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Campo largo, Renzi: conta il voto non il veto, misurarsi a primarie ed elezioni

Roma, 3 nov. (askanews) – “Il voto conta, non il veto. Trovo stucchevole la continua polemica de Il Fatto Quotidiano contro di me” per “indirizzare e condizionare la composizione di una coalizione politica”. E’ quanto afferma il leader di Italia Viva Matteo Renzi nella sua Enews ribadendo che oggi la sfida è “solo quella” del voto.

“Misurarsi alle primarie di febbraio 2027 se saranno primarie con più di due candidati. Misurarsi alle elezioni di primavera 2027 per ottenere una rappresentanza parlamentare tale da incidere in tutte le sfide della prossima legislatura a cominciare dall’elezione del Presidente della Repubblica”, conclude Renzi ricordando che “per me la politica non è uno scontro personale con chi ti odia ma un’idea di futuro da condividere con le persone che vogliono bene all’Italia”.

Midterm, Trump: "Solo sciocchi votano El-Sayed, odia ebrei e neri"

Roma, 3 nov. (askanews) – Nuovo attacco su Truth del presidente americano Donald Trump contro il candidato democratico al Senato nel Michigan, Abdul El-Sayed, nel giorno in cui gli elettori americani sono chiamati alle urne per le elezioni di metà mandato.

“Abdul El-Sayed odia gli ebrei e odia i neri. Non prendetevela, odia anche i bianchi. Solo degli sciocchi potrebbero votare per lui nella corsa al Senato degli Stati Uniti in Michigan!”, ha scritto su Truth, invitando a votare per il candidato repubblicano Mike Rogers.

Cyberattacchi in Europa: nessuna rivendicazione, ma ci sono sospetti

Roma, 3 nov. (askanews) – La nuova ondata di cyberattacchi contro i sistemi di refrigerazione dei supermercati europei, che ha interessato diversi Paesi e ha fatto emergere segnalazioni anche in Italia, solleva interrogativi sulla possibile origine delle operazioni. Al momento non esiste un’attribuzione ufficiale e nessuna organizzazione ha rivendicato gli attacchi. Tuttavia, una ricerca pubblicata nelle scorse settimane dalla società americana di cybersicurezza Forescout documenta una serie di precedenti operazioni contro infrastrutture analoghe, rivendicate da gruppi di hacker filorussi.

Secondo lo studio, pubblicato il 22 ottobre dai ricercatori di Vedere Labs, dall’inizio del 2026 sono stati registrati oltre venti attacchi rivendicati contro sistemi di refrigerazione industriale e commerciale. Le organizzazioni maggiormente attive sono Z-Pentest Alliance e NoName057(16), entrambe filorusse, già note per le loro operazioni contro infrastrutture occidentali. Tra gli obiettivi figurano supermercati, magazzini ortofrutticoli, cantine vinicole e stabilimenti agroalimentari in Italia, Spagna e altri Paesi europei. Il 26 aprile scorso, secondo Forescout, Z-Pentest Alliance ha rivendicato dieci attacchi in una sola giornata.

Le modalità operative presentano analogie con quelle osservate nelle ultime settimane in Europa. Gli aggressori riescono ad accedere alle interfacce di controllo dei sistemi frigoriferi collegati a Internet, modificando da remoto le temperature, i cicli di sbrinamento e altri parametri di funzionamento. Operazioni che possono provocare il deterioramento delle merci senza richiedere necessariamente l’impiego di software malevoli sofisticati. Forescout precisa tuttavia che non vi sono elementi per attribuire ai gruppi filorussi gli attacchi più recenti, né è stato dimostrato che gli episodi registrati in diversi Paesi siano riconducibili a un’unica regia.La possibilità di un coinvolgimento di soggetti legati ad apparati statali viene comunque presa in considerazione dagli esperti internazionali. Interpellato dal Guardian, Rafe Pilling, responsabile dell’intelligence sulle minacce informatiche della società Sophos, ha indicato due scenari plausibili: un’operazione sostenuta da uno Stato per dimostrare le proprie capacità offensive oppure l’iniziativa di un hacker isolato. L’assenza di richieste di riscatto e di rivendicazioni pubbliche rappresenta un elemento significativo, ma non sufficiente per determinare l’identità degli autori.

Anche Tom Hegel, ricercatore della società di cybersicurezza SentinelOne, ha osservato, in dichiarazioni raccolte da Computer Weekly, che gli attacchi potrebbero rientrare nelle operazioni di sabotaggio difficilmente attribuibili che negli ultimi anni hanno interessato diversi Paesi europei. Secondo l’esperto, l’accesso abusivo a un pannello di controllo può lasciare tracce estremamente limitate, rendendo difficile distinguere l’azione di un singolo individuo da quella di un servizio d’intelligence.

Un ulteriore elemento di preoccupazione riguarda l’estensione delle vulnerabilità. Forescout ha individuato 12.976 servizi di gestione della refrigerazione accessibili attraverso Internet, distribuiti su 6.017 indirizzi IP pubblici in 99 Paesi e territori. Francia, Italia e Grecia figurano tra i Paesi europei maggiormente esposti. Si tratta di sistemi potenzialmente vulnerabili, non necessariamente già compromessi. Una parte delle apparecchiature utilizza software obsoleti o non più supportati dai produttori, mentre altre possono essere raggiunte attraverso credenziali di accesso deboli o condivise.

L’ondata di attacchi del 2 novembre – che ha interessato tra gli altri Italia, Belgio, Svezia, Lussemburgo, Irlanda ed Estonia – arriva dopo gli episodi del 12 ottobre in Francia, quando centinaia di supermercati subirono la manipolazione dei sistemi di refrigerazione. Le autorità francesi hanno individuato tra i sistemi compromessi dispositivi di supervisione e controllo degli impianti frigoriferi prodotti dalla danese Danfoss e sistemi XWEB del marchio Dixell, appartenente alla statunitense Copeland. Si tratta di apparecchiature che consentono di gestire anche a distanza la temperatura di frigoriferi e congelatori, coordinando il funzionamento di numerose unità attraverso un’unica interfaccia informatica. Un eventuale accesso non autorizzato può quindi permettere di alterare i parametri di conservazione degli alimenti senza intervenire fisicamente sugli impianti.

Crosetto ai funerali dei caduti in Bosnia: la Repubblica qui c’è

Roma, 3 nov. (askanews) – “La Repubblica a questo funerale c’è”. Lo ha sottolineato oggi il ministro della Difesa Guido Crosetto, intervenendo a Roma ai funerali di Stato per i militari italiani morti in Bosnia Erzegovina la scorsa settimana in un incidente elicotteristico, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dei massimi vertici dello Stato.

Crosetto, parlando ai familiari delle vittime, ha affermato che i quattro rappresentano “l’Italia migliore” e sono diventati il simbolo dell’impegno delle Forze Armate italiane al servizio della pace.

“Per questo siamo qua a inchinarci a loro. Per questo c’è lo Stato che si inchina a loro”, ha affermato Crosetto. “Sappiamo che le parole non vi daranno alcun sollievo e non potranno fare nulla. Ma sappiate che l’amore e l’affetto, la vicinanza che vivete oggi non morirà oggi. La famiglia della Difesa c’è oggi, ci sarà domani e sarà sempre al vostro fianco”.

Il ministro ha ricordato le storie personali dei quattro caduti, sottolineando come fossero persone diverse, ma accomunate “da una passione, da un sogno, l’orgoglio, la passione, la gioia di servire il proprio Paese”. Per questo, ha spiegato, “non sono più solo i vostri figli. Sono diventati dei simboli di quella voglia di servire, dell’orgoglio di servire, della gioia di servire”.

Crosetto ha quindi raccontato un episodio avvenuto durante la sua visita in Bosnia-Erzegovina, dove le autorità locali, appartenenti alle diverse comunità religiose, hanno deciso unanimemente di realizzare un monumento in memoria delle vittime. “Mi hanno detto: non riusciamo mai a trovare l’accordo su nulla. Ma ci siamo messi d’accordo in un secondo oggi. Noi costruiremo un monumento che ricordi questi quattro ragazzi”.

E’, ha continuato il ministro, “un monumento a loro, ma è un monumento alla storia delle Forze Armate italiane, dei costruttori di pace”, ha aggiunto il ministro, sottolineando che il loro sacrificio rappresenta un impegno “che molto spesso noi non cogliamo”.

“Loro hanno servito questo Paese con un onore che cade su ognuno di noi e di cui ognuno di noi beneficia tutte le volte che andiamo all’estero. Loro sono l’Italia migliore e l’Italia migliore va difesa sempre”, ha concluso Crosetto.

Bce, Eurogruppo: candidature alla presidenza entro venerdì 6 novembre

Roma, 3 nov. (askanews) – Il presidente dell’Eurogruppo, Kyriakos Pierrakakis ha chiesto ai Paesi che aderiscono all’euro di presentare le loro eventuali candidature per la presidenza della Bce entro questo venerdì, il 6 novembre. Lo riferisce un portavoce dell’Eurogruppo, spiegando che a seguito della comunicazione della presidente uscente, Christine Lagarde, lo scorso 29 ottobre, dell’intenzione di lasciare la posizione il 7 febbraio, il Consiglio dell’Unione europea ha avviato la procedura per la nomina del suo successore.

Il presidente della Bce, così come i componenti del Comitato esecutivo, vengono nominati dal Consiglio europeo che assume la sua decisione sulla base della raccomandazione di un candidato che viene adottata dai Paesi Che fanno parte dell’area euro. Per questo motivo le discussioni avvengono innanzitutto a livello di Eurogruppo.

Campo largo,Tridico (M5s): nel programma unitario Reddito cittadinanza 2.0

Milano, 3 nov. (askanews) – “Uno dei principali obiettivi del programma del fronte progressista sarà quello di combattere la povertà e l’esclusione sociale e lo faremo con un nuovo strumento, un Reddito 2.0. Con la destra al governo la povertà in Italia è aumentata, i numeri non mentono. Nel 2022 si contavano 13,8 milioni di poveri fra assoluti e relativi, nel 2025 ce n’erano 14,1 milioni. Giorgia Meloni ha cancellato il carattere universalistico del reddito di cittadinanza dividendo i poveri in categorie e condannando i cosiddetti occupabili alla miseria e allo sfruttamento del lavoro in nero. Noi amplieremo la platea dei beneficiari mettendo nuove risorse e riformeremo la parte attiva della misura, ostacolata in passato dalle Regioni di destra. Coinvolgendo imprese, agenzie del lavoro e Comuni attraverso una nuova piattaforma informatica che incroci domanda e offerta, intendiamo ridare un po’ di speranza agli inattivi che in Italia oggi sono oltre 12 milioni, pari al 32,7% della popolazione. Il Reddito 2.0 sarà uno strumento di dignità sociale perché lo Stato deve tornare a occuparsi dei propri cittadini e non abbandonarli come ha fatto Giorgia Meloni negli ultimi 4 anni”. Così in una nota Pasquale Tridico, capodelegazione del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo.*

TFF, John Travolta tra le star: riceverà il Premio Stella della Mole

Roma, 3 nov. (askanews) – John Travolta sarà ospite del 44esimo Torino Film Festival, in programma dal 24 novembre al 2 dicembre. L’attore due volte candidato all’Oscar, vincitore del Golden Globe e dell’Emmy Award e insignito della Palma d’Oro onoraria al Festival di Cannes, presenterà in anteprima italiana il primo film da lui diretto, “Propeller One-Way Night Coach” e riceverà il Premio Stella della Mole durante la serata d’apertura.

Con oltre cinque decenni di attività tra cinema, televisione e teatro, la sua filmografia comprende alcuni dei titoli più rappresentativi della storia recente di Hollywood: da “La febbre del sabato sera” a “Grease”, “Urban Cowboy”, “Pulp Fiction”, “Get Shorty”, “Face/Off” e “Hairspray”, fino all’acclamata serie “American Crime Story – Il caso O.J. Simpson”.

Scritto, diretto, narrato e prodotto da John Travolta e tratto dal suo omonimo racconto, “Propeller One-Way Night Coach” è un viaggio emozionante e nostalgico nell’età d’oro dell’aviazione: la storia di un bambino la cui indimenticabile esperienza a bordo di un aereo accende in lui una passione per il volo destinata a durare tutta la vita.

Giulio Base, direttore artistico del Torino Film Festival, ha dichiarato: “John Travolta è un patrimonio universale di emozioni. È un attore che ci ha fatto sognare e ha cambiato la storia del cinema, anche a passo di danza. Grazie al suo carisma, i personaggi che ha interpretato sono usciti dal grande schermo e hanno rivoluzionato i nostri costumi: i nostri gesti, le nostre acconciature, il nostro modo di camminare. Ha raccontato le inquietudini e i desideri di intere generazioni, attraversando epoche e generi con la forza di un fuoriclasse. Per decenni, in lui hanno convissuto il talento dell’interprete e la grandezza del mito. Consegnargli il Premio Stella della Mole significa celebrare un artista che fa parte di ognuno di noi e rendere omaggio a una delle presenze più magnetiche e indimenticabili che il grande schermo abbia mai conosciuto”.

Il Premio viene assegnato ogni anno a figure di spicco del cinema internazionale che hanno dato un contributo significativo al mondo della settima arte. Celebrazione del cinema d’autore e della creatività artistica, rende omaggio a chi ha lasciato un segno duraturo nel panorama cinematografico mondiale.

Il Torino Film Festival è realizzato dal Museo Nazionale del Cinema e si svolge con il contributo della Direzione Generale Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura, della Regione Piemonte, della Città di Torino, della Fondazione Compagnia di San Paolo e della Fondazione CRT.

Ghalibaf: l’Iran è pronto alla battaglia, con dito sul grilletto

Roma, 3 nov. (askanews) – L’Iran è “pronto alla battaglia, con il dito sul grilletto”. Lo ha detto oggi il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, rimarcando che le forze armate sono “al massimo livello di prontezza difensiva”.

“Se Washington dovesse commettere un altro errore strategico, sappia che questa volta si troverà di fronte un nuovo campo di battaglia e che, nel cercare una via d’uscita, si ritroverà in una situazione ancora più disperata di quella odierna”, ha ammonito Ghalibaf nel discorso tenuto oggi davanti all’assemblea e riportato dai media iraniani.

Formula1, Hamilton: "Lottare sì, ma senza danneggiare la squadra"

Roma, 3 nov. (askanews) – L’Italia dei motori si divide tra la festa per il titolo mondiale di Kimi Antonelli e le tensioni in casa Ferrari dopo il Gran Premio del Messico. A riaccendere il confronto è Lewis Hamilton, che dopo le dichiarazioni a caldo sui contrasti con Charles Leclerc torna sull’argomento con un messaggio pubblicato sui social.

Il sette volte campione del mondo apre il suo intervento rendendo omaggio al giovane pilota italiano: “Vittoria meritata e un record destinato a durare a lungo”. Poi passa alle vicende di Maranello, senza mai citare direttamente il compagno di squadra, ma con riferimenti chiari agli episodi del primo giro e ai contatti in pista che hanno compromesso le possibilità della Ferrari.

Il messaggio è un invito a trovare un equilibrio tra la necessità di competere e quella di tutelare il lavoro collettivo. “Lottare è necessario, ma quando quella battaglia finisce per danneggiare la squadra, dobbiamo essere onesti al riguardo e imparare dai nostri errori”, scrive Hamilton, sottolineando l’impegno profuso da ingegneri e meccanici, in pista e nella fabbrica di Maranello.

Il pilota britannico non nasconde la delusione per un risultato che avrebbe potuto essere molto diverso: “Perdere quella che avrebbe potuto essere una vittoria fa così male. Dobbiamo sfruttare ogni opportunità che ci si presenta, quindi è incredibilmente frustrante e non posso fingere il contrario”.

Parole che arrivano dopo le critiche rivolte a Leclerc al termine della gara messicana, quando Hamilton aveva parlato di una questione di mentalità, facendo riferimento all’atteggiamento del monegasco in pista. Adesso il richiamo è rivolto all’intera squadra: serve imparare dagli errori, rispettare il lavoro di tutte le persone coinvolte e mettere l’interesse della Ferrari davanti alle rivalità interne.

Hamilton, infine, ribadisce la propria fiducia nel progetto e manda un messaggio anche sul suo futuro in rosso, nonostante le indiscrezioni sul possibile addio e un contratto in scadenza nel 2027. “La mia fiducia in questa squadra non è cambiata, così come non è cambiata la mia responsabilità di contribuire a rimettere le cose a posto. Sono soltanto all’inizio del mio percorso con questa squadra e abbiamo ancora tantissimo da costruire insieme”.

Midterm, Trump: "Solo sciocchi votano El-Sayed, odia ebrei e neri"

Roma, 3 nov. (askanews) – Nuovo attacco su Truth del presidente americano Donald Trump contro il candidato democratico al Senato nel Michigan, Abdul El-Sayed, nel giorno in cui gli elettori americani sono chiamati alle urne per le elezioni di metà mandato.

“Abdul El-Sayed odia gli ebrei e odia i neri. Non prendetevela, odia anche i bianchi. Solo degli sciocchi potrebbero votare per lui nella corsa al Senato degli Stati Uniti in Michigan!”, ha scritto su Truth, invitando a votare per il candidato repubblicano Mike Rogers.

Le forze Usa hanno colpito l’isola iraniana di Qeshm

Roma, 3 nov. (askanews) – Le forze americane hanno attaccato la scorsa notte l’isola iraniana di Qeshm, nello Stretto di Hormuz. Lo hanno riferito al Wall Street Journal funzionari americani, dopo che i media iraniani avevano riferito di diverse esplosioni udite nell’isola.

Secondo i funzionari sentiti dal Wsj, il raid della scorsa notte è l’ultimo di una serie di attacchi limitati che Washington ha condotto segretamente nelle ultime settimane contro l’Iran. Altri funzionari interpellati dai media americani hanno poi precisato che i raid, messi a segno alla vigilia delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, non stanno a indicare una ripresa delle operazioni militari su vasta scala contro l’Iran.

Le fonti hanno definito gli attacchi come misure di autodifesa, in risposta ai tentativi dell’Iran di colpire il traffico marittimo e obiettivi Usa.

Trucco spiega…il trucco: il voto c’è, ma la scelta dov’è?

Una costituzionalista nella cabina elettorale

«Ma… ho votato?». È la domanda con cui Lara Trucco, ordinaria di Diritto costituzionale all’Università di Genova, conclude un brillante intervento pubblicato sul sito Le Costituzionaliste, con il titolo “Al voto, al voto… ma chi voto?”. Una lettura che merita attenzione, anche perché riesce a rendere comprensibili, con una buona dose di ironia, questioni giuridiche tutt’altro che semplici.

L’espediente narrativo è efficace: un’elettrice entra nella cabina, armata di tessera elettorale, documento e convinzioni politiche. Vuole scegliere i propri rappresentanti. Ma la scheda dello Stabilicum si trasforma immediatamente in un rompicapo. Le istruzioni sembrano un «bugiardino elettorale», mentre l’interno della scheda appare come un «puzzle elettorale».

La preferenza che non decide

Il primo paradosso riguarda le preferenze. L’elettore può indicare fino a tre candidati, ma non il capolista, che resta bloccato. E se la lista conquista un solo seggio, proprio il capolista viene eletto, indipendentemente dalle preferenze.

Non basta. Accanto alle liste ordinarie compaiono quelle destinate al premio di governabilità, interamente bloccate. Si può così contribuire all’elezione di parlamentari che non figurano neppure sulla propria scheda.

Trucco pone una domanda decisiva: «Ma allora, quale sarà l’effettiva capacità della mia preferenza di incidere sull’individuazione degli eletti?».

Il problema richiama le sentenze della Corte costituzionale del 2014 e del 2017. La questione non è soltanto la presenza formale delle preferenze, ma la loro effettiva capacità di determinare la rappresentanza.

Governabilità e garanzie costituzionali

Il secondo nodo è il premio: 70 deputati e 35 senatori, attribuiti alla lista o coalizione più votata che raggiunga almeno il 42 per cento in entrambe le Camere, entro i tetti stabiliti dalla legge.

La governabilità è certamente un obiettivo legittimo. Ma il Parlamento non serve soltanto a sostenere l’esecutivo: elegge anche organi di garanzia e partecipa alla costruzione degli equilibri costituzionali.

Di qui l’interrogativo dell’autrice: «Non è che per favorire la “governabilità”, si sta rischiando di incidere anche sugli equilibri delle garanzie costituzionali?».

A complicare il quadro intervengono pluricandidature, meccanismi di compensazione territoriale, ridimensionamento di alcune garanzie di genere e indicazione obbligatoria del candidato alla Presidenza del Consiglio.

