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Meloni: il mio impegno contro ogni mafia è cristallino

Roma, 7 apr. (askanews) – “Oggi la ‘redazione unica’, composta da Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, Fanpage e Report, mostra una mia foto con un esponente della criminalità organizzata per sostenere la bizzarra tesi di una mia vicinanza ad ambienti malavitosi. Inoltre, questi signori fanno un pirotecnico collegamento con le vicende di mio padre, per dimostrare non so quale commistione con la criminalità organizzata. Ma questi imparziali e onesti giornalisti sanno benissimo che con mio padre ho interrotto ogni rapporto all’età di 11 anni. Così come sanno benissimo che, in decenni di impegno politico, esistono decine di migliaia di foto mie con persone che chiedono semplicemente un selfie. E ciò vale per chiunque faccia politica e stia in mezzo alla gente. E sfido chiunque a trovare mie dichiarazioni o attacchi contro altri esponenti politici colti nelle stesse circostanze. Il mio impegno contro ogni mafia è cristallino, coerente, duraturo. E ciò che abbiamo fatto al governo ne è la prova. Mentre altri liberavano dalle galere i boss mafiosi con la scusa del Covid, noi li arrestiamo e li teniamo dentro con il carcere duro, istituto che abbiamo salvato dallo smantellamento. Differenze”. Così la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sui social, dopo la pubblicazione di un selfie di Gioacchino Amico (già condannato per ricettazione e arrestato per associazione a delinquere) con la premier.

“Ma a questi ‘professionisti dell’informazione’ non importa niente. Tutto serve a gettare fango nel ventilatore e a fare da grancassa mediatica agli interessi di partito. Nessun giornalismo, solo politica. Poco importa. Non sono una persona che si fa intimidire dagli squallidi attacchi di gente in malafede”, conclude.

Meloni: mio impegno contro ogni mafia è cristallino

Roma, 7 apr. (askanews) – “Oggi la ‘redazione unica’, composta da Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, Fanpage e Report, mostra una mia foto con un esponente della criminalità organizzata per sostenere la bizzarra tesi di una mia vicinanza ad ambienti malavitosi. Inoltre, questi signori fanno un pirotecnico collegamento con le vicende di mio padre, per dimostrare non so quale commistione con la criminalità organizzata. Ma questi imparziali e onesti giornalisti sanno benissimo che con mio padre ho interrotto ogni rapporto all’età di 11 anni. Così come sanno benissimo che, in decenni di impegno politico, esistono decine di migliaia di foto mie con persone che chiedono semplicemente un selfie. E ciò vale per chiunque faccia politica e stia in mezzo alla gente. E sfido chiunque a trovare mie dichiarazioni o attacchi contro altri esponenti politici colti nelle stesse circostanze. Il mio impegno contro ogni mafia è cristallino, coerente, duraturo. E ciò che abbiamo fatto al governo ne è la prova. Mentre altri liberavano dalle galere i boss mafiosi con la scusa del Covid, noi li arrestiamo e li teniamo dentro con il carcere duro, istituto che abbiamo salvato dallo smantellamento. Differenze”. Così la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sui social, dopo la pubblicazione di un selfie di Gioacchino Amico (già condannato per ricettazione e arrestato per associazione a delinquere) con la premier.

“Ma a questi ‘professionisti dell’informazione’ non importa niente. Tutto serve a gettare fango nel ventilatore e a fare da grancassa mediatica agli interessi di partito. Nessun giornalismo, solo politica. Poco importa. Non sono una persona che si fa intimidire dagli squallidi attacchi di gente in malafede”, conclude.

Tennis, entry list Internazionali d’Italia: 5 italiani in main draw

Roma, 7 apr. (askanews) – Sono cinque i tennisti italiani sicuri di un posto nel main draw degli Internazionali BNL d’Italia, in attesa delle wild card e delle qualificazioni. E’ stata infatti pubblicata – si legge in una nota – l’entry list del singolare maschile dell’edizione numero 83 del torneo. Gli azzurri già ai nastri di partenza sono Jannik Sinner (numero 2 ATP), Lorenzo Musetti (5), Flavio Cobolli (16), Luciano Darderi (21) e Lorenzo Sonego (66). L’ultimo giocatore direttamente ammesso è il tedesco Jan-Lennard Struff (78); Mattia Bellucci (79), sottolinea la nota, è ad oggi il primo degli esclusi.

A guidare l’entry list c’è l’attuale numero 1 del mondo Carlos Alcaraz, campione in carica, che vanta la terza miglior percentuale di vittorie nel circuito ATP sulla terra battuta, dietro solo a due leggende come Bjorn Borg e Rafa Nadal. Con il fuoriclasse spagnolo ci saranno anche Novak Djokovic, il giocatore in attività con più titoli al Foro Italico (sei: 2008, 2011, 2014, 2015, 2020, 2022) che proprio a Roma ha festeggiato la vittoria numero 1000 in carriera nel circuito maggiore; e Alexander Zverev, l’unico altro giocatore in attività ad aver vinto almeno due volte gli Internazionali BNL d’Italia in singolare maschile (2017, 2024).

Sono infine presenti – conclude la nota – tutti gli attuali Top 10 nel ranking ATP.

Artemis II verso casa, "abbiamo visto cose che nessun essere umano aveva visto prima"

Roma, 7 apr. (askanews) – Artemis II torna a casa. Completato il fly-by lunare la capsula “Integrity” ha iniziato la traiettoria di ritorno verso la Terra: lo splash down nel Pacifico è previsto per le prime ore del sabato (ora italiana).

Una missione che ha rilanciato l’esplorazione lunare da dove il programma Apollo l’aveva lasciata – ma non tanto nel segno dell’Apollo 17, con l’ultimo allunaggio: per quello, occorrerà attendere Artemis IV nel 2028. Piuttosto, il volo che si concluderà sabato è analogo a quello dello sfortunato Apollo 13, con la differenza che in questo caso non si è trattato di una necessità dettata dall’emergenza.

L’equipaggio del 13, pur in una situazione drammatica, vantava però un primato assoluto: quello della maggiore distanza dalla Terra mai raggiunta dagli esseri umani. Un record che è stato battuto ieri da Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen, che hanno raggiunto un apogeo di 406.771km; e non a caso il record è stato festeggiato con un messaggio preregistrato da Jim Lovell, comandante di Apollo 13 scomparso l’anno scorso.

“Benvenuti nel mio vecchio quartiere… Sono orgoglioso di passarvi il testimone mentre orbitate intorno alla Luna: è una giornata storica e so quanto sarete impegnati, ma non dimenticate di godervi il panorama”, consigliava Lovell (che, altra coincidenza, fece parte anche della prima missione orbitale attorno alla Luna, Apollo 8).

Ed in effetti così è stato: “Abbiamo visto cose che nessun essere umano ha mai visto prima” ha commentato Wiseman, dopo aver ripreso le comunicazioni con la Terra al termine del black-out lunare (e in collegamento con Donald Trump, che ha invitato l’equipaggio alla Casa Bianca). Di fatto, l’Apollo 13 aveva sorvolato la superficie della faccia nascosta molto più da vicino (250 chilometri contro i seimila di Artemis) ma con condizioni di visibilità ben peggiori.

Motivo per cui l’equipaggio ha potuto osservare per la prima volta tutta una serie di inedite caratteristiche orografiche e nella tradizione delle grandi esplorazioni hanno deciso di battezzare due crateri con il nome della navicella, “Integrity”, e della moglie del comandante, Carroll, scomparsa nel 2020. La proposta dovrà venire accolta dall’Unione Astronomica Internazionale, ma è improbabile che venga rifiutata.

Ryanair: il carburante è garantito solo fino alla fine di maggio

Roma, 7 apr. (askanews) – “Non prevediamo carenze di carburante a breve termine, ma la situazione è in continua evoluzione. Al momento i nostri fornitori di carburante possono garantire le forniture fino a metà/fine maggio. Se la guerra con l’Iran dovesse concludersi presto, le forniture non subiranno interruzioni. Se la chiusura dello Stretto di Hormuz dovesse protrarsi fino a maggio o giugno, non possiamo escludere rischi per le forniture di carburante in alcuni aeroporti europei”. Lo afferma Ryanair interpellata da askenews sui problemi di rifornimento di carburante per il trasporto aereo a causa della chiusura dello stretto di Hormuz.

“Con il raddoppio dei prezzi del carburante per aerei durante il mese di marzo, prevediamo che tutte le compagnie aeree trasferiranno questi maggiori costi sotto forma di tariffe aeree più elevate dopo Pasqua e nel corso dell’estate – aggiunge -. Esortiamo tutti i passeggeri a prenotare i propri voli (e le vacanze) il prima possibile, in modo da essere al riparo dagli inevitabili aumenti dei prezzi dei biglietti aerei e degli alloggi dopo Pasqua e nel corso dell’estate”.

Fino a giovedì anticiclone africano, aria più fredda dal 10 aprile

Roma, 7 apr. (askanews) – L’Italia continua a vivere una fase meteorologica dai connotati quasi estivi, sotto il dominio incontrastato di un robusto anticiclone di matrice subtropicale. Questa bolla di alta pressione, che ha già caratterizzato le festività pasquali, non sembra intenzionata a cedere terreno facilmente e continuerà a proteggere la Penisola per gran parte della settimana in corso.

Secondo le previsioni de LMeteo.it la stabilità atmosferica ci accompagnerà almeno fino alla giornata di giovedì. Le temperature si manterranno costantemente e abbondantemente sopra la media stagionale su tutto il territorio nazionale. Al Centro-Nord si potranno toccare picchi notevoli per il periodo, con valori compresi tra i 25°C e i 27°C. Città come Trento, grazie alla conformazione orografica, vivranno giornate tipicamente estive con massime decisamente fuori scala per l’inizio di aprile.

Il panorama meteorologico sarà caratterizzato da cielo sereno o poco nuvoloso su quasi tutta l’Italia. Gli unici, modesti disturbi saranno rappresentati da temporanei annuvolamenti lungo le aree costiere, sia dell’alto Adriatico che dell’alto Tirreno, a causa di infiltrazioni umide marittime nei bassi strati. Secondo le ultime emissioni dei modelli matematici, un cambiamento dello scacchiere europeo è atteso a partire da venerdì 10.

Una discesa di aria più fredda proveniente dai quadranti nord-orientali riuscirà a scalzare la cupola anticiclonica, provocando un sensibile calo termico. Oltre alla flessione delle temperature, l’ingresso di questa massa d’aria darà potrebbe dare il via a una fase tipica primaverile, con importanti sbalzi termici e locale instabilità, anche temporalesca sulle aree del medio-basso Adriatico. Il Nord Italia invece sembrerebbe poter restare a guardare ancora una volta.

Quello che si prospetta dal prossimo weekend appare anche come un vero cambio di marcia. L’Europa passerebbe da una fase di stasi atmosferica forzata a una situazione molto più dinamica. La protezione dell’anticiclone africano potrebbe lasciare il posto a correnti più vivaci e fresche, riportando la primavera sui binari della variabilità e mettendo fine a questa parentesi quasi “estiva” precoce.

Mattarella: Amendola tra le più alte espressioni dell’antifascismo liberale

Roma, 7 apr. (askanews) – “Giovanni Amendola moriva cento anni or sono in Francia per le conseguenze di un agguato di sicari fascisti. La Repubblica lo ricorda come uno dei più prestigiosi esponenti che seppe opporsi – pagando di persona – all’involuzione autoritaria delle istituzioni, con la sua idea esigente di liberalismo fondata sulla difesa del Parlamento e sulla divisione dei poteri, avversando ogni forma di violenza politica, nemica del libero esprimersi della volontà e della sovranità popolare”. Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del centenario della morte di Giovanni Amendola.

“Intellettuale fine e appassionato, giornalista prestigioso, deputato e ministro autorevole, Amendola fu espressione, tra le più alte, di quell’antifascismo liberale che tentò, senza successo, di risparmiare al Paese la torsione del totalitarismo. Amendola fu promotore dell’Aventino: dopo il delitto Matteotti si batté con tutte le proprie energie per sollevare l’opinione pubblica contro il governo Mussolini, responsabile dell’omicidio, ma le aggressioni delle ‘squadracce nere’ riservarono a lui la medesima sorte di Matteotti”, sottolinea.

“Con i suoi scritti contribuì al rinnovamento della cultura italiana nei primi del Novecento. Meridionalista colto e al tempo stesso concreto, avvertì con anticipo la crisi dello Stato liberale e cercò di rafforzare i caratteri democratici del sistema politico, facendo appello per un verso a un’etica pubblica delle responsabilità, per altro verso a un consolidamento delle istituzioni rappresentative”, aggiunge il capo dello Stato.

“Gli appartenne una visione europea, sia pure agli albori di ciò che più compiutamente maturò nel secondo dopoguerra. La ricorrenza del centenario, oggi, consente di cogliere radici ideali e fili di continuità tra la battaglia per la libertà e la democrazia dei primi anni Venti del Novecento e lo Stato di diritto, il pluralismo delle istituzioni e della società che ha preso forma con la Repubblica”, conclude.

Amendola, Mattarella: tra le più alte espressioni dell’antifascismo liberale

Roma, 7 apr. (askanews) – “Giovanni Amendola moriva cento anni or sono in Francia per le conseguenze di un agguato di sicari fascisti. La Repubblica lo ricorda come uno dei più prestigiosi esponenti che seppe opporsi – pagando di persona – all’involuzione autoritaria delle istituzioni, con la sua idea esigente di liberalismo fondata sulla difesa del Parlamento e sulla divisione dei poteri, avversando ogni forma di violenza politica, nemica del libero esprimersi della volontà e della sovranità popolare”. Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del centenario della morte di Giovanni Amendola.

“Intellettuale fine e appassionato, giornalista prestigioso, deputato e ministro autorevole, Amendola fu espressione, tra le più alte, di quell’antifascismo liberale che tentò, senza successo, di risparmiare al Paese la torsione del totalitarismo. Amendola fu promotore dell’Aventino: dopo il delitto Matteotti si batté con tutte le proprie energie per sollevare l’opinione pubblica contro il governo Mussolini, responsabile dell’omicidio, ma le aggressioni delle ‘squadracce nere’ riservarono a lui la medesima sorte di Matteotti”, sottolinea.

“Con i suoi scritti contribuì al rinnovamento della cultura italiana nei primi del Novecento. Meridionalista colto e al tempo stesso concreto, avvertì con anticipo la crisi dello Stato liberale e cercò di rafforzare i caratteri democratici del sistema politico, facendo appello per un verso a un’etica pubblica delle responsabilità, per altro verso a un consolidamento delle istituzioni rappresentative”, aggiunge il capo dello Stato.

“Gli appartenne una visione europea, sia pure agli albori di ciò che più compiutamente maturò nel secondo dopoguerra. La ricorrenza del centenario, oggi, consente di cogliere radici ideali e fili di continuità tra la battaglia per la libertà e la democrazia dei primi anni Venti del Novecento e lo Stato di diritto, il pluralismo delle istituzioni e della società che ha preso forma con la Repubblica”, conclude.

Crosetto: situazione senza precedenti, non abbiamo imparato nulla

Roma, 7 apr. (askanews) – “Io spero che tutti si rendano conto di quello che stiamo vivendo. È una situazione che non ha precedenti nella storia dei decenni recenti. C’è una somma di criticità che si accumula e si autoalimenta, sempre più difficile da risolvere. E questo pone chi ha voglia di ragionare di fronte alla grande debolezza del multilateralismo, che non ha saputo prendere lezioni da quanto era accaduto nel secolo scorso e non ha consolidato gli anticorpi per ciò che stiamo vivendo ora”. Lo ha affermato, a proposito della crisi in Iran con il nuovo ultimatum di Donald Trump, il ministro della Difesa, Guido Crosetto.

In una lunga intervista al Corriere della Sera, Crosetto ha evidenziato cone l’organizzazione delle Nazioni Unite sia stata “lasciata morire lentamente: le abbiamo fatto perdere ogni capacità di influenza e di ruolo. In uno scenario come quello che stiamo affrontando conta purtroppo per noi soltanto la potenza. Ma non illudiamoci che si possa parlare di potenza tecnologica o economica, quello che davvero stanno facendo contare è la potenza militare. Nonostante quella però il conflitto in Ucraina e quello in Iran dimostrano che a determinare la durata dei conflitti è la capacità di resistenza della parte più debole. Era successo già in Afghanistan, ma anche in quel caso nessuno ha pensato di mettere a frutto l’esperienza. E così si è alimentato il terrorismo fondamentalista”.

Il timore del ministro della Difesa è “che ciò che già è drammatico possa precipitare ancor di più. Perché so che l’umanità ci ha dimostrato che non esiste limite alla follia. (…) Sono esseri umani come noi quelli che hanno deciso che per far finire un conflitto fossero accettabili anche Hiroshima e Nagasaki. Purtroppo continuiamo ad avere armi nucleari e chi non le ha le cerca. Non abbiamo imparato nulla”. Crosetto, riguardo alla parola ‘nucleare’, ha detto di non voler “nemmeno pronunciarla: il rischio è la follia e quello che stiamo vivendo è un conflitto dove ad azione corrisponde reazione di un livello superiore”.

“Trump è il leader di una nazione sovrana e nessuno dall’esterno è in grado di influenzarlo”, ha aggiunto Crosetto, che ha detto di non credere a una procedura di impeachment. “Non mi pare neppure che i suoi nemici ci pensino”, ha sottolineato nell’intervista al Corriere della Sera, “Credo semplicemente che dovrebbe avere collaboratori più coraggiosi. Uno dei problemi di questa presidenza è che nessuno osa contraddire il Capo. L’Iran degli ayatollah, a capo dell’integralismo, anti occidentale, che teneva sotto scacco ogni libertà era un problema di tutti. Con questa guerra decisa in due senza confronto e legittimità internazionale gli hanno fatto un regalo. Su tempi e modi sarebbe stata utile meno approssimazione”.

L’Europa “fa ciò che può ma non mi pare con successo”, ha riconosciuto il ministro della Difesa, “Intanto ognuno dovrebbe fare la propria parte. Io rivendico che l’Italia abbia preso una posizione importante e seria quando ha detto di non condividere questa guerra cercando di limitare al massimo i danni”. Anche perchè, ha aggiunto, i rapporti internazionali non si gestiscono “facendo a gara a chi arriva prima a fare una dichiarazione… L’Italia non è alleata di Trump o Biden, noi siamo alleati degli Stati Uniti. Soltanto chi è stupido può pensare che si possa rompere questa alleanza. Pensiamo a oggi, pensiamo all’Iran che decida di reagire lanciando un razzo contro di noi. Se non ci fosse la difesa della Nato ogni Paese rischierebbe molto di più e sarebbe molto più indifeso”.

