodo.

Il tempo ritrovato: Lilius e la verità sul calendario gregoriano

Un autore restituito alla storia
Il volume propone una rilettura documentata della riforma del calendario gregoriano, riportando al centro la figura di Aloysius Lilius, indicato dal gesuita Cristoforo Clavio come primo autore dell’impianto teorico. L’indagine corregge incertezze biografiche sedimentate e restituisce con precisione l’origine umbra dello studioso, già segnalata da Papa Gregorio XIII. Ne emerge un profilo più definito, sottratto a letture approssimative e a indebite appropriazioni locali.

La riforma tra Chiesa e scienza
L’analisi segue il lungo processo che conduce alla riforma: dal Concilio di Nicea fino agli sviluppi medievali e rinascimentali. Vengono ricostruiti i contributi di Dionigi il Piccolo, di Beda il Venerabile e di altri protagonisti della riflessione cronologica, fino al decisivo intervento della commissione pontificia. Centrale è la definizione della data pasquale, nodo teologico e astronomico insieme, che struttura l’intero calendario liturgico.

Una verità documentale che interpella la storiografia
Il lavoro chiarisce elementi spesso trascurati: la sede di promulgazione della bolla Inter gravissimas a Frascati, la data del 24 febbraio 1581 secondo il computo fiorentino, e l’entrata in vigore del nuovo calendario nell’ottobre 1582. La ricerca non si limita a una puntualizzazione erudita, ma propone un metodo: sottrarre la storia a semplificazioni e restituirla alla sua complessità. In questo quadro, la figura di Lilius riacquista coerenza, mentre emerge il carattere corale dell’impresa che ha reso possibile una delle più durature costruzioni del sapere umano: la misura condivisa del tempo.

Scheda Amazon

ALOYSIUS LILIUS DELLUMBRIA PRIMO AUTORE DEL CALENDARIO GREGORIANO

Sulla riforma e promulgazione del Calendario

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Calcio, Serie A femminile: 2-0 alla Ternana, Roma campione d’Italia

Roma, 2 mag. (askanews) – La Roma batte la Ternana e conquista lo scudetto femminile, garantendosi l’aritmetica certezza del primo posto della Serie A Women Athora con due turni d’anticipo. Nella 20esima giornata, in uno Stadio Tre Fontane gremito da oltre 2.400 spettatori, le giallorosse si sono imposte 2-0 grazie a una doppietta di Manuela Giugliano, il capitano della squadra, che ha sbloccato il risultato nel primo tempo su calcio di rigore e ha raddoppiato nel secondo tempo con una splendida conclusione al volo. Una vittoria, quella delle ragazze allenate da Luca Rossettini, che rende incolmabile il distacco dalla vetta per l’Inter, attardata di 6 punti dopo la vittoria nel derby con il Milan e in svantaggio negli scontri diretti. Per la Roma è il terzo titolo femminile nelle ultime quattro stagioni: la squadra giallorossa proverà ora a centrare il “double” domenica 24 maggio, quando a Vicenza nella finale di Coppa Italia affronterà la Juventus.

“Complimenti alla Roma per la conquista dello scudetto, al termine di un campionato condotto nelle prime posizioni sin dall’inizio – le parole della presidente della Serie A Women, Federica Cappelletti -. Le mie congratulazioni vanno alla società, all’allenatore Luca Rossettini che al primo anno in una squadra femminile ha saputo centrare l’obiettivo, al suo staff e alle calciatrici, ma anche alle tifose e ai tifosi, che hanno seguito la squadra in ogni parte d’Italia e d’Europa, mostrando tutta la passione che il calcio femminile merita. Uno scudetto, quello della Roma, che arriva nella giornata in cui lo sport italiano perde un gigante come Alex Zanardi, esempio per tutte noi nell’affrontare la vita”.

ROMA-TERNANA 2-0 (1-0 p.t.) ROMA (4-1-4-1): Baldi; Thogersen ( Piekarska 87′), Antoine, Oladipo, Bergamaschi; Giugliano; Corelli (Rieke 59′), Dragoni (Galli 75′), Greggi, Haavi (Pandini 87′); Viens (Dorsin 75′). A disp.: Lukasova, Soggiu, Veje, Heatley, Csiki, Babajide, van Diemen. All.: Rossettini TERNANA (4-3-2-1): Schroffenegger; Martins, Pacioni, Massimino, Peruzzo (Vigliucci 81′); Pastrenge (Labate 86′), Breitner, Di Giammarino (Ciccotti 46′); Petrara, Lazaro (Gomes 46′); Pirone (Porcarelli 90’+9′). A disp.: Ghioc, Ciccioli, Cecchini, Corrado, Quazzico, Ripamonti. All.: Ardizzone ARBITRO: Maresca di Napoli MARCATRICI: 25′ pt rig., 71′ Giugliano AMMONITE:

CLASSIFICA SERIE A FEMMINILE: Roma 49, Inter 43, Juventus 35, Napoli 30, Milan 29, Lazio* 27, Fiorentina* 27, Como* 26, Sassuolo 17, Parma* 16, Ternana 14, Genoa 10

*una partita in meno

Nella spirale del tempo: Charrière incontra Canova al Museo Correr

Venezia, 2 mag. (askanews) – C’è sempre una profondità geologica nel lavoro di Julian Charrière, che diventa ragionamento sulle profondità umane, sul nostro essere parte di un tempo e di un luogo che hanno una intensità maestosa. E ora questa profondità torna in una veste inedita al museo Correr di Venezia, in un dialogo con le sculture di Antonio Canova, che partecipano alle sue installazioni e, letteralmente, ne risuonano.

“Io sono particolarmente interessato alla prospettiva del tempo che è contenuta in certi materiali – ha detto Charrière ad askanews – Canova invece è come se volesse fissare l’attimo nelle sue sculture, si tratta di proiettare questa effige del momento sul lungo periodo, mentre il mio lavoro in effetti guarda a come sono le dinamiche dei processi della terra e come tutto sia un flusso. Da questo credo nasca un confronto, che genera una tensione tra il mio e il suo lavoro”.

La tensione è percepibile ed è emozionante, cambia la prospettiva sulle storiche sale del museo e apre a nuove possibilità. E per il Correr è un modo di raccontare diversamente anche se stesso, come ci ha detto la direttrice scientifica della Fondazione Musei Civici di Venezia, Chiara Squarcina: “Significa soprattutto, porre l’accento su questo artista, Antonio Canova, che in qualche modo oggi riesce ancora a catturare i talenti di artisti come Julian Charrière e creare un’installazione come questa, che vuole sottolineare soprattutto che l’arte contemporanea e l’arte antica sono in dialogo”.

La mostra, intitolata “Spiral Economy”, in fondo ragiona sul tempo e i tredici orologi che Charrière ha esposto, corrosi dagli elementi, sono una metafora della nostra relazione con questa grandezza, che per i fisici come tale non esiste e per noi è in fondo incommensurabile. “Qui il tempo è deostruito attraverso i processi geologici – ha aggiunto l’artista franco-svizzero – che alla fine reinventano il modo in cui ci confrontiamo con la durata”.

Uno degli intenti del Museo Correr era anche quello di invitare a guardare al Canova con una nuova prospettiva, e la mostra effettivamente la offre. “Le sculture – ha concluso Julian Charrière – stanno facendo da testimoni ai film, da testimoni all’esposizione e quindi diventano come dei partecipanti e questo per me è molto importante, perché offre un’altra dinamica, una sorta di seconda vita all’opera”.

La mostra resta aperta al pubblico a Venezia fino al 22 novembre.

Zanardi, il ricordo di Paolo Barilla: la sua umanità motivava tutti

Milano, 2 mag. (askanews) – “Alex è stato una persona capace di raggiungere i cuori di tante persone. La sua umanità motivava tutti noi a essere più tolleranti e ad affrontare ogni difficoltà con la profonda convinzione di riuscire a migliorare ogni situazione”. Con queste parole Paolo Barilla, ex pilota di F1 e vicepresidente del gruppo alimentare di Parma, ha voluto ricordare Alex Zanardi scomparso oggi all’età di 59 anni.

Quella tra Barilla e il campione bolognese era una partnership storica, andata oltre la sponsorizzazione sportiva. L’azienda di Parma aveva scelto Zanardi come ambasciatore nel mondo, in particolare per facilitare l’ingresso del marchio nel mercato statunitense. Dopo il tragico incidente di Lausitz nel 2001, il rapporto non si era interrotto, ma il programma di sponsorizzazione era stato ristrutturato per sostenere Zanardi nel suo percorso di rinascita e nella successiva carriera paralimpica. Barilla aveva così sponsorizzato il team di handbike di Zanardi, il Barilla Blu Team,, accompagnandolo nelle sue vittorie internazionali, inclusi i successi ai Giochi Paralimpici. Quella di Zanardi è stata una figura centrale per Barilla anche nelle iniziative legate alla diversità e all’inclusione, specialmente dopo il 2013.

Fotografia Europea 2026: Ghostland, i fantasmi dell’algoritmo

Reggio Emilia, 2 mag. (askanews) – All’interno della ventunesima edizione di Fotografia Europea Fantasmi del Quotidiano, fino al 14 giungo 2026 nella sede di Palazzo Da Mosto la mostra collettiva Ghostland a cura di Arianna Catania espone opere di Zoé Aubry, Sara Bezovsek, Carolyn Drake, Alisa Martynova, Visvaldas Morkevicius, Mykola Ridnyi, Indr Serpytyt e Vaste Programme. La curatrice ha raccontato ad askanews l’esibizione: “Ghostland è una mostra collettiva che lega il lavoro di otto artisti e artiste che lavorano con le stesse tecnologie che usiamo ogni giorno: dagli algoritmi, alle intelligenze artificiali, alle telecamere di sorveglianza, alle piattaforme social. E navigano questo flusso di immagini dando un senso a questo infinito archivio digitale che si produce ogni giorno. La mostra si interroga su come è cambiata la fotografia e il mondo dell’immagine in un mondo iper-mediato dagli schermi: schermi che non sono più soltanto dispositivi, ma sono strumenti che creano nuovi ambienti cognitivi in cui si trasforma l’identità e si trasforma il nostro modo di guardare a guerre e catastrofi e il nostro modo di interagire. I fantasmi che animano questa mostra non sono presenze evanescenti, ma sono figure concrete. Si presentano attraverso profili, dati, numeri e algoritmi, ma siamo comunque noi che ci interfacciamo. Non è una mostra che vuole essere nostalgica e neanche apocalittica, vuole semplicemente constatare dove siamo e cosa sta succedendo: quello che gli artisti possono fare per decodificare il nostro mondo”.

Ghostland propone una riflessione su come osserviamo gli altri e noi stessi, su come gli algoritmi ci sorvegliano, su come costruiamo il senso del pericolo e della fiducia verso un futuro da costruire. Attraverso pratiche artistiche sperimentali, la mostra collettiva invita a riflettere non solo su ciò che vediamo ma soprattutto su ciò che resta fuori dal campo: i punti ciechi, le omissioni, gli spazi dove la realtà continua a sfuggire o a palesarsi soltanto attraverso la cornice dello schermo.

I progetti di Indr Serpytyt e Visvaldas Morkevicius fanno parte del programma Cultura Lituana in Italia 2025-2026, realizzato dall’Istituto di Cultura Lituano e dall’Ambasciata della Repubblica di Lituania nella Repubblica Italiana. La ventunesima edizione di Fotografia Europea è promossa e organizzata dalla Fondazione Palazzo Magnani e dal Comune di Reggio Emilia con il contributo della Regione Emilia-Romagna.

Si è sciolto a Napoli il sangue di San Gennaro

Napoli, 2 mag. (askanews) – A Napoli si è ripetuto il prodigio dello scioglimento del sangue di San Gennaro. Si è rinnovato, infatti, il ‘miracolo’ nel sabato che anticipa la prima domenica di maggio.

Alle 17.04 l’annuncio che ha fatto scattare l’applauso e lo sventolio di fazzoletti bianchi dei fedeli che stanno dando vita alla processione dei cosiddetti degli ‘Infrascati’ prendendo il nome dai copricapo che indossavano i religiosi.

L’avvenuto prodigio è stato annunciato sulla soglia del sagrato della Cattedrale in via Duomo da dove la processione proseguirà fino alla Basilica di Santa Chiara.

Ciclismo, Pogacar domina a Romandia e ipoteca la corsa

Roma, 2 mag. (askanews) – Tadej Pogacar domina la tappa regina del Giro di Romandia 2026 e ipoteca il successo finale. Dopo due vittorie in volata, il fuoriclasse sloveno conquista anche la quarta e penultima frazione, la Broc-Charmey di 149,6 km, imponendosi in solitaria al termine di una giornata ricca di salite e attacchi.

La corsa si decide sull’ultimo passaggio dello Jaunpass, affrontato per tre volte. Pogacar attacca a circa tre chilometri dallo scollinamento finale, facendo subito il vuoto. L’unico in grado di reagire è Florian Lipowitz, autore di una prova di grande spessore: il tedesco riesce a riportarsi sulle ruote dello sloveno, ma cede proprio in vista del Gran Premio della Montagna, lasciando Pogacar libero di involarsi verso il traguardo.

Alle spalle dei primi due si apre un gap significativo: Pablo Castrillo chiude in terza posizione e Lorenzo Fortunato in quarta, entrambi staccati di 1’42″. Ancora più indietro il resto degli uomini di classifica, con un ritardo di 1’47″.

Per Pogacar si tratta di una vittoria “alla sua maniera”, costruita con un attacco secco e irresistibile in salita, dopo aver già mostrato la propria superiorità anche nelle volate delle tappe precedenti. Il successo nella frazione regina consolida ulteriormente il primato in classifica generale, mettendo una seria ipoteca sulla vittoria finale della corsa.

