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AIL Oristano, incontro pazienti-medici sui linfomi

Oristano, 13 apr. (askanews) – Istituita nel 2022, la sezione dell’AIL (Associazione Italiana Linfomi) di Oristano ha già raggiunto risultati importanti. Una volta aperta la sede in via Vittorio Veneto 7, in cui viene accolto il pubblico il lunedì, mercoledì e venerdì dalle 9 alle 13, può già contare su una rete di 35 soci, tra fondatori e sostenitori, oltre a 40 volontari.

Federica Badino, del “Gruppo Pazienti Linfomi AIL-FIL”. Qual è l’importanza della giornata di oggi per i pazienti ma anche per i familiari? ” Esatto, le giornate di incontro tra pazienti e medici, che il gruppo pazienti linfomi AIL FIL porta avanti ormai da diversi anni, da dieci anni, sono fondamentali per i pazienti e per i caregiver, ovvero per le persone che se ne prendono cura in momenti di difficoltà e di non autosufficienza, proprio perché offrono l’occasione a questi pazienti e caregiver di entrare in contatto diretto con i medici in uno spazio che è privilegiato, perché molto spesso nei reparti non si ha il tempo o il modo per porre tutte quelle domande e tutti quei dubbi che i pazienti e i caregiver hanno. Quindi queste giornate secondo me per loro sono davvero preziose e uno spazio di confronto” .

Rossana Traversari, è vicepresidente di AIL Oristano. Seppur la vostra sezione sia relativamente giovane, in questi anni avete già raggiunto risultati importanti:

“I progetti futuri sono tanti: il più importante per me e penso anche per i nostri volontari è quello di poter avere un reparto seppur piccolo di ematologia all’interno dell’ospedale, che ancora non c’è. Abbiamo dei medici validissimi, in grado di poter mandare avanti un reparto e poter quindi mandare i nostri volontari ad assistere i pazienti e i familiari. Infatti uno dei progetti è quello di attivare una psicooncologa nella nostra sezione che sia di supporto sia ai pazienti che ai familiari”.

Il dottor Luigi Curreli è primario di oncologia e ematologia dell’ospedale di Oristano. Ci racconti la sua esperienza e il suo lavoro quotidiano per i pazienti oncoematologici:

“Siamo a contatto con i pazienti praticamente 8/10 ore al giorno: in questo abbiamo trovato notevole supporto anche da parte delle associazioni di volontariato e in particolare dell’AIL. Con l’AIL abbiamo avuto delle donazioni per le attività di reparto, abbiamo avuto donazioni anche di poltrone per la somministrazione delle chemioterapie ed è partito ora anche un servizio per il trasporto dei pazienti dal proprio domicilio all’ospedale e viceversa”.

Le giornate come questa sono quindi un punto di riferimento sia per i pazienti che per il personale sanitario per continuare a costruire un dialogo fondamentale per un approccio integrato alla patologia.

Il Papa in Algeria. Card. Vesco: porterà messaggio di pace

Algeri, 13 apr. (askanews) – L’Algeria attende Leone XIV. E’ il primo viaggio di Prevost in Africa da Papa.

“La visita del Papa è un sogno, è una benedizione. Ci aspettiamo un bell’incontro un regalo per tutto il Paese. Mi attendo tante sorprese” dice l’arcivescovo di Algeri, il cardinale Jean-Paul Vesco, che incontrerà Leone nella Cattedrale insieme alla comunità algerina. “Questa è la chiesa del Papa, non c’è differenza tra cristiani e musulmani. Qui nella Basilica portiamo la scritta ‘Nostra Madonna d’Africa, prega per noi e per i musulmani. Pregheremo per tutti. Lavoriamo insieme per una società di pace, Ci parlerà molto di pace” ha aggiunto il porporato.

Tanti gli appuntamenti del Pontefice, tra cui la visita nel Centro di accoglienza e di amicizia delle Suore Agostiniane Missionarie di Bab El Oued dove renderà omaggio alla memoria di due religiose di questa Comunità che, durante la guerra civile algerina, furono tra i 19 martiri uccisi tra il 1994 e il 1996.

“Per me è un amico – racconta suor Lourdes Miguelez, spagnola, da 53 anni in Algeria che conosce bene Robert Prevost – preghiamo per lui affinchè possa compiere la missione difficile e grande che ha verso il mondo intero. È un pastore, un fratello, un padre. Il Papa è fiero di venire qui”.

Passeggeri a terra a Linate, easyJet: colpa dei controlli di frontiera

Milano, 13 apr. (askanews) – All’indomani del caso degli oltre 100 passeggeri lasciati a terra all’aeroporto di Milano Linate, arriva la replica di easyJet, che attribuisce i disagi registrati ieri ai ritardi nei controlli di frontiera legati al nuovo sistema europeo Ees.

“Continuiamo a sollecitare le autorità di frontiera affinché facciano pieno ed efficace utilizzo delle flessibilità consentite, per tutto il tempo necessario durante la fase di implementazione dell’Ees, così da evitare questi inaccettabili ritardi ai controlli di frontiera per i nostri clienti”, si legge nella posizione ufficiale fornita dalla compagnia che rimarca come i disagi non siano di sua responsabilità: “Sebbene si tratti di una situazione al di fuori del nostro controllo, ci scusiamo per i disagi arrecati”

Nel dettaglio, la compagnia nella nota fornisce la sua ricostruzione dei fatti: “A causa dei ritardi nelle procedure del sistema Ees da parte delle autorità di frontiera, nella giornata di ieri alcuni passeggeri in partenza da Milano Linate hanno riscontrato tempi di attesa particolarmente prolungati ai controlli passaporti – scrive – easyJet ha posticipato la partenza del volo EJU5420 da Milano a Manchester di quasi un’ora per concedere ai passeggeri maggiore tempo per i controlli. Tuttavia, il volo è dovuto poi decollare poiché l’equipaggio stava raggiungendo i limiti operativi previsti dalle normative di sicurezza”. La compagnia afferma di aver offerto “ai passeggeri che non sono riusciti a imbarcarsi la possibilità di riprotezione gratuita su un altro volo”.

Una ricostruzione che contrasta con le versioni fornite da alcuni passeggeri. Dalle ricostruzioni emerse nelle ultime ore, il volo Linate-Manchester è decollato dallo scalo milanese alle 11.52, dalle 11 inizialmente previste, lasciando a terra oltre un centinaio di passeggeri ancora in coda al controllo passaporti, senza fornire alcuna informazione nè alcuna assistenza in loco a questi viaggiatori.

Tra loro anche un medico italiano di base a Liverpool, che racconta come “il personale di EasyJet abbia detto a me e ad altri passeggeri inglesi che avremmo ricevuto una notifica sull’app, perchè trattandosi di situazione straordinaria avrebbero contattato singolarmente i passeggeri tramite l’applicazione”. Notifica che, assicuravano, sarebbe arrivata “a breve” ma che 24 ore dopo non è ancora arrivata.

La Cei: rammarico per le parole di Trump, il Papa sia rispettato

Milano, 13 apr. (askanews) – La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana, “rinnovando la piena comunione con il Santo Padre Leone XIV, esprime rammarico per le parole a lui rivolte nelle scorse ore dal Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Unendosi a quanto affermato dal Presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, Mons. Paul S. Coakley, ricorda che il Papa non è una controparte politica, ma il Successore di Pietro, chiamato a servire il Vangelo, la verità e la pace. In un tempo segnato da conflitti e tensioni internazionali, la sua voce rappresenta un richiamo esigente alla dignità della persona, al dialogo e alla responsabilità. Le Chiese che sono in Italia rinnovano al Santo Padre vicinanza, affetto e preghiera, auspicando da parte di tutti rispetto per la sua persona e per il suo ministero”.

Poste, Del Fante al Financial Times: operazione su Tim passo verso il mercato

Roma, 13 apr. (askanews) – L’amministratore delegato di Poste italiane, Matteo Del Fante, difende, dalle colonne del Financial Times, l’offerta da 10,8 miliardi di euro dell’ex monopolista postale per Telecom Italia, dopo le critiche secondo cui l’accordo riporterebbe l’azienda in mano a un campione nazionale sostenuto dallo Stato. Il mese scorso Poste ha lanciato un’operazione in contanti e azioni totalitaria, avendo già accumulato una quota del 27,5% che la rende il maggiore azionista.

Matteo Del Fante ha affermato che Poste sarebbe un buon proprietario per Tim, privatizzata nel 1997 e le cui azioni sono più che raddoppiate nell’ultimo anno. “Da quando abbiamo acquisito la partecipazione in Tim, l’azienda ha sovraperformato. Siamo fiduciosi di meritare la stessa fiducia ora che abbiamo lanciato l’offerta pubblica di acquisto”, ha dichiarato in un’intervista.

“Abbiamo dimostrato di essere un’azienda di mercato”, ha affermato Del Fante. “Questo accordo aumenterebbe il flottante del gruppo, poiché la partecipazione dello Stato nell’entità risultante dalla fusione scenderebbe dal 65% al 50% e verrebbero emesse nuove azioni per gli investitori di Tim”, ha spiegato Del Fante. “In questo senso – ha detto – si tratta di un passo verso il mercato”. Per l’ad “l’offerta è equa, prevediamo di iniziare a pagare un dividendo, cosa che gli azionisti di Tim non ricevono da cinque anni”.

“Se oggi possedete azioni Tim e accettate l’offerta, continuerete a beneficiare dei vantaggi. Il punto – ha spiegato Del Fante – non è solo il valore che offriamo immediatamente, ma la possibilità di trarre vantaggio dalle sinergie future e da una traiettoria di crescita più solida sotto la guida di Poste”. Del Fante prevede che l’accordo si concluda entro settembre. Il gruppo risultante dalla fusione diventerebbe il più grande datore di lavoro in Italia, con oltre 150.000 dipendenti.

“Poste è storicamente un’azienda orientata al consumatore, mentre Tim è più forte nel rapporto con le aziende e la pubblica amministrazione. Questo amplierebbe la nostra base di clienti e rafforzerebbe la nostra offerta tecnologica”, ha evidenziato il manager.

Iran, le notizie più importanti del 13 aprile sulla guerra

Roma, 13 apr. (askanews) – Di seguito una selezione delle notizie più importanti di lunedì 13 aprile sulla guerra di Usa e Israele contro l’Iran, un conflitto che coinvolge i Paesi del Golfo e il Libano, con ripercussioni sull’economia globale.

-10:59 Iran, Schlein: piena solidarietà a Papa, da Trump attacchi gravissimi.

-10:33 Iran, Pechino esorta Iran e Usa a “evitare ripresa delle ostilità”.

-10:10 Iran, Pechino smentisce forniture militari a Teheran.

-10:03 Barile sopra 100 dollari e Borse giù, il contraccolpo sui mercati.

-10:02 Libano, 9 morti e 13 feriti in attacco Idf nel sud del Libano.

-09:50 Mattarella: richiamo Papa a pace urgente,nessuno indifferente ad appelli.

-09:28 Iran: blocco americano di Hormuz “atto di pirateria”.

-09:17 Iran, Salvini: attaccare Papa non intelligente né utile.

-09:08 Borsa, Europa parte in negativo con Francoforte a -1,19%.

-08:52 Iran: danni a 77 monumenti a Teheran da inizio guerra.

-07:00 Il presidente americano Donald Trump ha affermato di non essere “un grande fan” di papa Leone XIV, che il giorno prima aveva pronunciato un discorso molto duro contro la guerra, e si è lanciato in una violenta invettiva contro di lui sui social network.

Trump attacca Leone XIV: è terribile, senza di me non sarebbe Papa

Roma, 13 apr. (askanews) – Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avuto parole ‘di fuoco’ per papa Leone XIV ieri in tarda serata, in un insolito e diretto attacco al leader della Chiesa cattolica, che ha scatenato immediate reazioni di condanna da parte dei credenti e delle isituzioni eccelesiastiche.

In quella che a tutti è sembrata una risposta alle crescenti critiche del pontefice al conflitto lanciato congiuntamente da Stati Uniti e Israele contro l’Iran e alle politiche migratorie molto rigide dell’amministrazione Trump, Il presidente americano ha definito Leone XIV “terribile”.

I cattolici sui social media hanno reagito criticando Trump per aver attaccato il leader della Chiesa. E l’arcivescovo Paul S. Coakley, presidente della Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti, si è detto rattristato dalle dichiarazioni di Trump. “Papa Leone non è il suo rivale; né il Papa è un politico. È il Vicario di Cristo che parla dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime”, ha dichiarato in una nota ufficiale.

Robert Francis Prevost, originario di Chicago, è il primo papa statunitense. Trump ha sostentuo che è stato eletto proprio perchè americano, anzi proprio perchè alla Csaa Bianca è tornato lui: “Leone dovrebbe essermi grato perché, come tutti sanno, la sua nomina è stata una sorpresa incredibile. Non figurava in nessuna lista degli eleggibili ed è stato scelto esclusivamente perché americano, perchè si riteneva che fosse il modo migliore per gestire il rapporto con il presidente Donald J. Trump. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano”, ha affermato.

Conosciuto per la sua cautela nel linguaggio, nelle ultime settimane è diventato un critico esplicito del conflitto in Iran e ha denunciato la “follia della guerra” in un appello per la pace sabato. Lo scorso anno ha messo in dubbio che le politiche migratorie molto dure dell’amministrazione Trump fossero coerenti con l’insegnamento pro-vita della Chiesa.

“Chi dice: ‘Sono contro l’aborto ma sono d’accordo con il trattamento disumano degli immigrati negli Stati Uniti’, non so se sia davvero pro-vita”, aveva affermato il pontefice a settembre.Trump ha scritto nel suo post di domenica che “Leone dovrebbe darsi una regolata come papa”, dicendo poi ai giornalisti di non essere “un grande fan” del pontefice. Ha elogiato invece il fratello, da lui definito un vero Maga. L’attacco di Trump ha inoltre accusato Leone di essere “debole sul tema delle armi nucleari”, pochi giorni dopo che il papa aveva definito “totalmente inaccettabile” la minaccia del presidente americano di distruggere la civiltà iraniana.

