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Calcio, Fifa: Federazione Israele ritira sostegno a Infantino

Roma, 18 ago. (askanews) – Israele è diventato l’ultimo Paese a ritirare il proprio sostegno alla rielezione di Gianni Infantino, il contestato presidente della Fifa, a seguito delle polemiche suscitate dal suo controverso piano per vendere a investitori privati quote dei diritti relativi ai Mondiali di calcio. Lo riporta il quotidiano britannico Guardian.

Diversi altri Paesi hanno ritirato il proprio sostegno a Infantino per la rielezione e il direttore operativo dell’organizzazione che gestisce il calcio mondiale, Kevin Lamour, è stato licenziato dopo aver criticato il piano.

Secondo quanto riportato, il ritiro del sostegno da parte di Israele è stato comunicato in una lettera firmata da Moshe Zuares, presidente della Federazione calcistica dello stato ebraico.

Tennis, Williams fuori a Cincinnati: un set non basta

Roma, 18 ago. (askanews) – Un set da Williams non basta a Serena e Venus, sconfitte al primo turno del doppio del torneo di Cincinnati. Le due sorelle statunitensi, tornate a giocare insieme quasi quattro anni dopo l’ultima apparizione agli Us Open 2022, sono state battute da Marta Kostyuk e Peyton Stearns per 6-2, 1-6, 10-8 al super tie-break.

Dopo un primo set dominato dalle avversarie, Serena e Venus hanno ritrovato ritmo e colpi nel secondo parziale, imponendosi 6-1 e riportando la sfida in equilibrio. Nel super tie-break, però, Kostyuk e Stearns hanno mantenuto i nervi saldi fino al 10-8 conclusivo.

Nonostante l’eliminazione, le Williams hanno lasciato il campo tra gli applausi del pubblico. “Mi sono divertita. È stato qualcosa di speciale”, ha detto Serena. “A metà partita abbiamo un po’ smaltito la ruggine e abbiamo iniziato a prendere le misure. Non sono venuta qui per vincere il torneo, volevo semplicemente divertirmi. È stato davvero bello poterlo fare di nuovo”.

Per Serena e Venus si chiude così una parentesi di nostalgia e spettacolo, con il ritorno in coppia che ha comunque regalato al pubblico di Cincinnati un set all’altezza della loro storia. “Non giocavamo insieme da una vita, ma alla fine abbiamo trovato il modo per farlo”, ha aggiunto Serena. “È stato davvero bello”.

Tennis, Djokovic: "Ho aiutato Sinner e non me ne pento"

Roma, 18 ago. (askanews) – “Non mi pento di aver dato consigli ai suoi coach su come aiutare Sinner a migliorare. In quel momento non potevo non essere fedele a me stesso, a prescindere dalla posta in palio. Questo sono io”. Novak Djokovic racconta il rapporto con Jannik Sinner in un’intervista al Corriere della Sera, alla vigilia dell’uscita del docufilm sulla sua vita, disponibile da giovedì in 240 Paesi.

Il campione serbo vede numerosi punti di contatto con l’azzurro: entrambi provengono da zone di montagna, hanno praticato sci da bambini e hanno lasciato casa a 13 anni per inseguire il sogno sportivo. “Lo sci ci ha dato elasticità, movimenti, capacità di scivolare su ogni superficie, flessibilità delle caviglie, equilibrio e coordinazione. Quindi sì, mi rivedo in lui”.

Djokovic sottolinea soprattutto la mentalità di Sinner: “La sua dedizione mi ricorda completamente la mia. Jannik non si accontenta mai, si sveglia ogni mattina con il desiderio di essere migliore del giorno precedente. Ha la mentalità del campione”. E sulla popolare similitudine con Lionel Messi scherza: “Magari! A 39 anni mi piacerebbe giocare soltanto 90 minuti”.

Nel docufilm emerge anche il peso dell’infanzia vissuta durante la guerra in Serbia. “L’orrore delle bombe che cadono dal cielo, le notti nei rifugi con la mia famiglia e la mia gente, l’ansia che quegli aerei potessero tornare sopra Belgrado e portare la morte nel mio popolo” hanno contribuito a formare il Djokovic di oggi. “Tornando indietro, non cambierei nulla: la guerra era l’ingrediente che ci voleva perché io potessi arrivare ad avere la vita bellissima che conduco”.

Un ruolo decisivo nella sua crescita lo ha avuto Jelena Gencic, la prima allenatrice, scomparsa nel 2013. “I miei genitori si sono fidati che mi formasse come essere umano, prima che come tennista. Mi ha insegnato ad apprezzare la musica classica, a fare visualizzazioni, a respirare. Jelena è stata più di un’allenatrice”.

Da bambino Djokovic sognava Wimbledon e il numero uno del mondo. Una volta raggiunti entrambi gli obiettivi, andò a trovare proprio Jelena a Belgrado. E oggi al giovane Nole direbbe di non rinunciare mai ai propri sogni: “C’è sempre un modo, una via. E c’è sempre una persona disposta ad aiutarti a nutrire quei sogni: va solo trovata”. Poi la sua regola di vita: “Se non progredisci, regredisci. Non c’è alternativa”.

Ippica, addio al mito del trotto: Varenne è morto a 31 anni

Roma, 18 ago. (askanews) – È morto Varenne, considerato il più grande trottatore di tutti i tempi. Il cavallo aveva 31 anni e si è spento durante la notte a causa di un improvviso attacco cardiaco, come comunicato dal profilo social ufficiale. “Corri libero per sempre e rimani per sempre il nostro Capitano”, il messaggio dedicato al campione, che negli ultimi anni viveva a Eboli, nel Salernitano.

Nato il 19 maggio 1995 a Copparo, in provincia di Ferrara, Varenne ha scritto pagine indimenticabili della storia del trotto. Tra il 1998 e il 2002 ha conquistato 51 Gran Premi in tutto il mondo, chiudendo la carriera con 62 vittorie in 73 corse e oltre 6,3 milioni di euro di premi.

Tra i suoi successi più prestigiosi figurano tre vittorie nel Gran Premio della Lotteria di Napoli e i due trionfi consecutivi nel Prix d’Amérique di Parigi, nel 2001 e nel 2002. Nello stesso periodo vinse per due volte anche l’Elitlopp di Stoccolma. Nel luglio 2001 stabilì inoltre il record mondiale di 1’09″1 al Meadowlands di New York.

La sua carriera era iniziata con una squalifica a Bologna, nell’aprile 1998, ma il talento emerse immediatamente. Dopo il Derby vinto a Tordivalle nell’ottobre dello stesso anno, nel 1999 Varenne disputò una stagione perfetta con 14 vittorie in altrettante corse.

Dopo il ritiro dalle competizioni, Varenne è diventato uno degli stalloni più ricercati del mondo. Dal 2004 ha avuto oltre 2.000 figli, capaci di conquistare più di 250 Gran Premi in Europa e negli Stati Uniti.

La morte arriva a poco più di un anno dalla scomparsa del suo storico proprietario, Enzo Giordano, morto a Napoli il 2 maggio 2025. Varenne, diventato negli anni un simbolo dello sport italiano e protagonista di film e documentari, lascia così un’eredità destinata a restare nella storia dell’ippica.

Treccani: "femminicidio" è la prima delle 10 parole più consultate nel 2026

Roma, 18 ago. (askanews) – Femminicidio è la parola più consultata sul portale treccani.it dall’inizio del 2026, davanti a maranza e fake news, che occupano rispettivamente il secondo e il terzo posto. Seguono overtourism, influencer, smart working, follower, rider, meme e selfie. Parole nuove, fino a poco tempo fa, entrate ormai nei vocabolari e diventate abituali nel linguaggio di tutti i giorni, negli organi di informazione e nei fatti di cronaca, fino a imporsi nell’uso comune e tra le ricerche del portale Treccani. È il caso di femminicidio, la cui diffusione risponde alla drammatica necessità di nominare con precisione l'”uccisione di una donna da parte di un uomo, spesso il marito o il compagno, all’interno di una cultura in cui le donne vengono spesso oppresse e sottoposte a violenza per il loro genere”. Registrato tra i neologismi, entrato poi nel vocabolario Treccani è stato scelto dall’Istituto come parola dell’anno 2023 proprio per la sua rilevanza socioculturale. Particolare il caso di maranza, neologismo che negli anni Ottanta e Novanta del Novecento indicava un “abitante perlopiù delle periferie urbane, non per forza giovane, zotico, rozzo, che cerca di mettersi in mostra”, ed ha poi ampliato il suo significato indicando ora il “giovane che fa parte di gruppi di strada chiassosi, prepotenti e riconoscibili per l’abbigliamento vistoso e per il linguaggio e il modo di fare volgari”, conquistando in questo modo il suo posto nel dizionario. Internet e i social media hanno poi consacrato un altro termine che ha conquistato il podio: fake news, espressione inglese utilizzata per indicare le “notizie false, diffuse apposta online e fatte circolare rapidamente”. Overtourism è passato invece dal lessico specialistico al linguaggio giornalistico, politico e istituzionale con il significato di “sovraffollamento turistico, cioè la presenza esagerata di turisti in alcuni periodi dell’anno in città e luoghi famosi, che provoca o può provocare danni ai monumenti e all’ambiente, oltre a disagi per i residenti”. Legato alla nascita di nuove professioni è il termine influencer, usato per riferirsi a “un personaggio popolare sui social network, che può influenzare i comportamenti, le scelte e gli acquisti di un certo pubblico (i followers, cioè le persone che lo seguono”, che risultano al settimo posto in classifica). Tra i neologismi più recenti molto consultati smart working (che sarebbe meglio sostituire con l’italiano “lavoro agile”), diffusosi definitivamente durante la pandemia fino a diventare una denominazione corrente per la “flessibilità prevista dalla legge all’interno di un rapporto di lavoro, per aumentare la produttività e facilitare il lavoratore o la lavoratrice nel conciliare l’attività lavorativa con le esigenze personali”. Completano la classifica rider che indica “una persona che fa consegne a domicilio, soprattutto di piatti pronti, tramite una bicicletta equipaggiata” e che si è affermato più dell’equivalente italiano ciclofattorino; meme, coniato nel 1976 dal biologo Richard Dawkins a partire dal greco mímema, per designare un elemento culturale replicabile per imitazione, oggi sul vocabolario per indicare “un contenuto (foto, video, disegno, ecc.) che si trasmette da una persona all’altra tramite i social media, diventando virale, cioè molto diffuso”; e selfie, “l’autoscatto fatto con la treccani.it fotocamera, di solito di uno smartphone o di una webcam, che viene spesso condiviso sui social network”.

C’è un nuovo imputato per l’incendio mortale a Crans Montana

Roma, 18 ago. (askanews) – Un ex consigliere comunale responsabile della sicurezza a Crans Montana è stato aggiunto all’elenco degli imputati nell’inchiesta sul tragico incendio di Capodanno nella località sciistica svizzera, come confermato oggi da fonti vicine al caso. Thibault Beytrison, che ha ricoperto la carica di consigliere comunale dal 2017 al 2020, sarà interrogato il 29 settembre nell’ambito dell’inchiesta sulla tragedia che ha causato 41 morti e 115 feriti, hanno indicato le fonti a Keystone-ATS, confermando quanto riportato dall’emittente pubblica svizzera RTS.

Con questa nuova incriminazione sale a 16 il numero delle persone coinvolte nell’inchiesta penale aperta dopo la tragedia, tra cui sette funzionari eletti, attuali ed ex, e sette dipendenti o ex dipendenti del comune, i cui dirigenti hanno ammesso subito dopo l’accaduto la mancanza di misure di sicurezza e antincendio nel locale andato a fuoco. I principali sospettati, Jacques e Jessica Moretti, comproprietari francesi del bar Le Constellation, saranno interrogati nuovamente in due udienze di confronto previste per l’autunno, secondo quanto riportato dalle stesse fonti.

Sardegna, Mario Biondi in concerto a Porto Rafael il 22 agosto

Roma, 18 ago. (askanews) – Sarà Mario Biondi il protagonista dell’evento centrale del programma celebrativo dedicato al Centenario di Rafael Neville Rubio-Argüelles, fondatore di Porto Rafael a Palau. Il concerto si terrà il 22 agosto 2026, alle ore 22.00, nella Fortezza di Monte Altura, in uno degli scenari panoramici più suggestivi della Gallura.

Per l’occasione Mario Biondi porterà in scena il concerto speciale “This Is What You Are – 20th Anniversary”, dedicato al ventennale del brano che ha segnato l’inizio della sua carriera internazionale e che continua a rappresentare una delle pagine più significative della musica soul italiana contemporanea.

L’appuntamento riunisce in un’unica serata la musica di uno degli artisti italiani più conosciuti nel mondo e il ricordo di Rafael Neville, ideatore di Porto Rafael e protagonista di una delle esperienze urbanistiche più originali del Mediterraneo del Novecento.

A condurre la serata sarà Max De Tomassi, storica voce di Rai Radio1, da sempre impegnato nella promozione e nella divulgazione della cultura musicale italiana, internazionale e brasiliana.

L’evento, promosso dal Comune di Palau, sarà gratuito e ad inviti per una capienza massima di 1500 spettatori (infoline +39 0789 770896 – turismo@palau.it), e rappresenterà uno degli appuntamenti di maggiore rilievo del calendario culturale dell’estate 2026 nel nord Sardegna.

A rendere ancora più suggestiva la serata sarà la Fortezza di Monte Altura, luogo di straordinario valore storico e paesaggistico affacciato sulla costa palaese, sull’Arcipelago di La Maddalena e sulle coste meridionali della Corsica. Una cornice che richiama quella dimensione mediterranea che Rafael Neville, nobile spagnolo profondamente legato alla Sardegna, contribuì a interpretare e valorizzare nel corso della sua vita.

Il concerto si inserisce nel calendario ufficiale delle iniziative per il centenario della nascita di Neville, figura centrale nella storia contemporanea di Palau e artefice della nascita di Porto Rafael, borgo divenuto nel tempo uno dei luoghi più originali e riconoscibili della costa gallurese.

“Attraverso la musica di Mario Biondi vogliamo rendere omaggio non soltanto alla memoria di Rafael Neville, ma anche alla sua visione del Mediterraneo come luogo di incontro fra culture, paesaggi e sensibilità diverse – sottolinea l’Amministrazione comunale -. La Fortezza di Monte Altura offrirà una cornice unica per un evento che unisce memoria, cultura e valorizzazione del territorio”.

La serata fa parte del più ampio programma “Palau è Festa”, promosso dal Comune per celebrare il centenario attraverso iniziative culturali, musicali e di approfondimento dedicate alla figura di Rafael Neville, alla sua storia e all’eredità culturale, paesaggistica e identitaria lasciata al territorio.

Israele ammette: segnati con numeri i detenuti palestinesi in Cisgiordania

Roma, 18 ago. (askanews) – L’esercito israeliano ha ammesso che i soldati hanno scritto numeri di identificazione sul corpo dei palestinesi fermati durante l’operazione condatta ieri nel villaggio di Qabatiya, a sud di Jenin, dopo la diffusione sui social media di un video che mostra un palestinese con numeri segnati sulla fronte e sulle braccia.

“Ieri, durante un’operazione a livello di brigata nel villaggio di Qabatiya, nella regione di Menashe, le forze di sicurezza hanno segnato con dei numeri alcuni sospetti interrogati nell’ambito dell’operazione. I comandanti hanno chiarito alle truppe la gravità dell’atto e si è trattato di una lezione che hanno appreso”, hanno dichiarato le Forze di difesa israeliane (Idf).

Tuttavia, sottolinea oggi il Times of Israel, la dichiarazione diffusa oggi è simile a quella diffusa lo scorso aprile, quando emersero video che mostrano numeri segnati sulle mani di alcuni palestinesi mentre entravano nel campo profughi di Jenin controllato dai militari. Anche allora l’esercito parlò di “un errore di giudizio”, affermando che “le procedure sono state chiarite ed è stata appresa la lezione”.