Il Giro di Romandia 2026 si chiuderà domani con l’ultima tappa, la Lucens-Leysin di 178,2 km, ma salvo sorprese sarà una passerella per lo sloveno, sempre più leader e protagonista assoluto della corsa svizzera.

Atletica, tre staffette azzurre qualificate per i mondiali

Roma, 2 mag. (askanews) – Tre su cinque è il bottino della prima giornata delle World Relays a Gaborone (Botswana), l’evento che qualifica per i Mondiali di Pechino 2027. La Nazionale italiana a trazione femminile centra i pass iridati per la 4×100 donne, la 4×400 donne e la 4×400 mista. Tutto rimandato a domani, invece, per la 4×100 maschile e per la 4×100 mista che avranno una nuova chance finendo ai primi due posti delle due serie di domani (altrimenti potranno qualificarsi il prossimo anno tramite le liste stagionali 2027). La scena è per Rebecca Borga, Virginia Troiani, Alessandra Bonora e Alice Mangione, seconde in batteria, quindi qualificate senza dover ricorrere ai ripescaggi, e capaci del terzo tempo italiano di sempre nella 4×400 femminile con 3:24.46 a 100 giorni esatti dagli Europei di Birmingham. A segno anche una 4×100 donne che guarda già al futuro: Alice Pagliarini, Gloria Hooper, Margherita Castellani (debutto a 17 anni e 173 giorni) e la capitana Zaynab Dosso festeggiano con 42.94, seconde in batteria dopo la squalifica della Gran Bretagna (ma sarebbero entrate in ogni caso). Profumo di Cina anche per la 4×400 mista con Lorenzo Benati, Anna Polinari, Vladimir Aceti e Eloisa Coiro (3:10.60 terzi in batteria). Queste tre staffette torneranno domani in pista per le finali alla ricerca di piazzamenti di prestigio e, nel caso della mista, un posto tra le prime sei varrebbe la qualificazione all’Ultimate Championship di Budapest a settembre. Missione Mondiale, invece, per la 4×100 maschile oggi fuori dalle migliori (Samuele Ceccarelli, Filippo Randazzo, Fausto Desalu, Chituru Ali 38.74) e per la 4×100 mista (Junior Tardioli, Elisa Valensin, Andrea Bernardi, Irene Siragusa 40.96) quinte nelle rispettive batterie. Domenica dalle 14 (diretta tv su RaiSport) in uno stadio nazionale del Botswana infuocato di passione (e di gradi centigradi, oltre 25) con le tribune strapiene dai sostenitori degli idoli locali. (Foto Grana/Fidal)

Eroi a 4 zampe, Premio “La Penna d’oca del Campidoglio”

Roma, 2 mag. (askanews) – Non è stata solo una premiazione, ma una vera e propria ondata di umanità quella che ha travolto la Sala della Protomoteca in Campidoglio. Tra applausi scroscianti e qualche lacrima di commozione, è calato il sipario sulla terza edizione del Premio “La Penna d’Oca del Campidoglio”, un evento che ha dimostrato come la “forza della vita” sia ancora il motore più potente per smuovere le persone. Nella platea stracolma di invitati anche tante code scodinzolanti, che hanno raccolto il pieno di coccole e reso l’atmosfera colma di energia positiva, confermando la bellezza del legame tra uomini e animali.In un’epoca in cui il digitale sembra appiattire la genuinità dei sentimenti, il premio ideato dall’associazione Pet Carpet, fondata e presieduta dalla giornalista Federica Rinaudo, ha rimesso al centro le storie del cuore: quelle autentiche, spesso drammatiche ma anche gioiose, capaci di curare l’anima. A condurre la kermesse, con un affiatamento e una complicità che nasce da una sincera amicizia e da anni di battaglie comuni in difesa degli animali, sono stati l’attore Enzo Salvi e la stessa Federica Rinaudo, che sul palco hanno invitato per il saluto istituzionale Svetlana Celli, Presidente dell’Assemblea Capitolina, pronta a sottolineare che lei stessa ha adottato una cagnolina, Sissi, che le ha cambiato la vita.

La storia del Premio.

Il premio, dedicato al mito delle oche “sentinelle” che secondo la leggenda nel 390 a.C. salvarono Roma dall’invasione dei Galli con il loro starnazzare, è stato reso possibile grazie alla collaborazione di realtà leader nel settore pet come “Giulius, l’amico degli animali”, ma anche di eccellenze come Marlen, specializzata nella produzione di penne d’autore, e Pelino, simbolo storico dei confetti. L’evento ha trasformato per un giorno il Campidoglio nel regno degli animali, pet e wild.

I vincitori 2026.

Una missione contemporanea che ha popolato il palco di eroi quotidiani, tra cui: Simona Saracini e Ludovico Tuzi, che per primi hanno salvato “Rosi”, la gatta torturata a Tor Tre Teste, appena adottata da una famiglia a Pescara dopo le cure urgenti rese possibili dal lavoro di squadra tra la Lega Nazionale Difesa del Cane e la clinica CVS di Roma; la Polizia di Stato con i “Custodi di Rex”, il cane tripode salvato da un canile e arruolato in Polizia per sensibilizzare gli studenti nelle scuole; il cane di assistenza “Ombra”, che dà luce agli occhi di Maria Paola Antro, ipovedente accompagnata dall’istruttore Piero Gatta; l’associazione Serena fondata da Roberto Zampieri, specializzata nell’addestramento di cani per l’allerta medica (diabete); l’Istituto Comprensivo “Giovanni Palombini” (IV Municipio di Roma) per il progetto “Stop al Bullismo”; l’Arma dei Carabinieri con il Comando Cites di Bari per il salvataggio di numerosi rettili. Nel parterre premiati anche personaggi dello spettacolo e della cultura, spesso volti di campagne solidali: la conduttrice Paola Barale, arrivata con la sua amata Rosita; il fisico Valerio Rossi Albertini; i cantanti e comici I Gemelli di Guidonia, protagonisti di un divertente fuori programma con una versione live di “Nella vecchia fattoria”; il duo di influencer The Coniugi; il regista Diego Ruiz con la sua Blue; l’agente di spettacolo Andrea Quattrini. Non sono mancati i riconoscimenti alle istituzioni e alle aziende: Anas S.p.A. (Gruppo FS) per la campagna contro l’abbandono illustrata dal direttore della comunicazione Marco Ludovico; l’Università di Roma Tor Vergata per il nuovo corso di laurea in Medicina Veterinaria; la Fiera di Roma con l’Amministratore Unico Fabio Casasoli; la storica realtà Vitakraft con Michela Sciurpa. Importanti anche i premi agli organi di informazione: la rubrica “Arca di Noè” (Tg5) con Maria Luisa Cocozza; la redazione web de Il Messaggero; il programma “Dalla Parte degli Animali” (Rete 4) con l’On. Michela Vittoria Brambilla; Simonetta Guidotti (Tg2) per i reportage in Ucraina; la redazione di Roma Today e il programma “Green Tour” (La7) con Sofia Bruscoli ed Edoardo Raspelli.

Ospiti e nuovo appuntamento al Pet Carpet Film Festival.

Tra i numerosi volti noti presenti: Claudio Sciara, Fatima Scialdone, Paolo Audino, Adriana Russo, Andrea Calì con il cane attore Maui, Maria Monsè con la figlia Perla, Federico Saliola, Roberta Sanzò e Francesco Leardini. A consegnare i premi, il team dell’associazione Pet Carpet: Valentino Fontana, Rosalba Matassa, Luca Roberto Sevardi, Pietro Romano, Miria Maiorani e Vittorio Rombolà. L’evento si è chiuso sulle note della violinista e ballerina Sarah Raffaella Montedoro e con il lancio della nuova edizione del Pet Carpet Film Festival, kermesse internazionale che a settembre festeggerà la sua decima edizione alla Casa del Cinema di Roma. La “Penna d’Oca” 2026 lascia un segno indelebile: non serve un algoritmo per capire la sofferenza o l’amore basta fermarsi a vivere il mondo meraviglioso che ci circonda. Info: www.petcarpetfestival.it

L’immaginario di Brian Eno a Parma con Seed e My Light Years

Roma, 2 mag. (askanews) – Fino al 2 agosto Parma ospita l’universo sonoro e visivo di Brian Eno attraverso “SEED” e “My Light Years”, realizzati dal Comune di Parma con la curatela di Alessandro Albertini. A quattro anni dalla sua ultima creazione italiana e dopo il Leone d’Oro alla carriera conferitogli da La Biennale di Venezia nel 2023, l’artista torna in Italia per abitare e reinventare gli spazi di due dei complessi culturali più rappresentativi della città, chiusi al pubblico da anni e restituiti alla fruizione pubblica: il Complesso Monumentale di San Paolo e l’Ospedale Vecchio. Nel primo sboccia “SEED”, progetto artistico che si articola e sviluppa in due fasi: la prima prevede la presentazione al pubblico dell’installazione audio site-specific “Installation for Giardini di San Paolo”, creata da Brian Eno e dalla giornalista e scrittrice turca Ece Temelkuran. Al termine – nella seconda fase – l’opera trova nuova vita e definitiva collocazione presso la Casa del Suono. L’esperienza d’ascolto vissuta dal pubblico nei Giardini di San Paolo sarà infatti oggetto di field recording e impressa su vinile – stampato in un’unica copia e a cura dello stesso Eno – poi integrato nella collezione permanente della Casa del Suono, a testimonianza della collaborazione tra l’artista britannico e la Città di Parma.

Realizzato dal Comune di Parma, curato e prodotto da Alessandro Albertini (Influxus) in collaborazione con Dominic Norman-Taylor, Juliana Consigli e Martin Harrison (Lumen London), “SEED” è sostenuto dal PAC2025 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Gli imponenti spazi della Crociera dell’Ospedale Vecchio diventano sede di “My Light Years”, la prima grande mostra europea di Brian Eno, dedicata alla sua duratura esplorazione della luce come mezzo artistico. Per la prima volta, esposta in un unico luogo, la collezione più completa mai realizzata delle sue installazioni e opere audiovisive, con lavori mai esposti prima in Italia e creazioni realizzate appositamente per l’occasione, all’interno di un vasto e monumentale complesso architettonico finalmente tornato a rispondere alla sua vocazione pubblica e collettiva. Promosso dal Comune di Parma, curato e prodotto da Alessandro Albertini (Influxus) in collaborazione con Dominic Norman-Taylor, Juliana Consigli e Martin Harrison (Lumen London), “My Light Years” è sostenuta da Fondazione Cariparma e Gruppo Davines.

Quando mi è stato chiesto di contribuire al restauro dei bellissimi Giardini di San Paolo insieme a Ece Temelkuran, ne sono stato felicissimo: racconta Brian Eno. Credo che i parchi, i caffè, le gallerie e tutti gli spazi pubblici siano veri e propri centri di civiltà, dove le persone si incontrano alla pari e dove la società stessa viene nutrita. Il progetto realizzato qui si chiama “SEED”, che vuol dire “SEME” e ciò che realizziamo a Parma è solo l’inizio del vero lavoro che verrà: il germoglio per le conversazioni che le persone avranno qui, le confidenze che verranno scambiate, il corteggiamento e le amicizie che prenderanno vita. Mi rende felice l’idea che il nostro contributo possa aiutare a creare una sorta di “giardino segreto” mentale, uno spazio di feconda quiete contro il rumore crudele dei nostri tempi. Sulla mostra “My Light Years”, esposta all’Ospedale Vecchio, l’artista aggiunge: Mi ha davvero entusiasmato. È un edificio immenso ed è stata una vera e propria sfida capire come distribuire le opere in uno spazio così grande. Alcune sono contemporanee, ma la maggior parte sono più datate e includono alcune delle primissime installazioni luminose che ho realizzato negli anni ’80. Sarà uno spettacolo piuttosto vario e richiederà al pubblico lunghe camminate.

“My Light Years” e “SEED” ci guidano alla (ri)scoperta di due luoghi magici di una splendida città: commenta il curatore Alessandro Albertini. In esse vive e rivive l’opera di uno straordinario artista e pulsa la passione di una vivace comunità. Un grazie a tutti coloro che vi hanno creduto e si sono lasciati entusiasmare, rendendole possibili. (Segue)

Spiagge bianche dell’Alabama frontiera anti-overtourism per europei

Mobile, 2 mag. (askanews) – L’Alabama emerge come possibile nuova frontiera per i turisti europei in fuga dall’overtourism che affligge le classiche mete mediterranee, mentre le spiagge mediorientali restano inaccessibili per via del protrarsi dei conflitti. Le località sul Golfo del Messico – ribattezzato da Donald Trump “Golfo d’America” – ancora poco battute dai viaggiatori dal Vecchio Continente, offrono un’alternativa concreta con voli diretti da alcune città statunitensi principali.

In particolare Gulf Shores e Orange Beach presentano chilometri di sabbia bianca, bagnata dalle acque turchesi del Golfo. Il quarzo rende la sabbia eccezionalmente fine, creando un aspetto “bianco zucchero”. Ciò è dovuto alla presenza di cristalli di quarzo bianco purissimo, trasportati a valle dai monti Appalachi e depositatisi nel Golfo. In particolare Gulf Shores vanta il più grande programma di barriere coralline artificiali, scenografico per immersioni e snorkeling. Non a caso i pirati un tempo erano di casa da queste parti alla ricerca di luoghi più tranquilli e posti giusti dove – leggenda vuole – seppellire i propri tesori.

La meta è raccomandata da Sweet Home Alabama e Alabama Beaches, che promuovono 32 miglia (circa 51 km) di costa tra Gulf Shores, Orange Beach e Fort Morgan come destinazione per famiglie e outdoor. E con l’overtourism che porta a chiusure come quella di Maya Bay in Thailandia e limiti altrove, queste spiagge americane si posizionano per europei in cerca di tranquillità. I dati indicano una crescita stabile anche fuori stagione estiva.