Ma gli Stati Uniti di Trump vogliono uscire dalla Nato. “Non credo – ha replicato Crosetto – e (il presidente americano) non può farlo. Gli servirebbe il voto del Congresso e dubito che sarebbe favorevole. Potrebbe invece decidere di ritirare i soldati dall’Europa. E questo ci renderebbe più deboli, meno difesi. In questo momento non siamo in grado di reagire tutti insieme sostituendoli”. Servono, sostanzialmente, “dialogo e attività diplomatica. Trump ha l’agenda dettata dalla volontà di vincere in fretta anche perché dovrà confrontarsi con le elezioni di Midterm. Questa guerra sta mettendo a rischio anche gli Stati Uniti nella loro leadership Mondiale”.

L’Italia ha negato l’uso della base di Sigonella ma c’è il sospetto che in altri casi l’abbia concesso. “Lo negherò certamente” in parlamento, ha affermato il ministro Crosetto, “perché è falso ma non credo esista sospetto perché non è un tema gestito dalla politica ma militare. Abbiamo l’obbligo di lasciare aperte le basi perché questo prevedono i trattati e perché tutti i governi si sono comportati allo stesso modo, ma abbiamo regole. Sono accordi che non abbiamo sottoscritto noi, se ai nostri predecessori non piacevano avrebbero potuto annullarli o quantomeno metterli in discussione. Non mi risulta che ciò sia avvenuto”.

Calcio, Champions, questa sera Sporting-Arsenal e Real-Bayern

Roma, 7 apr. (askanews) – Scattano oggi, martedì 7 aprile, i quarti di finale di UEFA Champions League con le prime due sfide d’andata. Nessuna squadra italiana è rimasta in corsa, ma il programma offre due big match di grande fascino.

Al Santiago Bernabéu va in scena la super sfida tra Real Madrid e Bayern Monaco (ore 21). Gli spagnoli arrivano dall’inattesa sconfitta in campionato contro il Maiorca, ma l’allenatore Alvaro Arbeloa suona la carica: “Diamo sempre il massimo contro grandi rivali. Il Bayern ci metterà sotto pressione, ma il Bernabeu vivrà un’altra grande notte di Champions”. Dall’altra parte, la squadra guidata da Vincent Kompany si presenta come una delle favorite: compatta, potente e pronta a colpire anche in trasferta.

Alle 21 si gioca anche Sporting Lisbona-Arsenal. I portoghesi attraversano un ottimo momento di forma dopo la rimonta negli ottavi contro il Bodo Glimt e due successi consecutivi in campionato. I londinesi, invece, guidano la Premier League ma arrivano da due delusioni pesanti: la sconfitta nella finale di Coppa di Lega contro il Manchester City e quella in semifinale di FA Cup contro il Southampton.

Completano il quadro dell’andata dei quarti le altre due sfide in programma mercoledì 8 aprile: Paris Saint-Germain-Barcellona e Manchester City-Borussia Dortmund, entrambe con calcio d’inizio alle ore 21.

De Laurentiis: Conte Ct? Se chiedesse accetterei,dubito lo faccia

Roma, 7 apr. (askanews) – Serata di gala a Los Angeles per il Napoli, protagonista della première statunitense di “Ag4in”, documentario dedicato alla conquista del quarto scudetto del 2025. L’evento, ospitato all’Egyptian Theatre di Hollywood, ha visto la partecipazione del presidente Aurelio De Laurentiis e del sindaco Karen Bass, oltre a esponenti del mondo sportivo e dello spettacolo.

La proiezione del film – che racconta il secondo titolo sotto la gestione De Laurentiis – è stata seguita da un dibattito sulla crescita del calcio negli Stati Uniti e sul ruolo sempre più centrale di Los Angeles in vista dei prossimi grandi eventi internazionali.

A margine della serata, De Laurentiis ha commentato a CN24 anche la vittoria contro il Milan: “Ho visto la partita a casa mia, straordinaria: abbiamo sofferto e poi gioito. Non c’era Hojlund, eravamo un po’ preoccupati, ma è stato utile per dimostrare che anche gli altri sono legati alla causa e possono portare il risultato”.

Il presidente azzurro ha sottolineato il legame tra le sue due passioni, cinema e calcio: “Sono qui perché avevo promesso questa anteprima americana. In America ci sono 15 milioni di tifosi del Napoli, non sono pochi, e a Los Angeles ce ne sono tantissimi”.

Duro poi l’affondo sulla crisi del sistema calcio italiano: “La Serie A è considerata una cenerentola, ma senza di noi la federazione non esisterebbe: la finanziamo con 130 milioni l’anno. Bisogna azzerare e rimodulare tutto, dando alla Serie A la maggioranza. Altrimenti si può anche pensare a una lega autonoma. Ci sono troppi galli a cantare, serve accordo con Uefa e Fifa e una politica più presente”.

Infine, il tema della Nazionale e il possibile ruolo di Antonio Conte: “Se me lo chiedesse penso di sì, ma lui è intelligente e senza un interlocutore serio difficilmente accetterebbe di guidare una struttura disorganizzata”.

Sulla governance federale, De Laurentiis indica una figura precisa: “Giovanni Malagò è perfetto per fare il commissario prima e poi il presidente di una nuova federazione”.

Tennis, oggi il debutto a Montecarlo di Sinner ed Alcaraz

Roma, 7 apr. (askanews) – Jannik Sinner debutterà oggi nel singolare dell’Atp 1000 di Montecarlo affrontando il francese Ugo Humbert. Il numero due del mondo scenderà in campo come secondo match sul Centrale a partire dalle 11, dopo aver già giocato in doppio nel giorno di Pasqua insieme a Zizou Bergs.

Il campo principale del Principato si tingerà d’azzurro già dal primo incontro di giornata, che vedrà protagonista Matteo Berrettini, in gara grazie a una wild card, opposto allo spagnolo Roberto Bautista Agut.

Sempre alle 11, ma sul campo Ea de Massy, spazio a Luciano Darderi, reduce dalla semifinale persa a Marrakech, che sfiderà il polacco Hubert Hurkacz. Sul campo 9 è previsto anche un doppio tutto azzurro con Flavio Cobolli e lo stesso Darderi.

Atteso anche il debutto del numero uno del mondo e campione in carica Carlos Alcaraz, che giocherà il terzo match sul Centrale proprio dopo Sinner contro l’argentino Sebastián Báez.

La vertigine assoluta di Philip Roth: torna "Operazione Shylock"

Milano, 7 apr. (askanews) – Della clamorosa stagione della maturità di Philip Roth si è scritto molto: i romanzi pubblicati a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila sono la prova di una grandezza letteraria sconsiderata, andata forse perfino al di là delle aspettative dello stesso scrittore. Non è il caso di tornare su una questione ormai irrecuperabile (ma tuttora inspiegabile) come il mancato Nobel, ma è certo che Roth ha costruito soprattutto nella seconda parte della sua vita un corpus di opere difficilmente ripetibile e, lasciatecelo dire, anche difficilmente immaginabile. Ma quando inizia effettivamente questa età dell’oro di Roth? Ogni risposta, ovviamente, può essere contestata ed è opinabile, ma, dovendo provare a scegliere, il punto di svolta – dopo la sbornia di popolarità di “Portnoy” (1969) e alcuni piccoli capolavori come “Lo scrittore fantasma” (1979) – possiamo collocarlo nel 1986, quando un 53enne Philip Roth pubblica “La controvita”, romanzo con diversi intrecci delle stesse vite, nel quale la morte, la malattia, il desiderio e la politica si intrecciano in una veste imprevedibile, tra Shakespeare, Freud e le spy story. Ma il botto più clamoroso in questo filone è del 1993, quando esce “Operazione Shylock”, romanzo spericolato e inafferrabile sul tema dell’identità e del doppio, ma anche sulla politica di Israele e sull’Intifada, sul sesso e sulla morte, insomma sull’inestricabile e spesso grottesco caos del mondo e del nostro dire “io”. Oggi il libro è il secondo titolo di Roth che esce per Adelphi, dopo che la casa editrice fondata da Roberto Calasso ha acquistato i diritti sulle opere dello scrittore di Newark (che nel frattempo sono diventate difficili da reperire in Italia per via proprio di questa acquisizione e in attesa delle nuove edizioni, cosa che ha sollevato diverse polemiche nel mondo dell’editoria e tra i lettori).

Questa nuova versione di “Operazione Shylock” appare nella traduzione di Ottavio Fatica (che negli scorsi anni ha anche ritradotto “Moby Dick”) e con una prefazione – cosa apprezzabilissima, che andrebbe fatta di più e senza timidezze – di Emmanuel Carrère. E allora partiamo da lui per provare a spiegare chi è stato Philip Roth: “Niente, mai – scrive l’autore di “Limonov” – è riuscito a imbrigliare la sua libertà, la sua capacità di interpretare tutti i ruoli, di occupare a turno tutte le posizioni, di difenderle o demolirle con voluttuosa onestà”. Vale per gran parte della bibliografia di Roth – non mancano romanzi deboli, per fortuna (e non sono solo gli ultimi), ma circondati comunque da meraviglie – ma vale soprattutto per il Roth di Shylock che fisicamente affronta un altro Philip Roth, che con il suo stesso nome e la sua stessa faccia sostiene idee opposte a quelle dello scrittore (ma è davvero così? In fondo scopriremo di non saperlo) e si fa convinto portavoce del diasporismo, ossia il contrario del sionismo, teorizzando la necessità per gli ebrei di lasciare Israele e tornare nei Paesi europei da cui erano fuggiti. In una Gerusalemme febbrile, incendiata dalla prima Intifada, i due Roth del romanzo si muovono e si confrontano, attraversano confini fisici e morali e, alla fine, potremmo anche pensare che sia difficile distinguerli, ma le certezze, in un romanzo pieno di cose fino a scoppiare, quelle no, non ci sono.

“Che cosa è vero? Che cosa è falso?” si chiede Carrère aprendo il suo scritto. La risposta probabilmente, per entrambe le domande, è sia “niente” sia “tutto”. Troppo facile? Solo in apparenza, perché come ci ricorda Roth (lo scrittore, almeno in teoria), “la spettrale e demenziale apparenza era, di fatto, il marchio stesso della sua indiscutibile, vivida realtà e che, quando la vita meno somiglia a quanto dovrebbe somigliare, forse allora è più che mai simile a ciò che dovrebbe essere, qualunque cosa sia”. Viene in mente quello che diceva Kurt Vonnegut a proposito del suo personaggio Howard W. Campbell, la più grande spia della Seconda Guerra mondiale, talmente bene infiltrato dallo spionaggio americano nei gangli del potere nazista da finire condannato come vero nazista: “Noi siamo quello che facciamo finta di essere, quindi dobbiamo stare molto attenti a ciò che fingiamo di essere”. In “Operazione Shylock” Roth fa un passo ancora ulteriore in avanti, perché i suoi personaggi sanno di (non) stare fingendo e, nonostante questo, lo fanno con ancora maggiore intensità. Il mondo è un labirinto di specchi, nel quale si incontrano il Mossad e intellettuali palestinesi tristi che lanciano sassi contro l’occupazione, una seducente e caotica infermiera, il reale scrittore Aharon Appelfeld e un giovane militare israeliano che nel corso di una brutale perquisizione notturna riconosce Roth, essendo un suo lettore. Un labirinto di specchi che esplodono di continuo e il riflesso di tali esplosioni diventa questo romanzo, questa “confessione”, come recita il sottotitolo, che una nota finale dichiara, dopo 450 pagine vertiginose, essere “falsa”, e possiamo anche crederci (sebbene lo stesso Roth, diabolico e letterario fino in fondo, abbia poi negato la veridicità di questa falsità nelle interviste), ma il punto non cambia: tutto quanto il romanzo resta come un monumento alla letteratura ostinatamente libera di Philip Roth, alla sua grandezza radicale e precaria che, due anni dopo Shylock, prenderà la forma di un altro capolavoro totale come “Il teatro di Sabbath” e due anni dopo ancora quella di “Pastorale americana”, forse il suo libro oggi più popolare.

Roth è stato un gigante assoluto, probabilmente ancora non la abbiamo colta fino in fondo la sua grandezza, come spesso accade con gli autori che hanno segnato epoche in modo profondamente originale, pensate a Philip Dick oppure a Jerry Salinger, il primo nascosto dall’etichetta della fantascienza di serie B e il secondo dal disumano clamore che Holden gli ha riversato addosso, cancellando tutto dello scrittore e obbligandolo alla fuga. Roth non è fuggito in quel modo, né ha indossato la camicia del profeta, ma la lucidità acuminata delle sue (tante) pagine migliori lo ha reso inevitabilmente una forma di oracolo. Al quale lui per primo non ha mai creduto (era amico di Primo Levi, di Norman Manea e di Milan Kundera, come avrebbe potuto fare diversamente?) e oggi è divertente pensare che avrebbe potuto riferire anche a se stesso il pensiero che il Philip Roth di “Operazione Shylock” rivolge al suo doppio nel romanzo: “Era impossibile dire fino a che punto fosse davvero un ciarlatano”. Chissà che la “confessione” non sia proprio questa. (Leonardo Merlini)

Basket Ncaa, Michigan campione Ncaa dopo 37 anni

Roma, 7 apr. (askanews) – I Michigan Wolverines tornano sul tetto del college basket americano dopo 37 anni: nella finale Ncaa giocata a Indianapolis battono gli UConn Huskies 69-63 e conquistano il secondo titolo della loro storia.

Una partita dura, fisica, più difensiva che spettacolare, in cui Michigan costruisce il successo soprattutto dalla lunetta (25 liberi a segno) e con una difesa capace di limitare l’attacco degli Huskies, tenuti a percentuali molto basse al tiro.

Dopo un primo tempo equilibrato, i Wolverines prendono il controllo nella ripresa e restano sempre avanti, resistendo al tentativo di rimonta finale di UConn.

Il protagonista è Elliot Cadeau, playmaker e leader tecnico della squadra, che chiude con 19 punti e viene nominato miglior giocatore delle Final Four.

Per Michigan è un successo storico: non vinceva il titolo dal 1989 e chiude una stagione dominante (37-3), confermandosi la squadra più completa del torneo.

Si ferma invece il sogno di UConn, che inseguiva il terzo titolo in quattro anni: gli Huskies lottano, ma pagano le difficoltà offensive e devono arrendersi nel finale a una Michigan più solida e lucida nei momenti decisivi.

Calcio, risultati Serie A, il Napoli è secondo

Roma, 6 apr. (askanews) – Questi i risultati e la classifica della 31esima giornata di serie A:

31esima giornata Sassuolo-Cagliari 2-1, Verona-Fiorentina 0-1, Lazio-Parma 1-1; Cremonese-Bologna 1-2, Pisa-Torino 0-1, Inter-Roma 5-2, Udinese-Como 0-0, Lecce-Atalanta 0-3, Juventus-Genoa 2-0, Napoli-Milan 1-0.

Classifica: Inter 72, Napoli 65, Milan 63, Como 58, Juventus 57, Roma 54, Atalanta 53, Bologna 45, Lazio 44, Sassuolo 42, Udinese 40, Torino 36, Parma 35, Genoa 33, Fiorentina 32, Cagliari 30, Cremonese, Lecce 27, Verona, Pisa 18.

32esima giornata Venerdì 10 aprile ore 20.45 Roma-Pisa. Sabato 11 aprile, ore 15 Cagliari-Cremonese e Torino-Verona; ore 18 Milan-Udinese; ore 20.45 Atalanta-Juventus. Domenica 12 aprile, ore 12.30 Genoa-Sassuolo; ore 15 Parma-Napoli; ore 18 Bologna-Lecce; ore 20.45 Como-Inter. Lunedì 13 aprile ore 20.45 Fiorentina-Lazio.

Calcio, Napoli vince ed è secondo, Conte lusingato dalla Nazionale

Roma, 7 apr. (askanews) – Il Napoli si prende lo scontro diretto con il Milan e rilancia la propria corsa ai vertici della Serie A. Al Maradona finisce 1-0 per la squadra di Antonio Conte, che grazie a un gol di Matteo Politano nella ripresa supera i rossoneri in classifica e si porta al secondo posto, tornando a -7 dall’Inter capolista.

Partita tesa, bloccata, decisa da un episodio come spesso accade negli scontri diretti. Nel primo tempo le occasioni migliori capitano sui piedi di Strahinja Pavlovic e Leonardo Spinazzola, ma il risultato non si sblocca. Nella ripresa la svolta: Conte inserisce Politano e l’esterno azzurro, con una conclusione al volo, trova il gol che decide la sfida e accende il Maradona.

Nel post partita, Conte ha commentato anche le voci che lo vorrebbero futuro commissario tecnico della Nazionale: “Non dimentichiamo che l’anno scorso, negli ultimi tre mesi, si parlava di me che sarei andato via da Napoli per andare alla Juve, vero? I media devono scrivere ed è giusto che il mio nome faccia parte di quella lista. Se fossi il presidente della Federazione mi prenderei in considerazione, insieme ad altri. Per tanti motivi Conte lo metterei. Ci sono già stato in Nazionale e conosco l’ambiente. Mi lusinga perché è qualcosa di bello rappresentare il proprio Paese. Sapete benissimo che ho un altro anno di contratto e che a fine anno mi incontrerò con il presidente”.

Sul sogno scudetto: “Non è questione di crederci o meno, ma di essere realisti: noi non dovremmo sbagliare mai e l’Inter dovrebbe farlo più volte. Per quel che si vede, mi sembra davvero difficile perché i nerazzurri sono forti. Dobbiamo avere quella voglia di mantenere il piede sull’acceleratore e cercare di difendere lo scudetto fino alla fine, cosa che per tanti motivi non siamo riusciti a fare. Ora ci siamo riappropriati di ciò che abbiamo fatto l’anno scorso, siamo secondi e non ci dobbiamo perdere in proclami visto che dobbiamo ancora conquistare la qualificazione in Champions”.

Deluso ma lucido Massimiliano Allegri, che di fatto chiama il Milan fuori dalla corsa scudetto: “Credo che ormai abbiamo dato. È stata una gara con poche occasioni, chi portava a proprio favore l’episodio l’avrebbe vinta. Sono stati bravi loro, anche perché eravamo a difesa schierata. In alcune situazioni dovevamo essere più veloci a tirare in porta, abbiamo sbagliato delle scelte”.

L’allenatore rossonero ha poi analizzato la prestazione dei suoi: “Nkunku e Fullkrug hanno fatto una buona partita, il primo ha lavorato molto bene per la squadra, anche tecnicamente, poi in queste situazioni uno come lui deve fare gol. Ma sono stati entrambi bravi, così come lo è stata tutta la squadra. È stata una partita bloccata: nel primo tempo abbiamo subito l’occasione di Spinazzola e un contropiede su una palla persa a centrocampo, sapevamo che loro sono bravi se scatenati in velocità e un paio di volte li abbiamo scatenati noi”.