Commentando quanto accaduto ieri, l’attivista palestinese per i diritti umani, Ihab Hassan, ha rilanciato sul proprio account X un articolo del 2009 sulla decisione dell’esercito israeliano di mettere fine alla pratica di segnare numeri di identificazione sul corpo dei detenuti palestinesi: “Per quelli che pensano che questa sia una pratica nuova: già nel 2009 l’esercito israeliano aveva ordinato di smettere di contrassegnare i corpi dei detenuti palestinesi con numeri di identificazione”.

Il calciatore Yael Trepy migliora ma rimane in Terapia intensiva

Milano, 18 ago. (askanews) – Il 20enne calciatore del Cagliari, Yael Trepy è “ancora sottoposto a sedazione farmacologica in Terapia intensiva Emergenza urgenza, ventilato artificialmente tramite intubazione delle vie aeree, con miglioramento della funzione respiratoria rispetto alla grave insufficienza rilevata al momento del ricovero”. Lo ha comunicato in una nota l’ospedale Santissima Annunziata dell’Azienda ospedaliero universitaria di Sassari, dove il giovane francese è ricoverato dalla sera del 16 agosto dopo aver rischiato di annegare nella piscina di una villa a Porto Cervo.

“Apiretico, prosegue con la terapia antibiotica e gli accertamenti microbiologici. Stabile la funzione cardiocircolatoria” precisa il nosocomio, spiegando che “nella giornata odierna, previa rivalutazione radiologica ed ecografica polmonare, e qualora il miglioramento respiratorio risulti consolidato, è prevista la progressiva riduzione della sedazione, con rivalutazione della risposta clinica del paziente. La prognosi continua ad essere ancora riservata”.

Meloni: la strage di Vergarolla resta impunita, pagina terribile sulla spiaggia di Pola

Roma, 18 ago. (askanews) – “Oggi l’Italia onora la memoria dei connazionali uccisi il 18 agosto 1946 sulla spiaggia di Vergarolla, nella più grave e sanguinosa strage nella storia dell’Italia repubblicana. Una carneficina caduta nell’oblio per decenni e che è stata restituita alla memoria collettiva grazie all’impagabile impegno della comunità italiana di Pola, degli esuli, dei loro discendenti e delle associazioni. Quello che è successo ottant’anni fa sulla spiaggia di Pola rappresenta ancora oggi un crimine impunito”. Così la premier Giorgia Meloni, in occasione dell’ottantesimo anniversario della strage di Vergarolla.

“Decine e decine di civili innocenti – uomini, donne e bambini – vennero uccisi – prosegue la presidente del consiglio – secondo un macabro disegno, mentre assistevano ad una manifestazione sportiva. Mai accertati gli autori, individuati i mandanti, chiarite le finalità – sottolinea – . Ricercare la verità rimane la via maestra per rendere pienamente giustizia alle vittime e svelare quello che, ancora oggi, non sappiamo di questa pagina buia del Novecento”.

Vergarolla, Meloni: strage ancora impunita, pagina terribile confine orientale

Roma, 18 ago. (askanews) – “Oggi l’Italia onora la memoria dei connazionali uccisi il 18 agosto 1946 sulla spiaggia di Vergarolla, nella più grave e sanguinosa strage nella storia dell’Italia repubblicana. Una carneficina caduta nell’oblio per decenni e che è stata restituita alla memoria collettiva grazie all’impagabile impegno della comunità italiana di Pola, degli esuli, dei loro discendenti e delle associazioni. Quello che è successo ottant’anni fa sulla spiaggia di Pola rappresenta ancora oggi un crimine impunito”. Così la premier Giorgia Meloni, in occasione dell’ottantesimo anniversario della strage di Vergarolla.

“Decine e decine di civili innocenti – uomini, donne e bambini – vennero uccisi – prosegue la presidente del consiglio – secondo un macabro disegno, mentre assistevano ad una manifestazione sportiva. Mai accertati gli autori, individuati i mandanti, chiarite le finalità – sottolinea – . Ricercare la verità rimane la via maestra per rendere pienamente giustizia alle vittime e svelare quello che, ancora oggi, non sappiamo di questa pagina buia del Novecento”.

“Ciò che è certo è che l’eccidio di Vergarolla segnò uno dei momenti più drammatici di quella stagione di violenze, contribuendo in modo determinante alla decisione della maggior parte degli italiani di lasciare Pola e intraprendere la via dell’esodo”, aggiunge Meloni.

“Dal buio abissale di quel massacro emerse la luce di un eroe: Geppino Micheletti, medico dell’ospedale di Pola che continuò ad operare i feriti e i mutilati dell’esplosione anche dopo aver saputo che tra i morti c’erano anche suo fratello, sua cognata e i suoi due bambini, di 9 e 5 anni. Un esempio luminoso di umanità, coraggio e abnegazione, riconosciuto dal Presidente Mattarella con la Medaglia d’Oro al Merito della Sanità Pubblica. Anche nel suo nome e in quello di tutte le vittime di Vergarolla – conclude la premier – il Governo italiano continuerà il proprio impegno a 360 gradi per custodire e tramandare il ricordo delle complesse vicende legate al confine orientale. Pagine terribili e dolorose, per troppo tempo taciute ma che oggi appartengono alla memoria nazionale ed europea”.

Addio a Fulvio Lucisano, grande produttore del cinema italiano

Roma, 18 ago. (askanews) – È morto oggi all’età di 98 anni Fulvio Lucisano, tra i grandi produttori del cinema italiano del dopoguerra. Nato a Roma il 1° agosto 1928 e laureato in Giurisprudenza alla Sapienza, Lucisano entrò giovanissimo nel mondo del cinema: nel 1949 partecipò alla realizzazione del documentario “Anno Santo” e dal 1950 iniziò a collaborare con l’Istituto Luce. Negli anni Cinquanta realizzò circa 300 documentari prima di dedicarsi alla produzione cinematografica. Nel 1955 produsse il suo primo lungometraggio, “I quattro del getto tonante”, mentre nel 1958 fondò la Italian International Film (IIF), diventata una delle realtà più importanti dell’industria cinematografica italiana.

Nel corso di una carriera lunga oltre sette decenni ha prodotto più di 130 film, attraversando generi, epoche e generazioni. Tra i titoli figurano “Terrore nello spazio” di Mario Bava, “Ricomincio da tre”, la saga di “Fantozzi”, “Il grande cocomero” di Francesca Archibugi, “Notte prima degli esami” ed “Ex”.

Lucisano ha accompagnato l’evoluzione del cinema italiano, dal cinema popolare degli anni Sessanta e Settanta alle commedie degli anni Duemila, mantenendo un ruolo centrale anche nelle nuove produzioni televisive. È stato presidente dell’Anica dal 1998 al 2001. Nel 2007 è stato nominato Cavaliere del lavoro e nel 2009 ha ricevuto il David di Donatello alla carriera. La sua storia professionale è proseguita anche attraverso la famiglia: le figlie Federica e Paola hanno infatti seguito le sue orme nel mondo della produzione cinematografica.

Etna, stop restrizioni su aeroporto Catania. Ripresa attività di volo

Roma, 18 ago. (askanews) – Torna in piena attività l’aeroporto di Catania. In una nota diffusa dalla società che gestisce lo scalo siciliano si annuncia che “a seguito del passaggio dello stato di allerta delle attività vulcaniche da RED a ORANGE, è stata disposta la riapertura dei settori precedentemente chiusi e la cancellazione di tutte le restrizioni”.

Quindi, prosegue il comunicato, “sono ripristinate con effetto immediato le attività di volo in partenza e in arrivo all’aeroporto di Catania”.

Orsina ai democratici cristiani: il potere non si esorcizza, l’Europa va ripensata

L’ampia riflessione che Giovanni Orsina ha sviluppato ieri sul Foglio, avente per titolo “L’esorcismo del potere”, merita attenzione soprattutto perché affronta una questione che va ben oltre il confronto, pur suggestivo, tra Leone XIV e Donald Trump, entrambi nord-americani ma con visioni del mondo assai diverse. Al centro c’è infatti un interrogativo antico e insieme drammaticamente attuale: quale rapporto deve esistere tra morale, politica e potere?

Orsina muove da due modelli opposti. Da una parte la “morale senza politica” che egli riconosce, appunto, nella predicazione di Leone XIV; dall’altra la “politica senza morale” incarnata, nella sua lettura, dal presidente americano. Due estremi che finiscono per illuminare la medesima crisi: la crescente difficoltà della politica contemporanea nel governare il potere senza assolutizzarlo e, contemporaneamente, senza rinnegarlo.

Nell’insegnamento sociale della Chiesa, osserva Orsina, permane una diffidenza profonda nei confronti del potere. La politica deve essere servizio, mediazione, ricerca del bene comune; deve porre limiti alla forza, proteggere i più deboli, ricondurre l’economia e la tecnica alla dignità della persona. In questo orizzonte la pace non è soltanto assenza di guerra, ma espressione di un ordine morale. Il problema nasce quando questo patrimonio etico deve misurarsi con la durezza della storia, quindi con il conflitto e con la necessità di scegliere fra alternative entrambe imperfette. La politica, proprio perché costretta alla decisione, non può vivere esclusivamente nel territorio dei principi.

Qui Orsina introduce la tradizione democratico cristiana. Una cultura che, storicamente, ha maneggiato con cautela il concetto stesso di sovranità. Il potere dello Stato non è mai stato considerato assoluto: infatti, esso è limitato dai diritti della persona, dall’autonomia dei corpi intermedi, dalla famiglia, dalle comunità, dalla società organizzata e, sul piano internazionale, da un ordine capace di contenere la pretesa sovrana degli Stati.

La storia europea del secondo dopoguerra impose ai democratici cristiani una prova molto concreta. De Gasperi, Adenauer, Schuman dovettero confrontarsi con la Guerra fredda, con il comunismo sovietico, con la ricostruzione economica, con la sicurezza occidentale. Non bastava predicare la pace: occorreva scegliere alleanze, costruire istituzioni, accettare responsabilità di governo. La diffidenza cristiana verso il potere dovette quindi conciliarsi con il suo esercizio. Fu certamente una scelta di Realpolitik, temperata però da un riferimento morale che impediva alla forza di diventare essa stessa il criterio della politica.

L’Europa nacque anche da questa tensione. Secondo Orsina, il processo di integrazione tradusse istituzionalmente il sospetto democratico cristiano nei confronti della sovranità nazionale: poteri condivisi, regole comuni, interdipendenza economica, trasferimenti di competenze, moltiplicazione dei contrappesi. Dopo le tragedie del Novecento, limitare il potere degli Stati appariva non soltanto opportuno, ma moralmente necessario.

Proprio qui, tuttavia, emerge il problema odierno. Quel meccanismo aveva potuto funzionare perché alle spalle dell’Europa esisteva la potenza degli Stati Uniti, capace di garantire sicurezza, equilibrio internazionale e, in ultima istanza, protezione militare. Il Vecchio Continente poteva permettersi di coltivare il primato delle regole perché qualcun altro continuava a presidiare il terreno della forza.

Con il ritorno della storia, delle guerre, delle potenze e delle sfere d’influenza, questo equilibrio si è incrinato. L’Europa scopre di avere depotenziato la sovranità nazionale senza avere costruito una piena sovranità europea. Ha moltiplicato norme, procedure e vincoli, ma non dispone ancora di una capacità politica proporzionata alle nuove responsabilità. E mentre Trump riporta brutalmente al centro interesse nazionale, potenza e decisione, l’Europa continua a parlare soprattutto il linguaggio delle regole.

È questa, forse, la provocazione più interessante del ragionamento di Orsina: il potere non può essere semplicemente esorcizzato. Una democrazia ha certamente il compito di limitarlo, distribuirlo, sottoporlo alla legge e alla morale; ma nello stesso tempo deve anche essere capace di esercitarlo. Perché quando la politica rinuncia alla forza necessaria per governare la realtà, non elimina il potere: rischia soltanto di consegnarlo ad altri.

Ai democristiani di oggi – scrive proprio in conclusione Orsina – è richiesto un immenso lavoro culturale, la capacità di pensare una nuova Realpolitik che non sia priva di morale ma, al contempo, sappia risponda alle esigenze concrete delle opinioni pubbliche europee”. È un compito che onora una grande tradizione di pensiero e di azione, sebbene con un fondo di ingenuità lo si attribuisca al Ppe, un partito che ha dismesso negli ultimi trent’anni di rappresentare la genuina esperienza dei democratici cristiani, per dare spazio a partiti e movimenti nazionali di stampo genericamente conservatore. Intra ecclesiam nulla salus, sarebbe facile parafrasare: non è infatti nel Ppe – in questo Ppe! – che possa rifiorire l’europeismo immaginato a metà del secolo scorso dagli statisti cattolici di Francia, Germania e Italia.

Altro che peso: gli anziani tengono in piedi l’Italia

Il centro si edifica, non si rincorre

In questi giorni di Ferragosto, mentre la politica si consuma in liturgie di posizionamento, mi chiedo se non stiamo sbagliando domanda. Non “dove sta il centro?”, ma “su chi poggia il centro?”. La risposta è più semplice di quanto sembri: poggia su chi tiene insieme la comunità quando lo Stato arretra. E oggi, in Italia, quel compito lo svolgono in larghissima parte gli anziani.

Non destinatari, ma pilastri

Oltre quattordici milioni di ultrassessantacinquenni. Non servono trattati per capire che non sono un capitolo di spesa: sono il welfare invisibile. Custodiscono i nipoti mentre i genitori lavorano, integrano redditi familiari insufficienti, mantenendo vivi i legami di vicinato in quartieri che altrimenti si sfalderebbero. Sono memoria istituzionale, trasmissione di saperi e mestieri, presidio contro la solitudine di massa. In un Paese con le culle vuote, rappresentano la continuità tra generazioni. Chi li riduce a “problema pensionistico” non ha capito nulla della società che pretende di governare.

Una rivoluzione mite

Costruire un centro che li riconosca come contributo fondativo significa rovesciare la narrazione. Non proteggerli dall’alto, ma restituirli al ruolo che già svolgono nei fatti. Significa svuotare i populismi che urlano dei problemi senza farsene carico. Significa tutelare la nostra storia di cristiani che hanno saputo dare all’economia una funzione sociale: un patrimonio prezioso per la storia del pensiero politico democristiano.

L’orgoglio di servire ancora

Me lo chiedono tanti amici. Quelli temprati da mille battaglie, dalla ricostruzione del Paese, dallo sviluppo economico. Quelli che si sentono orgogliosi di essere democratici cristiani e vogliono continuare a servire il Paese, con la convinzione che i trent’anni sono stati una stagione, non un confine: da democratici cristiani si serve il Paese anche oggi, anche domani, con le forme che il tempo chiede.

Sinistra Dc, una storia che parla al presente

 

Un laboratorio politico e culturale

Il ruolo della sinistra democristiana è stato importante e decisivo nella storia politica del nostro paese. E non solo all’interno della Democrazia Cristiana. E questo per tre ragioni di fondo.

Innanzitutto perché la sinistra democristiana – sia quella ‘sociale’ di Carlo Donat-Cattin e di Franco Marini e sia quella ‘politica’ dei vari Ciriaco De Mita, Giovanni Galloni, Luigi Granelli, Mino Martinazzoli – è stata un laboratorio politico e culturale di straordinaria levatura. E questo non solo perché la sinistra Dc ha sempre privilegiato la progettualità politica rispetto alla sola gestione del potere. Ovvero, per dirla con altre parole, con la sinistra democristiana la politica con la P maiuscola ha sempre avuto il sopravvento in qualunque tornante della vita democratica del nostro paese. Insomma, parliamo di una concreta esperienza politica, culturale ed intellettuale che rappresenta quasi un “unicum” nelle vicende democratiche italiane.