Nel 2025, il turismo sulle spiagge dell’Alabama ha registrato un record con 923 milioni di dollari spesi in alloggi, in crescita rispetto agli 871 milioni del 2024 e più che doppio rispetto a dieci anni fa. La contea di Baldwin ha accolto 8,3 milioni di visitatori nel 2022, con Gulf Shores e Orange Beach tra le ricerche top per getaway estivi negli USA. Le vendite al dettaglio hanno toccato 1,42 miliardi di dollari, confermando un appeal in espansione come meta stagionale ma con potenziale tutto l’anno.

Servizio di Cristina Giuliano

Montaggio di Carla Brandolini

Immagini askanews

"Contro David": la protesta lavoratori cinema a premiazione Cinecittà

Roma, 2 mag. (askanews) – È stata lanciata per mercoledì 6 maggio a partire dalle 18, quando i grandi ospiti inizieranno ad affluire per la serata di premiazione della 71esima edizione dei premi David di Donatello, la mobilitazione di protesta “Contro David”, o “Festa degli Invisibili”, in programma davanti agli Studios di Cinecittà, in via Tuscolana a Roma. A promuoverla è USB Cinema, che invita alla massima partecipazione “per difendere” il settore e “chi lo rende possibile ogni giorno”, chiamando a raccolta tutti i lavoratori e le lavoratrici del cinema italiano, tutte le maestranze e le professionalità del comparto – chi, specialmente in queste grandi occasioni, è “invisibile” – oltre ad attori e attrici a cui viene chiesto “da che parte stare”.

I “Contro David” – si legge in un nota – intendono “spezzare la falsa narrazione di festa e successo che verrà celebrata durante la blasonata cerimonia”, e “per dare voce a chi da 27 anni aspetta il rinnovo del contratto”. 27 è infatti anche il numero appeso al collo del David, con maschera bianca e pugno alzato in segno di lotta, immagine simbolo della manifestazione.

Durante la protesta saranno distribuite maschere bianche, per esprimere solidarietà ai lavoratori e alle lavoratrici fragili e “invisibili”.

“Basta ipocrisie, basta far west sui set, basta violazioni dei limiti di orario – denuncia USB Cinema, chiedendo – politiche certe, un contratto migliorativo, regole, salari dignitosi e tutele reali contro la discontinuità cronica”.

USB Cinema rilancia infine la petizione “Luci spente ai David per non spegnere il cinema italiano”, creata a metà aprile da #siamoaititolidicoda, movimento indipendente dei lavoratori e delle lavoratrici del settore cine-audiovisivo.

Flotilla, Bonelli: 24 italiani rapiti e picchiati, denunciamo Netanyahu alla Cpi

Roma, 2 mag. (askanews) – “Gli attivisti della Global Sumud Flotilla sono stati rapiti e picchiati in acque internazionali, a pochi passi dall’Europa. Tra loro 24 cittadini italiani. Il governo di Netanyahu va denunciato alla Procura di Roma e alla Corte Penale Internazionale. Propongo una denuncia collettiva di tutti i parlamentari italiani contro un governo che si comporta come il peggiore dei banditi internazionali”. Lo dichiara in una nota Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde, che prosegue: “Quanto accaduto configura reati gravissimi perseguibili in Italia: pirateria marittima ai sensi dell’art. 1135 del Codice della Navigazione, punita con la reclusione da 10 a 20 anni; sequestro di persona ai sensi dell’art. 605 del Codice Penale; tortura ai sensi dell’art. 613 bis c.p”.

“La giurisdizione italiana – sottolinea l’esponente di AVS – si applica perché il fatto ha coinvolto cittadini italiani e imbarcazioni sotto bandiera italiana, come previsto dagli articoli 4 e 7 del Codice Penale”.

A giudizio di Bonelli “la tardiva condanna del Governo italiano era doverosa, ma non basta. Meloni non può continuare a usare le parole e bloccare i fatti: l’Italia si è opposta alla sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele, ha coperto ogni iniziativa concreta in sede europea. Chi tace e non agisce diventa complice”.

“Se Meloni vuole davvero segnare una discontinuità rispetto alla sua lunga stagione di copertura verso Netanyahu, lo dimostri nei fatti: si unisca alla nostra richiesta di denuncia, sostenga le sanzioni in sede europea, riconosca lo Stato di Palestina e smetta di bloccare ogni iniziativa concreta. Le parole le abbiamo sentite. Ora vogliamo i fatti”, conclude.

Zanardi, il cordoglio dello sport italiano: "Esempio per tutti"

Roma, 2 mag. (askanews) – L’Italia e il mondo dello sport si stringono nel dolore per la scomparsa di Alex Zanardi, morto a 59 anni. Dopo l’annuncio della famiglia, è un susseguirsi di messaggi di cordoglio che raccontano la statura umana e sportiva di un campione capace di segnare un’epoca.

Dal mondo olimpico, il presidente del Coni Luciano Buonfiglio ricorda “un grande campione e un grande uomo, capace più volte di rialzarsi”. Profondamente commosso il ct del ciclismo paralimpico Pierpaolo Addesi: “È una notizia tristissima. Abbiamo molto sperato. Alex era un amico sincero, una persona vera, di cuore, umile e sempre disponibile. Mancherà enormemente al mondo dello sport”. Parole di grande affetto anche dal presidente della Federciclismo Cordiano Dagnoni: “Ha trasformato la cultura del nostro Paese, regalando gioia e speranza”.

Il ricordo delle istituzioni sportive è unanime. La Figc, guidata da Gabriele Gravina, definisce Zanardi “inimitabile campione”, disponendo un minuto di silenzio su tutti i campi. La Federazione internazionale dell’automobile (FIA) lo celebra come “simbolo intramontabile di coraggio e determinazione”. Anche Sport e Salute, con il presidente Marco Mezzaroma e l’ad Diego Nepi Molineris, parla di “un campione senza tempo, capace di incarnare i valori più alti dello sport”.

Dal mondo dei motori, il presidente e ceo della Formula 1 Stefano Domenicali lo ricorda come “caro amico e fonte di ispirazione, capace di affrontare sfide che avrebbero fermato chiunque”. Tra gli atleti, commoventi le parole di Federica Pellegrini: “Se ne va un uomo incredibile”, e di Bebe Vio, che sottolinea: “Mi hai dato la forza per ripartire”.

Numerosi i messaggi dal calcio italiano: dal Bologna, città natale di Zanardi, che ricorda “il coraggio e la passione capaci di superare ogni ostacolo”, a Roma, Milan, Inter, Juventus, Lazio, Napoli, Fiorentina, Atalanta, Torino, Cagliari e Udinese, che ne esaltano unanimemente resilienza, dedizione e umanità. Anche dal basket, l’Olimpia Milano lo definisce “un esempio che resterà per sempre”.

Il sindaco di Bologna Matteo Lepore parla di “uno dei più grandi campioni di sport e di vita”, mentre dal mondo paralimpico Marco Giunio De Sanctis lo definisce “emblema mondiale del movimento”. Il ricordo dell’ex presidente Cip Luca Pancalli è carico di emozione: “Un esempio per tutti, motore della famiglia paralimpica”.

Cordoglio anche dall’Azienda ospedaliero-universitaria Senese, che lo ebbe in cura dopo il grave incidente del 2020, ricordandone “il coraggio e la straordinaria forza interiore”. Messaggi arrivano anche dal mondo imprenditoriale, come quello di Alessandro Benetton, e da tutte le federazioni sportive, dalla Federtennis al ciclismo.

In tutta Italia verrà osservato un minuto di silenzio nelle manifestazioni sportive del fine settimana. Un omaggio collettivo a un uomo che, ben oltre le vittorie, ha insegnato il valore di non arrendersi mai.

Roma: Mostra a Palazzo Brancaccio, "L’Estremo Oriente e l’Italia"

Roma, 2 mag. (askanews) – Prosegue il progetto internazionale ‘L’Estremo Oriente e l’Italia. Visioni d’arte confronto, inaugurato a Padova presso la Galleria Civica Cavour nel 2024 e curato dalla professoressa e critica d’arte Serenella Baccaglini: un itinerario espositivo, che si configura come uno spazio permanente e diffuso, articolato in luoghi diversi, di intersezione e incontro tra visioni, sensibilità e linguaggi provenienti da mondi apparentemente lontani, ma intimamente in relazione.

In questo solco si inserisce la mostra-evento, che inaugura lunedì 4 maggio presso Spazio Field di Palazzo Brancaccio, dalle ore 19 alle 23. In esposizione, 51 opere tra collezioni private e lavori inediti, firmate da artisti tra i più promettenti del panorama contemporaneo: Alina Ditot, Daniela L. Dumbrava, Taya Vysochanska, Paolo De Cuarto, Mario Stefano, Simona Amato (Simonè). Le loro opere articolano un racconto corale, nel quale memoria, tempo, identità e metamorfosi si traducono in un linguaggio visivo intenso, spesso simbolico, sempre evocativo.

La serata sarà accompagnata da un DJ set a partire dalle ore 20, in un’atmosfera pensata per favorire contatto, ascolto ed esperienza estetica. Elemento distintivo è il contributo significativo di IBA Investment Art & Finance che, attraverso il consulente unico Danilo Gigante, ha reso disponibili 37 opere provenienti da collezioni private. Inserite in una mostra collettiva, queste opere superano la dimensione privata della raccolta e assumono una funzione pubblica, entrando in relazione con lo spazio e con chi le osserva, e componendo una narrazione plurale che intreccia esperienze individuali e comunità culturale. Ed è proprio in questo incrocio che il significato si costruisce e si rinnova.

La tappa romana si colloca in evidente continuità con il progetto già avviato, mantenendone l’impianto e sviluppandone le premesse. E in questo passaggio, IBA Investment Art & Finance prosegue il proprio lavoro di mediazione tra produzione artistica e collezionismo, delineando un ambito in cui l’opera si muove tra valore estetico e dialogo culturale. Il Programma si svilupperà ancora attraverso tre tappe ospitate in contesti museali e istituzionali, con l’obiettivo di rendere accessibili patrimoni solitamente non visibili al pubblico. Il nuovo ciclo – che si apre a Roma – continuerà con appuntamenti già previsti per settembre e dicembre 2026, articolando una proposta coerente e destinata a svilupparsi nel tempo.(Segue)

La curatrice, Serena Baccaglini, ha ideato, curato e coordinato molte importanti mostre d’arte nel mondo (Repubblica Ceca, Polonia, Brasile, Italia, Francia, Germania, Qatar) su Picasso, i grandi maestri spagnoli Goya, Picasso, Dalì, con lo studio e la presentazione del Cartone di Guernica e delle Demoiselles d’Avignon per la prima volta, collaborando con istituzioni culturali internazionali come la Fondazione Picasso (partner nel 2011-12) Dalì, Modigliani e i principali Musei internazionali. Nel 2016 ha organizzato due esposizioni importanti con comitati scientifici internazionali: la prima Tiziano Vecellio, Vanitas al Castello di Praga e El Greco, la Metamorfosi di un genio alla Casa dei Carraresi, Treviso.

Responsabile eventi per ASAM, sezione operativa per sudi di Business e Management all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha collaborato con l’Alta Scuola di Formazione nella stessa Università ed è parte del Comitato Scientifico del primo Master in Negoziazione in Europa con il Professore Michael Tsur, un’eccellenza in questo campo.

Baccaglini è responsabile delle relazioni internazionali di TINA B: Il Festival Internazionale d’Arte Contemporanea europeo di cui ha curato la prima edizione alla Biennale di Venezia. Collabora come giornalista con molti giornali d’arte: OK Arte, Milano, Area Arte Veneto, Messaggero Group, e la rivista austriaca Milionart. Per gli 80 anni di Guernica e i 70 anni della Costituzione Italiana ha ideato ed organizzato la prima esposizione del Cartone di Guernica ‘Guernica, Icona di Pace’ al Senato della Repubblica (dicembre 2017 – febbraio 2018) con la presenza del Presidente del Senato Pietro Grasso e del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

GLI ARTISTI IN MOSTRA

Daniela Dumbrava è una pittrice contemporanea attiva in Italia, nota per una pittura materica e astratta, caratterizzata da colori intensi e grande espressività cromatica. È cittadina italiana di origini croate e ha sviluppato il proprio linguaggio artistico attraverso studi specifici sul colore e sulla materia pittorica. Nel corso della sua carriera ha partecipato a numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero, ottenendo riconoscimenti e apprezzamenti da parte della critica. Dal punto di vista stilistico, la sua pittura si muove tra astrattismo materico, suggestioni surrealiste, sperimentazione con smalti, resine e acrilici e una costante ricerca emotiva e simbolica legata al colore. Le sue opere sono spesso interpretate come un’espressione diretta delle emozioni e dell’interiorità, con una forte attenzione alla dimensione sensoriale e spirituale dell’arte.

Taya Vysochanska (Taya), pittrice ucraina, porta la sua esperienza di vita e il turbolento contesto legato alle sue origini in una straordinaria espressione artistica. Con la sua pittura, ci offre un viaggio emozionante attraverso il suo mondo interiore, riflettendo sulle complesse sfumature dei rapporti umani e sulla realtà in cui è immersa. Le opere di Taya sono un racconto intimo e profondo. La sua tecnica pittorica è un incantesimo di pennellate dinamiche che trasformano la tela in uno specchio delle sue emozioni. Ogni quadro è un’opera carica di pathos, esplora la tristezza, la rabbia, la speranza e la resilienza. Il pubblico non può fare a meno di sentirsi coinvolto in un dialogo silenzioso con ciascuna opera. Il tema della guerra in Ucraina è una fonte di ispirazione centrale per l’artista: le sue opere sono testimonianza diretta, manifestando un profondo legame con la sua terra di appartenenza. Tuttavia, Taya riesce a trasformare questa oscurità in luce attraverso la sua pittura, trasmettendo un messaggio di speranza e solidarietà.