Infine, uno sguardo al futuro e alla corsa Champions: “Pulisic è rientrato venerdì dalla nazionale, Leao è stato 12 giorni fermo. Si può partire con i tre davanti, ma dipende dalle caratteristiche. Ora pensiamo una partita alla volta: sabato ci sarà l’Udinese, squadra fisica e forte in trasferta. Siamo dentro al nostro obiettivo e dobbiamo mantenere il vantaggio sulle inseguitrici”.

Elezioni in Ungheria, Vance in visita a Budapest per sostenere Orban

Roma, 7 apr. (askanews) – Il vice presidente degli Stati Uniti, JD Vance, è partito lunedì sera per l’Ungheria per portare il sostegno di Donald Trump al suo alleato, il primo ministro nazionalista Viktor Orban, a pochi giorni da elezioni politiche che si preannunciano molto combattute.

“Discuteremo di una serie di questioni relative alle relazioni tra Stati Uniti e Ungheria. Ovviamente sono certo che si parlerà anche dell’Europa, dell’Ucraina e di tutto il resto”, ha dichiarato alla stampa prima di partire dalla base aerea di Andrews, vicino a Washington, dicendosi felice di raggiungere “il suo buon amico” Orban.

Oltre a un incontro con il premier di Budapest, il vice presidente ha in programma di tenere un discorso dedicato al “ricco partenariato tra l’Ungheria e gli Stati Uniti”, secondo un comunicato del suo ufficio. Il conservatore 41enne è, all’interno dell’amministrazione americana, uno dei più feroci critici dei governi europei centristi e progressisti, nonché uno dei più convinti sostenitori dei partiti della destra radicale in Europa. La sua visita rappresenta una manifestazione di sostegno a Orban nella fase finale – la più delicata – della campagna elettorale, prima delle elezioni di domenica prossima.

The Donald, il confine sottile dell’autoritarismo

Istinto personale e governo solitario

Donald Trump si fida solo del proprio istinto, consulta solo la propria morale, valuta solo – o comunque prevalentemente – i propri interessi, personali, famigliari e di clan. Governa solo per la propria parte, insulta gli altri suoi connazionali e chiunque non sia accondiscendente con le sue decisioni e prese di posizione. Non studia i dossier, troppo lungo e faticoso. Non accetta, se non li condivide, i suggerimenti delle persone competenti ed esperte su un determinato argomento.

E col proprio istinto, opportunamente sobillato da quella vecchia volpe politica che è Bibi Netanyahu, “The Donald” ha cacciato gli Stati Uniti e noi tutti in un gigantesco guaio, dal quale ora non sa come uscire. E così alterna minacce di devastazione totale dell’Iran a minacce di ritorsione verso gli europei che non lo seguono in una guerra che essi non hanno deciso e che non volevano, a rassicurazioni – fondate su presunti contatti col nemico ma invero basate sul nulla – circa la prossima conclusione del conflitto.

La politica ridotta a psicologia

A questo punto, forse, più che di analisti esperti di geopolitica necessitiamo di psichiatri (e di “quelli bravi”, come usa dire) per decrittare le affermazioni di quest’uomo che una maggioranza di americani (molti dei quali, v’è da augurarsi, sia fortemente pentita) ha voluto un anno e mezzo fa riportare alla Casa Bianca. Uno psichiatra per dirci se si tratta di delirio d’onnipotenza (come a noi sembra proprio) o esagerata e dunque sopravvalutata sicurezza nelle proprie capacità unita a un ego ipertrofico: di certo destò una notevole impressione il tono e il contenuto delle affermazioni che fece, pochi mesi fa durante i drammatici giorni vissuti dalla città di Minneapolis, a quattro giornalisti del New York Times in una lunga intervista durata oltre due ore.

In quella occasione – forse anche per rafforzare l’idea di sé in modo provocatorio di fronte a una testata giornalistica che egli detesta, ricambiato – Trump rispose letteralmente così alla domanda se non vedesse limiti alla sua abilità nell’utilizzo della potenza militare americana: “Sì, c’è una cosa. La mia moralità. La mia coscienza. È l’unica cosa che può fermarmi”. Proseguendo: “Io non ho bisogno della legge internazionale. Io non sto cercando di far male alle persone”.

La forza come unica regola

Dunque per Trump è solo il suo personale giudizio a dettare le sue scelte, ritenute a quel punto indubitabilmente corrette. Finanche morali. E il corollario consiste nella convinzione che è solo la forza a dover guidare il comportamento delle nazioni, nelle relazioni fra di loro. I precedenti presidenti – ha sostenuto – sono stati troppo cauti nell’esercizio della potenza americana.

Questa supponenza, oltre i limiti della spocchia, Trump la ingigantisce quando gli viene chiesto se dopo l’operazione compiuta in Venezuela egli non ritenga per caso se questo non possa essere un precedente che Xi utilizzerà, prima o poi, per Taiwan. Di nuovo, letteralmente: “Può accadere dopo che noi avremo altri presidenti, ma non credo che lo farà con me come presidente”.

Certo, il soggetto è quello che in campagna elettorale sosteneva che in pochi giorni avrebbe fatto finire la guerra in Ucraina e che dopo – a fronte della realtà, ben diversa da come se l’era immaginata – ha detto che con lui al posto di Biden quella stessa guerra non sarebbe mai incominciata, perché Putin non avrebbe osato tanto.

Il rischio autoritario per la democrazia

L’impressione, a questo punto testata in oltre un anno di governo pirotecnico che lo ha portato sulle prime pagine dei giornali e in apertura dei notiziari televisivi e radiofonici praticamente ogni giorno, è che l’uomo vada preso con molta serietà: perché la sua pericolosità è grande.

La tentazione di trasformarsi in un autocrate è in lui molto forte. Senza intaccare formalmente (o magari un poco anche sì) la veste esterna della democrazia ma iniettando in essa forti dosi di autoritarismo. Non è il caso qui di citare tutti i numerosi esempi a supporto di questa tesi, esplicitati prevalentemente attraverso i suoi Executive Orders. Basti solo ricordare l’indegno oltraggio a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. L’ambiguità del suo atteggiamento quel pomeriggio. Le parole incendiarie pronunciate prima e dopo, non riconoscendo mai la vittoria elettorale di Joe Biden. Ritornato alla Casa Bianca, il suo pronto esercizio del potere presidenziale di amnistia per i colpevoli di quella sediziosa rivolta, che lui aveva istigato e che non ha poi mai condannato. Tutt’altro. Segnali pericolosissimi. Inquietanti per la democrazia americana.

Ora, tutti sperano in una vittoria dei democratici alle prossime elezioni di metà mandato, e i sondaggi vanno in quella direzione. Mancano però ancora molti mesi. E tutto, come abbiamo qui già scritto, può ancora succedere. Anche una torsione della piena libertà elettorale. O la preventiva contestazione dei risultati. È già successo. Non è un caso se Trump ha sostenuto di poter essere sconfitto solo dai brogli. La china presa è preoccupante. Delirio di onnipotenza, appunto.

Il valore della scelta diretta, senza retorica

Quando parliamo di preferenze, cioè di sistema elettorale, dobbiamo intenderci bene anche per non fare di tutta l’erba un fascio. Certo, la scelta diretta dell’eletto da parte dell’elettore è sicuramente un aspetto importante e da non sottovalutare. Fa parte, del resto, dell’abc della democrazia.

Ma se vogliamo, al contempo, essere anche onesti intellettualmente e uscire dalla propaganda, non possiamo non farci qualche piccola domanda al riguardo.

Il modello della prima Repubblica

C’era un sistema un tempo, e lo dico con un pizzico di nostalgia, questa volta di sana nostalgia, che rappresentava un sistema elettorale autenticamente democratico, popolare, liberale, trasparente e credibile.

Era il sistema che prevedeva quattro preferenze alla Camera e un sistema per il Senato che veniva comunemente chiamato “provincellum”. Ovvero un sistema uninominale e per collegi dove la competizione era all’interno del proprio partito su base regionale.

Un sistema che ha caratterizzato la vita politica italiana per quasi cinquant’anni, cioè per l’intera prima Repubblica, per poi cedere il passo al cosiddetto “mattarellum” che ha avuto l’indubbio merito di ancorare la rappresentanza parlamentare ad una quota proporzionale di partito, il 25%, e il restante 75% alla competizione attorno ai collegi uninominali di coalizione. Collegi, però, va pur detto, di dimensioni accettabili e ragionevoli.

Dopodiché, e come tutti ben sappiamo, è arrivata la stagione delle liste bloccate e anche dei collegi uninominali talmente vasti che sono, di conseguenza, tranquillamente equiparabili alle fatidiche liste bloccate.

Il costo reale della preferenza unica

Ora, per tornare alle preferenze, credo sia arrivato il momento di avanzare con chiarezza, e senza alcuna polemica, alcune oggettive riflessioni.

Innanzitutto oggi la preferenza unica, o di genere che poi, però, è quasi sempre unica nella concretezza, richiede ingenti e consistenti somme di denaro. Chi dimentica questo piccolo particolare sa di essere un ipocrita, perché la preferenza unica è sinonimo di campagne elettorali costosissime e dispendiosissime.

Non è proprio un sistema che favorisce la promozione e la valorizzazione dei ceti popolari a ceto dirigente del nostro Paese, come non si stancava di ripetere, giustamente e coerentemente, la sinistra sociale della Democrazia Cristiana. E non solo la sinistra sociale della DC.

È inutile negarlo. È così al Nord ed è così al Sud, in ogni angolo del nostro Paese.

Clientelismo e competizione interna

In secondo luogo la preferenza unica, e non le preferenze multiple come nella prima Repubblica quando c’erano ancora i grandi partiti popolari, democratici, interclassisti e di massa, è oggi la sistematica traduzione nel sistema elettorale del codice e della prassi clientelare.

E non solo, come ovvio, nelle regioni meridionali dove quella prassi è quasi un dogma perché storicamente più affine e congeniale per quel tessuto culturale e sociale.

In terzo luogo, e solo per citare alcuni aspetti contemporanei e non antichi di questo sistema elettorale, con la preferenza unica si innesca un meccanismo di violenta e spietata competizione all’interno del partito, o del rispettivo cartello elettorale, trasformando la medesima competizione elettorale in una gara a chi spende di più da un lato e con una tendenza, dall’altro, a delegittimare l’avversario, che è poi un tuo compagno di partito.

Un approccio laico alle riforme elettorali

Per queste ragioni, semplici ma oggettive, il sistema delle preferenze non va né beatificato né oltremodo esaltato. Come, del resto, nessun altro sistema elettorale.

Ecco perché i collegi uninominali di piccole dimensioni o le liste corte su base plurinominale possono tranquillamente rappresentare una risposta concreta, corretta e alternativa per campagne elettorali che non vogliono diventare dispendiose o trappole per future e del tutto potenziali inchieste giudiziarie su come si è raccolto il consenso elettorale.

Insomma, anche per il sistema elettorale che, come diceva giustamente Carlo Donat-Cattin in tempi non sospetti, “è la madre di tutte le riforme”, occorre sempre avere un atteggiamento laico e non fideistico.

Soprattutto in un contesto come quello contemporaneo dove la politica, e i partiti, non vivono una stagione particolarmente brillante ed entusiasmante.

Felice: “Il centro come metodo e contenuto”.

[…] Andrebbe riconosciuto che la storia, soprattutto nel secolo appena trascorso, ci ha mostrato mostruosi esempi di ‘Stato onnipotente’ che hanno trovato nei diversi totalitarismi o aspiranti tali una drammatica rappresentazione. Con ciò intendiamo dire che la difesa della società libera passa per il riconoscimento della intima natura relazionale delle persone e, di conseguenza, per la consapevolezza del ruolo indispensabile dei cosiddetti corpi intermedi/enti concorrenti, quali baluardi contro le mire onnivore dell’autorità, a scapito della libertà. È questo lo spazio della cosiddetta società civile, spesso confusamente descritta come una sorta di cinghia di trasmissione tra l’individuo isolato e lo Stato onnipotente, mentre più realisticamente andrebbe rappresentata come una galassia nella quale le istituzioni politiche, economiche e culturali, si confrontano, collaborano, cooperano e interferiscono tra loro, limitandosi e incentivandosi a vicenda.

Così intesa, la società civile rappresenta l’argine critico alla pretesa assolutistica avanzata da qualsiasi suo componente e il terreno di coltura di una mentalità critica che dispone le persone a resistere alle mire egemoniche di qualsiasi tipo e provenienti da qualsiasi parte; trattasi della rete di comunità, di enti concorrenti, di formazioni sociali, di enti economici, sociali, religiosi e quant’altro.

Se a questa complessità civile associamo anche quella interna dell’ente pubblico, allora otteniamo una rappresentazione del ‘civile’ come realtà radicalmente e irriducibilmente differenziata, la cui articolazione è comprensibile ricorrendo alle due forme di sussidiarietà che si incrociano: orizzontale e verticale. La sussidiarietà orizzontale garantisce una ripartizione dei compiti e dei fini tra soggetti pubblici e privati, mentre la sussidiarietà verticale si traduce nella distribuzione delle competenze e degli obiettivi tra i diversi livelli territoriali del governo dell’ente pubblico; la circolarità delle informazioni, degli interessi e delle responsabilità fra i due livelli della relazione sussidiaria ci offre la possibilità di far concorrere gli interessi e di integrare la dimensione del governo, necessariamente di tipo top-down, con quella della governance, improntata alla dinamica bottom-up, senza per questo cadere nella trappola del corporativismo.

Dunque, la sussidiarietà, vera cartina al tornasole di una policy ispirata alla cultura politica di ‘centro’, contrasta ogni forma di accentramento, pensiamo a quello praticato soprattutto dall’ente pubblico ma non solo. Pertanto, lo statalismo, il corporativismo e ogni forma di pretesa assolutistica e di monopolio del potere sono contrari alla governance di tipo sussidiario. La governance sussidiaria genera partecipazione, ossia, il protagonismo dei soggetti individuali e comunitari; in pratica, permette loro di esercitare, il più possibile, la funzione sovrana, partecipando, in una certa misura, al processo decisionale che riguarda questioni di interesse comune. Il principio di sussidiarietà consente di governare l’irriducibile ‘poliarchia’ istituzionale, figlia dell’altrettanto irrisolvibile ‘plurarchia’ civile, e si oppone al ‘monismo’, in forza del quale il pluralismo istituzionale è sconfitto e rimpiazzato da forme ‘monarchiche’, dominate dalla pretesa egemonica di chi, ritenendo di possedere la verità, pretende anche di detenere e amministrare monopolisticamente gli strumenti per omogeneizzare gli interessi contrastanti e imporre la propria soluzione al dilemma del bene comune.

Fonte: Paradoxa, gennaio-marzo 2026

Titolo originale: “Per una politica di centro: il centro come metodo e contenuto”

Il fascicolo, curato da Leonardo Becchetti d Flavio Felice, riporta il seguente titolo: “Palla al centro. Identikit del partito che (ancora) non c’è”.

Iran, le notizie più importanti del 7 aprile sulla guerra

Roma, 7 apr. (askanews) – Di seguito una selezione delle notizie più importanti di martedì 7 aprile sulla guerra di Usa e Israele contro l’Iran, un conflitto che coinvolge i Paesi del Golfo e il Libano, con ripercussioni sull’economia globale.

-07:00 La guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, è incosciente ed è in cura per un problema medico “grave” nella città di Qom, mentre non è in grado di governare il Paese. Lo indica una valutazione dell’intelligence citata dal quotidiano Times.

Nicola Romeo, 150 anni dopo: l’impresa come identità civile

Lavvio delle celebrazioni

Entrano nel vivo le celebrazioni del 150esimo anniversario della nascita di Nicola Romeo, imprenditore italiano e fondatore dell’Alfa Romeo, nato il 28 aprile 1876 a Sant’Antimo, in provincia di Napoli. Proprio il 28 aprile segnerà l’apertura ufficiale del calendario con il solenne disvelamento di una lastra marmorea commemorativa davanti alla casa natale, in via Della Libertà.

Nella stessa giornata sarà presentato anche l’annullo filatelico realizzato da Poste Italiane, i cui tratti distintivi saranno anticipati alla stampa nel corso di una conferenza in programma giovedì 9 a Napoli, presso la sede del Consiglio regionale, al Centro direzionale.

I protagonisti istituzionali

Alla conferenza prenderanno parte il presidente del Consiglio regionale della Campania Massimiliano Manfredi, il consigliere regionale Carlo Ceparano, il sindaco di Sant’Antimo Massimo Buonanno e la presidente del comitato organizzatore, Maria Puca.

Nel corso dell’incontro sarà illustrata anche la seconda fase delle celebrazioni, prevista per l’8 e il 9 maggio, quando Sant’Antimo accoglierà i discendenti diretti dell’imprenditore. Sabato 9 maggio Daniela Maestri Romeo, nipote di Nicola Romeo e figlia di Irene Romeo, riceverà la cittadinanza onoraria dalle mani del sindaco.

Memoria familiare e riconoscimenti

Sempre il 9 maggio è prevista un’onorificenza alla principessa Nicoletta Odescalchi, prima nipote di Nicola Romeo, figlia di Elena, primogenita dell’imprenditore. Un momento simbolico che intreccia memoria familiare e riconoscimento pubblico.

Il sindaco Massimo Buonanno ha sottolineato come celebrare Nicola Romeo rappresenti “un atto di profondo orgoglio per Sant’Antimo”, evidenziando la volontà di affidare il coordinamento a un comitato dedicato, capace di garantire competenza e rigore scientifico.

Scuola e comunità

Particolare attenzione è stata riservata al coinvolgimento delle scuole del territorio. Un progetto dedicato vedrà gli studenti protagonisti di un percorso educativo i cui risultati saranno presentati pubblicamente l’8 maggio, in occasione dell’incontro con i discendenti dell’imprenditore presso l’auditorium dell’Istituto comprensivo Romeo-Cammisa.

Come ha osservato la presidente del comitato Maria Puca, la comunità si riconosce pienamente nella figura di Nicola Romeo e avverte il dovere di custodirne e trasmetterne l’eredità alle nuove generazioni.

Un anno di iniziative

Le celebrazioni, patrocinate dal Consiglio regionale della Campania, si svilupperanno lungo dodici mesi, con ulteriori appuntamenti che saranno annunciati nel corso della conferenza stampa.

