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L’algoritmo della sofferenza: Dejours e la trappola dell’IA nel lavoro contemporaneo

Un’illusione di efficienza

Negli ultimi anni, la narrazione dominante attorno all’Intelligenza Artificiale ha oscillato tra l’utopia della liberazione dal lavoro e la distopia della sostituzione di massa. Tuttavia, c’è una dimensione fondamentale che sfugge ai tecno-entusiasti come ai catastrofisti: che cosa succede alla mente umana quando il lavoro non viene eliminato, ma viene riorganizzato, sorvegliato e prescritto da un algoritmo? Per rispondere a questa domanda, la chiave di lettura più penetrante non arriva dai laboratori della Silicon Valley, ma dalla psicoanalisi e dalla sociologia francese, e in particolare dal pensiero di Christophe Dejours, padre fondatore della psicodinamica del lavoro.

Sulla scia delle sue opere fondamentali, come “La sofferenza in Francia”, Dejours ha dimostrato che la salute mentale sui luoghi di lavoro non è mai un fatto unicamente individuale o una fragilità personale, ma il risultato diretto dell’organizzazione del lavoro. Il lavoro non è semplicemente un’attività economica o un insieme di compiti da svolgere: è un’esperienza viva, corporea, affettiva e sociale. Quando l’organizzazione del lavoro diventa rigida, opaca o punitiva, la sofferenza mentale diviene un fattore strutturale. Oggi, con l’integrazione massiccia dell’IA nei processi aziendali, le intuizioni di Dejours acquisiscono un’attualità drammatica.

La spaccatura tra ‘prescritto’ e ‘reale’

Uno dei concetti cardine della teoria dejouriana è la distinzione insuperabile tra “lavoro prescritto” e “lavoro reale”. Il lavoro prescritto rappresenta l’insieme di regole, procedure, mansionari e obiettivi stabiliti a tavolino dalla direzione. Il lavoro reale, invece, è ciò che il lavoratore deve inventare ogni giorno per fare in modo che l’attività funzioni davvero, affrontando gli imprevisti, le falle del sistema, i guasti operativi e le sfumature umane. L’organizzazione perfetta non esiste: se tutti seguissero pedissequamente le regole prescritte, la produzione si bloccherebbe in poche ore.

Con l’introduzione dell’intelligenza artificiale generativa e dei sistemi di calcolo predittivo, il lavoro prescritto ha raggiunto un livello di rigidità mai visto prima. L’algoritmo stabilisce i tempi di consegna per un rider, suggerisce le risposte esatte a un operatore di customer care, o calcola l’efficienza di un programmatore in base ai commit di codice. L’IA tenta di eliminare l’imprevisto, trattando la realtà come una variabile perfettamente matematizzabile. Ma la realtà resiste. Quando l’imprevisto si verifica, il lavoratore si trova schiacciato in una morsa tragica: deve scegliere tra il rispetto cieco delle istruzioni della macchina (fallendo nell’obiettivo reale) o la violazione clandestina delle regole algoritmiche per far funzionare le cose, assumendosi da solo l’intera responsabilità dell’errore.

La scomparsa del ‘Lavoro Vivo’ e la solitudine del lavoratore

Per Dejours, la trasformazione della sofferenza in soddisfazione e senso dell’identità avviene attraverso due pilastri: la mobilitazione dell’intelligenza astuta (quella capacità squisitamente umana di adattarsi al caos) e il riconoscimento sociale. Il riconoscimento si articola in due forme principali: il giudizio di utilità (espresso dai superiori o dai clienti) e il giudizio di bellezza o di conformità (espresso dai propri pari, dai colleghi che condividono la stessa cultura professionale e sanno cosa significa lavorare “a regola d’arte”).

L’IA e la valutazione individualizzata tramite KPI algoritmici distruggono sistematicamente questa dinamica. La macchina non è in grado di cogliere la bellezza di una soluzione elegante, lo sforzo emotivo necessario per gestire un cliente difficile o l’intuizione che ha evitato un disastro. Misurando unicamente output quantitativi e immediati, la gestione algoritmica priva l’essere umano del giudizio di bellezza. Inoltre, spingendo verso una competizione interna esasperata e una sorveglianza costante, l’IA disgrega i collettivi di lavoro, distruggendo la solidarietà tra colleghi e cancellando le “strategie di difesa collettiva” che storicamente hanno permesso ai lavoratori di proteggere la propria salute mentale.

Ripensare la tecnologia prima che sia troppo tardi

Non si tratta di assumere una posizione luddista contro il progresso tecnologico. L’intelligenza artificiale possiede un potenziale straordinario per automatizzare i compiti genuinamente alienanti e pericolosi. Tuttavia, come ci insegna Christophe Dejours, l’errore fatale risiede nell’idea di poter sostituire la governance umana e la cooperazione sociale con la fredda metrica dell’ottimizzazione algoritmica.

Se l’IA viene utilizzata per trasformare il lavoratore in un mero esecutore passivo o in uno spettatore ansioso dei propri parametri di produttività, l’esito inevitabile sarà un’epidemia invisibile di burnout, alienazione e cinismo organizzativo. Ripristinare la centralità del “lavoro vivo” significa restituire agli individui lo spazio per l’interpretazione, l’autonomia decisionale e la ricostruzione di comunità professionali capaci di dialogare e resistere. La tecnologia deve rimanere uno strumento al servizio dell’intelligenza umana, e non il braccio armato di un’organizzazione del lavoro che ha dimenticato la vita.

Vecchiaia, oltre la legge Paglia: la sfida che il Centro non può eludere

Una legge buona, un compito politico aperto

La legge delega sulla non autosufficienza, voluta con tenacia da monsignor Vincenzo Paglia, ha introdotto nel linguaggio pubblico una parola nuova: domiciliarità. Il decreto attuativo del 2024 e la prestazione universale per gli ultraottantenni, partita nel 2025, sono passi concreti, ma restano una cornice: la sostanza va scritta ora, nei territori, dove un centro cattolico-democratico deve dire la sua parola, senza limitarsi a certificare un merito altrui.

No al marginalismo sulla vecchiaia

Il primo no riguarda il marginalismo applicato alla fragilità: trattare l’anziano come costo o come mercato sono due facce della stessa disumanizzazione. Le rette delle residenze, spesso insostenibili per un reddito medio, spingono le famiglie verso un’istituzionalizzazione scelta per necessità economica più che per reale bisogno di cura. Una comunità solidale non può accettare che vivere gli ultimi anni dipenda dal patrimonio di ciascuno.

Morire a casa, vivere a casa

Quanto conta continuare ad abitare i luoghi della memoria fino alla fine? Gli studi sull’invecchiamento nel proprio ambiente mostrano che la domiciliarità non è nostalgia ma benessere misurabile: riduce ricoveri impropri e solitudine. Serve un’infrastruttura leggera e diffusa: infermieri di comunità, adattamento degli alloggi, telemedicina, sostegno ai caregiver familiari, spesso donne sole di fronte a un welfare invisibile.

Il patrimonio che invecchia

Va rovesciata una narrazione: l’anziano non è un problema da gestire ma un patrimonio da trasmettere. La funzione educativa dei nonni e le competenze artigianali sono capitale sociale che nessuna prestazione monetaria sostituisce. Un centro attento alla persona dovrebbe investire qui: spazi intergenerazionali dove l’esperienza degli anziani torni risorsa pubblica.

Case che si aprono: sperimentazioni da copiare

A Deventer, in Olanda, una residenza ospita gratuitamente gli universitari in cambio di ore mensili di compagnia: un modello che ribalta l’idea di casa di riposo come luogo chiuso, utile anche nelle grandi città dove gli affitti scacciano gli studenti e la solitudine isola gli anziani. In Italia iniziative come “Prendi in casa uno studente” vanno nella stessa direzione, ma restano marginali. Si potrebbe osare di più: corsi di infermieristica e servizio sociale che riconoscano la convivenza intergenerazionale come credito formativo, alloggi pubblici per coppie anziano-studente seguite da operatori.

Un vuoto che non ha colore politico

Colpisce il silenzio di una sinistra instancabile sui diritti individuali e muta su un tema che riguarda milioni di case; e non convince una destra che scarica tutto sul mercato e sulla famiglia, come se la cura fosse un fatto privato. È lo spazio che un centro popolare e cattolico-democratico può occupare, con proposte prima che con etichette.

«L’Amor che move il sole e l’altre stelle»: verso la Caritapolis possibile

La civiltà dellAmore e i rimedi allumana debolezza

Consentitemi di contestualizzare il contributo che, come Centro Studi Tocqueville-Acton, abbiamo cercato di dare al libro che oggi presentiamo: Corpi intermedi, società civile e mercato sociale” (il Mulino, 2026).

La contestualizzazione ha a che fare con il titolo stesso del meeting, un titolo di una bellezza folgorante: “l’Amor che move il sole e l’altre stelle”. Quando il prof. Brunetta mi ha coinvolto in questo progetto editoriale, ho pensato a quale potesse essere, sotto il profilo teorico, lo specifico contributo che noi del Tocqueville-Acton avremmo potuto dare alla redazione finale del libro. Nel nostro gruppo di lavoro ci sono teorici della politica, storici del pensiero politico, giuristi ed economisti; ciascuno di noi, benché pratichi differenti discipline scientifiche e lavori su autori diversi, converge con gli altri su problemi che riguardano i processi democratici, i processi del mercato e, più in generale, la possibilità di coniugare alcuni aspetti concreti della vita civile con l’orizzonte ideale della Dottrina sociale della Chiesa.

In tal senso, sarà pure un caso, ma ragionando su cosa avremmo potuto offrire di specifico e di originale al lavoro comune al quale ci aveva invitato il presidente Brunetta, mi è tornato alla mente un saggio di tanti anni fa, scritto da uno dei miei maestri, scomparso nel 2017, il teologo e politologo statunitense Michael Novak. Si tratta di un saggio del 1995, pubblicato su “Crisis”, intitolato: “The Love that Moves the Sun”. Il saggio in questione si chiude con queste bellissime parole: “Una civiltà dell’Amore (Caritas) non si basa sul sentimentalismo, ma su pesi e contrappesi (checks and balances) e su altri rimedi all’umana debolezza. È uno dei compiti più urgenti dei nostri tempi che le persone di buona volontà continuino a esplorare i modi in cui i sistemi economici basati sul mercato possano svolgere questa funzione all’interno di democrazie efficienti”.

 

La libertà nasce dal limite e dalla fallibilità

In breve, siamo partiti dall’idea che la migliore organizzazione possibile, dal punto di vista politico ed economico, avente come riferimento l’esperienza cristiana, non possa non tenere conto di un dato di contingenza: la creaturalità, la finitudine, la limitatezza, la fallibilità della persona umana, dalle quali discendono l’atteggiamento antiperfettista in termini antropologici e una postura fallibilista in termini epistemologici; in altre parole, significa fare l’esperienza del nulla.

Fare l’esperienza del nulla significa abitare il limite umano, nutrirsi della nostalgia dell’incompiuto e riconoscere nella contingenza la condizione comune a tutti gli esseri umani. Siamo liberi proprio perché fallibili; ed è la nostra fallibilità, insieme alla nostra contingenza, a costituire il fondamento della libertà. Lungi dall’essere un difetto da eliminare, come leggiamo in Magnifica humanitas di Leone XIV, il limite diventa così la ragione stessa della libertà umana, in quanto rende possibile e necessaria la scelta: siamo liberi perché fallibili, come recita il titolo di un libro di un altro grande amico e maestro, scomparso di recente: Dario Antiseri.

 

La nostalgia dellincompiuto e la tensione verso loltre

Questa libertà, che nasce dall’esperienza del nulla, è l’energia che anima la vita: la tensione verso il “già e non ancora”, la nostalgia di un compimento che non possediamo ma che continuiamo a cercare. È quell’”Amore” che, nella prospettiva della vita eterna, coincide con il Tempo finalmente compiuto; per usare appunto le parole del Sommo Poeta, “l’Amor che move il sole e l’altre stelle”.

Ma è anche il nucleo più profondo della religione della libertà intesa in termini laici, crociani: una fede interamente immanente, che rinuncia alla trascendenza religiosa ma conserva la tensione verso un oltre, verso una liberazione dall’incompiutezza del tempo storico.

 

La felicità non può essere imposta dalla politica

Ebbene, cosa c’entra tutto questo con i corpi intermedi, con l’organizzazione della società civile e con i sistemi economici? Potrei rispondere nulla e tutto. Nulla, se partiamo dal presupposto che il soggetto e l’oggetto dell’agire civile siano un fantoccio che chiamiamo homo oeconomicus o in altro modo, comunque riducibile a una funzione risolvibile ricorrendo alla cassetta degli attrezzi fornita dalla matematica, dalla fisica, dalla chimica e data in prestito alle scienze sociali. In tal caso, il problema non è se la scienza economica e la scienza politica si prefiggano o meno l’obiettivo della felicità, poiché comunque essa diventerebbe “anagramma perfetto di facilità / barando sull’ultima lettera” – come cantava Francesco Guccini in Ballando con una sconosciuta (una canzone del 1990). Ciò che rende felice me potrebbe rendere tristi voi tutti, e viceversa; quindi eviterei di affidare ai sistemi economici e politici la ricerca della felicità, a meno che non si voglia cedere all’idea totalitaria – persino nella sua versione democratica – secondo la quale esisterebbe una sola idea di felicità – quella del capo o della maggioranza – e che spetti alla politica e all’economia la sua implementazione.

 

Al centro dei sistemi c’è la persona concreta

Tuttavia, alla domanda su cosa c’entri l’esperienza del nulla con i sistemi politici ed economici, potrei rispondere anche tutto, almeno nella misura in cui si parta dal presupposto che soggetto e oggetto dei sistemi politici ed economici sia la persona umana, la cui umanità si manifesta soprattutto nella sua fragilità, finitudine, ignoranza e fallibilità. In questo caso, il soggetto e l’oggetto dei processi politici ed economici è una persona concreta, una persona che lotta, soffre, spera, desidera, odia e ama, e nessuna funzione matematica potrà mai risolvere il dramma dell’umano. E allora tornano le parole con le quali ho iniziato questo mio intervento: “Una civiltà dell’Amore (Caritas) non si basa sul sentimentalismo, ma su pesi e contrappesi (checks and balances) e su altri rimedi all’umana debolezza”.

Economia sociale di mercato ed economia civile

In tal senso, l’Economia Sociale di Mercato e l’Economia Civile, pur essendo asimmetriche – la prima è un paradigma che ha conosciuto, nel bene e nel male, varie forme di implementazione ed è da lungo tempo studiato, mentre la seconda è una prospettiva teorica che, a mio avviso, può diventare un paradigma, e questo dipende soprattutto da noi che la studiamo e che cerchiamo di insegnarla ai nostri studenti –, presentano un nucleo teorico fondamentale comune: l’idea che la politica o l’economia non esauriscono l’ambito del civile.

