A ottant’anni dall’approvazione dello Statuto speciale credo che, finalmente, si debba riconoscere che l’autonomia della Sicilia nell’attuale contesto globale, a differenza degli anni a partire dal 1943 nei quali indubbiamente ha costituito anche per noi Siciliani un problema, può diventare una risorsa strategica sia per l’Italia che per l’Europa.
Naturalmente, tutto dipenderà dalla capacità che gli attori, che saranno chiamati ad interpretarla, sapranno dimostrare nel declinarla in maniera efficace. In modo tale, cioè, che diventi il motore per valorizzare la posizione geopolitica della Sicilia, per gestire al meglio le relazioni euro-mediterranee, per mostrare una inedita attitudine nel governare con spirito comunitario aperto alla cooperazione e all’integrazione, per promuovere l’innovazione economico-sociale non solo dell’Isola.
Il ritorno strategico del Mediterraneo
In questa prospettiva, la riconquistata centralità del Mediterraneo per una serie di fattori che vanno dalla crisi energetica alle migrazioni, dalle tensioni geopolitiche alla sicurezza militare, per non dire del commercio internazionale, costituisce una opportunità inedita e irrinunciabile per trasformare la Sicilia nella piattaforma logistica tra l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente, per farla diventare un hub energetico mediterraneo, per rafforzarla nel suo ruolo di centro interplanetario delle telecomunicazioni.
Come è intuitivo, però, tutto ciò implica un cambiamento radicale dell’attuale configurazione della Regione. Non tanto sotto il profilo della sua forma di governo e, in generale, della governance — che pure è necessario rivedere — quanto piuttosto e principalmente per la mancanza di forme e istituti di raccordo e collegamento istituzionale sia con gli enti interni alla propria dimensione territoriale (comuni, città metropolitane, liberi consorzi) sia con le altre regioni e lo stato nell’ambito della Repubblica.
Ai quali bisogna, inoltre, aggiungere la completa assenza di relazioni con le istituzioni regionali dell’Unione Europea e anche con le città e gli enti locali degli stati della sponda sud del Mediterraneo.
Dal regionalismo autoreferenziale al regionalismo comunitario
Le “linee-guida” per operare questa che sarebbe, a mio giudizio, l’unica vera riforma innovativa dello Statuto non mancano. Sia a livello costituzionale della Repubblica, che ordinamentale dell’Unione Europea.
Sulla base dell’indicazione derivante dall’ottavo comma dell’articolo 117 della Costituzione, si tratterebbe di mettere al lavoro il principio che “per il migliore esercizio delle proprie funzioni” le Regioni possono stipulare fra di loro intese e financo individuare “organi comuni”.
Sarebbe il passaggio da un regionalismo autoreferenziale ad un regionalismo comunitario che si collega con la disposizione dell’art. 132 Cost. circa la fusione e la creazione di nuove regioni.
Con una ulteriore novità, però: il passaggio da un impianto di tipo strutturale ad una impostazione funzionale. Che implica il superamento dell’approccio, all’organizzazione della nuova regione, esclusivamente politico, culturale, identitario e ne fa emergere, invece, arricchendosi della prospettiva geopolitica e socio-economica, una particolare attenzione per la dimensione ottimale del territorio alla quale commisurare l’efficienza, l’efficacia e l’economicità delle politiche.
In estrema sintesi, facendo transitare il nuovo profilo della regione siciliana da una organizzazione di potere, ancorché decentrato rispetto a quello dello stato fondato sull’idea di sovranità, ad un impianto di servizio cui pilastro fondamentale diventa il principio di sussidiarietà.
La prospettiva macroregionale europea
Un cambiamento del profilo della regione non di poco conto! Che, in sostanza, significa che l’organizzazione dell’inedita macroregione non segue tanto la logica dell’accorpamento istituzionale, sulla base della dimensione territoriale o demografica tra varie regioni, quanto quella della ricerca di una nuova identità storico-politica all’altezza dei processi di integrazione europea e di globalizzazione e, soprattutto, quella della definizione di un’area ottimale per esercitare le competenze riconosciute alla Sicilia e, più in generale, per l’espletamento di una sua azione di governo efficiente, efficace ed economicamente decisiva per i processi di sviluppo.
Per quanto riguarda l’indirizzo che possiamo ricavare dall’ordinamento europeo, invece, si tratterebbe di fare tesoro della sopra cennata strategia macroregionale per profilare una nuova Comunità siciliana di portata europea.
Che, per operare efficacemente una riforma del sistema di governance nella gestione delle politiche pubbliche e metterle a servizio delle esigenze dello sviluppo delle comunità e dei bisogni dei cittadini, necessita di essere ridisegnata superando l’attuale dimensionamento delle funzioni e delle competenze che rispecchia i cristallizzati interessi dei gruppi di potere che mantengono pietrificata la Sicilia e le impediscono di esercitare un ruolo propulsivo sia nel Mezzogiorno e nel Paese che nel Mediterraneo e in Europa.
Un’Europa dei Popoli e delle Comunità
Ma come? Attraverso l’adozione di una strategia aggregativa di aree regionali — omogenee per eco-sistemi, storia, cultura, sensibilità politiche e interessi socio-economici — che superino il limite delle diverse appartenenze di ordine nazionale e si collochino nella prospettiva della costruzione politica di un’Europa che non può che essere dei Popoli e delle Comunità, appunto, macroregionali. Non più, certo, degli Stati nazionali!
Si farebbe così un importante passo “in avanti” non solo per uscire dalla crisi che attanaglia l’Unione Europea ma anche per scuotere dalla catalessi, in cui è caduto, il regionalismo storico della Sicilia, oggi, diventato paravento di privilegi e oggetto di un ritorno centralistico dello stato.
La prospettiva di una riforma macroregionale della Sicilia, insomma, all’interno del “Patto per il Mediterraneo” e con il supporto dell’Assemblea Regionale e Locale Euro-Mediterranea (ARLEM), potrebbe diventare la piattaforma di uno spazio comune mediterraneo, basato sul rispetto della democrazia, dei diritti umani e dello stato di diritto nel quale consolidare la collaborazione, la cooperazione e l’integrazione tra tutte le istituzioni del bacino mediterraneo per affrontare i passaggi sempre più delicati del cambiamento climatico, delle sfide connesse alla transizione digitale ed alla sicurezza e dello svilup