 

Il progetto politico oltre la forza dei numeri

In secondo luogo la sinistra democristiana ha confermato che, al di là dei numeri congressuali che di volta in volta regolavano le vicende all’interno della Democrazia Cristiana, si può condizionare pesantemente l’evoluzione del partito di appartenenza e dell’intera politica italiana anche attraverso la strada della costruzione di un progetto politico. E la conferma arriva proprio dalla concreta esperienza della sinistra Dc. Basti pensare, per fare un solo esempio, alla storia della sinistra sociale di Forze Nuove guidata dal leader piemontese Donat-Cattin. Attraverso le sue riviste, i suoi tradizionali convegni settembrini e la concreta ed attiva partecipazione al dibattito politico, quella corrente era in grado di condizionare il cammino della politica italiana.

Certo, molto dipendeva anche dall’autorevolezza e dal peso di quelle leadership. Ma è altrettanto indubbio che non tutto dipende dai numeri che vengono messi di volta in volta in campo. Molto, anzi, moltissimo, dipende anche e soprattutto dall’intelligenza politica di chi sa interpretare un ruolo e giocarlo nella contesa politica più generale.

 

Una presenza riconosciuta nella politica italiana

Era così per la sinistra sociale di Forze Nuove di Donat-Cattin ma lo era altrettanto per la sinistra politica di De Mita, Bodrato, Martinazzoli e Galloni. Insomma, parliamo di un’esperienza politica che ha saputo ritagliarsi un ruolo specifico non solo nella Dc ma nella politica italiana. Un ruolo che era riconosciuto da tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione. E anche, e soprattutto, dalla cosiddetta società civile nelle sue multiformi e variegate articolazioni sociali, culturali, professionali ed economiche.

In terzo luogo, per fermarsi solo a queste tre indicazioni, la sinistra Dc è stata forse la più alta espressione dell’iniziativa politica, della progettualità politica e dell’elaborazione culturale ed ideale dell’area cattolica italiana. Certo, anche la sinistra Dc non rappresentava e non esauriva l’intera galassia cattolica italiana. Ma è indubbio che nel corso degli anni proprio la sinistra democristiana ha saputo interpretare e tradurre politicamente le istanze, le domande, gli interessi e le richieste che provenivano da larghi settori dell’area cattolica italiana. Una esperienza e una modalità che non si sono più ripetute nella storia politica del nostro paese.

 

Una storia da non archiviare

Ecco perché, e per fermarsi a queste tre sole indicazioni, l’esperienza e la storia della sinistra Dc non possono e non devono essere archiviate banalmente. Semmai, e al contrario, occorre farne tesoro anche oggi. Soprattutto per quei cattolici impegnati in politica che ritengono ancora importante e decisivo l’apporto di questa cultura nelle dinamiche concrete della politica contemporanea.

Daryaei, storia di un pensiero amputato

A Teheran fa un gran caldo

Ahoo Daryaei è la ragazza che si è parzialmente spogliata in una Università di Teheran come gesto di protesta contro il governo di quel paese. La sta pagando assai cara. L’hanno portata in ospedale e tenuta legata in un letto per 18 giorni consecutivi. Il regime ha poi avviato una trattativa con la famiglia della ribelle che ha dovuto convincerla di accettare di passare per malata mentale. Solo in questo modo è stato possibile evitarle la prigione, essere torturata o impiccata. Così avrebbe potuto ritornare dai suoi due figli anche se marchiata di schizofrenia con l’obbligo di assumere farmaci antipsicotici e sottoposta a relativo controllo. Non le è stato concesso di avere un’idea di universo diversa da quella del suo paese..

 

Una raffinata lobotomia

Quando il potere ha scoperto che camminava normalmente, evidentemente non obbediva allacura prescritta, hanno stabilito che una volta al mese i medici le facciano una iniezione di quelle che ti stendono e si va avanti ormai in questo modo. Meglio, assai meglio che la sua libertà cammini rallentata e sbilenca e che smetta di avere voglia di levarsi gli abiti di dosso come una scalmanata. La schizofrenia è quel male che ti scinde la mente ed hanno costretto la nostra ribelle a procedere con un pistone sololasciandole l’uso di un altro che da solo sforza a tenersi in piedi. 

 

Regola del potere: ad azione reazione, chi la fa l’aspetti!

Ahoo si traduce in gazzella, un animale fragile che ha però la forza della corsa e della agilità a cui vanno spezzate le gambe perché non spazi dove vuole. Per lei adesso non c’è nulla da fare. Quando appena comincia a riprendere una punta di reattività si presentano dei mostri in camice bianco che le infliggono periodicamente un veleno per la mente. Se avesse provato a mentire, sapendo di essere controllata, recitando la parte della ammalata, con un passo abbastanza trascinato da ingannare, allora forse avrebbe scampato a questo orrore. 

Nel film “Il professore e il pazzo” il protagonista William Chester Minor, affetto da schizofrenia contribuì con il suo fondamentale genio alla creazione dell’English Oxford Dictionary, rivedendo per sua fortuna poi la libertà, La scultrice Camill Claudel ebbe peggior destino perché a causa del suo desiderio di indipendenza fuori dalle regole borghesi fu internata dalla famiglia in manicomio e lì lasciata morire. Ahoo ha per fama solo quella di spogliarellista ma le è andata comunque male.

 

Una punizione in agguato

Ma Ahoo non sa mentire e il suo pensiero ha accettato per coerenza il massacro a cui è stato destinato. Fa ribrezzo chi indossa i panni di un medico e si presenta da boia che getti dentro ad un corpo una dose di morte a metà. La puntura, di cui Ahoo è vittima, è un foro nel suo credo perché si disperda e si ravveda. I signori che le prestano questa affettuosa puntuale assistenza la sera torneranno a casa forse con un foro nella coscienza che potranno tentare di turare nel tempo, loro, per non impazzire. Ci sarà sempre un inesorabile tarlo che farà gallerie nel loro cranio già privo di minimi rivestimenti e lì dentro sguazzerà a piacimento senza antidoti. Non ci riusciranno a mettere una toppa ad Ahoo, un’altra sua metà continuerà comunque a vivere, c’è un emisfero che suona a grancassa per una infinita condanna dei suoi aguzzini.

Nave colpita da "proiettile non identificato" a Hormuz, una vittima

Roma, 18 ago. (askanews) – Una nave mercantile è stata colpita da un “proiettile non identificato” mentre si dirigeva verso l’uscita dello stretto di Hormuz, ha annunciato oggi l’Organizzazione britannica per i trasporti marittimi (UKMTO). L’impatto ha causato danni alla sala macchine e ha provocato un morto tra i membri dell’equipaggio; gli altri marinai sono stati presi in custodia dalla guardia costiera omanita.

L’agenzia, parte della Royal Navy, non ha specificato il nome o la bandiera della nave, né la provenienza del proiettile. Nessun gruppo ha ancora rivendicato la responsabilità dell’attacco.

M.O., Trump: Usa non vogliono estendere cessate fuoco con l’Iran

Milano, 17 ago. (askanews) – Il presidente Donald Trump afferma che gli Stati Uniti d’America non intendono prolungare il cessate il fuoco con l’Iran, scrive Reuters.

A giugno, i paesi hanno concordato un cessate il fuoco temporaneo, una cosiddetta lettera d’intenti, il cui scopo era quello di utilizzare la tregua per negoziare un accordo più permanente.

Ha inoltre affermato di non credere che l’Iran sia disposto a stipulare “il tipo di accordo che ritengo necessario”.

Intanto Jared Kushner, ha dichiarato che i colloqui tra gli Stati Uniti e diverse aree del governo iraniano sono probabilmente più intensi che mai, ma le due parti non hanno ancora raggiunto un’intesa.

Kushner, che si trova in visita in Medio Oriente, ha rilasciato queste dichiarazioni in un’intervista a Fox News.

Sebbene il cessate il fuoco sia entrato in vigore a giugno, sia gli Stati Uniti che l’Iran hanno condotto diversi attacchi durante questo periodo.

Uno dei principali punti di contesa tra i due Paesi è stato lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita gran parte della produzione petrolifera mondiale.

Netanyahu: un generale Usa supervisioni il disarmo di Hamas a Gaza

Roma, 17 ago. (askanews) – Il primo ministro israeliano, Benyamin Netanyahu, ha concordato con l’inviato americano Jared Kushner che un generale statunitense supervisionerà il disarmo di Hamas, e ha ribadito che non ci sarà un ritiro israeliano da Gaza prima della conclusione di questo processo. Lo ha affermato un funzionario dello stato ebraico.

Le due parti “hanno concordato che il primo passo verso la smilitarizzazione della Striscia di Gaza consisterà nel chiedere ad Hamas di consegnare le proprie armi, affinché siano messe fuori uso sotto la supervisione di un generale americano”, ha dichiarato il funzionario, senza che ci fosse nell’immediato una conferma da parte americana.

Avvistati 11 cadaveri di migranti nel Mediterraneo

Milano, 17 ago. (askanews) – Oggi, durante un volo di monitoraggio sul Mediterraneo centrale, l’equipaggio di Albatross, l’aereo di monitoraggio gestito congiuntamente da Sos Mediterranee e dall’Humanitarian Pilots Initiative (HPI), ha assistito a una scena straziante: i corpi di 11 persone che galleggiavano in mare, in avanzato stato di decomposizione. Mentre l’aereo volava a quota più bassa, l’equipaggio è riuscito a distinguere ulteriori dettagli: alcuni dei corpi indossavano ancora i vestiti, altri galleggiavano grazie a camere d’aria di pneumatici. Lo rende noto l’ong Sos Mediterranee.

“Sebbene le circostanze e il momento esatto del naufragio rimangano sconosciuti, questa testimonianza è un duro promemoria delle conseguenze umane delle politiche letali dell’Europa, improntate all’indifferenza e alla deterrenza a tutti i costi – sottolinea l’ong -. Si aggiunge al bilancio sempre più pesante delle vite perse su questa rotta, dove, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), dall’inizio dell’anno sono morte o sono scomparse almeno 872 persone – un aumento del 24% rispetto allo stesso periodo del 2025, quando erano stati documentati almeno 702 decessi. Queste morti non sono tragici incidenti, ma il risultato prevedibile di scelte politiche deliberate”.

Per l’ong non ci sono dubbi: “Da oltre un decennio, gli Stati membri dell’UE si sono sottratti alle proprie responsabilità in materia di ricerca e soccorso in mare, ostacolando e criminalizzando sistematicamente le operazioni di soccorso condotte da civili. Allo stesso tempo, il continuo sostegno alla Guardia Costiera libica, compresa la fornitura di risorse, formazione e attrezzature, ha reso la traversata via mare un viaggio molto più rischioso per chi tenta di intraprenderla”.

“Il numero di persone che arrivano in Europa attraverso il Mediterraneo centrale è diminuito, ma una percentuale maggiore perde la vita lungo il percorso – sottolinea ancora Sos Mediterranee -. Il numero di persone che arrivano in Italia è sceso del 56%, un dato spesso sottolineato dal governo italiano come prova del successo delle sue politiche migratorie. Ma il calo degli arrivi non ha reso la traversata più sicura: il tasso di mortalità stimato si attesta ora a quasi il 3%, il che significa che circa una persona muore o scompare ogni 35 che tentano la traversata. Queste cifre dimostrano che un minor numero di partenze non ha comportato un minor numero di morti, ma piuttosto un rischio crescente per la vita di coloro che continuano a intraprendere il viaggio”.

Locarno 79, Pardino per miglior regia WeShort a "Mutrion" di Cavazzin

Roma, 17 ago. (askanews) – È “Mutrion”, diretto da Marco Cavazzin, il vincitore del Pardino per la migliore regia WeShort, assegnato nell’ambito del Concorso Internazionale di Pardi di Domani alla 79esima edizione del Locarno Film Festival.

Il riconoscimento, del valore di 5.000 franchi svizzeri (oltre 5.300 euro), è sostenuto da WeShort, piattaforma globale di streaming e hub dedicato alla distribuzione e alla produzione di intrattenimento premium in formato breve, nell’ambito della partnership con il Locarno Film Festival.

“Mutrion” è prodotto da Etimo, casa di produzione indipendente con sede a Venezia, in collaborazione con Goofy Studio e Magenta Film. La distribuzione internazionale e le vendite sono curate da Cattive Produzioni.

Al centro del film c’è un paesaggio: la Laguna Nord di Venezia. Tra Cavallino-Treporti, Punta Sabbioni e le isole della laguna, il territorio agisce come presenza narrativa, espressione del rapporto intimo e contraddittorio dei personaggi con il luogo a cui appartengono. Da qui prende forma il concetto di “nostalgia della dannazione”: quel sentimento contraddittorio che nasce quando si lascia un luogo e, nonostante tutto, si continua a sentirne il richiamo. “Questo corto nasce da un’esigenza interiore, prima ancora che narrativa: raccontare un paesaggio”, spiega Cavazin. “Il corto nasce da questa tensione: dal desiderio di partire e da quello, altrettanto forte, di tornare. E in mezzo c’è questo paesaggio, che per me rappresenta perfettamente quel senso di bellezza, inquietudine e disorientamento, ha aggiunto il cineasta.

Il riconoscimento premia lo sguardo di Marco Cavazzin, che da un legame profondamente personale con il territorio costruisce un’esperienza cinematografica di respiro universale, affidando al paesaggio un ruolo narrativo e percettivo centrale”, spiega WeShort. “Siamo felici che il Pardino per la migliore regia sostenuto da WeShort a Locarno vada a Marco Cavazzin per Mutrion. Nel suo lavoro abbiamo riconosciuto uno sguardo preciso e personale: un modo di utilizzare il paesaggio per parlare di qualcosa di universale, il rapporto con le proprie radici, il desiderio di partire e la difficoltà, ancora maggiore, di tornare”, ha commentato Alex Loprieno, Founder & CEO di WeShort.

I pasdaran hanno detto che non c’è dialogo con gli Usa (smentendo Trump)

Roma, 17 ago. (askanews) – Il corpo dei Guardiani della rivoluzione islamica (IRGC) non sta intrattenendo alcun dialogo con funzionari statunitensi, ha dichiarato oggi il portavoce, Hossein Mohebbi.

In precedenza, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva confermato l’esistenza di un canale di comunicazione non ufficiale con l’IRGC in un colloquio con Fox News.

“Non esiste alcun dialogo tra i rappresentanti dell’IRGC e gli americani. Questa falsa affermazione di Trump non è altro che una fantasia nata dalla sua immaginazione e dai suoi incubi, conseguenza della sua disperazione e della sconfitta in guerra”, ha dichiarato Mohebbi all’agenzia di stampa Tasnim.

Prosegue il progetto multimediale "frammenti" di Claudio Baglioni

Milano, 17 ago. (askanews) – Prosegue il progetto multimediale “frammenti”, creato appositamente sui social ufficiali di Claudio Baglioni, per accompagnare l’avvicinamento al 24 ottobre 2026: la data del debutto di “Che notte è questa! la partenza”, l’insieme unico e complessivo dei sette concerti live a Piazza di Siena, Villa Borghese, ROMA, con cui s’inaugura il GrandTour LaVitaÈAdesso.

Il video pubblicato oggi sui social di Claudio Baglioni, contiene immagini storiche e nuove elaborazioni che s’intrecciano con la musica del brano “L’amico e domani”.

A interpretare eccezionalmente alcuni passaggi del testo della canzone è Luca Argentero.

“frammenti” è un percorso narrativo inedito che rivisita, di settimana in settimana, le tracce dell’album, attraverso la composizione multimediale di immagini, illustrazioni, grafiche, colonne musicali e prestigiose voci recitanti. Con questo miscuglio di appunti, ricordi, annotazioni si prepara il bagaglio per il GrandTourLaVitaÈAdesso e si vive la vigilia che porta a “CHE NOTTE È QUESTA! la partenza”, a Piazza di Siena, dove 44 anni fa, il 24 ottobre 1982, si tenne il concerto di Alé-Oó, prima grande adunata della musica live italiana.

La scaletta presenterà il repertorio storico più conosciuto e affermato del cantautore e, per la prima volta, l’esecuzione dal vivo di tutti i pezzi dell’album dei record.