Alina Ditot è tra quelle artiste che fin dall’inizio del secolo scorso hanno concepito l’arte come opposizione all’ingiustizia dell’uomo. Ditot, nota per aver creato gli strappi e le legature su tela, forma la sua mente in Romania, a Iai, città nella quale è nata. Dopo i primi studi, si iscrive alla facoltà di Filosofia dell’Università di Ia?i, dove si laurea. In quello che i critici hanno definito linguaggio ditottiano, l’artista strappa, brucia e lega la tela. L’arte di Ditot ha precise scelte tecniche. Molti potrebbero vedere dei richiami a Pollock, a Burri, a Fontana o al dinamismo di Mathieu. In poco più di un decennio di vita artistica Alina dipinge opere che sono ormai conosciute in tutto il mondo. Il suo linguaggio artistico è una combinazione di studi filosofici, indagine sociale e potenza espressiva. Tra le opere più significative: Il cimitero dei migranti (2016). Un’installazione formata da sei croci in metallo, arricchite da vernici, colle e fili metallici. L’installazione è in realtà un ‘ricordo-denuncia’ delle morti dei migranti nei mari italiani. Cielo sopra la tempesta (2015). Un’opera su tela che indaga la mente umana, fatta di serenità e di inquietudine. Un’opera che parte dall’analisi del sogno di Freud per arrivare a rielaborare i dettami di Goffman. The Queen (2016). Un’opera che si basa sull’analisi critica delle monarchie. Una monarchia che viene rappresentata attraverso un grande squarcio centrale che identifica l’abisso. La Fondazione Roma Museo ospita nella sua collezione permanente una delle sue opere più importanti, ‘Lo stagno di Narciso’.

Paolo De Cuarto nasce a Catanzaro nel 1972, è il quarto di cinque figli maschi (da qui lo pseudonimo De Cuarto). La prima tappa della sua formazione ha luogo in Calabria, dove inizia la sua ricerca sull’utilizzo della materia e della plasticità dell’immagine. Nel 1994 De Cuarto si trasferisce a Milano, dove frequenta gli ambienti artistici dell’Accademia di Brera e dello storico Bar Jamaica, dove inizia ad affinare la sua passione per tutte le forme artistiche espressive che lo portano a trasferirsi, per motivi di ricerca e studio, per tre anni in Spagna. Ritornando, più maturo e consapevole, a Milano, inizia a collaborare come assistente artistico nello studio del Maestro Mimmo Rotella. Da questa esperienza nasce un grande sodalizio intellettuale con il Maestro e la ‘sua vera formazione artistica’, come ama ricordare. La collaborazione tra i due finisce alla fine del 2002 quando Paolo inizia a percorrere autonomamente la sua strada nel mondo dell’arte. Le sue opere sono conservate all’interno di importanti collezioni private e pubbliche in Italia e all’estero. Paolo De Cuarto è un artista che agisce attraverso tutte le complesse modalità della pittura. Estrapola un oggetto dal panorama del vissuto adottando una sorta di neutralità che impedisce scelte affettive e lo pone nella condizione di assumere nella propria attenzione oggetti d’uso isolati dal proprio contesto. Applica dunque inizialmente il procedimento del ready-made che lavora sullo spezzamento e l’assolutizzazione metafisica del dettaglio.

Mario Stefano nasce a Napoli nel 1983. La serie di opere ‘Sacro e Profano’ di Mario Stefano rappresenta un’interessante combinazione di elementi classici e contemporanei. La scelta di raffigurare icone classiche come una Venere o una Madonna con Bambino in primo piano richiama l’arte tradizionale e l’estetica rinascimentale. L’uso dell’olio e la tecnica degli antichi maestri conferiscono ai dipinti una qualità autentica e una ricchezza di dettagli. L’icona della pittura classica, con le sue linee eleganti e i toni sfumati, sembra emergere dallo sfondo caotico dei graffiti. Questa rappresentazione simbolica può essere interpretata come un richiamo all’importanza e alla durata della tradizione artistica classica nel contesto moderno. L’artista sembra voler sottolineare che, nonostante l’avvento di nuove forme di espressione artistica, la pittura classica conserva ancora la sua rilevanza e la sua bellezza intramontabile. Questa combinazione insolita di temi può suscitare diverse interpretazioni. Potrebbe essere vista come una riflessione sull’evoluzione dell’arte e della società, sul rapporto tra tradizione e modernità. Potrebbe anche essere interpretata come un modo per mettere in discussione i confini tra l’alto e il basso, tra l’arte ‘alta’ e quella ‘popolare’. Nel complesso, la collezione ‘Sacro e Profano’ di Mario Stefano offre una prospettiva unica sull’arte e la sua relazione con la società contemporanea. La combinazione di stili e temi diversi crea un’esperienza visiva stimolante e invita lo spettatore a riflettere sulla continuità e la trasformazione dell’arte nel corso del tempo.

Simona Amato, in arte ‘Simonè’, pittrice messinese classe 1972, inizia il suo percorso di studi frequentando il Liceo Artistico ‘Ernesto Basile’ e, dopo il diploma, consegue la laurea presso l’Accademia delle Belle Arti di Firenze. Personalità poliedrica, ispira il proprio gesto creativo alla pittura figurativa che si spinge verso l’astratto, il Pop e i fumetti. Dopo un significativo numero di esposizioni dei suoi lavori, arriva alla Biennale di Venezia e ottiene recensioni e attenzioni di importanti critici d’arte come Vittorio Sgarbi. Si distingue inoltre per essere l’unica artista Pop in mostra presso l’ambasciata arabo-egiziana di Roma. L’elemento caratterizzante della pittura di Simonè è indiscutibilmente l’uso incisivo, fino alla spudoratezza, del colore che, nel suo moto indotto dal gesto, attraversa il pennello e diventa energia pura sulla tela. Altro elemento caratterizzante è un’approfondita analisi della contemporaneità e del ruolo dominante che in essa assumono i vari mezzi di comunicazione. Dallo studio emerge un’interessante reinterpretazione di suggestioni e immagini provenienti dal cinema, dalla televisione, dalla pubblicità, dalla fotografia e dal fumetto, per cui idoli mediatici si trasformano in protagonisti Pop sulle tele. Il forte interesse per gli stimoli provenienti dalle manifestazioni sociali e per le atmosfere che rievocano l’arte americana degli anni Sessanta non è però mai causa di trascuratezza per l’aspetto introspettivo della raffigurazione, che mostra un chiaro ancoraggio alla profondità del mondo interiore dell’individuo.

Dazi, Schlein: Governo reintegri immediatamente fondo per l’automotive

Roma, 2 mag. (askanews) – “Trump ha annunciato di aumentare i dazzi sulle auto europee al 25 per cento”. Lo ha sottolineato Elly Schlein, leader del Pd, in una dichiarazione a margine di una iniziativa per la campagna di Giovanni Legnini, candidato sindaco a Chieti per il centrosinistra.

“Per l’Italia – ha spiegato – sarebbe un colpo durissimo. Abbiamo 5 miliardi di esportazioni di auto verso gli Stati Uniti. Il Governo reintegri immediatamente quel fondo per l’automotive di cui ha tagliato l’80 per cento. Chieda in Europa una risposta forte, unitaria a questi dazi”.

“Bisogna convincere Trump a fermarsi – ha concluso Schlein – perché sta danneggiando enormemente tutte le economie, anche quella americana”.

Fotografia Europea 2026: a Palazzo Scaruffi 200 anni di fotografia

Reggio Emilia, 2 mag. (askanews) – All’interno della ventunesima edizione di Fotografia Europea Fantasmi del Quotidiano per la prima volta negli spazi di Palazzo Scaruffi, la mostra 200×200 Due secoli di fotografia e società, a cura di Walter Guadagnini è un omaggio alla storia della fotografia e un’occasione di riflessione sulla presenza di questo linguaggio nella società dalla metà dell’Ottocento a oggi. Ne ha parlato ad askanews il curatore: “La mostra racconta non tanto la storia della fotografia, ma tante storie intorno alle fotografie, cioè che storie sono nate da due secoli a questa parte, da quel fatidico 1826 nel quale un signore Joseph Nicéphore Niépce ha scattato quella che consideriamo oggi la prima immagine fotografica e da lì comincia un viaggio. Ci sono i viaggi fotografici, le avanguardie, le grandi città come Parigi, inventate quasi dalla fotografia, le riviste che per anni hanno portato le fotografie nelle case di chiunque fino ad arrivare ad oggi, alle fotografie fatte col cellulare, alle fotografie fatte con tecniche antiche, però con argomenti e temi contemporanei. Insomma, una storia che dimostra che la fotografia continua a non volersi a restare dentro la Storia, ma continua a essere parte della nostra vita”.

La ventunesima edizione di Fotografia Europea è promossa e organizzata dalla Fondazione Palazzo Magnani e dal Comune di Reggio Emilia con il contributo della Regione Emilia-Romagna.

Pirelli confermata a primo posto in indici Dow Jones Best-in-Class

Milano, 2 mag. (askanews) – Pirelli si riconferma al primo posto a livello globale nei settori Auto Components e Automobiles all’interno degli indici Dow Jones Best-in-Class World e Europe, la denominazione assunta da quest’anno dai Dow Jones Sustainability Indices. Pirelli, unica tyre company presente in entrambi gli indici “World’ e “Europe”, ha infatti ottenuto, nell’ambito del Corporate Sustainability Assessment 2025 di S&P Global, un punteggio pari a 86 punti, il più alto sia del settore Auto Components e di quello Automobiles e significativamente superiore alle medie di settore pari a 34 punti nel caso delle componenti auto e 37 punti nel settore auto.

Pirelli ha ottenuto il massimo punteggio in diverse aree, tra cui Etica di Business, attenzione ai Diritti Umani, Politiche e Programmi per la Salute e Sicurezza sul Lavoro, Tassonomia e gestione ESG della catena di fornitura. Top score anche nella gestione ambientale – con particolare riferimento ad acqua, rifiuti ed energia -, nella protezione della biodiversità, e nel percorso della società verso il suo ambizioso obiettivo di Net Zero al 2040 (validato da Science Based Targets initiative).

Giovanni Tronchetti Provera, Executive Vice President Sustainability, New Mobility e Motorsport di Pirelli, ha affermato: “La conferma di Pirelli ai vertici degli indici Dow Jones Best-in-Class testimonia la solidità di un percorso costruito su innovazione industriale e responsabilità lungo tutta la catena del valore. Un approccio che è integrato nelle nostre decisioni strategiche e operative, dalla tecnologia ai processi, dalla gestione dei fornitori alla tutela delle persone, e contribuisce a consolidare la competitività del Gruppo, sostenendone la crescita nel lungo periodo”.

Questo riconoscimento si aggiunge a quello ottenuto nel febbraio 2026, quando Pirelli è stata confermata nel “Top 1%” del Sustainability Yearbook 2026 di S&P Global, risultando l’unico produttore di pneumatici a livello globale a conseguire questo risultato.

Gli indici S&P Dow Jones sono stati lanciati originariamente nel 1999 come prime serie di benchmark globali “best-in-class” in ambito sostenibilità disponibili sul mercato e comprendono indici a livello globale, regionale e nazionale. L’analisi annuale copre 62 settori di attività ed è estesa a più di 12.000 aziende.

Iran, le notizie più importanti del 2 maggio sulla guerra

Roma, 2 mag. (askanews) – Di seguito una selezione delle notizie più importanti di sabato 2 maggio 2026 sulla guerra di Usa e Israele contro l’Iran, un conflitto che coinvolge i Paesi del Golfo e il Libano, con serie ripercussioni sull’economia globale. (A cura di Fabio Santolini).

-12:15 In Iran la premio Nobel Narges Mohammadi è stata trasferita dal carcere in ospedale. Soffre di problemi cardiaci.

-11:00 Il generale Mohammed Jafar Asadi, un alto ufficiale delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, citato dall’agenzia di stampa Fars, ha dichiarato oggi che “una ripresa degli scontri tra Iran e Stati Uniti è probabile”.

-10:00 Libano, 5 morti in nuovi raid israeliani nel Sud. Tre nel villaggio di Louaize, distretto di Nabatyie.

-07:00 Trump: è “tradimento” dire che gli Usa non stanno vincendo la guerra. Il presidente si è espresso così la notte scorsa in Florida.

Hegseth ha annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania

Roma, 2 mag. (askanews) – Il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha ordinato il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania entro un anno, pari a circa il 15% delle forze armate tedesche di stanza nel Paese, ha annunciato ieri il Pentagono. Questo annuncio giunge dopo le dichiarazioni del cancelliere tedesco che hanno fatto infuriare il presidente degli Stati Uniti. Friedrich Merz ha affermato lunedì che gli americani non hanno “nessuna strategia” in Iran e che Teheran sta “umiliando” la principale potenza mondiale. “Non sa di cosa sta parlando!”, ha replicato Donald Trump.

Trump è tornato a parlare di Cuba, "faremo arrivare la Lincoln a 100 metri dalla costa"

Roma, 2 mag. (askanews) – Il presidente americano Donald Trump ha parlato la notte scorsa dalla Florida sulla prospettiva che gli Stati Uniti “prendessero immediatamente il controllo” di Cuba, suggerendo che le forze militari potrebbero intervenire sul Paese al ritorno dalla guerra in Iran.

“Al ritorno dall’Iran, faremo arrivare una delle nostre grandi navi, forse la portaerei USS Abraham Lincoln, la più grande del mondo. La faremo arrivare, fermarsi a circa 100 metri dalla costa e loro diranno: ‘Grazie mille, ci arrendiamo’”, ha detto Trump riferendosi ai leader cubani.

Meloni: Zanardi ha saputo rimettersi in gioco ogni volta



Roma, 2 mag. (askanews) – “L’Italia perde un grande campione e un uomo straordinario, capace di trasformare ogni prova della vita in una lezione di coraggio, forza e dignità. Alex Zanardi ha saputo rimettersi in gioco ogni volta, affrontando anche le sfide più dure con determinazione, lucidità e una forza d’animo fuori dal comune”. E’ quanto scrive sui social la presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla notizia della morte di Alex Zanardi.

