Home Blog

A Fondazione ICA Milano The Second Shadow di Dozie Kanu

Milano, 23 mar. (askanews) – La Fondazione ICA Milano presenta fino al 23 maggio 2026 The Second Shadow. Dozie Kanu Mirroring Marc Camille Chaimowicz, with Shared Echoes and Kindred Spirits, una nuova mostra che mette in relazione due generazioni di artisti e due modi distinti di abitare lo spazio espositivo: curata da Rita Selvaggio con il supporto di Giulia Civardi l’esposizione è prodotta in collaborazione con Nicoletta Fiorucci Foundation. La bipersonale trasforma le sale della Fondazione ICA Milano in un campo di trasmissione affettiva, in cui l’eredità è riattivazione. L’artista Dozie Kanu ha raccontato ad askanews il suo lavoro.

La stanza di Chaimowicz, ispirata a Jean Cocteau, si configura come un interno domestico e teatrale al tempo stesso: un ambiente abitato da oggetti carichi di memoria e intimità che evocano il cineasta francese. A vent’anni di distanza, Dozie Kanu entra in questa architettura sensibile come in un archivio vivente e ne propone una stanza gemella, non per imitazione ma per rifrazione. The Second Shadow è la sua risposta e il suo contrappunto: un ambiente che sposta le coordinate dell’opera storica, interrogandola. Le opere, scelte all’interno della collezione di Nicoletta Fiorucci e integrate nel lavoro di Kanu, non operano come omaggi né come riferimenti dichiarativi, ma come elementi di attivazione. Là dove Chaimowicz rende Cocteau una figura domestica, immersa in un paesaggio mentale intimo e teatrale, Kanu fa di Chaimowicz stesso un’architettura affettiva: una forma che si rigenera nella relazione con altre opere. La frase di Cocteau Mirrors should think longer before they reflect diventa principio generativo della mostra, chiamando l’immagine a sospendere il proprio riflesso, a interrogarsi prima di restituirsi.

A completare idealmente il percorso, nell’ambito della mostra è prevista la proiezione del film Il testamento di Orfeo (1960) di Jean Cocteau presso il Cinema Godard di Fondazione Prada giovedì 21 maggio 2026. ICA Milano ringrazia Banca Intesa Sanpaolo, sponsor ufficiale della Fondazione, Valsoia ed Enel per il supporto alla programmazione e alle attività di ICA Milano.

Atletica, Mei: "Vogliamo ospitare a Roma i Mondiali nel 2029″

Roma, 23 mar. (askanews) – “Il record di medaglie d’oro è una bellissima notizia. Essere stati per una serata in testa al medagliere è qualcosa di clamoroso: qui partecipano tutti i Paesi del mondo, l’atletica non è uno sport elitario. Una cosa è ‘giocare’ contro 7-8 nazioni, una cosa contro 200”. Tre ori come mai accaduto in 41 edizioni dei Mondiali (21 indoor, 20 outdoor), record di podi ai Mondiali indoor con 5 medaglie e il miglior piazzamento di sempre nel medagliere, in terza posizione, classifica a punti che dice quinto posto: il presidente FIDAL Stefano Mei esprime piena soddisfazione per la spedizione azzurra a Torun, in Polonia. Tre giorni che danno continuità alla meravigliosa scia di successi dell’atletica italiana iniziata con i 5 ori delle Olimpiadi di Tokyo cinque anni fa, proseguita con due Coppe Europa e un fiume di medaglie assolute e giovanili, passando per il primato di medaglie (7) dei Mondiali di Tokyo dello scorso settembre.

“Il movimento c’è, è in salute e continua a dimostrarlo – sottolinea Mei -. Abbiamo vinto in specialità da sempre ritenute difficilissime. Zaynab Dosso si è scrollata di… dosso tutte le paure e ha vissuto una grande stagione invernale. Nadia Battocletti sa perfettamente come muoversi anche nelle indoor, sa interpretare qualunque distanza nel modo giusto. Andy Diaz si è riscattato dai Mondiali di Tokyo. Per Larissa Iapichino è un argento di carattere, Mattia Furlani esemplare dopo una notte insonne. Sono state poche le controprestazioni, ne conto 2-3 al massimo. E tutto questo nonostante la carenza di impiantistica nel nostro Paese: faccio appello a tutte le amministrazioni perché capiscano l’importanza di avere strutture al coperto per l’atletica”.

Una nuova sfida è alle porte. “In questa settimana dialogheremo con il Governo per ospitare a Roma i Mondiali nel 2029 o nel 2031 – annuncia Mei -. Ci presentiamo con un bel biglietto da visita, non solo Torun ma anche le cinque stagioni passate. Riportare l’evento in Italia a 42 anni da Roma ’87, e con questa squadra azzurra fenomenale, vorrebbe dire promuovere l’atletica ai massimi livelli con effetti per 4-5 generazioni di atleti italiani. Entro il 3 aprile andrà presentato a World Athletics il dossier di candidatura. La scelta è prevista per settembre”.

E intanto mancano meno di cinque mesi all’appuntamento internazionale intorno a cui ruota la stagione all’aperto, i Campionati Europei di Birmingham: “Cercheremo di portare in Gran Bretagna una squadra più larga possibile per difendere il record delle 24 medaglie di Roma – le parole del presidente – So bene quanto sia complesso. Ma il team, ne sono certo, sarà davvero competitivo”.

Trump: colloqui molto positivi con l’Iran per la totale fine della guerra

Roma, 23 mar. (askanews) – “Sono lieto di riferire che gli Stati Uniti d’America e il Paese dell’Iran hanno avuto, negli ultimi due giorni, conversazioni molto positive e produttive riguardo a una risoluzione completa e totale delle nostre ostilità in Medio Oriente”, ha scritto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump su Truth. Trump ha ordinato “cinque giorni di tregua di qualsiasi attacco militare contro centrali elettriche e infrastrutture energetiche iraniane” dopo colloqui “positivi” con Teheran.

“Sulla base del tenore e del tono di queste conversazioni approfondite, dettagliate e costruttive, che proseguiranno per tutta la settimana, ho incaricato il Dipartimento della Guerra di rinviare qualsiasi attacco militare contro centrali elettriche e infrastrutture energetiche iraniane per un periodo di cinque giorni, subordinatamente al successo degli incontri e delle discussioni in corso”, ha detto Trump.

La danza anima I Macchiaioli a Palazzo Reale

Milano, 23 mar. (askanews) – Nell’anniversario della conclusione delle Cinque Giornate di Milano, domenica 22 marzo 2026 una speciale performance della Società di Danza ha animato le sale della mostra I Macchiaioli a Palazzo Reale. L’Italia risorgimentale e il contributo storico-artistico che il movimento apportò alla causa dell’Unità sono tra i temi principali dell’esposizione, evocati dalle opere di pittori – spesso reduci dalle battaglie della Seconda Guerra d’Indipendenza – che scelsero il pennello come strumento di coscienza civile, ritraendo soldati, paesaggi e scene di vita popolare per affermare un’identità nazionale che doveva ancora compiersi. Danzatori in abiti d’epoca hanno ricreato una festa da ballo ottocentesca con valzer, quadriglie, mazurke e polke all’interno dello spazio espositivo.

I Macchiaioli ricostruisce la breve, ma intensa esperienza del movimento dal 1848 al 1872, data della morte di Giuseppe Mazzini, esule e clandestino in patria: Silvestro Lega, Giovanni Fattori, Vincenzo Cabianca, Odoardo Borrani, Telemaco Signorini, Giuseppe Abbati e Raffaello Sernesi. In questo coro di personalità diverse, a essere comune fu la scelta della macchia, una tecnica pittorica innovativa modulata con il contributo di tutti gli esponenti del movimento. Firenze, destinata a diventare dal 1865 al 1871 capitale provvisoria del nuovo Regno d’Italia, fu negli anni Sessanta dell’Ottocento il laboratorio di questa esperienza unica che vide coinvolti, oltre a loro, toscani di origine, altri giovani pittori ribelli provenienti dalle diverse città della Penisola. A partire dalla loro rivalutazione avvenuta tra le due Guerre Mondiali e proseguita fino a oggi, le opere dei Macchiaioli, incompresi dai contemporanei come in seguito capiterà agli Impressionisti, sono entrate nei grandi musei e in prestigiose collezioni private. Milano è la città dove a partire dagli anni Venti del Novecento è avvenuta la loro riscoperta sia sul versante della critica che del collezionismo.

Prodotta da Palazzo Reale, 24 ORE Cultura – Gruppo Il Sole 24 ORE e Civita Mostre e Musei, I Macchiaioli è frutto degli ultimi studi da parte dei tre più autorevoli esperti italiani del movimento: il progetto espositivo è infatti ideato e curato da Francesca Dini, Elisabetta Matteucci e Fernando Mazzocca. La mostra vede coinvolti come prestatori i più importanti musei italiani che custodiscono le opere dei Macchiaioli, come l’Accademia di Belle Arti e la Pinacoteca di Brera, le Gallerie degli Uffizi e Palazzo Pitti, il Museo del Risorgimento e la Galleria di Arte Moderna di Milano, la Galleria Civica di Arte Moderna e Contemporanea di Torino, il Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno e numerose collezioni private. L’esposizione, visitabile fino al 14 giugno 2026, si avvale del partenariato dell’Istituto Matteucci di Viareggio, e vede come main sponsor Pirola Pennuto Zei & Associati e come sponsor BPER Banca Private Cesare Ponti.

Alexia è pronta a far ballare con The Party-Back to the Dancefloor

Milano, 23 mar. (askanews) – Alexia è pronta a far scatenare tutti in pista con “The Party – Back to the Dancefloor”, il live-evento in programma il 26 marzo al Fabrique di Milano. Una serata speciale pensata per celebrare il legame profondo tra l’artista e la musica dance che l’ha resa celebre in tutto il mondo.

Sul palco del Fabrique prenderà vita una vera e propria festa della dance, un viaggio attraverso la carriera di Alexia costellata di hit che hanno fatto ballare generazioni di pubblico in tutto il mondo. In scaletta non mancheranno i suoi brani più amati, da “Summer IsCrazy” a “Uh La La La”, fino a “Me and You”, insieme ad altri successi che hanno segnato la storia della dance italiana.

Lo show è costruito come una vera e propria celebrazione dell’universo dance di Alexia, con una direzione artistica curata dalla stessa artista e la direzione creativa affidata a Carolina Stamerra Grassi. Sul palco, accanto all’artista, sarà presente un corpo di ballo composto da sei ballerini, con le coreografie curate da Thomas Signorelli, mentre la dimensione musicale dello show sarà affidata a una band dal vivo composta da Alberto De Rossi alla chitarra, Pasquale Cosco al basso, Nicola Lombardi alle tastiere, Enrico Carugno alla batteria e Lorenza Rocchiccioli ai cori.

Questo live arriva dopo mesi intensi che hanno visto Alexia protagonista sui palchi internazionali, con date tra Europa e grandi eventi all’estero, tra cui Città del Messico, dove ha conquistato il pubblico con due live accolti da un entusiasmo straordinario. Parallelamente, l’artista ha inaugurato una nuova fase creativa con i singoli “I Feel Feelings” e “Follow”, brano dal sound contemporaneo e dal messaggio di autenticità e connessione reale, recentemente riproposto anche nella versione “Follow (Ale De Tuglie Remix)”. “The Party – Back to the Dancefloor” è prodotto da A1 Concerti.

I biglietti sono disponibili in prevendita su Ticketone.

Eddie Brock annuncia "L’amarsi Tour 2026", al via da Milano

Milano, 23 mar. (askanews) – Eddie Brock è stato tra i protagonisti della 76ª edizione del Festival di Sanremo con “Avvoltoi”, il brano che lo ha portato per la prima volta sul palco dell’Ariston e che segna un passaggio importante nel suo percorso musicale. L’artista ha iniziato a farsi notare dal grande pubblico grazie al successo di “Non è mica te”, brano certificato Disco d’Oro dalla FIMI, con 27,6 milioni di streaming solo su Spotify.

Dopo “Amarsi è la rivoluzione (Deluxe)”, uscito il 6 marzo 2026, che ha debuttato al 10° posto delle classifiche di vendita Fimi per i Vinili e all’11º posto per le vendite del formato fisico, l’artista dà il via al suo primo tour con “L’amarsi Tour 2026” al via da Milano il prossimo 26 Marzo, con tappe in tutta Italia, la dimensione live al centro del progetto.

Eddie Brock presenterà live “Amarsi è la rivoluzione (Deluxe)” durante “L’amarsi Tour 2026”, in partenza giovedì 26 marzo da Milano (Santeria Toscana), con date già annunciate a Roma (Largo Venue) il 29 marzo, il 3 aprile a Napoli (Duel Club) e il 4 aprile a Catania (ECS Dogana). Durante l’estate il tour arriverà a Firenze il 25 giugno (Anfiteatro delle Cascine), il 5 luglio a Brescia (Arena Campo Marte, Brescia Summer Music), il 7 luglio a Caserta (Belvedere di San Leucio), il 30 luglio a Gallipoli – LE (Parco Gondar, Oversound Music Festival), il 2 agosto ad Ancona (Piazza Cavour, Dorico Festival), il 4 agosto a Pescara (Porto Turistico, Zoo Music Fest), il 18 agosto a Bagheria – PA (Piccolo Parco Urbano), per concludersi il 22 agosto a Cattolica – RN (Arena della Regina). Un calendario che attraversa club, festival e piazze italiane, confermando la dimensione live come parte centrale del progetto Eddie Brock e come spazio privilegiato di incontro con il pubblico.