In entrambe le scuole, che personalmente tendo a far convergere, vedendo nell’Economia Sociale di Mercato una possibile prospettiva teorica dell’Economia Civile, o quanto meno di una delle possibili economie civili, la qualità civile dei processi politici ed economici è data dal fatto che siano irriducibili all’autorità politica e che entrambe ricorrano al paradigma della sussidiarietà, in quanto soluzione esistenzialmente coerente con il primato e con la centralità della persona umana: un primato ontologico, epistemologico e morale.

 

Sussidiarietà e società aperta: quale ordine per la civitas

Se così stanno le cose, interrogarsi sul principio di sussidiarietà significa innanzitutto porsi il problema di quale ordine per la civitas, quali relazioni favoriscano la società aperta e quali invece potrebbero metterla in pericolo. Significa, dunque, andare al cuore delle scienze sociali, porsi la domanda delle domande: il come e il perché del darsi di un fenomeno o di un’istituzione, e interrogarsi ancora sul come e sul perché sia opportuno che una data istituzione funzioni, affinché la matrice liberale della società aperta – gli ideali di libertà, di uguaglianza e di fraternità – possa emergere in maniera spontanea e non come mera proiezione estrattiva degli interessi e degli ideali di una determinata élite momentaneamente al potere.

Su questo sfondo, come Centro Studi Tocqueville-Acton, abbiamo collocato la proposta originale di Sturzo, che concepisce il “civile” come l’insieme delle forme sociali primarie e secondarie in reciproca interazione: una realtà plurale (“plurarchica”) irriducibile a qualsiasi entità diversa dalla persona. In questa prospettiva, tanto nell’Economia Sociale di Mercato quanto nella tradizione dell’Economia Civile, Stato e mercato non si contrappongono, ma sono entrambi componenti della società civile, ordinati secondo il principio di sussidiarietà – il prof. Zamagni usa l’espressione “sussidiarietà circolare” – e fondati su ciò che potremmo chiamare “personalismo metodologico”, per cui la persona costituisce il fondamento di ogni forma sociale.

Da questa impostazione derivano tre principi che collegano il pensiero sturziano tanto all’Economia Sociale di Mercato quanto all’Economia Civile: la concezione poliarchica del bene comune, che richiede una costituzione economica orientata alla tutela della concorrenza; il principio di sussidiarietà, secondo cui l’ordine economico emerge dall’azione delle persone e delle istituzioni intermedie, intese come “enti concorrenti” – piuttosto che come cinghia di trasmissione del potere; il rifiuto della discrezionalità politica nell’organizzazione del mercato, in linea con la tradizione ordoliberale. Ne consegue una distinzione tra economia di Stato, economia privata non regolata ed economia di mercato disciplinata da regole di concorrenza, identificata con l’Economia Sociale, ossia Civile, di Mercato.

 

Partecipare alla vita

Concludo ricordando quanto accennato all’inizio. «Perché ogni giorno ci si piega volentieri a tirare la carretta?», si domanda il personaggio Giovanni Sermonti (alias Benedetto Croce) nel romanzo di Gennaro Manna La casa di Napoli. Perché, kierkegaardianamente, continuiamo ad andare avanti anche quando tutti gli indicatori sembrano suggerire il contrario? Perché perseveriamo quando la paura, la viltà o il risentimento ci invitano alla resa? Perché ci rifiutiamo di credere che la storia obbedisca a una necessità inesorabile o a un destino già scritto?

In queste domande si possono incontrare la religione laica della libertà e la fede cristiana, si pensi ad esempio all’impietosa analisi di Benedetto Croce ne L’Anticristo che è in noi e alla lettura che ne ha faffo Augusto Del Noce ne Lepoca della secolarizzazione. Entrambe suggeriscono che andare avanti, nonostante tutto, significhi rispondere alla chiamata di quell’”Amor che move il sole e l’altre stelle”. Significa partecipare alla vita stessa, poiché vivere, in ultima analisi, vuol dire dare la vita, partecipare alla vita, anche alla vita civile, per edificare insieme la Caritapolis possibile.

Flavio Felice, Professore ordinario di Storia delle dottrine politiche, Università del Molise e Presidente del Tocqueville-Acton Centro Studi e Ricerche

 

[Intervento tenuto al Meeting di Rimini, il 23 agosto, in occasione della presentazione del volume promosso dal CNEL e curato da Renato Brunetta: “Corpi intermedi, società civile e mercato sociale”. Tra gli altri relatori: Renato Brunetta, Stefano Zamagni, Leonardo Becchetti, Enrico Giovannini, Giorgio Vittadini]

 

Umanizzare la società: quale modello di sviluppo?

Con questo contributo prende avvio un percorso di riflessione che, come FareRete InnovAzione BeneComune APS, intendiamo proporre attorno a una domanda che consideriamo sempre più urgente: il modello di sviluppo che abbiamo costruito è ancora capace di migliorare realmente la vita delle persone e di accompagnare il futuro del Paese?

Non intendiamo mettere in discussione il valore della crescita, dell’impresa, della tecnologia o dell’innovazione. Al contrario, riteniamo che proprio le grandi trasformazioni che stiamo vivendo richiedano di interrogarsi sulla loro direzione e sugli effetti che producono sulle persone, sulle relazioni e sulle comunità.

Per troppo tempo abbiamo identificato il progresso prevalentemente con ciò che produciamo, consumiamo e misuriamo economicamente. Ma crescita del PIL e benessere delle persone non coincidono necessariamente. Le disuguaglianze, la crisi demografica, la solitudine, la fragilità delle famiglie, la sfiducia nelle istituzioni, l’indebolimento dei corpi intermedi e le nuove vulnerabilità prodotte dalle transizioni tecnologiche ci chiedono di ampliare lo sguardo.

Umanizzare la società, per FareRete InnovAzione BeneComune, significa proprio questo: riportare la persona, nella sua dimensione individuale e relazionale, al centro dei processi economici, sociali, tecnologici e istituzionali.

Non proponiamo una formula già confezionata. Vogliamo contribuire a costruire un percorso informativo, formativo ed educativo al cambiamento, capace di mettere in dialogo esperienze, competenze, ricerca, economia civile, società civile e partecipazione.

Affronteremo quindi alcuni nodi che riteniamo decisivi: la relazione come infrastruttura sociale; la fiducia come capitale invisibile; il ruolo dei corpi intermedi; i limiti del PIL e la necessità di misurare il benessere; l’impatto dell’intelligenza artificiale; la solitudine e le nuove fragilità; la qualità della partecipazione democratica; la sussidiarietà e la capacità delle comunità di generare Bene Comune.

Il filo che unirà questi temi sarà una convinzione: non basta cambiare gli strumenti se non cambiamo anche il paradigma con cui definiamo lo sviluppo.

Occorre tornare a domandarci non soltanto quanto produciamo, ma che cosa generiamo: più fiducia o più diffidenza? Più autonomia o dipendenza? Più partecipazione o solitudine? Più equità o nuove esclusioni? Più comunità o semplice aggregazione di individui?

È un cambiamento culturale prima ancora che economico e politico. E nessuna istituzione può realizzarlo da sola. Richiede cittadini consapevoli, imprese responsabili, corpi intermedi vitali, comunità educanti e istituzioni capaci di ascolto e partecipazione.

Con questo percorso vorremmo offrire il nostro contributo: non indicare dall’alto un modello, ma aprire domande, mettere in relazione esperienze e costruire consapevolezza.

Perché umanizzare la società significa, in definitiva, imparare nuovamente a misurare il progresso a partire dalla vita delle persone.

Ed è da una delle sue infrastrutture più invisibili che vogliamo cominciare: la relazione.

La relazione è uninfrastruttura. Il capitale invisibile che tiene insieme una società

Siamo abituati a pensare alle infrastrutture come a qualcosa di materiale: strade, ferrovie, ospedali, scuole, reti energetiche. Oggi aggiungiamo le infrastrutture digitali, indispensabili per far circolare informazioni e dati. Ma esiste un’altra infrastruttura, meno visibile e forse ancora più decisiva, senza la quale anche le altre rischiano di funzionare male: la relazione.

Una società vive infatti della qualità dei legami che riesce a costruire: fiducia, reciprocità, cooperazione, partecipazione, responsabilità condivisa. Quando questi legami si indeboliscono, le conseguenze non rimangono confinate nella sfera privata. Aumentano la solitudine e la diffidenza, si deteriora il rapporto con le istituzioni, cresce la distanza tra cittadini e politica e diventa più difficile affrontare problemi che nessuno può risolvere da solo.

È significativo che proprio il tema delle relazioni stia tornando nel dibattito economico. Piano B. LItalia che verrà, volume collettivo al quale hanno contribuito, tra gli altri, Leonardo Becchetti, Enrico Giovannini, Mauro Magatti e Giorgio Vittadini, propone di leggere alcune difficoltà del Paese anche come crisi dei legami, restituendo alla relazione il valore di una vera infrastruttura sociale.

Un’indicazione convergente è arrivata dal Meeting di Rimini. Presentando il volume Corpi intermedi, società civile ed economia sociale. Per un governo delle transizioni, il presidente del CNEL Renato Brunetta ha parlato della necessità di una seconda cassetta degli attrezzi” per affrontare le grandi trasformazioni del nostro tempo. Accanto agli strumenti che hanno accompagnato lo sviluppo dell’economia moderna occorre recuperare la tradizione dell’economia civile di Antonio Genovesi: fiducia, reciprocità, felicità pubblica, corpi intermedi.

Non si tratta di contrapporre individuo e comunità, mercato e solidarietà, efficienza e relazioni. Si tratta di comprendere che l’efficienza stessa ha bisogno di fiducia.

Lo vediamo nella sanità: la tecnologia può rendere una prestazione più rapida, ma senza relazione e fiducia non produce necessariamente una cura migliore. Lo vediamo nel lavoro, dove produttività e innovazione hanno bisogno di cooperazione e riconoscimento. Lo vediamo nella scuola, che non trasmette soltanto conoscenze ma costruisce appartenenza e cittadinanza. E lo vediamo nella democrazia: quando scompaiono i luoghi intermedi nei quali le persone imparano a confrontarsi e ad assumersi responsabilità, rimangono individui sempre più soli davanti a istituzioni percepite come lontane.

Qui i corpi intermedi tornano ad avere un ruolo essenziale. Associazioni, Terzo Settore, cooperative, comunità locali, organizzazioni civiche e sociali non sono residui di un mondo passato. Possono diventare laboratori nei quali ricostruire quella capacità di “fare insieme” di cui abbiamo bisogno per governare transizioni tecnologiche, ambientali, demografiche e sociali.

Dovremmo allora iniziare a parlare anche di manutenzione delle relazioni. Investiamo per mantenere ponti, reti e infrastrutture materiali; molto meno per custodire fiducia, partecipazione e coesione sociale. Eppure anche il capitale relazionale si deteriora se viene trascurato.

Forse è questa una delle questioni politiche più importanti dei prossimi anni. Non basta domandarsi quanto un Paese cresce. Dobbiamo chiederci come vive mentre cresce e che cosa tiene insieme le persone che lo abitano.

Perché una società può essere tecnologicamente avanzata e materialmente più ricca, ma diventare contemporaneamente più fragile.

Ricostruire le relazioni non significa guardare nostalgicamente al passato. Significa costruire una delle infrastrutture strategiche del futuro.

Il Bene Comune comincia anche da qui: dalla capacità di trasformare una somma di individui in una comunità capace di fidarsi, partecipare e generare futuro insieme.

Il Centro, il progetto e la leadership

Lo spazio politico del Centro

La lista per un Centro autonomo, riformista, democratico e di governo quasi si impone in vista delle prossime elezioni politiche. E questo per una ragione persin troppo semplice da spiegare per non dire addirittura banale: e cioè, il Centro da altre parti semplicemente non c’è più. Fuorchè qualcuno pensi che, con una fantasia straordinaria ed ammirevole, questo luogo politico è presente nell’attuale coalizione di sinistra e progressista. Dove, tra sigle autoreferenziali o inventate o messe in campo da esponenti del Pd come Bettini e le recenti posizioni del simpatico Renzi che pur di avere un ‘diritto di tribuna’ nella futura “gioiosa macchina guerra” di occhettiana memoria condivide in tutto e per tutto anche il trasformismo populista del capo dei 5 stelle Conte, tutto può decollare da quelle parti tranne che un progetto centrista, o una politica di centro o una prospettiva centrista e schiettamente riformista. Un luogo politico che, senza polemiche e senza dilungarsi in eccessive riflessioni, era e resta un corpo del tutto estraneo, esterno e fuori luogo rispetto alla vera guida politica, culturale e programmatica della coalizione progressista. E, se nel cosiddetto ‘campo largo’ il Centro è solo e soltanto uno specchietto per le allodole, nell’attuale coalizione di governo – anche e soprattutto per la leadership autorevole e carismatica di Giorgia Meloni – la cultura politica di centro e la stessa presenza centrista sono tollerati ma certamente non possono esercitare un ruolo di guida e, men che meno, di condizionamento politico significativo.

 

Unofferta autonoma, riformista e di governo

Ora, e in un contesto che non è destinato a cambiare nell’arco di poco tempo, è del tutto naturale, nonchè fisiologico, che si organizzi un’offerta politica centrista, riformista e di governo autonoma. Un’offerta che dev’essere politicamente credibile e culturalmente plurale ma con un progetto il più possibile semplice e comprensibile. La vera sfida, infatti, è quella di non sacrificare definitivamente ed irreversibilmente sull’altare di un bipolarismo sempre più selvaggio ed estremista la presenza di un progetto politico centrista e riformista.

 

La leadership deve riflettere la pluralità

Sotto questo versante, non è affatto indifferente la leadership politica di questo progetto. Ma l’elemento determinante, al di là della personalizzazione che purtroppo continua a caratterizzare larghi settori della politica italiana, resta quello di ribadire attraverso la leadership del progetto la pluralità culturale che segna questa nuova ed importante offerta politica. Anche su questo versante si tratta di una leadership politica plurale.

 

Questa volta non si può sbagliare

Insomma, mai come questa volta la proposta di un Centro autonomo deve sapere legare in una sintesi feconda ed efficace il progetto politico, culturale e programmatico con una leadership politica altrettanto autorevole e plurale. Perchè, appunto, mai come questa volta la credibilità del progetto viaggia di pari passo con la credibilità e la serietà di chi guida e, soprattutto, di chi rappresenta concretamente questo progetto agli occhi della pubblica opinione. Questa volta non si può sbagliare perchè in gioco ci sono una tradizione politica, una cultura di governo, un progetto riformista e, soprattutto, la qualità della nostra democrazia e la stessa credibilità delle nostre istituzioni democratiche.