Tra le iniziative già previste figura, per il prossimo autunno, un raduno automobilistico. Non a caso, alla presentazione è stata invitata anche la vicepresidente dell’Automotoclub storico italiano, Agnese Di Matteo, chiamata a portare il proprio saluto.

Un percorso articolato che restituisce alla figura di Nicola Romeo non solo il profilo di grande imprenditore, ma anche quello di riferimento civile per un territorio che continua a riconoscersi nella sua storia.

Trump si congratula con gli astronauti della missione Artemis 2: siete nella storia

Roma, 7 apr. (askanews) – Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha chiamato lunedì sera gli astronauti della missione Artemis 2 della Nasa per congratularsi con loro dopo il loro sorvolo della Luna, il primo da oltre mezzo secolo.

“Oggi siete entrati nella Storia e avete reso tutta l’America davvero orgogliosa, incredibilmente orgogliosa”, ha dichiarato l’inquilino della Casa Bianca durante una chiamata vocale ai tre americani e al canadese membro dell’equipaggio. “Siete davvero i pionieri della nostra epoca”, ha aggiunto.

Roma, Gualtieri: Roma non è più ferma, può essere locomotiva Paese

Roma, 6 apr. (askanews) – “Roma non è più ferma, si è rimessa in moto e può essere la locomotiva del Paese. Una città che torna a svolgere il proprio ruolo”. Lo afferma il sindaco di Roma, il dem Roberto Gaultieri intervistato da Nicola Porro su Rete 4.

I progetti in cantiere per la città e queli già realizzzati (a cominciare dalla metropolitana) non sono conseguenza dei soldi del Giubileo o del Pnrr, chiarisce Gualtieri, “ma di progetti fatti da noi, con tanti interventi. Il Pnrr poi è stata una conquista del governo di cui facevo parte, non è stato un regalo”. Tanti interventi messi a punto, continua, perchè “Roma era ferma, cadeva a pezzi. Abbiamo dimostrato che a Roma le cose si possono fare”.

A queste parole Gualtieri fa seguire una riflessione su Roma Capitale e le polemiche che il tema sta sollevando. “In Costituzione per Roma è già previsto un ordinamento particolare”, ricorda il sindaco aggiungendo che “Roma è l’unica capitale europea governata con le stesse regole di un piccolo comune. Avere questa possibilità, avere l’ordinamento di Roma Capitale, realizzare quanto previsto migliorerebbe la qualità della vita, aiuterebbe a fare meglio”.

Calcio, risultati Serie A, Juve vicina al quarto posto

Roma, 6 apr. (askanews) – Questi i risultati e la classifica della 31esima giornata di serie A dopo Juventus-Genoa 2-0:

31esima giornata Sassuolo-Cagliari 2-1, Verona-Fiorentina 0-1, Lazio-Parma 1-1; Cremonese-Bologna 1-2, Pisa-Torino 0-1, Inter-Roma 5-2, Udinese-Como 0-0, Lecce-Atalanta 0-3, Juventus-Genoa 2-0, ore 20.45 Napoli-Milan.

Classifica: Inter 72, Milan 63, Napoli 62, Como 58, Juventus 57, Roma 54, Atalanta 53, Bologna 45, Lazio 44, Sassuolo 42, Udinese 40, Torino 36, Parma 35, Genoa 33, Fiorentina 32, Cagliari 30, Cremonese, Lecce 27, Verona, Pisa 18.

32esima giornata Venerdì 10 aprile ore 20.45 Roma-Pisa. Sabato 11 aprile, ore 15 Cagliari-Cremonese e Torino-Verona; ore 18 Milan-Udinese; ore 20.45 Atalanta-Juventus. Domenica 12 aprile, ore 12.30 Genoa-Sassuolo; ore 15 Parma-Napoli; ore 18 Bologna-Lecce; ore 20.45 Como-Inter. Lunedì 13 aprile ore 20.45 Fiorentina-Lazio.

Calcio, risultati Serie A, Atalanta 53 punti

Roma, 6 apr. (askanews) – Questi i risultati e la classifica della 30esima giornata di serie A dopo Udinese-Como 0-0, Lecce-Atalanta 0-3:

31esima giornata Sassuolo-Cagliari 2-1, Verona-Fiorentina 0-1, Lazio-Parma 1-1; Cremonese-Bologna 1-2, Pisa-Torino 0-1, Inter-Roma 5-2, Udinese-Como 0-0, Lecce-Atalanta 0-3, ore 18 Juventus-Genoa, ore 20.45 Napoli-Milan.

Classifica: Inter 72, Milan 63, Napoli 62, Como 58, Juventus, Roma 54, Atalanta 53, Bologna 45, Lazio 44, Sassuolo 42, Udinese 40, Torino 36, Parma 35, Genoa 33, Fiorentina 32, Cagliari 30, Cremonese, Lecce 27, Verona, Pisa 18.

32esima giornata Venerdì 10 aprile ore 20.45 Roma-Pisa. Sabato 11 aprile, ore 15 Cagliari-Cremonese e Torino-Verona; ore 18 Milan-Udinese; ore 20.45 Atalanta-Juventus. Domenica 12 aprile, ore 12.30 Genoa-Sassuolo; ore 15 Parma-Napoli; ore 18 Bologna-Lecce; ore 20.45 Como-Inter. Lunedì 13 aprile ore 20.45 Fiorentina-Lazio.

Iran, Trump: la proposta "Islamabad" significativa ma non è sufficiente. Usa hanno molte alternative

Roma, 6 apr. (askanews) – La proposta “Islamabad”, così definita per l’impegno di alcuni paesi, tra cui il Pakistan, per elaborare un piano di cessate il fuoco in Iran rappresenta “un passo significativo” ma “non sufficiente”. Lo ha detto il presidente Usa, Donald Trump, parlando con i giornalisti durante la cerimonia di consegna delle uova pasquali alla Casa Bianca, secondo quanto riporta la Cnn.

La proposta di “Islamabad” conteneva un cessate il fuoco di 45 giorni.

“Gli Stati Uniti, in Iran, “hanno molte alternative”, ha detto il presidente Usa, Donald Trump, a margine della cerinomia di consegna delle uova pasquali, secondo quanto riporta l’agenzia Anadolu, aggiungendo “voglio chiudere la questione”.

“Se potessi scegliere”, Trump ha aggiunto, vorrebbe tenere il petrolio dell’Iran perché “non c’è niente che potrebbero fare al riguardo”.

Regeni, interrogazione Pd su esclusione docufilm da finanziamenti pubblici

Roma, 6 apr. (askanews) – “Il Gruppo del Partito Democratico della Camera ha depositato un’interrogazione parlamentare al Ministro della Cultura Alessandro Giuli per chiarire per quali ragioni il documentario su Giulio Regeni non abbia ottenuto i finanziamenti pubblici”. Lo annuncia la capogruppo democratica alla Camera, Chiara Braga che sottolinea come l’interrogazione porti la prima firma della segretaria Elly Schlein, la sua e quella dei componenti della commissione cultura a partire dalla capogruppo Irene Manzi. “Siamo davanti a un fatto che deve essere chiarito – sottolineano le democratiche e i democratici – parliamo di un’opera di evidente valore civile e culturale, eppure esclusa dal sostegno pubblico senza motivazioni convincenti”.

“Quanto sta accadendo conferma le criticità che abbiamo già sollevato sulla riforma del sistema di assegnazione dei fondi al cinema voluta dal governo guidato da Giorgia Meloni. Una riforma che ha di fatto riportato a una gestione più discrezionale e politicizzata, eliminando meccanismi automatici e trasparenti”.

“È quindi questo un caso politico? È una valutazione di natura politica quella che ha portato all’esclusione del documentario? Sono domande a cui il Ministro Giuli deve rispondere immediatamente” conclude la nota.

L’Iran respinge la proposta di tregua e il piano di pace Usa: serve soluzione strutturale

Roma, 6 apr. (askanews) – L’Iran ha respinto formalmente la proposta di pace Usa, trasmettendo al Pakistan, uno dei paesi mediatori, il suo diniego. Lo ha comunicato oggi l’agenzia di stampa ufficiale Irna.

“Dopo due settimane di valutazioni approfondite ai massimi livelli istituzionali, l’Iran ha trasmesso al Pakistan la propria risposta alla proposta americana per la fine della guerra” ha scritto l’Irna.

Secondo l’agenzia, la risposta iraniana, articolata in dieci punti, respinge l’ipotesi di un cessate il fuoco e insiste invece sulla “necessità di una cessazione permanente della guerra nel rispetto delle condizioni poste da Teheran e alla luce delle esperienze precedenti”.

Tra le richieste avanzate dall’Iran figurano la fine dei combattimenti nella regione, un protocollo per il passaggio sicuro attraverso lo stretto di Hormuz, la ricostruzione e la revoca delle sanzioni.

Irna aggiunge che la presentazione del testo è avvenuta dopo gli sviluppi di sabato e domenica nelle regioni occidentali e centrali dell’Iran e dopo quella che ha definito una “catastrofica sconfitta” dell’operazione aviotrasportata americana, sostenendo che Teheran abbia mostrato ancora una volta di avere la superiorità nel conflitto e che il presidente Usa Donald Trump, prorogando nuovamente il suo ultimatum, si sia allontanato dalle minacce precedenti.

Iran, la Casa Bianca: tregua di 45 giorni è una delle tante idee, Trump non l’ha validata

Roma, 6 apr. (askanews) – Donald Trump non ha approvato la proposta di un cessate il fuoco di 45 giorni in Iran avanzata da Paesi mediatori. Lo ha detto oggi oggi la Casa bianca, precisando che si tratta di “una delle tante idee” sul tavolo e che il presidente americano non l’ha convalidata, a quanto riferisce Le Figaro.

“E’ un’idea tra molte altre e il presidente non l’ha validata. L’operazione ‘Furia epica’ continua e il presidente si esprimerà nel corso di una conferenza stampa”, prevista oggi, ha dichiarato un alto responsabile americano.

Secondo Axios, la proposta di una tregua di 45 giorni sarebbe stata avanzata da mediatori pachistani, egiziani e turchi, mentre Trump ha fissato a domani sera (notte in Italia) il proprio ultimatum prima di colpire infrastrutture in Iran.

Iran, l’equipaggio dell’F-15 Usa abbattutto è ricoverato in Germania

Roma, 6 apr. (askanews) – Il pilota e l’ufficiale addetto ai sistemi d’arma dell’F-15E americano abbattuto venerdì sopra l’Iran si trovano ora al Landstuhl Regional Medical Center, ospedale militare statunitense in Germania, dove stanno ricevendo cure. Lo ha riferito oggi un funzionario militare americano al New York Times.

Il pilota era stato soccorso poco dopo essersi lanciato dal cockpit del velivolo, mentre l’ufficiale ai sistemi d’arma è stato recuperato nelle prime ore di domenica da commandos americani al termine di una difficile missione in profondità nel territorio iraniano.

A 17 anni dal sisma l’Aquila rinasce Capitale della Cultura

Milano, 6 apr. (askanews) – L’Aquila celebra il diciassettesimo anniversario del sisma del 2009: l’intera cittadinanza che si è stretta nel solenne omaggio alle 309 vittime, riaffermando il valore del ricordo come pilastro della rigenerazione sociale e civile in un anno speciale come il 2026 che vede la cittadina abruzzese Capitale italiana della Cultura.

Il programma delle commemorazioni ha preso il via nella serata di domenica 5 aprile, giorno di Pasqua, quando al tramonto un fascio di luce azzurra, che simbolicamente dal 2019 viene proiettato dal centro del capoluogo abruzzese, si è levato verso il cielo dal cortile del palazzo municipale. Il percorso è proseguito con il concerto dei Solisti Aquilani all’Emiciclo e il trasferimento silenzioso verso il Parco della Memoria, dove, dopo l’accensione del braciere da parte di Danilo Ciuffetelli, funzionario comunale, a rappresentare tutte le donne e gli uomini a servizio della città, sono stati letti i nomi dei 309 “angeli”, onorati con la deposizione di fiori presso la fontana del Parco. Oggi sono stati, invece, toccati alcuni luoghi simbolo: la Casa dello Studente, dove a deporre i fiori nel ricordo di Antonietta Centofanti sono stati due dipendenti degli Uffici speciali per la ricostruzione dell’Aquila e del cratere, impegnati in queste ore, su impulso di Anci Abruzzo, a sostegno della Protezione civile regionale e dei Comuni danneggiati dal maltempo, la chiesa delle Anime Sante, dove si è tenuta la messa in suffragio delle vittime del sisma, officiata dall’arcivescovo, Mons. Antonio D’Angelo, la Basilica di Santa Maria di Collemaggio che ha ospitato la Cappella Musicale Pontificia con il concerto “La luce della memoria” accompagnato dalla voce recitante di Daniele Pecci e la direzione artistica del maestro Leonardo De Amicis, e il Centro Servizi Anziani del Comune dell’Aquila con un abbraccio intergenerazionale con i giovani dell’Orchestra Jazz che Vorrei.

Tra le iniziative commemorative, il 3 aprile scorso, a Palazzo Margherita, l’inaugurazione dell’opera permanente “6 aprile 3:32” dell’artista aquilana Lea Contestabile, composta da 309 elementi simbolici dedicati alle vittime del sisma e donata alla città come segno di memoria collettiva.

“Il 6 aprile resta per tutti noi una ferita aperta, un momento di memoria condivisa che unisce l’intera comunità aquilana. A diciassette anni dal sisma, il pensiero va alle 309 vittime, alle loro famiglie e a una città che quella notte ha visto cambiare per sempre la propria storia – ha commentato Pierluigi Biondi, sindaco dell’Aquila – Ricordare, tuttavia, non è solo guardare al passato, ma dare senso a ciò che è accaduto, trasformare il dolore in responsabilità, in impegno quotidiano, in capacità di costruire il futuro senza dimenticare da dove veniamo. In questi anni L’Aquila è ripartita con determinazione e dignità, grazie al lavoro di una comunità che non si è mai arresa. Una ricostruzione fatta anche di persone, di relazioni, di identità, di legami profondi che ci tengono insieme anche nei momenti più difficili. Il nostro dovere è continuare a custodire questa memoria e trasmetterla alle nuove generazioni, perché sappiano cosa è accaduto e comprendano il valore della vita che è rinata da quelle macerie. È così che il ricordo diventa speranza e la speranza diventa futuro per L’Aquila”.

Diciassette anni dopo il terremoti che colpì L’Aquila provocando 309 vittime, il Comune traccia anche il punto sulla ricostruzione: ad oggi sono stati rilasciati contributi pubblici per il 96% del patrimonio edilizio privato, ricostruito o in fase di ultimazione. Sul fronte pubblico l’avanzamento fisico si attesta intorno al 60%, 80 gli interventi finanziati con assegnazioni che superano i 425 milioni di euro e 33 interventi già conclusi nel solo Comune dell’Aquila.

La sicurezza delle giovani generazioni rimane il cuore della programmazione strategica: il piano per l’edilizia scolastica prevede investimenti per oltre 117 milioni di euro su 22 interventi. Tutti gli edifici comunali attualmente in uso sono dotati di certificati di idoneità statica e agibilità sismica. Quattro le scuole già completate, 13 i progetti appaltati o in fase di esecuzione (per 59,62 milioni), con la previsione di consegnare entro il 2026 plessi fondamentali come il Polo scolastico Gignano Torretta Sant’Elia, quello di San Sisto Santa Barbara e diversi asili nido.

L’impegno sulla qualità e sicurezza del sistema educativo si riflette anche nella crescente attrattività del polo cittadino, come dimostrato dall’aumento delle iscrizioni: l’Università degli Studi dell’Aquila passa da 18.969 iscritti nell’anno accademico 2021/2022 a 19.785 nel 2024/2025 (+4,3%), il GSSI da 117 a 159 studenti (+36%), mentre si registrano incrementi anche per l’Accademia di Belle Arti (+34% dal 2021) e per il Conservatorio (+3%).

In questo quadro anche i dati demografici confermano il percorso di crescita costante: il numero di residenti nel Comune dell’Aquila, circa 70 mila, si mantiene sui livelli del pre-sisma, dopo le curve di discesa registrate nella fase dell’emergenza e negli anni immediatamente a seguire, e cresce complessivamente del 2% dal 2017 ad oggi, registrando una dinamica ancor più marcata nel centro storico della città, con un incremento pari a circa il 15%.

Libano, Israele intensifica gli attacchi contro Beirut

Roma, 6 apr. (askanews) – Israele ha intensificato oggi gli attacchi sul Libano, colpendo i sobborghi meridionali della capitale Beirut e il sud del Paese. L’esercito israeliano ha inoltre rivolto un avvertimento alla popolazione, invitando i residenti di sette sobborghi di Beirut e di alcune aree della città meridionale di Tiro a evacuare.

Il Libano aveva già affrontato ieri alcuni dei bombardamenti più pesanti dall’inizio dell’offensiva israeliana, secondo quanto riferito dai residenti, mentre aerei da guerra sorvolavano la capitale e il sud del Paese nel giorno in cui molti cristiani libanesi si erano riuniti per celebrare la Pasqua.

Gli attacchi di domenica hanno provocato 39 morti, secondo il governo libanese.

Iran, continuano gli attacchi. Martedì scade (l’ennesimo) ultimatum di Trump

Roma, 6 apr. (askanews) – Israele e Iran hanno continuato a scambiarsi attacchi nelle prime ore di oggi, all’indomani dell’ultimo ultimatum del presidente Usa Donald Trump a Teheran perché ponga fine al blocco dello stretto di Hormuz o affronti raid contro centrali elettriche e altre infrastrutture civili.

Trump, apparentemente rafforzato dal salvataggio nel fine settimana di un aviere americano in Iran, ha dichiarato ieri a Fox News di ritenere possibile un accordo con Teheran entro oggi, ma ha anche affermato di stare “valutando di far saltare tutto” e di prendere il controllo del petrolio iraniano nel caso in cui la Repubblica islamica non collabori.

Il presidente Usa ha inoltre pubblicato sui social un messaggio dai toni durissimi, minacciando di bombardare centrali elettriche e ponti domani, martedì, se l’Iran non riaprirà lo stretto, snodo fondamentale per il trasporto mondiale di petrolio e gas. In un secondo messaggio ha poi scritto soltanto: “Martedì, 20.00 pm Eastern Time!” (le 2 di notte di mercoledì in Italia), senza fornire ulteriori spiegazioni. In passato Trump aveva già fissato scadenze analoghe sull’apertura di Hormuz, rinviandole poi successivamente.

Da Teheran, il viceministro degli Esteri per gli Affari giuridici e internazionali Kazem Gharibabadi ha sostenuto in un post sui social che la minaccia di colpire centrali e ponti costituirebbe un crimine di guerra. L’Iran ha a sua volta minacciato di intensificare gli attacchi contro infrastrutture critiche in Israele e negli Stati del Golfo alleati degli Stati uniti.