Iran, le notizie più importanti del 23 marzo sulla guerra

Roma, 23 mar. (askanews) – Di seguito una selezione delle notizie più importanti di lunedì 23 marzo sulla guerra di Usa e Israele contro l’Iran, un conflitto che coinvolge ormai tutti i Paesi del Golfo e il Libano, con gravi ripercussioni sull’economia globale.

-11:39 Un alto funzionario degli Emirati arabi uniti ha criticato i “grandi” Paesi arabi e islamici per il mancato sostegno ai Paesi del Golfo di fronte a quella che ha definito l'”aggressione iraniana”, accusando le principali organizzazioni regionali di assenza e incapacità.

-10:17 Iran, Washington Post: Mojtaba Khamenei “ferito e isolato”.

-09:34 Iran, media: un caccia Usa abbattuto in Kuwait.

-09:11 Iran, dopo raid aerei black out diffusi a Teheran.

Come sono andate le amministrative in Francia

Roma, 23 mar. (askanews) – I socialisti e i loro alleati hanno mantenuto il potere nelle quattro principali città francesi – Parigi, Marsiglia, Lione e Lille – in una tornata elettorale locale che offre speranze ai partiti tradizionali in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno. Nella capitale, rispettando i pronostici, l’ha spuntata il candidato socialista Emmanuel Gregoire con il 50% dei voti e senza il testa a testa previsto alla vigilia.

La vittoria di Gregoire a Parigi conferma la reputazione della capitale come città prevalentemente di sinistra. Il suo predecessore, Anne Hidalgo, aveva lasciato il segno con politiche fortemente anti-auto, generalmente apprezzate dagli elettori. La candidata di destra Rachida Dati – ex ministra dal carattere combattivo sotto i presidenti Nicolas Sarkozy ed Emmanuel Macron – si è rivelata una figura divisiva e il suo imminente processo per corruzione potrebbe aver allontanato parte dell’elettorato. A incidere è stato anche il sostegno ricevuto tra i due turni da Sarah Knafo, esponente dell’estrema destra, dopo il suo ritiro dalla corsa.

Anche i nuovi protagonisti dell’estrema sinistra e dell’estrema destra hanno registrato progressi – in particolare a Nizza si impone un alleato di Marine Le Pen, e a Roubaix, nel nord il partito della sinistra radicale La France Insoumise (Lfi).

A Nizza ha vinto Eric Ciotti, leader del partito Udr, una netta vittoria sull’uscente Christian Estrosi, ex esponente LR passato al centro macroniano. Il risultato è stato salutato dal RN come il segnale di una nuova destra emergente, non più frenata da tabù nella collaborazione con Marine Le Pen. Il RN ha inoltre confermato la sua forza nei piccoli centri di provincia, con vittorie a Montargis, Carcassonne e La Seyne-sur-Mer, pur perdendo la guida di Villers-Cotterets, a nord di Parigi.

Ma la principale lezione della serata è stata, secondo degli analisti, il fallimento delle alleanze tra la sinistra tradizionale e LFI, con gli elettori che si sono orientati verso il centro e la destra in storiche roccaforti del Partito Socialista (PS) come Clermont-Ferrand e Brest.

Al contrario, in città come Parigi, Marsiglia e Lille – dove i sindaci socialisti uscenti hanno evitato accordi con l’estrema sinistra, anche a causa delle accuse di ‘ntisemitismo settario’ ivolte a quest’ultima – le amministrazioni di sinistra sono state riconfermate con ampio margine.

Lione – dove il sindaco ambientalista Gregory Doucet ha invece stretto un’alleanza con Lfi riuscendo comunque a vincere – è stata considerata un caso a sé, anche per via della debole campagna del candidato di destra, l’imprenditore Jean-Michel Aulas.

“La mia conclusione da questa serata è che Lfi non vince nulla – e, peggio ancora, è Lfi a determinare le sconfitte”, ha dichiarato Pierre Jouvet, segretario generale del PS.

Erano state avanzate richieste di boicottaggio nei confronti di Lfi dopo che uno dei suoi assistenti parlamentari era stato incriminato per istigazione all’omicidio di uno studente di estrema destra a Lione. Il leader del partito, Jean-Luc Melenchon, aveva inoltre scatenato polemiche quando, in un discorso, era sembrato ironizzare sul fatto che il defunto finanziere Jeffrey Epstein fosse ebreo.

Tuttavia, dopo il primo turno di voto della settimana precedente, molti candidati socialisti ed ecologisti hanno deciso di accantonare le riserve e stringere accordi con Lfi, in quelle che la destra ha definito “alleanze della vergogna”, nella speranza di assicurarsi la vittoria.

Queste alleanze tra sinistra e estrema sinistra non hanno però dato i risultati sperati nemmeno a Tolosa, Strasburgo, Poitiers, Limoges e Tulle. Quest’ultima è il feudo elettorale dell’ex presidente socialista Francois Hollande, i cui appelli al boicottaggio di Lfi sono rimasti inascoltati.

Reagendo ai risultati di domenica sera, Manuel Bompard di Lfi ha tuttavia sottolineato la vittoria al primo turno nella periferia parigina di Saint-Denis e il successo a Roubaix. “Questa sera abbiamo dimostrato che nulla può fermare un popolo in movimento. L’anno prossimo la nuova Francia spazzerà via il mondo di Macron e le sue politiche nefaste”, ha affermato.

Il Rassemblement National (RN) – di gran lunga il partito più popolare nei sondaggi pre-presidenziali – non è riuscito a conquistare i suoi obiettivi a Marsiglia e Tolone, dove i suoi avversari si sono compattati. A Marsiglia, il candidato dei Repubblicani (Lr) è rimasto in corsa spaccando il voto di destra.

I veri vincitori della serata restano comunque i partiti tradizionali di sinistra, destra e centro. Il partito pro-Macron Renaissance ha ottenuto un risultato incoraggiante a Bordeaux, dove l’ex ministro Thomas Cazenave – sostenuto da centro e destra – dovrebbe scalzare il sindaco ambientalista uscente. Momento significativo anche a Le Havre, in Normandia, dove l’ex primo ministro di Macron, Édouard Philippe, è stato dichiarato vincitore. Philippe è considerato un forte candidato centrista per le presidenziali del 2027, ma aveva promesso di candidarsi solo in caso di vittoria nella sua città.

Nel complesso, le elezioni confermano la crescente forza dell’estrema sinistra nelle periferie delle grandi città, dove si concentrano la classe lavoratrice immigrata e il cosiddetto “proletariato intellettuale”. Allo stesso tempo, RN consolida la propria presenza nella Francia provinciale, al di fuori dei grandi centri urbani.

Alla fine, però, sono stati i partiti tradizionali a ottenere il maggior numero di vittorie, alimentando la speranza che, in un eventuale ballottaggio presidenziale contro candidati estremisti, possano prevalere. Resta però una grande incognita: cosa accadrebbe se, al secondo turno delle presidenziali, si affrontassero due candidati polarizzati all’opposto?

L’Agenzia internazionale dell’energia: rischiamo la peggiore crisi energetica in decenni

Roma, 23 mar. (askanews) – Il mondo potrebbe affrontare la peggiore crisi energetica degli ultimi decenni a causa della guerra in Medio Oriente. È il monito lanciato da Fatih Birol, direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), che ha descritto una situazione “molto grave”.

“A oggi, abbiamo perso 11 milioni di barili al giorno, ovvero più delle due grandi crisi petrolifere messe insieme”, ha dichiarato al National Press Club di Canberra, facendo riferimento alle crisi degli anni Settanta. “All’epoca, per ciascuna di queste crisi, il mondo ha perso circa cinque milioni di barili al giorno, cioè, sommando le due, 10 milioni di barili al giorno”, ha spiegato Birol.

Seggi riaperti fino alle 15 per il Referendum, oggi il verdetto sulla riforma della Magistratura

Roma, 23 mar. (askanews) – Seggi riaperti fino alle 15 in tutta Italia, per oltre 45 milioni di elettori italiani (altri 5,5 milioni sono residenti all’estero,) chiamati al referendum per dire si’ o no all’entrata in vigore della riforma costituzionale della magistratura, una legge costituzionale presentata dal Governo e approvata definitivamente in Parlamento il 30 ottobre 2025, ma senza raggiungere la maggioranza dei due terzi. Quando si verifica questo risultato, l’articolo 138 della Costituzione consente di chiedere un referendum confermativo per lasciare la decisione di approvare o meno la riforma direttamente i cittadini.

Sulla scheda di colore verde gli elettori si esprimono con un Sì o con un No al quesito: “Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”?”. In pratica, sì o no a modificare i sette articoli della Costituzione che disciplinano la Magistratura.

Trattandosi di un referendum costituzionale confermativo, come previsto dall’articolo 138 della Costituzione, non è previsto alcun quorum. La consultazione sarà valida a prescindere dal numero di votanti e la riforma sarà approvata o respinta sulla base della maggioranza dei voti validamente espressi. Il risultato è valido qualunque sia l’affluenza.

I seggi restano aperti fino alle 15. Quando verrà rilevato dal Viminale il dato definitivo sull’affluenza. Nella prima giornata di votazione, ieri, l’affluenza ha superato il 46%. Quella definitiva sarà rilevata oggi a chiusura seggi quando, senza soluzione di continuità, avrà inizio lo scrutinio e la conta dei sì e dei no alla riforma della Costituzione. Nel pomeriggio è atteso il verdetto.

Per votare bisogna presentarsi al seggio con un documento di identità valido e la tessera elettorale. Se la tessera è completa o è stata smarrita è possibile richiedere un duplicato all’ufficio elettorale del Comune di residenza.

In alcuni seggi del Veneto, inoltre, agli elettori viene consegnata una seconda scheda e trovano al seggio anche una seconda urna: per eleggere con elezioni suppletive due nuovi deputati alla Camera per il tempo che resta della legislatura. Si tratta dei seggi nei collegi elettorali di Rovigo (2-01) e Selvazzano (2-02) dove si vota per sostituire Alberto Stefani, eletto alla Presidenza della Regione Veneto, e Massimo Bitonci, nominato assessore regionale al commercio e alle imprese, entrambi dirigenti della Lega.

Per rimpiazzare Alberto Stefani nel collegio uninominale Veneto 2-01, la coalizione di centrodestra (Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Noi Moderati e UdC) candida Alberto Di Rubba. Quarantasette anni, commercialista originario di Bergamo e tesoriere nazionale della Lega dal 2023, Di Rubba da diversi anni è alle prese con una vicenda giudiziaria. Il principale avversario, sostenuto da Partito Democratico, Italia Viva e Alleanza Verdi e Sinistra, è Giacomo Bovolenta: avvocato quarantaquattrenne, è già stato consigliere comunale a Porto Tolle. Terzo candidato, con la lista Italia Resiste Libera, il 56enne Giuseppe Padoan. Per quanto riguarda il seggio di Selvazzano Dentro, il centrodestra candida Giulio Centenaro. E’ stato consigliere regionale nella lista “Zaia Presidente” e amministratore locale a Santa Giustina in Colle. Alle ultime regionali è arrivato primo tra i non eletti. La coalizione di centrosinistra (Pd, Italia Viva e AVS) candida invece Antonino Stivanello, già sindaco del suo comune.

Tennis, Alcaraz: "Contro di me diventano tutti Federer"

Roma, 23 mar. (askanews) – “Contro di me diventano tutti Roger Federer”. Così il numero uno del mondo Carlos Alcaraz aveva commentato a Indian Wells la vittoria su Arthur Rinderknech, lasciando intravedere una certa frustrazione per il livello degli avversari contro di lui. Un tema riemerso dopo la sconfitta a Miami Open contro l’americano Sebastian Korda.

“Quando vinci molto, gli altri hanno più da guadagnare che da perdere”, ha spiegato Alcaraz in conferenza stampa. “I giocatori contro di me non sentono la stessa pressione che provano di solito. È un po’ fastidioso, ma bisogna accettarlo e dare il 100%”.

Il murciano ha riconosciuto di non aver trovato soluzioni nel match perso, pur sottolineando di avere “molte armi” per mettere in difficoltà i rivali. “Devo essere pronto, perché giocheranno sempre così. Korda è stato sopra il suo livello abituale, ma io ero lì. Devo gestire meglio i momenti chiave”.

Ora per Alcaraz è tempo di pausa: “Tornerò a casa per rilassarmi qualche giorno con famiglia e amici. La stagione sulla terra battuta è alle porte: voglio ricaricare le batterie e prepararmi al meglio”.