“Con i suoi risultati sportivi, con il suo esempio e con la sua umanità, ha dato a tutti noi molto più di una vittoria: ha dato speranza, orgoglio e la forza di non arrendersi mai”, prosegue Meloni. “A nome mio e del governo rivolgo un pensiero commosso e la più sincera vicinanza alla sua famiglia e a tutti coloro che gli hanno voluto bene. Grazie di tutto, Alex” conclude Meloni.

Zanardi, Mattarella: punto di riferimento anche oltre il mondo dello sport

Roma, 2 mag. (askanews) – “Come l’intera Italia avverto profondo dolore per la morte di Alex Zanardi. Sportivo di eccelse qualità, ha dimostrato straordinaria personalità anche dopo il gravissimo incidente che ha subito”. E’ quanto afferma il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

“Divenuto campione paralimpico, è stato per tutti questi anni punto di riferimento di tutto lo sport, amato e ammirato anche per il coraggio, la resilienza e la capacità di trasmettere entusiasmo. La sua figura ha rappresentato punto di riferimento anche oltre il mondo dello sport e lo rimarrà nel ricordo degli italiani. Esprimo alla famiglia la vicinanza della Repubblica”, conclude il presidente.

Fotografia Europea 2026 presenta i fantasmi del quotidiano

Reggio Emilia, 2 mag. (askanews) – Dal 30 aprile al 14 giugno 2026, Reggio Emilia torna a esplorare le trasformazioni del nostro tempo, raccontate dagli sguardi di grandi fotografi e giovani talenti emergenti, con la ventunesima edizione di Fotografia Europea, il festival promosso e organizzato dalla Fondazione Palazzo Magnani e dal Comune di Reggio Emilia, con il contributo della Regione Emilia-Romagna. Filo conduttore delle mostre curate da Arianna Catania, Tim Clark, Luce Lebart e Walter Guadagnini è Fantasmi del Quotidiano. Questa edizione di Fotografia Europea invita a cercare le cose non viste e quelle invisibili, prestando attenzione ai sussurri di ciò che è stato e di ciò che potrebbe essere. Attraverso l’obiettivo, si rivelano le storie silenziose che danno forma al nostro presente, aprendo nuovi percorsi per l’immaginazione.

Maurizio Corradini, Presidente della Fondazione Palazzo Magnani, in occasione delle giornate inaugurali, ha introdotto l’evento ad askanews: “Siamo alla ventunesima edizione di Fotografia Europea, Fantasmi del Quotidiano, siamo davvero felici di dare inizio a questa edizione, ricca nel numero delle mostre, oltre venti, artisti provenienti da ogni parte del mondo e tanti spazi. Quest’anno davvero abbiamo avuto la fortuna e il piacere nelle collaborazioni che abbiamo instaurato di poter usufruire di spazi nuovi come Palazzo Scaruffi, dove per esempio si terrà una mostra che celebra i duecento anni della storia della fotografia”. E ha commentato poi entrando in specifico nel tema dell’edizione 2026: “Nella società in cui stiamo vivendo e i tempi che stiamo vivendo ovviamente così complessi, violenti, verbalmente e non solo verbalmente, avere l’opportunità di ricentrarsi su noi stessi, riconnetterci con noi stessi, ripensando appunto a ciò che sono i fantasmi: le nostre paure, ma anche i nostri ricordi e le nostre aspettative. È un tema molto contemporaneo, molto attuale, io credo, davvero importante. Andiamo un po’ a scandagliare, attraverso la lente di ingrandimento di questi artisti, quelli che sono gli interstizi spaziali, ma soprattutto temporali, delle nostre anime”.

Al pian terreno dei Chiostri di San Pietro tre progetti specifici: “Come sempre, l’attenzione nostra, come Fondazione e come Fotografia Europea, è rivolta anche ai più giovani, anche alla formazione e all’inclusività: come per esempio Speciale Diciottoventicinque, progetto a cui teniamo molto. Quest’anno il tutoraggio è stato effettuato da Sugar Paper di Modena. Marcello Coslovi e Alex Tabellini hanno seguito un gruppo di ragazzi che hanno avuto la possibilità di creare un proprio progetto fotografico espositivo in specifico sul libro fotografico e lo troverete ai Chiostri di San Pietro nella parte bassa dove c’è anche una commissione di Fotografia Europea a Simona Ghizzoni, artista tra l’altro con i natali reggiani per la prima volta”. Milk Wood di Ghizzoni pone al centro la figura femminile come depositaria di memoria ma anche di immaginazione e progettualità, in un percorso laboratoriale partecipato sul territorio, tra parole e immagini. Il terzo progetto è Keep the Fire Burning, a cura di Francesco Colombelli in collaborazione con il Centro diurno per l’adolescenza A DA. Attraverso una selezione di libri fotografici, la mostra indaga come miti, fiabe, credenze popolari e tradizioni continuano ad abitare il nostro presente, costruendo una geografia emotiva e culturale che attraversa confini e generazioni.

I Chiostri di San Pietro, sede della biglietteria e cuore pulsante del festival, ospitano al piano superiore il nucleo di mostre curate da Tim Clark e Luce Lebart: Felipe Romero Beltràn con Bravo, Mohamed Hassan con Our Hidden Room, Salvatore Vitale con Automated Refusal, Marine Lanier con Le Jardin d’Hannibal, Ola Rindal con Stains and Ashes, Tania Franco Klein con Subject Studies: CHAPTER I, Giulia Vanelli con The Season e Frédéric D. Oberland con Vestiges du futur.

A Palazzo da Mosto è presente al primo piano la mostra collettiva Ghostland a cura di Arianna Catania: un’esplorazione sull’epoca ipermediata in cui viviamo. Al piano terra sono allestiti i progetti della Open Call: Federica Mambrini con L’albergo della lontananza e Emilia Martin con The serpent’s thread curata da Eleonora Schianchi. A Palazzo Scaruffi la mostra 200×200. Due secoli di fotografia e società a cura di Walter Guadagnini.

Nella Chiesa dei Santi Carlo e Agata è la mostra Ghostwriter di Elena Bellantoni a cura di Fulvio Chimento.

La sezione di fotografia di Palazzo dei Musei presenta Luigi Ghirri. A Series of Dreams, a cura di Ilaria Campioli e Andrea Tinterri, con la curatela musicale di Giulia Cavaliere. Negli stessi spazi, la tredicesima edizione di Giovane Fotografia Italiana presenta il progetto Voci a cura di Ilaria Campioli e Daniele De Luigi.

Come ogni anno, il Festival è arricchito da un calendario di appuntamenti che accompagnano i visitatori dalle giornate inaugurali – 30 aprile, 1, 2, 3 maggio – fino al 14 giugno: conferenze, incontri con gli artisti, presentazione di libri, book signing, letture portfolio, workshop, una bookfair dedicata agli editori indipendenti e spettacoli.

E’ morto Alex Zanardi, pilota e atleta paralimpico

Roma, 2 mag. (askanews) – Il mondo dello sport è in lutto: è morto a 59 anni l’ex pilota di Formula 1 e atleta paralimpico Alex Zanardi. Lo annuncia la famiglia.

Dopo l’incidente automobilistico del 2001 a causa del quale aveva subito l’amputazione delle gambe, si era dedicato al paraciclismo vicendo quattro ori e due argenti ai Giochi di Londra 2012 e Rio 2016. Nel 2020 un altro tragico incidente, uno scontro con un camion mentre in handbike partecipava, sulle strade del senese, a una gara di beneficenza da lui organizzata.

Per il centenario di Carlo Fruttero un viaggio nel segno della sua penna

Milano, 02 mag. (askanews) – Nel 2026, anno del centenario dalla nascita di Carlo Fruttero, nasce Club Fruttero, programma culturale diffuso ideato e prodotto da Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori in collaborazione con la fondazione Circolo dei lettori. Si tratta di un percorso che si snoda tra archivi, mostre e appuntamenti pubblici per rileggere l’eredità dello scrittore attraverso il suo metodo di lavoro e il rapporto con la scrittura.

All’interno del progetto, si inserisce il contributo di Tratto Pen, la penna-pennarello di Fila che Carlo Fruttero utilizzava nei suoi taccuini. Nata a metà degli anni ’70, la penna-pennarello made in Italy è un oggetto di design industriale, che nel 1979 ha ricevuto il Compasso d’Oro e ancora oggi è prodotta nel nostro Paese.

Il programma del centenario si sviluppa fino a novembre 2026 e include una serie di appuntamenti che ne articolano il racconto. Si parte con la mostra Il Club Fruttero, dal 23 aprile al 31 maggio 2026, al Circolo dei lettori e delle lettrici di Torino. Qui sono riuniti materiali d’archivio, manoscritti, taccuini e documenti personali che restituiscono il laboratorio quotidiano dello scrittore.

Il progetto si inserisce poi al Salone internazionale del libro di Torino (14-18 maggio 2026) con un momento di partecipazione attiva: i visitatori saranno infatti invitati a votare il proprio incipit preferito tra una selezione di testi di Carlo Fruttero e Franco Lucentini. Il 19 settembre 2026 il progetto si sposta in Toscana, tra la pineta di Roccamare e il Castello di Castiglione della Pescaia, in un dialogo diretto con i luoghi vissuti da Fruttero.

A coronare l’iniziativa, la pubblicazione di 365 Notes, volume dedicato ai taccuini dello scrittore, presentato a BookCity Milano nel novembre 2026.

Calcio, Serie A, Il Lecce vince e manda in B Pisa e Verona

Roma, 2 mag. (askanews) – Il Lecce vince a Pisa 2-1 e conquista tre punti importantissimi in chiave salvezza. La vittoria della squadra di Di Francesco vale il +4 sulla Cremonese terzultima (impegnata lunedì contro la Lazio) e la retrocessione aritmetica sia del Pisa che del Verona con tre turni d’anticipo. In avvio ci provano Banda e due volte Stojilkovic, chance anche per Canestrelli e Moreo. Dopo l’intervallo in quattro minuti il botta e risposta tra Banda e Leris (destro al volo), la decide Cheddira al 65′. Strepitoso Falcone su Piccinini, annullato il 3-1 per il fuorigioco di Camarda. Questi i risultati e la classifica della 35esima giornata di serie A dopo Pisa-Lecce 1-2.

35.a giornata – Venerdì 1 maggio, Pisa-Lecce 1-2. Sabato 2 maggio, ore 15 Udinese-Torino; ore 18 Como-Napoli; ore 20.45 Atalanta-Genoa. Domenica 3 maggio, ore 12.30 Bologna-Cagliari; ore 15 Sassuolo-Milan; ore 18 Juventus-Verona; ore 20.45 Inter-Parma. Lunedì 4 maggio, ore 18.30 Cremonese-Lazio; ore 20.45 Roma-Fiorentina.

Classifica: Inter 79, Napoli 69, Milan 67, Juventus 64, Roma, Como 61, Atalanta 54, Bologna, Lazio 48, Sassuolo 46, Udinese 44, Parma 42, Torino 41, Genoa 39, Fiorentina 37, Cagliari 36, Lecce 32, Cremonese 28, Verona, Pisa 18 (Retrocesse in B Pisa e Verona).

36esima giornata Venerdì 8 maggio, ore 20.45 Torino-Sassuolo. Sabato 9 maggio, ore 15 Cagliari-Udinese; ore 18 Lazio-Inter; ore 20.45 Lecce-Juventus. Domenica 10 maggio, ore 12.30 Verona-Como; ore 15 Cremonese-Pisa; ore 15 Fiorentina-Genoa; ore 18 Parma-Roma; ore 20.45 Milan-Atalanta. Lunedì 11 maggio ore 20.45 Napoli-Bologna.

37ª giornata (17.05.2026)da definire anticipi e posticipi Atalanta-Bologna, Cagliari-Torino, Como-Parma, Genoa-Milan, Inter-Verona, Juventus-Fiorentina, Pisa-Napoli, Roma-Lazio, Sassuolo-Lecce, Udinese-Cremonese.

38ª giornata (24.05.2026)da definire anticipi e posticipi Bologna-Inter, Cremonese-Como, Fiorentina-Atalanta, Lazio-Pisa, Lecce-Genoa, Milan-Cagliari, Napoli-Udinese, Parma-Sassuolo, Torino-Juventus, Verona-Roma.

Governo, Meloni: da oggi secondo più longevo, avanti con determinazione

Roma, 2 mag. (askanews) – “Da oggi il governo che ho l’onore di guidare diventa il secondo più longevo della storia repubblicana. Non lo vivo come un traguardo da festeggiare, ma come una responsabilità ancora più forte verso gli italiani”. E’ quanto scrive la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sui social.

“Grazie a chi continua a sostenerci, a credere nel nostro lavoro e nella serietà del nostro impegno. Andremo avanti con determinazione per completare il percorso avviato, con rispetto per il mandato ricevuto dai cittadini italiani e con una sola bussola: l’interesse nazionale”, conclude la premier.

Olivetti, oltre il mito: impresa, comunità e responsabilità politica

Nel suo recente articolo pubblicato sul “Domani d’Italia” (link in fondo), Marco Coletti ha opportunamente riportato al centro la figura di Adriano Olivetti, sottraendola tanto alla celebrazione retorica quanto a letture riduttive o meramente simboliche. Intendo riprendere qui, in forma più sintetica, il testo già apparso su “Politica Insieme”, ponendolo come base per un confronto di idee che non sia accademico o astratto.

Impresa e comunità: un equilibrio difficile

Il nodo centrale resta il rapporto tra impresa e comunità. Olivetti concepiva l’azienda non come una macchina produttiva isolata, ma come un organismo sociale, radicato nel territorio e responsabile verso la collettività. In questa prospettiva, la fabbrica diventa anche luogo di formazione civile, di crescita culturale, di promozione della persona.