Pizzaballa: Cisgiordania terra senza legge, tensione aumenta

Rimini, 26 ago. (askanews) – “La situazione è in continua evoluzione, non positiva. Gaza forse in questo momento è la situazione deteriorata, ma anche più stabile da un certo punto di vista; a livello politico si discute molto, ma nel territorio resta umanamente molto devastate. Mentre invece in Cisgiordania, come tutti abbiamo visto e abbiamo sentito, la tensione è in continuo aumento, soprattutto tra i coloni e la popolazione palestinese, un po ovunque. È diventata una terra di nessuno, o meglio, una terra senza legge, dove tutto quello che accade resta senza nessun argine dal punto di vista della sicurezza e della legalità”. Lo ha detto il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, in una intervista al Meeting di Rimini.

Rispondendo al premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ha annunciato che continuerà con gli insediamenti, Pizzaballa ha risposto: “Non è la prima volta che lo dice”. “Il governo – ha sottolineato – ha detto molto chiaramente che questa è la loro intenzione, anche se ciò mette sempre in maggiore difficoltà una soluzione politica nel futuro prossimo. Mi auguro che questa deriva, questo scontro politico anche nel linguaggio e nelle posizioni, si moderi nel tempo, perché la popolazione palestinese è veramente molto stanca e non riesce più a sopportare tutto questo”.

Nepal, Tajani: due italiani coinvolti, sono in buone condizioni

Rimini, 26 ago. (askanews) – “I due italiani che risultano coinvolti nella frana” tra Nepal e Tibet, “sono in buone condizioni, vengono assistiti dalla nostra diplomazia”. “Non abbiamo notizie di altri italiani coinvolti e sia l’Unità di crisi della Farnesina che l’Ambasciata sono al lavoro e seguono minuto per minuto l’evolversi della situazione”. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in un punto stampa al Meeting di Rimini.

Pizzaballa: Papa verrà in Terra Santa, ma visita va preparata

Rimini, 26 ago. (askanews) – “Prima o poi il Papa verrà in Terra Santa, è questione di tempo. Penso che sia necessario preparare le condizioni per questa visita, perché possa davvero portare frutto. Lavoreremo su questo insieme al Santo Padre, naturalmente”. Lo ha detto il patriarca latino di Gerusalemme, cardinal Pierbattista Pizzaballa, in un’intervista al Meeting di Rimini.

“Credo che non si debba avere fretta e che si debbano evitare anche gesti eclatanti che restano lì – ha aggiunto il card. Pizzaballa – ma deve essere inserita dentro un percorso significativo”.

Carburanti, Tajani: extraprofitto è parolaccia, sa di Unione Sovietica

Rimini, 26 ago. (askanews) – “Sono contrarissimo a qualsiasi ipotesi di extraprofitto, di tasse: quando sento la parola tasse mi viene l’orticaria. Non voglio sentire la parola extraprofitto, che mi sa molto di Unione Sovietica: in diritto l’extraprofitto non esiste. Chi decide? Un burocrate decide dove finisce il profitto e dove comincia l’extraprofitto? Che cos’è l’extraprofitto? E’ una parolaccia”. Lo ha detto il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a margine di un incontro al Meeting di Rimini.

Diverso, per il leader di Forza Italia, il terreno del confronto con le imprese: “Un contributo giusto che sia dato, come abbiamo fatto con le banche e con le assicurazioni, deve essere un confronto concordato. Chiedere un contributo in un momento difficile anche da parte delle aziende del settore mi sembra una cosa giusta. In momenti di difficoltà tutti devono contribuire alla soluzione dei problemi, ma un conto è contribuire con un accordo, un conto è abbattere la mannaia delle tasse. Il nostro mantra è: meno tasse, meno tasse, meno tasse. Le tasse sono come la gramigna, vanno potate”.

“Si proroga la decisione già adottata all’ultimo Consiglio dei ministri, per il tempo necessario a preparare un intervento sostanziale e che possa essere anche strutturale – ha spiegato Tajani entrando nel merito del Consiglio dei ministri dedicato al caro carburanti -. Credo che si possa lavorare anche discutendo e confrontandoci con il mondo industriale, soprattutto nel settore degli idrocarburi”.

Banche, Tajani: la politica stia fuori dal risiko bancario

Rimini, 26 ago. (askanews) – “Io sono per il libero mercato: è il mercato che è sovrano e deve decidere cosa si fa. Non tocca al governo, non tocca alla politica infilarsi nel risiko bancario. La politica deve dare delle regole, vedere che le regole si rispettino e basta”. Lo ha detto il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a margine di un incontro al Meeting di Rimini, a chi gli chiedeva se condivida il no allo “spezzatino” del Monte dei Paschi espresso da Matteo Salvini.

“Non servono le banche dei partiti – ha aggiunto Tajani -. Forse piace alla sinistra avere una banca di partito, a me non interessa avere una banca di Forza Italia. A me interessa che ci sia un sistema bancario efficiente. Sosteniamo le banche di prossimità, che aiutano 4 milioni di piccole e medie imprese e le famiglie ad accedere al credito, così come siamo interessati ad avere grandi banche che servono a sostenere le grandi operazioni internazionali, una finanza che possa aiutare l’internazionalizzazione del nostro sistema imprenditoriale. Ma non tocca alla politica decidere chi deve fare e che cosa deve fare”.

Il leader azzurro ha poi ribadito la contrarietà a una tassa sugli extraprofitti, “che non esistono né in diritto, né in economia, né in politica: i grandi esperti di economia legata all’energia hanno sostenuto e sostengono ancora che le tasse sui cosiddetti extraprofitti hanno prodotto solo effetti negativi e non positivi, perché hanno fermato la crescita”.

San Marino, Beccari: la firma dell’accordo Ue entro ottobre

Rimini, 26 ago. (askanews) – “Dopo due anni di attesa è finalmente arrivato l’ok dall’ultimo organismo europeo, il Consiglio dell’Unione europea. Siamo adesso lanciati verso la firma, che verosimilmente potrebbe essere fra la fine di settembre e la prima metà di ottobre”. Lo ha detto Luca Beccari, segretario di Stato per gli Affari esteri della Repubblica di San Marino, parlando ad askanews dell’accordo di associazione con l’Unione europea a margine del Meeting di Rimini.

Con l’entrata in vigore, ha spiegato, “San Marino sarà integrato nel mercato unico al pari degli altri Stati membri: avremo una sorta di equivalenza che ci permetterà di giocarcela un po’ alla pari e di lavorare insieme”. Non si tratta solo di un’intesa commerciale, ha sottolineato, “ma di una partnership fra San Marino, Andorra e l’Europa su tanti temi, perché si tratta anche di condividere le stesse sfide ambientali, di tutela lavorativa e di tutela della persona”. Il risultato, ha aggiunto, sarà un mercato unico allargato: “Oggi parliamo di un’Europa a 27 che probabilmente tra qualche anno sarà a 30-31 Paesi, più due Paesi associati come San Marino e Andorra, più i Paesi dello Spazio economico europeo: quasi 40 Stati che parlano la stessa lingua economica”.

Sul contributo che il Titano potrà dare, Beccari ha precisato: “Non saremo un Paese membro, quindi non avremo la capacità di incidere direttamente e non faremo parte del decision making europeo, ma San Marino è un Paese che ha elasticità, snellezza e la capacità di pensare processi facili per situazioni complesse: questo può essere il nostro asset”. Tra i punti di forza, “la nostra capacità di sviluppare una piccola e media impresa competitiva a livello internazionale”: “San Marino crea valore non solo per i sammarinesi, ma per una comunità più ampia, come i lavoratori frontalieri e gli imprenditori esteri che lavorano da noi”.

Università, Lonfernini: con Bernini roadmap Italia-San Marino

Rimini, 26 ago. (askanews) – “I rapporti sono ottimi e tra l’altro negli incontri anche recenti con il ministro Bernini abbiamo costruito un piano di lavoro, un modello di collaborazione tra i nostri due sistemi nazionali dal punto di vista dell’alta formazione universitaria”. Lo ha detto Teodoro Lonfernini, Segretario di Stato per l’Istruzione, la Cultura, l’Università e la Ricerca scientifica della Repubblica di San Marino, a margine del Meeting di Rimini, interpellato sui rapporti con l’Italia sul capitolo università e sulle direttive europee.

“Certo ci sono aspetti che ci contraddistinguono, sia per la parte italiana che per quella sammarinese – spiega – ma questo non significa che non vogliamo lavorare entrambi sulla qualità, perché quando si parla di formazione e di competenze dei nostri giovani non ci sono differenze territoriali”.

Sul tema del disagio giovanile e dell’urgenza formativa, il Segretario sottolinea “un’integrazione piena tra la Repubblica e l’Italia, testimoniata anche proprio in queste sedi dal ministro Bernini. Non solo lavoriamo assieme su aspetti di carattere educativo, ma anche su quello che può derivare da un punto di vista sociale”.

“L’educazione e la formazione dei nostri ragazzi sono centrali – aggiunge – Gli aspetti formativi universitari possono fare la loro parte, non intendendo l’università solo come un luogo in cui si prendono saperi e competenze, ma un luogo in cui si forma davvero la capacità sociale dei nostri ragazzi di stare al mondo”.

Sui dossier dei prossimi mesi, Lonfernini conferma: “Abbiamo una roadmap sulla quale stiamo lavorando in stretto contatto con il ministero e con il ministro Bernini. Aspetti che porteranno, ne sono certo, ad una evoluzione e innovazione dei nostri sistemi, in particolar modo quello di San Marino che sarà sempre più integrato, come già oggi lo è da un punto di vista geografico”.

San Marino, Beccari: la visita del Papa è stata una carezza

Rimini, 26 ago. (askanews) – “Siamo ancora euforici per la visita del Santo Padre a San Marino di pochi giorni fa. Il Papa ha portato un messaggio di grande valorizzazione della storia di San Marino e delle sue caratteristiche attuali: è stato un grande tributo che ha voluto renderci e lo abbiamo accolto con il calore di una comunità che ha una forte matrice cattolica. E’ stato veramente come una carezza”. Lo ha detto Luca Beccari, segretario di Stato per gli Affari esteri della Repubblica di San Marino, durante un’intervista ad askanews a margine del Meeting di Rimini.

Sul rapporto con la manifestazione riminese, il segretario di Stato ha sottolineato: “La collaborazione con il Meeting è molto forte e dura da quasi 30 anni. Credo che ogni anno riusciamo a modularla e a costruirla in base ai tempi che cambiano, affrontando le varie tappe della storia degli ultimi trent’anni insieme al Meeting. E continueremo a farlo”.

Energia, Bernardi (Illumia): il meteo è una nuova asset class

Rimini, 26 ago. (askanews) – “La meteorologia oggi ha un impatto sul prezzo dell’energia che definirei definitivo, è diventata a tutti gli effetti una sorta di asset class”. Lo ha detto Marco Bernardi, presidente di Illumia, al Meeting di Rimini. “In un mondo energetico la cui volatilità sta diventando più importante di quella del Nasdaq ed è legata più ai tweet che arrivano dall’America o dalla Russia, focalizzarci su una dimensione come la meteorologia, che dà impatti reali e chiari sul prezzo, è fondamentale”, ha aggiunto, annunciando che l’azienda sta studiando “qualche nuova esperienza imprenditoriale che possa fornire al mercato risposte in termini di analisi meteorologiche e predittive, attività che sviluppiamo internamente ormai da anni”.

Sui conti, Bernardi ha parlato di un bilancio positivo: “In un 2025 abbastanza complesso in termini di impatto della geopolitica sul prezzo dell’energia abbiamo chiuso l’anno molto bene: il fatturato è in aumento e i volumi di energia aumentano addirittura del 30%. Siamo contenti, anche se dobbiamo mantenere grande attenzione, perché la competizione aumenta e il mercato all’ingrosso ha le sue difficoltà”.

La spinta arriva dai nuovi prodotti: “Non vendiamo più solo commodity, cioè energia elettrica e gas, ma proponiamo l’indipendenza energetica attraverso il pannello fotovoltaico, che interpretiamo come un nuovo elettrodomestico, condizionatori, pompe di calore e tutto ciò che riduce la bolletta dal punto di vista del consumo. Questo ci ha dato un bello sprint, perché le marginalità sono buone”.

Fioroni: “Un libro per risvegliare la politica, non per fondare un partito personale”

Una riflessione, non una candidatura

«Ovunque è il centro» (Rubbettino Editore), dai primi di settembre in libreria, non è il manifesto di un nuovo soggetto politico, né la piattaforma per sostenere una candidatura. L’ex ministro non nutre ambizioni di ritorno sulla scena. Da ieri, non appena la notizia è apparsa su “Il Domani d’Italia”, risponde a tutti con chiarezza:  “È un libro per risvegliare la politica, non per fondare un partito personale”.

Ciò che muove queste pagine è dunque la volontà di interrogarsi su ciò che, anzitutto nel mondo cattolico, continua a muoversi “al centro”. Questo significa pertanto evocare una cultura, una tradizione, una responsabilità civile che non può essere lasciata evaporare nella frammentazione dei listini o nella logica di corrente in questa o quella formazione politica esistente.

 

Il coraggio di esserci, l’umiltà di farsi da parte

Alla base del ragionamento c’è una parola chiave, ripetuta come criterio direttivo per “vivere” correttamente la politica: non servirsene, e cioè non servirsi di essa per allungare la propria ombra e non servirsi delle parole alte per nobilitare convenienze. È da qui che nasce, nel libro, l’invito più controcorrente: quello a unire il coraggio di esserci all’umiltà di saper fare un passo di lato — o persino indietro — per lasciare spazio ai giovani. Perché il centro, se vuole avere un futuro, non può essere presidiato da chi cerca una rendita simbolica, ma abitato da chi accetta di trasmettere un compito.

Risvegliare il centro

L’obiettivo, dunque, è risvegliare. Fare in modo che l’impegno dei cattolici e la presenza politica dei moderati non scompaiano dallo scenario italiano, riducendosi a comparsa o a riserva tattica.

Il libro raccoglie questa sfida attorno a un’idea semplice e esigente: il centro non è una posizione geometrica, ma un punto interiore della democrazia, dove tornano a contare la mediazione, il limite, la persona, il legame. È da lì che può ripartire una politica degna.

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Per portare il libro nei territori

«Il Domani d’Italia» è a disposizione di associazioni, circoli, comitati, amministrazioni e realtà territoriali che vogliano organizzare presentazioni del volume in tutta Italia.

Il libro è pensato per viaggiare: perché il centro, come ricorda il titolo, è “ovunque” – purché ci sia qualcuno disposto a custodirlo.