Calcio, Italia, Chiesa out: convocato Cambiaghi

Roma, 23 mar. (askanews) – L’Italia è in ritiro a Coverciano in vista della semifinale dei playoff per i Mondiali contro l’Irlanda del Nord. Tegola per il ct Gennaro Gattuso, che perde Federico Chiesa: l’esterno ha lasciato il ritiro e non sarà disponibile per le prossime due gare. Al suo posto convocato Nicolò Cambiaghi.

Resta da valutare soprattutto la situazione di Alessandro Bastoni, vero dubbio della vigilia dopo l’infortunio alla tibia: il difensore è già a Coverciano e sta seguendo le terapie, ma in caso di forfait è pronto Federico Gatti. Monitorati anche Gianluca Mancini, alle prese con un lieve problema al polpaccio, Gianluca Scamacca, fermo per una lesione all’adduttore destro ma comunque presente in ritiro, e Sandro Tonali.

La squadra appare in gran parte definita, con qualche dubbio sulla fascia destra tra Raoul Bellanova (Palestra) e Matteo Politano, mentre in attacco Francesco Pio Esposito prova a insidiare Moise Kean e Mateo Retegui.

Nel pomeriggio il programma prevede la conferenza stampa del ct alle 14 e il primo allenamento alle 17. La semifinale è in calendario giovedì 26 marzo alle 20.45 a Bergamo; eventuale finale martedì 31 marzo, in trasferta, contro la vincente di Galles-Bosnia.

È riemersa l’isola degli astenuti

Un dato che cambia il quadro

L’Italia è tornata alle urne. E c’è tornata con un’intensità che pochi, davvero, avevano messo in conto. Alle 23 di ieri l’affluenza ha raggiunto il 46,07 per cento: un livello che, nei referendum celebrati su due giornate di voto, non si era visto in questo scorcio di secolo. È il primo dato politico, il più netto, il più difficile da relativizzare. Qualcosa si è rimesso in moto nel corpo elettorale. E non per inerzia.

Il tema della giustizia, da sola, probabilmente non basterebbe a spiegare una simile mobilitazione. Evidentemente, essa ha finito per rappresentare altro da sé. Quindi ha assunto il valore di una prova generale della politica italiana, quasi fosse il luogo simbolico in cui si sono addensate tensioni più profonde: il giudizio sul governo, la tenuta dell’opposizione, la credibilità dei due schieramenti, il senso stesso della partecipazione democratica.

Il ritorno degli astenuti

Da anni il grande racconto pubblico era quello dell’astensione come destino. Una lenta ma continua ritirata dei cittadini dalla cittadella politica, quasi un fatto strutturale, irreversibile. Le ore di questo referendum ci consegnano invece un segnale diverso: l’isola degli astenuti, che si riteneva sprofondata per sempre, è riemersa. Non sappiamo ancora se si tratti di una riapparizione episodica o dell’inizio di un’inversione di tendenza. Sappiamo però che il fenomeno esige di essere preso sul serio.

Non basta dire che la campagna referendaria ha acceso lo scontro tra destra e sinistra. Sarebbe una spiegazione comoda, ma insufficiente. La dialettica bipolare, da sola, non genera automaticamente partecipazione. Talvolta, anzi, la consuma. Qui deve esserci qualcosa di più: una inquietudine civile, una domanda di orientamento, forse perfino la percezione che il passaggio in gioco non sia soltanto tecnico o giuridico, ma investa l’equilibrio complessivo del sistema democratico.

Oltre la lettura meccanica

A questo punto ogni previsione resta sospesa al gancio del dubbio. I sondaggisti parlano stamane di situazione imprevedibile. Ed è comprensibile. Con un’affluenza così alta, il voto si sottrae alle letture prefabbricate. Diventa più difficile ridurlo a somma di appartenenze consolidate. E tuttavia un punto appare già chiaro: il risultato, quale che sia, non potrà essere derubricato.

Se vincerà il governo, rivendicherà il consenso come una investitura politica. Se invece il responso delle urne suonerà come una bocciatura, l’opposizione ne farà il segnale di una possibile svolta, caricandolo di significati che vanno ben oltre la materia referendaria. In un caso o nell’altro, il voto di queste ore si proietta già sulle prossime elezioni politiche.

La domanda vera

Ma la questione decisiva da oggi è un’altra. Da dove nasce, esattamente, questa volontà di partecipazione? È qui che l’analisi deve scavare più a fondo, senza accontentarsi delle semplificazioni correnti. Forse gli italiani hanno avvertito che, dietro il quesito sulla giustizia, si agitava una domanda più larga sul potere, sulle garanzie, sull’assetto della Repubblica. Forse hanno sentito che era il momento di tornare a contarsi.

Quando il voto riprende quota, la politica farebbe bene a non limitarsi a registrare il dato. Dovrebbe interrogarsi sulle ragioni profonde che lo hanno prodotto. Perché, se davvero gli astenuti hanno ricominciato a muoversi, allora non siamo soltanto davanti a una consultazione riuscita. Siamo forse davanti a un passaggio che obbliga tutti a ripensare il rapporto tra cittadini e politica, cogliendo uno spiraglio di sole oltre la spessa nuvolaglia della post democrazia.

Il Centro di Calenda: una riflessione prima dell’esito referendario

Un bipolarismo senza cultura di governo

Anche a prescindere dal peso elettorale e dal concreto riscontro tra i cittadini, un fatto è indubbio sin da ora. E cioè, il futuro Centro – elezioni 2027, come ovvio – riformista, plurale, democratico e di governo di Calenda e di tutti coloro che condivideranno quel progetto, ha un grande merito. Ovvero, mettere a nudo che la radicalizzazione politica da un lato e la polarizzazione ideologica dall’altro che caratterizzano i due schieramenti maggioritari tutto possono fare tranne una cosa: garantire una piena, convinta, efficace e rassicurante cultura di governo.

Perché questo era, e resta, il tarlo corrosivo di questo singolare bipolarismo all’italiana. Perché, alla fine, va pur detto.

La sinistra e il ritorno della “superiorità morale”

Da un lato abbiamo una coalizione di sinistra e progressista che ha riscoperto e riattualizzato un vecchio tic del comunismo italiano. Ossia, delegittimare eticamente l’avversario/nemico in virtù di una del tutto presunta ma sempre sbandierata “superiorità morale” e, al contempo, perseguire l’obiettivo di annientare e distruggere l’odiato nemico politico.

È, del resto, il comportamento che viene perseguito da ormai molto tempo dalle quattro sinistre italiane. La sinistra radicale e massimalista del Pd della Schlein, la sinistra populista e demagogica dei 5 Stelle di Conte, la sinistra estremista ed ideologica del trio Fratoianni/Bonelli/Salis e la sinistra classista e pan-sindacale del capo della Cgil Landini. Perché il vero collante culturale e cemento ideologico di questo cartello elettorale è attaccare frontalmente e violentemente la coalizione di centrodestra, ritenuta inidonea moralmente, eticamente, politicamente e culturalmente a governare il nostro Paese.

Il centrodestra e i limiti dell’azione di governo

Sul versante opposto, il centrodestra, seppur con meno violenza verbale e furore ideologico, presenta anch’esso evidenti criticità. Malgrado la statura politica e la postura istituzionale della premier Giorgia Meloni, emergono quotidianamente limiti che frenano una coerente, efficace e lungimirante azione di governo. La conseguenza è semplice: questo bislacco bipolarismo vive all’insegna della contrapposizione frontale, spesso aspra e senza sconti. Al punto che anche di fronte al tema drammatico della guerra quasi ai confini del nostro Paese, l’unica preoccupazione della sinistra radicale, massimalista e populista è quella di lavorare alacremente per il “tanto peggio tanto meglio”, che si somma con le difficoltà dell’attuale Governo di elaborare una strategia sufficientemente condivisa e realisticamente praticabile.

La necessità di un Centro politico

Ecco perché la presenza di un luogo politico centrista, chiaramente orientato al governo e alieno da qualsiasi inclinazione ideologica – e men che meno di natura moralistica – in questa precisa fase politica del nostro Paese è destinata a far emergere le pesanti e strutturali contraddizioni di questo innaturale e strampalato bipolarismo.

Un luogo politico utile non solo per rilanciare le ragioni di un Centro popolare, liberale, riformista, democratico e di governo ma, soprattutto, indispensabile per rafforzare e consolidare la qualità della nostra democrazia, la credibilità delle nostre istituzioni democratiche e la stessa efficacia dell’azione di governo.

Un’identità da ritrovare

Questa è, oggi, anche l’unica possibilità per rilanciare le ragioni politiche, culturali e, soprattutto, programmatiche di un Centro che non può continuare a svendersi a destra o, peggio ancora, annullarsi a sinistra, ma deve rimarcare la propria peculiarità e originalità nella cittadella politica contemporanea.

Houellebecq e il paradosso della libertà di morire

Una critica che spiazza il progressismo

Nel dibattito contemporaneo sull’eutanasia, spesso incardinato su parole chiave come “dignità” e “compassione”, la posizione di Michel Houellebecq introduce un elemento di rottura. Nella sua intervista di ieri a “La Lettura”, lo scrittore francese smonta con lucidità le categorie più utilizzate nel discorso pubblico, giudicandole non solo deboli, ma addirittura fuorvianti.

Houellebecq rifiuta esplicitamente l’idea che l’eutanasia possa essere giustificata in nome della dignità: «mi pare falso». Ancora più netta è la sua presa di distanza dall’argomento della compassione, che egli riconduce al suo significato originario: alleviare la sofferenza, non sopprimere chi soffre. È una distinzione elementare, ma oggi tutt’altro che scontata.

Il primato ambiguo della libertà

Resta, secondo Houellebecq, un solo argomento autentico: la libertà. «La libertà di morire mi sembra l’unico argomento vero», afferma. E tuttavia, proprio questo argomento — il più forte sul piano teorico — si rivela, a suo giudizio, insufficiente.

Qui si coglie il punto più interessante della sua riflessione. La libertà individuale, elevata a criterio ultimo, non basta a fondare una scelta che implica la soppressione della vita. Non perché la libertà sia irrilevante, ma perché non è mai un assoluto astratto: è sempre situata, condizionata, esposta a pressioni culturali e sociali.

In questa prospettiva, la “libertà di morire” rischia di diventare una formula ambigua, che nasconde più di quanto riveli.

Una falsa conquista civile

Houellebecq contesta inoltre la rappresentazione dell’eutanasia come nuova frontiera dei diritti civili. L’idea che si tratti di una battaglia progressista — inevitabile e quasi obbligata — viene radicalmente messa in discussione.

Al contrario, egli rovescia il paradigma: eutanasia e suicidio assistito non sarebbero il segno di un progresso, ma «soluzioni del passato». Una tesi controcorrente, che merita attenzione. Se la modernità si misura anche nella capacità di curare, alleviare, accompagnare, allora il ricorso alla morte come risposta al dolore appare, paradossalmente, un arretramento.

Il tempo della medicina e la responsabilità della società

Il passaggio forse più denso dell’intervista è quello in cui Houellebecq richiama le possibilità della medicina contemporanea: «oggi siamo in grado di combattere il dolore». Non è un’affermazione tecnica, ma culturale.

Se il dolore può essere affrontato — non sempre eliminato, ma reso sopportabile — allora la scelta eutanasica non può essere letta semplicemente come atto di autodeterminazione. Diventa, piuttosto, un indice delle carenze della società: nella cura, nella relazione, nella capacità di accompagnare la fragilità.

È qui che la sua riflessione si fa, implicitamente, politica.

Una provocazione da prendere sul serio

La forza della posizione di Houellebecq sta nel sottrarre il tema dell’eutanasia alle semplificazioni ideologiche. Non offre soluzioni, ma costringe a riconsiderare le categorie dominanti.

Soprattutto, invita a interrogarsi su una domanda di fondo: una società che riconosce come diritto la possibilità di morire è davvero più libera, o semplicemente più sola?

Una provocazione scomoda, ma difficilmente eludibile.

Cristo Patiens, la bellezza che riemerge dal tempo

Un’indagine sulla bellezza come via alla conoscenza

Con Cristo Patiens, Maria Francesca Carnea propone un lavoro che si colloca tra saggio storico e meditazione culturale. La filosofa calabrese sceglie un punto di partenza concreto — un ritrovamento artistico — per aprire un discorso più ampio sulla bellezza come chiave di accesso alla conoscenza.

Il libro non si limita a descrivere un’opera o un contesto locale. Piuttosto, costruisce un percorso che mette in relazione territorio, memoria e identità, restituendo dignità a luoghi e testimonianze spesso marginali nel racconto nazionale.

 

Il ritrovamento di Cirò: un’opera e il suo significato

Il cuore del volume è il rinvenimento di un dipinto nella chiesa di San Giovanni Battista, a Cirò, nel crotonese. L’opera raffigura un vescovo del Quattrocento e custodisce, nel medaglione centrale, l’immagine del Cristo Patiens: il Cristo sofferente, segnato dal dolore ma carico di significato salvifico.

Questo dettaglio iconografico conferisce al dipinto un valore particolare. Non si tratta solo di un elemento decorativo, ma di un segno teologico e culturale che rimanda a una precisa visione della sofferenza e della redenzione. Carnea ne coglie la portata e la inserisce in una lettura più ampia, capace di collegare arte, fede e storia.