Un’ulteriore escalation, secondo il testo, potrebbe esporre milioni di civili in tutta la regione a rischi crescenti e aggravare le preoccupazioni per l’economia globale, già scossa dal rialzo dei prezzi dell’energia dall’inizio della guerra, a fine febbraio.

Kuwait ed Emirati arabi uniti hanno riferito oggi di tentativi di attacchi con missili e droni. In Israele, i servizi di emergenza hanno reso noto che sei persone sono rimaste ferite, una delle quali in modo grave, a Tel Aviv, Haifa e Petah Tikva in seguito agli attacchi missilistici. L’esercito israeliano ha dichiarato inoltre di stare intercettando missili lanciati dall’Iran e di avere completato una nuova ondata di attacchi su Teheran, senza precisarne gli obiettivi.

Secondo i media di Stato iraniani, Israele avrebbe colpito anche la Sharif University of Technology, uno dei più importanti atenei del Paese. Le autorità municipali di Teheran, citate dagli stessi media, hanno aggiunto che è stata attaccata anche la struttura che fornisce gas all’università.

Sul fronte energetico, otto membri del gruppo Opec+ hanno espresso ieri preoccupazione per l’impatto della guerra sulle forniture mondiali di petrolio e sulle infrastrutture energetiche della regione. “Ripristinare pienamente la capacità degli asset energetici danneggiati è costoso e richiede molto tempo”, si legge nella dichiarazione, che avverte di una ripresa lenta dopo la guerra.

In corso mediazione tra Usa e Iran per una tregua di 45 giorni

Roma, 6 apr. (askanews) – Stati Uniti, Iran e mediatori regionali discutono una possibile tregua di 45 giorni che potrebbe aprire la strada alla fine della guerra. Lo riporta Axios citando quattro fonti informate sui negoziati che sarebbero in corso, nonostante Israele e Iran abbiamo continuato oggi a scambiarsi violenti attacchi.

Secondo le fonti, le possibilità di un accordo entro 48 ore restano limitate, ma il negoziato è considerato l’ultima occasione per evitare una forte escalation, con possibili attacchi su infrastrutture civili iraniane e ritorsioni contro impianti energetici e idrici nei Paesi del Golfo.

Il presidente Donald Trump ha esteso di 20 ore la scadenza fissata a Teheran, portandola a martedì alle 20:00 (ora della costa est). In dichiarazioni riportate da Axios, Trump ha parlato di “negoziati profondi” e della possibilità di un’intesa prima della deadline, avvertendo che in caso contrario “distruggerò tutto”.

Fonti citate dal sito riferiscono che è pronto un piano operativo per una vasta campagna di bombardamenti Usa-Israele contro infrastrutture energetiche iraniane, mentre la proroga sarebbe finalizzata a lasciare spazio a un’intesa.

I colloqui si svolgono tramite mediatori pakistani, egiziani e turchi, oltre a contatti diretti tra l’inviato Usa Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Washington ha presentato diverse proposte, finora non accettate da Teheran. L’intesa allo studio prevede due fasi: una tregua iniziale di 45 giorni, eventualmente estendibile, seguita da un accordo per la fine del conflitto. Restano centrali i nodi della riapertura dello Stretto di Hormuz e della gestione dell’uranio altamente arricchito iraniano.

I mediatori lavorano su misure di fiducia reciproca, mentre Teheran chiede garanzie sulla durata del cessate il fuoco. Forte preoccupazione, riferiscono le fonti, per possibili ritorsioni iraniane contro infrastrutture nei Paesi del Golfo.

Secondo una fonte, ai rappresentanti iraniani è stato indicato che le prossime 48 ore rappresentano l’ultima finestra utile per evitare un’escalation. Teheran mantiene tuttavia una linea pubblica rigida, respingendo concessioni.

Secondo l’agenzia iraniana Irna, che cita il portavoce delministero degli Esteri Esmail Baghaei, l’Iran ha preparato una risposta alle proposte avanzate dai mediatori per un cessate il fuoco con gli Stati Uniti e la renderà nota “al momento opportuno”.

“Abbiamo preparato la nostra risposta”, ha detto Baghaei, secondo quanto riportato dall’agenzia ufficiale iraniana. Il portavoce ha aggiunto che Teheran non esita a dichiarare le proprie “legittime richieste” e che il fatto di poter esprimere rapidamente il proprio punto di vista sulle proposte ricevute non può essere considerato un segnale del fatto che l’Iran possa “essere spaventato”.

Baghaei non ha fornito ulteriori dettagli sul contenuto della risposta iraniana, limitandosi a ribadire che sarà comunicata nei tempi ritenuti appropriati da Teheran.

La missione spaziale, gli astronauti a bordo di Artemis 2 sorvolano la Luna

Roma, 6 apr. (askanews) – I quattro astronauti di Artemis 2 sorvoleranno oggi la Luna, diventando i primi esseri umani a compiere una missione attorno al satellite terrestre dal 1972, al culmine di un viaggio iniziato più di quattro giorni fa dalla Florida. Lo riferisce l’Afp, spiegando che i tre astronauti della Nasa Christina Koch, Victor Glover e Reid Wiseman, insieme al canadese Jeremy Hansen, sono arrivati in prossimità della Luna nelle prime ore di lunedì.

Alle 0.42, l’equipaggio ha imboccato l’ultima fase della missione entrando nella “sfera di influenza” lunare, la zona in cui l’attrazione gravitazionale della Luna prevale su quella terrestre. Non è previsto un allunaggio, ma la missione ha comunque una portata storica: tutte le missioni Apollo tra il 1968 e il 1972 avevano infatti portato oltre l’orbita terrestre soltanto astronauti americani, per lo più ex militari.

Secondo l’Afp, nessun russo o cinese si è mai spinto oltre i 400 chilometri dalla Terra, cioè la distanza delle stazioni spaziali in orbita terrestre, e finora solo sonde automatiche hanno continuato a osservare la Luna da vicino. Per circa sette ore, a partire dalle 20.45, la Luna riempirà completamente il finestrino della capsula Orion. Il responsabile del laboratorio di geologia planetaria della Nasa, Noah Petro, ha spiegato che apparirà grande “come un pallone da basket tenuto a distanza di un braccio”.

I quattro membri dell’equipaggio si sono preparati per oltre due anni, allenandosi a riconoscere formazioni geologiche e a descriverle con precisione agli scienziati sulla Terra, in particolare le tonalità marroni o beige del suolo lunare. Le loro descrizioni orali, insieme agli appunti e alle fotografie scattate con tre macchine Nikon portate a bordo, dovrebbero consentire di approfondire la conoscenza della geologia e della storia del satellite.

La Nasa trasmetterà l’evento in diretta su diverse piattaforme, tra cui Netflix e YouTube, fatta eccezione per 40 minuti durante i quali le comunicazioni saranno interrotte, quando gli astronauti si troveranno dietro la faccia nascosta della Luna. La responsabile scientifica della missione, Kelsey Young, ha promesso nel fine settimana che sentire l’equipaggio descrivere la superficie lunare “farà venire la pelle d’oca”.

Oltre al valore simbolico della missione, Artemis 2 stabilirà anche un nuovo primato: i suoi astronauti supereranno il record di Apollo 13 diventando gli esseri umani che si saranno allontanati di più dalla Terra, spingendosi a oltre 406.000 chilometri dal pianeta.

Durante il sorvolo, l’equipaggio osserverà anche la faccia nascosta della Luna, mai visibile dalla Terra. Il capo dell’esplorazione scientifica della Nasa, Jacob Bleacher, ha spiegato che gli astronauti potrebbero vedere “regioni di questa faccia nascosta che nessuno degli astronauti del programma Apollo aveva potuto osservare”.

Gli astronauti hanno già intravisto il bacino Orientale, un gigantesco cratere soprannominato il “Grand Canyon della Luna”, finora osservato nella sua interezza soltanto da sonde. “È esattamente come in addestramento, ma in tre dimensioni ed è semplicemente incredibile”, ha commentato Jeremy Hansen.

Il sorvolo consentirà inoltre di assistere a un’eclissi solare, con il Sole che scomparirà dietro la Luna, e a un’alba e a un tramonto della Terra visti dal lato lunare. Un’immagine destinata a richiamare la celebre fotografia “Earthrise” del 1968, che durante la missione Apollo 8 contribuì a cambiare la percezione del nostro pianeta. In un messaggio per Pasqua, il pilota della missione Victor Glover ha ricordato che, “in mezzo a tutto questo vuoto” rappresentato dall’universo, la Terra resta “un’oasi, questo luogo magnifico dove possiamo vivere insieme”.

Se questa missione e la successiva, prevista per il prossimo anno, avranno successo, la Nasa punta a riportare astronauti sulla superficie lunare nel 2028.

Il Papa: la verità spesso oscurata da fake news e menzogne

Milano, 6 apr. (askanews) – “Spesso il racconto della verità viene oscurato da fake news, come si dice oggi, cioè da menzogne, allusioni e accuse senza fondamento”. Lo ha detto Papa Leone XIV rivolgendosi dalla finestra dello Studio del Palazzo Apostolico Vaticano ai fedeli ed ai pellegrini riuniti in Piazza San Pietro per la recita del Regina Coeli in occasione del Lunedì dell’Angelo.

Secondo il Pontefice, “davanti a tali ostacoli, però, la verità non resta celata, anzi: ci viene incontro, viva e raggiante, illuminando le tenebre più fitte”. Papa Leone XIV si è richiamato a un passaggio del Vangelo di oggi (Mt 28, 8-15) che “ci chiede di scegliere tra due racconti: o quello delle donne, che hanno incontrato il Risorto, o quello delle guardie, che sono state corrotte dai capi del sinedrio. Le prime annunciano la vittoria di Cristo sulla morte; le seconde annunciano che la morte vince sempre e comunque. Nella loro versione, infatti, Gesù non è risorto, ma il suo cadavere è stato rubato. Da uno stesso fatto, il sepolcro vuoto, sgorgano due interpretazioni: una è fonte di vita nuova ed eterna, l’altra di morte certa e definitiva”.

Un contrasto, ha sottolineato ancora il Santo Padre, che “ci fa riflettere sul valore della testimonianza cristiana e sull’onestà della comunicazione umana”.

Iran, Israele: ucciso il capo dell’intelligence dei Pasdaran

Roma, 6 apr. (askanews) – Il capo dell’Organizzazione di intelligence dei Guardiani della rivoluzione iraniana, il generale di brigata Seyed Majid Khademi, è stato ucciso in un attacco aereo israeliano sulla capitale iraniana. Lo hanno annunciato oggi i Pasdaran in una nota del dipartimento relazioni pubbliche dell’Irgc, mentre Israele ha rivendicato l’operazione attraverso una comunicazione delle Forze di difesa israeliane e dichiarazioni del ministro della Difesa Israel Katz.

Secondo la nota iraniana, Khademi è stato assassinato “in un attacco criminale e terroristico” compiuto “dai nemici americani e israeliani” nelle prime ore di oggi, nell’ambito di quella che Teheran definisce l’aggressione “non provocata” di Usa e Israele contro la Repubblica islamica.

Nel comunicato, i Pasdaran rendono omaggio al generale ucciso, affermando che ha difeso “con sincerità e coraggio” i principi della rivoluzione islamica del 1979, l’assetto della Repubblica islamica e l’integrità territoriale dell’Iran per quasi mezzo secolo, svolgendo “un ruolo eccezionale” in vari ambiti dell’intelligence e della sicurezza. La nota aggiunge che i suoi sforzi, in particolare “nel contrasto ai nemici stranieri a livello strategico”, hanno contribuito per anni a sventare i piani dei nemici per infiltrarsi in Iran e minarne la sicurezza interna.

Israele ha successivamente confermato di avere colpito Khademi. In una nota, l’Idf ha affermato che “la scorsa notte” l’Aeronautica militare israeliana, “agendo con intelligence precisa”, ha condotto un attacco a Teheran eliminando Majid Khademi, definito “capo dell’intelligence del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica”.

Secondo l’esercito israeliano, Khademi era “uno dei comandanti più anziani” dei Pasdaran e aveva maturato una vasta esperienza militare e di sicurezza. L’Idf sostiene inoltre che era stato nominato dopo l’uccisione del suo predecessore Mohammad Kazemi e che, nel suo incarico, era responsabile della raccolta di informazioni e della definizione del quadro di situazione per i vertici del regime.

Israele accusa inoltre Khademi di avere avuto “un ruolo chiave” nella campagna contro lo Stato ebraico, sostenendo che le informazioni raccolte sotto la sua direzione siano state utilizzate per “promuovere ed eseguire attività terroristiche”. Nella stessa nota, l’Idf afferma che il dirigente iraniano avrebbe anche lavorato per colpire obiettivi israeliani ed ebraici nel mondo, partecipato a tentativi di prendere di mira cittadini americani e monitorato i civili iraniani nell’ambito della repressione delle proteste interne.

Per Israele, la sua eliminazione “si aggiunge a decine di altri comandanti di alto livello del regime iraniano” uccisi nel corso dell’operazione e rappresenta “un ulteriore colpo significativo” ai sistemi di comando e controllo dei Pasdaran e alla loro capacità di condurre operazioni contro Israele e altri Paesi.

Nello stesso aggiornamento operativo, l’Idf ha reso noto anche che truppe dell’unità di ricognizione Nahal hanno ucciso nel sud del Libano tre miliziani ritenuti responsabili della morte di quattro soldati israeliani: il capitano Noam Madmoni, il sergente maggiore Ben Cohen, il sergente maggiore Maxsim Entis e il sergente maggiore Gilad Harel. Secondo l’esercito, i tre sono stati eliminati in combattimento ravvicinato e la loro identità è stata successivamente verificata “attraverso intelligence precisa”.

Gli Eugenio in via di Gioia per la prima volta al Forum di Milano

Milano, 6 apr. (askanews) – Il 5 maggio 2027 gli Eugenio in via di Gioia saliranno per la prima volta sul palco dell’Unipol Forum di Assago per il loro concerto evento Tutti dentro, prodotto da A1 Concerti.

Non è solo il concerto più grande della loro carriera, né un semplice traguardo: è il punto in cui tutte le strade percorse si incontrano davvero, è tutto quello che negli anni hanno costruito ed è rimasto, è cresciuto, ha continuato a muoversi senza fermarsi mai. È la somma di anni passati a suonare, a scrivere, a stare dentro alle cose con tutta la passione e l’entusiasmo possibili, è il tempo che hanno condiviso con chi li ha seguiti dall’inizio e con chi si è aggiunto strada facendo senza più andarsene. È l’insieme dei concerti, delle parole che hanno trovato casa nelle persone, dei ritornelli in cui le voci si sono unite una dopo l’altra fino a diventare coro, delle piazze che si sono riconosciute in qualcosa di comune. È tutto quello che si è mosso nel tempo senza mai arrestarsi e arrendersi, trovando forza proprio nel continuo trasformarsi. Un legame che si è costruito senza bisogno di essere spiegato, ma solo vissuto. È una storia che non appartiene più solo a chi sta sul palco, ma a chi l’ha attraversata, sostenuta, cantata, portata avanti. Ed è proprio lì, insieme, che acquisisce un senso altissimo. Il Forum diventa così il luogo in cui tutto questo si amplifica e prende vita insieme a tutti quelli che, insieme agli Eugeni, ci hanno sempre creduto.

La sorpresa arriva dopo un video pubblicato ieri sui social (Libraesva ESG ha rilevato un possibile tentativo di phishing da “gdgpress.voxmail.it” https://www.instagram.com/p/DWk0T5yodf7/) in cui Eugenio, in Piazza Carignano a Torino – luogo dove tutto è iniziato – dedica commosso un annuncio importante agli altri componenti della band Emanuele, Paolo e Lorenzo che per primi hanno ascoltato un “matto” che suonava per la strada, alla città che li ha visti e fatti crescere un passo alla volta, ai loro 12 anni insieme nella musica e nella vita che sono stati ricchi di emozioni e di sacrifici.

Ma questa dedica non può che estendersi a chi ci è sempre stato, c’è ora e ci sarà: il loro pubblico.

«Il grido “TUTTI DENTRO” – dichiarano gli Eugenio in Via Di Gioia – lo dedichiamo a chi c’era in via Lagrange a Torino, a chi si è fatto mille chilometri di bus e a chi si è preso litri e litri di pioggia. A chi cantava “andiamo al Pam” di fronte a noi durante il nostro primo concerto, a chi ci ha portato le focacce calde nel centro storico di Genova e le ha mangiate insieme a noi, a chi ha festeggiato una finta laurea davanti al Duomo di Milano per permetterci di suonare in mezzo alla piazza, a chi cantava in piazza Maggiore a Bologna, a chi ha condiviso la carbonara in Piazza Bologna a Roma, a chi si è fermato sul marciapiede a chi ha gridato sotto i palchi. Il nostro primo Forum è per chi, da quando ci ha ascoltato la prima volta, ha sostenuto con anima e corpo un progetto indipendente ed in continua evoluzione. Cresciuti una canzone alla volta e fuori dal clamore dei riflettori, insieme abbiamo fatto tanta strada e finalmente avremo la possibilità di guardarci ad uno ad uno negli occhi e cantare nel pantheon della musica moderna. Perché quello che abbiamo fatto fino ad oggi ce lo siamo sudato insieme.» I biglietti per il concerto del 5 maggio 2027 TUTTI DENTRO all’Unipol Forum di Assago sono in vendita su TicketOne e sui circuiti di vendita abituali. Per informazioni: Artistfirst.it E mentre il live segna un nuovo capitolo sul palco, un altro prende forma sulla carta. Il 21 aprile 2026 uscirà per Rizzoli Storie di una band che non si è ancora sciolta, il primo libro degli Eugenio in Via Di Gioia, già disponibile in preorder: un diario dei ricordi, un racconto corale inedito di un percorso condiviso composto da otto storie che ripercorrono il viaggio personale e artistico che li ha portati dagli inizi fino a oggi.

