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Venezia83, Clooney: viviamo in una “cachistocrazia”, ma ne usciremo

Venezia, 2 set. (askanews) – “Abbiamo attraversato altri periodi difficili, ma questo è uno di quelli. C’è una parola fantastica, cachistocrazia, che indica un paese governato dalle persone meno qualificate. Penso che forse al momento viviamo in una ‘cachistocrazia’, ma ne usciremo”. Così George Clooney rispondendo a una domanda sulla situazione in Usa alla conferenza stampa alla 83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

“A novembre ci saranno le elezioni, che dovrebbero garantire un sistema di controllo ed equilibrio, e poi nel 2028 assisteremo a un graduale ritorno alla normalità. E alcuni, sapete, pensano che la crudeltà sia la base, che essere crudeli e scortesi faccia parte del divertimento di tutti noi”, ha aggiunto.

“Il ministro della Difesa ha appena twittato una foto sulle donne delle forze armate canadesi. Ma che vi prende? Dove è il senso della decenza in tutto questo e mi vergogno di tutto ciò, ma ne usciremo e ne usciremo migliori”, ha concluso, citando un controverso post del segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth in cui denigrava le donne soldato canadesi.

Venezia, arriva George Clooney ed è subito delirio

Venezia, 2 set. (askanews) – Fotografi impazziti per George Clooney al suo arrivo alla darsena del Casinò per la conferenza stampa prima della serata inaugurale dell’83esima Mostra del cinema di Venezia in cui riceverà il Leone d’oro alla carriera.

Sorridente e con completo blu, occhiali da sole e camicia bianca, Clooney, un “veterano” della Mostra del cinema dove negli anni ha presentato tanti film, si è prestato ai flash e ha salutato fotografi e giornalisti ad attenderlo al pontile oltre a firmare autografi. “Hi, come stai?” detto scendendo dalla barca e salutando con un “buongiorno” fotografi e giornalisti. “Fa troppo caldo per voi per stare qua fuori”, ha aggiunto poi, concludendo con un “caldo” in perfetto italiano.

Tanti scatti anche per la presidente di giuria di questa edizione, Maggie Gyllenhaal, e per il direttore artistico Alberto Barbera.

Venezia, appostati da ore sul red carpet per i divi: “Dormiamo qui”

Venezia, 2 set. (askanews) – “Dormiamo qui a turno”, la scritta appesa davanti al red carpet della Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia che prende il via ufficialmente stasera con il film di apertura “Ink” di Danny Boyle.

Ragazzi con ombrellini, tende, cappellini per il sole e generi di sostentamento per assicurarsi il posto in prima fila e vedere da vicino i divi, in primis George Clooney superstar della cerimonia inaugurale dove riceverà il Leone d’oro alla carriera. Ma c’è chi aspetta molte altre star, da Penelope Cruz a Robert Pattinson.

Schlein: primarie? Basta parlare di noi, italiani hanno problemi concreti

Genova, 2 set. (askanews) – “Capisco che è un dibattito interessatissimo, la mia posizione su questo non è mai cambiata. Chiedo di smetterla di parlare di noi e di parlare dei problemi concreti degli italiani”. Così la segretaria del Pd Elly Schlein ha risposto, a margine di un incontro alla Festa dell’Unità di Genova, a chi le chiedeva di commentare la richiesta di chiarezza sulle primarie avanzata dal leader del M5s Giuseppe Conte.

“Noi lavoreremo al programma in queste settimane, come abbiamo detto tutti da tempo, affinato il programma comune della coalizione, con gli alleati decideremo su tutto il resto. Ma intanto suggerisco di smetterla di parlare di noi e di parlare di cose che agli italiani interessano di più. La sanità, il lavoro, la scuola, la politica industriale che manca – ha aggiunto – Genova ne sa qualcosa, e al contempo riuscire a concentrarci sulle proposte unitarie che abbiamo fatto. Perché sul programma non iniziamo da zero, ricordiamo le tante proposte unitarie fatte e firmate da tutte le opposizioni del campo progressivo, dal salario minimo al congedo paritario”.

“Noi andremo uniti alle prossime elezioni, abbiamo lavorato tanto, come abbiamo fatto con lo splendido lavoro qui a Genova della sindaca Silvia Salis e tutta la sua coalizione, per unire il campo progressista e per riuscire a battere queste destre alle prossime elezioni per fare il salario minimo, per salvare la sanità pubblica, per abbassare le bollette su cui Meloni in quattro anni non ha fatto nulla e anche per far ripartire l’economia del Paese”, ha detto Schlein.

Schlein: Calabresi candidato sindaco di Milano? È Presto

Genova, 1 set. (askanews) – “È presto. Stiamo seguendo e supportando il percorso del Pd di Milano, che si concentra sui temi. Non la stupirà se anche qui dico: prima il programma e poi i nomi”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein rispondendo, a margine di un incontro alla Festa dell’Unità di Genova, ad un giornalista che le ricordava che a Milano Mario Calabresi ha fatto un passo avanti verso la candidatura a sindaco alle prossime comunali.

Ranucci, Schlein: è ultimo governo a mettere bocca sulla Rai

quello che voleva. Voleva far sparire un programma ritenuto scomodo. Da lì anni di attacchi e querele a Ranucci e Report. Io dico una cosa: questo è l’ultimo governo che mette bocca sulla Rai perché con le altre opposizioni abbiamo proposto insieme una riforma che finalmente liberi la Rai dalla politica e dai partiti”. Così la segretaria del Pd Elly Schlein ha risposto, a margine di un incontro alla Festa dell’Unità di Genova, a chi le chiedeva se, in caso di vittoria delle elezioni, verrà reintegrato Sigfrido Ranucci alla guida della trasmissione Report.

Fra dieci anni un miliardo di robot: come si governa la transizione?

La profezia di Musk

Elon Musk ha portato al G20 una previsione che sarebbe imprudente liquidare come una delle sue abituali provocazioni. Fra dieci anni, ha detto, potrebbero esserci almeno un miliardo di robot umanoidi, ciascuno con una produttività cinque volte superiore a quella di un essere umano. L’intelligenza artificiale potrebbe accrescere l’economia mondiale del 20-30 per cento e, combinata con la robotica, moltiplicare enormemente la capacità produttiva.

Numeri discutibili, certamente. Ma la direzione di marcia lo è molto meno. E proprio qui emerge la contraddizione. Musk intravede una trasformazione capace di sconvolgere lavoro, produzione e distribuzione della ricchezza, ma continua a invocare meno regolamentazione, sostenendo che l’innovazione dovrebbe essere, per principio, libera salvo divieti specifici.

È singolare: si annuncia una rivoluzione industriale più rapida e profonda di tutte le precedenti e si pretende che la politica si limiti a non disturbarla.

 

Chi possiederà il lavoro delle macchine?

Supponiamo per un momento che Musk abbia ragione. Un miliardo di robot cinque volte più produttivi di un uomo rappresenterebbe, in termini puramente teorici, una capacità produttiva equivalente a quella di cinque miliardi di lavoratori. Ma quei robot avranno un proprietario. E il reddito che produrranno non verrà distribuito attraverso cinque miliardi di salari.

È questo il punto che il tecno-ottimismo tende a rimuovere. Non basta chiedersi quanto produrrà l’intelligenza artificiale. Bisogna chiedersi a chi apparterrà ciò che produrrà.

Bill Gates ha formulato il dilemma con maggiore lucidità: l’IA può diventare il più grande strumento di uguaglianza oppure una gigantesca fonte di ingiustizia. Per questo propone interventi pubblici e nuove forme di tassazione dell’automazione. Musk vede soprattutto la potenza dell’innovazione; Gates comincia a vedere il problema della sua distribuzione.

Il

cattolicesimo sociale e democratico ha molto da dire

Di fronte a questa trasformazione, il cattolicesimo sociale e democratico possiede un patrimonio di idee che sarebbe imperdonabile lasciare negli archivi. Da Leone XIII alla Laborem exercens, passando per il popolarismo sturziano e la cultura politica dei cattolici democratici, corre un filo preciso: il mercato non è un ordine naturale sottratto alla politica e la proprietà non è un diritto separabile dalla sua funzione sociale.

Giovanni Paolo II, nella Laborem exercens, indicava esplicitamente la comproprietà dei mezzi di lavoro, la partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili, l’azionariato del lavoro. Erano risposte maturate nella società industriale. Ma il principio diventa persino più attuale nella società dell’intelligenza artificiale: il capitale deve servire il lavoro e la persona, non trasformarli in variabili residuali.

Se una parte crescente del valore sarà prodotta da algoritmi e robot, la partecipazione non potrà più riguardare soltanto l’organizzazione dell’impresa. Dovrà investire la proprietà e la distribuzione del dividendo tecnologico. Partecipazione agli utili, azionariato dei lavoratori, fondi collettivi alimentati dalla produttività automatizzata, nuove forme di welfare e fiscalità: non abbiamo ancora la ricetta, ma possediamo un criterio.

La straordinaria crescita della produttività promessa dall’intelligenza artificiale non può tradursi in una straordinaria concentrazione della proprietà e del potere.

 

Il sindacato dopo il lavoro

Per anni si è pensato che la rivoluzione digitale avrebbe cancellato il sindacato insieme alla vecchia fabbrica. Potrebbe accadere il contrario. Se il lavoro umano diventa meno necessario alla produzione, diventa ancora più necessario rappresentare politicamente e socialmente chi rischia di non partecipare più alla distribuzione della ricchezza.

Il sindacato del futuro non potrà limitarsi a contrattare salario e orario. Dovrà contrattare tecnologia, algoritmi, produttività, partecipazione e proprietà.

È qui che il cattolicesimo sociale e democratico è chiamato nuovamente alla politica. Non basta testimoniare che la persona viene prima della macchina. Occorre tradurre quel principio in istituzioni, contratti, fiscalità e nuove forme di democrazia economica.

Un miliardo di robot non pone soltanto una questione tecnologica. Pone una questione di potere. Se le macchine lavoreranno al nostro posto, la politica dovrà decidere per chi lavoreranno.

Le virtù umane per un lavoro libero, creativo, produttivo e felice

Giorgio La Pira definiva il lavoro un atto creativo, necessario allo sviluppo, all’elevazione e al perfezionamento della persona, voluta ad imago Dei. Ciò significa che l’attività umana, pur nella sua funzione strumentale, non può essere confinata nei campi dell’agricoltore, fra le botteghe degli artigiani, nelle catene di montaggio di una fabbrica o tra le pareti di un ufficio. Il lavoro, quando è praticato con dignità e professionalità, accompagna la vita di una persona e ne favorisce una crescita che non è soltanto professionale, ma anche umana, relazionale e, se vogliamo, spirituale.

Eppure, anche per chi oggi riesce ad avere un’occupazione dignitosa, lo stress, la stanchezza psicofisica e il peso delle mansioni si fanno sempre più evidenti. Una ricerca Gallup del 2026, richiamando il mancato coinvolgimento dei lavoratori, rileva che il 40% degli intervistati ha sperimentato stress nella giornata precedente. Questo, insieme ad altri fattori, alimenta il rischio di burnout e, nella vita delle imprese, può tradursi in assenteismo, perdita di speranza e impoverimento dei territori. La persona rischia così di smarrire nel lavoro uno dei mezzi, forse il più importante, attraverso i quali elevarsi e perfezionarsi. Di conseguenza, si indeboliscono il contributo creativo all’opera umana e il legame con l’impresa, che appare sempre più distante.

Una ricerca sul benessere integrale nelle micro e piccole imprese italiane, promossa dal Centro Studi della CONAPI Nazionale e ancora in fase di raccolta dei dati, registra una crescente attenzione degli imprenditori per la conciliazione dei tempi di vita, la salute psicologica e la gestione dello stress. Tradurre questa consapevolezza in buone pratiche resta tuttavia difficile, soprattutto quando mancano tempo, risorse e competenze specifiche.

 

Il lavoro come atto umano

Occorre allora domandarsi se il disagio che attraversa il lavoro possa essere affrontato soltanto con misure organizzative, pur necessarie, o se richieda anche un diverso modo di “abitare” le responsabilità quotidiane. Contratti dignitosi, retribuzioni giuste, salute, sicurezza e ritmi sostenibili restano doveri dell’impresa e responsabilità delle istituzioni. Da soli, però, non bastano a dare qualità ai rapporti professionali, a custodire la lucidità quando cresce la tensione o a ricostruire quel senso di appartenenza senza il quale persino un’attività ben retribuita può diventare estranea a chi la svolge.

Se il lavoro è un atto umano, come insegna la Dottrina Sociale della Chiesa, oltre agli strumenti e alle garanzie conta la persona che lo compie, ovvero il modo in cui affronta le difficoltà, esercita la libertà, prende decisioni oppure supera un conflitto. Si colloca qui il volume di Andrew V. Abela, Super Habits. Il sistema universale per una società libera e felice, edito da Rubbettino nel 2026, del quale, insieme al professor Flavio Felice, abbiamo curato l’edizione italiana. Il libro riprende il concetto di «habitus» elaborato da Tommaso d’Aquino e lo riporta nell’esperienza contemporanea. Ordine, Giustizia, Autocontrollo, Coraggio e Perdono, solo per citarne alcune, non sono presentati come formule edificanti, ma come disposizioni che entrano nella vita ordinaria, nel modo di guidare un’azienda, di lavorare al suo interno, di collaborare o di rispondere a un errore. Coltivate nel tempo, queste virtù possono rendere piena la vita di chi lavora e più solide le comunità nelle quali il lavoro si svolge.

Le Super Habits non costituiscono un linguaggio o un dono riservato a pochi, ma sono il risultato di un esercizio costante, attraverso il quale ogni persona può maturare e ottenere benefici. Nel mondo del lavoro esse si manifestano nella parola data, in un gesto di gentilezza, nella disponibilità a collaborare, nella cura dell’altro, nella capacità di organizzare le proprie giornate, di non trasformare ogni dissenso in una contrapposizione personale e nell’impegno a imparare a perdonare, anche i nemici.

 

Virtù, benessere e produttività

Questo non significa che le Super Habits possano compensare le carenze di un’organizzazione. Nel mondo delle imprese, la qualità e la legalità dei contratti, l’equità delle retribuzioni, la tutela di luoghi sicuri e dignitosi, la garanzia del benessere integrale sono esigenze improrogabili. Una leadership responsabile, capace di esercitare l’Autocontrollo, il Perdono e l’Ordine, può però rafforzare la dimensione sociale dell’impresa: ne accresce l’efficacia, la rende più attrattiva e incoraggia i lavoratori a impegnarsi per il bene comune. D’altra parte, lavoratori che sappiano esercitare Gratitudine, Saggezza Pratica, Coraggio e Autodisciplina, per citare alcune delle virtù del sistema tomista riprese da Abela, sono più felici e, dunque, più produttivi.

A questo proposito, una ricerca del 2024 dell’Università di Oxford sottolinea il legame fra benessere e produttività. Un maggiore benessere si accompagna, in media, a una partecipazione più intensa, a una collaborazione più stabile e ad una produttività più efficiente. Non vuol dire trasformare la felicità in uno strumento per ottenere profitti, ma riconoscere che la condizione umana di chi lavora lascia un segno sulla qualità del lavoro e, nelle imprese, sulla capacità di produrre valore nel tempo.

Lo mostrano anche i risultati Gallup richiamati da Abela a proposito degli studenti della Busch School of Business della Catholic University of America. I laureati della scuola, che applicano il metodo selle Super Habits, sono molto richiesti dalle imprese e superano i loro coetanei nelle diverse dimensioni del benessere umano, sociale, personale e finanziario. Difatti, il loro coinvolgimento nel lavoro risulta quasi il doppio rispetto alla media americana. Sono dati molto importanti, poiché aiutano a comprendere come la preparazione professionale e la cura della persona non siano due percorsi estranei al mondo dell’impresa. Imparare buone abitudini, maturare un carattere più saldo e riconoscere il valore delle relazioni può accompagnare i giovani quando entrano nel mondo del lavoro e quando sono chiamati a scegliere quale tipo persone desiderano diventare.

 

Educare il carattere, umanizzare limpresa

Abela non offre soluzioni immediate né pretende di affrontare problemi economici, salariali, contrattuali e organizzativi soltanto con il linguaggio delle virtù. Invita, piuttosto, a non dimenticare che il lavoro è uno dei luoghi nei quali il carattere si forma. La produttività nasce dalla fiducia tra le persone, dell’esercizio delle virtù, dalla qualità dei rapporti umani (a cominciare da quelli con i colleghi) e dalla responsabilità con cui ciascuno vive il compito affidatogli.

Richiamando l’intuizione di Tommaso d’Aquino, la proposta di Abela dunque ci suggerisce di educare il carattere attraverso l’esercizio delle virtù. Le persone cambiano per mezzo di atti ripetuti nel tempo, scelti liberamente, fino a diventare migliori. È in questo senso che il concetto di habitus si inscrive nella persona e diventa il suo segno distintivo.

Applicare le virtù al lavoro significa riportare la produttività alla sua radice umana. Il valore di un’impresa non dipende soltanto dalle procedure, dalle tecnologie disponibili, dalla produzione di beni e servizi, dalla realizzazione del profitto o dai risultati ottenuti, ma dalla capacità di praticare le Super Habits, forgiando tanto il carattere di chi la guida quanto quello di chi vi presta la propria opera. È una questione di disposizioni quotidiane, che può maturare in un lavoro capace di produrre senza stressare la persona: soltanto così può realizzarsi quella concezione umana del lavoro alla quale si richiamava Giorgio La Pira.

 

Antonio Zizza

Direttore Scientifico Centro Studi e Ricerche CONAPI Nazionale

Una lettura filosofica dell’enciclica “Magnifica Humanitas”

Giustizia sociale nellera digitale

Tra i (…) principi della Dottrina sociale della Chiesa – che sono i principi cardine del personalismo filosofico e teologico (da Emmanuel Mounier a Jacques Maritain) e del pensiero sociale progressista (da Hannah Arendt  a Martha Nussbaum) – quello della “giustizia sociale” nel nostro tempo «deve confrontarsi anche con l’ambiente creato dalle tecnologie digitali (n. 80), per cui «la giustizia esige che si impedisca la nascita di nuove forme di esclusione e privazione di libertà: persone e popoli a cui è negato o ostacolato l’accesso alle tecnologie di base, comunità esposte a sorveglianza invasiva, gruppi sociali penalizzati da algoritmi opachi che riproducono pregiudizi e discriminazioni» (ivi).  Invece, «un ordine sociale giusto nel tempo del digitale è quello che garantisce a tutti un accesso equo alle opportunità, protegge i più piccoli e i più fragili, contrasta l’odio e la disinformazione, sottopone a controllo pubblico l’uso dei dati e delle tecnologie, così che il criterio non sia il solo profitto ma la dignità di ogni persona e il bene dei popoli» (ivi).

 

Lo sviluppo umano integrale alla prova dellIA

Tutto ciò è alla base del cosiddetto “sviluppo umano integrale”, indicato da Paolo VI nella Populorum progressio, (dove, riallacciandosi all’umanesimo integrale di Jacques Maritain, aveva additato l’umanesimo plenario) e riproposto da papa Francesco (nella Laudato si’ e nella Fratelli tutti), e oggi ribadito da papa Leone, il quale nella Magnifica umanità lo definisce come «l’orizzonte entro cui leggere le trasformazioni del nostro tempo, incluse quelle della rivoluzione digitale. Le innovazioni tecnologiche – compresa l’IA – non sono neutrali: possono accrescere partecipazione e giustizia, oppure ampliare disuguaglianze, controllo ed esclusione. Per questo vanno valutate con una domanda decisiva: contribuiscono davvero a far crescere persone e popoli in umanità e fraternità, nel rispetto della Casa comune e delle generazioni future?» (n. 85). Domanda decisiva, quanto impegnativa che mette ciascuno di fronte alle proprie responsabilità e alla necessità di procedere senza infingimenti compromissori e coperture retoriche. Pertanto, per misurare la validità dell’IA occorre chiedere se e quanto essa permetta di custodire la magnificenza dell’umanità, intesa come appartenenza alla specie umana e come valenza di comportamenti umani.

 

La magnifica umanità” come scelta

Eccoci così di fronte all’espressione posta a titolo dell’enciclica: Magnifica humanitas, una espressione che suona controcorrente in presenza di una umanità che, dal punto di vista della storia non meno che da quello della religione appare tutt’altro che magnifica: storicamente “violenta” e religiosamente “peccatrice”. Eppure, “magnifica” è l’umanità, intesa come “humanitas”, cioè condizione e capacità di essere umani; con ciò si fa riferimento tanto alla umanità come “specie umana” (l’insieme degli esseri umani), quanto alla umanità come “opzione umana” (le modalità di essere umani). Allora “magnifica” è l’umanità che sceglie di essere umana, di “restare umana”, di custodire questa possibilità e potenzialità nel contesto della creaturalità (preziosa e fragile) che la caratterizza. Ebbene, tutta l’enciclica va in questa direzione: il che giustifica l’intitolazione, che papa Leone precisa sia in apertura, sia a conclusione dell’enciclica dicendo che «questa magnifica umanità in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza» (n.1). e per «testimoniare la bellezza di una magnifica umanità abitata da Dio» (n. 245).