 

Tra archeologia e memoria viva

Uno degli aspetti più riusciti del libro è la capacità di tenere insieme rigore e partecipazione. La narrazione accompagna il lettore tra le pietre delle chiese antiche, senza indulgere in descrizioni eccessivamente tecniche.

Si avverte, piuttosto, un rispetto profondo per il passato: le chiese non sono solo edifici, ma luoghi in cui si è depositata la vita delle comunità. Le immagini, gli affreschi, le architetture diventano tracce di un tempo in cui la costruzione materiale coincideva con un progetto spirituale.

In questo senso, l’archeologia non è mai fine a sé stessa. È uno strumento per comprendere come le generazioni precedenti abbiano dato forma alla propria visione del mondo.

 

Una lingua più semplice per un messaggio forte

Rispetto a una certa tradizione saggistica, Carnea adotta un registro che tende alla chiarezza. L’impianto resta colto, ma l’esposizione si fa più lineare, permettendo al lettore di seguire senza difficoltà il filo del discorso.

Emblematico è il richiamo al proverbio in vernacolo, legato alla memoria familiare:

“L’acqua scorre dove trova pendenza, l’amore dove trova speranza.” È una sintesi efficace del senso complessivo del libro: la storia segue percorsi tracciati, ma è la speranza a orientare davvero il movimento umano.

 

Un umanesimo della speranza

Nel suo esito più profondo, Cristo Patiens è un invito a rileggere il patrimonio culturale come risorsa viva. Non si tratta solo di conservare, ma di comprendere e trasmettere.

La bellezza, in questa prospettiva, non è un ornamento. È una forma di conoscenza che contribuisce a costruire una società più consapevole, capace di riconoscere il valore della persona e del bene comune.

Carnea suggerisce, senza forzature, che il recupero delle radici culturali può diventare un atto di responsabilità civile. E proprio da un piccolo centro della Calabria arriva un segnale che va oltre i confini locali.

 

Scheda del volume

Autore: Maria Francesca Carnea

Titolo: Il Cristo Patiens – La bellezza di un ritrovamento in Chone/Cirò (KR) – Storia, Chiese, Archeologia

Referendum, affluenza record nel primo giorno: il dato definitivo supera il 46%

Roma, 23 mar. (askanews) – Nella prima giornata di urne aperte per il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti, l’affluenza è stata del 46,07%. Si tratta del dato definitivo diffuso dal Viminale (61.532 sezioni su 61.533), tramite la piattaforma Eligendo. Secondo i dati del ministero dell’Interno, all’ultimo referendum costituzionale nel 2020 sulla riduzione del numero dei parlamentari, alle ore 23, aveva votato il 39,37%. Alla tornata per i referendum abrogativi su cittadinanza e lavoro dello scorso anno, il primo giorno si era recato alle urne intorno al 23% degli aventi diritto.

Municipali Francia, socialista Grégoire vince "battaglia di Parigi"

Roma, 22 mar. (askanews) – La battaglia di Parigi l’ha vinta Emmanuel Grégoire, e non è un dettaglio locale ma il primo vero fatto politico delle municipali francesi. Nella capitale, dove il secondo turno era diventato un test nazionale sulla capacità della sinistra di resistere e della destra di ricompattarsi, il socialista ha respinto Rachida Dati e ha conservato alla gauche il municipio simbolicamente più pesante del paese. Non a caso Anne Hidalgo ha scandito: “Oggi consegno a Emmanuel Grégoire le chiavi della città”, mentre lo stesso Grégoire ha riconosciuto il debito politico verso la sindaca uscente: “So che non sarei qui se Anne Hidalgo non mi avesse dato la sua chance”. E’ da questa vittoria che bisogna partire per leggere il resto del voto, perché Parigi dice che il Partito socialista, pur indebolito sul piano nazionale, conserva ancora una capacità di consenso nelle grandi città.

Da qui emerge il primo asse dell’analisi: la tenuta, e in parte il rilancio, della sinistra urbana. Marsiglia resta a Benoît Payan, che ha battuto il candidato vicino alla destra lepenista del Rassemblement national (Rn) e ha confermato che nelle metropoli il voto continua a premiare candidature amministrative e coalizioni capaci di apparire come argine, più che come avanguardia ideologica. Perfino dove il Rn può rivendicare una crescita, come appunto a Marsiglia, i suoi dirigenti hanno cercato di trasformare la sconfitta in un segnale strategico, parlando di un “risultato storico” nonostante la mancata conquista della città.

Questo però non autorizza a parlare di una sinistra pacificata o di una formula replicabile ovunque. Il dato vero, almeno tra i risultati finora disponibili, è che la gauche ha funzionato quando ha saputo dosare unità e distanza da La France insoumise a seconda dei territori. A Parigi Grégoire ha vinto con una sinistra unita ma senza Lfi; a Marsiglia l’uscita di scena della candidatura insoumise ha evitato la dispersione del voto; a Roubaix, invece, Lfi può rivendicare un successo proprio. A Lione il quadro va trattato con cautela: le prime stime danno Grégory Doucet in vantaggio su Jean-Michel Aulas, ma il risultato non va ancora presentato come pienamente consolidato e definitivo. Più che un fronte compatto, si vede una sinistra che resta plurale e tattica, forte soprattutto dove riesce a non trasformare le sue divisioni in un regalo per gli avversari.

Il secondo asse riguarda il Rassemblement national. Sarebbe sbagliato raccontare queste municipali come una sua débâcle: il partito non prende Marsiglia né Tolone, e questo è un sollievo per i partiti tradizionali, ma continua ad avanzare nel radicamento locale e soprattutto ottiene una vittoria di enorme valore politico a Nizza con Eric Ciotti, ex gollista ormai alleato del Rn. E’ qui che il voto cambia davvero tono. Nizza non dice solo che l’estrema destra può vincere; dice che una parte della destra classica può vincere insieme a lei. Per questo la frase di Christian Estrosi, sconfitto dopo oltre diciotto anni da sindaco, pesa più del suo caso personale: “Il fronte repubblicano è morto questa sera a Nizza”. E’ una dichiarazione di sconfitta, ma anche la fotografia di una trasformazione più ampia del sistema politico francese.

Il terzo asse è quello della destra e del centro moderato, che escono dal voto con un bilancio meno uniforme ma tutt’altro che marginale. Edouard Philippe, rieletto al Havre, resta il dirigente che più chiaramente può presentarsi nel 2027 come candidato dell’ordine istituzionale e della competenza amministrativa. Bruno Retailleau, dal canto suo, ha subito cercato di dare una lettura nazionale del voto sostenendo che Les Républicains sono “sempre la prima forza politica locale” e che “esiste un’altra via” tra “gli ideologi” di La France insoumise e i “demagoghi” del Rassemblement national. Poi ha alzato il tono contro la gauche, denunciando “accordi della vergogna” con “la peggiore sinistra” e sostenendo che la “melenchonizzazione” della vita politica “è un veleno”. E’ una lettura interessata, ma non priva di fondamento dal suo punto di vista: la destra municipale francese continua ad avere una rete territoriale robusta. Il problema, semmai, è che questa rete oggi è attraversata da una domanda strategica sempre più divisiva: competere contro il Rn o saldarsi con esso, come ha mostrato proprio il caso Ciotti.

La conclusione, allora, è che queste municipali non consegnano un vincitore del 2027, ma chiariscono il terreno su cui si giocherà la presidenziale. Parigi mostra che la sinistra di governo non è affatto finita. Marsiglia e Tolone mostrano che il Rn incontra ancora un limite nelle grandi città quando gli altri riescono a non disunirsi troppo. Nizza, però, dimostra che la barriera politica tra destra ed estrema destra è molto più porosa di prima. E Le Havre conferma che Philippe resta in corsa come figura nazionale credibile. In altre parole, la Francia che esce da questo voto resta tripolare, ma con frontiere mobili: la sinistra tiene nelle metropoli, il Rn continua a premere, la destra tradizionale cerca di non farsi schiacciare e intanto discute se resistere o convergere. E’ questa, più dei singoli municipi, la vera eredità politica delle municipali.

Poste annuncia Opas su Tim: offerta da 10,8 miliardi, obiettivo delisting

Milano, 22 mar. (askanews) – Terremoto in casa Tim. A poco più di un anno dall’ingresso nell’azionariato, Poste, a sorpresa, ha annunciato in serata il lancio di un’offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas) sull’operatore telefonico, di cui il gruppo di Del Fante è già primo azionista con una quota del 27,3% (che scenderebbe al 20,1% post conversione risparmio). L’offerta, se dovesse andare a buon fine, riporterebbe Telecom nell’orbita pubblica poichè il gruppo risultante avrebbe lo Stato come azionista di maggioranza. Quest’ultimo, infatti, attualmente è socio di Poste con una quota del 65% circa, tramite Cdp (35%) e Mef (29,25%). Nel gruppo nascente, la presenza dello Stato come azionista con oltre il 50% è garanzia, assicura Poste, di “una governance stabile” nel lungo periodo.

Obiettivo dichiarato dell’offerta è acquisire l’intero capitale di Tim e procedere alla revoca dalla quotazione. Il delisting favorirebbe “gli obiettivi di integrazione, creazione di sinergie e crescita tra Poste e Tim”. Per il gruppo delle tlc guidato da Pietro Labriola – che domani riunisce il cda per l’avvio del processo di valutazione dell’offerta – sarebbe un addio alla Borsa, dove era sbarcata nel 1997 con la stagione delle privatizzazioni.

Tornando ai termini dell’Opas, il corrispettivo fissato è pari a 0,0218 azioni ordinarie di nuova emissione di Poste e una componente in contanti pari a 0,167 euro per ogni azione Tim conferita, con una valorizzazione di 0,635 euro e un premio del 9,01%, pari a un corrispettivo di circa 10,8 miliardi. L’operazione – che sarà efficace con adesioni pari al 66,67% del capitale – dovrebbe perfezionarsi entro la fine di quest’anno.

L’offerta punta a “dare vita a un unico gruppo, integrando due delle più grandi e importanti realtà industriali italiane”, scrive Poste, creando “un pilastro strategico dell’economia nazionale”. La nuova realtà potrebbe contare su ricavi pari a circa 26,9 miliardi di euro, un Ebit aggregato pro-forma di circa 4,8 miliardi e oltre 150mila dipendenti, con posizioni di leadership nei principali settori di attività.

Poste lancia Opas totalitaria su Telecom Italia

Milano, 22 mar. (askanews) – Poste Italiane annuncia di aver assunto in data 22 marzo 2026 la decisione di promuovere un’offerta pubblica di acquisto e scambio totalitaria volontaria ai sensi e per gli effetti degli articoli 102 e 106, comma 4, del TUF, avente a oggetto la totalità delle azioni ordinarie di Telecom Italia ammesse alla negoziazione su Euronext Milan, mercato regolamentato organizzato e gestito da Borsa Italiana, ivi incluse le azioni proprie detenute dall’Emittente e le azioni di Tim che potrebbero essere eventualmente emesse – entro la fine del periodo di adesione all’Offerta – nell’ambito dei piani di compensi in essere basati su strumenti finanziari. Lo si legge in una nota di Poste Italiane.

Referendum, l’affluenza alle 19 sfiora il 39% (nel 2020 fu del 29,68%)

Roma, 22 mar. (askanews) – Alle ore 19, per il referendum sulla separazione delle carriere, ha votato il 38,90% degli aventi diritto. Si tratta del dato definitivo diffuso dal Viminale (61.533 sezioni su 61.533), tramite la piattaforma Eligendo. Secondo i dati del ministero dell’Interno, al referendum costituzionale del 2020, sulla riduzione del numero dei parlamentari, l’affluenza alle ore 19 era stata del 29,68%. Il prossimo dato verrà diffuso intorno alle ore 23, dopo la chiusura di stasera dei seggi che riapriranno domani mattina alle 7.

MotoGP, Bezzecchi trionfa in Brasile e vola in testa

Roma, 22 mar. (askanews) – Marco Bezzecchi domina il Gran Premio del Brasile e conquista vittoria e leadership del Mondiale. Sul circuito di Goiânia il pilota Aprilia prende il comando sin dalla prima curva e non lo lascia più, gestendo con autorità fino alla bandiera a scacchi. Per il pilota riminese quarta vittoria consecutiva a cavallo del mondiale 2025 e 2026.

Alle sue spalle Jorge Martin completa la doppietta della casa di Noale con una gara solida e senza errori, mentre Fabio Di Giannantonio sale sul podio al termine di un acceso duello finale con Marc Márquez, quarto al traguardo. Completano la top ten Ogura, Alex Márquez e Pedro Acosta.

La gara, accorciata a 23 giri per problemi di degrado dell’asfalto, si accende anche per le cadute: fuori Francesco Bagnaia e Joan Mir, con il pilota Ducati scivolato nella seconda metà di corsa mentre era in rimonta.