Il lungo giro del GrandTour festeggerà il suo capitolo conclusivo, ancora una volta nel cuore di Roma, ai Fori Imperiali, il 23 ottobre 2027, con l’evento “Che notte è questa! il ritorno”,

Roma, Vittorio Marcelli risale il Tevere su una tavola da surf

Milano, 17 ago. (askanews) – Una tavola da surf, il Tevere e una sfida dal forte valore simbolico. Sabato 15 agosto Vittorio Marcelli, surfista italo-hawaiano, ha risalito un tratto del Tevere sulla sua tavola, portando nel cuore della Capitale un gesto che vuole richiamare l’attenzione sul rapporto tra le grandi città europee e i loro fiumi.

Una sfida lanciata e vinta “in risposta alla Francia che usa la Senna per gli Europei di nuoto e le Olimpiadi. Noi italiani non siamo da meno”, sottolinea Marcelli.

L’idea nasce dal confronto con Parigi e la Senna, tornata negli ultimi anni al centro di grandi manifestazioni sportive internazionali. Marcelli vuole idealmente rilanciare la sfida da Roma, scegliendo il Tevere come scenario di un’iniziativa che unisce sport, provocazione e valorizzazione del fiume.

Per il surfista italo-hawaiano, il Tevere non deve essere considerato soltanto un elemento del paesaggio della Capitale, ma può tornare a essere vissuto e raccontato anche attraverso lo sport.

La prova di sabato 15 agosto è stata quindi una sfida personale ma anche un messaggio: Roma possiede un fiume unico per storia e identità e può guardare alle esperienze delle altre grandi capitali europee immaginando un rapporto sempre più vivo con le proprie acque.

Trump ha detto che non ha fretta di mettere fine alla guerra con l’Iran

Roma, 17 ago. (askanews) – Il presidente americano Donald Trump ha detto oggi di “non avere fretta” di mettere fine al conflitto con l’Iran. “Sono bravi giocatori di poker, ma stanno morendo”, ha detto Trump al giornalista Trey Yingst di Fox News, confermando quanto rivelato ieri da Axios su un canale di comunicazione creato dall’amministrazione con i pasdaran attraverso il presidente del Kurdistan iracheno, Nechirvan Barzani. “Non ho una scadenza. Non ho fretta”, ha aggiunto Trump.

Ultimi giorni per Rothko a Firenze: pittura come spazio ulteriore

Firenze, 17 ago. (askanews) – Sono alcuni dei dipinti più famosi del mondo, star del mercato, ma anche, e soprattutto, inestimabile patrimonio culturale. Le opere di Mark Rothko, nate da una vita mai banale, carica di momenti difficili, ma guidata da un’idea di “riparare il mondo”, sono riconosciute ovunque, eppure mantengono, ed è la loro forza, una grande componente di mistero. Possono essere soglie sull’ignoto, ci possiamo vedere la luce delle prime stelle o il senso del tempo, la traccia fantasma di quello che è stato e una riflessione profonda sulla storia dell’arte. Qualcuno ci vede anche del misticismo. Nessuna risposta è definitiva, tutte possono essere giuste. Palazzo Strozzi a Firenze gli dedica una mostra che probabilmente nel futuro ricorderemo come memorabile, aperta fino al 23 agosto e che, si prevede, chiuderà con circa 250mila visitatori.

“Con la sua arte Mark Rothko ha ridefinito la pittura del Novecento – ha detto il direttore di Palazzo Strozzi Arturo Galansino – e questa mostra offre un’occasione di incontro unico, profondo, tra le sue opere e i nostri pubblici”.

A curare l’esposizione, insieme a Elena Geuna, il figlio del pittore, Christopher Rothko, che ha sottolineato la relazione del padre con Firenze, motivo guida della mostra, ma anche la decisiva dimensione spaziale delle sue opere. “La gente spesso pensa ai dipinti di mio padre come riflessioni sul colore – ci ha detto – ma io credo che lui fosse più concentrato sulla creazione di luoghi credibili nei quali sia possibile entrare. Di modo che si possa essere nello spazio del dipinto, ma andare anche oltre”.

Il punto è proprio questo: l’apertura di spazi e dimensioni ulteriori, l’amplificazione della pittura, che diventa forma, filosofia, se volete anche un’esperienza spirituale. Che è un guardare la mortalità, ma senza che questa blocchi le sensazioni, che vivono in un discorso più grande e umano. (Leonardo Merlini)

Report, Ranucci: grave la diffusione di un documento interno, denunceremo

Roma, 17 ago. (askanews) – “Grave diffusione di un documento interno strategico per l’azienda visto che rende pubblici i costi di una produzione di punta della Rai come Report. Presenteremo denuncia anche al comitato etico su chi in Rai abbia fornito a Il Tempo tale documentazione sensibile”. Lo scrive il giornalista Sigfrido Ranucci su Facebook, allegando la notizia che gli inviati di Report annunciano querela al quotidiano Il Tempo che oggi ha pubblicato ‘cifre false sugli stipendi’ e ‘a tutte le testate che riprenderanno le informazioni false e scorrette pubblicate’.

La bolla dei titoli tech Usa potrebbe scoppiare, l’allarme di 5 economisti della Bce

Milano, 17 ago. (askanews) – La ricerca economica sulle rivoluzioni tecnologiche passate indica una conclusione preoccupante: è probabile una correzione delle attuali valutazioni di mercato nel settore tech. E una forte correzione dei mercati azionari avrebbe gravi conseguenze per l’area Euro. A scriverlo cinque economisti della Bce in un articolo pubblicato sul blog della banca centrale.

I mercati su entrambe le sponde dell’Atlantico, si legge, riflettono l’entusiasmo degli investitori riguardo al ruolo dell’intelligenza artificiale nel plasmare l’economia e nel trainare gli utili. Queste valutazioni “estremamente ottimistiche” sollevano, tuttavia, il dubbio che ci sia una replica della bolla delle dot-com.

Gli economisti nella loro analisi fanno notare come l’attuale entusiasmo per l’intelligenza artificiale abbia molti precedenti storici: dal boom ferroviario del XIX secolo, all’espansione dell’elettricità e della radio negli anni ’20 a Internet o “era delle dot-com”, negli anni ’90.

Oggi la maggior parte dell’esposizione dell’area euro alle cosiddette Magnifiche sette, le sette più grandi aziende tecnologiche degli Stati Uniti, avviene tramite fondi di investimento, fondi comuni ed Etf. Le famiglie dell’area euro, che stanno sempre più investendo in Etf a basso costo, hanno un’esposizione di circa 440 miliardi di euro ai titoli tecnologici statunitensi, senza essere necessariamente consapevoli del rischio associato. Anche le compagnie assicurative e i fondi pensione presentano un’esposizione significativa alle Magnifiche sette.

Questa struttura basata sui fondi, avvertono dunque gli economisti, è di per sé un canale di trasmissione. Una brusca correzione può costringere i fondi a vendere attività per far fronte ai rimborsi spingendo ulteriormente al ribasso le valutazioni e innescando ulteriori rimborsi. Ecco perché una correzione delle Magnifiche sette è una questione di stabilità finanziaria per l’area dell’euro, e non solo per il settore privato. Lo scenario più grave non è la correzione azionaria in sé, ma una correzione che coincida con una più ampia instabilità del mercato che i responsabili delle politiche non possono facilmente placare: a differenza dell’episodio delle dot-com, avvertono, il punto di partenza odierno lascia decisamente meno margine per tagliare i tassi di interesse o utilizzare la politica fiscale per attutire le conseguenze.

Report, Ranucci: grave diffusione documento interno strategico, denunceremo

Roma, 17 ago. (askanews) – “Grave diffusione di un documento interno strategico per l’azienda visto che rende pubblici i costi di una produzione di punta della Rai come Report. Presenteremo denuncia anche al comitato etico su chi in Rai abbia fornito a Il Tempo tale documentazione sensibile”. Lo scrive il giornalista Sigfrido Ranucci su Facebook, allegando la notizia che gli inviati di Report annunciano querela al quotidiano Il Tempo che oggi ha pubblicato ‘cifre false sugli stipendi’ e ‘a tutte le testate che riprenderanno le informazioni false e scorrette pubblicate’.

Vinicio Capossela e Pierpaolo Capovilla insieme in "Tutti Bodyguard"

Roma, 17 ago. (askanews) – A trent’anni dell’uscita dell’album “Il ballo di San Vito”, il 21 agosto Vinicio Capossela pubblica “Tutti Bodyguard”, una nuova versione di “Body guard”, uno tra i brani originariamente inclusi in quel disco, realizzata insieme a Pierpaolo Capovilla, con la produzione artistica di FiloQ e gli arrangiamenti e la partecipazione della fanfara milanese Fan Fath Al.

Nata in occasione dell’omaggio a Don Andrea Gallo, che si è tenuto a Genova nel decennale della sua scomparsa, “Tutti Bodyguard” conserva un legame profondo con la città che l’ha generata, dalla produzione di FiloQ all’etichetta Pioggia Rossa Dischi, e segna il primo incontro discografico tra Vinicio Capossela e Pierpaolo Capovilla.

Un sodalizio fondato su un’affinità di pensiero e di sguardo che troverà piena espressione nella Ballad Opera “E Morte non avrà dominio”, al debutto il 3 e 4 ottobre al Teatro Olimpico per il Romaeuropa Festival e in tournée successivamente nei teatri di tutta Italia.

“Durante il tour de ‘Il Ballo di San Vito’, l’esecuzione di ìBody guard’ vedeva spesso sul palco, accanto al piano Fender Rhodes zebrato, Renato Striglia in occhiali scuri, giacca e cravatta e a braccia conserte, a rendere fisicamente visibile la bodyguard del testo – racconta Capossela – Trent’anni dopo, il produttore genovese FiloQ, insieme all’esplosiva fanfara milanese Fan Fath Al, hanno prodotto una nuova versione che a mio parere personale mette insieme due grandi momenti musicali degli anni ’90: il dub e i Balcani. L’occasione per rivisitare il testo e reincidere il brano è venuta con l’omaggio a Don Gallo nel decennale della sua morte che si è tenuto a Genova il 30 maggio scorso. La bodyguard che ai tempi accompagnava la strada bassofonda ora viene buona per corazzarsi la coscienza, per tenere lontano il mondo dal divano, per far da guardia a privilegio e santità in un mondo in cui l’alibi della sicurezza blinda ogni singulto di coscienza umanitaria. Pierpaolo Capovilla ha messo la sua voce, la sua faccia e la sua poesia civile (‘qualcuno spieghi agli sbirri che sui cuori innamorati i manganelli sono inutili’, versi degni di Majakovskij) unendosi a noi in questo brano con ambizioni ‘tormentanti’ nella calura di fine estate”.

“Un gioco? Un divertissement, che quasi sembra voler suggellare una neonata fratellanza fra due autori tanto diversi quanto simili, così lontani, così vicini – aggiunge Capovilla – Ma ‘Tutti Bodyguard’ è anche una scherzosa allegoria su questi nostri tempi di mistificazione, nel segno del timore degli altri, un’intima bugia alloggiatasi nei nostri animi impauriti. Vinicio mi ha proposto questa collaborazione così, da un momento all’altro, senza una ragione specifica, se non quella di incontrarci, nella speranza di far fiorire una nuova prossimità, nel segno della bellezza dell’amicizia. Speranza non vana. Non ci conoscevamo ancora, se non per sortite repentine, di sfuggita, nel bizzarro mondo dello spettacolo, ed eccoci qui, insieme, a disavventurarci in una canzone, quasi a suggerirci: ma guarda un po’! Come una canzone riesce ad avvicinare i cuori, i sentimenti, quelle amorevolezze di cui non siamo mai sazi. Non posso che ringraziarti, Vinicio, per la fiducia e l’affetto che mi doni, chiedendomi in cambio niente di meno che l’entusiasmo della nostra reciprocità. E così sia, amico mio, ne combineremo delle belle! Ce la spasseremo!”.

“Tutti Bodyguard” verrà presentata dal vivo alla quattordicesima edizione dello Sponz Fest, in Alta Irpinia, nelle serate del 28 e 29 agosto.

La tournée di “E Morte non avrà dominio”, dopo il debutto al Romaeuropa Festival il 3 e 4 ottobre al Teatro Olimpico di Roma, proseguirà il 9 e 10 ottobre 2026 al Teatro Due di Parma, 13 e 14 ottobre al Teatro delle Muse di Ancona, il 21 ottobre al Teatro Augusteo di Napoli, il 24 ottobre al Teatro Politeama Mario Foglietti di Catanzaro, il 28 e 29 ottobre al Teatro Massimo di Cagliari, il 1° e 2 novembre al Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano, il 4 e 5 novembre al Politeama Genovese di Genova, 18 novembre al Teatro Sociale di Como, il 22 e 23 novembre al Teatro Colosseo di Torino, il 2 dicembre al Teatro Duse di Bologna, il 5 dicembre al Teatro Lyrick di Assisi, il 6 dicembre al Teatro Galli di Rimini, il 19 dicembre al Teatro Goldoni di Livorno, il 21 dicembre al Teatro Verdi di Firenze.

Lo spettacolo è prodotto da IMARTS, Fondazione Teatro Due Parma e La Cùpa.

E’ morta a 36 anni Hayden Panettiere, attrice star di Heroes e Nashville

Roma, 17 ago. (askanews) – Hayden Panettiere, l’attrice nota per i suoi ruoli in serie televisive come Heroes e Nashville, è morta all’età di 36 anni. La morte di Panettiere è stata confermata ieri sera da un suo rappresentante al Guardian, dopo essere stata riportata per la prima volta dalla rete televisiva statunitense ABC News. Non sono state rese note le cause del decesso.

“È con profonda tristezza che annunciamo la tragica scomparsa della nostra amata Hayden. Era una luce incredibile e una forza della natura che ha portato amore e gioia incommensurabili a tutti coloro che la conoscevano e ai milioni di persone che l’hanno vista sullo schermo”, ha dichiarato il padre, Skip Panettiere, in un comunicato, chiedendo rispetto per la privacy “mentre la famiglia ha bisogno di tempo per elaborare questa perdita inimmaginabile”.

Nata nel 1989, Panettiere è stata una bambina prodigio che ha iniziato a recitare a soli 11 mesi, apparendo in uno spot pubblicitario di giocattoli. Ha debuttato sul grande schermo prestando la voce a Dot in A Bug’s Life, all’età di nove anni.

Nel 2000 è apparsa in Remember the Titans. Nel 2004, ha ottenuto il suo primo ruolo da protagonista interpretando la figlia del personaggio di Bill Pullman in Tiger Cruise su Disney Channel. Panettiere ha raggiunto la fama mondiale a soli 17 anni interpretando l’invulnerabile cheerleader Claire Bennet in Heroes, una serie con il celebre e misterioso motto: “Salva la cheerleader, salva il mondo”. La serie è stata un successo ed è andata in onda per quattro stagioni, dal 2006 al 2010.

Panettiere ha anche ricevuto due nomination ai Golden Globe per la sua interpretazione della tormentata star della musica country Juliette Barnes in Nashville. Undici canzoni che la Panettiere ha registrato per Nashville sono entrate nella classifica Hot Country Songs di Billboard durante la messa in onda della serie, tra cui due con la sua co-protagonista Connie Britton. È apparsa anche nel ruolo di Kirby Reed in Scream 4 (2011) e Scream VI (2023).

Attentato a Ranucci, il legale di Lavitola: non vuole ritrattare ma chiarire

Milano, 17 ago. (askanews) – “Non si tratta di ritrattare o di dire di cose diverse: si tratta semplicemente di puntualizzare e offrire un’interpretazione autentica di ciò che è già stato riferito. Questo ci è possibile perché in sede di udienza al Riesame è possibile rendere dichiarazioni spontanee”. Lo ha detto l’avvocato Arturno Cola, difensore di Valter Lavitola, prima di incontrare nel carcere il Rebibbia il proprio assistito accusato di essere il mandante dell’attentato al conduttore di Report Sigfrido Ranucci.

