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Sayanbull e Sinomine insieme nel brano "Niente è per sempre"

Milano, 10 ago. (askanews) – Sayanbull e Sinomine incrociano i propri percorsi artistici in “Niente è per sempre”, il nuovo singolo disponibile da venerdì 7 agosto su tutte le piattaforme digitali, distribuito da Altafonte Italia. Ci sono legami che nascono con la promessa di durare e altri che, fin dall’inizio, convivono con la consapevolezza della propria fragilità. Sospeso tra sonorità urban contemporanee, influenze latin e un’attitudine rap dal forte impatto emotivo, il brano costruisce un racconto intenso in cui l’amore diventa terreno di contraddizioni. Attrazione e distanza, bisogno di fidarsi e istinto di proteggersi convivono in un equilibrio precario, mentre il peso delle parole, dei giudizi e delle aspettative finisce per incrinare anche i sentimenti più autentici. “Niente è per sempre” restituisce il ritratto di una generazione che ha imparato a convivere con l’incertezza dei sentimenti, trasformando la paura di perdere chi si ama in un meccanismo di autodifesa. Dietro un’apparente disillusione si nasconde, in realtà, il desiderio di preservare ciò che conta davvero, anche a costo di reprimere le proprie emozioni, (“Tu non affezionarti perché niente è per sempre”). “Ho sempre pensato che le emozioni più difficili da raccontare fossero quelle che convivono con le loro contraddizioni.” – dichiara Sayanbull – “In ‘Niente è per sempre’ non volevo parlare della fine di una storia, ma di quel momento in cui scegli se fidarti oppure costruire un muro per paura di soffrire ancora. È la fotografia di un amore che non cerca risposte definitive, ma racconta il momento in cui ci si rende conto che alcune persone, anche quando cambiano le circostanze, continuano a lasciare una traccia profonda. Collaborare con SINOMINE mi ha arricchito artisticamente, abbiamo approcci diversi, ma proprio questa differenza ha dato equilibrio al brano”. La collaborazione tra Sayanbull e Sinomine nasce dall’incontro di due identità artistiche differenti ma sorprendentemente complementari. Le barre incisive si intrecciano con aperture melodiche, dando vita a un dialogo autentico in cui nessuno dei due rinuncia alla propria cifra stilistica. Il risultato è una narrazione intensa, capace di trasformare vulnerabilità e carattere in un’unica voce. “Sono sempre stato molto selettivo nelle collaborazioni e questa è la prima volta che lavoro con Sayanbull, ma fin dall’inizio ho percepito un feeling particolare sul brano.” – aggiunge SINOMINE – “Siamo riusciti a entrare l’uno nel mondo dell’altro senza snaturarci, mantenendo entrambi la nostra identità e trovando un punto d’incontro naturale. ‘Niente è per sempre’ parla di quella zona grigia che esiste tra il voler restare e il timore di farlo davvero. È un brano che nasce dalla tensione continua tra ciò che si prova e ciò che si sceglie di mostrare, ed è stato proprio questo a farmi capire che avevo qualcosa da aggiungere, perché è una storia nella quale, in qualche modo, mi sono riconosciuto anch’io”. È disponibile su YouTube il videoclip di “Niente è per sempre”, con la regia di Mattia di Tella per Red Lab Agency.

Marco Tullio Giordana: “Non farei film sull’Italia di oggi, non mi piace”

Roma, 10 ago. (askanews) – Marco Tullio Giordana ospite d’eccezione al 27esimo Lucania Film Festival a Pisticci (in provincia di Matera). Una serata dedicata al regista, 75 anni, che ha incontrato il pubblico e ricevuto il Premio Universale San Rocco, un trofeo realizzato da Mimmo Paladino. Autore di film su avvenimenti che hanno segnato la storia del nostro Paese, da “Pasolini, un delitto italiano” (1995) a “La meglio gioventù” (2003) e “Romanzo di una strage” (2012), sull’Italia di oggi Giordana dice:

“Oggi non so se mi piacerebbe raccontare il mio paese come è oggi, lo dico sinceramente e anche pentendomi di questa dichiarazione, perché trovo che dovremmo tornare a raccontare le grandi storie del passato quando eravamo migliori, per ispirarci a figure nobili. Quello che vedo oggi non mi piace, non mi entusiama, non lo amo. Se un regista non ama il suo materiale fa poi un film malmostoso, di cattivo umore, che non è la cosa giusta per un film”, afferma.

Il festival lucano gli ha reso omaggio con la proiezione de “I Cento Passi” (2000), sulla vita e l’omicidio di Peppino Impastato, giovane militante comunista ucciso dalla mafia intepretato da Luigi Lo Cascio:

“Da quando ho realizzato quel film nel 2000 ho fatto tantissime presentazioni nelle scuole, ogni volta rinnovando un pubblico di ragazzi molto giovani, lontani dagli avvenimenti e quindi non sapevano più nulla di questa storia ed erano tutti molto sorpresi e coinvolti, cosa che mi ha stupito qualche volta. Recentemente, anche un mese fa, l’ho presentato in una scuola, ho pensato ‘i ragazzi si annoieranno’, invece no, erano molto colpiti”, spiega ad askanews il regista.

“Grazie anche alla bravura del protagonista l’eroe del film, Peppino Impastato, è una persona che suscita molta simpatia nello spettatore”, aggiunge.

Dei nuovi registi elogia Andrea Pallaoro, che sarà in concorso a Venezia83, mentre sul rinnovo dei vertici dei David di Donatello, taglia corto: “Non so, sono fuori da tutti i giri, sono troppo vecchio per preoccuparmi. Faccio gli auguri di buon lavoro”, dice.

“Soprattutto direi questo ai Premi, dateli in denaro i Premi, che è una cosa che manca a tutti i cineasti non hanno mai abbastanza soldi per fare il film o comprare la pellicola. Un bell’assegno, io la trovo una cosa molto bella, oppure una bella scultura di Mimmo Paladino”, conclude.

Atletica, Jacobs: "Per vincere serve un 9.90 basso"

Roma, 10 ago. (askanews) – Nel giorno dell’apertura degli Europei di atletica di Birmingham, la Nazionale italiana ricorda Livio Berruti. A farlo per primo è il presidente Fidal Stefano Mei, durante la conferenza stampa a Casa Atletica Italiana. “Prima di tutto vorrei ricordare Livio Berruti”, dice Mei, sottolineando il legame dell’ex campione con il movimento azzurro. “Ci mancherà molto”.

Poi lo sguardo si sposta sulla squadra italiana, la più numerosa di sempre agli Europei, e sulla crescita del movimento. Mei torna anche sull’eredità di quella storica notte del primo agosto 2021, quando Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi conquistarono due ori olimpici a Tokyo. “È la sera più memorabile dello sport italiano”, sottolinea, ricordando come quei successi abbiano contribuito ad alimentare un movimento che oggi coinvolge migliaia di giovani.

Sul caso di Mattia Furlani, costretto al ritiro dopo l’infortunio durante la qualificazione del lungo, Mei invita alla prudenza: “Ha avuto un problema fisico, ha voluto provarci. Speriamo non sia niente di serio e poi avrà tutto il tempo di rimettersi a posto per la prossima stagione. Non è qui che doveva dimostrare il suo valore. Ha 21 anni, tutto il tempo davanti a sé”.

Marcell Jacobs arriva ai 100 metri di Birmingham con l’obiettivo di conquistare il terzo titolo europeo. “Sto bene. Questo è l’obiettivo dell’anno, arrivo qui con due titoli europei vinti e punto al terzo. La stagione è in crescendo, non vedo l’ora di entrare in gara”. Il campione olimpico di Tokyo dice di aver ritrovato fiducia e motivazioni: “Mi sento lo stesso ragazzo di quel giorno, con la stessa voglia e determinazione. Sono maturato tanto dal punto di vista mentale. Ho più grinta oggi che allora”.

Tra gli avversari indica il britannico Romell Glave, che lo ha battuto a Savona prima della risposta azzurra a Eisenstadt. E sulla pista di Birmingham aggiunge: “Guardando ai risultati delle batterie dei 100 metri femminili, per vincere può servire un crono di 9.90 basso, forse anche qualcosa meno”.

Jacobs dedica un pensiero anche a Chituru Ali, convinto che abbia qualità per correre molto forte, e alla nuova generazione: “Mi piacerebbe avere un giovane che si alleni con me”. Poi il ricordo di Berruti, che lo aveva indicato come possibile erede: “Ero rimasto molto colpito dalle sue parole. Detto da chi era stato il primo italiano a vincere i 200 metri alle Olimpiadi, è come se ci fosse un legame”.

Gianmarco Tamberi, campione europeo in carica del salto in alto, arriva a Birmingham dopo una stagione complicata. “Sono contento di essere qui, è bello esserci per poter tornare ad ambire a qualcosa di più importante”. Dopo l’intervento al ginocchio effettuato alla fine del 2024, il campione azzurro racconta di aver perso sicurezza nel gesto tecnico. Ora però sente una condizione fisica migliore: “Devo tornare a credere nel mio corpo”.

L’obiettivo resta quello di difendere il titolo europeo: “Sarà difficile, ma non ho paura di dirlo”. Tamberi considera questa Nazionale “la squadra più forte di sempre” e vede nei giovani “un grande fuoco, quello di chi non vuole accontentarsi di grandi risultati”.

Poi il pensiero torna a Berruti: “Non ho avuto l’onore di conoscerlo di persona. Ma il nostro compito è scendere in pedana con un motivo in più per renderlo orgoglioso”. E c’è una motivazione speciale per la finale del 14 agosto: “La piccola Camilla compirà un anno proprio quel giorno. Mentirei se dicessi che gli stimoli sono gli stessi di Tokyo. Ho una fame enorme di fare risultati. L’oro del 2021 non mi ha appagato”.

Nel triplo, Andy Diaz, campione mondiale indoor e leader mondiale dell’anno, punta in alto: “Le sensazioni migliorano gara dopo gara e ho voglia di andare sempre più lontano”. Il primo obiettivo sarà la qualificazione. Diaz ha anche scelto un modo originale per portare l’Italia con sé: “Ho le unghie colorate, cerco di portare il tricolore ovunque”.

Andrea Dallavalle, argento mondiale, arriva invece senza troppe aspettative: “Quello che è successo nella passata stagione ha messo più riflettori su di me. Voglio dimostrare di essere quello dell’anno scorso”. E scherza sul suo portafortuna: “Ho ritrovato le mutande di Diabolik”.

Nel salto in alto, il ventenne Matteo Sioli, campione europeo U23, affronta l’appuntamento con serenità: “Sono tranquillo, non vedo l’ora di godermi le sensazioni da gara. La maglia azzurra ha un peso maggiore, rappresentare l’Italia mi dà molta più forza”. E ricorda il primo incontro con Tamberi, due anni fa a Bellinzona: “Quando si incontra un idolo si fa fatica a parlare. Ero emozionato, tanto da non realizzare che stavo gareggiando con atleti che avevo visto solo in televisione”. (Foto Grana/Fidal)

Europei Nuoto, Razzetti argento nei 400 misti

Roma, 10 ago. (askanews) – Alberto Razzetti conquista la medaglia d’argento nella finale dei 400 misti. L’azzurro chiude alle spalle dell’Atleta Neutrale Ilia Borodin, medaglia d’oro, mentre il bronzo va al britannico Max Litchfield.

Razzetti ha condotto una gara di grande carattere, chiudendo in testa le prime due vasche a farfalla. Dopo le frazioni a dorso è scivolato al terzo posto, riuscendo poi a recuperare terreno con la rana e lo stile libero fino a risalire in seconda posizione.

“Ho fatto fatica, ma un secondo posto mica si butta via – ha commentato l’azzurro ai microfoni di Sky Sport. “Ci tenevo a prendere una medaglia, di qualsiasi metallo fosse. Sapevo di essere in forma, volevo confermarmi a questi livelli e ci sono riuscito”.

Razzetti non nasconde però un pizzico di autocritica: “Pensavo di essere più vicino a Borodin, invece ho fatto tanta fatica. Mi sono accorto di essere molto stanco negli ultimi metri a stile libero”.

Usa, riserve strategiche petrolio sotto 300 mln barili, minimi dal 1983

New York, 10 ago. (askanews) – La guerra in Iran prosciuga le riserve strategiche di petrolio degli Stati Uniti: sono scese sotto i 300 milioni di barili portandosi sul livello più basso che non si vedeva dal 1983.

Stando a quanto comunicato oggi dal dipartimento dell’Energia, la settimana scorsa le riserve strategiche di greggio sono scese di 6,1 milioni di barili a 298,7 milioni di unità. Prima dell’operazione militare lanciata da Usa e Israele contro l’Iran il 28 febbraio scorso, le riserve strategiche di petrolio erano pari a circa 415 milioni di barili.

A marzo, a fronte della chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz per via della guerra tra Usa e Iran, il presidente americano Donald Trump aveva ordinato il rilascio di 172 milioni di barili di greggio dalle riserve nazionali.

La mossa era parte di un’azione coordinata con i 32 paesi parte dell’Agenzia internazionale dell’energia, che insieme scelsero un rilascio complessivo di 400 milioni di barili, un record nella storia dell’Agenzia fondata nel 1974 con l’embargo petrolifero imposto dai produttori arabi in risposta al supporto statunitense a Israele durante il conflitto arabo-israeliano del 1973.

Nuova iniziativa Meloni-Frederiksen su migranti, scintille maggioranza-opposizione

Roma, 10 ago. (askanews) – A distanza di una decina di giorni dalla crisi di Ceuta (e con timori per possibili nuovi arrivi) il tema dei migranti resta al centro del dibattito politico in Italia e in Europa.

Oggi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la premier Danese Mette Frederiksen hanno condiviso su Instagram un messaggio in cui dicono no a ‘un’immigrazione incontrollata’ che ha ‘impatti negativi’ sulle società. Per quanto su fronti diversi (Frederiksen è socialdemocratica) le due hanno da tempo consolidato una posizione comune sui temi di migranti, promuovendo anche le riunioni del gruppo di Paesi ‘like minded’ sulle cosiddette ‘soluzioni innovative’.

‘Non accettiamo un’immigrazione incontrollata verso l’Europa, e abbiamo promosso una politica migratoria rigorosa, sia nelle nostre Nazioni sia in Europa – scrivono le due leader -. Nessuno può negare gli impatti negativi dell’immigrazione illegale sulle nostre società: aumento dei tassi di criminalità, crescente pressione sui servizi pubblici ed erosione della fiducia dei cittadini. Insieme – si legge nel messaggio – siamo riuscite a modificare gli equilibri nell’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo nei confronti dei cittadini stranieri che commettono reati gravi. Di conseguenza, ora dovrebbero aumentare le espulsioni. Comprensibilmente, i cittadini europei si aspettano azioni concrete dai propri rappresentanti politici. Per troppo tempo, soprattutto le persone comuni hanno pagato un prezzo troppo alto a causa di un’immigrazione incontrollata. È nostro dovere continuare a impegnarci con determinazione per offrire risposte concrete ai cittadini, specialmente i più esposti, e garantire maggiore sicurezza e tutela per le nostre comunità. Insieme – proseguono – siamo riuscite a modificare gli equilibri nell’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo nei confronti dei cittadini stranieri che commettono reati gravi. Di conseguenza, ora dovrebbero aumentare le espulsioni. E ora cosa possiamo fare di più? Bisogna realizzare centri di rimpatrio in Paesi terzi, così come altre soluzioni innovative al di fuori dell’Europa. Ci stiamo lavorando con impegno. Ma questo non basta’. Secondo le due leader ‘il rispetto delle nostre leggi deve andare di pari passo con il rispetto dei valori europei. Ciò vale per i migranti illegali, ma anche per i milioni di cittadini stranieri che vivono legalmente nelle nostre Nazioni e in tutta Europa. Entrambe siamo orgogliose del patrimonio culturale cristiano dell’Europa e vogliamo proteggerlo. Ci aspettiamo che chi arriva nei nostri Paesi e sceglie di fare dell’Europa la propria casa, rispetti i nostri valori e non cerchi di imporci modelli di vita che non condividiamo. Riteniamo che questa sia la strada giusta per proteggere l’Europa e i nostri valori comuni. E crediamo che milioni di europei condividano questa convinzione’.

L’iniziativa di Meloni è sostenuta, naturalmente, dal centrodestra, a partire da Fratelli d’Italia. ‘E’ un segnale politico importante per l’Europa’, afferma il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti, che parla di una ‘strategia pragmatica che sta progressivamente orientando il dibattito europeo e che dimostra quanto sia stato importante il lavoro di Giorgia Meloni per riportare queste priorità al centro dell’agenda dell’Unione’. Per il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami Meloni e Frederiksen ‘tracciano la rotta per la sicurezza e il futuro del nostro Continente. È la dimostrazione che la difesa dei confini non ha colore politico: quando si parla di proteggere la sicurezza dei cittadini di fronte alla devastante ondata dell’immigrazione clandestina il buon senso prevale sulle barriere ideologiche’.

Sui migranti, dalle colonne della Frankfurter Allgemeine Zeitung, interviene il presidente del Partito popolare europeo (Ppe) Manfred Weber che più volte, al Parlamento europeo, ha promosso una maggioranza ‘alternativa’ coinvolgendo i gruppi di destra in particolare proprio sul tema delle migrazioni. Per Weber l’Unione europea deve accelerare sulla creazione di centri per i rimpatri in Africa e rafforzare Frontex, trasformandola in una vera agenzia europea di guardia di frontiera con 50mila effettivi. In particolare ‘l’Europa deve realizzare rapidamente dei return hub in Africa’ dato che ‘con buone relazioni commerciali, cooperazione economica e anche migrazione legale, l’Ue ha enormi offerte da fare ai Paesi che coopereranno con noi su questi return hub’. Per farlo serve però ‘un mandato chiaro alla Commissione’. Weber propone parallelamente un forte potenziamento di Frontex. L’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera dovrebbe diventare, a suo avviso ‘una vera agenzia europea di protezione delle frontiere con 50mila effettivi’, dotata anche della capacità di controllare l’operato degli Stati membri.

