L’Italia della povertà nascosta
L’annuale pubblicazione a cura dell’ISTAT dei dati sulle condizioni di vita delle famiglie italiane con uno o più minori a carico conferma un trend crescente rispetto ai fenomeni di rischio povertà ed esclusione sociale. La rielaborazione di questa rilevazione statistica realizzata da Save the Children conferma l’esistenza di uno zoccolo duro di difficoltà economiche in molte famiglie italiane e individua nei figli minori la categoria sociale più esposta a questa deriva.
A dispetto delle code autostradali chilometriche di italiani che partono per le vacanze, delle piste innevate stracolme di aspiranti sciatori, con immagini specificamente dedicate ai bambini, e delle spiagge del Sud del Paese che si riempiono di famigliole impegnate nei barbecue e nei pranzi al sacco (l’iconografia di un’Italia felice e spensierata, come ci dispensa la TV), ci si interroga su questa zona grigia e occulta di nuclei domestici che vivono in situazioni di marginalizzazione sociale e di indigenza economica.
In particolare, ci sono in Italia circa 3 milioni di persone che non possono affrontare spese impreviste, riuscendo a malapena a pagare affitto o bollette e a riscaldare la casa: molte di esse non possono permettersi un pasto adeguato almeno una volta ogni due giorni, tantomeno riescono a concedersi almeno una settimana di ferie all’anno o attività sportive e di svago fuori casa.
È una parte d’Italia di cui si parla malvolentieri e con fatica, visto che la povertà in genere si nasconde non per dissimularla ed eluderla, ma per pudore e dignità, partendo dal presupposto che molti genitori rinunciano a spese personali per garantire ai figli il vestiario, il cibo, la dotazione scolastica, insomma un aggancio alla vita dei più fortunati e una speranza di prospettiva futura.
I numeri di un’emergenza che colpisce soprattutto i bambini
Nello specifico, la condizione esistenziale dei soggetti di minore età soffre di una sovraesposizione che integra lo status di povertà o lo lambisce marginalmente: l’ISTAT certifica che il 6,5% delle famiglie con almeno un figlio minore (e si tratta di una famiglia su 15) è in condizione di grave deprivazione. Questa percentuale sale fino al 17% nei nuclei familiari con tre o più figli minorenni, in crescita di quasi 7 punti percentuali dal 10,4% del 2024.
Per quanto attiene invece ai pericoli di rischio di povertà o di esclusione sociale (che sono le precondizioni dello status di vera e propria deprivazione totale), nonostante un lieve calo della percentuale complessiva di popolazione ascrivibile a tali aree (al 22,6% nel 2025 rispetto al 23,1% nel 2024), la quota di famiglie con almeno un minore in questa condizione registra al contrario una crescita, passando dal 25,6% al 26,2%.
E il rischio aumenta al 44,4% tra quelle con tre o più figli minori, con una crescita di 2,4 punti percentuali dall’anno precedente.
La povertà di bambini e adolescenti è molto più intensa nel Mezzogiorno, mentre i minori con cittadinanza straniera sono molto più esposti (43,6%) al rischio di povertà o esclusione sociale rispetto a quelli italiani (23,5%).
Ne deriva che la condizione minorile si rivela per queste famiglie come un fattore di vulnerabilità e di precarietà esistenziale.
La povertà educativa e le responsabilità della scuola
Accanto al dato relativo alla povertà materiale va considerato il fenomeno della povertà educativa, con un’alta percentuale di minori che non svolgono attività culturali come andare a teatro (67,6%) o visitare musei (49,9%), ma in certe aree a forte marginalizzazione sociale e deprivazione culturale essi non completano il percorso dell’obbligo di istruzione.
Occorrerebbe una ricognizione più analitica sul côté educativo della condizione di povertà sotto il profilo del rischio formativo e del disagio scolastico, che sono a un tempo causa ed effetto della dispersione e dell’abbandono precoce degli studi, anche attraverso una mappatura territoriale come da tempo realizzato nel curricolo scolastico francese.
Considerando che il sistema formativo nazionale annovera l’autonomia scolastica come una conquista e uno svincolo da una struttura amministrativa centralizzata, sarebbe interessante valutare come questa deriva di decentramento gestionale e organizzativo potrebbe in concreto agevolare percorsi di recupero del fenomeno dispersivo e di personalizzazione dei piani educativi: istanza peraltro già antecedentemente postulata risalendo addirittura alla legge 4 agosto 1977, n. 517.
L’autonomia dovrebbe esplicitare meglio la sua funzione compensativa e di aggancio al territorio, piuttosto che realizzare forme di concorrenza e di emulazione nella predisposizione dei piani di offerta formativa, che non sono una competizione tra istituti ma un assist tendente al riscatto sociale.
La lettura in progress di questa emergenza educativa è uno dei motivi che spiegano il fenomeno dei cosiddetti “giovani NEET”, di coloro, cioè, che più avanti negli anni non studiano e non lavorano e, a cascata, come questa disoccupazione intellettuale e lavorativa sia una delle tante premesse all’esplosione di comportamenti aggressivi che nascono dalla marginalizzazione e si riverberano negativamente nel tessuto sociale.
Conoscere per intervenire, modulando le azioni compensative e prevedendo l’offerta di opportunità, occasioni e contesti istituzionalmente dati di recupero, integrazione e inclusione.