In un discorso nella Domenica delle Palme il mese scorso in Piazza San Pietro, il Santo Padre aveva sottolineato che Dio rifiuta le preghiere dei leader che scatenano guerre e hanno le mani “piene di sangue”, definendo il conflitto in Iran “atroce”.

Leone XIV ha inoltre invitato Trump a trovare una “via d’uscita” per mettere fine al conflitto e “ridurre il livello di violenza”. Nel suo messaggio, Trump ha suggerito che Leone sia stato eletto papa lo scorso anno “solo perché era americano e pensavano che fosse il modo migliore per gestire il presidente Donald J. Trump”.

Il Papa è partito oggi per un viaggio di 10 giorni in quattro Paesi africani. Leone XIV ha chiesto una “riflessione profonda” sul modo in cui i migranti sono trattati negli Stati Uniti.

Il suo appello per un approccio più compassionevole all’immigrazione rievoca una posizione espressa anche da diversi suoi predecessori, che è però in contrasto con quella di Trump, che sostiene che gli Stati Uniti debbano limitare l’immigrazione dai Paesi in via di sviluppo per ridurre la criminalità. “È una persona molto liberale ed è un uomo che non crede nel fermare il crimine”, ha detto Trump ai giornalisti domenica sera. Trump aveva già avuto un rapporto difficile con il predecessore di Leone, Papa Francesco, che aveva criticato le sue proposte sull’immigrazione durante la sua prima campagna presidenziale e aveva suggerito che Trump non fosse “cristiano”.

Trump aveva definito Francesco “vergognoso” all’inizio del 2016.

Iran, Schlein: piena solidarietà a Papa, da Trump attacchi gravissimi

Roma, 13 apr. (askanews) – “Con gli attacchi e le minacce al Papa il presidente Trump sposta oltre ogni tollerabilità il metodo di arroganza che lo ha fin qui caratterizzato. Insultare il Papa per il suo fortissimo richiamo alla pace, al dialogo e alla dignità umana è atto gravissimo, che rivela fino in fondo la cultura della sopraffazione di chi non tollera voci libere. Esprimo quindi, anche a nome della comunità del Partito democratico, piena solidarietà a Papa Leone XIV”. Lo afferma la segretaria del Pd, Elly Schlein.

Trump contro Leone IV. Chi tra l’imperatore e il Papa? Certamente il Papa

Un attacco diretto, sullo sfondo della crisi internazionale

Le dichiarazioni di Donald Trump contro il Papa segnano un passaggio delicato nei rapporti tra politica e autorità religiosa. Il presidente ha affermato di non essere “un grande fan” di Leone XIV, accusandolo di posizioni troppo liberali e di debolezza su temi come sicurezza e politica estera. Le critiche sono state accompagnate da interventi sui social e da toni particolarmente aspri, fino a evocare una contrapposizione personale con il Pontefice.

L’uscita di Trump si colloca nel contesto della crisi mediorientale e delle tensioni legate all’Iran, dopo che il Papa aveva pronunciato parole molto dure contro la guerra e contro quella che ha definito una deriva di “onnipotenza” nella gestione dei conflitti.

Il richiamo del Papa: pace, responsabilità, limite

Da parte sua, Papa Leone XIV ha mantenuto una linea coerente con la tradizione della diplomazia pontificia: nessun riferimento diretto a leader politici, ma un richiamo forte alla responsabilità morale di chi governa.

Nel suo intervento, il Papa ha denunciato “l’idolatria della forza” e ha invitato i responsabili delle nazioni a fermarsi, a privilegiare il dialogo e a sottrarsi alla logica dell’escalation militare. Un messaggio che si inscrive nella dottrina della pace della Chiesa e che evita accuratamente la personalizzazione dello scontro.

La risposta dei vescovi statunitensi

La reazione dell’episcopato americano è stata netta. L’arcivescovo Paul S. Coakley, presidente della Conferenza episcopale, ha espresso “profondo dolore” per le parole del presidente, definendole denigratorie e inappropriate.

Il punto centrale della sua dichiarazione è di natura istituzionale e teologica: il Papa non è un attore politico né un avversario, ma il Vicario di Cristo, chiamato a parlare secondo il Vangelo e per la cura delle anime.

In continuità con precedenti interventi, lo stesso Coakley ha richiamato anche la responsabilità morale dei governanti, affermando che la minaccia di colpire popolazioni e infrastrutture civili non può essere giustificata e che esistono vie alternative al conflitto.

Tra potere politico e autorità spirituale

Lo scontro evidenzia una tensione ricorrente nella storia occidentale: quella tra potere temporale e autorità spirituale. Ma in questo caso il punto non è una divergenza dottrinale, bensì il rischio di ridurre il magistero della Chiesa a oggetto di polemica politica.

La presa di posizione dei vescovi americani segna un confine chiaro: la critica politica è legittima, ma non può trasformarsi in delegittimazione dell’istituzione ecclesiale. Né può essere accettata una rappresentazione del Papa come parte di uno schieramento.

In questa linea si colloca un giudizio che non è politico ma di ordine: tra la logica della forza e quella del servizio, tra la personalizzazione del potere e la responsabilità morale, la Chiesa richiama – con fermezza – la priorità della pace e della dignità della persona.

In copertina un particolare dell’immagine postata da Trump su Truth.

Le Bambole di Pezza ripartono dai live col nuovo "Club Tour 2026″

Milano, 13 apr. (askanews) – Ripartono dai club e da quella dimensione fisica che da sempre è la loro casa naturale. Le Bambole di Pezza inaugurano il nuovo “Club Tour 2026” il 15 aprile al Fabrique con una grande festa, primo appuntamento di una serie di date che arriva poche settimane dopo il Festival di Sanremo e a ridosso dell’uscita del nuovo album “5”, pubblicato il 27 marzo per EMI/Universal Music. Il live di apertura al Fabrique si annuncia come un vero e proprio evento-manifesto, con una serie di ospiti che raccontano bene la rete di connessioni costruita dal gruppo negli ultimi anni: da J-Ax, con cui hanno firmato il singolo “Cresciuti male”, a Cristina D’Avena, protagonista insieme a loro della cover “Occhi di gatto” presentata proprio a Sanremo 2026. E ancora la giovane cantautrice voce della nuova generazione, Mille, già presente nell’album “Wanted” nel brano “Atlantide”, e Jo Squillo, al fianco della band in “Non sei sola”, traccia simbolo della loro attenzione ai temi sociali e alla violenza contro le donne. Un parterre che non è semplice celebrazione, ma dichiarazione di intenti: le Bambole di Pezza arrivano al tour dopo mesi di visibilità mainstream senza rinunciare alla propria natura. Dopo il successo registrato nel precedente tour nei club, la band torna così nei live indoor con uno spettacolo che promette energia, identità e partecipazione, riportando il racconto collettivo costruito sul palco dell’Ariston dentro spazi più ravvicinati, dove il contatto con il pubblico diventa centrale. Un ritorno alle origini, ma con una consapevolezza nuova: quella di una band che, dopo Sanremo, rilancia la propria identità, portandola esattamente dove è nata: sotto un palco, tra distorsioni e corpi in movimento. Le date del “Club Tour 2026”, prodotto e organizzato da Friends and Partners e Color Sound, sono: 15 aprile – Milano, Fabrique 21 aprile – Firenze, Viper 23 aprile – Padova, Hall 28 aprile – Torino, Concordia 6 maggio – Bologna, Estragon 7 maggio – Roma, Atlantico 9 maggio – Napoli, Casa della Musica

Barile sopra 100 dollari e Borse giù, il contraccolpo sui mercati

Roma, 13 apr. (askanews) – Inizio settimana inevitabilmente negativo per i mercati, dopo il fallimento delle trattative tra Usa e Iran e il persistere della chiusura dello snodo chiave dello Stretto di Hormuz.

A farne le spese innanzitutto i prezzi di petrolio e gas naturale, con il barile di oro ero tornato immediatamente al di sopra dei 100 dollari. Le borse europee hanno aperto tutte in ribasso e a metà mattina a Piazza Affari l’indice Ftse-Mib cede uno 0,79%.

Limitati i movimenti sui titoli di Stato, con i tassi sui Btp decennali in rialzo di circa 2 punti base base al 3,85% e il differenziale rispetto ai tassi dei Bund tedeschi equivalenti, lo “spread”, a 79 punti base.

Unica eccezione la borsa di Budapest, partita in netto rialzo dopo la vittoria elettorale dell’esponente dell’opposizione ungherese Peter Magyar. Nelle contrattazioni mattutine l’indice di riferimento (Bux) guadagna il 2,58%, mentre i rendimenti sui titoli di stato segnano netti calmieramenti (con un calo di oltre 40 punti base sulla scadenza decennale).

A metà mattina, il barile di Brent, il greggio di riferimento del mare del Nord balza del 6,82% a 101,69 dollari. Negli scambi dell’afterhours il West Texas Intermediate balza del 7,13 per cento a 103,46 dollari. I futures europei Ttf sul gas in prima consegna salgono del 7,4% a 46,85 ad Amsterdam.

Papa, Meloni: possa suo ministero favorire ritorno pace, Italia farà sua parte

Roma, 13 apr. (askanews) – “A nome mio personale e del governo italiano, desidero rivolgere a Papa Leone XIV il ringraziamento e l’augurio più sincero per il buon esito del viaggio apostolico che lo condurrà per la prima volta in Africa e che lo porterà a toccare quattro nazioni: Algeria, Camerun, Angola e Guinea equatoriale. Possa il .mMinistero del Santo Padre favorire la composizione dei conflitti e il ritorno della pace, interna e tra le nazioni, nel solco del percorso tracciato dai suoi Predecessori, e dare sostegno e conforto alle comunità cristiane che avrà modo di incontrare durante il viaggio”. Lo afferma in una nota il presidente del Consiglio, Giorgia M..eloniI.

“L’Italia – aggiunge la premier – continuerà a fare la propria parte per favorire la costruzione di un nuovo modello di cooperazione con il Continente africano e per sostenere la pace, lo sviluppo e il benessere dei popoli”.

Mattarella: richiamo Papa a pace urgente,nessuno indifferente ad appelli

Roma, 13 apr. (askanews) – “Il forte richiamo alla pace, così urgente in tempi tanto tribolati, al pari dell’invito all’unità e alla fraternità, contribuirà ad alimentare la consapevolezza dell’indispensabile contributo che ogni individuo e ogni collettività sono chiamati a fornire per superare le divisioni e salvaguardare la dignità dell’uomo”. E’ quanto scrive il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un messaggio al Papa in risposta a quello che il Pontefice gli ha indirizzato prima di partire per “il lungo viaggio apostolico che La porterà in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale”.

“Sono certo che nessuno potrà rimanere indifferente rispetto a questi solenni appelli, rivolti soprattutto alle ultime generazioni, chiamate ad assumere la responsabilità e vivere la gioia del divenire fecondo seme di progresso sociale ed economico per i rispettivi Paesi e comunità”, sottolinea il Capo dello Stato.

I Duran Duran ripubblicano in vinile due loro storici album

Milano, 13 apr. (askanews) – I Duran Duran riportano sul mercato in formato vinile Duran Duran (The Wedding Album) del 1993 e Thank You del 1995, per la prima volta dalle loro release originali. Disponibili da ora, entrambi gli album saranno ripubblicati come set 2LP e su CD.

Dopo il successo delle ristampe della scorsa estate dei primi cinque album in studio -Duran Duran, Rio, Seven and the Ragged Tiger, Notorious e Big Thing- la band presenta ora The Wedding Album e Thank You in edizioni nuovamente rimasterizzate. Entrambi i titoli presentano gli ultimi remaster audio disponibili, con le configurazioni in vinile ampliate nel formato deluxe 2LP.

The Wedding Album è racchiuso in una copertina con nuovi dettagli in rilievo e accompagnato da una art card da 12 pollici, mentre Thank You si presenta in copertina apribile con un poster pieghevole che replica fedelmente l’edizione originale. Le edizioni CD aggiornate sono confezionate in custodie di carta, sostituendo i jewel case originali.

Pubblicato nel 1993, Duran Duran, il secondo disco omonimo della band, affettuosamente conosciuto come The Wedding Album, debuttò nella top 10 su entrambe le sponde dell’Atlantico. Trainato dai successi mondiali Ordinary World e Come Undone, rimane una pietra miliare della loro leggendaria carriera, mostrando la band in una forma creativa straordinaria.

Thank You, uscito nel 1995, è l’album di cover che include le versioni dei Duran Duran di brani classici scritti da Led Zeppelin, Bob Dylan, The Doors, Lou Reed, Public Enemy ed Elvis Costello. L’album entrò nella top 20 delle classifiche britanniche e americane; Lou Reed definì la loro versione di “Perfect Day” come “la migliore cover mai realizzata di una mia canzone”. La traccia di apertura, la cover di “White Lines (Don’t Do It)” di Grandmaster Melle Mel, rimane ancora oggi uno dei brani preferiti dai fan durante i live.

Guardando al futuro, i Duran Duran hanno già annunciato importanti performance dal vivo per il 2026. Dopo l’headlining al Beachlife Festival di Redondo Beach, in California, a maggio, la band tornerà a Las Vegas per quattro show al BleauLive Theater del Fontainebleau Vegas. Il tour estivo proseguirà in Europa a giugno e luglio con tappe al Heartland Festival (Kværndrup), all’O2 Arena di Praga, alla Papp László Sportaréna di Budapest e al Boris Trajkovski Sports Center di Skopje.

A luglio, la band terrà tre concerti speciali in Italia: all’Arena di Verona, alla Reggia di Caserta e a Villa Manin.

I Duran Duran hanno venduto oltre 100 milioni di dischi in tutto il mondo, ottenuto 18 singoli di successo in America e 21 brani nella Top 20 del Regno Unito, confermandosi come una delle band più influenti e di successo di tutti i tempi. Sono stati inoltre onorati con otto premi alla carriera, due GRAMMY, due BRIT Awards, l’ingresso nella Rock & Roll Hall of Fame e due Ivor Novello, uno dei quali per l’Eccezionale Contributo alla Musica Britannica.