Parole condivise dal ministro degli Esteri e leader di Forza Italia Antonio Tajani. ‘Condivido le proposte di Manfred Weber e del Ppe sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Dobbiamo difendere insieme le nostre frontiere esterne’, ha scritto Tajani su X. Per il titolare della Farnesina occorre ‘potenziare Frontex come una vera agenzia europea di guardia di frontiera con uomini, mezzi e poteri adeguati’ e ‘combattere senza tregua le organizzazioni criminali dei trafficanti’. Tajani chiede inoltre di ‘realizzare hub per i rimpatri in Africa e accelerare quelli di chi non ha diritto a restare in Europa’, affiancando però alle misure di controllo ‘più cooperazione con i Paesi di origine e transito con investimenti, formazione in loco e migrazione regolare utile alla nostra economia’.

Completamente diversa la visione delle opposizioni. ‘Meloni e Frederiksen – attacca Angelo Bonelli di Avs – dichiarano di voler ‘difendere l’Europa’ dall’immigrazione, mentre tacciono sulla vera emergenza che sta rendendo il nostro continente sempre più invivibile: la crisi climatica. In appena due settimane di caldo estremo si stimano quasi 15 mila decessi in Europa’. Eppure, ‘Meloni indica come priorità la chiusura delle frontiere e la demolizione di Schengen. È una strategia irresponsabile: costruire false emergenze per alimentare paura e propaganda, nascondendo quella che i cittadini stanno già pagando sulla propria pelle. Meloni, Frederiksen e von der Leyen parlano di difendere il futuro dell’Europa, ma intanto demoliscono le politiche climatiche, rallentano la transizione ecologica e proteggono gli interessi delle fonti fossili. Non stanno difendendo l’Europa: la stanno condannando a diventare più arida, più fragile e sempre meno abitabile. Sono irresponsabili’.

Di strategia ‘tafazziana’ parla Benedetto Della Vedova (+Europa). ‘L’immigrazione in Europa – sottolinea – è una questione seria e di lungo respiro. Meloni e la premier danese Frederiksen, nella loro nota congiunta, optano per la propaganda, partendo da un assunto retorico falso, cioè che a differenza loro ci sarebbe qualche paese europeo fautore dell’immigrazione incontrollata. L’interesse danese è chiaro: la Danimarca è un piccolo paese del Nord solo marginalmente interessato dagli arrivi. L’Italia, al contrario, è un paese di primo approdo nel Mediterraneo ed esposto agli arrivi dalla rotta balcanica. Per la Danimarca il trattato di Dublino è una salvezza, per l’italia una condanna. All’Italia servirebbe una politica migratoria comune in Europa, in cui sia l’Unione a farsi carico dei migranti ovunque approdati, mentre alla Danimarca va benissimo che sia il Paese di primo approdo ad occuparsi degli arrivi e delle emergenze. L’atteggiamento di Meloni, al di fuori dalla propaganda, è tafazziano’.

‘La sospensione di Schengen con la Spagna – afferma l’europarlamentare Pd Matteo Ricci – dimostra che il sovranismo è un boomerang: ognuno è sovranista a casa propria. Noi lo facciamo gli altri e gli altri con noi. È già successo. Madrid ha risposto con controlli sui viaggiatori che arrivano dall’Italia e Berlino ha annunciato che dal 19 agosto ricomincerà a rispedirci indietro i richiedenti asilo passati dal nostro Paese. Abbiamo bloccato la libera circolazione delle persone con uno Stato con cui non confiniamo, per una vicenda avvenuta in territorio geograficamente africano e già risolta con i rimpatri nel giro di pochi giorni. Non è sicurezza ma becera propaganda elettorale’.

Nuova iniziativa Meloni-Frederiksen sui migranti, scintille maggioranza-opposizione

Roma, 10 ago. (askanews) – A distanza di una decina di giorni dalla crisi di Ceuta (e con timori per possibili nuovi arrivi) il tema dei migranti resta al centro del dibattito politico in Italia e in Europa.

Oggi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la premier Danese Mette Frederiksen hanno condiviso su Instagram un messaggio in cui dicono no a ‘un’immigrazione incontrollata’ che ha ‘impatti negativi’ sulle società. Per quanto su fronti diversi (Frederiksen è socialdemocratica) le due hanno da tempo consolidato una posizione comune sui temi di migranti, promuovendo anche le riunioni del gruppo di Paesi ‘like minded’ sulle cosiddette ‘soluzioni innovative’.

‘Non accettiamo un’immigrazione incontrollata verso l’Europa, e abbiamo promosso una politica migratoria rigorosa, sia nelle nostre Nazioni sia in Europa – scrivono le due leader -. Nessuno può negare gli impatti negativi dell’immigrazione illegale sulle nostre società: aumento dei tassi di criminalità, crescente pressione sui servizi pubblici ed erosione della fiducia dei cittadini. Insieme – si legge nel messaggio – siamo riuscite a modificare gli equilibri nell’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo nei confronti dei cittadini stranieri che commettono reati gravi. Di conseguenza, ora dovrebbero aumentare le espulsioni. Comprensibilmente, i cittadini europei si aspettano azioni concrete dai propri rappresentanti politici. Per troppo tempo, soprattutto le persone comuni hanno pagato un prezzo troppo alto a causa di un’immigrazione incontrollata. È nostro dovere continuare a impegnarci con determinazione per offrire risposte concrete ai cittadini, specialmente i più esposti, e garantire maggiore sicurezza e tutela per le nostre comunità. Insieme – proseguono – siamo riuscite a modificare gli equilibri nell’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo nei confronti dei cittadini stranieri che commettono reati gravi. Di conseguenza, ora dovrebbero aumentare le espulsioni. E ora cosa possiamo fare di più? Bisogna realizzare centri di rimpatrio in Paesi terzi, così come altre soluzioni innovative al di fuori dell’Europa. Ci stiamo lavorando con impegno. Ma questo non basta’. Secondo le due leader ‘il rispetto delle nostre leggi deve andare di pari passo con il rispetto dei valori europei. Ciò vale per i migranti illegali, ma anche per i milioni di cittadini stranieri che vivono legalmente nelle nostre Nazioni e in tutta Europa. Entrambe siamo orgogliose del patrimonio culturale cristiano dell’Europa e vogliamo proteggerlo. Ci aspettiamo che chi arriva nei nostri Paesi e sceglie di fare dell’Europa la propria casa, rispetti i nostri valori e non cerchi di imporci modelli di vita che non condividiamo. Riteniamo che questa sia la strada giusta per proteggere l’Europa e i nostri valori comuni. E crediamo che milioni di europei condividano questa convinzione’.

L’iniziativa di Meloni è sostenuta, naturalmente, dal centrodestra, a partire da Fratelli d’Italia. ‘E’ un segnale politico importante per l’Europa’, afferma il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti, che parla di una ‘strategia pragmatica che sta progressivamente orientando il dibattito europeo e che dimostra quanto sia stato importante il lavoro di Giorgia Meloni per riportare queste priorità al centro dell’agenda dell’Unione’. Per il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami Meloni e Frederiksen ‘tracciano la rotta per la sicurezza e il futuro del nostro Continente. È la dimostrazione che la difesa dei confini non ha colore politico: quando si parla di proteggere la sicurezza dei cittadini di fronte alla devastante ondata dell’immigrazione clandestina il buon senso prevale sulle barriere ideologiche’.

Sui migranti, dalle colonne della Frankfurter Allgemeine Zeitung, interviene il presidente del Partito popolare europeo (Ppe) Manfred Weber che più volte, al Parlamento europeo, ha promosso una maggioranza ‘alternativa’ coinvolgendo i gruppi di destra in particolare proprio sul tema delle migrazioni. Per Weber l’Unione europea deve accelerare sulla creazione di centri per i rimpatri in Africa e rafforzare Frontex, trasformandola in una vera agenzia europea di guardia di frontiera con 50mila effettivi. In particolare ‘l’Europa deve realizzare rapidamente dei return hub in Africa’ dato che ‘con buone relazioni commerciali, cooperazione economica e anche migrazione legale, l’Ue ha enormi offerte da fare ai Paesi che coopereranno con noi su questi return hub’. Per farlo serve però ‘un mandato chiaro alla Commissione’. Weber propone parallelamente un forte potenziamento di Frontex. L’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera dovrebbe diventare, a suo avviso ‘una vera agenzia europea di protezione delle frontiere con 50mila effettivi’, dotata anche della capacità di controllare l’operato degli Stati membri.

Parole condivise dal ministro degli Esteri e leader di Forza Italia Antonio Tajani. ‘Condivido le proposte di Manfred Weber e del Ppe sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Dobbiamo difendere insieme le nostre frontiere esterne’, ha scritto Tajani su X. Per il titolare della Farnesina occorre ‘potenziare Frontex come una vera agenzia europea di guardia di frontiera con uomini, mezzi e poteri adeguati’ e ‘combattere senza tregua le organizzazioni criminali dei trafficanti’. Tajani chiede inoltre di ‘realizzare hub per i rimpatri in Africa e accelerare quelli di chi non ha diritto a restare in Europa’, affiancando però alle misure di controllo ‘più cooperazione con i Paesi di origine e transito con investimenti, formazione in loco e migrazione regolare utile alla nostra economia’.

Completamente diversa la visione delle opposizioni. ‘Meloni e Frederiksen – attacca Angelo Bonelli di Avs – dichiarano di voler ‘difendere l’Europa’ dall’immigrazione, mentre tacciono sulla vera emergenza che sta rendendo il nostro continente sempre più invivibile: la crisi climatica. In appena due settimane di caldo estremo si stimano quasi 15 mila decessi in Europa’. Eppure, ‘Meloni indica come priorità la chiusura delle frontiere e la demolizione di Schengen. È una strategia irresponsabile: costruire false emergenze per alimentare paura e propaganda, nascondendo quella che i cittadini stanno già pagando sulla propria pelle. Meloni, Frederiksen e von der Leyen parlano di difendere il futuro dell’Europa, ma intanto demoliscono le politiche climatiche, rallentano la transizione ecologica e proteggono gli interessi delle fonti fossili. Non stanno difendendo l’Europa: la stanno condannando a diventare più arida, più fragile e sempre meno abitabile. Sono irresponsabili’.

Di strategia ‘tafazziana’ parla Benedetto Della Vedova (+Europa). ‘L’immigrazione in Europa – sottolinea – è una questione seria e di lungo respiro. Meloni e la premier danese Frederiksen, nella loro nota congiunta, optano per la propaganda, partendo da un assunto retorico falso, cioè che a differenza loro ci sarebbe qualche paese europeo fautore dell’immigrazione incontrollata. L’interesse danese è chiaro: la Danimarca è un piccolo paese del Nord solo marginalmente interessato dagli arrivi. L’Italia, al contrario, è un paese di primo approdo nel Mediterraneo ed esposto agli arrivi dalla rotta balcanica. Per la Danimarca il trattato di Dublino è una salvezza, per l’italia una condanna. All’Italia servirebbe una politica migratoria comune in Europa, in cui sia l’Unione a farsi carico dei migranti ovunque approdati, mentre alla Danimarca va benissimo che sia il Paese di primo approdo ad occuparsi degli arrivi e delle emergenze. L’atteggiamento di Meloni, al di fuori dalla propaganda, è tafazziano’.

‘La sospensione di Schengen con la Spagna – afferma l’europarlamentare Pd Matteo Ricci – dimostra che il sovranismo è un boomerang: ognuno è sovranista a casa propria. Noi lo facciamo gli altri e gli altri con noi. È già successo. Madrid ha risposto con controlli sui viaggiatori che arrivano dall’Italia e Berlino ha annunciato che dal 19 agosto ricomincerà a rispedirci indietro i richiedenti asilo passati dal nostro Paese. Abbiamo bloccato la libera circolazione delle persone con uno Stato con cui non confiniamo, per una vicenda avvenuta in territorio geograficamente africano e già risolta con i rimpatri nel giro di pochi giorni. Non è sicurezza ma becera propaganda elettorale’.

Vannacci vs Meloni tra "aspetto una telefonata" e "non arretro di un millimetro"

Roma, 10 ago. (askanews) – Il primo a sapere quanto sia stretto il sentiero tra “aspetto una telefonata da Giorgia Meloni” e “questo governo sta portando avanti le stesse politiche che da sempre porta avanti la sinistra” è proprio Roberto Vannacci. Lo sa perchè quel sentiero, che lo condurrà alle elezioni Politiche del 2027, dentro o fuori dall’alleanza di centrodestra, il leader di Futuro nazionale lo bazzica da mesi, sempre in equilibrio, se non in bilico, tra le “linee rosse”, invalicabili, del partito e il cripo-invito rivolto alla premier che, per ora – fatta eccezione per un’annunciata interlocuzione preliminare con FnV del capogruppo alla Camera di Fdi, Galeazzo Bignami – ha lasciato perdere.

Vannacci, comunque, fa il suo gioco che consiste anche nel ripetere ad ogni occasione pubblica – l’ultima venerdì scorso al festival de La Versiliana – che Futuro nazionale non “cambierà rotta”, non accetterà compromessi inaccettabili, ma anche che a lui nessuno del centrodestra – leggi, in realtà, Fratelli d’Italia – l’ha mai cercato e – sottotesto – dovrebbe farlo. Parallelamente l’ex generale si dedica ad attaccare gli altri partiti alleati, un giorno la Lega, un altro Forza Italia (anche con invettive rivolte ai singoli deputati, vedi il caso del deputato azzurro Paolo Emilio Russo). Oggi in un’intervista a La Verità torna sullo strappo con il Carroccio e rilancia di nuovo: “Sono uscito dalla Lega perchè è un partito che si è mostrato incoerente con le promesse fatte – spiega -. Dopodiché io insisto: Futuro nazionale deve essere il principale interlocutore del centrodestra” anche se al momento non c’è stata “nessuna telefonata nè da Tajani nè da Salvini nè da Meloni”. Aspetta una telefonata dalla premier? “Assolutamente sì – risponde a La Verità -, qualora ne abbia voglia”. E perchè dovrebbe essere la premier a cercarlo e non viceversa? La risposta di Vannacci fa appello alla forma, a un codice delle buone maniere che aspira ad essere inconfutabile almeno quanto l’uso che l’ex generale fa delle definizioni del vocabolario italiano quando parla di “remigrazione” e di “rastrellare” il boschetto di Rogoredo a Milano. Uscita che ha scatenato le proteste del centrosinistra e non solo (“rastrellare – gli ha risposto Matteo Renzi – è il verbo usato dai nazisti e dai fascisti. Voi, caro generale, non rastrellerete un bel niente”). Tornando all’epistemologia della telefonata, Vannacci spiega: “Aspetto una sua telefonata perchè ho imparato l’educazione in senso tradizionale: considero Giorgia Meloni la padrona di casa e mi aspetto che parli con tutte le persone che si trovano all’ingresso della casa”.

Il pressing sul contatto diretto, in realtà, dura da settimane. “Salvini? Non l’ho più sentito. Non mi ha risposto neanche agli auguri di compleanno – diceva l’ex generale a inizio giugno -. Meloni? Con lei non ho mai avuto il piacere di parlare. Spero però che non continuino tutti a fare l’errore di ignorare Futuro Nazionale, perché non gli conviene”. A distanza di tempo e con FnV che sembra destinato alle due cifre il quadro potrebbe essere un po’ cambiato anche se, c’è da giurarsi, il dilemma dentro o fuori dal centrodestra sarà risolto all’ultimo.

“Sono disposto a parlare con chiunque – ha detto Vannacci a Marina di Pietrasanta -, da quando ho fondato il partito non ho mai parlato con nessun leader del centrodestra o del centrosinistra, a parte Renzi e Bonelli, che ci siamo trovati in ospitate. Io parlo con tutti ma le nostre linee rosse non saranno mai valicate”. Insomma non è cosa che si possa risolvere in un nostalgico “Se telefonando”. Tant’è che su Milano Vannacci alza la posta: l’ex comandante dei Carabinieri Carmelo Burgio è il candidato di Futuro nazionale, “se il centrodestra vorrà confrontarsi seriamente con questa visione, noi saremo disponibili al dialogo” ma questo “non significa rinunciare ai nostri principi e, soprattutto, non significa mettere in discussione il nome di Carmelo Burgio. Su questo non arretreremo di un millimetro”, chiude.

Attentato a Ranucci, il gip: Lavitola voleva accrescere la popolarità del giornalista

Milano, 10 ago. (askanews) – L’attentato a Sigfrido Ranucci “è stato commissionato da Lavitola esclusivamente per accrescere la popolarità del giornalista e accelerare i suoi progetti in ambito politico”. Lo scrive il gip di Roma in un passaggio dell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato all’arresto di Valter Lavitola come mandante dell’attentato dinamitardo all’autovettura e all’abitazione del conduttore di Report.

“Se infatti lo scopo era quello di favorire l’ascesa politica del giornalista Ranucci ed evidentemente assicurarsi per sè un ruolo di primo piano nel nuovo scenario politico ipotizzato – osserva il giudice di Piazzale Clodio -, è indubbio che nella ideazione dell’indagato Lavitola, agli occhi della vittima e dell’opinione pubblica l’evento delittuoso doveva apparire come un atto intimidatorio o ritorsivo, comunque un avvertimento rivolto al giornalista Ranucci per intimorirlo rispetto alla prosecuzione delle sue inchieste, ma mai per porre in effettivo pericolo l’incolumita del giornalista”.

Wakeboard, tre ori azzurri ai Mondiali del Lago del Salto

Rieti, 10 ago. (askanews)- Tre ori, un argento e un bronzo. È il bilancio dell’Italia ai Mondiali di wakeboard 2026, conclusi al Lago del Salto. Protagonisti i giovani azzurri: Veronica Riva e Matteo Molinari hanno conquistato i titoli iridati nelle categorie Junior Women e Junior Men, dopo l’oro ottenuto da Noa Gualtieri negli Under 14.

Palpabile l’emozione del Presidente della Federazione Italiana Surfing, sci nautico e wakeboard, Claudio Ponzani: “Vedere questa magia a casa mia, insieme a questa gente, mi emoziona. Pensavo di fare un bel mondiale, anche meglio del 2022 ma non pensavo andasse così bene. Lo si deve a chi ha lavorato per 7-8 mesi senza stop, a tutto il comitato organizzatore, a tutti i ragazzi e a tutti gli amici che si sono impegnati affinché questo mondiale potesse andare così. A loro uno speciale ringraziamento.”