«Immaginate questo libro come un puzzle, un mosaico, un ritratto che si compone di tante pennellate fatte di ricordi, aneddoti, esperienze. Tutte insieme, pagina dopo pagina, raccontano chi siamo noi a partire dagli inizi, anche prima di incontrarci. È la storia di un sogno che è insieme un progetto, iniziato sui marciapiedi di Torino, ma anche di Berlino e di Londra. All’inizio era solo nostro, poi con il tempo è stato ascoltato e cantato da tantissime altre persone, tutte quelle che hanno scelto la nostra musica come colonna sonora di un pezzetto di vita, finendo per condividere qualcosa. Questa è la storia di quattro amici – noi – e di come siamo arrivati fino a qui.» – Lorenzo, Paolo, Emanuele, Eugenio Gli Eugenio in Via Di Gioia presenteranno il libro con 4 appuntamenti: 21 aprile – Biblioteca Salaborsa, Bologna ore 20.30 (Piazza del Nettuno, 3) 22 aprile – Mondadori Duomo, Milano ore 18.30 (Piazza del Duomo) 24 aprile – Feltrinelli, Napoli ore 18.00 (Piazza dei Martiri) 28 aprile – Feltrinelli, Roma ore 18.30 (Via Appia Nuova, 427) 16 maggio – Salone del Libro, Torino ore 18.00 (PAD. 5, Il Club – Lingotto Fiere – Via Nizza, 294) Prima di approdare al Forum a maggio dell’anno prossimo, gli Eugenio in Via di Gioia tornano live a novembre 2026 sui palchi di alcuni dei più famosi club italiani.

Queste le date del Club Tour 2026, prodotto da A1 Concerti: 16 novembre – Estragon, Bologna 17 novembre – Hall, Padova 20 novembre – Viper, Firenze 21 novembre – Mamamia, Senigallia 23 novembre – Afterlife Live Club, Perugia 25 novembre – Atlantico, Roma 27 novembre – Eremo Club, Molfetta I biglietti sono disponibili su Ticketone.it e sui circuiti di vendita abituali.



Lunedì dell’Angelo: la Pasqua che ci rimette in cammino

Il “Lunedì dell’Angelo”, secondo giorno dell’Ottava di Pasqua, è entrato nell’immaginario come tempo di scampagnate e leggerezza. Eppure, la liturgia ci invita a sostare su un’immagine essenziale e luminosa: l’angelo presso il sepolcro di Gesù.

I Vangeli raccontano che, all’alba del primo giorno della settimana, alcune donne si recano alla tomba e la trovano aperta (cf. Mt 28; Mc 16; Lc 24). È un angelo – o, nei racconti paralleli, una presenza celeste – a prendere la parola e a dare senso a ciò che accade: «Non è qui, è risorto» (Lc 24,6). In questa parola si compie un passaggio decisivo. La risurrezione non si impone come evidenza, ma si offre come annuncio da accogliere. È una luce che chiede di essere interpretata, una vita nuova che si lascia riconoscere nella fede.

Ma l’annuncio non trattiene. Subito diventa invio: le donne sono chiamate ad andare, a dire, a condividere ciò che hanno udito. La Pasqua, fin dall’inizio, è movimento: dalla paura alla fiducia, dal silenzio alla parola, dalla tomba alla vita.

Anche la consuetudine del “fuori porta”, così tipica di questo giorno, custodisce inconsapevolmente un’eco di questo dinamismo. Uscire, mettersi in cammino, lasciare il luogo abituale: sono gesti semplici che possono diventare segno di un esodo più profondo, quello che la Pasqua inaugura nel cuore dell’uomo.

Il Lunedì dell’Angelo appare allora per ciò che è: non una semplice appendice festiva, ma il primo passo di un cammino. Come le donne del Vangelo, anche noi siamo invitati ad ascoltare una parola che sorprende e a lasciarci rimettere in movimento, portando nella vita quotidiana l’annuncio che rinnova ogni cosa. Nella consapevolezza che la Pasqua continua a raggiungere la storia.

Sigonella, quarant’anni dopo: una crisi che mise alla prova l’Alleanza atlantica

Il precedente storico e lattualità

Il recente divieto di atterraggio nella base militare di Sigonella, imposto dal Governo Meloni ai bombardieri americani diretti nel Golfo arabico, ha indotto la stampa a ricordare (seppur in maniera incompleta) una parzialmente analoga vicenda accaduta oltre quarant’anni or sono, durante il Governo Craxi.

Ero arrivato a Washington da poco più di un anno, quando le relazioni tra Italia e Stati Uniti furono, seppur per breve tempo, seriamente compromesse da quella che venne poi definita “la crisi di Sigonella”.

Il sequestro dellAchille Lauro

Tutto iniziò il 7 ottobre 1985, giorno in cui la nave italiana “Achille Lauro” venne sequestrata nel Mediterraneo con tutti i crocieristi a bordo (tra cui numerosi di cittadinanza americana), ad opera di terroristi palestinesi dell’FLP (“Fronte di Liberazione della Palestina”), che chiedevano il rilascio di 50 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.

Su richiesta di Craxi, Arafat, leader dell’OLP, negando il proprio coinvolgimento, propose Abu Abbas (fondatore dell’FLP) e un suo compagno come mediatori per favorire una soluzione incruenta. Nel frattempo, gli americani organizzavano – malgrado il parere contrario del governo italiano – l’operazione militare “Margherita” per individuare la posizione nautica della nave (che si stava muovendo verso la Siria) e organizzare un intervento armato.

Trattandosi di una nave battente bandiera italiana, Craxi continuò a rivendicare l’esclusiva competenza ad intervenire e, grazie all’ottimo rapporto con Arafat, sostenne la necessità di negoziare con i dirottatori per evitare inutili spargimenti di sangue, a condizione che a bordo non fossero stati compiuti atti di violenza perseguibili sulla base del diritto penale italiano.

La mediazione ebbe successo. Il 10 ottobre la nave approdava a Porto Said, dove i quattro dirottatori palestinesi lasciavano liberi nave e passeggeri, scendendo a terra per dileguarsi impunemente sotto gli occhi della polizia egiziana, accompagnati da Abu Abbas e dal suo complice (nel frattempo giunti personalmente in Egitto).

Luccisione del passeggero e la reazione americana

Fu soltanto allora che, contrariamente a quanto più volte dichiarato per radiotelefono dal comandante italiano della nave e dagli stessi dirottatori, si scoprì che un ebreo americano invalido (sulla sedia a rotelle) era stato brutalmente gettato in mare dopo il sequestro della nave.

Agli occhi americani, questo reato rendeva nullo l’accordo stipulato e passibili di sanzioni penali i responsabili, i quali però si erano già imbarcati su un Boeing 747 dell’Egypt Air diretto a Tunisi.

I servizi americani scoprirono subito le coordinate di quel volo e il Presidente Reagan ordinò che il velivolo fosse dirottato verso la base aerea di Sigonella in Sicilia per arrestare Abu Abbas (da anni ricercato dagli americani) e i suoi complici, per poi trasferirli negli Stati Uniti ed essere giudicati da un tribunale americano.

Lo scontro a Sigonella

Una volta atterrato, l’aereo venne circondato da cinquanta marines in pieno assetto di guerra, circondati, a loro volta, da un pari numero di carabinieri. Si creò subito una pericolosa situazione di stallo, idonea a generare uno scontro.

Reagan telefonò a Craxi, sollecitando la consegna immediata dei terroristi. Il Presidente del Consiglio si rifiutò, rivendicando la giurisdizione italiana e sostenendo che i terroristi sarebbero stati giudicati dalle competenti autorità nazionali, essendo il reato a loro contestato avvenuto su nave battente bandiera italiana ed essendosi l’aereo che li trasportava posato su suolo italiano.

Reagan alla fine cedette, riservandosi però di chiedere subito l’estradizione dei terroristi, sulla base del trattato vigente tra Stati Uniti e Italia.

Per Craxi andava però fatta una distinzione fra i quattro sequestratori e Abu Abbas e il suo complice, che non avevano partecipato al sequestro, anche perché Mubarak, dal Cairo, sollecitava il rilascio immediato del velivolo di linea egiziano con a bordo i due, da considerare sotto la protezione del governo egiziano, minacciando per ritorsione di trattenere la nave Achille Lauro ancorata a Porto Said.

Il compromesso e le tensioni diplomatiche

Le conversazioni tra le tre capitali continuarono per l’intera giornata del 12 ottobre, per poi di fatto concludersi con il definitivo arresto dei quattro dirottatori e il rilascio di Abu Abbas e del suo complice, dopo un trasbordo dall’aereo egiziano ad uno di linea jugoslava.

Tutto avvenne nell’arco di alcune frenetiche ore, durante le quali a Washington l’Ambasciatore Petrignani, ignaro di quanto stava accadendo, si stava intrattenendo con il Segretario di Stato in uno dei periodici colloqui di routine. Improvvisamente, il suo interlocutore gli comunicò che, purtroppo, doveva interrompere la conversazione per sopraggiunti improrogabili impegni. L’Ambasciatore, insospettito, fece ritorno in ufficio e si mise subito in contatto con Roma, apprendendo l’accaduto.

Da quel momento, le relazioni diplomatiche fra i due Paesi vennero praticamente interrotte. Vani i tentativi di Petrignani di riannodarne i fili. Il Dipartimento di Stato alzò una barriera invalicabile, rifiutando ogni richiesta di contatti ufficiali. La Casa Bianca sembrava intenzionata a rivedere a fondo il rapporto con l’Italia.

Il Columbus Day e la svolta

Pochi giorni dopo era prevista l’annuale cena di gala per le festività del Columbus Day, nel corso della quale il Presidente degli Stati Uniti tradizionalmente faceva un’apparizione, pronunciando un discorso per i presenti (comunemente oltre mille invitati, per la maggioranza italo-americani).

Dalla Casa Bianca, questa volta, non arrivava alcun cenno di conferma circa la presenza di Reagan. Così fu fino a poche ore dallo svolgimento dell’evento. Poi improvvisamente arrivò, ma in Ambasciata ci si chiedeva quale sarebbe stato il contenuto del messaggio presidenziale.

Da attore consumato, Reagan apparve solennemente annunciato dal Capo del Cerimoniale. Serio, di fronte al microfono, sul grande palco allestito al centro dell’enorme salone sotterraneo dell’albergo ospitante l’evento, esordì con voce studiatamente misurata:

“Ladies and Gentlemen, the friendship between Italy and United States is… unshakable!”.

Tripudio generale. Petrignani, visibilmente emozionato, affidò ad un giovane collega un breve messaggio da telegrafare a Roma, riportando testualmente la frase iniziale pronunciata dal presidente americano.

La crisi di Sigonella, a quel punto, poteva dirsi risolta. Il definitivo suggello ebbe luogo alcune settimane dopo, quando Craxi fu invitato ufficialmente a Washington.

Il seguito politico e il ruolo di Andreotti

Al momento, però, la vicenda ebbe un seguito politico in Italia, poiché il Ministro della Difesa Spadolini, criticando apertamente la decisione presa da Craxi, ritirò i suoi ministri dal governo.

Nei suoi diari, pubblicati nel 1989, Andreotti rivela un colloquio avuto a Bruxelles con l’omologo americano Schultz, alcuni giorni dopo l’accaduto, prima dell’inizio di una seduta del Consiglio atlantico in vista di un incontro a Ginevra fra Reagan e Gorbacev.

Al Segretario di Stato americano, che non faceva mistero della forte perdurante irritazione nei confronti del governo italiano, Andreotti rispose che le prove addotte dalle autorità americane per trattenere Abbas erano state giudicate dalla magistratura italiana labili e generiche.

A fronte dell’insistenza di Schultz, Andreotti richiamò anche la necessità politica di tenere conto della richiesta espressa da Mubarak e sottolineò l’abuso di potere esercitato dai militari americani a Sigonella, base NATO con uno status particolare.

Infine, rievocò il ruolo di mediazione svolto da Abbas, su richiesta di Arafat, che aveva consentito la liberazione della nave e dei passeggeri. Questa precisazione – afferma Andreotti – colpì particolarmente Schultz, che la riconobbe come una motivazione in grado di spiegare, almeno in parte, il comportamento italiano.

La chiusura della crisi

La vicenda non si chiuse immediatamente. Il testo di compromesso elaborato non fu inizialmente accettato dalla Casa Bianca.

Andreotti dovette allora precisare che, senza una chiara rettifica di Washington, né lui né Craxi avrebbero incontrato Reagan prima del vertice con Gorbacev. La pressione ebbe effetto. Il Sottosegretario Whitehead fu incaricato di consegnare una lettera di scuse di Reagan indirizzata a Craxi.

La consegna avvenne il 19 ottobre e rappresentò la pietra tombale posta sul breve ma grave dissidio tra le due capitali.

Le sentenze e una riflessione conclusiva

Il 10 luglio 1986, due dei dirottatori palestinesi furono condannati all’ergastolo dal Tribunale di Genova e gli altri due a diversi anni di prigione. Quanto ad Abu Abbas, i giudici riconobbero elementi di colpevolezza nell’organizzazione del sequestro, condannandolo anch’egli (in contumacia) all’ergastolo. Il portavoce del governo americano plaudì al modo con cui la magistratura italiana aveva condotto il processo.

Durante la mia permanenza a Washington (1984-1990), le relazioni fra Italia e Stati Uniti furono molto strette e fruttuose. L’incidente di Sigonella le raffreddò soltanto per un limitatissimo periodo di tempo.

Eppure, nel 1993, all’epoca di Tangentopoli, qualche osservatore politico avanzò l’ipotesi che l’attacco a Craxi e il lungo processo ad Andreotti costituissero anche una sorta di “vendetta” americana.

Sono sempre stato convinto dell’infondatezza di tale supposizione, essendo stato testimone oculare della stima e considerazione di cui i nostri rappresentanti godevano negli ambienti governativi americani e dell’atmosfera di grande amicizia e fiducia che la loro presenza vi suscitava.

Giorgio Radicati, diplomatico, all’epoca dei fatti era Primo Consigliere d’Ambasciata a Washington. È stato Console generale a New York,  Ambasciatore a Praga e, fuori ruolo, Capo Missione a Skopje  prestando servizio presso l’OSCE.

Dopo Referendum, la politica non può limitarsi a registrare gli eventi

Un consenso che interpella

La recente tornata referendaria impone alle forze politiche una riflessione profonda che superi il dato numerico.

Per il centrosinistra, il successo non è un traguardo, ma l’inizio di una fase più esigente. Il segnale dell’elettorato è chiaro: una fiducia concessa “con riserva”, un’apertura di credito che attende di essere onorata.

Rinnovare la classe dirigente

Per evitare che questa partecipazione resti sulla carta, è vitale promuovere una dirigenza scelta oltre i vecchi modelli di cooptazione. È questo il passo necessario per iniziare a ricucire lo scollamento tra istituzioni e tessuto sociale. Investire su giovani, Sud e competenze non può ridursi a un esercizio retorico, ma implica l’apertura di spazi autentici e percorsi trasparenti.

Accanto a ciò, serve una gerarchia di priorità chiara: dalla sicurezza interna alla geopolitica, dall’equilibrio tra economia, innovazione e ambiente alla centralità della cura della persona. Non slogan, ma politiche verificabili.

Lo spartiacque del voto

Sul fronte opposto, secondo diversi osservatori, una vittoria avrebbe, paradossalmente, rischiato di agire da anestetico rispetto ai nodi strutturali del paese, posticipando un confronto ormai urgente. Il voto segna dunque uno spartiacque: una parte significativa dell’Italia dimostra di non accettare più scorciatoie.

Richiamando l’insegnamento di Aldo Moro, la politica non può limitarsi a registrare gli eventi, ma deve governarli con quella “intelligenza degli avvenimenti” che è, anzitutto, atto di responsabilità. Oggi è richiesto un cambio di passo: se il centrosinistra deve trasformare il consenso in progetto strutturato, il governo è chiamato ad accettare la sfida della maturità istituzionale, anteponendo la qualità dell’azione politica alle logiche del consenso effimero.

Uno sguardo lungo

Guardare oltre il referendum significa, in definitiva, restituire credibilità alla politica: ricostruire fiducia, valorizzare le professionalità, rimettere al centro l’interesse generale. Un compito complesso che – citando Alcide De Gasperi – richiede la capacità di guardare non alle prossime elezioni, ma al futuro delle prossime generazioni.

Un leader in crisi? Il caso Trump nella critica dei liberal-conservatori americani

Il momento che cambia la percezione

C’è un passaggio, apparentemente minore, che per alcuni osservatori segna una discontinuità significativa nella parabola di Donald Trump. Non un comizio, non uno scontro frontale, ma una dichiarazione quasi dimessa: il riconoscimento che lo Stato federale non può farsi carico di tutto e che, su temi sensibili come welfare e sanità, dovrebbero essere gli Stati a trovare risorse, anche aumentando le tasse.

È su questo punto che la testata conservatrice anti-Trump “The Bulwark” (v. ieri l’editoriale di Jonathan Cohn) costruisce una lettura severa: non tanto per il discorso in sé del Presidente, pronunciato in un pranzo di Pasqua alla Casa Bianca, quanto per ciò che esso rivela sul piano eminentemente politico.

La fine della promessa totale

Fin dal suo primo mandato, Trump ha costruito il proprio successo su una grammatica semplice e potente: nessun limite dichiarato e nessun compromesso, bensì la promessa di una soluzione dei problemi. Era, in fondo, l’espressione di una leadership fondata sulla capacità di sormontare ogni difficoltà.

Quando però il leader ammette che esistono limiti — finanziari, istituzionali, strutturali — introduce nel discorso politico ciò che aveva sempre escluso: la necessità del compromesso. Ed è qui che, secondo “The Bulwark”, si consuma la frattura. Non perché l’affermazione in sé sia sbagliata, ma perché contraddice la narrazione che aveva reso vincente la sua proposta.

Il paradosso del realismo

Il punto più interessante è il paradosso che emerge: Trump appare, in questo frangente, più realistico. Ma proprio per questo, meno efficace (e dunque meno convincente). La sua forza non è mai stata la precisione o la sostenibilità delle proposte. È stata, piuttosto, la capacità di costruire un orizzonte politico privo di vincoli percepiti, in cui l’elettore potesse riconoscere un impegno di protezione senza condizioni. Accettare i limiti significa, inevitabilmente, entrare nel linguaggio della politica tradizionale. E in quel terreno Trump perde il suo vantaggio competitivo.

Una crisi di stile prima che di consenso

Per “The Bulwark” non siamo ancora di fronte a una crisi di radicamento elettorale, ma a qualcosa di più sottile e forse più decisivo: una crisi d’impianto politico. Il leader, che aveva fatto della disintermediazione e della semplificazione radicale la propria cifra politica, sembra ora oscillare tra due registri: quello originario, fondato sull’iperbole, e uno nuovo, più prudente e realisticamente consapevole delle difficoltà. Ma questa oscillazione rischia di indebolirne il carisma, mettendo a nudo le contraddizioni del suo populismo radicale.

Un segnale da non sottovalutare

In politica, spesso, le sconfitte non iniziano con i numeri, ma con le incrinature nella narrazione. Quando il leader smette di incarnare fino in fondo il ruolo che lo ha portato al successo, il rapporto fiduciario con l’elettorato entra in una zona d’incertezza.

