Una piaga che non si può derubricare
I numeri, quando sono seri, impongono di pensare. La prima rilevazione nazionale sulle persone senza dimora consegna al Paese un quadro che non può essere relegato ai margini del disagio urbano: nelle 14 città osservate sono state censite 10.037 persone, di cui 5.563 accolte nelle strutture notturne e 4.474 in strada o in sistemazioni di fortuna. Questo basta a comprendere che non siamo di fronte a una marginalità episodica, ma a una forma strutturale di esclusione. Anche la distribuzione territoriale è eloquente: Roma, Milano, Torino e Napoli concentrano la quota più alta del fenomeno, con la sola Capitale che raccoglie oltre un quarto del totale. E se i posti letto disponibili si fermano a 6.678, con un tasso di occupazione già altissimo, significa che il sistema di risposta è sotto pressione e che le città ospitano ormai una povertà stabilmente inscritta nel proprio paesaggio sociale.
Una fotografia seria, ma ancora parziale
Occorre però mantenere il rigore dell’analisi: siamo di fronte a una rilevazione parziale, non a una restituzione esaustiva della povertà abitativa estrema. La stima, per ragioni metodologiche, esclude chi vive in insediamenti organizzati o in stabili occupati, chi è accolto in modo precario presso amici o parenti, oltre ai minori. È dunque plausibile che il fenomeno reale sia più ampio di quanto fin qui emerso.
Il punto è decisivo. I dati non vanno né minimizzati né piegati a letture ideologiche. Vanno assunti per ciò che sono: non un quadro definitivo, ma una base solida da cui partire. E già questa base mostra che la condizione di senza dimora non coincide soltanto con la povertà economica, ma rinvia a una crisi più profonda di legami, diritti, accesso ai servizi e continuità abitativa.
Una povertà plurale
Colpisce che circa il 70% delle persone censite sia costituito da stranieri. Nelle strutture di accoglienza notturna essi sono 3.838, a fronte di 1.725 italiani. Anche tra quanti vivono in strada, la componente straniera risulta prevalente.
Ma questo dato non autorizza letture semplificatrici. Dire che gli stranieri sono la maggioranza non significa che il fenomeno riguardi esclusivamente loro. Al contrario, impone di riconoscere anche una presenza italiana significativa, che non può essere rimossa né ridotta a dettaglio. Migliaia di nostri connazionali vivono infatti in una condizione di vulnerabilità profonda.
La povertà radicale assume oggi una configurazione plurale: intreccia vulnerabilità migratorie, traiettorie biografiche segnate dalla deprivazione, fratture familiari, espulsione dal lavoro, fragilità sanitarie, marginalità amministrativa e impoverimento relazionale. È dentro questa trama che la politica è chiamata a tornare a leggere il fenomeno.
Le radici socioeconomiche
Nessuno finisce per strada per una sola causa. La condizione di senza dimora è quasi sempre l’esito di vulnerabilità che si cumulano: lavoro precario, costo dell’abitare, rarefazione dei legami, dipendenze, fragilità psichiche, marginalità amministrative. Quando questi fattori si addensano, la strada non è una scelta, ma l’approdo di una lenta erosione sociale.
Anche il profilo del fenomeno è eloquente: soprattutto uomini adulti, concentrati nella fascia tra i 31 e i 60 anni, spesso costretti a ripararsi in giacigli di fortuna, sotto i portici, nei sottopassi o sotto i ponti. Non si tratta di un dettaglio descrittivo, ma del segno di una marginalità ormai inscritta nello spazio urbano.
Dalla gestione del disagio alla politica della dignità
È qui che si misura il punto decisivo: non basta riconoscere la gravità del fenomeno, né limitarsi al governo dell’emergenza.
Mensa, doccia e dormitorio sono interventi necessari, ma da soli non bastano. La strada si svuota solo costruendo percorsi credibili di uscita.
