Roma, 17 feb. (askanews) – La prima riunione del Board of Peace, voluto dal presidente degli Stati uniti Donald Trump, è in calendario questa settimana a Washington, con un incontro fissato per giovedì 19 febbraio. L’appuntamento, secondo quanto ricostruito da notizie di stampa e da indicazioni filtrate da fonti governative e diplomatiche in vari paesi, dovrebbe mettere attorno allo stesso tavolo un gruppo eterogeneo di leader e delegazioni, con una componente rilevante di partecipazioni ‘non di vertice’ (ministri, inviati speciali, alti funzionari) e una presenza europea in buona parte in formula di ‘osservatore’.
Il Board of Peace nasce come meccanismo politico-diplomatico parallelo, con al centro il dossier Gaza: ricostruzione, sicurezza, gestione civile e coordinamento dei contributi. In questa prima riunione, tuttavia, la definizione del perimetro resta fluida: in diversi casi i governi risultano aver accettato l’invito o aver manifestato disponibilità, ma senza sciogliere fino in fondo i nodi su adesione formale, ruolo, livello della delegazione e mandato operativo.
I LEADER PRESENTI Sul fronte delle partecipazioni con rango di capo di stato o capo di governo, la presenza certa è quella del presidente degli Stati uniti Donald Trump, che ospita la riunione, ne rivendica la regia politica e un potere di veto.
Tra i leader che, secondo le ricostruzioni di stampa, dovrebbero essere a Washington figurano il primo ministro ungherese Viktor Orban; il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif; il primo ministro albanese Edi Rama; il presidente argentino Javier Milei; il presidente indonesiano Prabowo Subianto. A questi si aggiunge la Romania, con la presenza del presidente Nicusor Dan, anche se in formula di osservatore.
MINISTRI E ALTRE FIGURE DI GOVERNO Sul piano delle presenze non di vertice, ma già attribuite a nomi specifici, Israele è indicato come partecipante con il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, mentre per la Commissione europea la partecipazione viene descritta in forma di osservatore con la commissaria per il Mediterraneo Dubravka Suica. La Grecia, secondo notizie di stampa elleniche, dovrebbe essere rappresentata come osservatore dal viceministro degli Esteri Haris Theoharis.
Cipro viene a sua volta indicata in formula di osservatore, con una rappresentanza che, in assenza di conferme nominali consolidate, è ragionevole attendersi di livello ministeriale o alto funzionario.
L’ITALIA L’Italia non può aderire al Board per un preciso vincolo costituzionale. Tuttavia il governo, tra le polemiche dell’opposizione, intende partecipare in qualità di Paese osservatore. Non è stato ancora definito il nominativo della figura che siederà al tavolo per Roma, e anche le voci di stampa che sostengono che potrebbe andarci il ministro degli Esteri Antonio Tajani non hanno ancora trovato alcuna conferma ufficiale.
Lo stesso Tajani ha spiegato in un intervento alla Camera: ‘Il governo ha ritenuto opportuno accettare l’invito dell’amministrazione americana a presenziare in qualità di paese osservatore alla prima riunione del board office in programma giovedì a Washington. Questa è certamente una soluzione equilibrata e rispettosa dei nostri vincoli costituzionali’. Secondo il ministro, attuare il piano di pace significa creare le condizioni per una stabilità duratura, evitare che Gaza resti un terreno di radicalizzazione, di scontro permanente, preda del terrorismo e a rischio di collasso migratorio. ‘L’Italia, per la sua storia, per la sua collocazione geografica e il ruolo politico di primo piano che svolge nella regione non può e non deve restare ai margini di questo processo’.
IL CASO GIAPPONE Sul Giappone, le indicazioni più aggiornate delineano una linea prudente ma politicamente significativa. Tokyo sta valutando l’invio dell’ambasciatore incaricato della ricostruzione di Gaza, Takeshi Okubo, alla prima riunione di Washington. Le fonti governative citate dalla stampa sottolineano che la decisione finale sull’adesione del Giappone al Board of Peace non è ancora stata presa.
MEDIO ORIENTE Il capitolo più delicato riguarda il Medio Oriente. In più ricostruzioni di stampa, diversi attori regionali vengono indicati come aderenti o comunque coinvolti nel perimetro del Board. In molti casi, però, non è stato ancora chiarito se la rappresentanza sarà affidata a capi di stato o di governo, o a figure di livello ministeriale e tecnico.