Sandro Gozi: “Con Orbán sconfitti sovranisti e nazionalisti”

di Sandro Gozi

Gli ungheresi hanno fatto la loro scelta: Viktor Orbán è stato sconfitto. È la fine di un ciclo politico che per anni ha messo in discussione i principi fondamentali della democrazia europea. Quella di oggi [ieri per chi legge, Ndr] è una battuta d’arresto anche per quei sovranisti ed estremisti in Italia che in questi anni hanno indicato in Orbán un riferimento politico: Giorgia Meloni e Matteo Salvini, che hanno costruito un asse con il leader ungherese, legittimandone le derive autoritarie e scelte antidemocratiche, sistematicamente ostili al progetto europeo.

Queste elezioni segnano il tramonto di un sistema di potere costruito sulla compressione dello Stato di diritto, sul controllo del pluralismo e su una contrapposizione permanente all’Europa. Un modello che per anni è stato indicato, anche in Europa, come alternativa. Il voto ungherese è anche una risposta alle ingerenze di Vladimir Putin e a quella rete politica internazionale che, a partire da Donald Trump, ha alimentato e legittimato questa deriva. Gli ungheresi hanno scelto libertà e appartenenza europea. Hanno detto che l’Europa non è un vincolo da aggirare, ma una comunità politica da rafforzare. È un messaggio che risuona ben oltre Budapest e che interpella tutte le forze europeiste.

Ora si apre una fase nuova, e non sarà semplice. L’Unione deve essere all’altezza di questo passaggio: più politica, più coraggiosa, più capace di proteggere e promuovere lo Stato di diritto. La democrazia europea non si difende con le celebrazioni. Si difende ogni giorno, in ogni suo Stato membro..

Italia-Usa 1956: quando il quotidiano della Dc strapazzava il potente Segretario di Stato

Washington 7 febbraio – Il Congresso degli Stati Uniti ha deciso oggi di tenere una sessione riunita delle due Camere il 29 febbraio per ascoltare un indirizzo del Presidente della Repubblica italiana Giovanni Gronchi. La sessione riunita è il massimo onore che il Congresso degli Stati Uniti possa riservare ad una personalità straniera in visita a Washington. Normalmente un ospite viene ricevuto separatamente dalla Camera e dal Senato.

Nel corso della conferenza stampa un giornalista ha così interpellato Dulles circa un’intervista attribuita al Presidente Gronchi: «È apparsa una intervista con il Presidente Gronchi che ha avuto ampia diffusione. In essa il Presidente Gronchi ha avanzato alcuni suggerimenti che egli ha detto di voler portare alla vostra attenzione quando verrà a Washington questo mese. Avete visto tale intervista ed avete alcun commento da fare al riguardo?».

Dulles ha risposto: «Ho osservato che vi sarebbero alcune divergenze di opinioni tra il Presidente Gronchi e lo scrittore dell’articolo e ritengo che sarebbe meglio che io lasciassi che la controversia sia risolta tra di loro».

— Fin qui la notizia diramata ieri dall’Ansa. Conviene però rilevare che da parte della Presidenza della Repubblica l’intervista è stata dichiarata inesistente, e pertanto prive di alcun fondamento le opinioni che lo Stevens ha attribuito al Presidente della Repubblica. Non vi è perciò alcuna controversia fra Gronchi e Stevens «da risolversi tra di loro» — secondo la frase di Dulles di estremo dubbio gusto quando non si voglia considerarla offensiva — bensì la precisazione che l’intervista era frutto di fantasia.

Dulles certamente sa che in America i «columnists», cioè coloro che devono scrivere ogni giorno qualche cosa di politico che assomiglia molto ai nostri articoli di fondo, molto spesso sono portati ad usare le tinte forti, anche per il gusto della sensazione e della notizia. Questa volta però la notizia non c’era; e tutto si è risolto nella sensazione. È strano che il signor Foster Dulles non se ne sia accorto del tutto.

[“Il Popolo”, 8 febbraio 1956. La nota appariva in prima pagina]

Il nodo irrisolto del centro politico

Rideclinare la politica di centro”

Ad un anno dalle elezioni forse è anche arrivato il momento per essere ancora più chiari del previsto e del normale. Almeno su tre versanti che ci coinvolgono direttamente come Popolari, come esponenti di una cultura politica di centro e come politici che non hanno mai coltivato una vocazione meramente testimoniale o, peggio ancora, di semplici spettatori dei processi politici.

Innanzitutto la necessità, oggi, di rideclinare quella che Guido Bodrato amava definire come “politica di centro”. Soprattutto in un clima politico caratterizzato da una pesante e massiccia radicalizzazione del conflitto e attraversato da una altrettanto nefasta polarizzazione ideologica. Tanto a destra quanto, e soprattutto, a sinistra. E proprio la “politica di centro” e non una semplice e banale equidistanza dai due poli, è oggi la vera sfida politica, culturale e programmatica da lanciare nella politica italiana. Una “politica di centro” che, del resto, è sempre stato un caposaldo essenziale del progetto politico della Democrazia Cristiana e della miglior stagione del cattolicesimo politico italiano.

Il ruolo decisivo dei Popolari

Ed è proprio su questo versante che, ed è la seconda considerazione, il ruolo dei Popolari è decisivo ed essenziale per promuovere e valorizzare un vero ed autentico Centro politico e di governo. Certo, non solo i Popolari ma molte altre storiche e tradizionali culture politiche possono e debbono dare un contributo essenziale per ricostruire una prospettiva centrista, riformista e di governo cercando di attenuare, al contempo, la radicalizzazione del conflitto politico nel nostro paese.

Ma senza la cultura cattolico popolare e cattolico sociale, è inutile negarlo anche e soprattutto per ragioni oggettive e storiche, è semplicemente impossibile costruire una “politica di centro” o un Centro o, infine, un progetto politico centrista, riformista e di governo.

Lagibilità politica come condizione

Ma tutto ciò è possibile, ed è l’ultima considerazione, solo se i cosiddetti partiti centristi – perchè sono più d’uno, com’è ovvio ed evidente – danno piena, concreta e fattiva cittadinanza alla cultura, al pensiero e alla tradizione cattolico popolare, cattolico sociale e cattolico democratica. E questo non per rivendicare grigi e banali spazi di potere ma, al contrario, per innervare, rafforzare ed arricchire il progetto politico di questi partiti e delle rispettive coalizioni di riferimento.

Il tutto nel pieno rispetto delle varie sensibilità e del forte pluralismo politico ed elettorale presenti nell’universo valoriale, culturale ed ideale del cattolicesimo politico italiano. Perchè senza una piena, riconosciuta e trasparente agibilità politica, frutto forse di antiche ed ataviche pregiudiziali ideologiche e culturali, il destino non potrebbe che essere quello di assistere la partita dalla tribuna.

 

Il rischio di una presenza testimoniale

E, per dirla in termini ancora più chiari, senza una agibilità concreta e fattiva nei vari partiti e schieramenti questa cultura e i rispettivi protagonisti – ovvero gli eredi della storia, del pensiero e della tradizione del cattolicesimo politico italiano – avrebbero solo il compito di applaudire o fischiare ciò che avviene in campo senza, però, interferire nella partita.

Ecco perché le tre riflessioni che ho avanzato sono intrecciate l’una con l’altra. Solo il tempo ci dirà, da oggi e sino alle ormai prossime elezioni politiche, se e dove esiste la concreta volontà di individuare nella tradizione del cattolicesimo politico italiano una risorsa ed un valore aggiunto e non solo un peso o un retaggio del passato.

Riforme e piazze in fermento: l’Italia all’indomani della Grande Guerra

di Mario Avagliano

5C’è un anno, nella storia italiana, che più di altri assomiglia a una scossa elettrica: il 1919. Michele Graziosetto, nel suo 1919: i segni della modernità, lo racconta come un punto di rottura, un laboratorio caotico in cui si mescolano entusiasmo e paura, libertà e violenza, innovazione e disorientamento.

È, prima di tutto, l’anno dopo la fine della Prima guerra mondiale. E questo dettaglio è decisivo. Il Paese esce da un conflitto devastante con milioni di reduci, un’economia da riconvertire, un debito enorme e aspettative altissime. «Si espandeva un irrazionale desiderio di gioia di vivere», scrive l’autore, ma accanto a questo emerge subito una tensione diffusa, fatta di rancori, disuguaglianze e promesse mancate.

Il 1919 è quindi insieme liberazione e crisi. La fine della disciplina militare lascia spazio a nuovi comportamenti sociali: più libertà nei costumi, nella moda, nei rapporti tra uomini e donne. È una modernità ancora confusa, ma visibile. Nelle città si affermano stili di vita più disinvolti; nelle arti e nella cultura continua a vibrare l’onda del futurismo, con il suo culto della velocità, della rottura e dell’irriverenza. Anche la musica e lo spettacolo si aprono a forme più leggere e popolari, segnali di una società che vuole lasciarsi alle spalle l’austerità della guerra.

Ma il cambiamento più evidente passa dalla politica. Il 1919 è un anno di riforme importanti: viene introdotto il sistema proporzionale, che rivoluziona il modo di fare politica e frammenta il quadro parlamentare; si allarga la partecipazione elettorale maschile; si abolisce l’autorizzazione maritale che limitava fortemente le donne; si avviano politiche sociali che cercano di rispondere alle richieste di lavoro e tutela. Sono provvedimenti che, almeno sulla carta, aprono a una maggiore democratizzazione dello Stato.

Eppure, queste innovazioni non stabilizzano il sistema. Al contrario, lo rendono più fragile. Come osserva Graziosetto, la violenza nelle piazze e lo scontro tra gruppi danno «la sensazione che l’intero assetto giuridico-statuale fosse sotto assedio». Le riforme corrono più veloci della capacità del Paese di assorbirle.

In questo clima nascono nuove forze politiche. Il Partito Popolare Italiano segna l’ingresso ufficiale dei cattolici nella vita politica nazionale; i Fasci di combattimento, ancora deboli e disorganizzati, rappresentano un fenomeno inizialmente marginale ma carico di potenziale. Intanto il socialismo cresce, radicalizza i toni e parla apertamente di rivoluzione.

Fuori dai palazzi, la società ribolle. I reduci chiedono riconoscimento e lavoro; gli operai scioperano; i contadini rivendicano terra e diritti. Il libro insiste su questo scarto tra aspettative e realtà: «le soluzioni… sono ancora in gran parte inevase», e proprio da qui nasce la frustrazione collettiva.

Un altro “segno della modernità” è l’esperienza di Fiume, che Graziosetto richiama come simbolo di un nuovo stile politico: spettacolare, emotivo, quasi teatrale. Non è solo un episodio nazionalista, ma un laboratorio di linguaggi che mescolano estetica, propaganda e partecipazione di massa.

Il 1919, però, non è un anno uniforme. L’autore mostra bene la distanza tra città e campagne: mentre nei centri urbani si discute di rivoluzione e nuovi assetti politici, nelle campagne prevalgono rivendicazioni concrete, legate al lavoro e alla sopravvivenza. La modernità arriva ovunque, ma in forme diverse, spesso contraddittorie.

Alla fine, ciò che colpisce è l’incertezza. Nulla è ancora deciso. Come ricordano le parole riportate nel libro, molti pensano che «il vecchio mondo stesse per crollare» e che fosse alle porte un nuovo ordine. Non sarà così semplice. Ma è proprio questa apertura di possibilità a rendere il 1919 un anno unico.

Il merito del volume di Graziosetto sta qui: restituire il rumore di fondo di un’epoca, senza trasformarlo in una storia già scritta. Il 1919 non è solo l’inizio di qualcosa che verrà. È, prima di tutto, un momento in cui tutto sembra possibile — e proprio per questo instabile.

[Il testo qui riproposto è stato pubblicato dall’autore sul suo blog marioavagliano.it con il titolo “1919, l’anno in cui l’Italia cambiò pelle”]

Calcio, risultati Serie A: l’Inter a +9 sul Napoli

Roma, 13 apr. (askanews) – Questi i risultati e la classifica della 32esima giornata di serie A dopo Como-Inter 3-4

32esima giornata Roma-Pisa 3-0, Cagliari-Cremonese 1-0, Torino-Verona 2-1; Milan-Udinese 0-3; Atalanta-Juventus 0-1, Genoa-Sassuolo 2-1; Parma-Napoli 1-1; Bologna-Lecce 2-0; Como-Inter 3-4. Lunedì 13 aprile ore 20.45 Fiorentina-Lazio.

Classifica: Inter 75, Napoli 66, Milan 63, Juventus 60, Como 58, Roma 57, Atalanta 53, Bologna 48, Lazio 44, Udinese 43, Sassuolo 42, Torino 39, Genoa, Parma 36, Cagliari 33, Fiorentina 32, Cremonese, Lecce 27, Verona, Pisa 18.

33ª giornata Venerdì 17 aprile, ore 18.30 Sassuolo-Como; ore 20.45 Inter-Cagliari. Sabato 18 aprile, ore 15 Udinese-Parma; ore 18 Napoli-Lazio; ore 20.45 Roma-Atalanta. Domenica 19 aprile, ore 12.30 Cremonese-Torino; ore 15 Verona-Milan; ore 18 Pisa-Genoa; ore 20.45 Juventus-Bologna. Lunedì 20 aprile, ore 20.45 Lecce-Fiorentina.

Salvamento, tre italiani nella prima enciclopedia su 45 secoli di storia di salvataggi e salvatori

Roma, 12 apr. (askanews) – Il presidente della Federazione Italiana Nuoto da un quarto di secolo Paolo Barelli, classe 1954. Il presidente della sezione Salvamento della Fin Giorgio Quintavalle, classe 1972. L’atleta genovese Nicolò Di Tullio classe 1994. Sono i tre italiani entrati a buon diritto nella storia mondiale del soccorso acquatico grazie alla pubblicazione in questi giorni della prima Enciclopedia Mondiale del Salvamento”, opera di servizio e documentazione scaricabile gratuitamente on-line da qualche giorno e disponibile anche in versione libro. Tra gli altri anche la Regina Elisabetta II, Kirsty Coventry, Michael Phelps, la Principessa Charlesene di Monaco.

Un’opera omnia che per la prima volta raccoglie e documenta 45 secoli di storie del soccorso in acqua, mare, laghi o fiumi e ambienti propssimi, curata per conto della GLSA (Greek Lifesaving Sports Association) da una delle massime autorità contemporanee del settore del salvamento: il professore greco Stathis Avramidis.