 

Il diritto di scegliere e quello di essere scelti

Particolarmente interessante è anche la critica alle condizioni di accesso alla competizione. Mentre alcune formazioni godono di esenzioni, altre devono raccogliere migliaia di firme per collegio e assicurare una presenza estesa sul territorio.

Trucco parla di una «vera e propria corsa a ostacoli». Il rischio è che la legge favorisca chi è già rappresentato, rendendo più difficile l’ingresso di nuove forze politiche.

Qui la riflessione supera la tecnica elettorale. Una democrazia rappresentativa deve garantire non soltanto la possibilità di depositare una scheda nell’urna, ma anche un ragionevole pluralismo dell’offerta politica e un rapporto riconoscibile tra elettori ed eletti.

Il racconto termina con la protagonista che finalmente esce dalla cabina. Ha votato, ma non sa più quanto la sua volontà abbia realmente contato.

L’ironia della costituzionalista lascia così spazio a una domanda serissima: una legge elettorale serve anzitutto a rendere stabile il potere oppure a rendere effettiva la rappresentanza? La stabilità è importante, ma non può diventare il criterio che assorbe tutti gli altri.

Altrimenti il voto rimane. È la scelta che rischia di scomparire.

Per leggere il testo originale

https://www.lecostituzionaliste.it/al-voto-al-voto-ma-chi-voto/

 

Lara Trucco

Professoressa ordinaria di Diritto costituzionale e pubblico – Università di Genova

Il veto sopra Berlino

La rivolta contro la Linke

Sembrava ormai scontato. Dopo le elezioni del 20 settembre, Berlino si preparava a voltare pagina con un governo Rot-Grün-Rot, rosso-verde-rosso, formato da Linke, Verdi e SPD. Alla guida della capitale sarebbe arrivata Elif Eralp, prima esponente della Linke a ricoprire la carica di sindaco-governatore.

Invece, proprio mentre si aprono i negoziati ufficiali, sulla nuova maggioranza si addensano nubi minacciose. A cambiare il quadro è soprattutto la rivolta scoppiata nella SPD. Dopo settimane di durissimi avvertimenti della CDU, culminati nelle dichiarazioni del cancelliere Friedrich Merz, ora sono gli stessi socialdemocratici a mettere in discussione l’alleanza.

Il segnale più clamoroso arriva da Boris Pistorius. Il ministro federale della Difesa, intervenendo domenica alla ZDF, ha confermato che sono già in corso colloqui, a diversi livelli, per convincere i dirigenti berlinesi della SPD a rinunciare all’accordo con la Linke.

Non una semplice riserva personale, dunque, ma un’iniziativa politica destinata a pesare sugli equilibri del partito.

 

Pistorius rompe gli indugi

Pistorius ha aderito all’appello Nicht um jeden Preis, «Non a qualsiasi prezzo», sottoscritto da numerosi esponenti socialdemocratici. Tra loro figurano Sigmar Gabriel, Karl Lauterbach e Franziska Giffey.

I firmatari, che domenica erano oltre settecento, sono saliti lunedì a circa 1.175. Contestano l’affidabilità politica della Linke berlinese, soprattutto per le controversie sull’antisemitismo, la sicurezza e i rapporti con le istituzioni federali.

Ma lo scontro investe anche il programma di governo, a cominciare dalla socializzazione dei grandi patrimoni immobiliari.

La protesta assume così un significato nazionale. Non è più una fronda locale, ma una contestazione che coinvolge figure autorevoli della socialdemocrazia tedesca. La stessa Giffey ha invitato a considerare un’alternativa: una coalizione Schwarz-Grün-Rot, nero-verde-rosso, comprendente CDU, Verdi e SPD.

 

L’ombra di Merz sulla capitale

La CDU aveva già lanciato ripetuti avvertimenti. Merz, in particolare, aveva lasciato intendere che un’alleanza con la Linke nella capitale avrebbe creato un problema serio nei rapporti fra cristiano-democratici e socialdemocratici a livello federale.

Il punto è politicamente delicatissimo. A Berlino la SPD rivendica la propria autonomia nelle scelte di coalizione. A livello nazionale, però, governa insieme alla CDU, dalla quale la separano profonde divergenze proprio nei confronti della sinistra radicale.

Ora l’intervento di Pistorius sembra dare consistenza politica alle preoccupazioni cristiano-democratiche. E mette in difficoltà i due presidenti federali della SPD, Lars Klingbeil e Bärbel Bas, chiamati a evitare che la controversia berlinese diventi un fattore di instabilità per il governo Merz.

 

La partita è ancora aperta

Per il momento, tuttavia, la dirigenza berlinese non arretra. I negoziati fra Linke, SPD e Verdi sono cominciati regolarmente lunedì 2 novembre. Eralp continua a rivendicare la guida della capitale e ricorda che la Linke, con il 25,7 per cento, è risultata nettamente il primo partito.

Il copresidente federale della Linke, Luigi Pantisano, ha invitato gli esponenti nazionali della SPD a rispettare le scelte degli elettori berlinesi. L’eventuale accordo dovrà comunque essere sottoposto al voto degli iscritti socialdemocratici e della Linke.

Non c’è ancora una rottura, né una decisione formale della SPD federale contro la coalizione. Ma l’ipotesi che appariva più naturale all’indomani delle elezioni è diventata improvvisamente assai meno sicura.

La questione, del resto, supera i confini della capitale. Riguarda la collocazione politica della SPD, il rapporto con la Linke e la tenuta della collaborazione con la CDU.

Berlino diventa così il teatro di una contesa che investe l’intero sistema politico tedesco. E il veto che incombe sulla città potrebbe finire per pesare soprattutto sul futuro della coalizione federale.

I giovani, la piazza e il diritto al futuro

Ad Assisi, la memoria incontra il futuro

Ad Assisi un’altra iniziativa ha coinvolto i giovani, oltre trecento, per la Giornata nazionale “Giovani e memoria”, giunta quest’anno alla quinta edizione. Promossa dal ministro per lo Sport e i Giovani, è stata organizzata nell’ambito delle celebrazioni dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi.

Il filo conduttore della Giornata è stato il rapporto tra l’eredità del Santo e le sfide del presente nell’esperienza dei partecipanti: giovani tra i 18 e i 30 anni, le cui riflessioni, svolte in cinque gruppi di lavoro, confluiranno nel Manifesto dei giovani di Assisi 2026.

In questa sede non interessa la cronaca dell’incontro, di cui danno conto il “Corriere dell’Umbria” e “Assisi Oggi”; interessa invece segnalare la positività dell’iniziativa, incentrata sulla memoria in rapporto al futuro nel contesto giovanile.

Ecco, nel trinomio – giovani, memoria, futuro – sta l’originalità di questo appuntamento annuale, che merita di essere segnalato e fatto oggetto di una riflessione.

Ancora una volta, il richiamo alla contestazione in corso degli adolescenti e dei giovani è inevitabile, e mi porta a dire che le manifestazioni di protesta sono certo espressione dell’odierna condizione giovanile, ma non la esauriscono.

È importante averne contezza, non per sottovalutare la protesta, ma per dimensionarla alla sua effettiva portata e commisurarla quindi alla gioventù silenziosa, ovvero alla gioventù impegnata in iniziative come quella dei “Giovani per la pace” (di cui ho parlato su queste stesse colonne) e l’odierna iniziativa di “Giovani e memoria”.

 

Una sola gioventù, diverse forme di impegno

Senza nulla togliere alla rappresentatività della protesta, è da rilevare che le sue motivazioni – riconducibili sostanzialmente a due: la denuncia del carovita e del riarmo ovvero, in positivo, la richiesta di una vita dignitosa e di una pace operosa – sono presenti anche in altre manifestazioni che battono strade diverse da quelle eclatanti della piazza.

Non sono da considerare alternative, anzi si possono configurare come complementari, in quanto tutte condividono l’esigenza di un futuro nuovo che non pretende la società giusta (ideale astratto), ma piuttosto la società decente, cioè, come ha chiarito Avishai Margalit, non socialmente umiliante. Una società è umiliante quando non rispetta, in questo caso, il diritto al futuro.

In questo contesto, l’impegno a non inquinare e a mettere al bando la guerra fanno tutt’uno, come mostrato da papa Francesco e papa Leone.

Su questi obiettivi vi è sicuramente concordanza fra tutti i giovani, manifestanti e non, ma anche fra tanti adulti e anziani; ne consegue che la discordanza si pone a livello delle modalità per perseguire quegli obiettivi: più clamorose o più silenziose.

Se così è, occorre in ogni caso prestare ascolto alla gioventù, al di là delle diverse modalità di espressione adottate: è alla richiesta di cambiamento che occorre aprirsi, per non continuare a umiliare, specialmente i giovani.

 

La politica tra generazioni e sensibilità diverse

Sta allora alla politica, e più in generale alle istituzioni, farsene interprete. Può essere efficace operare in termini di moderazione e mediazione, due opzioni squisitamente politiche non meno che esistenziali, per dare concreta traduzione ad alcune istanze avanzate clamorosamente da alcuni o silenziosamente da altri.

Voglio dire che non ci sono due tipologie di giovani (pro o contro l’odierna situazione), ma c’è un’unica gioventù che rivendica il diritto al proprio futuro, a partire dal proprio presente.

Occorre allora rendersi conto che il problema è non solo intergenerazionale, ma anche intragenerazionale, per cui è necessario far incontrare, oltre alle diverse generazioni, anche, all’interno delle generazioni, le diverse sensibilità.

Potrebbe essere questo lo scopo cui la società fin da subito dovrebbe tendere, perché solo dall’incontro e dal confronto possono nascere idee di cambiamento e modi di attuarlo attraverso riforme che impegnino gli Stati nazionali, ma non solo.

Infatti, data la configurazione che ha assunto la protesta (dal Portogallo alla Spagna, dalla Francia alla Germania, all’Albania, ecc.), l’Unione Europea non può disinteressarsi del fenomeno. Deve invece farsi carico, almeno in termini economici, del rinnovamento richiesto nel contesto del cambio d’epoca che stiamo vivendo.

 

Moderazione e mediazione, il coraggio di riformare

Ribadisco allora la necessità di applicare le due categorie politiche della moderazione e della mediazione, che possono evitare gli estremismi e permettere invece un riformismo innovatore e realistico.

Mi rendo conto che si tratta di due modalità tipiche di una politica umanistica, estromesse da una prassi politica sempre più polarizzata e rissosa, che, almeno in una certa misura, è responsabile dello stallo sociale in cui ci troviamo oggi.

Ma, per quanto ci siamo disabituati all’esercizio della moderazione e della mediazione, ad esse dobbiamo ricorrere per fuoriuscire da una situazione che rischia un’ulteriore radicalizzazione.

Qualche pubblicazione più o meno recente può aiutare a comprendere il senso dell’essere moderati (Aurelian Craiutu nelle sue Lettere ai giovani radicali), perché si dovrebbe parlare di coraggio della mediazione (Paolo Alberti con riferimento alla DC e al PPI) e tessere l’elogio della moderazione (Paola Binetti con riferimento alla moderna diatriba politica).

E, sull’altro fronte, può aiutare a comprendere la mediazione e i suoi destini (Ferdinando Menga con riferimento a politica e diritto) e a fare l’elogio della mediazione (Adriano Fabris nel volume Contro gli estremismi).

Ma su questo libro, come sull’altro di Craiutu, entrambi pubblicati quest’anno, occorrerà tornare, in quanto opere rispettivamente di un filosofo morale dell’Università di Pisa e di un politologo dell’Indiana University, che permettono di sviluppare riflessioni importanti.

Riflessioni da tenere presenti anche riguardo all’odierna protesta giovanile, di fronte alla quale atteggiamenti di moderazione e di mediazione potrebbero servire a sdrammatizzare la situazione, prima che degeneri al di là delle previsioni degli stessi giovani.

La dignità delle persone si misura nelle scelte della politica

La politica richiama spesso la centralità della persona. È un principio che attraversa culture diverse e appartiene al patrimonio costituzionale della nostra democrazia. Ma quanto incide realmente sulle decisioni che riguardano la vita quotidiana? È questa la domanda dalla quale dovremmo ripartire. Perché una società non diventa più umana semplicemente proclamando valori condivisibili, ma quando quei valori orientano le scelte, trasformano le istituzioni e producono conseguenze riconoscibili nella vita delle persone.

Una recente riflessione di Giorgio Merlo, pubblicata su Formiche, richiama la necessità di restituire al cattolicesimo sociale una presenza incisiva nella politica italiana. È un contributo che riapre una questione importante: il rapporto tra culture sociali, partecipazione e responsabilità politica. Ma esiste una domanda ancora più ampia, che riguarda tutte le culture democratiche: come rendere concretamente umana l’azione pubblica, indipendentemente da chi governa?

 

Dalla centralità dichiarata alla dignità vissuta

Pensiamo a una persona anziana che rinuncia a una visita perché non riesce a raggiungere il servizio sanitario, a una famiglia che affronta da sola la disabilità di un figlio, a un giovane che non trova occasioni per costruire il proprio futuro. In ciascuna di queste situazioni esistono norme, servizi, competenze e responsabilità istituzionali. Eppure, tra il diritto riconosciuto e la possibilità di esercitarlo può aprirsi una distanza profonda. È proprio in questa distanza che si misura la necessità di umanizzare.

Non basta garantire formalmente un servizio se le condizioni concrete ne impediscono l’accesso, assicurare una prestazione se manca l’ascolto, distribuire risorse senza comprendere quali ostacoli impediscano alle persone di vivere dignitosamente. La dignità non è un’affermazione astratta, ma una condizione che le istituzioni devono contribuire a rendere effettiva.

 

Il Manifesto per l’Umanizzazione della Società

Il Manifesto per l’Umanizzazione della Società, promosso da FareRete InnovAzione BeneComune APS, nasce da questa consapevolezza. I suoi principi – persona, dignità, relazione e cura, responsabilità, partecipazione, giustizia ed equità, sussidiarietà e rete, sostenibilità umana e sociale – delineano un orizzonte che non appartiene a uno schieramento politico o a una singola tradizione culturale, ma interpella istituzioni, organizzazioni, comunità e cittadini.

Umanizzare significa riconoscere che ogni scelta pubblica produce conseguenze sulle persone e sulle relazioni, considerando la partecipazione non una concessione, ma una componente essenziale della responsabilità democratica. La società civile organizzata può contribuire a questo processo senza sostituirsi ai partiti o alle istituzioni: facendo emergere bisogni, mettendo in relazione competenze, partecipando alla costruzione delle risposte e chiedendo conto dei risultati. È un modo concreto di concorrere al bene comune.

 

La responsabilità politica si misura nei risultati

Un bilancio pubblico esprime priorità, un’organizzazione sanitaria determina possibilità di cura, una scelta urbanistica può favorire oppure ostacolare le relazioni di comunità, una politica educativa può ampliare le opportunità o lasciare indietro chi parte da condizioni più difficili. Dietro ogni decisione esiste dunque una dimensione umana che non può essere considerata secondaria.

Per questo occorre introdurre stabilmente alcune domande nei processi decisionali: chi beneficia della scelta? Chi rischia di rimanere escluso? Quali conseguenze produce sulle persone più vulnerabili? In che modo sono state ascoltate le comunità interessate? Sono interrogativi che dovrebbero accompagnare non soltanto la programmazione, ma anche la verifica degli interventi. Perché decidere non significa esaurire la responsabilità nell’approvazione di una norma o nell’assegnazione di risorse, ma rispondere anche di ciò che accade dopo.

 

Dalle buone intenzioni alla valutazione degli effetti

Esiste infine una sfida metodologica: come comprendere se un intervento contribuisce realmente a rendere più umana una comunità? FareRete InnovAzione BeneComune (FRIBC) sta sviluppando, attraverso un percorso scientifico ancora in fase di approfondimento e validazione, lo Humanization Impact Framework (HIF), un quadro orientato all’osservazione dei processi di umanizzazione. Le dimensioni considerate riguardano la persona, le relazioni, la comunità, l’equità e l’inclusione, la responsabilità intergenerazionale.

L’obiettivo non è attribuire un numero alla dignità umana, né ridurre la complessità delle relazioni a un indicatore, ma costruire strumenti che aiutino a riconoscere ciò che le valutazioni esclusivamente economiche o quantitative rischiano di non vedere. L’HIF non costituisce oggi uno strumento validato per giudicare complessivamente l’azione politica. Rappresenta piuttosto un percorso di ricerca che può contribuire, in contesti definiti, a comprendere meglio gli effetti umani e sociali degli interventi.

Il futuro delle nostre comunità non dipenderà soltanto dalla capacità di elaborare programmi, ma anche dalla qualità delle relazioni che sapremo costruire tra cittadini, istituzioni e territori. Le grandi tradizioni sociali possono offrire valori e orientamenti preziosi, ma il loro contributo diventa generativo quando incontra i bisogni del presente e si traduce in responsabilità condivise.

Umanizzare le decisioni pubbliche significa allora compiere un passaggio preciso: dalla centralità della persona come dichiarazione alla persona come criterio concreto di scelta, partecipazione e verifica. La domanda decisiva non è soltanto che cosa abbiamo deciso, ma che cosa quella decisione ha cambiato nella vita delle persone. È da questa responsabilità che può cominciare una nuova stagione di umanizzazione della società.

 

Rosapia Farese è presidente di FareRete InnovAzione BeneComune APS (FRIBC).

Suor Petrini, presidente del Governatorato, alla sfida dell’IA

Una sfida che riguarda tutti

L’intelligenza artificiale cambia il modo di insegnare, apprendere e fare ricerca. Ma può cambiare anche il significato stesso dell’educazione? È la domanda che accompagna l’inaugurazione del 57° anno accademico della Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione «Auxilium» di Roma, in programma domani, mercoledì 4 novembre.

A raccogliere la sfida sarà suor Raffaella Petrini, francescana, sociologa ed economista, dal marzo 2025 prima donna presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano. Una figura che rappresenta una novità significativa nella storia delle istituzioni ecclesiastiche.

 

La responsabilità di custodire l’umano

«La cura dell’umano. Sfide e responsabilità dell’università al tempo di Magnifica humanitas» è il tema della prolusione affidata alla religiosa. Sullo sfondo, l’appello di Leone XIV a custodire la centralità della persona di fronte alle trasformazioni tecnologiche.

La questione supera i confini dell’università. Non basta aggiornare gli strumenti della conoscenza: occorre interrogarsi sulle finalità del sapere, sulla responsabilità delle istituzioni formative e sulla capacità di orientare l’innovazione al bene comune.

Suor Petrini porta in questa riflessione una formazione internazionale, maturata tra la LUISS di Roma, gli Stati Uniti e la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino. Un percorso che intreccia competenze economiche, organizzative e sociali.

 

L’università e il primato della persona

La giornata si aprirà alle 9 con la celebrazione eucaristica presieduta da padre Ezio Lorenzo Bono. Seguiranno la relazione della preside, professoressa Piera Ruffinatto, e la prolusione di suor Petrini. Madre Chiara Cazzuola, superiora generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, dichiarerà aperto l’anno accademico.

L’appuntamento dell’Auxilium diventa così occasione per una riflessione di più ampio respiro. Nell’epoca degli algoritmi, la vera sfida non è soltanto formare professionisti capaci di utilizzare nuove tecnologie, ma educare persone capaci di orientarle. Perché l’intelligenza, anche quando diventa artificiale, deve continuare a servire l’umano.

N.B. L’Auxilium, istituzione universitaria pontificia autonoma promossa dalle Figlie di Maria Ausiliatrice, affonda le proprie radici nella tradizione pedagogica salesiana e dal 1970 opera con un proprio ordinamento accademico

Manovra, Tajani: non possiamo stravolgerla, abbiamo fatto molto

Roma, 2 nov. (askanews) – “Adesso non possiamo stravolgere la manovra perché abbiamo sempre detto che la situazione economica internazionale è quella che è e non dipende da noi, anzi in altri Paesi le cose vanno molto ma molto peggio”. Così il vicepremier e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, al termine dell’incontro con la segretaria della Cisl, Daniela Fumarola, rispondendo a una domanda sulle possibilità di correggere la manovra. “Se guardate alla Francia e ai suoi conti vi renderete conto del risultato che siamo riusciti ad ottenere. È una manovra che mi ha soddisfatto perché ci sono tutte le cose che Forza Italia aveva chiesto”.