Economia civile, la via umana alle transizioni

Nel precedente contributo su queste pagine, Umanizzare la società: quale modello di sviluppo?, abbiamo posto una domanda: il modello con cui misuriamo e perseguiamo lo sviluppo è ancora capace di migliorare realmente la vita delle persone? La risposta non può limitarsi alla ricerca di nuovi strumenti. Occorre interrogare il paradigma che orienta le nostre scelte.

Una suggestione importante è arrivata dal recente Meeting di Rimini. Presentando il volume Corpi intermedi, società civile ed economia sociale. Per un governo delle transizioni, il presidente del CNEL Renato Brunetta ha parlato della necessità di una seconda cassetta degli attrezzi” per affrontare le trasformazioni economiche, tecnologiche, ambientali, demografiche e sociali che stiamo vivendo.

L’immagine è efficace perché non propone di buttare via la prima cassetta. Mercato, iniziativa individuale, competizione, produttività ed efficienza hanno contribuito allo sviluppo delle società moderne e continuano a essere necessari. Ma non sono sufficienti.

Le transizioni che abbiamo davanti non riguardano soltanto tecnologie e processi produttivi. Cambiano il lavoro, le relazioni, le comunità, la distribuzione delle opportunità e persino il modo in cui immaginiamo il futuro. Per governarle abbiamo bisogno anche di fiducia, reciprocità, cooperazione, responsabilità e partecipazione.

Non sono parole nuove.

Nel 1754 Antonio Genovesi inaugurò a Napoli la prima cattedra europea dedicata agli studi economici, ponendo le basi di quella economia civile che lega lo sviluppo alla fiducia, alla reciprocità e alla felicità pubblica. Una lezione italiana che, a distanza di quasi tre secoli, acquista una sorprendente attualità.

La questione, infatti, non è scegliere tra mercato e solidarietà, tra individuo e comunità, tra efficienza e umanità. È comprendere che queste dimensioni hanno bisogno l’una dell’altra.

Un’economia senza fiducia aumenta i costi della diffidenza. Un’innovazione senza responsabilità può generare nuove esclusioni. Una transizione ecologica senza partecipazione rischia di essere percepita come imposizione. Una sanità tecnologicamente avanzata senza relazione può diventare più efficiente senza necessariamente diventare più capace di cura.

È qui che entrano in gioco i corpi intermedi.

Associazioni, cooperative, organizzazioni del Terzo Settore, comunità locali, imprese sociali e reti civiche non sono semplicemente ciò che sta “in mezzo” tra cittadino e Stato. Sono luoghi nei quali le persone imparano a cooperare, costruiscono fiducia, assumono responsabilità e trasformano bisogni individuali in risposte collettive.

In una società segnata dalla solitudine e dalla sfiducia, potrebbero diventare una delle infrastrutture decisive del futuro.

Ma anche questo richiede un cambiamento culturale. La sussidiarietà non può significare semplicemente trasferire alla società civile ciò che le istituzioni non riescono più a fare. Deve diventare corresponsabilità: istituzioni, imprese, cittadini e comunità che concorrono, con ruoli differenti, alla costruzione del Bene Comune.

È forse questo il significato più profondo della seconda cassetta degli attrezzi.

Non aggiungere qualche correttivo sociale a un modello rimasto immutato, ma riconoscere che il valore nasce anche dalle relazioni e che la qualità di una società dipende dalla sua capacità di generare fiducia, cooperazione e partecipazione.

Se vogliamo umanizzare il modello di sviluppo, dobbiamo allora imparare a governare le transizioni non soltanto chiedendoci quanto saranno efficienti, ma che cosa produrranno nella vita delle persone.

Più autonomia o dipendenza? Più partecipazione o esclusione? Più fiducia o diffidenza? Più comunità o solitudine?

Perché una transizione può essere tecnologicamente riuscita ed economicamente conveniente e, nello stesso tempo, socialmente regressiva.

La seconda cassetta degli attrezzi serve precisamente a evitare questo rischio: ricordarci che non esiste sviluppo autentico se, mentre trasformiamo l’economia, perdiamo le persone e le relazioni che tengono insieme la società.

Per leggere il precedente articolo (citato all’inizio)

https://ildomaniditalia.eu/umanizzare-la-societa-quale-modello-di-sviluppo/

Kidman e Bullock, streghe-sorelle in “Amori & incantesimi 2”

Roma, 1 set. (askanews) – Sandra Bullock e Nicole Kidman tornano insieme sul grande schermo nel ruolo delle streghe Sally e Gillian Owens in “Amori & incantesimi 2”, nei cinema dal 10 settembre. Sono passati 28 anni dal successo del primo film, in cui le sorelle Owens affrontavano l’oscura maledizione che impediva alle donne della famiglia di vivere pienamente l’amore. Oggi la regista Susanne Bier riunisce tre generazioni di streghe che combattono insieme per poter scegliere il proprio destino.

Un film sulla sorellanza, dunque, e a questo proposito Bullock ha detto: “Credo che rappresenti un po’ la vita, una comunità che si unisce, che vede le cose nella stessa maniera. Adesso sicuramente siamo più coraggiose, dobbiamo farci sentire, stare insieme. Per un artista, per chi racconta storie, riunire le persone, le comunità, credo sia la cosa più importante”.

In questa nuova commedia le sorelle, molto diverse fra loro, lottano per un obiettivo comune, mentre subiscono il giudizio degli altri perché hanno deciso di vivere la vita a modo loro.

“Credo che l’invidia sia una cosa veramente tossica, perché poi ognuno di noi è unico, è nato per fare qualcosa di unico. – ha detto Sandra Bullock – La mia Sally ha paura di tutto, mentre lei interpreta una specie di farfalla, libera, ma che non ha mai provato veramente l’amore. La loro forza nasce dallo scambio”. Nicole Kidman ha invece sottolineato: “E’ interessante perché la mia Gillian dice: faccio quello che mi è permesso fare, posso avere comunque una vita bella, anche se non mi è concesso l’amore. E va bene così, perché mi concentro su quello che ho, non su quello che non ho. Anche se poi qualcosa arriva, quindi c’è sempre qualcosa di meraviglioso che può accadere”.

Legge elettorale, il ballottaggio della paura

Il problema, ormai, non è quale legge elettorale serva all’Italia, ma quale meccanismo possa consentire al centrodestra di vincere le prossime elezioni. Il cantiere aperto dalla maggioranza restituisce questa impressione: soglie che cambiano, preferenze prima escluse e poi recuperate, norme sui piccoli partiti introdotte e ora destinate a scomparire, ballottaggio accantonato e improvvisamente ripescato.

L’emendamento depositato da Marcello Pera rende ancora più evidente la contraddizione. Il senatore di Fratelli d’Italia propone che il premio scatti al primo turno con il 48 per cento; altrimenti, se le prime due coalizioni superano entrambe il 38, si va al ballottaggio. Senza apparentamenti. Forza Italia studia una soluzione analoga, mentre la Lega rimane contraria al doppio turno. Dunque la maggioranza che vuole assicurare stabilità al Paese non riesce, per ora, a trovare stabilità neppure sulla regola con cui vorrebbe farlo votare.

 

Un bipolarismo imposto

Il punto più discutibile è proprio il ballottaggio senza possibilità di nuovi apparentamenti. Non avrebbe la flessibilità delle elezioni comunali, dove tra primo e secondo turno possono formarsi nuove convergenze. Qui le coalizioni verrebbero congelate prima del voto e gli elettori, al secondo turno, costretti a scegliere dentro uno schema bipolare precostituito.

È un tentativo di imporre per legge quel bipolarismo di cui la realtà politica mostra invece tutti i segni di crisi. E dietro l’improvvisa resurrezione del doppio turno si intravede una preoccupazione assai concreta: arginare Vannacci, recuperandone almeno una parte dei voti al ballottaggio, e contemporaneamente devitalizzare sul nascere qualsiasi autonoma iniziativa di centro.

 

La riforma che cambia con i sondaggi

Il paradosso è evidente. Si proclama la necessità della governabilità, ma si modifica continuamente il congegno elettorale seguendo l’evoluzione dei rapporti di forza. Più che costruire una legge destinata a durare, si cerca la combinazione capace di neutralizzare i rischi del momento. Il centrodestra, anziché allargare il proprio spazio politico, sembra così accartocciarsi sulle proprie paure.

Resta per altro il giudizio fortemente negativo sull’impianto complessivo della riforma. Un premio di maggioranza sproporzionato può trasformare una maggioranza relativa di voti in una maggioranza parlamentare assai più larga. E l’indicazione preventiva del candidato presidente del Consiglio sulla scheda introduce surrettiziamente una sorta di premierato elettorale senza modificare la Costituzione, comprimendo politicamente la prerogativa che l’articolo 92 attribuisce al Presidente della Repubblica nella nomina del presidente del Consiglio.

Ora arriva il ballottaggio. Non per correggere questa torsione, ma per completarla. Quando una legge elettorale cambia forma inseguendo sondaggi, avversari e convenienze della coalizione di governo, il problema non è più soltanto tecnico. Diventa istituzionale.

Un centro nuovo, una cultura da restituire alla politica

L’appello di “Tempi Nuovi” ha il merito di porre una questione che da troppo tempo attraversa, senza trovare una risposta adeguata, la politica italiana: esiste ancora lo spazio per una presenza autonoma di centro, capace di sottrarsi alla logica della contrapposizione permanente tra destra e sinistra e di offrire al Paese una proposta politica seria, riformista ed europeista?

La risposta, a mio giudizio, è positiva. Ma occorre evitare un equivoco di fondo. Non si tratta di dar vita all’ennesimo partito, all’ennesima associazione o a un nuovo contenitore destinato ad aggiungersi a quelli già esistenti. Il problema non è moltiplicare le sigle, ma ricostruire uno spazio politico.

Uno spazio capace di mettere in relazione culture diverse che, pur provenendo da storie differenti, possono oggi riconoscersi in una comune responsabilità di governo: la cultura liberale, quella popolare, il cattolicesimo democratico, il riformismo, la tradizione repubblicana e tutte quelle esperienze che non si riconoscono nella radicalizzazione dei due poli.

È questa, probabilmente, la vera sfida dei “Tempi Nuovi”.

 

Il centro come scelta politica e cultura di governo

Il centro non può essere il luogo dell’equidistanza, né un moderatismo privo di identità. Non può essere la semplice somma di forze minoritarie e neppure il punto di raccolta di chi non trova collocazione altrove. Deve essere, invece, una scelta politica. Una cultura di governo.

Una proposta fondata sull’equilibrio tra libertà e giustizia sociale, crescita e coesione, responsabilità individuale e solidarietà, interesse nazionale ed europeismo.

In questo quadro, la tradizione cattolico-democratica e popolare ha ancora molto da offrire. A condizione, però, di non trasformarla in nostalgia.

Non abbiamo bisogno di restaurare esperienze del passato. La storia non si ripete e nessuna stagione politica può essere semplicemente ricostruita fuori dal proprio tempo.

Il compito è un altro: rendere nuovamente fecondi alcuni principi che hanno segnato le migliori pagine della storia repubblicana.

– La centralità della persona, innanzitutto.

– Il valore della famiglia e della natalità.

– La solidarietà tra le generazioni.

– La tutela delle fragilità.

– La sussidiarietà.

– La funzione delle comunità locali e dei corpi intermedi.

– La scuola e la sanità come strumenti fondamentali di uguaglianza.

La convinzione che lo sviluppo economico sia indispensabile, ma che la crescita abbia senso soltanto se produce anche progresso sociale.

È questo il contributo che una cultura cattolico-democratica moderna può portare all’interno di una più ampia area liberale, popolare e riformista.

Non per costruire un nuovo recinto identitario. Non per rivendicare quote di rappresentanza, ma per partecipare, con la propria storia e la propria sensibilità, alla costruzione di una casa politica più grande.

 

De Gasperi, un metodo per il presente

Il richiamo a De Gasperi assume, in questo senso, un significato particolarmente attuale.

Essere degasperiani oggi non significa immaginare il ritorno di formule politiche del passato.

Significa recuperare un metodo e una concezione alta della politica. La politica come responsabilità. La capacità di anteporre l’interesse generale a quello della propria parte. La mediazione intesa non come compromesso al ribasso, ma come ricerca di una sintesi più alta. La centralità del programma. La visione europea dell’interesse nazionale.

Proprio l’Europa può rappresentare uno dei grandi terreni di incontro tra le diverse culture che possono concorrere alla costruzione di questo nuovo centro.

In un mondo attraversato da guerre, instabilità geopolitica, competizione tecnologica e nuove forme di protezionismo economico, nessun Paese europeo può pensare di essere davvero sovrano se resta solo. Abbiamo bisogno di un’Europa più politica, più forte e più autorevole.

Un’Europa capace di dotarsi di una vera politica industriale, di una strategia energetica comune, di una maggiore autonomia tecnologica, di una politica estera e di sicurezza più credibile. Un’Europa che sappia difendere il proprio modello sociale senza rinunciare alla competitività e all’innovazione. Rafforzare l’Europa, in questa prospettiva, non significa indebolire l’Italia. Significa darle la possibilità di contare davvero.

 

Il presente non può continuare a mangiare il futuro

Ma la costruzione di un nuovo centro non può limitarsi alle grandi questioni internazionali.

C’è una grande emergenza nazionale che riguarda soprattutto le nuove generazioni.

Un giovane che oggi entra nel mondo del lavoro incontra spesso salari insufficienti, precarietà, difficoltà nell’accesso alla casa, un debito pubblico enorme e una mobilità sociale sempre più debole.

A questo si aggiunge una crisi demografica che non è più soltanto una questione statistica, ma una vera emergenza economica e sociale. Quando diciamo che “il presente si mangia il futuro”, tocchiamo forse il punto più profondo della crisi italiana.

Per questo il tema del debito, della produttività e della crescita non può essere considerato estraneo a una cultura sociale e popolare. Ridurre il debito significa non trasferire sulle generazioni future il costo delle nostre scelte.

Aumentare la produttività significa creare le condizioni per salari migliori, maggiori investimenti e servizi pubblici sostenibili. Sostenere l’impresa e l’innovazione significa difendere il lavoro di domani.

Ed è proprio qui che può nascere una sintesi nuova tra cultura liberale e cultura popolare. Da una parte il merito, la concorrenza, la responsabilità, l’efficienza dello Stato, la capacità di produrre ricchezza. Dall’altra la coesione sociale, la solidarietà, l’uguaglianza delle opportunità, la protezione delle fragilità e la dignità della persona.

Queste culture non devono annullarsi l’una nell’altra. Devono incontrarsi. La forza di una nuova area di centro potrebbe essere proprio questa: riuscire a comporre ciò che la politica contemporanea tende continuamente a separare.

 

Prima il programma, poi le alleanze

Ma per riuscirci occorre anche un metodo nuovo. Prima il programma, poi le alleanze. Prima le idee, poi gli organigrammi. Prima il progetto per il Paese, poi le candidature. La politica italiana degli ultimi anni ha spesso proceduto al contrario, costruendo coalizioni prima ancora di chiarire ciò che le univa.

Un nuovo centro dovrebbe avere il coraggio di partire da poche grandi priorità: crescita e produttività, sanità, scuola, natalità, lavoro, innovazione, pubblica amministrazione, sicurezza, riequilibrio territoriale ed Europa. E su ciascuna di esse dovrebbe presentare proposte concretamente realizzabili, sottraendosi tanto alla propaganda quanto alla promessa impossibile.

Occorre, inoltre, ricostruire un rapporto con la società. Una presenza popolare non può nascere soltanto nei vertici della politica. Deve coinvolgere associazioni, amministratori locali, professionisti, imprese, volontariato, università, scuola e mondo delle competenze. Deve tornare nei territori. Deve ascoltare prima di parlare.

Deve selezionare classe dirigente sulla base della capacità e dell’esperienza, non soltanto dell’appartenenza.

 

Una cultura politica viva, non un altro partito

Questa può essere la funzione della cultura cattolico-democratica dentro un nuovo centro: non custodire gelosamente la propria storia, ma metterla a disposizione di un progetto più ampio. Non abbiamo bisogno di costruire un altro partito cattolico.

Abbiamo bisogno che il cattolicesimo democratico torni ad essere una cultura politica viva, capace di dialogare alla pari con la tradizione liberale, con il riformismo e con tutte le esperienze che condividono una visione europea e una responsabilità di governo.

Il punto, dunque, non è aggiungere un altro partito al centro. È aggiungere al centro una cultura politica che oggi può renderlo più forte, più sociale e più vicino alla realtà del Paese. Questa, forse, è la sfida più interessante dell’appello di “Tempi Nuovi”: non guardare indietro, ma utilizzare il meglio delle nostre tradizioni per affrontare problemi completamente nuovi.

Ed è proprio qui che la lezione di De Gasperi conserva tutta la sua attualità. Essere fedeli a quella storia non significa ripeterla. Significa avere oggi lo stesso coraggio di allora: comprendere il proprio tempo, mettere insieme culture diverse e assumersi la respo

Patto della Mecca: un nuovo fronte sunnita

Un pericolo per lIran, forse. Una minaccia per Israele, senzaltro

Con la loro pressapochistica decisione di attaccare l’Iran, nella convinzione che il regime degli ayatollah sarebbe velocemente caduto, per implosione interna o per rivolta popolare esterna, Benjamin Netanyahu e Donald Trump non immaginavano certo (ormai sei mesi fa) che avrebbero favorito la nascita di un nuovo ordine regionale in Medio Oriente: diverso da quello ipotizzato con i vecchi Accordi di Abramo e incentrato su un’alleanza sunnita di inedita potenza, imperniata sul principio di sicurezza collettiva.

Significa che, qualora attaccati, Arabia Saudita, Pakistan e Turchia unirebbero gli sforzi e dunque le loro capacità militari per difendersi. Un po’ come garantisce l’art. 5 della NATO (Trump permettendo), della quale peraltro – particolare non secondario – la Turchia è membro di assoluta importanza.

 

La nuova sicurezza collettiva sunnita

Il “Patto della Mecca” (tecnicamente “Accordo di Difesa Congiunta”), così è chiamato l’accordo siglato agli inizi di agosto dai tre Paesi musulmani, assume un rilievo invero notevole, e non per una sola ragione. Sono infatti diversi i fattori che occorre osservare ed evidenziare.

Innanzitutto – e ciò è stato rilevato da tutti i commentatori internazionali – la forza e la complementarità delle risorse messe in campo: la potenza energetica e finanziaria di Riad; la potenza nucleare e demografica di Islamabad; la potenza militare di Ankara (secondo esercito della NATO, non lo si dimentichi). Ciò vuol dire – e la cosa evidentemente non è affatto secondaria – che la storica garanzia americana di protezione e controllo nella regione non è più ritenuta certa e, soprattutto, efficace con matematica certezza. Come del resto la guerra in corso sta dimostrando.

In secondo luogo, la vicinanza geografica di queste nazioni all’Iran: la Turchia a nord-ovest e il Pakistan a sud-est hanno frontiere comuni con la nazione sciita, mentre l’Arabia ne è separata da una porzione di mare relativamente piccola. Dunque l’Iran è sostanzialmente accerchiato. E siccome la natura del patto è, come detto, difensiva, da ora in avanti i pasdaran dovranno pensarci bene prima di inviare nuovi missili contro gli impianti petroliferi arabi, come invece hanno fatto in questi mesi.

Questa osservazione ne produce conseguentemente un’altra. Nessuno di questi Paesi vuole – allo stato – combattere l’Iran, né favorirne un regime change. Ma di ciò a Teheran non possono avere certezza. Né alcuno potrebbe impedire ai tre alleati sunniti di cambiare idea, se le circostanze lo richiedessero. Quindi il regime è sotto pressione, anche se non può ammetterlo. Una pressione che fa il gioco degli Stati Uniti, desiderosi di chiudere una guerra che non sta affatto andando come sperato (da alcuni, perché i vertici militari avevano avvisato Trump e Hegseth che sarebbe stato un azzardo): in tale contesto è evidente che pure l’Iran necessita di chiudere il conflitto, anche se desidererebbe prolungarlo sino a dopo le elezioni di medio termine americane, immaginando che a quel punto Trump sarà stato indebolito e quindi dovrà arrangiarsi nel trovare una soluzione qualsiasi pur di finire questa avventura.

 

DallIran allIndo-Pacifico: la variabile Pakistan

Come anticipato, però, la portata geopolitica del Patto della Mecca supera il solo ambito geografico mediorientale.