In 539 pagine “Life-guardians’ Encyclopedia: 45 Centuries of Drowning Prevention, Rescue, Treatment”, documenta la lunga e globale lotta dell’umanità in tutto il mondo e in ogni periodo storico per proteggere la vita dell’Uomo in acqua.

L’opera enciclopedica raccoglie e racconta l’evoluzione della prevenzione dell’annegamento, del salvataggio e del trattamento attraverso le vite e i contributi di individui straordinari provenienti da tutte le civiltà. Dagli antichi soccorritori fluviali egiziani e i nuotatori portuali greci ai pionieri moderni della rianimazione, del salvataggio e dell’educazione alla sicurezza idrica, il volume documentale propone una narrazione diversificata e interdisciplinare dello sforzo, dell’innovazione e del coraggio che in ogni tempo sono stati riservati all’impegno al servizio e alla protezione della vita umana altrui.

A differenza delle enciclopedie tradizionali, “Life-guardians’ Encyclopedia” si propone di andare anche oltre il semplice elenco di fatti storici, arricchendoli con un’esplorazione del salvataggio strutturata in sette periodi storici, dall’antichità alla moderna era globale della prevenzione dell’annegamento. Vengono in questo schema ripercorsi e ordinati non solo i progressi tecnologici e medici, ma anche le storie delle persone che li hanno incarnati: medici, bagnini, educatori, atleti, accademici, innovatori, professionisti dei media, leader, amministratori, celebrità, imprenditori, filantropi e persino animali di ogni parte del pianeta le cui azioni hanno salvato vite in mare, laghi, fiumi, piscine.

Elezioni Ungheria, finita l’era Orban: vince Magyar

Roma, 12 apr. (askanews) – Viktor Orban ha ammesso la sconfitta telefonando al suo rivale, Peter Magyar, quando il risultato delle elezioni ungheresi di oggi è diventato chiaro. Lo ha dichiarato lo stesso leader di Tisza.

Tisza, il partito di Magyar, ha ottenuto un grande risultato. Con metà dei seggi scrutinati, le proiezioni danno Tisza con la possibilità di ottenere i due terzi dei seggi in Parlamento (133), che consentirebbero di modificare la costituzione.

Fidesz, il partito conservatore di Orban, invece sarebbe sotto i 60 seggi. In Parlamento entrerebbe anche Mi Hazank, formazione di estrema destra.

Calcio, risultati Serie A, Bologna a quota 48 punti

Roma, 12 apr. (askanews) – Questi i risultati e la classifica della 32esima giornata di serie A dopo Bologna-Lecce 2-0

32esima giornata Roma-Pisa 3-0, Cagliari-Cremonese 1-0, Torino-Verona 2-1; Milan-Udinese 0-3; Atalanta-Juventus 0-1, Genoa-Sassuolo 2-1; Parma-Napoli 1-1; Bologna-Lecce 2-0; ore 20.45 Como-Inter. Lunedì 13 aprile ore 20.45 Fiorentina-Lazio.

Classifica: Inter 72, Napoli 66, Milan 63, Juventus 60, Como 58, Roma 57, Atalanta 53, Bologna 48, Lazio 44, Udinese 43, Sassuolo 42, Torino 39, Genoa, Parma 36, Cagliari 33, Fiorentina 32, Cremonese, Lecce 27, Verona, Pisa 18.

33ª giornata Venerdì 17 aprile, ore 18.30 Sassuolo-Como; ore 20.45 Inter-Cagliari. Sabato 18 aprile, ore 15 Udinese-Parma; ore 18 Napoli-Lazio; ore 20.45 Roma-Atalanta. Domenica 19 aprile, ore 12.30 Cremonese-Torino; ore 15 Verona-Milan; ore 18 Pisa-Genoa; ore 20.45 Juventus-Bologna. Lunedì 20 aprile, ore 20.45 Lecce-Fiorentina.

Papa, Algeria attende Leone. Card. Vesco: porterà messaggio di pace

Algeri, 12 apr. (askanews) – (Di Serena Sartini)

L’Algeria attende Papa Leone. Tutto pronto (o quasi) per l’arrivo di Prevost nella capitale Algeri, dove è atteso domani mattina intorno alle 10. “E’ un sogno. Ci aspettiamo un bell’incontro, la visita del Papa qui è una benedizione – ci dice l’arcivescovo di Algeri, il cardinale Jean-Paul Vesco – un regalo per tutto il Paese. Mi attendo tante sorprese”.

Incontriamo il cardinale Vesco nella Cattedrale dove domani pomeriggio Leone incontrerà la comunità algerina. “Questa è la chiesa del Papa, non c’è differenza tra cristiani e musulmani. Qui nella Basilica portiamo la scritta ‘Nostra Madonna d’Africa, prega per noi e per i musulmani’. Pregheremo per tutti, Lavoriamo insieme per una società di pace”, prosegue il porporato.

Vi attendete un messaggio di pace? “Penso che il Papa si spenda tanto per la pace, l’ha detto fin dall’inizio del suo insediamento: ‘La pace sia con voi’. Ci parlerà molto di pace”.

Il Papa in una moschea “è una cosa molto bella”. “Significa accoglierlo in un luogo sacro di un’altra religione. È una cosa molto bella”. L’arcivescovo di Algeri racconta che il dialogo con l’Islam è buono in Algeria. “E la visita del Papa è un’occasione importante di incontro tra religioni. È proprio questo il concetto di libertà religiosa: il rispetto reciproco”.

Fervono i preparativi anche nel Centro di accoglienza e di amicizia delle Suore Agostiniane Missionarie di Bab El Oued. Qui il Papa – che già ben conosce il luogo perché visitato in più occasioni da cardinale – renderà omaggio alla memoria di due religiose di questa Comunità che, durante la guerra civile algerina, furono tra i 19 martiri uccisi tra il 1994 e il 1996.

“Il Papa è fiero di venire – racconta suor Lourdes Miguelez, spagnola, da 53 anni in Algeria -. La prima cosa che ha detto da Papa è che voleva venire a visitare l’Algeria. Porterà un messaggio di pace”. Suor Lourdes, agostiniana, conosce bene Robert Prevost. “Per me è un amico – dice – preghiamo per lui affinchè possa compiere la missione difficile e grande che ha verso il mondo intero. È un pastore, un fratello, un padre”. La missionaria sente spesso il Pontefice. “L’ultima volta gli ho scritto per fargli gli auguri di Pasqua, una settimana fa. E per dirgli che tutta l’Algeria lo attende. e noi siamo molto contenti di accoglierlo. Gli regaleremo una stola e un rosario”.

Julie Hamisky porta da Pandolfini la mostra "Giardino Alchemico"

Milano, 12 apr. (askanews) – Julie Hamisky arriva a Milano con “Giardino Alchemico”, mostra personale allestita da Pandolfini Casa d’Aste in collaborazione con la Mitterrand gallery dal 22 al 26 aprile 2026 nella sede di via Manzoni 45, in occasione del “Salone del Mobile”. L’esposizione presenta una selezione di sculture e gioielli dell’artista francese, che affida alla tecnica dell’elettroplaccatura la trasformazione di fiori, foglie ed elementi vegetali in forme durevoli.

Il percorso espositivo è costruito come un giardino sospeso, dove lavori monumentali e opere di dimensioni più contenute convivono nello stesso spazio. Al centro c’è una pratica che trattiene nel metallo venature, pieghe e texture della materia organica nel momento che precede il suo decadimento naturale, fissando un equilibrio tra fragilità e permanenza.

Tra le opere in mostra figurano “La Géante” del 2024, un papavero portato a una scala quasi architettonica, e “Aqua”, lampadario del 2024 composto da forme vegetali galvanizzate. Accanto a questi lavori compaiono anche “Bloom”, “Volcano” e la serie “Still Life”, che approfondiscono il rapporto tra ornamento, oggetto e forma autonoma. Completa l’esposizione una selezione di gioielli, nei quali singoli fiori e frammenti botanici conservano la loro dimensione originaria e diventano opere indossabili.

Nel racconto dell’artista, il processo conserva una quota di imprevedibilità. “Variazioni di corrente, durata e temperatura producono sottili modulazioni cromatiche, dai verdi profondi e blu elettrici fino ai lilla e ai caldi toni del rame. Ossidazione e fuoco completano la trasformazione, lasciando sottili involucri metallici che conservano ogni piega e venatura dell’origine organica”, ha spiegato Julie Hamisky. “Non si sa mai davvero quale risultato darà l’elettroplaccatura, è sempre una sorpresa. A volte il decadimento mette in evidenza una caratteristica precisa, altre volte la trasforma completamente”, ha aggiunto.

Il progetto nasce da una precisa visione di Pietro De Bernardi, ad di Pandolfini, che ha riconosciuto nel lavoro di Hamisky una sintesi tra arte contemporanea, design e tradizione artigianale. L’iniziativa si inserisce nella volontà della casa d’aste di aprire i propri spazi a eventi culturali e progettuali capaci di dialogare con la città e con il pubblico internazionale. “Mettere a disposizione la nostra sede per iniziative come questa significa trasformarla in un luogo vivo di incontro e scoperta”, ha affermato De Bernardi. “Vogliamo che Pandolfini sia non solo un punto di riferimento per il mercato dell’arte, ma anche un luogo culturale dove discipline e visioni diverse possano incontrarsi e generare nuove connessioni”.

Nata nel 1975 a Fontainebleau e cresciuta nella campagna a sud di Parigi, Julie Hamisky ha iniziato la formazione artistica a Parigi e l’ha poi approfondita in Messico, dove ha studiato la fusione a cera persa, l’oreficeria tradizionale, la gioielleria e la lavorazione del ferro. Tornata in Francia nel 1999, ha lavorato nell’atelier di Claude e François-Xavier Lalanne, maturando una conoscenza diretta dei loro processi scultorei. Oggi vive e lavora a Montreuil, proseguendo una ricerca che si muove tra arte contemporanea e artigianato e che trasforma l’effimero naturale in strutture permanenti.

Tennis, Sinner: "Contento del primo titolo sulla terra"

Roma, 12 apr. (askanews) – “Siamo arrivati a Montecarlo cercando di accumulare più partite possibili per trovare il giusto feeling, con i grandi tornei che si avvicinano”. Così Jannik Sinner racconta l’emozione del successo a Montecarlo che lo riporta in cima al ranking Atp. “Oggi – continua – abbiamo espresso un livello molto alto entrambi, viste le condizioni del vento che continuava a cambiare direzione. Nel secondo set, dietro di un break, ho cercato di rimanere lì mentalmente. È un altro risultato incredibile. Ritornare numero 1 è importante per me, ma la classifica è secondaria. Sono contento di aver vinto finalmente un torneo importante sulla terra”.

Tennis, Sinner trionfa a Monte-Carlo e torna n.1

Roma, 12 apr. (askanews) – Jannik Sinner conquista il Masters 1000 di Monte-Carlo, supera Carlos Alcaraz in finale per 7-6, 6-3 dopo 2h15′ di gioco e torna numero 1 del mondo. Un successo storico per l’azzurro, che firma il primo grande titolo della carriera sulla terra rossa al termine di una partita complessa, condizionata anche dal vento e decisa nei momenti chiave dalla maggiore solidità del suo tennis.

Per Sinner è il quarto Masters 1000 consecutivo dopo Parigi, Indian Wells e Miami, oltre al primo successo sulla terra contro Alcaraz dai tempi di Umago 2022. Un trionfo che vale doppio: titolo nel Principato e ritorno in vetta al ranking Atp, a conferma della sua leadership nel tennis mondiale.

Il primo set è una battaglia lunga un’ora e 14 minuti, segnata da break e controbreak e da condizioni difficili per entrambi. Si arriva al tiebreak, dove Sinner alza il livello soprattutto al servizio e trova lo spunto decisivo: sul secondo set point per l’azzurro è un doppio fallo di Alcaraz a consegnare il parziale all’italiano, episodio che indirizza l’inerzia della finale.

Anche nel secondo set la partita resta equilibrata in avvio, con Sinner che si ritrova sotto di un break ma reagisce con lucidità. L’azzurro cresce progressivamente da fondo campo, diventa più continuo negli scambi e infila una serie decisiva di cinque game consecutivi che gli consente di ribaltare il punteggio e prendere il controllo del match.

Determinante la gestione dei momenti delicati, con Sinner capace di sfruttare il servizio nei passaggi cruciali e di adattarsi meglio alle raffiche di vento rispetto allo spagnolo. Il break nel finale spalanca all’azzurro la strada verso il titolo, poi chiuso senza esitazioni al servizio.

Sinner batte Alcaraz in due set e torna numero 1 al mondo

Roma, 12 apr. (askanews) – Jannik Sinner ha battuto in due set, Carlos Alcaraz nella finale sulla terra battuta di Monte-Carlo. Il risultato finale 7-6, 6-3. Con questo successo Sinner torna al primo posto della classifica Atp scavalcando proprio Alcaraz.  Sinner ha conquistato il Masters 1000 di Monte-Carlo. Un successo storico per l’azzurro, che firma il primo grande titolo della carriera sulla terra rossa al termine di una partita complessa, condizionata anche dal vento e decisa nei momenti chiave dalla maggiore solidità del suo tennis.

Per Sinner è il quarto Masters 1000 consecutivo dopo Parigi, Indian Wells e Miami, oltre al primo successo sulla terra contro Alcaraz dai tempi di Umago 2022. Un trionfo che vale doppio:  titolo nel Principato e ritorno in vetta al ranking Atp, a conferma della sua leadership nel tennis mondiale.

Il primo set è una battaglia lunga un’ora e 14 minuti, segnata da break e controbreak e da condizioni difficili per entrambi. Si arriva al tiebreak, dove Sinner alza il livello soprattutto al servizio e trova lo spunto decisivo: sul secondo set point per l’azzurro è un doppio fallo di Alcaraz a consegnare il parziale all’italiano, episodio che indirizza l’inerzia della finale.

Anche nel secondo set la partita resta equilibrata in avvio, con Sinner che si ritrova sotto di un break ma reagisce con lucidità. L’azzurro cresce progressivamente da fondo campo, diventa più continuo negli scambi e infila una serie decisiva di cinque game consecutivi che gli consente di ribaltare il punteggio e prendere il controllo del match.