È una visione che anticipa temi oggi tornati centrali: responsabilità sociale d’impresa, qualità del lavoro, sostenibilità, integrazione tra produzione e coesione sociale. Tuttavia, il rischio più insidioso è quello della semplificazione. Il modello olivettiano non può essere assunto come formula replicabile, perché nasce dentro un preciso contesto storico, industriale e umano. Ciò che resta fecondo è il metodo: la tensione costante a tenere insieme efficienza economica e finalità sociale, senza sacrificare l’una all’altra.

Politica e funzione delleconomia

Olivetti non si limitò alla dimensione imprenditoriale, ma cercò di tradurre la sua visione in un progetto politico, fondato su comunità territoriali, partecipazione e responsabilità diffusa. È qui che il confronto si fa più esigente. La responsabilità sociale non può essere delegata alla sola iniziativa privata, per quanto illuminata, ma richiede un quadro istituzionale coerente, capace di orientare e sostenere tali esperienze.

Coletti coglie con precisione la dimensione etica dell’imprenditore e il valore di una leadership non ridotta al profitto. Resta però aperta — ed è decisiva — la questione della traduzione politica di quel modello: come costruire istituzioni che rendano strutturale ciò che in Olivetti appare ancora come esperienza esemplare, ma isolata?

Uneredità da interrogare

L’attualità di Olivetti non risiede nella riproposizione di formule, né in un esercizio nostalgico, ma nella capacità di porre domande radicali. In un tempo segnato da diseguaglianze crescenti, frammentazione sociale e sfiducia nelle istituzioni, il richiamo a una visione integrale dell’uomo e del lavoro conserva una forza critica sorprendente.

Il confronto con l’analisi di Coletti va dunque assunto per ciò che è: un invito a non chiudere il discorso, ma ad aprirlo. È nella dialettica tra interpretazioni diverse, e nella loro verifica dentro la realtà contemporanea, che il pensiero olivettiano può tornare a essere vivo e, soprattutto, politicamente rilevante.

Per leggere l’articolo di Marco Coletti su “Il Domani d’Italia”

https://ildomaniditalia.eu/adriano-olivetti-oggi-un-modello-controcorrente-per-limpresa-pubblica/

Per leggere l’articolo di Roberto Pertile su “Politica Insieme”

https://www.politicainsieme.com/prosperita-condivisa-di-roberto-pertile/amp/

Rai, perché non imboccare la strada della privatizzazione?

Il caso che riaccende il dibattito

L’ultima vicenda che ha visto protagonista il conduttore di Report Ranucci – l’accusa frontale su Rete 4 contro il Ministro della Giustizia Nordio sulla grazia a Nicole Minetti – è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ci troviamo, infatti, di fronte a un servizio pubblico radiotelevisivo – Ranucci è un dirigente della Rai – che appare sempre più configurarsi come un tribunale politico e morale contro gli avversari di turno.

Certo, si tratta di un singolo episodio. Ma è altrettanto vero che esso si inserisce in un quadro ormai consolidato.

La crisi del pluralismo

La Rai ha cessato da tempo di essere un luogo di autentico e riconosciuto pluralismo politico, culturale e sociale. Esistono vere e proprie “zone franche” nelle quali si coltiva una militanza politica esplicita, spesso a prescindere da regolamenti, norme e codici interni.

L’appartenenza ha finito per sostituire ogni altra regola, contribuendo a trasformare la Rai in qualcosa di simile a una televisione commerciale a forte connotazione editoriale. La tifoseria, il settarismo e la faziosità politica hanno progressivamente soppiantato il principio di equilibrio.

Eppure, la Rai resta un’azienda storica, unica, di altissimo valore professionale. Per decenni ha accompagnato la crescita culturale e civile del Paese, svolgendo anche una funzione di supplenza civica e didattica, oltre a rappresentare – in molte fasi – un autentico pluralismo.

Una riforma non più rinviabile

Proprio per queste ragioni, forse è giunto il momento di intraprendere una strada diversa. Questa strada ha un nome preciso: privatizzazione della Rai.

Per realizzarla servono categorie oggi rare nel dibattito pubblico: coraggio, coerenza e lungimiranza. Ma si tratta di una riforma ormai necessaria. Va costruita con pazienza ed equilibrio, senza scorciatoie, ma senza neppure eludere il problema.

Per garantire un vero servizio pubblico radiotelevisivo potrebbe essere sufficiente un solo canale. Tutto il resto potrebbe essere collocato sul mercato. Il servizio pubblico residuo dovrebbe assicurare informazione, cultura, sport, intrattenimento e approfondimento, sotto il controllo di una governance chiara e trasparente.

Il modello della Fondazione

In questa prospettiva, torna attuale la proposta avanzata anni fa da Guido Bodrato: affidare il servizio pubblico a una Fondazione indipendente, pubblica e trasparente.

Un modello che consentirebbe di sottrarre la gestione alle dinamiche di appartenenza politica, garantendo al contempo qualità e responsabilità. Le esperienze di giornalismo più marcatamente schierato potrebbero così trovare spazio sul mercato, senza vincoli impropri.

Sarebbe poi il mercato stesso a regolare offerta e domanda, distinguendo tra informazione, opinione e propaganda.

Oltre lipocrisia del sistema attuale

Continuare a parlare di servizio pubblico radiotelevisivo, nelle condizioni attuali, rischia di essere fuorviante. Il pluralismo viene troppo spesso sacrificato sull’altare della faziosità.

La stagione della cosiddetta “lottizzazione”, pur con tutti i suoi limiti, garantiva un equilibrio tra culture politiche diverse. Oggi quella stagione è definitivamente archiviata. Al suo posto prevale una logica di appartenenza e di schieramento.

Il giornalismo di Report – come quello di altri programmi – rappresenta in modo emblematico questa trasformazione.

Una scelta politica inevitabile

Per queste ragioni, la privatizzazione del servizio pubblico radiotelevisivo si configura come una scelta politica non più rinviabile. È una sfida concreta che chiama in causa la qualità della democrazia e la credibilità delle istituzioni.

A meno che non si voglia continuare a convivere con un sistema segnato da ipocrisia, finzione e, soprattutto, da una crescente perdita di onestà intellettuale.

Germania a rischio di crisi costituzionale: l’ammonimento di Peter Altmaier

Un allarme che viene dallinterno

Le dichiarazioni rilasciate da Peter Altmaier in un’intervista a Die Welt (v. link in basso) non possono essere archiviate come una semplice esternazione polemica. Altmaier, figura di lungo corso della Cdu e già tra i più stretti collaboratori di Angela Merkel, ha evocato il rischio per la prima volta nella storia della Repubblica federale di una crisi costituzionale.

Non si tratta di un politico marginale. Avvocato, più volte ministro e Capo della Cancelleria federale, Altmaier rappresenta una delle espressioni più tipiche del ceto dirigente democristiano tedesco: pragmatico e istituzionalmente prudente. Proprio per questo il suo allarme merita attenzione.

La fine delle alternative politiche

Il punto centrale della sua analisi riguarda la trasformazione del sistema politico tedesco. Secondo Altmaier, il dato nuovo non è tanto la difficoltà di un governo – fenomeno fisiologico in ogni democrazia parlamentare – quanto la progressiva scomparsa di alternative credibili.

Per decenni, la Germania ha potuto contare su una notevole flessibilità coalizionale: maggioranze diverse, governi di grande coalizione, cambi di assetto senza traumi istituzionali. Oggi, invece, la frammentazione del quadro politico e la polarizzazione crescente riducono drasticamente le opzioni.

Il risultato è un possibile scacco: se un governo cade, non è affatto certo che ne nasca un altro in tempi rapidi e con una base parlamentare solida. In questo senso, il rischio evocato è quello di una paralisi decisionale, che investirebbe contemporaneamente esecutivo e Bundestag.

Crisi politica e rischio economico

L’analisi di Altmaier non si ferma al piano istituzionale. Egli collega esplicitamente l’instabilità politica a una possibile crisi economica di ampia portata. Secondo quanto dichiarato, una fase prolungata di incertezza potrebbe incrociare una recessione persino più grave di quelle sperimentate con la tempesta finanziaria del 2008 o la pandemia.

È un passaggio rilevante. La forza della Germania, negli ultimi decenni, è stata proprio la capacità di tenere insieme stabilità politica e affidabilità economica. Se questo nesso si incrina, l’intero modello tedesco entra in discussione, con effetti che travalicano i confini nazionali e investono l’intera Unione europea.

Un governo fragile, ma non delegittimato

Altmaier, tuttavia, evita accuratamente toni ultimativi. Nella stessa intervista precisa che le sue parole non costituiscono un invito a rovesciare il governo o a mettere in discussione la leadership del Cancelliere. Piuttosto, sollecita per parte sua una verifica seria dell’azione di governo, sottolineando la necessità di rafforzarne coesione ed efficacia.

Tra i fattori critici viene indicata anche la scarsa esperienza di parte dell’attuale compagine di governo, elemento che avrebbe inciso sulle difficoltà iniziali della coalizione Cdu-Spd. Un rilievo che richiama un problema più ampio: il ricambio della classe dirigente in Germania non sempre è stato accompagnato da adeguati percorsi di formazione politica e istituzionale.

Un segnale per lEuropa

L’allarme lanciato da Altmaier non riguarda soltanto la Germania. Se il principale paese dell’Unione mostra segni di affaticamento politico, l’intero equilibrio europeo ne risente. Berlino resta infatti il perno economico e uno dei principali attori politici dell’UE: una sua eventuale paralisi aprirebbe scenari di incertezza anche sul piano comunitario.

In questo senso, le parole dell’ex ministro assumono il valore di un monito. Non tanto la previsione di un imminente collasso, quanto la segnalazione di una soglia critica: quando le democrazie mature perdono la capacità di generare alternative politiche, il rischio non è solo l’instabilità, ma la progressiva erosione della loro stessa legittimazione.

Tra prudenza e consapevolezza

Il punto, dunque, non è stabilire se la Germania sia davvero sull’orlo di una crisi costituzionale. Più realisticamente, si tratta di comprendere se il sistema politico tedesco stia entrando in una fase di transizione più complessa, nella quale le certezze del passato – stabilità, governabilità, continuità – non sono più garantite.

Altmaier, con il suo profilo istituzionale e la sua tradizione politica, non indulge a scenari catastrofici. Ma proprio per questo il suo richiamo alla prudenza merita di essere ascoltato. Perché, come spesso accade nelle democrazie europee, le crisi non esplodono improvvisamente: si preparano lentamente, nel logoramento delle istituzioni e nella difficoltà della politica a rinnovarsi.

Per leggere l’intervista su Die Welt

https://www.welt.de/politik/deutschland/article69f4da186fe2dee7bfb0ff9e/cdu-politiker-peter-altmaier-warnt-vor-staatskrise-in-deutschland.html

Il congresso dc del 1946 e la responsabilità dei cattolici italiani

Il 24 aprile 1946, nell’aula magna dell’Università La Sapienza, si apriva il primo congresso della Democrazia Cristiana. Nato appena due anni prima, nei mesi drammatici in cui l’Italia era divenuta uno dei fronti di combattimento del conflitto mondiale e con la fine del regime fascista e l’armistizio dell’8 settembre si erano aperti i mesi sanguinosi della guerra civile e della lotta di liberazione, quel partito si proponeva come un soggetto nuovo nella cornice della vita politica italiana. Nell’intervento di apertura di quel congresso, Alcide De Gasperi, che era stato l’ultimo segretario del Partito Popolare Italiano, aveva espressamente richiamato la prima esperienza di organizzazione partitica di ispirazione cattolica. Un rimando, questo, che non aveva però il tono della nostalgia, ma piuttosto quello della rivendicazione della funzione storica, nella vicenda più ampia dello stato unitario, della partecipazione compiuta dei cattolici alla vita politica. Vi era la presa d’atto della cesura profonda rappresentata dal Fascismo, dalla dittatura e della guerra, come solco che aveva inciso sul terreno delle istituzioni e della vita civile e più in profondità su quello della coscienza del paese.

Del resto, in quella fine di aprile 1946, lo sfondo nazionale e internazionale era segnato dalle macerie della guerra — tanto materiali quanto culturali, politiche e morali — che ancora pesavano sullo sforzo di futuro che si tentava di dispiegare. Il governo presieduto dallo stesso De Gasperi e formato da tutti i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale aveva di fronte tre nodi cruciali: le politiche di ripresa economica in un paese privo di materie prime e con il suo tessuto produttivo da ricostruire; l’avvio di una compiuta democratizzazione della vita pubblica attraverso l’organizzazione delle prime tornate elettorali, a cominciare dalle elezioni amministrative; la gestione del referendum istituzionale e dell’elezione dell’Assemblea Costituente. Questi nodi storici si inquadravano in un orizzonte nel quale iniziavano ad emergere nette distinzioni politiche e culturali all’interno dello stesso Cln le quali riflettevano il coagularsi dei blocchi internazionali. Va ricordato che poco meno di due mesi prima dell’apertura del congresso della Dc, il 4 marzo, il “discorso di Fulton” di Churchill, con l’immagine della cortina di ferro, aveva disegnato i tratti fondamentali di quella che sarebbe stata la contrapposizione della guerra fredda.