Il Pakistan è in difficili relazioni con l’India, come i periodici scontri di confine testimoniano da anni, per motivi territoriali e religiosi. Ed è invece in buoni rapporti con la Cina, che per parte sua non ha particolari problemi con Turchia e Arabia, pur non essendo loro alleata. Ciò significa (lo ha notato con la usuale perspicacia George Friedman, fondatore e direttore di Geopolitical Futures) che questa nuova alleanza non è ostile a Pechino, ma è disturbante per Nuova Delhi, potenza in ascesa – non solo demografica – decisiva nell’Indo-Pacifico proprio per controllare la politica assertiva di Xi Jinping in un’area oceanica presidiata dalla VII Flotta USA. India con la quale Washington negli ultimi anni ha allacciato rapporti come mai in passato, favoriti dalla politica più filo-occidentale – con tutte le riserve del caso – di Narendra Modi: dal QUAD (Quadrilateral Security Dialogue) con Giappone, Australia e Stati Uniti, alla Supply Chain Resilience Initiative con Giappone e Australia, all’Asia-Africa Growth Corridor col Giappone, all’Indo-Pacific Oceans Initiative.

Quindi ora Trump – che è già riuscito a irritare Modi con la questione dei dazi (si ricorderà che, per tutta risposta, giusto un anno fa il leader indiano partecipò di persona al vertice di Tianjin dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, senza però presenziare alla successiva parata che a Pechino celebrò l’ottantesimo anniversario della vittoria sul Giappone nella Seconda guerra mondiale) – si trova a dover gestire una situazione nella quale, da un lato, può ricavare un vantaggio (più pressione sull’Iran), ma dall’altro rischia di indebolire quello che dovrebbe divenire il suo maggior alleato nell’Indo-Pacifico in funzione anticinese.

 

La Turchia di Erdogan tra NATO, Russia e autonomia strategica

Un altro problema lo pone la Turchia: membro NATO, tendente a interpretare l’alleanza con una certa elasticità, ne è però l’elemento più attrezzato militarmente (a parte gli USA, ovviamente). Presidia un quadrante regionale assai delicato, ma mostra da diverso tempo – con la guida del “sultano” Recep Tayyip Erdogan – di ritenerlo limitativo e conseguentemente ha allargato il suo raggio d’azione al Mediterraneo centrale (Libia) e finanche al Caucaso, qui approfittando del calo di interesse (o di capacità interdittiva?) della Russia. E inoltre, controllando lo Stretto dei Dardanelli (sbocco di entrata/uscita dal Mar Nero, tra i pochi stretti marini per i quali è richiesto il pagamento per i diritti di transito, come definito dalla Convenzione di Montreux del 1936), si è ritagliata un ruolo strategico nel conflitto russo-ucraino, per il quale si è proposta più volte (senza successo, però) per il ruolo di mediatrice.

Con la Russia i rapporti sono complicati, ma non completamente negativi, e anche questo dato contribuisce a fare di Ankara un attore rilevante, luogo di passaggio/contatto fra il sistema europeo e l’intricata ragnatela mediorientale. Un alleato importante per Washington, ancorché molto propenso a esercitare il ruolo con elevati livelli di autonomia.

 

Israele davanti a un nuovo equilibrio regionale

Un amico che, però, con questa nuova alleanza sunnita radicalizza ulteriormente la sua ostilità nei confronti di Israele, i cui unici veri e decisivi alleati restano gli Stati Uniti. Creando così un gran problema per la Casa Bianca.

Un puzzle difficile da risolvere, dunque. Ma con una certezza: il ruolo sempre più centrale assunto dalla Turchia e l’inevitabile preoccupazione e irritazione israeliana. Con tutti i rischi conseguenti.

Islanda, il referendum dice no all’Europa. Ma non chiude la porta

Un no che non cancella la prospettiva europea

Concordo con Kristún Frostadóttir, la premier islandese, rispetto all’esito del referendum sulla ripresa dei negoziati per l’adesione dell’isola all’Unione europea: il 52,8% dei votanti ha detto no, è vero, ma il 47,2% si è espresso per il sì. Ovviamente, almeno fino alla conclusione dell’attuale legislatura, nel 2028, negoziati non vi saranno. Ma, ad esempio, nelle due circoscrizioni di Reykjavík, la capitale, dove vive più di un terzo della popolazione, è prevalso il sì.

Già, i votanti: si sono recati alle urne 225.031 islandesi, pari all’82,5% degli aventi diritto. L’appartenenza al Vecchio continente, dunque, per paradossale che possa apparire, in quelle lontane terre di ghiaccio e di fuoco è assai sentita, anche grazie a una leadership molto al femminile (oltre alla premier, vi è la presidente, per dirne una).

I contrari all’adesione temono per i vincoli che l’Unione europea potrebbe imporre, in particolare, sulla pesca. E i giovani, già avvezzi a spostarsi e a studiare altrove, tra i Paesi scandinavi, il resto d’Europa e il Nord-America, immaginano di poter incidere di più sulle scelte globali in un contesto ampio come quello europeo, a maggior ragione al cospetto dell’attuale inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, che ostenta le proprie mire espansionistiche verso il Canada e la Groenlandia (non dimentichiamo che l’Islanda è bagnata a Nord dal Mar di Groenlandia).

 

LEuropa dei cerchi concentrici

Del resto, anche le dichiarazioni del portavoce della Commissione di Bruxelles lasciano presagire una sorta di Europa a cerchi concentrici: l’Unione, certo, e, quasi a essa confederate, altre realtà, quali il Regno Unito, l’Ucraina, la Repubblica islandese, appunto, e così via. Con la possibilità di passare dall’area più coesa a quella più lontana e viceversa.

Insomma: quel 47% e oltre di sì può rappresentare un promemoria per il prossimo decennio.

Come non ricordare, qui, il filosofo e politologo Biagio de Giovanni, il quale da un lato notava come non vi sia un solo demos europeo, bensì tanti, dall’altro coglieva proprio in tale tensione tra unità e molteplicità la cifra, innanzitutto filosofica e culturale, del nostro continente e, per estensione, dello stesso Occidente?

 

I due volti dellEuropa

Infine, una considerazione un tantino curiosa.

Pur trattandosi di una terra e di un popolo da noi piuttosto lontani, non solo geograficamente, in fondo questo referendum evidenzia i due volti che verso Bruxelles mostrano un po’ tutti i cittadini europei: timori per “la borsa” (gli interessi economici nazionali), desiderio di partecipare a una realtà più ariosa e incisiva.

Il diacono, la diaconessa e Febe: la lezione di Mastrofini

Il 4 dicembre 2025 la Santa Sede ha reso pubblica la sintesi della seconda Commissione di studio sul diaconato femminile, presieduta dal cardinale Giuseppe Petrocchi. La conclusione è stata netta ma non definitiva: allo stato attuale della ricerca storica e teologica, non ci sono le condizioni per procedere verso l’ammissione delle donne al diaconato inteso come grado del sacramento dell’Ordine. La stessa Commissione, tuttavia, ha precisato che questa valutazione, per quanto forte, non consente oggi di formulare un giudizio definitivo.

È dentro questa discussione, ancora aperta, che arriva in libreria il volume di Fabrizio Mastrofini, giornalista e vaticanista da decenni attento alle vicende della Chiesa: Il diaconato tra storia, esperienze e prospettive. Un ruolo per le donne (Città Nuova, 2026, 152 pagine).

Non è un libro che nasce soltanto dalla cronaca di un documento vaticano. È un libro che prova a risalire alla domanda originaria: che cosa è stato, nella storia della Chiesa, il ministero delle diaconesse? E soprattutto: che cosa significa oggi parlare di ministero, servizio e corresponsabilità nella Chiesa?

 

Una storia più lunga della cronaca

Il pregio maggiore del lavoro di Mastrofini sta nel metodo.

Non parte da una tesi da difendere, ma da una domanda da ricostruire. Per farlo torna alle fonti antiche, attraversa la tradizione patristica e liturgica e arriva fino alle commissioni teologiche e al dibattito contemporaneo.

È una scelta importante perché impedisce di trasformare una questione complessa in uno slogan.

La storia, infatti, non offre una risposta semplice. La Commissione Teologica Internazionale, nel documento Il diaconato: evoluzione e prospettive, pubblicato nel 2003, riconosce esplicitamente che «è veramente esistito un ministero di diaconesse», sviluppatosi però in maniera differente nelle diverse aree della Chiesa antica. Lo stesso documento avverte che quel ministero non può essere automaticamente identificato con il diaconato maschile.

È proprio questa complessità a rendere interessante il libro.

Tra le figure richiamate emerge anche Olimpia di Costantinopoli, tradizionalmente ricordata come diaconessa e legata alla vicenda di san Giovanni Crisostomo. Il canone 15 del Concilio di Calcedonia del 451 costituisce inoltre una delle testimonianze più significative della presenza delle diaconesse nella Chiesa antica e dell’uso del termine cheirotonia, legato all’imposizione delle mani. Ma anche qui la storia non autorizza scorciatoie: il significato preciso di quell’atto e il suo rapporto con l’ordinazione maschile rimangono oggetto di discussione.

 

Febe e il peso delle parole

Al centro della riflessione c’è poi una figura che da sola basta a spiegare perché il tema non possa essere liquidato con una battuta: Febe.

Paolo, nella Lettera ai Romani, la presenta come «diaconessa della Chiesa di Cencre» nella traduzione CEI del 1974. La CEI del 2008 sceglie invece una formulazione diversa: «che è al servizio della Chiesa di Cencre».

Non è una differenza secondaria. Le traduzioni bibliche non sono mai soltanto un esercizio linguistico. Possono rendere più evidente o più sfumato un significato, soprattutto quando una parola porta con sé una lunga storia teologica.

Il caso di Febe mostra dunque quanto sia delicato passare dalla parola diakonos alla categoria moderna di “diacono” o “diaconessa”. Non basta trovare una parola uguale per ricostruire automaticamente un’identità ministeriale identica.

Ed è proprio qui che il libro di Mastrofini offre uno dei suoi contributi più interessanti: costringe il lettore a distinguere ciò che le fonti realmente dicono da ciò che noi vorremmo che dicessero.

 

Il coraggio della domanda, non della risposta

È probabilmente questo il tratto che distingue maggiormente il libro da un pamphlet militante.

La Commissione Petrocchi stessa mostra quanto la questione sia tutt’altro che pacificata. Nella sintesi pubblicata dalla Santa Sede vengono riportate le diverse posizioni e anche le votazioni interne. Su una delle formulazioni decisive, relativa all’opportunità di non istituire il diaconato femminile come terzo grado dell’Ordine sacro, il voto fu sostanzialmente diviso; su un’altra formulazione, relativa alla possibilità di procedere verso l’ammissione delle donne al diaconato come grado dell’Ordine, prevalsero invece nettamente i contrari. La formulazione finale ottenne 7 placet, 1 non placet e nessun voto bianco.

Ancora più significativo è il fatto che la stessa sintesi riconosca l’esistenza di due orientamenti teologici profondamente differenti.

Da una parte c’è chi insiste sul carattere del diaconato come ministero ad ministerium, e non ad sacerdotium, ritenendo quindi possibile distinguere il primo grado dell’Ordine dagli altri.

Dall’altra c’è chi insiste sull’unità del sacramento dell’Ordine e sul significato della mascolinità di Cristo e di coloro che ricevono l’Ordine.

La Commissione ha dunque registrato una tensione reale, non una semplice contrapposizione politica tra “progressisti” e “conservatori”.

Ed è qui che Mastrofini compie, a mio avviso, un’operazione giornalisticamente preziosa: non sostituisce il discernimento del lettore con il proprio.

Lo informa. Gli consegna le fonti. Gli mostra le contraddizioni. E gli lascia la responsabilità della domanda.

È una forma di servizio alla diakonia del pensiero, prima ancora che al tema del diaconato.

 

Il punto più interessante è forse quello che resta aperto

Se c’è un punto sul quale il libro merita una lettura critica, e non soltanto elogiativa, è nel passaggio dalla ricostruzione storica alla proposta per il futuro.

Dopo un lungo lavoro sulle fonti, il tema più radicale emerge quando si comincia a mettere in discussione una concezione della ministerialità rigidamente costruita sulla distinzione di genere e si richiama, tra gli altri riferimenti, Galati 3,28: «non c’è più Giudeo né Greco, non c’è schiavo né libero, non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù».

È probabilmente il passaggio più promettente del dibattito, ma anche quello che richiede il maggior approfondimento teologico.

Perché Galati 3,28 parla certamente della comune dignità battesimale e dell’unità in Cristo; ma stabilire quale conseguenza debba derivarne per la struttura sacramentale e ministeriale della Chiesa è un passaggio ulteriore, che non può essere risolto con una semplice equivalenza.

La storia può dirci che cosa è accaduto. La Scrittura può aprire domande. La teologia può interpretare.

Ma nessuno di questi piani, preso isolatamente, può sostituire il discernimento ecclesiale.

 

Una domanda che riguarda tutta la Chiesa

C’è però un’altra ragione per cui questo libro merita attenzione.

La questione del diaconato femminile rischia facilmente di essere ridotta a una disputa sul potere: chi può accedere a un determinato ruolo, chi può indossare una determinata veste, chi può ricevere una determinata forma di riconoscimento.

Ma il cristianesimo dovrebbe partire da un’altra parola: servizio.

La stessa sintesi della Commissione Petrocchi, accanto alla discussione sull’ordinazione, insiste sulla necessità di ampliare gli spazi di partecipazione delle donne nella vita della Chiesa e di valorizzare la «diakonia battesimale».

Questa potrebbe essere la vera domanda del nostro tempo. Non soltanto: le donne possono diventare diaconesse?

Ma: quale forma deve assumere oggi il servizio nella Chiesa? È una domanda molto più ampia.

E riguarda anche i quasi 4.800 diaconi permanenti presenti oggi in Italia, una realtà ormai capillare nelle diocesi italiane e che rappresenta una componente concreta della vita pastorale del Paese.

Perché il rischio, altrimenti, è discutere per anni sull’accesso a un ministero senza interrogarsi abbastanza sul ministero stesso.

 

Febe non è una bandiera

È forse questo il punto nel quale il libro di Mastrofini lascia al lettore la provocazione più interessante.

Febe non dovrebbe diventare una bandiera da sventolare né da una parte né dall’altra.

Non può essere utilizzata per dimostrare automaticamente che il diaconato femminile contemporaneo sia già scritto nel Nuovo Testamento.

Ma non può nemmeno essere cancellata dalla storia semplicemente perché la sua presenza complica una ricostruzione troppo lineare della tradizione.

Febe obbliga la Chiesa a fare una cosa che non sempre è facile: ricordare prima di giudicare.

E forse è proprio questa la lezione più profonda che arriva dal libro di Mastrofini.

La storia non ci consegna una risposta pronta. Ci consegna una responsabilità.

 

Un libro che serve

Il diaconato tra storia, esperienze e prospettive è, dunque, un libro necessario soprattutto perché arriva su una questione che continua a interrogare la Chiesa e lo fa senza trasformare la complessità in propaganda.

La sua forza sta nella ricostruzione storica, nella capacità di mettere in dialogo fonti diverse e nel coraggio di mostrare un dibattito teologico ancora non pacificato.

Il suo limite, semmai, è lo stesso della questione che affronta: quando la storia arriva al presente, non basta più conoscere ciò che è stato. Occorre decidere che cosa si vuole essere.

E qui il problema del diaconato femminile diventa improvvisamente più grande del diaconato femminile.

Diventa una domanda sulla Chiesa. Sul modo in cui riconosce i carismi. Sul rapporto tra autorità e servizio.

Sul significato della corresponsabilità battesimale. E, in definitiva, sul significato stesso della parola diakonia.

Forse la lezione di Febe non è che la Chiesa debba finalmente decidere se una donna può servire.

È che una donna stava già servendo la Chiesa quando la Chiesa era ancora giovane.

La domanda che resta, allora, non è soltanto quale ministero riconoscere alle donne.

È se siamo ancora capaci di riconoscere un ministero quando prende la forma del servizio, prima ancora di dargli un nome.

Lo sviluppo non è una cosa ma la crescita della persona

Nell’affastellarsi degli eventi, sembra che il futuro dell’umanità sia nelle armi, nella finanza e nella tecnica e che esso debba fatalmente concentrarsi nelle mani di pochi e del loro potere. Ma già negli anni Cinquanta del Novecento Giorgio Ceriani Sebregondi introduce una dimensione diversa: lo sviluppo è sviluppo della gente, della società, di tutti. Per farlo, batte territori di frontiera, si incammina per sentieri alternativi, incontra persone dotate di iniziativa nuova e apre egli stesso vedute alternative.

Gli incontri che trasformano sono, nel corso una vita, quasi tutto. E tanti sono quelli di Sebregondi con persone e idee diverse: dal comunitarismo di Adriano Olivetti al personalismo di Emmanuel Mounier al meridionalismo di Pasquale Saraceno. Tre di essi, di diversa importanza, illuminano la sua capacità di tenere insieme economia, istituzioni, società in modo nuovo.

Il primo è con Roberto Ago, giurista pavese (di Vigevano), futuro giudice della Corte internazionale di giustizia dell’Aia, relatore nel 1939 della sua tesi di laurea in diritto internazionale all’Università Statale di Milano. Non molto di più si può dire sul loro rapporto. Ma vale osservare che Ago fonda nel 1944 a Roma la Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (SIOI). E che la SIOI e la Svimez (cioè la Società, poi Associazione, per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno, 1946) – nella quale Sebregondi vivrà il suo momento d’oro – hanno dinanzi a sé un medesimo orizzonte: quello della cultura della nuova cooperazione internazionale postbellica (Bretton Woods, ONU etc.)

Il secondo è con Felice Balbo, il filosofo torinese, animatore della casa editrice Einaudi, e futuro manager dell’IRI. I due si conoscono alla FIAT nel 1939. Si ritrovano nel 1940 nel reggimento degli alpini sciatori, di cui Balbo è istruttore. Nel 1941 Sebregondi è destinato al fronte greco-albanese. In Albania riporta quattro ferite, tagliato in due da una raffica di mitragliatrice che non lesiona gli organi vitali. Si salva fingendosi morto e nascondendosi sotto i cadaveri. Inizia il frangente delle convalescenze e delle licenze, nel quale ritrova Balbo, convalescente anch’egli a causa del tifo. È il periodo dei dialoghi e delle meditazioni nelle corsie degli ospedali militari. La fede è al centro delle conversazioni. A poco a poco si svolge un processo di integrazione tra i loro pensieri. I due diventano inseparabili: quando, dopo la guerra, a casa Sebregondi squilla il telefono, all’altro capo c’è spesso Balbo. E quando, nel 1949, Balbo incontra Mounier a Roma essi si incontrano a casa Sebregondi. Da Balbo Sebregondi apprende l’idea della società come “ente storico”. Da Sebregondi Balbo deriva la centralità dello sviluppo: il suo Idee per una filosofia dello sviluppo umano uscirà nel 1961.

Il terzo è con il padre domenicano Louis-Joseph Lebret, sindacalista dei pescatori della sua Bretagna, fondatore nel 1941 di Économie et humanisme, profeta dello sviluppo umano in giro per il mondo (tanto da diventare suggeritore di papa Montini e della sua Populorum Progressio), autore di opere che cambiano la coscienza della decolonizzazione e del “terzo mondo” (il conio è di Alfred Sauvy). Da Lebret viene l’idea della triade autocoscienza-autoprogrammazione-autopropulsione.

Chi è Sebregondi, questa ascosa e preziosa sorgente per quanti meditano sullo sviluppo?

Nato a Roma nel 1916, figlio di Luigi, dirigente del ministero dei trasporti e di Augusta Arnaboldi, Giorgio Sebregondi cresce in campagna nel comasco nella settecentesca villa nella quale la famiglia, dopo la crisi del 1929, si è ritirata. Frequenta il liceo-ginnasio a Como. Si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza all’Università Statale di Milano, dove si laurea nel 1939. Dal 1936 è orfano del padre. Nel 1939 è alla FIAT, a Torino, dove conosce Balbo e la cerchia della Einaudi, dove quest’ultimo lavora dal 1941. È in Albania, poi di nuovo in ospedale a Torino. Nel 1942 passa alla Cauvin, attiva nella importazione di fertilizzanti, e si trasferisce a Genova. È richiamato alle armi. Nel 1943 il suo battaglione è comandato in Corsica. Va incontro al secondo, anch’esso scampato, incontro con la morte: nella traversata un siluro colpisce la nave che trasporta il suo battaglione. Fa naufragio ma si salva di nuovo grazie al passaggio di un battello postale. In quell’anno perde la madre e, nella campagna di Russia, il fratello Filiberto. Si rafforza, nella terribile prova, la fede. Prende corpo un ideale di vita: come dono ricevuto più volte e, per questo, da non sprecare mai. È il suo credo.