Determinante la gestione dei momenti delicati, con Sinner capace di sfruttare il servizio nei passaggi cruciali e di adattarsi meglio alle raffiche di vento rispetto allo spagnolo. Il break nel finale spalanca all’azzurro la strada verso il titolo, poi chiuso senza esitazioni al servizio.

Trump: il blocco totale di Hormuz sarà efficace molto presto

Roma, 12 apr. (askanews) – Il presidente Usa Donald Trump ha difeso in un’intervista a Fox News il blocco totale dello stretto di Hormuz annunciato dopo il fallimento dei negoziati di Islamabad, durati 21 ore, sostenendo che la misura richiederà “un po’ di tempo” ma sarà efficace “molto presto” e ribadendo che il vero punto di rottura con Teheran è stato il rifiuto di rinunciare alle ambizioni nucleari.

“Il blocco richiederà un po’ di tempo, ma sarà efficace molto presto”, ha dichiarato Trump nell’intervista con Maria Bartiromo, aggiungendo che i colloqui in Pakistan sono stati “una riunione lunga” e che Washington era rappresentata da “persone molto, molto valide, come JD, Steve e Jared”. “Eravamo ben rappresentati. Ma non siamo arrivati a un’intesa sulla questione importante. Loro vogliono avere armi nucleari. Non avranno armi nucleari”, ha affermato il presidente americano.

Trump ha insistito sul fatto che la questione nucleare sia, ai suoi occhi, l’unico vero nodo decisivo. “Abbiamo ottenuto praticamente ogni punto di cui avevamo bisogno, tranne il fatto che si sono rifiutati di rinunciare alla loro ambizione nucleare. E questo è l’unico punto, francamente, per me, ed era di gran lunga il punto più importante”, ha detto.

Il presidente Usa ha poi descritto l’Iran come un Paese ormai militarmente devastato, sostenendo che Teheran stia cercando di usare la minaccia delle mine nello stretto come strumento di pressione. “All’inizio sono partiti debolmente. Sono arrivati come se avessero le carte in mano, ma non le hanno. Il loro esercito, tutto il loro apparato militare, è annientato. Tutto in quel posto è annientato”, ha affermato Trump. “Hanno una sola cosa che possono fare. Possono dire: metteremo una mina da qualche parte, solo una mina. Ne butteremo una, due, dieci mine”, ha aggiunto, definendo questa strategia “estorsione” e accusando Teheran di “estorcere il mondo”.

Nell’intervista, Trump ha anche sottolineato che gli Stati uniti non dipendono dal petrolio che passa per Hormuz. “Noi non prendiamo il nostro petrolio da lì. Abbiamo così tanto petrolio”, ha detto, aggiungendo che negli Stati uniti stanno arrivando numerose navi che verranno caricate con “il miglior petrolio che si possa avere”, il “light sweet crude”. “Noi non abbiamo bisogno di questo stretto, ma altri Paesi sì”, ha osservato.

Trump ha quindi ripetuto la sua forte irritazione per l’atteggiamento degli alleati dell’Alleanza atlantica, pur sostenendo che ora diversi Paesi sarebbero pronti a collaborare. “Siamo molto delusi dalla Nato. Molto, molto delusi dal fatto che non siano venuti. Adesso vogliono venire e vogliono aiutare con lo stretto. E non ci vorrà molto per ripulirlo. Quindi ripuliremo lo stretto e potranno usare lo stretto in un tempo non troppo lungo”, ha detto.

Il presidente americano ha infine ribadito la linea già annunciata sul traffico marittimo nello stretto, spiegando che l’obiettivo è impedire all’Iran di usare Hormuz come strumento selettivo di pressione economica. “Si chiama tutti dentro e tutti fuori. Pensiamo che numerosi Paesi ci aiuteranno anche in questo, ma stiamo imponendo un blocco completo. Non permetteremo all’Iran di fare soldi vendendo petrolio a chi piace a loro e non a chi non piace. Sarà tutto o niente”, ha dichiarato Trump.

Nel complesso, il presidente Usa ha descritto il confronto con Teheran come un negoziato duro, lungo e alla fine persino “molto amichevole” nei toni, ma concluso senza accordo sul punto per lui decisivo. “Verso la fine, è diventato molto amichevole”, ha detto, per poi tornare a scandire la sua linea: “Quel Paese non avrà armi nucleari”.

Pallanuoto World Cup, Settebello piega Ungheria 12-9

Roma, 12 apr. (askanews) – Torna al successo il Settebello nella World Cup di pallanuoto e lo fa con un successo di peso contro l’Ungheria, battuta 12-9 al termine di una gara solida e ben gestita dagli uomini di Sandro Campagna. Un risultato che consente agli azzurri di chiudere con un acuto la fase ad Alessandropoli di World Cup, confermando quanto di buono fatto nel torneo nonostante lo stop contro la Spagna.

L’Italia parte con buon ritmo, cercando subito soluzioni in superiorità numerica e mostrando maggiore lucidità rispetto alla gara precedente. La sfida resta comunque equilibrata nella prima metà, con i magiari capaci di rispondere colpo su colpo e tenere il punteggio in bilico fino all’intervallo lungo.

Nel terzo tempo arriva però lo strappo decisivo del Settebello: la difesa alza il livello, il pressing produce recuperi importanti e in attacco cresce la precisione nelle conclusioni. Gli azzurri piazzano il break che indirizza definitivamente la partita, portandosi su un margine di sicurezza che l’Ungheria non riesce più a colmare.

Nel quarto periodo l’Italia gestisce con maturità, controllando il ritmo e sfruttando le occasioni per mantenere il vantaggio fino al 12-9 finale. Una vittoria meritata che certifica la competitività del gruppo azzurro, già qualificato alle finali, e che rappresenta una risposta importante dopo la sconfitta contro la Spagna arrivata nella giornata precedente.

Per il ct Campagna indicazioni positive soprattutto sul piano della reazione mentale e della tenuta difensiva, aspetti fondamentali in vista della fase conclusiva della competizione. Il Settebello conferma così il proprio valore internazionale e si presenta alle finali di Sydney con ambizioni di primo piano, forte di un percorso che lo ha visto tra le squadre più continue del torneo.

Calcio, risultati Serie A, Napoli frena nella rincorsa all’Inter

Roma, 12 apr. (askanews) – Questi i risultati e la classifica della 32esima giornata di serie A dopo Parma-Napoli 1-1

32esima giornata Roma-Pisa 3-0, Cagliari-Cremonese 1-0, Torino-Verona 2-1; Milan-Udinese 0-3; Atalanta-Juventus 0-1, Genoa-Sassuolo 2-1; Parma-Napoli 1-1; ore 18 Bologna-Lecce; ore 20.45 Como-Inter. Lunedì 13 aprile ore 20.45 Fiorentina-Lazio.

Classifica: Inter 72, Napoli 66, Milan 63, Juventus 60, Como 58, Roma 57, Atalanta 53, Bologna 45, Lazio 44, Udinese 43, Sassuolo 42, Torino 39, Genoa, Parma 36, Cagliari 33, Fiorentina 32, Cremonese, Lecce 27, Verona, Pisa 18.

33ª giornata Venerdì 17 aprile, ore 18.30 Sassuolo-Como; ore 20.45 Inter-Cagliari. Sabato 18 aprile, ore 15 Udinese-Parma; ore 18 Napoli-Lazio; ore 20.45 Roma-Atalanta. Domenica 19 aprile, ore 12.30 Cremonese-Torino; ore 15 Verona-Milan; ore 18 Pisa-Genoa; ore 20.45 Juventus-Bologna. Lunedì 20 aprile, ore 20.45 Lecce-Fiorentina.

Calcio, Parma-Napoli 1-1, azzurri frenati al Tardini

Roma, 12 apr. (askanews) – Il Napoli non va oltre l’1-1 sul campo del Parma e manca l’occasione di mettere pressione all’Inter capolista, impegnata in serata contro il Como. Al Tardini finisce in parità una gara dai due volti: avvio shock per gli uomini di Antonio Conte, colpiti dopo appena 33 secondi, e lunga rincorsa premiata solo nella ripresa con il gol di McTominay.

Pronti via e il Parma passa subito: lancio lungo del portiere Suzuki, sponda di Elphege e inserimento perfetto di Strefezza che, lasciato solo, batte Milinkovic-Savic con un destro a giro. E’ uno dei gol più veloci subiti dal Napoli in Serie A negli ultimi anni e indirizza immediatamente il copione della partita, con i padroni di casa chiusi a difesa del vantaggio e gli azzurri costretti a fare la gara.

Il Napoli prende il controllo del possesso e si stabilisce nella metà campo avversaria, ma fatica a trovare varchi. La squadra di Conte prova soprattutto con cross e conclusioni dalla distanza, senza creare vere occasioni limpide nel primo tempo. L’opportunità più interessante arriva nel finale della prima frazione con Olivera, ma la difesa del Parma respinge.

Nella ripresa il copione non cambia: Napoli all’attacco e Parma pronto a ripartire. Gli azzurri aumentano la pressione e al 60′ trovano il pareggio: imbucata centrale di Lobotka per Hojlund che lavora spalle alla porta e serve McTominay, bravo a concludere di prima intenzione con un diagonale vincente.

Dopo il pari il Napoli insiste alla ricerca del sorpasso, ma sbatte contro l’organizzazione difensiva del Parma e contro un attento Suzuki. Politano spreca una buona chance dal limite, mentre nel finale Elmas ha l’occasione più nitida ma colpisce male di testa da posizione favorevole. Anche il Parma si riaffaccia in avanti, sfiorando il nuovo vantaggio con Keita e creando qualche apprensione alla difesa azzurra.

Nel recupero ultimo tentativo del Napoli con Alisson, ma il portiere giapponese risponde presente. Finisce 1-1: un risultato che rallenta la corsa degli azzurri.

Ciclismo, Roubaix a Van Aert, battuto Pogacar

Roma, 12 apr. (askanews) – Parigi-Roubaix incorona Wout van Aert, che conquista l’Inferno del Nord al termine di una sfida epica contro Tadej Pogacar. Decisiva la volata sul cemento del Velodromo di Roubaix, dove il belga, dopo oltre 250 chilometri di fatica e pavé, ha avuto la meglio con uno sprint perfetto, scoppiando poi in lacrime al traguardo.

La corsa si decide negli ultimi chilometri, dopo una lunga battaglia a due che prende forma già nella fase centrale di gara. Pogacar e Van Aert fanno la selezione nei settori più duri, resistendo agli attacchi e ai tentativi di rientro degli inseguitori, tra cui Mathieu van der Poel, rallentato però da più di un problema meccanico, e Filippo Ganna, finito attardato tra forature e cadute.

Momento chiave nel tratto a cinque stelle del Carrefour de l’Arbre, dove i due battistrada consolidano il vantaggio. Pogacar prova più volte a staccare il rivale, ma Van Aert risponde sempre, senza mai perdere contatto. Alle loro spalle il gruppo inseguitore, guidato a lungo da Van der Poel, non riesce a colmare definitivamente il gap, che oscilla tra i venti e i quaranta secondi.

Nel finale si entra nel velodromo con Pogacar in testa e Van Aert a ruota. Un giro e mezzo alla conclusione, tensione altissima e tattica che diventa decisiva: il belga resta coperto fino all’ultimo rettilineo, poi lancia una volata potente e impeccabile che non lascia scampo allo sloveno.

Per Van Aert è una vittoria simbolica e prestigiosa, al termine di una gara segnata da continui colpi di scena: forature, cadute e cambi bici che hanno condizionato anche i favoriti. Pogacar chiude secondo dopo una prova generosa e sempre all’attacco, confermando comunque il suo straordinario momento di forma. Più indietro gli altri protagonisti, con Van der Poel costretto a inseguire per gran parte della corsa e mai realmente in grado di rientrare sulla coppia di testa nel finale.

Trump: con l’Iran non c’è accordo sul vero nodo, il nucleare

Roma, 12 apr. (askanews) – Il presidente Usa Donald Trump ha rilanciato la linea dura contro l’Iran dopo i colloqui di Islamabad, accusando Teheran di non aver mantenuto la promessa di riaprire lo stretto di Hormuz e sostenendo che il vero nodo rimasto irrisolto nei negoziati è il nucleare.

In un lungo messaggio, Trump ha affermato che “l’Iran aveva promesso di aprire lo stretto di Hormuz e consapevolmente non lo ha fatto”, aggiungendo che questo ha provocato “ansia, dislocazione e sofferenza a molte persone e a molti Paesi in tutto il mondo”.

Il presidente americano ha sostenuto che Teheran afferma di aver collocato mine nelle acque dello stretto, “anche se tutta la loro Marina, e gran parte di coloro che posavano le mine, sono stati completamente distrutti”. E ha aggiunto: “Forse lo hanno fatto, ma quale armatore vorrebbe correre il rischio?”.

Trump ha parlato di “grande disonore e danno permanente alla reputazione dell’Iran e di ciò che resta dei suoi leader”, per poi affermare che a questo punto “siamo andati oltre tutto questo”. Ha quindi intimato a Teheran di avviare rapidamente la riapertura della via marittima: “Come avevano promesso, farebbero meglio a iniziare il processo per aprire questa via d’acqua internazionale, e in fretta”. Secondo il presidente Usa, “stanno violando ogni legge esistente”. Nel messaggio Trump ha anche riferito di essere stato pienamente aggiornato dal vicepresidente Usa JD Vance, dall’inviato speciale Steve Witkoff e da Jared Kushner sull’incontro svoltosi a Islamabad “grazie alla gentile e molto competente leadership” del feldmaresciallo Asim Munir e del primo ministro pakistano Shehbaz Sharif. I due leader pakistani, ha scritto, sono “uomini davvero straordinari” e lo ringraziano continuamente per aver salvato “da 30 a 50 milioni di vite” in quella che sarebbe stata “una guerra orrenda con l’India”. “Apprezzo sempre sentirlo: la quantità di umanità di cui parlano è incomprensibile”, ha aggiunto.

Trump ha poi raccontato che l’incontro con l’Iran “è iniziato presto al mattino ed è andato avanti per tutta la notte”, durando “quasi 20 ore”. “Potrei entrare molto nei dettagli e parlare di molto di ciò che è stato ottenuto, ma c’è solo una cosa che conta: l’Iran non è disposto a rinunciare alle sue ambizioni nucleari”, ha scritto.