Per informazioni, proposte e prenotazioni è possibile scrivere all’indirizzo email del giornale:

 info@ildomaniditalia.eu

Immigrazione, l’autogol dell’Italia

Una partita persa con un autogol

In periodo di ripresa del campionato di calcio abbiamo tutti ben presente come le partite si possano perdere a causa di gol subiti, ma anche – ancora più amaramente – a causa di autogol. Ed è esattamente quanto sta accadendo per la vicenda immigrazione nei rapporti tra l’Italia e il resto dell’Unione Europea.

Già in una precedente nota (Ceuta, un’occasione persa e tanti sciacalli – 4 agosto 2026) ho avuto modo di proporre una riflessione sull’opportunità persa dall’Italia in occasione della vicenda di Ceuta. Quanto sta accadendo in questo mese di agosto conferma che la scelta di sospendere gli effetti dell’accordo di Schengen ha prodotto un risultato dannoso e di isolamento per il nostro paese.

 

Schengen e il rischio dellisolamento italiano

Se infatti si afferma che i migranti approdati sulle coste spagnole sono un problema che riguarda esclusivamente la Spagna, si legittimano ed incoraggiano anche altri paesi a adottare le medesime considerazioni. Ora, aldilà della politica e della relativa dialettica tra maggioranza ed opposizione, chi può ragionevolmente pensare che una tesi di questo tipo possa risultare conveniente proprio per un paese che geograficamente è una lingua di terra nel mare protesa verso il continente africano?

La domanda può trovare una risposta solo se si abbandona il campo del “ragionevole”. La scelta del governo italiano di sospendere gli accordi di Schengen affonda infatti le radici nella nuova competizione che si è aperta sul fronte destro dello schieramento politico, ovvero sulla necessità di evitare il logoramento prodotto dal nuovo populismo di stampo vannacciano.

 

La rincorsa a destra e il primato della persona

Una nuova cultura woke – ma questa volta di destra – sta infatti nascendo oltre il perimetro dell’attuale coalizione di governo; si tratta di una cultura basata sullo sdoganamento di idee che sono apertamente e dichiaratamente razziste, omofobe e sessiste, che parlano di “patriarcato mediterraneo” e di remigrazione (in italiano è il sinonimo di deportazione).

Sono idee che risultano eccessive anche per la parte più centrale e (ancora) raziocinante della coalizione di governo e per chi ha un riferimento nella cultura moderata e genericamente definibile come “centrista”. Come a maggior ragione dovrebbero risultare eccessive per chiunque si riconosca in una matrice culturale cristiana, in termini sostanziali e non solo formali o rituali.

Al Meeting di Rimini Papa Leone non ha utilizzato giri di parole per ribadire il primato assoluto della persona umana, ma è andato dritto al punto: “le persone vengono prima dei confini”; intelligenti pauca. Sempre che “intelligenti” si scorgano all’orizzonte!

 

Per un’impresa che si prenda cura della persona

Agosto e il paradosso del riposo

In Italia agosto è, per consuetudine, il mese delle vacanze, del riposo, del recupero delle energie e, come si usa dire con espressione ormai diffusa, del ritrovato benessere olistico, quell’equilibrio, cioè, che si vorrebbe raggiungere considerando insieme corpo, mente e spirito, oltre la sola assenza di malattia.

Ma è davvero così? Quanti sono i lavoratori – specialmente quelli stagionali o impiegati in comparti come il turismo, la ristorazione, l’agricoltura, la sanità privata, la logistica e i trasporti – che proprio in questo tempo sperimentano un più intenso grado di stress, una più acuta stanchezza, un malessere psicologico che le successive ferie autunnali non bastano poi a colmare? E quanti sono, al contrario, quelli che, pur riuscendo a concedersi qualche giorno di vacanza, nonostante l’inflazione e il caro vita, non si sentono veramente riposati? Quanti sono, alla fine, i lavoratori riposati e che riescono a prendersi del tempo per sé?

Queste domande, affiorate in un momento di riflessione di una giornata d’agosto, toccano nel profondo la vita delle imprese, che non possono più ignorarle, imponendo di riaprire il dibattito sul coinvolgimento dei lavoratori, sulla felicità, sul tempo libero, sul diritto alla disconnessione e, più in generale, sul senso stesso del benessere aziendale.

Affrontare in poche righe temi di tale portata, con l’intento di offrire una lettura al tempo stesso riflessiva e accessibile, è cosa assai difficile: perciò mi limiterò a considerare alcuni aspetti che ritengo tra i più urgenti.

 

Quando il lavoro perde senso

Merita attenzione, in primo luogo, il State of the Global Workplace di Gallup, secondo cui il 40% dei lavoratori intervistati su scala globale ha sperimentato un forte livello di stress nella giornata precedente, quota che cresce di ulteriori cinque punti tra i giovani, le donne e i dirigenti d’azienda. Il IX Rapporto Censis-Eudaimon rileva che il 44,7% dei lavoratori italiani interpellati considera il lavoro un obbligo, piuttosto che una vocazione che, come avrebbe detto Giorgio La Pira, eleva e perfeziona la persona umana chiamata a partecipare all’opera creatrice attraverso la propria attività. Quasi il 65% ha smarrito il senso del proprio lavoro, il 68,3% avverte una stanchezza che è insieme psichica, fisica ed emotiva, e il 21,7% teme la propria attività, dubitando persino delle proprie competenze.

Cosa incide, in realtà, sulla vita delle persone? Come Centro Studi e Ricerche di una confederazione sindacale datoriale, la CONAPI Nazionale, ce lo siamo domandati, e per questo abbiamo predisposto un questionario rivolto alle micro e piccole imprese, nell’auspicio di raccogliere la voce di almeno una parte del sistema produttivo nazionale, per progettare sistemi di benessere più avanzati e capaci, soprattutto, di ridurre le statistiche appena richiamate.

Sempre secondo il Censis, il 51,1% degli occupati preferisce un’azienda i cui valori condivide, piuttosto che una retribuzione più alta o una prospettiva di carriera.

 

Più tempo per una vita pienamente umana

Cosa chiedono i lavoratori di oggi? Indubbiamente un benessere integrale: quella capacità di realizzarsi attraverso il lavoro, di stare bene psicologicamente, di avere un salario dignitoso e proporzionato, di esprimersi liberamente, di partecipare alle decisioni aziendali e, per quanto arduo e complicato da descrivere in poche battute, di avvicinarsi al concetto di felicità. Ma per ottenerlo chiedono, prima di tutto, più tempo: per sé, per i propri interessi, per la famiglia, per gli amici, e anche per la vita spirituale, oggi troppo spesso trascurata.

Questo intervallo agostano, che nella tradizione italiana – più o meno condivisibile – coincide con il periodo delle ferie estive, induce a riflettere sulla concezione stessa del tempo. Non mancano i riferimenti, anche biblici, all’importanza del riposo, alla volontà di bilanciare vita professionale e vita personale, alla necessità antropologica di fermarsi a pensare.

Significativo, in questo senso, il dato Censis-Eudaimon secondo cui il 23,7% degli intervistati dichiara di avere poco tempo per sé a causa del lavoro, mentre la disponibilità di tempo è considerata una questione di principio dall’88,2% degli stessi, soprattutto tra i giovani. Sentiamo troppo spesso, anche tra gli imprenditori, espressioni come «non ho tempo», «non riesco a prendermi cura della mia vita e della mia famiglia» o «non posso ritagliarmi ulteriori spazi in agenda», quando in realtà il tempo è il primo elemento – gratuito – di benessere.

 

Limpresa che si prende cura della persona

Forse, complice anche una digitalizzazione che talvolta, come denuncia Papa Leone XIV nella Magnifica Humanitas, rischia di aggredire il tempo personale, vale la pena ripensare alla settimana corta, alla riduzione dell’orario quotidiano, all’autonomia organizzativa del lavoro, nella consapevolezza – come rilevato di recente da una ricerca condotta dall’Università di Oxford – che i lavoratori soggettivamente più felici sono anche i più produttivi, i più creativi, i più coinvolti, contribuendo, sia pure indirettamente, al progresso, anche economico, dell’impresa.

Questo intervento sul Domani d’Italia, un quotidiano così importante nel pensiero socio-politico italiano, vuole essere un invito a riscoprire la centralità della persona, insieme all’importanza del tempo del riposo e al conseguimento di un benessere integrale, vale a dire mentale, fisico, economico, sociale. In questa prospettiva, l’impresa, ritrovando la propria dimensione sociale, è tenuta a prendersi cura di chi lavora: solo così potrà raggiungere una produzione di beni e servizi non soltanto maggiore, ma anche migliore.

Antonio Zizza
Direttore Scientifico Centro Studi e Ricerche CONAPI Nazionale

Il tempo abita dentro di noi

“Nell’anno ci sono solo due giorni nei quali non si può fare niente. Uno si chiama ieri, l’altro si chiama domani. È oggi il giorno per credere, amare, fare e, soprattutto, vivere”.
(Dalai Lama)

 

Il tempo è nostro

Che cosa è il tempo? E’ una domanda che ci poniamo spesso nell’incessante turbinio della vita, altre volte la eludiamo in un’epoca in cui si vive più di ricordi che di speranze e lo stesso presente sembra incerto e fonte più di ansie che di certezze e di approdi rassicuranti. Scriveva Seneca nelle Lettere a Lucilio: “Dunque, caro Lucilio, fa’ ciò che mi scrivi; fa’ tesoro di tutto il tempo che hai. Sarai meno schiavo del domani, se ti sarai reso padrone dell’oggi. Mentre rinviamo i nostri impegni, la vita passa. Tutto, o Lucilio, dipende dagli altri; solo il tempo è nostro’. (“Dum differtur, vita transcurrit”).

Una densa visione antropologica dell’esistenza ed anche una sollecitazione alla consapevolezza di abitare il presente che Seneca richiama nel De brevitate vitae: “Non è vero che abbiamo poco tempo, è che ne perdiamo molto”. Sul concetto di tempo Sant’Agostino esprime una considerazione decisiva che diventa un riferimento fatto proprio dalla scienza: il tempo non è qualcosa di esterno, ma abita dentro l’anima, in interiore homine. Come peraltro possiamo leggere nella sua celebre frase «Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas» (Non uscire fuori, rientra in te stesso, la verità abita nell’interiorità dell’uomo). Il concetto di tempo non si può descrivere come realtà tangibile e materica, non è qualcosa che si possa astrattamente fissare, non è una sequenza oggettiva di eventi ma piuttosto una modalità del vivere, una tensione interiore, una percezione.

 

La distensio animi” di SantAgostino

Il tempo – per l’uomo – è quindi avvertito e vissuto prima che misurato. Lo spiega assai bene il filosofo di Ippona usando un’espressione che rende l’idea del suo convincimento: ‘distensio animi’ (Confessioni XI, 26.33). L’anima, dice Agostino, è “distesa” tra memoria e immaginazione, tra i ricordi e l’attesa, in una continua tensione tra passato e futuro, raccolta nella riflessione sul presente.

Diceva dunque Sant’Agostino “E’ nella mia mente allora che misuro il tempo”, intuendo che è solo nella mente umana che esiste una ricostruzione del passato, letta al presente che può diventare anticipazione del futuro. Considerata oggi alla luce delle spiegazioni delle neuroscienze questa intuizione viene confermata: è nell’essenza dell’uomo, quindi che il tempo esiste, dentro i miliardi di connessioni delle sue reti neurali, dentro la nostalgia dei suoi ricordi, senza i quali nessun tempo potrebbe esistere. Le neuroscienze affermano che la percezione del tempo è un evento creato da meccanismi del cervello in cui un ruolo è svolto dall’ippocampo, crocevia della memoria, coadiuvato dall’amigdala, dai lobi parietali, l’area supplementare motoria, i gangli della base, il cervelletto…tante aree che ci portano in contatto con il mondo esterno…. Una considerazione già ascoltata e condivisa dal Prof. Arnaldo Benini nelle interviste realizzate con lui, che il Prof. Giulio Maira cita nel suo recente saggio “Dove danzano i pensieri” e che rafforza il concetto del tempo come di un costrutto della mente.

 

Schiavi del tempo o padroni delloggi?

Come ci ricorda una celebre battuta de ‘Il riformatore del mondo’ di Thomas Bernhard “Oggi siamo spesso più impegnati a preparare che a fare”. Densità e accumulo di impegni, scadenze, obblighi generati da una vita sociale sempre più intensa, figlia della globalizzazione ed espressione di una gestione eterodiretta del nostro tempo saturano la nostra vita e ci rendono schiavi di un doverismo rendicontativo: la categoria del tempo come distensio animi bisticcia con la burocrazia invasiva, con la comunicazione attraverso i media e i social, deve fare i conti con il prevalere delle tecnologie e il pensiero computazionale. Di converso c’è anche chi sostiene che per svincolarci da queste categorie esteriori e riappropriarci delle nostre nicchie di intima libertà la stessa I.A. se correttamente gestita, potrebbe aiutarci a misurare correttamente il nostro tempo.

Padre Mariano Cordovani, il tomismo e la democrazia cristiana: da Camaldoli al 1948

Un domenicano nel cuore della Chiesa

Il 5 aprile dell’Anno Santo 1950 tornava alla Casa del Padre Mariano Cordovani O.P., Maestro del Sacro Palazzo Apostolico e primo Teologo della Segreteria di Stato. Nato il 25 febbraio 1883 a Serravalle Casentino, entrò giovanissimo nell’Ordine Domenicano e fu ordinato sacerdote nel 1906.

Docente all’Angelicum e all’Università Cattolica del Sacro Cuore, autore della trilogia “Il Salvatore”, “Il Santificatore”, “Il Rivelatore”, fu chiamato da Pio XI alla prestigiosa carica di Maestro del Sacro Palazzo. Pio XII, riconoscendone la straordinaria preparazione, lo nominò poi “motu proprio” Teologo della Segreteria di Stato.

Cordovani fu però molto più di un teologo di Curia. Dialogò con personalità della cultura laica come Bruno Nardi e Giorgio Del Vecchio e affrontò i problemi del suo tempo misurandosi con filosofia, diritto, politica e letteratura. Il riferimento costante restò S. Tommaso e quel “Contemplata Aliis Tradere” che esprime la vocazione domenicana a trasmettere agli altri ciò che si è contemplato.

Da Camaldoli alla democrazia della persona

La modernità di Cordovani emerge soprattutto nella riflessione sui rapporti tra Stato, società e persona. La definizione tomista “Ad populum pertinet electio principum” acquista nelle sue pagine un significato nuovo proprio mentre il fascismo si avvia alla dissoluzione.

Nella primavera del 1943, con l’articolo “Il cittadino e la società” sull’“Osservatore Romano”, richiama i cattolici ai loro doveri pubblici. Non a caso fu tra gli ispiratori, insieme a mons. Montini, del convegno di Camaldoli del luglio 1943, dal quale nacque il Codice destinato a influenzare una parte significativa della futura classe dirigente democratica.