Il 26 luglio 1943 lo Stato maggiore lo trasferisce a Roma al Ministero dell’Agricoltura, dove si occupa del reperimento dei vagoni di derrate bloccati dai bombardamenti alleati e del collegamento con gli uffici alimentari delle città meridionali. Il trasferimento a Roma, di lì a poco “città aperta”, segna un nuovo inizio. Dopo l’8 settembre rifiuta di aderire alla Repubblica di Salò e ripara nella clandestinità. Entra in contatto con gli ambienti della Resistenza. Si avvicina dapprima al Partito d’Azione poi, definitivamente, al movimento dei cattolici comunisti di Adriano Ossicini e di Franco Rodano, che è dotato di una attiva organizzazione politica e militare. Uno tra i più giovani e coraggiosi di loro, Romualdo Chiesa, catturato e torturato, muore nell’eccidio della Fosse Ardeatine. Dal novembre 1943 al marzo 1944, grazie ai buoni uffici di Balbo, regge la direzione amministrativa della sede romana della casa editrice Einaudi, in via Adda: non lontano da via Nizza, dall’appartamento del comandante Giuseppe Cordero di Montezemolo, né da via Reno, dove vive Sergio Paronetto.

Nell’aprile del 1944 viene inviato a Milano, dove svolge una intensa attività nella Resistenza. Nello stesso anno sposa Fulvia Dubini (che sarà anche traduttrice delle opere di Lebret) con cui avrà cinque figli: Uberta (1945), Paolo (1947), Maria (1949), Stefano (1952), Filiberto (1954). Viene delegato al CLN lombardo e nel Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia conosce Lucia Corti, che lo introduce ai fratelli Angelo e Pasquale Saraceno, ai quali è legato l’ultimo suo decennio di vita.

Lavora all’IRI, negli uffici di Milano, con Pasquale Saraceno tra il 1946 e il 1947, poi a Genova all’Ansaldo tra il 1947 e il 1948, come segretario di Angelo Saraceno, che dell’azienda è diventato direttore generale. Il nuovo anno, il 1949, è pieno di incognite. La disoccupazione prima, giacché i vertici dell’azienda si dimettono e lui con loro. La scomunica poi. Il 1° luglio la Congregazione del Santo Uffizio pubblica un decreto che dichiara illecita l’iscrizione al Partito comunista, nel quale molti cattolici comunisti sono confluiti: chi ne professa la dottrina è apostata della fede ed è scomunicato.

Nel 1951 Felice Balbo, Sandro Fe’ D’Ostiani, Mario Motta, Ubaldo Scassellati – che firmerà l’Introduzione all’edizione, postuma, dei suoi scritti: G. Ceriani Sebregondi, Sullo sviluppo della società italiana, Torino, 1965 – e Giorgio Sebregondi escono dal PCI. Il 2 aprile 1952 L’Osservatore Romano pubblica una dichiarazione di obbedienza alla Chiesa. Si chiude una dolorosa vicenda.

Intanto Sebregondi ha ritrovato la sua via. Nel 1949 è assunto alla Svimez, nata nel 1946 con il ministro dell’Industria Rodolfo Morandi, ma essenzialmente espressione della migliore cultura IRI (quella di Beneduce e Menichella), tanto che Francesco Giordani ne è presidente e Pasquale Saraceno segretario generale. Vi si respira la cultura del nuovo meridionalismo, aperto alle idee del New Deal di Roosevelt e della Teoria generale di Keynes, ma anche alla fiorente letteratura sullo sviluppo.

Alla Svimez attende ai primi piani regionali di sviluppo, a partire da quello della Basilicata, dove centrale è l’esperienza di Matera. C’è poi la politica nazionale: dalla Cassa per il Mezzogiorno (1950) allo Schema Vanoni (1955), alla cui ideazione nelle stanze Svimez collabora fin dalla prime battute.

Soprattutto alla Svimez Sebregondi dà corpo e vita a una Sezione sociologica, in un’età – si badi – in cui la sociologia non esiste come disciplina accademica, almeno in Italia. L’idea di fondo è il primato del sociale: dove va lo sviluppo senza adeguate impalcature nei contesti e nei soggetti che devono sorreggerlo? In quella Sezione lavorerà dal 1955, assunto da Sebregondi, il giovane Giuseppe De Rita che, uscito dalla Svimez di Saraceno dopo la morte del suo mentore, fonderà il Censis.

Di che cosa si occupa la Sezione sociologica? Dello studio dell’intera attrezzatura civile e sociale di una comunità; della sua capacità di elaborare mezzi e fini del cambiamento economico, che solo economico non è mai; degli effetti (culturali, psicologici, sociali) delle trasformazioni indotte dall’industria medianteindagini sul campo, anche nei centri agricoli più piccoli. Sono gli anni in cui l’Italia agricola si trasforma, mantenendo però uno “scheletro contadino” (Giuseppe De Rita). Prende forma l’idea diuna politica sociale, per sospingere chi già opera sul campo (associazioni, enti di assistenza, imprese, istituzioni, servizi sociali, sindacati, scuola) a promuovere essi stessi, dal basso, le trasformazioni necessarie, a diventare essi stessi soggetti attivi dello sviluppo. È un approccio basale, integrale, trasversale che precorre i tempi. Molte e plurali sono le vie dello sviluppo.

Organizza a Milano, nel 1954, il grande convegno di studio sulle aree arretrate patrocinato dal Centro nazionale di difesa e prevenzione sociale di Adolfo Beria d’Argentine, al quale partecipano decine di economisti e scienziati sociali da Kaldor a Sauvy. Nello stesso anno è a San Paolo del Brasile con padre Lebret per Économie et humanisme. È spesso all’estero: in Grecia per conto dell’Agenzia europea per la produttività dell’OECE(oggi OCSE); in Iran per una missione ltalconsult-Ministero degli Affari Esteri; in Somalia per un piano di sviluppo per l’Amministrazione fiduciaria italiana e l’ONU.

«Lo sviluppo – scrive in Iran – è anzitutto sviluppo delle capacità della gente», dei suoi orizzonti di giustizia e libertà. Il suo approccio è da accostare a quello dei pionieri dell’etica dello sviluppo, da Gunnar Myrdal a Amartya Sen: cfr. G. Farese, Lo sviluppo come integrazione. Giorgio Ceriani Sebregondi e l’ingresso dell’Italia nella cultura internazionale dello sviluppo, Soveria Mannelli, 2017. L’orizzonte altrui e proprio non può essere oscurato dallo sviluppo. Anzi: lo sviluppo non è tale, se oscura quell’orizzonte vitale. Occorre apprendere a essere, poi a fare. Lo sviluppo non è divertirsi, informarsi, lavorare allo stesso modo. É incontro, partecipazione, scoperta del nuovo e dell’altro.

Triplice il lascito. Primo, il contenuto dello sviluppo. Sviluppo è innalzamento di tutte le componenti di una società, non solo della sua economia. Parafrasando la celebre formula di Lincoln sul government, è sviluppo della gente, dalla gente, per la gente. L’America, del resto, è ben presente nella sua biblioteca, mediata dalla cultura francese, dagli scritti americani di Maritain a quelli dell’amato Tocqueville. Di qui l’enfasi sulle associazioni, sulle istituzioni, sulla partecipazione. Senza un cambiamento di fondo nell’atteggiamento dei cittadini verso lo Stato non vi è sviluppo.

Secondo, il metodo dello sviluppo, che è anzitutto quello dell’autocoscienza (o autoinchiesta), partendo dal basso, da ciò che c’è, from the grassroots, dai fili d’erba di Rocco Scotellaro (e la mia Patria è dove l’erba trema). Autocoscienza, autoprogrammazione e autopropulsione si fanno sempre più larghi e non escludono altri livelli. Autonomia non è chiusura. È capacità di compartecipare al fenomeno dello sviluppo. La crescita di nuovi Paesi capaci di iniziativa economica e decisione politica impone – pena gravi squilibri e acute tensioni – una continua crescita della comunità internazionale e della sua coscienza, con la formazione di istituzioni e interessi, anche economici, nuovi.

Terzo, lo spirito dello sviluppo: «Se le cose degli uomini avessero un andamento puramente meccanico, determinato e incluso nelle condizioni materiali di partenza – scrive – ci troveremmo di fronte a un circolo vizioso, a un processo irreversibile di involuzione sociale. Ma nell’intelligenza e nella volontà degli uomini risiede sempre la possibilità di superare le condizioni materiali di partenza e rompere i circoli viziosi. Indubbiamente ciò esige uno sforzo iniziale senza contropartita, un impegno che va oltre la chiarezza e la certezza dei risultati conseguibili. Occorrono quegli atti, comportamenti e atteggiamenti che, con Thomas Mann, potremmo chiamare investimenti di fede e di entusiasmo».

È un convinto sostenitore dell’integrazione europea. In una delle sue ultime lettere – inviata a Giuseppe De Rita – si definisce: «cittadino europeo ed ex resistente». È tra i negoziatori dei Trattati di Roma e, prima di morire, riceve la proposta di un incarico permanente come Chef de Bureau alla Planification Régionalealla Direzione generale per lo sviluppo della Commissione europea.

L’ultimo breve viaggio in Somalia, nell’aprile del 1958, gli è fatale. A giugno si ammala. Ha contratto, forse, la poliomielite ed è costretto in un polmone d’acciaio. Non vi è una diagnosi certa. È l’ultima, durissima prova. Muore a Roma, a poco più di quarant’anni, il 24 giugno del 1958, dopo soli tre giorni di malattia. Il rito funebre è officiato da padre Camillo de Piaz e padre David Maria Turoldo, i due frati serviti che erano stati centrali nell’esperienza milanese di Sebregondi durante la Resistenza.

Aveva scritto: «Brillano in cielo le stelle, e nel buio che le circonda è la loro bellezza. Così è la vita: bella per la morte che l’avvolge e pervade». Sullo stipite del Sacro Speco di San Benedetto a Subiaco si legge qualcosa di simile: che le stelle non brillano, se non nella notte oscura.

Governo, Schlein: Giorgia Meloni festeggia, l’Italia no

Roma, 31 ago. (askanews) – “Quello che resta dopo quattro anni di governo Meloni è l’aumento incontrollato del costo della vita, come certificano anche oggi i dati del Sole 24 Ore, e l’ossessione della presidente del Consiglio per come restare aggrappata al potere”. È quanto dichiara in una nota la segretaria del Pd, Elly Schlein, che aggiunge: “Mentre le famiglie italiane pagano di tasca propria l’incompetenza di questo governo, con i carburanti alle stelle, i generi alimentari che costano quasi il 30 per cento in più rispetto a cinque anni fa e le bollette più care d’Europa, Giorgia Meloni pensa soltanto a cambiare la legge elettorale e a preparare la sua festa a Bari”.

“La preoccupazione principale di Palazzo Chigi in queste settimane è preparare l’autocelebrazione, quella degli italiani è pagare il pieno all’automobile e la spesa. Meloni festeggia, l’Italia no”, conclude Schlein.

Tajani: bene la proroga allo stop a Schengen con la Spagna

Roma, 31 ago. (askanews) – “Bene la scelta del governo di prorogare per altri 15 giorni i controlli alle frontiere aeree e marittime con la Spagna, in attesa che si creino realmente le condizioni per la ripresa della piena e libera circolazione”. Lo ha scritto oggi su X il ministro degli Esteri Antonio Tajani. “La decisione, in applicazione delle stesse regole di Schengen, è provvisoria e motivata dalla necessità di garantire la sicurezza delle frontiere italiane ed europee, e impedire qualsiasi infiltrazione, a cominciare da quella jihadista”, ha spiegato Tajani.

“L’Italia continuerà a lavorare con tutti i Paesi dell’Unione europea, in spirito di collaborazione anche con la Spagna, avendo come obiettivo quello di contrastare l’immigrazione illegale e favorire, invece, flussi migratori controllati e regolari”, ha concluso il ministro.

Tennis, Djokovic: "Tutto il mio corpo inizia a cedere"

Roma, 31 ago. (askanews) – “Penso fosse evidente che in campo ho provato una sensazione terribile. È qualcosa che mi porto dietro, purtroppo, praticamente in ogni partita di quest’anno: vomito, nausea, un problema davvero serio. E poi tutto il mio corpo inizia a cedere, fondamentalmente, con crampi e dolore”. Così Nole Djokovic dopo il match perso al primo turno degli Us Open contro l’argentino Mariano Navone. “Sì, alla fine la schiena ha ceduto del tutto – ha proseguito – così come la spalla, e non sono riuscito a chiudere la partita. Ero sopra di un break nel quarto set, ma ho faticato per tutto il tempo, fin dal quarto game del match. I miei problemi? Sto cercando di capire, vedremo. Ho solo faticato per tutto il tempo, fin dal quarto game del match. Per quanto riguarda l’incontro in sé e la sensazione generale sul mio corpo e sul mio gioco, non è stato affatto piacevole. Ho praticamente detestato ogni singolo momento trascorso in campo”.

L. elettorale, Conte: vogliono riforma per restare imbullonati al potere

Roma, 31 ago. (askanews) – “È qui la festa? Sono troppo impegnati con i preparativi della loro festa a Bari e a costruirsi una legge elettorale per rimanere imbullonati al potere. Oltre al record di longevità ne vantano un altro: il governo che più a lungo ha ignorato i problemi degli italiani”. Lo ha scritto sui suoi canali social il leader del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte.

“Aumenti sul carburante – ha aggiunto l’ex premier – di 356 euro in un anno a famiglia, aumento a 130 euro di una spesa alimentare che fino a 5 anni fa si faceva con 100 (Sole 24 Ore), rincari su gas, luce, materiali scolastici, trasporti. E loro cosa hanno fatto? Semplicemente nulla. Hanno detto no per anni a tutte le nostre proposte, dalle tasse sugli extraprofitti di colossi energetici, banche e industria militare alla revisione degli impegni sul Riarmo per mettere le risorse su contrasto del carovita, interventi su stipendi e tasse. Loro festeggiano, gli italiani no”, ha concluso Conte.

Governo proroga sospensione Schengen con Spagna per 15 giorni

Roma, 31 ago. (askanews) – “È in corso di notifica la nota con cui il Governo sta comunicando alla UE la proroga, per ulteriori 15 giorni, dei controlli alle frontiere aree e marittime con la Spagna”. Lo comunica il Ministero dell’Interno.

“La decisione – si legge in una nota – è stata assunta, in linea con l’analisi effettuata dal Comitato analisi immigrazione e sicurezza delle frontiere, in ragione del permanere degli elementi di valutazione che erano stati alla base della loro reintroduzione lo scorso 1° agosto, ma al contempo anche tenendo conto delle iniziative già avviate dalla Spagna, insieme all’Unione Europea, affinché in quell’area la situazione possa avviarsi a una prossima normalizzazione. Le valutazioni alla base del provvedimento di proroga sono state comunicate dal Ministro dell’interno, Matteo Piantedosi, al suo omologo spagnolo, Fernando Grande-Marlaska, nel corso di un costruttivo confronto telefonico”.

Sparatoria al rave in Svizzera dove è stata uccisa un’italiana, caccia ai responsabili

Roma, 31 ago. (askanews) – La polizia è ancora a caccia dell’autore o degli autori dell’attacco avvenuto nella notte tra sabato e domenica durante un rave ad Aarau, nel canton Argovia, dove una giovane italiana di 22 anni, Maria Spinelli, è stata uccisa e altre cinque persone sono rimaste ferite. A oltre 24 ore dalla sparatoria, gli investigatori non hanno ancora identificato chi abbia aperto il fuoco né chiarito il movente, secondo quanto ha riportato stamani la radio svizzera Srf.

Le ricerche sono state estese a tutta la Svizzera e coinvolgono, oltre alla polizia cantonale argoviese, Fedpol, il Servizio delle attività informative della Confederazione e altre forze di polizia cantonali. Alle operazioni collaborano anche le autorità tedesche nell’ambito della cooperazione transfrontaliera.

Le indagini hanno intanto permesso di accertare che sono state utilizzate almeno due armi. Sul terreno sono stati recuperati bossoli di calibro 9 millimetri e 5,45×39 millimetri. La presenza di due diversi tipi di munizioni non consente tuttavia di concludere che vi fossero necessariamente due tiratori: secondo la polizia, anche una sola persona potrebbe avere utilizzato entrambe le armi.

Gli spari sono inoltre avvenuti in due diversi punti della zona dello Schachen, dove si trova l’ippodromo che ospitava il rave. Uno dei punti è all’interno o nelle immediate vicinanze dell’area della manifestazione, l’altro nei pressi di una zona utilizzata da comunità itineranti. Gli investigatori non hanno ancora stabilito quale dei due episodi sia avvenuto per primo.

La polizia sta cercando di chiarire anche il ruolo di uno o più veicoli che potrebbero essere stati utilizzati per la fuga. Non sono state invece confermate le testimonianze secondo cui ad agire sarebbero stati due uomini armati, né è stato accertato che qualcuno abbia sparato da un’automobile.

Le sei persone raggiunte dai colpi sembrano essere state vittime casuali. Non sono infatti emersi collegamenti tra loro e, al momento, nessuna delle ipotesi sul movente viene considerata prevalente. Gli investigatori mantengono aperte le piste del terrorismo, di un attacco indiscriminato e di un’azione legata alla criminalità, come un regolamento di conti.

La 22enne deceduta è originaria dell’Abruzzo. Secondo i media svizzeri, proveniva da Atri, si era trasferita da poco in Svizzera e viveva a Oftringen, nei pressi di Aarau, dove lavorava nella ristorazione.

La Farnesina ha riferito che altri due cittadini italiani sono rimasti leggermente feriti e hanno già potuto lasciare l’ospedale. La polizia svizzera ha successivamente indicato i cinque feriti come una cittadina tedesca e quattro uomini svizzeri, senza chiarire la discrepanza con le informazioni fornite dalle autorità italiane. Nessuno dei cinque risulta comunque in pericolo di vita.

La sparatoria è avvenuta poco dopo le 2.30 di domenica, quando il rave era ormai in fase di conclusione e nella zona sarebbero rimaste circa cento persone. Più di cento partecipanti sono stati ascoltati dalla polizia, che sta inoltre passando al vaglio fotografie e video realizzati durante la manifestazione e nelle ore immediatamente successive.

Al momento non sono stati annunciati arresti e non risultano rivendicazioni dell’attacco.

E’ salito a 903 morti il bilancio dell’alluvione in Nepal

Roma, 31 ago. (askanews) – E’ salito a 903 morti il bilancio provvisorio della catastrofica alluvione che ha colpito il Nepal dopo il collasso di un ghiacciaio himalayano al confine con il Tibet cinese. Lo ha riferito l’Agenzia nazionale per la riduzione e la gestione dei rischi, Ndrrma.

Alle 9 di oggi ora locale (5.15 in Italia), erano stati recuperati 903 corpi: 272 nel distretto di Chitwan, 207 a Nawalparasi Est, 151 a Nawalparasi Ovest, 95 a Nuwakot, 62 a Gorkha, 55 a Dhading, 37 a Tanahun e 24 a Rasuwa.

Il precedente bilancio era di 781 vittime. Dei 267 feriti finora segnalati, 156 sono già stati dimessi dagli ospedali.

Oltre 4.200 persone risultano ancora disperse, tra cui 933 lavoratori impegnati in progetti idroelettrici e 592 cittadini stranieri.

Alle operazioni di ricerca, soccorso e messa in sicurezza partecipano più di 20.800 membri delle forze di sicurezza, tra polizia ed esercito.

La catastrofe è iniziata il 26 agosto, quando il collasso di un ghiacciaio himalayano lungo il confine tra Nepal e Tibet cinese ha provocato una valanga di ghiaccio e rocce, dando origine a una devastante piena sul versante nepalese.

Sul lato cinese, una colata di fango nella zona del valico di frontiera di Gyirong ha provocato almeno 16 morti e 546 dispersi.

Tornano gli attacchi in Iran dopo mesi di tregua

Roma, 31 ago. (askanews) – Stati uniti e Iran sono tornati a colpirsi direttamente per la prima volta dopo settimane di sostanziale pausa militare, con uno scambio che nelle ultime ore si è esteso dalla Giordania agli Emirati arabi uniti. Washington ha attaccato domenica due lanciarazzi iraniani sull’isola di Larak, nello Stretto di Hormuz; Teheran ha risposto prima con missili verso la Giordania e poi, nelle prime ore di oggi, con droni contro la base aerea di Al Minhad negli Emirati.

Secondo il Comando centrale americano, Centcom, i due sistemi colpiti a Larak appartenevano ai Guardiani della rivoluzione ed erano in preparazione per disperdere mine nelle acque dello Stretto di Hormuz. Il portavoce del Centcom, capitano Tim Hawkins, ha affermato che le forze iraniane erano state osservate mentre si preparavano a lanciare razzi equipaggiati con mine nelle acque circostanti.