Riva ha dominato la finale Junior Women davanti alla greca Anna Maria Thomaidou e all’australiana Demi Micallef. Quarta l’altra azzurra Carolina De Lellis. Nella Junior Men, invece, Molinari ha preceduto lo statunitense Hudson Gentry e il tedesco Jacob Gauss. Sesto Giancarlo Iacorossi.

Medaglia anche nella categoria Open Men, con Federico Dal Lago secondo alle spalle dell’australiano Sam Brown. Terzo l’altro australiano Nic Rapa, sesto l’azzurro Massimiliano Piffaretti. Nelle Open Women quarto posto per Alizée Piana e quinto per Alice Virag.

A completare il bottino italiano il bronzo di Annalisa Di Corato nella categoria Over 40 Women. La Nazionale chiude così il Mondiale di casa con cinque medaglie complessive: tre ori, un argento e un bronzo, con i tre titoli conquistati tutti nelle categorie giovanili.

In Colombia terremoto di magnitudo 7,4

Roma, 10 ago. (askanews) – Un violento terremoto colpito la regione colombiana del Pacifico, provocando feriti e danni agli edifici nel dipartimento di Chocó. Le autorità hanno avviato le verifiche per stabilire l’entità dei danni. È stata rivista al rialzo – a 7,4 – la magnitudo del forte terremoto che questa mattina ha colpito la Colombia occidentale, con epicentro nel dipartimento di Chocó. È quanto emerge dall’ultimo aggiornamento del Servizio geologico colombiano (Sgc), che in precedenza aveva fornito una stima inferiore della potenza del sisma, a 6,6.

La scossa è stata registrata alle 7.34 ora locale (14.34 in Italia), con epicentro a circa 20 chilometri da San José del Palmar, nel Chocó, e a una profondità di 96 chilometri.Il terremoto ha interessato una zona vicina anche ai dipartimenti di Valle del Cauca, Risaralda e Quindío ed è stato rilevato da un’ampia rete di stazioni sismiche nell’ovest e nel centro del Paese. La scossa è stata avvertita in una vasta area della Colombia.

Ancora più elevata la stima fornita dall’Istituto geofisico dell’Ecuador, che allo stesso evento sismico ha attribuito una magnitudo di 7,6 .

Calcio, Inzaghi: "Juve se la giocherà con l’Inter per il titolo"

Roma, 10 ago. (askanews) – Vigilia di amichevole per il Palermo, che domani, nel corso della tournée australiana affronterà la Juventus, nella sfida che si giocherà all’HBF Park di Perth, con calcio di inizio fissato alle ore 12:00 italiane.

Ottimo test match per la formazione rosanero guidata dal tecnico Filippo Inzaghi che, davanti alle telecamere di Sky Sport, ha parlato dell’avversario: “La Juve sarà tra le protagoniste della prossima Serie A, l’altra sera, oltre alla partita, ho visto i cambi che ha: ha una rosa profonda, un grande allenatore, ed è stato molto importante l’arrivo di Carnevali in dirigenza. Io credo se la giocherà cn l’Inter fino alla fine per lo scudetto, anche se tra le big voglio annoverare anche formazioni come Napoli e Como. Sarà un torneo avvincente, ma ripeto che io vedo la Juve protagonista”.

Calcio, Spalletti, "Inzaghi tecnico top, Palermo difficile"

Roma, 10 ago. (askanews) – “Filippo Inzaghi diventerà sicuramente un allenatore top”. Luciano Spalletti, tecnico della Juventus, elogia il collega alla vigilia della sfida con il Palermo e presenta una partita che, dice, “sarà difficile”. “È stato un campione da calciatore, poi è una persona molto umile, sa usare le caratteristiche dei giocatori per portare a casa il più possibile. Hanno calciatori che hanno calcato tutti i campi della Serie A e conoscono benissimo il mestiere”, ha spiegato a Sky Sport. Il fischio d’inizio dell’amichevole estiva tra i bianconeri e il Palermo è fissato perdomani alle ore 12 (ora italiana). La gara si disputerà a Perth, in Australia.

Spalletti ha poi fatto il punto sulle condizioni di Federico Gatti: “Non partirà dall’inizio perché ha un affaticamento, vedremo se ce ne sarà bisogno. Giocherà al massimo 20-30 minuti”.

Sul mercato il tecnico bianconero non cambia linea: “Dall’inizio del mercato a oggi abbiamo le stesse idee, si va avanti per la nostra strada”. Infine il capitolo portieri. Spalletti ha elogiato Di Gregorio per le parate del primo tempo contro il Celta Vigo, definendolo “sfortunato sul secondo gol”, e ha annunciato la scelta per la prossima gara: “Domani giocherà Perin, lo avevamo già concordato”.

Europei di atletica, Inzoli e Fabbri finale con la miglior misura

Roma, 10 ago. (askanews) – Quattro azzurri conquistano la finale nella prima mattina di gare agli Europei di Birmingham. Nel lungo decolla Francesco Inzoli con 8,34 ventoso (+3.1) che vale la miglior misura della qualificazione, ottenuta al terzo e ultimo tentativo. Un salto fondamentale per andare avanti: il 21enne milanese, al debutto in Nazionale assoluta e cresciuto in questa stagione fino a 8,27, sarebbe rimasto fuori con il suo 7,89 di avvio. È il fratello maggiore dell’oro mondiale U20 Daniele Inzoli che ha trionfato appena due giorni fa a Eugene nella rassegna iridata giovanile. In finale martedì sera non ci sarà Mattia Furlani che esce di scena dopo il 7,73 (+1.8) del primo salto, dolorante alla coscia destra. Il campione del mondo si sta sottoponendo ad accertamenti per valutare nelle prossime 48-72 ore l’entità dell’infortunio. Tre pesisti si prendono il pass per la finale di questa sera (21.33 ora italiana): tutto facile per il campione in carica Leonardo Fabbri che lancia subito a 21,29 e domina il round eliminatorio davanti al ceco Tomas Stanek (20,66), terza misura per Nick Ponzio (20,48) e nona per Zane Weir (19,80), out Riccardo Ferrara (18,85). Negli 800 metri promossi in semifinale Francesco Pernici (vince la sua batteria con 1:45.31) e Giovanni Lazzaro (terzo in 1:47.53), mentre Catalin Tecuceanu è il primo degli esclusi con 1:46.44. Avanti in semifinale anche Gloria Hooper che eguaglia il personale nei 100 metri con 11.24 (+1.8) e Rebecca Sartori nei 400 ostacoli (56.18). Eliminati nei 400 metri Lorenzo Benati (46.23), il martellista Giorgio Olivieri (71,83), le pesiste Sara Verteramo (15,69) e Anna Musci (15,49). Gli azzurri sono scesi in pista e in pedana con un nastro nero in segno di lutto per la scomparsa della leggenda azzurra Livio Berruti. (Foto Grana/Fidal)

Europei di nuoto. In finale Razzetti e le 4×200 sl

Roma, 10 ago. (askanews) – Alberto Razzetti nei 400 misti e le staffette 4×200 stile libero puntano le prime medaglie in palio ai trentottesimi campionati europei in vasca lunga, che si sono aperti questa mattina all’Olympic Aquatic Centre di Parigi. La tricampionessa continentale Simona Quadarella vince facilmente le eliminatorie degli 800 stile libero e si candida ad allungare la striscia di successi iniziata a Glasgow nel 2018. E’ uno show dell’Italnuoto, con i suoi big e i suoi giovani, che conquista tutti i pass a disposizione.

Alberto Razzetti accede alla finale dei 400 misti con il terzo tempo e si candida a un ruolo da protagonista nella serata, anche considerando l’assenza del campione olimpico Leon Marchand, fermato da un risentimento all’adduttore. Buone indicazioni anche dai 100 stile libero femminili, con Sara Curtis quarta in semifinale grazie al 53″76. Avanza anche Emma Virginia Menicucci, quindicesima in 54″45, mentre vengono eliminate Alessandra Mao e Chiara Tarantino. Nei 50 farfalla Thomas Ceccon e Lorenzo Gargani centrano la semifinale rispettivamente con il nono e il dodicesimo tempo: 23″10 per il campione di Schio, 23″18 e primato personale per il siciliano.

Doppia qualificazione italiana anche nei 200 dorso femminili, con Federica Toma undicesima in 2’11″58 e Alessia Bianchi diciassettesima in 2’13″56. Miglior tempo per la britannica Katie Shanahan in 2’09″29.

Nei 100 rana, infine, Nicolò Martinenghi e Simone Cerasuolo volano in semifinale con il secondo tempo ex aequo in 59″11, alle spalle del solo Adam Peaty, primo in 59″08. Eliminati Ludovico Blu Art Viberti e Christian Mantegazza.

L’Italia centra inoltre la finale con entrambe le staffette 4×200 stile libero: le donne sono quarte in 7’57″57, gli uomini sesti in 7’08″73. Negli 800 stile libero Simona Quadarella conquista infine la finale con il miglior tempo, 8’23″17, precedendo la tedesca Isabel Gose, seconda in 8’26″01.

Venditti a Capri, troppi elogi e lui scherza: “Non sono ancora morto”

Capri, 10 ago. (askanews) – Antonello Venditti a Capri. Il cantautore romano si esibirà lunedì 10 agosto in concerto sull’isola per la manifestazione San Lorenzo al Porto organizzata dal Porto Turistico e dal Comune di Capri. Siparietto domenica al Municipio di Capri durante un incontro di presentazione con il sindaco Paolo Falco e l’assessore ai grandi eventi Salvatore Ciuccio. Al sindaco che lo elogiava per i suoi successi, Venditti ha risposto in maniera ironica: “Non sono ancora morto, figuriamoci dopo”, ha scherzato, entusiasta per la grande accoglienza avuta sull’isola. “Capri è il top”, ha detto, annunciando che forse stasera oltre a “Grazie Roma” canterà anche “Grazie Capri”.

Danimarca, ad Aarhus apre lo Skyspace di Turrell: il sole in una stanza

Roma, 10 ago. (askanews) – Tra l’eclissi del 12 agosto e le notti dedicate alle stelle cadenti, il cielo torna protagonista dell’estate 2026. C’è però un luogo dove questa meraviglia dura ben più di pochi minuti, e può essere vissuta ogni giorno dell’anno. Succede ad Aarhus, la seconda città della Danimarca, dove è stato da poco inaugurato al museo AROS As Seen Below – The Dome, la nuova monumentale installazione permanente di James Turrell, uno dei più influenti artisti contemporanei al mondo e maestro assoluto della luce.

L’opera è già destinata a entrare nella storia dell’arte contemporanea: è infatti il 100° Skyspace realizzato da Turrell e il più grande mai costruito all’interno di un museo. Una cupola di 40 metri di diametro e 16 metri di altezza, grande quasi quanto il Pantheon di Roma, è progettata per trasformare il cielo nella materia stessa dell’opera.

Al centro della struttura, una grande apertura circolare incornicia il cielo. La luce naturale dialoga con un sofisticato sistema di illuminazione ideato dall’artista, modificando continuamente la percezione dei colori, dello spazio e della profondità. Ogni alba, ogni tramonto, ogni nuvola e ogni stagione rendono l’esperienza diversa da quella precedente. Le sessioni Twilight, organizzate all’alba e al tramonto, sono il momento più suggestivo della visita: la luce naturale e quella artificiale si fondono, creando un’esperienza immersiva che cambia continuamente. Come ama dire James Turrell: “Posso cambiare il cielo in qualsiasi colore desideriate.”

L’installazione rappresenta il nuovo simbolo dell’ARoS Aarhus Art Museum, uno dei principali musei d’arte contemporanea del Nord Europa, visitato ogni anno da oltre 650.000 persone e già noto a livello internazionale per Your Rainbow Panorama di Olafur Eliasson. Con l’apertura di As Seen Below – The Dome, Aarhus rafforza ulteriormente il proprio ruolo di destinazione culturale di riferimento per gli amanti dell’arte, dell’architettura e del design.

Se l’eclissi del 12 agosto ricorderà a milioni di persone la bellezza di alzare gli occhi verso il cielo, As Seen Below – The Dome offre la possibilità di vivere quella stessa meraviglia ogni giorno dell’anno. Perché, ad Aarhus, il cielo non è semplicemente qualcosa da osservare: è diventato un’opera d’arte.

Nato a Los Angeles nel 1943, James Turrell è considerato uno dei più importanti artisti americani contemporanei. Da oltre cinquant’anni esplora il rapporto tra luce, spazio e percezione attraverso opere immersive che trasformano il modo in cui osserviamo il mondo. I suoi celebri Skyspace, presenti in tutto il mondo, sono ambienti architettonici progettati per incorniciare la volta celeste e invitare il pubblico a vivere il cielo come un’esperienza estetica. Con As Seen Below – The Dome, inaugurato all’ARoS Aarhus Art Museum, firma il più grande Skyspace mai realizzato all’interno di un museo.

Attentato a Ranucci, arrestato Valter Lavitola

Roma, 10 ago. (askanews) – Valter Lavitola è arrestato in relazione all’attentato a Sigfrido Ranucci. L’imprenditore è accusato di essere il mandante dell’azione eseguita ad ottobre, nella zona di Campo Ascolano, tra Pomezia e Torvajanica.

L’imprenditore ed ex editore de “L’Avanti” Valter Lavitola è stato arrestato e portato in carcere. L’ordinanza di custodia cautelare è stata decisa dal gip di Roma nell’ambito dell’indagine della Procura della Capitale. L’arresto è stato eseguito dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma.

Atletica, Furlani si ritira: Europeo finito al primo salto

Roma, 10 ago. (askanews) – Si ferma al primo salto l’Europeo di Mattia Furlani. L’azzurro, tra i favoriti nel salto in lungo, si è infortunato durante il primo tentativo delle qualificazioni, atterrando nella sabbia con una smorfia di dolore e facendo subito segno allo staff di fermarsi.

Furlani aveva ottenuto un 7,73, ma già dalla rincorsa il movimento non era apparso fluido come al solito. Poco dopo è arrivata l’ufficialità del ritiro, con la “R” comparsa accanto al suo nome. L’azzurro, al momento tredicesimo, sarebbe comunque rimasto fuori dalla finale, alla quale accedono i primi 12.

L’infortunio sembra essere una ricaduta del problema al bicipite femorale destro accusato in Cina, dal quale Furlani si era ripreso gradualmente nelle ultime settimane. La sua gara europea si chiude dunque dopo un solo salto, nel modo più amaro.

Conte: sfido Meloni. Da me tutte le risposte, voi tirate fuori chat Delmastro

Roma, 10 ago. (askanews) – “Sfido Meloni: io mi sono dimesso e sono venuto in Commissione Covid e ci tornerò ogni volta che me lo richiederete per rispondere a tutte le domande di fronte al Paese. Nessuna esclusa. A voi chiedo solo la più elementare trasparenza: tirate fuori le chat di Delmastro e tutta la documentazione collegata al pagamento dei 100 milioni al vostro amico Bianchi”. Così il presidente M5S Giuseppe Conte, in un post su Facebook, torna a sollecitare la premier.

“Meloni dimostraci che la ‘verità’ ti sta davvero a cuore e non è solo una finta scusa per infangare gli avversari”, ha sottolineato Conte ricordando le parole “con tono fiero” della presidente del Consiglio (‘La verità non è un attacco politico. È un diritto degli italiani’). “Cosa sacrosanta – ha osservato Conte ma “poi come si comportano nei fatti i ‘leoni’ di Fratelli d’Italia? Per rimanere all’attualità non vogliono tirare fuori le chat fra il loro Delmastro e il prestanome di un clan mafioso”, ha affondato.

“Ora stanno negando l’accesso a tutta la documentazione che ha portato Presidanza del Consiglio e Ministero della Salute a sottoscrivere un accordo che ha riconosciuto 100 milioni alla JC Electronics di Bianchi, che per mesi è stato portato in giro, da Atreju alla Commissione Covid e alle tv amiche, per attaccare noi. Non hanno neanche voluto attendere l’esito della richiesta della sospensiva e del giudizio di appello. Gli hanno liquidato ben 100 milioni dei soldi dei contribuenti in tutta fretta. Cosa hanno da nascondere?”, prosegue Conte.

“La nostra battaglia per la verità e la giustizia non si arresterà mai”, conclude il presidente Cinque Stelle.

Confcommercio: Pil 2026 meglio di attese (+0,9%) e consumi in risalita

Roma, 10 ago. (askanews) – Crescita economica meglio delle attese quest’anno e consumi in risalita, ma anche più inflazione: l’Ufficio Studi Confcommercio stima per il 2026 una crescita del Pil dello 0,9%, in accelerazione dal più 0,5% del 2025 – con “un secondo semestre meno dinamico del primo” – e un’inflazione media del 2,7%, 1,2 punti percentuali in più rispetto allo scorso anno.

“Nonostante le forti incertezze generate dal conflitto in Medio Oriente e il timore di un marcato rallentamento dell’economia, il quadro congiunturale italiano si è dimostrato più favorevole delle attese”, si legge nell’analisi sui consumi delle famiglie italiane pubblicate dalla Confederazione.

Nel frattempo nel 2026 la spesa reale pro capite per consumi ha raggiunto i 23.261 euro (era 19.877 euro nel 1995), con un aumento di 314 euro rispetto al 2025, superando i livelli pre-Covid ma anche il picco del 2007 (22.975 euro), anno di inizio della grande crisi finanziaria globale. E’ quanto emerge da una analisi dei consumi delle famiglie italiane negli ultimi trent’anni condotta da Confcommercio.

“Nel nostro Paese – dice l’associazione – la presenza di un contesto produttivo che continua a mostrare segnali di miglioramento ha favorito il permanere di dinamiche positive del mercato del lavoro con gli occupati che hanno raggiunto il massimo storico (24,3 milioni), mentre la disoccupazione è scesa ai minimi, favorendo la crescita del reddito disponibile delle famiglie”.

“Questo andamento sostiene la ripresa dei consumi, che prosegue, seppur gradualmente, insieme al buon andamento del turismo, trainato soprattutto dalla domanda estera. Uno scenario quindi – secondo Confcommercio – sostanzialmente positivo anche se permangono elementi di incertezza legati all’evoluzione del quadro geopolitico e ai possibili riflessi sui prezzi dell’energia e sull’inflazione nella parte finale dell’anno”.

