Non viviamo tempi tranquilli. Oltre alla crisi climatica, all’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro e alle tensioni legate ai flussi migratori, abbiamo sotto gli occhi guerre sanguinose che occupano ogni giorno le cronache del mondo. Guerre che sembrano avvicinarsi sempre di più all’Europa, mentre si fa strada il timore di un progressivo disimpegno degli Stati Uniti dalla Nato.
In questo scenario, molti ritengono che l’Europa debba armarsi rapidamente, acquistando sistemi militari e rafforzando le proprie capacità difensive, quasi preparandosi a una futura guerra considerata inevitabile. Di fronte a tale clima, le parole di Papa Leone XIV sulla necessità di una pace “disarmata e disarmante” appaiono a molti scandalose, ingenue, perfino inutili. Parole che sembrano scivolare via dal dibattito pubblico, ignorate da gran parte dell’informazione quotidiana e dai suoi editorialisti.
Eppure, la domanda resta inevitabile: sarà davvero in grado l’Europa di difendersi da sola? E noi italiani saremo pronti a partecipare a un eventuale conflitto tecnologico, fatto di droni, missili guidati e minacce capaci di colpire direttamente le nostre città?
Le paure europee e lo spettro della guerra
Le guerre contemporanee alimentano inquietudini profonde. Dall’invasione russa dell’Ucraina alle tensioni mediorientali, passando per il confronto tra Iran, Israele e Stati Uniti, il quadro internazionale appare segnato da una crescente instabilità.
La guerra in Ucraina, distante geograficamente ma percepita come vicina, ha riaperto nel continente europeo paure che sembravano appartenere al Novecento. Allo stesso modo, le tensioni nel Mediterraneo e nel Golfo Persico vengono vissute come elementi di una possibile escalation globale.
Non sorprende dunque che l’Europa viva una stagione di ansia collettiva. Ansie che ricordano le “paure liquide” descritte dal sociologo Zygmunt Bauman: paure diffuse, individualizzate, spesso prive di contorni certi ma capaci di influenzare profondamente il comportamento delle società contemporanee.
Tuttavia, queste paure nascono spesso da supposizioni più che da evidenze concrete. Pensare che la Russia voglia conquistare l’intera Europa occidentale o che gli Stati Uniti intendano esercitare un controllo diretto sul Mediterraneo può apparire, almeno oggi, più frutto di suggestioni geopolitiche che di realistiche prospettive militari.
La pace rimossa dal discorso pubblico
Se è legittimo essere preoccupati, non dovrebbe però diventare legittimo trasformare l’angoscia in una pedagogia permanente della guerra. Ed è qui che emerge un problema culturale e mediatico.
Parole come “pace” e “pacifismo” sembrano ormai pronunciate con imbarazzo, quasi fossero residui di un linguaggio superato. Chi richiama la necessità del dialogo viene spesso accusato di ingenuità, quando non direttamente di irresponsabilità.
Ha colpito, in questo senso, l’editoriale di Ernesto Galli della Loggia pubblicato di recente sul Corriere della Sera ( “Le radici del pacifismo italiano” – 3 maggio) con il titolo “La perdita di fiducia”. Un testo severamente critico verso il pacifismo italiano e verso quella che l’autore definisce una persistente riluttanza nazionale nei confronti della guerra, persino di una guerra difensiva.
Secondo questa impostazione, essere “contro la guerra” non avrebbe più un significato concreto. Il pacifismo verrebbe così interpretato come un’eredità culturale delle élite cattoliche e comuniste del Novecento, incapaci di comprendere la durezza del nuovo ordine mondiale.
La “sindrome dell’inerme”
L’espressione più controversa utilizzata da Galli della Loggia è probabilmente quella della “sindrome dell’inerme”: una sorta di inclinazione patologica degli italiani a rimanere disarmati, non belligeranti, diffidenti verso l’uso della forza.
Ma davvero il rifiuto della guerra può essere considerato una malattia civile? Oppure rappresenta, al contrario, il risultato storico di una memoria collettiva segnata dalle tragedie del Novecento?
Nel giudicare queste posizioni, occorre evitare caricature. Nessuno nega il diritto degli Stati alla difesa. Tuttavia, ridurre il pacifismo a debolezza morale rischia di cancellare un patrimonio etico e culturale che appartiene profondamente alla tradizione europea.
La pace non nasce infatti soltanto dall’equilibrio militare. Nasce anche dalla convinzione che la convivenza umana non possa essere fondata permanentemente sulla contrapposizione tra amici e nemici. Una visione che richiama, inevitabilmente, tanto la lezione evangelica quanto la cultura democratica maturata dopo le grandi guerre europee.
La sfida culturale del nostro tempo
Il vero nodo forse non riguarda soltanto le armi o gli eserciti, ma il linguaggio con cui interpretiamo il presente.
In una stagione dominata dalla paura, parlare di pace non dovrebbe essere considerato scandaloso. E neppure ingenuo. Al contrario, potrebbe rappresentare il tentativo più realistico di impedire che la logica della guerra diventi l’unico orizzonte possibile della politica internazionale.
Per questo le parole di Papa Leone XIV — sulla pace “disarmata e disarmante” — non dovrebbero essere archiviate come utopia irrilevante. Possono invece costituire una provocazione morale rivolta a un’Europa che rischia di smarrire, insieme alla fiducia, anche il senso profondo della propria civiltà.


















