L’agenzia iraniana Tasnim ha riferito che l’attacco americano, condotto con droni, ha provocato due morti e due feriti sull’isola. Il bilancio non è stato confermato da fonti indipendenti.

Poche ore dopo il raid, l’Iran ha lanciato alcuni missili verso la Giordania, secondo una fonte a conoscenza dell’operazione citata dal New York Times. Tutti i vettori sarebbero stati intercettati. Nel Paese sono schierati diverse migliaia di militari americani.

La risposta iraniana si è poi allargata agli Emirati arabi uniti. L’esercito di Teheran, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Reuters, ha annunciato di avere attaccato con droni la base aerea di Al Minhad, sostenendo di avere preso di mira le aree dove sono dislocate forze ed elicotteri americani. Secondo la televisione di Stato iraniana, l’operazione è stata condotta in risposta all’uccisione di membri dei Guardiani della rivoluzione e di civili nell’attacco americano a Larak.

L’attacco statunitense è stato il primo riconosciuto dal Pentagono contro obiettivi iraniani da circa un mese ed è apparso limitato rispetto alle grandi campagne di bombardamenti condotte nei mesi precedenti. L’ultimo raid rivendicato dal Centcom risaliva al 29 luglio, quando le forze americane colpirono decine di obiettivi in Iran, tra cui centri di comando, strutture missilistiche e per droni e siti di sorveglianza costiera.

Immediatamente dopo il raid a Larak, i Guardiani della rivoluzione avevano avvertito che l’attacco “riceverà una risposta punitiva contro l’aggressore”. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha affermato oggi che Teheran “non cerca la guerra”, ma “non resterà mai fermo di fronte a qualsiasi aggressione”, promettendo una “risposta decisiva” in caso di nuovi attacchi.

Lo scambio avviene mentre resta altissima la tensione nello Stretto di Hormuz. La scorsa settimana l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom, aveva annunciato che le forze americane avevano eliminato le mine posate dall’Iran sulle rotte marittime internazionali. Washington sta spingendo le navi commerciali a riprendere il transito e la Marina americana le accompagna attraverso la parte meridionale dello stretto, nelle acque dell’Oman.

Il passaggio rimane tuttavia pericoloso. Nelle ultime due settimane due marittimi sono stati uccisi e un altro risulta disperso. Dall’inizio della guerra sono stati registrati almeno 71 attacchi contro navi, con 19 marinai morti.

A giugno Stati uniti e Iran avevano raggiunto un’intesa per riaprire lo Stretto di Hormuz e per tre giorni più di 60 navi al giorno erano tornate a transitare. L’accordo era però rapidamente naufragato: Washington aveva ripristinato il blocco dei porti iraniani, mentre Teheran aveva tentato di imporre un proprio sistema di pagamento per il passaggio attraverso lo stretto, fino ad allora libero.

Nel pieno della nuova escalation, il presidente americano Donald Trump ha inoltre pubblicato su Truth Social un video generato con l’Ia che mostra l’isola iraniana di Kharg mentre viene distrutta da esplosioni, accompagnandolo con la frase: “L’isola di Kharg ridotta in mille pezzi!!!”. Il filmato non documenta un attacco reale.

Trump ha più volte minacciato nelle ultime settimane di impadronirsi di Kharg, snodo fondamentale per le esportazioni petrolifere iraniane, senza finora dare seguito alla minaccia. Poco meno di un minuto dopo il video sull’isola, il presidente ha pubblicato un altro filmato che lo ritrae mentre gioca a golf.

Dopo le grandi ondate di bombardamenti dei mesi precedenti, le operazioni militari tra i due Paesi si erano progressivamente ridotte e l’amministrazione Trump aveva spostato l’attenzione soprattutto sulle sanzioni economiche. Gli attacchi delle ultime ore segnano ora una nuova fase di confronto diretto e aumentano il rischio di una ripresa dell’escalation su larga scala.

Centrodestra, R. Occhiuto (FI): errore strategico inseguire Vannacci

Roma, 31 ago. (askanews) – La candidatura di un dirigente in uscita da Forza Italia alle elezioni suppletive per la Camera, a Reggio Calabria, è un “dispetto” ma “non credo a me”: lo ha detto al Corriere della sera Roberto Occhiuto, presidente della giunta regionale calabrese e vicesegretario del partito azzurro. “Però Vannacci – ha aggiunto – ha messo Forza Italia nel mirino. Singolare: non chiude la porta ad alleanze con il centrodestra e cannoneggia i suoi ipotetici alleati?”.

Occhiuto ha rilanciato la sua contrarietà all’alleanza con il partito dell’ex generale: “Se ci alleassimo con Vannacci i voti non si sommerebbero: uno sbilanciamento a destra, inseguendo i temi populisti, ci farebbe perdere il voto moderato e riformista che al contrario dobbiamo intercettare”.

“Noto – ha sottolineato il governatore calabrese puntando il dito sulle posizioni di qualche alleato del centrodestra – una tentazione diffusa di rincorrere Vannacci. Ma lo reputo un errore strategico. Lui prova a costruire un partito simile all’Afd tedesco. I voti che raccoglierà parlando alla pancia degli elettori sono inutili. I populisti enfatizzano i problemi, additano il colpevole ma non sono capaci di individuare soluzioni. Il centrodestra non ha bisogno di Vannacci. Ha una risorsa fondamentale per vincere: Giorgia Meloni. In campagna elettorale è formidabile”, ha concluso Occhiuto.

Franceschini racconta la malattia: ho il Parkinson ma non mi fermo

Roma, 31 ago. (askanews) – “Ho il Parkinson. Mi è stato diagnosticato nel novembre del 2020. Un amico ha notato come muovevo le mani. Il senatore Graziano Delrio, che è medico, mi ha detto: trascini i piedi, fatti visitare. Si tratta di una malattia ancora avvolta dal mistero. Non se ne conoscono le cause. È impossibile da prevenire. E se ne possono curare solo i sintomi: non si guarisce, né regredisce. La progressione varia a seconda dei casi, ma è inarrestabile. Sul mio Parkinson, recentemente, s’è pure innestata una forma di parkinsonismo atipico: incide sull’equilibrio, che diventa sempre più precario, e provoca una difficoltà della parola. Il che, intendiamoci, per un politico può anche essere un bene…”. Così Dario Franceschini, senatore ed ex segretario del Pd, più volte ministro, ha raccontato al ‘Corriere della Sera’ della sua malattia, precisando che “il Parkinson colpisce il corpo, non le capacità cognitive. Cali il ritmo del lavoro, lo adegui. Però io ho continuato, e continuo, con telefonate, incontri, riunioni”.

La sua prima reazione alla diagnosi, ha spiegato, “più che un pensiero, s’è trattato d’un riflesso istintivo: tentare di nascondere la malattia. Chi è colpito dal Parkinson tende a vergognarsi. Parla male, biascica, oppure cammina barcollando, sembra un ubriaco. Altri sono scossi da un tremore irrefrenabile. Nell’immaginario collettivo ci sono il pugile Muhammad Ali, che trema tutto, o papa Wojtyla, no? Si tratta di sintomi diversi che, nella maggior parte dei casi, scatenano però sempre il medesimo feroce senso di imbarazzo. Molti malati sono perciò inclini, letteralmente, a nascondersi. Qualcuno arriva addirittura a celare la diagnosi ai propri familiari, c’è chi decide di lasciare il proprio posto di lavoro. Invece”, ha rivendicato l’esponente dem, “è fondamentale non scoraggiarsi, svegliarsi al mattino con qualcosa da realizzare. Per cercare di combattere il Parkinson, oltre ai farmaci, è decisivo riuscire a riempire le proprie giornate e ripetersi: io non mollo, io continuo a vivere, a esserci”.

Rendere pubbliche le sue difficoltà, ha spiegato al Corsera il parlamentare ferrarese, è stata una scelta deliberata: “Tutti i medici, i neurologi, gli psicologi, i fisioterapisti che ho incontrato, mi hanno detto: ‘Se lei raccontasse la sua realtà, la sua vita quotidiana, spronerebbe tanti malati a uscire dalla penombra’. Parlare pubblicamente della mia malattia, è chiaro, mi costa, e molto. Per numerose ragioni: compreso un certo, credo comprensibile, pudore. Però ci ho riflettuto a lungo: e, mettendo sulla bilancia i pro e i contro, mi sono convinto che sia giusto descrivere questa particolare stagione della mia vita. Per dire a tutti gli altri malati di Parkinson: non isolatevi, continuate a vivere. Lo so bene che, in alcuni momenti della giornata, diventa tutto tremendamente faticoso, anche solo allacciarsi un bottone… Ma si può e si deve restare attivi. Io proseguo nel mio lavoro, anche se oggi ho, inevitabilmente, ritmi un po’ diversi dal passato”, ha concluso Franceschini.

Tempi nuovi, al centro per cambiare

APPELLO

La piattaforma dei “Cristiani e Popolari” propone un nuovo inizio, ispirato alla lungimirante lezione degasperiana, per restituire all’Italia una prospettiva politica unitaria e autonoma, fuori dalla polarizzazione sterile tra destra e sinistra.

Una piattaforma che sia al tempo stesso un ponte, anche tra generazioni diverse: ne sta crescendo una, infatti, con una sensazione molto precisa, e cioè che nessuno tra quelli al timone del Paese abbia intenzione di cambiare direzione. Il presente si mangia il futuro.

Lalternativa di centro non è equidistanza né moderatismo di ripiego, ma ricerca di una sintesi più alta tra libertà e giustizia sociale, sviluppo e coesione, interesse nazionale ed europeismo. Di fronte alla crisi del bipolarismo, al peso crescente dei populismi, alle disuguaglianze prodotte dall’economia globale, alla sfida demografica, tecnologica, ambientale e geopolitica, i cristiani sono chiamati a rinnovare la propria responsabilità pubblica.

La tradizione del cattolicesimo democratico e popolare non va restaurata, ma resa nuovamente feconda attraverso autonomia di giudizio, cultura della mediazione e visione di governo.

In questo quadro, levocazione della cosiddettafelicità pubblica” orienta una politica rivolta alla qualità della vita, alla partecipazione, al bene comune e alla dignità della persona. L’obiettivo è ricostruire una presenza popolare capace di unire società e istituzioni, sottraendo il governo del Paese al ricatto di sovranismi e populismi. “È il tempo della responsabilità”, ha detto Leone XIV al Meeting di Rimini. Di questo richiamo vogliamo assumere laicamente il peso e la complessità, senza confondere i piani della religione e della politica.

L’Europa è parte essenziale di questa prospettiva: non soltanto spazio di regole e di mercato, ma soggetto politico capace di produrre crescita, conoscenza, sicurezza e autonomia strategica. Rafforzare l’Europa è l’unico modo per restituire, nel solco della solidarietà atlantica, quel dinamismo che ha fatto dell’Occidente un fattore universale di civiltà.

La bussola resta la lezione di De Gasperi: prima l’interesse nazionale, poi quello della coalizione, infine quello del partito. Non guardiamo indietro. Vogliamo un “partito del domani”, capace di affontare le sfide lanciate dal cinico disegno del transumanesimo e della postdemocrazia. Nella nostra memoria ritorna la centralità del programma, da cui deriva in questo passaggio epocale l’ambizione di lavorare anzitutto per il risanamento finanziario – meno deficit, meno debito – e il rilancio della produttività nell’industria e nei servizi, ferma da troppi anni, dando una prospettiva di equità e di progresso alle nuove generazioni.

Uniti ce la possiamo fare.

Una videochiamata dal carcere allunga la vita a mafiosi, narcos e terroristi

di Roberto Galullo

Il tema della schermatura delle comunicazioni che partono dalle carceri è esploso in piena calura agostana con la tragicomica serie di videochiamate a casa, fatte e registrate “da” o “per conto del” criminale Paolo Bellini, intimo di terroristi, fasci piduisti, mafiosi e ’ndranghetisti della peggiore specie.

All’ergastolo per la strage di Bologna del 2 agosto 1980 – per la quale, in via definitiva, è stato riconosciuto colpevole in concorso dalla Cassazione il 1° luglio 2025 – ha provato ad ammaliare il pubblico “fai-da-te”, con sermoni a propria difesa. Legittimi in un’aula di Tribunale ma pericolosissimi per la democrazia se tenuti in regime di reclusione. Ma ormai la videochiamata – che allunga vita e potere delle reti criminali nel mondo – è ovunque la regola.

 

Mal comune…

Già, perché il problema della morte in culla – rectius: in cella – delle comunicazioni con messaggi, ordini e comandi di boss, criminali e terroristi, non è mica solo un problema per la nostra travagliata Penisola. In alto i cuori: siamo in pessima compagnia. Nel mondo, però, qualcosa si muove.

È bene sapere, ad esempio, che quel che si può contro l’invasione dei cellulari nei penitenziari del Messico – Stato in cerca di vie d’uscita dalla macelleria criminale ordinata dai boss nelle celle – non è possibile in Italia, dove le mafie si rifanno persino trucco e parrucco pur di apparire attraenti nei messaggi social e nei “tik tok” rilanciati all’interno degli istituti.

Ed è anche bene sapere che quel che si potrà presto nelle carceri della Colombia – altra nazione in cerca di autori contro il narcoterrorismo – in Italia è ancora in uno stato di nebulosa gestione.

 

Telefoni spenti in Messico e Colombia

In Messico, nell’ambito della Strategia nazionale contro l’estorsione (pratica amatissima dai boss reclusi e dalla loro catena di comando), nel dicembre 2025 il Segretario alla Sicurezza e alla protezione dei cittadini, Omar García Harfuch, ha annunciato che i segnali dei telefoni cellulari saranno bloccati nelle carceri federali e nei centri penitenziari di Città del Messico.

Il provvedimento è entrato gradualmente in vigore nei primi mesi del 2026 e riguarda 14 prigioni federali e 13 centri penitenziari.

E che dire della Colombia? Il 26 agosto il governo di Abelardo de La Espriella – neo presidente con triplice passaporto colombiano-americano-italiano – ha annunciato che intende bloccare i segnali dei telefoni cellulari nelle carceri, utilizzati per coordinare estorsioni (uno sport criminale molto diffuso anche in America Latina) e altri reati. In un incontro con gli operatori telefonici, sono state esaminate, con il supporto della Polizia e dell’Esercito, le misure tecniche e legali per limitarne la copertura.

 

Al lupo al lupo!

In Italia chi deve affrontare l’invasione dei cellulari (operatori, sindacati, investigatori ed inquirenti) denuncia da anni questa ferita mortale per la democrazia. Senza ricevere risposta alcuna dalla politica.

Solo per ricordare un episodio, il 24 ottobre 2019, da capo della Procura di Napoli, Giovanni Melillo, attuale capo della Procura nazionale antimafia, facendo riferimento ad alcuni istituti penitenziari, affermò in Commissione parlamentare antimafia che «il carcere è il luogo dove lo Stato esercita una assai limitata capacità di controllo (…) Vi dominano le organizzazioni mafiose, i cellulari vi entrano quotidianamente e non li sequestriamo neanche più talmente tanti sono».

A Melillo si aggiunse, il 18 novembre 2024, Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia penitenziaria, il quale sottolineò che «paradossalmente, da quando l’introduzione e il possesso di telefonini in carcere costituisce reato, ne circolano molti di più.

Questo perché ne è pressoché raddoppiato il prezzo di smercio, facendo aumentare i profitti e gli interessi per le organizzazioni criminali che ne organizzano e gestiscono i traffici».

Da allora (quasi) nulla è cambiato.

 

Ritardi gravi

Maurizio De Lucia, capo della Procura di Palermo, nell’audizione presso la Commissione parlamentare antimafia il 28 luglio 2026, ha dichiarato testualmente: «Tornando ai telefoni, so che è in corso anche il tentativo di utilizzare il jammer per le grandi case circondariali. Ce ne sono 10, credo, in via di sperimentazione. Qui bisogna essere pragmatici, perché, per quello che mi risulta, ma naturalmente i vertici del Dap potranno essere molto più esaustivi sul punto, all’interno delle carceri che sono nei centri delle città questo meccanismo non funziona e non funziona perché siccome le reti sono molto importanti, schermare le reti richiede un apparato importante che ha delle ricadute anche su chi con il carcere non c’entra niente: uffici esterni, installazioni esterne e via dicendo.

Bisogna ragionare individuando carceri dove questo è possibile farlo, cioè quelli che sono collocati nelle periferie, nelle città e magari collocare la popolazione carceraria ritenuta più pericolosa o anche recidiva rispetto a chi è stato già trovato in possesso di un telefono, in queste carceri esterne rispetto al centro della città (…). Il personale di Polizia penitenziaria deve essere messo in condizioni di avere un certo numero di telefoni fissi e anche l’accesso alla rete internet, ma non con il wireless,con contatti fissi. Queste mi sembrano misure che si possono attuare, naturalmente anche qui sperimentando di volta in volta».

Peccato che «sperimentando di volta in volta» mal si concilia con la velocità di potere e comando di mafie e terrorismi, che con la loro rapidità di azione fanno strame delle lentezze legislative, normative e burocratiche italiane.

Ucraina, meglio un dibattito aperto che il pilota automatico verso l’irreparabile

Una polarizzazione che attraversa partiti e società

La polarizzazione che, anche nel nostro tempo, è generata dal dibattito sulla guerra credo vada riconosciuta come un fatto importante per la democrazia e per il nostro futuro.

Vi sono in particolare almeno quattro aspetti su cui vale la pena riflettere.

Il primo aspetto è costituito dal fatto che lo scivolamento su quello che Massimo Nava ha definito sul Corriere della Sera, come il piano inclinato che porta allo scontro totale con la Russia, da un lato, e il ripudio costituzionale, etico, politico e storico della guerra come strumento per la risoluzione delle controversie internazionali, dall’altro, generano una polarizzazione che stenta ad identificarsi con una precisa parte politica, e sembra piuttosto tendere a una trasversalità che attraversa i partiti figli delle principali culture politiche, e che attraversa i gruppi dirigenti in senso lato dei Paesi membri della Ue.

Una dinamica niente affatto nuova, già manifestatasi nel nostro Paese alla vigilia di entrambi i conflitti mondiali, pur con processi politici e sociali radicalmente diversi.

Per fare un solo esempio, al Popolo d’Italia, non mancarono mai i mezzi per sostenere la giravolta politica del Mussolini divenuto interventista. In ogni epoca c’è sempre qualcuno che si premura di finanziare le posizioni funzionali a trascinare i popoli in guerra. Non sarebbe carino domandarsi quali ambienti svolgano tale “funzione” nel presente, ma chiunque credo possa verificarlo. E questo zelo nel confezionare narrazioni idonee a innescare, giustificare e fare durare a lungo i conflitti armati genera quasi sempre una iniziativa in senso contrario, oggi come in passato sostenuta dalla Chiesa, dai pontefici, da molte organizzazioni di popolo. Questo movimento a sua volta non è ingabbiabile in una precisa parte politica, può essere frammentato, carsico, e comunque trasversale ai partiti e ai movimenti.

Quando viene meno il confronto democratico

Dunque, e siamo al secondo aspetto, se si registra una tale diversità di posizioni in gran parte dei corpi sociali sulla strategia da tenere nei confronti della questione ucraina, ci si dovrebbe aspettare una discussione molto ampia al loro interno. La quale invece spesso manca oppure non appare adeguata all’importanza capitale per il nostro avvenire del conflitto in corso nell’Europa dell’Est.

Perché le posizioni, quella oltranzista e quella più dialogante, appaiono spesso cristallizzate, ormai poco inclini al reciproco ascolto. Questo va considerato un aspetto grave, perché rischia di mettere in discussione uno dei presupposti per un effettivo dibattito democratico.

La guerra vista dalle élite e dai ceti popolari

Sempre in tema di chiusure, credo che altrettanto preoccupante sia il terzo aspetto, quello dello scollamento sociale che si registra rispetto alla guerra. Il caso della nota analista politica che si preoccupa della preparazione psicologica del popolo per affrontare una guerra imminente costituisce solo la punta di un iceberg di una separazione di prospettive che si è instaurata fra i diversi ambienti sociali. Per una élite la guerra può rappresentare gioco, strategia, opportunità di fare soldi e carriera mentre per i ceti popolari la guerra è l’ipoteca che incombe sul loro futuro, sui figli e sui giovani, sulle cose che hanno costruito con fatica e dedizione. Qui si può ravvisare una contiguità fra il cimitero della rappresentanza in cui giacciono i partiti e l’assenza di empatia, il distacco glaciale, per non dire il cinismo con cui alcuni ambienti che cercano di influenzare la politica estera degli stati, guardano ai normali cittadini rispetto alle problematiche della sicurezza internazionale.