Secondo il presidente americano, “per molti aspetti, i punti concordati sono migliori del proseguimento delle nostre operazioni militari fino alla conclusione”, ma tutti questi punti “non contano nulla” rispetto al rischio di permettere che “il potere nucleare sia nelle mani di persone così volatili, difficili e imprevedibili”.

Trump ha inoltre osservato che i suoi tre rappresentanti, con il passare delle ore, sono diventati “molto amichevoli e rispettosi” nei confronti dei rappresentanti iraniani, cioè Mohammad Bagher Ghalibaf, Abbas Araghchi e Ali Bagheri. Ma, ha aggiunto, questo “non conta”, perché la parte iraniana è rimasta “molto inflessibile sulla questione di gran lunga più importante”.

Il presidente Usa ha infine ribadito quella che ha definito la sua posizione costante, “fin dall’inizio e da molti anni”: “L’Iran non avrà mai un’arma nucleare”.

Calcio, risultati Serie A, Genoa scatto salvezza

Roma, 12 apr. (askanews) – Questi i risultati e la classifica della 32esima giornata di serie A dopo Genoa-Sassuolo 2-1

32esima giornata Roma-Pisa 3-0, Cagliari-Cremonese 1-0, Torino-Verona 2-1; Milan-Udinese 0-3; Atalanta-Juventus 0-1, Genoa-Sassuolo 2-1; ore 15 Parma-Napoli; ore 18 Bologna-Lecce; ore 20.45 Como-Inter. Lunedì 13 aprile ore 20.45 Fiorentina-Lazio.

Classifica: Inter 72, Napoli 65, Milan 63, Juventus 60, Como 58, Roma 57, Atalanta 53, Bologna 45, Lazio 44, Udinese 43, Sassuolo 42, Torino 39, Genoa 36, Parma 35, Cagliari 33, Fiorentina 32, Cremonese, Lecce 27, Verona, Pisa 18.

33ª giornata Venerdì 17 aprile, ore 18.30 Sassuolo-Como; ore 20.45 Inter-Cagliari. Sabato 18 aprile, ore 15 Udinese-Parma; ore 18 Napoli-Lazio; ore 20.45 Roma-Atalanta. Domenica 19 aprile, ore 12.30 Cremonese-Torino; ore 15 Verona-Milan; ore 18 Pisa-Genoa; ore 20.45 Juventus-Bologna. Lunedì 20 aprile, ore 20.45 Lecce-Fiorentina.

Calcio, Genoa-Sassuolo 2-1, decide Ekuban nel finale

Roma, 12 apr. (askanews) – Il Genoa batte il Sassuolo 2-1 al termine di una gara intensa, nervosa e ricca di colpi di scena, decisa nel finale dal gol di Ekuban. Una sfida segnata da episodi chiave, tra cui due espulsioni nel recupero del primo tempo, che cambiano volto alla partita. Il match si sblocca al 18′ con il vantaggio del Genoa firmato da Malinovskyi, servito da Baldanzi, bravo a trovare lo spazio giusto per l’inserimento del compagno. Il Sassuolo prova a reagire con diverse conclusioni, in particolare con Berardi e Laurienté, ma senza riuscire a trovare la via del gol nella prima frazione. Nel recupero del primo tempo arriva l’episodio che accende la gara. Domenico Berardi all’ingresso del tunnel che porta agli spogliatoi, prima discute con Sabelli successivamente ha uno scontro fisico con Ellertsson. Dopo essere stati separati dai compagni, i due sono espulsi dall’arbitro Rapuano. Il Sassuolo trova il pareggio al 57′ con Koné, bravo a sfruttare un’occasione in area e battere il portiere avversario. Nel finale cresce il Genoa, che trova il gol decisivo all’84’: Messias serve Ekuban che non sbaglia e firma il 2-1. Nei minuti conclusivi il Sassuolo tenta l’assalto, ma senza precisione, come dimostra il tiro fuori di Laurienté allo scadere.

Etta presenta il nuovo album "Queste cose sono io"

Milano, 12 apr. (askanews) – Etta presenta il nuovo album “Queste cose sono io”, prodotto da V_Rus per B Music Records e distribuito da ADA Music Italy / Warner Music Group. Dodici tracce che compongono un manifesto diretto e senza filtri. In questo lavoro in studio la scrittura resta quella affilata e ironica di Etta, ma lascia spazio anche a momenti più fragili e toccanti. Un disco che traduce idee e visioni in musica: pretenzioso nel senso più ostinato del termine, perché rivendica ancora la possibilità di immaginare un futuro migliore. Etta racconta: «”Queste cose sono io” può sembrare un percorso autobiografico, e in parte lo è. Ma non solo. Racconta sentimenti, descrive i nostri giorni e invita a riflettere sul futuro. Sono fiera di questo album: è stato costruito nel tempo insieme a V_Rus, che lo ha reso eterno. Uno spaccato di verità in un momento in cui il mercato musicale e la nostra società sembrano volerci solo distrarre. Siamo controcorrente? Probabilmente sì. Ma ci sono persone che hanno bisogno della verità. Io canto e scrivo per loro. Non posso smettere di essere quella che sono. So di avere molti difetti e di essere molto autocritica, ma considero questa cosa un vantaggio. Mettersi in discussione è la chiave per migliorarsi e io voglio dare il massimo per il mondo. La mia musica deve schierarsi con me dalla parte dei deboli, dei feriti, degli emarginati e degli incompresi. Essere fragili non significa essere concentrati solo su sé stessi: al contrario, la fragilità può renderci ancora più empatici con ciò che ci circonda.» Etta porterà nei club italiani il “Queste cose sono io Tour”, la serie di concerti in partenza in primavera in occasione dell’uscita del nuovo disco. Lo show di Etta, prodotto da TUBE Music, è un live intenso e coinvolgente, costruito insieme alla sua band. Sul palco l’artista esprime un’indole ribelle e autentica, trasformando ogni concerto in un’esperienza emotiva forte e immediata. Il rapporto con il pubblico è centrale: energia e partecipazione diventano parte integrante dello spettacolo. La sua musica riesce a parlare a tutti perché diretta, inclusiva e profondamente riconoscibile. Sul palco con lei: V_Rus (chtarra), Mars SeaJaìl (basso) e Marco Cantiello (batteria). Etta racconta: «Mentre registravamo l’album immaginavo il momento in cui avrei cantato queste canzoni insieme alla mia gente. Mi sembra un dono immenso poter condividere tutto questo. Non vedo l’ora di salire su quei palchi con la band. Sarà il tour più sincero che io abbia mai fatto. È nato dal bisogno di portare sul palco quello che sono oggi, senza filtri e senza cercare di piacere a tutti. Nei club il live diventa fisico, diretto, viscerale: si crea uno spazio libero dove il rock è ancora confronto, sudore e identità. Sarà un modo per raccontarmi davvero, con le mie fragilità e la mia rabbia.»

A Massa Carrara un 47enne aggredito in piazza muore davanti al figlio 11enne

Milano, 12 apr. (askanews) – Un uomo di 47 anni, Giacomo Bongiorni, è morto dopo la mezzanotte a Massa in seguito a un’aggressione subita in piazza Piazza Palma da parte di un gruppo di ragazzi. L’uomo, che era insieme al figlio di 11 anni, è caduto a terra battendo la testa. “Oggi la nostra Provincia si sveglia più povera, più fredda, più ferita. Giacomo Bongiorni resta nei nostri cuori, ma non è più fisicamente tra noi perché la follia di un branco ha deciso che un richiamo alla civiltà valesse una vita umana” ha commentato sui social il sindaco di Aulla e presidente della Provincia di Massa-Carrara, Roberto Valettini.

Bongiorni era infatti intervenuto per difendere il cognato che aveva a sua volta richiamato alcuni ragazzi i quali stavano lanciando bottiglie e bicchieri contro la vetrina di un negozio. “Quanto accaduto stanotte in Piazza Palma a Massa non è solo un fatto di cronaca nera. È un fallimento collettivo che ci toglie il respiro. Un uomo di 47 anni ucciso davanti agli occhi di suo figlio di 11 anni per aver difeso la bellezza e il decoro della nostra città” ha aggiunto Valettini. “Non possiamo chiudere gli occhi. Siamo di fronte a una deriva generazionale dove la violenza è diventata un linguaggio precoce, gratuito e, tragicamente, spettacolarizzato. Come presidente di questa Provincia, dico con fermezza che nessuno può chiamarsi fuori: la politica e le istituzioni devono tornare a presidiare i territori, non solo con le telecamere, ma con la presenza e il sostegno sociale. la scuola deve restare, insieme alla famiglia, il primo baluardo contro l’analfabetismo emotivo” ha continuato.

“In questo momento, il mio pensiero più forte va a quel bambino di 11 anni. A lui, alla famiglia di Giacomo, al cognato ferito, va l’abbraccio di tutta la Provincia di Massa Carrara. Non permetteremo che il silenzio cali su questa vicenda. Chiediamo giustizia, ma chiediamo soprattutto a noi stessi: che società stiamo consegnando ai nostri figli? Dobbiamo fermarci. Dobbiamo tornare a educare. Dobbiamo tornare a essere comunità” ha concluso.

Iran, tre nodi bloccano l’intesa con gli Usa, ma spiragli su nuovi colloqui

Roma, 12 apr. (askanews) – Nulla di fatto nel round negoziale tenuto a Islamabad tra Stati Uniti e Iran dopo 40 giorni di conflitto, a fronte di nette divergenze su tre questioni – la riapertura dello Stretto di Hormuz, il destino dell’uranio arricchito iraniano e la richiesta iraniana di sbloccare i fondi congelati all’estero – ma le due parti hanno lasciato intendere di essere aperte a ulteriori negoziati.

“Non siamo riusciti ad arrivare a una situazione in cui gli iraniani fossero disposti ad accettare le nostre condizioni”, ha detto il capo della delegazione americana, il vice presidente JD Vance, dopo 21 ore di colloqui a Islamabad e subito prima di rientrare a Washington, affermando di aver “chiarito in modo inequivocabile quali sono le nostre linee rosse, su quali siamo disposti a cedere e su quali no”. Quindi ha lasciato intendere che gli Stati Uniti sono ancora aperti a raggiungere un accordo sulla base della loro ultima proposta: “Vedremo se gli iraniani l’accetteranno”. Da parte sua, il capo negoziatore iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha affermato che Teheran ha proposto “iniziative lungimiranti, ma la controparte non è riuscita a conquistare la fiducia della delegazione iraniana in questo ciclo di negoziati”. Ora che “comprendono la nostra logica e i nostri principi” gli Stati Uniti “devono decidere se possono guadagnarsi la fiducia” dell’Iran, ha aggiunto il presidente del parlamento iraniano.

Secondo quanto riferito al New York Times da due funzionari iraniani al corrente dei colloqui, sono stati tre i principali punti critici del negoziato: la riapertura dello Stretto di Hormuz; il destino di quasi 400 chilogrammi di uranio altamente arricchito; e la richiesta iraniana di sbloccare circa 27 miliardi di dollari di fondi congelati all’estero.

Gli Stati Uniti hanno chiesto all’Iran di riaprire immediatamente lo Stretto a tutto il traffico marittimo, ma l’Iran avrebbe risposto che avverrà solo una volta raggiunto un accordo di pace definitivo. Teheran ha quindi ribadito la richiesta di sbloccare i proventi petroliferi congelati in Iraq, Lussemburgo, Bahrein, Giappone, Qatar, Turchia e Germania per la ricostruzione e Washington avrebbe respinto la richiesta. Il terzo punto di scontro ha riguardato la richiesta americana all’Iran di consegnare o vendere il suo arsenale di uranio arricchito. L’Iran avrebbe presentato una controproposta, ma le parti non sono riuscite a raggiungere un compromesso, hanno detto i funzionari.

“Sebbene gli incontri si siano conclusi senza un accordo, il fatto stesso che si siano svolti rappresenta un segno di progresso”, ha rimarcato il Nyt. Lo stesso portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, ha sottolineato al termine dei colloqui a Islamabad che “questi negoziati si sono svolti dopo 40 giorni di guerra imposta e in un clima di sfiducia e sospetto. È naturale che non ci si aspettasse, fin dall’inizio, di raggiungere un accordo in un solo incontro. Nessuno se lo aspettava”, aggiungendo: “La diplomazia non finisce mai”.

Urso: se il blocco di Hormuz perdura l’Ue sospenda il patto di stabilità

Roma, 12 apr. (askanews) – “Siamo molto preoccupati per il fatto che sia fallito il primo round negoziale” in Pakistan tra Usa e Iran, ora “occorre capire cosa accadrà sui mercati internazionali per quanto riguarda i prodotti energetici e non solo, visto che il blocco che perdura sullo Stretto di Hormuz riguarda anche le altre produzioni di quei Paesi”. Lo ha detto il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, a margine della cerimonia di inaugurazione del Vinitaly.

“Mi riferisco ad alcune materie prime fondamentali nel settore dei fertilizzanti e della microelettronica, se pensiamo che il Qatar è uno dei più grandi produttori al mondo di elio – ha proseguito – se dovesse perdurare il blocco dello Stretto di Hormuz le conseguenze per l’economia globale potrebbero essere più gravi del previsto e potrebbero portare anche a una recessione nel nostro continente. Quindi, massima attenzione e pronti a intervenire. Lo diciamo anche alla commissione europea, perché se queste fossero le condizioni dobbiamo valutare insieme la sospensione del patto di stabilità ed altri interventi emergenziali a cui l’Europa non si può sottrarre”.

Il Papa: il mondo ha tanto bisogno di pace, ci impegna più che mai

Milano, 12 apr. (askanews) – “In un mondo che ha tanto bisogno di pace, questo ci impegna più che mai ad essere assidui e fedeli al nostro incontro eucaristico con il Risorto, per ripartirne come testimoni di carità e portatori di riconciliazione”. Lo ha detto Papa Leone XIV affacciato alla finestra dello studio, nel Palazzo Apostolico Vaticano, per recitare il Regina Coeli con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.