Sul tema sanità Tajani ha dichiarato che il governo ha fatto “molto più di quanto è stato fatto dai governi di sinistra. Adesso bisogna vedere anche che cosa potranno fare le Regioni, sappiamo bene qual è la situazione dei conti pubblici, il risanamento del bilancio dello Stato è fondamentale anche per la nostra credibilità internazionale”. “Non si può ottenere tutto – ha aggiunto il vicepremier – ma credo che sugli aspetti della previdenza e delle pensioni qualche risultato si possa ottenere”, ha precisato ancora.

Fumarola incontra Tajani: riunione positiva, preoccupati su pensioni

Roma, 2 nov. (askanews) – Con il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, “abbiamo avuto un’interlocuzione positiva” sulla legge di bilancio, esprimendo “le nostre preoccupazioni” e mettendo in evidenza “gli aspetti positivi che corrispondono alle richieste che abbiamo fatto”. Così la leader della Cisl, Daniela Fumarola, al termine della riunione nella sede di Forza Italia.

“Parlo dell’Irpef, dell’aliquota del 33% allargata fino a 55.000 euro, ma anche della detassazione dei premi di risultato per la contrattazione decentrata – ha detto – parlo degli interventi su giovani, famiglia, donne. E’ chiaro che accanto a questo abbiamo espresso le nostre preoccupazioni sulle pensioni”. Secondo Fumarola “i pensionati hanno bisogno di essere tutelati perché in questo tempo così complesso hanno avuto difficoltà importanti a reggere il peso dell’aumento dell’inflazione. Abbiamo parlato anche du scuola e sanità. Abbiamo trovato la disponibilità ad affrontare questi temi, ad individuare percorsi, avendo la consapevolezza che la coperta è corta. Ma confidiamo che si possa in qualche modo trovare le risorse per poter corrispondere alle attese delle persone che rappresentiamo”.

Calcio, classifica serie A: Fiorentina a 8 punti

Roma, 2 nov. (askanews) – Questo il programma e la classifica di serie A dopo Sassuolo-Fiorentina 2-4: Decima giornata: Bologna-Monza 2-1, Udinese-Roma 2-5, Milan-Inter 3-1; Como-Venezia 1-0, Frosinone-Torino 2-0, Lazio-Cagliari 2-1, Lecce-Genoa 1-2, Juventus-Napoli 2-0; Sassuolo-Fiorentina 2-4, ore 20.45: Atalanta-Parma.

Classifica: Lazio 28, Inter 25, Roma 24, Como 23, Milan 21, Frosinone 20, Juventus 17, Napoli, Bologna 14, Cagliari, Genoa, Torino 13, Atalanta 11, Lecce 9, Sassuolo, Fiorentina 8, Monza 7, Udinese, Parma 5, Venezia 3.

Undicesima giornata: venerdì 6 novembre: ore 20.45: Venezia-Udinese; sabato 7 novembre: ore 15: Cagliari-Frosinone, Torino-Lecce, ore 18: Parma-Bologna, ore 20.45: Roma-Sassuolo; domenica 8 novembre: ore 12.30: Napoli-Lazio, ore 15: Genoa-Milan, Monza-Atalanta, ore 18: Inter-Como, ore 20.45: Fiorentina-Juventus.

La Fiorentina cala il poker, Sassuolo battuto 4-2

Roma, 2 nov. (askanews) – La Fiorentina espugna il campo del Sassuolo per 4-2 nel posticipo della giornata di Serie A e conquista tre punti pesanti nella corsa alla salvezza. Al Mapei Stadium la squadra di Paolo Vanoli rimonta due volte lo svantaggio e trova il successo grazie alle reti di Pellegrino, Njie, Mastantuono e Valdepenas.

Il Sassuolo di Alberto Aquilani parte meglio e al 25′ passa in vantaggio. Berardi recupera palla e serve Sebastiano Esposito, bravo a lanciare nello spazio Laurienté: l’esterno francese supera la difesa avversaria e firma l’1-0. La Fiorentina fatica a reagire, ma allo scadere del primo tempo trova il pareggio con Pellegrino, che sfrutta l’assist di Njie e batte Turati.

La ripresa si apre con il sorpasso viola. Njie rientra da sinistra e con una conclusione a giro firma il 2-1. Il Sassuolo non si arrende e al 2-2 ci arriva ancora con Laurienté, che raccoglie l’assist di Matic e scarica il pallone sotto la traversa. Dopo il controllo Var per un possibile tocco di mano, la rete viene convalidata.

La partita resta aperta, ma è la Fiorentina a trovare nuovamente il vantaggio. I cambi di Vanoli risultano decisivi: Pedro Gonçalves serve Mastantuono, che firma il 3-2. Nel finale arriva anche il poker di Valdepenas, protagonista di una ripartenza conclusa con il gol del definitivo 4-2.

Una vittoria fondamentale per la Fiorentina, che ritrova fiducia e soprattutto lascia la zona retrocessione. Per il Sassuolo, invece, una serata amara, con la difesa ancora una volta in difficoltà.

Vannacci: la marcia su Roma è ricorrenza storica, come Unità d’Italia

Milano, 2 nov. (askanews) – “La marcia su Roma, il 28 ottobre del 1922, è una data storica, quindi se abbiamo delle persone che si interessano di storia e che vogliono ripercorrere quei momenti storici, non vedo quale sia il problema”. Lo ha sostenuto il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, parlando con i giornalisti a Milano, rispondendo a chi chiedeva delle cene organizzate negli ultimi giorni per ricordare la marcia su Roma. I cronisti hanno chiesto a Vannacci se anche lui parteciperebbe a questo tipo di iniziative: “Perché no? Non ho partecipato però se mi viene proposta una conferenza, una cena, un’occasione nella quale si ricorda un evento storico, io non faccio distinzione”, ha replicato Vannacci.

“Qualcuno si stupisce quando qualcuno organizza una cena per ricordare l’Unità d’Italia? O quando qualcuno magari organizza una riunione per ricordare la rivoluzione francese? Allora non vedo perché ci debba essere così tanto sbalordimento per un evento storico di questo tipo. Dal mio punto di vista sono ricorrenze storiche come ce ne sono tantissime”. A chi gli faceva notare che durante quelle cene vengono esposti simboli del fascismo, Vannacci ha risposto: “C’è qualcuno che a queste cene ha proposto di ricostituire il partito fascista?”.

Tennis, Musetti debutta con vittoria all’Atp di Parigi

Roma, 2 nov. (askanews) – Lorenzo Musetti ha debuttato alla grande all’Atp 1000 di Parigi, superando Hubert Hurkacz in due tie-break (7-6, 7-6) e confermando uno stato di forma sempre più brillante. Per il carrarino è la prima vittoria nell’ex Bercy dal 2022, ma soprattutto il quarto successo consecutivo contro un Top 30. Un segnale importante, arrivato su una superficie tutt’altro che favorevole alle caratteristiche del toscano. Perché battere Hurkacz sul veloce, con il servizio devastante del polacco, non è mai una passeggiata.

Tennis, Flavio Cobolli salta Parigi: "Ho ancora fastidio"

Roma, 2 nov. (askanews) – “Speravo di farcela. Oggi dopo il Media day, ho provato ad allenarmi in palestra, ma sento ancora un po’ fastidio e non voglio rischiare. Per questo ho deciso di non giocare qui a Parigi. Questa città mi ha regalato le due settimane più importanti della mia carriera e tornare a giocare qui avrebbe significato tanto. Ora testa al recupero. Grazie per esserci sempre”. Con queste parole affidate a una story Instagram Flavio Cobolli ha ufficializzato il suo forfait al Masters 1000 di Parigi, ultimo appuntamento valido per la corsa alle ATP Finals di Torino, a causa del problema alla gamba che l’ha costretto al ritiro a Vienna durante il match con Matteo Berrettini: l’azzurro al momento è quinto nella Race e con buon margine su Alex De Minaur, primo degli esclusi. Ma la qualificazione non dipende più da lui. Sempre che Cobolli riesca a recuperare per l’evento di fine anno in programma all’Inalpi Arena da domenica 15 novembre.

La Russia bombarda una scuola usata come rifugio a Zaporizhzhia: numerosi i morti

Roma, 2 nov. (askanews) – È salito a 24 morti il bilancio dell’attacco russo che ha colpito Komyshuvakha, nella regione ucraina di Zaporizhzhia. Altre cinque persone sono rimaste ferite e circa 20 risultano disperse. Lo riferisce il quotidiano online Ukrainska Pravda citando il Servizio statale ucraino per le emergenze.

Le bombe hanno colpito una scuola utilizzata per la distribuzione di aiuti umanitari e un rifugio in cui si erano riparati alcuni residenti. Le operazioni di soccorso e ricerca proseguono sul posto, mentre i soccorritori lavorano tra le macerie.

Il bilancio è più grave di quello inizialmente comunicato dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che in un post su X aveva riferito di 18 morti e cinque feriti.

“Dopo il primo bombardamento, è seguito un secondo attacco, con altre nove bombe, che ha preso deliberatamente di mira il rifugio in cui le persone avevano cercato riparo”, ha scritto Zelensky, aggiungendo che sul posto sono in corso le operazioni di soccorso e le ricerche di eventuali persone coinvolte. “La situazione è estremamente difficile. Sono impegnati militari, soccorritori e servizi speciali”, ha riferito.

Secondo il presidente ucraino, le forze russe “non potevano non sapere” che ogni settimana gli abitanti rimasti a Komyshuvakha ricevevano aiuti umanitari proprio in quella scuola. “È un’ulteriore prova del fatto che la Russia non vuole né una de-escalation né una giustizia reale”, ha affermato. Zelensky ha quindi invocato una risposta internazionale: “È necessario che vi sia una risposta da parte del mondo. Una risposta forte e decisa. Una risposta alla Russia. E sostegno all’Ucraina. Dobbiamo proteggere le vite umane”.

Gasperini: "Manchester in difficoltà, proviamoci"

Roma, 2 nov. (askanews) – “Il Manchester United sta attraversando un momento di difficoltà, soprattutto in campionato, e noi proveremo ad accentuarle. Ma resta una squadra forte, con giocatori di assoluto valore, e affrontarla è sempre un’incognita”. Gian Piero Gasperini presenta così la trasferta della Roma a Old Trafford, dove martedì alle 21 i giallorossi affronteranno i Red Devils nella sfida di Champions League.

Il tecnico non vuole sottovalutare le difficoltà degli inglesi, guidati da Carrick: “Non possiamo farci distrarre dai loro ultimi risultati. Ci prepariamo come se affrontassimo il miglior Manchester, in uno stadio fantastico, famoso in tutto il mondo e con un ambiente caldo e difficile”.

Sulla possibilità di proporre una Roma più tecnica, con Rodrigo Mora o con tre centrocampisti, Gasperini prende tempo: “Giochiamo talmente in modo pressante tra una partita e l’altra che dobbiamo aspettare l’ultimo giorno per decidere”. Il tecnico fa anche il punto sulle assenze: “Se ti mancano Pellegrini, Dybala e Koné negli stessi reparti, devi cercare di adattarti. A centrocampo siamo contati, spero sia un momento di passaggio. I 17 giocatori che ci sono sono tutti pronti”.

Da valutare anche le condizioni di Svilar, Koné e Dybala: “Mercoledì torniamo a Roma e li valuteremo tutti e tre. Vedremo se sarà possibile recuperarli per il Sassuolo o se dovremo aspettare dopo la sosta”.

Gasperini si sofferma infine sul percorso della squadra e sulla qualità del campionato italiano: “Sta esprimendo un bel gioco, con squadre che danno soddisfazione ai tifosi e tante belle partite”. E sul proprio sogno nella capitale, evocando il soprannome di Old Trafford, il Teatro dei sogni, conclude: “Tutti hanno diritto a sognare, io cerco di fare sogni realizzabili a breve, a partire da domani. Spero sia realizzabile”.

E’ ufficiale: Runjaic esonerato dall’Udinese

Roma, 2 nov. (askanews) – Ora è ufficiale, Kosta Runjaic è stato esonerato e non è più l’allenatore dell’Udinese. La squadra si trova attualmente al penultimo posto in classifica con soli 5 punti raccolti nelle prime dieci giornate e con la vittoria che manca dal 29 agosto. “Udinese Calcio – il comunicato del club friulano – comunica di aver sollevato Kosta Runjaic dalla guida tecnica della prima squadra. Le strade del tecnico e dei bianconeri si separano dopo oltre due anni puntellati da obiettivi importanti raggiunti. Il club ringrazia sentitamente Kosta e i suoi collaboratori Malecki e Trukan e augura loro le migliori fortune professionali”. A prendere il posto in panchina dovrebbe essere Paolo Zanetti, con il quale la società sarebbe arrivata a discutere dei dettagli. Nel 2020 aveva portato i lagunari in Serie A, 19 anni dopo la loro ultima partecipazione al massimo campionato italiano. Il tecnico è fermo da febbraio 2026, quando è stato esonerato dall’Hellas Verona. L’alternativa potrebbe essere Roberto D’Aversa che a giugno dello scorso anno ha terminato l’esperienza con il Torino.

Master SAFE, Mission Possible: Energy Transition

Milano, 2 nov. (askanews) – Sicurezza degli approvvigionamenti, costi energetici e competitività industriale. Sono questi i temi al centro di “Mission Possible: Energy Transition”, l’evento organizzato da SAFE alla Torre PwC di Milano, che ha riunito istituzioni e protagonisti del settore energetico per un confronto sulle sfide della transizione. Dallo sviluppo delle fonti rinnovabili al potenziamento delle reti, fino al ruolo dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie, il dibattito ha affrontato le strategie necessarie per conciliare decarbonizzazione, sicurezza energetica e crescita economica, in uno scenario internazionale segnato da tensioni geopolitiche e consumi elettrici in aumento. L’iniziativa si è svolta in occasione della cerimonia di chiusura della 27 edizione del Master SAFE in Gestione delle Risorse Energetiche, un percorso di alta formazione che conta oltre 1.200 alunni e coinvolge più di 150 docenti e una rete di oltre 100 imprese, istituzioni, università e centri di ricerca. Al centro anche il ruolo delle nuove competenze e dei professionisti chiamati a guidare la trasformazione del sistema energetico.

Vannacci: Meloni rifiuta l’alleanza con noi, aiuta la sinistra

Milano, 2 nov. (askanews) – Giorgia Meloni “dice che Vannacci vota con la sinistra, poi preclude aprioristicamente un’alleanza con Vannacci, favorendo di fatto la sinistra. Quindi, deve fare un po’ i conti con questa posizione. E paradossalmente sembrerebbe che questo governo sia il primo governo di destra ad aver modificato una legge elettorale, sembrerebbe quasi per far vincere la sinistra. Non mi sembra una cosa molto coerente”. Lo ha detto il leader di Futuro nazionale, Roberto Vannacci, parlando con i cronisti in piazza Oberdan a Milano.

“Io non parlo di alleanze, non mi interessa nulla. Io porto avanti un’idea di futuro che è condivisa da milioni di italiani, che si sono stancati di un perbenismo che ci ha portato a dimenticare se non addirittura ad abiurare i nostri valori e che sono stanchi anche di una certa moderazione, che io chiamo più paura, che ci vede sottomessi ai diktat di Bruxelles. Questa è la mia idea di futuro per l’Italia e noi continueremo a portare avanti il nostro partito e il nostro programma nell’esclusivo interesse degli italiani”.

Sarebbe possibile un accordo su alcuni punti con Meloni? “All’interno delle linee rosse che abbiamo tracciato, noi siamo disponibili a parlare con chiunque. Però non possiamo discostarci da quelli che sono i prioritari interessi della nazione e degli italiani. Italiani che in questo ci seguono e vedete la dimostrazione in questa piazza, in un incontro che è stato deciso all’ultimo momento, senza pubblicità, senza manifesti, senza una chiamata delle truppe cammellate a riunirsi”, ha aggiunto.

Toscana, Giani: 121 milioni per sicurezza idraulica in 7 province

Firenze, 2 nov. (askanews) – Ammontano a 121 milioni di euro le risorse destinate dalla Regione Toscana alla prevenzione del rischio idrogeologico e alla tutela del territorio. Lo ha reso noto il presidente della Regione, Eugenio Giani, annunciando il via libera a un provvedimento cardine in materia di sicurezza ambientale.

“E’ una delibera di Giunta particolarmente importante per la prevenzione dell’assetto idrogeologico e i lavori di difesa del suolo. 121 milioni -ha precisato Giani- che sono il frutto della individuazione di fonti economico-finanziarie per poter intervenire su quello che sono progetti progressivamente realizzati sotto il coordinamento della direzione Protezione Civile e Difesa del Suolo guidata da Giovanni Massini, e conseguentemente è l’intervento della Regione per quelle opere che possono prevenire ciò che abbiamo visto in passato necessariamente dover intervenire per il futuro. Opere di prevenzione per 121 milioni, divisi nelle sette province della Toscana, che una commissione tecnica per la loro urgenza e necessità ha individuato”, ha concluso Giani.

Midterm, domani il voto sul bivio che prenderà la politica Usa

Roma, 2 nov. (askanews) – Raramente le elezioni di Midterm sono state così dense di significato politico come quelle che si terranno domani. In ballo, infatti, non c’è tanto la questione della sconfitta o meno di un Partito Repubblicano statunitense divenuto a immagine e somiglianza del presidente Donald Trump, quanto gli effetti storici che la portata della sconfitta del ‘Gop’ è destinata a produrre.

Andiamo per filo. Domani gli americani saranno chiamati alle urne per eleggere tutti i 435 seggi della Camera – i cui membri restano in carica due anni – e 35 dei 100 seggi del Senato. Qui il mandato dura sei anni ma il rinnovo è ‘sfalsato’ nel tempo e parte dei seggi viene rinnovata ogni due anni: domani se ne rinnoverà un terzo, mentre altri due seggi saranno ‘messi in palio’ dalle elezioni suppletive in Florida e Ohio che assegneranno quelli lasciati vacanti da Marco Rubio e J.D. Vance. Oltre al Congresso, in 36 Stati e tre Territori si voterà anche per eleggere il governatore.

Va detto subito che è pressoché ‘fisiologico’ che il partito che esprime il presidente degli Stati Uniti perda seggi alla Camera dei Rappresentanti nelle elezioni di metà mandato: dal 1946 è successo in 18 occasioni su 20, una ricorrenza pari al 90% dei casi, il che evidenzia quanto sia difficile per il partito alla Casa Bianca evitare che a metà del mandato il presidente diventi un”anatra zoppa’, cioè non riuscire a far passare le proprie leggi, con limiti evidenti nella realizzazione della propria agenda (anche se il presidente conserva la facoltà di disporre ordini esecutivi e di porre il veto).

Il punto vero di queste Midterm, infatti, è vedere ‘quanto’ il Gop perderà.

Secondo il pronosticatore elettorale apartitico Cook Political Report, che storicamente si è rivelato corretto nelle sue stime, i Democratici, dati in vantaggio in tutte le rilevazioni, potrebbero aggiudicarsi addirittura 240 seggi su 435, il che rappresenterebbe la maggioranza più forte dal 2009. Attualmente 218 sono in mano al Gop (che può contare in aggiunta su un indipendente) e 214 ai democratici. Cook li favorisce in 222. Altre 18 corse sono viste più incerte ma sempre con discrete chance per il Partito Democratico. In Senato, che conta di 100 seggi, il quadro è meno netto. Qui i Democratici devono vincere almeno quattro seggi per ottenerne il controllo, ma se riuscissero ad assumere il controllo di entrambi i rami del Congresso, risultato che soltanto pochi mesi fa sarebbe apparso impensabile, potrebbero bocciare le nomine di Trump, dettare l’agenda legislativa e limitare fortemente l’operato del presidente negli ultimi due anni al potere, costringendo il Gop a un profondo ripensamento della propria linea politica, che si ripercuoterebbe negli anni a venire.

Non c’è dubbio che il voto di domani aprirà di fatto anche la corsa alla successione presidenziale del 2028, destinata a mettere alla prova l’autorità di Trump sul Partito repubblicano. Trump non potrà candidarsi per un terzo mandato e la corsa per l’eredità politica del movimento Maga è pronta a scattare. Come ha scritto Riccardo Alcaro, ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali, ‘per il Partito Repubblicano la questione centrale sarà capire se una sconfitta verrà interpretata come un incidente elettorale oppure come un segnale della necessità di emanciparsi da Trump’. In caso di sconfitta contenuta, cioè con la ‘perdita’ della sola Camera, ‘il presidente avrebbe buon gioco a delegittimare la vittoria democratica, rilanciando contestazioni sui risultati e accuse di irregolarità’, peraltro già da lui più o meno direttamente evocate. ‘Il rischio – secondo il ricercatoere dello Iai – è che i Repubblicani, anziché aprire una riflessione sulle ragioni della sconfitta, si compattino ulteriormente attorno a Trump. Per chi aspira alla presidenza nel 2028, come Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, prendere le distanze dal presidente diventerebbe così ancora più difficile’. Ma con una debacle, cioè se i Democratici conquistassero cinque o più seggi al Senato assumendo pienamente il controllo dell’intero Congresso, ‘sarebbe difficile liquidare la sconfitta come un semplice incidente e ciò potrebbe innescare una riflessione più profonda sulla sostenibilità elettorale del trumpismo’ che ‘potrebbe incoraggiare esponenti repubblicani, governatori e aspiranti candidati alla Casa Bianca a costruire un’identità politica più autonoma’.