L’udienza davanti al Tribunale del Riesame non è stata ancora fissata. Secondo il suo difensore, “sono due i punti” che Lavitola dovrà “puntualizzare” ai giudici: “Il primo è la modalità esecutiva dell’attentato e il secondo è il movente”, ha spiegato Cola in una dichiarazione andata in onda su SkyTg24.

Kallas: in autunno nuova lista di sanzioni contro la Russia

Roma, 17 ago. (askanews) – L’Alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha annunciato l’intenzione di aumentare di un terzo il numero dei soggetti russi sanzionati per la guerra in Ucraina.

“Questo autunno presenterò la lista di sanzioni più ambiziosa dall’inizio della guerra – ha detto in un’intervista al quotidiano tedesco Die Welt – se adottate, il numero degli individui e delle entità russe sanzionate aumenterebbe di un terzo”. Secondo Kallas, “le sanzioni dell’Unione Europea sono già costate caro alla Russia, privando la sua macchina bellica di oltre 1.000 miliardi di euro”.

Dall’inizio della guerra, nel febbraio 2022, l’Unione Europea ha adottato 21 pacchetti di sanzioni contro la Russia, prendendo di mira quasi 3.000 individui ed entità, secondo la Commissione europea.

Temporali e calo termico

Milano, 17 ago. (askanews) – L’anticiclone che ha sostenuto la lunga fase di caldo sull’Italia comincia a perdere forza e apre una settimana di transizione, con temporali dapprima irregolari e un peggioramento più organizzato atteso da giovedì 20 agosto al Centro-Nord. Le temperature sono destinate a diminuire, inizialmente senza variazioni drastiche e poi in modo più sensibile soprattutto sulle regioni settentrionali e lungo il versante tirrenico. La tendenza è indicata dalle previsioni di iLMeteo.it ed è accompagnata già nella giornata di lunedì 17 da un quadro di instabilità per il quale la Protezione Civile ha valutato l’allerta gialla meteo-idro in 13 regioni.

Il primo cambiamento interessa dunque l’Italia già all’inizio della settimana. Correnti più fresche in quota incontrano l’aria calda e umida presente nei bassi strati, favorendo lo sviluppo di rovesci e temporali. Il Dipartimento della Protezione Civile prevede dalla tarda mattinata di lunedì precipitazioni sparse, prevalentemente a carattere temporalesco, su Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto ed Emilia-Romagna, in successiva estensione a Toscana, Umbria, Marche e Abruzzo. I fenomeni potranno essere accompagnati localmente da forti raffiche di vento, grandine e intensa attività elettrica.

Secondo Federico Brescia, meteorologo di iLMeteo.it, questa prima fase perturbata dovrebbe restare relativamente rapida e discontinua. Le aree inizialmente più esposte comprendono Alpi e Prealpi, Nord-Est, Levante ligure, alta Toscana e parte del versante adriatico. Non si tratta quindi di una fase di maltempo uniforme su tutto il territorio nazionale: i temporali possono alternarsi ad ampie zone asciutte e colpire in maniera molto diversa anche aree vicine. Le previsioni ufficiali della Protezione Civile confermano per lunedì precipitazioni temporalesche distribuite su numerosi settori del Centro-Nord e fenomeni più isolati anche in alcune zone meridionali e insulari.

Martedì 18 il nucleo dell’instabilità dovrebbe spostarsi progressivamente verso il Centro-Sud, mentre al Nord sono attese condizioni più stabili e maggiori schiarite. Rovesci e temporali potranno ancora interessare soprattutto le aree appenniniche e le zone interne, con un quadro più soleggiato altrove. La Protezione Civile indica per martedì precipitazioni sparse su settori appenninici di Marche e Umbria, Abruzzo, Lazio centro-meridionale, Molise, aree interne della Campania, Basilicata, parte della Puglia e Calabria, oltre a fenomeni più isolati su altre zone.

Tra martedì e mercoledì 19 è prevista una breve parentesi più stabile. Al Nord dovrebbe prevalere il sole, salvo la possibilità di qualche temporale sui rilievi, mentre al Centro e al Sud l’instabilità pomeridiana resterà più probabile sulle aree montuose. Per mercoledì le elaborazioni di iLMeteo.it indicano in generale ampie schiarite e fenomeni più circoscritti, una pausa destinata però a durare poco. La data del 19 agosto è quella corretta per il mercoledì della settimana, mentre il riferimento al “mercoledì 12” presente nella scansione giornaliera originaria è incompatibile con il calendario e con le previsioni aggiornate.

Il passaggio più significativo viene prospettato da giovedì 20. Le elaborazioni illustrate da Brescia indicano l’avvicinamento di una perturbazione atlantica destinata a entrare inizialmente dal Nord-Ovest e a coinvolgere successivamente il resto del Settentrione e i settori tirrenici. Le proiezioni disponibili delineano quindi una fase più organizzata rispetto ai temporali di inizio settimana, con precipitazioni diffuse e la possibilità di fenomeni localmente intensi. Anche altre previsioni diffuse nelle ultime ore descrivono per la seconda parte della settimana un nuovo affondo perturbato sul Centro-Nord.

L’attenzione riguarda in particolare la possibile intensità dei temporali. Dopo settimane di temperature elevate, l’atmosfera e le superfici marine hanno accumulato calore e umidità; l’arrivo di aria più fresca può aumentare l’instabilità e favorire lo sviluppo di celle temporalesche capaci di produrre grandine e forti raffiche di vento. iLMeteo.it segnala per giovedì e i giorni successivi il rischio di temporali anche violenti e grandinate, soprattutto al Nord e lungo il versante tirrenico. Si tratta tuttavia di una previsione a più giorni di distanza: posizione, tempi e intensità dei fenomeni più forti dovranno essere precisati con gli aggiornamenti successivi.

Il cambiamento riguarderà anche le temperature. Tra lunedì e martedì è previsto un primo ridimensionamento del caldo, non sufficiente ovunque a determinare una svolta netta ma in grado di attenuare le punte più elevate. Il calo dovrebbe diventare più evidente nella seconda parte della settimana al Nord e sulle regioni tirreniche, in concomitanza con l’ingresso della perturbazione. Al Sud, invece, la fase più calda e stabile potrebbe resistere più a lungo.

Cagliari in ansia per Yael Trepy, il calciatore ha rischiato di annegare

Roma, 17 ago. (askanews) – Il Cagliari è in ansia per Yael Trepy, dopo che il giocatore ha rischiato di annegare in piscina, a Porto Cervo. Con una nota il club ha comunicato che l’attaccante “è attualmente ricoverato presso l’ospedale civile Santissima Annunziata di Sassari dove si trova in terapia intensiva. Il club è in costante contatto con la struttura sanitaria e con la famiglia del calciatore e segue con la massima attenzione l’evolversi delle sue condizioni”. Nulla di più finora è trapelato. La squadra, dopo la partita di coppa Italia di venerdì con l’Arezzo, in cui Trepy aveva giocato titolare, aveva usufruito di due giorni di stacco. Per riprendere oggi in vista della trasferta di Parma per la prima di campionato.

Mogol compie 90 anni, una vita nella canzone italiana

Milano, 17 ago. (askanews) – Oggi Giulio Rapetti Mogol compie 90 anni. Nato a Milano nel 1936, è tra gli autori che hanno lasciato l’impronta più profonda nella canzone italiana, accompagnandone per oltre sessant’anni cambiamenti, mode e nuove generazioni di interpreti. Figlio di Mariano Rapetti, dirigente della Ricordi e autore di testi, entra giovanissimo nell’ambiente musicale e comincia a scrivere alla fine degli anni Cinquanta. Nel 1959 la Siae gli assegna lo pseudonimo Mogol, diventato nel 2006 anche parte ufficiale del suo cognome.

Il primo grande successo arriva nel 1961 con “Al di là”, vincitrice del Festival di Sanremo nelle interpretazioni di Betty Curtis e Luciano Tajoli. Negli anni successivi firma testi e adattamenti per numerosi artisti, ma è l’incontro con Lucio Battisti, a metà degli anni Sessanta, ad aprire la stagione più celebre della sua carriera. Da quel sodalizio nasce un repertorio entrato stabilmente nella memoria collettiva, a cominciare da “29 settembre”, fino a “Acqua azzurra, acqua chiara”, “Emozioni”, “Fiori rosa, fiori di pesco”, “Il mio canto libero”, “Ancora tu”, “Sì, viaggiare” e “Con il nastro rosa”.

Con Battisti, Mogol costruisce un linguaggio capace di trasformare sentimenti, inquietudini, desideri e scene della vita quotidiana in parole immediate, riconoscibili, destinate a essere cantate da generazioni diverse. La collaborazione si conclude nel 1980, ma la sua attività prosegue senza interrompersi. Nel corso degli anni lavora, tra gli altri, con Mina, Adriano Celentano, Bobby Solo, Caterina Caselli, Riccardo Cocciante, Mango, Gianni Morandi e Gianni Bella, contribuendo a brani come “Una lacrima sul viso”, “A chi”, “Celeste nostalgia” e “L’emozione non ha voce”.

Alla scrittura affianca poi un impegno crescente nella formazione. Nel 1992 fonda in Umbria il Cet, Centro Europeo di Toscolano, scuola dedicata ad autori, compositori e interpreti, con l’obiettivo di trasmettere esperienza e strumenti professionali alle nuove generazioni. Dal 2018 al 2022 è inoltre presidente del Consiglio di Gestione della Siae, ruolo che aggiunge un’altra tappa a una carriera vissuta per decenni dentro il sistema musicale italiano.

Lega, A. Fontana: c’è malessere. Salvini? Nessuna soluzione esclusa

Roma, 17 ago. (askanews) – “Succede che i nostri militanti, non solo in Lombardia ma in tutto il Nord, ascoltano i cittadini e segnalano un malessere”. Così Attilio Fontana, intervistato dal Corriere della sera, descrive il clima interno alla Lega. “Nel direttivo, con il segretario Massimiliano Romeo, abbiamo dato voce a questo malessere – spiega il presidente della Regione Lombardia – e alle esigenze di amministratori e cittadini, proponendo valutazioni politiche a partire da un dato di fatto: siamo passati dal 34 al 5 per cento dei voti. Insomma, il problema c’è, e quindi è opportuno lavorare per trovare una via d’uscita da questo declino e arrivare a una soluzione è utile non soltanto per la Lega, ma per tutto il centrodestra”.

All’intervistatore che gli chiede se è possibile che venga chiesto al leader del partito, Matteo Salvini, un passo indietro o un passo “di lato”, Fontana risponde: “Nessuna soluzione va esclusa a priori. La Lega non teme il rinnovamento. Chiediamo di rivedere in modo sostenibile ed effettivo l’impostazione del nostro partito, per valorizzare i suoi stessi asset. Perché ce n’è un gran bisogno ora. E il rilancio della Lega è una condizione prioritaria per l’intera coalizione di centrodestra”, conclude Fontana.

Europei di atletica, Trionfo Italia con 4×400 e Iapichino

Roma, 17 ago. (askanews) – Trionfo storico agli Europei di Birmingham, azzurri padroni in casa della Gran Bretagna. Per la seconda edizione consecutiva l’Italia conquista il medagliere e anche la classifica a punti. È un’impresa memorabile: 10 ori, 6 argenti, 6 bronzi, in totale 22 medaglie. Più ori di tutti, più medaglie di tutti. L’Italia è in cima anche nella classifica a punti, a quota 226 eguagliando il record di 45 finalisti, e si conferma ai vertici dell’atletica europea due anni dopo Roma 2024.

Tutto si decide all’ultima gara di un’ultima serata pazzesca: il primo leggendario oro della 4×400 maschile azzurra agli Europei battendo la Gran Bretagna di soli tre centesimi. Fantastica la staffetta con Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati in 2:59.16 per festeggiare il successo con un finale da batticuore che vale il sorpasso nel medagliere. “È straordinario – le parole di Benati – un po’ tutti sapevamo che potesse accadere. Il britannico dietro mi metteva un po’ di pressione e infatti alla fine ha provato ad attaccare, ma sono rimasto in piedi. Ovviamente sono molto contento, però ho fatto una scommessa con Sibilio, se avessimo vinto avrei dovuto tagliare i capelli a zero, penso proprio che nella prossima gara mi vedrete pelato”.

Pochi minuti prima, il meraviglioso oro di Larissa Iapichino con 7,00 appena ventoso (+2.1) al primo salto: la prima azzurra a vincere il titolo continentale all’aperto nel lungo femminile in una gara combattutissima, di un solo centimetro e anche qui davanti a una britannica, Jazmin Sawyers (6,99/+2.2). “E’ stata una gara di altissimo livello – le sue parole – ma questo è il livello che c’è in Europa, è praticamente un Mondiale, sono assenti giusto tre o quattro atlete, letteralmente sarebbe una finale del Campionato del Mondo”.

La gioia per un titolo che non aveva vinto neppure Fiona May: “Sono veramente molto felice di aver regalato a me e al mio team, al mio allenatore, alla mia famiglia questa medaglia, che significa tantissimo dal punto di vista familiare. Abbiamo aggiunto un titolo, perché mia mamma non l’aveva mai vinto, quindi sono la prima lunghista ad aver vinto un Europeo, ho fatto il filotto dei titoli europei che posso vincere, poi l’ho vinto in una terra che mi ha cresciuta, è la terra di mia mamma, c’era tutta la mia famiglia dalla parte materna a sostenermi, e quindi è un oro che vale doppio”.

Poi lo splendido bronzo nella 4×400 femminile che torna sul podio europeo dopo 10 anni con Alessandra Bonora, Anna Polinari, Alice Mangione ed Eloisa Coiro in 3:23.57. È la Nazionale italiana più forte di sempre, una squadra azzurra che continua a dominare in Europa. Nel medagliere chiude seconda la Gran Bretagna con 9 ori, 8 argenti, 2 bronzi (19 in tutto), terza la Germania a 6-10-5 (totale di 21) e le stesse nazioni finiscono alle spalle dell’Italia nella classifica a punti, Gran Bretagna con 211,5 e Germania con 196.

Ancora Guccini: dalla “Locomotiva” al quotidiano come politica

Guccini era un esistenzialista, e quantunque gli Anni ‘70 fossero in Italia l’estrinsecazione del Sessanotto antiborghese, i suoi fans, e il pubblico dei suoi concerti di estrazione cristiana (più che cattolica; con l’Azione Cattolica in pochissimo tempo evaporata, nascevano di contro numerose Comunità di base), i seguaci dei Balducci, dei Franzoni, dei Gérard Lutte, dei Küng, cosa vuoi che ascoltassero.

Accanto alla sensibilità religiosa, libertaria, di De André, il precursore, e alla celebrazione dello scontro di classe di Paolo Pietrangeli, (“Contessa”), dopo il primo cantautorato che veniva dalla Francia (Brel, Becaud, Michel Berger), a seguire i Tenco e i Lauzi, si andava affermando l’ascendente americano, Dylan (Blowin’ the wind), la Baez (We shall overcome), Pete Seeger (Where have all the flowers gone). E accanto a certo collateralismo di altri al P.C.I. (Venditti, De Gregori, Bennato) si andava affermando questo ragazzone bolognese, che veniva – toh – da “Dio è morto” del ’63, da “Noi non ci saremo” (1967; pubblicato da I Nomadi in quanto Guccini non era iscritto alla SIAE) e da “Auschwitz”, del Settembre 1966, di Vandelli e Iller Pattacini, sempre perché Guccini non era iscritto alla SiaE, lato B del 45 “Bang bang” della Equipe 84, portata poi al successo sempre da I Nomadi. Guccini la pubblicò col titolo “La canzone del bambino nel vento”.