“Domani partirò per il viaggio apostolico in Africa, e proprio alcuni martiri della Chiesa africana dei primi secoli, i martiri di Abitene, ci hanno lasciato in merito una bellissima testimonianza. Di fronte all’offerta di avere salva la vita a patto che rinunciassero a celebrare l’Eucaristia, hanno risposto di non poter vivere senza celebrare il giorno del Signore. È lì che si nutre e cresce la nostra fede. È lì che i nostri sforzi, pur limitati, per grazia di Dio si fondono come azioni delle membra di un unico corpo, il corpo di Cristo, nella realizzazione di un unico grande progetto di salvezza che abbraccia tutto il genere umano” ha aggiunto ricordando che “l’Eucaristia domenicale è indispensabile per la vita cristiana”.

“È attraverso l’Eucaristia che anche le nostre mani diventano ‘mani del Risorto’, testimoni della sua presenza, della sua misericordia, della sua pace, nei segni del lavoro, dei sacrifici, della malattia, del passare degli anni, che spesso vi sono scolpiti, come nella tenerezza di una carezza, di una stretta, di un gesto di carità” ha concluso il Papa.

Iran, le notizie più importanti del 12 aprile sulla guerra

Roma, 12 apr. (askanews) – Di seguito una selezione delle notizie più importanti di domenica 12 aprile sulla guerra di Usa e Israele contro l’Iran, un conflitto che coinvolge i Paesi del Golfo e il Libano, con ripercussioni sull’economia globale.

-12:03 Iran, Tajani: molto preoccupato per l’andamento dei colloqui con Usa.

-11:46 Libano, Cohen a Ynet: dovremmo colpire infrastrutture statali.

-11:38 Iran, Ghalibaf: Usa devono decidere se guadagnarsi nostra fiducia.

-11:36 Iran, Urso: se blocco Hormuz perdura l’Ue sospenda patto stabilità.

-11:12 Iran, Ghalibaf: a Islamabad avanzate “iniziative lungimiranti”.

-10:40 Iran, Pakistan invia militari e caccia in Arabia Saudita.

-09:30 Libano, almeno 6 morti in un attacco israeliano a Maaroub.

-08:24 Iran, almeno cinque morti in attacco israeliano nel sud del Libano.

-07:45 Iran, Pakistan chiede di continuare a rispettare cessate il fuoco.

-07:26 Iran: nessuno accordo a Islamabad, ma “diplomazia non finisce mai”.

-07:10 Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha dichiarato che la delegazione negoziale americana ha lasciato il Pakistan senza aver raggiunto un accordo con l’Iran, al termine di 21 ore di colloqui. Il mancato accordo mette a rischio una fragile tregua di due settimane.

Atletica, Crippa vince la maratona di Parigi

Roma, 12 apr. (askanews) – Meravigliosa impresa di Yeman Crippa: l’azzurro trionfa alla Maratona di Parigi, una delle più grandi maratone al mondo, con quasi 60mila partecipanti al via, siglando il primato personale di 2h05:18. E’ il primo italiano della storia a conquistare i 42,195 km della capitale francese, evento che un atleta europeo non vinceva da ben 24 anni (il francese Benoit Zwierzchiewski nel 2002).

“La mia carriera da maratoneta inizia oggi – esulta il trentino delle Fiamme Oro – finalmente ho trovato la strada giusta. E’ stato incredibile, intorno al 33esimo chilometro ho capito che sarebbe stata la mia giornata e quando al 39esimo ho visto che gli avversari facevano fatica, ho deciso di attaccare. Oggi mi sono riscattato dal 25esimo posto di Parigi ai Giochi Olimpici e si apre una pagina tutta nuova, stamattina ho scoperto di avere feeling con la maratona”.

Iran, Urso: se blocco Hormuz perdura l’Ue sospenda patto stabilità

Roma, 12 apr. (askanews) – “Siamo molto preoccupati per il fatto che sia fallito il primo round negoziale” in Pakistan tra Usa e Iran, ora “occorre capire cosa accadrà sui mercati internazionali per quanto riguarda i prodotti energetici e non solo, visto che il blocco che perdura sullo Stretto di Hormuz riguarda anche le altre produzioni di quei Paesi”. Lo ha detto il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, a margine della cerimonia di inaugurazione del Vinitaly.

“Mi riferisco ad alcune materie prime fondamentali nel settore dei fertilizzanti e della microelettronica, se pensiamo che il Qatar è uno dei più grandi produttori al mondo di elio – ha proseguito – se dovesse perdurare il blocco dello Stretto di Hormuz le conseguenze per l’economia globale potrebbero essere più gravi del previsto e potrebbero portare anche a una recessione nel nostro continente. Quindi, massima attenzione e pronti a intervenire. Lo diciamo anche alla commissione europea, perché se queste fossero le condizioni dobbiamo valutare insieme la sospensione del patto di stabilità e altri interventi emergenziali a cui l’Europa non si può sottrarre”.

"Tropicalia" è il nuovo singolo di SKT in collaborazione con Gaia

Milano, 12 apr. (askanews) – “Tropicalia” è il nuovo singolo di SKT in collaborazione con Gaia fuori su tutte le piattaforme digitali per Island Records / Universal Music Italia.

Dopo la collaborazione con Guè sulla traccia “Non Mi Vergogno” e con Alborosie nel brano “Brixton Town”, l’artista torna con singolo che attraversa continenti, identità e linguaggi musicali.

Nato dall’incontro spontaneo tra due mondi artistici ricchi di contaminazioni, “Tropicalia” rappresenta la sintesi perfetta di due percorsi distinti ma affini. Da un lato Gaia, artista dalla cifra internazionale, capace di fondere con naturalezza le sue radici brasiliane con il cantautorato italiano; dall’altro SKT, voce autentica della nuova scena, che intreccia sonorità UK con l’identità profonda della sua Calabria. Due universi che trovano un punto di contatto in una visione musicale libera, fluida, senza confini. Il risultato è una traccia dal respiro internazionale che si ispira all’estetica della Tropicalia, riletta in chiave contemporanea: un immaginario sonoro ricco di contaminazioni, sperimentazione e libertà espressiva, capace di fondere tradizione brasiliana, influenze globali e sensibilità pop moderna.

Lontano dalle coordinate più strette dell’urban, SKT si mette in gioco con una traccia che esalta la sua versatilità e amplia il suo linguaggio espressivo: non solo rap, ma anche canto, melodia e scrittura a tutto tondo. Una dichiarazione chiara di identità artistica, che lo consacra come musicista completo.

«Finalmente ho incontrato una collaborazione che mi ha dato la possibilità di esprimere la mia musicalità fuori dai confini del rap. Io e Gaia ci siamo beccati all’Arena di Verona, ci siamo detti la nostra stima reciproca. La sua cultura brasiliana, la mia più UK, e la miscela con la nostra “parte” italiana. Nella sessione, volevo fare un brano con un sound bossa nova e nasce “Tropicalia”. Avevo già un po’ di esperienza nel mondo del songwriting – come autore e producer – e volevo tornare a mettermi in gioco, volevo fare un pezzo in cui cantavo”

SKT nasce e cresce a Thornton Heath, nel sud di Londra, da genitori italiani. Inizia la sua carriera come producer collaborando con diversi artisti inglesi del calibro di Deno, Tion Wayne, Bandokay, Emile Sande, Peter Andre e molti altri. Nel corso degli anni costruisce un suono unico risultato di diverse influenze e stili, capace di muoversi liberamente tra UK Drill, Trap, Jazz e Pop-Rap.

Papa, da domani in Africa: 11 giorni, 26 discorsi, 8 messe, 11 città

Città del Vaticano, 12 apr. (askanews) – Papa Leone parte domani per un viaggio di 11 giorni in Africa, toccando quattro Paesi – Algeria, Camerun, Angola, Guinea Equatoriale – e visitando 11 città. In programma 25 discorsi, un Regina Caeli, e 8 messe. Si tratta del terzo viaggio internazionale di Prevost, dopo quello in Turchia e Libano (fine novembre-inizio dicembre 2025) e a Montecarlo, il 28 marzo.

Il viaggio nel continente africano inizia dall’Algeria, sulle orme di Sant’Agostino, e con l’omaggio ai martiri cristiani. Prevost è il primo pontefice a recarsi nella terra che diede i natali al Santo di Ippona. Il Papa visita domani, lunedì 13 aprile Algeri e martedì Annaba, la vecchia Ippona, dove Sant’Agostino fu vescovo. Una sorta di pellegrinaggio che il Papa agostiniano unirà al ricordo dei martiri cristiani degli anni Novanta, diciannove dei quali sono stati beatificati da Papa Francesco. In Algeria, Leone terrà cinque discorsi, visiterà il Monumento dei martiri, incontrerà le autorità, la società civile, il corpo diplomatico, la comunità algerina e visiterà la casa di accoglienza per anziani. Infine, celebrerà la messa nella basilica di Sant’Agostino.

Il 15 aprile, Leone si trasferirà in Camerun. Qui soggiornerà a Yaoundé, ma visiterà anche Douala, capitale economica del Paese, e Bamenda, nel nord-ovest, una regione flagellata sin dal 2013 da un terribile conflitto, che ha provocato migliaia di morti e quasi 500.000 sfollati interni. A Yaoundé terrà sette discorsi e celebrerà tre messe; incontrerà le autorità e il mondo universitario, visiterà l’orfanotrofio Ngul Zamba e terrà un incontro per la pace con la Comunità di Bamenda.

Il 18 aprile Leone partirà alla volta dell’Angola, visitando Luanda, Muxima e Saurimo. Sei i discorsi in questa terra, due le messe, a cui si vanno ad aggiungere l’incontro con le autorità, la preghiera del rosario nel Santuario Mama Muxima, la visita alla casa di accoglienza per anziani a Saurimo e l’incontro con i vescovi, sacerdoti e gli operatori pastorali.

Infine, il 21 aprile Leone sarà in Guinea Equatoriale e visiterà la capitale Malabo e le città di Mongomo e Bata. Sette i discorsi. Dopo l’incontro con le autorità al Palazzo presidenziale, Prevost incontrerà il mondo della cultura al Campus Universitario, visiterà gli ammalati dell’Ospedale psichiatrico, celebrerà la messa nella Basilica dell’Immacolata Concezione di Mongomo, e visiterà la prigione di Bata. Infine, l’incontro con i giovani e le famiglie. Il 23 aprile è previsto il rientro in Vaticano.

Leo Gassmann pubblica il suo terzo album "Vita Vera Paradiso"

Milano, 12 apr. (askanews) – Leo Gassmann ha pubblicato il suo terzo album in studio, “Vita Vera Paradiso” via EMI RECORDS ITALY / Universal Music Italia.

Il progetto è stato anticipato dal lead single “Oltre” e dal singolo sanremese “Naturale”.

Il cantautore romano si presenta in una veste completamente nuova: un cambio di sonorità per il nuovo progetto che vira verso la musica folk. “Vita Vera Paradiso” è un disco più maturo, che segna una vera e propria crescita artistica, sia dal punto di vista estetico, che sonoro. Il nuovo disco è ispirato alla musica di Bob Dylan fino a cantautori contemporanei come Mumford & Sons, Noah Kahan e Medium Build.

“Questo album racconta di un percorso che ho fatto in questi anni, all’insaputa del pubblico, dopo anni complessi nonostante mi ritenga una persona fortunata. Un percorso umano di rinascita. Ci sono brani che parlano di buio e poi ci sono momenti di grande gioia. Un’ altalena di emozioni, proprio come la vita” – ha raccontato Leo Gassmann.

I temi che affronta sono storie d’amore e storie esistenziali. L’album è tutto suonato da musicisti (dalla batteria e la chitarra fino al banjo e al mandolino, c’è spazio anche per la cornamusa e gli archi).

L’album sarà seguito da un tour che partirà in primavera. 4 maggio – Bologna, Locomotive Club 6 maggio – Torino, Hiroshima Mon Amour 7 maggio – Livorno, The Cage 14 maggio – Roma, Largo Venue 15 maggio – Milano, Santeria Toscana 31 17 maggio – Napoli, Duel Club

L’ispirazione centrista nella congiuntura politica contemporanea

di Sergio Belardinelli

[…] Attraversiamo una crisi politico-culturale che sembra intaccare i fondamenti stessi della cultura e degli assetti istituzionali liberaldemocratici. Naturale che quella che abbiamo chiamato ispirazione politica centrista ne risenta più di altre. Naturale altresì che di questa crisi si avvantaggino culture politiche, di destra e di sinistra, per lo più estranee alle tradizioni delle quali, a partire soprattutto dal secondo dopoguerra, si sono sostanziate la cultura e le istituzioni politiche occidentali: la tradizione cattolica, quella liberale e quella socialdemocratica.

La crescente polarizzazione politica che registriamo nei Paesi europei e negli Stati Uniti è un segno eloquente del successo di partiti e movimenti politici che poco hanno a che fare con queste tradizioni e con il centrismo.

Ma proprio questo successo dimostra quanto il centrismo sia imprescindibile. Di fronte a problemi come quelli sui quali mi sono soffermato – la lacerazione delle nostre opinioni pubbliche, la guerra in Ucraina, le nuove oligarchie, la necessità di non lasciare a Cina e Russia la supremazia dell’innovazione nell’ambito delle intelligenze artificiali – c’è bisogno di rilanciare seriamente l’ispirazione politica centrista, la sua moderazione, il suo pragmatismo, il suo realismo, il suo riformismo, insieme al senso di qualcosa che vale e obbliga incondizionatamente.

Lo stesso bisogno che riscontriamo in un’altra vicenda drammatica che qui non ho neanche minimamente accennato: il terribile attentato terroristico di Hamas dell’ottobre 2023, la tragedia di Gaza, l’antisemitismo che riprende vigore, assumendo questa tragedia come la riprova che Israele andrebbe semplicemente annientato.

In gioco, come ho certato di mostrare, c’è il più grande patrimonio di cui l’Occidente liberaldemocratico possa vantarsi: la dignità dell’uomo e la sua libertà. Un patrimonio che va però coltivato, investendo soprattutto su famiglia ed educazione, due settori che, almeno secondo me, sono un po’ il vero banco di prova di un’ispirazione politica centrista efficace e affidabile.

