Le radici del personalismo moroteo
La possibilità datami dal destino di incontrare il Presidente Moro mi ha offerto la ricchezza di un insegnamento non comune, fondato soprattutto sull’esempio. Oggi s’impone una sorveglianza critica sul valore del suo pensiero, che non può essere analizzato complessivamente visto che è stato bruscamente interrotto e poi interpretato in modo marginale e sovente strumentale. Occorre cogliere pertanto l’esigenza assai diffusa di isolare i vari momenti di un’opera vasta che segna e qualifica la presenza dei cattolici in politica, sotto l’egida dell’ispirazione laica e democratica. Siamo di fronte a qualcosa che si può definire “umanesimo popolare”.
Aldo Moro era un vero democratico cristiano. Cresce nelle organizzazioni cattoliche negli anni ’30 all’ombra di quel mondo variegato che fu l’arcipelago delle realtà collaterali all’Azione cattolica, guidata dal magistero e dall’amore di Pio XI (“la pupilla dei miei occhi”, così la definiva). Gedda vi eserciterà un ruolo importante per circa un trentennio. A quei giovani, tra i quali vi erano Giulio Andreotti, Emilio Colombo, Mariano Rumor e naturalmente Moro, Papa Ratti ripeteva: “Studiate, formatevi… verrà un giorno che sarete chiamati a responsabilità!”. E quel giorno venne dopo l’immane catastrofe della guerra, la lotta fratricida, la rinascita democratica, la non facile scelta della libertà politica e certamente la maturazione morale in quei giorni che Eduardo De Filippo definirà “’a nuttata!”. Dunque, chi voglia analizzare il pensiero e soprattutto l’opera morotea non può prescindere dal clima che egli ha respirato negli anni ’40, che videro la sua completa e definitiva adesione agli ideali della Democrazia Cristiana.
Un forte retroterra religioso
Moro veniva da un forte retroterra religioso e apparteneva ad un mondo borghese illuminato, fatto di studi, riflessioni, approfondimenti, ricerche. Affezionato al mondo universitario, ha coltivato l’impegno da missionario dell’insegnamento nonostante le fatiche della politica. Infatti amava ripetere che era soprattutto un professore ed anche quando, nei primi anni ’70, circolava la proposta che chi aveva un incarico universitario o fosse un professionista e avesse al tempo stesso una carica istituzionale e politica avrebbe dovuto optare, egli ammonì che se fosse passato quel provvedimento in legge si sarebbe alzato nell’aula di Montecitorio e avrebbe informato il Parlamento che la sua vocazione era di “fare il professore”, e quindi avrebbe abbandonato ogni carica politica. Ma non ve ne fu bisogno perché fortunatamente, nel crinale infuocato ed irrazionale degli anni di piombo, quel provvedimento non divenne legge.
La formazione cattolica e la cultura della libertà
La formazione culturale di Moro avviene all’insegna di quella grande rivoluzione che fu il personalismo comunitario di Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier, ma soprattutto secondo le sfide di quest’ultimo che con la rivista Esprit sconvolse le certezze perbenistiche e borghesi degli anni Trenta.
L’arrivo nel panorama culturale italiano del personalismo rivoluzionò non soltanto il mondo cattolico, costringendolo a fare i conti col binomio tradizione/progresso, ma spinse anche le certezze neo-idealistiche a confrontarsi con nuove sfide ermeneutiche. Lo stesso impianto gnoseologico sul quale si era retto il regime fascista scricchiolava sotto i colpi delle rinnovate esigenze giovanili e delle nuove urgenze poste dalle contraddizioni del capitalismo.
Ecco, si aprivano nuove prospettive e diverse aspirazioni agitavano i giovani, non certo quelle propagandate dal regime. Moro percepisce i segni del malumore crescente soprattutto tra i giovani e vede nel personalismo il segno del futuro, non soltanto sul fronte filosofico ma anche su quello politico.
La Costituzione come servizio alla persona
La lunga amicizia con mons. Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI, sarà fondamentale nelle scelte di Moro. Si erano conosciuti nella Fuci, della quale Moro divenne presidente negli anni della seconda guerra mondiale.
La centralità della persona è sottolineata da Moro anche nella sua opera all’interno dell’Assemblea Costituente, dove il suo contributo si incontra con quello di Giorgio La Pira. Proprio con La Pira curerà l’articolo 11 della Costituzione e contribuirà all’intera intelaiatura costituzionale, realizzando i presupposti di uno Stato al servizio della persona e non viceversa.
Oltre il bipolarismo: la democrazia della partecipazione
L’impegno politico e culturale moroteo è stato sempre orientato all’allargamento delle condizioni per realizzare una vera democrazia della partecipazione, fortificando il ruolo dei partiti politici come strumenti di coinvolgimento democratico.
Di qui l’intuizione di una terza fase, rimasta soltanto “in nuce” a causa della tragica fine dello statista, secondo la quale l’evoluzione della società deve confrontarsi con i principi non negoziabili alla luce delle coordinate storiche. Occorre quindi attualizzare il pensiero di Moro, nella convinzione che non possa esistere una politica senza una riflessione mediata e ponderata, capace di cogliere, come diceva lui stesso, «le conseguenze delle conseguenze degli avvenimenti».
Un’eredità morale per le nuove generazioni
È trascorso tanto tempo. Il crollo del Muro di Berlino, la crisi del comunismo e oggi quella del capitalismo consumistico, l’avvento dell’informatica, la società multietnica, i nuovi diritti e le trasformazioni del lavoro hanno cambiato profondamente il nostro tempo.
Tuttavia il pensiero di Moro resta un monito. Per chi ha avuto il privilegio di conoscerlo, rimane vivo il ricordo di un maestro che ha saputo coniugare fede, cultura e politica.
Ancora oggi il suo sacrificio costituisce un dolore profondo, ma anche un insegnamento. La sua testimonianza continua a rappresentare un punto di riferimento per i giovani studiosi del nuovo millennio, chiamati a riscoprire, attraverso il suo esempio, il valore della persona, della libertà e della responsabilità.
Prof. Giulio Alfano
Presidente dell’Istituto Emmanuel Mounier – Italia