Al momento il destino di Trump e quello del Partito Repubblicano sembrano indissolubili. E’ stato lo stesso Trump a invitare gli elettori a comportarsi come se nella consultazione del 3 novembre in lizza ci fosse lui (‘Non sono sulla scheda elettorale, ma è come se ci fossi’, ha detto durante un recente comizio), pretendendo che gli spot elettorali fossero incentrati sulla sua figura. Una strategia che evidentemente comporta più svantaggi che opportunità e che in questo momento rischia di far affondare i Repubblicani. ‘Non abbiamo scelta. Siamo bloccati sulla stessa barca con lui, che ci piaccia o meno’, ha recentemente dichiarato un alto responsabile della campagna repubblicana, ‘Quando la marea sale, tutte le barche vengono sollevate. Ma gli unici che sembrano convinti che la marea stia salendo sono quelli della Casa Bianca’.

A pesare come un macigno sulle speranze dei Repubblicani è la cosiddetta ‘affordability’, cioè la sostenibilità economica della vita quotidiana. Per il partito di un presidente che aveva centrato la sua rielezione proprio insistendo sul tema della sostenibilità economica e che aveva scaricato sul predecessore Joe Biden la responsabilità di un’inflazione alta, le prospettive sono fosche. Stando a quasi la metà degli elettori registrati sentiti da Reuters e Ipsos, il costo della vita è il fattore più importante sulla base del quale esprimeranno il loro voto. Quelli di generi alimentari, benzina e casa sono tra le questioni più rilevanti anche per il campione sentito da Cnbc. A causa della contro l’Iran, entrata nel nono mese e che ha destabilizzato il sistema energetico mondiale, il prezzo medio della benzina negli Usa durante il secondo mandato Trump è più alto di quello dell’era Biden. L’impennata dei prezzi dei carburanti si è riflesso anche sui beni alimentari e sui servizi. E mentre i prezzi sono saliti, le tasche degli americani si sono svuotate. Solo a settembre i prezzi sono saliti in un anno del 3,7% ma i salari orari, cresciuti solo del 3%, non sono rimasti allo stesso passo. A ciò si aggiunge l’insensibilità mostrata dal presidente sul tema. Il 24 ottobre, dalla Georgia, con toni scurrili ha letteralmente detto: ‘Non me ne importa nulla’ se i media dicono che la gente soffre quando va al benzinaio, perché ‘stiamo facendo una fortuna pazzesca’ con i prezzi del petrolio alti. ‘Il business del petrolio e del gas degli Stati Uniti sta facendo centinaia di miliardi di dollari’, si è vantato Trump.

L’ultimo sondaggio del New York Times e del Siena Research Institute rileva che il tasso di approvazione di Trump ha toccato un nuovo minimo storico, a causa della sua gestione dell’economia, della guerra in Iran e degli alti prezzi della benzina. Solo il 36% dei probabili elettori ha dichiarato di sostenere l’operato del presidente, mentre il 59% ha espresso disapprovazione. L’indice di gradimento più basso mai registrato in un sondaggio del Times/Siena nei confronti del capo della Casa Bianca.

Con un quadro del genere, dunque, all’indomani delle midterm dentro al Gop potrebbero iniziare le prime defezioni. Di qui a due anni, a seconda dell’entità della sconfitta, i Repubblicani dovranno decidere se proseguire sulla strada del populismo nazionalista e ‘oligarchico’ di Trump o cercare un ritorno nell’alveo di una politica più tradizionale.

Il risultato delle Midterm inciderà tuttavia anche sulle sorti del Partito Democratico, sempre con l’obiettivo delle presidenziali 2028. A seconda dei candidati Dem che prevarranno nelle competizioni più serrate, quelle per il Senato, si capirà quale componente del partito – tra progressisti, liberal, centristi e moderati -, riuscirà a imporre la propria voce.

Midterm, consenso Trump al minimo, i sondaggi spingono i Dem

Roma, 2 nov. (askanews) – ‘I presidenti per un motivo o per l’altro perdono sempre le midterm’ ha dichiarato qualche giorno fa il presidente americano Donald Trump nello Studio Ovale, dando indirettamente credito ai sondaggi che vedono in vantaggio i Democratici sul partito Repubblicano, in una delle elezioni congressuali più seguite degli ultimi tempi. Secondo gli ultimi rilevamenti, a pochi giorni dal voto del prossimo 3 novembre, i Dem avrebbero dalla loro il 53% dei votanti mentre il 43% sarebbe a sostengo dei Repubblicani. Uno scenario che segue la regola americana che porta l’inquilino della Casa Bianca a trasformarsi in ‘un’anatra zoppa’ dopo le elezioni di metà mandato.

A pochi giorni dal voto, un nuovo sondaggio del New York Times e dell’Università di Siena rileva che il tasso di approvazione del presidente Trump ha toccato un nuovo minimo storico, a causa dell’ampia disapprovazione per la sua gestione dell’economia, della guerra in Iran e degli alti prezzi della benzina. Solo il 36% dei probabili elettori ha dichiarato di sostenere l’operato del presidente Trump, mentre il 59% ha espresso la propria disapprovazione. Si tratta dell’indice di gradimento più basso mai registrato in un sondaggio del Times/Siena nei confronti del capo della Casa Bianca.

Il Nyt riproduce un quadro politico nazionale fosco per i Repubblicani. Secondo il quotidiano newyorchese, gli americani esprimono in larga misura un giudizio negativo sulle condizioni economiche sotto l’amministrazione Trump: tre quarti di loro giudicano l’economia mediocre o pessima. La maggioranza degli elettori attribuisce a Trump la responsabilità del peggioramento: il 69% disapprova il suo operato sul costo della vita, il 65% disapprova la sua gestione della guerra in Iran e quasi tre quarti disapprovano il suo operato sui prezzi della benzina, che hanno superato i 4 dollari al gallone. Una delle principali criticità riscontrate nei confronti della Casa Bianca è quella di non essere stata in grado di mantenere le promesse.

Nonostante il tasso di approvazione nei confronti del presidente americano sia alto tra gli elettori repubblicani – Yougov attesta un 80% di favorevoli all’inquilino della Casa Bianca tra i propri sostenitori -, la decisione del presidente Trump di accentrare su di sé la campagna elettorale potrebbe comportare più svantaggi che opportunità secondo quanto evidenziato da Politico. A tal proposito, gli ultimi sondaggi presentati dal media statunitense mostrano che gli elettori democratici alle elezioni di metà mandato sono più motivati a opporsi al presidente di quanto gli elettori repubblicani lo siano a sostenerlo. Molti elettori repubblicani preferiscono che il proprio candidato locale punti alla vittoria, anche a costo di esprimere critiche nei confronti del presidente.

Il sondaggio condotto dalla società londinese PF Global evidenzia come l’opposizione a Donald Trump rappresenti una delle principali motivazioni al voto per gli elettori democratici: quasi la metà dichiara che voterà alle elezioni di metà mandato soprattutto per contrastare il presidente, mentre tra gli elettori repubblicani soltanto il 38% afferma di votare principalmente per sostenerlo. Tra questi ultimi, la motivazione più citata è tuttavia il sostegno al candidato del proprio collegio, indicato dal 48% degli intervistati. Tra gli elettori democratici, la stessa risposta raccoglie il 37% delle preferenze.

Le elezioni di metà mandato, tuttavia, non si configurano soltanto come un referendum sull’operato del presidente. Secondo un’indagine condotta dall’istituto di sondaggi Gallup, economia, sanità e crisi con Teheran figurano tra gli 11 temi più rilevanti per gli elettori statunitensi in vista del voto di quest’anno. Per la metà degli elettori registrati, economia e sanità sono questioni ‘estremamente importanti’ ai fini della scelta elettorale; il 47% attribuisce la stessa rilevanza all’Iran. Seguono la distribuzione del reddito e della ricchezza (44%), i prezzi della benzina (42%), l’immigrazione (40%) e l’aborto (38%). Anche la criminalità e la situazione israelo-palestinese (35% ciascuna) sono considerate estremamente importanti, mentre la costruzione di centri dati per l’intelligenza artificiale (30%) e il cambiamento climatico (29%) si classificano agli ultimi posti, riferisce l’istituto statistico.

Il vantaggio attribuito dai sondaggi al Partito Democratico si inserisce in una tendenza storica consolidata: nelle elezioni di metà mandato, il partito del presidente è spesso penalizzato dagli elettori e rischia di perdere il controllo dell’intero Congresso o di una delle due Camere. Secondo i dati dell’American Presidency Project, dal 1946 si sono svolte 20 elezioni di metà mandato. In 18 occasioni, il partito del presidente ha perso seggi alla Camera dei Rappresentanti: una ricorrenza pari al 90% dei casi, che evidenzia quanto sia difficile per la forza politica alla Casa Bianca evitare un arretramento elettorale a metà del mandato presidenziale.

La tendenza ha riguardato anche presidenti molto popolari. Nel 1958, il Partito Repubblicano di Dwight Eisenhower perse 47 seggi alla Camera, nonostante il presidente avesse un indice di approvazione del 57%. Anche Gerald Ford e il Partito Repubblicano persero 43 seggi nel 1974, quando il 54% degli americani approvava l’operato del presidente. Ford si trovava ancora nella fase iniziale di consenso che spesso accompagna l’insediamento di un nuovo presidente: era in carica da circa tre mesi quando si svolsero le elezioni. L’ottimo risultato dei Democratici fu probabilmente più una conseguenza dell’eredità del suo predecessore, Richard Nixon, che si era dimesso nell’agosto 1974 in seguito allo scandalo Watergate, quando il suo indice di approvazione era appena del 24%, e delle cattive condizioni economiche.

Tuttavia, nel corso della storia americana, ci sono state due occasioni in cui il partito del presidente in carica ha invertito la consuetudine e ha guadagnato seggi. Gli ex presidenti americani Bill Clinton e George W. Bush hanno visto il proprio partito guadagnare seggi alle elezioni di metà mandato rispettivamente nel 1994 e nel 2002. Entrambi godevano di un elevato indice di approvazione poco prima di quelle elezioni: il 66% per Clinton e il 63% per Bush.

Nonostante i sondaggi stiano pronosticando una marea blu alla Camera e una lotta serrata al Senato, il quotidiano Usa Today ha messo in guardia dall’affidarsi ciecamente alle previsioni. Secondo il giornale americano, difatti, i sondaggisti starebbero sovrastimando le possibilità di una vittoria democratica schiacciante a novembre. In un editoriale pubblicato su The Hill, il presidente del Pew Research Center, Michael Dimock, ha sostenuto che nel settore ci sono meno aziende di alta qualità e che stanno emergendo nuovi operatori che utilizzano metodi più economici. Inoltre, tra i problemi più gravi, ha osservato Dimock, ci sono studi che dimostrano come in alcuni sondaggi siano presenti sempre più ‘partecipanti fasulli’ generati da bot basati sull’intelligenza artificiale, il che rende più difficile per gli elettori fidarsi del sistema.

Per Usa Today sono diversi gli stati che devono considerarsi incerti come Texas, Ohio e Iowa, con elezioni che potrebbero ora concludersi in modo imprevedibile. Secondo gli osservatori, la misurazione di tali competizioni risulta più complessa persino per le società di sondaggi più rinomate, a causa della minore affluenza alle urne nelle elezioni di metà mandato, dell’incertezza relativa alle modalità di voto, come il voto per corrispondenza, e della maggiore propensione degli elettori repubblicani, spesso restii, a ignorare i sondaggisti. Nel 2024, la media dei sondaggi mostrava costantemente l’ex vicepresidente Kamal Harris in vantaggio di circa un punto e mezzo, vantaggio che Trump alla fine ribaltò completamente per tornare al potere. ‘Storicamente i sondaggi hanno sempre teso a favorire i Democratici, e noi abbiamo sempre superato i sondaggi negli ultimi due cicli elettorali’, ha dichiarato a Usa Today Joe Gruters, presidente del Comitato Nazionale Repubblicano. ‘Se dovessi dare credito ai sondaggi, il presidente non sarebbe mai stato eletto in nessuna delle due occasioni’.

Midterm, l’ambizione dei Dem: governare la maggioranza degli Stati

New York, 2 nov. (askanews) – Alle elezioni di metà mandato del prossimo 3 novembre non si rinnova solo il Congresso americano. In 36 stati si elegge un nuovo governatore. I democratici sperano di arrivare alla guida di una maggioranza di Stati per la prima volta dal 2010. Per farlo dovrebbero aggiungerne due ai 24 sotto il loro controllo attuale, contro i 36 in mano ai repubblicani. In Ohio, Georgia e Michigan le sfide più accese.

OHIO

In alcuni stati, la sfida è diventata brutale. E’ il caso dell’Ohio dove il repubblicano Vivek Ramaswamy ha ritirato uno spot controverso centrato sulla madre biologica della sfidante democratica Amy Acton, che con lei non ha contatti da quasi 50 anni dopo un’infanzia segnata da abusi sessuali da parte del patrigno. Quello spot ha fatto da boomerang contro Ramaswamy con vari elettori che hanno deciso di votare per Acton, vista in vantaggio. In Ohio i democratici hanno vinto solo una delle ultime nove elezioni per il ruolo di governatore.

GEORGIA

In altri stati come la Georgia, dove la sfida è vista come un termometro per le presidenziali del 2028, si punta a fare la storia: la candidata democratica ed ex sindaca di Atlanta Keisha Lance Bottoms punta a diventare non solo la prima donna di colore nella poltrona di governatore in Usa ma anche la prima democratica a guidare il Peach State in oltre un quarto di secolo. A sfidarla puntando alla poltrona dell’uscente repubblicano Brian Kemp c’è il miliardario Rick Jackson, che di tasca sua ha speso 100 milioni di dollari.

MICHIGAN

La sfida per la guida del Michigan è tra le più competitive di questo ciclo elettorale. Nello stato che ospita la capitale dell’industria automobilistica americana dagli Anni 60 nessun partito ha mai conquistato la poltrona di governatore due volte di fila. Nello stato swing che Trump aveva vinto nel 2016 e nel 2024 e Joe Biden nel 2020, a sfidarsi per il posto che la democratica Gretchen Whitmer deve lasciare per limite di mandato raggiunto sono la democratica Jocelyn Benson e il deputato repubblicano John James.

Da monitorare anche le elezioni in Iowa, Nevada – dove i data center sono un tema dominante -, Wisconsin (dove il candidato repubblicano appoggiato da Trump, il deputato Tom Tiffany, ha preso le distanze dal presidente) e Arizona, dove siccità, immigrazione e costo della vita determineranno se la democratica Katie Hobbs verrà rieletta o se invece il deputato repubblicano Andy Biggs avrà la meglio.

Midterm, il movimento MAGA: gli eredi del presidente

Roma, 2 nov. (askanews) – Mentre Donald Trump porta avanti il secondo mandato alla Casa Bianca, tutti si chiedono chi guiderà il movimento MAGA in futuro. E se la linea di successione ufficiale ha già due nomi di peso enorme – il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio – subito dietro di loro sta emergendo un nuova generazione di leader. Le elezioni di Midterm di domani, 3 novembre, potrebbero essere il momento chiave essenzialmente per tre di loro: Byron Donalds, Vivek Ramaswamy e Ken Paxton, tutti e tre sostenuti da un fortissimo endorsement ufficiale di Donald Trump e dall’appoggio pubblico e miliardario di Elon Musk.

Byron Donalds

Byron Donalds, candidato a governatore della Florida, svetta nella triade. Se eletto diventerebbe il primo governatore afro americano nella storia dello Stato e il primo nero repubblicano nella storia degli Stati Uniti, traguardo che il movimento MAGA utilizzerebbe per dimostrare la capacità di fare breccia tra le minoranze etniche del Paese. E’ una delle stelle piu lucenti in rapida ascesa della galassia MAGA, descritto dagli analisti come il prototipo del trumpismo di nuova generazione. Donalds ha legato interamente il suo destino a quello di Donald Trump di cui ha sposato in pieno la sua linea di “America First” e che ha appoggiato durante le primarie presidenziali al posto del governatore del suo stesso Stato, Ron De Santis. Trump lo ha ricompensato con un netto endorsement nelle primarie per il governatorato. Deputato al Congresso dal 2021, la sua candidatura a governatore della Florida lo ha proiettato al centro della scena politica nazionale. Nato a Brooklyn nel 1978, studi di economia in Florida, se assumesse la guida in quello che è stato ribattezzato lo “Stato di Mar a lago” che è il “regno del trumpismo” gli darebbe delle credenziali di massimo livello, proiettandolo come il principale sfidante interno dell’asse Vance-Rubio per il 2028. La corsa di Donalds per succedere a Ron De Santis contro il democratico David Jolly è una delle piu seguite negli Stati Uniti. Donalds gode anche dell’appoggio di Elon Musk e dei principali donatori ed è riuscito a raccogliere la cifra record di oltre 148 milioni di dollari per la sua campagna. La media dei sondaggi di ottobre contro lo sfidante democratico attribuiscono a Donalds un vantaggio di circa il 6% su Jolly: 49% contro 43%.

Vivek Ramaswamy

Candidato a governatore dell’Ohio, Vivek Ramaswamy, è un imprenditore 41enne milionario di origini indiane che non viene dalla politica ma dal settore delle biotecnologie e dei fondi di investimento. Si è fatto conoscere a livello nazionale durante le presidenziali del 2024 per la sua abilità mediatica e le sue posizioni estreme anti-woke. Ha lavorato a stretto contatto con Trump e Musk nella prima fase di progettazione del Dipartimento per l’efficienza governativa (Doge) prima di scegliere di candidarsi a governatore dell’Ohio. Trump lo ha appoggiato pubblicamente durante il suoi comizi in Ohio considerandolo uno dei giovani più brillanti del movimento. Elon Musk ha finanziato la sua corsa con ben 5 milioni di dollari. I rapporti tra Trump e Ramaswamy sono caratterizzati da un endorsement totale e da una stretta alleanza politica. Ramaswamy viene frequentemente descritto come l’incarnazione del “trumpismo oltre Trump”. Vincere in Ohio dimostrerebbe che Ramaswamy è in grado di mobilitare la base dei lavoratori nella Rust belt. La guida di uno Stato come l’Ohio gli garantirebbe visibilità e un ruolo esecutivo rilevante per lanciarsi nell’agone presidenziale. Ma la media degli ultimi sondaggi vede la candidata sfidante Amy Acton avanti con il 48,7% contro il 44,3% di Ramaswamy. Questo ribaltamento segue le recenti polemiche sul durissimo spot elettorale diffuso da Ramaswamy, che ha spinto alcuni analisti a classificare la corsa come orientata verso i democratici.

Ken Paxton

E’ lo storico Procuratore generale del Texas e rappresenta l’anima più combattiva del movimento MAGA. Paxton ha passato gli ultimi anni in prima linea usando i tribunali per bloccare sistematicamente le leggi delle amministrazioni democratiche specialmente su confini e immigrazione e sopravvivendo ad un durissimo processo di impeachment che lo ha reso un “eroe” fra le fila MAGA. Nelle primarie per il Senato ha dimostrato una forza notevole sconfiggendo ed estromettendo un peso massimo dell’establishment come John Cornyn. Trump lo definisce un “vero guerriero MAGA” e si è speso in prima persona per aiutarlo in una difficile corsa contro James Talarico. Elon Musk ha investito oltre 150 milioni di dollari per sostenere la campagna di Paxton.

Avendo trasferito le sue aziende proprio in Texas, Musk considera Paxton un alleato vitale. Una vittoria in uno Stato chiave come il Texas consacrerebbe Paxton come uno dei leader nazionali più influenti garantendogli la ribalta politica e mediatica necessaria a Washington per costruire un profilo presidenziale.

La corsa contro il democratico James Talarico appare serratissima. Secondo un sondaggio di Fox News del 21 ottobre 2026, i due candidati sono in assoluta parità al 49%. La loro sconfitta o vittoria potrebbe decidere la maggioranza al Senato.

