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Borsa Tel Aviv pronta a sfidare Euronext nella gara per Cipro

Roma, 11 ott. (askanews) – Sulla privatizzazione della società che gestisce il mercato azionario di Cipro (Cyprus Stock Exchange) il gigante Euronext – che oltre a Milano controlla le borse di Amsterdam, Atene, Bruxelles, Dublino, Lisbona, Oslo e Parigi – potrebbe trovarsi come concorrente l’israeliana Tel Aviv Stock Exchange.

La società israeliana ha conosciuto anni di forte crescita, con una tappa chiave nel 2029, quando si è essa stessa quotata. Da allora la sua capitalizzazione è cresciuta più di 17 volte e ora sta esaminando la possibilità di rilevare la piazza di Cipro. Secondo quanto riporta la testata finanziaria israeliana Globes, il progetto è ancora nelle fasi iniziali.

Attualmente la piazza finanziaria cipriota è a controllo pubblico, ma il Parlamento del Paese ha deciso di avviare la privatizzazione e nei prossimi mesi verrà pubblicata la documentazione per la messa all’asta.

Questo mentre la società che gestisce Tel Aviv sta, proprio in questa fase, cercando delle strade per ampliare le sue attività. Il giro d’affari del gruppo è schizzato dai 284 milioni di shekel del 2019 a 5,7 miliardi nella prima metà di quest’anno, circa 1,66 miliardi di euro.

Lo scorso mese, rileva Globes, il Tel Aviv Stock Exchange ha pubblicato un ambizioso piano di sviluppo, che punta una crescita annua tra il 15% e il 18% in termini di ricavi, sulla media dei prossimi cinque anni. Il gruppo guidato da Ittai Ben-Zeev ha manifestatto i suoi propositi di allargare le collaborazioni strategiche, sfruttando le opportunità che dovessero manifestarsi. (fonte immagine: TASE).

Conte e Grillo: una storia al miele e al fiele

Leggendo qualche traccia della vita di San Francesco vien fuori che il “poverello di Dio” non da solo si dirige verso l’Oriente, raggiungendo l’Egitto e incontrerà il sultano Melek-el-Kamel. Nell’avventuroso viaggio avrà fedelmente vicino a sé il buon Pietro Cattani, leguleio ed esperto di diritto. L’anno seguente nomina il suo caro amico come Vicario dell’Ordine Francescano di Frati Minori, che ne prenderà così la Direzione.

C’è sempre un momento in cui si comprende che le energie non sono più sufficienti ed è bene affidare ad altri certe incombenze, tanto più che l’Ordine aveva assunto dimensioni più significative ed era necessario strutturarsi anche giuridicamente in maniera più adeguata. È sempre così la storia di certi movimenti: dallo spontaneismo d’origine si fa vela per approdare ad una organizzazione con tanto di regole a supporto.

 

Una necessaria staffetta

La faccenda non portò molta fortuna al Cattani, che morì pochi mesi dopo, sostituito da frate Elia da Cortona. Qualche anno dopo San Francesco, segnato dalle stimmate e consumato da una enorme sofferenza agli occhi, compone, quasi nella cecità, il suo Cantico delle Creature. Viene da pensare che il distacco dalle incombenze di gestione della sua creatura e l’impossibilità di vedere ancora materialmente quanto lo circondi siano state le condizioni ideali perché, ricco di ispirazione, lasciasse all’umanità una poesia che è insieme una perla di preghiera e che ancora oggi incanta gli uomini alla lettura.

 

Grillo tra il tempo delle mele e quello della delega

Questa storia richiama per qualche tratto quella di Grillo, dove si intravedono affinità e ovvie dissonanze date dalla natura meno spirituale della originaria causa agendi. Anche il Beppe nazionale, per un verso, è stato un rivoluzionario dei suoi tempi, tutto cuore e dissacrazione dei costumi correnti. Poi, al culmine della crescita, non essendo sua stoffa il ruolo di gestione operativa di apparati di potere, ha affidato al Giuseppi nazionale il compito di seguire questioni di Governo. In breve, ci si è dunque dovuti adeguare alla realtà e darsi uno Statuto, norme e tutto ciò che richiede un po’ di disciplina e di indirizzo.

 

Conte sa badare a se stesso

Conte ha poi deciso di poter fare da solo, molti la chiamano emancipazione, altri la regola per cui il delfino deve sempre uccidere il leader che lo ha voluto come secondo in scena. Altri ancora, più crudamente, dicono che il tradimento è ciò che si è perpetuato. Conte ha la pelle dura ed è saldo al comando dei 5 Stelle, malgrado sia con altri imbrigliato in affari da azzeccagarbugli per stabilire se si faranno le “primarie” e se, in caso affermativo, ai gazebo potrà andare chiunque o solo gli iscritti ai partiti del campo largo.

Sarà poi interessante contare quanti siano ai tempi d’oggi gli iscritti ai partiti, ma questo è, diciamo, una questione che è più prudente non sollevare per non registrare una rappresentanza percentualmente troppo modesta e poco indicativa rispetto ai potenziali elettori del fronte anti-Meloni. Tanto più, all’orizzonte non c’è nessun Frate Elia che possa sostituirlo, ferma l’assenza di volontà di cedere il passo a chiunque aspiri a rimpiazzarlo. Santo Beppe, al contrario del Santo d’Assisi, non è rimasto neppure padrino spirituale della sua creatura, fino al punto di ripudiarla e di disconoscerne ogni attuale merito.

 

Un nuovo frinire?

Resta ancora da verificare se Grillo, da troppo tempo assorto in un silenzio meditativo, con il suo popolo cieco e non più in grado di scorgerlo come guida, saprà tirar fuori una sorta di Cantico, un qualcosa che lasci una scia luminosa nel suo passaggio nel firmamento politico. Al momento sembra invece che sia destinato ad avere la pari sorte delle sue battute da comico che, come tutte le barzellette, sono condannate a cadere nel dimenticatoio. Forse sta cantando da solo alla luna e nessuno se ne avvede, forse i suoi ex amici potrebbero suggerirgli sbrigativamente un “Canta che ti passa!”.

Qualcuno pensa che potrebbe essere il solo a saper bastonare per bene, oltre ai suoi ex amici, anche l’esuberante Vannacci. Potrebbe essere ancora lui l’uomo che fa la differenza per una vittoria al fotofinish di questa o quella parte. Così dimostrerebbe di saper far politica. Il suo silenzio per qualche verso può dispiacere, però non è detta l’ultima parola.

Premierato nascosto: lo scontro sulla democrazia senza contrappesi

La nuova legge elettorale appena approvata dal Parlamento, al di là di titoli e proclami, non ha come obiettivo quello di riportare gli elettori a votare o quello di migliorare la rappresentatività dei cittadini. La nuova legge elettorale è stata pensata e modellata in base a un calcolo che dovrebbe – nelle intenzioni dei promotori – consentire all’attuale governo di succedere a se stesso.

Ma questa legge elettorale presenta dei chiari profili di incostituzionalità. Il più macroscopico di questi è rappresentato dalla sottrazione al Presidente della Repubblica del potere di scelta e di nomina del Presidente del Consiglio, come previsto dall’articolo 92 della Costituzione.

È infatti chiaro che, indicando il candidato premier fin dalla scheda elettorale, si effettua un azzeramento de facto della più importante attribuzione che la Costituzione riconosce al Quirinale, risultando difficile immaginare che un Presidente della Repubblica possa arrivare a una decisione diversa al termine delle canoniche consultazioni che precedono la nomina del Presidente del Consiglio incaricato.

Tutto ciò senza sottovalutare che con questo sistema elettorale si delegittima il Presidente della Repubblica, che è chiamato a intervenire anche nel caso di una crisi di governo in corso di legislatura, per individuare una nuova maggioranza di governo e un nuovo Presidente del Consiglio dei ministri.

Perché non dobbiamo dimenticare che la nostra è e rimane una Repubblica parlamentare, nella quale i governi nascono in Parlamento e dallo stesso Parlamento ottengono la fiducia per governare. E questa è una regola che vale sempre e per tutti, indipendentemente da chi vince.

L’altro profilo di chiara incostituzionalità è rappresentato dall’eccessivo premio di maggioranza; un premio che, per dimensione (70 deputati e 35 senatori oltre quelli spettanti in base ai voti conseguiti), fa saltare il criterio del bilanciamento dei poteri sul quale si fonda la nostra Costituzione.

Un premio di maggioranza che viene assegnato alla coalizione che raggiunge il 42% dei consensi; ma, in una fase storica nella quale si reca a votare la metà degli aventi diritto, quella percentuale corrisponde a un quinto della cittadinanza, ovvero a un livello di rappresentatività troppo basso per poter avere una maggioranza parlamentare che, senza coinvolgere le altre forze politiche e sociali, può mettere le mani su tutti gli organismi di controllo e garanzia (Quirinale, Corte costituzionale, Consiglio superiore della magistratura, Corte dei conti).

Ma l’insofferenza dell’attuale maggioranza di governo per ogni forma di controllo è cosa nota, e non da oggi! Come altrettanto nota è la confusione tra governare e comandare che caratterizza l’attuale destra di governo; ne è la prova l’intervento di Donzelli alla Camera sulla nuova legge elettorale: «Così chi prende un voto in più degli altri comanda».

Comanda? Metastasio suggerisce: «Voce dal sen fuggita, poi richiamar non vale: non si trattien lo strale quando dall’arco uscì».

Ma, citazioni a parte, il fatto politico è che dopo quattro anni questa è l’unica riforma che il governo ha fatto. Una riforma frettolosa e assolutamente non necessaria per un Paese che è attraversato da difficoltà di tipo economico e sociale; una riforma fatta pensando di poter modificare il dettato costituzionale utilizzando una legge ordinaria.

Una scelta che risente sicuramente della sconfitta subita a marzo, quando i cittadini hanno espresso il loro dissenso sull’ennesimo tentativo di modificare la Costituzione in modo sostanziale.

Ma la politica non può sottrarsi dal fare i conti con il consenso popolare. Stratagemmi e tentativi per aggirare la Costituzione saranno vani se i cittadini torneranno a partecipare e a far contare le proprie idee.

Alla ricerca del luogo politico degli uomini di buona volontà

Una recente riflessione sul significato del centro nella vita e nella politica offre uno spunto che merita di essere sottratto alla consueta geometria degli schieramenti.

Il centro, infatti, non è necessariamente il punto che sta a metà tra destra e sinistra. Non è nemmeno il luogo di chi non sceglie, di chi cerca un compromesso per evitare i conflitti o di chi si limita a occupare uno spazio elettorale rimasto libero.

Può essere qualcosa di molto più esigente: il luogo nel quale si prova a ricomporre ciò che la politica tende continuamente a dividere.

La politica e il senso del limite

Nella riflessione di Fioroni torna con forza una parola che oggi sembra quasi fuori moda: limite. La politica è necessaria, ma non è onnipotente. Non può pretendere di dominare ogni dimensione della vita, né trasformare la persona in un ingranaggio amministrativo, elettorale o comunicativo.

Esistono la sofferenza, la coscienza, la fragilità, la dignità, le relazioni. Realtà che nessun apparato può esaurire.

È proprio qui che la parola “centro” acquista un significato diverso.

Essere al centro non vuol dire collocarsi tra due estremi. Significa assumere come criterio la persona e il Bene Comune.

Ed è in questo senso che si potrebbe dire che il centro è il luogo degli uomini di buona volontà.

Una formula che non va intesa in senso confessionale, né come attestazione di superiorità morale. La buona volontà, in politica e nella vita civile, è qualcosa di più concreto: è la disponibilità a riconoscere che nessuna parte possiede da sola tutta la verità e che il Bene Comune non coincide automaticamente con l’interesse del proprio gruppo.

È la capacità di stare nel conflitto senza trasformare l’avversario in nemico.

È la disponibilità alla mediazione, che non significa rinunciare ai propri valori, ma cercare le condizioni perché valori diversi possano convivere dentro una casa comune.

 

Un centro aperto, fondato su valori condivisi

In questo senso il centro può essere abitato da cattolici, laici, popolari, liberali sociali, riformisti, civici e da quanti non si riconoscono in alcuna appartenenza tradizionale.

Ciò che conta non è da dove si parte, ma il metodo con cui si costruisce.

Un metodo che dovrebbe fondarsi almeno su alcune convinzioni: la dignità della persona non è negoziabile; la libertà non può essere separata dalla responsabilità; la solidarietà non è assistenzialismo; la sussidiarietà non significa abbandono; la partecipazione non è semplice consultazione; il Bene Comune non coincide con la somma degli interessi individuali.

 

Oltre la personalizzazione della politica

Questo modo di intendere il centro potrebbe aiutarci anche a uscire da una delle più evidenti debolezze della politica contemporanea: la personalizzazione.

Quando il leader sostituisce il progetto, quando la comunicazione prende il posto della mediazione, quando il consenso diventa l’unico criterio di successo, la politica finisce inevitabilmente per impoverirsi.

Il problema non è trovare un nuovo leader di centro.

È ricostruire una cultura politica capace di rimettere al centro le persone, le comunità, i territori, i corpi intermedi, la responsabilità verso chi verrà dopo di noi.

Non chi occuperà il centro, ma su che cosa fare centro

Forse dovremmo allora cambiare domanda.

Non più: chi occuperà il centro?

Su che cosa vogliamo fare centro?

Sulla salute, sul lavoro, sull’educazione, sulla casa, sulla dignità delle persone fragili, sulla qualità delle relazioni, sulla partecipazione, sulla pace, sull’ambiente, sulla responsabilità intergenerazionale.

Fare centro significa scegliere priorità capaci di ricomporre la società, non soltanto di conquistare consenso.

Il centro, in questa prospettiva, non è una posizione statica. È un movimento verso ciò che tiene insieme.

E forse è proprio questo il senso più attuale della buona volontà: la decisione di non considerare mai l’altro soltanto come ostacolo, elettore, avversario o numero, ma come persona con cui condividere la responsabilità di costruire una società più umana.

Perché il centro non è il luogo di chi non sceglie. È il luogo di chi sceglie, ogni volta, il Bene Comune.

 

Rosapia Farese

Presidente dell’Associazione FareRete InnovAzione BeneComune APS (FRIBC)

Il Centro da costruire. A proposito del libro di Fioroni

Non un altro partito personale

«Non ho scritto questo libro per fondare un partito personale. Ho scritto perché non voglio che una tradizione culturale scompaia…».

Così chiarisce Giuseppe Fioroni in un’intervista a proposito del suo libro Ovunque è il centro delle cose, della vita, della politica (Rubbettino, 2026).

E la dichiarazione di non voler fondare un nuovo partito è il grande merito di Fioroni, perché, come sappiamo, non passa giorno senza che spunti qualcuno intenzionato a fondarne uno nuovo, privato e personale.

Se il centrismo si presenta come un dilemma tra «vocazione o condanna», lasciamolo allora dire a Lorella Cedroni, con il suo interessante libro sul centro politico e partitico, da lei esaminato attraverso un confronto fra Augusto Del Noce e Norberto Bobbio.

 

Il centro è una vocazione

In dialogo con il sociologo Angelo Palmieri, che gli ha rivolto domande interessanti, Fioroni ci fa capire che il «centro ovunque» è una chiara scelta per fare il bene di tutti e dello stare insieme.

Quello che cerca, infatti, Fioroni non è un partito di centro, neanche di quelli che camminano – o guardano – verso sinistra. E non è nemmeno un movimento o un’associazione. Ma è qualcosa di più serio, che rende interessante la lettura.

A pagina 161 precisa che questo suo centro è rivolto verso «…un impegno comune. Per fare in modo che la politica torni a essere percepita non come un’arena ostile macchina di autoaffermazione, ma come una forma alta di servizio, di corresponsabilità, di bene comune. In fondo, è una domanda che riguarda tutti: le istituzioni, le famiglie, la scuola, le associazioni, la Chiesa, i territori…».

 

Il bene comune contro la politica degli antagonismi

Il centro della politica, dunque, equivale al luogo dove si cerca il bene di tutti, comune a tutti. Rimaniamo così mille miglia lontani da un luogo «politico» definito come scontro perenne tra amici e nemici, secondo la concezione di Carl Schmitt, con la sua politologia in odore di nazismo.

Questo centro di Fioroni emerge anche attraverso un continuo dialogo con Lucio D’Ubaldo ed è una forma alta di servizio, corresponsabilità e ricerca del bene comune. Riguarda tutti noi, quindi, compresi i giovani e gli anziani, troppo spesso dimenticati.

È una prospettiva utilissima nei momenti in cui, con le guerre, si ritorna al passato e si invocano nazionalismi e sovranismi patriottici, autonomi perché differenti.

In questo senso, a Fioroni dà indirettamente una mano il classico Dizionario di politica di Bobbio, Matteucci e Pasquino, dove la voce «Centro» non compare e viene rimandata alla voce «spazio politico», definito come «area del conflitto politico».

Una definizione che Fioroni respinge, pur rimanendo lontano dal pensiero unico e continuando a credere nella dialettica e nel confronto fra idee diverse.

 

La centralità della persona e i valori universali

È quel centro, quel luogo, che Papa Leone, nel paragrafo 172 della sua enciclica Magnifica Humanitas, dopo essersi soffermato a lungo sui pericoli dell’intelligenza artificiale, sulle schiavitù e sulle nuove «dipendenze» a cui essa conduce, lascia indirettamente intravedere come luogo di «…rispetto della libertà e della dignità umana» e della persona, oggi, secondo il Papa, sfidate dalla mentalità tecnocratica e postumana e dalla «massimizzazione del profitto».

Un luogo e un centro politico che per Fioroni è «ovunque» e che nel suo libro diventa un centro di valori universali, da ritrovare e coltivare dappertutto.

Un libro che, tuttavia, non soddisfa i palati di chi si aspettava un tappeto steso e un invito a fondare l’ennesimo partito di centro – se ne contano più di dieci, tutti personali! – se non addirittura un nuovo partito di centro cattolico-democratico, sturziano e popolare, nel cui pensiero Fioroni si è formato e ha sempre creduto.

Si tratta, invece, di un libro rivolto a chi spera e si augura che alcuni valori, come quelli della fraternità e dell’uguaglianza, alcune idee, come quelle della giustizia sociale, dei diritti della donna e dell’uomo, del welfare e della libertà, non vadano dispersi.

Ma vengano nuovamente raccolti attorno a una cultura politica cattolico-democratica e popolare, oggi totalmente silenziosa e in disparte, frammentata, polverizzata e dispersa, oppure nelle poche mani di chi dimostra un’incomprensibile voglia di isolarsi.

Valori di base che, una volta storicizzati e calati nei tempi che viviamo, devono essere diffusi nell’ambito prepolitico, perché non vadano dispersi e siano trasmessi soprattutto ai giovani. Perché sono loro che «…amano la politica, avvertono il bisogno della politica, e ne cercano persino il senso».

 

La lezione anticipatrice di padre Sorge

Mi sembra però corretto ricordare, prima di chiudere, che c’è stato padre Bartolomeo Sorge che, con altri intenti e circa quarantacinque anni fa, ha toccato corde analoghe a quelle di Fioroni con un suo libricino: La ricomposizione dell’area cattolica in Italia (Città Nuova).

Anche padre Sorge non pensava a una «ricomposizione» utile a un partito politico come quello della DC, primo partito politico dei suoi tempi.

Ma, presagendo con larghissimo anticipo una crisi culturale, pensava anche lui di ricomporre quest’area attraverso un impegno prepolitico di formazione etica, utile a una nuova classe dirigente per far confrontare i valori cristiani con i tempi storici che si vivevano.

A pagina 18 scriveva: «…l’emergenza presente riveste prevalentemente un carattere culturale e pre-politico… ove il termine cultura ha un suo significato pregnante di visione dell’uomo e del mondo… scala di valori, mentalità e costume… che precede l’attività politica…».

