Roma, 4 nov. (askanews) – Il cinema italiano perde uno dei suoi autori più anticonformisti e provocatori. È morto Tinto Brass, regista che ha attraversato oltre mezzo secolo di storia dello spettacolo trasformando l’eros in una cifra stilistica e in uno strumento di provocazione culturale. Aveva 93 anni ed era malato da tempo. A comunicarne la scomparsa la moglie Caterina Varzi e i figli Bonifacio e Beatrice Brass. La famiglia ha fatto sapere che le esequie si svolgeranno in forma strettamente privata.
Una carriera, quella di Brass, segnata dalla costante ricerca della libertà espressiva, dalla sperimentazione visiva e dal confronto, spesso conflittuale, con le convenzioni morali e sociali. Autore di film destinati a lasciare un’impronta nell’immaginario collettivo, da Salon Kitty a Caligola, da La chiave a Paprika, ha fatto della provocazione una forma di linguaggio, rivendicando il diritto di raccontare il desiderio e la sessualità senza rinunciare all’ironia e allo spirito dissacrante.
Dalle origini veneziane all’incontro con la Nouvelle Vague Nato a Milano il 26 marzo 1933 con il nome di Giovanni Brass, cresce in un contesto culturale profondamente legato a Venezia, città nella quale si trasferisce subito dopo la nascita. È il nonno, il celebre pittore e scenografo Italico Brass, ad attribuirgli il soprannome di Tintoretto, destinato a diventare il suo nome d’arte, poi abbreviato in Tinto.
La sua formazione personale è attraversata da due influenze apparentemente opposte: da una parte l’educazione rigida imposta dal padre, dall’altra lo spirito anarchico del nonno, orgoglioso delle proprie origini russe. Da questo intreccio nasce quell’atteggiamento irriverente nei confronti delle istituzioni e delle regole che caratterizzerà tutta la sua produzione artistica.
Dopo aver conseguito nel 1957 la laurea in giurisprudenza all’Università di Padova, Brass si trasferisce a Parigi. Qui lavora come archivista presso la prestigiosa Cinémathèque Française, entrando in contatto con il fermento culturale della nascente Nouvelle Vague. Un’esperienza decisiva per la sua formazione cinematografica.
Rientrato in Italia, comincia a lavorare nel cinema come aiuto regista, collaborando con Alberto Cavalcanti, Joris Ivens e Roberto Rossellini.
Nel 1957 sposa Carla Cipriani, che diventerà una figura fondamentale anche sul piano professionale, collaborando con lui come co-sceneggiatrice e segretaria di edizione in gran parte dei suoi film. Dal matrimonio nascono due figli. Il loro legame durerà oltre quarant’anni, fino alla morte di Carla, nel 2006.
Il debutto dietro la macchina da presa arriva nel 1963 con Chi lavora è perduto. Ambientato a Venezia, il film racconta il disagio di un giovane incapace di trovare il proprio posto nella società, attraverso uno stile anarchico e sperimentale che richiama la Nouvelle Vague, movimento che in Italia non era riuscito a svilupparsi pienamente.
La pellicola incontra immediatamente le resistenze della censura, che ne impone la revisione a causa dei temi affrontati. Brass risponde con una soluzione coerente con il proprio carattere: anziché modificare il contenuto, cambia soltanto il titolo originale, In capo al mondo. Nel 1964 firma inoltre due episodi di La mia signora, con Silvana Mangano e Alberto Sordi.
Verso la fine degli anni Sessanta il regista si allontana progressivamente dalla commedia e dal dramma tradizionale. Il suo interesse si concentra sempre più sui personaggi ai margini della società, sulle contraddizioni del presente e sulla possibilità di mettere in discussione i codici dominanti. La provocazione sessuale diventa progressivamente uno degli elementi centrali della sua poetica.
Un percorso che lo porta a confrontarsi ripetutamente con la censura e con la magistratura, spesso intervenute per bloccare o limitare la circolazione delle sue opere.
Nel 1967 realizza Col cuore in gola, thriller pop caratterizzato da un montaggio e da una costruzione visiva fortemente personali. Interpretato da Jean-Louis Trintignant ed Ewa Aulin, è il primo capitolo di una trilogia di film ambientati a Londra, realizzato con la consulenza grafica di Guido Crepax.
