Un referendum che non è affatto tecnico
Chiamarlo referendum “tecnico” è la prima semplificazione. Il 22–23 marzo 2026 non si vota soltanto sulla separazione delle carriere: si decide su un’idea di democrazia, cioè sulla capacità del potere giudiziario di restare contrappeso reale, invece di diventare più permeabile alla contingenza politica.
In questa prospettiva, la chiave proposta da Luciano Canfora sposta il fuoco: non sul pittoresco della “corporazione” né sulla retorica anti-toghe, ma sulla funzione costituzionale dell’autonomia giudiziaria. In Italia essa è un presidio di garanzia: impedisce che l’azione dell’esecutivo scavalchi i limiti, soprattutto quando la pressione politica cresce e il controllo di legittimità viene dipinto come ostacolo.
Lo scenario “possibile” se vince il Sì
Da qui discende un esercizio che va fatto senza isterie e senza caricature: immaginare lo scenario “possibile” se vincesse il Sì, non come profezia catastrofista, ma come traiettoria istituzionale. Che cosa accade quando la pubblica accusa, direttamente o indirettamente, diventa più agganciata al circuito politico?
Guardiamo oltre Atlantico: negli Stati Uniti d’America la funzione dell’accusa federale è incardinata nell’alveo dell’esecutivo. Non significa che quella democrazia sia “meno democratica” per definizione; significa però che lì il tema della politicizzazione della giustizia torna ciclicamente, perché la struttura stessa rende fisiologica una tensione: chi decide priorità, indirizzi, nomine? Quanto pesa il cambio di amministrazione? Quanto può diventare “politica” la selezione dei bersagli e delle urgenze?
In altre parole: non è necessario che qualcuno ordini esplicitamente; spesso basta che la catena di comando esista e sia percepita.
Democrazie polarizzate e conflitto permanente
In chiave comparativa, prendiamo l’Argentina: nelle democrazie polarizzate la frizione tra governo e magistratura tende a riemergere come tratto strutturale. Nel 2025 l’esecutivo ha nominato per decreto Ariel Lijo e Manuel García-Mansilla per la Corte Suprema, in assenza dell’approvazione del Senato; poche settimane dopo il Senato ha respinto entrambe le designazioni e García-Mansilla ha rassegnato le dimissioni.
Non è un paragone automatico, ma un monito: quando il conflitto tra governo e magistratura viene normalizzato, la legalità smette di essere cornice e diventa contesa; e a pagare il prezzo, quasi sempre, è chi non ha rete, denaro, avvocati potenti.
I contrappesi sotto pressione: una lezione storica
Infine, la memoria storica ci ricorda che nelle stagioni dei generali golpisti la prima operazione non è “fare nuove leggi”: è addomesticare i contrappesi. Mettere la giurisdizione sotto pressione, ridurre l’autonomia, trasformare il giudice in una figura che calcola conseguenze extra-giuridiche prima di decidere.
Non serve immaginare carri armati nelle piazze: spesso la cattura istituzionale avanza per ristrutturazioni, nuovi organi, nuove procedure che cambiano lentamente i rapporti di forza. La sostanza resta: se il controllore viene reso più vulnerabile, il controllato diventa più libero.
Separazione delle carriere: il falso bersaglio
A questo punto, lo snodo del dibattito si chiarisce. Perché la “separazione” – nel senso più concreto e quotidiano – in larga parte esiste già: funzioni diverse, percorsi distinti, passaggi rarissimi e vincolati.
Il punto, allora, non è la mitologia del “giudice amico del PM”. Il cuore della partita è la riscrittura dell’autogoverno.
Il vero nodo: il CSM e la leva di comando
La posta in gioco reale è il Consiglio Superiore della Magistratura nella sua concezione originaria: l’architrave che preserva l’autonomia dell’ordine giudiziario e regola, fuori dalla congiuntura politica, nomine, trasferimenti, progressioni e disciplina.
Qui non si “separa” soltanto: si ridisegna la leva di comando. Due Consigli, e la disciplina spostata fuori dall’autogoverno, in un’Alta Corte disciplinare. Non è tecnica: è un cambio di baricentro nei contrappesi.
Sorteggio e rappresentanza: un’accountability indebolita
Qui si tocca un punto sensibile: la rappresentanza. Con la riforma, infatti, i componenti dei due Consigli vengono estratti a sorte: per un terzo da un elenco di professori ordinari in materie giuridiche e di avvocati con almeno quindici anni di esercizio, elenco che il Parlamento italiano in seduta comune compila mediante elezione; e per due terzi tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti, nel numero e secondo procedure previsti dalla legge.
È un dispositivo che ridisegna l’accountability: la componente “laica” resta, per costruzione, politicamente tracciabile nella fase decisiva (la formazione dell’elenco), mentre la componente togata viene consegnata alla casualità della selezione, e dunque si indeboliscono responsabilità, criteri di competenza e controllo interno su chi esercita funzioni di autogoverno.
Le degenerazioni e la falsa cura
È qui che torna la domanda che dobbiamo avere il coraggio di porre, senza perifrasi: davvero la cura delle degenerazioni – correntismo, carrierismi, opacità – passa dal rendere più porosa la frontiera con la politica? Davvero si combattono distorsioni interne indebolendo gli anticorpi costituzionali?
E mentre si interviene sull’assetto delle garanzie e dei meccanismi di controllo, l’agenda della giustizia “di servizio” viene declassata: riduzione degli arretrati, dotazioni di personale, risorse, governance organizzativa, accessibilità. Il conflitto sale di quota, ma la capacità effettiva di tutela nei territori resta il nodo irrisolto.
L’equilibrio costituzionale come bene comune
Qui non si tratta di difendere “le toghe”. Si tratta di difendere l’equilibrio pensato dalla Costituente: poteri che si controllano a vicenda, legalità come limite necessario dell’azione di governo. Se quel limite diventa comprimibile, la domanda non è chi vince, ma chi sarà più protetto domani.