È questa, in definitiva, la tesi implicita di Cohn: non un Trump sconfitto, ma un Trump che, forse per la prima volta, mostra di allontanarsi dal suo cliché. E, per un leader costruito sull’identità prima ancora che sul programma, è un passaggio tutt’altro che secondario.

 

Per leggere larticolo di Jonathan Cohn, clicca qui.

Calcio, risultati Serie A, questa sera Napoli-Milan

Roma, 6 apr. (askanews) – Questi i risultati e la classifica della 30esima giornata di serie A:

31esima giornata Sassuolo-Cagliari 2-1, Verona-Fiorentina 0-1, Lazio-Parma 1-1; Cremonese-Bologna 1-2, Pisa-Torino 0-1, Inter-Roma 5-2, lunedì 6 aprile ore 12.30 Udinese-Como, ore 15 Lecce-Atalanta ore 18 Juventus-Genoa, ore 20.45 Napoli-Milan.

Classifica: Inter 72, Milan 63, Napoli 62, Como 57, Juventus, Roma 54, Atalanta 50, Bologna 45, Lazio 44, Sassuolo 42, Udinese 39, Torino 36, Parma 35, Genoa 33, Fiorentina 32, Cagliari 30, Cremonese, Lecce 27, Verona, Pisa 18.

32esima giornata Venerdì 10 aprile ore 20.45 Roma-Pisa. Sabato 11 aprile, ore 15 Cagliari-Cremonese e Torino-Verona; ore 18 Milan-Udinese; ore 20.45 Atalanta-Juventus. Domenica 12 aprile, ore 12.30 Genoa-Sassuolo; ore 15 Parma-Napoli; ore 18 Bologna-Lecce; ore 20.45 Como-Inter. Lunedì 13 aprile ore 20.45 Fiorentina-Lazio.

La Pasqua di Maria, storia di una clessidra e di una tentazione

Lannuncio e la salita impossibile

Si racconta che quando ci si libera da un incubo si possa trovare poi la via della serenità. C’è una condanna che sta in agguato in attesa di esplodere i suoi effetti sapendo attendere che si maturi nella vittima tutto il tormento possibile, sfinendolo ma non abbastanza. Dovrà restargli in corpo ancora quel tanto di forza per struggersi per quando il fatto accadrà. C’è un angelo mandato da Dio a dare ad una donna una notizia da lasciare tramortiti. Diventerai madre del figlio di Dio. Occorre il suo assenso, nessuno può forzare la mano. Tutto dipende da lei. Alla gioia della maternità si accompagna una responsabilità che rasenta il limite umano spostandolo oltre l’immaginabile. La vita gioiosa di Maria si fa improvvisamente impervia, l’attende un percorso in salita come dovesse scalare il cielo fino a travalicarlo.

L’angelo non vorrebbe raggiungerla ma è tenuto a farlo. Non può mediare e trattare con il suo padrone per un ripensamento, per un piano alternativo a quello ormai stabilito. Non può negarle che il Figlio che nascerà morirà in croce. Ogni giorno che passa, vedendo quel fanciullo crescere, sa che si avvicina il momento della tragedia. Ogni centimetro di altezza guadagnato dal suo pargolo è un passo verso il peggior baratro concepibile. Maria, d’accordo con Giuseppe, accettò la prova. Il padre putativo è andato in Paradiso prima che si compisse quel destino infausto. Il cuore non gli ha retto o forse il buon Dio ha temuto che sarebbe intervenuto, magari con tanto di spada, tentando di far saltare gli eventi in corso.

Il tempo trattenuto e il silenzio dellamore

A Maria invece non è stato risparmiato nulla. Era in atto un conto alla rovescia che non ci sarebbe stato verso di arrestare. Aveva il dovere di mantenere intatta la sua bellezza per il suo sposo e per Gesù che se ne faceva vanto. La sua era la mamma più bella del mondo. Mai che potesse farsi vedere con un velo di tristezza, una ruga, anche solo nel pensiero, a denunciare il preavviso di un dolore appostato per trafiggerne il cuore.

Dovette fingere una serenità finché i fatti non la liberarono da quel dovere perché era giunta l’ora della verità. Per anni andò avanti un gioco di silenzi, di appostamenti e di nascondimenti. Ci si ingannava reciprocamente per amore e non per altro.

Anche quel suo Figlio adorato fingeva un tutto va bene pur sapendo a cosa sarebbe andato incontro. Giuseppe scrutava l’uno e l’altra sperando in un miracolo che avrebbe cambiato il corso delle cose. Se ad Abramo fu fermata la mano nel mentre stava sacrificando suo figlio, anche per il Figlio di Dio sarebbe potuto succedere qualcosa di simile.

La Passione e lo sguardo

Ora stavano flagellando il suo Gesù scalpellandogli la carne e le ossa in modo che nessuna penna possa descrivere la maestria di Satana a condurre la danza. Già così la morte sarebbe diventata una liberazione dalla sofferenza, ma ancora non era giunta l’ora. La tortura ha in mano l’arte del tempo che gestisce con sapienza per arrivare al massimo del risultato.

Maria teneva nel cassetto del cuore una clessidra che le dava il potere di disporre lo scorrere del tempo. Era l’unica eccezione che le era stata fatta dal piano di sopra. Avrebbe potuto allargare la strozzatura dei due coni in modo che la sabbia precipitasse con maggiore velocità e lo strazio finisse prima dello scorrere normale del tempo. Se lo avesse fatto, avrebbe anticipato suo Figlio inchiodato su una croce e questo era oltre le sue forze, quasi fosse lei a destinarlo all’ultimo supplizio. Far svolgere la scena per come procedeva, senza un suo intervento, le era di altrettanto strazio.

Dio intanto si era chiuso nella sua stanza per non assistere agli accadimenti o forse era segnato colpo dopo colpo al pari di Gesù. Maria era lì perché una madre quando occorre è al pari di una leonessa, ma è costretta ad essere inerme. Ogni fustigata la segna per il doppio dei suoi effetti sul corpo del macellato.

Inizia la Via Crucis e ad un certo punto riesce ad avvicinarsi a suo Figlio. Il dolore, finalmente libero di agire, si imbatte fissamente nello sguardo dell’altro. La prova più ardua per Gesù fu quella di vedere la pena negli occhi della Madre. Allo stesso modo Lei fu come trucidata fissando il volto quasi irriconoscibile del Figlio e i suoi occhi tumefatti che la cercavano. Anche un Figlio di Dio ha il diritto di aggrapparsi alla madre per avere una goccia di consolazione. Non c’è più da trattenersi, ciascuno dei due può adesso mostrare il dolore antico e presente che straccia i loro cuori mandandoli a pezzi. Non corsero parole ma una dose d’amore che, a confronto, avrebbe fatto impallidire l’eternità.

La tentazione della clessidra

Ora Maria è sotto la Croce dove hanno appeso il Figlio. Ha in mano il potere di fermare tutto e mandare indietro la scena come nulla fosse stato. Satana non è riuscito nel deserto con Gesù ma tenta con Maria sperando nel successo. Le dice che, se volesse, potrebbe chiedere a suo Figlio di scendere dalla croce e rinunciare alla morte e allo strazio perfettamente all’opera. Gesù l’avrebbe di certo accontentata, anche deludendo suo Padre, non avrebbe mandato a vuoto quella sua preghiera. Satana sta caricando di lacrime il volto di Maria, le disegna sul volto un’espressione di tale angoscia che fa distrarre Gesù dai ferri appuntiti che gli lacerano le mani. Le imbecca le parole più adatte per commuovere suo Figlio e indurlo al miracolo più importante, che avrebbe fatto saltare il progetto divino.

Anche Satana avrebbe lasciato sul campo qualcosa. La fine dello scempio del suo nemico è dura da accettare ma sa che è per la sua vittoria. Maria tace, si serra le labbra e tace. Non può trattenere i lamenti ma tace. Allora Satana furente rincara la dose consegnandole la clessidra che aveva la polvere magica del comando del tempo. Le dice di manovrarla in maniera che tutto si svolga più velocemente, risparmiando a suo Figlio l’assaporare attimo per attimo inflessibilmente l’afflizione in corso.

Maria resiste, le scoppia il cervello. Avverte la colpa di non accelerare il tutto diventando proprio lei tra gli aguzzini del Figlio. Resiste quasi ad impazzire. Non può chiedere soccorso al suo angelo custode che piange, si è fatto invisibile, non si fa trovare, evitando lui stesso di lasciarsi andare e dare il consiglio che vorrebbe ma non può.

Il sabato della fede

Gesù è morto. Maria è disperata. Il destino ha fatto il suo corso ma lei non prova alcuna consolazione, liberata dalla minaccia che si è tradotta in realtà e che ha smesso di metterla da sempre sulla corda. Maria è morta con suo Figlio, il corpo continua a respirare ma le è estraneo. Ora l’angelo le ricorda di non mollare la presa. Non tutto è perduto. Tra tre giorni Gesù resusciterà e lei potrà riabbracciarlo. Su di lui resteranno i segni delle piaghe che non faranno però più alcun male. La fede di Maria è messa all’ultima prova, la più impegnativa.

È scritto che ci sarà la resurrezione. Davvero un Dio, che ha consentito questo sacrificio, ha intenzione di rimettere al mondo quel Figlio obbediente? Grava il dubbio su un Dio che si è accontentato semplicemente di un martirio per sperimentare l’amore che pretende. Vorrà davvero ridare respiro ad una madre e al suo Gesù? Ed ancor più avrà effettivamente potere sulla morte? Maria è costretta a vivere malgrado istintivamente voglia porre fine a tutto. Non desidera neanche il Paradiso e con esso il pericolo di avere un tempo senza sosta che possa farle ricordare il calvario. Vuole solo la morte per dimenticare ciò che è stato.

Riprende comunque sulle spalle il peso del tempo che è costretta a contare in attesa che dopo tre giorni ci sia tregua al suo patimento. La scommessa di vedere il suo Gesù di nuovo in piedi le fa correre il rischio di una atroce delusione. Di nuovo Satana le dice che, se lei volesse, potrà far passare quei pochi giorni in un baleno e tornare al sorriso o scoprire che era tutta una menzogna. Non ci si rialza dalla morte e quel Dio in cui lei ha creduto ha anch’Egli poteri limitati. Si tratta in ogni caso di un Dio crudele che ha previsto tre giorni per restituire la vita, un tempo infinito per una madre ormai in apnea e che non ha più forza per un’attesa dagli esiti incerti.

Maria lascia immobile la sua clessidra. La fissa evitando persino di sfiorarla. Non interferisce probabilmente neanche con lo sguardo nel precipitare dei grani di sabbia dall’alto verso il basso. Accetta l’ultima prova. Sa che è bene così, punto e basta.

La resurrezione e il tempo redento

Gesù è resuscitato, lo hanno detto delle donne che lo hanno incrociato per strada. Ha paura di crederci. Lo dicono anche Pietro e Giovanni ma teme sia un’ulteriore beffa crudele di Satana. Perché Gesù non è andato subito da lei per inondarla di gioia? Perché prima è apparso ad altre donne? Vuole forse rimproverarla per non aver maneggiato la clessidra? Non può crederlo, non vuole crederlo. Si dice allora una stretta che l’ha solo voluta preparare delicatamente a incontrarlo in modo che ne fosse pronta. Il suo Gesù non vuole darle il minimo altro strapazzo, vuole fare in modo che lei si abitui gradatamente all’abbraccio che sarà da lì a poco.

Quando accadde, Gesù fece un altro prodigio. Si spogliò integralmente della sua divinità diventando soltanto umano. Era necessario per godere dei baci e delle carezze che dava a Maria e che altrettanti ne riceveva. Non ci furono testimoni, non erano ammessi. Il tempo si fermò in quella presa d’amore diventando una stretta infinita. Passati quei giorni l’abbandonò di nuovo per andarsene in Paradiso lasciandole l’incombenza della sua Chiesa. Ad una madre è chiesto sempre di sudare per il Figlio senza mai rilassarsi del tutto.

Ancora Satana, mai rassegnato, le propose di agitare la clessidra per raggiungere suo Figlio al più presto sulle coltri celesti, senza indugiare troppo sulla terra. Maria gli sorrise. Era mossa da tenerezza verso quel diavolo che ogni volta era sconfitto tornando al suo Inferno con la coda tra le gambe. Prima o poi avrebbe convinto anche lui a cambiar strada, lasciando stare finalmente ogni clessidra dell’Universo al suo posto. Giuseppe, anche se esausto, scalpita a più non posso, attende febbrilmente la sua sposa. Solo quando arriverà Maria il Paradiso non gli andrà più stretto.

Il Mistero della Risurrezione, motore della storia dell’umanità

Lincontro pasquale come matrice di unesistenza

Quando ero ancora un giovanissimo ricercatore del Centro Universitario Cattolico, mi fu chiesto che cosa ispirasse Giorgio La Pira nella sua poliedrica attività di docente, padre costituente, sindaco di Firenze e deputato; ma soprattutto, cosa lo rendesse quel profeta di pace e apostolo della «povera gente» capace di parlare ai grandi della Terra. Ricordo che, seppur mi accostassi da pochi mesi allo studio del “Sindaco Santo”, la risposta appare subito nitida: la matrice di tutto era l’incontro pasquale con il Cristo risorto.

Lo confessò lo stesso La Pira in una celebre lettera all’amico Salvatore Pugliatti del 1933, ricordando come l’incontro con Gesù Eucaristico, avvenuto nella Pasqua del 1924, gli avesse fatto risentire nelle vene un’innocenza «così piena da non poter trattenere il canto e la felicità smisurata». Dopo alcuni anni di riflessione e studio sulla sua figura, sono convinto che sia stata proprio questa irruzione della Grazia ad orientarne il pensiero e l’azione: una gioia metafisica che si faceva prassi politica.

La Risurrezione: rivoluzione ontologica della storia

La Settimana Santa non è la sola morte in croce, ma la Risurrezione, la forza dirompente di una vita che vince il limite: non un semplice “rinascere” tornando a ciò che si era, ma un “risorgere” a vita nuova. Questo evento, baricentro della fede cristiana, rappresenta la rivoluzione più radicale della storia: la vittoria ontologica del bene sul male, una luce che squarcia le tenebre del mondo. Per raggiungere questa Gloria, il “Nuovo Adamo” ha attraversato l’abisso più estremo della sofferenza: dal rinnegamento alla flagellazione, fino al legno di una croce.

Le aporie del nostro tempo e la domanda sulla speranza

Ponendo lo sguardo su questo mistero, il pensiero corre inevitabilmente alle aporie del nostro tempo. Viviamo un’epoca in cui i giovani faticano a «volare alto» e in cui la crisi demografica, certificata dai recenti dati Istat, racconta il silenzio di cuori che hanno smesso di sperare nel futuro. In un mondo dove la guerra e le nuove forme di violenza sembrano voler recidere quell’umanità essenziale che ci rende fratelli e popoli, sorge spontaneo un interrogativo: è ancora possibile risorgere?

La radice che non si sradica: la profezia di La Pira

Il Cristianesimo, temprato dai “corsi e ricorsi” della storia, ci offre una risposta affermativa, a patto di abitare la speranza con coraggio. La Pira ne ebbe certezza profetica, oltre che testimonianza. Nelle sue lettere pasquali indirizzate a Chruščëv negli anni Cinquanta, egli scriveva con convinzione che di una pianta si possano recidere i rami e intaccare il tronco, ma non si possa sradicare la radice, poiché essa è destinata a rigermogliare. Richiamando l’identità spirituale dei popoli, possiamo affermare con le sue parole che nella storia «la radice nella quale le nazioni cristiane sono radicate torna “a ributtare”: dopo l’inverno si apre misteriosamente ma irresistibilmente […] la nuova stagione storica della primavera». Una stagione che non è ripetizione del passato, ma una nuova opportunità di redenzione per l’umanità intera.

Pasqua 2026: limpegno dei cristiani nella storia

In questa Pasqua 2026, siamo chiamati a scorgere questa opportunità, consapevoli che la storia è finalizzata alla salvezza e che Cristo risorto – come amava ripetere La Pira – «ne è il misterioso, ma effettivo, finalizzatore».

L’impegno dei cristiani nella società e nelle istituzioni nasce esattamente qui: nel tradurre la Risurrezione in gesti concreti di pace, sviluppo e giustizia. L’esperienza di La Pira resta la testimonianza più alta di come la fede possa farsi cultura e la speranza possa farsi azione quotidiana. La domanda, dunque, interpella ciascuno di noi: siamo disposti ad abbandonare le tenebre del sepolcro per farci portatori di luce? Siamo pronti a vivere, e non solo a celebrare, la Pasqua?

Antonio Zizza, Direttore Scientifico del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale

Processo ai social: negli USA una sentenza cambia il paradigma

Dallaudizione al processo: le Big Tech sul banco degli imputati

Due anni dopo l’audizione davanti alla Commissione Giustizia del Senato USA (nella quale erano comparsi i CEO dei cinque principali network USA, da Mark Zuckerberg (Meta) a Linda Yaccarino (X), Shou Chew (TikTok), Evan Spiegel (Snap) e Jason Citron (Discord), META (Facebook, Instagram, WhatsApp) e YouTube di Google si sono presentati come imputati davanti ad una giuria popolare in un vero e proprio processo che si è concluso con una sentenza di condanna.

Già il 31 gennaio 2024 non si era trattato di una messinscena, vista la durezza delle accuse dei senatori peraltro debordate anche sul coté della politica: di fatto la campagna elettorale per le presidenziali era virtualmente aperta, ma l’argomento era troppo ghiotto per trasformare la conferenza in una burletta di simulazioni e domande concordate. Davanti ai Senatori, i grandi capi dei social erano stati messi sotto torchio (“Le vostre mani sono sporche di sangue”) e l’accusa non era certo lieve: “Big Tech and the Online Child Sexual Exploitation Crisis”, sfruttamento sessuale e pericoli per minori.

Il caso Kaley G.M. e la condanna: sei milioni di dollari

Ma il processo andato in scena in California, a Los Angeles il 18 febbraio 2026 è stato un duro colpo per gli imputati che dovevano rispondere alle accuse elevate nei loro confronti dai legali patrocinanti della causa promossa da una ragazza di 20 anni, Kaley G.M., querelante, che in aula ha riferito di essere diventata dipendente dai social fin da bambina (a partire dai 6 anni di età), trascorrendo fino a 16 ore al giorno sulle piattaforme social, in particolare sui servizi di Meta e su YouTube di Google, aggravando in tal modo i suoi problemi di salute mentale. I due colossi della Silicon Valley – Meta e YouTube – sono stati giudicati negligenti nel modo in cui hanno progettato le rispettive piattaforme e questa incuria ha causato danni a Kaley G.M. che sono stati quantificati dalla giuria in 6 milioni di dollari di cui 3 per il risarcimento vero e proprio e ulteriori 3 milioni di dollari a titolo di danni punitivi, dopo aver stabilito che le società hanno agito con ‘malizia, oppressione o frode nel danneggiare i minori attraverso le loro piattaforme’.