Misurandosi con questo scenario, la Democrazia Cristiana, che in quei mesi aveva assunto la guida del governo, non si limitava a farsi carico direttamente di questioni il cui esito assumeva il valore di scelte di lungo periodo, destinate a pesare per generazioni sulla vita del Paese e non solo. Al di sotto di questo vi era la questione più specificamente italiana del rapporto dei cattolici con la vita politica e istituzionale del Paese, soprattutto dopo gli anni della dittatura. Proprio a questo riguardo, la costruzione stessa di quel congresso, le relazioni che ne scandirono i lavori e i loro contenuti si muovevano nella direzione di dare una risposta precisa circa il ruolo di cui i cattolici in Italia devono farsi carico. E non a caso, per volontà dello stesso De Gasperi, ad aprire il congresso fu la relazione di Enrico Mattei dedicata alla partecipazione alla guerra di Liberazione, a un anno dal 25 aprile 1945. In quell’intervento si rivendicava la maturazione di una scelta nettamente antifascista come terreno nel quale si era venuta radicando la nuova coscienza civile. In quella esperienza drammatica, questo l’argomento politico di Mattei e dello stesso De Gasperi, i cattolici avevano guadagnato una condizione di pari dignità e pari responsabilità, rispetto agli altri partiti raccolti nel Cln, rispetto alla gestione della vita del Paese.

Quella che così si veniva delineando era una precisa cornice politica, quella della democrazia intesa non solo come dinamica istituzionale ma più profondamente come forma di una cultura politica collettiva che segnava una netta cesura rispetto all’immediato precedente del fascismo. Dentro quel perimetro, che nella partecipazione alla lotta resistenziale trovava pieno riconoscimento storico, si inquadra anche il modo in cui, in quel congresso, la Dc si interrogava sulla questione delicata e potenzialmente lacerante del referendum istituzionale. La scelta di affidare la decisione sulla futura forma dello Stato ad una consultazione popolare era stata voluta e sostenuta proprio da De Gasperi, anche rispetto alle resistenze degli altri grandi partiti, Pci e Psi, che insistevano per una scelta affidata alla Costituente. A spiegare le ragioni di questa scelta fu lo stesso presidente del Consiglio durante quel congresso, insistendo sull’importanza di affidarsi al metodo democratico «per risolvere in ultima e definitiva istanza la questione con un atto di democrazia diretta che fa appello alla personalità umana». È dunque l’opzione democratica a orientare il partito dei cattolici in questo suo operare in un Paese che si avvia alla prima consultazione elettorale su scala nazionale autenticamente libera dopo un quarto di secolo.

Alla radice dalla scelta di non dare un’indicazione vincolante sul referendum istituzionale, sebbene la consultazione interna alla Dc avesse segnato un chiaro orientamento repubblicano, rispose certamente alla volontà di non lasciare una parte rilevante dell’elettorato cattolico alla sola propaganda monarchica. Vi era però la convinzione, che emerge con chiarezza dalle relazioni del vicesegretario Attilio Piccioni e soprattutto di Guido Gonella, che la vera posta in gioco non fosse da ridurre all’alternativa fra repubblica e monarchia, ma piuttosto si giocasse nella compiuta scelta democratica da parte del paese. E quest’ultima era inestricabilmente legata alla opzione per la libertà, intesa come assunzione di responsabilità da parte di donne e uomini che diventano popolo, in un ordine sociale e politico che rende lo Stato non più una minaccia ma un elemento di unificazione e di tutela della dignità della persona.

La chiave di lettura della libertà era anche quella con cui delineare i rapporti fra Stato e Chiesa, rivendicando i limiti e le specificità del primo e il valore che la seconda assume come fonte di ispirazione della vita morale e spirituale degli esseri umani. Quel partito, in quell’aprile 1946, si propose come una via possibile per fare dei cattolici uno dei pilastri di un’Italia che aveva fatto una compiuta scelta di libertà.

La Dc di De Gasperi indicava allora nella Costituente la vera occasione “rivoluzionaria”, nella quale si apriva la possibilità di affrontare direttamente, con tutta la forza degli strumenti di una politica radicata in una logica popolare, i nodi profondi di diseguaglianza e di fragilità che l’Italia aveva ereditato dalla sua storia unitaria e dai due decenni di dittatura. Si coglieva in questo la portata storica di quel passaggio in cui i cattolici erano chiamati ad una compiuta pratica della democrazia.

Primo Maggio. Lavoro o armi? La scelta che decide il futuro

Un allarme che nasce da Torino

L’inquietudine espressa dall’arcivescovo di Torino, card. Roberto Repole, in occasione del Primo Maggio, sul rischio di una strisciante riconversione bellica dell’industria civile piemontese, che rischia di trasformare Torino dalla città dell’auto, che era, in una città delle armi, interpella non solo la politica locale, dove pure ha dato vita a un dibattito costruttivo e non prevenuto fra le forze politiche, il mondo economico e della ricerca.

Questo messaggio interpella più che mai anche la politica nazionale e internazionale. Infatti, tocca uno dei tratti fondamentali di questa epoca di contrastato passaggio a un nuovo ordine globale multilaterale: il ritorno a un quadro che ammette la guerra come una concreta opzione, e a una cultura che cerca di legittimarla, presentandola come evento probabile, se non addirittura inevitabile, cui prepararsi sin dal presente, spesso facendo ricorso a narrazioni che dipingono il nemico di turno come privo di razionalità, armando le parole, come diceva Papa Francesco, e abbattendo in tal modo i ponti della diplomazia.

La politica davanti a un bivio storico

In questo scenario, mi pare che le parole di Repole al territorio della sua diocesi riflettano preoccupazioni comuni a tutti. Appare sensato l’invito a reagire per tempo, ossia prima che sia storicamente irreparabile, a una deriva che coinvolge l’intero Paese, l’Europa come continente e il Mediterraneo allargato.

E la risposta a questo invito va formulata in termini laici e con il senso della concretezza che è una virtù politica, in modo dialogante anche fra sensibilità distanti.

Cosa può fare la politica per evitare che non ci si abitui mai alla guerra? Come coniugare la necessità di mantenere una industria pubblica della difesa, avanzata nella ricerca, aperta alle applicazioni civili, con l’obiettivo di ridurre la produzione di strumenti di morte e riprendere la riconversione civile dell’industria bellica anziché viceversa, come sta accadendo da qualche anno?
Come percorrere la via di più strette forme di collaborazione fra Paesi membri dell’Ue in materia di difesa, mettendola al riparo dalla retorica sui riarmi nazionali, quello tedesco in primis, e riaffermando la natura strettamente difensiva del progetto di difesa europeo?
Come riavviare un ciclo economico basato su una più equa remunerazione del lavoro e sulla produzione di beni utili alla vita anziché alla sua distruzione e a quella dell’ambiente?

Sono solo alcune delle sfide a cui guardare.

Un modello di sviluppo da ripensare

Le parole di Repole si inseriscono in un quadro internazionale che rende il suo appello particolarmente urgente, con la spesa militare pericolosamente in crescita a fronte di costanti tagli alla spesa sociale e agli investimenti per scopi civili.

Dunque, il messaggio del card. Repole costituisce un forte appello alla responsabilità collettiva. In un mondo sempre più dominato da logiche di riarmo, il suo monito a non rassegnarsi e a scegliere un futuro di pace e di lavoro che non sia fondato sulla produzione di strumenti di morte è un invito che interroga tutti, credenti e non.

La sua disponibilità al dialogo è un’esortazione a costruire insieme un modello di sviluppo in cui «non possiamo cercare la vita con una mano e toglierla con l’altra», per non affidare «alla guerra le speranze del nostro territorio», dell’Europa — che questa ricetta l’ha ampiamente già sperimentata nella prima metà del Novecento — e di un mondo ormai cresciuto con nuovi protagonisti che attendono un equo riconoscimento e non risposte unicamente muscolari, che rischiano di creare sviluppi fuori dalla capacità delle parti in conflitto di essere gestiti.

Giovani, lavoro e fuga di competenze

Un divario ormai strutturale

In Italia il disallineamento tra formazione e lavoro è ormai evidente. Da un lato ci sono giovani che hanno investito anni di studio, sacrifici personali e risorse familiari in percorsi scolastici, tecnici, professionali e universitari. Dall’altro ci sono imprese che dichiarano di non riuscire a reperire le figure di cui avrebbero realmente bisogno. Per molti under 35 la precarietà non è più una fase di passaggio, ma una barriera strutturale che ostacola l’accesso a un’occupazione libera, stabile, proporzionata e dignitosa e rende fragile ogni progetto di vita autonoma.

Le conseguenze sociali della precarietà

Questa fragilità incide sulle scelte quotidiane. Molti giovani rimandano l’uscita dalla famiglia di origine, rinviano decisioni abitative e familiari, rallentano o rinunciano a ulteriori investimenti nella propria crescita professionale. Il risultato è una sfiducia silenziosa, difficile da cogliere con le sole statistiche ma evidente nelle biografie: meno giovani attivi, meno nascite, più distanza tra generazioni, più forme di povertà, anche tra chi ha studiato a lungo. In questo contesto non sorprende che una parte crescente di diplomati e laureati guardi all’estero, dove l’ingresso nel lavoro è spesso più rapido e le condizioni economiche appaiono più rassicuranti.

Imprese in difficoltà: il nodo delle competenze

Dal punto di vista delle imprese, la situazione non è meno critica. Una rilevazione campionaria che abbiamo condotto con il Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale mostra che, su dieci aziende intervistate, sette segnalano difficoltà significative nel trovare personale adeguatamente formato. Le criticità emergono in particolare nei mestieri artigiani – falegnami, idraulici e manutentori – ma riguardano anche profili nuovi e altamente specializzati, come gli esperti di intelligenza artificiale e le figure tecnicodigitali avanzate. Non manca semplicemente “mano d’opera”: manca l’incontro tra ciò che i percorsi formativi offrono e ciò che i contesti produttivi chiedono, anche in termini di riconoscimento economico e di organizzazione del lavoro.

Spreco di capitale umano e responsabilità del sistema

Se guardiamo agli investimenti complessivi nella formazione – il tempo dei giovani, i sacrifici delle famiglie, le risorse pubbliche per scuole, percorsi tecnici, formazione professionale e università – questo disallineamento assume i tratti di uno spreco di capitale umano. Il Paese forma competenze che poi non sempre riesce a utilizzare. Per questo riteniamo che i dati sul mismatch non debbano restare confinati nei rapporti di studio: devono entrare nelle scuole, nei percorsi di orientamento, nei momenti in cui ragazze e ragazzi decidono come specializzarsi e quale professione provare a realizzare con i propri “talenti”. Un’informazione chiara sui fabbisogni delle imprese è condizione essenziale per accompagnare scelte più consapevoli e ridurre la distanza tra aspettative e opportunità.

Il ruolo delle associazioni e il progetto Co.N.A.P.I.

In questa prospettiva, le associazioni di categoria hanno un compito decisivo: farsi ponte stabile tra sistema produttivo, mondo educativo e attori della formazione professionale. Significa mettere a disposizione la conoscenza dei territori e dei mestieri, contribuire a definire i profili professionali, aiutare scuole e famiglie a comprendere quali competenze saranno davvero richieste nei prossimi anni. Dentro questa responsabilità si colloca il progetto “Studio sui fabbisogni aziendali e formativi” del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale, costruito insieme a una rete di partner della formazione.

Un lavoro comune per trattenere il futuro

L’obiettivo del progetto è ascoltare in modo strutturato i bisogni di personale e di competenze delle realtà produttive italiane, a partire dal mondo artigiano e dalle micro e piccole imprese. La ricerca prevede una prima fase, oggi in corso, dedicata agli enti di formazione e alle società di consulenza, mentre una seconda fase rivolta direttamente alle imprese. Da questo lavoro scaturirà un Rapporto nazionale sui fabbisogni aziendali e formativi, pensato come strumento operativo per imprese, attori formativi e istituzioni, in una prospettiva di economia civile che rimetta al centro la persona e la dignità del lavoro.

Partendo da tale prospettiva, il contributo degli enti di formazione e delle società di consulenza non è accessorio, ma parte integrante della risposta al problema che abbiamo descritto. La fase preliminare del progetto si fonda infatti sulla loro capacità di raccontare che cosa nei percorsi formativi aiuta davvero le persone a entrare nel lavoro e che cosa, invece, li lascia ai margini o li spinge a guardare altrove. Per questo li invitiamo a partecipare compilando il questionario disponibile. Non si tratta di aggiungere un adempimento statistico, ma di assumersi una responsabilità condivisa: leggere meglio, insieme, le radici del mismatch occupazionale e aprire spazi di lavoro e di futuro in cui le nuove generazioni possano pensare l’Italia non come un Paese da cui fuggire, ma come un Paese in cui valga la pena restare.

 

Antonio Zizza, Direttore Scientifico del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale

Stallo pericoloso: Iran e USA prigionieri della sfiducia

I giorni passano, la tregua regge ma i negoziati non decollano, ovunque essi si stiano svolgendo, in modo informale e non ufficiale. Lo Stretto di Hormuz rimane bloccato, il prezzo del barile aumenta. Il braccio di ferro tra i due avversari, desiderosi entrambi di chiudere le ostilità ma impossibilitati a dirlo, prosegue e rischia di fossilizzarsi.

Trump tra costi di guerra e consenso interno

Il problema di Trump è noto: il costo della guerra che lui ha voluto – a ciò indotto, non si sa bene con quali segrete argomentazioni del premier di Israele – sta divenendo imponente. Il prezzo che i suoi connazionali pagano, illustrato al meglio da quello del gallone di benzina, si sta trasformando in un fattore di possibile sconfitta alle elezioni di novembre, almeno secondo i sondaggi.

Deve quindi chiudere, ma vantando una vittoria plausibile e accettabile per l’americano medio. Impresa difficile. Anche perché, più minaccia la distruzione del nemico con parole violente e immagini ridicole ma offensive, più perde credibilità, mostrando al contrario debolezza.

Iran diviso: politica contro Pasdaran

Il problema della Repubblica Islamica è invece la crescente divisione interna tra l’ala “riformista” – rappresentata dal presidente Pezeshkian, dal presidente del Parlamento Ghalibaf e dal ministro degli Esteri Araghchi – e quella dei Pasdaran.