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Trump, religione e potere: una lettura inquieta

La difficile tregua che accompagna le trattative – sembra già fallite – in corso a Islamabad tra Usa e Iran induce a una riflessione sulla condotta di Trump. Non si commette peccato se si afferma che una sua evidente instabilità lo porta a oscillare da un giorno all’altro.

È una postura segnata da un “narcisismo maligno” variabile, accompagnato da una forte esaltazione carismatica individuale. È un’impostazione che affonda anche in insegnamenti protestanti ed evangelici e che lo induce a ripiegarsi su se stesso, fino a convincersi che ogni suo comportamento – e tutto ciò che fa e dice – risponda a una volontà divina. Come se fosse stato selezionato, scelto ed “eletto”.

Motivi di fondo che lo portano persino a ritenersi meritevole del Nobel per la pace.

Il Caffè” di Gramellini e lorigine della riflessione

Queste riflessioni mi sono state suggerite da Massimo Gramellini. In uno dei suoi “Caffè”, pubblicato sul Corriere della Sera il 3 aprile scorso con il titolo “Non è Gesù”, ho trovato uno spunto che merita attenzione. L’ho letto più volte, perché ha generato in me pensieri complessi, che affronto con cautela.

I sentimenti che emergono da quella lettura richiamano, per certi versi, quelli che Trump mostrava quando vendeva i suoi grattacieli.

Gli acquirenti – si può supporre – erano spesso grandi investitori, oggi in molti casi vicini a Benjamin Netanyahu, mentre nel Libano continuano a morire civili e bambini, nel silenzio di una Bruxelles ancora divisa.

Gli stessi ambienti economici risultano oggi tra i sostenitori e partner di Trump, anche sul piano finanziario e politico.

Resta poi nella memoria la sua minaccia di “ridurre l’Iran all’età della pietra”: parole che, secondo molta stampa, evocano implicitamente l’uso dell’arma nucleare.

Predestinazione e costruzione del leader

Trump aveva un nonno tedesco, emigrato dalla Baviera negli Stati Uniti a sedici anni, alla fine dell’Ottocento, per cercare fortuna. Era di religione protestante, tradizione trasmessa al padre e poi allo stesso Trump.

In questo contesto Donald è cresciuto, si è formato e continua a riconoscersi. Il suo humus culturale e religioso è questo.

Trump arriva alla Casa Bianca non solo grazie a un ampio consenso elettorale, ma anche perché si percepisce come predestinato, quasi unto da una missione superiore.

Il “Caffè” di Gramellini rafforza questa impressione. In quella rubrica si racconta che la pastora evangelica Paula White-Cain, sua consigliera spirituale, durante un pranzo pasquale alla Casa Bianca, avrebbe paragonato Trump a Gesù, tra i cenni di approvazione dei presenti.

Un episodio che colpisce e che non richiede ulteriori commenti.

Weber e il nodo tra religione e capitalismo

Rimane attuale, a questo proposito, il pensiero di Max Weber, che già nel 1904 analizzava il rapporto tra valori religiosi e fenomeni sociali.

Nel suo studio sull’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Weber mostra come alcune convinzioni religiose abbiano inciso profondamente sullo sviluppo economico moderno.

L’individualismo, il rapporto diretto con Dio, la lettura personale della Bibbia e l’idea della predestinazione – cioè della grazia non legata alle opere – hanno influenzato il modo di intendere il lavoro, la ricchezza e il successo.

In questo quadro, anche il carisma individuale assume un valore decisivo.

È un’analisi che, a più di un secolo di distanza, continua a offrire chiavi di lettura efficaci.

Individualismo e comunità: due visioni inconciliabili

Senza nulla togliere al rispetto dovuto ai protestanti, che restano pienamente dentro la tradizione cristiana, un dato emerge con chiarezza: il loro orizzonte tende a privilegiare l’individuo.

Il cattolicesimo, al contrario, insiste sul “noi”, sulla fraternità, sull’idea di una comunità che cammina insieme.

Due impostazioni diverse: da una parte l’accento sull’Io, dall’altra sulla dimensione collettiva.

Nel primo caso si rischia una chiusura individuale, giustificata dall’idea di essere stati scelti e di intrattenere un rapporto diretto con Dio. Nel secondo si valorizza invece la relazione, la solidarietà, il legame sociale.

È una differenza profonda.

E resta la sensazione che Donald Trump incarni, in modo emblematico, la prima di queste visioni.

Campo largo, linguaggio stretto: l’opposizione che si inceppa

Il riflesso polemico permanente

La Meloni è andata in Parlamento e il vocabolario della opposizione non è cambiato e non c’è da rallegrarsi. Non si tratta di riconoscere alla Premier una qualche minima indulgenza. Se per caso ha fatto qualcosa che coincide con le proposte del “campo largo” le si ribatte che avrebbe dovuto farlo prima e che invece in ogni caso il merito è semmai da ascriversi a chi ha lanciato l’idea per primo. La questione non è da leggere in termini di ragione o torti. In politica tutto può essere letto in un modo e nel suo contrario a seconda delle convenienze di parte.

Così, in ogni intervista, se si parla di guerra, si trova subito stucchevolmente la maniera di aggiungere al tema anche la sanità, la fiscalità e tutto l’armamentario dei problemi che affliggono il paese. Il “fuori luogo” diventa il luogo privilegiato del dibattito. Si tratta di ritornelli che lasciano desolati quelli che invocano la Sinistra di un tempo e che probabilmente disertano per questo le urne. Si faccia attenzione: l’adesione al referendum non coinciderà automaticamente con l’affezione al voto quando si tratterà di rinnovare il Parlamento.

 

Leadership cercasi, ma senza sintesi

Subito dopo il cimento referendario è riapparso il vecchio vizio della gara a chi debba condurre la coalizione di forze per sconfiggere il governo d’oggi. Il richiamo immediato è alle “primarie” come nobile esercizio di democrazia e di partecipazione, un modo elegante per dire chi sgomita e scalcia per essere in cima, sopra tutti. Con pronto ravvedimento si è poi abbandonata la faccenda che rischiava di mettere nuovamente in luce gli attriti, pur legittimi ma altrettanto irritanti, tra le fazioni in competizione. Qualcuno di quel mondo ha osservato che a volte occorre umiltà e avere la capacità di fare, se occorresse, anche un passo indietro ma è un appello retorico destinato a cadere nel vuoto. Si è parlato all’istante di un Federatore ma l’idea è risultata spinosa tale da non far dormire tranquilli sulle federe dei propri cuscini.

Si è quindi accantonato il fatto e rispolverata la nobile questione di un “programma” tutto da confezionare e proporre agli elettori. Il che starebbe a dire che finora, dopo anni, si sarebbe fatta allora opposizione senza disporre di una serie organica di proposte identitarie da offrire agli elettori. Un procedere a casaccio che non può far felice il popolo della Sinistra. In politica estera ci sarà, ad esempio, da lavorare duramente per mettere in sintonia le diverse visioni dei protagonisti in lizza.

La deriva del linguaggio e la politica della rabbia

C’è un punto più allarmante su tutti. È lo stile di comunicazione che trasuda livore verso l’avversario politico che lo si vorrebbe rantolante mentre, ispirandosi al Conte Ugolino, la bava di vittoria goccia dalla bocca del vincitore, l’adozione di un vocabolario che chiama alla rissa fuori da ogni compostezza. Non si tratta di chiedere alla Sinistra di imparare a scrivere con la mano Destra, un tempo erroneamente si correggevano i mancini come fosse un difetto. Si spera che proprio essa possa piuttosto trovare il coraggio e l’ambizione di innovare il linguaggio politico corrente ripudiando la barbarie espressiva in voga e dando così una prospettiva al futuro dibattito della democrazia, un girare pagina che frutterebbe peraltro non pochi consensi. Il campo largo è costantemente sul punto di apparire come slabbrato.

Dovrebbe essere questo il “primario” punto all’ordine del giorno, la cifra distintiva di chi si candida alla guida del paese, la responsabilità da prendere sulle spalle senza scansarsi. Questa sarebbe la sfida da vincere e la rivoluzione vera di cui avrebbe più bisogno l’Italia, la svolta che nessuno azzarda per evidente incapacità o per miserabile convenienza. C’è insomma urgenza di una riacculturazione del modo di porsi. La faccenda non riguarderebbe solo il PD ma anche gli alleati con cui non dovrebbe fare lega se non si accostumassero ad una nuova formula, almeno più “gentile”, del dire. Meno filastrocche a memoria e più qualità. Più arte all’ascolto dell’altro e repliche di maggiore sostanza. Mordere non vuol dire vincere. Ciò che la rabbia rende oggi può essere un boomerang domani, tradursi improvvisamente di grida nel deserto di ascoltatori.

Per molti il cuore, si sa, batte a sinistra e del resto il buon Manzoni scriveva che “arrivato al ponte, voltò, senza esitare, a sinistra”. È altrettanto vero che al tempo degli antichi Romani gli àuguri, interpretando il volo degli uccelli, indicavano come funesti i segni che giungevano da quella parte. Anche biblicamente la posizione migliore fu quella di essere alla Destra del Padre e non diversamente. Non si tratta di dire, secondo Moretti, qualcosa di sinistra ma di dirla bene, con i giusti toni, accenti e argomenti meno populisti di quelli che corrono. O altrimenti palla al Centro.

Lo scandalo come scorciatoia

Il fascino dello scandalismo si è riaffacciato con la polemica sulla foto della Meloni con un esponente del clan camorristico dei Senese: un episodio che segna un punto avvilente di lotta politica, un degrado da compatire. Nelle centinaia di incontri che un leader consuma nel corso dei suoi giorni è difficile filtrare ogni persona che, avvicinandosi tra la massa di persone, richiede un selfie di compiacimento. L’episodio richiama la panzana del bacio di Andreotti a Reina e l’eclatante bufera mediatica che ne seguì. Non è con questi tiri sinistri che si onora la tradizione del partito che fu di Berlinguer e che si possa dar voce ad una opposizione carente e comunque sempre necessaria.

In un gustoso racconto di Roberto Di Salvo a titolo “Come il mitocondrio” lo scienziato protagonista spiega che “l’energia contenuta nel mitocondrio possa essere rafforzata dal cuore umano e, impiantato nell’uomo con modalità che non sto a spiegarti, infondere una maggiore positività. E sono convinto, ormai sono sul punto di dimostrarlo scientificamente, che si possa riuscire a realizzare una più potente fonte di energia tra tutte le persone che ci circondano. Cerchie, via via più ampie e la diffusione lenta, progressiva e virtuosa di questa potenza benefica. Fino a rendere gradualmente le persone migliori, l’umanità più empatica e gli uomini pronti ad accorrere ai bisogni altrui.”.

Unopposizione necessaria, ma da rifondare

Ogni sistema politico ha bisogno di una opposizione che pungoli la maggioranza a dare il meglio nell’ansia di essere sopraffatta dai suoi avversari che ambiscono a scalzarla dal potere. C’è una fetta non trascurabile di società che vorrebbe dire di essere di Sinistra e che invece, così facendo, si costringe al silenzio. Non muore ancora del tutto la speranza di una Sinistra che torni ad essere, sin d’ora.

Medioccidente, un’analisi suggestiva di Giuseppe Lupo

L’ampio successo di critica e di adesioni, certamente non formali, da parte di chi ha avuto modo di impegnarsi nella lettura di Medioccidente. Unalternativa geografica, politica, culturale (Marsilio editore) motiva il Centro di Cultura Giuseppe Lazzati, ad insistere, perché non sfugga l’appuntamento del prossimo 15 aprile (v. locandina).

Desidereremmo essere sicuri di non perdere e non far perdere un’occasione d’incontro, di confronto importante, certamente carico di nuova visione, di nuovo pensiero, di nuovo inizio, soprattutto per chi anela e lavora al superamento epocale della pluricrisi planetaria che ci attanaglia.

Un libro necessario, tra esperienze e luoghi

Medioccidente è un libro necessario, generativo, di prossimità. Un’empatia di testimonianze, di esperienze di luoghi, di carismi: Venezia, Praga, Istanbul, Maratea, San Giovanni in Fiore, Urbino e poi Olivetti, Illich, Milani, Lapira, Dolci, Le Corbusier, De Carlo, Don Giovanni Rossi, etc. Nuclei e semi di un Occidente diverso.

Una ricognizione di grumi, di cellule rigenerative, non esaustiva, che va ancora di più esplorata e perseguita (questo è un compito che ci interpella e ci impegna!) perché l’Occidente ha bisogno di essere diverso dall’attuale esito.

Il modello, oggi dominante, non esprime, deforma quello che l’occidente dovrebbe essere: l’auspicato Medioccidente. L’Occidente sotterraneo, che sospende ogni relazione di dominio, ogni istanza di potenza, ogni riduzionismo, ogni paradigma insopportabile (vinco io, perdi tu!) ha bisogno di rivelarsi per liberare ciò che è già. Il tutto per una nuova narrazione, per il non ancora che preme.

Il futuro anteriore come chiave interpretativa

Di fronte ad un Occidente che annaspa; c’è un altro Occidente, quello del futuro anteriore, quello dell’avrò fatto.

Non è un’acrobazia, è una diversa intelligenza della storia, quella lineare: intercettare semi già piantati per un futuro, che potrebbe essere già iniziato.

Una grande operazione culturale e storiografica: l’antropologia del futuro anteriore. Nel futuro, quello che già c’è nel passato sospeso…occultato, ma vivo. È questa l’operazione di Giuseppe Lupo, recuperare una memoria, dando indizi certi e sicuri, non solo storici.

A margine, dieci parole nel loro interagire per disegnare il Medioccidente: persona, comunità, responsabilità, solidarietà, etica, sacralità, memoria, dialogo, contaminazione, terza via. Le categorie del nuovo inizio epocale.

Giuseppe Lupo si rivela davvero uno scrittore civile, uno scrittore civile, che ci induce ad una visione complessa, non lineare, ad un impegno cognitivo non da poco, ad operare e ad agire per una democrazia culturale e per una diplomazia di comunità e di popoli.

Domenico Amalfitano, parlamentare dc dal 1976 al 1992, è stato sottosegretario al Ministeroo della pubblica istruzione nei governi Craxi e Fanfani (1983-1987). Oggi presiede il Centro di cultura per lo sviluppo Giuseppe Lazzati APS – ETS Taranto