 

Il politico di Guccini non può essere ristretto a “La locomotiva”

L’orecchio esistenzialista e spirituale di un certo mondo giovanile, magari impegnato politicamente nei Licei e nelle Universitá insieme a “Lotta Continua” e alla F.G.C.I. (meno), e distante dagli iniziali integralismi di C.L., colse qualcosa che andava oltre il trascinante ritmo cavalcante de “La Locomotiva” e la sua messaggistica politica (tant’è che per Guccini si trattava ‘solo’ di una storia personale; ma, attenzione, non del tutto, “La Locomotiva” non è un ‘incidente’ politico di percorso).

Infatti, assai al contrario di quel che si pensi e che pure ci si è persi a ribadire in questi giorni, la ricerca storica locale, la letteratura e la poetica di Guccini costituiscono un abbecedario Politico di grande rilievo per un impegno di ri-generazione culturale e sociale oggi decisivo contro lo svincolamento da ogni legame e il non riconoscimento della dipendenza da un’Alterità.

“Incontro”, “L’isola non trovata” “Canzone di notte n.2”, “Il vecchio e il bambino”, “Le osterie di fuori porta”, “100, Pennsylvania Avenue”, e in primis “Canzone per un’amica”, non sono meno politiche de “La locomotiva”. E quest’ultima è molto più di una storia prersonale: è una una canzone di lotta, e una grande metafora gucciniana sulla spesa personale in quel che si crede, e non si sbaglia considerarla tale.

 

Lo sguardo ‘oltre’ che sfida il disincanto e genera relazioni nella verità

Ma forse Guccini, con il suo stile e il suo modo di essere agnostico, il disincanto che si rientri in un grandioso progetto salvifico d’un Essere supremo che però non ci spiega perché intanto bisogna soffrire e morire, vuole rilanciarci una intenzionalità relazionale che è la vera rivoluzione umana che gli altri si attendono da noi.

Guccini celava nelle sue canzoni un oltre: l’intravisto nella vita ci sfuggge come l’isola che appena vicina sparisce di nuovo. Eppure ne siamo attrattti perché, come dice il vero titolo della poesia di Guido Gozzano da cui è tratta, è “la più bella”.

C’è in Guccini una selezione delle parole accuratissima, e la musica vi si adatta. La rima è d’obbligo, e serve a far scivolar via come nella poesia ciò che non deve e non può essere trattenuto ma solo intuito. Come ha detto queste sere Vecchioni, Guccini è il grande poeta del disincanto, “della malinconia che non passa e della verità che non arriva”.
Alla pari di quello che anni fa scrisse Magris sull”opera di Borge, il cantautore bolognese ci insegna che il mondo non è un’enciclopedia, e che lo sforzo meticoloso di catalogarlo rivela ciò che le parole patiscono: la descrizione di cose che non vedono e non afferrano. La realtà ha innumerevoli forme, e biogna resistere a voler fare un catalogo del mondo, alla tentazione d’impadronisi della fuggevole molteplicità della vita rinserrandola in una canzone.
Il cantore di Pàvana sa che purtroppo la vita si sottrae allo sforzo dell’acrobazia delle parole che prrsumono d’afferrarla, è sempre altrove, fuori da quella strofa o da quella pagina come ogni rraltà è sempre fuori da come noi pensiamo di illustrarla e celebrarla.

Le parole di Guccini dicono la nostagia della vita ch’esse inseguono

Alla pari di Borges, le parole di Guccini dicono la nostalgia per la vita vche esse inseguono. Come bene sottolinea Magris per la poesia di Borges “L’altra tigre”, essa riesce soltanto con le sue rime e le sue figure retoriche a disegnare una tigre di carta, e non già a raggiungere l’altra tigre, quella che striscia nella foresta al di là di ogni verso.

«Il tempo è una tigre che mi divora, ma io sono la tigre», dice Borges, e Guccini è esattamente questo. Ne “La canzone dei dodici mesi”, al mese di Dicembre dice: “Ma nei tuoi giorni dai profeti detti nasce/ Cristo la tigre, nasce Cristo la tigre.”.

Una filosofia libertaria e dell’esistenza incomprensibile alla sinistra ufficiale

Ma non solo la filosofia quotidiana del mondo di Pàvana e di “Radici”, “Piccola città” (famosi ‘la casa’ e il mitico ‘fra la via Emilia e il West’), ma anche la filosofia della vita che esce da “Incontro”, “Un altro giorno è andato” (ne “L’isola non trovata” del 1970), “Canzone delle osterie di fuori porta” (in “Stanze di vita quotidiana” del 1974; da qui il commento del critico Riccardo Bertonceelli che sentenziava Guccini esaurito), “In morte di S.F.” del 1967, “Primavera di Praga” (in “Due anni dopo”, 1970: “Dimmi chi era che il corpo portava / La città intera che lo accompagnava / La città intera che muta lanciava / Una speranza nel cielo di Praga”) fanno di Guccini quel gigante di cui ha parlato Zuppi alle esequie del poeta e letterato: “Servono giganti… quelli con il cuore grande, con tanta umanità, gratuita, che condivide e non calcola…”.

Questa filosofia, questo modo di esser presente nella Storia, che è ‘Politica’ eccome, evidentemente non è stata intesa da D’Alema, che nel precisare che Guuccini non era comunista ma un anarchico libertario, al massimo socialista, ha colto l’occasione per sentenziare “La locomotiva era una canzone disperata, l’esatto contrario della sinistra e del P.C I., che era gioia, voglia di vivere”. E poi: “Non siamo mai stati amici. … A noi piacevano le canzoni d’amore , Guccini è stato un compagno di strada sonoro, ma non aveva nulla della sinistra ufficiale” (Dagospia, 7 Agosto 2026).

Si vede che Guccini deve essere stato avvertito come pericoloso per quella ‘gioiosa macchina da guerra’ che si riteneva il PCI, e si vede che D’Alema deve aver ancora di traverso il fatto che quando lui dal 1975 al 1980 era Segretario della grigia ingessata F.G.C.I., che arrivava in clamoroso ritardo all’aggancio con il Sessantotto, il mondo delle Comunità di base e dei gruppi giovanili spontanei nel mondo delle parrocchie e dei preti organizzava ancora centinaia di migliaia di giovani (stima sua), rendendo ridicola ogni concorrenza in tal senso con quanto poteva mettere a disposizione il Partito.
Per non parlare delle manifestazioni e delle attività nella Scuola, dove di solito i cattolici si trovavo più a loro agio con i Movimenti della sinistra extraparlamentare (Lotta Continua, etc.) che non con le truppe cammellate del PCI.

 

In morte di S. F..  Vorrei sapere a che cosa è servito vivere, amare, soffrire

Era di San Valentino di Castellarano, Reggio Emilia, la protagonista della canzone con cui Guccini apriva sempre i suoi concerti (eccezion fatta per una volta a Firenze quando iniziò con “Libera nos domine”), Silvana Fontana.
60 anni fa esatti aveva 24 anni. L’incidente avvenne il 2 Agosto 1966, suull’Autosole, a circa dieci chilometri dal casello di Reeggio Morì all’ospedale poche ore dopo. 

Franco Ceccarelli della “Equipe 84”, con cui Guccini collaborava, ricorda che si era al Festival nazionale de “L’Unità” a Ferrara, c’erano cinquantamila persone, loro e Daolio non potettero sganciarsi. Guccini quel giorno era a Milano, a registrare “Francesco – Folk Beat N. 1”. Tornò a Pàvana e lì in ricordo della loro amica del Bar Grande Italia di Modena (Guccini, Daolio, etc.) buttò giù “In morte di S.F.”, che all’ultimissimo momento riuscì ad inserire nel suo primo album. Per controversie con l’Anas, che temeva una cattiva pubblicità, cambiò il titolo in “Canzone per un’amica”.

Come tutti sanno Guccini cominciava sempre i suoi concerti (salvo una volta) con il ricordo di S.F, e li terminava – a gran richiesta – con la cavalcata del macchinista giustiziere.
Naturalmente un motivo c’è per l’una e per l’altra. Si tratta ancora di domande sull’‘oltre’, che spesso nelle relazioni sembrano affacciarsi, e su cui si potrebbero tirare conclusioni disarmanti: se sei morta vorrei sapere che te ne fai del vivere – amare – soffrire, spenderti per cosa? (Guccini ha ventisei anni).
Lo dice in “Incontro” del 1972:

“Siamo qualcosa che non resta/
Frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno”.

Con la morte va tutto in fumo, siamo transitòri.

Sembrerebbe avvalorare una sorta di di-sperazione È invece una rassegnazione. L’incolmabile differenza che c’è tra il desiderio e ciò che invece accade. Un destino. Riecheggia “Pensiero alla morte” di Papa Paolo VI: “Di solito la fine della vita temporale, se non è oscurata da infermità, ha una sua fosca chiarezza: quella delle memorie, così belle, così attraenti, così nostalgiche, e così chiare ormai per denunciare il loro passato irricuperabile e per irridere al loro disperato richiamo.”.
Disperato richiamo. Guccini, un agnostico possibilista. Un disincanto incerto. Ma nel finale de “La locomotiva” c’è una reazione vivida a questa forma di spleen, di disagio esistenziale, attraverso questa volta la volitività di superare la scomparsa del ferroviere: ma noi vogliamo pensarlo ancora lì al suo posto, a far correre la macchina a vapore, e speriamo ci giunga ancora notizia di locomotive lanciate a bomba contro l’ingiustizia.

Un ‘sano realista’ direbbe Papa Leone XIV, e anche un coltivatore delle possibilità di riscatto che nonostante tutto la Storia offre.

Riaccendere l’umanesimo politico

La persona al centro della politica

Di umanesimo politico si deve parlare. Disporre il proprio impegno sociale in funzione della persona, dei suoi valori, al fine di ravvivarne il senso etico, è responsabilità della politica e suo precipuo dovere morale. Lo Stato acquista autorità proprio per salvaguardare queste realtà preesistenti ad esso e deve potersi caratterizzare ripudiando ogni idealismo o utopia politica. Un sano realismo fortifica, permea tutta una concezione politica che è espressione di un’intrinseca visione naturale.

Se l’uomo realizza nell’azione politica i valori della sua personalità, per cui agere sequitur esse, e nel compiere azioni li incrementa, la politica non servirà solo a studiare i mezzi di valorizzazione della vita sociale, ma a provvedere, altresì, ad alimentare una visione di crescita piena e feconda di valori nella società, diversamente ingannata da accomodanti quanto impropri interessi di parte, il cui unico fine è falsificare il bene, impoverire i territori.

Nel pensiero di Tommaso d’Aquino, la società è il mezzo per la libera esplicazione delle umane potenzialità: naturaliter homo homini amicus. Ecco che, da questo spunto, può riaccendersi il faro politico la cui luce richiama al servizio verso il popolo. Dopotutto, la società politica è sorta come uno strumento verso il bene comune da attuare. Rispetto alla natura della società, il bene comune di una collettività è la causa finale per cui essa sorge. Quindi, quest’ultimo – il bene comune – non può essere mai sacrificato a interessi astratti – di una indefinita “società” – che si contrappongano al bene comune per cui essa ha avuto origine. Sarebbe una contraddizione assai nociva per la democrazia, per l’esistenza di uno Stato di diritto.

 

Bene comune, libertà e cultura civile

Cerchiamo di comprendere perché non si può procedere contro la natura sociale. Se l’uomo si riunisce in società per attuare un bene comune, ne consegue che la socialità non è solo una predisposizione naturale, ma anche una partecipazione volontaria: il nascere in una società non esclude che si accetti volontariamente quel legame che abbiamo con essa. Noi lo accettiamo finché vediamo rispettati i nostri diritti naturali, finché vediamo che non è violata la legge naturale che è in noi. Infatti, è la legge naturale la norma che regola i rapporti umani: la società deve tenere presenti le sollecitazioni di questo primo diritto innato; soprattutto, è tenuta a non mortificare la libertà intellettuale: il lavoro intellettuale deve essere concepito come un vero servizio alla comunità. L’assenza di pensiero non genera capacità socio-politica e, ancor più, senza istruzione non si può parlare di cultura civile.

 

La legge naturale come norma di ragione

Ergo: il diritto naturale non è una scoperta di Tommaso d’Aquino, è piuttosto un argomento con cui l’Aquinate supera la tradizione greca, avvicinandosi alla tradizione romana, quella giusnaturalistica. In particolare, si rifà allo jus naturale di Ulpiano. Aristotele si era fermato al concetto di iustum naturale. Il merito fondamentale dell’Aquinate, rispetto alla dottrina del diritto naturale, è di aver identificato la legge naturale con la natura. Ne derivano due assiomi: la legge naturale non è una norma che si sovrappone alla realtà umana, ma ha un preciso carattere di interiorità. La legge naturale, non in quanto naturale, è istintiva e irrazionale, ma ha sempre carattere di razionalità. Infatti, ogni legge è una norma di ragione.

Come principio di condotta, era logico che san Tommaso attribuisse la legge ad un atto essenziale di ragione e non solo di volontà, in quanto, se nell’azione dobbiamo avere presenti i vari gradi dell’essere e compiere una scelta, questa scelta deve essere prima intellettiva, poi pratica.

Anche se l’uomo non avesse in sé insita la legge naturale, dovrebbe sempre rifarsi alla natura, per prendere da essa lo schema della sua azione. Nel momento in cui l’individuo si pone di fronte a questi principi naturali, ecco che egli compie un’azione di ragionevolezza. La virtù che regola l’uomo nell’agire secondo i principi della legge interna a lui, ed a tutta l’umanità, è la virtù della giustizia: ordine dell’essere e dei vari enti in piena armonia, la cui manifestazione e traduzione esteriore è la pace, trasposizione dell’ordine, consonanza che la società oggi, eccessivamente prona a interessi legati al mantenimento del potere, ha perso.

 

Un Centro che torni all’anima popolare

Per rimettere in moto la politica in Italia, sempre più propensa a detenere un potere che logora chi ne dispone poiché di fatto infruttuoso per la povera gente, è il caso di riaccendere l’umanesimo in politica, con un Centro capace di attingere dall’anima popolare? È il caso di riattivare un pensiero pensante che abbia a cuore il dialogo costruttivo, la giustizia sociale, l’umanità?

Impresa, persona e wellbeing aziendale

La tecnologia al servizio della persona

Nel tempo dell’intelligenza artificiale, la domanda che dovremmo porci non è quanto la tecnologia sia efficiente, ma se davvero aiuti la persona a vivere e lavorare meglio. È il punto essenziale di una riflessione sul lavoro che parte dal presupposto per cui l’essere umano deve restare il fine – e non il mezzo – di ogni processo produttivo, economico, sociale e culturale.
Papa Leone XIV, nell’Enciclica Magnifica Humanitas, osserva che i lavoratori «sono spesso costretti ad adattarsi alla velocità e alle richieste delle macchine, piuttosto che siano queste ultime a essere progettate per aiutare chi lavora». Quando la macchina detta il ritmo, l’algoritmo misura tutto e la creatività viene imprigionata dentro parametri impersonali, il lavoro rischia di perdere la sua dimensione umana e di generare così stress, disorientamento e burnout.
Eppure il lavoro, nella sua dimensione originale, non nasce per consumare la persona, ma per elevarla. Giorgio La Pira ricordava che la struttura dell’essere persona «è così fatta da non potersi espandere e perfezionare se non lavorando, cioè ponendo nell’esistenza cose che prima dell’intervento del lavoro umano non erano esistenti». Secondo questa prospettiva, il lavoro – essenziale per la realizzazione del bene comune – diventa, per utilizzare le parole di Papa Leone XIV, «luogo di espressione, di relazioni, di contributo alla comunità», cioè uno spazio concreto in cui la persona matura, assume responsabilità e cresce nella libertà.