Bezzecchi costruisce il successo giro dopo giro, mantenendo un margine di sicurezza su Martin e risultando imprendibile per tutto il gruppo. Nel finale Di Giannantonio resiste al ritorno di Márquez consolidando il terzo posto.

Padel: Lucia Sainz trionfa al FIP Silver di Parma, Orsi ko in finale

Roma, 22 mar. (askanews) – È Lucia Sainz a conquistare il Fip Silver Mediolanum Padel Cup di Parma. La fuoriclasse spagnola ex numero uno del mondo – si legge in una nota – in coppia con la giovane Raquel Eugenio, supera in finale la numero uno italiana Carolina Orsi e Letizia Manquillo con il punteggio di 7-5 6-1, al termine di un match combattuto soprattutto nel primo set.

Orsi, sostenuta dal pubblico di casa, aveva accarezzato il sogno dopo un avvio brillante, arrivando a servire per il set sul 5-4. La reazione della coppia spagnola, però, ha cambiato l’incontro: controbreak decisivo e dominio fino al successo finale. “Voglio giocare ancora a lungo, mi diverto e amo questo sport”, le parole di Sainz, che ha ringraziato il pubblico di Parma. Dall’altra parte Orsi: “Avrei voluto regalarvi la vittoria, ma resta la soddisfazione di un torneo positivo”.

Nel tabellone maschile, prosegue la nota, secondo titolo stagionale per Ignacio Vilarino e Mario Del Castillo, che battono in tre set la coppia formata da Pedro Perry e Ramiro Pereyra. Dopo il 6-4 iniziale, la coppia favorita subisce il ritorno degli avversari (7-5), chiudendo poi il terzo set 6-3. “Non è stato facile, il campo era veloce e gli avversari molto abili, ma siamo felicissimi”, il commento dei vincitori.

Spazio anche allo spettacolo fuori dal circuito professionistico con la “Vip ProAm Exhibition”, che ha visto protagonisti Alessio Tacchinardi, Mark Iuliano, Nicola Amoruso e Alessandro Melli. Nella prima sfida successo di Tacchinardi-Iuliano su Melli-Amoruso (6-4), mentre nella rivincita, con l’ingresso di Stefano Morrone, vittoria al super tie-break proprio di Morrone in coppia con Amoruso (7-5).

L’ultimo saluto della Lega a Umberto Bossi sul prato di Pontida

Pontida (Bg), 22 mar. (askanews) – Si è fermato ancora per qualche minuto, il feretro di Umberto Bossi, davanti al prato di Pontida. Dalla abbazia di San Giacomo, la bara del fondatore della Lega è stata portata in corteo fino al luogo del giuramento contro il Barbarossa. Lì di nuovo la musica delle cornamuse e i cori dei militanti: “Secessione”, “Padania libera”, tra i fumogeni verdi.

Il presidente del Libano: Israele ha bombardato strade e ponti, escalation preludio di un’invasione

Roma, 22 mar. (askanews) – Il presidente del Libano Joseph Aoun ha denunciato i raid israeliani nel sud del Paese contro ponti e infrastrutture.

“Aoun ha condannato il bombardamento e la distruzione da parte di Israele di infrastrutture e installazioni vitali nel sud del Libano, in particolare il ponte di Qasmiyeh sul fiume Litani e altri ponti”, ha riferito la presidenza in una nota.

“Questi attacchi rappresentano una pericolosa escalation e una flagrante violazione della sovranità del Libano e sono considerati un preludio a un’invasione terrestre”, ha dichiarato il capo dello Stato libanese.

A Pontida i militanti della Lega: Bossi è stato tradito

Pontida (Bg), 22 mar. (askanews) – Alberto da Giussano, il sole delle Alpi, la musica celtica delle cornamuse. E gli slogan di una volta: la secessione, la Padania libera e Roma ladrona. L’addio a Umberto Bossi rimette in scena a Pontida una stagione politica lontana, bruscamente interrotta dall’ictus che nel 2004 colpì il Senatur. E la tensione tra la nuova Lega di Matteo Salvini e i nostalgici dei tempi dell’Umberto attraverserà tutta la mattinata, il segretario attuale è stato contestato. Una militante della prima ora sul Sacro Prato del giuramento contro il Barbarossa dice chiaramente: “Bossi è stato tradito, questo non era il suo progetto.

Troupe Rai aggredita a Roma mentre riprende gli stabili occupati dagli anarchici

Roma, 22 mar. (askanews) – Una troupe Rai del Tgr Lazio è stata aggredita a Roma, nel quartiere Quadraro, mentre stava riprendendo gli stabili occupati dagli anarchici: danneggiate le attrezzature e ferito un operatore, curato in ospedale. Il servizio del Tgr seguiva il grave episodio al Parco degli Acquedotti, dove due anarchici sono morti in un casolare abbandonato in un’esplosione causata da un ordigno artigianale che stavano verosimilmente mettendo a punto.

“Rai esprime la più ferma condanna per la grave aggressione subita da una troupe in servizio per la Tgr Lazio nel quartiere Quadraro di Roma, dove un operatore e un assistente stavano riprendendo stabili occupati dagli anarchici dopo la morte di due attivisti che stavano fabbricando una bomba. L’aggressione – si legge in una nota dell’azienda di servizio pubblico – ha causato il danneggiamento delle attrezzature e il ferimento di un operatore, a cui sono state prestate le cure in ospedale. A lui va la nostra piena solidarietà e l’augurio di una pronta guarigione”.

“Si tratta di un fatto inaccettabile che colpisce non solo i professionisti coinvolti, ma anche il diritto dei cittadini a essere informati. Ogni forma di violenza nei confronti di giornalisti e operatori dell’informazione – conclude la nota della Rai – rappresenta un attacco alla libertà di stampa e ai principi democratici”.

“Nella tarda mattinata di oggi una troupe della Tgr Lazio incaricata di effettuare delle riprese dall’esterno degli stabili occupati dagli anarchici nel quartiere Quadraro è stata violentemente aggredita. L’operatore è dovuto ricorrere alle cure del Pronto Soccorso, mentre la telecamera è stata gravemente danneggiata. Al collega la nostra vicinanza e solidarietà. La memory card su cui erano registrate le immagini è stata ritrovata dopo qualche ora a terra da un giornalista della Tgr Lazio”. È quanto si legge in una nota congiunta, firmata dall’Esecutivo Usigrai, dal Coordinamento dei Comitati di redazione Tgr e dal Cdr Tgr Lazio.

“Si tratta dell’ennesima aggressione a operatori dell’informazione, non è tollerabile che esistano zone dove i media non possono svolgere il loro lavoro, peraltro sulla pubblica piazza. Auspichiamo – conclude il comunicato sindacale – che l’autorità giudiziaria disponga rapidamente indagini su questa vile aggressione”.

“L’Unirai esprime la più ferma e indignata condanna per la gravissima aggressione subita dalla troupe della Tgr Lazio nel quartiere Quadraro di Roma. Si tratta di un episodio inaccettabile, che colpisce non solo i lavoratori coinvolti, ma il cuore stesso della democrazia e del diritto dei cittadini a essere informati”. È quanto si legge in una nota dell’organizzazione sindacale.

“Non è tollerabile – sottolinea il comunicato – che esistano nel nostro Paese zone franche sottratte alla legalità, dove gruppi organizzati si arrogano il diritto di impedire con la violenza il lavoro dei giornalisti e degli operatori dell’informazione. Gli stabili occupati non possono diventare territori off-limits per lo Stato e per la stampa. Aggredire una troupe significa tentare di spegnere la libertà di informazione. È un atto grave che deve trovare una risposta ferma, immediata e concreta da parte delle istituzioni”.

Calcio, Atalanta-Verona 1-0: decide Zappacosta

Roma, 22 mar. (askanews) – L’Atalanta ritrova la vittoria dopo sei partite di digiuno battendo il Verona 1-0 al termine di una gara dominata soprattutto nel primo tempo. Decisivo il gol di Zappacosta al 37′, un sinistro preciso dal limite che non lascia scampo a Montipò.

La squadra di Palladino parte forte e crea diverse occasioni già nella prima frazione, con Krstovic ed Ederson fermati da un attento Montipò e da un provvidenziale intervento di Akpa Akpro. Il Verona fatica a uscire dalla propria metà campo e va al riposo sotto di un gol.

Nella ripresa gli ospiti provano a reagire aumentando ritmo e pressione, sfiorando il pareggio in più circostanze: decisivo Carnesecchi su Bowie e Orban, mentre Djimsiti e Hien chiudono ogni spazio con interventi puntuali. L’Hellas spinge nel finale ma senza riuscire a creare vere occasioni limpide.

Da segnalare anche l’uscita tra gli applausi di De Roon, diventato il giocatore con più presenze nella storia del club bergamasco. Nel recupero il Verona ci prova ancora, ma la difesa nerazzurra resiste fino al triplice fischio. Tre punti pesanti per l’Atalanta, che interrompe il digiuno, mentre resta il rammarico per il Verona.

Calcio, Bologna-Lazio 0-2: biancocelesti corsari

Roma, 22 mar. (askanews) – La Lazio espugna il Dall’Ara battendo il Bologna 2-0 al termine di una gara decisa nella ripresa. Dopo un primo tempo equilibrato e chiuso sullo 0-0, con l’occasione più nitida rappresentata dalla traversa colpita da Moro, il match si accende nella seconda frazione.

Al 50′ grande occasione per i rossoblù: Castro si procura un calcio di rigore dopo un errore di Dele-Bashiru, ma Orsolini si fa ipnotizzare da Motta che para in due tempi. Episodio che pesa sull’inerzia della gara.

La Lazio cresce con il passare dei minuti e trova il vantaggio al 72′: dopo una respinta su conclusione di Dia, la palla arriva a Taylor che insacca con freddezza. Il raddoppio arriva all’82’, ancora con Taylor, servito da Dia: l’attaccante salta Ravaglia e deposita in rete firmando la sua prima doppietta con la maglia biancoceleste.

Nel finale il Bologna prova a reagire ma spreca con Cancellieri, mentre la Lazio sfiora anche il tris e difende il risultato fino al triplice fischio dopo quattro minuti di recupero. Vittoria importante per i biancocelesti, mentre resta il rammarico per i padroni di casa, penalizzati anche dal rigore fallito.

A Pontida l’addio a Umberto Bossi, tra Padania libera e Secessione

Pontida (Bg), 22 mar. (askanews) – Alberto da Giussano, il sole delle Alpi, la musica celtica delle cornamuse. E gli slogan di una volta: la secessione, la Padania libera e Roma ladrona. L’addio a Umberto Bossi rimette in scena a Pontida una stagione politica lontana, bruscamente interrotta dall’ictus che nel 2004 colpì il Senatur. E la tensione tra la nuova Lega di Matteo Salvini e i nostalgici dei tempi dell’Umberto attraverserà tutta la mattinata.

Il luogo è quello fondativo dell’immaginario nordista “inventato” da Bossi: il Sacro Prato del giuramento contro il Barbarossa è a poche centinaia di metri, le bandiere agitate da un vento freddo riportano agli anni ruggenti del celodurismo bossiano. Come gli slogan scanditi dai militanti, che sfociano in contestazione da parte dei nostalgici quando arriva Matteo Salvini. Il segretario dell’attuale “Lega per Salvini premier” è in completo scuro, ma la camicia è quella verde delle Guardie Padane. Qualcuno non gradisce: “Molla la camicia verde”, “Vergogna”, si sente dalla folla mentre Salvini va a stringere le mani dei militanti assiepati sulle transenne che delimitano lo spazio per il passaggio dei familiari e delle autorità sul piazzale dell’abbazia.

Salvini si ritirerà poi nella chiesa, affacciandosi talvolta sulla scalinata. Come quando arriva Giorgia Meloni, e dalla folla si alza nuovamente il coro “Secessione”. Quando si avvicina a Manuela Bossi e le dà un bacio sui capelli, il commento dalla folla è “Il bacio di Giuda”. Del resto anche Marcello Dell’Utri certifica: cosa pensava Bossi della Lega di Salvini? “Stendiamo un pietoso velo…”, dice ai cronisti. Il vice premier non si scompone e non si tira indietro, resterà tra la folla fino all’ultimo, quando il feretro di Bossi viene lasciato sostare per qualche minuto davanti al pratone: “Oggi non si dichiara, oggi è la presenza”, si limita a dire ai cronisti.

Una presenza che per tutto il giorno è stata un passo indietro rispetto a Giancarlo Giorgetti, il “capo cerimoniale” della giornata. Come un “figlioccio”, dalle 10 il ministro dell’Economia accoglie tutti sul piazzale dell’Abbazia: le cariche dello Stato, i rappresentanti delle istituzioni, ma anche lo storico autista del Senatur, che si lascia andare al pianto sulla spalla del ministro. E poi Aldo Brancher, che per anni ha svolto il ruolo di ufficiale di collegamento tra Bossi e Silvio Berlusconi. Arrivano anche Fedele Confalonieri, con Dell’Utri, l’ex premier Mario Monti (pesantemente contestato) l’editore e parlamentare della Lega Antonio Angelucci, la storica esponente della Liga Veneta Manuela Dal Lago.