Guardando in particolare alle vendite al dettaglio, secondo Confcommercio, “la ripresa della domanda, favorita anche dalla progressiva crescita dell’occupazione e dei redditi, non ha consentito, però, il pieno recupero dei livelli di consumo per tutti i segmenti di spesa”.

In particolare, emerge dall’analisi, “tecnologia, telefonia e informatica guidano la classifica delle abitudini di consumo degli italiani con una crescita “monstre” della spesa pro capite, rispetto al 1995, di quasi il 3.200%. Molto sostenuti anche i consumi legati alla fruizione del tempo libero, in particolare per i servizi culturali e ricreativi cresciuti del 137%”.

Future Hits Live di Radio Zeta, all’Arena di Verona il 2 settembre

Roma, 10 ago. (askanews) – Il primo settembre l’Arena di Verona è già sold out per il Power Hits Estate di RTL 102.5, ma il giorno dopo, mercoledì 2 settembre torna il Future Hits Live di Radio Zeta con un nuovo cast spettacolare. Le prevendite sono già aperte. Altri grandi artisti si aggiungono al cast: Alfa e Irama.

Per la sua 5ª edizione il Future Hits Live porterà sul palco un cast straordinario di artisti. I primi nomi annunciati per la line-up del 2026 sono: Alfa, Angelina Mango, Anna, Artie 5ive, Baby K, Bresh, Clara, Ditonellapiaga, Faccianuvola, Fred de Palma, g.Mineiro, Gaia, Irama, J-Ax, Lda & Aka 7even, Leo Gassmann, Lorenzo Salvetti, Merk & Kremont, Mr. Rain, Nayt, Nerissima Serpe, Prima stanza a destra, Promessa, Rrari dal tacco, Samurai Jay, Sangiovanni, Serena Brancale, Settembre, Tedua, The Kolors, Tommaso Paradiso, Tonypitony, Tredici Pietro, 22 Simba.

Dopo il debutto nell’estate del 2022, il Future Hits Live si è ormai affermato come un evento imperdibile per la musica dal vivo e i giovani. Radio Zeta continua a essere la voce di riferimento per le nuove generazioni, accompagnandole nella scoperta degli artisti del momento. I biglietti per il Future Hits Live 2026 sono già disponibili su TicketOne: https://www.ticketone.it/event/radio-zeta-future-hits-live-arena-di-verona-21333620. L’hashtag ufficiale del Radio Zeta Future Hits Live è: #radiozetaFHL26

Nagasaki, 81 anni dopo: la memoria non è un lusso, è una trincea

Quella luce che non si spegne

Sono passati ottantuno anni. Era il 9 agosto del ’45 quando una seconda bomba atomica – dopo Hiroshima, appena tre giorni prima – cancellò Nagasaki dalla faccia della terra. Centinaia di migliaia di persone. Uomini, donne, bambini che stavano facendo colazione, andando a scuola, aprendo una bottega. Polverizzati. E chi sopravvisse si trascinò per anni con le radiazioni nel sangue.

Ecco, ricordare tutto questo non è un esercizio retorico da commemorazione. È guardarsi allo specchio e chiedersi: noi, oggi, che cosa stiamo facendo perché non accada più? La pace non è un trofeo che metti in bacheca e te ne dimentichi. È un lavoro sporco, quotidiano, faticoso.

 

Ponti sì, ma non sulla pelle degli oppressi

Diplomazia, dialogo, ponti: parole sacrosante. Però c’è un «però» grande come una casa. Non puoi costruire ponti se prima non sai da che parte sta il torto. Mettere sullo stesso piano chi bombarda città e chi si difende sotto le macerie non è equilibrio: è vigliaccheria travestita da prudenza.

L’Ucraina aggredita non è intercambiabile con le ossessioni espansioniste di Putin. Punto. Chi gioca a confondere oppressore e oppresso non sta lavorando per la pace. Sta apparecchiando la guerra di domani.

 

Difendersi insieme non è fare la guerra

E qui arriviamo al nodo europeo. Tenere la schiena dritta con Trump, certo. Ma senza buttare via l’alleanza atlantica, che resta un’architrave. E soprattutto: costruire una difesa comune, una politica estera che non sia la somma di ventisette voci stonate.

Un deterrente credibile non è un invito a sparare. È il contrario: è dire a chiunque coltivi sogni di conquista «qui non si passa, e se ci provi trovi un muro». Non è favorire la guerra. È vivere meglio, insieme, facendo da argine.

Questo, e solo questo, è il monumento degno di quelle ombre bruciate a Nagasaki. Non le parole. I fatti.

Solidarietà di Ken Loach allo Spin Time: "Bella Ciao con voi mai così bella"

Roma, 10 ago. (askanews) – “Mi è dispiaciuto moltissimo apprendere dell’incendio allo Spin Time, del successivo sgombero e delle terribili conseguenze che ha comportato: vivere per strada deve essere davvero difficile per tutti voi, soprattutto per i più piccoli. Ricordo con grande piacere l’incontro che abbiamo avuto, le idee che abbiamo condiviso e le canzoni che abbiamo cantato: ‘Bella Ciao’ non mi è mai sembrata così bella! Ho potuto constatare che la vostra comunità è creativa e animata da uno spirito generoso, fondata sui principi della condivisione e della compassione”. Così il regista britannico Ken Loach in un messaggio alla comunità di Spin Time, che dal quel principio d’incendio nella notte tra il 29 e il 30 luglio dorme sul marciapiede di fronte all’edificio di Via Santa Croce in Gerusalemme occupato dal 2013 e nel tempo divenuto importante spazio culturale e sociale della città di Roma.

“Spero che si trovi quanto prima una soluzione che vi garantisca sicurezza e che la comunità possa riunirsi di nuovo per ricreare quel clima di sostegno reciproco, amicizia e gioia a cui mia moglie Lesley e io abbiamo avuto il piacere di partecipare per alcune ore”, ha aggiunto Ken Loach, inviando “i migliori auguri e la mia solidarietà”.

Lunedì 18 città con il bollino rosso per il caldo, martedì 19 e mercoledì 20

Milano, 10 ago. (askanews) – Non si arresta l’ondata di calore sull’Italia, con il picco dell’allerta previsto nei prossimi giorni. Secondo l’ultimo bollettino sulle ondate di calore del ministero della Salute, sono 18 oggi le città contrassegnate con il bollino rosso, il livello massimo di allerta, che saliranno a 20 domani e a 21 mercoledì 12 agosto.

Il livello massimo di allerta riguarda oggi Bari, Bologna, Campobasso, Catania, Civitavecchia, Firenze, Frosinone, Genova, Latina, Messina, Napoli, Palermo, Perugia, Pescara, Reggio Calabria, Rieti, Roma e Viterbo. Sono invece tre le città con bollino arancione (Bolzano, Brescia e Milano) e 6 con il bollino giallo: Ancona, Cagliari, Torino, Trieste, Venezia e Verona.

Domani, martedì 11 agosto, le città in rosso saliranno a 19 con l’ingresso di Bolzano, mentre Ancona passerà dal bollino giallo all’arancione. Mercoledì 12 agosto l’allerta massima si estenderà anche a Brescia, portando a 20 il numero dei centri urbani con bollino rosso.

Solidarietà Ken Loach a Spin Time: "Bella Ciao con voi mai così bella"

Roma, 10 ago. (askanews) – “Mi è dispiaciuto moltissimo apprendere dell’incendio allo Spin Time, del successivo sgombero e delle terribili conseguenze che ha comportato: vivere per strada deve essere davvero difficile per tutti voi, soprattutto per i più piccoli. Ricordo con grande piacere l’incontro che abbiamo avuto, le idee che abbiamo condiviso e le canzoni che abbiamo cantato: ‘Bella Ciao’ non mi è mai sembrata così bella! Ho potuto constatare che la vostra comunità è creativa e animata da uno spirito generoso, fondata sui principi della condivisione e della compassione”. Così il regista britannico Ken Loach in un messaggio alla comunità di Spin Time, che dal quel principio d’incendio nella notte tra il 29 e il 30 luglio dorme sul marciapiede di fronte all’edificio di Via Santa Croce in Gerusalemme occupato dal 2013 e nel tempo divenuto importante spazio culturale e sociale della città di Roma.

“Spero che si trovi quanto prima una soluzione che vi garantisca sicurezza e che la comunità possa riunirsi di nuovo per ricreare quel clima di sostegno reciproco, amicizia e gioia a cui mia moglie Lesley e io abbiamo avuto il piacere di partecipare per alcune ore”, ha aggiunto Ken Loach, inviando “i migliori auguri e la mia solidarietà”.

Una chiazza di petrolio di 390 chilometri si avvicina alla costa dell’Oman

Roma, 10 ago. (askanews) – Una vasta chiazza di petrolio, estesa per circa 390 chilometri quadrati, si sta avvicinando alla costa dell’Oman dopo l’incidente della petroliera Caroline Bezengi. Lo ha riferito l’Autorità per l’ambiente omanita.

“L’ultima analisi tecnica mostra che l’inquinamento da petrolio persiste nell’area marittima. La superficie della chiazza osservata è di circa 390 chilometri quadrati”, ha comunicato l’Autorità, precisando che la contaminazione si sta estendendo a nord-est delle isole Al Hallaniyah, in direzione della costa continentale dell’Oman. Il punto più vicino si trova a circa sette chilometri dalla riva.

Secondo le autorità, l’estensione complessiva della contaminazione lungo la direttrice del suo movimento ha raggiunto circa 449 chilometri. Le simulazioni indicano inoltre che la chiazza potrebbe avanzare di altri 121 chilometri verso nord-est nelle prossime 48 ore. Si tratta tuttavia di una previsione, la cui precisione dipenderà dall’evoluzione dei venti, delle correnti marine e delle condizioni meteorologiche.

Squadre specializzate omanite stanno monitorando la situazione attraverso immagini satellitari, modelli ambientali e rilevamenti sul campo, per seguire la diffusione dell’inquinamento e stabilire le priorità d’intervento.

La Caroline Bezengi si era incagliata alla fine di giugno. Venerdì scorso le autorità dell’Oman avevano inviato squadre di emergenza verso la nave nel tentativo di limitare i danni ambientali. Secondo quanto riportato dai media, la petroliera è sottoposta a sanzioni dell’Unione europea e del Regno unito per il presunto trasporto di petrolio e prodotti petroliferi russi.

La famiglia di Angela Celentano a 30 anni dalla scomparsa, la speranza resta

Napoli, 10 ago. (askanews) – A trent’anni dalla scomparsa della piccola Angela Celentano sul monte Faito, la famiglia la ricorda sui social rinnovando la speranza di ritrovarla. “Gli anni passano e possono logorare le forze, i pensieri e segnare la pelleà ma mai la speranza – si legge nella pagina Facebook dedicata alla bambina che, nel 1996, aveva tre anni -. Quella speranza che non fa rumore, che mantiene viva ogni possibilità e sostiene il tempo che passa. Oggi sono 30 anni senza di te. 30 anni in cui la certezza di riabbracciarti non è mai venuta meno”.

“Non servono date per ricordarti perché non sei una ricorrenza ma ogni giorno che passa non è che un altro giorno senza di te. Sei ogni giorno nei nostri cuori e – prosegue il post – nei nostri pensieri e oggi, così come dal 10 agosto 1996, il nostro obiettivo è sempre quello di poterti raggiungere, ovunque tu sia. Potrebbe sembrare follia Ma noi siamo ancora qui a sperare e credere che prima o poi tutto questo finirà. A presto Angela. La tua famiglia”.

Taormina Music Awards, da Brancale a Diodato. Premio a Vasco Rossi

Roma, 10 ago. (askanews) – Musica dal vivo, grandi ospiti, talk esclusivi, premi e tanto altro: i Taormina Music Awards si preparano a confermare uno dei teatri più affascinanti al mondo nel cuore pulsante della musica italiana e internazionale. Il prossimo 19 settembre, nella straordinaria cornice del Teatro Antico di Taormina (Messina), prenderà vita la prima edizione della nuova rassegna che celebra i grandi protagonisti della musica attraverso premi alla carriera e riconoscimenti speciali. Biglietti disponibili su TicketOne.

I primi nomi annunciati confermano fin da subito il prestigio della manifestazione: Alessio Bondì, Serena Brancale, Diodato, Ditonellapiaga, Ermal Meta e MILLE sono i primi protagonisti di un cast che riunirà alcune delle voci più autorevoli, originali e rappresentative della scena musicale contemporanea per una notte di grandi emozioni.

Conducono l’evento Bianca Guaccero e Pino Strabioli, che accompagneranno il pubblico in uno show che alternerà esibizioni live, talk con gli artisti, momenti di racconto e la consegna dei prestigiosi riconoscimenti.

A rendere ancora più sorprendente la serata, ci sarà tra gli ospiti Carlo Amleto con il suo originale connubio di musica, pianoforte e comicità. Non mancheranno anche le incursioni della travolgente Barbara Foria, che farà divertire il pubblico con la sua comicità.

Il racconto social è affidato ad Andrea Dianetti e Giulia Penna, che guideranno il pubblico nel dietro le quinte dell’evento attraverso i canali social della manifestazione.

Le coreografie dello spettacolo sono firmate da Irma Di Paola. Il corpo di ballo sarà composto da artisti siciliani. Massimo Tomasino cura il progetto luci e video, gli autori della rassegna musicale sono Gianmarco Spineo, Raffaello Fusaro e Niccolò Petitto. Regia di Claudio Insegno e Raffaello Fusaro.

Ideato e voluto dal Comune di Taormina, dalla Fondazione Taormina e dall’Assessorato al Turismo per la Città di Taormina, i Taormina Music Awards nascono come un grande evento dal vivo pensato per diventare un appuntamento di riferimento nel panorama musicale italiano. Organizzato da Enpi Entertainment di Niccolò Petitto, che ne cura anche la direzione artistica, il format coniuga esibizioni live e momenti di approfondimento con gli artisti, recuperando lo spirito dei grandi eventi musicali italiani e reinterpretandolo in una chiave contemporanea, con una forte vocazione internazionale.

Tra i riconoscimenti istituiti nell’ambito della manifestazione spicca il Taormina Legend Award, prestigioso premio alla carriera con cui la Città di Taormina rende omaggio agli artisti che hanno scritto pagine fondamentali della storia della musica italiana e internazionale, celebrandone il talento, il percorso e l’eredità artistica. L’artista a cui viene assegnato il premio è Vasco Rossi.

Accanto a questo prende vita il Taormina Centauro Award, riconoscimento della manifestazione che celebra le personalità che hanno lasciato un segno nel mondo della musica e dello spettacolo, incarnando lo spirito di eccellenza e innovazione che i Taormina Music Awards intendono rappresentare. Completano il palmarès ulteriori riconoscimenti dedicati ai protagonisti della scena contemporanea, come il Taormina Music Award Artist of the Year, conferito alla miglior artista e al miglior artista che hanno maggiormente caratterizzato l’anno musicale, e il Taormina Music Award Rivelazione, destinato al talento emergente che si è distinto nel corso dell’anno.

La grave situazione delle carceri secondo Antigone

Roma, 10 ago. (askanews) – Lo scorso 8 agosto erano 65.009 le persone recluse nelle carceri italiane. Con 46.237 posti realmente disponibili il tasso di affollamento ha superato il 140% (è il 140,6% per la precisione). Sono diventati 9 gli istituti con un tasso di affollamento superiore al 200%. Si tratta di numeri – riferisce Antigone – che raccontano di un sistema penitenziario sempre più nell’illegalità, lontano dai principi e dal dettato della Costituzione. Un sistema che non solo viola la dignità della persona, ma che in questo modo non può costruire nessun percorso di reinserimento sociale reale, a scapito anche della sicurezza dei cittadini che subiscono un tasso di recidiva superiore al 60%. Dinanzi a questa condizione il Governo continua a dare i numeri. 10.000 nuovi posti nelle carceri entro il 2027 con il piano di edilizia penitenziaria, ma nel frattempo da quanto è partito i posti realmente disponibili sono scesi di oltre 400 unità; 10.000 detenuti tossicodipendenti che usciranno, ma la legge ha copertura finanziaria per meno di 600 persone. Salvo poi continuare a varare politiche che spingono sull’acceleratore del sovraffollamento, scaricando su operatori in sotto organico e allo stremo delle forze, le conseguenze di queste scelte.

Nel frattempo – prosegue il Rapporto Antigone – i numeri di chi è in carcere furono superiori solo nel triennio 2010-2013, quello che costò all’Italia la vergogna della condanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per violazione dell’art. 3 della Convenzione europea che proibisce la tortura e i trattamenti inumani o degradanti. All’epoca i ricorsi presentati furono circa 4.000, oggi quelli accolti dai Tribunali di Sorveglianza italiani sono ben superiori, 6.539 solo nel 2025. Una violazione così evidente della Costituzione deve chiamare la reazione di tutte le forze politiche affinché, nel più breve tempo possibile, con provvedimenti urgenti, si riporti il sistema penitenziario nella piena legalità.

Idrogeno rinnovabile, dal Mase fino a 400 mln l’anno per produzione italiana

Roma, 10 ago. (askanews) – Il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica dà attuazione al nuovo meccanismo nazionale di sostegno alla produzione di idrogeno rinnovabile e bioidrogeno, con un limite di spesa di 400 milioni di euro all’anno e un contingente incentivabile fino a 200 mila tonnellate annue di capacità produttiva.

La misura, riporta un comunicato, si inserisce nel quadro delle politiche europee e nazionali per il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050, in coerenza con gli obiettivi del Green Deal europeo, del pacchetto “Fit for 55”, del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima e della Strategia italiana per l’idrogeno.

“Con questo provvedimento”, dichiara il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto, “mettiamo a disposizione del Paese uno strumento stabile e competitivo per accompagnare la crescita della filiera italiana dell’idrogeno rinnovabile. Vogliamo creare le condizioni affinché imprese e investitori possano programmare nuovi interventi industriali, rafforzando la sicurezza energetica nazionale e la competitività del nostro sistema produttivo. L’idrogeno”, continua il Ministro, “rappresenta una leva strategica per la decarbonizzazione dell’industria e dei trasporti pesanti e questo meccanismo consentirà di sostenere gli investimenti più efficienti, valorizzando l’innovazione tecnologica e l’utilizzo delle risorse pubbliche secondo criteri di efficacia e sostenibilità”.