Donne e managerialità, Riflessi primo evento di una boutique firm

Roma, 2 nov. (askanews) – Le donne che esercitano una libera professione in Italia sono salite a 510mila, con un aumento del 19,9% in dieci anni, e rappresentano il 37% di un comparto di 1,378 milioni di professionisti. Sono i dati 2024 del X Rapporto dell’Osservatorio di Confprofessioni. In questo segmento si colloca la proposta di Rossella Mattielli, Founder di Rossella Mattielli Srls, che a Milano, nel quartiere di Brera, durante l’evento “Riflessi”, si è tenuto un incontro sull’evoluzione dell’assistente personale verso la figura della Private Life Manager .

Il lavoro indipendente cresce: secondo l’Istat, ad agosto 2026 gli autonomi erano 5 milioni 292mila, 78mila in più su base annua. La professione di partenza è marcatamente femminile: negli Stati Uniti il Bureau of Labor Statistics conta per il 2025 circa 249mila executive assistant, il 93,5% dei quali donne.

Le competenze dell’assistente personale, dall’anticipare i bisogni al gestire agende e priorità altrui, vengono spesso ricondotte a una dimensione esecutiva. “Molte assistenti personali possiedono già capacità organizzative, decisionali e relazionali di altissimo livello, ma continuano a riconoscersi in un ruolo prevalentemente esecutivo”, afferma Mattielli. “Il cambiamento comincia quando si prende consapevolezza del proprio valore e si comprende che quelle stesse competenze possono essere esercitate con una postura diversa, più autonoma, responsabile e manageriale”.

La Private Life Manager, nella definizione della società, porta le competenze maturate in azienda nella gestione della vita privata di persone e famiglie: proprietà, fornitori, pianificazione familiare, viaggi, budget e progetti personali. A differenza dell’assistenza tradizionale, costruisce sistemi organizzativi, prende decisioni e risponde dei risultati. Lavora prevalentemente da remoto, mantenendo una relazione personale e fiduciaria con il cliente, in un Paese dove l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano stima per il 2025 circa 3,575 milioni di lavoratori a distanza.

Per Mattielli il passaggio riguarda l’identità. “Diventare Private Life Manager significa prima di tutto cambiare mentalità. Non è sufficiente acquisire nuove competenze o cambiare il proprio titolo professionale. Occorre imparare a riconoscersi come una figura manageriale, capace di assumere decisioni, responsabilità e autonomia. È un cambiamento che nasce da dentro e che modifica inevitabilmente il modo di lavorare, di relazionarsi e di presentarsi agli altri”.

Il percorso, che risponde al desiderio di governare il proprio tempo, non è presentato come un abbandono della professione di provenienza, ma come una sua prosecuzione con maggiore autonomia.

Simbolo dell’incontro è lo specchio. “Lavorare nella vita degli altri richiede sensibilità, attenzione e una grande capacità di ascolto. Ma significa anche imparare a stare nella relazione senza perdere la propria identità. Lo specchio è stato il nostro modo di invitare ogni partecipante a guardarsi, a riconoscere il proprio valore e, forse, a immaginarsi diversa”, osserva Mattielli.

Tra testimonianze e confronti, l’evento non puntava a indicare un percorso unico. “Mi piacerebbe che ogni donna uscita da Riflessi portasse con sé una domanda nuova sul proprio futuro professionale. Non necessariamente il desiderio di diventare Private Life Manager , ma la consapevolezza di poter scegliere come esprimere il proprio valore”, conclude Mattielli.

L’incontro si è svolto nel Nord Ovest, dove secondo Confprofessioni le donne sono il 40% dei liberi professionisti, sopra la media nazionale.

Midterm, l’ascesa dei progressisti Dem: la sfida ai repubblicani

Roma, 2 nov. (askanews) – ‘Una società diventa grande quando gli anziani piantano alberi alla cui ombra sanno che non siederanno mai’: questo il commento che campeggiava sulla fotografia pubblicata un anno fa dal senatore progressista del Vermont, Bernie Sanders, che lo mostrava accanto a Zohran Mamdani, il nuovo sindaco di New York proveniente dalla sinistra progressista e socialista americana. Sanders si era candidato alla presidenza degli Stati Uniti nel 2016 e nel 2020 ed entrambe le volte non era riuscito a vincere le primarie dei Dem, a causa della cosiddetta ‘eleggibilità’, ossia della capacità di un candidato di area progressista di vincere le elezioni. Dopo la vittoria di Mamdani a New York, sono poi emersi dalle primarie del partito democratico volti nuovi rispetto a politici di lungo corso, con campagne incentrate sulla tassazione dei più ricchi, sul taglio alle spese militari e sulla promozione di programmi finanziati dallo Stato, come l’assistenza sanitaria universale e l’accesso all’edilizia abitativa.

Successi che rientrano in un contesto in cui gli elettori democratici si definiscono sempre più spesso ‘liberal’ (progressisti), auspicando un orientamento analogo anche da parte dei candidati del proprio partito, stando a un sondaggio condotto lo scorso agosto da Reuters/Ipsos. Dalla ricerca era emerso che la quota di democratici che si autodefiniscono ‘liberal’ è salita al 71%, rispetto al 55% del 2012, mentre la percentuale di quanti si considerano ‘conservatori’ è scesa dal 33% al 16%. Nello stesso sondaggio più di sette democratici progressisti su dieci hanno affermato che è ‘essenziale’ che i candidati del partito sostengano un aumento delle tasse su aziende e miliardari, così come un sistema sanitario pubblico universale.

I candidati di sinistra ritengono anche che il loro programma e la maggiore attenzione posta sulla classe lavoratrice stiano facendo presa anche sui moderati e sui Repubblicani. E qualora dovessero imporsi alle midterm, è molto probabile che interpreteranno il risultato come un mandato da parte dell’elettorato per portare avanti le loro politiche di sinistra al Congresso. Un eventuale insuccesso, tuttavia, consentirebbe invece all’establishment democratico di continuare a sostenere che gli elettori moderati e indipendenti preferiscano politici centristi. Un’impostazione che ostacolerebbe molto probabilmente i progressisti che puntano a giocare un ruolo nella corsa alla candidatura presidenziale democratica del 2028.

In una recente intervista al New York Times, Sanders ha detto di essere impegnato ‘a fare tutto il possibile affinché i democratici tornino a controllare la Camera e il Senato’, precisando di essersi speso in particolare a sostegno dei democratici progressisti in quattro sfide per il Senato dall’esito incerto: Michigan, Maine, Minnesota e Florida. Secondo il senatore del Vermont, per la vicegovernatrice Peggy Flanagan, in Minnesota, si prospetta ‘una sfida più ardua di quanto molti pensino’, mentre in Florida Angie Nixon potrebbe riuscire in un’impresa inaspettata: ‘Non mi sorprenderebbe affatto se vincesse’.

Il Nyt ha evidenziato alcune delle competizioni elettorali ritenute un banco di prova per la tenuta del movimento progressista:

SFIDE IN CUI I DEMOCRATICI SONO FAVORITI

Peggy Flanagan, vicegovernatrice del Minnesota candidata al Senato, appare favorita in uno Stato che la vicepresidente Kamala Harris conquistò alle presidenziali del 2024 con uno scarto di quattro punti percentuali rispetto a Donald Trump. Tuttavia, la sua campagna è stata segnata da un grave scandalo per frode. La sua avversaria repubblicana, Michele Tafoya, ex commentatrice sportiva per la Nfl, ha cercato di accreditarsi come figura moderata, in contrapposizione al sostegno esplicito di Flanagan a ‘Medicare for all’ e ad altre sue posizioni di sinistra. Se Flanagan dovesse vincere le elezioni, diventerebbe la prima donna nativa americana a sedere al Senato degli Stati Uniti.

Bob Brooks, vigile del fuoco in pensione e leader sindacale, è considerato leggermente favorito nella corsa per il settimo distretto della Pennsylvania. Progressista che ha ottenuto fin da subito appoggi trasversali, tra cui quelli di Sanders e del governatore della Pennsylvania Josh Shapiro, Brooks sfida il deputato repubblicano Ryan Mackenzie.

Manny Rutinel, ex parlamentare statale in Colorado, tenta di sottrarre il seggio al deputato repubblicano Gabe Evans nell’ottavo distretto del Colorado, un’area a nord di Denver. Evans è considerato vulnerabile, ma Rutinel, dopo aver sconfitto alle primarie un democratico moderato, è finito nel mirino per il suo orientamento politico di sinistra. Già attivista per i diritti degli animali, di recente ha preso le distanze da alcune sue dichiarazioni passate in cui criticava il consumo di carne e latticini.

SFIDE DALL’ESITO INCERTO

Randy Villegas non è un ‘Valleycrat’, ossia un democratico della Central Valley di orientamento da moderato a conservatore, che il partito solitamente candida nel 22esimo distretto della California. Villegas ha sconfitto un moderato alle primarie e ha parlato apertamente della sua vicinanza a Bernie Sanders e del suo sostegno a un sistema sanitario universale. Punta sul fatto che le sue proposte possano fare presa in una delle aree più povere della California, mentre i Repubblicani cercano di dipingerlo come un esponente di una sinistra troppo radicale. La ridefinizione dei confini del distretto, fatto lo scorso anno dai Democratici, potrebbe favorire Villegas nella sfida contro il deputato repubblicano in carica, David Valadao.

Sam Forstag, ex leader sindacale e vigile del fuoco paracadutista, punta a strappare ai Repubblicani il primo distretto del Montana, un seggio vacante nella parte occidentale dello Stato. Durante le primarie ha rivendicato le proprie radici progressiste, citando spesso la sua partecipazione a un comizio di Sanders e facendo campagna elettorale insieme alla deputata Alexandria Ocasio-Cortez. In vista delle elezioni in uno Stato fortemente conservatore, Forstag ha rimosso questi riferimenti dal proprio sito web. Sfida Aaron Flint, veterano dell’esercito e conduttore radiofonico di orientamento conservatore.

Troy Jackson, ex presidente del Senato statale del Maine, ha sostituito lo scorso luglio Graham Platner, un altro esponente progressista, nella corsa per il Senato federale contro la senatrice repubblicana in carica Susan Collins. Si tratta, di fatto, di una sfida tra una moderata e un candidato progressista sostenuto da Sanders; un contrasto che i Repubblicani hanno messo in risalto nel tentativo di mantenere il seggio in uno Stato a forte maggioranza democratica.

Abdul El-Sayed, già direttore sanitario di una contea, è forse la figura progressista di maggior spicco: il suo successo o il suo insuccesso potrebbero essere considerati un indicatore dell’andamento del movimento nel suo complesso. Candidato al Senato degli Stati Uniti per il Michigan, El-Sayed è riuscito a imporsi nonostante decine di milioni di dollari spesi durante le primarie, che lo hanno visto battere un avversario moderato. I Democratici centristi temono che le sue posizioni di sinistra possano favorire il suo avversario repubblicano, Mike Rogers, e costare al partito un seggio fondamentale. Esponenti progressisti, tra cui Sanders e Ocasio-Cortez, hanno partecipato alla sua campagna elettorale, così come l’ex presidente Barack Obama.

SFIDE CHE VEDONO FAVORITI I REPUBBLICANI

Matt Dunlap, revisore dei conti dello Stato del Maine ed ex segretario di Stato del Maine, è sostenuto da ‘Our Revolution’, l’organizzazione di sinistra fondata da ex collaboratori delle campagne elettorali di Sanders. Dunlap punta a mantenere il controllo democratico sul secondo distretto del Maine, un’area rurale attualmente rappresentata dal deputato Jared Golden, un politico molto più moderato che ha deciso di ritirarsi. Secondo gli analisti, il suo avversario repubblicano, l’ex governatore Paul LePage, sarebbe in vantaggio.

Angie Nixon è candidata al Senato in Florida, lo Stato dove nel 2024 il presidente Trump ha vinto con uno scarto di 13 punti percentuali. Membro dei ‘Democratic Socialists of America’, Nixon ha sorpreso l’establishment del suo partito vincendo le primarie; alcuni osservatori ritengono che potrebbe riuscire nell’impresa anche a novembre contro la senatrice repubblicana in carica, Ashley Moody, che appare nettamente favorita.

Justin Pearson, parlamentare statale in Tennessee, è salito alla ribalta politica nel 2023, quando venne espulso dall’assemblea legislativa statale per aver partecipato a una protesta a favore del controllo sulle armi all’interno dell’aula. Con il sostegno di gruppi progressisti come ‘Justice Democrats’, ha sfidato il deputato democratico Steve Cohen per un seggio a Memphis, storicamente una roccaforte democratica. Tuttavia, una ridefinizione dei collegi elettorali, voluta dai Repubblicani, ha trasformato il nono distretto del Tennessee in una circoscrizione che si prevede passerà facilmente sotto il controllo repubblicano; una mossa che ha spinto Cohen ad annunciare il proprio ritiro. Nonostante Pearson parta in svantaggio rispetto al parlamentare statale repubblicano Brent Taylor, i Democratici nutrono ottimismo sulle sue possibilità.

Midterm, Repubblicani e Democratici alla ricerca del dopo Trump

Roma, 2 nov. (askanews) – Per molti anni il Partito Repubblicano e il Partito Democratico hanno costituito due correnti dello stesso blocco: nati a metà Ottocento dalla stessa tradizione politica, da allora si sono divisi equamente la scena eliminando ogni altra possibile terza forza. Di fatto, la principale linea di divisione fra i due partiti risale alla Guerra Civile e alla Ricostruzione e riguarda la schiavitù e le leggi di segregazione: i Repubblicani di Abraham Lincoln abolirono la prima, i Democratici istituirono le seconde per mantenere le tradizionali strutture di potere locali. Ci volle un secolo perché si invertissero le parti: i Democratici di Kennedy e Johnson si schierarono a favore dei diritti civili – consegnando da allora buona parte degli stati del Sud ai Repubblicani, grazie alla disaffezione dell’elettorato (bianco) più conservatore.

I Repubblicani

Difficilmente Lincoln potrebbe dirsi fiero del Gop di oggi: un partito che dall’epoca di George W. Bush è scivolato progressivamente verso destra, passando dal liberalismo delle origini a un neoliberismo che sfrutta il tradizionale antistatalismo americano a tutto vantaggio dei settori più ricchi della società. Su questo sfondo si è innestato il populismo degli ultimi decenni, che ha aperto la strada al fenomeno Donald Trump – miliardario dall’immagine di successo, incarnazione agli occhi dei suoi ammiratori del “sogno americano” tanto da attirare i voti non solo della classe media, ma anche degli operai schiacciati dalla deindustrializzazione e che si sono sentiti abbandonati dai Democratici.

Particolare attenzione all’industria dell’armamento; sfruttamento continuato dei combustibili fossili; tagli fiscali ai più ricchi; interventismo statale ridotto ai minimi termini – eccetto per il settore bellico – in particolare per quanto riguarda il welfare, che negli Stati Uniti ha sempre avuto cattiva immagine e quindi vita difficile; il richiamo ai valori religiosi (cristiani) più conservatori e patriottici e una marcata ostilità verso l’ampliamento dei diritti civili; una decisa preferenza per il suprematismo wasp e un freno all’immigrazione; una politica estera isolazionista da un lato (non per la prima volta, specie nei confronti dell’Europa) ma aggressiva dall’altro (sullo scacchiere del Pacifico); il ritorno, anch’esso ciclico nella storia americana, al protezionismo.

Questo l’identikit dell’attuale Grand Old Party: se somiglia a quello di Trump, non è affatto un caso dato che il controllo del tycoon sul suo partito rappresenta un’eccezione nell’ambito di un sistema politico in cui, una volta portato alla Casa Bianca il proprio candidato, la fedeltà di partito cessa di essere un elemento importante fra deputati e senatori la cui unica preoccupazione è di farsi rieleggere nel proprio stato bocciando qualsiasi legge che renda loro il compito difficile. Trump è riuscito nell’impresa di asservire il partito al suo volere, almeno finché i sondaggi e le elezioni gli daranno ragione: se il voto di midterm dovesse andar male, dentro al Gop potrebbero iniziare le prime defezioni – tanto più che un terzo mandato alla Casa Bianca non è un’opzione e né JD Vance né Marco Rubio, ipotetici delfini del tycoon, ne possiedono il carisma. Di qui a due anni, il bivio per i Repubblicani sembra essere se proseguire sulla strada del populismo nazionalista o cercare un ritorno nell’alveo di una politica più tradizionale – e vicina ai rivali Dem.

I Democratici

Nel generale scivolamento a destra della politica statunitense – e non solo – gran parte del partito Democratico si è trovato cucito addosso l’aggettivo “progressista” in virtù del non essersi spostato da un centrismo conservatore ma – fin dai tempi del New Deal di Franklin Roosevelt – meno individualista e neoliberista: quando necessario, la presenza dello Stato (federale, il che storicamente complica non poco le cose dal punto di vista delle riforme di politica interna) si deve far sentire – come nel caso dell’Affordable Care Act di Barack Obama. In un contesto sociale di progressivo impoverimento dei più – percepito soprattutto della middle class – e di diversificazione razziale e religiosa, tuttavia, questo moderantismo rischia di risultare insufficiente di fronte al populismo nazionalistico sposato dal Gop: dopo i due mandati di Obama, il quadriennio di Joe Biden ha rappresentato in questo senso una grande delusione. Per questo motivo le speranze future del partito sono sempre più affidate a un’ala tradizionalmente minoritaria: quei liberal tacciati dalla destra di “socialismo” (sebbene sia alquanto improbabile che Karl Marx sia mai rientrato nel novero dei loro ispiratori, né la socialdemocrazia europea) e che oggi rappresentano la vera alternativa al trumpismo: personalità emergenti come Abdul el Sayed, Alexandra Ocasio-Cortez, Zoran Mahmdani.

Un’alternativa che tuttavia nasce con due forti limitazioni: la prima è che in termini di elettorato nazionale la nuova corrente rimane divisiva. I candidati mainstream (come era Joe Biden rispetto a Bernie Sanders) rappresentano per i maggiorenti del partito una scommessa ritenuta più sicura, e persino Kamala Harris, tutt’altro che una rivoluzionaria, ha pagato in termini elettorali il suo essere donna, come già Hillary Clinton prima di lei. La seconda è che la loro visione del partito – un po’ più “europeo”, inclusivo e assistenziale – risulta attrattiva in stati socialmente effervescenti come la California o New York, ma assai meno fra gli elettori più tradizionalisti tra le due coste, che sono quelli che al momento decidono ancora le sorti della Casa Bianca. Due anime quindi che possono convivere a livello statale, ma che su scala nazionale sono difficilmente conciliabili: trovare una politica equilibrata fra tradizione e progresso – e fra due anni, un candidato di sintesi – è la difficile missione dei Democratici e il voto di midterm ne rappresenta il primo passo.

Midterm, i rischi di una sconfitta: un Trump senza freni all’estero

Roma, 2 nov. (askanews) – Donald Trump potrebbe uscire sconfitto dalle elezioni di Midterm di domani, 3 novembre, perdere il controllo di una o entrambe le Camere del Congresso, ritrovarsi politicamente indebolito a Washington, ma questo non necessariamente comporterà un ridimensionamento della sua politica estera. Un rovescio elettorale potrebbe anzi spingere il presidente a concentrarsi ancora di più sulle grandi crisi internazionali, cercando nei rapporti con Russia, Cina, Iran e Corea del Nord quei risultati che una nuova maggioranza democratica gli renderebbe più difficile ottenere sul fronte interno. C’è poi un’altra incognita: il voto aprirà di fatto anche la corsa alla successione presidenziale del 2028, destinata a mettere alla prova l’autorità di Trump sul Partito repubblicano e a far emergere le divergenze sulla politica internazionale all’interno del movimento Maga, che lui stesso ha costruito.

E’ questo il paradosso attorno al quale si sviluppano le analisi pubblicate nelle ultime settimane dagli osservatori americani, europei e asiatici sulle conseguenze delle Midterm. Il presidente potrebbe perdere una parte significativa della propria capacità di manovra sul piano interno, conservando tuttavia ampi poteri nella conduzione delle trattative diplomatiche, nelle decisioni militari e nella gestione della politica commerciale. Soprattutto, non dovendo più affrontare una campagna elettorale, potrebbe essere meno condizionato dal costo politico immediato delle proprie iniziative.

Il voto arriva in un momento particolarmente difficile per la Casa bianca. Secondo il sondaggio Reuters/Ipsos concluso il 26 ottobre, il gradimento di Trump è al 32%, mentre tra gli elettori registrati il 47% dichiara di sostenere i democratici nelle elezioni per il Congresso contro il 36% dei repubblicani. La guerra contro l’Iran e la politica dei dazi hanno trasformato questioni apparentemente lontane dalla vita quotidiana degli americani in problemi economici concreti, soprattutto attraverso l’aumento dei prezzi energetici e del costo della vita.