 

Il benessere integrale come criterio d’impresa

Da qui nasce il tema del benessere integrale. Se il lavoro tocca tutta la persona, il suo benessere non può essere ridotto alla sola dimensione materiale. Riguarda la sfera professionale, quella psicologica, relazionale, familiare, economica e spirituale, perché la vita non è fatta a compartimenti stagni e non si misura solo in termini di performance o rapidità. La sola occupazione non è sufficiente se il contesto logora la mente, impoverisce le relazioni e sottrae tempo alla famiglia.
Proprio da queste premesse nasce il progetto di ricerca avviato dal Centro Studi della Confederazione Nazionale Artigiani e Piccoli Imprenditori (Co.N.A.P.I. Nazionale). L’indagine guarda alle micro e piccole imprese, dove solitamente il benessere organizzativo, la salute mentale, la conciliazione vita-lavoro e il sostegno ai carichi familiari appaiono ancora lontani dalla vita quotidiana dell’impresa, mentre è proprio lì che la questione diventa decisiva. Nelle realtà in cui i margini sono ridotti, le risorse limitate e i ruoli si sovrappongono, il benessere del lavoratore non è un lusso, ma una condizione essenziale allo sviluppo integrale della persona.
Il senso della ricerca è quindi quello di trasformare percezioni, difficoltà, pratiche e bisogni quotidiani in elementi leggibili e comparabili, utili cioè a programmare politiche di welfare reali. Colpisce, ad esempio, che oltre il 70% delle imprese indichi nelle risorse economiche insufficienti e nella carenza di competenze i principali ostacoli all’attivazione di azioni strutturate di benessere e welfare. Ne deriva un messaggio chiaro: la cura dei lavoratori non è un costo da comprimere, ma una scelta organizzativa che incide sulla qualità del lavoro, sulla tenuta delle relazioni e sulla capacità di attrarre competenze, oltre che sulla sostenibilità nel medio e lungo tempo.
Dai primi dati emerge infatti un ampio consenso sul valore del welfare per la competitività aziendale: una parte significativa delle imprese coinvolte lo considera «essenziale», mentre la restante lo definisce «molto importante». Tra le priorità indicate emergono soprattutto la conciliazione vita-lavoro, la salute psicologica e la gestione dello stress. Tutto questo significa che, anche nelle realtà di minore dimensione, comincia a consolidarsi l’idea che il problema non sia solo produrre, ma farlo elevando la dignità umana del lavoro.

 

Misurare il welfare, interrogare l’intelligenza artificiale

Su queste basi è stato progettato il nuovo questionario del Centro Studi Co.N.A.P.I. Nazionale, rivolto a imprenditori, titolari, responsabili HR e figure organizzative delle micro, piccole e medie imprese. Non è un semplice aggiornamento, ma uno strumento pensato per misurare maturità organizzativa, pratiche di welfare e conciliazione, ostacoli incontrati, gestione dei rischi psicosociali, attenzione alla salute mentale e disponibilità verso modelli di innovazione, compresa quella digitale. In questo quadro è stata inserita una domanda esplicita sull’impatto dell’intelligenza artificiale riguardo al benessere integrale della persona: l’IA alleggerisce davvero il carico umano del lavoro o introduce nuove forme di pressione e controllo?
L’obiettivo è capire se i nuovi strumenti digitali stiano diventando alleati di un lavoro più umano oppure, al contrario, rischino di alimentare precarietà, sovraccarico e disorientamento. Una visione sociale d’impresa non può limitarsi perciò alla produzione di beni e servizi, ma deve interrogarsi su come il lavoro viene vissuto: se consente alle persone di crescere, di tenere insieme occupazione e vita, di guardare al futuro senza perdere la speranza e la volontà di sognare.

 

La sfida culturale del lavoro umano

La sfida, dunque, prima ancora che tecnologica, è culturale. Serve una cultura del lavoro il cui criterio non sia la massimizzazione del profitto, ma la custodia della persona e la capacità di realizzare il bene comune. Una cultura d’impresa in cui l’innovazione non riduca l’uomo a funzione, ma ne riconosca dignità, creatività, relazionalità e personalità. Solo dentro questa visione l’intelligenza artificiale potrà essere davvero una tecnologia al servizio dell’umano e non l’ennesimo dispositivo che ne assorbe il tempo e ne indebolisce la libertà.

 

Antonio Zizza

Direttore Scientifico – Centro Studi e Ricerche Co.N.A.P.I. Nazionale

Roma Capitale, una riforma guardando al futuro

Una capitale dalla vocazione universale

La città eterna ha una molteplice e straordinaria pluralità di valenze interconnesse: possiede un valore per l’umanità religiosa, ma è anche una delle principali capitali europee e un centro di riferimento per tutti i Paesi del bacino del Mediterraneo e, in un momento emergenziale come l’attuale, assume un ruolo fondamentale per realizzare una cooperazione autentica tra energie culturali, politiche e umane che può contribuire a realizzare un percorso di pace e di convivenza armonica e democratica.

Roma è anche sede di numerose strutture accademiche e di ricerca, come possiede un ricco tessuto di realtà produttive e tecnologiche di sicuro spessore. La “cittadinanza globale”, come si usa dire oggi, è composta da una comunità di “utenti”, anche solo temporalmente presenti sul territorio di Roma, che hanno diritto di ricevere servizi al livello di quelli erogati nelle altre capitali, in prospettiva di un’accoglienza responsabile. Si tratta, a nostro avviso, di due, possiamo dire, “missioni” che non sono affatto in competizione, ma sono realtà sinergiche che richiedono servizi funzionali, efficienti e fortemente coincidenti.

 

Autonomia e risorse per Roma Capitale

In particolare, risulta fondamentale come l’attuale assetto delle autonomie locali sul nostro territorio, rappresentato dalla Città metropolitana e dall’ente Roma Capitale, entrambe dotate di autonomia funzionale, dovrebbe essere maggiormente incentivato rispetto ai bisogni di una città di rilievo non solo nazionale, in quanto capitale, ma di valenza mondiale come Roma. Le funzioni e le risorse attribuite a queste strutture, ad esempio, dovrebbero consentire di riconoscere la specificità della città e del suo territorio metropolitano, per ribadire la sua centralità politica e la cifra universale che viene riconosciuta a Roma da un punto di vista artistico, religioso e culturale.

Si tratta di prendere atto della complessità di governo, ma anche amministrativa e strutturale, che consegue alla vocazione internazionale di Roma, che va oltre le soluzioni istituzionali; occorre una vera autonomia e a ciò si aggiunge che l’attuale modello di governo locale del nostro territorio, di per sé messo alla prova dalle nuove emergenze di mobilità, risulta indebolito dalla circostanza che le previsioni della legge n. 42 del 2009 in materia di federalismo fiscale, proprio per lo sviluppo di Roma Capitale, necessitano di un’ulteriore accelerazione per reperire le necessarie risorse finanziarie.

Serve quindi un cambio di prospettiva che sviluppi un progetto alternativo per poter attribuire alla città di Roma, mediante i suoi enti territoriali, i poteri e le funzioni legislative che consentano il vero esercizio di un’autonomia amministrativa, così da poter affrontare le grandi emergenze che risultano non risolte, così da progettare un’idea di città che sia coerente con la vocazione universale propria di Roma. Certamente la fonte giuridica indicata nella legge di attuazione dell’art. 114, comma 3, sembra andare in questa direzione, che si auspica da più parti anche considerando l’art. 24 della legge sul federalismo fiscale e, in questo senso, sul piano giuridico e specialmente tecnico-costituzionale, questo obiettivo di rilancio organizzativo dell’ordinamento per un futuro può offrire un utile spazio per l’adozione di un vero “progetto-Roma” per i prossimi anni.

Una calibrata riflessione ci porta verso una sollecitazione al riconoscimento di “Roma Capitale” attraverso una speciale autonomia che, del resto, appare presente nella Carta costituzionale nell’art. 116 e in conformità alla legge n. 42 del 2009 in materia di federalismo fiscale. Le attività inerenti a un vero rilancio della città devono superare le più delicate criticità per dare consistenza alla visione di una città moderna in grado di competere con le altre capitali europee.

 

Un “master plan” per governare lo sviluppo

Si potrebbe pensare a un “master plan” aggiornato ogni anno per poter indicare gli obiettivi, le risorse e i soggetti, verificando i progressi compiuti e individuando gli aggiustamenti necessari da compiere: sarebbe uno strumento utile per tutte le interlocuzioni istituzionali, razionalizzando le localizzazioni e le interazioni decisive con le grandi imprese pubbliche che hanno la loro sede a Roma, per consentire movimenti in ragionevoli certezze, superando l’aleatorietà indefinita nei tempi, come pure ciò varrebbe per le infrastrutture che escono da un periodo pandemico emergenziale, sovraccariche di rinnovate esigenze da parte dei cittadini, ovvero edifici scolastici, strutture universitarie e ospedaliere.

Proprio nel prossimo futuro, all’indomani di un periodo così critico vissuto dalla città durante l’emergenza Covid, occorre superare le carenze dei processi partecipativi miranti alla concertazione tra i diversi soggetti, come le parti sociali, sia utenti che attori delle azioni di incremento della risposta ai bisogni di sviluppo delle nuove opportunità.

 

Periferie, mobilità e qualità urbana

Proprio la fase post-pandemica può essere una grande occasione per interventi integrati per le periferie, nelle quali negli ultimi tempi si sono venuti configurando agglomerati legati a un pendolarismo verso il centro, con ulteriori aggravamenti del problema della mobilità. Per questo sarà decisiva l’adozione di un piano regolatore che rilanci la delocalizzazione delle strutture centrali e periferiche dello Stato e del Comune stesso, per liberare nuovi spazi verdi, in un’urbanizzazione integrata, includendo scuole, servizi e spazi di socializzazione.

Fondamentale ci sembra essere il rilancio, in questo periodo di ripresa delle attività formative, della vocazione internazionale di Roma, anche in prospettiva dell’imminente Giubileo, che può essere attrattiva per giovani studenti, ma anche per adulti provenienti da contesti sensibili alla cultura e al dialogo interculturale e, in questo senso, sarebbe utile la creazione di un ufficio per la promozione culturale di Roma nel mondo; le università statali o private e pontificie o internazionali che hanno sede a Roma vantano una tradizione consolidata e un patrimonio di conoscenze che potrebbero essere abbondantemente utilizzate perché vi affluiscono studiosi da tutto il mondo e tale patrimonio potrebbe essere foriero di un coinvolgimento efficace di tutto il contesto metropolitano.

 

Solidarietà, innovazione e coesione sociale

Queste occasioni di sviluppo possono rivelarsi reti di solidarietà e sviluppo verso le persone più isolate o fragili e, in ciò, efficace può rivelarsi anche il ruolo delle parrocchie, delle organizzazioni di volontariato, degli enti del Terzo settore. Un tessuto e un impegno collettivo che sono in larga misura condizionati dalla sostanziale carenza di politiche e di strutture di coordinamento e di promozione degli interventi, con la conseguenza di sostenere le azioni di solidarietà che la sensibilità e la cultura dei cittadini romani non hanno mai fatto venire meno.

Proprio per venire incontro a un ordinamento nuovo della capitale si potrebbe prendere in considerazione la costituzione di un centro studi sulla promozione sociale a Roma, riunificando e mettendo a confronto le esperienze di fondazioni, associazioni e stesse strutture amministrative che operano nella città, per arrivare a competenze mirate nello sviluppo urbanistico armonico, realizzando così una sinergia tra innovazione e sostenibilità, una sorta di “innovability”.

Roma ormai da tempo soffre il deterioramento dei parametri delle condizioni di benessere economico e della qualità delle relazioni sociali, con un invecchiamento progressivo della popolazione, la contrazione della capacità di acquisto dei redditi da lavoro e il disagio abitativo soprattutto delle periferie, e l’emergenza pandemica mette al centro delle priorità l’urgenza di immaginare e costruire una risposta strutturale alle criticità che si addensano in ogni segmento sociale.

 

Università e ricerca per il “progetto-Roma”

La città di Roma, quindi, come prospettiva di riforma dell’ordinamento, non potrà ignorare le competenze tecnico-scientifiche delle istituzioni universitarie e degli enti di ricerca per sviluppare una sinergia che faciliti la risposta ai cittadini e alle imprese per una più moderna e proficua gestione del territorio metropolitano e delle sue risorse. In ciò appare feconda l’iniziativa delle università romane di costituire un’associazione per sviluppare sinergie per la ricerca applicata, recentemente formatasi come AURORA (Alleanza tra le università romane per la ricerca applicata), che può offrire competenze specifiche alle istituzioni.

Lo sviluppo della moderna città metropolitana passa attraverso l’utilizzazione di quelle risorse che, prevedendo iniziative di sviluppo, favoriscano un futuro per Roma all’insegna della ricerca e della valorizzazione delle sue spesso celate risorse culturali e tecniche.

 

Prof. Giulio Alfano
Presidente Istituto “E. Mounier”

Calcio, Ronaldo apre all’addio: probabilmente è l’ultimo anno

Roma, 16 ago. (askanews) – Cristiano Ronaldo apre alla possibilità che la stagione in corso sia l’ultima della sua carriera da professionista. Il fuoriclasse portoghese dell’Al Nassr, in un’intervista a Vogue realizzata a margine delle nozze con Georgina Rodriguez, ha parlato per la prima volta con chiarezza del proprio futuro, indicando nel prossimo giugno il possibile momento dell’addio al calcio giocato.

“Probabilmente questo sarà il mio ultimo anno nel calcio e voglio lasciare un’eredità spettacolare”, ha dichiarato Ronaldo. Parole che segnano una svolta dopo mesi di indiscrezioni e che aprono l’ultimo capitolo di una carriera lunga 25 anni, vissuta ai massimi livelli e caratterizzata anche dalla storica rivalità con Lionel Messi.

Il portoghese ha già iniziato a immaginare la vita dopo il calcio. “Ho già tutto il mio futuro programmato”, ha spiegato, sottolineando la necessità di trovare nuovi interessi per colmare il vuoto lasciato dall’attività agonistica. Tra i suoi progetti ci sono più viaggi, il padel, una delle sue passioni, e soprattutto la possibilità di godersi maggiormente il tempo con la famiglia e quanto costruito durante la carriera.

Prima dell’addio, però, resta un ultimo grande traguardo: i 1000 gol in carriera. Ronaldo è a quota 976 reti ufficiali, a 24 dal prestigioso obiettivo. La nuova stagione con l’Al Nassr sarà dunque anche una corsa contro il tempo per raggiungere una cifra simbolica che renderebbe ancora più straordinario il suo bilancio.

Dopo un quarto di secolo di sacrifici, record e successi, il calcio si prepara così all’eventuale ultimo anno di uno dei più grandi protagonisti della sua storia.

Report, La Russa: la trasmissione non va eliminata ma va cambiata

Roma, 16 ago. (askanews) – “La trasmissione Report va cambiata, non eliminata. Non è possibile che le inchieste di Report solo per l’1,5% dei casi abbiano riguardato il partito di sinistra più grosso. Non mi interessa se al posto di un conduttore ne mettono un altro, ma va considerato il giornalismo d’inchiesta non come un modo per fare politica di attacco contro qualcuno ma per fare inchieste a 360 gradi”. Così il presidente del Senato, Ignazio La Russa, a Bar Italia, un tour ideato da Fratelli d’Italia che oggi fa tappa a Ragalna (Ct). “Poi non mi interessa chi conduce Report, se si attiene a queste regole per me va bene, potrebbe andare persino bene Ranucci”, ha sottolineato.

Pioggia a piazza del Campo, rinviato a lunedì il Palio di Siena

Roma, 16 ago. (askanews) – Il Palio di Siena è stato rinviato a causa delle avverse condizione meteo. La tradizionale kermesse è stata rimandata a domani a causa della pioggia che si è abbattuta in piazza del Campo. Anche il Palio dello scorso 2 luglio era stato rinviato al giorno dopo per pioggia. Complessivamente i Palii rinviati dall’Ottocento ad oggi sono stati 63, di cui 35 a luglio e 28 ad agosto. Normalmente la data in cui è stata rinviata la Carriera è il giorno seguente rispetto a quello previsto e quindi il 3 luglio e/o il 17 agosto, ma non mancano casi in cui i Palii furono rinviati di due ed anche più giorni. Da notare che negli anni 1800, 1806, 1842, 1851, 1869 e 2024 entrambi i Palii, di luglio e di agosto, furono rimandati.