Il nuovo sistema di incentivazione, si legge, è finalizzato a favorire lo sviluppo di una filiera nazionale dell’idrogeno rinnovabile, sostenendo la produzione di idrogeno verde ottenuto mediante elettrolisi e di bioidrogeno prodotto da biomasse, biogas o biometano. L’obiettivo è accelerare la decarbonizzazione dei comparti industriali e dei trasporti, nei quali l’idrogeno rappresenta una delle principali soluzioni per ridurre le emissioni nei processi difficilmente elettrificabili.

L’accesso agli incentivi, conclude il Mase, avverrà attraverso procedure pubbliche competitive, con cadenza almeno semestrale tra il 2026 e il 2029. Le graduatorie saranno definite sulla base del ribasso offerto rispetto al prezzo massimo posto a base d’asta, premiando i progetti in grado di garantire la produzione di idrogeno al minor costo.

A Ceuta i militari spagnoli in allerta per una nuova crisi migratoria

Roma, 10 ago. (askanews) – Il Comando generale di Ceuta ha ordinato a tutto il personale militare dell’enclave spagnola di mantenersi pronto a intervenire per prevenire una nuova crisi migratoria. Lo riferisce l’emittente Cadena SER.

Tutte le licenze dei militari sono state cancellate fino a nuovo ordine. Secondo il quotidiano 20minutos, sui social network stanno circolando appelli per organizzare un nuovo ingresso di massa di migranti a Ceuta il 15 agosto.

Alla fine di luglio l’enclave spagnola in Nord Africa era stata investita da un afflusso eccezionale di migranti provenienti dal vicino Marocco. Il ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska ha riferito che circa 72mila persone erano entrate nel territorio spagnolo e che circa 70mila erano successivamente rientrate in Marocco.

Le autorità marocchine hanno fornito invece una stima più bassa, sostenendo che nell’enclave fossero entrate circa 40mila persone.

Agcom, informazione politica: la Tv resiste ma l’algoritmo avanza

La Tv torna centrale nei momenti decisivi

La televisione non è affatto uscita di scena. Quando l’informazione riguarda una scelta politica di particolare rilievo, torna anzi a esercitare una funzione di riferimento. È uno dei dati più significativi del Report Agcom “Il consumo di informazione politico-elettorale durante la campagna referendaria 2026”, dedicato al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo scorso.

Secondo l’indagine, realizzata da GfK Italia per l’Autorità, il 58,7% degli italiani maggiorenni ha utilizzato la Tv per seguire la campagna, contro il 46,2% che si è rivolto a Internet. È un’inversione rispetto alle abitudini ordinarie, nelle quali il digitale supera ormai stabilmente il mezzo televisivo. Nei momenti di maggiore rilevanza pubblica, dunque, la Tv conserva un capitale di fiducia che continua a farne un punto di approdo per una parte molto ampia della popolazione.

Ma la fotografia non è quella di un ritorno al passato. Il 25,1% dichiara di essersi informato anche attraverso familiari e amici, una quota doppia rispetto al consumo ordinario. La politica, quando chiama direttamente in causa il cittadino, sembra quindi riattivare anche il passaparola e le reti relazionali. Resta però un dato problematico: il 10,7% afferma di non essersi informato affatto.

 

Internet divide generazioni e livelli di istruzione

La vera frattura emerge osservando età e titolo di studio. I più giovani privilegiano Internet, mentre con l’avanzare dell’età cresce progressivamente il peso della televisione. Tra i laureati il digitale diventa addirittura la prima fonte di informazione, raggiungendo il 61,5%.

L’esposizione alle notizie appare inoltre strettamente legata alla partecipazione. Chi è andato a votare ha utilizzato un ventaglio più ampio di fonti e, tra i votanti, il ricorso a Internet si avvicina a quello della Tv. Tra gli astenuti, invece, aumenta la quota di chi non si è informato. Accesso all’informazione e partecipazione democratica sembrano dunque procedere, almeno in parte, insieme.

Non siamo più, insomma, davanti a una semplice competizione tra vecchi e nuovi media. Si sta formando un sistema nel quale mezzi differenti convivono e vengono utilizzati in maniera diversa a seconda dell’età, dell’istruzione e del grado di coinvolgimento politico.

 

Il nuovo intermediario è lalgoritmo

È nel dettaglio dell’informazione online che Agcom registra il cambiamento più profondo. Social network e piattaforme video rappresentano il principale ingresso all’informazione politico-elettorale digitale e coinvolgono il 20,4% della popolazione. Facebook resta il canale prevalente, seguito da Instagram, TikTok e YouTube.

Soprattutto, le cosiddette fonti algoritmiche pesano complessivamente per il 34,2%, contro il 22,4% delle fonti editoriali online. Una parte crescente dell’informazione politica viene quindi selezionata e ordinata da sistemi automatici che decidono quali contenuti mostrare e in quale sequenza. È forse questo il dato politicamente e culturalmente più rilevante dell’intero rapporto.

C’è però un elemento che ridimensiona l’idea di una rete dominata soltanto dagli influencer. Tra chi usa social e piattaforme video per informarsi, gli account dei giornalisti sono la fonte più seguita, indicata dal 49% degli utenti. Seguono gli account nativi di informazione, quelli di esponenti e partiti politici e quelli dei media tradizionali.

Il quadro è dunque quello di un ecosistema ibrido: la televisione mantiene autorevolezza, Internet amplia l’accesso, le piattaforme acquistano potere di intermediazione. La sfida diventa allora garantire qualità, pluralismo e riconoscibilità delle fonti in un ambiente nel quale l’informazione politica passa sempre più attraverso algoritmi invisibili, ma sempre più influenti.

Migranti, Meloni- premier danese: no a immigrazione incontrollata

Roma, 10 ago. (askanews) – Giorgia Meloni e la premier danese Mette Frederiksen, in un messaggio condiviso su Instagram dicono no a “un’immigrazione incontrollata” che ha “impatti negativi” sulle società.

“Non accettiamo un’immigrazione incontrollata verso l’Europa, e abbiamo promosso una politica migratoria rigorosa, sia nelle nostre Nazioni sia in Europa – scrivono le due leader -. Nessuno può negare gli impatti negativi dell’immigrazione illegale sulle nostre società: aumento dei tassi di criminalità, crescente pressione sui servizi pubblici ed erosione della fiducia dei cittadini. Insieme – si legge nel messaggio – siamo riuscite a modificare gli equilibri nell’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo nei confronti dei cittadini stranieri che commettono reati gravi. Di conseguenza, ora dovrebbero aumentare le espulsioni”.

“Comprensibilmente, i cittadini europei si aspettano azioni concrete dai propri rappresentanti politici. Per troppo tempo, soprattutto le persone comuni hanno pagato un prezzo troppo alto a causa di un’immigrazione incontrollata. È nostro dovere continuare a impegnarci con determinazione per offrire risposte concrete ai cittadini, specialmente i più esposti, e garantire maggiore sicurezza e tutela per le nostre comunità. Insieme – proseguono – siamo riuscite a modificare gli equilibri nell’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo nei confronti dei cittadini stranieri che commettono reati gravi. Di conseguenza, ora dovrebbero aumentare le espulsioni. E ora cosa possiamo fare di più? Bisogna realizzare centri di rimpatrio in Paesi terzi, così come altre soluzioni innovative al di fuori dell’Europa. Ci stiamo lavorando con impegno. Ma questo non basta”.

“Il rispetto delle nostre leggi deve andare di pari passo con il rispetto dei valori europei. Ciò vale per i migranti illegali, ma anche per i milioni di cittadini stranieri che vivono legalmente nelle nostre Nazioni e in tutta Europa. Entrambe siamo orgogliose del patrimonio culturale cristiano dell’Europa e vogliamo proteggerlo. Ci aspettiamo che chi arriva nei nostri Paesi e sceglie di fare dell’Europa la propria casa, rispetti i nostri valori e non cerchi di imporci modelli di vita che non condividiamo. Riteniamo che questa sia la strada giusta per proteggere l’Europa e i nostri valori comuni. E crediamo che milioni di europei condividano questa convinzione”, concludono le due premier.

Addio a Cencelli, l’uomo del “Manuale”. Davicino: “C’era un’idea di partito”.

Luomo diventato l’interprete di un metodo

È morto a Roma Massimiliano Cencelli, storico funzionario della Democrazia Cristiana, il cui nome è entrato stabilmente nel lessico politico italiano. Aveva 90 anni. Iscritto alla Dc dal 1954, lavorò a lungo nell’organizzazione del partito, fu segretario particolare di Adolfo Sarti e successivamente collaborò con Nicola Mancino. Nel 2001 si candidò al Consiglio comunale di Roma nelle liste della Margherita. Fu anche sindaco di Caldarola, nelle Marche.

Più della sua biografia, tuttavia, a consegnarlo alla storia politica è stato il cosiddetto “Manuale Cencelli”: la formula con cui si indicava la ripartizione degli incarichi di partito e di governo in proporzione al peso delle diverse correnti. Una definizione divenuta negli anni quasi proverbiale e caricatasi progressivamente di un significato negativo: spartizione, lottizzazione, prevalenza degli equilibri interni sul merito. In origine, però, il meccanismo aveva una genesi più complessa.

 

Dai pontieri” alla formula che fece storia

Fu lo stesso Cencelli, in un’intervista ad Avvenire del 2003, a raccontarne la nascita. Nel 1967, al congresso della Dc di Milano, Adolfo Sarti, Francesco Cossiga e Paolo Emilio Taviani diedero vita alla corrente dei “pontieri”, chiamata così perché avrebbe dovuto fare da ponte fra maggioranza e sinistra democristiana.

La componente ottenne circa il 12 per cento e si pose il problema di tradurre quel consenso in una corrispondente presenza negli organismi dirigenti. Cencelli propose allora di applicare alla politica un criterio simile a quello delle quote societarie: a una determinata forza doveva corrispondere una determinata rappresentanza negli incarichi di partito e di governo.

Sarti gli disse di lavorarci e quel metodo cominciò a essere applicato. La formula divenne poi di pubblico dominio anche per una battuta dello stesso Sarti che, durante le crisi di governo, ai giornalisti in cerca di anticipazioni rispondeva scherzosamente: «Chiedetelo a Cencelli».

Esiste anche una ricostruzione in parte diversa. Sarebbe stato proprio Adolfo Sarti, uomo colto e politico raffinato, numero due della corrente di Taviani, a indicare la linea di condotta nelle trattative congressuali. A Massimiliano Cencelli sarebbe spettato il compito di gestire la rappresentazione degli interessi dei “pontieri”. Indubbiamente lo fece con abilità, dando a questo metodo “iperproporzionalistico” un alone di fascino e di mistero destinato a durare negli anni.

 

Davicino: «Oggi quel Manuale sarebbe inutilizzabile»

La scomparsa di Cencelli offre anche l’occasione per distinguere la degenerazione della lottizzazione dal contesto politico nel quale quel metodo era nato. Giuseppe Davicino osserva:

“Il metodo Cencelli è stato sostituito, con la Seconda Repubblica, da un sistema di spartizione del potere e di selezione della classe dirigente basato sul censo e sull’esclusività del sistema di relazioni delle élite.

In tal modo si è perso lo spirito della democrazia: la partecipazione diffusa, la selezione dal basso della classe politica, la rappresentanza sociale e territoriale.

La cosa più preoccupante credo sia il fatto che oggi il Manuale Cencelli, anche se lo si volesse usare con buon senso, senza accanimento, non si troverebbero partiti che al loro interno abbiano le caratteristiche per adottarlo. Esso infatti presuppone democrazia interna e potere degli elettori di costruire le coalizioni con il loro voto, anziché sorbirle preconfezionate prima del voto. Il maggioritario e i partiti fondati sul culto del leader lo hanno reso inutilizzabile”.

Riciclare costa più che inquinare: il paradosso della plastica europea

Quando il rifiuto perde valore

C’è qualcosa che non torna nell’economia circolare europea. Lo ha spiegato con efficacia nei giorni scorsi Alessandro Filippi, direttore generale di AMA, l’azienda che gestisce i rifiuti della Capitale: sul mercato arriva plastica vergine a prezzi talmente bassi da rendere sempre meno conveniente l’acquisto della plastica riciclata. Con una conseguenza paradossale: ciò che dovrebbe rappresentare il futuro ambientalmente ed economicamente sostenibile rischia di essere espulso dal mercato proprio per ragioni di costo.

Il problema non riguarda soltanto Roma e neppure soltanto l’Italia. L’industria europea del riciclo della plastica attraversa una fase di forte difficoltà. Gli impianti devono raccogliere o acquistare il materiale, selezionarlo, separarlo, lavarlo, triturarlo e trasformarlo nuovamente in materia prima. Sono operazioni che richiedono energia, tecnologie, personale e il rispetto di rigorosi standard ambientali.

Di fronte a questi costi, la plastica vergine può arrivare sul mercato internazionale a prezzi inferiori. La forte capacità produttiva asiatica, e cinese in particolare, insieme alla pressione delle importazioni extraeuropee, contribuisce a comprimere ulteriormente i prezzi.

 

Il paradosso delleconomia circolare

Ecco allora il cortocircuito. Ai cittadini chiediamo giustamente di differenziare i rifiuti. I Comuni organizzano raccolte sempre più complesse. L’Europa impone obiettivi crescenti di recupero e riciclo. Le imprese investono milioni negli impianti. Ma alla fine della catena il materiale recuperato rischia di non trovare un compratore perché costa più della materia vergine.

Se questo meccanismo dovesse consolidarsi, il danno sarebbe enorme. Non soltanto ambientale, ma industriale. Senza una domanda adeguata di materia prima seconda, gli impianti di riciclo vedono restringersi i margini, riducono la produzione e, nei casi estremi, chiudono. E una volta perduta capacità industriale europea sarà assai difficile ricostruirla.

I dati di Plastics Europe descrivono bene il rallentamento: la crescita della produzione europea di plastiche circolari, che nel 2022 raggiungeva il 13,6 per cento, nel 2024 si è fermata all’1,2 per cento. È un segnale che non può essere ignorato.

 

La concorrenza non può essere a senso unico

La questione investe direttamente la politica industriale dell’Unione. L’Europa non può chiedere alle proprie imprese standard ambientali sempre più elevati e contemporaneamente lasciarle competere senza correttivi con produzioni provenienti da sistemi economici sottoposti a costi e vincoli differenti.

Non significa necessariamente innalzare muri protezionistici. Significa ristabilire condizioni di concorrenza ragionevoli. Controlli sulla provenienza e sulla certificazione dei materiali, reciprocità degli standard, eventuali misure commerciali contro pratiche distorsive sono strumenti da prendere in considerazione.

Ma soprattutto bisogna agire sulla domanda. Se vogliamo davvero costruire un’economia circolare, occorre garantire un mercato alla materia riciclata attraverso percentuali minime obbligatorie e crescenti di materiale riciclato nei prodotti e negli imballaggi.

 

Il Green Deal alla prova del mercato

La vicenda della plastica contiene una lezione più generale. La transizione ecologica non si realizza soltanto fissando obiettivi. Richiede una politica industriale capace di accompagnarli.

Altrimenti l’Europa corre il rischio di imporre alle proprie imprese il costo della sostenibilità per poi acquistare dall’estero ciò che costa meno. Avremmo meno industria europea senza necessariamente avere più tutela dell’ambiente.

È questo il vero allarme che viene dalla crisi del riciclo: se produrre sostenibile diventa economicamente sconveniente, prima o poi qualcuno smetterà di farlo. E allora il paradosso sarà completo: avremo insegnato ai cittadini a riciclare, costruito gli impianti per farlo e approvato le norme per imporlo, salvo scoprire alla fine che sul mercato conviene ancora produrre plastica nuova.

Il lago che doveva morire e invece torna a vivere

Il simbolo di una catastrofe annunciata

Per molti anni il Lago Ciad è stato una delle immagini più impressionanti utilizzate per raccontare il cambiamento climatico. Situato nel cuore del Sahel, tra Ciad, Niger, Nigeria e Camerun, negli anni Sessanta era uno dei più grandi laghi africani. Poi arrivarono le grandi siccità degli anni Settanta e Ottanta e la sua superficie si ridusse drasticamente. Le immagini satellitari fecero il giro del mondo: dove prima c’era l’acqua avanzavano sabbia, vegetazione e terre coltivate.

Il Lago Ciad divenne così qualcosa di più di un problema ambientale. Divenne un simbolo. La sua progressiva scomparsa sembrava mostrare, quasi fotograficamente, il destino di un pianeta sottoposto all’aumento delle temperature e alla pressione dell’uomo.

Eppure la storia non si è fermata lì.

 

Lacqua è tornata

A partire dagli anni Novanta il regime delle precipitazioni nel Sahel ha cominciato a modificarsi. Le piogge sono tornate ad aumentare e il sistema idrologico del Lago Ciad ha mostrato una capacità di recupero che pochi avrebbero immaginato nei decenni precedenti.

Le rilevazioni satellitari hanno progressivamente corretto l’immagine di un lago condannato a una inesorabile scomparsa. Negli ultimi due decenni la sua estensione non ha continuato semplicemente a diminuire e sono stati osservati recuperi delle acque superficiali e delle riserve sotterranee.

Particolarmente significativo è quanto accaduto nel 2022, quando il bacino del Lago Ciad è stato interessato da un’alluvione di dimensioni eccezionali, la maggiore registrata da circa sessant’anni. Uno studio pubblicato nel 2024 su Scientific Reports ha evidenziato il rafforzamento del ciclo idrologico dell’intera regione.

Il paradosso è evidente: proprio il cambiamento climatico che era stato chiamato in causa per spiegare la morte del lago può contribuire, attraverso meccanismi assai più complessi, a determinare precipitazioni più intense e quindi una maggiore disponibilità d’acqua.

 

Il clima non procede in linea retta

Naturalmente sarebbe sbagliato ricavare da questa vicenda la conclusione opposta: il Lago Ciad non dimostra che il cambiamento climatico non esiste, né che i suoi effetti siano necessariamente benefici. Piogge più intense possono significare acqua, ma anche alluvioni, distruzione dei raccolti, erosione dei terreni, sfollamenti e perdita di vite umane.

La lezione è un’altra. Un’atmosfera più calda può contenere una quantità maggiore di vapore acqueo e modificare profondamente il ciclo idrologico. Alcune regioni possono diventare più aride; altre conoscere precipitazioni maggiori; altre ancora oscillare violentemente tra periodi di siccità e piogge eccezionali.