Se si legge bene, tutto ciò lo lascia capire anche Fioroni nel suo libro.

Michele Pellegrino, nella Chiesa e nella società. L’auspicio della beatificazione

Quarant’anni fa, il 10 ottobre 1986, se ne andava per sempre il card. Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino dal 1965 al 1977. Un uomo di Chiesa, un intellettuale, un pensatore e un vero pastore che, con il suo magistero, ha segnato la storia della Chiesa torinese, piemontese e nazionale.

Certo, quando si parla di Michele Pellegrino il pensiero corre immediatamente alla lettera pastorale «Camminare insieme», scritta nel 1971, che era, e resta, uno dei testi più importanti e più significativi della Chiesa italiana in quella precisa stagione storica. E che era destinato a non fermarsi a quella stagione.

Un documento, non possiamo non ammetterlo, che ha saputo anticipare i temi che poi sono diventati centrali nel dibattito pubblico nel nostro Paese. E non solo all’interno della Chiesa italiana e dell’intero mondo cattolico.

Un documento, ancora, che ha saputo toccare gli argomenti che sono poi diventati oggetto di pubblica riflessione nella Chiesa: dalla comunione ecclesiale al concreto e fattivo ruolo dei laici; dalla povertà come radicale scelta evangelica alla centralità e all’importanza dei Padri all’interno della Chiesa, sino alla libertà e soprattutto alla responsabilità dei cristiani e dei cattolici nella società.

 

Una Chiesa in uscita

Con Michele Pellegrino si può parlare, usando il linguaggio del tempo, di una «Chiesa in uscita». Una Chiesa, cioè, che non si ritrae di fronte alle richieste concrete che emergono dalla società di quella stagione convulsa e desiderosa di profondi cambiamenti nel campo sociale, religioso, culturale e politico.

E proprio l’arcivescovo di Torino diventa un punto di riferimento per tutti coloro che incrociano la volontà e il desiderio di quel cambiamento.

È stato definito anche e soprattutto «un grande pastore». Ed è profondamente vero, anche perché Pellegrino ha saputo interpretare con rara coerenza le domande di larghi settori della società torinese e italiana e lo ha fatto alla luce della lezione conciliare, attraverso la strada della fraternità, del dialogo, della corresponsabilità e della profonda attenzione alle esigenze dei più deboli e degli esclusi.

È persino inutile ricordare che i protagonisti di quella stagione nella Chiesa torinese furono le parrocchie e i laici. Qualcuno ha parlato anche della «primavera della Chiesa», che ha saputo trasformare la comunità ecclesiale e i territori.

 

Le polemiche e la forza del dialogo

Certo, non possiamo dimenticare che il card. Pellegrino fu anche molto osteggiato. E non solo nella sua diocesi torinese.

La sua predicazione, il suo stile inconfondibile, il suo alto magistero e la sua concreta testimonianza furono al centro di molte polemiche all’interno del mondo cattolico, della Chiesa torinese e della stessa politica torinese e piemontese.

Eppure Pellegrino seppe sempre, attraverso le armi del dialogo, del rispetto del pensiero di tutti e della comprensione reciproca, farsi rispettare da laici e cattolici. Anche se nel crocevia di un dibattito forte e carico di contrapposizione e di delegittimazione.

Del resto, Pellegrino ha saputo imprimere un ricordo profondo anche perché ha predicato con la testimonianza instancabile di una Chiesa che si costruisce attraverso relazioni autentiche, nell’ascolto della Parola e nella vita vissuta insieme.

 

L’auspicio della beatificazione

Ora, per tanti motivi, tutti riconducibili alla straordinaria personalità del card. Michele Pellegrino, credo che sia del tutto fondato, a quarant’anni dalla scomparsa, l’auspicio di molti affinché venga avviata la causa di beatificazione di Padre Pellegrino.

E questo per alcuni motivi di fondo che hanno sempre accompagnato il suo magistero ecclesiale. E cioè la profondità della sua testimonianza cristiana, la sua convinta e costante fedeltà al Vangelo, la sua concreta e permanente dedizione alla Chiesa e anche la serenità con cui ha affrontato gli ultimi anni di sofferenza della sua vita.

Per questi motivi, anche se mi sono limitato a richiamarne solo alcuni, la lezione del card. Michele Pellegrino non può e non deve essere dimenticata.

Equitazione, Global Champions League a Roma: trionfo dei New York Empire

Roma, 11 ott. (askanews) – Grande salto ostacoli mondiale al “Pietro Giannattasio” di Tor di Quinto per la tappa capitolina della Global Champions League, andata in scena nell’impianto miliatare sede dell’ottavo Reggimento dei Lancieri di Montebello.

Primo successo a Roma per i New York Empire, che dominano la tredicesima tappa stagionale del circuito grazie a Denis Lynch su Ping Pong van de Lentamel nel primo round e su Chicago nel secondo, Michael Pender su Madgeslane Louis nella prima manche, e Bertram Allen su Pacino Amiro nella seconda, chiudendo la competizione a squadre con zero penalità, e laureandosi campioni davanti ai Riesenbeck International (secondi) e agli Istanbul Warriors (terzi). Sul podio capitolino le tre squadre che competono alla vittoria per il titolo stagionale: in classifica restano in prima posizione i Riesenbeck International con 267 punti, seguono gli Istanbul Warriors a quota 222 punti, accorciano in terza posizione i New York Empire a 215. Le prossime due tappe, Il Cairo e Rabat, saranno decisive per incoronare la squadra campione del 2026.

La mattinata si era aperta con due gare nel 2 stelle, dove l’azzurro è tornato ancora protagonista dopo i successi di ieri di Stefano Nogara nella 1.25 m e di Luca Coata nella 1.40m. La firma tricolore di giornata è quella di Michol Del Signore, che ha conquistato la prova di apertura della 1.30m: in sella a Dreamscape chiude senza penalità in 56″12, precedendo di appena due centesimi la svizzera Charlotte Barbey su Crazy Anke (56″14). Ancora podio per Nogara, che si conferma tra i protagonisti con Just A Dream, conquistando il terzo posto con un netto in 57″37.

Doppietta svizzera nella categoria da 1.15m, dove Peter Aregger, già terzo ieri con Uncle Sam, conquista i primi due posti: vince con Erlita de Galeste in 57″00 e si piazza secondo proprio con Uncle Sam in 57″22, sempre senza penalità. Resta sul podio anche la britannica Eleanor Harmsworth che, dopo il successo nella gara di apertura di ieri, chiude terza con Bruni Portunus Z, senza errori in 57″97.

Bonelli: pronti a definizione programma ma non chiamateci “campo largo”

Roma, 10 ott. (askanews) – “Noi già da metà ottobre siamo pronti, saremmo anche pronti già da adesso a iniziare questa parte programmatica”. Così Angelo Bonelli, leader insieme con Nicola Fratoianni di Avs a margine del festival del Manifesto alla Garbatella a Roma.

“Vediamo cosa succederà nell’area di centro, se si determinerà una lista oppure due liste o qualcosa di più, ma a quel punto va definito il perimetro dell’alleanza, che sta in via di definizione, e siamo pronti a costruire l’alleanza in tutti i suoi termini”, ha detto, aggiungendo “noi non chiameremo questa alleanza campo largo, sia ben chiaro a tutti quanti”. Come la chiameremo “lo decideremo insieme, ma una cosa è certa no campo largo”.

Riguardo all’incertezza sulla data del voto Bonelli ha sottolineato “noi non stiamo ai tempi di Giorgia Meloni, deve capire una cosa che la democrazia, e quindi la data delle elezioni, non è qualcosa a sua disposizione, è qualcosa che riguarda tutta l’Italia, e quindi nel caso dovesse continuare con questo atteggiamento da vere e proprio tenebre, in ogni caso noi saremo pronti”.

Leader campo largo insieme su palco: acceleriamo e troviamo sintesi su nodi

Roma, 10 ott. (askanews) – Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni con Magi, di nuovo insieme sul palco. E’ la prima volta che si ritrovano dopo l’ok alla legge elettorale voluta dal governo Meloni che impone l’indicazione sulla scheda del candidato premier, tra i ‘nodi’ principali della coalizione (che a questo punto, salvo sorprese e obtorto collo per alcuni, potrà sciogliersi solo con le primarie). Un’occasione per ribadire l’impegno “all’unità” – con relativa foto opportunity dopo un abbraccio tra i due principali leader della coalizione – tentando di lanciare il cuore oltre l’ostacolo sull’Ucraina (Schlein) e sulle tempistiche per il programma (Conte).

Al festival del Manifesto alla Garbatella a Roma, il ‘Manifestival’, il titolo del dibattito è un’affermazione incoraggiante: “C’è alternativa”. E la prima domanda del direttore del giornale Andrea Fabozzi, va subito al dunque dei nodi da affrontare: l’Ucraina. Un’esortazione a Schlein e Conte che assicurano: “Una sintesi si troverà”. Il presidente M5s mantiene la sua posizione sul “cambio di passo” rispetto “all’escalation di riarmo” e sulla sua lettura del conflitto russo-ucraino ma i toni sono più pacati di altre volte. Schlein si dice certa che “pur nella diversità delle posizioni” ci sono le condizioni per “trovare un accordo ed esprimere una voce della nostra alleanza” e propone di stare “chiusi in una stanza anche una notte intera: facciamo presto, l’importante è uscirne uniti”. Con Conte c’è Avs; con il Pd della Schlein c’è +Europa, con Riccardo Magi che chiede di continuare a sostenere l’Ucraina anche con le armi.

Sul programma tutti si rendono conto della necessità di sedersi al tavolo, pur se il Pd punta a un orizzonte più ampio rispetto ai Cinque stelle che premono. In mattinata, alla festa del Foglio, la segretaria dem aveva risposto, interpellata in proposito, che si delineerà “entro fine anno”. Il leader dei Cinque Stelle in serata azzarda: “Se facciamo un confronto serio in un paio di settimane si chiude il programma”. Poi, Conte conviene con Schlein che cita ancora la canzone di Daniele Silvestri: “Noi insistiamo sulle cose che abbiamo in comune che sono 4.850”. Con gli alleati, afferma Conte, il M5s ha fatto un “lavoro che pesa e conta, messo a punto progetti di giustizia sociale, di politiche del lavoro e anche in politica estera e internazionale sono state firmate tante mozioni comuni”.

Quanto alla scelta del candidato premier, le strade portano, alle primarie. Schlein ha sempre sollecitato un “accordo” per dare la leadership a “chi prende un voto in più” ma si dice disposta alle primarie “se è lo strumento per tenere unita l’alleanza”. Conte non molla sul punto e insiste: “Dobbiamo portare quanti più elettori a votare e per portarceli evidentemente il Movimento non può fare una scelta aprioristica, altrimenti avremmo detto chi prende più voti” si aggiudica la leadership, ma con questa nuova legge elettorale “si sa alla fine chi prende più voti”. Quindi, è il ragionamento, non restano che le primarie visto che anche il terzo nome (“una mia proposta”, precisa nuovamente) non sembra percorribile. Ma, assicura, “non saranno divisive”.

Sul terzo nome, alla festa del Foglio, la segretaria aveva puntualizzato: “da quando sono segretaria hanno sempre provato a commissariarmi o a farmi fuori e invece siamo ancora qui”. E al ‘Manifestival’: “Non siamo arrivati qui per farci raccontare dai soliti che si vince al centro” con “qualche leader più rassicurante o disponibile alle larghe intese. Io dico: mai più larghe intese”.

Le primarie non convincono neanche Avs. Ma, sottolinea Bonelli, “dobbiamo sfuggire dal tranello di Giorgia Meloni” e “siccome sono testardamente unitario, rubo questa parola a Schlein, voglio aprire un dialogo, ma deve essere il più rapido possibile per dare un segnale forte di unità, chiarezza e prospettiva per mandare a casa questa destra”. Sulla stessa linea Fratoianni: “il suicidio politico del 2022 mai più, per me è una questione chiusa”. “le primarie portano più rischi che vantaggi ma il cuore della questione è l’unità” con un avvertimento: “chi vince le primarie guida” la coalizione, “non comanda”.

Premier Padel P1, Milano: subito derby azzurro Dal Pozzo-Marchetti

Roma, 10 ott. (askanews) – Prima il bronzo conquistato agli Europei dello scorso anno, poi le medaglie arrivate ai Giochi del Mediterraneo poco meno di due mesi fa. Giulia Dal Pozzo e Giorgia Marchetti, ricorda una nota, hanno condiviso da compagne alcuni dei momenti più belli dell’Italpadel femminile, ma stavolta – all’Oysho Milano Premier Padel P1 – si troveranno di fronte da avversarie nel primo turno di uno dei tornei più importanti del mondo. Il sorteggio all’Allianz Cloud ha regalato un nuovo derby azzurro dopo quelli del 2022, 2024 e 2025, tutti nel tabellone maschile; una ‘tradizione’ che si conferma a meno di un mese dai Mondiali di Doha (2-7 novembre) dove voleranno sia Dal Pozzo sia Marchetti. A Milano Giulia, numero 26 del mondo, giocherà con la spagnola Nuria Rodriguez, con la quale quest’anno ha conquistato la storica semifinale al Major di Roma e quella al P2 di Valladolid, mentre Marchetti sarà al fianco di Lara Arruabarrena; in palio, il passaggio agli ottavi di finale e una possibile sfida di lusso contro la “leyenda” Ale Salazar, al suo ultimo appuntamento a Milano prima del ritiro a fine anno, e Aranzazu Osoro, una delle stelle della nazionale argentina che pure sarà a Doha il mese prossimo.

Come Dal Pozzo e Marchetti, il sorteggio ha portato anche l’altra azzurra Carolina Orsi e la compagna Patty Llaguno nella parte alta del tabellone, la stessa delle numero uno del mondo Gemma Triay e Delfi Brea. All’esordio, la campionessa romana numero 30 del Ranking Fip e la ex numero 1 del mondo incontreranno Sofia Saiz e Marta Talavan, con un potenziale incrocio ai quarti di finale proprio contro Triay-Brea.

Tanta attesa anche per il tabellone maschile, dove gli occhi sono puntati sul 22enne Flavio Abbate, talentuoso azzurro da poco entrato nella top 50 mondiale. Il “figlio dell’Isola” – nato e cresciuto a Siracusa – affronterà con lo spagnolo Alonso Rodriguez una coppia proveniente dalle qualificazioni per poi trovare, in caso di passaggio del turno, Javi Garrido (numero 19 del ranking mondiale) e Juani De Pascual. Primo appuntamento con una coppia proveniente dalle qualificazioni anche per un altro pilastro dell’Italpadel maschile, Aris Patiniotis, che poi troverebbe al secondo turno i numeri uno del mondo, Arturo Coello e Agustin Tapia. Debutto impegnativo per gli altri azzurri già ammessi nel main draw: Marco Cassetta affronterà con Fabian Oviedo lo spagnolo Javi Barahona e l’argentino Nacho Piotto; per Alvaro Montiel, in coppia con Dani Santigosa, sono in arrivo Manu Castaño e Pol Hernandez, in un’affascinante incrocio tra due delle migliori coppie NextGen. Promette spettacolo anche la sfida tra Simone Iacovino e Giulio Graziotti – che insieme ai loro compagni azzurri voleranno a Doha il mese prossimo – contro il talento spagnolo David Gala e l’oriundo Enzo Jensen.

Scontro Fi-Lega su Milano. Salvini propone primarie, azzurri: vadano soli

Roma, 10 ott. (askanews) – L’argomento potrebbe essere nuovamente affrontato nella riunione dei leader del centrodestra che dovrebbe tenersi a inizio settimana per parlare di manovra. Ma la soluzione al momento sembra tutt’altro che a portata di mano. La scelta del nome da candidare a sindaco di Milano, infatti, fa litigare apertamente il centrodestra: Forza Italia, che punta su Matteo Perego, e la Lega, che schiera Silvia Sardone, non se le mandano a dire in pubblico, Noi moderati di Maurizio Lupi è spettatore interessato e Fratelli d’Italia si trova nello scomodo ruolo di arbitro. D’altra parte, per il partito di via della Scrofa l’obiettivo reale è la prossima presidenza della Regione Lombardia e, almeno al momento, Giorgia Meloni non ha intenzione di schierarsi dalla parte di uno o dell’altro alleato.

Da questo stallo nasce il caso del giorno che, paradosso vuole, gira attorno allo stesso argomento che sta infiammando il centrosinistra a livello nazionale: le primarie. A lanciarle è Matteo Salvini. Se il candidato “non si decide al tavolo” di coalizione, “e ci può stare”, allora – dice il segretario del Carroccio – “facciamolo decidere ai milanesi”. Una proposta che trova il muro degli azzurri che in questi giorni sono riuniti proprio nel capoluogo lombardo per l’iniziativa “L’ottimismo della ragione”. Per il segretario del partito regionale, Alessandro Sorte, infatti, non si può pensare di cambiare il metodo di selezione che ha funzionato per 30 anni. “O si fanno primarie dappertutto – è il ragionamento – oppure la Lega può andare da sola e non sarebbe una tragedia”. Parole che Sorte ribadisce e, anzi rafforza, anche dopo la piccata reazione di Lega (“L’unità del centrodestra non è negoziabile”) e Noi Moderati che, con il coordinatore lombardo Alessandro Colucci parla di posizione “inaccettabile”. Fonti azzurre spiegano questa escalation dei toni come una reazione a recenti attacchi che amministratori locali del Carroccio hanno fatto nei confronti di Matteo Perego. “Non ci stiamo – è il ragionamento – a stare zitti mentre si tenta di screditare il nostro che è un candidato forte”.

In questo scontro, Fratelli d’Italia si trova costretta a mediare sebbene dal partito di via della Scrofa si faccia filtrare una certa “irritazione” per certe affermazioni “irresponsabili” che puntano a “spaccare la coalizione senza motivo”. “Qualsiasi sia il metodo per scegliere il candidato e qualunque sarà il candidato – è la posizione dei meloniani – noi lavoreremo per tenere unita la coalizione, come abbiamo fatto fin dall’inizio rinunciando a esprimere un nome nostro”. A esplicitare nella sostanza questa posizione è il presidente del Senato, Ignazio La Russa, da sempre punto di riferimento di Fdi in Lombardia. “Come al solito – dice dalla festa del Foglio a Firenze – il centrodestra troverà la sintesi con o senza primarie”, “guai a fare muro contro muro, noi non abbiamo chiesto le primarie ma se un partito importante della coalizione, specie a Milano, come la Lega, le chiede non dico che bisogna farle, dico che non si può dire allora se ne va da solo, quello è sbagliato”.

La consapevolezza nel partito della premier, tuttavia, è che, in un modo o nell’altro, sarà difficile sciogliere questo nodo prima del 24-25 ottobre, data in cui si terrà il congresso della Lega, appuntamento al quale di certo Matteo Salvini arriverebbe troppo indebolito se nel frattempo avesse clamorosamente perso la battaglia per palazzo Marino.

Ruffini in campo con Più Uno: uguaglianza contro astensionismo

Roma, 10 ott. (askanews) – “Con tutti i partiti che c’erano, ne serviva proprio un altro? Rivolto la domanda: con tutta l’astensione che c’è, era proprio necessario aspettare così tanto per provare a dare un’altra offerta ai cittadini?” E’ con questa domanda che Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, presenta ‘Più Uno’, il movimento diventato partito, oggi a battesimo a Roma con la prima assemblea. Al fianco di Ruffini l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli. “L’esattore e lo sbirro”, li chiamano i maligni. “Sempre meglio di un evasore e un delinquente”, la replica ironica dell’ex poliziotto.

“Il compito di Più Uno – spiega Ruffini – sarà quello di portare tutti gli uno che sono rimasti a casa perché non si sentono rappresentati dall’attuale offerta politica. Di fronte a questo astensionismo e allo scempio che è stato fatto della rappresentanza dei cittadini con l’approvazione della legge elettorale da parte della destra penso che sia necessario riportare tutti quanti a occuparci di questo paese”.