Al centro vi è il “Progetto Uomo”: la persona possiede una dignità che precede lo Stato. L’autorità non è semplicemente un presupposto, ma si radica nella concreta condivisione e diventa condizione della democrazia. Libertà, autorità e bene comune possono così ricomporsi in una concezione cristiana della società.

È su questo terreno che il tomismo di Cordovani incontra il personalismo comunitario di Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier. La persona non è un individuo isolato: è creatura libera, responsabile, inserita in una comunità e chiamata alla relazione con gli altri.

Cristo, la libertà e il bene comune

La riflessione sociale di Cordovani nasce dalla sua fede. Il volto di Cristo è quello del Getsemani, della Croce, degli ultimi e dei sofferenti. Da qui l’attenzione alla carità come responsabilità concreta e non come semplice disposizione sentimentale.

Negli anni della guerra Cordovani suggerì a Luigi Gedda di intitolare “Tabor” la rivista della Società Operaia per l’Evangelizzazione dei Laici e lo esortò a strutturare il sodalizio secondo il modello del Terz’Ordine Domenicano. Nel 1943 fu inoltre tra i consiglieri ascoltati da Pio XII nella preparazione della “Mystici Corporis”.

Fermissimo nella condanna del comunismo, alla cui critica aveva contribuito collaborando alla “Divini Redemptoris” di Pio XI, Cordovani difese con altrettanta determinazione una democrazia fondata sulla persona. La dottrina del bene comune diventa così la sintesi politica della sua lezione: la convivenza pacifica e ordinata viene prima dell’affermazione egoistica degli interessi particolari.

Il 1948 e la profezia del diritto naturale

Nel 1948, anno del suo ultimo libro, “Spunti di sociologia”, Cordovani avanzò due proposte di sorprendente attualità. Chiese anzitutto una sistemazione razionale e filosofica del Diritto Naturale, mentre maturava quella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che sarebbe stata approvata nello stesso anno. Indicò poi la necessità di un organismo internazionale capace di far rispettare quei principi: “il governo della ragione domanda ancora di essere organizzato”. In un mondo che aveva appena conosciuto la catastrofe della guerra, egli intuiva che pace, giustizia e libertà avrebbero avuto bisogno non soltanto di proclamazioni, ma di istituzioni.

Montini, futuro Paolo VI e suo fraterno amico, ricordò che l’insegnamento di Cordovani terminava sempre con “un’apertura di finestre verso l’infinito”. Teologo, educatore e maestro, seppe soprattutto ascoltare. In un secolo dominato dalle ideologie, indicò nella persona, nella ragione illuminata dalla fede e nel bene comune la strada della libertà.

Nel suo testamento spirituale scrisse: “mi sento domenicano nell’anima” e dichiarò che, potendo, si sarebbe fatto domenicano di nuovo. È forse questa la sintesi più limpida della sua vita: S. Tommaso come maestro, Cristo come centro e la persona umana come responsabilità affidata alla politica e alla storia.

 

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Figc, Abodi: il sistema si riformi, serve un cambio di passo

Rimini, 25 ago. (askanews) – “Mi aspetto un cambio di passo. Mi aspetto che, dopo le decisioni inevitabili prese fino ad ora dal presidente federale, il sistema si riformi, soprattutto tenendo conto degli aspetti che riguardano i settori giovanili e la competitività della Serie A, che è un fattore molto importante per tutti”. Lo ha detto il ministro per lo Sport e i giovani, Andrea Abodi, in un punto stampa al Meeting di Rimini, parlando del nuovo corso della Figc.

Il rilancio, ha premesso il ministro, “dipende soprattutto dalla capacità e dalla volontà della federazione, perché credo che l’autonomia sia un valore molto importante, affidato alla capacità di un sistema di autogenerarsi e di migliorarsi. Di sicuro abbiamo alle spalle esperienze che hanno portato a delusioni e amarezze: adesso mi auguro che tutto quello che succederà possa determinare un cambiamento nella competitività della nazionale e del nostro campionato”.

Dalla qualità del campionato, ha osservato Abodi, “dipende anche la selezionabilità degli italiani, che iniziano a giocare in numero molto rilevante anche in campionati stranieri”: l’auspicio è che quell’esperienza all’estero “possa dare nuove opportunità alla maglia azzurra” e riportare “la passione per l’azzurro, che forse si è un po’ affievolita senza una ragione precisa, perché non si rimane appassionati e innamorati del calcio e della maglia azzurra solo quando si vince, ma tanto più nei momenti di difficoltà come questi”.

Mps, Giani: lo Stato non venderà il suo 4,8%

Firenze, 25 ago. (askanews) – “Lo Stato non venderà la sua quota del 4,8% in Mps”. Lo afferma il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani dopo l’incontro al Mef con le istituzioni locali: Regione Toscana, Provincia e Comune di Siena. Secondo Giani, si è trattato di “un’interlocuzione diretta che ci ha consentito di valutare fino in fondo e con condivisione il fatto che l’integrità del Monte dei Paschi che è l’obiettivo fondamentale, non è un’esigenza locale ma un interesse nazionale”. Un’interlocuzione, continua il presidente Giani, “che noi faremo con i nostri parlamentari a livello toscano, con una convocazione, perché anche il parlamento possa prendere fino in fondo coscienza e dare questo indirizzo di interesse generale al mantenimento dell’integrità del Monte dei Paschi”.

L. elettorale, Zangrillo: su preferenze sono agnostico ma voterò sì

Rimini, 25 ago. (askanews) – “Dobbiamo preoccuparci di mettere a disposizione del Parlamento persone che hanno le caratteristiche per potersi occupare del futuro del paese. Per questo la mia posizione sulle preferenze è una posizione abbastanza agnostica”. Lo ha detto il ministro per la pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, intervenendo a margine dei lavori del Meeting di Rimini.

“Di questo ho parlato con il mio partito – ha spiegato – sono una persona assolutamente rispettosa della decisione della maggioranza, si sta portando avanti una discussione; mi dispiace che l’opposizione si sia tirata indietro da questa discussione e si sia messa sull’Aventino. Accetterò quella che sarà la soluzione finale però io continuo a rimanere della mia posizione”. Al Senato, ha confermato Zangrillo, “voterò sì”.

Noi Moderati, Lupi: i moderati sono fondamentali nel centrodestra

Rimini, 25 ago. (askanews) – “Quello che sta accadendo” nel panorama politico italiano “dimostra che il centro e i moderati all’interno del centrodestra sono fondamentali”. Lo ha detto Maurizio Lupi, presidente di Noi Moderati, in un punto stampa al Meeting di Rimini, a chi gli chiedeva se il partito sia pronto ad accogliere nuovi esponenti in un momento di fibrillazioni dentro maggioranza e opposizione.

“E’ la ragione per cui da due anni e mezzo Noi Moderati porta avanti la sua proposta politica, riscuotendo adesioni importanti come quelle di Mariastella Gelmini, Mara Carfagna, Giusy Versace e degli altri amici che hanno lasciato Azione per venire con noi – ha aggiunto Lupi -: continuiamo a sostenere che non bisogna rincorrere nessuno, la forza del centrodestra è l’azione di governo. Lasciamo agli altri fare le gare di pentathlon o triathlon, giocare a chi mostra se è ingrassato di 30 grammi, o con le pistole ad acqua, o avanzare proposte che servono solo a catturare l’attenzione mediatica su se stessi”.

“Noi ragioniamo con forza per portare a termine l’azione riformatrice del Paese, a settembre faremo quattro anni di azione di governo, e poi ci faremo giudicare dagli italiani”, ha proseguito il leader di Noi Moderati: “Serve sempre più responsabilità, concretezza, serietà, capacità di dire dei no e di spiegare le scelte difficili agli italiani, anziché rincorrere unicamente la pancia degli elettori. Il compito della politica, come quello del medico, è trovare la medicina per guarire il malato, non limitarsi a dirgli che ha mal di pancia”. La coalizione, ha concluso, “è da sempre unita e continua a esserlo, come dimostrato anche nel vertice di oggi”.

Cirielli: formiamo i giovani africani, non regaliamo soldi

Rimini, 25 ago. (askanews) – “È uno degli elementi strutturali del Piano Mattei voluto da Giorgia Meloni, quello della formazione. I giovani dell’Africa sono in assoluto il futuro per quel continente”. Parla così il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, intervistato al Meeting di Rimini a margine del panel ‘Chicchi di caffè in Africa. Giovani e formazione per filiere sostenibili’, per spiegare il senso della cooperazione italiana sulla filiera del caffè.

Secondo Cirielli si tratta di un modello che tiene insieme interesse nazionale e sviluppo del continente, perché se da un lato rappresenta “un investimento importante per le nostre industrie che vivono anche della lavorazione del caffè” e per la resilienza delle filiere, dall’altro, consente di dare “stabilità e forza reale alle economie africane”, in un settore che per ricchezza e potenzialità è uno dei futuri dell’umanità.

Nel merito del progetto, il viceministro entra nel dettaglio del meccanismo scelto per aumentare la catena del valore direttamente sul territorio: “Noi finanziamo UNIDO che realizza i centri insieme ai privati, perché partecipa anche il settore privato italiano senza avere nessun guadagno. Lavazza, Caffè Borbone e tanti altri danno contributi perché hanno interesse a formare i giovani. Giovani formati e ben pagati non abbandonano la produzione del caffè e non creano un ulteriore disastro climatico con l’abbandono delle colture”.

Un investimento che per il governo non ha solo una valenza economica, ma punta a rafforzare l’intero tessuto rurale: “Diamo forza e stabilità al mondo rurale, ma puntiamo anche a creare una classe media e quindi a rafforzare la stabilità e la forza economica dell’Africa, che è un partner fondamentale non solo diplomatico ma anche economico dell’Italia”. È su questo punto che Cirielli rivendica la differenza di approccio rispetto al passato, perché se esiste uno scopo umanitario, precisa, “deve essere concreto, non solo assistenza. Non regaliamo soldi, costruiamo. La realizzazione dei centri di formazione è fondamentale per il tessuto sociale ed economico dell’Africa”.

A rendere l’idea della portata dell’intervento, il viceministro cita il caso del Kenya, dove “solo lì più del 10% dell’occupazione vive grazie alla filiera del caffè”, un esempio che rende chiaro “che futuro e che stabilità può dare il nostro intervento”, un ragionamento che vale allo stesso modo per la Tanzania, per l’Uganda e per l’Etiopia. Per questo, conclude Cirielli, “è un’opportunità non solo diplomatica ed economica per l’Italia, ma soprattutto una grande opportunità per l’Africa. Un’opera di bene concreto, non campata in aria, ma fatta di sviluppi reali di persone vere che hanno un beneficio da questa iniziativa”.

Ex Ilva, Urso: piano per Taranto, a settembre tavolo a Chigi

Rimini, 25 ago. (askanews) – Dopo il decreto della Corte d’Appello di Milano che impone la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva entro fine ottobre, il Governo adeguerà le procedure della gara internazionale in corso e lavorerà “da subito, come indicato dal presidente del Consiglio, a un piano straordinario per Taranto”. Lo ha detto il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, durante un punto stampa al Meeting di Rimini, confermando che “a settembre si riunirà il Tavolo di Palazzo Chigi, coordinato dal sottosegretario Mantovano”.

“I commissari hanno doverosamente fatto tutti gli atti necessari per salvaguardare il patrimonio aziendale, compreso il ricorso in Cassazione, ma nel contempo devono adempiere al decreto della Corte d’Appello”, ha spiegato il ministro, con “un impatto immediato sull’azienda e sull’indotto. Per questo, in molti l’hanno definita una bomba sociale e produttiva”.

Il paradosso, ha sottolineato Urso, è che nel resto d’Europa gli impianti riaprono: “Dal primo luglio sono scattate le misure di salvaguardia sull’acciaio che avevamo chiesto alla Commissione, con conseguenze positive per chi produce in Europa. Il decreto della Corte d’Appello riguarda ovviamente solo lo stabilimento di Taranto: nel resto d’Europa gli altiforni riprendono a produrre a pieno ritmo, anche se hanno condizioni sanitarie e ambientali meno avanzate e sicure”.

Energia, de Pascale: sconti sono doping, soldi a speculatori

Rimini, 25 ago. (askanews) – “Se continuiamo a usare le risorse come doping”, concedendo per esempio “un mese in più di sconto, due mesi in più di sconto”, e “non aggrediamo il problema alla radice riducendo strutturalmente il costo dell’energia, alla fine una parte di quei soldi va agli speculatori. Perché se abbasso il prezzo artificialmente mettendoci soldi pubblici, per chi vende è la cosa migliore del mondo: vende a un prezzo più basso di prima e non ha neanche la contrazione dei consumi”. E’ la denuncia del presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, in un punto stampa al Meeting di Rimini.

Salvini: proroga sconto accise diesel fino a settembre

Rimini, 25 ago. (askanews) – “Faremo domani un Consiglio dei Ministri. Intanto prorogheremo lo sconto sul diesel”, “per “alcuni giorni, fino a settembre”. E “poi stiamo ragionando più a lungo termine, occorrono dei soldi. Ovviamente i soldi vanno chiesti laddove ci sono, non alle piccole imprese, ma ai grandi”. Così il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, a margine dei lavori del Meeting di Rimini.

“Servono non alcuni milioni, alcuni miliardi e quindi un contributo, questo è il mio punto di vista, delle banche e degli energetici ci dovrà essere, però non basta.

In attesa che queste maledette guerre finiscano – ha ribadito Salvini – per me uno scostamento di bilancio, che significa usare i soldi degli italiani per aiutare gli italiani, è un’ipotesi da prendere in considerazione”.

Fontana: Ops Mps su Bpm? Al mercato le sue scelte, al governo le sue

Rimini, 25 ago. (askanews) – “Lasciamo al governo le scelte che spettano al governo e lasciamo al mercato le scelte che spettano al mercato. Noi siamo osservatori sempre rispettosi e difensori della nostra regione, degli interessi della nostra regione”. Lo ha detto il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, a margine del Meeting di Rimini, a chi gli chiedeva un giudizio sull’offerta di Mps su Banco Bpm e sui timori per le ricadute dell’operazione sull’ex Popolare di Milano.

Alla domanda su fino a che punto la Regione intenda difendere quegli interessi, Fontana ha risposto: “Finché la legge ce lo consente”.

Al Meeting Corto Maltese viaggia sulle autostrade d’Italia

Rimini, 25 ago. (askanews) – Gli Alisei portano i velieri ai Caraibi con un’andatura costante, senza fatica. Il traforo del Monte Bianco fa lo stesso mestiere: ti porta dall’altra parte. Chi parte, in fondo, cerca sempre la stessa cosa. Al Meeting di Rimini, Autostrade per l’Italia la chiama “Linee in movimento”. Arrigo Giana, amministratore delegato Autostrade per l’Italia.