La natura, insomma, non procede secondo le nostre rappresentazioni lineari.

 

Una lezione contro le semplificazioni

La vicenda del Lago Ciad dovrebbe suggerire soprattutto una maggiore prudenza nel modo in cui raccontiamo la questione ambientale. La scienza del clima non ha bisogno né di negazionismi né di profezie apocalittiche. Ha bisogno di osservazione, ricerca, capacità di correggere le interpretazioni quando nuovi dati modificano il quadro.

Un lago che sembrava destinato a morire torna ad allargare le proprie acque. Non è la rivincita della natura sull’uomo e neppure la prova che possiamo disinteressarci del riscaldamento globale. È qualcosa di forse più interessante: la dimostrazione che gli ecosistemi possiedono dinamiche, adattamenti e capacità di reazione che non sempre riusciamo a prevedere.

Anche per questo il Lago Ciad può diventare un simbolo nuovo. Non più soltanto l’icona di una catastrofe annunciata, ma il richiamo a guardare il pianeta per quello che è: un sistema fragile, certamente, ma anche straordinariamente complesso e capace, qualche volta, di sorprenderci.

MotoGp, il calendario del motomondiale e i vincitori

Roma, 9 ago. (askanews) – Questo il calendario del MotoGp 2026 ed i vincitori:

GP Thailandia (Buriram, Thailandia, 1 marzo) vincitore: Marco Bezzecchi (Aprilia) GP Brasile (Goiânia, Brasile, 22 marzo) vincitore: Marco Bezzecchi (Aprilia) GP Texas (Austin, Stati Uniti, 29 marzo) vincitore: Marco Bezzecchi (Aprilia) GP Spagna (Jerez de la Frontera, Spagna, 26 aprile) vincitore: Alex Marquez (Gresini Racing) GP Francia (Le Mans, Francia, 10 maggio) vincitore: Jorge Martin (Aprilia) GP Catalogna (Barcellona, Spagna) vincitore: Fabio Di Giannantonio (Ducati) GP Italia (Mugello, Italia, 31 maggio) vincitore: Marco Bezzecchi (Aprilia) GP Ungheria (Balaton, Ungheria, 7 giugno) vincitore: Marc Marquez (Ducati) GP Repubblica Ceca (Brno, Repubblica Ceca, 21 giugno) vincitore: Marc Marquez (Ducati) GP Paesi Bassi (Assen, Paesi Bassi, 28 giugno) vincitore: Ai Ogura (team Trackhouse Racing, Aprilia) GP Germania (Sachsenring, Germania, 12 luglio) vincitore: Marc Marquez (Ducati) GP Regno Unito (Silverstone, Regno Unito, 9 agosto) vincitore: Fernandez (Aprilia)

GP Aragona (Aragón, Spagna, 30 agosto) GP San Marino (Misano, Italia, 13 settembre) GP Austria (Red Bull Ring, Austria, 20 settembre) GP Giappone (Motegi, Giappone, 4 ottobre) GP Indonesia (Mandalika, Indonesia, 11 ottobre) GP Australia (Phillip Island, Australia, 25 ottobre) GP Malesia (Sepang, Malesia, 1° novembre) GP Qatar (Lusail, Qatar, 8 novembre) GP Portogallo (Portimão, Portogallo, 22 novembre) GP Comunità Valenciana (Valencia, Spagna, 29 novembre)

Inps, tra i percettori del Reddito di cittadinanza anche ex brigatisi e un latitante

Roma, 9 ago. (askanews) – Frodi nella percezione del Reddito di cittadinanza per ulteriori 43 milioni di euro. E’ quanto emerso dai controlli condotti dall’Inps solo negli ultimi 18 mesi in collaborazione con la Guardia di Finanza. Lo ha reso noto Fabio Vitale, componente del Consiglio di amministrazione dell’istituto, in un’intervista al Secolo d’Italia, in cui ripercorre le criticità del provvedimento sin dalla sua introduzione nel 2019. Tra i beneficiari indebiti, precisa Vitale, figurano 4.374 soggetti condannati per reati ostativi e un latitante. Il sistema di controllo dei requisiti, spiega Vitale, si fondava all’origine “esclusivamente sulle autodichiarazioni rese dagli interessati”, rinviando a un momento successivo le verifiche, incluse quelle sul casellario giudiziale.

Le criticità, ricostruisce Vitale, erano emerse già nei primi mesi di applicazione della norma: un primo incrocio delle banche dati aveva individuato “23 brigatisti rossi in condizione di libertà restrittiva” tra i percettori. Della questione fu informato l’allora presidente dell’Istituto Pasquale Tridico, a cui vennero suggerite le necessarie misure correttive che non vennero accolte, secondo la ricostruzione di Vitale.

“Le attività di recupero – ha aggiunto – sono molto difficili e destinate presumibilmente a restare senza esito in quanto i soldi sono ormai entrati nel circuito della malavita o comunque irrecuperabili trattandosi di soggetti nullatenenti o detenuti. Ripeto, il danno ha avuto effetti finanziari indescrivibili e non credo che noi riusciremo a recuperare quanto erogato in maniera scellerata”.

Arte, Palazzo Merulana riaprirà con "Scuola Italiana" e "Lirismo Indifeso"

Roma, 9 ago. (askanews) – Dal 10 al 25 agosto Palazzo Merulana, sede della Fondazione Elena e Claudio Cerasi, gestito e valorizzato da CoopCulture, chiuderà per la consueta pausa estiva. Con la riapertura, mercoledì 26 agosto, il pubblico potrà tornare ad ammirare ‘Scuola Italiana. La pittura contemporanea e il suo spirito circolare nel tempo storico #1 Nicola Pucci’, da un’idea e a cura di Gianluca Marziani, e ‘Lirismo Indifeso – Percezioni riflesse’ di Franco Onali, a cura di Jacopo Bucciantini, oltre alle opere della Collezione Cerasi, la collezione permanente di Palazzo Merulana con 90 opere di artisti della Scuola Romana dei primi anni del ‘900.

La mostra dell’artista palermitano Nicola Pucci, prima tappa del progetto ‘Scuola Italiana. La pittura contemporanea e il suo spirito circolare nel tempo storico’, curata da Gianluca Marziani, in allestimento fino al 4 ottobre, offre l’occasione per approfondire la produzione di Pucci e il confronto con la Collezione Elena e Claudio Cerasi. L’iniziativa si inserisce nel filone di ricerca, approfondito dal curatore, sullo stato attuale della pittura e della figurazione italiana: un percorso critico che indaga come le nuove generazioni rielaborino eredità storiche, linguaggi e iconografie per declinarle in chiave contemporanea. Il progetto aderisce pienamente alla volontà di valorizzazione di Palazzo Merulana e della collezione permanente, promosso dalla Fondazione Elena e Claudio Cerasi e ideato e realizzato da CoopCulture sotto la sua direzione artistica, contribuendo a rendere accessibile e vivo il patrimonio storico-artistico del museo.

Sfuggenti, persino contraddittorie, sembrano a prima vista le opere di Franco Onali, a Palazzo Merulana con ‘Lirismo Indifeso – Percezioni riflesse’ fino al 27 settembre. Questo perché nell’arco di oltre mezzo secolo di attività, la sua pittura attraversa linguaggi differenti — dalla figurazione al post-cubismo, fino a soluzioni più astratte — senza mai aderire stabilmente a una corrente o a un programma stilistico riconoscibile. Una varietà che, tuttavia, non corrisponde a una dispersione, bensì alla costante fedeltà ad una medesima esigenza interiore.

Per comprendere la ricerca di Onali è necessario forse riconsiderare il significato stesso dell’atto pittorico. Le sue opere non nascono per illustrare concetti, né per raccontare storie o trasmettere messaggi. Esse sembrano piuttosto costituire uno spazio di conoscenza, uno strumento di confronto con sé stessi. In questo senso, i suoi dipinti non sono tanto finestre aperte sul mondo, quanto superfici ri?ettenti: immagini attraverso cui l’artista tenta di riconoscersi, senza tuttavia giungere mai a una definizione definitiva.

Onu, il dopo Guterres passa da Washington e Pechino

Roma, 9 ago. (askanews) – Il prossimo segretario generale delle Nazioni unite potrebbe essere scelto meno per ciò che promette di fare che per ciò che Washington, Pechino, Mosca, Parigi e Londra saranno disposte a lasciargli fare. E’ questo il paradosso che pesa sulla corsa alla successione di Antonio Guterres: l’Onu avrebbe bisogno di una guida forte proprio nel momento in cui le divisioni tra le grandi potenze rendono più probabile la scelta di una figura sufficientemente accettabile per tutti, e quindi forse meno capace di imporre una propria agenda.

La partita per il decimo segretario generale dell’organizzazione è ormai entrata nella fase decisiva. Il primo voto informale del Consiglio di sicurezza, il cosiddetto ‘straw poll’ del 30 luglio, ha messo davanti Rebeca Grynspan, economista ed ex vicepresidente del Costa Rica, oggi alla guida della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad). Ha ottenuto dieci indicazioni di ‘incoraggiamento’, davanti alla sorprendente Carolyn Rodrigues-Birkett, ex ministra degli Esteri della Guyana, con nove, e al direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica Rafael Mariano Grossi, argentino, con sette.

Sono numeri che, per ora, dicono però soltanto una parte della storia. Nei primi scrutini tutti i membri del Consiglio utilizzano schede identiche e non è quindi possibile sapere se un voto contrario provenga da uno dei cinque membri permanenti dotati di veto. Grynspan ha ricevuto un solo ‘discourage’, Rodrigues-Birkett e Grossi due ciascuno. Ma se anche una sola di quelle indicazioni negative fosse arrivata da Stati uniti, Cina, Russia, Francia o Regno unito, la graduatoria assumerebbe un significato completamente diverso. Le schede differenziate per i P5 arriveranno soltanto in una fase successiva. Un secondo scrutinio informale è previsto per il 21 agosto.

E’ qui che la corsa apparentemente aperta ai 193 Stati membri torna alla sua realtà politica. Formalmente sarà l’Assemblea generale a nominare il successore di Guterres, che lascerà il 31 dicembre dopo due mandati. Ma il candidato deve essere prima raccomandato dal Consiglio di sicurezza con almeno nove voti e senza alcun veto dei membri permanenti. Una volta raggiunto quell’accordo, l’Assemblea generale non ha mai bocciato il nome proposto.I candidati ufficiali sono sette. Oltre a Grynspan, Rodrigues-Birkett e Grossi, sono in corsa l’ex presidente cilena Michelle Bachelet, l’ex ministra degli Esteri ecuadoriana Maria Fernanda Espinosa Garces, l’ex presidente senegalese Macky Sall e il diplomatico ugandese Olara Otunnu. Cinque provengono dall’America latina e dai Caraibi e quattro sono donne. Due elementi che pesano, perché secondo la rotazione geografica non scritta questa dovrebbe essere la volta dell’America latina e perché in ottant’anni le Nazioni unite non hanno mai avuto una donna alla loro guida. Nessuna delle due consuetudini, tuttavia, può prevalere su un veto.

Bachelet ne è forse l’esempio più evidente. Ex presidente del Cile e già alta commissaria Onu per i Diritti umani, ha un curriculum che sulla carta potrebbe renderla una delle favorite. Il nuovo governo cileno di José Antonio Kast le ha però ritirato in marzo il proprio sostegno, mentre Brasile e Messico hanno mantenuto la candidatura. Nel primo scrutinio ha raccolto sei incoraggiamenti ma anche cinque voti contrari: un livello di opposizione che segnala quanto il suo profilo politico e la sua esperienza sui diritti umani possano trasformarsi da punto di forza a ostacolo nel confronto con le grandi potenze.

Grossi presenta quasi il problema opposto. Il direttore dell’Aiea arriva dalla diplomazia nucleare, ha costruito negli anni rapporti di lavoro con Washington, Mosca e Pechino e può presentarsi come un gestore di crisi più che come un candidato ideologico. Negli ambienti diplomatici è considerato uno dei nomi potenzialmente più compatibili con l’amministrazione Trump. Ma il primo voto ha mostrato che questa caratteristica, da sola, non basta: sette ‘encourage’ lo collocano soltanto al terzo posto e resta da capire quali siano le riserve degli altri membri permanenti.

Grynspan, al contrario, parte con il vantaggio dei numeri e con un profilo che può parlare sia ai Paesi occidentali sia al Sud globale. A giugno è stata ricevuta a Pechino dal ministro degli Esteri Wang Yi, al quale ha ribadito il principio di una sola Cina e la necessità di rafforzare, attraverso le riforme, il ruolo centrale delle Nazioni unite. Pechino non ha indicato pubblicamente un favorito e insiste ufficialmente su rispetto della Carta Onu, competenza, imparzialità e attenzione alle aspettative del Sud globale. Il fatto che Grynspan abbia al momento soltanto un voto contrario alimenta quindi le ipotesi sulla sua capacità di costruire un compromesso, ma non consente ancora di sapere se quel compromesso comprenda anche i P5.

Il nodo più interessante della selezione è in effetti il rapporto tra Cina e Stati uniti. Le due potenze partono da visioni profondamente diverse del sistema internazionale, ma convergono almeno su un punto: l’Onu così com’è non può continuare. Washington vuole un’organizzazione più piccola, meno costosa e maggiormente concentrata sulle sue funzioni essenziali. L’ambasciatore americano Mike Waltz ha detto di volere un segretario generale capace di rendere l’organizzazione ‘più snella, più adatta allo scopo e più rilevante’. E’ una richiesta accompagnata da una leva finanziaria enorme: gli Stati uniti hanno accumulato oltre 4 miliardi di dollari di arretrati tra bilancio ordinario e operazioni di peacekeeping, contribuendo a una crisi di liquidità senza precedenti.

Pechino parla anch’essa di riforma, ma ne immagina una direzione differente. Vuole un’Onu più forte come centro del sistema multilaterale, più rappresentativa del Sud globale e più attenta al principio di non interferenza negli affari interni degli Stati. L’aumento del peso finanziario cinese nell’organizzazione ha inoltre trasformato la selezione del segretario generale in un terreno ancora più importante della competizione con Washington. La Cina è ormai il secondo contributore al bilancio ordinario dell’Onu, immediatamente dietro agli Stati uniti.

Il punto di possibile incontro è dunque una riforma dell’organizzazione; quello di scontro è quale Onu debba emergere da quella riforma. Washington tende a immaginare un apparato ridimensionato, pragmatico e meno disposto a muoversi autonomamente su dossier politicamente sensibili. Pechino difende invece un’istituzione multilaterale forte, purché resti saldamente ancorata alla sovranità degli Stati e non si trasformi in uno strumento di pressione su questioni come diritti umani, Taiwan o Xinjiang.

E’ per questo che il primo posto di Grynspan conta, ma non permette ancora di indicare una favorita vera. Rodrigues-Birkett potrebbe rivelarsi una candidata di compromesso; Grossi resta competitivo se Washington decidesse di investire politicamente sul suo nome; Bachelet dispone del profilo internazionale più riconoscibile ma anche delle opposizioni più evidenti. E la storia delle Nazioni unite insegna che il candidato che parte davanti non è necessariamente quello che arriva alla fine.

La scelta potrebbe protrarsi fino a settembre o ottobre, attraverso diversi scrutini. A quel punto non si misurerà più chi abbia raccolto il maggior numero di simpatie, ma chi sia riuscito a non attirare un veto. Ed è proprio questa la contraddizione della corsa del 2026: mentre guerre, crisi umanitarie, intelligenza artificiale, cambiamento climatico e dissesto finanziario richiederebbero un segretario generale dotato di un mandato politico forte, il meccanismo di selezione potrebbe premiare soprattutto chi riesce a non risultare troppo sgradito a nessuna delle grandi potenze.

Il vincitore erediterà così un’organizzazione che molti giudicano alla sua più grave crisi dalla fondazione. E avrà cinque anni per dimostrare se essere stato il candidato del compromesso significherà restarne prigioniero o, una volta conquistato il Palazzo di Vetro, trovare lo spazio politico per trasformarlo.

L’Accordo della Mecca punta nuovo equilibrio di potenza in M.O.

Roma, 9 ago. (askanews) – Non è ancora una Nato islamica e probabilmente non lo diventerà. Ma l’Accordo della Mecca firmato da Arabia saudita, Turchia e Pakistan introduce nel sistema di sicurezza del Medio Oriente qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe apparso difficilmente immaginabile: una garanzia di difesa collettiva organizzata da tre potenze musulmane senza che siano gli Stati uniti a esserne il perno. E’ questo, più ancora della formula secondo cui un attacco contro uno dei tre paesi sarà considerato un attacco contro tutti, il significato geopolitico dell’intesa siglata venerdì 7 agosto da Mohammed bin Salman, Recep Tayyip Erdogan e Shehbaz Sharif.

Il nuovo patto nasce nel momento forse più difficile per l’architettura di sicurezza costruita dagli Stati uniti nel Golfo negli ultimi decenni. La guerra contro l’Iran, iniziata con gli attacchi statunitensi e israeliani del 28 febbraio, ha portato per mesi missili e droni iraniani e delle milizie alleate di Teheran contro paesi del Golfo che per molto tempo avevano ritenuto la presenza militare americana sufficiente a tenere la guerra fuori dai propri confini. Parallelamente, Israele ha ampliato la propria libertà d’azione militare dalla Striscia di Gaza al Libano, alla Siria e all’Iran, mostrando quanto sia diventato difficile anche per Washington condizionare le scelte del governo israeliano.

Da qui la scelta saudita. Non abbandonare gli Stati uniti, ma smettere di considerarli l’unico possibile garante della propria sicurezza. Il patto della Mecca non cancella alcuna delle alleanze già esistenti e Islamabad ha precisato che non sostituisce gli accordi bilaterali o multilaterali dei tre firmatari. Ankara, da parte sua, rimane nella Nato. Quello che cambia è quindi la geometria della sicurezza regionale: alla struttura verticale nella quale Washington proteggeva una serie di alleati si sta sovrapponendo una struttura orizzontale, nella quale le potenze regionali cominciano a garantirsi reciprocamente.