Per questo servono politiche serie di housing sociale: alloggi accessibili, soluzioni temporanee accompagnate, recupero di immobili inutilizzati, fondi di garanzia per gli affitti, mediazione con i proprietari, sostegno educativo e sociale. Anche in presenza di bilanci pubblici ristretti, l’housing non va pensato come spesa isolata, ma come composizione intelligente delle risorse: fondi nazionali, programmi europei, rigenerazione urbana, patrimonio da recuperare, alleanze territoriali. Non una promessa facile, ma una priorità da organizzare.
In questo quadro i Comuni hanno un compito decisivo: mappare il disagio, coordinare i servizi e attivare reti territoriali. Ma soprattutto scegliere se limitarsi a contenere il problema oppure assumerlo come misura concreta della qualità civile della città.
Il compito dei cattolici
È qui che il compito dei cattolici impegnati in politica torna a farsi decisivo. Non per rivendicare una superiorità morale, ma perché il Vangelo, se assunto fino in fondo, resta una bussola esigente. “Ero forestiero e mi avete accolto”, dice il Cristo di Matteo 25: parole che non consentono di voltare lo sguardo, né di ridurre il povero a figura decorativa della retorica pubblica, né di ripiegare la fede nel privato, rendendola devota ma socialmente irrilevante.
La questione dei senza dimora mette a nudo il grado di verità della nostra presenza civile. Se davvero affermiamo che ogni persona possiede una dignità indisponibile, allora questa convinzione deve tradursi in scelte di bilancio, priorità amministrative, cultura istituzionale, progetti di medio periodo. La carità, se resta confinata al gesto individuale, rischia di ridursi a sollievo senza giustizia. Ha bisogno, invece, di farsi visione pubblica, intelligenza sociale e iniziativa politica.
Perché serve un campo degasperiano
Ed è precisamente qui che la questione dei senza dimora si lega, in modo tutt’altro che estrinseco, alla necessità di un campo degasperiano. Il dramma della povertà più radicale mostra infatti, forse meglio di ogni altro, quanto sia sterile una politica ridotta a propaganda, polarizzazione permanente e contrapposizione ideologica. Quando una persona dorme sotto un portico o in una stazione, non serve una battaglia identitaria; serve una politica capace di tenere insieme realismo e dignità, istituzioni e corpi intermedi, responsabilità personale e dovere pubblico.
Se parlo di campo degasperiano è perché De Gasperi, alla guida del governo, interpretò la politica non come bandiera identitaria, ma come responsabilità di ricostruzione: consolidare la democrazia, rafforzare le istituzioni, promuovere lo sviluppo, correggere gli squilibri sociali e territoriali, collocare l’Italia entro una visione europea. Degasperiano, allora, significa proprio questo: guardare la persona concreta e affrontare i problemi senza ideologie, con realismo, mediazione e responsabilità pubblica.
La condizione dei senza dimora ci dice, oggi, che abbiamo bisogno esattamente di questo: di uno spazio culturale e progettuale in cui cattolici impegnati in modi diversi possano tornare a confrontarsi, studiare, ordinare le priorità, leggere i bisogni profondi del Paese e costruire risposte sul terreno sociale, educativo e istituzionale. Non un nuovo partito confessionale. Non il ritorno al partito unico dei cattolici, verso il quale non nutro alcuna nostalgia organizzativa. Ma neppure l’idea che ai cattolici si debba chiedere di ritrarsi, di vivere la propria coscienza come un impaccio, di limitarsi a una testimonianza privata priva di responsabilità pubblica.
Più che un nuovo soggetto politico, serve dunque un campo degasperiano: non la riproposizione tardiva di una sigla, né la nostalgia organizzata di una forma conclusa, ma uno spazio esigente di discernimento e di costruzione civile. Non una conta elettorale, ma una trama di responsabilità.
Una grande occasione civile
La questione dei senza dimora è una prova decisiva. Misura la capacità della politica di affrontare la realtà, non di eluderla, e di costruire convergenze autentiche attorno ai bisogni più radicali.
Qui sta il senso di un campo degasperiano: sottrarre problemi come questo alla propaganda e alla contrapposizione sterile, per ricondurli sul terreno della persona, della responsabilità pubblica e delle risposte concrete. Perché chi non ha casa non può diventare un argomento: deve tornare a essere una priorità.