A rendere più complessa la situazione è la prospettiva delle presidenziali del 2028. Trump non potrà candidarsi per un terzo mandato e la corsa per l’eredità politica è già cominciata sottotraccia. Il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio rappresentano due possibili declinazioni del futuro del trumpismo, soprattutto in politica estera. Il primo ha costruito parte della propria identità politica sulla critica agli interventi militari prolungati e agli impegni americani in Europa; il secondo proviene da una tradizione repubblicana più favorevole all’esercizio della leadership internazionale degli Stati uniti e a una linea dura verso gli avversari strategici.

Le divergenze sono emerse proprio nella gestione della guerra contro l’Iran. Vance ha mantenuto una posizione più cauta sull’intervento e ha assunto un ruolo importante nei tentativi negoziali con Teheran, mentre Rubio ha difeso più apertamente l’opzione militare. Le differenze potrebbero diventare più rilevanti quando si aprirà la competizione per la candidatura repubblicana. Il fioretto potrebbe diventare sciabola.

Il risultato delle Midterm, inoltre, potrebbe incidere indirettamente anche sulle scelte internazionali della Casa bianca. Un Congresso controllato dai democratici potrebbe bloccare nuove iniziative legislative, condizionare gli stanziamenti e aprire indagini sull’amministrazione. Se i democratici conquistassero anche il Senato, potrebbero intervenire sulle nomine dei funzionari e degli ambasciatori. Trump conserverebbe però il potere di veto, superabile soltanto con i due terzi dei voti in entrambe le Camere, e gran parte delle prerogative presidenziali in politica estera.

Secondo Philip Bushman, ricercatore del Japan Institute of International Affairs, in uno studio pubblicato oggi, proprio questa situazione potrebbe indurre Trump a spostare il baricentro del proprio mandato verso la diplomazia e la sicurezza internazionale. E’ un fenomeno già osservato nella storia americana: dopo la sconfitta repubblicana alle Midterm del 2006, il presidente George W. Bush decise un consistente aumento delle truppe, nonostante l’opposizione democratica.

Il primo dossier sul quale una simile dinamica potrebbe manifestarsi è l’Iran. L’8 ottobre Trump ha dichiarato che non avrebbe ordinato nuovi attacchi contro Teheran prima del 3 novembre. Già a settembre, Reuters aveva riferito che i suoi consiglieri erano orientati a evitare un’escalation militare in prossimità delle elezioni, senza escludere una ripresa delle operazioni successivamente. Il presidente potrebbe quindi ritrovarsi, dopo il voto, con minori vincoli elettorali proprio mentre aumenterebbero le pressioni del Congresso per limitare la guerra.

Il senatore democratico Chris Murphy ha dichiarato a Foreign Policy che un’eventuale nuova maggioranza dovrebbe subordinare i finanziamenti militari alla cessazione delle ostilità, se il conflitto fosse ancora in corso nel 2027. Ma una vittoria democratica non impedirebbe automaticamente a Trump di ordinare ulteriori operazioni militari, aprendo invece la prospettiva di uno scontro istituzionale sui poteri di guerra del presidente. L’Iran è inoltre il dossier che più direttamente potrebbe influenzare la successione repubblicana, accentuando la contrapposizione fra chi considera prioritario evitare nuovi impegni militari americani e chi sostiene una strategia di pressione più aggressiva contro Teheran.

Diversa la situazione dell’Ucraina, dove un Congresso democratico potrebbe cercare di contrastare concretamente la linea della Casa bianca. Il blocco degli aiuti militari diretti a Kiev e il recente allentamento delle sanzioni contro la Russia hanno provocato critiche anche tra i repubblicani. Il 16 ottobre Trump ha sospeso gran parte delle misure previste dalla legge sulle sanzioni contro Mosca approvata in settembre con sostegno bipartisan. Una nuova maggioranza potrebbe tentare di ripristinare i finanziamenti per le forniture militari e di limitare la discrezionalità presidenziale nell’applicazione delle sanzioni.

Invece, il controllo dei negoziati con Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky resterebbe nelle mani di Trump. Questo apre a un’altra possibile contraddizione: un presidente indebolito a Washington potrebbe cercare di accelerare un accordo sulla guerra, presentandolo come il grande successo diplomatico del proprio secondo mandato. La stampa russa ha evidenziato la possibilità di un irrigidimento del Congresso nei confronti di Mosca ma, allo stesso tempo, negli ambienti ucraini permane il timore che Trump possa intensificare la pressione su Kiev per ottenere rapidamente un’intesa con il Cremlino.

Ancora più articolate le conseguenze sui rapporti con la Cina. Il vertice di settembre tra Trump e Xi Jinping ha avviato una fase di stabilizzazione delle relazioni bilaterali, ma le divergenze su commercio, tecnologie e sicurezza nell’Indo-Pacifico rimangono profonde. Soprattutto, la competizione strategica con Pechino è uno dei pochi temi sui quali esiste un ampio consenso tra democratici e repubblicani.

Wu Xinbo, direttore del Centro di studi americani dell’Università Fudan di Shanghai, ha osservato in un’intervista al portale cinese Fenghuang che un Congresso controllato dai democratici potrebbe aumentare le pressioni sui diritti umani, sugli investimenti cinesi negli Stati uniti e su Taiwan. Ma la linea di Trump potrebbe risentire anche delle richieste provenienti dai repubblicani favorevoli a un approccio più intransigente verso Pechino. La Casa bianca potrebbe quindi continuare a cercare accordi con Xi su dazi, terre rare e tecnologie, mentre il Congresso renderebbe più difficile giustificare eventuali concessioni.

Il nodo più delicato è Taiwan. Trump mantiene sospesa l’approvazione di un pacchetto di vendite militari all’isola del valore di circa 14 miliardi di dollari, nell’intento di tenere aperta la porta del dialogo con Pechino. Tuttavia, il sostegno alla sicurezza taiwanese gode di un ampio consenso bipartisan e una maggioranza democratica potrebbe aumentare le pressioni per sbloccare le forniture. Il rischio è che una politica presidenziale orientata a stabilizzare i rapporti con Xi entri in attrito con gli orientamenti del Congresso, complicando ulteriormente la gestione dello Stretto di Taiwan.

La ricerca di risultati diplomatici, poi, potrebbe coinvolgere anche la questione Corea del Nord. Un eventuale negoziato rappresenterebbe uno degli ambiti nei quali il presidente potrebbe agire con maggiore autonomia rispetto al Congresso. Il Japan Institute of International Affairs segnala un problema particolarmente sensibile per gli alleati asiatici: Washington potrebbe cercare un accordo limitato al congelamento di determinate capacità nucleari e missilistiche nordcoreane, privilegiando la protezione del territorio americano rispetto alle minacce contro Giappone e Corea del Sud. Un compromesso presentato da Trump come un successo diplomatico potrebbe quindi lasciare irrisolti importanti problemi di sicurezza regionale.

Infine la Nato. Una vittoria democratica potrebbe rafforzare l’opposizione, anche sul fronte repubblicano, ai progetti di riduzione della presenza militare americana in Europa. Tuttavia, questo non farebbe diminuire la pressione sugli alleati europei affinché si accollino una quota maggiore della difesa del Vecchio Continente, anche perché questo è un tema bipartisan negli Usa. D’altronde, come ha evidenziato un rapporto dell’European Council on Foreign Relations pubblicato a settembre, ci sono forti discrepanze anche all’interno del Partito democratico sul futuro della politica estera Usa: il ritorno di una maggioranza democratica al Congresso, dunque, non equivarrebbe quindi necessariamente a un ritorno all’atlantismo tradizionale delle amministrazioni precedenti.

Per Trump, il risultato del voto potrebbe insomma aprire una fase contraddittoria: maggiori ostacoli interni, un’autorità politica messa alla prova dai risultati del suo partito e una competizione per la successione destinata a intensificarsi, ma anche la possibilità di concentrare gli ultimi due anni del mandato sulle questioni internazionali. Il presidente, non avendo più una rielezione personale da conquistare, potrebbe dedicare maggiore attenzione alla costruzione della propria eredità politica, cercando di lasciare al successore repubblicano risultati diplomatici capaci di prolungare l’influenza del suo movimento.

Non è detto, tuttavia, che le due esigenze coincidano. Un accordo con Putin, un compromesso con Xi o una nuova intesa con Kim potrebbero suscitare resistenze proprio tra i repubblicani, mentre il confronto fra Vance e Rubio potrebbe rendere più visibili le diverse anime della politica estera conservatrice. La vera conseguenza delle Midterm potrebbe quindi essere non soltanto una ridefinizione dei rapporti tra Casa bianca e Congresso, ma anche l’apertura della battaglia per stabilire quale politica internazionale sopravvivrà alla presidenza Trump dopo il 2028.

Midterm, il controllo del Senato: le sette sfide decisive

Roma, 2 nov. (askanews) – A poche ore dalle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, il partito democratico appare favorito per riconquistare la Camera, mentre la contesa per il Senato sembra molto più incerta. Per strappare il controllo del Senato al Gop, i democratici devono conquistare almeno quattro seggi: al momento, infatti, i Repubblicani hanno una maggioranza di 53 seggi contro 47. Tuttavia, il crescente malcontento degli elettori nei confronti del presidente Donald Trump hanno reso incerte sfide elettorali anche in Stati tradizionalmente considerati roccaforti repubblicane.

Ad oggi i democratici risultano nettamente favoriti solo in uno Stato attualmente in mano ai Repubblicani: la Carolina del Nord, dove l’ex governatore democratico Roy Cooper è dato per favorito nella corsa contro il repubblicano Michael Whatley. Secondo il ‘Cook Political Report’, un’analisi indipendente, risultano invece molto incerte le sfide in altri sette Stati. Nel 2024 Trump ha vinto in sei di questi sette Stati, in cinque dei quali con un margine a doppia cifra.

Nella maggior parte di queste sfide, i Repubblicani stanno investendo più risorse dei Democratici, in particolare in Texas e Ohio.

Secondo le medie calcolate dal Washington Post sulla base degli ultimi sondaggi, i Democratici sarebbero in leggero vantaggio in tutte e sette gli Stati anche se, nella maggior parte dei casi, il distacco rientra nel margine di errore.

ALASKA L’ex deputata democratica Mary Peltola sfida il senatore repubblicano Dan Sullivan, che punta a un terzo mandato in uno Stato duramente colpito dall’aumento dei prezzi del gasolio per il conflitto con l’Iran, e da altre difficoltà legate al costo della vita. La competizione è stata resa più complessa dalla candidatura di Daniel J. Sullivan Jr., un insegnante in pensione, il cui nome comparirà sulla scheda elettorale in virtù del particolare sistema elettorale dello Stato che ammette quattro candidati. I repubblicani hanno accusato l’insegnante di fungere da ‘esca’, inserita dai democratici per confondere gli elettori. Accusa che il diretto interessato ha respinto.

Nel 2024, Trump ha vinto in Alaska con un vantaggio di 13 punti percentuali.

IOWA La deputata repubblicana Ashley Hinson sfida il deputato statale democratico Josh Turek in uno Stato che l’ex presidente Barack Obama aveva conquistato due volte, ma che sotto Trump si è spostato su posizioni più conservatrici.

Entrambi i candidati hanno cercato di convincere gli elettori di non essere vincolati al proprio partito o alla sua leadership. Hinson ha detto che sosterrà Trump su questioni come la sicurezza delle frontiere, ma che non esiterà a opporsi qualora ritenesse le sue politiche inadatte per l’Iowa. Turek, che sta facendo campagna elettorale in uno Stato che non elegge un democratico al Senato degli Stati Uniti da 16 anni, si è definito ‘orgogliosamente un moderato’, sostenendo che potrebbe arrivare ad accordi con Trump su diverse questioni.

In Iowa, gli agricoltori costituiscono un importante blocco elettorale e dipendono dal gasolio per alimentare i propri macchinari. A meno di due settimane dalle elezioni, il presidente ha annunciato lo stanziamento di 8 miliardi di dollari in pagamenti una tantum a favore degli agricoltori.

Nel 2024, l’Iowa ha votato per Donald Trump con un margine di 13,2 punti percentuali.

KANSAS All’inizio dell’anno, nessuno dei due partiti riteneva competitiva la sfida in Kansas, lo Stato dove, da quasi un secolo, nessun democratico è riuscito a conquistare un seggio al Senato (l’ultima volta nel 1932). Tuttavia, i sondaggi indicano che Adam Hamilton, un democratico che si presenta come moderato, è impegnato in una sfida molto serrata contro il senatore repubblicano Roger Marshall.

I repubblicani hanno accusato Hamilton, pastore metodista a capo della più grande chiesa dello Stato, di fingere di essere un moderato, rilanciando sue vecchie dichiarazioni a sostegno del movimento Black Lives Matter e a favore di un percorso verso la cittadinanza per gli immigrati privi di documenti.

Nel 2024 Trump ha vinto in Kansas con un margine di 16 punti. I vertici del Partito Repubblicano hanno ammesso che la competizione è serrata, molto più di quanto avrebbero auspicato. Tanto da dirottare risorse dalla Carolina del Nord per sostenere Marshall, che nelle ultime settimane ha anche criticato l’operato dell’agenzia federale per l’immigrazione (Ice) nello Stato.

MAINE La senatrice repubblicana Susan Collins punta a conquistare un sesto mandato in uno Stato che nel 2024 ha votato contro Trump. Collins verrà sfidata da Troy Jackson, un democratico dell’area progressista ed ex presidente del Senato statale, entrato in corsa solo a luglio, dopo che il candidato inizialmente designato, Graham Platner, si è ritirato per le accuse di violenza sessuale. Secondo i sondaggi, la sfida si preannuncia molto combattuta.

Il Maine è lo Stato che ha più subito le ripercussioni della guerra commerciale al Canada, tanto che la scorsa settimana l’amministrazione Trump ha annunciato la revoca per alcuni prodotti, a partire dal 30 ottobre, dei dazi al 50% imposti la scorsa estate, proprio per sostenere Collins.

MICHIGAN Il Michigan è considerato dai repubblicani la migliore opportunità di conquistare un seggio dopo che l’establishment democratico non è riuscito a imporre il proprio candidato. Il progressista Abdul El-Sayed, figlio di genitori immigrati dall’Egitto ed ex funzionario della sanità pubblica, si è infatti imposto alle primarie tenute ad agosto e sfiderà l’ex deputato repubblicano Mike Rogers in quella che potrebbe rivelarsi la contesa più serrata dell’anno per un seggio al Senato attualmente in mano ai Democratici. Lo scorso fine settimana, sia Trump che l’ex presidente Barack Obama hanno fatto campagna elettorale in Michigan.

El-Sayed è spesso preso di mira dal presidente americano: nel comizio tenuto domenica a Port Huron, in Michigan, lo ha definito un ‘jihadista’. Rogers, ex agente dell’Fbi che è stato per 14 anni alla Camera dei Rappresentanti, ha cercato di prendere le distanze da Trump soprattutto riguardo alla guerra commerciale con il Canada, che sta creando problemi all’industria automobilistica, il motore economico del Michigan.

Nel 2024 Trump ha vinto con uno scarto di un punto percentuale.

OHIO Il democratico Sherrod Brown punta a tornare al Senato dopo aver perso il seggio nel 2024, sfidando il senatore Jon Husted, nominato lo scorso anno al Senato per sostituire il vice presidente JD Vance. Il vincitore di questa elezione dovrà ripresentarsi alle urne nel 2028 per un mandato completo di sei anni.

La sfida in Ohio è diventata una delle più costose per il Senato a livello nazionale, con oltre 360 milioni di dollari spesi dalle due parti. Brown ha speso milioni di dollari in spot per attaccare Husted riguardo al suo sostegno alla realizzazione dei data center, mentre Husted ha criticato Brown per una carriera politica iniziata più di 50 anni fa.

Nel 2024 Trump ha vinto con un margine di 11 punti.

TEXAS I Democratici non vincono un’elezione per il Senato in Texas dal 1988, l’anno prima della nascita del deputato locale, James Talarico, che sfida il procuratore generale repubblicano Ken Paxton in un Stato di orientamento conservatore che negli ultimi anni ha più volte infranto le speranze dei Democratici.

I repubblicani hanno già speso 300 milioni di dollari per mantenere il seggio, dopo che gli elettori hanno preferito Paxton, al centro di numerosi scandali, al senatore repubblicano in carica John Cornyn. Talarico ha definito Paxton ‘il politico più corrotto del Texas’, mentre Paxton ha attaccato Talarico per aver invitato gli americani a ridurre il consumo di carne e le emissioni di gas serra per contrastare il cambiamento climatico. ‘Petrolio. Carne bovina. Uno stile di vita – recita uno spot di Paxton – ma il radicale James Talarico vuole dare tutto alle fiamme’.

Nel 2024, Trump ha vinto in Texas con un margine di quasi 14 punti, conquistando forte sostegno anche dalla comunità latina che rappresenta circa un elettore su cinque in Texas. Tuttavia, le operazioni dell’agenzia per l’immigrazione e le dogane (Ice) potrebbero spingere molti di questi elettori verso Talarico.

Anche la politica italiana guarda alle Midterm, tra tifo e distanza

Roma, 2 nov. (askanews) – Tra tifo e “rimozione” anche la politica italiana osserva con grande attenzione le elezioni di Midterm.

Alle prese con qualche guaio interno (i nodi del programma da sciogliere, la formula delle primarie su cui accordarsi, i centristi in ordine sparso), rinvigorito dai risultati dei voti in Serbia e soprattutto in Brasile, ma con il rischio di restare “orfano” del campione europeo Pedro Sanchez, il centrosinistra italiano parteggia naturalmente per i democratici alle elezioni Usa. Che poi tra i rappresentanti dell’Asinello ci siano politici con posizioni diverse e spesso distanti dalle varie anime e tradizioni progressiste italiane è un altro discorso.

“Penso e spero che Trump pagherà un prezzo alto alle prossime elezioni di Midterm, perché è un presidente che aveva promesso di mettere fine ai conflitti e di migliorare le condizioni economiche degli americani”, aveva detto a maggio la segretaria del Pd Elly Schlein, che proprio in quel mese, dopo la stretta di mano con Barack Obama in Canada, ha incontrato Bernie Sanders in un lungo colloquio, a margine del Salone Internazionale del Libro di Torino. Certo Sanders – al pari di Alexandria Ocasio-Cortez – con le sue proposte di sinistra-sinistra (tra cui la wealth tax, la patrimoniale per i super-ricchi) non può piacere all’ala riformista del partito che guarda piuttosto agli esponenti centristi dei Dems. La parola patrimoniale, invece, è miele per Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli di Avs. Il leader di Sinistra italiana non ha mai fatto mistero dell’avere il senatore del Vermont come un punto di riferimento. Così come apprezza Abdul El Sayed, candidato in Michigan, il sindaco di New York Zohran Mamdani, Donavan McKinney e Sam Forstag. Matteo Renzi, naturalmente, auspica la sconfitta di Trump. Quanto ai modelli, però, ha sepre volato alto: “Sono cresciuto sognando Kennedy, Clinton, Obama”, ha detto più volte.

Nel centrodestra, sull’America è sostanzialmente calato il silenzio. Dopo le pesanti critiche (e offese) lanciate nei mesi scorsi dal presidente Usa all’indirizzo della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la linea Palazzo Chigi-Casa Bianca si è molto allentata, se non sostanzialmente interrotta. Non sono più i tempi della presunta “relazione speciale” tra i due: meglio mantenere la distanza di sicurezza dal tycoon, pur cercando di non rompere il rapporto fondamentale con gli Stati Uniti. Del resto il ruolo istituzionale impone di evitare litigi, nella sostanza ma anche nelle dichiarazioni pubbliche, anche in vista del G20 di Miami di dicembre che – a maggior ragione in caso di sconfitta di Trump – rischia di essere complicatissimo. Meloni è tornata sul tema del rapporto con Trump proprio nei giorni scorsi, rispondendo a una domanda di Bruno Vespa per il nuovo libro del giornalista televisivo. E la risposta è stata molto diplomatica. “Non mi pento di essere stata molto vicina al presidente Trump all’inizio del suo secondo mandato. Perché farlo significava difendere l’interesse nazionale”, ha detto, archiviando di fatto quella fase del rapporto. “Ho avuto – ha proseguito – un buon rapporto anche con Joe Biden e sono stata criticata anche per questo. A maggior ragione era naturale lavorare per costruire una relazione ancora più stretta con gli Stati Uniti una volta eletto Donald Trump”. Peraltro, ha rivendicato, “quella vicinanza è stata davvero utile e anche molto apprezzata da tanti governi europei perché ha aiutato a tenere aperto il dialogo euro-atlantico anche nei momenti di maggiore incomprensione e anche a ricondurre nel giusto ambito, quello della Nato, problemi complessi come la Groenlandia e la sicurezza dell’Artico. Tutte cose utili all’Italia, all’Europa e all’Occidente. Tutte cose che rivendico e che rifarei”.