L’Arabia saudita porta nell’accordo peso finanziario, capacità di investimento e centralità energetica. La Turchia dispone del secondo esercito della Nato e di un’industria della difesa che negli ultimi anni è diventata uno dei principali strumenti della politica estera di Ankara. Il Pakistan aggiunge un grande apparato militare, decenni di cooperazione con le forze saudite e soprattutto un elemento politico impossibile da ignorare: è l’unica potenza nucleare del mondo musulmano. Islamabad ha tuttavia già escluso che ciò significhi automaticamente estendere a Riad il proprio deterrente atomico.

E’ proprio questa complementarità a rendere l’accordo più significativo di molte precedenti iniziative di cooperazione militare araba o islamica. I tre paesi non hanno le stesse ambizioni e neppure le stesse vulnerabilità. Riad ha bisogno di profondità strategica e di proteggere infrastrutture energetiche difficilmente difendibili soltanto attraverso la propria forza militare. Ankara ha interesse ad ampliare il mercato per droni, missili, sistemi elettronici e difesa aerea e a trasformare la sua crescente capacità industriale in influenza politica. Islamabad dispone di uomini e capacità militari, ma necessita di capitali, energia e investimenti. Già prima della firma, il Pakistan aveva dispiegato in Arabia saudita migliaia di militari insieme a caccia, droni e sistemi di difesa aerea.

Il primo destinatario del messaggio è inevitabilmente l’Iran, anche se tutti i firmatari insistono sul fatto che l’accordo non sia diretto contro Teheran o contro alcun altro paese. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha spiegato che tecnicamente la clausola di difesa reciproca è analoga all’articolo 5 della Nato, pur precisando che saranno i tre governi a stabilire caso per caso natura e livello dell’assistenza richiesta. In altre parole, il patto aumenta l’incertezza per chi pensa di colpire l’Arabia saudita: un missile contro Riad non dovrebbe più essere valutato soltanto in funzione della possibile risposta saudita o statunitense, ma anche di quella turca e pakistana.

La vera prova, tuttavia, riguarda le zone grigie. A meno di quarantotto ore dalla firma, gli Houthi yemeniti hanno rivendicato un attacco con drone contro la raffineria Saudi Aramco di Jazan. Il ministero dell’Energia saudita ha confermato un incendio, poi domato senza vittime, senza indicarne la causa. E’ un episodio che mostra immediatamente il problema: che cosa significa ‘attacco contro uno’ quando a colpire non è formalmente un altro Stato ma una milizia sostenuta dall’Iran? E fino a che punto Ankara e Islamabad saranno disposte a entrare direttamente nello scontro con gli Houthi o con le milizie irachene legate a Teheran?

E’ possibile che proprio da qui passi la linea tra il valore politico del patto e la sua futura efficacia militare. Contro un attacco convenzionale diretto, la deterrenza può risultare relativamente chiara. Contro reti di gruppi armati, droni lanciati da territori diversi, sabotaggi e azioni marittime, il meccanismo diventa molto più ambiguo. Per questo i primi effetti concreti dell’intesa potrebbero riguardare meno grandi operazioni militari comuni e più difesa antiaerea e antimissile, intelligence, sicurezza delle infrastrutture energetiche e protezione delle rotte marittime.

Il secondo destinatario, meno esplicitamente indicato, è Israele. Il patto non è un’alleanza contro lo Stato ebraico e Riad si è guardata bene dal presentarlo in questi termini. Ma la sua nascita segnala che l’Arabia saudita non considera più necessariamente la normalizzazione con Israele e l’integrazione nel sistema degli Accordi di Abramo come l’unica strada possibile verso un nuovo ordine regionale. L’agenzia di stampa Reuters riferisce che uno degli obiettivi attribuiti dagli analisti alla nuova intesa è proprio costruire una capacità di deterrenza anche rispetto all’unilateralismo militare israeliano. L’ufficio del premier Benjamin Netanyahu non ha commentato la firma.

E’ anche per questo che il futuro allargamento dell’accordo sarà decisivo. Erdogan ha chiarito che l’ambizione turca è non fermarsi ai tre fondatori. Fidan ha indicato espressamente l’Egitto come possibile nuovo membro e Ankara, Riad, Islamabad e Il Cairo hanno già creato un formato di coordinamento a quattro, denominato R4, per affrontare le crisi regionali. E’ prevista inoltre la costituzione di un comitato ministeriale e di un segretariato generale con sede in Arabia saudita: segnali che distinguono l’accordo della Mecca da una semplice dichiarazione politica.

Un eventuale ingresso dell’Egitto cambierebbe ulteriormente la natura del progetto, aggiungendo il maggiore esercito del mondo arabo e trasformando l’intesa in un asse che collegherebbe il Golfo, il Mediterraneo orientale e l’Asia meridionale. Ma proprio l’Egitto mostra anche quanto sia difficile trasformare la Mecca in una vera Nato regionale: Il Cairo conserva un trattato di pace con Israele e una relazione militare strutturale con gli Stati uniti, Ankara è membro della Nato, mentre Riad e Islamabad hanno rispettivamente rapporti essenziali con Washington e con la Cina. Il sistema che sta emergendo non sembra quindi destinato a essere costituito da blocchi rigidamente contrapposti, ma da alleanze sovrapposte.

Anche il momento scelto per la firma è significativo. Mentre nasce il patto, Iran e Oman stanno cercando di definire un’intesa sullo Stretto di Hormuz, attraverso cui in condizioni normali transita circa un quinto del petrolio e del gas mondiale. Teheran ha detto oggi che l’accordo è nelle ‘fasi finali’, ma ha subordinato la piena riapertura dello Stretto a ulteriori concessioni statunitensi. Contemporaneamente gli Houthi stanno cercando di esercitare pressione sul traffico nel Mar rosso e hanno dichiarato un blocco navale contro l’Arabia saudita. Riad si trova dunque tra due colli di bottiglia strategici, Hormuz a est e Bab el-Mandeb a ovest, entrambi esposti direttamente o indirettamente alla pressione iraniana.

La risposta saudita non è cercare uno scontro frontale con Teheran. È costruire un’assicurazione. La Turchia ha già manifestato interesse a partecipare alla coalizione internazionale per proteggere la navigazione nel Mar rosso, mentre Pakistan e Turchia hanno appoggiato il progetto saudita di maggiore cooperazione marittima. Difesa aerea, intelligence, droni, navi e protezione delle infrastrutture possono trasformare progressivamente la dichiarazione firmata alla Mecca in un sistema operativo.

Il risultato potrebbe essere un Medio Oriente non meno militarizzato, ma più multipolare. Iran e la sua rete di alleati rimangono un polo di potenza; Israele conserva una superiorità militare e tecnologica sostenuta dalla relazione strategica con Washington; Arabia saudita, Turchia e Pakistan tentano ora di costruire un terzo spazio, non necessariamente ostile agli altri due ma sufficientemente autonomo da non dipendere completamente da nessuno.

Gaza, Israele respinge il piano in 15 punti del Board of Peace

Roma, 9 ago. (askanews) – Israele respinge il documento in 15 punti elaborato dal “Board of Peace” voluto dal presidente Usa Donald Trump. e non ritirerà le proprie forze dalla Striscia di Gaza senza un effettivo disarmo di Hamas. Lo ha annunciato oggi il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

“Non ci sarà alcun ritiro da Gaza senza il reale disarmo di Hamas”, ha affermato Netanyahu, secondo quanto riferito dall’emittente pubblica israeliana Kan.

“Finché sarò primo ministro, non sorgerà uno Stato palestinese. Né a Gaza né in Giudea e Samaria (Cisgiordania). Né un ‘Fatahstan’ né un ‘Hamastan'”, ha affermato Netanyahu in una riunione di gabinetto.

“E riguardo ad alcune questioni specifiche di cui si parla sui media negli ultimi giorni, voglio essere molto chiaro. Israele respinge il documento dei quindici punti. Ho sentito dire: ‘Non l’avete detto’, ‘L’abbiamo detto’. Ebbene, lo ripeto ancora una volta: Israele respinge il documento dei quindici punti. Le Forze di difesa israeliane (Idf) non effettueranno alcun ritiro finché Hamas non sarà disarmata e privata delle sue armi”.

Si è spento a Roma Massimiliano Cencelli, diede il nome al famoso Manuale

Roma, 9 ago. (askanews) – Massimiliano Cencelli, esponente storico della Dc degli anni 60, è morto ieri a Roma. Aveva 92 anni. Il suo nome è storicamente associato al cosiddetto ‘Manuale Cencelli’, un’espressione diventata poi di uso comune in ambito politico e giornalistico per indicare il modus operandi nell’assegnazione di cariche e ruoli a livello politico e non solo, basandosi sulla ‘forza’ che il partito o la corrente aveva in seno a una data organizzazione o ente. Negli anni questa espressione ha assunto un’accezione negativa per riferirsi a nomine effettuate con una mera logica di spartizione senza prendere in considerazione criteri meritocratici.

Cencelli si iscrisse alla Democrazia Cristiana nel 1954 e ne diventò funzionario negli anni seguenti lavorando al fianco del democristiano Adolfo Sarti dopo esser stato eletto nel 1958 per la prima volta deputato nelle liste della DC. Negli anni ’70 fu più volte ministro della Repubblica e sottosegretario. Collaborò successivamente anche con Nicola Mancino, e nel 2001 fu candidato nella lista della Margherita per il Consiglio comunale di Roma. (Fonte: Radio Radicale – fermo immagine dal video “Il Manuale Cencelli” – CC BY-NC-SA 4.0 – immagine ritagliata.)

Canottaggio, Alizee Ribolzi campione del mondo U19 nel singolo

Roma, 9 ago. (askanews) – Secondo titolo mondiale Under 19 per l’Italia a Plovdiv. Dopo il due senza femminile di Carolina Cassani e Letizia Martorana, tocca alla singolista Alizee Ribolzi festeggiare dopo una finale dominata per tutti i duemila metri. L’azzurra della Canottieri Corgeno, già campionessa europea lo scorso 24 maggio a Brandeburgo, ferma il cronometro a 7.34.16 con sei secondi e mezzo di vantaggio sulla svizzera Leunig e otto secondi e tre decimi sulla greca Mouratidou. L’Italia torna così a vincere l’oro nel singolo femminile Under 19 a dieci anni di distanza dall’ultima volta, quando a imporsi sul bacino di Rotterdam fu Clara Guerra.

“Sin dalla partenza sapevo di poter disputare una bellissima gara. Ero molto tesa, posso anche dire nervosa, per le tante energie in questa settimana di gare, ma ero convinta di avere nelle gambe e nella testa la possibilità di vincere questo Mondiale – afferma Alizee Ribolzi -. Dopo l’oro agli Europei, puntavo a ripetermi e sono felice di aver regalato una gioia all’Italia remiera che mancava da 10 anni in questa specialità. Dedico questa vittoria a me stessa, per aver sostenuto tutti gli allenamenti di questi mesi insieme alla pressione del raduno e delle gare, oltre che ai miei genitori e alla mia allenatrice societaria Paola Grizzetti perché è sempre con me ed è venuta qui a Plovdiv per sostenermi in maniera speciale”. (ph Julia Kowacic / Canottaggio.org)

Papa: Presenza di Dio nelle nostre vite in grado di cambiare tutto

Roma, 9 ago. (askanews) – La presenza di Dio nelle nostre vite e nella società è in grado di cambiare tutto. Questo il messaggio che Papa Leone XIV ha rivolto ai fedeli in piazza San Pietro nel corso dell’Angelus domenicale.

“Oggi il Vangelo ci parla di Gesù che, sul lago di Galilea, raggiunge i discepoli nel mezzo di una tempesta, camminando sulle acque” ha affermato Leone XIV, “sul finire della notte, Gesù va loro incontro sulle acque agitate, e impauriti lo scambiano per un fantasma. Ma Egli dice loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». La presenza del Signore cambia tutto: Pietro addirittura riesce a fare alcuni passi sopra le onde verso di Lui; Poi si spaventa, affonda e Gesù lo salva. Quando poi il Maestro sale sulla barca, la tempesta si calma e allora sgorga spontanea dal cuore dei discepoli la professione di fede: «Davvero tu sei Figlio di Dio!» Per giungere a questo, non è bastato loro aver assistito a un miracolo, né aver avuto successo davanti alla gente: hanno dovuto passare attraverso l’esperienza della loro debolezza e, in essa, riconoscere la presenza di Dio. Solo così hanno potuto aprire veramente gli occhi e il cuore alla sua vicinanza, ritrovando pace anche in mezzo alla tempesta”.

“Questo miracolo, allora – ha aggiunto il Sommo Pontefice – ci insegna una cosa importante: prima di tutto a non esaltarci davanti al successo e a non presumere mai di noi stessi; e al tempo stesso a non disperare, neanche nei momenti di buio, quando ci sentiamo impotenti davanti ai problemi e, nonostante i nostri sforzi, ci sembra di andare più indietro che avanti. In qualsiasi circostanza, Gesù non ci abbandona e, se lo accogliamo umilmente nella barca della nostra vita – con la preghiera, con i Sacramenti, con l’ascolto della sua Parola -, in Lui troveremo la pace, troveremo luce e forza per il nostro cammino”.

Nagasaki, 81 anni dopo l’atomica: "Il nucleare è male assoluto"

Roma, 9 ago. (askanews) – Alle 11.02 Nagasaki si è fermata ancora una volta. Ottantuno anni dopo l’esplosione di “Fat Man”, la bomba al plutonio sganciata dagli Stati uniti il 9 agosto 1945, la città giapponese ha ricordato le vittime dell’ultimo attacco nucleare della storia trasformando la commemorazione in un avvertimento rivolto soprattutto al presente: in un mondo nel quale tornano a crescere gli arsenali e le potenze nucleari sono direttamente coinvolte nelle principali crisi internazionali, la deterrenza non è una garanzia assoluta contro la guerra atomica.

“Le armi nucleari non sono un ‘male necessario’, ma sono il ‘male assoluto'”, ha dichiarato il sindaco Shiro Suzuki nella Dichiarazione di pace letta durante la cerimonia al Parco della Pace della città martire. “L’umanità e le armi nucleari non possono mai coesistere”, ha aggiunto, definendo la teoria della deterrenza nucleare “estremamente pericolosa e fragile”.

Il ragionamento di Suzuki parte da una domanda semplice quanto inquietante: se una potenza nucleare si trovasse, nel mezzo di una guerra, davanti a quella che considera una minaccia alla propria sopravvivenza, chi potrebbe garantire che il suo leader non prema il “bottone nucleare”? Più gli Stati affidano la propria sicurezza alla deterrenza, ha sostenuto il sindaco, più aumenta anche il rischio che prima o poi quel meccanismo fallisca.

Il riferimento all’attualità è esplicito. Suzuki ha citato la guerra in Ucraina e i conflitti in Medio Oriente, nei quali sono coinvolti Stati dotati di armi nucleari, mentre il processo internazionale di disarmo attraversa una fase di crescente difficoltà. Nel mondo esistono ancora oltre 12mila testate e la tendenza pluridecennale alla riduzione degli arsenali mostra segnali di inversione, mentre diversi Paesi stanno modernizzando e potenziando le proprie capacità.

A maggio, inoltre, la conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp) si è conclusa per la terza volta consecutiva senza riuscire ad approvare un documento finale. Per Suzuki è il sintomo di un circolo vizioso nel quale il rafforzamento degli arsenali alimenta “sfiducia reciproca, confronto e divisione”, spingendo a sua volta gli Stati a cercare maggiore sicurezza proprio nelle armi nucleari.

Anche il segretario generale delle Nazioni unite Antonio Guterres, in un messaggio letto durante la cerimonia, ha denunciato una situazione nella quale “anno dopo anno” aumenta il rischio di errori di calcolo, escalation e conflitto. La sicurezza degli Stati, ha ricordato, è interdipendente e le armi nucleari, invece di eliminare l’incertezza, finiscono per alimentarla.

Alla cerimonia hanno partecipato circa 2.600 persone, tra sopravvissuti, familiari delle vittime, la premier Sanae Takaichi e rappresentanti di 98 Paesi, comprese potenze nucleari come Stati uniti e Russia. Nell’elenco delle vittime sono stati aggiunti quest’anno i nomi di altre 2.773 persone morte nell’ultimo anno, portando a 204.708 il numero complessivo delle persone registrate.

Alle 11.02, l’ora esatta dell’esplosione, la città ha osservato un minuto di silenzio. Il 9 agosto 1945 il B-29 “Bockscar”, pilotato dal maggiore Charles Sweeney, aveva raggiunto Nagasaki dopo aver rinunciato al bersaglio principale, Kokura, coperto da nuvole e fumo. La bomba “Fat Man” esplose circa 500 metri sopra la zona di Urakami con una potenza stimata di circa 21 kilotoni. Secondo le cifre della città, entro la fine del 1945 morirono 73.884 persone e altre 74.909 rimasero ferite.

Tre giorni prima Hiroshima era stata colpita dalla prima bomba atomica impiegata in guerra. Sei giorni dopo Nagasaki, il 15 agosto, l’imperatore Hirohito annunciò via radio l’accettazione della resa giapponese. Da allora Nagasaki ha legato gran parte della propria identità pubblica a un impegno: restare per sempre l’ultima città della storia colpita da un’arma nucleare.

Un impegno che oggi si intreccia anche con il dibattito interno giapponese. Nel suo intervento Takaichi ha ribadito che il governo “mantiene” i tre principi non nucleari, secondo i quali il Giappone non deve produrre, possedere né consentire l’introduzione sul proprio territorio di armi atomiche. Una precisazione significativa mentre nel Paese cresce il confronto sull’opportunità di rivedere una politica elaborata durante la Guerra fredda alla luce del deterioramento dell’ambiente strategico asiatico e internazionale.

“Con l’impegno a fare di Nagasaki l’ultimo luogo colpito da una bomba atomica”, ha detto la premier, il Giappone continuerà a promuovere iniziative “realistiche e pratiche” verso un mondo senza armi nucleari. Takaichi ha anche sottolineato che diventa sempre più importante diffondere nel mondo “una comprensione accurata della realtà dei bombardamenti atomici”, invitando leader politici e future generazioni di dirigenti a visitare Hiroshima e Nagasaki.

Suzuki ha però chiesto al governo di andare oltre, salvaguardando lo spirito pacifista della Costituzione e i tre principi non nucleari e partecipando alla conferenza di revisione del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari prevista a novembre. Tokyo non ha aderito al trattato, una scelta che riflette la contraddizione fondamentale della politica nucleare giapponese: il Paese è l’unico ad avere subito bombardamenti atomici in guerra, ma affida allo stesso tempo una parte essenziale della propria sicurezza all’ombrello nucleare statunitense.

La commemorazione assume un significato ancora più urgente perché la generazione degli hibakusha sta scomparendo. L’età media dei sopravvissuti riconosciuti ufficialmente di Hiroshima e Nagasaki si avvicina ormai agli 87 anni. “Siamo in un momento cruciale nel quale possiamo ancora ascoltare direttamente le loro voci”, ha detto Suzuki.

A rappresentare gli hibakusha è stata quest’anno Chiyoko Motomura, 87 anni, che aveva sei anni quando l’esplosione investì la sua casa, circa 4,5 chilometri dall’ipocentro. Ha ricordato il momento in cui la casa crollò, il proprio corpo venne scaraventato in giardino e la nonna, che la protesse riportando una grave ferita alla schiena, morì pochi mesi dopo senza aver ricevuto cure adeguate.

Motomura ha raccontato anche il viaggio compiuto lo scorso anno negli Stati uniti e gli incontri con cittadini americani. “Sono riuscita soltanto a dire: per favore, non usate le armi nucleari”, ha ricordato. Da quell’esperienza, ha aggiunto, ha tratto una convinzione: “Perché le persone possano comprendersi non esiste altra strada che il dialogo”.

E’ lo stesso messaggio che Suzuki ha affidato alla memoria di un altro hibakusha, Shoji Yoshida, morto nel 2010 dopo aver trascorso parte della vita raccontando le conseguenze dell’esplosione sul proprio corpo e sulla propria esistenza. “Il punto di partenza della pace è avere un cuore capace di comprendere il dolore degli altri”, diceva Yoshida.

Ottantuno anni dopo, mentre scompare la generazione che vide direttamente quell’orrore, Nagasaki prova così a trasformare la memoria in una domanda politica rivolta al mondo contemporaneo: quanto può durare un sistema di sicurezza costruito sulla certezza che armi capaci di distruggere intere città esistano, vengano continuamente perfezionate, ma non siano mai utilizzate? “Fare di Nagasaki l’ultimo luogo colpito da una bomba atomica”: è la promessa che la città ha rinnovato anche quest’anno. E che, nella fase internazionale più difficile per il disarmo nucleare da molti anni, appare sempre meno come una formula rituale e sempre più come un avvertimento.

Prima il progetto, poi il leader: la lezione politica di Guido Bodrato

Il primato del progetto politico

Tra i tanti insegnamenti che Guido Bodrato ci ha dispensato negli ultimi anni della sua vita ce n’è uno che mi impressiona ancora molto per la sua lucidità e, soprattutto, per la sua attualità. Diceva Bodrato, in molte occasioni e parlando nello specifico del ruolo dei cattolici nella vita politica italiana, che “quando un progetto politico è chiaro e comprensibile, un leader lo si trova per strada”. Apparentemente una riflessione semplice se non addirittura banale. Eppure proprio in quelle parole si racchiudevano alcuni concetti basilari che conservano una bruciante attualità. Anche e soprattutto nell’attuale contesto politico, così caratterizzato dalla superficialità da un lato e dal pressappochismo dall’altro. E questo per tre ragioni di fondo.

Innanzitutto dalle parole di Bodrato emergeva che è necessario definire sempre un progetto politico. Altrochè, per fare un esempio attuale, fare prima le primarie per individuare il capo della coalizione e poi costruire il programma, come dice il populista Conte….Certo, l’impianto culturale e politico di uomini e di leader come Guido Bodrato erano radicalmente esterni, estranei e alternativi a tutto ciò che è anche solo lontanamente riconducibile al populismo anti politico, demagogico e qualunquista. Quindi, su questo primo aspetto, centralità del progetto politico. Questo il compito prioritario che tocca sempre ai partiti politici.

 

Il leader come espressione di una comunità

In secondo luogo la personalizzazione della politica non può essere il rimedio esclusivo e la ricetta miracolistica per affrontare e sciogliere i nodi della politica contemporanea. Certo che i leader politici sono importanti e decisivi. Basti pensare, per fare un solo esempio concreto, ai tanti leader e statisti della Democrazia Cristiana. Persone che sono state punti di riferimento politico, culturale, sociale e anche umano nella galassia della Democrazia Cristiana perchè sapevano interpretare, con la loro concreta azione politica, gli interessi e le istanze di pezzi della società italiana. Per fermarsi a Bodrato e al suo riferimento politico per molti anni, cioè Carlo Donat-Cattin, la sinistra sociale di ispirazione cristiana nella Dc era il rifermento principale se non esclusivo dei lavoratori e dei ceti popolari che si riconoscevano nel progetto di quel partito. Ma i leader, comunque sia, erano credibili nella misura in cui erano l’espressione concreta di un progetto politico e non di una astratta e virtuale investitura.

 

Pensiero e azione contro la politica-spettacolo

In ultimo, ma non per ordine di importanza, dalle parole di Bodrato emergeva in modo plastico che la politica non si può e non si deve ridurre a sola immagine, a solo spettacolo, a sola improvvisazione. Certo, quella del leader piemontese della sinistra Dc era una riflessione che risentiva delle costanti che hanno caratterizzato la lunga stagione della prima repubblica. Ma è altrettanto indubbio che, al di là dello scorrere del tempo, le parole d’ordine del populismo grillino e non solo grillino – e cioè, la casualità, L’improvvisazione, il pressappochismo e la superficialità – non possono rappresentare, ieri come oggi il quadro non cambia affatto, un elemento di speranza, di futuro o di credibilità della politica nel suo complesso. E questo per la semplice ragione che la politica era, e resta, la capacità di saper legare il pensiero con l’azione.

Ecco perchè quella “lezione” di Guido Bodrato va recuperata e, soprattutto, va riattualizzata e tradotta nella società contemporanea. Credo che sia l’unico modo concreto per restituire dignità alla politica, credibilità alla sua classe dirigente e, forse, anche autorevolezza alle nostre istituzioni democratiche nonché efficacia all’azione di governo.

Tempi di guerra, meteo impazzito e disgusto fuori calendario

Lo sciabordio delle armi

Qualcosa non gira, la barca non va lasciata più andare oltre, verso una triste deriva, ma modificarne la rotta di navigazione prima che sia troppo tardi. Non occorre drammatizzare per dire di essere già in un pantano che può a breve mutarsi in sabbia mobile con le conseguenze del caso. Mentre i cuori sono muti, le bombe parlano per ogni dove. Sono oggi le esclusive depositarie di un movimento goffo, il solo che gli uomini siano capaci di ballare. Abituarsi a dimorare nel fango non è segno di una capacità di sopravvivenza da elogiare, meglio sarebbe tirarsene fuori ma manca l’idea e ancor peggio la voglia di un guizzo da mettere in pratica.

 

In attesa di uno scatto di reni

E’ questa confidenza con il disastro ciò che deve allarmare, saper convivere con il male non elimina il giudizio su ciò che va denunciato. Si dirà che guerre, sopraffazioni e oltraggi al diritto ci sono sempre stati, eppure oggi si ha l’impressione che culturalmente il menar le mani sia il modo irrinunciabile e privo di alternative su cui fondare i tempi prossimi venturi. I conflitti ci sono entrati nel sangue, appartengono ormai alla nostra privilegiata comunicazione, siamo amorfi di un desiderio di libertà, lo slancio rivolto solo a chi mostra i muscoli sotto i quali trovare riparo.

 

La Storia alle prese di interpreti da strapazzo

Il buon Dante, oltre a dirci che la diritta via era smarrita. mise a dimorare nel fango gli iracondi e gli accidiosi. I primi colpevoli di compiacersi di essersi abbandonati alla rabbia come una Musa da ossequiare, dirimendo ogni questione con la forza da mettere in campo. I secondi sono quelli che per inerzia si sono a loro volta abbandonati al corso delle cose senza muovere un dito per cambiarle in un eventuale meglio. Entrambe le condizioni sono quelle da condannare.

 

I profeti ed un inaudito disgusto

I Papi passano ma le parole restano. In un magistrale quanto terribile discorso del dicembre 2002 San Giovanni Paolo II ci ammonì ad essere consapevoli della situazione ed a ravvederci. “Oltre alla spada e alla fame, c’è una tragedia maggiore, quella del silenzio di Dio, che non si rivela più e sembra essersi rinchiuso nel suo cielo, quasi disgustato dell’agire dell’umanità”.

Queste dunque le sue sferzanti parole che richiamavano il profeta Geremia dove si legge di campi segnati di corpi uccisi con spada e di città marchiata di languenti per fame. Dio al contatto con l’uomo ne avrebbe ormai un cattivo sapore, una sensazione di schifo guardandosi bene dal riaccostarsi.

L’uomo ha messo in campo l’arte del disgusto da provocare, una maestria da esibire e per cui compiacersi. Non c’è all’orizzonte un segno minimo di pace, un solo striminzito esempio di concordia o almeno di equilibrio. L’umanità sembra invasa da un contagioso formicolio che dal suo corpo si trasferisce alla terra addormentandone ogni principio di salvezza e stimolando invece le zolle da contendersi.

 

Lammonimento della Chiesa

Papa Prevost nella introduzione al suo prossimo libro “Disarmata e disarmante. La pace è un dono” scrive:“A chi rischia di cadere nella tentazione della disperazione di fronte alle tante guerre in corso nel mondo, rivolgo l’invito che già Papa Pio XI estese a tutta la Chiesa: «Ringraziamo Dio perché ci fa vivere in tempi difficili. Ora, a nessuno è permesso essere mediocre». Dio ci guidi sulle strade della non violenza. I credenti e le persone di buona volontà non smettano mai di operare come costruttori di pacificazione. Ciascuno faccia della pace la causa della propria vita”.

 

Summertime

“Summertime and the livin’ is easy. Tempo d’estate e la vita é facile” così cantava la immensa Ella Fitzgerald. In questi giorni, nella illusione, si va al mare, semmai ci si lamenta del caldo ma è tutto un adeguarsi alla situazione, manca un acuto che stracci le onde che hanno corrente da provocare, scosse da tramortire quel poco che resta.

Ne “E la nave va” di felliniana memoria un gruppo di artisti ignari, sostanzialmente strafottenti di ogni resto del mondo, intraprende un viaggio per spargere nel mare le ceneri di una loro amica. A bordo, poi, salgono anche profughi serbi fuggiti dopo l’attentato a Sarajevo. A causa di una bomba lanciata contro da un serbo, una nave da guerra austro ungarica per ritorsione cannoneggerà la nave degli artisti affondandola, colando poi anch’essa a picco. Insomma un tutti giù per terra che fa sorte uguale nella morte. Si salveranno soltanto su una scialuppa un giornalista che registra il fatto ed un rinoceronte indifferente a quanto accaduto.

Troppo poco per dire di averla scampata. Lo sappiano quelli che brandiscono armi, i rassegnati, i mediocri e quelli che se ne fregano. Il Sommo Poeta è sempre in agguato.  Usava dire il buon Sant’Agostino:”Relicta sunt duo, misera et misericordia”, rimasero solo loro due, la misera e la misericordia. L’una e l’altra vedove di questo mondo.

L’umano come misura nell’età degli algoritmi: l’enciclica di Leone XIV

La Dottrina Sociale come chiave per abitare il nostro tempo

La pubblicazione della Lettera Enciclica Magnifica Humanitas, lo scorso maggio, ha segnato una pietra miliare nel dibattito contemporaneo. Per chi, come me, studia la Dottrina Sociale della Chiesa, non è stata soltanto una lettura, ma una sfida intellettuale. Papa Leone XIV si colloca in continuità con i suoi predecessori e, in particolar modo, con il magistero di Leone XIII che, con la Rerum Novarum, lo ha dato forma a una riflessione divenuta, nel tempo, il pilastro della Dottrina Sociale della Chiesa. Oggi quella medesima sapienza evangelica torna a leggere i segni dei tempi per affrontare le nuove povertà, le sfide sull’intelligenza artificiale e un concetto di bene comune chiamato a confrontarsi con algoritmi, ma anche con solidarietà, sussidiarietà e giustizia sociale.

Confesso che, dopo una prima lettura serale, fatta tutta d’un fiato, sono rimasto per settimane sui capitoli che vanno dal terzo in poi. Mi ha subito attratto la tecnica e il valore del lavoro umano, insieme alle sfide poste dall’intelligenza artificiale, alla centralità della persona, alle nuove forme di disuguaglianza, oltre che al ruolo della politica nel promuovere il bene comune. In un primo momento, l’urgenza dei capitoli dedicati all’IA e il suo impatto sul lavoro mi aveva spinto a considerare le prime pagine come una necessaria premessa storica.

Un cammino di discernimento comunitario

È stata invece una rilettura analitica, nel silenzio di una calda sera d’agosto, a rivelarmi che quei capitoli non offrono semplicemente una sintesi della Dottrina Sociale della Chiesa, ma delineano il fondamento con cui abitare il nostro tempo. Quello che ho scoperto rileggendo i primi due capitoli della Magnifica Humanitas mi ha sorpreso, perché, contro ogni preconcetto, non c’era nulla di manualistico in quelle pagine, ma la capacità di leggere il nostro tempo con la sola chiave del Vangelo e alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa che, proprio nella Parola di Dio, nel sapere dei Padri e nella tradizione millenaria, ha accompagnato e accompagna tuttora l’umanità.

Leone XIV scrive che oggi «per custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, dobbiamo tornare a riflettere sul concetto di bene comune, sulla destinazione universale dei beni, sulla sussidiarietà, sulla solidarietà e sulla giustizia sociale» (n. 46). Non sono voci isolate raccolte in un catalogo, ma un unico organismo che respira solo se ogni sua parte si muove insieme alle altre.

Il Pontefice ricorda infatti che la Dottrina Sociale della Chiesa «non è un prontuario di principi e norme da applicare», ma «un cammino di discernimento comunitario» che «nasce dall’incontro tra la verità eterna del Vangelo e le domande della storia» (n. 27). Non un codice da consultare al bisogno, ma una vocazione capace di leggere le virtù e i carismi di ogni comunità, per sostenere la politica e le istituzioni nella tutela della persona creata a immagine di Dio, senza mai sovrapporsi al ruolo che compete loro.

 

Dai beni della terra ai dati, algoritmi e piattaforme

Profetico è il modo con cui Leone XIV rilegge i principi della Dottrina Sociale della Chiesa, senza tradirne la radice. Parlando della destinazione universale dei beni, ad esempio, non si limita più al suolo, all’acqua, all’aria e alle risorse naturali donate da Dio all’umanità, ma aggiunge nuove forme di proprietà, quali «brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati» (n. 67). Nel contesto attuale, in cui la ricchezza – e di riflesso la povertà – dipende sempre più dalla conoscenza e delle disponibilità della tecnologia, la concentrazione di questi beni in poche mani diventa essa stessa causa di esclusione e depauperamento. Ne sono prova quei percorsi di potenziamento tecnologico che, abbonamento su abbonamento, livello su livello, crediti su crediti, illudono di elevare alcuni, lasciando indietro molti altri.

 

Sussidiarietà e solidarietà davanti ai nuovi poteri tecnologici

C’è poi un principio che mi accompagna sin dagli anni di ricerca in Storia delle Dottrine Politiche: la sussidiarietà, secondo cui ciò che possono fare persone, famiglie, comunità locali, artigiani, imprese e, più in generale, i corpi intermedi, non deve essere assorbito da un’autorità superiore. È la definizione che tutti conosciamo. Ma Leone XIV compie un passo ulteriore, nell’individuare l’autorità superiore non più soltanto nello Stato, come eravamo abituati a pensare sino a qualche tempo fa, bensì in «ogni grande attore economico e tecnologico che esercita un potere di fatto sulle condizioni della vita comune» (n. 71). Si tratta di aziende e piattaforme che definiscono unilateralmente costi, condizioni contrattuali, accesso ai dati sensibili e perfino le opportunità economiche e occupazionali. Per questo «la sussidiarietà chiede che tali processi non si impongano dall’alto in modo opaco e unilaterale, ma siano orientati al bene comune mediante trasparenza, responsabilità e forme reali di partecipazione (verifiche indipendenti, trasparenza sugli algoritmi, accesso equo ai dati, strumenti di ricorso)» (n. 71).

La sussidiarietà è strettamente correlata con la solidarietà, e senza l’una l’altra si spegne. Lo scrive il Pontefice con parole che vale la pena riportare integralmente: «quando la sussidiarietà non è accompagnata dalla solidarietà, finisce per trasformarsi in semplice tutela di interessi particolari; quando la solidarietà non è sostenuta dalla sussidiarietà, degenera in assistenzialismo che non promuove la responsabilità» (n. 73). Viviamo in un tempo in cui ci sentiamo tutti connessi, eppure sono sempre meno quelli disposti a farsi carico dell’altro con amore caritatevole. Ecco perché anche le scelte su dati, algoritmi, piattaforme di intelligenza artificiale devono tenere conto «non solo del vantaggio immediato di alcuni, ma dell’impatto sull’insieme dei popoli e sulle generazioni che verranno» (n. 76).

 

La dignità delluomo come fine, la tecnologia come mezzo

Da questo intreccio scaturisce infine la giustizia sociale, che il Papa collega in modo diretto alla protezione dei più piccoli e dei più fragili. Nel digitale essa «esige che si impedisca la nascita di nuove forme di esclusione e privazione di libertà», perché il criterio che regola tecnologia e lavoro non sia il profitto di pochi, ma «la dignità di ogni persona e il bene dei popoli» (n. 80). È l’immagine più vera che l’Enciclica ci lascia in eredità: una comunità che pone la persona umana, nella sua dignità, come fine di ogni cosa, mai come mezzo di processi che rischiano di travolgerla. In un mondo tentato da un profitto guidato dagli algoritmi, la Magnifica Humanitas ci restituisce una certezza: la tecnologia resta un mezzo, mentre il fine – l’unico accettabile – è la dignità dell’uomo, nella sua unicità, irripetibilità e straordinarietà.

Antonio Zizza,

Direttore Scientifico Centro Studi e Ricerche Co.N.A.P.I. Nazionale