Il referendum sulla giustizia non è un passaggio che attiene alla semplice “manutenzione” dell’ordinamento. Tocca nervi scoperti dell’architettura costituzionale e porta sotto i riflettori una questione cruciale: il rapporto tra potere, diritto e garanzie istituzionali in una democrazia d’impianto sociale e liberale. Nel tempo caratterizzato da leadership muscolari e crescente insofferenza verso le prerogative delle agenzie di controllo, il rischio non è tanto la dittatura vecchio stampo quanto una progressiva deformazione del sistema di pesi e contrappesi, svilendo così l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.
È in questo quadro che si colloca l’impegno del Comitato per il No, guidato da Giovanni Bachelet. Non una mobilitazione di tipo astrattamente ideologica – dice in questa intervista – ma un richiamo alla sostanza della democrazia costituzionale, alla fondamentale distinzione dei poteri, al ruolo dei corpi intermedi e alla responsabilità dei diversi momenti o livelli dell’ordinamento repubblicano. Con Bachelet il confronto è diretto e confidenziale, ma ancorato a una preoccupazione molto precisa: che cioè, in nome della lotta all’esorbitanza di questo o quel magistrato s’incrini l’architettura dell’ordinamento repubblicano.
Siamo solo all’inizio della campagna referendaria, eppure il confronto appare già molto forte, a tratti persino aspro. Qual è la tua prima impressione? Conviene restare sul merito del quesito o bisogna entrare fatalmente in una dinamica di scontro politico?
La dinamica dello scontro politico l’ha innescata il Governo, prima vanificando il dibattito parlamentare (nessun emendamento accettato nelle quattro letture) e ora fissando la data senza tener conto della raccolta firme ancora in corso, quindi senza accordo con l’opposizione. Un’arroganza senza precedenti nella storia delle riforme costituzionali.
Ma le riforme costituzionali non riguardano il governo e le prossime elezioni, bensí le future generazioni: gli equilibri dello stato di diritto nell’Italia dei miei otto nipotini. Bisogna pertanto superare la tentazione di sovrapporre gli schieramenti parlamentari di oggi con la decisione di voto del 22-23 marzo. Il quesito è meno intuitivo rispetto ad altri referendum precedenti e per decidere consapevolmente occorre capire almeno a grandi linee il suo contenuto tecnico e politico (spostare un po’ di potere dalla magistratura alla politica, o invece no?).
Quale che sia la scelta ultima di ogni elettore, il nostro comitato vorrebbe insieme a tutti gli altri contribuire ad una scelta consapevole sul merito del quesito, al di là degli schieramenti.
Ecco, mi pare che anche tu insista molto sul rischio di una deriva che potrebbe spingere il Paese verso una democrazia dai tratti deformati. Perché questo allarme?
Il clima politico non è rassicurante su scala globale. Da tempo si parla di postdemocrazia, di un ordinamento in cui restano le forme ma si indeboliscono i punti cardine della democrazia. Le spinte verso la concentrazione del potere spesso arrivano come risposte di efficienza e concretezza rispetto a problemi di sicurezza.
Negli Stati Uniti, dove ho vissuto e lavorato negli anni Ottanta, si dipana passo dopo passo una nuova concezione del ruolo presidenziale che come un rullo compressore prova a travolgere tutti i contrappesi e i controlli di legalità, fino all’arresto di una magistrata che si opponeva alla deportazione illegale di un immigrato. Le riforme giudiziarie in Ungheria e in Israele hanno lo stesso segno. Abbassare la soglia di attenzione sugli equilibri costituzionali in Italia sarebbe un errore grave.
Non c’è però il pericolo che una parte dell’opinione pubblica, pur critica o diffidente verso il governo di destra, colga come eccessiva la formula “riforma = sottomissione dei giudici al governo = svolta autoritaria”?
Sono stati la presidente del Consiglio e il ministro Nordio a suggerire questa triplice equazione, dichiarando che questa riforma è la miglior risposta all’intollerabile invadenza della magistratura e, rispettivamente, consigliando alla Schlein di appoggiare la riforma che sarebbe utile anche a lei, se vincesse le elezioni e andasse al governo.