Tra gli alleati, se Antonio Tajani, da ministro degli Esteri, coltiva i rapporti con l’amministrazione Usa, da esponente politico si guarda bene dall’entrare nella partita. Totale “rimozione” per la Lega di Matteo Salvini. Dall’iniziale entusiasmo MAGA, con tanto di sostegno al conferimento del Nobel per la pace al tycoon, il leader leghista ha preso da tempo le distanze dal presidente Usa. Prima difendendo Meloni, poi mettendo paletti sulla questione iraniana: “Trump? Sono amico degli Usa, ma bisogna fermarsi finché siamo in tempo”, aveva detto a questo proposito nell’aprile scorso. Poi sostanzialmente il silenzio: la politica estera del vicepremier leghista, essenzialmente, riguarda l’Ucraina, con le critiche al sostegno ‘senza se e senza ma’ a Kiev: “Mi darete il mandato di portare al Consiglio dei ministri la posizione chiara della Lega, non possiamo continuare a mandare soldi e armi”, ha detto al congresso del Carroccio, salvo poi fare un mezzo passo indietro.

Infine Roberto Vannacci. Che non rinuncia a spararla sempre grossa: Trump un modello per Futuro Nazionale? Il contrario. “Trump ha scelto la linea Vannacci. Lo faccia anche l’Italia. Il governo dovrebbe smettere di seguire von der Leyen, dovrebbe smettere di foraggiare l’Ucraina per una guerra non nostra e dovrebbe fare gli interessi degli italiani. Per abbassare il costo dell’energia la dobbiamo comprare da chi ce la vende a minor prezzo”, ha scritto nelle scorse settimane sui social commentando l’accordo tra il leader Usa e Vladimir Putin sul gasolio.

Padel, Fip Gold Torino: trionfi per Barahona-Piotto e Fassio Lopez

Roma, 2 nov. (askanews) – Javi Barahona e Nacho Piotto nel tabellone maschile, Martina Fassio e Amanda Lopez in quello femminile: sono loro i vincitori del Fip Gold Mediolanum Padel Cup Torino, uno degli appuntamenti più prestigiosi del Cupra Fip Tour, il circuito della Federazione Internazionale Padel. Nel maschile, si legge in una nota, i numeri uno del seeding hanno conquistato il titolo superando in finale i NextGen Santino Contreras e Santi Pineda con un periodico 6-3. Una vittoria maturata grazie a una prestazione solida e concreta, con un break per set a indirizzare il risultato. Per Barahona si tratta del quarto successo in carriera in Italia nel Cupra Fip Tour. Era arrivato dopo le finali perse a ottobre nei FIP Gold di Perugia e Siviglia, quest’ultima giocata proprio in coppia con Piotto. “Sono troppo felice di aver vinto – ha detto Barahona con tanta emozione – Dopo due finali perse finalmente è arrivata la vittoria. Devo ringraziare Nacho: ha giocato benissimo”.

Nel femminile, prosegue la nota, successo per Martina Fassio e Amanda Lopez, che hanno superato Julia Polo e Ana Dominguez con il punteggio di 6-4 7-6. Dopo un primo set equilibrato, deciso dal break conquistato sul 4-4, la coppia vincitrice ha dovuto lottare fino al tie-break del secondo parziale per mettere a segno il punto decisivo e sollevare il trofeo. “Grazie a tutto il pubblico per esserci venuto a vedere numeroso in questi giorni: giocare a Torino è fantastico”, ha detto Fassio, “Sono molto soddisfatta del livello del nostro gioco durante tutto il torneo. La finale è stata durissima”. Si chiude così una settimana di grande padel a Torino, con un torneo che ha confermato il prestigio e il valore internazionale del Cupra Fip Tour.

Midterm, il voto che misura il consenso di Trump

Roma, 2 nov. (askanews) – Non sono in pochi a sostenere che le elezioni di midterm statunitensi, che si svolgeranno domani, 3 novembre, siano una sorta di referendum per misurare il consenso nei confronti di Donald Trump. E tra questi c’è anche l’inquilino della Casa Bianca, che ha più volte invitato gli elettori a comportarsi come se nella consultazione in lizza ci fosse il suo stesso nome.

Un’impostazione che, riflettono gli analisti politici, molti repubblicani vorrebbero evitare ma allo stesso tempo sono consapevoli essere inevitabile. La maggior parte dei repubblicani ha troppa paura di dire apertamente a Trump quanto sia impopolare – la riflessione – ma al di là della loro timidezza hanno bisogno che gli elettori di Trump che raramente votano si rechino alle urne. E’ il motivo principale per il quale stanno assecondando una strategia incentrata su Trump, che secondo molti rischia di compromettere la loro credibilità e di far perdere seggi sia alla Camera sia al Senato. “Non abbiamo scelta. Siamo bloccati sulla stessa barca con lui, che ci piaccia o meno”, ha recentemente dichiarato un alto responsabile della campagna repubblicana, in contatto con l’organizzazione politica di Trump, “Ora, quando la marea sale, tutte le barche vengono sollevate. Ma gli unici che sembrano convinti che la marea stia salendo sono quelli della Casa Bianca”.

Trump ha di fatto preteso che gli spot elettorali fossero incentrati su di lui, sostenendo che le elezioni di midterm rappresentino comunque dei referendum sulla figura del presidente. Ha puntato inoltre a mettere in evidenza i risultati ottenuti dalla sua amministrazione. “Non sono sulla scheda elettorale, ma è come se ci fossi”, ha detto il presidente americano a un suo confidente. L’inquilino della Casa Bianca ha riconosciuto che “la storia ci insegna che il presidente in carica” subisce sconfitte alle elezioni di metà mandato, ma ha anche tenuto a evidenziare che “nessuno ha mai avuto un primo anno e mezzo come il nostro”.

Secondo gli “strateghi” repubblicani, Trump ha utilizzato un messaggio efficace sui tagli fiscali. Ma le loro ricerche mostrano sempre più spesso che gli elettori attribuiscono a Trump la responsabilità della guerra in Iran, che sta facendo aumentare il costo della benzina, con il prezzo del diesel ai massimi storici. E i suoi discorsi tendono a essere poco coerenti e privi di una linea chiara, con un’efficacia a volte discutibile. Dal progressista Maine al conservatore Missouri, dalla Florida all’Oregon, gli elettori non nascondo preoccupazione per alcune delle principali politiche del presidente: la già citata guerra con l’Iran, che si sta nuovamente intensificando; la politica draconiana in materia di immigrazione; i dazi e le altre misure economiche che hanno fatto aumentare il costo della vita.

Oppressi dal caro vita – in primis il prezzo dei carburanti, il principale indicatore a cui l’americano medio guarda per capire quanto il proprio portafoglio sia sotto pressione – gli elettori sono sconcertati dall’ossessione di Trump per progetti come la sfarzosa sala da ballo che ha ordinato di costruire alla Casa Bianca. E il tasso di approvazione del presidente è ai minimi del suo secondo mandato. I democratici, che hanno subito una pesante sconfitta alle elezioni presidenziali del 2024 – proprio a causa delle preoccupazioni degli elettori per l’inflazione e il costo della vita -, hanno riconquistato il sostegno della propria base e degli elettori indipendenti delusi, insoddisfatti di Trump e della situazione attuale. I sondaggi indicano che, se si votasse domani, l’opposizione otterrebbe una larga maggioranza alla Camera dei rappresentanti, dove i repubblicani dispongono attualmente di un vantaggio di pochi seggi. E i democratici hanno la possibilità di conquistare il Senato, risultato che soltanto pochi mesi fa sarebbe sembrato impossibile.

Anche gli avversari di Trump, poi, stanno assecondando questa “personalizzazione” sulla figura del presidente nelle elezioni di midterm. Dal 1 settembre, i candidati democratici e i loro alleati hanno speso oltre 163 milioni di dollari in spot televisivi che menzionano il presidente repubblicano, secondo un’analisi dell’Ap basata sui dati di AdImpact, società che monitora gli investimenti pubblicitari sui media. Molti degli spot democratici accusano gli avversari repubblicani di anteporre Trump agli interessi degli elettori, soprattutto su questioni come i dazi e la guerra in Iran, che secondo i democratici stanno facendo sensibilmente lievitare il costo della vita.

Un sondaggio di NBC News ha rilevato che oltre il 40 per cento degli elettori registrati ha dichiarato di voler utilizzare il proprio voto per il Congresso per “inviare un segnale di opposizione al presidente Trump”. La propensione a esprimere un voto di protesta contro il presidente americano è aumentata rispetto al 38 per cento registrato in vista delle prime elezioni di midterm di Trump, nel 2018, e al 35 per cento di elettori che nel 2022 intendevano manifestare la propria opposizione al presidente Joe Biden. Il dato è inoltre superiore al 37 per cento di elettori che nel 2006 votarono per esprimere opposizione al presidente George W. Bush, durante la guerra in Iraq, diventata progressivamente sempre più impopolare.

Una percentuale più bassa, inferiore al 30 per cento, ha dichiarato che il proprio voto del 2026 sarà “un segnale di sostegno” a Trump: dato leggermente inferiore a quello registrato nel 2018. Il 28 per cento degli intervistati, invece, ha sottolineato che il proprio voto non rappresenterà un segnale né di sostegno né di opposizione al presidente.

I volti del Fayum, tra l’Egitto e Roma storie che parlano di noi

Roma, 2 nov. (askanews) – I volti dipinti dell’Egitto romano come specchio del tempo, che creano un dialogo vivido tra la storia e il nostro presente. Il Museo dell’Ara Pacis di Roma ospita la mostra “Egitto e Roma – I volti del Fayum”, dedicata a quelle che sono tra le immagini pittoriche più celebri dell’antichità, ma che sono rare nei musei italiani.

“È un’occasione per vedere una tipologia di arte, amata tantissimo anche dagli artisti della fine dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento, cioè i ritratti del Fayum – ha spiegato ad askanews Claudio Parisi Presicce, sovrintendente capitolino ai Beni culturali e co-curatore della mostra – che solitamente è difficile da raccogliere in un percorso espositivo. Un prestito eccezionale che viene fatto per la prima volta dal Museo del Cairo ci ha consentito di raccogliere circa 110 opere che raccontano un modus di interpretare la memoria individuale”.

Oltre che dall’Egitto, i prestiti arrivano anche dal Louvre di Parigi e dal Metropolitan di New York, a testimonianza del valore internazionale del progetto, che ha poi anche un grande impatto sui visitatori, perché questi ritratti sembrano proprio guardarci negli occhi e ci parlano di tante culture diverse e conviventi. “Sembra quasi un paradosso – ha aggiunto Laura Petacco, co-curatrice del progetto -. Questi ritratti funerari ci parlano invece della vita, dei rapporti tra le persone, dei ruoli nella società, di identità culturali. Attraverso questa carrellata di ritratti infatti riusciamo a cogliere tutta una serie di elementi che ci riportano a una società, quella dell’Egitto romano, molto composita, molto ricca, frutto dell’interazione e dell’intreccio del substrato culturale egizio con la lunga dominazione greca, sappiamo che l’Egitto fu conquistato da Alessandro Magno, e dai contatti con la civiltà romana. Quindi in tutti questi volti troviamo un po’ di tutto questo”.

La mostra è promossa da Roma Capitale, dalla Sovrintendenza ai Beni culturali, da MondoMostre e Civita Mostre e Musei in associazione temporanea di imprese ed è aperta al pubblico dal 5 novembre 2026 al 2 maggio 2027. “La possibilità di avere oggi a Roma questa straordinaria mostra – ci ha spiegato l’amministratore delegato di Civita Mostre e Musei, Giorgio Sotira – di ottenere la fiducia delle istituzioni egiziane e di grandi musei prestatori da tutto il mondo è stata possibile solo grazie a questa collaborazione e alla fusione che si è realizzata tra vari team di lavoro, mossi da grandi competenze e straordinaria passione. Come produttore a noi fa piacere cercare quei progetti che possano portare diversi pubblici nelle nostre mostre, avvicinare la cultura alle persone che è poi la nostra mission”.

I volti e le storie di questi dipinti attraversano i millenni, ma, come nel caso del famosissimo Tondo dei due fratelli, che è stato anche restaurato per l’occasione, è la loro evidenza umana a creare una sensazione di perdurante meraviglia. “Una emozione enorme che si stabilisce individualmente – ha concluso Presicce – con i singoli ritratti espressi da queste minute e fragilissime tavolette dipinte”.

Così lievi da avere la forza di superare la barriera del tempo per dirci ancora qualcosa di noi, adesso. (Leonardo Merlini)

Midterm, il costoso carrello della spesa: un problema per il Gop

New York, 2 nov. (askanews) – Negli Stati Uniti la chiamano “affordability” e potrebbe essere cruciale nel determinare l’esito delle elezioni di metà mandato del prossimo tre novembre. Per il partito di un presidente, Donald Trump, che aveva centrato la sua rielezione proprio intorno all’accessibilità economica e che aveva scaricato sul suo predecessore, Joe Biden, la responsabilità di un’inflazione alta, le prospettive sulla carta sono preoccupanti. Lo dicono i sondaggi. Lo dicono anche dati e analisi di vario tipo.

A causa di una guerra contro l’Iran entrata nel nono mese e che ha destabilizzato il sistema energetico mondiale, Trump ha raggiunto un risultato non invidiabile e impensabile solo a gennaio: il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti durante il suo secondo mandato è più alto di quello durante l’era Biden. La differenza è minima ma per un leader che nell’estate del 2024 aveva promesso prezzi sotto i due dollari al gallone, il fatto che a pochi giorni del voto la media nazionale sia di oltre 4,24 dollari (contro i 3,04 dollari di un anno fa) la dice lunga sullo scontento generale. Per il gasolio, va anche peggio: i sei dollari sono stati superati contro i 3,6 di 12 mesi fa. Non a caso Trump ha siglato un accordo controverso per importare gasolio russo, anche se per gli analisti la mossa non aiuta.

Andare dal benzinaio per fare il pieno non è l’unica fonte di frustrazione per gli americani. Lo è anche fare la spesa, ricevere servizi sanitari, pagare le bollette con i prezzi dell’elettricità saliti anche per colpa dei data center, la cui costruizione non è mai stata così impopolare. Mentre i prezzi salgono, le tasche degli americani si svuotano. Solo a settembre i prezzi sono saliti in un anno del 3,7% ma i salari orari non sono rimasti allo stesso passo, essendo cresciuti del 3%.

Secondo il Washington Post, i redditi non sono rimasti al passo dei costi in aumento in 42 dei 46 distretti più competitivi in questa tornata elettorale. Il quadro è peggiore nei distretti controllati dai repubblicani: la percentuale delle famiglie che non riesce a coprire le spese di base è aumentata del 2,1% nei distretti in mano al GOP e dell’1,7% in quelli a guida democratica. Il Washington Post calcola che nei distretti cruciali, il 60% delle famiglie non ha abbastanza reddito per coprire i costi per casa, spesa, trasporti, sanità, assistenza all’infanzia e tasse.

Il GOP continua a puntare il dito contro Biden e il caos da lui lasciato. L’idea è che Trump sta facendo pulizia e ha bisogno di tempo ma nel frattempo ha garantito un’economia solida. Dal canto suo il presidente continua a promettere prezzi in calo e a vantarsi di un “dono” fatto dal Venezuela: una nave con “un milione di barili di petrolio”.

Il presidente tuttavia ha mostrato una certa insensibilità nei confronti delle preoccupazioni degli elettori. Sabato 24 ottobre, dalla Georgia, con toni scurrili ha letteralmente detto: “Non me ne importa nulla” se i media dicono che la gente soffre quando va al benzinaio, “Lo dirò: Stiamo facendo una fortuna pazzesca” con i prezzi del petrolio alti. “Il business del petrolio e del gas degli Stati Uniti sta facendo centinaia di miliardi di dollari”, si è vantato Trump durante il comizio. Martedì 27 ottobre dal Texas ha detto che il “dividendo da 5.000 dollari” promesso a tutti i cittadini americani adulti nel caso in cui i repubblicani mantengano il controllo del Congresso basterebbe per comprare “un hamburger e forse un dessert piccolo”.

Qualcuno lo paragona a George W Bush nel 2006, quando il presidente repubblicano era impantanato in un conflitto in Medio Oriente che non solo trascinò giù il partito quell’anno ma lo lasciò ferito in vista dell’elezione presidenziale successiva (quella vinta nel 2008 da Barack Obama). Stando a CNN, Trump ora ha almeno i quattro peggiori livelli di approvazione mai registrati per un presidente nell’ottobre prima di un’elezione di midterm dal 1938. Nella sua carriera politica lui non è mai sceso così in basso. Resta da vedere se, mentre il costo della vita sale, la performance del GOP scenderà alle Midterm.

Midterm, come si vota: tutto quello che c’è da sapere

Roma, 2 nov. (askanews) – Il voto di metà mandato negli Stati Uniti non serve a scegliere il presidente, pur misurandone in qualche modo il livello di consenso nel Paese, ma a rinnovare una parte fondamentale delle istituzioni federali e a eleggere numerosi rappresentanti a livello statale e locale. Dietro l’appuntamento del 3 novembre c’è però un sistema elettorale articolato, nel quale registrazione degli elettori, modalità di voto, scadenze e procedure di scrutinio cambiano da uno Stato all’altro. Ecco come funzionano le elezioni di midterm e quali regole devono conoscere gli elettori.

Che cosa si vota

Le elezioni di midterm negli Stati Uniti si svolgono martedì 3 novembre 2026 e riguardano il rinnovo del Congresso, il Parlamento federale composto dalla Camera dei rappresentanti e dal Senato. Si tengono a metà del mandato presidenziale, che dura quattro anni, e non prevedono l’elezione del presidente. Gli elettori sono chiamati a rinnovare tutti i 435 seggi della Camera, i cui membri restano in carica due anni, e 35 dei 100 seggi del Senato: 33 rientrano nel normale ciclo elettorale, mentre due sono oggetto di elezioni suppletive in Florida e Ohio, per assegnare i seggi rimasti vacanti dopo l’uscita dal Senato di Marco Rubio e J.D. Vance. Oltre al Congresso, in 36 Stati si voterà per eleggere il governatore. Sono previste anche elezioni per le assemblee legislative statali e per altre cariche locali, oltre a referendum e quesiti sottoposti agli elettori, dove previsti.

Camera e Senato: collegi e mandati

Le elezioni per la Camera si svolgono in 435 collegi, ciascuno dei quali elegge un rappresentante. Per il Senato, invece, gli elettori votano per i candidati che rappresentano il proprio Stato: ogni Stato elegge due senatori, ma i mandati sono sfalsati nel tempo e quindi solo una parte dei seggi viene rinnovata ogni due anni. Il 3 novembre non si voterà per il Senato federale in 15 Stati. Le due consultazioni si svolgono nella stessa giornata, ma costituiscono competizioni distinte, con candidati e risultati da verificare separatamente.

Gli Stati al voto per il Senato

Il 3 novembre si voterà dunque per il Senato federale in 35 Stati. Sono Alabama, Alaska, Arkansas, Colorado, Delaware, Florida, Georgia, Idaho, Illinois, Iowa, Kansas, Kentucky, Louisiana, Maine, Massachusetts, Michigan, Minnesota, Mississippi, Montana, Nebraska, New Hampshire, New Jersey, New Mexico, North Carolina, Ohio, Oklahoma, Oregon, Rhode Island, South Carolina, South Dakota, Tennessee, Texas, Virginia, West Virginia e Wyoming. In Florida e Ohio si terranno elezioni suppletive, oltre alle 33 previste nel normale ciclo elettorale.

Chi può votare e come ci si registra

Per votare alle elezioni federali occorre essere cittadini statunitensi, avere almeno 18 anni entro il giorno del voto e soddisfare i requisiti di residenza previsti dalla giurisdizione in cui si vota. In 49 Stati è necessario registrarsi nelle liste elettorali; il North Dakota è l’unico Stato che non prevede una registrazione elettorale generale. Le modalità e le scadenze per l’iscrizione variano: in 19 Stati e nel Distretto di Columbia è possibile registrarsi anche il giorno delle elezioni, mentre altrove il termine può scadere settimane prima. Gli elettori devono verificare le regole del proprio Stato e che i dati di residenza siano aggiornati.