La prudenza italiana e il rischio del nuovo baratro

Un quarto aspetto, relativo a come le istituzioni del nostro Paese si pongono di fronte all’epoca buia che l’Europa sta di nuovo attraversando, sembra essere confortante. L’Italia per importanti ragioni di vario ordine si trova in una situazione molto diversa da tutti gli altri grandi Paesi europei rispetto al conflitto russo-ucraino, che la porta a tenere una posizione più defilata e prudente, pur con un margine d’azione non illimitato. E questa sembra essere la posizione prevalente del sistema Italia nel suo complesso, senza sostanziali differenze fra gli schieramenti politici, nonostante forti e continue iniziative esercitate da esigui ma potenti gruppi di pressione per attuare con più efficacia la linea dello scontro totale, in ultima analisi, dettata dal Regno Unito, con al seguito le attuali dirigenze di Francia e Germania.

Nel complesso dunque il dibattito sulla guerra ucraina, implica questioni di fondamentale rilevanza da cui dipende non solo il futuro dell’Europa ma anche la tenuta dell’assetto economico, sociale e istituzionale del nostro Paese come degli altri membri dell’Ue. E anche se la mera propaganda, che prescinde dal rispetto dei fatti, della storia, del buon senso, talora sembra prendere il sopravvento su un confronto serio e fondato, il solo fatto di essere consapevoli che dalla natura di questo dibattito dipende in gran parte lo scenario futuro, in fondo costituisce già una apprezzabile alternativa al pilota automatico a senso unico che rischia di condurre il nostro continente in un nuovo baratro.

Se l’aria cristiana smette di soffiare sulla nostra società / 2

Le radici cristiane della democrazia

Secondo diversi studiosi, il capitalismo, il mercato e persino la stessa democrazia, con i diritti dell’uomo e della donna e le Costituzioni liberali, sono nati e si sono sviluppati anche grazie ai valori di fondo del cristianesimo, rimasti spesso sottotraccia e non sempre esplicitamente riconosciuti.

Non è dunque azzardato sostenere che anche la celebre triade francese libertà, eguaglianza, fraternità”, il motto che ancora oggi si legge sui municipi e sulle scuole di Francia, affondi almeno parte delle proprie radici in valori riconducibili alla tradizione cristiana.

Del resto, il segno lasciato dal cristianesimo nella storia e nell’identità dei popoli è ancora visibile persino nei loro simboli. La croce cristiana compare sulle bandiere nazionali di numerosi Stati del mondo e di molti Paesi europei.

Ma il punto non riguarda tanto i simboli quanto ciò che essi hanno rappresentato e, soprattutto, l’humus culturale e morale che per lungo tempo ha accompagnato lo sviluppo delle nostre società.

 

Un patrimonio respirato quasi senza accorgercene

Sono valori di fondo che per anni e anni, pur nelle loro differenti declinazioni, hanno costituito l’humus culturale e valoriale, i mondi vitali della crescita e della vita sociale per credenti e non credenti. E spesso sono rimasti sottotraccia, proprio come l’ebbrezza e il profumo di quel mare di Reggio Calabria di cui parlavo nella prima parte di questa riflessione.

Li abbiamo respirati quasi senza accorgercene.

L’eguaglianza, la fraternità e la stessa libertà; la pace, il perdono, la carità verso il prossimo, che non dovrebbe mai essere considerato semplicemente un nemico. Sono principi che, al di là della fede individuale e dell’appartenenza religiosa, hanno finito per alimentare una concezione della persona e della convivenza civile.

È questa, forse, la questione che oggi merita di essere posta con maggiore chiarezza. Una società può certamente diventare più secolarizzata, e la fede appartiene alla libera coscienza di ciascuno. Ma che cosa accade quando, insieme alla pratica religiosa, rischia di disperdersi anche quel patrimonio di valori che per secoli ha contribuito a tenere insieme le comunità?

 

Solidarietà e accoglienza, la prova del nostro tempo

Fra questi valori ce n’è infine uno di estrema attualità, da tenere sempre a mente soprattutto negli anni che verranno: quello della solidarietà e dellaccoglienza.

Accoglienza anche verso le persone che hanno un diverso colore della pelle, che provengono da altri Paesi, che portano con sé storie, culture e condizioni di vita differenti dalle nostre.

È proprio qui che l’antica “aria” di cui parlavo mostra tutta la sua attualità. Perché il cristianesimo non è soltanto un insieme di simboli o un’eredità da conservare nella memoria. È stato anche un modo di concepire la relazione fra le persone, il limite posto all’individualismo e il riconoscimento della dignità dell’altro.

Se quel vento dovesse cessare di soffiare, la domanda non riguarderebbe soltanto le Chiese o i credenti. Riguarderebbe la società nel suo complesso e la qualità stessa della nostra democrazia.

Per questo il problema può e deve essere posto anche in termini laici: capire quali valori comuni possano continuare ad alimentare il “Noi”, impedendo che una società sempre più individualizzata – formata da singoli – e disintermediata si riduca a una somma di tanti “Io” separati.

Forse è proprio questa la domanda che ci consegna il nostro tempo: come custodire il vento dei valori senza pretendere di rinchiuderlo dentro i confini di un partito o di unappartenenza?
Leggi la prima parte

De Gasperi ai ventenni di oggi: la strada facile porta sempre al precipizio

Togliamo per un attimo la polvere dai libri di storia. Dimentichiamo le foto in bianco e nero, il colletto inamidato, il sigaro e quell’aria da uomo di ghiaccio che ha dovuto rimettere in piedi un’Europa ridotta a un cumulo di macerie. Se togliamo la patina del monumento di marmo, cosa resta? Resta un uomo che, prima di fare il Presidente del Consiglio, ha passato i suoi vent’anni e i suoi trent’anni a parlare con i giovani. A litigarci, a formarli, a cercarli nelle sale parrocchiali e nei circoli di studio.

Perché De Gasperi lo sapeva bene: le dittature non nascono dal nulla. Nascono quando i giovani smettono di usare la testa e si accontentano delle urla.

Se potessimo farlo sedere oggi davanti a un ragazzo di vent’anni, smarrito tra la precarietà, l’ansia per il clima e il rumore di fondo dei social, non gli farebbe un discorso da statista. Non gli parlerebbe di trattati europei o di bilanci statali. Gli parlerebbe da uomo a uomo. E partendo da quello che lui ha sempre chiesto ai ragazzi del suo tempo, il suo messaggio si ridurrebbe a tre cose molto semplici, che oggi fanno quasi paura per quanto sono chiare.

 

La vera ribellione è la fatica di pensare

La prima cosa che ti direbbe riguarda il modo in cui usi la testa. Oggi ti dicono che sei distratto, che stai sempre sullo schermo, o peggio, che sei diventato cinico. Lui, che in prigione sotto il fascismo non si è messo a piangere ma si è rimboccato le maniche e si è messo a studiare e tradurre per non far arrugginire il cervello, ti guarderebbe e ti direbbe una cosa secca. Non accontentarti della superficie. Il cinismo è solo la scusa di chi ha paura di impegnarsi davvero. La vera ribellione, oggi come nel 1945, è la fatica di pensare. Studia i fatti, vai a fondo. Le idee non sono bandiere da sventolare allo stadio, sono strumenti. Se non pensi con la tua testa, qualcuno lo farà per te, e tu sarai solo un burattino.

 

Dalla rabbia alla fatica di ricostruire

Poi c’è la questione della rabbia. E qui ti capirebbe eccome. I ragazzi di oggi hanno ragione a essere indignati. Vedono le ingiustizie, le disuguaglianze, un pianeta che chiede aiuto. De Gasperi l’Italia distrutta dalle bombe l’ha vista con i suoi occhi. Condividerebbe la tua rabbia, ma ti spingerebbe a fare il passo in più. Il suo mantra non era lamentarsi delle macerie, era ricostruire. E non parlo solo di mattoni. Parlo di ricostruire la fiducia, i legami, le regole. Ti direbbe che è facilissimo indignarsi sui social, ma il mondo non si cambia con un post. Si cambia con la competenza e la pazienza di costruire qualcosa che duri. La democrazia, la giustizia, l’Europa non sono regali che ti fanno i vecchi. Sono cantieri aperti. E lui, da vecchio, ti chiederebbe di prendere in mano la cazzuola.

 

La grandezza è mettersi al servizio

Infine, ti parlerebbe di cosa significa avere successo. Viviamo in un tempo in cui sembra che l’unico obiettivo sia arrivare prima degli altri, accumulare, farsi vedere. De Gasperi riporterebbe al centro una parola che oggi suona quasi antica, ma che per lui era l’unica bussola valida: la carità intesa come amore per la cosa pubblica. Ti direbbe di non sprecare la tua intelligenza per cercare di stare un gradino sopra il tuo vicino di casa. La grandezza non sta nell’arrivare primi, ma nel mettersi a servizio. Il lavoro, l’impegno civile, la politica non sono scale per fare carriera. Sono il modo per prendersi cura di chi ti sta intorno. Sei libero davvero solo quando ti rendi utile a qualcuno.

Non ti darebbe formule magiche. De Gasperi odiava chi prometteva il paradiso in terra. Ti guarderebbe, forse si accenderebbe quel suo famoso sigaro, e ti direbbe che il futuro non è un posto dove andare a nascondersi. È un posto che devi inventare tu, con le tue mani, senza cercare vie comode. Perché le vie comode, alla fine, portano sempre ai precipizi.

Fn, La Russa: imbarcare Vannacci pur di vincere? Mai, noi non come sinistra

Roma, 30 ago. (askanews) – “Se il motivo dell’imbarcare eventualmente Vannacci fosse quello che hai detto tu, cioè pur di vincere, ti dico subito che non lo imbarcheremo mai”. Lo ha detto il presidente del Senato, Ignazio La Russa, intervistato nel corso della giornata conclusiva di Etna Forum a Ragalna (Ct).

“La sinistra – ha aggiunto – ha sempre messo insieme tutto” ma questo non è mai stato il concetto della destra”.

“C’è un proverbio – ha proseguito che magari, spero, non riguardi Vanacci ma lo deve dimostrare lui e non io, che dice ‘chi tradisce una volta tradirà sempre’. Lui era vicepresidente del secondo partito di centrodestra, quello della Lega, e non c’era arrivato per meriti politici ma per scelta del capo di quel partito e se n’è sbattuto”.

Salvini non ha avuto una grande intuizione su Vannacci? “Evidentemente oggi – ha sottolineato – paghiamo la fiducia che Salvini in buona fede ha dato a un generale pensando che quel generale, figlio di un’etica militare, non avrebbe mai tradito. Salvini si è sbagliato”.

La Russa: Meloni al Colle? Sarebbe splendido. Non questa volta ma più avanti

Roma, 30 ago. (askanews) – Giorgia Meloni al Quirinale? “Io l’ho già detto, non sarà questa volta perché ha ancora un compito importante da svolgere nel centrodestra, ma non capisco perché meravigliarsi di un’ipotesi in cui finalmente quella che è stata la prima presidente del Consiglio donna possa un domani legittimamente, se avrà il consenso, essere una splendida presidente della Repubblica. Più avanti, più avanti, più avanti però a me piacerebbe. Sarò magari un po’ più vecchietto ancora, ma sarei felice”. Lo ha detto il presidente del Senato, Ignazio La Russa, intervistato nel corso della giornata conclusiva di Etna Forum a Ragalna (Ct).

L.elettorale, call sherpa. Verso due emendamenti, veri nodi rinviati ad Aula

Roma, 30 ago. (askanews) – Una veloce call oggi intorno all’ora di pranzo. Forse – ma potrebbe anche non essere necessaria – una ulteriore riunione, sempre da remoto, domani. Gli sherpa del centrodestra hanno riaperto ufficialmente il cantiere delle modifiche alla legge elettorale in vista del termine per la presentazione degli emendamenti in commissione Affari costituzionali del Senato che scade martedì alle 12. Non che i contatti in questi giorni di agosto siano mancati, ma la riunione serviva a fare il punto delle prossime mosse.

Resta ferma l’intesa siglata tra i partiti di maggioranza a inizio agosto, che prevede la presentazione di un emendamento condiviso sulle preferenze (sempre con capolista bloccato). Martedì, tuttavia, ne dovrebbe essere presentato anche un secondo che dispone la abolizione della cosiddetta norma anti frammentazione – su cui pesano gravi dubbi di costituzionalità – in base alla quale i voti espressi per le liste collegate all’interno di una coalizione che non raggiungono la soglia di sbarramento del 3% non concorrono al calcolo della cifra elettorale nazionale di coalizione, con la sola eccezione del ‘miglior perdente’.

Ma la decisione di procedere alla cancellazione della norma potrebbe essere solo momentanea. La vera deadline a cui guardano gli sherpa del centrodestra per chiudere l’accordo è infatti un’altra: quella dell’approdo in aula previsto per il 9 settembre (con voto finale il 15). In base al regolamento di palazzo Madama, infatti, se il provvedimento arriva nell’emiciclo senza relatore si torna al testo base. Dunque, la ‘giostra’ degli emendamenti ripartirebbe da zero.

Ed è proprio questo lo scenario che al momento sembra più plausibile. Il che, di fatto, concede alla maggioranza una settimana in più per arrivare all’intesa definitiva e affrontare altri due nodi molto più complicati da sciogliere. Il primo è quello dell’alternanza di genere nei capilista, su cui si sta riflettendo anche per provare a placare l’ira di un fronte trasversale di deputate e senatrici che denunciano una forte penalizzazione dalla formulazione attuale, quella che stabilisce che il meccanismo si applichi dal secondo in lista.

Ben più complesso è il tema del ballottaggio, rispuntato in queste ore anche grazie a una proposta dell’ex presidente del Senato, Marcello Pera, ma da tempo fortemente caldeggiata anche dall’attuale numero uno di palazzo Madama, Ignazio La Russa. Dentro Fratelli d’Italia ci sono diverse scuole di pensiero ma la premier Giorgia Meloni ha avallato un approfondimento del tema, Forza Italia sembra possibilista mentre la Lega è storicamente contraria. Al di là delle diverse sensibilità dei partiti di maggioranza, tuttavia, la norma non è di facile scrittura viste le tante eccezioni che possono avvenire in un sistema a bicameralismo perfetto come quello italiano. C’è poi una questione tutta politica, perchè il ballottaggio potrebbe vanificare quel concetto di ‘voto utile’ finora abbracciato da Fratelli d’Italia in chiave anti Vannacci. “Rischiamo – ragiona un esponente del partito – che potendo votare comunque Giorgia Meloni al ballottaggio, molti elettori di destra al primo turno si concedano di sostenere Futuro nazionale, facendo aumentare le sue percentuali”.

Uk, Guardian: c’è stata una telefonata di chiarimento tra Meloni e Farage

Roma, 30 ago. (askanews) – Questa settimana ci sarebbe stata una conversazione telefonica tra Giorgia Meloni e Nigel Farage, in cui la presidente del Consiglio si sarebbe “scusata per qualsiasi equivoco” nato a seguito del suo incontro a Roma con la leader dei Conservatori britannici, Kemi Badenoch. Lo riferiscono fonti vicine al leader di Reform, secondo quanto riportato dal Guardian.

A seguito di quel colloquio, infatti, il Times aveva pubblicato un articolo in cui si affermava che Meloni le aveva sconsigliato di stringere un accordo con Farage per unire la destra. Fonti di Fratelli d’Italia avevano poi spiegato che Meloni “non è entrata e non intende entrare nelle dinamiche politiche interne e nei rapporti tra i partiti britannici”.

Le stesse fonti vicine a Farage hanno rivelato al Guardian che Meloni “si è congratulata con lui per la vittoria alle elezioni suppletive di Clacton di questo mese”.

Sempre secondo il giornale britannico, “Sigel Farage e Kemi Badenoch hanno trascorso anni a scambiarsi frecciate e a contendersi i voti della destra. Ma ora i leader dei due partiti si trovano coinvolti in una lotta ben più bizzarra: quella per conquistare l’affetto della premier italiana di destra, Giorgia Meloni”.

Fonti Farnesina: Tajani sente Di Battista, è combattivo, lo aspetto in Italia

Roma, 30 ago. (askanews) – Alessandro Di Battista ha avuto un breve colloquio al telefono con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dall’ospedale di L’Avana dove si trova ricoverato. Fonti della Farnesina confermano che il ministro ha chiamato l’ex parlamentare per offrirgli la sua solidarietà e lo ha trovato “combattivo nel tono, non indebolito nel morale nonostante la complicata situazione”. Tajani, spiegano alla Farnesina, ha espresso la sua solidarietà a Di Battista, garantendogli che il governo farà “tutto quello che serve per lui come bisogna fare per ogni cittadino italiano in condizioni simili”, augurandogli di tornare presto a Roma.

Il vicepremier, rievocando il proprio passato da giornalista, ha chiesto all’ex deputato del M5s su cosa si stesse concentrando nei suoi reportage a Cuba. Di Battista gli ha parlato a lungo di Cuba, ha sottolineato la necessità di aiutare il popolo cubano, e ha raccontato le condizioni dell’Isola. La telefonata si è conclusa con l’auspicio di Tajani di rivedersi presto, “di tornare a litigare su tutto ma non sulla solidarietà tra italiani e sui percorsi di pace che dobbiamo costruire”.

Svizzera, Meloni: cordoglio per morte Maria Spinelli, due feriti italiani

Roma, 30 ago. (askanews) – “Esprimo il mio più profondo cordoglio per la morte di Maria Spinelli, la giovane italiana rimasta vittima della tragica sparatoria di Aarau, in Svizzera”. Lo dichiara in una nota la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

“Il mio pensiero – aggiunge – va anche agli altri feriti, tra i quali risultano due cittadini italiani, e a tutte le persone coinvolte in questa drammatica vicenda. Seguiamo con attenzione gli sviluppi attraverso la Farnesina e le nostre rappresentanze diplomatiche, confidando nel lavoro delle autorità svizzere per fare piena luce sull’accaduto e individuare i responsabili”.

Il vertice Xi Jinping e Putin, l’asse Cina-Russia tra convergenze e attriti

Roma, 30 ago. (askanews) – Vladimir Putin e Xi Jinping torneranno a incontrarsi domani a Bishkek, la capitale del Kirghizistan, a margine del vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO), in un passaggio che conferma l’intensità del dialogo politico tra Russia e Cina ma che cade anche in una fase nella quale emergono con maggiore evidenza i limiti e le asimmetrie della loro partnership. Secondo il consigliere presidenziale russo Yury Ushakov, i due leader discuteranno delle principali questioni internazionali e della cooperazione bilaterale. Sul tavolo dovrebbe esserci anche Power of Siberia 2, il grande gasdotto che Mosca considera strategico per dirottare verso la Cina una parte delle forniture un tempo destinate all’Europa.

Sarà il primo faccia a faccia tra Xi e Putin dalla visita del presidente russo a Pechino dello scorso maggio, quando i due governi hanno ulteriormente rafforzato il linguaggio della loro ‘partnership strategica globale’. In quella occasione hanno firmato una nuova dichiarazione politica e una ventina di accordi, ribadendo soprattutto una visione comune sulla necessità di un sistema internazionale multipolare e criticando alcune scelte strategiche degli Stati uniti.

Sul terreno politico l’intesa resta solida. Pechino e Mosca condividono l’obiettivo di limitare la capacità degli Stati uniti e dei loro alleati di definire unilateralmente le regole del sistema internazionale, contestano le sanzioni unilaterali e cercano di rafforzare sedi nelle quali il peso occidentale sia minore: dalla SCO ai BRICS. Per la Russia, sottoposta da anni a un confronto frontale con l’Occidente, la Cina rappresenta inoltre il principale sostegno diplomatico ed economico capace di impedirne l’isolamento. Per Pechino, la Russia rimane invece una grande potenza nucleare, un fornitore energetico strategico e soprattutto un partner utile nella costruzione di un ordine internazionale meno centrato su Washington. Ma il rapporto non è simmetrico. La Russia ha oggi bisogno della Cina molto più di quanto la Cina abbia bisogno della Russia.

Nel 2025 il commercio bilaterale è sceso per la prima volta in cinque anni, attestandosi a circa 228 miliardi di dollari, con una flessione del 6,9 per cento rispetto all’anno precedente. Non si tratta di una rottura, ma il dato mostra che la crescita dell’interscambio non è automatica e che Pechino continua a ragionare innanzitutto in termini di convenienza economica.

Power of Siberia 2 ne è l’esempio più evidente. Mosca vorrebbe accelerare il progetto, destinato a trasportare fino a 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno dalla Siberia occidentale alla Cina attraverso la Mongolia. Un’intesa generale sul tracciato e sulle modalità di costruzione è stata raggiunta, ma restano da definire elementi essenziali come il prezzo del gas e i tempi. La Cina, che può contare su una pluralità di fornitori e dispone quindi di maggiore forza negoziale, non sembra avere intenzione di pagare un premio politico alla Russia per compensarla della perdita del mercato europeo.