È sempre Giorgetti a leggere la prima lettura, dal profeta Ezechiele durante la funzione, dopo di lui uno dei figli di Bossi, Renzo. Poi il vangelo, la resurrezione di Lazzaro, e l’omelia dell’abate Giordano Rota: tutta sul registro della fede, nessun accenno al ruolo politico di Bossi. Ad ascoltare in uno dei banchi della prima fila, le cariche istituzionali: Ignazio La Russa, Lorenzo Fontana, Giorgia Meloni, Antonio Tajani, Matteo Salvini. Dietro di loro Giorgetti, Zaia, i governatori e gli altri ministri. Nell’altra fila di banchi la famiglia.

All’uscita del feretro, i cori dei militanti più duri salgono di livello: “Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il Tricolore”, viene scandito, insieme al classico “Secessione”. Sulle scale della chiesa, Meloni, La Russa e Tajani ascoltano, fin quando Giorgetti prende il megafono e ottiene il silenzio per l’Eterno riposo e il “Va pensiero” intonato da un coro di alpini. Poi le cariche istituzionali lasciano Pontida, un corteo dall’abbazia si muove verso il pratone dietro il feretro: c’è Massimiliano Romeo che regge coi militanti una bandiera col sole delle Alpi, Giorgetti a piedi dietro le auto con i familiari. Il corteo si ferma davanti al pratone: riparte la cornamusa, e l’ultimo coro “Bossi Bossi”.

A Pontida l’addio a Bossi, tra Padania libera e Secessione

Pontida (Bg), 22 mar. (askanews) – Alberto da Giussano, il sole delle Alpi, la musica celtica delle cornamuse. E gli slogan di una volta: la secessione, la Padania libera e Roma ladrona. L’addio a Umberto Bossi rimette in scena a Pontida una stagione politica lontana, bruscamente interrotta dall’ictus che nel 2004 colpì il Senatur. E la tensione tra la nuova Lega di Matteo Salvini e i nostalgici dei tempi dell’Umberto attraverserà tutta la mattinata.

Il luogo è quello fondativo dell’immaginario nordista “inventato” da Bossi: il Sacro Prato del giuramento contro il Barbarossa è a poche centinaia di metri, le bandiere agitate da un vento freddo riportano agli anni ruggenti del celodurismo bossiano. Come gli slogan scanditi dai militanti, che sfociano in contestazione da parte dei nostalgici quando arriva Matteo Salvini. Il segretario dell’attuale “Lega per Salvini premier” è in completo scuro, ma la camicia è quella verde delle Guardie Padane. Qualcuno non gradisce: “Molla la camicia verde”, “Vergogna”, si sente dalla folla mentre Salvini va a stringere le mani dei militanti assiepati sulle transenne che delimitano lo spazio per il passaggio dei familiari e delle autorità sul piazzale dell’abbazia.

Salvini si ritirerà poi nella chiesa, affacciandosi talvolta sulla scalinata. Come quando arriva Giorgia Meloni, e dalla folla si alza nuovamente il coro “Secessione”. Quando si avvicina a Manuela Bossi e le dà un bacio sui capelli, il commento dalla folla è “Il bacio di Giuda”. Del resto anche Marcello Dell’Utri certifica: cosa pensava Bossi della Lega di Salvini? “Stendiamo un pietoso velo…”, dice ai cronisti. Il vice premier non si scompone e non si tira indietro, resterà tra la folla fino all’ultimo, quando il feretro di Bossi viene lasciato sostare per qualche minuto davanti al pratone: “Oggi non si dichiara, oggi è la presenza”, si limita a dire ai cronisti.

Una presenza che per tutto il giorno è stata un passo indietro rispetto a Giancarlo Giorgetti, il “capo cerimoniale” della giornata. Come un “figlioccio”, dalle 10 il ministro dell’Economia accoglie tutti sul piazzale dell’Abbazia: le cariche dello Stato, i rappresentanti delle istituzioni, ma anche lo storico autista del Senatur, che si lascia andare al pianto sulla spalla del ministro. E poi Aldo Brancher, che per anni ha svolto il ruolo di ufficiale di collegamento tra Bossi e Silvio Berlusconi. Arrivano anche Fedele Confalonieri, con Dell’Utri, l’ex premier Mario Monti (pesantemente contestato) l’editore e parlamentare della Lega Antonio Angelucci, la storica esponente della Liga Veneta Manuela Dal Lago.

È sempre Giorgetti a leggere la prima lettura, dal profeta Ezechiele durante la funzione, dopo di lui uno dei figli di Bossi, Renzo. Poi il vangelo, la resurrezione di Lazzaro, e l’omelia dell’abate Giordano Rota: tutta sul registro della fede, nessun accenno al ruolo politico di Bossi. Ad ascoltare in uno dei banchi della prima fila, le cariche istituzionali: Ignazio La Russa, Lorenzo Fontana, Giorgia Meloni, Antonio Tajani, Matteo Salvini. Dietro di loro Giorgetti, Zaia, i governatori e gli altri ministri. Nell’altra fila di banchi la famiglia.

All’uscita del feretro, i cori dei militanti più duri salgono di livello: “Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il Tricolore”, viene scandito, insieme al classico “Secessione”. Sulle scale della chiesa, Meloni, La Russa e Tajani ascoltano, fin quando Giorgetti prende il megafono e ottiene il silenzio per l’Eterno riposo e il “Va pensiero” intonato da un coro di alpini. Poi le cariche istituzionali lasciano Pontida, un corteo dall’abbazia si muove verso il pratone dietro il feretro: c’è Massimiliano Romeo che regge coi militanti una bandiera col sole delle Alpi, Giorgetti a piedi dietro le auto con i familiari. Il corteo si ferma davanti al pratone: riparte la cornamusa, e l’ultimo coro “Bossi Bossi”.

Il feretro di Bossi a Pontida lungo applauso e suono delle cornamuse

Pontida (Bg), 22 mar. (askanews) – Un lungo applauso dei militanti e il suono di un cornamusa hanno accolto il feretro di Umberto Bossi all’abbazia di San Giacomo di Pontida. Sul piazzale sempre il ministro Giancarlo Giorgetti, visibilmente commosso, che dopo aver abbracciato i familiari si è accodato al corteo mentre la bara (coperta da fiori bianchi e da una bandiera col Sole delle Alpi) veniva portata sulle scale verso il sagrato. In cima alle scalinate attendeva il segretario della Lega Matteo Salvini, che si è fatto il segno della croce al passaggio della bara.

Bossi, Roberto Castelli: Giorno triste ma può ridare speranza

Pontida (Bg), 22 mar. (askanews) – L’eredità di Bossi “è un’eredità tradita” dalla Lega di Salvini, “si è mantenuta in vita dalle persone che vediamo oggi e spero anche un po’ da me”.

Lo ha detto l’ex ministro leghista Roberto Castelli, a Pontida per i funerali di Umberto Bossi.

“Bossi prima di tutto era un amico. Io – ha ricordato – ho avuto una vita parallela da quarant’anni con lui abbiamo camminato assieme: io dietro la sua guida, lui davanti a condurci ma così è andata anche in questi ultimi anni dove molti l’avevano abbandonato. Io non l’ho mai abbandonato. Quindi questa è la prima questione dal punto di vista politico, credo che la giornata di oggi possa essere un punto di partenza per quel popolo della Lega che è rimasto così disperso perché non si riconosce più nella politica centralista di questo nuovo partito che non chiamo più neanche Lega perché è un’altra cosa: è una giornata da un lato molto triste ma dall’altra anche che ci dà un po di serenità, di speranza”.

Per Castelli infatti “la questione settentrionale esiste e qualcuno finalmente se ne sta riaccorgendo”. Non la Lega di Salvini che “non è la Lega che lei vede qua oggi, è un’altra cosa: ha mantenuto il nome ma solo quello. In via Bellerio con l’arrivo di Salvini era proibito il verde. Giusto per capirci cos’è la lega di Salvini c’è un’associazione che si chiama umanitaria Padana Onlus che aiuta le persone nei paesi del terzo mondo, gli avevano detto doveva chiamarsi umanitaria, perché la parola padana era proibita… siamo arrivati a questi paradossi quindi quella roba lì non è la Lega”, ha concluso l’ex ministro.

Applausi per Zaia e Fontana ai funerali di Bossi a Pontida

Pontida (Bg), 22 mar. (askanews) – Applausi per i governatori della Lega che arrivano all’abbazia di San Giacomo a Pontida per i funerali di Bossi. L’ex presidente della Regione Veneto Luca Zaia e il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, in particolare, sono stati salutati con calore dai militanti assiepati sulle transenne che delimitano l’area riservata al passaggio delle autorità. Qualche militante scandisce anche un coro “Attilio, Attilio” per il governatore della Lombardia.

Il Papa: la morte e il dolore provocati dalle guerre sono uno scandalo, non possiamo rimanere in silenzio

Roma, 22 mar. (askanews) – Nuovo forte appello per la pace di Papa Leone XIV. “Cari fratelli e sorelle, continuo a seguire con sgomento la situazione in Medio Oriente, così come in altre regioni del mondo lacerate dalla guerra e dalla violenza. Non possiamo rimanere in silenzio”, ha detto il Papa, parlando dopo la preghiera dell’Angelus. “Non possiamo rimanere in silenzio di fronte alla sofferenza di così tante persone, vittime inermi di questi conflitti. Ciò che li ferisce, ferisce l’intera umanità, la morte e il dolore provocati da queste guerre sono uno scandalo per tutta la famiglia umana e un grido al cospetto di Dio”. Lo ha detto Papa Leone rivolgendosi ai pellegrini in piazza San Pietro, dopo la recita dell’Angelus.

“Rinnovo con forza l’appello a perseverare nella preghiera affinché cessino le ostilità e si aprano finalmente cammini di pace fondati sul dialogo sincero e sul rispetto della dignità di ogni persona umana”, ha concluso il Santo Padre.

Iran, le notizie più importanti del 22 marzo sulla guerra

Roma, 22 mar. (askanews) – Di seguito una selezione delle notizie più importanti di domenica 22 marzo sulla guerra di Usa e Israele contro l’Iran, un conflitto che coinvolge ormai tutti i Paesi del Golfo e il Libano, con gravi ripercussioni sull’economia globale.

-13:10 Il ministero degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha avuto oggi un colloquio telefonico con il capo della diplomazia europea, Kaja Kallas.

-12:45 L’Iran ha dichiarato che un attacco alle centrali elettriche del paese, minacciato dal presidente americano Donald Trump se non verrà riaperto lo Stretto di Hormuz, porterebbe a “danni irreversibili” alle infrastrutture regionali.

-12:32 Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto ai leader mondiali di unirsi alla guerra lanciata contro l’Iran. “Hanno lanciato un missile balistico intercontinentale contro Diego Garcia. Hanno la capacità di raggiungere l’Europa in profondita”, ha detto il premier alla stampa durante la visita alla città di Arad.

-12:18 Papa Leone XIV all’Angelus: “Sgomento per la situazione in Medio Oriente, così come in
altre regioni del mondo lacerate dalla guerra e dalla violenza. Non possiamo rimanere in silenzio”

-11:50 L’esercito iraniano ha dichiarato di aver attaccato l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv con droni kamikaze Arash-2 di ultima generazione.

-11:45 Il Comandante del Comando centrale iraniano Khatam Al-Anbiya, il generale Abdollahi, ha annunciato oggi che “la dottrina militare iraniana è passata da una strategia difensiva a una offensiva” con “le tattiche sul campo di battaglia aggiornate di conseguenza”. Stando a quanto riportato dai media iraniani, il generale ha quindi aggiunto: “Armi all’avanguardia sviluppate da giovani scienziati vengono già usate in battaglia e altre sorprese sono in arrivo”.

-11:27 Quindici persone sono rimaste ferite, la maggior parte in modo lieve, nell’attacco missilistico iraniano che questa mattina ha colpito il centro di Israele.

-11:00 Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha dichiarato di aver ordinato all’esercito di distruggere tutti i ponti sul fiume Litani e “accelerare la distruzione delle case libanesi nei villaggi in prima linea, per contrastare le minacce alle comunità israeliane, seguendo il modello di Beit Hanoun e Rafah”, le due città distrutte nella Striscia di Gaza.

-10:45 L’Arabia Saudita ha espulso diversi membri del personale dell’ambasciata iraniana, rinnovando la condanna degli attacchi lanciati dall’Iran “che porteranno a un’ulteriore escalation e avranno gravi conseguenze sui rapporti presenti e futuri”.

-10:00 Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf su X annuncia una “nuova fase della battaglia”: “Se il regime israeliano non riesce a intercettare i missili nell’area altamente protetta di Dimona, questo è, in termini operativi, il segnale dell’inizio di una nuova fase della battaglia i cieli di Israele sono indifesi. Di conseguenza, sembra che sia giunto il momento di attuare i prossimi piani prestabiliti”.

-09:30 Il sottomarino HMS Anson a propulsione nucleare della Royal Navy è arrivato nel Mar Arabico. E’ dotato di missili Tomahawk Block IV con una gittata di 1.600 chilometri e di siluri pesanti Spearfish.