“Innanzitutto perché è un omaggio a Hugo Pratt che nasceva 100 anni fa qui a Rimini, e quindi questa ci sembrava la sede migliore per poter rendergli omaggio – spiega l’amministratore delegato Autostrade per l’Italia, Arrigo Giana -. E poi perché il suo personaggio simbolo, cioè Corto Maltese, è un simbolo di libertà, di movimento, di viaggio, che è un po’ quello che vuole rappresentare la rete autostradale per l’Italia”.

Cento anni di rete raccontati da un disegnatore e da un fotografo. Hugo Pratt, nato qui a Rimini, diceva: un giorno riuscirò a fare tutto con una sola linea. Iwan Baan quelle linee le ha trovate nel cemento: viadotti che sembrano navi, svincoli che entrano dentro il mare. Silvia Marocchi, curatrice della mostra.

“Sono 10 racconti, 10 storie, 10 attraversamenti dell’Italia attraverso le autostrade di Autostrade per l’Italia, dove i personaggi dei racconti immaginari incrociano le storie di Corto Maltese e di Hugo Pratt – spiega la curatrice della mostra Silvia Marocchi -. Corto Maltese è il principale rappresentante del fumetto italiano dell’essenza stessa di libertà”.

Dieci storie, dieci attraversamenti. E sotto, sempre lo stesso nastro d’asfalto, che tiene insieme dialetti, mestieri e abitudini diverse e li fa diventare un Paese solo. Non è soltanto geografia.

“La rete autostradale – continua Giana – è il vero tessuto nervoso del nostro Paese. Lo è stato in passato, è stato il veicolo di sviluppo industriale. Tutti i principali insediamenti industriali italiani sono stati costituiti in prossimità di uscite autostradali. Oggi la maggior parte del Pil si genera intorno alla rete autostradale. Questa è la vera essenza della rete autostradale e questa è la nostra missione: cioè renderla sempre più sicura ed efficiente e svilupparla là dove è necessario incrementarne la capacità”.

Venezuela, Dell’Utri: 16 milioni per l’emergenza terremoto

Rimini, 25 ago. (askanews) – “Abbiamo messo immediatamente in campo 16 milioni di euro per iniziative di cooperazione destinate alla gestione dell’emergenza e della fase post-terremoto in Venezuela, avvalendoci della rete delle organizzazioni internazionali e delle organizzazioni della società civile italiana presenti nel Paese”. Lo ha detto ad askanews Massimo Dell’Utri, sottosegretario agli Affari esteri e alla Cooperazione internazionale, a margine dell’incontro ‘Haiti. La forza di rialzarsi’ al Meeting di Rimini.

Nei giorni immediatamente successivi al sisma, ha ricordato il sottosegretario, la cooperazione italiana ha organizzato “diversi voli con approvvigionamenti di materiale di prima emergenza”, mentre l’Unità di crisi della Farnesina ha coordinato il rintraccio dei connazionali e l’intervento delle squadre di ricerca e soccorso, con vigili del fuoco e Croce Rossa italiana. Un ringraziamento è andato alla collettività italiana in Venezuela, “che ha saputo attivarsi e dare il proprio contributo in una situazione di emergenza, confermando quanto siano preziose le nostre comunità nel mondo”.

“Attenzione speciale” è dedicata ad Haiti, “un Paese che sta vivendo una crisi umanitaria molto grave”: la cooperazione italiana è impegnata “anche attraverso un importante sostegno alla Fao, per contribuire a garantire la sicurezza alimentare della popolazione”. Dell’Utri ha sottolineato il lavoro del vicedirettore generale della Fao Maurizio Martina sulle “esigenze di sviluppo agroindustriale dell’intera regione caraibica” e il ruolo delle organizzazioni italiane della società civile.

Sul piano della sicurezza, l’Italia “ha confermato e rinnovato il proprio sostegno al finanziamento della Gang Suppression Force delle Nazioni Unite, che può svolgere un ruolo fondamentale nel processo di stabilizzazione del Paese, soprattutto in vista delle elezioni”. “L’idea di fondo è molto semplice: emergenza, sicurezza e sviluppo devono procedere insieme”, ha concluso.

Natalità, De Palo: anche l’opposizione sia matura, tema di tutti

Rimini, 25 ago. (askanews) – “L’idea è quella di fare un’alleanza di tutte le forze positive che vogliono dare la loro energia e le loro idee: il mondo delle banche, delle imprese, dell’associazionismo, il mondo accademico, dello spettacolo e dello sport, per fare una riflessione ampia e trovare delle soluzioni, perché ne va del futuro dei nostri figli”. Lo ha detto Gigi De Palo, presidente della Fondazione per la natalità, al Meeting di Rimini, spiegando l’obiettivo di “mettere insieme tutto il Paese” sul tema delle nascite.

Un’alleanza che deve valere anche in politica: “Le politiche nazionali non dipendono solo dal governo. Serve che anche l’opposizione sia talmente matura da dire che su questo tema dobbiamo lavorare tutti insieme, perché oggi c’è qualcuno al governo e domani ci sarà qualcun altro, ma il problema rimane. Il nostro lavoro è proprio quello di provare a creare questa alleanza”. Ai prossimi Stati generali della natalità, ha annunciato, “l’idea è fare un panel con tutti i leader dei partiti politici per chiedere quali possano essere le soluzioni”.

La posta in gioco, ha avvertito De Palo, “tocca la struttura dell’intero sistema Paese: se non riparte il numero delle nascite o se non si trovano soluzioni, crolleranno il sistema pensionistico, il sistema sanitario, il welfare e addirittura il prodotto interno lordo”. Colpisce, ha aggiunto, “che in Italia si parli per tutto agosto di gossip, mentre bisognerebbe mettersi attorno a un tavolo”: tra i nodi da affrontare, anche “il tema dell’immigrazione in maniera non ideologica e matura, mettendo insieme la sicurezza e le soluzioni di integrazione che sono necessarie”.

Hormuz, Dell’Utri: mobilitata subito la diplomazia economica

Rimini, 25 ago. (askanews) – “La Farnesina ha avuto fin da subito un’attenzione molto forte, consapevole delle possibili ricadute che la situazione nello Stretto di Hormuz può avere sui flussi commerciali e, di conseguenza, sull’economia italiana”. Lo ha detto ad askanews Massimo Dell’Utri, sottosegretario agli Affari esteri e alla Cooperazione internazionale, a margine dell’incontro ‘Haiti. La forza di rialzarsi’ al Meeting di Rimini.

Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha spiegato il sottosegretario, “ha immediatamente mobilitato la diplomazia economica e ha sensibilizzato la Cabina di regia sul tema dei flussi commerciali nello Stretto, proprio nell’ottica di monitorare la situazione e contenere il più possibile le ricadute negative sui nostri consumatori”. Un lavoro che riguarda anche le imprese, “perché la continuità dei flussi commerciali e delle catene di approvvigionamento è un elemento essenziale per la nostra economia”.

“In una fase così delicata è fondamentale seguire costantemente l’evoluzione della situazione e lavorare sul piano internazionale per limitare le conseguenze sulla nostra economia e sui cittadini”, ha concluso Dell’Utri: l’obiettivo è “fare in modo che l’Italia sia pronta a intervenire, con tutti gli strumenti della diplomazia economica, per tutelare gli interessi delle nostre imprese e soprattutto evitare che le tensioni internazionali finiscano per scaricarsi sui consumatori”.

Adolescenti, Pellai: l’Ia può diventare trappola di conforto

Rimini, 25 ago. (askanews) – “L’intelligenza artificiale ti dà le migliori risposte che tu vuoi sentirti dire: usa la logica dell’algoritmo non per tenerti nel territorio che ti fa crescere ed evolvere, ma per cullarti e confortarti in un territorio di autoconforto e autoprotezione. Questa è davvero una trappola, perché la crescita non ha bisogno di protezione e conforto: ha bisogno di perturbazione e di sfide”. Lo ha detto Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, al Meeting di Rimini, dove ha partecipato all’incontro ‘Compagni di viaggio nell’età della tempesta’.

Le ricerche, ha spiegato, dicono che gli adolescenti usano l’Ia “come strumento di sostituzione di molti dei compiti che prima venivano svolti nella vita reale”: uno studio del Journal of Adolescence condotto su migliaia di ragazzi mostra che la interrogano “sulle sfide e i quesiti della loro vita reale, sulla qualità delle loro relazioni, su come gestire il conflitto con gli amici. E’ come se l’intelligenza artificiale avesse dentro le risposte che ti risolvono i problemi della vita: un approccio molto pericoloso”.

Per Pellai la questione riguarda l’intero percorso di crescita: “La grande sfida del terzo millennio è che chi cresce ha cambiato completamente le palestre in cui si allena alla vita. La vita reale è stata sostituita dalla vita virtuale e gli adulti della comunità educante sono stati sostituiti dagli adulti della comunità virtuale, spesso influencer pagati da grandi brand che, quando vedono l’età evolutiva, non vedono un’età da allenare alla vita ma un’età da allenare al consumo”.

Il tempo dei 10-16 anni, ha aggiunto, è “un vero tempo di allenamento alla vita”: “Più che essere attenti alle tempeste, forse la cosa che serve è essere attenti alla qualità degli allenamenti e degli allenatori con cui i nostri figli e studenti vengono in contatto”. Da qui la proposta di un ripensamento, sul modello della Svezia, che “dopo aver investito tantissimo sulla digitalizzazione della crescita, negli ultimi due anni ha fatto una totale inversione di rotta, cercando di riportare la crescita il più possibile nel mondo reale”.

«Ovunque è il centro»: in arrivo il nuovo libro di Giuseppe Fioroni

Non è una semplice autobiografia, né la cronaca di stagioni politiche ormai alle spalle. Ovunque è il centro. Delle cose, della vita, della politica (Rubbettino Editore, in libreria da settembre) è il nuovo libro di Giuseppe Fioroni, frutto di un intenso e articolato dialogo con il sociologo Angelo Palmieri.

Attraverso le domande di Palmieri, l’ex ministro e storico esponente del cattolicesimo democratico si interroga su cosa resti della politica quando la si spoglia dal narcisismo, dalla propaganda e dalla tentazione proprietaria del potere. Il titolo stesso ribalta la visione tradizionale: il centro non è una collocazione tattica, una posizione geometrica o una rendita da difendere. È, piuttosto, il luogo in cui la dignità umana esige di non essere trattata come scarto. Ovunque ci sia una persona da ascoltare o una comunità da custodire, lì si sposta il vero centro della politica.

Il volume attraversa le radici profonde della formazione dell’autore – dallo scoutismo alla Dottrina Sociale della Chiesa – e si confronta con i grandi maestri della Repubblica (da Sturzo a De Gasperi, da Aldo Moro a Maritain), per poi misurarsi con le sfide più urgenti del presente. Senza scadere nella retorica, il libro affronta la frattura tra istituzioni e cittadini, il logoramento del noi”, la necessità di ricostituire un campo degasperiano e, soprattutto, il rapporto con i giovani: generazioni che non chiedono di essere blandite, ma di non essere lasciate in panchina, esigendo una politica autentica, credibile e abitabile.

Un messaggio chiaro e controcorrente chiude il cerchio del libro: la politica deve tornare a essere una forma esigente di servizio. Un invito, rivolto soprattutto alle nuove generazioni e a chi ha a cuore il bene comune, a non servirsene, ma a mettersi a disposizione per ricostruire il legame democratico e custodire la casa comune.

2027, anno molto difficile per la UE

La seconda presidenza Von der Leyen della Commissione UE è nata debole, senza respiro strategico e stravolgendo nei fatti molti degli impegni che aveva assunto nel quinquennio precedente, a cominciare dalla transizione energetica e dall’approccio “green” al grande tema del cambiamento climatico.

Eccessivo desiderio di protagonismo e di potere della Presidente ed eccessivo tatticismo delle forze politiche (europee a Strasburgo ma rigorosamente nazionali nei singoli paesi dell’Unione, ove peraltro esse devono prendere i voti) hanno condotto a un risultato che si è compreso fin da subito non avrebbe potuto raggiungere alcun traguardo significativo.

Ed infatti – se si eccettua il sostegno all’Ucraina, garantito finanziariamente e politicamente anche dopo il ritorno alla Casa Bianca di un antipatizzante dell’Unione e della stessa nazione aggredita dai russi come Donald Trump – il percorso della Commissione in questi quasi due anni è stato incerto, debole, incline al compromesso ribassista, insomma tutt’altro che entusiasmante e motivante un’Europa “sempre più coesa”.

 

Lavanzata del fronte neo-conservatore

A questa timidezza o meglio dire a questa regressione si è associato un rinnovato impulso collettivo neo-conservatore nell’intero continente che ha portato al governo o in testa ai sondaggi formazioni politiche dichiaratamente nazionaliste quando non addirittura decisamente anti-europeiste. E gli esiti positivi di alcune elezioni (in Polonia prima, in Ungheria poi) non hanno mutato il clima generale ma semplicemente ne hanno attenuato la misura, la temperatura se vogliamo dire così.

Il tema che dopo la crisi di un decennio fa era rimasto sottotraccia, ma tutt’altro che scomparso, ovvero le migrazioni, è ora prepotentemente riemerso con la vicenda di Ceuta attivando così le frange più estreme della Destra xenofoba presenti in ogni paese e spingendo per reazione difensiva le forze conservatrici moderate raccolte nel PPE (ma anche alcuni partiti socialisti) a irrigidire le proprie posizioni in argomento al fine di contrastare la concorrenza della Destra più estrema. Tutto ciò anche con il sostegno attivo degli USA trumpiani, esplicitamente favorevoli all’avvento al potere di quest’ultima nelle diverse capitali degli stati europei.

Si può proprio affermare che i tempi del merkelliano “ce la faremo” siano finiti.

 

Il rischio della «marea nera»

La situazione potrebbe sensibilmente peggiorare il prossimo anno. E non è facile comprendere quanta consapevolezza vi sia di questo rischio presso le forze politiche progressiste e pure presso le componenti moderate dei partiti democratico cristiani / popolari nonché presso le terze forze centriste presenti a macchia di leopardo nello scenario parlamentare continentale.

Se la consapevolezza fosse piena e acquisita molte fumisterie parolaie, molti individualismi inconcepibili in tempi tanto gravi, molti distinguo politici buoni per altre stagioni ma non per questa non sarebbero neppure stati immaginati. In favore di una sana concentrazione degli sforzi per sconfiggere la possibile marea nera che oggi i sondaggi lasciano intravedere. Una marea, è bene qui dirlo in chiaro, che travolgerebbe le stesse istituzioni comunitarie, mirando a svuotarle dall’interno. Di fatto, il piano auspicato da Trump, Vance, Musk e compagnia.

 

Il 2027, anno elettorale decisivo

Il prossimo anno, infatti, andranno al voto Italia, Francia, Spagna, Polonia: i paesi principali per dimensioni, popolazione, economia. E inoltre si terranno elezioni in Estonia, Grecia, Finlandia. Al momento, e con un trend costante da moti mesi in qua, la Destra radicale è favorita a Parigi, stra-favorita a Madrid (ove il Partito Popolare, di suo già più conservatore di molti fra i suoi omologhi europei rischia di dover allearsi con gli estremisti reazionari di Vox), sostanzialmente favorita a Roma (se l’opposizione, di sinistra e di centro, proseguirà con il passo attuale). Come se tutto ciò non bastasse, il prossimo mese vi saranno elezioni nei Lander orientali tedeschi ove è favorita la compagine di estrema destra Alternative fur Deutschland.

Non occorre essere politologi per comprendere che se i sondaggi dovessero confermarsi in voti reali un risultato tanto clamoroso segnerebbe l’avvio di una regressione europeista devastante cui darebbe il colpo finale un’eventuale successiva vittoria di AfD in Germania nel 2029.

Un incubo che dovrebbe indurre sinistre e centristi di vario conio a ragionare e riflettere onde adottare un piano d’azione teso a sventare la minaccia.

Non è molto, certo; ma – nella situazione data – è tutto.

Il personalismo oltre la cultura woke: diritti e comunità non si dividono

Al Centro-Sinistra italiano (purtroppo ormai inteso come Campo Largo: della serie: “dalla Politica alla geometria”) mancava solo la polemica sulla cultura Woke.

In questa polemica di origine “esogena” e di respiro tattico, non si scorge un punto fondamentale, a mio parere: una idea” di società.

A quelli che oggi discutono di cultura Woke e del suo superamento suggerisco di rileggere Emanuel Mounier.

Contrapporre i diritti personali a quelli sociali e viceversa è la negazione della Politica.

Essa ha un senso solamente se coniuga queste due polarità, non in chiave strumentale, ma come sforzo di costruzione di condivise condizioni di dignità umana.

Il personalismo comunitario rimane il pensiero più convincente a questo fine.

Perché parte da una idea di persona e non di individuo”. E da una idea di comunità” che non è semplicemente l’insieme di singole individualità e delle loro pretese, ma l’armonica convivenza tra persone e corpi sociali, che assieme costruiscono una società libera, solidale e aperta. Che assume su di sé il dovere di educarsi con responsabilità alle diversità.

Marattin e i Popolari: il Centro non è la succursale delll’ultraliberismo

Il Centro necessario contro gli opposti populismi

Una premessa è d’obbligo. Un’offerta politica e programmatica di Centro è, oggi, necessaria ed indispensabile. E questo non solo perchè gli “opposti estremismi” – o gli “opposti populismi”, per dirla con un linguaggio più contemporaneo – che si confrontano oggi hanno una scarsa dimestichezza con la cultura di governo e si caratterizzano sul terreno di una progressiva ed inarrestabile radicalizzazione del conflitto politico. La ragione vera, però, è ancora più profonda. E cioè, una democrazia non regge a lungo quando il principio, fisiologico e del tutto naturale, della democrazia dell’alternanza viene continuamente messo in discussione perchè il confronto, e lo scontro, sono sostituti dalla tentazione di distruggere il nemico prima attraverso la delegittimazione morale e poi con l’annientamento politico. Che è quello, tra l’altro, che capita quotidianamente nel rapporto tra la destra e, soprattutto, l’attuale sinistra.

 

Il pluralismo non significa liberismo

Ora, però, siamo del tutto consapevoli che il Centro nel nostro paese può e deve svolgere ancora un ruolo politico essenziale e decisivo se è culturalmente plurale al suo interno. E questo perchè il Centro è figlio e prodotto di varie culture politiche: dal pensiero cattolico popolare e sociale al filone liberal-democratico, da quello laico repubblicano a quello socialista, radicale ed ambientalista. Ma la sua pluralità culturale non può sconfinare in una sorta di progetto liberista ante litteram. Detta con parole ancora più semplici, se il Centro non può e non deve essere confuso con una sinistra estremista, populista e massimalista, al contempo non può scivolare lungo i rivoli di una destra non liberale ma chiaramente liberista e neoconservatrice. Sotto questo versante, le posizioni che vengono assunte, ad esempio, da Luigi Marattin, possono essere tranquillamente equiparate a ricette di una destra tecnocratica e liberista. Posizioni che ricordano, se pensiamo all’esperienza della prima repubblica, a quelle dell’Arel guidato da Beniamino Andreatta e in cui riconosceva la destra liberista e tecnocratica dell’epoca: da Umberto Agnelli a Roberto Mazzotta per ricordarne solo alcuni protagonisti. Ma, per tornare all’oggi, un Centro democratico e riformista non può essere confuso o, peggio ancora, equiparato ad una destra liberista e tecnocratica.

 

I Popolari non siano ospiti del Centro liberista

Richiamo questo aspetto, peraltro essenziale e decisivo per la buona riuscita del progetto centrista, perchè la componente cattolico popolare, cattolico sociale e cattolico democratica è sostanzialmente alternativa a tutto ciò che è riconducibile ad una destra tecnocratica e liberista. Sotto questo versante, chi guida oggi questo progetto politico di Centro e, di conseguenza, la futura lista di Centro alle prossime elezioni politiche, avrà anche il compito di far sì che sul versante economico e sociale non prevalgano posizioni neo conservatrici. Del resto, per declinare una autentica, nonchè credibile e pragmatica, ricetta riformista, democratica e di governo, è semplicemente indispensabile essere coerenti anche e sopratutto sul versante economico e sociale. E la galassia culturale riconducibile al cattolicesimo popolare e sociale può e deve dare un contributo di qualità all’intero progetto, peraltro decisivo ed essenziale, solo se non deve convivere con posizioni che oggettivamente confliggono con la storia, il pensiero e la tradizione di questa cultura politica che resta tutt’oggi di una straordinaria attualità e modernità.

Lilio appartiene a Cirò? È così, sostiene Francesco Vizza.

Dove nacque Luigi Lilio, l’uomo al quale dobbiamo il calendario che dal 1582 scandisce il tempo di gran parte dell’umanità? La domanda potrebbe sembrare marginale rispetto alla portata della sua invenzione. Eppure intorno alle origini del medico, astronomo e matematico del Cinquecento si è sviluppata nei secoli una curiosa controversia storiografica.

Romano, veronese, ferrarese, ravennate, umbro: a Lilio sono state attribuite patrie diverse. Il problema nasce anche dalla mancanza di un atto di nascita. Ma l’assenza del documento anagrafico non autorizza a considerare equivalenti tutte le ipotesi. In storia contano la qualità delle fonti, la loro prossimità agli avvenimenti e la possibilità di verificarne l’attendibilità.

È precisamente su questo terreno che interviene Francesco Vizza, ricercatore emerito del CNR, già direttore dell’ICCOM-CNR, membro della Deputazione di Storia Patria per la Calabria e presidente dei Musei Civici di Cirò. Il suo studio, che proponiamo integralmente in allegato, ricostruisce una trama documentaria difficilmente equivocabile.

Il primo testimone è Cristoforo Clavio, protagonista scientifico della commissione pontificia che esaminò la riforma: nel 1603 definisce Lilio Hypsicroneus, cioè di Cirò, riconoscendogli contemporaneamente la paternità del nuovo ciclo calendariale. Ma Vizza mette in fila molte altre testimonianze: la Commissione pontificia del 1580, i documenti di Gregorio XIII, Arturo Lattanzio, Flaminio Parisio, Girolamo Marafioti, Giovanni Pietro Maffei, Bernardino Baldo, Bartolomeo Chioccarello. Fonti diverse che conducono allo stesso punto: Lilio era calabrese e apparteneva a Cirò, allora compresa nella diocesi di Umbriatico.

Ed è interessante osservare come siano nate le versioni alternative. Una traduzione sbagliata trasformò Umbriaticensis in un improbabile riferimento all’Umbria; nel 1651 Giovanni Battista Riccioli definì invece Lilio Veronensis, senza produrre prove. L’errore, ripetuto, acquistò nel tempo l’apparenza di una tradizione.

La ricerca di Vizza mostra così qualcosa che supera la disputa campanilistica. La storia non si decide contando quante volte un’affermazione è stata ripetuta, ma tornando alle fonti. E quelle più antiche e autorevoli, sostiene Vizza, parlano con notevole concordanza: lideatore del calendario gregoriano era Luigi Lilio, calabrese di Cirò.

Per leggere il testo integrale di Francesco Vizza clicca qui

Asili nido, l’azione del Comune di Nocera Superiore

In una comunità che cresce, si rinnova e che vuole garantire pari opportunità a ogni bambino, gli asili nido rappresentano uno dei servizi strategici e più preziosi.

Non sono semplici strutture educative, sono presìdi sociali, luoghi di cura, di sviluppo ed inclusione. Sono il primo spazio in cui un bambino incontra il mondo, per questo rappresentano un segnale di sostegno concreto che un’amministrazione comunale può offrire alle famiglie. Come Assessora alle Politiche Sociali, insieme al Sindaco D’Acunzi, ho avuto l’onore, e la responsabilità, di guidare un percorso che ha portato alla realizzazione di nuovi posti di asili nido comunali, ampliando la capacità di accoglienza e rispondendo a un bisogno reale del territorio.

Nocera Superiore nel 2024 aveva 30 posti disponibili di asili nido, una copertura molto bassa rispetto al fabbisogno locale e ai parametri Nazionali, che abbiamo portato a 110 unità, e che consegneremo entro la fine di quest’anno alla comunità. È un risultato che non nasce per caso: è frutto di programmazione, di ascolto e visione ed è tutt’ora in crescita.

In Italia (dati ISTAT – anno educativo 2023/2024), la copertura media è di 31,6 posti ogni 100 bambini tra 0 e 2 anni. Teniamo conto che, prendendo a riferimento i LEP Nazionali, la copertura dovrebbe essere di 33 posti ogni 100 bambini entro il 2027 e 45 su 100 entro il 2030.

Inoltre, a ben vedere, i posti medi in asilo sono legati molto al luogo di nascita:
Centro Italia 40.4 posti su 100, Nord-est 39.1, Nord-ovest 36.6, Sud 19.0, Isole 19.5.

Attenzione, l’ampliamento dei posti negli asili nido comunali non è solo un dato amministrativo, ma un atto politico, un segnale chiaro di attenzione verso i bambini e verso le famiglie nonché, in un Comune del Sud, di riduzione del divario territoriale presente nel Paese. Abbiamo lavorato per garantire strutture moderne, servizi qualificati, personale adeguato e un’organizzazione capace di rispondere alle esigenze reali della cittadinanza, delle famiglie in particolare, sostenendole nel loro ruolo di cura e nella loro capacità di gestione di vita quotidiana.

Sono fiera di aver contribuito, insieme al Sindaco, a dare vita a questo progetto, perché ogni posto in più significa un bambino che può crescere meglio, una famiglia che può vivere con più serenità, una comunità che diventa più forte.

Credo profondamente che un’amministrazione debba misurare la propria qualità dalla capacità di prendersi cura dei più piccoli.

Gli asili nido non sono un costo, sono un investimento sociale e culturale. Sono la base su cui si costruisce una città più giusta, più moderna, più attenta alle persone. Quando un Comune apre un nuovo nido o amplia i posti disponibili, non sta solo inaugurando una struttura, sta scegliendo di credere nel futuro.

Raffaella Ferrentino

Assessore all’Istruzione e all’inclusione sociale del Comune di Nocera Superiore

Giochi del Mediterraneo, GVM in prima linea per la salute

Taranto, 24 ago. (askanews) – Novanta tra medici e infermieri, sei ambulanze e un dispositivo sanitario organizzato per fornire assistenza ad atleti, staff, volontari e pubblico. È quello messo in campo da GVM Care & Research, Official Healthcare Partner dei Giochi del Mediterraneo Taranto 2026. In occasione della cerimonia inaugurale allo stadio Erasmo Iacovone, il personale sanitario ha operato in coordinamento con il Sistema Sanitario Nazionale e con il 118 di Taranto. Ma il presidio accompagnerà gli atleti per tutta la durata dei Giochi.

Le parole di Giuseppe Speziale, Vicepresidente GVM Care & Research: “GVM Care and Research è partner ufficiale dei giochi del Mediterraneo Taranto 2026 e partecipare a questo evento per servire circa 4.000 atleti provenienti da 26 paesi del mondo è per noi motivo di grande orgoglio, perché avremo la possibilità di mettere a disposizione per questo evento la nostra esperienza e le nostre competenze. Sport e salute spesso sono legati: sarà dunque un’occasione straordinaria per parlare anche di prevenzione, di sicurezza e di cultura della salute.”

Al centro dell’organizzazione c’è il Villaggio Mediterraneo, allestito nella base navale della Marina Militare nell’area di Chiapparo, dove sono ospitati gli atleti a bordo delle navi Aroya e Romantika. Proprio sulla Aroya, GVM Care & Research gestisce un vero e proprio Medical Center, con ambulatori specialistici, una Shock Room, un’équipe composta da anestesisti-rianimatori e personale infermieristico specializzato. Il tutto si completa con il supporto di D’Amore Hospital di Taranto.

L’intervista a Enrico Bellini, Direttore Operativo D’Amore Hospital di Taranto: “Abbiamo fatto l’ultima riunione di coordinamento, precedentemente ci sono stati tanti incontri di formazione con tutti i nostri medici, i nostri infermieri ma anche i soccorritori. Inoltre, ci sono state delle riunioni con autorità locali come 118, ASL, Polizia e il medical service del comitato. È stata sia un’esperienza di formazione che un momento di unione. Abbiamo decisamente aumentato la nostra conoscenza e consapevolezza in questo campo.”

Il commento di Pasquale De Soccio, Direttore Sanitario D’Amore Hospital di Taranto: “Abbiamo allestito, più che un poliambulatorio, un vero e proprio ospedale che consentirà di assistere dal punto di vista polispecialistico gli atleti nelle loro delegazioni, ma in giornata anche tutti gli spettatori che prenderanno parte alla cerimonia d’apertura.”

Un’organizzazione complessa, studiata per fornire assistenza tempestiva ai circa quattromila atleti provenienti da 26 Paesi del Mediterraneo e a tutte le persone coinvolte nella manifestazione, resa possibile dalla competenza e professionalità di GVM Care & Research.

Patti digitali, Garassini: genitori insieme per dare regole

Rimini, 24 ago. (askanews) – “La proposta dei patti digitali parte dal basso e chiede ai genitori e agli adulti in generale di essere coinvolti in questa sfida dell’educazione digitale, mettendo delle regole e mettendosi insieme per rispettarle”. Lo ha detto Stefania Garassini, docente all’Università Cattolica e membro del cda della Fondazione Patti Digitali, in un’intervista ad askanews al Meeting di Rimini.

La prima regola, ha spiegato Garassini, è “aspettare i 13 anni per consegnare uno smartphone, ma non è l’unica: si tratta poi di riempire quel tempo di altre cose, di alternative, di formazione”. I gruppi attivi in Italia “sono più di 260 e coinvolgono oltre 26mila genitori, e ognuno di questi gruppi genera idee e proposte concrete che possono aiutarci a vivere meglio l’uso del digitale, in famiglia ma anche come società”.

Un’iniziativa che nasce mentre si attende una regolamentazione sul limite d’età, “che potremmo prendere un po’ più sul serio e avere come legge”. “C’è un disagio degli adolescenti verso l’uso dei social ed è giusto raccoglierlo”, ha aggiunto la professoressa: “Non per dire che i social non vanno usati mai, ma per dire che dobbiamo riprenderci la libertà di non usarli. Un po’ quello che ci chiede il Papa quando dice che educare all’uso dell’intelligenza artificiale significa anche sapere quando non usarla”.

Nucleare, Pinna: la paura è irrazionale, eredità di Chernobyl

Rimini, 24 ago. (askanews) – “Il punto principale è l’incidente di Chernobyl, di cui ricorrono i 40 anni proprio quest’anno: fu uno psicodramma collettivo. Venne pubblicato che le verdure a foglia larga e il latte erano stati contaminati dalla nube, quindi i supermercati, i mercati, i luoghi più familiari a tutte le persone divennero pericolosissimi, e questo ha lasciato una traccia nell’immaginario collettivo”. Lo ha detto ad askanews il divulgatore scientifico Lorenzo Pinna, già autore di Superquark, a margine della presentazione al Meeting di Rimini del suo libro in uscita ‘Cento anni in compagnia dell’atomo. Una breve storia del nucleare’ (Edizioni Ets), nell’ambito dell’incontro ‘Quanto è sicuro il nucleare?’, in collaborazione con Enea.

Quella paura, ha spiegato Pinna, “è largamente irrazionale, innanzitutto perché i reattori tipo Chernobyl non li avevamo in Occidente. Nei 40 anni da Chernobyl a oggi, nei reattori occidentali, francesi, americani, tedeschi, spagnoli, non è successo nessun incidente. Ci sono 430 reattori in funzione da almeno 40 anni e non è successo niente”. Quanto a Fukushima, ha ricordato “un terremoto di nono grado che ha spostato l’asse terrestre di 17 centimetri, con uno tsunami di 14 metri che ha ucciso 20mila persone sulla costa”.

“Statisticamente il nucleare è sicuro come le rinnovabili: sono più pericolosi il petrolio, il gas, il carbone”, ha aggiunto il giornalista. Poiché in futuro “l’elettricità ci servirà sempre di più, e anche la produzione di idrogeno”, secondo il divulgatore “conviene immaginare un futuro energetico dove c’è un mix: rinnovabili, anche maggioritarie, e nucleare, e altre fonti come le onde marine, la geotermia e molte altre”.

Pichetto: “Entro metà settembre richiesta governo su flessibilità”

Rimini, 24 ago. (askanews) – “Vi dico metà settembre, la stiamo mettendo a punto. Entro metà settembre avremo le idee più chiare” poi “per la lettera si vedrà”. Così il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin rispondendo nel corso di un punto stampa al Meeting di Rimini a chi gli chiede i tempi per la proposta formale di utilizzo della flessibilità Ue sull’energia.

Ci sarà “certamente” un “passaggio preliminare in Consiglio dei ministri” anche se non è previsto dalla procedura europea in cui “io, Giorgetti e la presidente del Consiglio informeremo il governo”. “Stiamo vedendo gli investimenti uno per uno poi valuteremo”.

Pichetto: su accise valuteremo nelle prossime ore, non c’è Cdm convocato

Rimini, 24 ago. (askanews) – “In questo momento, non c’è” da parte della premier “la convocazione del Consiglio dei ministri” ma “stiamo valutando la questione, in contatto non solo con il ministro dell’Economia, ma più uffici stanno valutando la questione, perché il tema è di estrema delicatezza. Lo vedremo nei prossimi giorni, così come vediamo di ora in ora se si apre o meno lo Stretto di Hormuz”: così il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, a margine del Meeting di Rimini, parlando della questione delle accise sui carburanti.

In merito a quanto sarebbero le risorse disponibili ad oggi, Pichetto Fratin risponde: “È una domanda da rivolgere al ministro dell’Economia – sottolinea -. Da parte mia, potrei esprimere delle opinioni personali, non sarebbe corretto prima di aver concertato con gli altri membri del governo. Il tema esiste, ma valuteremo cosa fare nelle prossime ore”.

Cisgiordania, padre Ielpo: Taybeh? Soluzioni diverse da chiusura

Rimini, 24 ago. (askanews) – “Auspichiamo che si trovino soluzioni diverse e concrete perché ci sia rispetto dei diritti fondamentali”. Così padre Francesco Ielpo, custode di Terra Santa, rispondendo a una domanda sulla situazione dell’unico villaggio cristiano in Cisgiordania, Taybeh.

“Credo che la risposta sia abbastanza scontata – dice in un punto stampa al Meeting di Rimini – non credo che (la chiusura del villaggio, ndr) sia l’unica via. Ogni giorno ci troviamo di fronte a nuove sfide e anche a nuove sofferenze, che sono veramente molto profonde. Lo dico sinceramente: quando si avvicinano queste comunità non solo quelle dei cristiani perché è una fatica che non che non riguarda soltanto la comunità cristiana, il dolore che si prova e il senso di impotenza e il grido di giustizia che si sente nascere dentro, è davvero molto forte, molto grande. Dobbiamo bisogna trovare soluzioni realistiche, concrete – ha aggiunto – ma anche efficaci perché ci sia il rispetto dei diritti fondamentali di ogni uomo e di ogni popolo”.

“Ci troviamo di fronte a un momento storico particolarmente teso, particolarmente dedicato – ha concluso – dove ogni parola, ogni frase, ogni espressione poi può essere interpretata, strumentalizzata, ma non possiamo voltarci dall’altra parte”.

Giansanti a Meeting: a settembre finisca vincolo patto di stabilità

Rimini, 24 ago. (askanews) – “Mi auguro e spero che a settembre venga sancita la fine dei vincoli del patto di stabilità, altrimenti sarà sempre più difficile rincorrere un mercato come quello attuale e aiutare i tanti settori che iniziano a risentire di una crisi che ormai va avanti da mesi”. Lo ha detto Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura, in un punto stampa al Meeting di Rimini.

Il presidente ha sottolineato le diverse possibilità di intervento dei Paesi europei: “All’interno dell’Unione europea gli strumenti che ogni singolo Paese ha sono diversi, perché se penso agli aiuti che ogni singola nazione può fare, se non è soggetta a vincoli di bilancio, capite che oggi, per quanto sia mercato unico, ci sono diverse velocità”.

Da qui l’auspicio, dopo le interlocuzioni “sia col ministro Giorgetti che col ministro Lollobrigida”, che “nel minor tempo possibile l’Unione europea possa certificare la fine del periodo di infrazione legato al rientro nel patto di stabilità”: fino a quando “ci dobbiamo muovere all’interno dei paletti prefissati dall’Unione europea”, ha avvertito, il margine per sostenere i settori in difficoltà resta ridotto.

Al Meeting la serra del MAECI: così si semina il futuro

Rimini, 24 ago. (askanews) – Una serra, in mezzo alla Fiera di Rimini. Vetro, luce, piante di caffè e di cacao. È il cuore di “Seminare il futuro”, la mostra che il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale porta al Meeting 2026. Un padiglione internazionale che parte da due prodotti che tutti conosciamo per raccontare quello che c’è dietro: le filiere, le comunità, l’Africa.

“Per interpretare lo slogan di quest’anno del Meeting – spiega Alessandra Di Pippo, capo ufficio Sicurezza alimentare della Direzione generale per la Cooperazione e lo sviluppo del Maeci – abbiamo deciso di rappresentarlo attraverso una serra, che rappresenta il nostro impegno nei Paesi africani e racchiude in sé il concetto di cooperazione, di cura, di rapporto tra uomo e natura”.

Nel percorso i progetti della Cooperazione italiana: “AREA” per gli ecosistemi agroalimentari, il “Programma ACT” sulla filiera del caffè, la Visione italiana sul cacao sostenibile, “Green Cities in Action for Africa”. In un continente dove nel 2023 l’agricoltura valeva il 46 per cento dell’occupazione. “Vengono proposti dati e informazioni – continua Di Pippo – che spesso non sono scontati, pur trattandosi di prodotti noti e familiari a tutti come il caffè e il cacao. Dietro questi prodotti c’è il mondo delle filiere, che noi conosciamo bene perché lavoriamo con i Paesi produttori, ma che il grande pubblico non conosce direttamente”.

La serra, spiegano al MAECI, non è solo uno spazio espositivo: è una metafora dello sviluppo. Un luogo trasparente dove la vita non cresce da sola, ma va curata giorno dopo giorno. Il percorso si chiude nello spazio della FAO, con il MuNe, il Museo e Rete per l’alimentazione e l’agricoltura. “Portano a casa una maggiore conoscenza di ciò che accade nei Paesi del continente africano. Per noi è un grande successo, perché siamo riusciti ad avvicinare popoli ad altri popoli” ha concluso capo ufficio Sicurezza alimentare della Direzione generale per la Cooperazione e lo sviluppo del Maeci.

Carburanti, Conte: da governo schiaffo in faccia a famiglie

Roma, 24 ago. (askanews) – “Quindi, ricapitoliamo. Il governo che ha promesso ai cittadini di tagliare le accise si ritrova da mesi con i prezzi di benzina alle stelle e con il gasolio che oggi supera il record storico del 2022. E continua a fare spallucce, come nei mesi scorsi, lasciando che siano gli italiani a pagare il prezzo della crisi”. Lo afferma in un post sui social il leader M5s Giuseppe Conte.

“Anzi, peggio: decide di prorogare di 24 ore lo sconto irrisorio deciso ad inizio agosto, che non aveva comunque portato il prezzo del carburante sotto i 2 euro. Dunque – spiega -, oltre al danno la beffa: questa proroga è uno schiaffo in faccia a tutte quelle famiglie che hanno tirato la cinghia per godersi qualche giorno di meritato riposo e che adesso si ritrovano incolonnati per rientrare nelle proprie case e ricominciare a lavorare”.”Le associazioni che tutelano i consumatori – dal Codacons all’Unc – non hanno usato mezzi termini con Meloni e hanno lanciato l’allarme: dal 27 agosto, senza ulteriori interventi, il il prezzo continuerà a salire e si stabilizzerà oltre i 2,3Ç al litro”, sottolinea il leader M5s.

“Meloni vuole fare qualcosa oppure è troppo impegnata a organizzare i festeggiamenti per il party di longevità del suo governo?”, conclude Conte.

Il ghiacciaio del Monte Bianco ha perso 15 metri in 6 anni

Milano, 24 ago. (askanews) – Il Monte Bianco è sempre più fragile e i suoi ghiacciai mostrano gli effetti della crisi climatica. Negli ultimi sei anni il ghiacciaio del Miage, in Val Veny, si è abbassato mediamente di 15 metri, mentre il vicino Planpincieux continua a muoversi verso valle con punte fino a due metri al giorno. È quanto emerge dal bilancio della seconda tappa di “Carovana dei ghiacciai 2026” di Legambiente, che dal 20 al 24 agosto ha fatto tappa sul versante italiano del Monte Bianco, in Valle d’Aosta.

Secondo i dati raccolti, il Miage ha perso progressivamente volume in tutto il settore terminale. Nell’area circostante aumentano inoltre le colate detritiche e i crolli, le morene si deformano, alcuni larici vengono giù e si formano nuovi laghi. Il Planpincieux, noto per la sua instabilità e per il potenziale rischio di crolli, ha raggiunto quest’anno nel mese di luglio la velocità massima di due metri al giorno, complici, secondo quanto riferito, le alte temperature.

Il ghiacciaio è sotto costante osservazione dal 2019 da parte della Fondazione Montagna sicura e della Regione autonoma Valle d’Aosta, attraverso un sistema di monitoraggio basato anche su due radar. Negli ultimi otto anni la strada della Val Ferret è stata chiusa più volte per il rischio di distacco della massa glaciale.

“Il massiccio del Monte Bianco è un luogo dove gli effetti dei cambiamenti climatici sono particolarmente evidenti – sottolinea Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente e presidente di CIPRA Italia -. Il Planpincieux ci ricorda quanto la montagna sia fragile e quanto, insieme al cambiamento del ghiaccio, stiano cambiando anche le condizioni di sicurezza per le comunità che vivono e frequentano questi territori”.

Per Legambiente, la situazione impone di rafforzare monitoraggi, ricerca scientifica e politiche di prevenzione e adattamento, coinvolgendo maggiormente le comunità locali: “Il rischio è ormai un elemento con cui dobbiamo imparare a convivere quotidianamente, senza limitarci a subirlo”, aggiunge Bonardo.

Dello stesso avviso Valter Maggi, presidente della Fondazione Glaciologica Italiana e professore all’Università di Milano-Bicocca, secondo cui la situazione del Planpincieux offre una testimonianza diretta di come i cambiamenti climatici stiano accelerando il ritiro dei ghiacciai alpini. Il monitoraggio e la gestione del rischio glaciale, sottolinea, sono ormai “una responsabilità concreta verso i territori e le comunità”.

In Valle d’Aosta sono 172 gli apparati glaciali monitorati. “Abbiamo alcune situazioni che meritano un’attenzione particolare”, spiega Jean Pierre Fosson, segretario generale della Fondazione Montagna sicura, sottolineando la necessità di collegare il monitoraggio alle azioni di protezione civile per garantire la massima sicurezza alla popolazione.

Nel corso della tappa, Legambiente, in collaborazione con CIPRA Italia e con la partnership scientifica della Fondazione Glaciologica Italiana, ha organizzato anche un flash mob in quota sul sentiero verso il Rifugio Bertone e un’attività di “Puliamo il Mondo” lungo il sentiero del ghiacciaio del Miage. Una trentina di studenti provenienti da diversi Paesi, partecipanti alle Olimpiadi Internazionali di Scienza della Terra (IESO 2026), hanno preso parte alla cerimonia di tributo ai ghiacciai del Monte Bianco.

“Carovana dei ghiacciai 2026” proseguirà ora il suo viaggio lungo l’arco alpino: dal 24 al 26 agosto in Lombardia, sul ghiacciaio dei Forni; dal 26 al 29 agosto in Friuli-Venezia Giulia, sul ghiacciaio del Montasio; e dal 31 agosto al 3 settembre in Piemonte, sul ghiacciaio di Coolidge-Monviso.