Bishkek offre anche un’altra chiave di lettura. La SCO, fondata nel 2001 e giunta al suo venticinquesimo anniversario, rappresenta probabilmente il luogo nel quale convergenze e differenze sino-russe risultano più facilmente visibili. L’organizzazione comprende dieci membri, tra i quali, oltre a Cina e Russia, figurano India, Pakistan, Iran e Bielorussia e le principali repubbliche dell’Asia centrale, i cosiddetti ‘-stan’. Pechino la considera uno degli strumenti attraverso i quali costruire una nuova architettura politica ed economica eurasiatica e promuovere una riforma della governance globale.

La SCO non è però una NATO eurasiatica e non costituisce un’alleanza militare. Al suo interno convivono Paesi con interessi e rapporti internazionali molto diversi. India e Cina continuano ad avere un rapporto competitivo, India e Pakistan rimangono rivali, mentre Nuova Delhi mantiene una relazione strategica importante anche con Washington. Non a caso Putin, dopo Xi, incontrerà a Bishkek anche il primo ministro indiano Narendra Modi. L’organizzazione funziona quindi soprattutto come piattaforma di coordinamento, nella quale la contestazione dell’egemonia occidentale è un elemento importante ma non sufficiente a produrre una politica estera comune.

Anche l’Asia centrale, culla della SCO, è terreno di una competizione sino-russa che per ora resta controllata. Mosca conserva un forte peso politico, militare e culturale nelle ex repubbliche sovietiche; Pechino ha invece accresciuto enormemente il proprio ruolo economico attraverso investimenti, infrastrutture, energia e corridoi commerciali. La tradizionale divisione del lavoro – sicurezza alla Russia, economia alla Cina – si sta progressivamente erodendo, perché il peso economico cinese produce inevitabilmente anche influenza politica. Le repubbliche centroasiatiche, dal canto loro, cercano di utilizzare questa competizione per ampliare i propri margini di autonomia.

Il rapporto con gli Stati uniti costituisce contemporaneamente il maggiore collante e una delle principali differenze tra Mosca e Pechino. Entrambe considerano eccessiva la presenza strategica americana nei rispettivi spazi di interesse e contestano la rete di alleanze costruita da Washington. Ma la Cina rimane profondamente integrata nell’economia mondiale e continua a cercare una gestione controllata della rivalità con gli Usa. Pechino vuole competere con Washington senza trasformare necessariamente la competizione in una rottura completa.

Per Mosca la situazione è diversa. Il confronto con gli Stati uniti è soprattutto politico-militare e ruota attorno alla guerra in Ucraina e alla sicurezza europea. Anche qui, tuttavia, il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha riaperto canali che sembravano quasi completamente chiusi. Il semplice fatto che il dialogo sia ripreso introduce una variabile nuova anche nel triangolo Washington-Mosca-Pechino: né la Russia né la Cina hanno interesse a vedere l’altra normalizzare troppo rapidamente i rapporti con gli Stati uniti, ma entrambe cercano di mantenere propri spazi di manovra nei confronti di Washington.

C’è infine un dossier asiatico che mostra in maniera ancora più chiara come gli interessi di Cina e Russia possano coincidere senza essere identici: la Corea del nord.

Mosca ha trasformato negli ultimi anni il rapporto con Pyongyang in una vera partnership militare. La Nordcorea ha fornito alla Russia munizioni, missili e molti soldati, ricevendo in cambio risorse economiche, sostegno politico e potenzialmente accesso a tecnologie russe. Si tratta d’un salto di qualità che modifica gli equilibri dell’Asia nordorientale e riduce, almeno in parte, il tradizionale monopolio cinese sull’influenza esterna esercitata su Pyongyang.

Per Pechino il problema è più complesso. La Cina resta di gran lunga il principale partner economico della Nordcorea e considera la stabilità della penisola coreana una priorità strategica. Non ha interesse a rompere l’asse Mosca-Pyongyang, che contribuisce alla pressione sugli Stati uniti e sui loro alleati asiatici, ma non ha neppure interesse a una Corea del nord completamente dipendente dalla protezione militare russa e ancora più imprevedibile sul piano nucleare.

Il rafforzamento della cooperazione tra Mosca e Pyongyang può inoltre produrre l’effetto opposto a quello desiderato dalla Cina, spingendo Stati uniti, Giappone e Corea del Sud a intensificare il coordinamento militare. Per Pechino, quindi, la Nordcorea rappresenta contemporaneamente un partner, uno Stato cuscinetto e un possibile fattore di destabilizzazione che non deve sfuggire al controllo cinese.

Il vertice di Bishkek difficilmente produrrà quindi una svolta nei rapporti sino-russi. Più probabilmente confermerà una formula ormai consolidata: Xi e Putin condividono una visione strategica abbastanza ampia da tenere insieme i due Paesi, soprattutto quando il termine di paragone sono gli Stati uniti e l’ordine internazionale a guida occidentale. Ma sotto questa convergenza restano differenze di interessi, una crescente disparità di peso economico e una competizione silenziosa per l’influenza in Eurasia.

MotoGp Aragon, Bezzecchi terzo e soddisfatto: "Ho lottato per il podio"

Roma, 30 ago. (askanews) – “Sono molto contento e soddisfatto. Il weekend è stato difficile, ma sono riuscito a salire sul podio per la prima volta su una pista che mi è sempre piaciuta”. Così Marco Bezzecchi (Aprilia) dopo il terzo posto nel Gran Premio di Aragon, tredicesimo appuntamento del Mondiale di MotoGp. “Sapevo che il mio passo non era il migliore e ho lottato per essere sul podio. Duellare con Marc (Marquez) è stato bello, oggi era imbattibile. Peccato aver perso il secondo posto su Acosta, avrei voluto battagliare un po’ di piu'”.

MotoGP Aragon, Marc Marquez domina. Acosta e Bezzecchi sul podio

Roma, 30 ago. (askanews) – Marc Marquez completa la doppietta ad Aragon e, dopo aver vinto la Sprint, si prende anche la gara lunga. Per lo spagnolo è l’ottava vittoria in MotoGP sul circuito del MotorLand, la quarta della stagione e la 77ª nella classe regina. Sul podio con lui salgono Pedro Acosta, autore di una gara splendida con la KTM, e Marco Bezzecchi.

Il pilota italiano parte fortissimo e mantiene la testa nelle prime fasi, resistendo alla pressione di Marquez. Lo spagnolo però aumenta progressivamente il ritmo, resta incollato al ducatista e al 17° giro completa il sorpasso. Acosta ne approfitta subito dopo, superando anche Bezzecchi e inserendosi in seconda posizione. Da quel momento Marquez prende il largo e costruisce la fuga decisiva, chiudendo senza più rischi.

Bezzecchi conquista il terzo posto davanti al fratello di Marc, Alex Marquez, mentre Jorge Martin, leader del Mondiale, è quinto. Alle loro spalle chiudono Aldeguer e Di Giannantonio.

Gara da dimenticare invece per Pecco Bagnaia, caduto al 18° giro mentre era settimo. Out anche Franco Morbidelli, Raul Fernandez, fermato da un problema alla frizione, e Toprak Razgatlioglu, scivolato nelle fasi finali.

Il successo permette a Marc Marquez di rilanciarsi pesantemente nella corsa al titolo: lo spagnolo sale al secondo posto del Mondiale, a 19 punti da Martin. Bezzecchi è terzo a 24 punti dalla vetta. Per Marquez è il quarto successo negli ultimi sei Gran Premi, un ruolino di marcia che gli ha consentito di recuperare rapidamente terreno.

La MotoGP tornerà in pista dall’11 al 13 settembre a Misano per il GP di San Marino e della Riviera di Rimini.

Ciclismo, Pogacar rassicura dall’ospedale: "Stayin’ Alive"

Roma, 30 ago. (askanews) – Tadej Pogacar prova a rassicurare i suoi tifosi dall’ospedale di Barcellona, dove è ricoverato dopo la caduta nella Vuelta di sabato. Il fuoriclasse sloveno ha pubblicato sui social una foto dalla sua stanza, accompagnata da un’espressione ironica e dalle note di “Stayin’ Alive”, il celebre brano dei Bee Gees. Un modo per mostrare che, nonostante l’infortunio, il morale resta alto.

Pogacar, 27 anni, dovrà essere operato alla clavicola sinistra. L’intervento sarà decisivo anche per stabilire i tempi di recupero, ma al momento non è escluso che la sua stagione possa essere già terminata.

Il campione del Tour de France, che aveva indossato la maglia rossa di leader della Vuelta fin dalla prima tappa, è caduto durante l’ottava frazione, a poco più di 30 chilometri dal traguardo. A provocare l’incidente sarebbe stata la presenza di un sasso sulla strada. Pogacar, che si trovava al centro del gruppo, ha ricevuto le prime cure a bordo strada prima di essere trasportato in ambulanza.

Gli esami effettuati in ospedale hanno evidenziato una commozione cerebrale, una frattura scomposta della clavicola sinistra, una frattura cervicale stabile e diverse abrasioni. Dopo la caduta il corridore sloveno è stato costretto al ritiro dalla Vuelta, chiudendo anzitempo una stagione che lo aveva visto ancora una volta protagonista assoluto del ciclismo mondiale.

Ora l’attesa è per l’intervento alla clavicola e per le indicazioni dei medici sul recupero. La priorità, per Pogacar, è tornare in piena salute. Il messaggio dall’ospedale, con “Stayin’ Alive” in sottofondo, prova intanto a rassicurare i suoi sostenitori.

Cipro del Nord, naufraga un traghetto con 267 persone a bordo: ci sono vittime

Roma, 30 ago. (askanews) – E’ salito a sette morti il bilancio del naufragio del traghetto avvenuto al largo delle coste di Cipro del nord, mentre proseguono le ricerche di 23 dispersi. Lo ha annunciato il primo ministro turco-cipriota Unal Ustel. “Il bilancio dell’incidente è salito a sette morti, mentre 237 persone sono state tratte in salvo. I soccorritori stanno cercando altre 23 persone e anche i sommozzatori si sono uniti alle operazioni”, ha dichiarato Ustel all’emittente Trt Haber. Le operazioni di ricerca e soccorso sono ancora in corso. Il traghetto turistico Filo Jet trasportava 259 passeggeri e otto membri dell’equipaggio quando si è capovolto a circa 2,5 chilometri dalla costa di Kyrenia, nota anche come Girne La nave era partita dal porto di Girne ed era diretta a Tasucu, sulla costa mediterranea della Turchia, nella provincia di Mersin, quando ha cominciato a imbarcare acqua e si è successivamente capovolta.

Le cause dell’incidente non sono ancora state accertate. Il ministro turco-cipriota dei Lavori pubblici e dei Trasporti, Erhan Arikli, ha riferito che la nave ha iniziato a imbarcare acqua dopo avere lasciato Girne e che il comandante ha lanciato l’allarme, facendo scattare una vasta operazione di soccorso. Secondo le autorità, il traghetto si trovava a circa quattro miglia nautiche dalla costa, poco più di sette chilometri, quando si è trovato in difficoltà.

Le prime immagini diffuse dalla zona mostrano il catamarano rovesciato, con parte dello scafo ancora visibile sulla superficie del mare, e numerosi passeggeri in acqua con i giubbotti di salvataggio. Alcuni testimoni hanno riferito che, quando la nave ha cominciato a inclinarsi e a imbarcare acqua, diversi passeggeri si sono gettati in mare.

Alle operazioni partecipano mezzi della Guardia costiera turco-cipriota e turca, unità della Marina turca, elicotteri e numerose imbarcazioni civili. Anche pescherecci, yacht e altre navi che si trovavano nella zona sono stati coinvolti nel recupero dei naufraghi. I superstiti vengono trasferiti a Girne, dove sono state mobilitate ambulanze e strutture sanitarie per il primo soccorso.

Nelle prime fasi dell’emergenza il sindaco di Girne, Murat Senkul, aveva riferito che almeno 159 persone erano già state recuperate, definendo la situazione “molto grave”. Il numero dei soccorsi è successivamente aumentato, ma le autorità non hanno ancora fornito un bilancio definitivo delle persone tratte in salvo, dei feriti e degli eventuali dispersi.

Il ministero della Sanità di Cipro nord ha posto in stato di allerta gli ospedali della zona. Alcuni dei superstiti sono stati trasferiti all’ospedale Akcicek di Girne per essere sottoposti a controlli e ricevere le cure necessarie.

Il Filo Jet è un catamarano ad alta velocità della compagnia Filo Denizcilik, impiegato regolarmente nei collegamenti tra Girne e Tasucu. Secondo i registri navali, l’unità è stata costruita nel 2000, è lunga circa 40 metri e ha una stazza lorda di 339 tonnellate. I 267 passeggeri e membri dell’equipaggio presenti a bordo erano comunque al di sotto della capacità massima indicata per la nave.

Resta ancora da chiarire che cosa abbia provocato l’ingresso di acqua nello scafo. Arikli ha affermato che al momento dell’incidente le condizioni meteorologiche non erano tali da impedire la navigazione e ha invitato a non trarre conclusioni premature sulle cause. Il mare era tuttavia mosso e le condizioni hanno complicato le operazioni di soccorso.

Le autorità hanno aperto un’indagine per stabilire se all’origine del naufragio vi sia stato un problema tecnico o strutturale, un’avaria o un altro fattore. Nelle prime ore sono circolate diverse ricostruzioni sulla dinamica dell’incidente, ma nessuna è stata finora confermata ufficialmente.

Tennis, Federer entra nella Hall of Fame: "Per me è stato tutto"

Roma, 30 ago. (askanews) – Roger Federer entra ufficialmente nella International Tennis Hall of Fame e lo fa raccontando il suo rapporto con il tennis, più ancora che i suoi numeri. “Mi sono goduto ogni momento del viaggio che mi ha portato fino a qui. Dal 1998, quando ero biondo platino e sono diventato numero 1 junior, al 2022, ho giocato oltre 4 mila set. In ognuno ho cercato di mostrare sempre il mio amore per il tennis”. Una dichiarazione d’amore per lo sport che lo ha reso uno dei più grandi di sempre.

Vestito beige, camicia azzurra e cravatta scura, Federer ha celebrato il suo ingresso nel luogo che raccoglie i protagonisti della storia del tennis. Una storia che lo svizzero ha contribuito a scrivere con 103 titoli, 20 Slam e 237 settimane consecutive da numero 1 del mondo, ancora oggi un record.

“E’ incredibile camminare per i corridoi, immergermi nella storia di questo sport e realizzare che qui, insieme ai miei eroi di infanzia, c’è un posto per me. Si chiama Hall of Fame, ma la fama non è mai stata un obiettivo in sé”, ha detto Federer, visibilmente emozionato. “Sono molto orgoglioso che la Svizzera entri con me nella International Tennis Hall of Fame”.

Il suo discorso ha alternato ricordi, ironia e commozione. “Dal 1998 al ritiro ho indossato più di 5 mila fasce per capelli. Anche 7 mila calzini, ne mettevo due per piede e una volta addirittura tre. Ho usato migliaia di racchette”. Poi il ricordo del bambino che sognava il tennis: “La mia prima racchetta l’ho presa in mano a tre anni: era di legno. Allora impugnavo il rovescio a due mani”.

Federer ha ricordato l’infanzia a Basilea, il calcio e Zidane, la bicicletta, il ping-pong e il badminton. “Ero un tifoso prima di diventare un giocatore e resterò sempre un appassionato di tennis”. Un amore nato molto prima dei grandi successi: “A 13 anni ero un raccattapalle al torneo di Basilea. Ero emozionato di poter vedere da vicino i giocatori”.

Nella sua personale Hall of Fame trovano posto allenatori, preparatori, amici e campioni che hanno segnato il suo percorso. Tra questi Peter Carter, il primo maestro morto in un incidente nel 2004, Peter Lundgren, scomparso nel 2024, Stefan Edberg, Ivan Ljubicic e soprattutto Severin Luthi, al suo fianco per 18 anni. “Mi ha motivato quando ne avevo bisogno, protetto quando ne avevo bisogno”, ha detto Federer, interrompendosi per la commozione.

Poi il capitolo più importante, quello della famiglia. Mirka e i quattro figli, i gemelli Myla Rose e Charlene Riva, 17 anni, e Leo e Lenny, 12. “Voi quattro avete cambiato la nostra vita e ci rendete felici ogni giorno”, ha detto.

A introdurre Federer nella Hall of Fame è stata proprio Mirka, che ha parlato pubblicamente del marito dopo 24 anni. I due si conobbero alle Olimpiadi di Sydney del 2000, quando Federer aveva 18 anni e Mirka 21. “Per fortuna è stato insistente: all’epoca aveva zero titoli ATP. Sono stata accanto a lui per 103 titoli”, ha raccontato sorridendo.

Mirka ha poi raccontato il Federer lontano dai riflettori: “L’uomo mi ha sempre impressionato più del suo tennis. E’ il padre più devoto che i nostri quattro figli potessero avere. Per lui la famiglia è sempre venuta prima”. E ha chiuso con un riconoscimento che va oltre i trofei: “Non per quello che hai ottenuto quando il mondo ti guardava, ma per quello che sei quando nessuno ti guarda. Grazie per essere rimasto sempre te stesso”.

Morto annegato nel Viterbese Silvano Loia, il compagno dell’attrice Francesca Neri

Roma, 30 ago. (askanews) – È morto annegato a 52 anni Silvano Loia, manager di Rai Way e compagno dell’attrice Francesca Neri. La tragedia è avvenuta ieri, sabato 29 agosto, sul litorale laziale in provincia di Viterbo. Su alcuni giornali locali e social si susseguono i messaggi di cordoglio. Il gruppo Facebook “Montalto Marina” in un post ha espresso il proprio cordoglio per la scomparsa dell’uomo.

“La nostra località è stata colpita da una profonda tristezza in questi ultimi giorni, a causa di due terribili tragedie che hanno strappato la vita a due persone a Montalto Marina – si legge nel messaggio pubblicato dall’amministratore del gruppo – . Davanti a questi eventi resta solo spazio per il silenzio e il rispetto verso Laura Valentini, verso Silvano Loia e verso le loro famiglie travolte da un dolore inimmaginabile”.

Loia ricopriva un ruolo dirigenziale in Rai Way, la società che gestisce la rete di trasmissione della Rai. Dal 2024 era legato sentimentalmente a Francesca Neri, attrice e produttrice cinematografica, dopo la separazione dell’attrice dal marito Claudio Amendola.

Secondo alune ricostruzioni di giornali locali, il corpo del manager sarebbe stato recuperato in tarda serata ieri sera nelle acque tra Tarquinia e Montalto di Castro. Si era tuffato in tarda mattina in località Sant’Agostino per una nuotata, senza più tornare a riva. L’allarme immediato degli amici che erano con lui sulla spiahggia ha fatto scattare i soccorsi, 118, guardia costiera, vigili del fuoco. In serata i sommozzatori hanno individuato il corpo a circa 5 metri di profondità. Tra le ipotesi un improvviso malore.

Svizzera, spari contro la folla ad un rave party: ci sono vittime

Roma, 30 ago. (askanews) – È di almeno un morto e cinque feriti, alcuni dei quali in gravi condizioni, il bilancio della sparatoria avvenuta nella notte durante un rave party all’ippodromo di Schachen, ad Aarau, nel canton Argovia, in Svizzera. Lo riferisce la RSI, citando la polizia cantonale argoviese.
La persona morta nella sparatoria è una ragazza italiana di 22 anni, Maria Spinelli, originaria di Atri, in Abruzzo. Anche tra i feriti risultano due italiani.

“Esprimo il mio più profondo cordoglio per la morte di Maria Spinelli, la giovane italiana rimasta vittima della tragica sparatoria di Aarau, in Svizzera”. Lo dichiara in una nota la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. “Il mio pensiero – aggiunge – va anche agli altri feriti, tra i quali risultano due cittadini italiani, e a tutte le persone coinvolte in questa drammatica vicenda. Seguiamo con attenzione gli sviluppi attraverso la Farnesina e le nostre rappresentanze diplomatiche, confidando nel lavoro delle autorità svizzere per fare piena luce sull’accaduto e individuare i responsabili”.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ricevuto una telefonata del capo del Dipartimento Federale degli Affari Esteri della Svizzera Ignazio Cassis, il quale ha voluto rivolgere al ministro e al governo italiano le condoglianze per la morte della cittadina italiana nel corso della sparatoria avvenuta ad Aarau e offerto piena e immediata assistenza nelle indagini per la cattura del colpevole e per le verifiche sugli eventuali ulteriori italiani che fossero presenti tra i feriti. Tajani ha espresso apprezzamento per il gesto di solidarietà e amicizia della Svizzera e per l’offerta di assistenza. L’Unità di Crisi della Farnesina è al lavoro con l’Ambasciata a Berna e il Consolato generale a Basilea e sta assistendo la famiglia della connazionale. L’incaricato d’Affari a Berna è stato inviato sul posto assieme al funzionario di collegamento della polizia di Stato per seguire da vicino le indagini.