Le primarie e l’eccezione della Louisiana

La registrazione può incidere anche sulla partecipazione alle elezioni primarie, che selezionano i candidati dei partiti per le elezioni generali. Nel 2026, la maggior parte delle primarie si è svolta tra marzo e settembre, con calendari diversi da Stato a Stato. Nelle primarie chiuse, in genere possono votare soltanto gli elettori registrati con il partito interessato; in quelle aperte, le regole consentono una partecipazione più ampia. Nelle elezioni generali, invece, gli elettori possono scegliere tra i candidati presenti sulla scheda indipendentemente dalla propria affiliazione partitica. La Louisiana costituisce un’eccezione per la Camera: il 3 novembre è previsto un voto aperto tra i candidati e, se nessuno raggiunge la maggioranza richiesta, è previsto un successivo appuntamento il 12 dicembre. La competizione per il Senato in Louisiana si svolge invece il 3 novembre.

Il voto degli americani all’estero e le limitazioni

I cittadini statunitensi che vivono all’estero possono partecipare alle elezioni federali per corrispondenza, facendo riferimento allo Stato in cui hanno la propria residenza elettorale negli Stati Uniti. Per avviare la procedura possono utilizzare il Federal Post Card Application, il modulo federale che permette ai cittadini all’estero e al personale militare avente diritto di registrarsi e richiedere una scheda. Le scadenze per richiedere e restituire il voto restano legate alle regole dello Stato di riferimento. I residenti permanenti che non hanno acquisito la cittadinanza non possono votare per il Congresso. Anche per le persone condannate per reati le regole non sono uniformi: le limitazioni dipendono dalla legislazione statale e possono variare in base alla condanna e alla situazione della pena.

Come viene espresso e registrato il voto

Non esiste un unico sistema di voto valido in tutti gli Stati Uniti. Gli elettori possono compilare schede cartacee a mano oppure utilizzare dispositivi elettronici; i sistemi impiegati e le procedure di registrazione e conteggio dipendono dalle autorità statali e locali. Secondo la U.S. Election Assistance Commission, oltre il 98% delle giurisdizioni elettorali utilizza sistemi che producono una registrazione cartacea di ogni voto. Le schede e i registri vengono custoditi secondo procedure di sicurezza e possono essere sottoposti a verifiche successive al voto.

Voto anticipato e voto per corrispondenza

Gli elettori possono votare di persona il giorno delle elezioni oppure, dove previsto, in anticipo o per corrispondenza. La maggior parte degli Stati consente il voto anticipato in presenza senza richiedere una motivazione; Alabama, Mississippi e New Hampshire non offrono una forma generalizzata di voto anticipato, pur prevedendo specifiche possibilità di voto per assenti. Le finestre temporali cambiano da Stato a Stato e possono estendersi per diversi giorni.

Schede postali e ballot drop box

Anche le regole sul voto per posta sono differenti. In 29 Stati gli elettori possono richiedere una scheda per corrispondenza senza dover fornire una motivazione; in 13 è necessario rientrare in una categoria prevista dalla legge o indicare una giustificazione. In otto Stati le schede vengono inviate automaticamente a tutti gli elettori attivi registrati; anche il Distretto di Columbia utilizza questo sistema. La restituzione può avvenire per posta, di persona o, dove consentito, attraverso apposite cassette di raccolta, le ballot drop box. La NCSL segnala che 29 Stati e il Distretto di Columbia le autorizzano esplicitamente per legge, ma le modalità di collocazione, accesso e sorveglianza variano.

Le scadenze per restituire le schede La scadenza per restituire una scheda per posta non è uniforme. Trentacinque Stati richiedono che arrivi entro il giorno delle elezioni; altri 15 Stati e il Distretto di Columbia accettano, a determinate condizioni, schede ricevute successivamente purché spedite entro la scadenza prevista. Le schede consegnate a mano non possono essere restituite dopo il giorno delle elezioni e in alcuni Stati devono arrivare prima. Per il personale militare e i cittadini all’estero valgono procedure dedicate, ma anche in questi casi le scadenze dipendono dalle regole applicabili nello Stato di riferimento.

Gli orari dei seggi e il fuso italiano

Gli orari dei seggi sono fissati dalle leggi statali e, in alcuni casi, possono variare anche tra località dello stesso Stato. Non esiste quindi un unico orario nazionale di chiusura. La NCSL indica, per esempio, la chiusura alle 21.00 locali a New York, corrispondenti alle 3.00 del 4 novembre in Italia, e alle 20.00 locali in California, corrispondenti alle 5.00 del 4 novembre in Italia. Il giorno del voto l’Italia sarà avanti di sei ore rispetto alla costa orientale statunitense, sette rispetto alla zona centrale, otto rispetto alla zona montana, nove rispetto alla costa pacifica, dieci rispetto all’Alaska e undici rispetto alle Hawaii. Entrambi i Paesi saranno tornati all’ora solare: l’Italia ha spostato le lancette il 25 ottobre e gli Stati Uniti il 1° novembre.

Verifiche e certificazione dei risultati

La certificazione è il passaggio con cui le autorità competenti attestano ufficialmente il risultato dopo le verifiche previste. Le scadenze cambiano da Stato a Stato e possono essere influenzate da controlli ancora in corso, contestazioni o riconteggi. Non esiste una data nazionale unica in cui tutti i risultati diventano ufficiali: le autorità locali e statali devono completare le procedure previste dalla legge prima di certificare le singole competizioni.

Riconteggi e contestazioni

Se il margine tra i candidati è particolarmente ridotto, il risultato può essere sottoposto a un riconteggio. Le leggi di 26 Stati e del Distretto di Columbia prevedono riconteggi automatici quando il margine rientra in determinate soglie; in 41 Stati e nel Distretto di Columbia è inoltre possibile richiederne uno, secondo le condizioni previste dalla legge. Le soglie, i soggetti autorizzati a presentare la richiesta e i termini variano da una giurisdizione all’altra. In alcuni casi le contestazioni possono arrivare davanti a un tribunale e prolungare i tempi prima della conclusione della procedura.

Il caso della California

Un caso di attualità riguarda la California. Il Dipartimento di Giustizia sostiene che oltre 20.000 persone che potrebbero non essere cittadine statunitensi risultino iscritte alle liste elettorali e ha chiesto che fossero separate le schede a loro associate. Il 29 ottobre 2026 un giudice federale ha respinto la richiesta, ritenendo che l’operazione potesse compromettere le procedure elettorali già in corso. Le autorità californiane hanno contestato l’affidabilità dell’elenco e la possibilità di individuare le schede interessate, soprattutto dopo l’avvio del conteggio; il Dipartimento di Giustizia ha annunciato appello. La controversia non costituisce di per sé una prova che le persone segnalate abbiano votato illegalmente, ma mostra le difficoltà operative e giuridiche legate alla verifica delle liste e all’identificazione delle schede durante una consultazione.

Chi amministra le elezioni

L’amministrazione delle elezioni negli Stati Uniti è affidata principalmente agli Stati e alle autorità locali, che applicano le rispettive leggi. La Federal Election Commission si occupa delle norme federali sul finanziamento delle campagne, ma non gestisce le procedure di voto, il conteggio o la certificazione dei risultati. Per questo, anche in una stessa elezione federale, le modalità pratiche possono differire sensibilmente da uno Stato all’altro.

Mieloma multiplo: a Pisa la giornata Ail

Pisa, 2 nov. (askanews) – Il Mieloma multiplo è uno dei tanti mali silenziosi che ogni anno colpiscono migliaia di persone nel mondo: basti pensare che in Italia rappresenta circa l’1.6% dei tumori negli uomini e l’1.5% nelle donne. Dati apparentemente meno preoccupanti rispetto ad altre patologie, ma non per questo chi ne è affetto merita di essere trascurato, così come i loro familiari. E’ per questo che la sezione Ail di Pisa ha deciso di dedicare al Mieloma multiplo un’intera giornata di formazione, realizzata grazie al patrocinio della Fondazione GIMEMA e dell’International Myeloma Foundation.

“Da sempre sosteniamo la ricerca italiana, sia nei centri di eccellenza che attraverso i giovani ricercatori, investendo migliaia e milioni di euro. Questo impegno ha portato a frutti molto importanti: oggi la leucemia non fa più la stessa paura di un tempo, e oltre il 60-70% dei tumori del sangue viene gestito efficacemente grazie a nuovi farmaci, terapie e approcci terapeutici innovativi” ha dichiarato Giuseppe Toro, Presidente Nazionale Ail.

L’incontro, a cui hanno preso parte specialisti del settore, pazienti e familiari, si è svolto all’interno dell’Auditorium del Polo delle Benedettine in Piazza S. Paolo a Ripa d’Arno a Pisa.

“Il mieloma multiplo è una delle patologie ematologiche più frequenti e colpisce in genere la popolazione anziana. Ciò comporta spesso un quadro di comorbilità, ossia la coesistenza di più malattie e l’assunzione di diversi farmaci; per questo è fondamentale ritagliare la terapia su misura per ogni singolo paziente. Oggi abbiamo a disposizione molte opzioni terapeutiche nuove ed efficaci. Nella fase iniziale combiniamo più tipologie di farmaci e, grazie alle nuove strategie introdotte negli ultimi mesi, possiamo garantire ai pazienti anche una decina d’anni liberi da trattamenti” ha aggiunto la Dott.ssa Sara Galimberti, professoressa di Unipi e Direttrice del Reparto di Ematologia di Pisa

L’evento ha rappresentato inoltre l’occasione per ricordare i servizi offerti sul territorio da Ail che da anni, oltre al proprio impegno nella ricerca, porta avanti una serie di iniziative rivolte ai pazienti e ai loro familiari.

“Garantiamo l’assistenza domiciliare e mettiamo a disposizione quattro monolocali oltre a Casa AIL per offrire un sollievo ai pazienti che arrivano da lontano. E per “lontano” intendiamo anche una distanza relativa: ci sono infatti pazienti che, pur risiedendo nella stessa regione, hanno la necessità di svolgere le terapie rimanendo vicini al centro di cura” ha concluso Francesca Biagi, presidente Ail Pisa.

Il tutto è stato arricchito, infine, dalle testimonianze dei pazienti stessi che, insieme alla psicologa di Ail Pisa Caterina Romaniello, hanno avuto modo di raccontare la propria esperienza.

David Lloyd Clubs, 57,3 milioni di investimenti in Italia

Milano, 2 nov. (askanews) – Il mercato europeo del benessere e del fitness continua a evolversi, tra nuove acquisizioni, riqualificazione delle strutture e investimenti per ampliare l’offerta. In questo scenario si inserisce la strategia di crescita di David Lloyd Leisure, gruppo britannico che nel 2025 ha registrato un fatturato di 971,5 milioni di sterline, in aumento del 13% rispetto all’anno precedente.

Un’espansione rafforzata nel 2026 dall’acquisizione di Aspria, con dieci club in quattro Paesi europei e oltre 50 mila soci.

L’intervista a Tom Davies, Country Director Italy, David Lloyd Clubs: “Il mercato europeo del fitness sta evolvendo rapidamente, e con esso anche i consumatori. Abbiamo riscontrato che i consumatori desiderano qualcosa di più di un tradizionale centro fitness. Oggi cercano una varietà di strutture riunite sotto lo stesso tetto, tra cui piscine, campi da paddle, spazi per bambini e punti ristoro, e David Lloyd risponde perfettamente a queste esigenze”.

L’Italia rappresenta uno dei mercati su cui il gruppo punta per consolidare la propria presenza. Attualmente sono quattro le strutture operative nel Paese, tra Milano, Modena e Roma.

Nuovamente Tom Davies, Country Director Italy, David Lloyd Clubs: “Il nostro piano di crescita si articola su due fronti. L’apertura di nuovi centri e, come già avvenuto in passato, l’acquisizione di strutture esistenti. Siamo entusiasti di annunciare che durante l’inverno inaugureremo un nuovo club, appena fuori Milano. Si tratta di un’offerta davvero completa per David Lloyd Club”.

Il piano rafforza in particolare la presenza del Gruppo nell’area milanese, dove i tre club di Malaspina, Harbour Club Milano e Arese si rivolgono a bacini di utenza differenti e complementari.

In chiusura, Tom Davies, Country Director Italy, David Lloyd Clubs: “L’anno prossimo, inoltre, verranno investiti oltre 11 milioni di euro per potenziare l’Harbour Club di Milano, una struttura già straordinaria, concentrandosi in particolare sull’offerta fitness, sulla spa e sul miglioramento delle attività per bambini, così da rendere il club la destinazione ideale per ogni componente della famiglia”.

La visita di Tom Davies a Milano, in questi giorni, è stata l’occasione per presentare le novità e le prospettive di sviluppo del gruppo in Italia. Al centro della strategia, nuove aperture e riqualificazione delle strutture esistenti, con l’obiettivo di consolidare la presenza sul territorio e accompagnare la crescita del mercato del benessere.

Bari cornice del XXXII Congresso Nazionale SIN

Bari, 2 nov. (askanews) – Tre giorni di confronto sulle nuove sfide della neonatologia, con particolare attenzione alla salute dei prematuri, allo sviluppo neurologico e al sostegno delle famiglie. Si è tenuto a Bari, alla Fiera del Levante, il XXXII Congresso Nazionale della Società Italiana di Neonatologia (SIN). L’appuntamento ha riunito specialisti per approfondire i progressi della medicina neonatale: dalla prevenzione delle infezioni alla nutrizione, fino al modello della NeuroNICU per prevenire danni cerebrali nei neonati più fragili.

“Quando un neonato nasce ha bisogno di cure più o meno intense o intensive: perché è nato molto prematuro, soltanto un po’ prematuro, oppure perché ha una patologia chirurgica o insorta durante la nascita e il parto. Sono tutte situazioni che richiedono una grande attenzione da parte di medici e infermieri altamente specializzati. Questo spazio deve essere occupato non soltanto da macchine, tecnologie, scienza e medicine – e quindi da noi medici e infermieri – ma anche da un’altra potentissima terapia: la presenza dei genitori. Insieme a noi, i genitori diventano alleati, e noi diventiamo alleati con loro, per curare al meglio questo bimbo” ha dichiarato Massimo Agosti, Presidente della Società Italiana di Neonatologia (SIN).

Spazio anche alla gestione della prematurità (circa il 6,5% dei nati in Italia) con l’indagine condotta dalla SIN in 197 ospedali per rendere l’assistenza uniforme sul territorio nazionale, e alla necessità di affiancare alle cure mediche un adeguato supporto psicologico in Terapia Intensiva Neonatale.

“Nel tempo si è sviluppata l’attenzione verso una categoria di neonati chiamati late preterm o pretermine tardivi, nati a 34, 35 e 36 settimane di gestazione, quindi circa un mese e mezzo prima della data presunta. Sono bambini che, guardandoli dall’esterno, pesano magari 2 chili o 2 chili e mezzo e sembrano soltanto un po’ più piccoli, ma uguali ai neonati a termine. A questi bambini viene data la possibilità, subito dopo la nascita, di essere messi in contatto pelle a pelle con la mamma e di favorire l’allattamento al seno, poiché queste rappresentano le pratiche più potenti per stimolare lo sviluppo del cervello, proprio come avviene nell’utero” ha aggiunto Gina Ancora, Vice-Presidente della Società Italiana di Neonatologia (SIN).

L’appuntamento di Bari ha confermato la necessità di unire innovazione tecnologica, formazione continua e vicinanza umana, delineando le linee guida future per una neonatologia sempre più vicina ai bisogni dei piccoli pazienti e delle loro famiglie su tutto il territorio nazionale.

E’ morta la chef Nadia Santin, la prima donna in Italia ad avere le 3 stelle Michelin

Roma, 2 nov. (askanews) – E’ scomparsa, “circondata dai suoi più cari affetti”, la chef Nadia Santin, del ristorante Dal Pescatore: è stata la prima donna in Italia a conquistare le tre stelle Michelin nel 1996. A darne l’annuncio la sua famiglia sulla pagina Instagram del ristorante. Nadia “si è addormentata nella pace ed è salita in cielo – scrivono – ha tracciato un solco profondo nelle nostre vite volto alla sensibilità, all’empatia e all’amore. Le siamo grati per averci educato al rigore morale, all’etica del lavoro e alla semplicità. Grazie Nadia, grazie mamma”.

Anima del ristorante Dal Pescatore di Runate, una frazione di Canneto sull’Oglio, nel Mantovano, Nadia Santini, 72 anni, aveva iniziato a cucinare per amore di suo marito Antonio, erede di ristoratori, che sposa nel 1974. Da Bruna, la suocera, e Teresa, nonna di Antonio, imparerà le basi della cucina, soprattutto quella tradizionale mantovana, che la accompagneranno per tutta la sua carriera. Ma quello è stato solo il punto di partenza per Santini che insieme al marito portò l’osteria di famiglia ai vertici della ristorazione internazionale.

Laureata in chimica degli alimenti e scienze politiche, nel corso degli anni con il suo ristorante ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti: dal 1990 nei Relais & Châteaux, nel 1992 nelle Grandes Tables du Monde, fino al 1996 quando ottiene le tre stelle della celebre Guida Rossa, un primato per una chef italiana. E ancora oggi il suo ristorante Dal Pescatore detiene i tre macarons, il più longevo in Italia. Nel 2013 per lei arriva anche il titolo di miglior chef donna nell’ambito dei The World’s 50 Best Restaurant.

Con il marito Antonio e i figli Giovanni, che oggi è chef nel ristorante, e Alberto, impegnato nell’accoglienza in sala, Nadia Santini ha costruito uno dei ristoranti più prestigiosi d’Italia che è anche una storia di famiglia, dove, come amava ripetere, si fa “cucina umanistica”. Che altro non è che un modo per spiegare come attraverso i suoi piatti cercasse di offrire emozioni e raccontare una storia a chi aveva la fortuna di sedersi alla sua tavola.

In una nota FIPE-Confcommercio esprime profondo cordoglio per la scomparsa una “icona della gastronomia italiana e storica chef del ristorante Dal Pescatore di Runate, prima donna in Italia a essere insignita delle tre stelle Michelin”.

Nel corso della sua straordinaria carriera, Nadia Santini “ha rappresentato un modello insuperabile di eleganza, rigore e passione, sapendo coniugare l’eccellenza dell’alta cucina con i valori più autentici dell’accoglienza e della tradizione culinaria del nostro Paese. La sua visione e la sua dedizione restano una guida e una fonte di ispirazione per l’intero settore della ristorazione italiana”, scrive Fipe.

(foto dal profilo Instagram del risorante Dal Pescatore Santini)

Poste Italiane protagonista nel mese dell’educazione finanziaria

Roma, 2 nov. (askanews) – Webinar accessibili a tutti, un convegno dedicato alle imprese e un obiettivo chiaro: accrescere, migliorare e promuovere una cultura finanziaria per accompagnare i cittadini di ogni età verso scelte consapevoli e sostenibili su risparmio, protezione e previdenza. Poste Italiane è tra i protagonisti della nona edizione del Mese dell’Educazione Finanziaria, l’iniziativa promossa dal Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria (Comitato Edufin), nel mese di novembre con lo slogan “Educazione finanziaria: oggi per il tuo domani”.

Il Gruppo mette a disposizione di cittadini e imprese una serie di appuntamenti informativi per promuovere e diffondere conoscenze e competenze finanziarie, assicurative e previdenziali a favore dell’intera collettività. Un invito a investire tempo per migliorare la propria padronanza degli argomenti trattati e imparare a reagire agli imprevisti, in modo da scegliere più consapevolmente in materie di previdenza e investimento.

Il calendario degli eventi promossi da Poste Italiane prevede giovedì 5 novembre, in occasione della Giornata dell’Educazione Assicurativa, due webinar sul tema “La protezione”: il primo alle ore 10:00, con sottotitoli e tradotto da un interprete nella Lingua Italiana dei Segni. il secondo alle ore 16:00.

Martedì 24 novembre sarà il momento del Convegno in presenza “EDUFinTOUR IMPRESA”, con il patrocinio di Unioncamere e in collaborazione con la Camera di Commercio di Trento, dedicato a piccoli imprenditori e liberi professionisti. L’iniziativa si inserisce nell’ambito del percorso Connecting Business dedicato a microimprenditori, artigiani e liberi professionisti. L’evento si terrà presso la Sala Calepini della Camera di Commercio di Trento, in via Calepina 13.

A queste iniziative si affiancano anche tanti altri contenuti digitali disponibili sulla sezione di Educazione Finanziaria del sito Poste Italiane: https://www.posteitaliane.it/it/education/educazione-finanziaria

Il servizio del TG Poste