Purtroppo, per la sicurezza di tutti noi cittadini, il risultato netto delle le loro contraddittorie affermazioni di questi mesi è un generico discredito verso il potere giudiziario: la riforma serve a migliorare il lavoro dei magistrati, i magistrati remano contro l’interesse generale del Paese; incarcerano troppi prima del processo, lasciano uscire troppi prima del processo; sono inefficienti, sono troppo intraprendenti.
Ebbene, non si può invocare l’equilibrio e allo stesso tempo delegittimare l’ordine giudiziario, uno dei pilastri dello stato di diritto e della pubblica sicurezza. Un governo che in tempo reale attacchi pubblicamente i giudici quando le sentenze sono sgradite e li lodi quando invece assolvono qualche amico potente non solo dimentica l’articolo 54 della Costituzione (i cittadini ai quali sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore), come scriveva il prof. Renato Balduzzi su Avvenire il 19 dicembre scorso, ma mette a repentaglio l’ordine pubblico.
Tuttavia, l’immagine del fronte contrario alla riforma appare spesso riconducibile a una rimobilitazione della sinistra, magari articolata ma pur sempre sinistra. Non è un limite?
Questa lettura appare riduttiva. È naturale che le forze di opposizione, che in Parlamento hanno votato contro la riforma, si ritrovino unite nel No; e al contempo il governo, che l’ha imposta a colpi di maggioranza, faccia campagna a favore del Sì. In realtà quacuno a sinistra voterà Sì, e non pochi, al centro e a destra, voteranno No. Ed è giusto che sia cosí.
Nel nostro comitato della società civile per il No c’è di tutto. Se hanno voluto come presidente me, che notoriamente non vado pazzo per il “campo largo”, forse è anche per sottolineare la trasversalità e l’ampiezza del fronte contrario a questa bruttissima riforma. Forse è la scommessa di parlare al cuore di tante realtà associative che lavorano sodo fra la gente comune e normalmente non si lasciano intruppare negli schieramenti politici del momento, ma vogliono capire e partecipare consapevolmente a una decisione cosí importante.
Parlare al cuore di chi ama la Costituzione e, anche se di solito non si impegna direttamente in politica, stavolta vuole dire No a un’incontrollata verticalizzazione del potere.
Dunque, venendo ai tuoi compiti, quale ruolo senti di dover svolgere come presidente del Comitato per il No?
Un ruolo semplice ma impegnativo: essere un punto di convergenza, un catalizzatore di sensibilità diverse. Richiamare quel credo democratico fondativo della Repubblica, quando cattolici e laici, culture politiche differenti ma accomunate dallo sforzo di ricostruzione, seppero scrivere una Costituzione degna di essere difesa, oggi, anche con amore. Senza nostalgia, ma con responsabilità.
In una recente intervista a “Repubblica” hai citato Jacques Maritain, una figura d’intellettuale che nel dopoguerra esercitò una grande attrazione sulla giovane classe dirigente cattolica. Perché lo hai fatto? Credo sia importante che lo spieghi bene, per capire il tuo personale approccio alla vicenda referendaria.
La mia storia personale non ha una connotazione enigmatica o nascosta. Ho citato il filosofo Maritain, che ha contribuito anche alla Carta dei diritti dell’uomo, perché il suo “Umanesimo integrale”, insieme al “Personalismo” di Emmanuel Mounier, hanno ispirato i Padri e le Madri Costituenti di ispirazione cristiana, lasciando tracce indelebili nella nostra Costituzione, rimanendo punto di riferimento per diverse generazioni di statisti, dirigenti Dc, leader come Paolo Giuntella, mio indimenticabile capo scout e poi animatore della Rosa Bianca.
Sono un cattolico democratico oggi senza casa politica: non sempre mi ritrovo nelle scelte del “campo largo”, ma non per questo intendo affidare la Costituzione al primo Nordio che vuole cambiarla a colpi di maggioranza.
Non per questo posso restare a braccia conserte mentre si tenta di indebolire e denigrare magistratura, che in tutti i momenti e luoghi piú difficili della storia repubblicana (terrorismo, mafia, corruzione) ha rappresentato insieme alle forze dell’ordine l’ultima trincea dopo che tutte le altre (politica, economia, società) erano state travolte. Anche pagando con la vita la capacità investigativa e la fedeltà alla Costituzione.
Sono onorato e fiero che un cane sciolto – cattolico democratico, moderato e riformista – come me sia stato richiamato in servizio per guidare le tante voci del No. Spero di essere degno di questa fiducia.