Secondo quanto riferito dalle autorità a SRF e rilanciato dalla RSI, i colpi d’arma da fuoco sono stati esplosi contro la folla presente alla manifestazione. Non è al momento chiaro chi abbia sparato né quale sia la dinamica dell’accaduto.

La sparatoria è avvenuta nella notte alla fine di un rave organizzato a Schachen, Aarau. L’evento si è verificato verso la fine della festa, secondo la Rts, per cui sul luogo del maxi-raduno era rimasto un centinaio di persone. La ragazza di 22 anni, di cui la polizia non ha fornito al momento ancora alcun dettaglio, è morta per le ferite riportate sul posto, ha indicato il portavoce della polizia Pascal Wenzel ai media. I feriti, tra i 24 e i 27 anni, sono stati ricoverati con ferite che vanno da leggere a gravi. Per la Rts, tutte le vittime sono domiciliate in Svizzera.

La polizia è ancora alla caccia del o dei responsabili della sparatoria. Le forze dell’ordine hanno fatto appello alla popolazione affinché eviti la zona e la piscina di Aarau.

Secondo le prime ricostruzioni,  la sparatoria è avvenuta poco dopo le 2.30 nell’area dell’ippodromo dello Schachen, ad Aarau, capitale del canton Argovia, circa 50 chilometri a ovest di Zurigo. Sul posto era in corso la settima edizione dell'”Aarau Rave”, una manifestazione di musica techno alla quale erano attese migliaia di persone. Secondo l’emittente pubblica SRF, gli organizzatori prevedevano circa 2.500 partecipanti, mentre altre fonti hanno indicato una capienza attesa fino a 3.500 persone. Non è ancora noto quante fossero effettivamente presenti al momento degli spari, anche perché l’evento era alle battute finali e secondo i media elvetici ormai rimanevano poche centinaia di partecipanti.

Oltre alla giovane morta, altre cinque persone sono state raggiunte dai colpi: quattro uomini e una donna, di età compresa tra 24 e 27 anni. Sono state tutte ricoverate in ospedale con ferite di diversa gravità, da lievi a gravi. La polizia non ha precisato se qualcuno dei feriti più seri si trovi in pericolo di vita. A molte ore dall’accaduto resta quasi completamente da ricostruire la dinamica. Nel punto stampa delle 14 la polizia ha confermato di non sapere ancora da quale posizione siano stati esplosi i colpi e neppure quanti siano stati. Non ci sono inoltre indicazioni sull’identità dell’autore o degli autori e gli investigatori non sono ancora in grado di stabilire se abbia agito una sola persona oppure più persone. Anche il movente resta completamente sconosciuto. La polizia ritiene tuttavia che l’autore o gli autori non si trovino più ad Aarau. La vasta caccia all’uomo prosegue e alle ricerche partecipa anche la polizia tedesca, nell’ambito della normale cooperazione transfrontaliera con le autorità svizzere. La presenza delle forze dell’ordine è stata rafforzata anche al di fuori della città, mentre l’area immediatamente circostante l’ippodromo rimane transennata. Al di fuori della zona isolata, le autorità hanno indicato che la popolazione può muoversi normalmente.

Secondo le prime testimonianze raccolte dai media locali, gli spari sono cominciati quando il rave era praticamente terminato. Un partecipante ha raccontato all’emittente regionale Tele M1 che la musica si era fermata attorno alle 2.30 e che molte persone si stavano ormai dirigendo verso l’uscita. Le detonazioni sarebbero proseguite per uno o due minuti e inizialmente diversi presenti avrebbero pensato a petardi o fuochi d’artificio.

La percezione di quanto stava accadendo sarebbe cambiata quando alcune persone hanno cominciato a gridare che si trattava di colpi d’arma da fuoco e hanno invitato gli altri a mettersi al riparo. Diversi partecipanti si sono nascosti nelle strutture del bar o nei servizi igienici. Lo stesso testimone ha raccontato di aver visto una donna a terra, colpita da un proiettile, mentre alcuni presenti tentavano di soccorrerla. Saranno le indagini a stabilire se si trattasse della 22enne italiana morta nell’attacco.

La chiamata alla polizia è arrivata poco dopo le 2.30. E’ quindi scattato un dispositivo di sicurezza eccezionalmente vasto, con la polizia cantonale, i vigili del fuoco, numerosi servizi sanitari, l’unità cantonale per gli interventi in caso di catastrofe e l’unità speciale Argus. Nell’operazione è stato impiegato anche un elicottero Super Puma dell’esercito svizzero.
Durante la notte e la mattina sono stati effettuati controlli sulle automobili e pattugliamenti anche nel centro di Aarau.

L’area comprendente l’ippodromo, gli impianti sportivi e la piscina dello Schachen è stata isolata. La piscina pubblica è rimasta chiusa a causa delle operazioni di polizia. Molti dei partecipanti al rave sono stati portati in una palestra, dove hanno ricevuto assistenza e sono stati ascoltati dagli investigatori.

Uno degli elementi sui quali si concentra ora l’indagine è l’enorme quantità potenziale di immagini realizzate durante la festa. La polizia ha rivolto un appello a tutti i presenti affinché consegnino fotografie e video girati prima, durante e immediatamente dopo la sparatoria. L’obiettivo è ricostruire i movimenti nell’area e individuare immagini dell’autore o degli autori, di eventuali armi o di mezzi utilizzati per allontanarsi.

Non è stato ancora chiarito neppure se le sei persone colpite fossero obiettivi deliberatamente scelti oppure vittime casuali.
La polizia non ha fornito elementi che consentano, allo stato attuale, di parlare di terrorismo, di un regolamento di conti, di una lite degenerata o di un attacco indiscriminato. Nessuna di queste ipotesi è stata finora confermata.

Gli organizzatori dell'”Aarau Rave” hanno affermato che la manifestazione è stata “oscurata da un grave evento” e che i servizi di emergenza sono stati immediatamente allertati. Anche Tekibo, uno dei DJ che si erano esibiti durante la serata, è intervenuto sui social definendo quanto accaduto devastante e osservando che “techno e rave dovrebbero essere un luogo di libertà e sicurezza”. Il musicista ha inoltre fatto riferimento alla perdita di una persona per lui importante. Gli investigatori sperano che l’esame delle tracce raccolte nell’area dell’ippodromo e soprattutto dei filmati forniti dai partecipanti possa consentire di definire meglio una vicenda della quale, a oltre dieci ore dagli spari, rimangono ancora sconosciuti gli elementi essenziali: chi abbia sparato, con quale arma, da dove e perché.

Alessandro Di Battista ricoverato a Cuba dopo il malore: "Ce la metterò tutta per tornare"

Romao, 30 ago. (askanews) – “Ce la metterò tutta per tornare presto”. Lo scrive su Instagram Alessandro Di Battista, ex deputato del Movimento 5 Stelle, ricoverato a Cuba in seguito a un malore.

Di Battista ha replicato al post della pentastellata Ilaria Loquenzi che gli aveva scritto: “Ale devi tornare, qui tutti sentono la mancanza tua e delle tue scomode verità”.

Di Battista, ieri, dopo un forte mal di testa ha accusato un malore e ha perso conoscenza. Ricoverato all’ospedale di Santa Clara, ha poi in serata ripreso conoscenza ed è stato trasferito in ambulanza verso L’Avana. In questa prima fase si è preferito non optare per uno spostamento in elisoccorso, in attesa di accertamenti a valutazioni mediche più approfondite in base a cui sarà possibile determinare se le sue condizioni consentono quel tipo di trasporto.

Fonti di palazzo Chigi hanno già fatto sapere che un aereo sanitario è pronto a riportarlo in Italia, ma che la decisione spetterà appunto alla valutazione dei medici in base alle sue condizioni cliniche.
Oggi Alessandro Di Battista ha avuto anche un breve colloquio al telefono con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dall’ospedale di L’Avana dove si trova ricoverato. Fonti della Farnesina confermano che il ministro ha chiamato l’ex parlamentare per offrirgli la sua solidarietà e lo ha trovato “combattivo nel tono, non indebolito nel morale nonostante la complicata situazione”. Tajani, spiegano alla Farnesina, ha espresso la sua solidarietà a Di Battista, garantendogli che il governo farà “tutto quello che serve per lui come bisogna fare per ogni cittadino italiano in condizioni simili”, augurandogli di tornare presto a Roma.

Il vicepremier, rievocando il proprio passato da giornalista, ha chiesto all’ex deputato del M5s su cosa si stesse concentrando nei suoi reportage a Cuba. Di Battista gli ha parlato a lungo di Cuba, ha sottolineato la necessità di aiutare il popolo cubano, e ha raccontato le condizioni dell’Isola. La telefonata si è conclusa con l’auspicio di Tajani di rivedersi presto, “di tornare a litigare su tutto ma non sulla solidarietà tra italiani e sui percorsi di pace che dobbiamo costruire”.

Sull’Ucraina l’Europa non è stata miope. È stata lucida, e ha avuto ragione

Ventanni di apertura verso Mosca

Per vent’anni abbiamo tentato in tutti i modi di legare la Russia a noi. L’abbiamo accolta nel G8, nel Consiglio d’Europa, nell’OMC. Abbiamo costruito Nord Stream 1 e Nord Stream 2, abbiamo alimentato le nostre fabbriche con il suo gas a basso costo e aperto i nostri mercati e le nostre banche ai suoi capitali. Abbiamo creduto al mantra del Wandel durch Handel: cambiare attraverso il commercio.

La risposta di Mosca è stata l’invasione della Georgia nel 2008, l’annessione della Crimea nel 2014, la guerra ibrida, gli omicidi sul suolo europeo, i cyberattacchi e, infine, l’invasione su larga scala dell’Ucraina.

Quello che alcuni chiamano «aver messo la Russia in un angolo» è stato, in realtà, la presa d’atto che non esistevano più le condizioni per costruire un grande spazio politico ed economico europeo fondato su due pilastri. Perché uno dei due pilastri aveva scelto di contrapporsi all’altro.

Non si può costruire un ordine comune con chi considera l’esistenza stessa di un’Unione Europea libera e democratica una minaccia al proprio modello autoritario.

 

LEst europeo ha scelto liberamente lOccidente

La NATO non ha semplicemente «accerchiato» la Russia. Sono stati i Paesi dell’Europa centrale e orientale, usciti dal dominio sovietico, a bussare alla porta della NATO e dell’Unione Europea perché non volevano più correre il rischio di tornare sotto l’influenza di Mosca.

Negare loro questa possibilità, in nome della costruzione di un asse privilegiato con la Russia, sarebbe stato il vero tradimento dei valori europei. Avrebbe significato riconoscere implicitamente a Mosca un diritto di veto sulla sovranità e sulle scelte internazionali dei suoi vicini.

L’Europa, dunque, non è stata miope quando ha scelto di sostenere l’Ucraina. Ha preso atto, forse persino troppo tardi, che la sicurezza del continente non poteva essere fondata sull’accettazione di sfere d’influenza imposte con la forza.

 

La vera sfida europea si chiama autonomia strategica

Sì, è in corso una transizione degli equilibri mondiali e il peso di Pechino è destinato a essere decisivo. Proprio per questo l’Europa ha fatto bene a non affidare il proprio futuro a una potenza segnata da un forte declino demografico e da crescenti limiti economici e tecnologici come la Russia, oggi sempre più dipendente dalla Cina sul piano commerciale, finanziario ed energetico.

Il vero polo con cui l’Europa deve misurarsi è Pechino. E per farlo occorreva anzitutto ridurre una dipendenza energetica divenuta strategicamente insostenibile e cominciare finalmente a costruire una vera autonomia europea: energetica, industriale, tecnologica e militare.

Naturalmente il prezzo è stato alto e alcune scelte europee possono essere discusse. Ma confondere i costi della rottura con la causa che l’ha resa inevitabile significa rovesciare il rapporto tra causa ed effetto.

Non ci siamo dati la zappa sui piedi. Abbiamo cominciato a liberarci dalle catene.

Politica e parole, l’enigma della Terza Repubblica

Nelle prime battute del film “Il Gattopardo” si trova tutto quello che c’è da sapere sulla politica d’oggi e sul possibile commento dell’anziano elettore di oggi in preda allo smarrimento. In un magistrale dialogo il prete di palazzo, Don Calogero Sedara, si lamenta per il nuovo che avanza, che non lo convince e che anzi teme. “Brutti tempi Eccellenza, brutti tempi!”. Ricevendo così la ferma risposta del Principe Fabrizio Salina all’invito della prudenza di certe frequentazioni rivoluzionarie del nipote Tancredi: ”La colpa non è di Tancredi ma dei tempi!”.

 

Visconti e la sua visione della storia

Poi il Principe rassicurerà il sacerdote con disincantato fatalismo: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi”. Il prete, interpretando la parte di un riottoso elettorato di oggi, risponde di rimando: ”Sono stato troppo brusco, conservatemi la vostra benevolenza”. Infine di nuovo il Nobile Salina per meglio spiegare il suo pensiero: “Non siamo ciechi di spirito ma solamente essere umani in un mondo in piena trasformazione…. Questi gloriosi nuovi tempi ci daranno delle strade migliori”. Quanto alla sua filosofia il film potrebbe già finire qui. Siamo tutti sulla barca di questa speranza ma almeno la comunicazione politica non sembra avvincente.

 

Lo speech politico doggi: che dire e come dire?

Nell’intelligente libro di Patrick Fasciolo, esperto della materia, a titolo “Silvio, ci manchi?”, l’autore osserva come qualcosa non giri per il giusto verso. Che il Berlusca fosse un genio della comunicazione è cosa ovvia, sapeva suggestionare, riempire lo spazio e andare dritto al punto ben facendosi comprendere dal suo popolo. Il “contratto con gli Italiani” visibilmente in bella mostra a “Porta a Porta” ne è un esempio eclatante. I fogli tenuti saldamente in mano dal Cavaliere incarnano il depositario di soluzioni immediate, lo scettro del potere della sapienza, che agiterà poi durante ogni intervista televisiva. Si ricorderà di un contratto non soltanto sbandierato ma firmato in diretta davanti agli Italiani ed ancora, negli incontri a seguire, “i cartelli con le promesse elettorali non restavano appoggiati dietro di lui, li distribuiva ai giornalisti, li dava letteralmente in testa a chi poneva domande scomode”.

 

Un campo largo senza i fondamentali”

Alla politica della eventuale Terza Repubblica in questo ambito, sia concesso, manca ancora qualcosina. Un discorso della Schlein del 2023 lascia riflettere: ”Dopodiché, non è un mistero che noi invece in quella mozione congressuale, che non entrava nello specifico della questione Roma, ma in generale diceva: ci piace portare, diciamo, insieme ai nostri amministratori il Partito Democratico verso un futuro che, grazie anche alle nuove norme europee, sempre di più investe e costruisca dei cicli positivi, diciamo, della circolarità uscendo dal modello lineare”. Voce del verbo, chi ci capisce è bravo.

Non va meglio con la metafora di Bersani quando dice che occorre con il tempo saper “smacchiare i giaguari”, per fortuna non i gattopardi. Chissà quanti almeno della nuova generazione ne intenderanno il senso. Ancora la Schlein lascia perplessi mentre, nel corso di una trasmissione televisiva, beve direttamente da una bottiglietta di plastica. Avrebbe fatto inorridire anche Berlinguer. Il profilo e lo stile istituzionale di chi si candida alla guida del Paese, con inevitabili tavoli di incontro con i leaders mondiali, dovrebbe suggerire un diverso modo di porsi. Si dovrebbe evitare il rischio di riattaccarsi in quelle sedi, per ben dire, alla preziosa boccetta.

Neppure va forte Conte che si dichiara avvocato del popolo con tanto di abiti dal taglio ricercato, puntuale pochette da taschino ed orologio di valore al polso. Andrà bene per i beoni che ne apprezzano questa coerenza.

 

Il passato è ormai passato

Verrebbe da rimpiangere lo stile di Aldo Moro dove si contarono. in un suo celebre discorso ed in uno stesso periodo, ben sedici preposizioni subordinate, ciascuna con suo denso calibro e giustificazione. Ma non bisogna perdersi in nostalgie, bisogna in fretta imparare a saper leggere appunto i nuovi tempi. La sopravvivenza dell’elettorato è nella capacità di adattamento al cambiamento, altrimenti ci si estingue. Dobbiamo tutti in fretta imparare dalla saggezza del Principe di Salina. Occorre adattarsi, aggiungeremmo con rassegnazione, ad un mondo in piena trasformazione. Restiamo, con una punta di legittima apprensione, in attesa dei risultati. Affidiamoci alle esortative parole di Bonaccini, se studieremo avremo un felice futuro.

Popolari, dagli spalti al campo: è tempo di ritrovare l’unità

Il Centro che non trova spazio nei due poli

Ormai siamo arrivati alla vigilia – o meno – di una scelta, squisitamente politica, che riguarda il futuro, la prospettiva, il progetto e la credibilità del Centro nel nostro paese. Un Centro o una “politica di centro”, per dirla con la migliore tradizione democratico cristiana che, come ormai tutti sanno al di là della comprensibile ipocrisia e recitazione pubblica, nelle principali coalizioni attualmente in competizione semplicemente non esistono. Perchè, appunto, si tratta di due coalizioni che hanno fatto della radicalizzazione della lotta politica e della polarizzazione ideologica la loro ragion d’essere. Nel campo della sinistra questo dato è talmente evidente e plateale che non merita neanche di essere ulteriormente approfondito. Ormai la guida politica, culturale e programmatica da quelle parti è talmente chiara ed oggettiva che il cosiddetto Centro, e tutto ciò che è riconducibile al Centro, è una categoria del tutto estranea, esterna, fuori campo e fuori luogo nella prospettiva della futura “gioiosa macchina da guerra”.

Nel campo del centro destra la forza, l’autorevolezza e il carisma di Giorgia Meloni sono talmente evidenti e plateali che ogni altro contributo, seppur importante e di qualità, è destinato ad essere drasticamente irrilevante ed ininfluente.

 

Le tre culture necessarie a un progetto centrista

Alla luce di questa considerazione chi, oggi, e in vista delle prossime elezioni politiche, scommette sul futuro di un progetto centrista, riformista e di governo non può che costruire un luogo culturalmente plurale. E in questa pluralità la presenza, il ruolo e, soprattutto, il contributo politico, culturale e programmatico dei Popolari dovrà essere decisivo. Non esclusivo, come ovvio e persino scontato, ma comunque importante ai fini della costruzione del progetto politico complessivo.

Ora, e alla luce di questa concreta situazione, lo sforzo che deve fare adesso l’area Popolare – seppur riconoscendo il pluralismo interno che la contraddistingue – è quella di ricostruire una vera e propria ricomposizione per poi definire, insieme, il progetto politico centrista, democratico e di governo. Anche perchè, come ben sappiamo, sono tre le componenti di fondo che storicamente hanno costruito, e consolidato, un progetto politico centrista e riformista nel nostro paese. E cioè, il pensiero e la storia del cattolicesimo popolare e sociale, il pensiero e la storia del liberalismo democratico e, infine, il pensiero e la tradizione del socialismo democratico e riformista. Tre aree culturali fondamentali, nonchè indispensabili e necessarie, se si vuole dare una ossatura culturale e politica credibile per il futuro di un Centro riformista, democratico e di governo.

 

Lunità dei Popolari per tornare in campo

E l’unità, o la ricomposizione politica ed organizzativa, dei Popolari è la precondizione essenziale per irrobustire lo stesso progetto centrista. Occorre, cioè, accantonare quella frammentazione e quella dispersione – il più delle volte dettate da ragioni di esibizionismo personale e di piccoli gruppi del tutto autoreferenziali e, di conseguenza, insignificanti ed irrilevanti nella stessa area cattolico popolare – che sino ad oggi ha caratterizzato il mondo Popolare e assumere una precisa iniziativa che proprio attraverso l’unità politica ed organizzativa è in grado di condizionare positivamente e costruttivamente l’orizzonte centrista e riformista nel nostro paese.

Una unità, in ultimo ma non per ordine di importanza, che sia anche in grado di rendere nuovamente protagonista un pensiero, una storia, una tradizione ed una cultura che in questi ultimi anni, purtroppo e per svariate motivazioni, si sono limitati a guardare la politica dagli spalti. Al massimo – sempre per usare una metafora calcistica – potevano applaudire, dagli spalti o dalla tribuna, ciò che capitava in campo. Forse è giunto il momento per invertire definitivamente la rotta.