In assenza di annunci ufficiali su leader in arrivo, lo schema più probabile è quello di una partecipazione affidata ai ministeri degli Esteri o a inviati speciali con delega su Gaza e ricostruzione. E’ un profilo coerente con la natura dell’incontro inaugurale: un tavolo che mira a definire impegni, contributi e coordinate operative, prima di eventuali passaggi di livello politico più alto.
Tra i paesi dell’area mediorientale citati come partecipanti o aderenti compaiono, secondo ricostruzioni giornalistiche, Arabia saudita, Emirati arabi uniti, Qatar, Giordania, Egitto e Turchia. Per ciascuno di questi attori, se non dovessero arrivare i leader, l’opzione più verosimile è l’invio del ministro degli Esteri o di un ministro di stato/consigliere con delega specifica, eventualmente accompagnato da un capo intelligence o da un consigliere per la sicurezza nazionale, formule già sperimentate in precedenti round negoziali e conferenze multilaterali sulla regione.
Il quadro resta, però, soggetto a oscillazioni fino all’ultimo: alcuni governi mantengono margini di manovra per calibrare il livello della delegazione in funzione del formato definitivo dell’incontro, dell’agenda e della presenza o meno di altri attori regionali.
ALTRE REGIONI Oltre al Medio Oriente, le ricostruzioni di stampa accreditano una partecipazione di paesi di Asia centrale e altre aree con delegazioni in larga misura ministeriali o tecniche. In diverse liste circolate nei giorni scorsi, compaiono paesi come Uzbekistan e Kazakistan, oltre ad altri attori che, in assenza di annuncio di leader, tendono a essere rappresentati da ministri degli Esteri o da inviati speciali.
GRANDI ASSENTI (O FORSE ASSENTI) Accanto all’elenco delle presenze, l’altro dato politico rilevante riguarda chi non ci sarà o non ha reso nota una posizione.
Cina e Russia risultano, nel quadro pubblico, senza un’adesione formalizzata e senza indicazioni di presenza alla riunione inaugurale. In termini politici, l’assenza o la mancata definizione della posizione di Pechino e Mosca pesa sia sul profilo geopolitico dell’iniziativa sia sulla sua pretesa di rappresentatività globale.
Sul Brasile, le informazioni disponibili parlano di contatti e di un dialogo in corso, ma senza annuncio di adesione o di partecipazione alla prima riunione. Anche l’India rientra tra i grandi attori per i quali non emerge una decisione pubblica univoca su adesione e livello di presenza.
Nel campo dei paesi occidentali, alcune capitali europee hanno assunto posizioni di distacco o di rifiuto nella forma attuale. Il Regno unito viene indicato come non disponibile a sottoscrivere il testo o l’impianto del Board; la Francia è descritta come orientata a declinare l’invito; la Germania viene rappresentata come non in grado di accettare l’architettura proposta ‘nella forma attuale’, richiamando vincoli e valutazioni di governance. La Polonia, secondo ricostruzioni di stampa, ha escluso l’adesione ‘nelle circostanze attuali’, lasciando teoricamente aperti spiragli futuri ma non per la fase inaugurale. In questo stesso orizzonte, si collocano anche paesi nordici indicati come non aderenti o scettici.
IL G7 Il fatto che, allo stato attuale, nel G7 solo gli Stati uniti risultino aver aderito a pieno titolo al Board of Peace è un elemento che incide sulla lettura dell’iniziativa. Da un lato, segnala la cautela di alleati e partner nel legarsi a un meccanismo percepito come esterno ai formati multilaterali tradizionali; dall’altro, spiega la scelta di diversi governi di ‘stare dentro’ senza essere membri, optando per lo status di osservatore o per l’invio di figure tecniche di alto profilo.
In questo senso, la riunione di Washington assomiglia a un test politico prima che a un summit conclusivo: un passaggio in cui si misureranno la capacità statunitense di aggregazione, la disponibilità dei paesi a sedersi in un formato guidato da Washington e la sostenibilità del Board come canale capace di produrre risultati concreti su ricostruzione e sicurezza.