Non sempre i Palii sono stati rimandati per condizioni atmosferiche avverse. Per esempio i Palii del 3 luglio 1800 e del 17 agosto 1800 non furono rinviati per pioggia. Il Palio del 3 luglio era preventivato per quel giorno, mentre quello del 17 agosto fu corso il 17 perché il 16 ci fu quello alla lunga. Nel 1842 il Palio del 3 luglio si svolse quel giorno perché festivo, mentre quello del 17 agosto fu effettivamente spostato al 17 per pioggia.

Nel 1851 avvenne il contrario: il Palio del 3 luglio dipese effettivamente dalla pioggia del 2, ma quello del 16 agosto venne posticipato di un giorno, ossia alla domenica, per favorire un maggior afflusso di forestieri. Curiosamente, nel 1842, con entrambi i Palii rinviati di un giorno, ci fu addirittura il cappotto del Bruco.

Anche i Palii del 1869 e quello di luglio del 1870 furono rinviati, ma non per impraticabilità della pista. Infatti entrambi i Palii di luglio vennero posticipati per farli cadere di domenica. Per quello dell’agosto 1870 pare che la causa fosse stato un temporale (fu corso di martedì). In ogni caso, il 2024, cosa mai accaduta, sarà ricordato per aver avuto entrambi i Palii rimandati per pioggia. Inoltre, con quello del luglio 2025, salgono a tre i Palii rimandati consecutivamente causa maltempo. Nel 2024, 2025, 2026, ossia per tre volte consecutive, il Palio del 2 luglio è stato rimandato almeno di un giorno.

Lunedì allerta gialla temporali in 13 regioni

Roma, 16 ago. (askanews) – Maltempo/*Maltempo, rovesci e temporali: domani allerta gialla in 13 regioni

Roma, 16 ago. (askanews) – Una perturbazione in transito sull’Europa centrale accentuerà fenomeni di instabilità su parte della dell’Italia, con rovesci e temporali anche intensi. Sulla base delle previsioni disponibili, il dipartimento della protezione civile d’intesa con le regioni coinvolte, alle quali spetta l’attivazione dei sistemi di protezione civile nei territori interessati, ha emesso un avviso di condizioni meteorologiche avverse.

I fenomeni meteo, impattando sulle diverse aree del Paese, potrebbero determinare delle criticità idrogeologiche e idrauliche che sono riportate, in una sintesi nazionale, nel bollettino nazionale di criticità e di allerta consultabile sul sito del Dipartimento (www.protezionecivile.gov.it).

L’avviso prevede dalla tarda mattinata di domani precipitazioni sparse a prevalente carattere di rovescio e temporale su Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto ed Emilia-Romagna, in estensione a Toscana, Umbria, Marche e Abruzzo. I fenomeni saranno accompagnati da rovesci di forte intensità, forti raffiche di vento, locali grandinate e frequente attività elettrica.

Sulla base dei fenomeni previsti è stata valutata per la giornata di domani allerta gialla per rischio meteo-idro in 13 regioni. Il quadro meteorologico e delle criticità previste sull’Italia è aggiornato quotidianamente in base alle nuove previsioni e all’evolversi dei fenomeni, ed è disponibile sul sito del dipartimento della protezione civile (www.protezionecivile.gov.it), insieme con le norme generali di comportamento da tenere in caso di maltempo.

Le informazioni sui livelli di allerta regionali, sulle criticità specifiche che potrebbero riguardare i singoli territori e sulle azioni di prevenzione adottate sono gestite dalle strutture territoriali di protezione civile, in contatto con le quali il dipartimento seguirà l’evolversi della situazione.

Come sta cambiando la presenza economica della Cina in Africa

Roma, 16 ago. (askanews) – Non più soltanto miniere africane da cui estrarre materie prime da spedire verso la Cina, ma impianti per trasformarle sul posto, porti collegati alle reti ferroviarie e stradali, sistemi logistici, software, intelligenza artificiale e infrastrutture digitali. Il rapporto economico tra Cina e Africa sta cambiando rapidamente e Pechino sembra adattarsi alla volontà di un numero crescente di governi africani di trattenere nel continente una parte maggiore del valore generato dalle proprie risorse naturali.

Per decenni il modello dominante è stato relativamente semplice: estrazione del minerale, trasporto verso un porto ed esportazione del prodotto grezzo. Oggi Paesi come Zimbabwe, Namibia, Mozambico, Ghana e Guinea stanno cercando di smantellare questo schema, imponendo restrizioni all’esportazione delle materie prime non lavorate e obbligando le compagnie minerarie straniere, comprese quelle cinesi, a investire nella trasformazione locale.

Il risultato è che le società di Pechino non si limitano più a estrarre litio, bauxite o grafite. Costruiscono stabilimenti per trasformare il litio dello Zimbabwe in solfato o carbonato, la bauxite della Guinea in allumina e la grafite del Mozambico in materiali destinati alle batterie.

‘La Cina considera sempre più l’Africa uno dei pochi grandi spazi rimasti in cui espansione industriale, urbanizzazione, sviluppo delle infrastrutture e crescita dei consumi possono ancora procedere contemporaneamente per decenni’, ha spiegato al South China Morning Post Carlos Lopes, professore alla Nelson Mandela School of Public Governance dell’Università di Città del Capo. In altre parole, l’Africa sta diventando agli occhi di Pechino qualcosa di più di un semplice fornitore periferico di materie prime: un possibile polo industriale e commerciale collocato tra blocchi economici sempre più frammentati.

La trasformazione è particolarmente evidente nello Zimbabwe. Prospect Lithium Zimbabwe, controllata dalla cinese Zhejiang Huayou Cobalt, ha iniziato ad aprile a esportare le prime partite di solfato di litio dal nuovo impianto da 400 milioni di dollari costruito a Goromonzi, vicino ad Harare. L’impianto ha una capacità annuale di 50.000 tonnellate e dovrebbe raggiungere la piena produzione il prossimo anno. Anche Sinomine Resource Group, nella miniera di Bikita, e Chengxin Lithium Group, a Sabi Star, hanno realizzato strutture per la lavorazione locale.

Harare punta però ancora più in alto. Il ministro delle Miniere Polite Kambamura ha indicato come obiettivo finale la produzione in Zimbabwe di batterie al litio e pannelli solari, mentre il governo prepara un divieto totale all’esportazione di alcuni prodotti non trasformati.

Una strategia simile è in corso in Guinea, tra i maggiori produttori mondiali di bauxite. Il governo ha cominciato a far rispettare con maggiore rigidità gli obblighi di raffinazione previsti dagli accordi minerari e sono in costruzione nuovi impianti per la produzione di allumina, compresi progetti della cinese Chalco e della State Power Investment Corporation.

‘Importiamo alluminio mentre produciamo la materia prima. Non è normale’, ha osservato il ministro delle Miniere guineano Bouna Sylla. Con la raffinazione locale Conakry punta non soltanto a trattenere una quota maggiore del valore industriale, ma anche a recuperare sottoprodotti come il gallio che vengono perduti quando la bauxite viene esportata allo stato grezzo. Il nodo decisivo resta però quello dell’energia: produrre alluminio richiede grandi quantità di elettricità a basso costo.

In Mozambico, Jinan Yuxiao Group ha investito 200 milioni di dollari attraverso la controllata DH Mining Development per costruire a Nipepe un impianto per la lavorazione della grafite con una capacità annuale di 200mila tonnellate. Anche la Namibia, grande produttore di uranio, sta cercando investimenti cinesi che consentano di ampliare la lavorazione e la valorizzazione locale del minerale, partendo da infrastrutture come la miniera di Husab gestita da China General Nuclear Power Group.

Per le società cinesi la scelta non è necessariamente penalizzante. Aly-Khan Satchu, analista geoeconomico dell’Africa subsahariana, la considera quasi inevitabile in una fase di crescente confronto economico tra Cina e Stati uniti: localizzare le attività industriali in Africa consente alle imprese cinesi di consolidare una presenza costruita in decenni e di inserirsi nella spinta dei governi africani verso la trasformazione locale.

Esiste anche una seconda logica. Stabilimenti collocati in Paesi africani possono teoricamente fungere da hub neutrali rispetto alle barriere commerciali occidentali. Ma, ha osservato Linda Calabrese, senior research fellow dell’ODI di Londra, questo spazio si sta restringendo man mano che Stati uniti ed Europa irrigidiscono le regole sull’origine dei prodotti e aumentano i controlli sugli impianti con una forte partecipazione cinese.

Per Pechino la scommessa più importante potrebbe quindi diventare quella sul mercato africano stesso. Con l’espansione dell’Area continentale africana di libero scambio, stabilire in Africa basi produttive destinate ai consumatori africani e agli altri mercati emergenti rappresenterebbe una strategia meno vulnerabile alle decisioni commerciali occidentali.

La nuova geografia industriale si sovrappone inoltre a una rete logistica che la Cina ha costruito nel continente negli ultimi quindici anni. Secondo uno studio dell’Africa Center for Strategic Studies, società cinesi gestiscono, finanziano o possiedono partecipazioni in circa un terzo dei porti africani. Pechino finanzia inoltre ferrovie, strade e infrastrutture logistiche collegate agli scali, creando corridoi che mettono in comunicazione i poli produttivi africani con grandi hub cinesi come Qingdao e Yantai.

Dall’avvio della Belt and Road Initiative nel 2013, secondo il centro di ricerca, la Cina avrebbe investito circa 50 miliardi di dollari nelle infrastrutture portuali africane. Il commercio tra Cina e Africa è intanto cresciuto di quasi il 18% nel 2025, secondo i dati doganali cinesi.

‘La sicurezza delle rotte commerciali marittime africane è essenziale per la strategia geopolitica globale della Cina’, ha spiegato Paul Nantulya, esperto di rapporti Cina-Africa dell’Africa Center for Strategic Studies. Il continente resta infatti fondamentale per l’accesso cinese a petrolio, gas, minerali e prodotti agricoli e si trova lungo alcune delle principali rotte mondiali, dal Golfo di Aden al Golfo di Guinea fino al Capo di Buona Speranza.

Ma il controllo della catena logistica cinese non si ferma più alle infrastrutture fisiche. Huawei e altre società offrono sistemi integrati per i porti che comprendono reti 5G, cancelli automatizzati, sensori, sistemi di guida autonoma, cybersicurezza, software logistici e applicazioni di Ia. Più di 30 Paesi africani utilizzano inoltre il sistema satellitare cinese BeiDou per la navigazione marittima, in alcuni casi accanto o in alternativa al Gps statunitense.

Queste tecnologie possono produrre una dipendenza più duratura rispetto alla semplice costruzione di un porto. I sistemi raccolgono inoltre grandi quantità di dati sul commercio e sulla logistica e favoriscono l’adozione di standard tecnici cinesi, aumentando le probabilità che anche gli appalti successivi vadano a imprese di Pechino.

Il caso più emblematico resta Gibuti. China Merchants Group possiede il 23,5% del porto multifunzionale di Doraleh, sullo strategico Bab el-Mandeb, vicino alla zona di libero scambio internazionale e alla base di supporto dell’Esercito popolare di liberazione. La Cina ha inoltre finanziato la ferrovia tra Gibuti e Addis Abeba, mentre la Marina cinese mantiene dal 2008 una task force antipirateria nel Golfo di Aden.

Per David Shinn, professore alla George Washington University ed esperto di relazioni Cina-Africa, molti di questi investimenti hanno una logica essenzialmente commerciale, ma contemporaneamente ‘offrono vantaggi strategici per la navigazione commerciale cinese e l’accesso della Marina dell’Esercito popolare di liberazione’.

La sfida per i governi africani è trasformare questa crescente presenza in uno strumento di industrializzazione anziché in una nuova forma di dipendenza. Lopes avverte che i divieti all’esportazione delle materie prime non lavorate possono migliorare la qualità degli investimenti costringendo le aziende straniere a impegni di lungo periodo, ma soltanto se i governi dispongono di istituzioni solide e di una strategia negoziale coerente. In caso contrario, le restrizioni rischiano di incentivare contrabbando, instabilità normativa e rendite per le élite.

Lo stesso vale per porti e infrastrutture digitali: i pacchetti cinesi risultano spesso difficili da eguagliare per i concorrenti occidentali perché combinano finanziamenti, costruzione, tecnologia e formazione, ma possono comportare indebitamento, scarsa trasparenza e una crescente influenza delle aziende che li gestiscono.

La partita tra Cina e Africa si sta quindi spostando dalla semplice estrazione delle risorse al controllo e alla distribuzione del valore che esse generano. Per Pechino significa costruire una rete che unisce miniere, industrie, ferrovie, porti, dati e mercati. Per i Paesi africani, la possibilità è quella di utilizzare gli investimenti cinesi per compiere finalmente il passaggio da esportatori di materie prime a produttori industriali. Ma proprio la profondità della presenza cinese rende decisivo chi riuscirà, nel lungo periodo, a dettare le condizioni di questa trasformazione.

Europei di nuoto, Curtis da record. Quadarella per la tripletta

Roma, 16 ago. (askanews) – Ancora Sara Curtis, ancora un record italiano. La diciannovenne cuneese si prende il primato nazionale dei 100 dorso in apertura della 4×100 mista, nuotando in 58″75 e cancellando il precedente limite di 58″92 stabilito da Margherita Panziera.

“Lo volevo, anche perché non ho potuto fare qui la gara individuale. Ho dimostrato che anche in questa gara posso andare forte. La finale? Spero di migliorarmi ancora”, ha commentato Curtis.

L’Italia ha conquistato il pass per la finale della 4×100 mista femminile con il miglior tempo delle batterie, 3’57″11, a poco più di un secondo dal record italiano di 3’55″79. Dopo Curtis, hanno completato il quartetto Lisa Angiolini, Anita Gastaldi ed Emma Virginia Meniucci. Le azzurre hanno preceduto di oltre un decimo la Germania.

Finale anche per la 4×100 mista maschile, che ha ottenuto il terzo tempo complessivo. Michele Lamberti, Nicolò Martinenghi, Michele Busa e Carlos D’Ambrosio hanno vinto la propria batteria e nel pomeriggio proveranno a conquistare una medaglia nella gara che chiuderà la rassegna continentale di Parigi.

Grande attesa anche per Simona Quadarella, qualificata alla finale dei 400 stile libero con il terzo tempo in 4’08″07. Dopo gli ori conquistati negli 800 e nei 1500 stile libero, la romana va a caccia della tripletta. Davanti a lei partiranno le tedesche Maya Werner, miglior tempo d’ingresso in 4’05″40, e Isabel Gose, seconda in 4’06″37.

Niente finale, invece, per gli azzurri impegnati nelle batterie dei 400 stile libero maschili.

Europei ginnastica ritmica, Raffaeli argento al cerchio

Roma, 16 ago. (askanews) – Prima medaglia per Sofia Raffaeli nelle finali di specialità nell’ultima giornata Mondiali di Francoforte. L’azzurra è argento al cerchio con 30.500 punti, appena due decimi di punto alle spalle dell’ucraina Onofriichuk, oro con 30.700. Terza la tedesca Varfolomeev, campionessa olimpica, con 30.400. A Raffaeli sfugge per appena 0.200 il bis mondiale al cerchio dopo l’oro conquistato nel 2025. Niente seconda medaglia di giornata, invece, per Raffaeli nella finale alla palla. L’azzurra ha chiuso quinta, alle spalle dell’altra italiana Tara Dragas, quarta vicinissima al bronzo, pagando alcune imprecisioni nell’esercizio, valutate dalla giuria come perdite dell’attrezzo, che hanno fatto scendere il punteggio. Resta comunque un grande Mondiale per Raffaeli, che torna da Francoforte con due medaglie: il bronzo nell’all-around e l’argento al cerchio.