Nel manifesto, presentato oggi insieme al nuovo logo, al centro la parola “uguaglianza”, con un’idea di “riformismo” che è “radicalità” ma non “estremismo”. Radicalità che vuol dire “andare alla radice dei problemi, non accontentarsi di governarne gli effetti, ma intervenire sulle cause che li producono”. L’obiettivo è quello di “una comunità nazionale più libera perché offre più possibilità, più solida perché meno divisa, più competitiva perché mette a frutto un numero maggiore di talenti, più europea perché consapevole del proprio ruolo”.

Per farlo serve una coalizione unita, con un programma chiaro e condiviso. Più concentrata sulle idee e meno sulla scelta del leader. “Penso che sia doveroso in questo momento che tutte le forze politiche di centrosinistra siano generose e si trovi un nome indipendentemente dallo svolgimento delle primarie, perché si dimostrerebbe grande responsabilità politica. Dopodiché un terzo nome non esiste se prima non ci si mette d’accordo sul cosa si vuole fare e cosa si va a proporre ai cittadini perché il problema non è di trovare una persona, donna o uomo che sia, ma il problema è cosa si sta offrendo come offerta credibile ai cittadini per dire siamo meglio noi per governare il futuro di questo Paese i prossimi anni con un patto che dovrebbe durare più di una legislatura”, ha detto. Se poi ci saranno le primarie, che non auspica, è “ovvio che dovremmo esserci e vedremo poi come, sperando che siano a doppio turno con il voto possibilmente digitale, ma è l’ultimo dei problemi”. Però, ha chiarito, “non bisogna vincere le primarie, bisogna vincere le elezioni e cercare di far sì che la destra non rivinca le prossime elezioni”.

Anche perchè le politiche rappresenteranno “uno spartiacque, anzi due”. Il primo è costituzionale perché “la posta in gioco dichiarata dalla destra non è solo il governo ma soprattutto la conquista della presidenza della Repubblica” e “portare il Paese verso il presidenzialismo di fatto senza dirlo”. E’ questo l’obiettivo di una destra che prova “indifferenza verso la Costituzione e l’equilibrio dei poteri”. Il secondo spartiaque è l’Europa: “Si discute se abbia ancora senso un’Europa unita, a iniziare dalla difesa comune. Ovunque crescono destre che vogliono smontare l’Europa e il confine tra estrema destra e conservatori si fa sempre più labile. Anche questo si decide alle prossime elezioni: da che parte sarà l’Italia in Europa e da che parte sarà l’Europa nel mondo. L’Europa è il nostro bene comune e va difeso”.

“Abbiamo scelto di essere nel centrosinistra – ha concluso – perché è lì che vivono le idee in cui crediamo, l’uguaglianza scritta nella Costituzione, l’Europa come casa comune, uno Stato che rimuove gli ostacoli invece di alzarli. Non siamo di centro, lo abbiamo detto in queste settimane, siamo di centrosinistra e non crediamo che il centro sia un pezzo da aggiungere a qualcun altro per completarlo. Crediamo nell’ambizione di tenere insieme le culture che vogliono cambiare il Paese: il cattolicesimo democratico, la sinistra riformista, la tradizione liberale, l’europeismo, l’ambientalismo. E abbiamo l’ambizione di parlare a tutti, non a una parte del Paese, e quell’ambizione però si è persa per strada. Noi vogliamo riprenderla, provarci, senza chiedere a nessuno nella nostra casa di lasciare fuori dalla porta la propria storia”.

Ex Ilva: fermata impianti inevitabile, rischio chiusura

Milano, 10 ott. (askanews) – Acciaierie d’Italia, Ex Ilva, in amministrazione straordinaria ha disposto la fermata temporanea degli impianti, definendola una conseguenza “inevitabile” dei vincoli giudiziari e delle condizioni operative. Lo stop riguarda Taranto e, a cascata, anche gli stabilimenti di Novi Ligure e Genova, che dipendono dall’area a caldo pugliese per l’approvvigionamento di acciaio.

L’azienda spiega che le prescrizioni imposte dal Tribunale di Milano non erano realizzabili nei tempi concessi e che ha cercato di garantire la continuità produttiva entro il limite dei 90 giorni indicato dalla Corte d’Appello. Anche la seconda richiesta, volta a mantenere i forni in riscaldo almeno fino alla pronuncia della Cassazione, è stata respinta il 5 ottobre.

In assenza di ulteriori margini, l’amministrazione straordinaria afferma di aver dovuto assumere una decisione “dolorosa, ma inevitabile”. Il termine ultimo dei 90 giorni scade il 25 ottobre e, secondo Adi, gli ordini di materie prime non trasformabili entro quella data sarebbero rimasti in magazzino senza possibilità di utilizzo, con costi incompatibili con la procedura.

La società esclude inoltre che l’acquisto di bramme possa rappresentare una soluzione immediata: tra ordine e consegna, sottolinea, possono trascorrere diversi mesi e i materiali devono rispondere agli standard qualitativi richiesti dai clienti.

Ora l’attenzione è rivolta all’udienza del 20 ottobre davanti alla Corte di Cassazione. Acciaierie d’Italia auspica che possa arrivare una decisione “in grado di evitare la chiusura definitiva degli impianti”.

Chris de Sarandy torna col nuovo singolo indie-pop "What a View"

Milano, 10 ott. (askanews) – Chris de Sarandy torna con “What a View”; “Imparare a cambiare prospettiva”. L’artista britannico presenta il nuovo singolo indie-pop: “A volte le cose vanno storte, ma possiamo sempre scegliere come guardarle”

Cambiare prospettiva di fronte alle difficoltà e trovare il lato positivo anche nei momenti più complessi. È il messaggio al centro di “What a View”, il nuovo singolo del cantautore britannico Chris de Sarandy, da venerdi 9 ottobre disponibile su tutte le piattaforme digitali.

Dopo l’ottimo riscontro ottenuto in Europa con “Good Old Days”, l’artista torna con un pezzo indie-pop solare e travolgente, sorretto da chitarre calde e da una spiccata impronta organica. Il brano esplora la capacità di trasformare il proprio sguardo sulla realtà grazie alla sintonia con le persone giuste.

“What a View parla fondamentalmente di prospettiva», racconta Chris de Sarandy. “A volte le cose possono andare davvero male e non sempre abbiamo il controllo su ciò che ci accade, ma possiamo sempre controllare il modo in cui decidiamo di guardarle. Credo ci sia un grande potere nello scegliere di trovare qualcosa di buono in una situazione negativa, anche quando richiede uno sforzo”.

La Russa: primarie a Milano? No muro contro muro, serve sintesi

Rom, 10 ott. (askanews) – “Sono molto fiducioso, anche a Milano speriamo di vincere questa volta”. Lo ha detto il presidente del Senato Ignazio La Russa rispondendo a una domanda dei giornalisti a proposito di eventuali primarie nel centrodestra per il scegliere il candidato alle Comunali a Milano, a margine della festa del Foglio a Firenze.

“Sarebbe sbagliato chiudere subito, come al solito il centrodestra troverà la sintesi con o senza primarie, non escludo niente. Guai a fare muro contro muro, noi non abbiamo chiesto le primarie ma se un partito importante della coalizione, specie a Milano, come la Lega le chiede non dico che bisogna farle, dico che non si può dire allora se ne va da solo, quello è sbagliato”, ha risposto La Russa.

Calcio, Amorim: "Ora spingere sull’acceleratore"

Roma, 10 ott. (askanews) – Vigilia di Sassuolo-Milan per Ruben Amorim, che presenta la sfida in programma domenica 11 ottobre alle 18, soffermandosi sulla gestione della squadra dopo la sosta per le Nazionali, sulle soluzioni tattiche e sugli obiettivi del progetto rossonero. “Non cambia tantissimo, dipende dal momento della squadra, dagli infortuni e da chi è andato in Nazionale. Abbiamo perso molti giocatori, ma questo è un bene, vuol dire che tanti sono importanti per le loro Nazionali. Ora mettiamo il piede sull’acceleratore”, afferma il tecnico.

La sosta ha offerto anche l’opportunità di lavorare con i giocatori rimasti a Milanello, tra cui Christian Pulisic, per il quale è stato importante gestire i carichi di lavoro. “Abbiamo sfruttato questi giorni, provato nuove posizioni in allenamento e nelle amichevoli”, spiega Amorim, sottolineando i segnali positivi arrivati anche da Ramos, Jashari e Moreira.

Sul possibile impiego della difesa a quattro, il tecnico non offre indicazioni definitive: “Dipende da partite e situazioni, puoi giocare a quattro o a tre, ma la squadra è la stessa, i nomi sono gli stessi, cambiano alcune piccole dinamiche in campo”. La scelta adottata nelle ultime uscite ha dato maggiore libertà ai giocatori: “Avevo visto i miei giocatori un po’ rigidi nelle posizioni, la difesa a quattro ci ha dato più libertà e i giocatori hanno reso al meglio”. Sulle scelte per la gara contro il Sassuolo, Amorim mantiene il riserbo: “So cosa faremo domani, ma non ve lo dirò, altrimenti Aquilani verrebbe a saperlo”.

Il tecnico evidenzia anche la necessità di migliorare la produzione offensiva, nonostante i gol segnati: “Stiamo segnando in media due gol a partita, ma questa non è la risposta. Non stiamo creando abbastanza perché non stiamo passando abbastanza tempo nell’area avversaria. Lavoreremo ancora molto per migliorare”. Un discorso che riguarda l’intero reparto offensivo e non soltanto Gonçalo Ramos: “Dobbiamo creare di più, portare più spesso la palla in area, non solo per Ramos ma per tutti gli attaccanti”.

Quanto agli obiettivi stagionali, Amorim ribadisce le ambizioni del club: “L’idea è sempre la stessa: vincere titoli. Non so quanto ci vorrà, ma serve anche pensare alla costruzione di questo percorso. Quando sei in un club come questo devi sempre pensare a vincere, anche subito”. Il tecnico si dice inoltre sorpreso dalla qualità della Serie A: “C’è più velocità nel gioco, si gioca di più, si sta segnando tanto. Sono rimasto sorpreso dalla qualità di calciatori e allenatori. A volte non si danno i giusti meriti al campionato italiano”.

Tra i giovani, Amorim si aspetta maggiore spazio per Francesco Camarda: “Deve ancora imparare molto, ma sicuramente avrà più minuti e mi aspetto molto”. Parole di stima anche per Alberto Aquilani, allenatore del Sassuolo: “Vedo cose moderne e un po’ di influenza di De Zerbi, nella gestione dei centrali, nel possesso e nelle scelte quando pressare. Avrà un gran futuro”.

Infine, il tecnico ricorda con affetto Nemanja Matic, che ritroverà da avversario: “È un top player e una splendida persona. È difficile portargli via la palla, non avrà la velocità di un tempo, ma l’intelligenza resta”. Ora, però, l’attenzione è tutta sulla trasferta contro il Sassuolo, con il Milan chiamato a ripartire dopo la pausa e a dare continuità al proprio percorso.

Calcio, Fabregas: "Kean ha giocato da infortunato con l’Italia"

Roma, 10 ott. (askanews) – Vigilia di Como-Roma per Cesc Fabregas, che in conferenza stampa presenta la sfida in programma domani, domenica 11 ottobre, alle 12.30, soffermandosi soprattutto sulle condizioni di Moise Kean, indisponibile per una settimana o dieci giorni dopo un infortunio rimediato con la Nazionale. Il tecnico del Como solleva anche la questione della comunicazione tra club e Federazione: “Ha preso un colpo importante nella prima partita che ha giocato contro il Belgio, la comunicazione tra Federazione e club dovrebbe migliorare, visto che poi ha giocato da infortunato un’altra partita per 90 minuti, come ha evidenziato la risonanza”.

Sulla sfida contro i giallorossi, Fabregas sottolinea il valore dell’avversario e la stima per Gian Piero Gasperini: “È una partita importante, contro una grande squadra, contro un grandissimo allenatore che conosciamo bene. Ho grande rispetto per quello che fanno, proveremo a fare una grande partita”. Il tecnico spagnolo definisce la Roma una squadra “molto propositiva, molto offensiva”, aggiungendo che Gasperini “ha fatto fare una grande carriera a molti calciatori” e che la formazione giallorossa è “un grande specchio del suo allenatore”.

Tra i pericoli principali, Fabregas indica Donyell Malen, decisivo secondo il tecnico per l’impatto avuto sulla squadra capitolina: “Lui dentro l’area è devastante, Malen è un giocatore che cambia una stagione, cambia una squadra, lui è speciale e ti fa sentire molto più forte”.

Il Como arriva alla gara dopo la sconfitta contro il Frosinone, la prima in oltre cinque mesi di Serie A. Un risultato che ha spinto la squadra a riflettere: “Non abbiamo fatto una grande gara, non abbiamo saputo gestirla, ne abbiamo parlato e ci siamo confrontati. Ho capito che c’è tanto da imparare”, spiega Fabregas, ribadendo la necessità di continuare a lavorare anche dopo le vittorie.

Con nove partite in programma nel prossimo ciclo, il tecnico annuncia possibili rotazioni e si affida all’intero gruppo: “Quando si giocano tante partite devo essere anche io bravo a capire come reagisce la squadra di fronte a tutti questi impegni”. E aggiunge: “Io credo tantissimo in tutta la squadra, abbiamo il doppio ruolo in tutte le posizioni e io mi fido di ognuno di loro”.

Fabregas affronta infine il tema della costruzione dei club e del ruolo degli allenatori, sostenendo la necessità di una maggiore continuità progettuale: “L’allenatore deve condividere con la società la scelta dei giocatori, altrimenti è finito”. Un percorso che, secondo il tecnico, richiede tempo e fiducia, elementi fondamentali per consolidare la crescita del Como, anche attraverso il lavoro dell’accademia: “Tra 5-10 anni vogliamo che sia l’opposto”, afferma riferendosi alle critiche sulla presenza di italiani nel percorso verso la Nazionale, “la strada è quella giusta”.

Le performance di High Tide a Fondazione ICA Milano

Milano, 10 ott. (askanews) – Negli spazi della Fondazione ICA Milano si è tenuta High Tide, una serata dedicata alle performance di Emma Dotti, Chiara Sibilla e Sabrina Zanolini a cura della critica e curatrice Cloe Piccoli. High Tide riflette sull’idea di trasformazione e adattamento del genere umano per la propria sopravvivenza nell’antropocene in cui il cambiamento climatico e l’ipercapitalismo rischiano di rendere il corpo umano inadeguato e superfluo. Le tre artiste, che hanno studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera, indagano le criticità dell’anatomia umana attraverso le loro pratiche performative. Nella sala centrale al primo piano Harmonic Fight di Chiara Sibilla nel tempo concentrato di dieci minuti sostituisce il direttore d’orchestra con un arbitro di pugilato. Al centro del ring due atleti combattono indossando due armoniche a bocca modificate: l’emissione d’aria varia al variare dei colpi e lo sforzo fisico diventa l’unico strumento di composizione. In Delle corporee differenze essenziali Emma Dotti su dei trampoli in equilibrio precario proclama una personale interpretazione del saggio settecentesco dell’anatomista Pietro Moscati sulla postura eretta. Nella performance la verticalità della figura umana appare non una dote naturale, ma una faticosa conquista culturale. Nelle quattro salette del corridoio le sculture di Sabrina Zanoli, moduli di legno e PVC, sembrano rulli per controlli bagagli aeroportuali in attesa in cui luci e movimenti di parti di corpi umani svolgono una coreografia organizzata, ma instabile in cui il corpo umano sembra costretto e adattato.

Fondazione ICA Milano ringrazia Banca Intesa Sanpaolo, sponsor ufficiale della Fondazione, Valsoia ed Enel per il supporto alla programmazione e alle attività di ICA Milano.

Garlasco, Nordio: sistema demenziale e irragionevole che ha fallito

Milano, 10 ott. (askanews) – “Stasi era stato assolto una volta, poi era stato assolto una seconda volta e poi alla fine, senza rifare il processo ex novo, è stato condannato sulla base di quelle stesse prove per le quali era stato assolto ben due volte. Questo sistema è demenziale. Se tu lo racconti a un americano, a un inglese o a un francese, spiegando che puoi essere assolto due volte e poi, sulla base più o meno degli stessi elementi, essere condannato, capisci quanto sia contraddittorio. Tanto è vero che, dopo 15 anni, si discute se quella condanna fosse giusta o meno – e probabilmente oggi è sbagliata – dimostra che il nostro sistema ha fallito”. Lo ha detto il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, commentando gli ultimi sviluppi del caso Garlasco alla Festa dell’ottimismo promossa dal Foglio a Firenze.

Il caso Garlasco, ha proseguito il Guardasigilli, “nel suo complesso dimostra quanto sia non solo obsoleto, ma anche contraddittorio e, per certi aspetti, irragionevole il nostro sistema processuale penale. Noi abbiamo cercato di cambiarlo, ma non ci siamo riusciti anche per via di quanto è accaduto con il referendum”.

“Se dopo 15 anni si discute se quella condanna fosse giusta o meno, e probabilmente è sbagliata, dimostra che il nostro sistema ha fallito”.

Cura dell’obesità: la nuova frontiera della salute

Roma, 10 ott. (askanews) – Semaglutide e tirzepatide hanno ridefinito il trattamento dell’obesità, ma la pipeline delle molecole incretino-mimetiche non si arresta: dalle opzioni iniettive si passa alla pillola e i dosaggi diventano sempre più maneggevoli, dall’alto dosaggio al micro-dosing. È quanto emerso a Roma nel corso del 2° workshop 2026 “Incretine e salute metabolica: rivoluzione di cura per sovrappeso, obesità e patologie correlate”, organizzato con il contributo non condizionato di Lilly. L’incontro ha riunito i maggiori esperti dell’area endocrino-cardio-metabolica provenienti da atenei e centri di ricerca d’eccellenza (tra cui Università di Roma Tor Vergata, la St George’s University di Londra, la Fondazione Policlinico A. Gemelli IRCCS – Università Cattolica del Sacro Cuore, l’Università degli Studi di Perugia, l’Università di Verona e UniCamillus) per fare il punto sui dati di fase 3, sulle prime approvazioni dell’FDA americana per le pillole GLP-1 e sulle nuove prospettive di cura.

“Parliamo di queste molecole che si chiamano incretine: mimano l’azione degli ormoni prodotti dall’intestino e svolgono un ruolo fondamentale nel regolare il controllo degli zuccheri e del senso di fame. Favoriscono la perdita di peso e, allo stesso tempo, proteggono organi come cuore e fegato, prevenendo il diabete. Per tutti questi motivi, rappresentano una vera rivoluzione per la cura e la salute metabolica” ha dichiarato Andrea Fabbri, Professore di Endocrinologia, Università di Roma Tor Vergata.

Oltre alla perdita di peso, le incretine garantiscono un’azione di “sorveglianza metabolica” a tutto campo con benefici diretti su cuore, fegato, salute riproduttiva femminile e potenziale neuroprotezione precoce per malattie come l’Alzheimer.

“Un aspetto molto importante è che ultimamente queste molecole hanno dimostrato di ridurre gli eventi e la mortalità cardiovascolare: un impatto fondamentale per i pazienti diabetici, obesi o ad alto rischio cardiovascolare. Oltre a questi effetti di riduzione della mortalità, il Convegno tocca anche temi come il sistema nervoso centrale, la salute della donna e le problematiche gastrointestinali e reumatologiche, evidenziando un ulteriore beneficio per diverse comorbidità frequentemente presenti in questi pazienti” ha aggiunto Giuseppe Rosano, Professore di Cardiologia al St. George’s Hospital.

Una delle sfide principali emerse dal confronto clinico resta la gestione della composizione corporea e il mantenimento dei risultati nel lungo periodo.

“Si parla appunto della rivoluzione terapeutica determinata dai nuovi farmaci incretinomimetici. Si tratta di terapie estremamente efficaci per la gestione e il trattamento di patologie croniche oggi ad altissima prevalenza, in particolare il diabete di tipo 2, l’obesità e il sovrappeso associato a comorbidità legate all’eccesso di peso come il prediabete, l’ipertensione arteriosa, l’ipercolesterolemia e diverse altre patologie metaboliche” ha concluso Marco Infante, Professore Associato di Endocrinologia della Facoltà di Medicina e Chirurgia di UniCamillus.

Gli specialisti rimarcano quindi la necessità di superare lo stigma che ancora circonda la cura, per riscoprire il valore di un approccio multidisciplinare e personalizzato, trasformando il percorso di cura in una conquista quotidiana di benessere, consapevolezza e vera longevità.

Vela, conclusa a Trieste VI Edizione Nastro Rosa Veloce 2026

Roma, 10 ott. (askanews) – La sesta edizione del Marina Militare Nastro Rosa Veloce 2026 – il Giro dell’Italia a Vela si è conclusa dopo una navigazione d’altura non stop di 1.560 miglia in direzione ovest-est da Genova a Trieste. La cerimonia di premiazione si è tenuta ieri a bordo di Nave Amerigo Vespucci, che proprio a Trieste ha concluso il “Tour Mondiale Vespucci – Campagna in Nord America 2026”, in occasione della 58ma Barcolana, la regata più partecipata al mondo.

Il Marina Militare Nastro Rosa Veloce 2026 è stato vinto dal team tedesco MW, seguito dall’equipaggio francese Caracole RORC, che si è aggiudicato anche il premio “Repubbliche Marinare” per aver ottenuto il miglior tempo complessivo al passaggio dei gate di Pisa, Amalfi e Venezia. Chiude il podio il team inglese Red Dragon. Quarto posto per Fati Group, primo equipaggio italiano in classifica. Un risultato che conferma la vocazione internazionale della regata, capace di richiamare atleti da tutto il mondo e di fare del Mediterraneo il palcoscenico di una grande sfida a vela.

Il Marina Militare Nastro Rosa Veloce 2026 è un’iniziativa del Ministero della Difesa, della Marina Militare e di Difesa Servizi, realizzata in collaborazione con SSI Sports & Events, con la partnership istituzionale del Ministro per lo Sport e i Giovani e del Ministero del Turismo, Valore Paese Italia, Regione Liguria e Comune di Genova, il supporto della Federazione Italiana Vela e del Comitato Organizzatore della XX Edizione dei Giochi del Mediterraneo – Taranto 2026, del RORC (Royal Ocean Racing Club), dello Yacht Club Italiano, Yacht Club La Maddalena, SVBG (Società Velica di Barcola e Grignano), MUMA (Istituzione Musei del Mare e delle Migrazioni) e Associazione Promotori Musei del Mare Onlus e con il patrocinio del CONI. Una sfida di respiro internazionale che unisce sport, istituzioni e territori in un unico grande racconto: quello dell’Italia che vive, cresce e si riconosce nel mare.

“È una giornata davvero eccezionale: Barcolana, Nave Vespucci e Nastro Rosa Tour Veloce si incontrano nel segno della tradizione e dell’innovazione. È la piena espressione dello spirito del Marina Militare Nastro Rosa Tour Veloce, che vuole diffondere l’amore per il mare, per la vela e i suoi valori soprattutto tra le nuove generazioni. Siamo felici di continuare questa bellissima collaborazione” ha commentato l’Ammiraglio di Divisione Flavio Biaggi Comandante Interregionale Marittimo Nord (Marina Nord) della Marina Militare intervenuto alla premiazione del Marina Militare Nastro Rosa Veloce in rappresentanza del Capo di Stato Maggiore della Marina Militare Ammiraglio di Squadra Giuseppe Berutti Bergotto.

“Siamo felici di aver premiato gli atleti del Marina Militare Nastro Rosa Veloce a bordo di Nave Amerigo Vespucci, che proprio qui a Trieste, in occasione della Barcolana, la grande festa della vela internazionale, conclude il Tour Mondiale Amerigo Vespucci – Campagna in Nord America 2026. Il Marina Militare Nastro Rosa Veloce si conferma non solo una piattaforma per promuovere la cultura del mare, i valori della Forza Armata e dello sport, ma anche un modo nuovo ed efficace di raccontare l’Italia da un punto di vista unico, quello del mare. In questo orizzonte si inserisce pienamente la vocazione di Difesa Servizi, che lavora per valorizzare la cultura della Difesa come asset strategico, attraverso un mosaico di iniziative che dimostrano come le Forze Armate sappiano essere, anche in eventi come questo, al servizio del Paese. Un applauso a tutti gli equipaggi, nazionali ed internazionali, che hanno affrontato e portato a termine la regata più lunga del Mediterraneo: 1.560 miglia senza scalo, da Genova a Trieste. Anche questo è la Difesa””, ha commentato Luca Andreoli Amministratore Delegato di Difesa Servizi.

“È stata un’edizione davvero affascinante. Arrivare qui a Trieste, in fondo all’Adriatico, significa aver navigato da un estremo all’altro dell’Italia. È stata una regata decisa da pochissimi minuti: appena 67 minuti tra il primo e il secondo classificato, dopo circa 1.700 miglia effettivamente navigate. Una vera battaglia durata 13 giorni, entusiasmante, che dimostra l’importanza di questo evento, ormai entrato nel cuore di tutti noi. Girando l’Italia siamo sempre stati accolti con grande entusiasmo lungo tutte le coste, in modo davvero inaspettato. Questo ci fa capire che il seguito della manifestazione è forse più ampio di quanto immaginassimo” ha commentato Riccardo Simoneschi Riccardo Simoneschi Presidente di SSI Sports & Events e CEO del Marina Militare Nastro Rosa.

Alla sesta edizione del Marina Militare Nastro Rosa Veloce, partito da Genova lo scorso 25 settembre, hanno partecipato 10 equipaggi – Marina Militare (ITA), Aeronautica Militare (ITA), Fati Group (ITA), La Fripouille (ITA/NZL), Red Dragon (GBR), MW (GER), Captain’s Racing (USA), N2 Sailing (GER), Young Tigullio (ITA) e Caracole RORC (FRA) – e 20 atleti provenienti da Italia, Nuova Zelanda, Stati Uniti, UK, Francia e Germania.

Gli atleti hanno affrontato oltre 300 ore di navigazione d’altura, con condizioni di vento e di correnti a tratti molto impegnative, per un totale di 1.560 miglia percorse non stop.

Il Marina Militare Nastro Rosa Veloce veicola i valori della Marina Militare di cui porta il vessillo: la vela diventa il linguaggio attraverso cui trasmettere valori fondanti come la disciplina, lo spirito di squadra, la leadership, il senso del dovere e la capacità di affrontare le sfide. La regata intende inoltre celebrare e promuovere la storia marittima italiana, collegando le quattro Repubbliche Marinare ed evidenziandone il contributo storico e culturale.

Il Marina Militare Nastro Rosa Veloce 2026 si conferma, insieme al progetto “Valore Paese Italia – Fari”, una straordinaria piattaforma di promozione della ricchezza culturale, turistica e produttiva del sistema Paese, capace di connettere identità, patrimonio e prospettive future lungo l’intero sistema costiero italiano.

Formula1, Singapore, Verstappen vince la sprint, Antonelli quarto

Roma, 10 ott. (askanews) – Max Verstappen vince la Sprint del Gran Premio di Singapore davanti alle Ferrari di Lewis Hamilton e Charles Leclerc. Quarto posto per Andrea Kimi Antonelli, che approfitta del ritiro di George Russell e dell’incidente tra le McLaren di Lando Norris e Oscar Piastri all’ultimo giro. La gara, condizionata da un violento acquazzone, è partita con circa 30 minuti di ritardo e ha fatto registrare nove ritiri.

Russell, scattato dalla seconda posizione e capace di superare inizialmente Verstappen, ha perso il controllo della Mercedes al secondo giro in uscita dall’ultima curva, finendo fuori gara. Un errore che ha favorito Antonelli nella classifica iridata: il pilota italiano sale a quota 89 punti e guadagna altri cinque punti sul compagno di squadra.

Antonelli, partito settimo, ha gestito con prudenza le condizioni di pista bagnata, risalendo senza effettuare sorpassi grazie ai ritiri degli avversari. Decisivo l’episodio all’ultimo giro, quando Norris ha tentato il sorpasso sul compagno Piastri: il contatto ha provocato il ritiro dell’australiano, mentre il britannico ha concluso ottavo, conquistando un punto.

Le qualifiche, inizialmente previste nel pomeriggio, sono state posticipate alle 15.30, in vista del Gran Premio in programma domenica.

Calcio, Gasperini: "Svilar out un mese"

Roma, 10 ott. (askanews) – Vigilia di Como-Roma per Gian Piero Gasperini, che presenta la sfida in programma domenica 11 ottobre alle 12.30, valida per il campionato di Serie A. Il tecnico giallorosso elogia gli avversari, fa il punto sulle condizioni della squadra e annuncia lo stop di almeno un mese per il portiere Mile Svilar, fermato da una frattura da stress al quinto dito del piede.

“Purtroppo lo abbiamo perso per alcune settimane. Ha avuto una frattura da stress dopo una spinta in allenamento. Non è una frattura scomposta, ma richiederà almeno un mese di guarigione”, spiega Gasperini, precisando che la valutazione medica stabilirà se intervenire con un rinforzo, come una vite. Il rientro è previsto dopo la prossima sosta per le Nazionali. A sostituirlo sarà Pierluigi Gollini: “È un ottimo secondo portiere, ha delle capacità, ha del valore e si è sempre allenato bene. Deve avere la fiducia di tutti”.

Sul Como di Cesc Fabregas, il giudizio è netto: “È una squadra che merita tutti gli elogi che riceve, di valore, che compete per le primissime posizioni”. Gasperini inserisce i lombardi nel gruppo delle formazioni in lotta per le posizioni di vertice alle spalle dell’Inter, sottolineando come la Roma debba ripartire dalla prestazione positiva contro i nerazzurri. “L’aspetto tattico è importante, ma non così determinante”, aggiunge.

Quanto alle condizioni della rosa, il tecnico conferma il recupero di Lorenzo Pellegrini e la disponibilità di Marten de Roon, mentre Koulierakis non sarà a disposizione per la sfida. In vista del calendario fitto, Gasperini sottolinea l’importanza delle rotazioni: “Con tutte queste partite e le cinque sostituzioni bisognerà utilizzare tutta la rosa. Questa per me deve essere una forza: chi è in rosa ha tutta la mia fiducia”.

Il tecnico torna anche sul progetto giallorosso e sul ruolo della proprietà Friedkin, auspicando un coinvolgimento forte per costruire una squadra competitiva in Italia e in Europa. “Per fare grande una squadra a livello italiano e internazionale, con investimenti importanti, una società importante deve avere una proprietà molto coinvolta”, afferma.

Infine, sul rapporto con l’ambiente romanista, Gasperini respinge l’idea di dover conquistare il sostegno dei tifosi: “Io non devo portare nessuno dalla mia parte. Semmai è il contrario: la gente con la sua passione contagia me e contagia la squadra”. Ora la parola passa al campo, con la Roma attesa da un esame importante contro un Como ambizioso e in crescita.

PAC Milano presente Ri-scatti Prima che sia notte

Milano, 10 ott. (askanews) – Fino al 25 ottobre 2026 il PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano presenta la dodicesima mostra di Ri-scatti a cura di Diego Sileo: ideata e organizzata dall’omonima associazione di volontariato che dal 2014 realizza progetti di riscatto sociale attraverso la fotografia e promossa dal Comune di Milano con il sostegno di Tod’s. Ri-scatti. Prima che sia notte porta al centro lo sguardo di ventitré donne migranti e rifugiate, accompagnate dal Milano Welcome Center, che attraverso la fotografia raccontano il proprio percorso, i legami, la maternità, i diritti e la ricerca di un nuovo futuro: gli scatti raccontano così una pluralità di vissuti che sfuggono a qualsiasi definizione univoca. Il titolo Prima che sia notte è tratto dall’omonimo romanzo autobiografico dello scrittore cubano Reinaldo Arenas, pubblicato nel 1992, che racconta la vita dell’autore, gli anni trascorsi in prigione e la fuga negli Stati Uniti. Un testo sulla migrazione e sulla ricerca della libertà metafora universale e contemporanea, riletta nella mostra attraverso la specificità dell’esperienza femminile.

Stefano Corso, presidente di Ri-scatti ODV ha introdotto il progetto: “Quest’anno Ri-scatti si è occupato di migrazione, ma migrazione al femminile. Abbiamo fatto un corso di tre mesi con ventitré donne da tutto il mondo, da quattro continenti. Queste persone nella loro fragilità di essere straniere in Italia hanno raccontato attraverso le fotografie la loro vita, le loro speranze, le loro sofferenze, i loro sogni. Il linguaggio comune è stato quella della fotografia perché la difficoltà del corso è stata che è un corso che non abbiamo tenuto in italiano, ma è stato tenuto in inglese, in arabo, in italiano, in francese con tutte le difficoltà e la fotografia è stata poi la lingua comune con cui queste donne fantastiche hanno parlato”.

Reneina ha descritto le sue fotografie e le motivazioni alla base del suo lavoro: “C’era un filo logico a tutti gli scatti che fatto e c’era un’idea dietro tutti gli scatti che ho fatto. Parlavo di bioessenzialismo, parlavo di autodeterminazione, parlavo di omertà che vediamo tantissimo nelle persone riguardo l’ingiustizia. Siamo animali sociali, non siamo macchine, non siamo ingranaggi, siamo persone che sono uniche e che possono scegliere per loro, che possono autodeterminarsi e non devi lasciare nessuno decidere per te, devi scegliere per te e scegliere te. Io avevo necessità di far vedere il mondo attraverso gli scatti, farlo vedere bene, nel senso non nascondere niente, essere sincera, vera, dire quello che penso ed è quello che fatto”.

Cloé Villar de Souza ha raccontato: “Io sono specializzata come architetto nella luce, sono lighting designer. Lavoro da casa in smart working nel fuso orario del Brasile, quindi comincio a lavorare alla sera qui in Italia e finisco alla notte. Per questo non esco molto spesso da casa di giorno e non riesco a vedere la luce all’esterno. Per me è una contraddizione lavorare con la luce, ma non ricevere la luce della giornata: ho portato alcune foto che raccontano questo rapporto tra me, la luce, la mia professione e la mia giornata qua in Italia. È stata un’opportunità bellissima per uscire da casa e conoscere altre persone, conoscere altri mondi, come le persone vivono in altri paesi, in altre città.

Conclude Corso: “La mostra racconta un po’ questo, racconta che l’integrazione è possibile. Il Milan Welcome Center, con cui abbiamo lavorato, dà un grosso supporto all’integrazione delle persone straniere che arrivano in Italia e questo è stato un mattoncino ulteriore per aiutare le persone a sentirsi a casa. La cosa più bella è anche stato vedere persone di nazionalità, di culture, di religioni diverse che sono diventate amiche, hanno interagito tra di loro e hanno portato avanti un progetto comune”.

La mostra è gratuita. Le fotografie e il catalogo sono in vendita e l’intero ricavato sarà devoluto a sostegno dei progetti di accoglienza e inclusione del sistema cittadino Milano Welcome, con particolare attenzione alle donne che hanno partecipato a Ri-scatti, accompagnandole in un percorso di crescita e supportandole nella realizzazione dei propri desideri e progetti. Il Milano Welcome Center, attivo dal 2024 in via Sammartini 75, è il punto unico che riunisce tutti i servizi cittadini dedicati alle persone migranti e rifugiate, con una particolare attenzione a quelle neo-arrivate. Al suo interno, è possibile usufruire di consulenze sociali, giuridiche e amministrative, counselling in tema di riconoscimento dei titoli di studio e formazione professionale, supporto per l’inserimento nel mondo del lavoro, ricongiungimento familiare e per l’apprendimento della lingua italiana, l’accesso e la presa in carico integrata nell’ambito del sistema di accoglienza cittadino per i richiedenti e titolari di protezione internazionale, speciale e temporanea e della rete SAI (Sistema Accoglienza e Integrazione), orientamento per il ritorno volontario assistito.

Esecuzione in diretta negli Usa, Trump: l’ho autorizzata

Roma, 10 ott. (askanews) – Il presidente statunitense Donald Trump ha confermato di aver personalmente approvato la trasmissione in diretta dell’esecuzione di Nidal Malik Hasan, l’ex psichiatra dell’esercito americano condannato a morte per la strage compiuta nel 2009 nella base militare di Fort Hood, in Texas. Lo riferisce oggi il Washington Post.

L’esecuzione mediante fucilazione, prevista per il 3 dicembre, sarebbe la prima nella storia delle forze armate statunitensi a essere trasmessa in diretta su Internet. La decisione, annunciata dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, ha suscitato forti critiche anche all’interno del Partito repubblicano, oltre alla condanna delle Nazioni unite, di Amnesty International e della Conferenza episcopale statunitense.

Interrogato ieri dai giornalisti mentre lasciava la Casa Bianca, Trump ha inizialmente affermato di dover ancora prendere una decisione sulla diffusione delle immagini dell’esecuzione. “Prenderò una decisione al riguardo, ma sarà ucciso. Sarà fucilato. Non mi interessa davvero come morirà, purché muoia. E penso che la pena di morte sia un modo assolutamente appropriato di procedere nel suo caso”, ha dichiarato. Alla successiva domanda se avesse personalmente autorizzato la diretta, il presidente ha tuttavia risposto: “Assolutamente sì”. Trump non ha chiarito se intenda assistere alla trasmissione.

Secondo il Washington Post, il vicepresidente JD Vance ha invece espresso perplessità sulla decisione del Pentagono. Pur ribadendo che Hasan ha “brutalmente assassinato” persone innocenti, Vance ha dichiarato: “Se alla fine sarà trasmessa in diretta, io non la guarderò”. Il vicepresidente, cattolico e sostenitore della pena capitale, ha inoltre messo in dubbio che la trasmissione venga effettivamente realizzata: “Non so se questo accadrà davvero. Vedremo”. Le critiche sono arrivate anche da diversi esponenti repubblicani. Il senatore Thom Tillis, pur sostenendo la condanna a morte di Hasan, ha definito la trasmissione pubblica dell’esecuzione “più che disgustosa”. “Le esecuzioni pubbliche sono ciò che fanno le dittature oppressive come l’Iran e l’Afghanistan. Non dovrebbe accadere in America”, ha scritto sui social. La senatrice Lisa Murkowski ha avvertito che la pubblicizzazione dell’esecuzione rischierebbe di offrire al condannato “il martirio che cerca”, mentre altri parlamentari repubblicani hanno invitato Hegseth a riconsiderare la decisione.

La Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati uniti ha denunciato quella che ha definito “una promozione barbara della cultura della morte”. Anche le Nazioni unite e Amnesty International hanno condannato il progetto di trasmissione in diretta, denunciando un ulteriore aggravamento della crudeltà della pena capitale.

La controversia investe inoltre le piattaforme digitali e le emittenti televisive. Il presidente della Federal Communications Commission, Brendan Carr, ha dichiarato che la questione della trasmissione via Internet non rientra nelle competenze dell’autorità federale e che spetterà al Pentagono decidere come procedere. Meta vieta dal 2019 la trasmissione in diretta delle esecuzioni capitali su Facebook e Instagram, mentre le regole di TikTok proibiscono la diffusione di immagini che mostrino il momento della morte di una persona.

Secondo il Death Penalty Information Center, quella di Hasan sarebbe la prima esecuzione militare statunitense dal 1961. L’ultima fucilazione effettuata dalle forze armate americane risale invece al 9 novembre 1945. La diffusione pubblica delle immagini solleva anche preoccupazioni per il possibile utilizzo propagandistico da parte di organizzazioni estremiste, considerando che Hasan è considerato una figura di riferimento da alcune reti jihadiste.

Ia, ecco perché Trump ordina di definirla "superintelligenza" (SI)

Roma, 10 ott. (askanews) – Non è soltanto una questione di parole. La decisione del presidente statunitense Donald Trump di sostituire l’espressione ‘intelligenza artificiale’ (Ia) con ‘superintelligenza’ (SI), arrivando a definire addirittura ‘nemico’ chi continua a utilizzare la vecchia denominazione, sta suscitando interrogativi tra linguisti, scienziati e studiosi della comunicazione politica.

Dietro il cambiamento lessicale, formalizzato con un ordine esecutivo del 29 settembre, si intravedono questioni che riguardano la competizione con la Cina, la regolamentazione delle nuove tecnologie e il rapporto dell’amministrazione con le grandi aziende della Silicon Valley. Ma soprattutto emerge il tentativo di trasformare una scelta terminologica in un elemento di contrapposizione politica, nel quale persino l’uso delle parole può diventare un segnale di adesione o di opposizione alla linea della Casa Bianca.

‘La Casa Bianca considera chiunque utilizzi il termine ‘intelligenza artificiale’, anziché la nuova e più accurata espressione ‘superintelligenza’, UN NEMICO!’, ha scritto Trump l’8 ottobre sul suo social Truth. Il presidente non ha spiegato perché l’impiego della vecchia denominazione dovrebbe costituire un atto ostile. Il messaggio rappresenta tuttavia un’ulteriore accelerazione di una campagna avviata da mesi. Già il 29 settembre Trump aveva firmato un ordine esecutivo, intitolato ‘Inaugurating the Era of Super Intelligence’, che dispone l’utilizzo della nuova terminologia da parte delle agenzie federali, nei limiti consentiti dalla legge. Il provvedimento incarica inoltre il consigliere presidenziale per la scienza e la tecnologia di presentare entro 60 giorni una proposta per valutare se modificare, ampliare o sostituire anche la definizione legislativa di intelligenza artificiale. Secondo Reuters, il dipartimento della Giustizia ha già trasmesso al proprio personale istruzioni per adottare la nuova espressione anche negli atti giudiziari, quando appropriato.

Per Trump, il termine ‘artificiale’ trasmette un’immagine sbagliata di una tecnologia che considera straordinaria. La parola ‘superintelligenza’, invece, ne esalterebbe le potenzialità e il carattere rivoluzionario. Il presidente ha collegato esplicitamente questa scelta alla competizione geopolitica, sostenendo il 30 settembre che chi vincerà la corsa alla superintelligenza prevarrà sugli altri e indicando negli Stati uniti e nella Cina i due principali contendenti. La nuova denominazione si inserisce così nella strategia della Casa Bianca per affermare la supremazia tecnologica statunitense, accelerando gli investimenti e riducendo gli ostacoli normativi allo sviluppo dei sistemi più avanzati.

Ma perché Trump arriva a considerare addirittura un ‘nemico’ chi continua a parlare di intelligenza artificiale? Una possibile spiegazione è che il presidente intenda trasformare il nuovo linguaggio in una prova di lealtà politica, distinguendo chi aderisce alla sua visione da chi continua a utilizzare le categorie tradizionali. Secondo Kathleen Hall Jamieson, studiosa di comunicazione politica dell’Università della Pennsylvania, intervistata da Axios, convincere coloro che influenzano la percezione pubblica ad adottare il proprio linguaggio conferisce ‘un potere molto forte’. Jennifer Mercieca, docente della Texas A&M University e autrice di un libro sulla retorica politica di Trump, ha spiegato alla stessa testata che ‘se puoi plasmare le parole utilizzate in un dibattito politico e il modo in cui vengono definite, hai vinto il dibattito prima ancora che cominci’. La studiosa ricorda come Trump abbia già utilizzato questa strategia imponendo nel dibattito pubblico l’espressione ‘fake news’.

La linguista Sylvia Sierra, docente associata alla Syracuse University, ha individuato nel cambiamento un tentativo di orientare la percezione pubblica attraverso le parole. Intervistata da TheStreet, Sierra ha osservato che le innovazioni linguistiche tendono ad affermarsi quando emergono spontaneamente, mentre quelle imposte dall’alto difficilmente resistono nel tempo. La studiosa ha richiamato il precedente delle ‘Freedom Fries’, la denominazione alternativa a ‘French Fries’ (le patatine fritte) adottata negli Stati uniti nel 2003 in polemica con la Francia per la sua opposizione alla guerra in Iraq, successivamente caduta miserevoltemente in disuso. Nel caso di Trump, il termine ‘superintelligenza’ consentirebbe di associare la tecnologia a un’immagine positiva e spettacolare, allontanando l’attenzione dalle sue implicazioni più problematiche.

L’affermazione sui ‘nemici’, tuttavia, non sembra avere per ora conseguenze giuridiche. L’ordine esecutivo del 29 settembre non prevede sanzioni per chi continua a utilizzare la vecchia denominazione. Intervistato dalla Cnn, Scott Kupor, vicepresidente della Super Intelligence Force istituita da Trump, ha risposto scherzosamente ‘non posso proteggerti’ al giornalista Jake Tapper, che gli chiedeva se dovesse considerarsi un nemico per aver pronunciato l’espressione ‘intelligenza artificiale’. Alla successiva domanda se fossero previste punizioni, Kupor ha ammesso di non saperlo, invitando a rivolgersi direttamente al presidente. Un episodio che evidenzia la dimensione prevalentemente politica e retorica dell’iniziativa.

La decisione ha intanto incontrato le perplessità della comunità scientifica, dove intelligenza artificiale e superintelligenza non sono sinonimi. Come ha ricordato la rivista Nature in un approfondimento del 7 ottobre, la prima comprende una vasta gamma di tecnologie già disponibili, mentre la seconda si riferisce generalmente a sistemi ipotetici capaci di superare ampiamente le capacità cognitive umane. ‘Dubito che ‘SI’ si affermerà, anche perché esagera le capacità attuali dell’Ia’, ha osservato Simon Coghlan, ricercatore di etica digitale dell’Università di Melbourne, in dichiarazioni alla Bbc. Secondo Coghlan, una vera superintelligenza avrebbe implicazioni potenzialmente senza precedenti, mentre attribuire questa denominazione ai sistemi attuali rischia di alimentare aspettative ingiustificate. Anche Melanie Mitchell, ricercatrice del Santa Fe Institute, ha sottolineato a Nature quanto siano ancora controverse le definizioni delle forme più avanzate di intelligenza artificiale.

Un’interpretazione politica del cambiamento viene da Darrell West, esperto di politiche tecnologiche della Brookings Institution, secondo il quale la Casa Bianca starebbe cercando soprattutto di migliorare l’immagine dell’Ia in una fase di crescente diffidenza dell’opinione pubblica statunitense, dove si moltiplicano le proteste contro i data center, veri motori dell’intelligenza artificiali, per il loro impatto sull’ambiente e sui consumi e prezzi dell’energia. ‘La speranza è che cambiare il nome migliori l’accettazione pubblica della tecnologia’, ha spiegato a Nature, aggiungendo tuttavia: ‘Ma penso che sia una pia illusione’. Anche Thomas Haigh, storico dell’informatica dell’Università del Wisconsin-Milwaukee, ha osservato a PolitiFact che i cittadini sono oggi più preoccupati che entusiasti dell’Ia e che ribattezzarla superintelligenza difficilmente contribuirà a rassicurarli.

Il cambiamento potrebbe avere conseguenze anche sul piano normativo. Baobao Zhang, docente della Syracuse University ed esperta di politiche dell’Ia, ha sottolineato a PolitiFact l’importanza di definizioni precise quando si interviene su tecnologie in rapida evoluzione. ‘E’ davvero importante definire correttamente i termini in qualsiasi tentativo di regolamentare questa tecnologia’, ha affermato. Il rischio, secondo la studiosa, è che alcuni sistemi potenzialmente dannosi rimangano esclusi dalle categorie previste dalle leggi. La questione assume particolare rilievo perché l’ordine esecutivo di Trump equipara provvisoriamente le due espressioni, pur aprendo la strada a una possibile revisione della definizione legislativa.

La battaglia sul linguaggio si intreccia inoltre con la politica di deregolamentazione dell’amministrazione statunitense, che ha fatto dell’accelerazione tecnologica una priorità e privilegia un modello nel quale le aziende svolgono un ruolo centrale nella gestione dei rischi. La nuova terminologia ha trovato sostegno anche fra alcuni protagonisti della Silicon Valley. Elon Musk ha scritto su X ‘Basta Ia. SI. E’ meglio’, annunciando l’intenzione di ribattezzare SpaceXAI in SpaceXSI, mentre l’amministratore delegato di Nvidia, Jensen Huang, ha definito i centri di elaborazione dati ‘fabbriche di superintelligenza’. Altri protagonisti del settore, come Sam Altman di OpenAI, continuano tuttavia a utilizzare l’espressione intelligenza artificiale, mentre il concetto di superintelligenza era già impiegato da diverse aziende per indicare un obiettivo tecnologico ancora da raggiungere.

La scelta di Trump appare dunque parte di una strategia nella quale il controllo del linguaggio accompagna la promozione di una precisa visione dello sviluppo tecnologico, fondata sulla competizione internazionale, sulla leadership industriale statunitense e sulla riduzione dei vincoli normativi. Resta aperta la questione se un presidente possa effettivamente imporre una nuova denominazione a una comunità scientifica e industriale globale. E soprattutto se definire ‘nemico’ chi non si adegua al lessico della Casa Bianca possa contribuire a consolidare quella supremazia tecnologica che Trump considera ormai una questione di sicurezza nazionale.

Ue: inaccettabili attacchi Usa contro la Corte penale internazionale

Roma, 10 ott. (askanews) – Gli attacchi e le minacce degli Stati uniti contro la Corte penale internazionale (Cpi) sono “inaccettabili”. Lo ha dichiarato l’Alta rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Kaja Kallas, a nome dell’Unione europea, in una presa di posizione contro le nuove sanzioni annunciate da Washington nei confronti della Corte. Bruxelles ha chiesto all’amministrazione statunitense di revocare le misure, ribadendo la propria determinazione a proteggere l’indipendenza dell’istituzione giudiziaria internazionale.

“Gli attacchi o le minacce contro la Corte, i suoi rappresentanti eletti, il personale e coloro che collaborano con essa, compresi i rappresentanti della società civile e i fornitori di servizi, sono inaccettabili”, ha affermato Kallas, esprimendo il “profondo rammarico” dell’Ue per la decisione americana di imporre sanzioni contro la Cpi in quanto istituzione.

L’Alta rappresentante ha ribadito “l’incrollabile impegno” dell’Unione europea a favore dell’ordine internazionale basato sulle regole, di cui la Corte penale internazionale costituisce un elemento fondamentale. La giustizia penale internazionale, ha sottolineato, svolge un ruolo essenziale nel perseguire i responsabili dei crimini più gravi. Kallas ha ricordato che la Cpi non prende di mira gli Stati sovrani, ma interviene, secondo il principio di complementarità, soltanto quando le autorità nazionali non vogliono o non sono realmente in grado di indagare e perseguire i responsabili di genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e crimini di aggressione.

L’Ue ha inoltre richiamato la tradizione degli Stati uniti nella difesa della giustizia e nell’accertamento delle responsabilità, sottolineando che lo Statuto di Roma riconosce espressamente la priorità dei sistemi giudiziari nazionali competenti, compreso quello statunitense.

Pur sollecitando Washington a revocare le nuove sanzioni, Kallas ha accolto favorevolmente la disponibilità americana a discutere le proprie preoccupazioni con gli Stati parte dello Statuto di Roma e ha preso atto della decisione di rinviare l’entrata in vigore delle misure.

“Questo crea uno spazio per la diplomazia, con l’obiettivo di ottenere una rapida revoca delle misure e prevenire ulteriori iniziative volte a compromettere l’indipendenza e l’integrità della Corte”, ha affermato l’Alta rappresentante.

“La Corte penale internazionale deve poter operare in modo indipendente, libera da pressioni o interferenze esterne”, ha ribadito Kallas, assicurando che l’Ue continuerà a sostenere pienamente l’istituzione e a contribuire alla protezione dei suoi funzionari e di quanti collaborano con essa.

“L’Unione europea è pronta ad adottare tutte le misure necessarie per garantire che la Corte continui a operare efficacemente e ad adempiere al suo mandato indispensabile”, conclude la dichiarazione.

Troye Sivan pubblica il suo quarto album She’s the Best

Milano, 10 ott. (askanews) – L’artista pop internazionale e autore dalla grande forza creativa, Troye Sivan pubblica il suo quarto album in studio, She’s the Best, accompagnato dal nuovo singolo “FF”.

Mentre il singolo “She’s the Best” esplora la femminilità, le donne e tutte le persone di identità femminile che hanno avuto un ruolo importante nella vita di Sivan, “Party” cattura l’euforia e il senso di libertà della notte e della vita notturna. “FF”, invece, si fa più introspettivo, dando voce alla solitudine e al desiderio che si celano dietro i momenti più esplosivi dell’album. Scritta e prodotta insieme a Jack Antonoff, George Daniel, Cirkut, Madison Love, Leland e Jasper Harris, “FF” è una dichiarazione d’amore senza filtri, dedicata al desiderio per qualcuno che ancora non fa parte della nostra vita. Sivan immagina una relazione futura con un uomo che deve ancora incontrare, trasformando l’incertezza e la solitudine dell’attesa in qualcosa di euforico.

“FF” è una canzone d’amore per un uomo che ancora non conosco. O almeno, non credo di conoscere. È la versione di me più pervasa dal desiderio e parla di quanto possa essere solitario amare qualcuno che ancora non è nella tua vita. Potrebbe sembrare una promessa, ma in realtà è un desiderio. – Troye Sivan

Il brano cresce fino ad arrivare alla sua dichiarazione d’amore più diretta: “Io e il mio amore saremo fottutamente insieme per sempre, sono finiti i giorni in cui aspettavo il piacere, cemento e acciaio, come una vera e propria architettura.”

Il video che accompagna il brano, diretto dal suo storico collaboratore Gordon von Steiner, è stato girato a Fire Island e si sviluppa come un ritratto cinematografico e sospeso dell’intimità e del desiderio. Tra le spiagge di Fire Island, gli ambienti più intimi e i momenti di vicinanza tra Sivan e l’uomo al centro della canzone, il film dà vita all’universo di “FF”. Ne emerge un racconto sospeso e onirico, che cattura perfettamente il senso di attesa del brano e quella sensazione di lasciarsi completamente travolgere da una persona che, nella realtà, non è ancora entrata a far parte della vita di qualcun’altro. Fire Island, e in particolare le comunità di Cherry Grove e Fire Island Pines, è da tempo un importante punto di riferimento e di ritrovo per la comunità LGBTQ+, con una storia profondamente legata alla libertà queer, alla creatività e all’espressione di sé. È proprio in questo contesto che il video esplora l’estasi del desiderio, la connessione e l’emozione di tutte le possibilità ancora da vivere.

"Junkie Musik" il nuovo album del producer e dj TY1

Milano, 10 ott. (askanews) – Si intitola “Junkie Musik” il nuovo album di TY1, tra i più riconosciuti e affermati producer e dj della scena hip hop italiana, da sempre protagonista di un percorso musicale che unisce ricerca, tecnica e contaminazione. Il disco già disponibile su tutte le piattaforme digitali per Thaurus in licenza esclusiva M.A.S.T./Believe.

Annunciato attraverso un trailer sui social, “Junkie Musik” continua a raccontare il rapporto viscerale di TY1 con la musica, insieme alla sua necessità di ascoltare, cercare, campionare e produrre. Un’attitudine che porta avanti da sempre e che in questo nuovo progetto torna a essere il punto di partenza.

Il percorso di TY1 comincia giovanissimo, all’interno della scena hip hop italiana, e attraversa oltre tre decenni di musica, collaborazioni e sperimentazione. Si afferma come dj e producer lavorando con alcuni dei protagonisti più importanti del rap italiano e sviluppando un linguaggio personale, capace di muoversi tra hip hop, elettronica e contaminazioni diverse, senza perdere il legame con la cultura da cui è partito.

Con “Junkie Musik”, TY1 costruisce un universo sonoro attraversato da alcune delle voci più rappresentative della scena italiana contemporanea: Noyz Narcos, Guè, Rrari Dal Tacco, Kid Yugi, Marracash, Rkomi, Nerissima Serpe, Ernia, Sayf, Frah Quintale, Gemitaiz, Joshua, Promessa, Macello, G.Mineiro, Ele A, 18K, Rasty Kilo, Flaco G, Caneda, YD Frost, Ivanbi, Kay Carter, JeFlako, R3versal, SKT, Freshmüla. Il disco mette in dialogo generazioni, attitudini e linguaggi differenti, mantenendo sempre al centro la visione di TY1.

Un percorso che era già stato anticipato da “SQUALO 2”, realizzata insieme a Guè e Nerissima Serpe, traccia che chiude la tracklist. Il risultato è un album in cui le diverse personalità degli artisti entrano nell’universo di TY1 e si confrontano con il suo modo di intendere il suono. Una scelta che riflette la sua identità di producer e dj: accogliere stimoli diversi, contaminarli e ricondurli a un linguaggio personale.

Al centro del progetto c’è ancora una volta il suo lato dj: “Junkie Musik” è un disco potente – pensato anche per essere suonato dal vivo e nei club – e attraversato da influenze diverse: hip hop, afro-music, rage, trap, baile funk, phonk e bass music.

È proprio dal rapporto quotidiano e viscerale con la musica che nasce il titolo “Junkie Musik”: TY1 si nutre di suoni come fosse junk food. Un bisogno costante, una vera dipendenza dall’ascolto. Ma il titolo racconta anche il modo in cui oggi consumiamo la musica: velocemente, attraverso skip continui e un flusso di nuove uscite che rende sempre più difficile fermarsi ad ascoltare davvero un album. “Junkie Musik” nasce, in questo senso, quasi in controtendenza. Dietro ogni traccia c’è un lavoro lungo e stratificato: idee sviluppate nel tempo, suoni ricercati, produzioni ripensate e influenze sedimentate negli anni.

Trump ringrazia Putin per l’accordo sul gasolio

Roma, 10 ott. (askanews) – Il presidente americano Donald Trump ha ringraziato la Russia per aver accettato di fornire agli Stati uniti milioni di barili di gasolio, sulla base di un accordo raggiunto durante la conversazione telefonica avuta ieri con il presidente russo Vladimir Putin. L’annuncio è stato fatto durante un comizio a Syracuse, nello Stato di New York, dove Trump ha sottolineato l’importanza delle forniture russe per il mercato americano.

“E a proposito, oggi la Russia ha accettato di inviarci milioni e milioni di barili di petrolio, e si tratta di gasolio. È proprio quello di cui abbiamo davvero bisogno. Quindi grazie”, ha dichiarato Trump, accolto dagli applausi dei suoi sostenitori.

Il presidente americano aveva già annunciato che, durante il colloquio telefonico con Putin, era stata raggiunta un’intesa sulle forniture di gasolio dalla Russia agli Stati uniti. Trump non ha fornito ulteriori dettagli sulle quantità concordate né sulle modalità e sui tempi delle consegne.

Brunori Sas e Sanremo: Mi sono divertito, appuntamento entro 2035

Milano, 10 ott. (askanews) – L’emozione dei palazzetti, la magia dei teatri e la sorpresa di Sanremo, Dario Brunori, incontrando i giornalisti dopo lo spettacolo TuttoBrunori, canzoni e monologhi che lo vedrà protagonista nei prossimo mesi in un trionfale tour teatrale già praticamente tutto esaurito, ha parlato della sua esperienza all’Ariston. Partendo e ironizzando sulla sua ritrovata forma, che potrebbe far pensare a un ritorno in riviera ha spiegato.

“Mi si fatto una larva come dice mia mamma, anche se il primo di magrimento è nato per questo, non c’è niente. Non vi posso dire niente, anzi vi posso dire che non c’è niente in questo momento. A Sanremo penso, devo dire la verità, ci penso perché comunque io mi sono divertito quando ho fatto… contro ogni previsione! Ho capito che lo volevo fare come ogni cosa che ti neghi, invece quando l’ho fatto sono stato contento di farlo. Poi è bello perché il pubblico ti sente cantare per la prima volta una canzone dal vivo, quindi per un artista è una cosa incredibile. Quindi si dovrebbe fare…quindi è il 2035…no, no, no sicuramente no, ma anche perché è giusto aspettare, che uno non ma hai fatto uno buono, meglio che…la seconda volta, magari…”.

Schlein insiste: nè ingenui nè deboli, Pd sa qual è il suo ruolo e peso

Firenze, 10 ott. (askanews) – “Nel 2022 siamo andati alle elezioni tutti scombinati e abbiamo regalato una maggioranza parlamentare enorme a chi non era maggioranza nel Paese”, “la generosità e la responsabilità della prima forza di opposizione non va confusa con l’ingenuità o la debolezza, sappiamo qual è il ruolo del Pd nell’alleanza”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein intervistata alla festa del Foglio in corso a Palazzo Vecchio a Firenze.

“Abbiamo già costruito nelle regioni e nei comuni una alleanza che non è contro ma per fare cose, vogliamo metterci a disposizione dell’alleanza” senza la pretesa “autosufficienza” che è “stata un errore”, “ma senza dimenticare che ci sono differenze, nè le dimensioni” dei diversi partiti dell’alleanza progressista.

“E’ difficile essere più divisi di quanto lo è il centrodestra in questo momento” ha concluso la segretaria Dem.

Centrosinistra, Ruffini: tema non è vincere primarie ma elezioni

Roma, 10 ott. (askanews) – “Le primarie sono patrimonio del centrosinistra perché sono uno strumento per portare i cittadini a impegnarsi, a occuparsi della politica, ma di certo non sono al primo posto dei pensieri dei cittadini”. Lo ha detto il leader di Più Uno, Ernesto Maria Ruffini, all’assemblea del movimento in corso a Roma.

“Guardate – ha aggiunto – che non bisogna vincere le primarie, bisogna vincere le elezioni e cercare di far sì che la destra non rivinca le prossime elezioni”.

“L’unico obiettivo di chi ha un impegno politico nel centrosinistra è quello di far vincere il centrosinistra, riportando una maggioranza che si occupi del paese e non di una parte del paese”, ha aggiunto.

Legge elettorale, Amoroso: ci sono principi che sono il binario della valutazione

Firenze, 10 ott. (askanews) – “La legge elettorale è stata approvata, promulgata ed è già in Gazzetta. Ovviamente il riserbo è tale che non ci si avventura in valutazioni, posso dire che la Corte si è già occupata di legge elettorale, la legge Calderoli e successivamente quella che si abbinava alla riforma Renzi. Ci sono dei principi e questi costituiscono il binario per una valutazione che ovviamente spetterà alla Corte se e quando” riterrà. Lo ha detto Giovanni Amoroso, presidente della Corte Costituzionale, intervistato alla festa del Foglio in corso a Firenze.

E’ ottimista sul futuro della legge Stabilicum? “Come posso dirlo… Il percorso possibile è quello che si è visto negli altri due casi” ha risposto Amoroso. Comunque, “non sarò nella Corte” che si pronuncerà, “il mio mandato è in scadenza il 13 novembre” e “non sarò nella Corte che valuterà la legittimità costituzionale della legge sempre che venga sollevata”.

Trump: mi dovrebbeto dare otto premi Nobel per la pace

Roma, 10 ott. (askanews) – Durissimo attacco del presidente americano Donald Trump contro il Comitato norvegese per il Nobel, accusato di aver ignorato ancora una volta i suoi presunti meriti nella risoluzione dei conflitti internazionali, assegnando il premio per la Pace a Navi Pillay. In un lungo messaggio pubblicato sul social network Truth, Trump ha sostenuto che avrebbe meritato non uno, ma addirittura otto premi Nobel, uno per ciascuna delle guerre che afferma di aver risolto, e ha definito la decisione del Comitato “una macchia indelebile sulla Norvegia, che non sarà mai dimenticata”.

“Questa è la donna che ha ricevuto il premio Nobel per la Pace al posto dei grandi Stati uniti d’America, il cui rappresentante, IO, ha risolto otto guerre e fatto molte altre cose”, ha esordito Trump, prendendo di mira direttamente la vincitrice. “Non so nulla di questa donna, e nemmeno nessun altro! In realtà, per quanto ne so, nessuno ne aveva mai sentito parlare, a parte il fatto che, molto evidentemente, odia Israele. Non so che cosa abbia fatto questa donna”, ha aggiunto.

Il presidente americano ha quindi rivendicato il proprio ruolo nella risoluzione di otto conflitti, sostenendo che i leader dei Paesi coinvolti avevano inviato lettere al Comitato norvegese per sostenere la sua candidatura. “Ho risolto otto guerre e sto per risolverne, o vincerne, altre due, Iran e Russia-Ucraina. Entrambe stanno procedendo a una velocità vertiginosa”, ha scritto. Trump ha elencato gli otto conflitti che sostiene di aver concluso: Cambogia e Thailandia, Kosovo e Serbia, Repubblica democratica del Congo e Ruanda, Pakistan e India, Israele e Iran, Egitto ed Etiopia, Armenia e Azerbaigian, Israele e Hamas. “Ognuno di questi, in particolare quello tra Pakistan e India, sarebbe stato più che sufficiente per vincere il premio Nobel. In realtà avrei dovuto vincere otto premi Nobel per la Pace, non soltanto uno”, ha affermato.

Il presidente ha inoltre rivendicato di aver impedito all’Iran di dotarsi di armi nucleari, di aver ottenuto il rilascio degli ostaggi israeliani, di aver contribuito alla liberazione di oltre 900 prigionieri politici nell’Europa orientale e di aver riportato a casa 196 ostaggi detenuti in diversi Paesi. Ha citato anche la rimozione dal potere del presidente venezuelano Nicolas Maduro e il proprio ruolo nella prevenzione di possibili conflitti nella penisola coreana e nello Stretto di Taiwan.

“Ho salvato più vite di chiunque altro nella storia”, ha sostenuto Trump, richiamando anche le parole della leader venezuelana Maria Corina Machado, vincitrice del Nobel per la Pace nel 2025, che a suo dire avrebbe riconosciuto i suoi meriti quando gli consegnò il proprio premio. “Donald Trump ha risolto molte guerre e merita il premio Nobel per la Pace più di chiunque altro lo abbia mai ricevuto”, ha riportato il presidente, aggiungendo: “Sulla base del mio bilancio di pace, un bilancio che nessun altro ha mai raggiunto, sono d’accordo!”.

Trump ha poi attaccato le Nazioni unite, sostenendo che non hanno svolto alcun ruolo nelle sue iniziative diplomatiche. “Nonostante tutto questo, oggi il premio Nobel è stato assegnato a una persona liberal che lavora alle Nazioni unite, di cui nessuno ha mai sentito parlare. In tutte le guerre che ho risolto, non ho mai parlato con le Nazioni unite: non sono state di alcun aiuto”, ha scritto.

L’affondo più livoroso è stato riservato al Comitato norvegese e all’intera Norvegia, accusati di aver screditato definitivamente il riconoscimento. “Gli Stati uniti d’America, rappresentati da me, in qualità di vostro presidente, avrebbero dovuto ricevere il premio Nobel per la Pace, ma non lo hanno ricevuto. Questa è una macchia indelebile sulla Norvegia, che non sarà mai dimenticata”, ha dichiarato Trump.

“Il premio Nobel per la ‘Pace’ è stato screditato per sempre da un manipolo di ideologi radicali, antidemocratici e nemici della civiltà!”, ha concluso il presidente americano.

Torna il sole al Nord ma ancora piogge e temporali al Centro-Sud

Milano, 10 ott. (askanews) – L’attuale fase di marcata instabilità che sta interessando il territorio nazionale costituisce la risposta termodinamica all’ingresso della prima perturbazione atlantica strutturata della stagione autunnale. Lorenzo Tedici, meteorologo responsabile media de iLMeteo.it, conferma che l’elevata temperatura della superficie del Mar Mediterraneo, a causa dell’eccesso termico accumulato durante i mesi estivi, fornisce un ingente quantitativo di vapore e calore all’atmosfera. Questa riserva energetica favorisce lo sviluppo di sistemi temporaleschi organizzati, precipitazioni localmente intense e persino tornado.

Nel corso del fine settimana la circolazione depressionaria persisterà sulle regioni centro-meridionali. La presenza di un minimo di bassa pressione di 1008 hPa posizionato sul Tirreno meridionale, in lento movimento verso la Grecia, manterrà attiva una Warm Conveyor Belt: questo canale di flusso pre-frontale convoglierà aria calda e fortemente umida dal Nord Africa (settore algerino-tunisino) verso il Meridione, il Basso Lazio e il Medio Adriatico, alimentando precipitazioni diffuse e abbondanti su terreni che presentano già un elevato grado di saturazione idrica a causa delle piogge dei giorni precedenti. Nella giornata di domenica l’instabilità interesserà in modo significativo il settore adriatico, con precipitazioni consistenti tra Abruzzo, Molise e Puglia, oltre a rovesci diffusi sul resto del Sud. A partire dal pomeriggio si assisterà a un graduale spostamento della perturbazione verso oriente, con l’apertura di ampie schiarite da ovest. Il Settentrione, la Toscana, il Lazio e la Sardegna registreranno condizioni soleggiate sin dalla mattinata.

Entro la giornata di lunedì il sistema perturbato abbandonerà definitivamente l’Italia, muovendosi verso la penisola balcanica e lasciando spazio a una residua ventilazione dai quadranti settentrionali con temperature temporaneamente inferiori alle medie del periodo.

Successivamente, si prevede una progressiva espansione dell’alta pressione, che favorirà un rapido incremento termico al Centro-Nord con valori massimi compresi tra 22 e 25°C, mentre il Meridione risentirà di una più graduale attenuazione delle correnti fresche da nord-est.

Wallace Chan a Shanghai, tra il monumentale e l’invisibile

Shanghai, 10 ott. (askanews) – La scala monumentale, ma anche una sorta di evocazione di ciò che è invisibile, in costante dialogo con la dimissione del fluido, il mondo acquatico. Al Long Museum di Shanghai è stata allestita la seconda mostra del progetto “Vessels of Other Worlds” dell’artista Wallace Chan, il cui primo capitolo si tiene a Venezia, nella Cappella di Santa Maria della Pietà. Un progetto che ripropone i tre “vasi” presentati a Venezia su scala molto più grande, con opere alte anche dieci metri. Utilizzando un materiale concepito per sfidare l’eternità come il titanio, Chan crea forme che evocano una costante mutazione, un’instabilità che apparentemente stride con la consistenza del metallo, ma probabilmente permette di oltrepassare di continuo delle soglie mentali, con l’intento di ampliare l’esperienza della mostra. Che a sua vota si pone come soglia tout-court, porta rivolta agli altri mondi evocati fin dal titolo.

Il Long Museum, con la sua struttura capace di accogliere opere monumentali e un’anima postindustriale di grande fascino, gioca un ruolo importante nell’esperienza della mostra e stabilisce una relazione positiva, nel senso di esistente e “data”, con la visione di Chan, il che contribuisce a rendere l’intero allestimento un “ambiente” unico, fluido per l’appunto, come il lavoro dell’artista di Hong Kong. E se le grandi sculture sono, oltre che imponenti, anche sovraccariche e molteplici, è altrettanto importante la dimensione sottile, inafferrabile, del progetto, quella che si poggia sulle ombre, sugli specchi, sull’evocazione di tutte le diverse emozioni che il lavoro vero e proprio può indurre negli spettatori, ciascuno individualmente. Ed è lo stesso Wallace Chan a sottolinearci l’importanza di questa dimensione invisibile, che è parte del progetto visibile, nonché la centralità del ruolo dello spettatore, che attiva le opere e, in un certo senso, fornisce a esse il senso più vero. Come se fossero dei grandi marchingegni venuto da un tempo diverso che la presenza umana, ogni presenza umana, ha la forza di mettere in azione, sia sul piano delle percezioni dirette, con gli specchi e le dinamiche partecipative, sia sul piano dell’ignoto, che ci accompagna passo dopo passo, alla ricerca di spiragli di chiarezza.

La mostra a Shanghai presenta anche opere provenienti da altri progetti di Chan, anch’essi legati a Venezia, e proprio con la città lagunare il legame, sempre in una dimensione a suo modo magica, è garantito da dei “portali” che mostrano in Cina le immagini della mostra e delle persone in Santa Maria della Pietà, mentre in Italia si vedono gli spazi del Long Museum e i suoi visitatori. Anche a questa semplice dinamica, banalmente creata con videocamera, schermo e una mediazione sul fuso orario, lo spazio mentale della mostra offre possibilità più ampie, che ben si adattano all’immagine del vascello che collega mondi e alternative, sempre con un sottofondo di problematicità – in questo caso le sensazioni “in differita” – che rende il discorso più affascinante e “reale”.

Una importante sezione dell’esposizione di Shanghai è poi dedicata al lavoro di Wallace Chan sui gioielli, punto di partenza della sua carriera e caratterizzato da un taglio particolare che porta il suo stesso nome. In queste sale la sensazione di trovarsi di fronte a un universo complesso e ricchissimo di immagini si completa con le farfalle e altre figure, ma a dominare l’orizzonte emotivo del progetto, nonostante l’incredibile preziosità di alcuni manufatti, sono sempre le sculture più grandi, che provano a contenere memoria, spirito e trasformazione, oltre a tutto quello che non riusciamo a toccare, ma che possiamo sentire e che vive intorno alle opere e a noi. (Leonardo Merlini)

sangiovanni è uscito con il singolo ok buonanotte

Milano, 10 ott. (askanews) – sangiovanni è uscito con ok buonanotte (Sugar Music), il nuovo singolo disponibile in digitale e in rotazione radiofonica. Il brano è il secondo estratto da Tutto bene grazie, il nuovo album in uscita il 13 novembre, già disponibile in pre-save e in pre-order nei formati fisici CD e VINILE con poster. In esclusiva sul sito di Sugar è disponibile nelle edizioni limitate: CD con il poster autografato e vinile giallo trasparente con poster autografato.

ok buonanotte, scritto da sangiovanni e Alessandro La Cava e prodotto da CELO, nasce dal desiderio di raccontare la quotidianità con uno sguardo leggero, ironico e profondamente condivisibile. Il brano lascia da parte il vissuto personale per entrare nelle piccole situazioni che appartengono un po’ a tutti: le giornate che iniziano già di corsa, la voglia di staccare, i programmi che cambiano all’ultimo e quelle discussioni improbabili che, senza nemmeno accorgercene, finiscono per diventare parte della nostra routine.

Con un sound pop fresco e un ritmo contagioso, ok buonanotte trasforma il caos delle giornate in qualcosa da vivere con un sorriso. È una canzone che invita a non prendersi troppo sul serio, a riconoscersi nelle piccole assurdità della vita quotidiana e, soprattutto, a trovare un motivo per cantarle insieme. Perché a volte non serve che tutto vada secondo i piani, basta un ritornello giusto per cambiare prospettiva.

Il nuovo singolo fa parte di Tutto bene grazie, l’album scritto da sangiovanni e Alessandro La Cava e prodotto da CELO e Pietro Posani in uscita il 13 novembre, un disco che mette al centro il presente e lo racconta come un percorso di crescita. Un disco che racconta il presente di sangiovanni senza cercare risposte definitive ma lasciando spazio alle domande, ai dubbi e alle contraddizioni che fanno parte del percorso di ogni persona. Le canzoni parlano di sentimenti personali che diventano universali come la paura di scegliere, la sensazione di essere in ritardo, la solitudine, ma anche il desiderio di farcela, il bisogno di condividere e il valore degli affetti.

L’album è anticipato dal singolo ti ho cercata (felicità), un brano sulla consapevolezza che la felicità è qualcosa che si trova dentro di sé e che si può scegliere di vivere ogni giorno. Il videoclip ufficiale, girato tra i portici di Bologna, città natale di Lucio Dalla, restituisce uno spaccato autentico della quotidianità di sangiovanni insieme ai suoi amici.

Cantautore veneto, sangiovanni fonde il pop contemporaneo con influenze urban e melodie leggere, trasformando la sua scrittura diretta in un racconto autentico delle emozioni. Con uno stile immediato e riconoscibile, riesce a unire freschezza e profondità, dando voce a una generazione in bilico tra sogni e fragilità.

Pena morte, Coalit-Ass. Sacco e Vanzetti: punizione disumana

Roma, 10 ott. (askanews) – La pena di morte è una punizione crudele, disumana, degradante e soprattutto irreversibile. Lo ricordano la Coalizione Italiana contro la Pena di Morte (Coalit) e l’Associazione Sacco e Vanzetti in occasione della Giornata mondiale ed europea contro la pena di morte del 10 ottobre. La prima fu celebrata dal 2003 su iniziativa della World Coalition Against the Death Penalty, di cui Coalit è stata tra i fondatori, mentre la seconda è stata istituita dal Consiglio d’Europa nel 2007.

“Nei certificati di morte dei giustiziati statunitensi si poteva leggere, alla voce causa del decesso, la parola ‘homicide’, omicidio. Un paradosso: lo Stato punisce l’omicidio commettendone uno a sua volta. E il danno più grave di questo omicidio di Stato è la sua irreversibilità”, sottolineano le due associazioni.

Emblematica la vicenda di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, immigrati italiani anarchici giustiziati sulla sedia elettrica nel Massachusetts nel 1927, dopo un processo segnato da pregiudizi politici e xenofobi. Solo nel 1977 il governatore Michael Dukakis riconobbe ufficialmente le ingiustizie del procedimento, senza annullare le condanne.

“Sacco e Vanzetti non sono soltanto due nomi consegnati alla storia. Sono il simbolo di ciò che accade quando il pregiudizio, la discriminazione e la paura del diverso entrano nelle aule di giustizia. La loro vicenda ci ricorda che i diritti umani o sono universali o diventano privilegi riservati a pochi”, dichiara Francesco Fortinguerra, dell’Associazione Sacco e Vanzetti. Quasi un secolo dopo, nel 2024, il tribunale giapponese di Shizuoka ha assolto Iwao Hakamada, ex pugile condannato a morte nel 1968 per un quadruplice omicidio. Liberato nel 2014, aveva trascorso quasi 48 anni in carcere, la maggior parte dei quali nel braccio della morte, dove in Giappone i detenuti vivono nell’angoscia di un’esecuzione annunciata soltanto poche ore prima.

“Da Sacco e Vanzetti a Hakamada, la storia dimostra che essere innocenti non basta a evitare una condanna a morte. Nessun sistema giudiziario è infallibile e nessuna esecuzione può essere annullata. Ma la nostra opposizione alla pena capitale non riguarda soltanto il rischio di uccidere una persona innocente: riguarda il principio stesso secondo cui nessuno Stato dovrebbe disporre della vita di un essere umano”, sottolinea Alessandra Ruberti, della Coalizione Italiana contro la Pena di Morte.

Le due associazioni ricordano inoltre che anche numerosi familiari delle vittime di reati violenti si oppongono alla pena capitale, rifiutando l’idea che un’altra morte possa rappresentare una forma di giustizia. Una giustizia autentica deve accertare le responsabilità, tutelare le vittime e mantenere aperta la possibilità del recupero sociale. “L’abolizione universale non è un traguardo simbolico, ma una responsabilità politica e civile che richiede impegno, cooperazione internazionale e scelte concrete”, afferma Fortinguerra.

Coalit e l’Associazione Sacco e Vanzetti rinnovano quindi il loro impegno per una moratoria universale delle esecuzioni e per l’abolizione definitiva della pena capitale. “Dietro ogni condanna c’è un essere umano, con la propria storia e la propria dignità. Anche chi ha commesso un crimine conserva diritti che nessuno Stato può cancellare. La pena di morte non è giustizia, ma una violazione irreversibile del diritto alla vita”, concludono le due associazioni.

Il «fattore Pillay», Nobel per la Pace, modifica le coordinate della politica internazionale

L’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a Navi Pillay non rappresenta solo il doveroso riconoscimento a una vita spesa in difesa dei diritti umani, ma sta agendo come un inatteso catalizzatore geopolitico. Le reazioni delle cancellerie internazionali rivelano una dinamica nuova, capace di incrinare la narrazione di un mondo nettamente diviso tra Occidente e «Sud globale».

È un fatto di estremo interesse osservare come le posizioni espresse da diversi Stati membri dell’Unione Europea, dalla Commissione, dal Regno Unito, dal Canada e dal Giappone siano non dissimili rispetto a quelle della «maggioranza globale». Questa convergenza non è un mero esercizio di diplomazia verbale; costituisce un segnale che il consenso attorno a figure che testimoniano la giustizia universale sta superando le tradizionali linee di demarcazione ideologica.

Difficilmente un evento di tale portata resterà privo di conseguenze. Il plauso a Pillay agisce come un collante imprevisto, rafforzando i progetti di chi, da tempo, lavora sottotraccia per costruire ponti con l’altra metà del mondo, quella aggregata attorno al Coordinamento dei Brics.

In questo quadro, la diplomazia europea mostra segni di un pragmatismo rinnovato. Emmanuel Macron, con un approccio lungimirante, aveva già tracciato la rotta con importanti aperture di dialogo verso Brasile e India, sfruttando le loro presidenze di turno del Coordinamento Brics. È una strategia che mira a non isolare le nuove potenze emergenti, ma a integrarle in un dialogo paritario, evitando la trappola del bipolarismo novecentesco.

Anche l’Italia, lontano dai riflettori, sta esplorando nuove vie per trovare una formula istituzionale che consenta al nostro Paese di interloquire con i Brics non soltanto attraverso le relazioni bilaterali con gli undici Stati membri, ma con l’organizzazione in quanto tale. E di fare da apripista perché una simile strada sia intrapresa anche dall’Unione Europea. Si tratta di una sfida complessa, che richiede sensibilità e visione strategica, ma necessaria per superare la via avventurosa dello scontro, che caratterizza il tempo attuale.

In questo scenario, la vasta e inedita convergenza politica emersa attorno alle motivazioni che hanno portato al Nobel per Navi Pillay non è solo simbolica. Essa dimostra che, quando si parla di diritti e dignità umana, lo spazio per il dialogo esiste ancora. Nessun Paese può vantare una primazia in materia e, allo stesso tempo, nessuno Stato può pensare di calpestare impunemente tali diritti inviolabili.

Se son rose, fioriranno: le similitudini di giudizio sulla Pillay potrebbero costituire il terreno fertile per far sbocciare una nuova stagione di diplomazia multilaterale, dove i ponti contano più dei muri. La politica internazionale ha bisogno di queste scintille di dialogo per trasformare la competizione tra blocchi in una cooperazione basata su valori finalmente condivisi, su cui fondare il nuovo ordine globale multilaterale.

Nota redazionale importante: ho rispettato il testo, intervenendo soltanto sulla punteggiatura, sui refusi e sui grassetti. Prima della pubblicazione, tuttavia, occorre verificare l’attribuzione del Nobel per la Pace 2026 a Navi Pillay: non ho accertato ufficialmente questa notizia, che costituisce il presupposto dell’intero articolo.

Legge elettorale, il falso proporzionale che perpetua la Seconda Repubblica

Il bipolarismo non apre una nuova stagione

La nuova legge elettorale non segnerà l’inizio della Terza Repubblica, bensì il proseguimento ostinato e ancora più marcato della Seconda.

La nuova legge elettorale, che di fatto difende e promuove il bipolarismo esasperato, nascondendosi in maniera ibrida dietro un falso proporzionale, distorto da un premio di maggioranza abnorme, premiale per le coalizioni e i partiti più grandi, presenta anche altri aspetti fortemente critici.

Il numero esagerato di firme per la presentazione delle liste, i capilista bloccati e la subdola e intrinseca forzatura del premierato di fatto, attraverso una legge ordinaria che prevede l’indicazione del premier, altro non sono che l’accanimento di una minoranza della rappresentanza del Paese, che vorrebbe difendere il proprio sistema di autoconservazione.

Un sistema che, in questi ultimi trent’anni, ha profondamente dissestato il Paese e compresso in modo pericoloso lo spirito del dettato costituzionale.

 

La centralità del Parlamento tradita

Il dettato costituzionale si fonda sulla rappresentanza, sulla pluralità e sulla centralità del Parlamento, oggi invece trasformato in un luogo di scontro e sterile contrapposizione.

Un terreno fertile per radicalismi esasperati, sempre impegnati in un duello perenne e di parte, decisamente lontani dalle vere esigenze dei territori, del Paese e soprattutto degli italiani.

Molti profili di possibile incostituzionalità sono stati giustamente rilevati e sollevati, e su questi si dovrà assolutamente dare battaglia. Ma da oggi il tentativo di passaggio da una democrazia rappresentativa e parlamentare a una capocrazia è sul tavolo.

Gli italiani devono sapere che le regole della rappresentanza parlamentare, e dunque la legge elettorale, dovrebbero nascere da un’ampia condivisione, perché riguardano tutti.

Si afferma invece una logica di parte, che spinge sempre più il Paese verso la divisione e la litigiosità tra fazioni contrapposte, rinunciando a una visione costruttiva e unitaria.

Insomma, oggi assistiamo al trionfo del bipolarismo della Seconda Repubblica, non all’avvio di una Terza.

Lo «Stabilicum» e la distanza dalla Costituzione

Abbiamo assistito a una deriva di leggi elettorali sempre più lontane dalla Costituzione, sorte dopo la fine della Prima Repubblica, in un alternarsi di proposte e provvedimenti promossi da sinistra e da destra.

Con lo «Stabilicum» si raggiunge oggi l’apice dell’allontanamento dallo spirito dei padri e delle madri costituenti.

Si continua a inseguire la governabilità attraverso meccanismi che alterano la rappresentanza, anziché ricercare un equilibrio tra la necessaria stabilità degli esecutivi e la piena espressione della volontà popolare.

La vera Terza Repubblica: proporzionale e cancellierato

La vera Terza Repubblica potrà nascere soltanto con il ritorno a un clima unitario, pur nel rispetto delle giuste, legittime e marcate differenze politiche.

Occorre una legge elettorale il più possibile condivisa, che ci riporti alla fonte dello spirito e del dettato costituzionale e, quindi, a una vera legge elettorale proporzionale con preferenze.

A questa riforma si potrebbe e si dovrebbe accompagnare l’introduzione di un cancellierato italiano, sul modello tedesco, con sfiducia costruttiva, attraverso un’apposita legge costituzionale.

Una riforma costituzionale capace di dare maggiore forza al Governo e al Presidente del Consiglio, senza però comprimere o ledere il ruolo centrale del Parlamento e la funzione di garanzia, autorevole e insostituibile, della Presidenza della Repubblica.

 

Un passo indietro, non avanti

Solo così si potrà ridare voce e forza alla Repubblica, restituire rappresentanza ai cittadini e imprimere nuovo slancio a una democrazia sana, forte e pienamente realizzata.

La Terza Repubblica non nascerà dalla semplice modifica delle regole elettorali, tanto meno se queste continueranno a riprodurre le distorsioni che hanno segnato gli ultimi trent’anni.

Oggi non si sta compiendo un passo avanti. Si sta compiendo un passo pericolosamente indietro.

 

Mattia Orioli

Presidente del Comitato Iniziative Popolari

La salute comincia in casa. Ma quanto ne sappiamo davvero?

Un mal di testa, qualche linea di febbre, un raffreddore. Disturbi comuni che spesso affrontiamo autonomamente, cercando una soluzione nell’armadietto dei medicinali di casa.

L’automedicazione, se praticata correttamente, rappresenta una risorsa preziosa. Richiede però conoscenza e attenzione: anche un medicinale acquistabile senza ricetta presenta controindicazioni, possibili interazioni ed effetti indesiderati.

Un fenomeno che riguarda milioni di italiani

Secondo Federchimica Assosalute, su dati New Line Ricerche di Mercato, nel 2025 in Italia sono state vendute quasi 292 milioni di confezioni di medicinali senza obbligo di prescrizione (OTC e SOP), per circa 3,2 miliardi di euro.

A queste si aggiungono gli integratori alimentari: secondo Integratori & Salute, il settore supera i 5 miliardi di euro, con circa 318 milioni di confezioni vendute annualmente. Oltre 35 milioni di italiani li hanno utilizzati nell’ultimo anno e il 34% degli intervistati dichiara di sceglierli autonomamente.

Numeri che rendono evidente l’importanza di conoscere ciò che assumiamo.

 

Gli errori che non ci aspettiamo

Pensiamo a chi assume paracetamolo come antidolorifico e successivamente un medicinale per i sintomi influenzali, senza accorgersi che entrambi contengono lo stesso principio attivo. Due prodotti differenti che possono portare a superare le dosi raccomandate, con possibili danni anche gravi al fegato.

Oppure a chi, durante una terapia anticoagulante, assume autonomamente ibuprofene per un mal di denti, aumentando il rischio di sanguinamento.

Anche l’uso prolungato di spray nasali vasocostrittori può provocare una congestione di rimbalzo, spingendo a utilizzarli sempre più frequentemente, e causare effetti cardiovascolari, tra cui un aumento della pressione arteriosa, soprattutto nei soggetti predisposti.

La stessa attenzione dovrebbe accompagnare l’uso degli integratori alimentari, spesso considerati innocui perché contenenti sostanze di origine naturale. Un esempio è l’iperico, presente in alcuni preparati per il tono dell’umore, che può interagire con numerosi medicinali, riducendo l’efficacia di alcune terapie.

Uno studio esplorativo italiano pubblicato nel 2023 su Current Neuropharmacology, condotto su 717 partecipanti, ha rilevato che il 17,7% dichiarava un uso improprio o abusivo di farmaci da banco. Tra coloro che avevano acquistato OTC senza indicazione di un professionista sanitario, il 43,7% aveva ricevuto il consiglio di un familiare e il 21,7% quello di un amico o conoscente. Sebbene il campione non sia rappresentativo della popolazione italiana, questi risultati offrono uno spunto di riflessione sul peso dell’esperienza altrui nelle scelte di automedicazione.

Infatti il vero rischio, talvolta, non è ciò che non sappiamo, ma ciò che crediamo di sapere.

 

La conoscenza come prima forma di prevenzione

L’abitudine a utilizzare un medicinale, così come la fiducia riposta nei consigli di amici e familiari, può abbassare la nostra soglia di attenzione, facendoci dimenticare che un prodotto efficace per una persona potrebbe essere inadatto, o persino rischioso, per un’altra.

Da qui emerge l’importanza di promuovere una maggiore educazione sanitaria, che fornisca ai cittadini gli strumenti necessari per conoscere i medicinali, comprenderne i limiti e riconoscere le situazioni in cui è opportuno rivolgersi al medico, prevenendo così errori spesso legati a convinzioni sbagliate o informazioni incomplete.

In questo percorso assume un ruolo fondamentale il farmacista, la cui competenza professionale, unita al dialogo diretto con il cittadino, permette di chiarire dubbi, individuare possibili rischi e orientare verso scelte appropriate, anche nella gestione dei disturbi più comuni.

Chiedere consiglio al farmacista, anche quando si acquista un medicinale senza ricetta, dovrebbe quindi diventare un’abitudine naturale e consapevole, un gesto di responsabilità che contribuisce concretamente alla tutela della nostra salute.

La famiglia interroga la Chiesa: in Vaticano il confronto sulle nuove realtà

La persona al centro

L’approccio più frequente al tema della famiglia è quello sociologico, che certamente è importante, in quanto, tra l’altro, permette di individuarne le trasformazioni con cui occorre misurarsi. Ma — ecco il punto spesso trascurato — occorre tenere presente che la famiglia è essenzialmente una comunità “personocentrica”, nel senso che è la prima comunità nella quale la persona si trova a vivere: con la consapevolezza di tale peculiarità vanno affrontate le res novae della famiglia.

Quindi, pur nella diversità delle odierne configurazioni, essa rimane prima di tutto una comunità di persone, nella quale ogni persona trova accoglienza nella sua specificità individuale e nel suo sviluppo originale. Con ciò voglio dire che, senza far torto alla dimensione sociale, economica e politica della famiglia, è essenziale muovere dall’idea di persona e dalle concrete persone che la costituiscono.

Al riguardo può servire una definizione che della “persona” ha dato il filosofo Jacques Maritain: “bisogno di avere e di dare”, per dire che le sono costitutivi il bisogno di ricevere e il bisogno di donare. Ciò significa che relazionalità e individualità sono costitutive della persona e nella famiglia trovano originale traduzione.

 

Un dono e un compito

Questa connotazione porta a dire che la categoria qualificante della famiglia è l’amore: essa è “comunità d’amore”. In tale ottica Leone XIV la caratterizza per un duplice aspetto: è un dono, perché gratuitamente godiamo dell’amore familiare nelle sue diverse versioni — coniugale, genitoriale, filiale, fraterna, parentale —; è un compito, perché richiede l’adempimento di doveri da svolgere con gratuità e generosità.

In occasione del Giubileo delle famiglie, papa Leone ha caratterizzato la famiglia come «segno di pace per tutti, nella società e nel mondo», volta a realizzare una comunione fondata sull’amore. La famiglia allora è il luogo privilegiato per vivere «un legame libero e liberante di umanità e di cura vicendevole». Queste parole racchiudono nel modo più semplice e preciso il senso della famiglia, la quale per sua struttura coniuga insieme legami e libertà, cura e reciprocità.

Sarebbe troppo facile ricordare antichi modi di dire che parlano di “fratelli coltelli” e di “parenti serpenti”, che certamente trovano riscontro nella realtà, ma che costituiscono dei tradimenti del senso della famiglia. Occorre conoscere questi pericoli per evitarli, non per diventare pessimisti nei confronti della famiglia, la quale — ha detto papa Prevost in un’udienza al corpo diplomatico — è una «società piccola, ma vera, anteriore a ogni civile società».

Pertanto c’è bisogno di maneggiare con cura il gioiello che è la famiglia, rispettandone alcune condizioni di esercizio che riassumerei nelle tre effe di fiducia, fedeltà e fecondità.

In altra occasione, nella visita in Spagna, Leone XIV ha affermato che «la famiglia sarà sempre la prima scuola di umanità, dove si apprende, prima che in qualsiasi altro luogo, la grammatica elementare della convivenza: accogliere la vita, prendersi cura dell’altro, perdonare, servire e sentirsi parte di qualcosa».

 

In ascolto delle fragilità

Quanto accennato fa ovviamente riferimento alla famiglia in senso naturale e cristiano, mentre della complessità delle famiglie nell’odierna società Leone XIV ha deciso di occuparsi in un incontro con i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo per il decennale di Amoris laetitia, l’esortazione postsinodale di papa Francesco che, fin dal suo apparire, ha suscitato un vasto interesse nella società contemporanea e nel mondo cattolico.

A dieci anni di distanza, questo incontro, aperto in Vaticano per durare una settimana (dal 7 al 14 ottobre), permetterà di capire quale atteggiamento la Chiesa può tenere di fronte alle res novae della famiglia e come coniugare nova et vetera.

In apertura dell’incontro, papa Prevost ha posto una serie di interrogativi a indicare l’atteggiamento che dovrebbe essere assunto: mettersi in ascolto per un verso e alla ricerca per l’altro, nella consapevolezza delle situazioni di fragilità. La sfida non è solo quella di «interpretare queste realtà, ma di lasciare che esse ci interpellino e stimolino la nostra responsabilità pastorale».

Nella meditazione d’apertura suor Helen Alford, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, ha evidenziato il senso dell’«annuncio del Vangelo della famiglia e alla famiglia», perché la famiglia «non solo annuncia attivamente il Vangelo ma ha anche bisogno di ricevere tale annuncio».

 

Riscoprire la bellezza dei legami

In tale ottica, due questioni vorrei segnalare. In primo luogo, il nesso tra persona e famiglia, in quanto, se la famiglia perde il senso della persona, si snatura inevitabilmente. Dunque la dimensione personocentrica dovrebbe costituire il criterio di valutazione delle novità della famiglia.

In secondo luogo, il nesso tra bellezza e famiglia: un rapporto trascurato, mentre, se non è edulcorato, costituisce il presupposto di un valido approccio alla famiglia che vale per tutti, ma specialmente per i giovani, i quali della bellezza sono affamati e la cercano, ma trascurando la famiglia.

Eppure è difficile innamorarsi di qualcosa se non se ne vede la bellezza. Per questo è auspicabile — ha detto Leone XIV — che la Chiesa sappia mettere in luce «la bellezza del piano di Dio per il matrimonio e la famiglia e la sua chiamata all’amore e alla tenerezza».

La famiglia è il «primo ambiente — ha scritto in Magnifica humanitas (n. 165) — in cui ognuno sviluppa le proprie potenzialità, prende coscienza della propria dignità e impara le prime forme di verità e di bontà, interiorizzando abitudini che preparano alla vita sociale».

Panama, terremoto magnitudo 7,6 semina il panico nella capitale

Roma, 10 ott. (askanews) – Un terremoto di magnitudo 7,6 sulla scala Richter ha colpito Panama, provocando il panico nella capitale e il crollo di alcuni edifici. Al momento non sono state segnalate vittime. La scossa si è verificata alle 12.56 ora locale (le 19.56 italiane), con epicentro a 10 chilometri da Pitaloza Arriba, nella provincia di Herrera, nella parte centro-meridionale del Paese, secondo quanto riferito dallo Usgs (Servizio geologico degli Stati Uniti).

Successivamente, i servizi specializzati statunitensi hanno diramato un’allerta tsunami per la parte orientale dell’Oceano Pacifico. La minaccia è ormai rientrata e non sussiste più alcun rischio di tsunami, ha comunicato il sistema statunitense di allerta tsunami.

Inizialmente, lo Usgs aveva indicato una magnitudo di 8, per poi correggerla a 7,6. La scossa è stata registrata a una profondità relativamente ridotta, pari a 12 chilometri.

“Sono sotto shock e non sono riuscito a mettermi in contatto con la mia famiglia”, ha raccontato Luis Poveda, dipendente di uno stabilimento industriale situato a Santiago de Veraguas, nella parte centrale del Paese. Secondo le immagini diffuse dai media locali, un hotel è parzialmente crollato nella città di Penonomé, 150 chilometri a sud-ovest della capitale Panama. Anche una chiesa dello stesso comune ha riportato gravi danni e su altri edifici sono comparse delle crepe.

“Siamo usciti tutti di corsa dall’edificio, i cavi elettrici oscillavano”, ha raccontato all’Afp Arnulfo Santos, un altro lavoratore intervistato a Santiago de Veraguas.

La protezione civile stava valutando i danni, rilevati soprattutto nelle regioni centrali di Herrera, Azuero, Veraguas e Los Santos. Secondo le immagini diffuse dalla stampa locale, una strada nella provincia di Veraguas presentava delle crepe.

Il terremoto, avvertito per circa un minuto, è stato percepito con particolare intensità a Panama, dove migliaia di persone, in preda al panico, hanno abbandonato gli edifici, secondo quanto constatato dalla France Presse.

I terremoti colpiscono raramente la capitale e si verificano soprattutto nella provincia di Chiriqui, nella parte occidentale del Paese, al confine con la Costa Rica. Secondo i rapporti preliminari del Sinaproc (Sistema nazionale di protezione civile), la scossa è stata avvertita in tutto il Paese e persino a San José, capitale della vicina Costa Rica.

Per quanto riguarda il Canale di Panama, situato a circa 200 chilometri dall’epicentro del terremoto, le operazioni proseguivano “normalmente”, ha annunciato l’ente che gestisce la via navigabile. “Sono stati attivati i protocolli di emergenza” e gli impianti sono attualmente sottoposti a ispezioni “per individuare eventuali danni”, ha dichiarato in un comunicato l’Autorità del Canale di Panama (Acp), responsabile di questa via di comunicazione che collega gli oceani Pacifico e Atlantico.

Secondo i dati di tracciamento di Lseg Workspace, circa 90 navi, tra cui portarinfuse, petroliere e portacontainer, erano in attesa alle due estremità di questa strategica via navigabile, per attraversarla oppure attraccare ai moli che servono i terminal di stoccaggio e le strutture per il trasbordo delle merci.

Secondo l’istituto locale di geoscienze, dopo la potente scossa sono state segnalate più di dieci forti repliche, alcune delle quali di magnitudo 6 sulla scala Richter. Sul proprio account del social network X, il presidente di Panama, José Raúl Mulino, ha dichiarato di aver chiesto agli organismi specializzati di fornirgli “rapporti sugli effetti” del sisma, invitando al contempo la popolazione a mantenere la calma.

Lunedì prossimo Panama avrebbe dovuto organizzare un’esercitazione nazionale di evacuazione per verificare la capacità del Paese di intervenire in caso di terremoto. Anche il Venezuela e la Colombia sono stati colpiti da forti terremoti negli ultimi mesi, che complessivamente hanno provocato migliaia di vittime.

Il ministero dell’Istruzione ha annunciato la sospensione delle lezioni su tutto il territorio nazionale, in “tutti gli istituti scolastici”. Il sistema statunitense di allerta tsunami aveva avvertito che onde di tsunami avrebbero potuto raggiungere le coste del Pacifico orientale, dal Messico al Perù, segnalando la possibilità di onde “pericolose (…) nelle successive tre ore”.

Lo Usgs ha stimato che le perdite economiche potrebbero ammontare a una cifra compresa tra l’1 e il 10 per cento del prodotto interno lordo di Panama. Secondo il fornitore di energia elettrica Naturgy, sei province sono rimaste senza corrente. Anche l’aeroporto internazionale di Tocumen, uno dei principali hub del trasporto aereo regionale, ha sospeso i voli.

Nestor Luque, direttore dell’Istituto di geoscienze di Panama, ha dichiarato che il terremoto è stato provocato dal sistema di faglie Azuero-Sona, caratterizzato da un accumulo di pressione protrattosi per lungo tempo. “Si tratta di un sistema di faglie attive che, di tanto in tanto, a causa dell’accumulo di tensioni, rilasciano una quantità di energia di questa portata”, ha spiegato, “I segnali sismici si sono propagati su tutto il territorio nazionale, il che spiega perché il terremoto sia stato avvertito ovunque”.

Trump annuncia intesa con Putin per immettere gasolio russo su mercato

Roma, 9 ott. (askanews) – Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato di aver raggiunto un accordo con il presidente russo Vladimir Putin che consentirà a Mosca di immettere “immediatamente” gasolio sul mercato globale.

Trump ha spiegato che Putin ha accettato di fornire subito 300mila tonnellate di gasolio, seguite da altre 500mila a novembre e da un ulteriore milione di tonnellate in seguito.

“I prezzi del gasolio per gli americani e, in effetti, per il mondo intero SCENDERANNO RAPIDAMENTE E IN MISURA RECORD!”, ha scritto Trump sul social network Truth. I prezzi del gasolio negli Stati Uniti sono raddoppiati dall’inizio della guerra con l’Iran, a febbraio, mettendo sotto pressione i repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato, a causa dell’aumento del costo della vita.

Secondo l’AAA, il prezzo medio del gasolio negli Stati Uniti è attualmente di 6,28 dollari al gallone, in calo rispetto al record di 6,53 dollari raggiunto alla fine di settembre.

Poco dopo l’annuncio di Trump, il Dipartimento del Tesoro statunitense ha formalmente rilasciato una licenza temporanea che autorizza l’immissione sul mercato del gasolio russo.

Kirill Dmitriev, inviato speciale di Putin, ha accolto con favore l’accordo sui social media, dichiarando: “La cooperazione tra Russia e Stati Uniti nel settore del gasolio e dell’energia porterà benefici al mondo intero”.

Si tratta dell’ultimo tentativo del presidente statunitense di ridurre i prezzi dei carburanti negli Stati Uniti. All’inizio di questa settimana, Trump ha dichiarato che stava “valutando” la possibilità di sospendere l’imposta federale sulla benzina. Ha inoltre annunciato che avrebbe consentito l’utilizzo sulle autostrade statunitensi del cosiddetto red-dyed diesel, un tipo di gasolio contrassegnato da un colorante rosso, normalmente esente dall’imposta federale, senza che venisse applicata tale imposta.

Trump è inoltre riuscito a esercitare pressioni sui Paesi del G7 affinché immettessero sul mercato 100 milioni di barili di petrolio e gasolio provenienti dalle riserve strategiche, allo scopo di attenuare i timori relativi all’approvvigionamento. In precedenza, aveva anche sostenuto le richieste di vietare le esportazioni di gasolio dagli Stati Uniti.

Lgct Roma, vince la pioggia: rinviata la Global Champions League

Roma, 9 ott. (askanews) – A prendersi la scena nel pomeriggio della prima giornata di gare del Longines Global Champions Tour, uno dei circuiti internazionali più prestigiosi del salto ostacoli, è stata la pioggia. Dopo una mattinata dedicata alle gare 2 stelle, con Luca Coata e Stefano Nogara che hanno trionfato rispettivamente nella 1.40m a tempo e nella 1.25 a fasi consecutive, è saltata larga parte del programma pomeridiano – si legge in una nota – con il solo primo 5 stelle valido per la qualificazione al LGCT Grand Prix di domenica che si è concluso regolarmente, mentre la Global Champions League è stata definitivamente rinviata a domani, sabato 10 ottobre.

L’unica gara 5 stelle andata in scena nella prima giornata del concorso capitolino è stata la prova individuale di 1.60m che ha qualificato i primi 10 classificati al LGCT Grand Prix di domenica. Tre gli italiani che hanno staccato il pass per l’appuntamento più importante del weekend capitolino, con Riccardo Pisani che ha centrato il secondo posto, seguito dalla sua allieva Greta Lepratti, quarta, e da Elisa Chimirri, settima.

Un risultato che assume un significato particolare alla luce del legame sportivo tra Pisani e Lepratti: il cavaliere lombardo, di grande esperienza, è infatti anche l’allenatore della giovane amazzone, fresca vincitrice del titolo europeo Young Rider conquistato lo scorso luglio ad Hagen, in Germania. Un sodalizio iniziato soltanto a gennaio e già capace di regalare importanti soddisfazioni, che nella cornice di Tor di Quinto ha visto maestro e allieva confrontarsi sullo stesso tracciato, confermando la qualità del lavoro svolto insieme e il valore di due protagonisti del salto ostacoli italiano.

In sella a Chacco’s Lawito PS, Pisani chiude senza penalità in 71″97, preceduto soltanto dall’americana Kristen Vanderveen, vincitrice su Bull Run’s Jireh con un netto in 69″08. Completa il podio l’irlandese Harry Allen su Edison de Hus, senza errori in 73″46. Ottima quarta posizione per la campionessa d’Europa giovanile Greta Lepratti su Mercy van’t Ruytershof, netto in 75″73. Settimo posto per Elisa Chimirri, che su Calandro Z conclude senza penalità in 77″89. Tra le due amazzoni italiane si inseriscono il rappresentante di Monaco Iñigo Lopez De La Osa Franco, quinto su Nacco Blue DNL in 76″54, e la svizzera Jane Richard, sesta su Aequitus vh Bergerhof Z in 77″28, entrambi senza errori. Chiudono la top ten, tutti con quattro penalità, la tedesca Katrin Eckermann su Iron Dames Cascajall NRW (70″68) e il connazionale Patrick Stühlmeyer su Baloutaire PS (72″19), seguiti dal belga Gilles Thomas su Luna van het Dennehof (72″96).

Nobel Pace, Israele e Usa furiosi col mondo per il premio a Pillay

Roma, 9 ott. (askanews) – L’annuncio del conferimento del Premio Nobel per la Pace 2026 a Navanethem “Navi” Pillay, la giurista che alla guida della commissione d’inchiesta Onu stabilì che durante la guerra a Gaza Israele aveva commesso un genocidio, ha scatenato la furia cieca di Tel Aviv e Washington, che hanno attaccato in maniera scomposta il Comitato norvegese del Nobel e la Corte Penale Internazionale, di cui Pillay è stata una delle prime giudici.

Insignita del premio “per il suo impegno nella promozione della pace e del diritto internazionale”, l’85enne sudafricana, che al momento dell’annuncio si trovava a Norimberga (i cui processi l’avevano sempre affascinata), ha dapprima scherzosamente minacciato: “Se applaudite un po’ più forte potrei dividere il premio con Trump…”, riferendosi alle innumerevoli volte in cui il presidente Usa ha rivendicato per sé il premio, ma poi ha rivelato di essere “rimasta sorpresa dal fatto che la motivazione parli di coraggio, perché non ci vuole coraggio per dire la verità, basta vedere i fatti, interpretare la legge e prendere una decisione imparziale”. E “quel che accade a Gaza – ha rivendicato – può definirsi genocidio”.

Dedicando il premio “a tutti i sopravvissuti ai crimini internazionali” e a “quanti difendono la giustizia penale internazionale”, Pillay ha lanciato un messaggio “forte sulle priorità che il mondo deve darsi: la giustizia e la tutela dei diritti umani. Il mio messaggio ai leader politici, è che avete un obbligo giuridico: al di là di qualsiasi altro impegno morale, avete l’obbligo legale di proteggere i diritti umani, di evitare la guerra e di rendere concreta la Carta delle Nazioni Unite. È un obbligo che chiedo a ogni Stato di adempiere. L’ultima cosa che vogliamo è che gli Stati canaglia agiscano di propria iniziativa, come nel caso degli attacchi alla Corte Penale Internazionale”. Quasi una profezia.

E mentre il mondo iniziava a celebrare l’opera di Pillay (“Poche persone hanno dedicato la propria vita alla giustizia, alla pace e alla dignità umana quanto lei”, ha detto la presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen; “Ha dimostrato anche che la difesa dei diritti umani è la garanzia più sicura contro le ingiustizie”, ha commentato il segretario generale Onu Antonio Guterres; “Un riconoscimento davvero meritato e quanto mai opportuno, in un momento in cui il diritto internazionale è sottoposto a crescenti pressioni”, ha scritto il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa), Israele ha iniziato a lanciare le sue bordate.

Il ministero degli Esteri israeliano ha dapprima scritto che con la sua decisione “il Comitato Nobel ha premiato la più grande menzogna del XXI secolo” e che “Joseph Goebbels sta certamente applaudendo dall’inferno”, poi è arrivata la velenosa dichiarazione del primo ministro Benjamin Netanyahu: “Il Comitato per il Nobel ha perso la bussola morale. Ha conferito il suo massimo riconoscimento a una persona intollerante che ha costruito la propria carriera inventando e diffondendo calunnie antisemite contro l’unico Stato ebraico al mondo”.

Dall’altra parte dell’Atlantico il presidente americano Trump si è inizialmente limitato a condividere un post dello studio legale del suo avvocato David Schoen: “Oggi il Comitato per il Nobel si è screditato in modo irreparabile e ha sminuito il prestigioso Premio Nobel per la Pace assegnandolo a Navi Pillay dell’Onu. Pillay nutre un odio sfacciato verso l’America e Israele. Nel suo ruolo ha esaltato i terroristi e premiato Hamas. Ha condotto una finta ‘indagine’, sostenendo che Israele abbia commesso un genocidio, sollecitando che venga perseguito. Non gode di alcuna credibilità in alcun ambito serio e non ha mai fatto nulla per promuovere la pace. Tutt’altro”. Ma più tardi l’Amministrazione Usa ha scatenato una vera e propria rappresaglia per la decisione di conferire il premio a Pillay, con il segretario di Stato Marco Rubio che ha annunciato sanzioni alla Cpi (che nel 2024 ha emesso un mandato d’arresto nei confronti di Netanyahu): “Oggi gli Stati Uniti sanzioneranno la Corte penale internazionale. Vieteremo le transazioni con questa corte canaglia, tagliando le sue risorse e paralizzando la sua capacità operativa. Ci aspettiamo – ha minacciato Rubio – che i nostri alleati, molti dei quali fanno parte della Cpi e si affidano ai militari americani per la propria difesa, mettano un freno alla Corte”.

La decisione dell’Amministrazione Usa è stata definita “deplorevole” dalla Commissione europea, la quale ha assicurato pieno appoggio al Tribunale dell’Aia. “L’Ue collaborerà strettamente con la Cpi per garantirne la continua ed efficace operatività. Restiamo inoltre impegnati – ha proseguito la Commissione guidata da Von der Leyen – a lavorare con tutti i 125 Stati che fanno parte dello Statuto di Roma per preservarne e rispettarne l’indipendenza, affinché la Corte possa proseguire la sua missione fondamentale”.

Non solo Europa: al fianco della Cpi sono poi scesi in campo anche Canada, Danimarca, Germania, Francia, Italia, Giappone, Paesi Bassi e Regno Unito: “Noi, Stati membri dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale – hanno affermato i ministri degli Esteri degli otto Paesi in una dichiarazione congiunta -, ribadiamo il nostro continuo e incrollabile sostegno all’indipendenza, imparzialità e integrità della Cpi. In qualità di convinti sostenitori della Corte Penale Internazionale esprimiamo il nostro rammarico e la nostra ferma opposizione all’annuncio delle sanzioni che gli Stati Uniti intendono imporre alla Corte”.

Insomma, Israele e Stati Uniti contro tutti. O perlomeno, contro quella parte di mondo che crede fermamente allo stato di diritto e all’ordinamento giuridico internazionale.

(di Massimo Santucci).

Poste, Moody’s conferma rating Baa2: rafforzata da acquisto Tim

Roma, 9 ott. (askanews) – Moody’s ha confermato il rating Baa2 su Poste Italiane, dopo il completamento dell’offerta su Tim Telecom Italia di cui si ritrova ora circa l’87% del capitale. L’Outlook su Poste resta stabile, riferisce l’agenzia di rating con un comunicato.

La valutazione di affidabilità creditizia “riflette la nostra aspettativa che l’operazione rafforzerà il profilo di business di Poste Italiane tramite accresciute economie di scala, maggiore diversificazione dei servizi e un miglioramento dell’impronta internazionale, mentre il profilo finanziario – afferma Moody’s – resterà coerente con l’attuale livello di rating”.

Andaf: energia e talento, un binomio per il futuro delle imprese

Roma, 9 ott. (askanews) – Mai come in questo momento l’energia sta rivelando quanto sia strategica. Lo scenario geopolitico e le sfide tecnologiche in atto ne stanno facendo emergere tutto il valore, dimostrando come non sia assolutamente qualcosa di scontato. La sfida che aziende e decisori hanno davanti richiede una capacità di guardare oltre il breve termine, richiede strategia. Per questo il Congresso nazionale Andaf (Associazione Nazionale Direttori Amministrativi e Finanziari), giunto alla sua quarantottesima edizione si è interrogato sul connubio “Energia e Talento, motori del futuro”. Una tre giorni di riflessioni cui hanno partecipato anche rappresentanti del governo come il ministro per l’Ambiente e la sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin e il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, con un videomessaggio.

Agostino Scornajenchi, Presidente Andaf e Ad Snam: “L’energia è oggi al centro dell’attenzione della politica quotidiana, della comunicazione, dei giornali. Questo non è un caso. Forse veniamo da anni in cui pensavamo che l’energia fosse qualcosa di assodato, fosse qualcosa di garantito. Hanno scoperto che le cose effettivamente non stanno così e mai come adesso ci si rende conto che l’energia è il frutto di scelte che vengono prese lontano nel tempo e che l’elemento centrale è quello della pianificazione, è la definizione di strategie di lungo termine. E qua che si interseca col talento. Effettivamente nulla può essere fatto in campo energetico dalla mattina alla sera, nessun problema può essere risolto dalla mattina alla sera, tutto quello che facciamo e tutto quello che abbiamo è l’eredità di un talento straordinario di chi ci ha preceduto, e noi oggi lo stesso talento lo dobbiamo ricercare applicare, in modo tale che chi verrà dopo di noi, e che non potrà discutere con noi, possa ricevere un sistema della stessa qualità, della stessa competenza e della stessa resilienza di quello che abbiamo ricevuto noi”.

In tale direzione si inserisce proprio il ruolo di Andaf, in una fase in cui il compito che i direttori finanziario sono chiamati a svolgere non è più solo presidio dei numeri ma guardare a uno scenario ben più ampio a 360 gradi.

Paolo Fanti, Direttore generale di Andaf: “Il Cfo oggi deve abilitare gli investimenti all’innovazione, al cambiamento, allo sviluppo delle imprese, e portare valore, portare valore anche attraverso il talento. Oggi il talento, le competenze, gli interessi e le relazioni che danno valore alle imprese mancano si chiama talent shortage non solo nei giovani ma anche nelle nostre imprese che richiedono competenze. Su questo Andaf sta lavorando da tempo per portare competenze e anche aggiornamento costante attraverso il networking ma anche attraverso una Academy che porta corsi alle aziende e ai cfo se fu proprio per integrare il talento che manca. In una recente nostra survey tri nostri partner è stato rilevato che solo uno su cinque si sentono confidenti nel governare il cambiamento che a che fare con l’intelligenza artificiale, quindi 4 su 5 si sentono in difficoltà ed è questo il bisogno che vogliamo colmare attraverso eventi, attraverso formazione, attraverso forum, per esempio quello nuovo sull’intelligenza artificiale che ha avuto 300 partecipanti, Un momento quindi di aggregazione associativa che ha però valore per le imprese e per quanto riguarda il cfo una figura di riferimento, per permettere non solo l’innovazione con gli investimenti, ma anche uno sguardo verso il futuro, perché i bilanci non devono guardare solo il passato, ma dare una visione verso le prospettive di crescita e le soluzioni e i problemi”.

Acqua, Decollanz: risorsa strategica sociale ed economica

Roma, 9 ott. (askanews) – “La risorsa idrica è sempre più necessaria e strategica non solo da un punto di vista sociale ma anche da un punto di vista economico e dello sviluppo, lasciatemi dire, democratico perchè dove c’è acqua c’è democrazia. Il nostro compito è mettere a disposizione queste risorse per i prossimi anni, per le future generazioni soprattutto nei paesi dove questa risorsa è più scarsa in un sistema ecosostenibile dal punto di vista sociale ed economico. Su questo bisogna lavorare insieme”.

Lo ha evidenziato Luigi Decollanz, presidente di Acque del Sud,

in occasione del recente percorso espositivo multimediale promosso da UNESCO WWAP, Fondazione UniVerde e One Water Committee Italy nell’ambito del Forum Euromediterraneo dell’Acqua 2026 alla Nuvola di Roma.