Liberamente ispirato al romanzo Il sepolcro di carta di Sergio Donati, il film è sceneggiato dallo stesso Brass insieme a Francesco Longo e Piere Lévy-Corti, con musiche di Armando Trovajoli. Al centro della vicenda, l’incontro breve e fatale tra un attore francese e una giovane donna in stato di choc, scoperta davanti al cadavere di un uomo.
Nel 1969 dirige L’urlo, opera di ispirazione surrealista che assume i contorni di una contestazione radicale della società e del proprio tempo. Osteggiato a lungo dalla censura, il film ottiene comunque riconoscimenti critici, fino alla candidatura all’Orso d’oro del Festival di Berlino nel 1970.
Il successo di Salon Kitty, nel 1975, rappresenta un passaggio decisivo nella carriera di Brass. Il film attira l’attenzione del produttore Bob Guccione, fondatore di Penthouse, che gli affida la regia dell’adattamento cinematografico di Caligola.
Realizzato nel 1976, il film diventerà uno dei titoli più celebri e controversi della sua filmografia. Un’opera che il regista finirà tuttavia per rinnegare, contestando i pesanti interventi e i rimaneggiamenti imposti dalla produzione durante il montaggio.
Negli anni Ottanta Brass consolida la propria identità autoriale e diventa uno dei principali protagonisti del cinema erotico italiano. Con La chiave (1983), tratto da un romanzo giapponese di Tanizaki Jun’ichiro, offre a Stefania Sandrelli un’importante occasione di rilancio cinematografico.
Parallelamente, contribuisce a lanciare e affermare alcune delle interpreti più riconoscibili del suo cinema: Serena Grandi con Miranda (1985), Francesca Dellera con Capriccio (1986), Debora Caprioglio con Paprika (1990), Claudia Koll con Così fan tutte (1991) e Anna Ammirati con Monella (1997).
Un universo femminile e cinematografico che diventa parte integrante del suo immaginario, insieme a un’estetica riconoscibile, fatta di ironia, sensualità e continua sfida alle convenzioni.
Con Senso 45 (2001), ispirato alla novella Senso, e con il film a episodi Fallo! (2003), Brass ribadisce la propria idea di cinema erotico, concepito non come semplice provocazione, ma come rappresentazione di una dimensione naturale e quotidiana dell’esistenza umana.
Il riconoscimento della Cinémathèque e il rapporto con il teatro La sua influenza supera i confini italiani. Nel gennaio 2002 la Cinémathèque Française di Parigi gli dedica una retrospettiva dal titolo Eloge de la chair (Elogio della carne), riconoscendone il contributo alla storia del linguaggio cinematografico.
Accanto al cinema, Brass coltiva anche un rapporto significativo con il teatro. Nel corso della carriera dirige diversi spettacoli: Pranzo di famiglia (1973), di Roberto Lerici; L’uomo di sabbia (1976), di Riccardo Rehim; e Lulu (1990), di Wedekind.
Nel 2009 torna a confrontarsi con il mito di Don Giovanni, proponendone una rilettura ambientata nella Venezia del 1930 a Villa Pamphili, a Roma. Nello stesso anno presenta alla 66ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia Hotel Courbet, cortometraggio della durata di 18 minuti dedicato al pittore Gustave Courbet, nell’ambito della retrospettiva a lui riservata.
Il legame con la Mostra del Cinema di Venezia si rinnova anche negli ultimi anni, con il conferimento del Premio Pietro Bianchi da parte del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani.
Un riconoscimento motivato dalla sua capacità di essere «maestro di un cinema radicalmente libero, visionario e anticipatore, capace di attraversare i generi e le epoche con la forza di uno sguardo sempre irriverente, anticonformista e profondamente vitale».
Nella motivazione viene ricordato anche il suo contributo alla reinvenzione del linguaggio cinematografico, attraverso l’incontro tra cinema d’autore e sperimentazione, e la capacità di costruire un immaginario che ha inciso profondamente sulla storia del costume e dello spettacolo italiano.
Con la scomparsa di Tinto Brass si chiude una delle esperienze più singolari del cinema italiano. Un autore che ha fatto della libertà di guardare, raccontare e provocare il principio fondante del proprio lavoro, attraversando generi e generazioni senza mai cercare il consenso e lasciando un segno inconfondibile nella cultura visiva del Novecento e dei primi anni Duemila.