L’ascensore sociale fermo e la crisi dei corpi intermedi
Sarebbe, ad esempio, interessante intersecare i dati ISTAT con i Rapporti del CENSIS che nelle loro analisi sociali evidenziano da tempo il venir meno del supporto dei corpi intermedi della società e dello Stato e come questa disintermediazione non favorisca la ripartenza del famoso “ascensore sociale”, fermo al piano terra perché da tempo nessuno preme il pulsante della risalita.
Viene inoltre spontaneo interrogarsi sul perché, nonostante una spinta in atto praticamente dal dopoguerra ai giorni nostri verso il decentramento gerarchico e autarchico delle istituzioni e la semplificazione delle procedure amministrative per riavvicinare il “Paese legale” al “Paese reale”, permangano sacche di burocratizzazione dei processi di promozione sociale e di paralisi degli apparati, spesso confliggenti tra loro.
Si prenda l’esempio del sistema sanitario e di quello scolastico (poc’anzi citato), dove le risorse sembrano destinate in prevalenza a premiare la dirigenza piuttosto che all’efficienza e all’efficacia dei servizi resi all’utenza.
Se questi farraginosi meccanismi di funzionamento dello Stato nelle sue articolazioni centrali e periferiche producono lentezze e difficoltà, generano sfiducia e disaffezione sociale, non è demagogico riflettere sulle occasioni di riscatto e di crescita dei soggetti più deboli, in primis i minori, al fine di emanciparli dai vincoli di una condizione nativa di emarginazione e deprivazione.
L’appello di Save the Children: servono misure strutturali
Save the Children, commentando i dati forniti dall’ISTAT, considera urgente e non rinviabile l’adozione di misure strutturali per contrastare l’emergenza della povertà in Italia, con particolare riferimento alla condizione di deprivazione e marginalizzazione dei minori, fin dalla più tenera età.
Secondo Raffaela Milano, direttrice di Ricerca della sezione italiana di questa organizzazione umanitaria che da oltre 100 anni si occupa di infanzia:
«Non è più rinviabile se non vogliamo continuare a perpetrare la grave ingiustizia sociale che penalizza il futuro e le aspirazioni di bambine e bambini nel nostro Paese. È urgente garantire un supporto adeguato alle famiglie, in particolare nei primi anni di vita dei bambini e delle bambine, garantendo un accesso equo ai servizi educativi della prima infanzia, strumenti di sostegno economico mirati e una rete integrata di assistenza sanitaria, sociale ed educativa. Tra le misure da mettere in atto vi è la maggiorazione dell’assegno unico a tutti i bambini e le bambine da 0 a 3 anni e l’introduzione di strumenti aggiuntivi di supporto alla cura per le situazioni di maggiore vulnerabilità».
La condizione minorile in Italia e nel mondo, in modo modulato e corrispondente ai diversi contesti, appare sempre più come una deriva di natura emergenziale.
Viceversa, nonostante le solenni affermazioni di principio contenute nelle Carte degli organismi internazionali, infanzia e adolescenza non sono ai primi posti degli interessi nazionali dei singoli Stati.
La sfida demografica e il futuro delle nuove generazioni
Le proiezioni demografiche più recenti stanno rimescolando e ribaltando alcune tendenze in atto: quando il biologo Edward Osborne Wilson ipotizzava un problema di sostenibilità ambientale nel rapporto tra Antropocene e natura, la popolazione mondiale cresceva in maniera vorticosa ed esponenziale, navigando verso gli otto miliardi, mentre questo scienziato poneva il semaforo rosso della compatibilità e sussistenza al superamento dei sei miliardi di esseri umani.
Il processo sembra arrestarsi o meglio contenersi in alcune aree del pianeta, mentre in altre si moltiplica l’espansione umana. L’inversione di tendenza interessa l’Occidente in generale, l’Europa in particolare (e con essa l’Italia), ma anche, paradossalmente, la Cina, mentre l’Africa subsahariana sarà interessata da un fenomeno di forte crescita demografica, accompagnato da importanti movimenti migratori.
È fin troppo dibattuto il teorema delle “culle vuote”: esso ci riguarda direttamente perché la popolazione italiana è destinata a diventare un melting pot etnico, culturale, linguistico, religioso.
La transizione ecologica dovrà fare i conti con processi di trasformazione più ampi, come assai bene evidenziato nei saggi di Vittorio Emanuele Falsitta (Il crepuscolo dell’umano. L’uomo, la tecnica, il capitale) e di Giuseppe Sabella (La grande transizione del capitalismo), entrambi editi da Rubbettino.
Tempora mutantur et nos mutamur in illis: di fronte al cambiamento atteso o inimmaginabile è necessario che le istituzioni, a cominciare dagli Stati, si attrezzino per il futuro.
Non sembra dunque retorico interrogarsi su quali politiche si dovranno adottare per promuovere la crescita e il riscatto delle giovani generazioni, che saranno multietniche, multiculturali, fortemente indirizzate verso processi di tecnologizzazione della vita, ma che originano spesso da condizioni di precarizzazione esistenziale e di marginalizzazione sociale verso forme di solitudini indotte.
Se sono oggi i soggetti più deboli e sovraesposti, anche sul fronte della deprivazione economica e culturale, essi dovranno ben presto diventare il destinatario privilegiato di ogni investimento, pena l’essere destinati alla soccombenza in un mondo dove risulta sempre più complicato ritagliarsi uno spazio vitale, se non di vera e propria sopravvivenza.