Questi ultimi si sono rafforzati con la guerra e con la leadership invisibile della nuova Guida Suprema, a loro più legata rispetto al suo autorevole predecessore, ucciso il 28 febbraio. Le Guardie della Rivoluzione prosperano nel conflitto e nella radicalizzazione dello scontro, e non hanno interesse a chiudere la guerra. Il ceto politico, invece, deve fare i conti con una situazione economica sempre più difficile.

Il mediatore e lombra della Cina

In questo scenario, incorniciato da una sfiducia reciproca ormai profonda, probabilmente insuperabile, appare improbo il compito del mediatore pakistano. Il suo unico punto di forza è la consapevolezza, condivisa da entrambe le parti, che dietro Islamabad vi sia la Cina, interessata a una pacificazione che consenta la piena ripresa dei commerci internazionali.

Il problema principale agli occhi del mondo è Hormuz, divenuto un asset iraniano potentissimo proprio a seguito dell’attacco israelo-statunitense. Il doppio blocco – iraniano a nord, americano a sud – sta determinando una crisi che, se non si sbloccherà rapidamente, rischia di provocare una recessione globale.

Gli Stati Uniti, garanti storici della libertà di navigazione, non possono accettare una simile limitazione, soprattutto in uno snodo vitale del commercio mondiale. Ma, paradossalmente, hanno contribuito a creare le condizioni per il controllo iraniano dello Stretto. Costringere Teheran a rinunciare a questo vantaggio è difficile, ma indispensabile.

Il nodo decisivo: il nucleare

All’origine del conflitto vi è però la questione nucleare. Ed è questo il vero nodo. Teheran non intende rinunciare all’uso civile dell’energia nucleare, mentre Washington punta alla dismissione completa del programma, con uno stop almeno ventennale: una richiesta inaccettabile per l’Iran.

A complicare il quadro vi sono i 400 kg di uranio arricchito al 60% presenti sotto il sito di Isfahan, nonostante l’attacco missilistico americano dello scorso giugno. Un elemento decisivo sul tavolo negoziale.

Accanto al nucleare, resta la questione del programma missilistico iraniano, ritenuto essenziale per la difesa nazionale. È difficile immaginare che Teheran accetti un ridimensionamento. Potrebbe tuttavia diventare una leva negoziale per gli Stati Uniti.

Sul tavolo vi sono inoltre le richieste iraniane: fine delle sanzioni, sblocco dei beni congelati, ristoro dei danni subiti e garanzie giuridiche sulla durata dell’accordo. Tutte questioni di difficile soluzione.

Il fattore Israele e il fronte libanese

Sullo sfondo, ma non troppo, si muove Israele, determinato a proseguire il conflitto e ad allargarlo, come dimostra il coinvolgimento del Libano. La lotta contro Hezbollah resta prioritaria. I proxy iraniani sono parte integrante del quadro.

È difficile immaginare che Teheran accetti un accordo che non includa la fine dei bombardamenti nel Libano meridionale e a Beirut, anche per il peso politico dei Pasdaran, padrini ideologici e militari di Hezbollah.

Hormuz, nucleare, missili, sanzioni, Libano. L’elenco delle questioni aperte è lungo e complesso. Troppo complesso.

La sfiducia reciproca tra i contendenti prevale su tutto. Ed è questa, più di ogni altra cosa, a rendere il negoziato quasi impossibile. Purtroppo, per il mondo intero.

Analisi sociologiche e valori cristiani rimossi

Il valore delle ricerche e il limite dei numeri

Le analisi sociologiche, sostenute da ricerche sul campo e da un uso accorto dei dati statistici, ci aiutano da sempre a rivedere — quando non a smontare — opinioni personali e pregiudizi costruiti nel tempo. A condizione, però, di non lasciarsi ubriacare dai numeri.

Se ben utilizzate, esse consentono di vivere pienamente l’attualità e di riflettere non solo sul presente, ma anche su ciò che ci attende. Nella convinzione che, se la storia è maestra di vita, essa va sempre misurata dentro un preciso contesto sociale. Le ricerche, inoltre, servono a costruire il futuro, non a ricostruire il passato, come ha più volte ricordato Sergio Mattarella.

Mutamento, buon senso e lettura dei tempi

Alcuni valori di fondo accompagnano l’uomo da secoli e non possono essere smarriti. Tuttavia, il mutamento delle opinioni e delle convinzioni nel corso della storia è un processo di buon senso, che nulla ha a che vedere con l’incoerenza o con il trasformismo — quest’ultimo spesso identificato, nella sua accezione negativa, come adattamento opportunistico al proprio tornaconto.

Si tratta piuttosto di saper leggere i segni dei tempi e di calibrare su di essi attese, valori e azione politica. Evitando, per quanto possibile, convinzioni individuali e desideri spesso immersi in un clima ideologico che guarda più al passato che al presente. Un atteggiamento che rischia di far dimenticare una necessità ormai evidente: quella di procedere, con decisione, verso gli Stati Uniti d’Europa.

Linsegnamento della concretezza

A questo proposito, resta attuale l’insegnamento di Luigi Sturzo. Profondo conoscitore della storia, Sturzo non ne fu mai prigioniero: la considerava irripetibile e, proprio per questo, invitava alla concretezza.

Se si vuole incidere sulla prassi politica per promuovere cambiamenti orientati al bene comune, occorre partire dalla realtà concreta. Essere pratici significa osservare la società così com’è, senza rifugiarsi in astrazioni o immaginazioni che, pur talvolta utili, devono sempre poggiare su basi sociologiche e culturali solide.

La tesi di Emmanuel Todd: una crisi di valori

Sto terminando la lettura di un volume che merita attenzione: La sconfitta dellOccidente di Emmanuel Todd. L’autore, pur dichiarandosi agnostico, individua nella perdita dei valori cristiani — in particolare di matrice protestante — una delle cause profonde della crisi dell’Occidente.

Secondo Todd, tali valori hanno storicamente permeato il tessuto culturale, sociale, politico ed economico europeo. La loro progressiva scomparsa starebbe conducendo, nelle sue parole, a una forma di “suicidio assistito dell’Europa”. Una tesi discutibile, ma fondata su analisi articolate e meritevole di ulteriore riflessione.

Il fraintendimento contemporaneo del valore della pace

A margine, sorprende il recente intervento di Angelo Panebianco sul tema della pace. In un editoriale del 28 aprile sul Corriere della Sera, egli ha espresso un giudizio severo verso i pacifisti italiani, accusandoli di nascondere “degenerazioni ideologiche” e atteggiamenti rinunciatari.

Una lettura che appare sbrigativa, soprattutto se riferita a un valore — la pace — che rappresenta oggi uno dei cardini della cristianità contemporanea. Un valore certamente complesso, talvolta frainteso anche all’interno della stessa tradizione ecclesiale, ma che non può essere liquidato con categorie riduttive o polemiche.

Formazione in aula e training, Lidl porta modello duale nella gdo

Roma, 30 apr. (askanews) – Un percorso che alterna formazione in aula e training on the job, per coniugare teoria e lavoro sul campo. Lidl Italia rilancia per il quarto anno consecutivo il progetto “Lidl 2 your career”, iniziativa legata alla Giornata nazionale del Made in Italy, presentata a Roma, presso il MoMeC, durante una tavola rotonda dal titolo “Capitale umano Made in Italy e GDO, il successo del modello Lidl”.

Il progetto consiste in un percorso di alto apprendistato biennale rivolto a giovani tra i 18 e i 29 anni, assunti fin dal primo giorno e formati per quasi il 70% direttamente in azienda, alternando attività nei punti vendita e nei centri logistici a lezioni in aula presso gli ITS Academy partner. Al termine del percorso, gli apprendisti ottengono il diploma terziario ITS e la certificazione AHK Italien come retail o logistic specialist.

“Abbiamo scelto di fare questo progetto – spiega Sebastiano Sacilotto, Chief Operating Officer di Lidl Italia – perché abbiamo dei piani di espansione ambiziosi in Italia. Nei prossimi anni arriveremo a 1000 punti vendita; oggi abbiamo una rete vendita di 800 negozi e oltre 23.000 collaboratori all’interno della nostra squadra. Abbiamo la necessità di accrescere il numero di persone che lavorano con noi, ma anche la necessità di dare una risposta concreta in termini di competenze. Abbiamo dunque deciso, insieme con ITS e alla Camera di Commercio Italo-Germanica di creare un percorso che rispondesse al 100% a questa necessità”.

Partito nel 2022 da una singola classe in Lombardia con 29 apprendisti e un solo ITS partner, il programma ha attraversato l’intera penisola anno dopo anno, giungendo agli attuali 189 apprendisti iscritti in 7 ITS Academy, da Trieste a Catania.

“Oggi noi abbiamo bisogno di risorse umane – sottolinea la senatrice Paola Mancini, Commissione Lavoro e Affari Sociali del Senato – lo continuiamo tutti a sottolineare e le risorse umane le ritroviamo soprattutto in chi è fuori dal mercato del lavoro, ovvero i giovani e le donne. Se investiamo su queste due componenti, attraverso questa formazione continua, riusciremo a dare quello che io amo definire un progetto di vita e non solo un lavoro spot”.

Al termine del percorso di due anni, i partecipanti ottengono un contratto a tempo indeterminato all’interno dell’azienda. Complessivamente, sono oltre 550 le assunzioni sottoscritte dalla prima edizione ad oggi, a fronte di 23mila candidature ricevute.

Scontro Salvini-Giuli in Cdm, poi ok a Piano Casa. Meloni: tema ci sta a cuore

Roma, 30 apr. (askanews) – Magari non era proprio così che si era immaginata il Consiglio dei ministri che alla fine ha varato il Piano casa. Né la conferenza stampa organizzata per illustrarlo per il quale è stato creato un logo ad hoc, scritta bianca su sfondo blu, che campeggiava alle spalle sue e dei ministri Matteo Salvini e Tommaso Foti. Giorgia Meloni si presenta davanti ai giornalisti per spiegare il provvedimento che punta a “rendere disponibili oltre 100 mila nuovi alloggi tra alloggi popolari e alloggi a prezzi calmierati nei prossimi 10 anni” a cui vengono dedicati “fino a 10 miliardi di euro di risorse pubbliche ai quali si devono sommare gli investimenti privati”. Si prevede, tra l’altro, un dimezzamento degli oneri dei notai per l’edilizia calmierata. Un decreto che “ci sta a cuore”, dice. E che, insieme al provvedimento sul lavoro varato martedì in vista del Primo maggio, alla nuova proroga del taglio delle accise per tre settimane e al ddl che rende più facili gli sgomberi delle case occupate illegalmente, intende mandare un messaggio chiaro. Ovvero che il governo “continua a lavorare” e lo fa “per risolvere i problemi delle persone”. Insomma, una mossa che fa parte della strategia messa a punto dopo la batosta referendaria che punta a mostrare l’esecutivo pienamente in sella. E che fa il paio con una inedita generosità comunicativa della stessa presidente del Consiglio che, addirittura, per ben due volte si presenta davanti ai giornalisti in una sola settimana.

Ma il Consiglio dei ministri diventa teatro di uno scontro molto acceso tra Salvini e il ministro della Cultura, Alessandro Giuli. Nodo del contendere è una norma che prevede che si possa intervenire sulle abitazioni anche senza coinvolgimento delle soprintendenze. “Finché sarò ministro non consentirò che si violi l’articolo 9 della Costituzione”, avrebbe detto Giuli minacciando di non votare il Piano. Il responsabile della Cultura avrebbe lamentato anche l’inserimento surrettizio dell’articolo sul quale non sarebbe stato preventivamente consultato. “Non si può pensare che una casa popolare Liberty degli anni ’20 possa essere distrutta nei suoi aspetti architettonici semplicemente dicendo ‘mi accingo a sventrarla’”, avrebbe argomentato Giuli. “Ma noi dobbiamo intervenire a Quarto Oggiaro”, avrebbe replicato Salvini. I toni, raccontano, sarebbero stati molto accesi nello stupore generale, con la presidente del Consiglio, costretta a mediare non senza qualche punta di irritazione.

Alla fine il via libera è arrivato e Meloni è scesa apparentemente sorridente in conferenza stampa per spiegare i “tre pilastri” su cui si fonda il Piano e ribadire la sua soddisfazione per essere riusciti a varare, dopo una lunga gestazione durata mesi, un provvedimento che “affronta una delle priorità più sentite dai cittadini, quello della casa”.

L’obiettivo era appunto quello di trasmettere, più all’opinione pubblica che alla stampa, l’immagine di un governo che continua a lavorare “nonostante la situazione difficile”. Ma l’irritazione torna sul finale, quando le viene rivolta una domanda sul caso Minetti che la premier arriva a giudicare come “campata in aria”, anzi ingiusta nei suoi confronti. “Posso chiedervi ogni tanto di parlare anche di quello di cui io sono responsabile e mi sto occupando'”, sbotta. “Voi chiaramente domani fate il titolo su questo e il mio lavoro – aggiunge – è diventato inutile anche oggi e questo non è giusto. Non è giusto perché penso che agli italiani interessi anche sapere cosa questo governo sta facendo per i loro problemi”.

Al Colosseo manifestazione per la Global Sumud flotilla

Milano, 30 apr. (askanews) – “Giù le mani dalla flotilla”, urlano i manifestanti davanti al Colosseo. In migliaia si sono dati appuntamento a Roma, ma anche in tante altre città italiane, per un corteo pacifico dopo il blitz dell’esercito sulle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla diretto a Gaza. Bandiere palestinesi, tantissimi studenti presenti, slogan antifascisti e cori contro il governo Meloni e per la liberazione degli attivisti.”Sappiamo bene il significato di queste piazze e dell’attività che portiamo avanti. Resta altissima l’attenzione perché la flotilla è ancora in mare”, ha detto al megafono Tatiana Montella del legal team di Sumud flotilla, confermando che i 25 italiani insieme agli altri arrestati saranno sbarcati su una spiaggia greca.