-09:10 Le forze armate iraniane sono pronte a colpire “tutte le infrastrutture energetiche, così come quelle informatiche e gli impianti di desalinizzazione” di Stati Uniti e Israele presenti nella regione, qualora venissero colpite l centrali elettriche e gli impianti petroliferi iraniani. Lo ha detto il portavoce del Comando centrale Khaam Al-Anbiya, che coordina le operazioni tra l’esercito e i Guardiani della rivoluzione, citato dai media iraniani.

-09:00 Sono 175 le persone rimaste ferite negli attacchi missilistici iraniani di ieri sera nelle città di Dimona e Arad, nel sud di Israele. Lo riporta il Times of Israel, precisando che 36 persone sono ancora ricoverate in ospedale, 11 delle quali in condizioni gravi.

-08:27 Lo Stretto di Hormuz rimane aperto a tutti, “tranne che ai nemici”. Lo ha dichiarato il rappresentante permanente dell’Iran presso l’Organizzazione Marittima Internazionale (Imo), Ali Mousavi, dopo che il presidente americano Donald Trump ha minacciato di colpire le centrali elettriche iraniane se lo Stretto non verrà riaperto.

-08:07 Il presidente americano Donald Trump su Truth ha minacciato di “colpire e distruggere” le centrali elettriche iraniane se Teheran non riaprirà lo Stretto di Hormuz entro 48 ore.

I militanti della Lega ricordano Umberto Bossi a Pontida

Pontida , 22 mar. (askanews) – Un dovere esserci, gli storici militanti della Lega si sono riuniti a Pontida per dare l’ultimo saluto a Umberto Bossi. “E’ un dovere essere qui. Era uno di noi, un padre, gli vogliamo bene” sono alcuni dei commossi ricordi del Senatur.

Bossi, Salvini a Pontida con qualche contestazione: molla la camicia verde

Pontida (Bg), 22 mar. (askanews) – Matteo Salvini arriva sul sagrato dell’abbazia di Pontida per i funerali di Umberto Bossi, indossa un completo scuro e la camicia verde. Viene accolto dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, dietro di lui si alza qualche striscione del “Patto Nord”, i fuoriusciti leghisti contro la linea della Lega nazionale. Il segretario della Lega si avvicina comunque alle transenne, stringe le mani dei militanti, si alza qualche coro “Vergogna, vergogna”, e anche un “Molla la camicia verde”. Salvini non si scompone, continua a salutare i militanti in prima fila sulle transenne che delimitano l’area riservata alle autorità. Poi si alzano bandiere della vecchia Lega: il Sole delle Alpi, l’Alberto da Giussano e parte il coro “Bossi, Bossi”. Poi Salvini, insieme alla compagna Francesca Verdini, sale la scalinata ed entra nella chiesa dove si svolgeranno le esequie del fondatore.

Iran: distruggeremo le infrastrutture della regione se verranno colpite le nostre centrali elettriche

Roma, 22 mar. (askanews) – L’Iran ha dichiarato che un attacco alle centrali elettriche del paese, minacciato dal presidente americano Donald Trump se non verrà riaperto lo Stretto di Hormuz, porterebbe a “danni irreversibili” alle infrastrutture regionali.

In un post su X il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha scritto: “Subito dopo aver preso di mira le centrali elettriche e le infrastrutture del nostro Paese, le infrastrutture critiche, le infrastrutture energetiche e gli impianti petroliferi di tutta la regione saranno considerati obiettivi legittimi e verranno distrutti in modo irreversibile, e il prezzo del petrolio rimarrà alto per lungo tempo”.

Netanyahu chiede ai leader mondiali di unirsi alla guerra: i missiliiraniani possono raggiungere l’Europa

Roma, 22 mar. (askanews) – Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto ai leader mondiali di unirsi alla guerra lanciata contro l’Iran. “Hanno lanciato un missile balistico intercontinentale contro Diego Garcia. Hanno la capacità di raggiungere l’Europa in profondita”, ha detto il premier alla stampa durante la visita alla città di Arad, nel sud di Israele, colpita ieri da un attacco iraniano. “Stanno prendendo di mira tutti. Stanno bloccando una rotta marittima internazionale, una via energetica fondamentale, e stanno cercando di ricattare il mondo intero. È ora che i leader degli altri paesi si uniscano a noi”, ha aggiunto il premier, facendo riferimento allo Stretto di Hormuz.

Venerdì l’Iran ha lanciato due missili balistici a medio raggio contro la base americano-britannica di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, a circa 4.000 chilometri dal proprio territorio – come riporta il Wall Street Journal, citando fonti statunitensi – nessuno dei due vettori ha colpito l’obiettivo: uno avrebbe subito un guasto in volo, mentre l’altro sarebbe stato intercettato da un missile statunitense SM-3 lanciato da una nave da guerra.

L’episodio, che difficilmente avrebbe potuto portare a un impatto diretto sulla base Usa-Gb, ha un forte valore di avvertimento riguardo un possibile salto qualitativo nelle capacità missilistiche iraniane. Teheran ha finora dichiarato di usare una gittata massima di circa 2.000 chilometri, mentre questo attacco suggerirebbe un raggio operativo doppio. E il primo tentativo noto di colpire un obiettivo così distante, segnalando un ampliamento geografico del confronto oltre il Medio Oriente: 4.000 chilometri significa in teoria poter raggiungere l’Europa, compreso il Regno Unito.

Il Regno Unito ha formalizzato il permesso agli americani per utilizzare le basi per “operazioni difensive” volte a colpire “le capacità utilizzate per attaccare le navi nello Stretto di Hormuz”.

“Questi missili non erano destinati a colpire Israele. Berlino, Parigi e Roma rientrano tutte nel raggio diretto di minaccia”, ha commentato il capo di stato maggiore dell’IDF, Eyal Zamir, in un post su X dopo il lancio.

A Pontida corone di fiori e tanta gente per i funerali di Umberto Bossi

Pontida (Bg), 22 mar. (askanews) – “Padania libera”, “Libertà”, “Roma ladrona, il Nord non perdona”. Sul sagrato dell’abbazia di San Giacomo a Pontida risuonano i cori della tradizione leghista, per dare l’ultimo saluto al fondatore della Lega Nord Umberto Bossi. E’ tutto pronto nel comune simbolo della Lega in provincia di Bergamo per l’ultimo saluto al fondatore.

I funerali iniziano alle ore 12 e non prevedono alcun cerimoniale, i posti riservati sono pochissimi per la famiglia e per limitatissime alte cariche istituzionali. Sarà una cerimonia semplice, e non sono previsti interventi politici sul sagrato della Chiesa. All’uscita un coro degli alpini intonerà il “Va, pensiero”. La cerimonia sarà celebrata dall’abate del monastero di San Giacomo.

Uno striscione della sezione locale appeso sui muri dell’abbazia, saluta così Bossi: “Grazie Capo, la tua storia sarà sempre con noi”. In piazza tanti militanti, con la bandiera del Sole delle Alpi o della Lega Lombarda, in coda per provare a entrare. E tanti volti storici del Carroccio: gli ex ministri Giancarlo Pagliarini, Roberto Castelli, l’ex europarlamentare Mario Borghezio. Oltre le transenne, le poche autorità con posti riservati, a partire dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, già presente.

Mondiali indoor, Larissa Iapichino argento nel salto in lungo

Roma, 22 mar. (askanews) – Larissa Iapichino conquista la medaglia d’argento nel salto in lungo ai Mondiali indoor 2026, al termine di una gara in rimonta ma segnata da errori all’asse di battuta. L’azzurra chiude con 6,87 metri, alle spalle della portoghese Agate De Sousa che si impone con 6,92.

La toscana, figlia di Fiona May e allenata dal padre Gianni, dopo un avvio incerto (6,49 e 6,69) cresce fino al 6,84 del quinto salto che le vale momentaneamente il primato. Decisiva però la replica di De Sousa, mentre l’italiana paga centimetri preziosi lasciati allo stacco nei tentativi chiave.

Completa il podio la colombiana Natalia Linares con 6,80, davanti alla svedese Khaddi Sagnia (6,78) e alla giamaicana Nia Robinson (6,75). Per Iapichino si tratta del primo podio iridato indoor in carriera.

Sci, Goggia: "Avevo paura di non farcela"

Roma, 22 mar. (askanews) – “Ho avuto dei momenti di forte pressione in questi giorni, soprattutto nella mia testa. E ho avuto anche paura di non farcela, magari per un errore o un’uscita. Al cancelletto però ho respirato e ho pensato a tutto ciò che di bello sono in grado di fare”. Così Sofia Goggia dopo la vittoria della Coppa di superG e della gara di Kvitfjell. “Quando ho tagliato e ho visto la luce verde per 6 decimi ho pensato che non sarebbero state molte le atlete in grado di passarmi davanti. E’ stata una stagione che non è stata all’altezza delle aspettative, soprattutto in discesa: una stagione non soddisfacente. Adesso però ho questa Coppa di superG che metterò a fianco alle quattro di discesa e per una velocista che vuole essere completa era molto importante conquistarla. Quando riesci ad aggiudicarti il trofeo e vinci anche la gara è positivo. Non è stato facile il weekend di Val di Fassa: arrivavo dalle Olimpiadi e avevo 84 punti di vantaggio sulla Robinson. La mia aspettativa era quella di fare punti e arrivare in Norvegia avendo già conquistato la mia coppa. Ma io in quel weekend non riuscivo a stare in piedi, non riuscivo a sciare in nessun modo. Da allora ci sono state altre due settimane di sofferenza, e di grandi tensioni che mi hanno spossato e sono state davvero pesanti per la mia testa. La particolarità del superG è che si tratta di una disciplina molto diversa dalla discesa, che si prepara giorno dopo giorno. Qui il bello è che si tratta di un mix di tecnica, strategia, istinto: è una disciplina molto complessa e molto intensa. Sono molto felice, ma sono anche molto provata. Non è stata una stagione semplice. Quando senti che il tuo livello di sci è molto alto, ma non riesci a raggiungere risultati che vanno al di là del mediocre diventa tutto complicato. Ci sono stati dei picchi in alto, ma è stata una stagione incostante. Questa Coppa però mi soddisfa”.

Sci, una fantastica Sofia Goggia a Lillehammer vince SuperG e Coppa del mondo

Roma, 22 mar. (askanews) – L’azzurra Sofia Goggia ha vinto la Coppa del Mondo di SuperG. È la sua prima coppa iridata in questa disciplina dopo averne vinte quattro di discesa. La campionessa bergamasca si è aggiudicata il trofeo nell’ultima gara alle Finali di coppa del mondo di Lillehammer, in Norvegia. Goggia ha vinto la gara lasciando alle spalle l’unica potenziale rivale, la neozelandesese Alice Robinson. È la seconda coppa vinta dall’Italia in questa stagione dopo quella conquistata sabato in discesa dalla trentina Laura Pirovano.

Sofia Goggia ha vinto in 1.29.23 l’ultimo superG della stagione. E’ il suo successo n.29 in coppa del mondo ed il terzo stagionale. Con lei sul podio la svizzera Corinne Suter in 1.29.55, la tedesca Kira Weidle-Winkelmann in 1.29.83. Quarta in 1.29.84 l’altra tedesca Emma Aicher che recupera così altri punti sull’ americana Mikaela Shiffrin – che oggi non ha fatto punti finendo dopo le prime 15 – nella corsa per la coppa del mondo. Decideranno cosi tutto il gigante e lo speciale di martedi e mercoledì prossimi. Shiffrin ha 1286 punti e la tedesca 1.241, con un distacco di soli 45. Per le azzurre, ottavo posto di Curtoni, Pirovano 13esima. Infine Melesi e Zenere, rispettivamente 23esima e 15esima.

I funerali di Umberto Bossi a Pontida, un lungo applauso e il suono delle cornamuse accoglie il feretro

Pontida (Bg), 22 mar. (askanews) – Un lungo applauso dei militanti e il suono di un cornamusa hanno accolto il feretro di Umberto Bossi all’abbazia di San Giacomo di Pontida. Sul piazzale sempre il ministro Giancarlo Giorgetti, visibilmente commosso, che dopo aver abbracciato i familiari si è accodato al corteo mentre la bara (coperta da fiori bianchi e da una bandiera col Sole delle Alpi) veniva portata sulle scale verso il sagrato. In cima alle scalinate attendeva il segretario della Lega Matteo Salvini, che si è fatto il segno della croce al passaggio della bara.

A Pontida c’è stata qualche contestazione per Matteo Salvini e applausi per la premier Giorgia Meloni.