Ogni società sapeva che le sue piattaforme potevano essere pericolose se utilizzate da minori, ma non ha avvertito l’utenza in modo adeguato di questo rischio, hanno aggiunto i giurati.

Meta è stata ritenuta maggiormente responsabile del danno subito da KGM e dovrà farsi carico del 70% dei 6 milioni di dollari, mentre YouTube pagherà il restante 30%.

Responsabilità, negligenza e modelli di business

La giuria, composta da sette donne e cinque uomini, ha raggiunto la sua sentenza dopo aver ascoltato testimoni per oltre 40 ore di audizione in sei settimane di svolgimento del processo: Meta e Google sono stati giudicati colpevoli di negligenza per aver gestito un prodotto che ha arrecato danni a bambini e adolescenti e per non aver messo in guardia sui pericoli.

Inutilmente Mark Zuckerberg si è scusato davanti alla Corte e alle famiglie presenti di altri minori danneggiati dall’uso compulsivo dei social (con casi di disagi psicologici e comportamentali, fino a vittime di cyberbullismo ove non di vere e proprie azioni di violenza o autolesionismo, adescamenti sessuali, giochi pericolosi, istigazione al suicidio), giustificandosi per il fatto che il filtro di Instagram per limitare l’accesso ai minori di 13 anni non abbia funzionato, ammettendo: “avrei voluto che ci fossimo riusciti prima”.

Quello di Los Angeles (che è venuto subito dopo un analogo procedimento giudiziario davanti ad una giuria del New Mexico che ha inflitto al gruppo META una sanzione da 375 milioni di dollari dopo aver stabilito che la piattaforma ha danneggiato consapevolmente la salute mentale dei minori e ha nascosto informazioni sullo sfruttamento sessuale dei bambini) può essere considerato un fatto storico per la punizione esemplare e contemporaneamente un evento apripista per altri casi analoghi negli USA ma anche a livello planetario.

 

Minori, dipendenza e fogna mediatica”

La motivazione di questa deduzione risiede principalmente in due aspetti: i social utilizzano piattaforme che invitano esplicitamente ad un uso intensivo, sconsiderato e continuativo creando situazioni di dipendenza a motivo del fatto che le applicazioni possono causare danni alla persona.

La seconda argomentazione a sostegno del danno causato alla ricorrente ma in via generale potenzialmente a tutti i fruitori dei social si riferisce al target dei destinatari, molto spesso minori non adeguatamente istruiti sui pericoli di un utilizzo compulsivo delle piattaforme, soggetti quindi pregiudizialmente indifesi e gettati allo sbaraglio nella pratica di strumenti e soprattutto di contenuti che non dovrebbero essere destinati ad utenti della loro età.

Sintomatico di questa trascuratezza colpevole il fatto che, durante la sua testimonianza, a Zuckerberg siano stati mostrati documenti aziendali di META che contraddicevano la sua difesa (che addebitava ad origini familiari la causa del vulnus), valga per tutti quello in cui era testualmente scritto: “se vogliamo avere successo con gli adolescenti, dobbiamo coinvolgerli prima, da quando sono preadolescenti”.

Analisti sociali, pedagogisti, psicologi, psichiatri da tempo puntano il dito contro i social e i loro effetti talora devastanti per la mente dei bambini e degli adolescenti, indotti a stili di vita insani e sedentari, trasformati in internauti senza controlli, limiti, semafori in una navigazione pregiudizialmente incognita, stimolando in loro atteggiamenti aggressivi che sfociano in comportamenti di violenza crescente. Più che di gogna mediatica i social sono identificabili come ‘fogna mediatica’, poiché trasmettono esempi malsani e diseducativi, erodendo l’opera educativa della scuola e sfuggendo al controllo dei genitori, peraltro troppo spesso essi stessi principali fruitori di queste scorribande nel web e di fatto pessimi esempi per i propri figli.

Europa, regolazione e responsabilità educativa

Da alcuni anni a questa parte la diffusione delle tecnologie, la dilagante digitalizzazione, gli scenari aperti dal metaverso e dagli iniziali esperimenti di intelligenza artificiale hanno imposto un’area tematica che sta rivoluzionando il mondo delle comunicazioni e prelude a scenari persino sconvolgenti negli stili di vita degli “umani” che ne saranno inevitabilmente coinvolti. Fermare questa deriva equivarrebbe a tentare di arrestare uno tsunami con l’uso delle mani, ma certamente la facilità con cui hardware e software si sono diffusi, algoritmi e stilemi linguistici hanno sostituito gli alfabeti tradizionali, il fatto che questo universo in gran parte inesplorato e sconosciuto ai più, ma gestito con disinvoltura e poco senso etico e della misura da poche mani sapienti per finalità commerciali e con profitti stellari, sia frequentato in prevalenza da giovani o giovanissimi, senza una guida orientativa e senza confini tematici, ha costituito una vera e propria rivoluzione culturale che la scuola non è riuscita a controllare, per sdoganare e limitarne gli effetti distorsivi.

Da anni ci si interroga sull’uso dei social poiché, lungi dal favorire un supporto all’impegno educativo delle famiglie e più specificatamente didattico e pedagogico dei sistemi formativi, hanno favorito da un lato una diffusione massiva incontrollata, dall’altro non hanno posto tutele e ripari alla fruizione solipsistica e fuorviante delle tecnologie. Navigare senza rete non ha quasi mai favorito approdi rassicuranti, scomparsi agli orizzonti degli esploratori.

Il fenomeno delle devianze prodotte dalla tecnologia incontrollata nell’uso fino a normalizzare una serie infinita di abusi e comportamenti distorsivi è presente da molto tempo: ma la globalizzazione ha rapidamente esportato tutti gli aspetti più deleteri e deteriori di questa dilagante deriva.

Dobbiamo porci anche qui, in Italia e in Europa, più di un interrogativo sul da farsi ricordando il ‘non fatto’. Sono innumerevoli gli episodi che già da diversi anni si sono verificati con crescente intensità e perniciosa creatività: l’emulazione, l’indifferenza degli adulti ammantata da un’assenza di regole e norme di comportamento che rasenta l’incoscienza hanno consentito una sovraesposizione al pericolo nella frequentazione dei social, fino a farli diventare una sorta di cloaca maxima dove affogare senza tornare a galla. E insieme a questo la diffusione della pornografia, della prostituzione minorile agganciata in rete e tutte le raffinate distorsioni che ne sono via via derivate, a cominciare dal revenge porn, la trasgressione più odiosa, la “vendetta” realizzata attraverso la diffusione di immagini intime carpite a insaputa delle vittime.

Sono temi che ci riguardano da vicino poiché attraverso gli interessi commerciali delle grandi aziende si innescano gigantesche campagne diseducative, né va dimenticato come i social siano spesso i megafoni dell’omologazione culturale: la negazione della loro essenza poiché falsificano e distorcono la comunicazione fino a diventare la causa più diffusa delle solitudini siderali e spesso disperate del nostro tempo.

La storica sentenza di Los Angeles ha già prodotto conseguenze che si immaginano adeguate sul piano giudiziario e delle azioni dei soggetti istituzionali di ogni Paese.

La deriva incontrollata della diffusione dei social sta suscitando da tempo reazioni opposte e contrastanti. La Commissione Europea ad esempio ha stabilito che i siti per adulti Pornhub, Stripchat, XNXX e XVideos violano la normativa sui servizi digitali “per non aver protetto i minori” dal loro utilizzo e dalla sovraesposizione a contenuti esplicitamente pornografici, prevedendo pertanto sanzioni a carico dei trasgressori fino al 6% del fatturato annuo globale.

Secondo l’U.E., in una indagine avviata a maggio 2025, le piattaforme citate non avrebbero identificato e valutato con diligenza e accortezza i rischi di una esposizione diretta dei minori all’accesso dei siti, non impedendo quindi loro di accedere a contenuti esplicitamente dannosi.

Le piattaforme devono quindi mettere in atto accorgimenti atti a precludere ai minori ogni via di accesso ai rispettivi siti.

La posta in gioco è troppo alta e la cronaca quotidiana racconta quanto la frequentazione incontrollata dei social da parte di bambini e adolescenti possa provocare in loro danni incalcolabili, stimolando agiti di violenza di ogni tipo, abbassando esponenzialmente il target di età di accesso.

Si tratta di una deriva perniciosa che deve essere fermata dagli adulti e a livello normativo, con sanzioni esemplari a carico di chi se ne fa colpevole promotore, intensificando l’opera educativa della scuola e recuperando una smarrita responsabilità genitoriale che fa dell’ambiente domestico il primo contesto distratto e inconsapevole di consuetudini e comportamenti sbagliati che non sempre il semplice scorrere del tempo potrebbe rimuovere.

Fonte: AdolescenzE – Rivista scientifica transdisciplinare – Fondazione Varenna (30 marzo 2026)

Titolo originale: Storica sentenza: i social colpevoli di creare dipendenze e danni alla salute mentale tra i giovani utenti.

Capitalismo, algoritmi e politica negli Usa: verso l’autocrazia con il potere digitale?

di Silvio Minnetti

Si sta cercando di riscrivere il potere negli Stati Uniti. Una questione che riguarda noi tutti. Chi c’è dietro PayPal, Facebook, Palantir… J.D. Vance, Trump? Ci appare Peter Thiel, definito L’anima nera della Silicon Valley (Fuori Scena, RCS 2026), da Luca Ciarrocca, già corrispondente da New York per il Giornale di Indro Montanelli.

Peter Thiel getta le basi di un potere nuovo, fondato su reti, capitale strategico, influenza culturale più che presenza in pubblico. La sua formazione giuridica e filosofica gli consente di cofondare PayPal e di comprendere l’enorme potenziale tentacolare di Facebook e di Airbnb. La sua grande intuizione è Palantir: trasformare i dati nell’infrastruttura strategica del nostro tempo nel campo sanitario, della sicurezza e sorveglianza fino alla predizione dei crimini, fino ai teatri di guerra come Gaza.

Questo uomo ha un preciso disegno politico. Sostiene tra i primi nel 2016 Donald Trump, rompe il fronte progressista della Silicon Valley, fa crescere J.D. Vance fino alla vicepresidenza degli Stati Uniti. È il suo capolavoro con uno sconosciuto di provincia. Con la politica prova a cambiare regole ed élite da abile giocatore di scacchi, da conservatore anticonformista. È ossessionato dal rapporto tra libertà e potere, dall’idea di superare i limiti della vita umana con il post-umano.

Thiel mette insieme una ristretta cerchia di imprenditori, finanziatori, esponenti importanti dell’establishment americano che, dietro le quinte, decide il futuro del capitalismo tecnologico e della nuova destra. Sta già ridisegnando la mappa del potere con Vance per il dopo Trump.

Dalle startup alla sorveglianza globale

Nato in Germania nel 1967, emigrato con il padre ingegnere minerario negli Stati Uniti e in Africa, si rivela subito un abile giocatore di scacchi. Da studente scopre il giornalismo come arma. Legge, finanza e filosofia diventano presto il suo apprendistato. Profeta dell’anticonformismo, inizia a scuotere l’ortodossia accademica a favore del merito. Incaricato di tenere un corso a Stanford sulle startup, stupisce con la sua tesi principale: la concorrenza è alla fine dannosa per tutti. I monopoli sono invece positivi se fondati sulla innovazione continua.

Con la fondazione di PayPal e il sostegno a SpaceX, passaggi in Facebook e Airbnb, inizia un salto di qualità, fino a fondare Palantir, frutto dell’intuizione della «pietra veggente». È l’ingresso nel settore fatto di sorveglianza e controllo. È un omaggio a Tolkien: i palantiri sono pietre veggenti che consentono di vedere oggetti lontani ma che possono essere manipolati dagli avversari fino a mostrare una realtà distorta.

Minority Report diventa così il primo software di polizia predittiva a Los Angeles, incrociando molti dati fino a mostrare volti e nomi di persone da fermare e arrestare. È la macchina del precrimine. Un sistema nervoso digitale che raccoglie flussi disordinati da registri, video, metadati, sensori e li trasforma in mappe, priorità, azioni. Nel maggio 2025 un piccolo gruppo di ingegneri e manager denuncia pubblicamente la deriva etica di Palantir, la complicità della Silicon Valley con il potere di Washington. Si teme che questi potentissimi strumenti tecnologici possano finire nelle mani di pochissime persone — come nell’uso di dati biometrici sui figli dei migranti al confine per i rastrellamenti di ICE. Si intravvede un sistema autoritario mascherato da innovazione.

 

Il potere come progetto: la Thiel Foundation e Dialog

A questo punto Thiel passa dalla accumulazione del capitale alla sua utilizzazione per modificare gli assetti del potere, per cambiare le regole del gioco. Nasce nel 2006 la Thiel Foundation. Non è filantropia. Vuole realizzare progetti radicali. Crea una delle prime criptovalute, Ether. Invita i giovani di talento a lasciare i campus universitari per misurarsi con progetti innovativi, finanziati dalla fondazione, inclusi quelli contro la morte, la sperimentazione di nazioni offshore per libertarians e miliardari, ai confini della fantascienza.

La fondazione di Dialog, una sorta di sala di comando con capitalisti tech, politici, avvocati d’assalto e strateghi dei media, rappresenta il salto finale dentro il mondo della politica a Washington. L’omosessuale conservatore fa outing forzato ed entra nella scena politica fino a diventare la figura ispiratrice del trumpismo con una sorta di documento programmatico del 10 gennaio 2025. A settembre dello stesso anno lancia, con conferenze, la retorica sull’Anticristo, rappresentato da movimenti ambientalisti e progressisti che frenano le innovazioni con le regolamentazioni: è la demonizzazione dell’avversario.

 

Verso una tirannia intelligente? Il disegno post-democratico

Thiel costruisce, lancia e sostiene J.D. Vance come vicepresidente Usa. È la scalata alla Casa Bianca nel 2028. Nel frattempo sposa l’asse Israele–Arabia Saudita, in stretto contatto, tramite Palantir, con il Pentagono e l’intelligence americana. Con Riyad parla il linguaggio dei fondi sovrani e dei contratti a lungo raggio.

Sorge una domanda: stiamo andando verso l’autarchia del potere digitale? L’America è cambiata. Il ritorno di Trump ha scosso l’ordine costituito, trasformato il Partito Repubblicano, portato il potere esecutivo più in là di quanto fosse mai arrivato negli ultimi due secoli. Il monopolio dei media tradizionali si è dissolto. Qui prende forma il disegno di Peter Thiel. Egli si colloca all’incrocio tra Big tech, finanza, sorveglianza, industria della Difesa, potere politico, AI e media. Una sorta di oligarca orwelliano dell’era digitale?

Nel frattempo Trump viaggia verso una inedita autocrazia nonostante i pesi e contrappesi posti dai padri fondatori statunitensi. In questo contesto di potere concentrato prospera Thiel. Si realizza una forma di «tirannia intelligente», post-democratica, teorizzata da Yarvin e Thiel dal 2007. La democrazia liberale è vista, in questa rivoluzione di destra, come un ostacolo al progresso e alla libertà.

Collaboratori di Thiel parlano di Repubblica tecnologica, di una alleanza con la Silicon Valley per plasmare il futuro dell’Occidente dopo la democrazia. Si tratta di una alleanza tra tecnologia avanzata, capitale e integrazione del software con il potere esecutivo. Palantir è lo strumento per rendere praticabile il programma. È un parallelismo con Pechino, vero avversario sistemico per la supremazia. Anche il Partito Comunista cinese promette una «comunità del destino condiviso» guidata dall’innovazione. Capitalismo americano e socialismo di Stato cinese finiscono per assomigliarsi.

Calcio, risultati Serie A: per la Fiorentina scatto salvezza

Roma, 4 apr. (askanews) – Questi i risultati e la classifica della 30esima giornata di serie A:

31esima giornata Sassuolo-Cagliari 2-1, Verona-Fiorentina 0-1, ore 20.45 Lazio-Parma; domenica 5 aprile ore 15 Cremonese-Bologna, ore 18 Pisa-Torino, ore 20.45 Inter-Roma lunedì 6 aprile ore 12.30 Udinese-Como, ore 15 Lecce-Atalanta ore 18 Juventus-Genoa, ore 20.45 Napoli-Milan.

Classifica: Inter 69, Milan 63, Napoli 62, Como 57, Juventus, Roma 54, Atalanta 50, Lazio 43, Bologna, Sassuolo 42, Udinese 39, Parma 34, Torino, Genoa 33, Fiorentina 32, Cagliari 30, Lecce, Cremonese 27, Verona, Pisa 18.

32esima giornata Venerdì 10 aprile ore 20.45 Roma-Pisa. Sabato 11 aprile, ore 15 Cagliari-Cremonese e Torino-Verona; ore 18 Milan-Udinese; ore 20.45 Atalanta-Juventus. Domenica 12 aprile, ore 12.30 Genoa-Sassuolo; ore 15 Parma-Napoli; ore 18 Bologna-Lecce; ore 20.45 Como-Inter. Lunedì 13 aprile ore 20.45 Fiorentina-Lazio.

Governo, colloquio Meloni-bin Zayed: assicurare libertà navigazione Hormuz

Roma, 4 apr. (askanews) – “A conclusione del suo tour regionale in cui ha toccato Arabia Saudita e Qatar, il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, si è recato negli Emirati Arabi Uniti per un incontro con il presidente Sheikh Mohamed bin Zayed Al-Nayyan”. Lo riferisce una nota di palazzo Chigi.

“Nel sottolineare come la sua visita esprima la forte vicinanza dell’Italia a una Nazione amica, vittima di continui attacchi dell’Iran, il presidente Meloni – sottolinea il comunicato – ha tenuto a manifestare profonda gratitudine per il sostegno ricevuto alle operazioni di rimpatrio dei turisti in transito e delle migliaia di cittadini italiani presenti negli Emirati all’inizio del conflitto. In tale quadro, il colloquio ha focalizzato l’attenzione sulle prospettive del conflitto e sulle condizioni necessarie per la cessazione delle ostilità, a partire dalla necessità di assicurare la libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz”.

“La conversazione – conclude la nota della Presidenza del Consiglio – ha infine permesso di fare il punto sulla cooperazione bilaterale, con particolare riferimento a un ulteriore rafforzamento degli investimenti reciproci nei settori strategici dell’energia, della difesa e della sicurezza”.