Matteo Salvini è arrivato sul sagrato dell’abbazia di Pontida per i funerali di Umberto Bossi, indossando un completo scuro e la camicia verde. E’ stato accolto dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, dietro di lui si è alzato qualche striscione del “Patto Nord”, i fuoriusciti leghisti contro la linea della Lega nazionale. Il segretario della Lega si è avvicinato comunque alle transenne, stringendo le mani dei militanti, si è alzato qualche coro “Vergogna, vergogna”, e anche un “Molla la camicia verde”. Salvini non si è scomposto, ha continuato a salutare i militanti in prima fila sulle transenne che delimitano l’area riservata alle autorità. Intorno le bandiere della vecchia Lega: il Sole delle Alpi, l’Alberto da Giussano e parte il coro “Bossi, Bossi”. Infine Salvini, insieme alla compagna Francesca Verdini, ha salito la scalinata ed è entrato nella chiesa per le esequie del fondatore della Lega.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è stata accolta sul sagrato da Giancarlo Giorgetti, ha accolto tutti gli ospiti con i posti riservati, ed è stata salutata da diversi applausi e qualche “Vai Giorgia”. Ma mentre entrava si sono fatti sentire anche i “nostalgici”, con il coro “Secessione” e “Padania Libera”, chissà se rivolto però al vice premier Matteo Salvini che in quel momento si affacciava sulla soglia della scalinata. “Padania libera” è stato scandito anche all’ingresso del presidente del Senato Ignazio La Russa.

Trump: l’Iran apra Hormuz entro 48 ore o colpiremo le centrali elettriche

Roma, 22 mar. (askanews) – Il presidente americano Donald Trump ha minacciato di “colpire e distruggere” le centrali elettriche iraniane se Teheran non riaprirà lo Stretto di Hormuz entro 48 ore. “Se l’Iran non APRE COMPLETAMENTE, SENZA MINACCE, lo Stretto di Hormuz, entro 48 ORE da questo preciso momento, gli Stati Uniti colpiranno e distruggeranno le loro varie CENTRALI ELETTRICHE, A COMINCIARE DA QUELLA PIÙ GRANDE!”, ha scritto Trump in un post pubblicato su Truth Social nella serata di sabato.

Bossi, arrivata Meloni a Pontida: applausi ma anche il coro "Secessione"

Pontida (Bg), 22 mar. (askanews) – E’ arrivata anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni all’abbazia di San Giacomo a Pontida per i funerali di Umberto Bossi. La premier è stata accolta sul sagrato da Giancarlo Giorgetti, che da diverse ore accoglie tutti gli ospiti con i posti riservati, ed è stata salutata da diversi applausi e qualche “Vai Giorgia”. Ma mentre entrava si sono fatti sentire anche i “nostalgici”, con il coro “Secessione” e “Padania Libera”, chissà se rivolto però al vice premier Matteo Salvini che in quel momento si affacciava sulla soglia della scalinata.

“Padania libera” è stato scandito anche all’ingresso del presidente del Senato Ignazio La Russa.

Libri, Mara Cinquepalmi contro la disparità di genere nello sport

Roma, 22 mar. (askanews) – Askanews ha intervistato la giornalista Mara Cinquepalmi, autrice del libro “Tabù. Di donne, sport e informazione” (Augh Edizioni), con una prefazione di Riccardo Cucchi. Un testo che racconta, con dati e storie significative, la disparità di genere nello sport. Sei capitoli per uno sport senza differenze.

Com’è nata l’idea di questo libro e a chi si rivolge.

Io lavoro a questo tema da oltre dieci anni. Questo libro, a differenza di altre mie pubblicazioni, prende in esame alcuni tra i tabù più diffusi. A partire da come l’informazione racconta le donne nello sport, che siano atlete, dirigenti. L’idea è di parlare sia agli appassionati di sport che a quanti sono interessati ad una lettura di genere dello sport.

Quanto è rilevante oggi il problema della disparità di genere nello sport (amatoriale e professionistico).

E’ un tema molto rilevante, soprattutto a livello economico. Abbiamo letto di gare amatoriali in cui il montepremi per gli uomini era in denaro e per le donne c’era in palio una borsa di valore. Oppure della battaglia della calciatrice USA Megan Rapinoe che, dopo anni di lotte, ha portato nel 2022 a un accordo con la US Soccer Federation per un risarcimento per la discriminazione subita dalle calciatrici nel corso della loro carriera. Soltanto nel 2019 le calciatrici dell’Ajax hanno ottenuto lo stesso contratto e gli stessi diritti dei loro colleghi. Restano, poi, quelle discriminazioni che coinvolgono le atlete durante il periodo di maternità, quando o i contratti non vengono rinnovati oppure gli sponsor si tirano indietro.

Quali sono gli stereotipi più diffusi e quale ruolo gioca l’informazione.

Nel mio libro dedico un’introduzione ai meccanismi del linguaggio perché è dalle parole che gli stereotipi vengono trasmessi. In questo il ruolo dei giornalisti e delle giornaliste è fondamentale: raccontare in un certo modo contribuisce a rafforzare o a superare gli stereotipi. L’informazione spesso ricorre a stereotipi e luoghi comuni per raccontare l’impegno delle donne nello sport. Pensiamo a quei titoli come “Belle e brave”, “Regina delle nevi”, “Mamma d’oro”. Ai risultati sportivi aggiungono sempre qualcosa che non attiene allo sport perché alle donne non basta essere brave. Il riconoscimento del loro valore, dei loro risultati passa sempre per qualcosa che attiene all’aspetto fisico o alla sfera sentimentale o familiare. Agli atleti questo non accade.

Le giornaliste italiane sono sensibili al tema?

Anche alcuni giornalisti lo sono. Nel libro, ad esempio, racconto come alcuni abbiano preso posizione in merito ad alcuni fatti di violenza perché spesso questi casi tendono ad essere annacquati. Quanto alle giornaliste, posso citare il lavoro che come associazione GiULiA Giornaliste facciamo ormai da diversi anni proprio su questi temi e che nel 2019 ci ha portato a scrivere il manifesto “Donne, media e sport”, cinque regole di buon giornalismo per raccontare le sportive senza ricorrere a stereotipi.

Rispetto al passato si sono fatti passi in avanti?

Credo ci sia una maggiore sensibilità da parte dei lettori. Penso al titolo “Il trio delle cicciottelle”, uscito ormai dieci anni fa, quando furono gli stessi lettori a sollevare l’inopportunità di quelle parole. In questo i social sono un utile strumento per evidenziare certe uscite infelici. Questa maggiore consapevolezza fa, a mio avviso, ben sperare ma la strada è ancora lunga.

Come si può risolvere il problema? Come abbattere gli stereotipi?

La questione degli stereotipi di genere non appartiene solo all’informazione sportiva. E’ ben radicata nell’informazione in generale, solo che in quella sportiva è più evidente perché qui il corpo è giocoforza protagonista. Occorre, a mio avviso, un lavoro culturale – che in parte è già avviato – capace di coinvolgere più parti.

Paolo Cirino Pomicino, protagonista scomodo e irriducibile

Un combattente che non si è mai arreso

Ho frequentato Paolo anche negli anni in cui la parola “democristiano” era diventata quasi un insulto. Lui la portava come una medaglia. Non per nostalgia cieca, non per difesa corporativa di un sistema che pure aveva avuto le sue pecche, ma perché era convinto — e me lo ripeteva con quella sua voce tagliente e napoletana — che cancellare la storia del cattolicesimo politico italiano significasse amputare una parte viva della Repubblica. La damnatio memoriae di un’intera generazione politica gli appariva non solo ingiusta, ma storicamente falsa. E su questo non ha mai ceduto di un millimetro.

Nei tribunali come in politica: a testa alta

Coinvolto in oltre quaranta procedimenti giudiziari,  Paolo ha affrontato quella stagione senza fuggire, senza espatriare, senza scrivere memoriali per salvarsi la pelle scaricando gli altri. Si presentava, rispondeva, combatteva. Sapeva distinguere — e ce lo insegnava — tra responsabilità politica e responsabilità penale, tra il clima di un’epoca e la colpa individuale. Chi lo ha conosciuto sa che non era l’uomo che i suoi detrattori hanno dipinto. Era qualcuno che credeva nelle istituzioni anche quando le istituzioni sembravano non credergli. Alla fine si è guadagnsto la stima di avversari vecchi e nuovi.

Una penna, uno sguardo, un metodo

Scriveva con il bisturi. I suoi articoli — pubblicati su testate come Il Giornale, Libero e Panorama con lo pseudonimo Geronimo  — avevano il ritmo di chi ha vissuto le cose dall’interno e non si accontenta delle versioni ufficiali. Tagliente, sì, ma mai volgare. Sapeva colpire un’idea senza aggredire la persona. Era una distinzione che teneva con cura, quasi con rispetto artigianale. E poi c’era quella sua curiosità per i giovani: li ascoltava davvero, si chiedeva come vedessero il futuro, non per compiacerli ma perché gli importava capire dove stesse andando il Paese. Non si è mai sottratto al confronto con il cambiamento. Nel 2022 aveva pubblicato Il grande inganno. Controstoria della Seconda Repubblica,  un atto d’accusa e insieme un testamento politico. Fino all’ultimo ha avuto lo sguardo puntato avanti. Ci mancherà la sua voce. Ci mancherà la sua insolenza civile, ovvero il suo amore per la causa della democrazia e del partito cardine di essa per tutto il secondo Novecento: la Democrazia cristiana.

 

Il feretro sarà esposto all’interno della Sala Aldo Moro. L’omaggio pubblico osserverà i seguenti orari:

  • Apertura: domani, dalle ore 10:30

  • Chiusura: ore 19:00

L’Italia delle periferie invisibili

Dalla storia alla metafora: il destino delle periferie

Qualche giorno fa facevo da relatore a un convegno dal titolo “1806-2026: Il Capoluogo da Montefusco ad Avellino – Prospettive future”. Montefusco, per secoli capitale della Provincia di Principato Ultra, perse nel 1806 il ruolo di capoluogo perché percepita isolata e distante dai centri decisionali. Non si tratta di un semplice fatto storico: è la metafora di un processo che si ripete in centinaia di Comuni, la trasformazione di un cuore pulsante in “periferia” geografica, demografica, culturale, politica ed economica.

Nello scrivere queste poche righe, riaffiora il discorso che don Luigi Sturzo tenne nel 1923 presso la Galleria Principe di Napoli, secondo cui la questione meridionale è una questione nazionale. Per Sturzo non era sufficiente distribuire risorse – o come diremmo oggi, “bonus” – a un territorio svantaggiato: occorreva costruire una coscienza pubblica capace di mettere in gioco energie locali, imprenditoriali e nazionali. A oltre cento anni di distanza, dobbiamo constatare che quella coscienza, anche per le aree interne, è ancora, purtroppo, in fase di formazione.

I numeri di un declino strutturale

Secondo il CNEL, si è passati dai 15,2 milioni di giovani degli anni Novanta ai 10,4 milioni del 2024: un calo che non è solo frutto della “penosa via crucis” – come avrebbe detto don Sturzo – ma anche delle “culle vuote”. Viene a mancare la spina dorsale produttiva e previdenziale del Paese.

A questo si aggiunge il mismatch occupazionale: competenze formate ma disallineate rispetto al mercato, che spingono i giovani verso un “esodo” senza più riscatto sociale. A causa della stagnazione salariale e del caro vita, molti restano in povertà anche una volta trovato un lavoro, intrappolati in quella condizione che gli studiosi definiscono working poor.

La doppia marginalità delle aree interne

Montefusco non è solo Mezzogiorno: è un’area interna. Questi territori, caratterizzati dalla lontananza dai principali poli di servizio – istruzione, sanità, mobilità – coprono oltre metà dell’Italia ma ospitano appena un quarto della popolazione.

Il Rapporto Caritas 2025 evidenzia come gli abitanti avvertano di “contare poco”, lontani dai flussi decisionali: è come se la coscienza collettiva di cui parlava Sturzo si fosse spenta. Le micro e piccole imprese, schiacciate dall’impoverimento, sopravvivono a fatica: il 30,2% soffre per il mancato ricambio generazionale, con un’età media degli imprenditori – secondo i dati del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale – di 58 anni.

L’idea di restituire alle giovani generazioni una società migliore – concetto caro a Giorgio La Pira – rischia di svanire.

Impresa, comunità e bene comune

L’impresa, che La Pira definiva “cellula vitale”, costituisce nelle aree interne un presidio territoriale, talvolta l’ultima rete sociale rimasta. Eppure manca una visione capace di riconoscere in questi territori una risorsa strategica, non un peso per il sistema Paese.

Dobbiamo leggere le aree interne come una questione politica nazionale, non come una sventura geografica. Le imprese hanno qui una funzione sociale ineludibile: come sottolineato da Benedetto XVI nella Caritas in Veritate, la gestione d’impresa deve farsi carico non solo del profitto, ma del bene comune e dello sviluppo della comunità di riferimento.

Infrastrutture e responsabilità pubblica

Eppure nessuna impresa può colmare da sola i vuoti strutturali: senza banda larga, trasporti, istruzione e sanità di prossimità, il sistema non regge. Senza queste basi, restare non è un progetto di vita consapevole, ma un atto di eroismo solitario destinato a esaurirsi.

Nel primo Ottocento Montefusco perse la centralità perché scomoda da raggiungere; oggi il Mezzogiorno interno rischia il futuro per la stessa ragione. Sturzo chiedeva che la questione diventasse “nazionale”: dopo un secolo, la posta in gioco resta la stessa.

Antonio Zizza, direttore scientifico del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale