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Museo del Novecento: Tommaso Trini.La terra vista dalla luna

Milano, 19 ott. (askanews) – Fino al 14 marzo 2027 il Museo del Novecento presenta Tommaso Trini. La terra vista dalla luna, mostra dedicata a Tommaso Trini, critico, giornalista, curatore e docente, tra le voci più originali e indipendenti della critica d’arte italiana della seconda metà del Novecento. Curata da Daniela Domina e Iolanda Ratti con Lodovica Cesaretti, la mostra costituisce il secondo appuntamento di Voci del Novecento, il ciclo espositivo dedicato a critici, curatori e storici dell’arte che hanno contribuito a orientare la comprensione dei linguaggi e delle correnti dell’arte contemporanea. Inaugurato nel 2025 con il progetto dedicato a Enrico Crispolti, il programma proseguirà nel 2027 con una mostra su Pierre Restany.

Iolanda Ratti ha racconta ad askanews il progetto: “La terra vista dalla luna è la mostra dedicata dal Museo del Novecento a Tommaso Trini ed è del secondo capitolo di vVci del Novecento, progetto iniziato con una mostra dedicata a Enrico Crispolti e torna invece ora occuparsi di critica con Tommaso Trini, una figura radicalmente diversa. Mentre Crispolti era un critico consolidato, accademico, Trini lui stesso si definisce un critico amateur, un’autodidatta che inizia in realtà come cronista per poi infilarsi nei meandri dell’arte e partecipare anche a tutto quello che sono statigli avvenimenti dell’arte soprattutto dagli anni Sessanta fino ad oggi. La mostra inizia dagli esorti di Tommaso Trini e abbiamo deciso di dedicarci soprattutto agli anni Settanta e in particolare a Data, la rivista fondata e diretta da Tommaso Trini che a tutti gli effetti è una sua opera e che ha contribuito veramente in maniera radicale alla lettura degli anni Settanta. Negli anni Ottanta Trini poi si dedica moltissimo a un altro capitolo fondamentale della sua vita che è l’insegnamento, a Milano in particolare all’Accademia di Belle Arti di Brera. La mostra si conclude con gli anni Ottanta lasciando aperti nuovi spiragli di ricerca. La mostra ha un andamento cronologico-tematico, quindi abbiamo una serie di vetrine laterali dove viene ricostruita la sua biografia intellettuale critica per poi passare al cuore della mostra che è appunto una lunga timeline di tutti i Data che sono anche visibili uno a uno tramite QRcode e proprio il cuore invece analizza quelli che sono i punti fondanti della ricerca di Trini che ritornano dagli anni Sessanta fino ad oggi e che sono proprio la nuova posizione del critico. Quello che abbiamo inteso fare è descrivere questa figura di intellettuale a tutto tondo con un grande apporto interdisciplinare, un approccio antropologico rispetto all’arte e con quello che è la sua visione del critico che deve esorbitare, deve girare intorno al pianeta arte come un satellite e cercare di cogliere, di mappare come un radar tutti quelli che sono questi avvenimenti che vengono poi restituiti in una sorta di grande geografia degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. Questo esorbitare, questo vedere l’arte dal di fuori non è in realtà una volontà di astrazione, ma per Trini vuol dire proprio avere una mappa, un insieme in modo che sia molto chiaro, proprio una sorta di atlante visivo per poi andare a scandagliare i singoli avvenimenti”.

Il titolo La terra vista dalla luna prende spunto dalla fotografia Earthrise, realizzata dall’astronauta William Anders durante la missione Apollo 8 nel dicembre 1968. Nel febbraio 1969 Trini pubblica l’immagine sulle pagine di Domus a corredo dell’articolo L’immaginazione conquista il terrestre, dedicato alle ricerche artistiche sul paesaggio e sulla natura. Il riferimento allo spazio e al cosmo, ricorrente nei suoi scritti e legato al suo interesse per la fisica e l’astronomia, diventa la chiave evocativa dell’intero progetto espositivo. Allestita negli Archivi “Ettore e Claudia Gian Ferrari” al quarto piano del museo, la mostra è promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta dal Museo del Novecento in collaborazione con l’Archivio Tommaso Trini.

Bankitalia, Panetta: preparazione e condivisione cruciali contro rischi clima

Roma, 19 ott. (askanews) – “Il cambiamento climatico sta creando profonda incertezza, elemento che rende la preparazione sempre più importanza. La resilienza dipende dalla nostra capacità di capire i rischi, condividerli in maniera più efficiente e ridurre l’esposizione prima che lo shock colpisca”. Lo ha affermato il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta nel suo intervento questa mattina a Manila in apertura della quinta edizione della “Green Swan Conference: navigating climate risks amid uncertainties”, organizzata dalla Banca d’Italia insieme alla Banca dei Regolamenti Internazionali (Bis), alla Banca centrale delle Filippine e al Network for Greening the Financial System (Ngfs).

“Questi elementi – ha spiegato – si rafforzano l’un l’altro: migliori informazioni migliorano il modo di valutare e allocare i rischi, condividerli meglio rafforza la capacità di riprendersi da eventi avversi. L’adattamento riduce le perdite che in definitiva bisogna assorbire”.

Secondo Panetta “nessuna singola istituzione da sola può raggiungere questi obiettivi. Governi, intermediari finanziari, assicuratori, imprese, banche di sviluppo multilaterali e banche centrali hanno responsabilità distinte ma complementari – ha detto -. La cooperazione internazionale è altrettanto in essenziale. Lo shock climatico attraversa le frontiere tramite commercio, mercati finanziari e catene di approvvigionamento, mentre spesso le conoscenze e le soluzioni necessarie per rafforzare la resilienza sono condivise tra paesi”.

La conferenza Green Swan è stata creata per dare consapevolezza di questo messaggio a policy maker, accademici e partecipanti di mercato. “Le discussioni di oggi ci possono aiutare a migliorare la nostra comprensione del rischio climatico, a condividere soluzioni efficaci e ad accelerare gli investimenti sulla resilienza. Le nostre economie e i nostri sistemi finanziari ha concluso Panetta – devono essere in grado di assorbire gli shock clima climatici, evitando che si sviluppino in crisi più ampie. Pensare al domani significa rinforzare la resilienza di oggi”.

In arrivo un’estesa perturbazione: piogge anche abbondanti e temporali

Roma, 19 ott. (askanews) – La nuova settimana segnerà un netto cambio di passo rispetto ai giorni precedenti, proponendo uno scenario decisamente più dinamico e d’impronta pienamente autunnale, in particolare nella prima metà. L’avanzamento delle correnti occidentali favorirà l’arrivo di una perturbazione ben organizzata diretta verso il bacino del Mediterraneo. Federico Brescia, meteorologo de iLMeteo.it, spiega che nella giornata di lunedì si confermeranno condizioni di spiccata instabilità al Nord-Ovest, con fenomeni localmente intensi che interesseranno in primis il Ponente Ligure. Tra martedì e mercoledì l’ingresso del sistema perturbato atlantico, molto esteso, determinerà una fase di precipitazioni diffuse su gran parte del Paese.

Le regioni del Nord-Ovest, e in particolare la Liguria e il Piemonte, saranno esposte a piogge continue e abbondanti. Entro il pomeriggio di mercoledì, gli accumuli complessivi potranno superare i 100-150 mm nell’area del Savonese. Con il progressivo avanzamento del fronte, entro mercoledì pomeriggio le precipitazioni si estenderanno a quasi tutto il territorio nazionale.

Un’attenzione particolare andrà rivolta ai settori tirrenici, Toscana e Lazio in primis, tradizionalmente più esposti a questa tipologia di configurazioni atlantiche. Da mercoledì i venti andranno a disporsi dai quadranti occidentali e sud-occidentali: le intense correnti di Libeccio che soffieranno a oltre 40 km/h potranno generare delle mareggiate lungo le coste esposte di Liguria e Toscana con onde alte fino a 3-4 metri. Da giovedì, a seguito del transito della perturbazione, si assisterà a un calo delle temperature minime di circa 2-4°C.

Milano, la condanna di Landini e il dovere della responsabilità

Una condanna limpida

A Maurizio Landini bisogna dare atto di una presa di posizione limpida, inequivocabile. Il segretario generale della Cgil ha definito le violenze e i saccheggi che hanno sconvolto Milano «azioni criminali, gravi, inaccettabili e da condannare». Parole nette, senza attenuanti.

Altrettanto significativa la solidarietà espressa alle forze di polizia e all’amministrazione comunale, impegnate a garantire «il rispetto della legalità e della convivenza civile». Una dichiarazione che merita di essere valorizzata per il suo significato istituzionale.

 

I numeri della guerriglia

Il bilancio degli scontri di sabato 17 ottobre è impressionante. Circa 5.000 manifestanti, 72 persone accompagnate in Questura, 17 arresti, tra cui cinque minorenni, 22 denunciati e 104 feriti tra le forze dell’ordine. Oltre mezzo milione di euro, secondo Confcommercio, tra danni e mancati incassi.

Ma il dato forse più allarmante è l’età di molti protagonisti delle devastazioni. Persino ragazzini di dodici anni coinvolti in una violenza apparentemente anarchica, senza riconoscibili appartenenze politiche, tra assalti ai negozi, vetrine infrante, incendi e aggressioni alla polizia. Una guerriglia proseguita, con nuovi episodi, anche domenica.

 

Il senso delle istituzioni

Di fronte a manifestazioni di tale portata, la risposta della politica non può esaurirsi nella polemica quotidiana. Governo e opposizioni hanno responsabilità diverse, ma condividono il dovere di difendere la legalità, la sicurezza dei cittadini e la libertà di manifestare pacificamente.

Occorrono fermezza, equilibrio e spirito di coesione nazionale. Senza confondere il dissenso con la violenza, né trasformare l’ordine pubblico in un terreno di scontro permanente tra schieramenti.

 

Del resto, la cultura politica di centro si nutre precisamente di questa forte sensibilità istituzionale. Lo Stato democratico non appartiene alla maggioranza del momento: è la casa comune che tutte le forze costituzionali sono chiamate a difendere.

La chiarezza di Landini va riconosciuta anche per questo. Quando la convivenza civile è minacciata, il senso delle istituzioni deve prevalere sulle convenienze di parte. Non per cancellare le differenze politiche, ma per custodire le condizioni che consentono alla democrazia di esprimerle.

La violenza di piazza e la sinistra che balbetta

Un tabù che ritorna

C’è poco da fare. Ci sono temi che restano dei veri e propri tabù all’interno di alcuni settori della politica italiana. Del passato e del presente. Tra questi c’è il capitolo della violenza politica, o meglio, della protesta di piazza e della conseguente violenza di piazza. È un tema antico, purtroppo, che ha caratterizzato il comportamento di molte forze politiche ogniqualvolta si presenta l’occasione di affrontare la risorgente violenza di piazza nel nostro Paese. E non solo nel nostro Paese.

Si tratta di quel «filo rosso» che negli anni Settanta portava allo slogan «né con lo Stato né con le BR» e che negli anni più recenti, per non applicare i canoni del passato alla stagione contemporanea, porta a una sorta di permanente «comprensione» di ogni «disagio sociale» che si presenta nelle dinamiche concrete della nostra società.

 

Il richiamo all’«autunno caldo»

Ora, e per tornare all’oggi, siamo di nuovo alle prese con il solito ritornello del ritorno dell’«autunno caldo». Che questa volta, come da copione, riparte dalla Francia per poi trasferirsi in altri Paesi europei.

E, sempre per restare all’oggi, nelle settimane scorse abbiamo assistito a un continuo richiamo di molti opinionisti, conduttori TV e commentatori della carta stampata riconducibili al campo variegato e composito della sinistra italiana per trasferire anche nel nostro Paese la dura e violenta protesta francese. A prescindere dai temi che sono sul tappeto e al centro delle rivendicazioni in quel Paese. Perché quello che conta, secondo questa vulgata, è far decollare una vasta e massiccia protesta di piazza contro il nemico politico giurato del momento.

E all’interno di questo contesto non si può escludere purtroppo, come ovvio e persino scontato, il capitolo della potenziale, e del tutto possibile come abbiamo ancora una volta sperimentato, violenza di piazza. Ed è proprio su questo versante che si inserisce il tema dell’inevitabile reazione politica ai possibili fenomeni violenti. E, soprattutto, di come replicare politicamente a questa drammatica, inquietante e grave violenza politica e di piazza.

E, purtroppo, è questo il momento in cui fioriscono le contraddizioni, le zone d’ombra, i balbettamenti e gli equivoci.

 

Una condanna senza zone d’ombra

Ora, tutti sappiamo che queste manifestazioni, al di là dei settori violenti ed estremisti che le frequentano, sono attraversate da un «popolo» che è riconducibile — almeno nel nostro Paese — agli attuali partiti di sinistra dell’opposizione politica.

E, di conseguenza e alla luce di questa situazione oggettiva e nota a tutti, adesso la risposta — se vuole essere credibile e seria — non può che essere quella di fugare e chiarire qualsiasi zona d’ombra e di pronunciare parole nette, chiare, definitive e inequivoche di fronte alla violenza politica e di piazza. A prescindere dai promotori delle iniziative di protesta, da chi le frequenta, dai comportamenti concreti che si sviluppano in quelle piazze e dalle conseguenze che le caratterizzano sul versante dell’ordine pubblico.

 

Il disagio sociale non diventi un alibi

Detto con parole ancora più semplici e chiare, si tratta semplicemente di non accampare continuamente il cosiddetto «disagio sociale» di turno per poi giustificare, di fatto, la rabbia che esplode da quelle piazze.

Come, del resto, non si può continuare a ridurre — come, purtroppo, avviene da molti anni — il tutto a piccoli, insignificanti e marginali gruppi di protesta e violenti che si infilano in questi cortei. Perché è proprio in questa continua sottovalutazione del fenomeno, com’è ormai noto a tutti, che si annida anche e soprattutto la «comprensione» della violenza se non, addirittura, la sua giustificazione.

 

In gioco c’è la democrazia

In ultimo, ma non per ordine di importanza, qui non è in discussione la difesa, o meno, del governo di turno. Che piaccia o che non piaccia non ha alcuna importanza.

Quello che, al contrario, è in discussione è la credibilità della nostra democrazia, la difesa della qualità della democrazia e, soprattutto, la credibilità delle istituzioni democratiche. Insomma, non si può sacrificare questo bene supremo solo per l’odio implacabile e spietato nei confronti del nemico politico.

La neuropsicologia delle reti decisionali nelle leadership

Nella complessa architettura della società contemporanea, caratterizzata da iperconnessione, incertezza ed elevate sollecitazioni cognitive, la comprensione dei processi di guida e influenza richiede un cambio di paradigma radicale. Non è più sufficiente analizzare la leadership attraverso modelli unicamente strategici o comportamentali: occorre radicarla nella biologia dell’essere umano. Come evidenziato nelle recenti prospettive neuroscientifiche applicate alla prestazione umana, la vera sostenibilità dell’azione direttiva risiede nella capacità di integrare corpo, mente ed emozioni per generare un impatto autentico e duraturo.

 

Dall’healthspan al peakspan: l’ottimizzazione del potenziale

La riflessione scientifica sulla longevità si è evoluta dal semplice concetto di lifespan (durata della vita) a quello di healthspan (gli anni vissuti in salute fisica e cognitiva). Tuttavia, per chi esercita ruoli decisionali e guida comunità o organizzazioni, emerge un terzo orizzonte fondamentale: il peakspan.

Il peakspan definisce la finestra temporale dell’esistenza in cui la persona riesce a esprimere il proprio massimo potenziale, coniugando chiarezza mentale, stabilità emotiva, energia fisica e presenza consapevole. In un contesto sociale come quello odierno, preservare ed estendere il peakspan non è una questione di sola prestazione individuale, ma un imperativo etico.

 

La neurochimica sociale delle reti decisionali

L’atto di decidere non avviene mai in un vuoto isolato, bensì all’interno di reti umane e interpersonali mediate da precisi meccanismi neurochimici e fisiologici. La neurobiologia evidenzia come il clima emotivo di un gruppo sia modellato dalla risonanza interpersonale e dalla percezione di sicurezza, così strutturata:

  • Neurochimica della motivazione e della fiducia. Neurotrasmettitori come la dopamina sostengono la spinta verso gli obiettivi e la ricerca di senso, mentre l’ossitocina facilita la coesione, la fiducia reciproca e la riduzione dei circuiti della paura.
  • La presenza e la sintonia interpersonale. Attraverso microsegnali posturali, facciali e vocali, il cervello umano rileva lo stato di attenzione e sincerità dell’altro. La reale presenza del leader attiva nelle reti decisionali aree quali l’insula e la corteccia prefrontale, innescando circuiti di sincronizzazione sociale e creando un ambiente psicologicamente sicuro in cui il dubbio diventa risorsa e non minaccia.
  • Fisiologia del giudizio. La gestione dei processi decisionali richiede il bilanciamento tra risposte istintive (Sistema 1) e deliberazione complessa (Sistema 2). Garantire le risorse energetiche e metaboliche necessarie al Sistema 2 — sonno, gestione dello stress, nutrizione — permette di evitare decisioni reattive dettate da insicurezza o aggressività difensive, favorendo scelte ponderate ed etiche.

 

Verso un’influenza responsabile per le sfide sociali

Di fronte alle trasformazioni tecnologiche, una leadership basata sulla sola dominanza e sul controllo eudemonico appare anacronistica e disfunzionale. La forza autentica risiede nella capacità di contenere la complessità, offrendo protezione e stabilità al sistema nervoso collettivo.

Comprendere la neuro-leadership significa abbandonare la logica della prestazione a tutti i costi per abbracciare quella dell’impatto sostenibile. Riconoscere l’interdipendenza tra la biologia personale e la dinamica sociale è la chiave per guidare le reti umane sociali verso una crescita integrata, consapevole e resiliente.

«Del resto la leadership evolutivamente nasce prima del linguaggio, e quindi si manifesta al di là delle parole. Essere riferimento, non reazione. Essere stabilità, non minaccia. Essere catalizzatore, non detonatore… noi seguiamo chi ci regola, non chi ci domina. Seguiamo chi ci fa sentire più umani, non più piccoli» (Filippo Ongaro, Biologia della Leadership, ROI Edizioni, 2026).

L’Europa non può vivere di veti

Il costo dell’immobilismo

L’Europa produce regole, ma davanti alle grandi scelte torna a somigliare a una conferenza di governi. Il problema è trasformare ventisette sensibilità in decisioni prima che altri decidano per noi. L’immobilismo non è neutralità. È una scelta, spesso la più costosa.

Il 19 ottobre, a Palazzo Vecchio, il confronto su Un Codice per una Nuova Europa riaprirà una questione che non può restare culturale. Il progetto di Nuova Camaldoli, presentato a Camaldoli nel settembre 2025, è stato pubblicato da Ave nel luglio 2026. Nel ricordo di David Sassoli, la domanda è scomoda: quale potere comune siamo pronti a costruire, e chi dovrà risponderne?

 

Il paradosso dell’unanimità

L’Unione non è paralizzata ovunque dal veto: gran parte della legislazione viene approvata a maggioranza qualificata. Ma proprio su dossier strategici — politica estera e di sicurezza, risorse proprie, bilancio pluriennale — resta decisiva l’unanimità, pur con eccezioni. Così un governo può bloccare impegni che riguardano centinaia di milioni di cittadini. Difendere la sovranità è legittimo; scambiare il diritto di blocco per capacità di governo è un’illusione.

Esistono già nei Trattati «clausole passerella» per passare, in ambiti delimitati, dall’unanimità alla maggioranza qualificata. Non sono scorciatoie: richiedono accordi unanimi e garanzie istituzionali. Ecco il paradosso: per disinnescare certi veti serve prima superare un veto. Se il limite è politico, bisogna dirlo; se servono riforme dei Trattati, occorre avere il coraggio di discuterle.

 

Le risorse per l’autonomia

La seconda contraddizione riguarda il denaro. La Commissione propone quasi 2.000 miliardi per il bilancio UE 2028-2034: sono sette anni di risorse comuni, non uno stanziamento già approvato. Il rapporto Draghi stima invece in 750-800 miliardi l’anno gli investimenti aggiuntivi, pubblici e privati, necessari alla competitività europea. Grandezze diverse, che non vanno sommate né contrapposte, ma che rendono evidente una domanda: con quali strumenti finanziamo le priorità che dichiariamo indispensabili?

Autonomia strategica non è uno slogan da aggiungere a ogni comunicato. Significa collegare reti energetiche, trattenere e attrarre ricerca, far crescere imprese tecnologiche, ridurre dipendenze critiche e investire nella sicurezza. Senza strumenti comuni, ciascun Paese rischia di pagare di più per ottenere meno. Ma ogni nuovo investimento chiede una scelta trasparente: chi contribuisce, chi beneficia, quali territori rischiano di essere esclusi?

 

Il nodo democratico

C’è infine il nodo democratico. Il Parlamento europeo è colegislatore in molte materie, ma non ha un diritto generale di iniziativa legislativa: può chiedere proposte alla Commissione, che deve motivare il rifiuto. Una maggiore capacità di agire dell’Unione, senza un controllo parlamentare più leggibile, rischia di ampliare proprio quella distanza dai cittadini da colmare.

Serve una responsabilità riconoscibile: decisioni condivise dove i problemi attraversano le frontiere; sussidiarietà dove le comunità possono agire meglio; più trasparenza sui compromessi tra governi; verifica pubblica degli effetti su lavoro, coesione, ambiente e diritti. La sicurezza non può diventare l’alibi per dimenticare la diplomazia e la pace. E la competitività non può trasformarsi in una corsa che lascia indietro i territori fragili.

 

Una nuova Camaldoli europea

Il Codice di Camaldoli del 1943 immaginò il Paese da ricostruire. Una nuova Camaldoli europea dovrebbe chiedere non soltanto quali valori ci uniscono, ma quali decisioni siamo pronti ad assumere insieme. Il costo della non-Europa non compare in una singola voce di bilancio: lo paghiamo ogni volta che il futuro del continente viene deciso altrove.

 

Nota dell’autrice

Il Manifesto per l’Umanizzazione della Società e il lavoro di ricerca sull’Humanization Impact Framework (HIF), promossi da FRIBC, approfondiscono un interrogativo complementare: come osservare gli effetti concreti delle decisioni europee sulle persone e sulle comunità.

A Gaza uccisi un comandante di Hamas e altri due miliziani palestinesi

Roma, 19 ott. (askanews) – Un comandante di Hamas e altri due miliziani sono stati uccisi in distinti attacchi nella Striscia di Gaza nel fine settimana. Lo ha annunciato l’esercito israeliano.

Un attacco condotto sabato nel quartiere di Tuffah, a Gaza City, ha ucciso Abdullah Mohammed Khamis Jaber, identificato dalle Forze di difesa israeliane (Idf) come un membro di Hamas coinvolto nella produzione di armi e figura di rilievo nella divisione del movimento fondamentalista islamico palestinese responsabile della produzione di armamenti.

Un altro attacco, sempre sabato e nella zona di Tuffah, ha ucciso Majed Ahmed Mustafa Sabbag, comandante di una cellula di Hamas, secondo quanto riferito dall’esercito. Le Idf hanno inoltre dichiarato che un terzo attacco, condotto nel nord della Striscia di Gaza, a Jabalia, ha ucciso Amer Bashir Mohammed Khourani, membro di un battaglione del genio di Hamas.

Secondo l’esercito israeliano, i tre miliziani erano stati recentemente coinvolti nella preparazione di attacchi contro le truppe e i civili israeliani, oltre che in tentativi di ripristinare le capacità operative di Hamas, “in sistematica violazione del cessate il fuoco”.

Francia, il ministro della Giustizia: alle 8 di oggi 2.331 in stato di fermo

Roma, 19 ott. (askanews) – Alle 8 di questa mattina in Francia si contavano complessivamente “2.331 persone in stato di fermo”, in relazione alle violenze del fine settimana. Lo ha dichiarato il ministro della Giustizia francese, Gerald Darmanin, ospite negli studi di France 2.

“Il 70 per cento delle persone fermate è maggiorenne, quindi non si tratta di studenti delle scuole superiori. (…) Molto spesso sono già note alle forze di polizia e alla magistratura”, ha dichiarato.

Il Guardasigilli ha precisato che “nella stragrande maggioranza dei casi, in oltre l’80 per cento delle situazioni, il fermo viene mantenuto”, un dato che, a suo avviso, dimostra la grande “fermezza” delle procure.

Macron chiede una nuova ‘dottrina’ per la tutela dell’ordine pubblico

Roma, 19 ott. (askanews) – Il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto di introdurre una nuova dottrina per il mantenimento dell’ordine pubblico “di fronte ai teppisti”, nel tentativo di arginare la crisi politica dopo le scene di caos che sabato hanno interessato numerose città del Paese.

Il presidente ha di nuovo invocato “trasparenza”, puntando il dito contro “le carenze nella prevenzione e nell’intelligence” che hanno portato a rivolte e devastazioni. Una gestione che, secondo le autorità, ha prodotto numeri impressionanti: 2.400 fermi e quasi un migliaio di agenti delle forze dell’ordine feriti. L’operato delle autorità è stato tuttavia duramente criticato, in particolare dai sindaci di Parigi, Marsiglia e Limoges.

Soprattutto, di fronte alle devastazioni nelle strade e ai saccheggi dei negozi, la cui portata ha lasciato sbigottito il Paese nella giornata di sabato, Macron ha chiesto al ministro degli Interni di introdurre “il prima possibile sul campo nuove modalità operative (…) per contrastare i teppisti”.

Putin propone un vertice per porre fine al conflitto in Ucraina con Trump e Xi

Roma, 19 ott. (askanews) – Il presidente russo Vladimir Putin ha proposto un vertice il mese prossimo con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping per negoziare una fine del conflitto in Ucraina, in corso da quattro anni, a condizioni favorevoli a Mosca. Lo riporta il Wall Street Journal, citando fonti a conoscenza dei colloqui.

Il vertice proposto arriva in un momento di progressivo riavvicinamento tra Trump e Putin, soprattutto dopo che il presidente statunitense ha annunciato un accordo per l’acquisto di gasolio russo e ha firmato venerdì un provvedimento che sospende alcune delle principali sanzioni contro Mosca.

Citando un ex agente dell’intelligence russa informato sulla questione, il quotidiano ha riferito che Putin avrebbe avanzato la proposta durante una telefonata con Trump il 9 ottobre, nel corso della quale sarebbe stato raggiunto anche l’accordo sul diesel tra i due Paesi. La Casa Bianca non ha risposto nell’immediato a una richiesta di commento da parte dell’agenzia di stampa Reuters, come il Cremlino e le ambasciate di Russia e Cina a Washington.

A Parigi effettuati 108 arresti nella giornata di domenica

Roma, 19 ott. (askanews) – A Parigi sono stati effettuati 108 arresti nella giornata di domenica, 66 dei quali in serata. Lo ha riferito la Prefettura di polizia della capitale francese, che ha segnalato almeno cinque negozi saccheggiati, tra cui un negozio di abbigliamento, un punto vendita Darty nel quartiere di Belleville e due supermercati.

“Gruppi sparsi di giovani delinquenti opportunisti cercano di saccheggiare gli esercizi commerciali. Le forze dell’ordine dimostrano prontezza d’intervento e intervengono sistematicamente per disperderli e procedere agli arresti”, ha dichiarato sui social la Prefettura di polizia di Parigi.

Calcio, la Lazio travolge la Juve 3-0, Gattuso: "Una famiglia"

Roma, 19 ott. (askanews) -La Lazio vola, la Juventus sprofonda. All’Allianz Stadium finisce 3-0 per i biancocelesti, che con le reti di Provstgaard, Isaksen e Dele-Bashiru conquistano una vittoria netta e agganciano l’Inter in vetta alla classifica. Una prova di forza per la squadra di Gattuso, capace di colpire nei momenti chiave e di sfruttare le fragilità di una Juve lenta, poco incisiva e incapace di reagire. Per i bianconeri, fischiati dal proprio pubblico, è una sconfitta che apre interrogativi pesanti anche sul rapporto tra Spalletti e la squadra.

La Lazio ha costruito il successo con ordine, coraggio e concretezza. Dopo una prima fase equilibrata, la Juventus aveva anche trovato la via del gol con Kolo Muani, ma la rete è stata annullata per fuorigioco. I padroni di casa hanno provato a prendere campo, senza però riuscire a dare continuità alla manovra. Al tra le difficoltà bianconere è emersa la maggiore lucidità degli ospiti, passati in vantaggio con Provstgaard, bravo a sfruttare di testa il cross di Zaccagni. Prima dell’intervallo, la Lazio ha sfiorato anche il raddoppio, salvata dalla traversa sulla conclusione di Tavares deviata da Bremer.

Spalletti ha provato a cambiare la partita inserendo Woltemade a inizio ripresa e passando al doppio centravanti. La Juve ha avuto una buona occasione, ma si è esposta agli spazi concessi agli avversari. Al 66′ Isaksen ha firmato il raddoppio con un sinistro preciso sul palo lontano, poi nel finale Dele-Bashiru ha chiuso i conti in contropiede, completando una serata da dimenticare per i bianconeri.

Gattuso si gode una squadra che sembra aver trovato identità e fiducia. “Si è creata una grande famiglia e lavoriamo benissimo” ha spiegato il tecnico, attribuendo il merito ai giocatori e allo staff. “Abbiamo fatto un mercato con pochi soldi cercando bravi ragazzi e di formare un bel gruppo”. Il primato, condiviso con l’Inter, non cambia però l’approccio dell’allenatore: “Ora testa al Parma, dobbiamo pensare partita dopo partita. Così forse possiamo sorprendere”. Gattuso ha sottolineato soprattutto la crescita mentale della squadra, capace di soffrire e di continuare a cercare la giocata offensiva, riconoscendo che c’è ancora margine per migliorare nella gestione dei momenti difficili.

Dall’altra parte, Spalletti non ha nascosto la delusione. “Una Juve senza ritmo, senza idee, senza corsa, senza disponibilità: ci sono molti atteggiamenti che non mi sono piaciuti”, ha detto il tecnico bianconero, costretto a seguire la partita dalla tribuna per squalifica. La stanchezza per gli impegni ravvicinati non basta a spiegare una prestazione così negativa: “Siamo stati lenti sia di gambe che di testa. Se arrivi tardi non ci sono tattiche né sistemi di gioco se non ci si mette un po’ di ritmo e un po’ di cuore”.

Il passaggio più delicato riguarda il rapporto con il gruppo. Alla domanda se i giocatori lo seguano ancora, Spalletti ha risposto: “Fino a ieri avrei detto di sì, oggi non lo so. Penso di sì, ma devo ripensare a quello che ho fatto”. Parole che raccontano tutta la difficoltà del momento juventino, mentre anche il portiere Vicario ha richiamato i compagni alle proprie responsabilità, invitandoli ad accettare i fischi della curva. La Lazio guarda in alto, la Juventus deve invece ritrovare in fretta gioco, carattere e certezze.

Serie A, classifica: Lazio in testa, oggi 2 partite

Roma, 19 ott. (askanews) – Questi i risultati e la classifica del campionato di serie A dopo Juve-Lazio 0-3.

Settima giornata Frosinone-Sassuolo 4-2; Venezia-Napoli 1-0, Bologna-Inter 1-3, Roma-Genoa 2-0; Udinese-Lecce 0-3, Fiorentina-Como 1-3,Milan-Atalanta 3-2, Juventus-Lazio 0-3; Lunedì 19 ottobre: ore 18.30 Monza-Cagliari, ore 20.45 Parma-Torino.

Classifica: Inter, Lazio 19, Roma 17, Milan 15, Como 14, Frosinone, Cagliari 13, Juventus 11, Napoli 10, Atalanta, Lecce 9, Sassuolo 8, Torino 7, Bologna 5, Udinese, Parma, Monza, Fiorentina, Genoa 4, Venezia 3

Ottava giornata Venerdì 16 ottobre: Frosinone-Sassuolo, Sabato 17 ottobre: Venezia-Napoli, Bologna-Inter (ore 18), Roma-Genoa, Domenica 18 ottobre: Udinese-Lecce, Fiorentina-Como, Milan-Atalanta, Juventus-Lazio, Lunedì 19 ottobre: Monza-Cagliari, Parma-Torino

Milano Premier Padel P1, Coello e Tapia tornano sul trono

Roma, 18 ott. (askanews) – Parigi, Rotterdam, Dusseldorf, ora Milano. Quattro titoli di fila, tre nelle ultime tre settimane: nel padel nessuno sembra in grado di fermare Arturo Coello e Agustin Tapia, campioni anche all’Allianz Cloud come accaduto nel 2024. Titolo, trofeo e Champions’ Rings’ (gli anelli in stile Nba e Nfl) per Coello e Tapia, ma anche – sottolinea una nota – per Ari Sanchez e Andrea Ustero, che degli ultimi quattro tornei ne hanno vinti tre: con il trionfo a Milano, Ari raggiunge tra l’altro Gemma Triay e Ale Salazar in testa alla classifica delle donne più titolate di sempre (58). Record per Sanchez, altro record per l’Oysho Milano Premier Padel P1, che ha fatto registrare 38.794 spettatori, +9,3 per cento rispetto all’edizione 2025.

Juan Lebron e Leo Augsburger, che l’unico titolo della stagione lo hanno conquistato a Bruxelles, avevano perso gli ultimi dieci set contro Coello e Tapia, ma grazie a un break nel quinto game del primo set erano riusciti a interrompere la serie negativa, sperando di spingersi oltre. Nel terzo game del secondo, sul 15-40, Augsburger ha però fallito uno smash che avrebbe dato ai numeri 3 del seeding un break forse decisivo: Coello e Tapia hanno annullato anche la terza palla break, tenendo il servizio e allungando nel game successivo. La partita è girata lì, con i dominatori della stagione (12esimo titolo del 2026) che hanno portato il match al terzo set, iniziato con un altro break creato da una magia di Tapia. Due punti entrambi a favore di Arturito e Agus che hanno di fatto deciso la partita, chiusa 4-6 6-3 6-2.

Se Coello e Tapia hanno centrato il quarto titolo di fila, Ari Sanchez e Andrea Ustero sono tornate a trionfare dopo Parigi e Rotterdam e una settimana dopo la sconfitta di Dusseldorf. Una finale che per le teste di serie numero 3, arrivate al quinto titolo stagionale, era iniziata nel modo peggiore: avanti 5-2 nel primo set, però, Paula Josemaria e Bea Gonzalez si sono fatte rimontare, perdendo il primo set al tiebreak. Nel secondo, invece, è stato decisivo un break nel secondo set, per Sanchez e Ustero, che ha chiuso il match (7-6 6-3), prima della festa in campo.

Il Premier Padel Tour tornerà nell’ultima settimana di ottobre con il Major in Kuwait: torneo, questo, che precederà la FIP World Cup in programma a Doha (Qatar) dal 2 al 7 novembre.

Magistrati, Anm a Meloni: non possiamo essere capri espiatori crisi

Roma, 18 ott. (askanews) – “La magistratura non può essere trasformata nel capro espiatorio delle difficoltà economiche del Paese. Nessun regalo, nessun bonus, nessun aumento: le somme di cui ha parlato in queste ore la Presidente del Consiglio sono differenze retributive previste dalla legge e non corrisposte per anni, non paragonabili a quelle ipotizzate in questi giorni”. Così la Giunta esecutiva centrale dell’ANM in una nota.

“I magistrati non negoziano la propria retribuzione con il governo di turno, a garanzia dell’indipendenza della magistratura dal potere politico. La legge prevede un adeguamento automatico triennale, agganciato agli incrementi medi già riconosciuti al resto del pubblico impiego. Il meccanismo non è un privilegio: vale anche per altre categorie di personale pubblico non contrattualizzato”.

“La giustizia non può essere un terreno di propaganda. Il problema sono i tribunali che cadono a pezzi, gli organici scoperti, la mancanza di giudici e pm. Siamo pronti a confrontarci su questo con la Presidente del Consiglio”.

Scontri Milano, Landini: condanniamo azioni criminali, solidarietà a forze ordine

Milano, 18 ott. (askanews) – “Le violenze e i saccheggi che in queste ore stanno colpendo la città di Milano sono azioni criminali, gravi, inaccettabili e da condannare”. Così, in una nota, il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini.

“Di fronte a tutto ciò – aggiunge – sento la necessità di esprimere il sostegno della Cgil alle forze di polizia dello Stato e all’amministrazione comunale che si trovano ad affrontare una situazione del tutto inedita e a dover garantire il rispetto della legalità e della convivenza civile”.

Francia, Macron: saremo intrasigenti, anche divieto assembramenti

Milano, 18 ott. (askanews) – “Saremo intransigenti, l’ascolto e il dialogo non significano debolezza”. Lo ha dichiarato il presidente francese Emmanuel Macron nel suo discorso alla nazione dopo i recenti violenti scontri nelle città francesi.

“I nostri prefetti arriveranno persino a vietare alcuni assembramenti – ha sottolineato -. Chiedo a tutti i partiti politici di condannare senza ambiguità ogni forma di violenza. Il Paese ha bisogno di ordine, non di un’escalation”.

Tuttavia, ha spiegato Macron, “non possiamo chiedere ai nostri giovani di credere nel loro futuro senza sederci attorno a un tavolo. I parlamentari e le amministrazioni locali lavoreranno a soluzioni concrete già a partire da questa settimana”.

Cortei, Tajani riunisce vertice Fi: rafforzare subito forze ordine a Milano

Roma, 18 ott. (askanews) – Si è tenuta questo pomeriggio una “riunione straordinaria” dei vertici di Forza Italia, presieduta dal segretario nazionale Antonio Tajani, alla luce degli episodi eccezionali di violenza a Milano e in altre città testimoniati costantemente sul posto dal Sottosegretario alla Difesa, Matteo Perego. Lo fa sapere Forza Italia, riferendo di “chiedere l’invio immediato di ulteriori unità delle forze dell’ordine e delle forze armate già dedicate al mantenimento della sicurezza, al fine di rafforzare anche i dispositivi di Strade Sicure e avere subito il controllo totale del territorio a difesa dei cittadini e degli esercizi commerciali”.

“Occorre inoltre pianificare – afferma il partito di Tajani- l’assunzione di nuovo personale delle forze di sicurezza e affrontare con la massima fermezza il tema del coinvolgimento dei minori nei disordini”. In particolare, “occorre dotare le forze dell’ordine degli strumenti regolamentari e normativi per procedere all’arresto dei minorenni, specie nei casi di devastazione e saccheggio, e accelerare l’iter legislativo delle norme che rendono più facilmente imputabili i minori tra 14 e 17 anni”.

Forza Italia “suggerisce anche la convocazione del Consiglio dei Ministri a Milano, quale segnale di presenza dello Stato e di vicinanza e solidarietà ai cittadini di Milano e agli esercenti ingiustamente danneggiati”. “Stigmatizza -infine- il comportamento e le dichiarazioni delle sinistre, che invece di condannare subito e in modo netto e inequivocabile le violenze, hanno soffiato e continuano a soffiare sul fuoco della protesta, in Italia come nel resto d’Europa, indicendo nuove manifestazioni senza riuscire ad arginare la criminalità delle frange violente. La cultura della sinistra nel segno della tolleranza e della generica “comprensione” del disagio sociale ha portato, a Milano e altrove, all’esplosione di violenza di questi giorni e degli ultimi mesi. Quindi, maggiore fermezza sul fronte del contrasto alla criminalità specie minorile, e promozione di una cultura dell’ordine e della sicurezza che cominci dalla solidarietà concreta alle donne e agli uomini in divisa che stanno svolgendo in queste ore, come sempre con coraggio e professionalità, la loro opera preziosa al servizio dei cittadini e dell’intera comunità nazionale”.

Cortei, Fratoianni (Avs): è ora opposizioni unite in piazza unite contro il Governo

Roma, 18 ott. (askanews) – “Anche il miglior programma non vive se rimane confinato nella relazione fra partiti. Il programma diventa cosa viva se suscita una speranza collettiva. Per questo è arrivato il momento di una manifestazione delle opposizioni”. Lo ha affermato il leader Avs Nicola Fratoianni nel suo intervento all’Assemblea nazionale di Avs a Roma ‘Decidiamo’.

“Ieri – ha ricordato- c’e stata una grandissima manifestazione a Roma, e nel Paese cresce la mobilitazione e lasciare le piazze vuote è un errore. Io penso che sia arrivato il momento che le opposizioni oltre che partecipare, come è doveroso alle manifestazioni che vengono indette , debbano porsi il tema della politicizzazione o meglio della ripoliticizzazione di questo Paese”.

“Oltre a fare tutto questo, penso che sia arrivato il momento per le opposizioni di porsi il problema di promuovere una grande mobilitazione nel Paese – ha sottolineato ancora il leader Avs- su cose semplici che stanno nella vita quotidiana delle persone: una grande manifestazione unitaria, popolare larga contro il governo della destra. Contro un governo che fa una manovra di bilancio dove faranno l’ennesimo gioco delle tre carte per prendere risorse dal lavoro e metterle da qualche altra parte, a partire dai 14 miliardi di euro per le armi”.

“Io penso – ha concluso Fratoianni- che sia arrivato il momento per le opposizioni – prosegue il leader rossoverde – (naturalmente costruendo il massimo della convergenza e dell’allargamento) di andare in piazza contro questo governo, contro il carovita, per stipendi dignitosi , contro la guerra e il riarmo. In piazza insieme per dire cose semplici. Lo abbiamo proposto poco fa come Avs io ed Angelo Bonelli . È una proposta aperta, nessuno vuole mettere cappelli, non indichiamo date o luoghi, discutiamo insieme, scegliamo insieme la data, costruiamo la piattaforma, decidiamo se fare una piazza statica o con un corteo . Non mi interessa, ma ci sia insieme una mobilitazione.Perché il programma, che è ora di metterlo insieme e dargli una veste perché si possa raccontare, altrimenti è un semplice collage di cose buone. Il programma – conclude Fratoianni – deve avere un’anima, indicare un’idea di alternativa . Questo deve essere un programma di cambiamento e di governo. Anche il migliore dei programmi non vive se è confinato nella dimensione chiusa della relazione fra forze politiche, che è necessaria, che va coltivata e lavorata. Ma il programma diventa cosa viva se attraversa ed entra nel Paese, se suscita una speranza, se parla alla rassegnazione , se diventa uno strumento che le persone possono impugnare per pensare e cercare di cambiare l’attuale situazione. Avs è in campo per questo , questa è la politica che ci interessa.

Nuove tensioni in centro a Milano, negozi assaltati

Milano, 18 ott. (askanews) – Nuove tensioni questo pomeriggio nel centro di Milano, dopo la giornata di guerriglia vissuta ieri. Gruppi di giovani, in prevalenza vestiti di nero, alcuni incappucciati, hanno preso d’assalto via Torino, l’arteria principale che porta in piazza Duomo, distruggendo alcune vetrine, lanciando petardi e facendo volare tavolini dei dehors. Saccheggiato il Carrefour. Le forze dell’ordine sono schierate per tentare di contenere i disordini. (Foto da social media).

Cortei, Vannacci: tolleranza zero, chi devasta è criminale e deve pagare tuttio

Roma, 18 ott. (askanews) – “I rivoltosi che rivendicano il diritto allo studio e più risorse per i ceti fragili sono quelli che mettono a ferro e a fuoco le città distruggendo, saccheggiando e deturpando il bene pubblico. Così facendo sottraggono quelle stesse poche risorse che avrebbero potuto essere destinate all’istruzione e alla lotta al carovita. Futuro Nazionale porterà avanti un provvedimento per far pagare a questi criminali tutto, sino all’ultimo centesimo, a loro e alle loro famiglie se minorenni. Se necessario decenni di decurtazioni di buste paga e di lavori sociali per ripagare quanto vandalizzato. Tolleranza zero! Nessuna giustificazione , nessuna comprensione, nessun compromesso”. Lo dichiara via social il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci.

Calcio, il Como ritrova la vittoria: Fiorentina ko 3-1 al Franchi

Roma, 18 ott. (askanews) – Il Como ritrova la vittoria dopo un mese e rilancia le proprie ambizioni, mentre per la Fiorentina si apre una nuova fase di crisi. La squadra di Cesc Fabregas espugna il Franchi per 3-1 al termine di una partita ricca di occasioni e ribaltamenti di fronte, lasciando Paolo Vanoli alle prese con una situazione sempre più complicata. Decidono le reti di Mattia Liberali, Nico Paz e Anastasios Douvikas, mentre ai viola non basta il gol di Marin Pongracic. La gara si accende fin dai primi minuti, con entrambe le squadre disposte ad attaccare e poco inclini ad abbassare il ritmo. Il Como costruisce diverse opportunità, ma De Gea tiene in piedi la Fiorentina con alcuni interventi decisivi. Al 33′ arriva il vantaggio ospite: Caqueret recupera palla e serve Liberali, che trova l’angolo con una conclusione a giro. Tre minuti più tardi è Nico Paz a raddoppiare, sfruttando il cross di Valle e colpendo di testa. La Fiorentina reagisce e accorcia le distanze al 43′ con Pongracic, pronto a ribadire in rete dopo una prima conclusione di Vieri respinta sulla linea da Ramon. Il difensore trova anche il gol del possibile pareggio nel recupero, ma la rete viene annullata per fuorigioco dopo un lungo controllo al Var. Nella ripresa la squadra di Vanoli prova a cambiare passo, ma paga ancora una volta gli errori sotto porta. Njie spreca due occasioni importanti, mentre il Como si dimostra più cinico e al 57′ chiude virtualmente la partita: Nico Paz inventa l’assist per Douvikas, che batte De Gea e firma il 3-1. Il portiere viola, nell’occasione, si lascia sorprendere da una conclusione che gli passa tra le gambe. Nel finale la Fiorentina cerca di riaprire la gara, ma senza precisione. Il Como gestisce il vantaggio e torna a conquistare tre punti dopo un mese, confermando la qualità del proprio gioco offensivo. Per i viola, invece, il momento resta delicato: la squadra non riesce a trasformare le occasioni in gol e incassa un’altra sconfitta davanti al proprio pubblico.

Pd, ok assemblea a candidatura Schlein a eventuali primarie,riformisti astenuti

Roma, 18 ott. (askanews) – Con 578 voti favorevoli, 3 contrari e 26 astenuti l’assemblea nazionale del Partito democratico in corso alla Nuvola dell’Eur (ma una parte dei delegati ha votato da remoto e non in presenza) ha approvato un ordine del giorno, illustrato dal responsabile organizzazione del Pd, Igor Taruffi, che indica la candidatura della segretaria Elly Schlein alle eventuali primarie di coalizione.

Le astensioni sono state annunciate, a nome dell’area “riformista”, da Lorenzo Guerini, che ha ricordato le norme che in passato hanno consentito la partecipazione contestuale di candidati diversi dal leader alle primarie del centrosinistra. “Le regole – ha affermato – hanno un senso e un ordine del giorno a mio parere non può derogare a una regola. Quindi io (e altri amici tra noi) prendo atto di questo ordine del giorno, credo che non sia in linea con le previsioni dello statuto. Consegno questa discussione, questa riflessione al presidente del partito (Stefano Bonaccini, ndr) e quindi non possiamo votare a favore di questo ordine del giorno, pur non mettendo in discussione il sostegno che da stasera tutti noi metteremo in campo per far vincere a Elly Schlein le primarie della coalizione. E quindi per questo ci asterremo”, ha concluso.

Pd, ok a modifica Statuto: congresso e rinnovo segreteria dopo le elezioni

Roma, 18 ott. (askanews) – L’assemblea nazionale del Partito democratico in corso alla Nuvola dell’Eur ha approvato all’unanimità (ma con un astenuto, un contrario e 602 favorevoli nel voto online di chi non è presente a Roma) la modifica dello Statuto del partito. Obiettivo è quello di posticipare la convocazione del congresso nazionale a dopo le elezioni politiche. Essendo giunto quasi a conclusione (per l’esattezza si conclude a marzo del 2027) il mandato di Elly Schlein come segretaria, la nuova norma introdotta all’articolo 8 comma 2 dello Statuto, illustrata alla platea da Igor Taruffi, responsabile dell’organizzazione nella segreteria nazionale, recita: “Quando la scadenza del mandato intervenga nell’anno delle elezioni politiche, previa deliberazione dell’Assemblea nazionale il presidente indice l’elezione a seguito delle consultazioni elettorali”.

L’assemblea ha quindi votato il conseguente ordine del giorno che conferisce appunto al presidente del partito il mandato di convocare l’elezione del segretario successivamente alle elezioni politiche.

Schlein rivendica palazzo Chigi: pronta a candidarmi ma prima il programma

Roma, 18 ott. (askanews) – “Immaginate un’Italia che…”: è in questa frase ripetuta più e più volte da Elly Schlein nella sua relazione all’assemblea nazionale del Pd, man mano che va sciorinando obiettivi politici e scelte programmatiche, che si intravede l’annuncio che si concede alla fine del suo discorso. “Io ci sono: pronta, determinata, onorata e orgogliosa di poter guidare questa straordinaria comunità che non ha pari in Italia; e di guidarla come candidata alla presidenza del Consiglio, con o senza primarie”, scandisce la segretaria del Pd.

L’assemblea, che deve votare la deroga statutaria per consentire a Schlein di prorogare il suo incarico alla guida del partito per scavallare l’anno delle elezioni politiche, si apre con la scelta simbolica di tardare l’inizio della relazione: parlano dal palco i rappresentanti dei manifestanti che protestano in varie mobilitazioni, studenti, agricoltori, autotrasportatori. “Su TeleMeloni non li vedrete di certo”, sottolinea la leader democratica, che rivendica l’ascolto delle proteste in corso, ma per la parte che sceglie i percorsi democratici e pacifici, che “non c’entrano con i delinquenti che hanno messo a ferro e fuoco città e ferito gli agenti delle forze dell’ordine. Come non c’entriamo niente noi, che le abbiamo sempre condannate le violenze, da qualunque parte venissero. E però è inaccettabile – avverte – che si usino i violenti per coprire la voce di migliaia e migliaia di persone che pacificamente stanno protestando in tutta Italia”.

“Che occasione storica – accusa Schlein – ha sprecato Giorgia Meloni, che con quei numeri in Parlamento poteva fare tutto, poteva fare riforme coraggiose e non è riuscita a farne una che cambiasse in meglio, in concreto la vita degli italiani, che oggi sono in piazza più poveri e più incazzati di ieri e vanno ascoltati, non criminalizzati”. Governo bocciato anche perché non partecipa alle iniziative degli alleati contro le violenze dei coloni israeliani in Cisgiordania e per il no al superamento della regola dell’unanimità in sede di Unione europea. Sul tema più sensibile nella coalizione di centrosinistra, Schlein non cambia rotta, conferma il sostegno a Kiev ma chiede anche che l’Europa diventi protagonista dell’iniziativa diplomatica. E ricorda che “c’è un articolo della Costituzione che è la premessa di tutto il resto ed è l’articolo 11: l’Italia ripudia la guerra”.

Una volta inquadrata la prospettiva programmatica, però, i passaggi politici chiave del discorso sono dedicati a disegnare il perimetro della coalizione e le modalità dell’avvicinamento alle prossime elezioni politiche. “Il programma – avverte – va costruito insieme a tutta l’alleanza progressista che già governa insieme nelle regioni e con tutti coloro che vogliono contribuire. Cioè possiamo e dobbiamo allargare ancora, non restringere”. E comunque “prima il programma comune, poi ci occupiamo della guida” ma le primarie, “se le facciamo, le faremo con una grande festa di partecipazione popolare in cui la nostra gente si mescola e non saranno divisive: avremo cura che non lo siano, riusciremo a farne una grande festa. Di certo non ne abbiamo paura”, messaggio quest’ultimo rivolto apparentemente al suo sfidante, il leader del M5S Giuseppe Conte.

All’orgogliosa rivendicazione del successo della sua strategia unitaria (“avevano scommesso che saremmo divisi e che sarei durata sei mesi, siamo ancora qua…”) segue un avvertimento finale a chi manovra per federatori e “grandi vecchi”: “A chi tifa pareggio, a chi tifa magari un altro leader più disponibile alle larghe intese, dico che la nostra gente, se ha dato un mandato, è di dire ‘mai più larghe intese'”.

Pd,Schlen rivendica palazzo Chigi: pronta a candidarmi ma prima il programma

Roma, 18 ott. (askanews) – “Immaginate un’Italia che…”: è in questa frase ripetuta più e più volte da Elly Schlein nella sua relazione all’assemblea nazionale del Pd, man mano che va sciorinando obiettivi politici e scelte programmatiche, che si intravede l’annuncio che si concede alla fine del suo discorso. “Io ci sono: pronta, determinata, onorata e orgogliosa di poter guidare questa straordinaria comunità che non ha pari in Italia; e di guidarla come candidata alla presidenza del Consiglio, con o senza primarie”, scandisce la segretaria del Pd.

L’assemblea, che deve votare la deroga statutaria per consentire a Schlein di prorogare il suo incarico alla guida del partito per scavallare l’anno delle elezioni politiche, si apre con la scelta simbolica di tardare l’inizio della relazione: parlano dal palco i rappresentanti dei manifestanti che protestano in varie mobilitazioni, studenti, agricoltori, autotrasportatori. “Su TeleMeloni non li vedrete di certo”, sottolinea la leader democratica, che rivendica l’ascolto delle proteste in corso, ma per la parte che sceglie i percorsi democratici e pacifici, che “non c’entrano con i delinquenti che hanno messo a ferro e fuoco città e ferito gli agenti delle forze dell’ordine. Come non c’entriamo niente noi, che le abbiamo sempre condannate le violenze, da qualunque parte venissero. E però è inaccettabile – avverte – che si usino i violenti per coprire la voce di migliaia e migliaia di persone che pacificamente stanno protestando in tutta Italia”.

“Che occasione storica – accusa Schlein – ha sprecato Giorgia Meloni, che con quei numeri in Parlamento poteva fare tutto, poteva fare riforme coraggiose e non è riuscita a farne una che cambiasse in meglio, in concreto la vita degli italiani, che oggi sono in piazza più poveri e più incazzati di ieri e vanno ascoltati, non criminalizzati”. Governo bocciato anche perché non partecipa alle iniziative degli alleati contro le violenze dei coloni israeliani in Cisgiordania e per il no al superamento della regola dell’unanimità in sede di Unione europea. Sul tema più sensibile nella coalizione di centrosinistra, Schlein non cambia rotta, conferma il sostegno a Kiev ma chiede anche che l’Europa diventi protagonista dell’iniziativa diplomatica. E ricorda che “c’è un articolo della Costituzione che è la premessa di tutto il resto ed è l’articolo 11: l’Italia ripudia la guerra”.

Una volta inquadrata la prospettiva programmatica, però, i passaggi politici chiave del discorso sono dedicati a disegnare il perimetro della coalizione e le modalità dell’avvicinamento alle prossime elezioni politiche. “Il programma – avverte – va costruito insieme a tutta l’alleanza progressista che già governa insieme nelle regioni e con tutti coloro che vogliono contribuire. Cioè possiamo e dobbiamo allargare ancora, non restringere”. E comunque “prima il programma comune, poi ci occupiamo della guida” ma le primarie, “se le facciamo, le faremo con una grande festa di partecipazione popolare in cui la nostra gente si mescola e non saranno divisive: avremo cura che non lo siano, riusciremo a farne una grande festa. Di certo non ne abbiamo paura”, messaggio quest’ultimo rivolto apparentemente al suo sfidante, il leader del M5S Giuseppe Conte.

All’orgogliosa rivendicazione del successo della sua strategia unitaria (“avevano scommesso che saremmo divisi e che sarei durata sei mesi, siamo ancora qua…”) segue un avvertimento finale a chi manovra per federatori e “grandi vecchi”: “A chi tifa pareggio, a chi tifa magari un altro leader più disponibile alle larghe intese, dico che la nostra gente, se ha dato un mandato, è di dire ‘mai più larghe intese'”.

Bar

Tennis, Davidovich Fokina trionfa a Shanghai

Roma, 18 ott. (askanews) – La prima volta a livello ‘1000’ di Alejandro Davidovich Fokina. Il tennista spagnolo ha battuto il connazionale Rafa Jodar per 1-6, 7-6, 6-4 in 2 ore e 26 minuti. Una partita divisa in due parti: dopo un primo set completamente gestito da Jodar, nel secondo parziale è arrivata la reazione di Davidovich, che sul 5-5 ha annullato ben due palle break che avrebbero portato il suo avversario a servire per chiudere il match. Per Fokina si tratta del 3° titolo a livello Atp. Da lunedì 19 ottobre, sarà numero 13 al mondo (suo nuovo best ranking). Con la sconfitta di Jodar, l’americano Ben Shelton è aritmeticamente qualificato per le Atp Finals di Torino.

Calcio, serie A: il Lecce cala il tris a Udine

Roma, 18 ott. (askanews) – Colpo del Lecce a Udine: i salentini vincono 3-0 al Friuli e condannano l’Udinese alla quinta sconfitta consecutiva in campionato. Una prova di forza della squadra di Eusebio Di Francesco, padrona del campo soprattutto nel primo tempo, contro i bianconeri di Kosta Runjaic, mai realmente in partita e contestati dai tifosi al fischio finale. La panchina del tecnico friulano è sempre più in bilico.

Il Lecce indirizza la gara già nella prima frazione, sfruttando due situazioni da calcio d’angolo. All’11’ Gaspar sblocca il risultato di testa, piegando la resistenza di Okoye. L’Udinese non reagisce e al 33′ incassa il raddoppio: dopo un colpo di testa di Veiga, N’Dri trova la deviazione vincente da pochi passi. I padroni di casa rischiano anche di subire il terzo gol prima dell’intervallo, ma Okoye evita il tracollo con alcuni interventi decisivi. Il Lecce perde Coulibaly per infortunio, sostituito da Kaba, ma continua a controllare la partita.

Nella ripresa Runjaic prova a cambiare volto alla squadra con tre sostituzioni, ma la musica non cambia. L’Udinese trova anche la rete con Piotrowski al 60′, annullata per fuorigioco, mentre il Lecce spreca diverse occasioni per chiudere definitivamente i conti, soprattutto con Geubbels, impreciso davanti al portiere. All’86’ arriva comunque il sigillo di Siebert, che fissa il risultato sul 3-0.

Al triplice fischio esplode la contestazione del pubblico friulano, che prende di mira sia l’allenatore sia i giocatori. Per l’Udinese, ferma a quattro punti dopo sette giornate, la crisi si fa sempre più profonda, con il Milan prossimo avversario. Il Lecce, invece, centra la terza vittoria stagionale e conquista tre punti pesanti nella corsa verso una posizione più tranquilla in classifica.

Trump ha scritto che l’immigrazione ha distrutto la Francia

Roma, 18 ott. (askanews) – “La Francia è in fiamme! L’immigrazione di persone provenienti da un mondo completamente diverso, persone che portano odio nel cuore, ha mandato in frantumi quello che un tempo era un grande Paese. Chiudete le frontiere e riprendete il controllo, prima che sia troppo tardi!”. Lo ha scritto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump su Truth, il social media di sua proprità, evidentemente riferendosi ai disordini e alle violenze che si sono verificate ieri in Francia durante le manifestazioni di protesta per il carovita.

Sala ha replicato a Piantedosi sui violenti ai cortei: un po’ di decenza

Roma, 18 ott. (askanews) – “A Piantedosi che mi equipara alla ‘sinistra radical chic’ dico che un po’ di decenza non guasterebbe. Lavoro da 45 anni, anzi mi faccio un mazzo così da 45 anni, e non permetto a nessuno di dipingermi come uno snob sfaticato. Pensi a fare la sua parte e eviti gli attacchi personali. Ricordandogli che ieri ho condannato in modo fermo i violenti che hanno messo a ferro e fuoco Milano, gli dico che se lascia perdere le battute di cattivo gusto e intende lavorare insieme, io ci sono. Come sempre”. Lo dichiara in una nota il sindaco di Milano, Giuseppe Sala.

Cinema, Barry Keoghan: il successo? È arrivato quando ero fragile

Roma, 18 ott. (askanews) – Un vecchio Nokia, una telefonata e un ragazzo con in mano soltanto la voglia di recitare: sono gli inizi della carriera di Barry Keoghan, raccontati ieri dall’attore, protagonista di una masterclass ospitata da Alice nella Città, a Roma, in occasione della presentazione nel concorso internazionale di “Butterfly Jam”. Keoghan ha parlato anche del successo, arrivato per lui in un momento in cui era particolarmente fragile e sensibile.

“Ho chiamato e mi sono presentato: ero un ragazzo con una grande voglia di fare l’attore. Dopo il mio primo lavoro, ho provato un amore fortissimo per quello che facevo, un sentimento che continua ancora oggi. Non andrò mai in pensione”, ha detto davanti a una platea gremita di ragazzi a cui ha raccontato di aver sempre scelto di mettersi in gioco, senza aspettare che fossero le occasioni a presentarsi. “Invece di aspettare un provino, me lo sono creato io: sono riuscito a far arrivare un selftape al filmmaker con cui volevo collaborare. Ho fatto io il primo passo, sono andato incontro a ciò a cui ambivo”.

In “Butterfly Jam”, presentato nel Concorso Internazionale con il coprotagonista Talha Akdogan, interpreta un padre, un ruolo che lo tocca da vicino: “Anch’io sono un giovane padre e mi sono chiesto come esserlo bene, ma non esiste un manuale. L’importante è che ci siano connessione e amore sincero: allora le cose accadono naturalmente. Non averne avuto uno da piccolo, però, ha reso tutto più difficile”. Nell’infanzia di Keoghan, segnata dall’affido, sono stati gli assistenti sociali a colmare quel vuoto: “Hanno rappresentato per me una figura genitoriale quando questa non c’era. Soffrono i bambini e le famiglie, ma soffrono anche gli assistenti che devono essere testimoni di queste situazioni”. È anche per questo che ha deciso di produrre un film dedicato a questo tema.

Keoghan ha poi parlato del successo di “Saltburn”, arrivato “mentre stavo uscendo dal rehab, in un momento in cui ero particolarmente delicato e sensibile”. Oggi, racconta, cerca di affrontare le cose “in maniera più matura”, anche attraverso la terapia: “Quando pubblichi la tua arte non ti appartiene più: le aspettative mi arrivano e mi influenzano, però cerco sempre di approcciare i miei personaggi in maniera sincera”.

Fabia Bettini, direttrice artistica di Alice nella città, ha dichiarato: “Pensiamo che Barry raccolga tutto quello in cui crediamo come festival: il talento, i giovani, un’idea di recitazione completa, un modo particolare di interpretare i personaggi. ‘Butterfly Jam’ ci ha segnato molto”. Il film uscirà nelle sale italiane il 26 novembre con Europictures.

Centrosinistra, Schlein: pronta a candidarmi premier, con o senza primarie

Roma, 18 ott. (askanews) – “Io ci sono: pronta, determinata, onorata e orgogliosa di poter guidare questa straordinaria comunità che non ha pari in Italia; e di guidarla come candidata alla presidenza del Consiglio, con o senza primarie”: lo ha detto la segretaria del Pd, Elly Schlein, nella sua relazione introduttiva dell’assemblea nazionale del Pd alla Nuvola dell’Eur.

Una candidatura, ha aggiunto, “insieme a questo straordinario gruppo dirigente, in maniera diffusa, in maniera plurale, per cambiare anche l’idea che si ha di leadership in questo Paese, a cui un’altra donna non ha deciso di contribuire meglio in questi anni. Andiamo a battere le destre, a riprenderci il presente e il futuro, a cambiare l’Italia e andiamo a vincere insieme. Grazie, viva il Pd, viva l’Italia antifascista”, ha concluso Schlein.

Il bilancio della polizia sugli scontri di domenica nelle diverse città

Roma, 18 ott. (askanews) – Identificati 197 violenti e accompagnati negli uffici di polizia; 28 persone arrestate di cui 12 minorenni e 6 stranieri; 43 denunciati e 141 feriti tra le forze dell’ordine. Questo il bilancio comunicato dalla Polizia di stato nell’ambito degli scontri di ieri nelle iniziative “Italia in piazza”.

Nel dettaglio delle singole città, informa in una nota la Polizia: Milano: Manifestanti, circa 5.000. A seguito delle azioni violente che si sono protratte fino alle 22.30, 72 persone sono state accompagnate in Questura. Al termine degli accertamenti sono stati arrestati 17 soggetti, di cui 7 italiani, 5 stranieri e 5 minorenni e denunciati 22 giovani. Al momento si registrano 104 feriti tra le Forze dell’ordine.

Torino: Manifestanti, 3.000 persone. Per le azioni violente consumate nel corso della manifestazione, il personale della Polizia di Stato ha proceduto all’arresto 1 maggiorenne per resistenza a pubblico ufficiale e di 3 minorenni trovati in possesso di bottiglie incendiarie, mentre 3 minorenni sono stati denunciati perché trovati in possesso di petardi e di un ordigno artigianale. Inoltre, 4 minorenni sono stati accompagnati in Ufficio e fotosegnalati dopo essere stati bloccati poco dopo per il danneggiamento del negozio Feltrinelli presso la stazione di Porta Nuova. Sono state identificate 60 persone, di cui 8 stranieri, ai fini dei successivi accertamenti.

Bologna: Manifestanti, circa 2.000 persone, evidenziandosi una cospicua presenza di giovanissimi di origini straniera, molti dei quali travisati. Per le azioni violente consumate nel corso della manifestazione, il personale della Polizia di Stato ha proceduto all’arresto di 5 minorenni, di cui 1 straniero, per resistenza a pubblico ufficiale, lesioni a Pubblico Ufficiale, danneggiamento aggravato e travisamenti, invece ulteriori 7 soggetti sono stati denunciate a vario titolo. Altresì sono stati identificati 40 manifestanti, di cui 10 accompagnati in Ufficio per le successive determinazioni. Al momento risultano feriti 38 operatori della Polizia di Stato e 6 Carabinieri. Inoltre, sono stati danneggiati alcuni mezzi di servizio.

Brescia: Manifestanti, 600 persone. Nel corso della manifestazione anche il dirigente del servizio di ordine pubblico è stato colpito da un lancio di pietra. Sono stati identificati complessivamente 11 manifestanti, di cui 6 denunciati all’autorita’ giudiziaria.

Bergamo: Manifestanti, 800 persone. A seguito delle azioni violente compiute nel corso della manifestazione, 2 soggetti maggiorenni sono stati arrestati e altri 5 minorenni sono stati denunciati all’autorità giudiziaria. Un minore di età inferiore ai 14 anni sarà segnalato al Tribunale per i minorenni per aver lanciato oggetti contundenti e petardi contro le Forze dell’ordine. Due operatori della Polizia di Stato hanno riportato contusioni.

Il bilancio della polizia sugli scontri di domenica nelle diverse città

Roma, 18 ott. (askanews) – Identificati 197 violenti e accompagnati negli uffici di polizia; 28 persone arrestate di cui 12 minorenni e 6 stranieri; 43 denunciati e 141 feriti tra le forze dell’ordine. Questo il bilancio comunicato dalla Polizia di stato nell’ambito degli scontri di ieri nelle iniziative “Italia in piazza”.

Nel dettaglio delle singole città, informa in una nota la Polizia: Milano: Manifestanti, circa 5.000. A seguito delle azioni violente che si sono protratte fino alle 22.30, 72 persone sono state accompagnate in Questura. Al termine degli accertamenti sono stati arrestati 17 soggetti, di cui 7 italiani, 5 stranieri e 5 minorenni e denunciati 22 giovani. Al momento si registrano 104 feriti tra le Forze dell’ordine.

Torino: Manifestanti, 3.000 persone. Per le azioni violente consumate nel corso della manifestazione, il personale della Polizia di Stato ha proceduto all’arresto 1 maggiorenne per resistenza a pubblico ufficiale e di 3 minorenni trovati in possesso di bottiglie incendiarie, mentre 3 minorenni sono stati denunciati perché trovati in possesso di petardi e di un ordigno artigianale. Inoltre, 4 minorenni sono stati accompagnati in Ufficio e fotosegnalati dopo essere stati bloccati poco dopo per il danneggiamento del negozio Feltrinelli presso la stazione di Porta Nuova. Sono state identificate 60 persone, di cui 8 stranieri, ai fini dei successivi accertamenti.

Bologna: Manifestanti, circa 2.000 persone, evidenziandosi una cospicua presenza di giovanissimi di origini straniera, molti dei quali travisati. Per le azioni violente consumate nel corso della manifestazione, il personale della Polizia di Stato ha proceduto all’arresto di 5 minorenni, di cui 1 straniero, per resistenza a pubblico ufficiale, lesioni a Pubblico Ufficiale, danneggiamento aggravato e travisamenti, invece ulteriori 7 soggetti sono stati denunciate a vario titolo. Altresì sono stati identificati 40 manifestanti, di cui 10 accompagnati in Ufficio per le successive determinazioni. Al momento risultano feriti 38 operatori della Polizia di Stato e 6 Carabinieri. Inoltre, sono stati danneggiati alcuni mezzi di servizio.

Centrosinistra, Schlein: allargare ancora, non restringere l’alleanza

Roma, 18 ott. (askanews) – “Noi siamo pronti, possiamo cominciare anche subito basta che siamo tutti e che non lo facciamo da soli. Mi spiego: il programma va costruito insieme a tutta l’alleanza progressista che già governa insieme nelle regioni e con tutti coloro che vogliono contribuire. Cioè possiamo e dobbiamo allargare ancora, non restringere”. Lo ha detto la segretaria del Pd, Elly Schlein, nella sua relazione introduttiva dell’assemblea nazionale del Pd alla Nuvola dell’Eur.

“E per noi è irrinunciabile – ha proseguito – che insieme agli altri alleati individuiamo un modo perché questo percorso non si faccia chiusi nelle stanze dei partiti, ma tra la gente, tra le persone, nel confronto con le categorie produttive, , con il terzo settore, il mondo associativo, nel confronto con i nostri sindaci e amministratori che hanno tanto da dire nella costruzione programmatica dell’alternativa”.

Scontri a Milano, Piantedosi attacca Sala e la "sinistra radical-chic"

Roma, 18 ott. (askanews) – “Il presidente Meloni con senso di responsabilità ha invitato tutti a condannare con forza le violenze di piazza e a solidarizzare con le forze dell’ordine vittime di aggressioni ignobili. Ma dopo poche ore il Sindaco di Milano ha puntato il dito proprio contro le forze di polizia che – secondo lui – sarebbero state in numero inadeguato per fronteggiare i tanti violenti in Piazza Duomo. È il solito riflesso naturale e istintivo di una certa sinistra radical chic che non riesce proprio a condannare i violenti senza qualche distinguo, sempre preferendo guardare a presunte responsabilità dello Stato e dei suoi rappresentanti. La colpa sarebbe della Questura, del presunto numero insufficiente di poliziotti schierati, anziché di chi ha scelto di devastare la città e aggredire le forze dell’ordine. Rassicuro il sindaco: l’adeguatezza dei dispositivi di sicurezza viene sempre verificata a posteriori. Anche per prepararsi meglio alle sfide future, di fronte a fenomeni emergenti. Ma una cosa è valutare come prevenire meglio le violenze, un’altra è spostare l’attenzione da chi le commette. La responsabilità di chi usa la violenza non può essere diluita in una polemica sul numero dei poliziotti, un’operazione di mistificazione della realtà del tutto inaccettabile. In questa occasione e come sempre i poliziotti in piazza c’erano e hanno operato bene, evitando guai peggiori. Se hanno faticato a contenere i violenti, la ragione sta nel fatto che chi indossa la divisa ha delle regole di ingaggio, ha senso di responsabilità, cerca di minimizzare le criticità e reagisce utilizzando la forza pubblica solo quando è strettamente necessario”. Lo dichiara il ministro degli Interni, Matteo Piantedosi.

Dall’altra parte ci sono invece dei delinquenti buoni a nulla e pronti a tutto che vogliono solo colpire, fare del male, creare danni, salvo poi mettersi a lamentare a favore di telecamera quando ci sono le cariche di alleggerimento della polizia. Al di là di polemiche del tutto infondate, nei fatti le forze dell’ordine hanno garantito il diritto di manifestare con la consueta professionalità, intervenendo con equilibrio e accortezza nelle situazioni critiche in cui era necessario farlo. In ogni caso, le azioni proditorie attuate da questi esagitati professionisti del disordine non resteranno impunite. Oltre ai numerosi arresti, sono state avviate le attività di indagine per assicurare i responsabili alla giustizia. Né la minore età di alcuni protagonisti può far pensare a una qualche forma di impunità. La linea del Viminale, come sempre, è tesa a prevenire le violenze per evitare guai peggiori ma senza sconti sulle responsabilità individuali che saranno contestate in sede penale. Chi si rende protagonista di simili azioni illegali avrà la conseguente risposta dello Stato che applicherà le leggi vigenti. Si tratta evidentemente di violenza becera che non otterrà alcun risultato. Il governo infatti non si farà intimorire o condizionare da chi sceglie la strada della prevaricazione”.

Guerriglia e devastazione a Milano, Meloni: condannare senza ambiguità

Milano, 18 ott. (askanews) – Vetrine rotte, cestini date alle fiamme, devastazione: ecco lo scenario dopo un pomeriggio di violenza e scontri a Milano, tra piazza Duomo e le vie circostanti. Manifestazioni contro il caro-vita e il caro-carburanti organizzate dal movimento “Italia in Piazza”, anche in altre città come Bologna e Torino, sfociate in scene di particolare violenza nel capoluogo lombardo, quando gruppi di giovani, molti vestiti di nero e a volto coperto, hanno lanciato bombe carta, pietre, transenne e bottiglie contro la polizia che ha risposto con lacrimogeni e idranti. Almeno una quarantina i manifestanti fermati, diversi i feriti tra agenti e partecipanti alla protesta.

Dura la condanna della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sui social: “Manifestare è un diritto. Mettere a ferro e fuoco le nostre città

non lo è”, ha scritto. E rivolgendosi alle opposizioni, ha aggiunto: “Non siano ambigue su questo. Condannino senza ambiguità queste violenze e lancino un appello chiaro affinché ogni mobilitazione sia pacifica. Di fronte a scene del genere, il rifiuto deve essere unanime”.

Schlein: è inaccettibaile che i violenti siano usati per oscurare le proteste

Roma, 18 ott. (askanews) – “Le persone che sono salite su questo palco non c’entrano niente con i violenti e con i delinquenti che hanno messo a ferro e fuoco città e ferito gli agenti delle forze dell’ordine. Come non c’entriamo niente noi, che le abbiamo sempre condannate le violenze, da qualunque parte venissero”. Lo ha detto la segretaria del Pd, Elly Schlein, citando le voci dei rappresentanti delle proteste che l’hanno preceduta negli interventi all’assemblea nazionale del Pd alla Nuvola dell’Eur.

“E però è inaccettabile – ha aggiunto – che si usino i violenti per coprire la voce di migliaia e migliaia di persone che pacificamente stanno protestando in tutta Italia per il carovita, per il caro affitti, per il caro carburanti, perché non riescono più a vivere. Queste sono le voci che chi governa dovrebbe ascoltare invece che oscurare”, ha concluso.

Cortei, Schlein: a chi chiede benzina Meloni risponde con autonomia differenziata

Roma, 18 ott. (askanews) – “È arrivato anche un appello al Governo da parte dei sindaci perché anticipi la convocazione di queste categorie, che è arrivata se non sbaglio per il 27 o il 28, cioè tra 11 giorni. Ma davvero dobbiamo aspettare il congresso della Lega per dare ascolto a pescatori autotrasportatori e agricoltori? Cioè praticamente a Meloni nel palazzo sono andati a dire ‘presidente guardi che il Sud non ha benzina’ e lei risponde ‘e dategli l’autonomia differenziata’”. Lo ha detto la segretaria del Pd, Elly Schlein, nella sua relazione introduttiva dell’assemblea nazionale del Pd alla Nuvola dell’Eur.

“A questo siamo arrivati. Questo – ha aggiunto – è il governo che ha fatto le scelte più antimeridionaliste della storia repubblicana. Toccherà noi invece dire che non c’è il riscatto per l’Italia se non c’è il riscatto del Sud”.

Cortei, Schlein: inaccettibaile violenti siano usati per oscurare le proteste

Roma, 18 ott. (askanews) – “Le persone che sono salite su questo palco non c’entrano niente con i violenti e con i delinquenti che hanno messo a ferro e fuoco città e ferito gli agenti delle forze dell’ordine. Come non c’entriamo niente noi, che le abbiamo sempre condannate le violenze, da qualunque parte venissero”. Lo ha detto la segretaria del Pd, Elly Schlein, citando le voci dei rappresentanti delle proteste che l’hanno preceduta negli interventi all’assemblea nazionale del Pd alla Nuvola dell’Eur.

“E però è inaccettabile – ha aggiunto – che si usino i violenti per coprire la voce di migliaia e migliaia di persone che pacificamente stanno protestando in tutta Italia per il carovita, per il caro affitti, per il caro carburanti, perché non riescono più a vivere. Queste sono le voci che chi governa dovrebbe ascoltare invece che oscurare”, ha concluso.

Il primo Angelus del Papa dopo l’operazione: mi sento particolarmente vicino ai malati

Roma, 18 ott. (askanews) – Papa Leone torna a pronunciare un discorso dopo l’operazione chirurgica subita al Gemelli per l’asportazione di un tumore al polmone. Il Pontefice si è affacciato dalla finestra del Palazzo Apostolico in piazza San Pietro per la recita dell’Angelus. Il Pontefice, tra le altre cose, ha detto: “Superata questa fase delicata, come sapete, adesso riprenderò gradualmente le mie attività, sempre con l’aiuto di Dio e delle vostre preghiere”.”Questa esperienza mi ha fatto provare in modo particolare la vicinanza a quanti attraversano la malattia e una condizione di infermità”, ha anche detto Leone. “Desidero ringraziare tutti coloro che in questi giorni hanno pregato per me. Ho sentito davvero il vostro sostegno: grazie! Particolare riconoscenza esprimo ai medici, agli infermieri e a tutto il personale del Policlinico Gemelli”, ha aggiunto.

Riprendendo il Vangelo di oggi (“Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”), Papa Leone invita a “essere veritieri, senza soggezione e ipocrisia, liberi per il bene”. Lo dice affacciandosi dalla finestra della Terza Loggia del Palazzo Apostolico, in piazza San Pietro. “Preghiamo il Signore – ha aggiunto il Pontefice – che ci aiuti ad essere così. E affidiamoci all’intercessione della Vergine Maria”.

“Oggi – così anche Leone – si celebra la 100esima Giornata Missionaria Mondiale. Pensiamo a quanta storia missionaria in questi 100 anni. Preghiamo perché la Chiesa sia sempre fedele al mandato del Signore risorto: ‘Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura’”.

Cortei, Schlein: TeleMeloni censura proteste, noi le ascoltiamo

Roma, 18 ott. (askanews) – “Abbiamo ascoltato adesso le parole di Michele, di Matteo, di Sophie, che ringrazio davvero per essere venuti a portarci la loro testimonianza”. Lo ha detto la segretaria del Pd, Elly Schlein, citando gli interventi dei rappresentanti delle proteste in apertura dell’assemblea nazionale del Pd alla Nuvola dell’Eur.

“Era giusto oggi – ha rivendicato – iniziare prestando ascolto a chi protesta perché non ce la fa più, questa è una trasmissione che su TeleMeloni non vedrete di certo, perché stanno censurando le proteste di un Sud che si sta bloccando, di studenti che non riescono più a pagare un affitto. E ci sembrava giusto quindi ascoltarli noi farli ascoltare da qui”.

Cortei, Bonaccini: Pd condanna violenze. Minoranza delinquenti non offuschi proteste

Roma, 18 ott. (askanews) – Il presidente del Partito democratico, Stefano Bonaccini, ha annunciato, in apertura dell’assemblea nazionale in corso alla Nuvola dell’Eur, che prima della relazione della segretaria, Elly Schlein, parleranno dal palco studenti, autotrasportatori e agricoltori protagonisti delle proteste di questi giorni. “Ovviamente – ha detto – tra la moltitudine di quanti hanno manifestato, c’è anche una piccola minoranza di persone che van chiamate col loro nome, delinquenti, che hanno sfasciato patrimonio pubblico e privato, aggredito le forze dell’ordine a cui va la nostra piena solidarietà e vicinanza, ma non vorremmo che questi episodi offuschino la realtà delle proteste. Abbiamo sempre condannato e condanneremo ogni forma di violenza e devastazione”, ha aggiunto.

Può la politica ritrovare un suo codice di civiltà?

Il valore di un gesto

L’editoriale di Antonio Polito pubblicato sul Corriere della Sera il 15 ottobre scorso andrebbe letto e riletto. Conservato e consegnato a figli e nipoti.

Il suo titolo è molto semplice, anche se offensivo per chi valuta la politica solo come una costante e insanabile lotta fra rivali diversi, fra amici e nemici: «Civiltà degli applausi bipartisan».

Si tratta dell’applauso rivolto a Giorgia Meloni in Parlamento anche da parte della sinistra riformista, a proposito del «tradimento di Trump sull’Ucraina». Un applauso bipartisan che per Polito rappresenta «un piccolo […] gesto di civiltà politica e di coerenza morale», perché «i parlamenti esistono proprio per parlarsi, anche tra schieramenti diversi».

Bene. Ma queste sue parole vanno oltre. E ci fanno capire molte cose. Perché riguardano solo apparentemente l’eccezione alla quotidiana cronaca rissosa fra i nostri partiti, satura, come sappiamo, di invettive e improperi spesso offensivi, fra i tanti leader e leaderini che compongono la galassia frantumata della mezza democrazia a pezzi italiana.

Il pluralismo e le sue deformazioni

Una democrazia rappresentativa solo formalmente, perché nelle mani di una trentina di segretari autoeletti che si combattono quotidianamente. Una democrazia liquefatta fra partiti, partitini, movimenti e gruppi parlamentari personali, che offendono il vero e autentico pluralismo e che spesso — anche se non sempre — si fotocopiano i valori di fondo della democrazia liberale e sociale.

Se li personalizzano con la voglia di distinguersi e isolarsi il più possibile, senza mai arrivare a una conclusione condivisa. Ma sempre dimentichi del fatto che c’è solo l’1% di superricchi e di potere tecnocratico supercapitalistico privato che oggi, con la finanza, comanda l’intero mondo.

E nonostante queste fotocopie di valori di fondo, il periodo che viviamo è quello di un bipolarismo giocato sulle facce dei leader e sulle loro nervose posture. “Vannaccianamente” diviso sui sovranismi e sulla sacralità delle etnie.

Un bipolarismo disturbato a volte da un terzo polo, che si fa fatica a chiamare centro se è vera, come è vera, la definizione del centrismo che ha dato Sturzo in un suo articolo pubblicato il 26 agosto 1923 su Il Popolo Nuovo, definendo la divisione fra destra e sinistra un «[…] semplicismo politico […] inadeguato a interpretare la realtà sociale e morale del Paese».

E spiegando poi che il centro «non è una mediazione debole e […] una via di mezzo opportunistica, un colpo alla botte e uno al cerchio […] o una tattica da equilibrista per accontentare tutti», ma è qualcosa di più concreto e specifico.

 

Parlarsi fra diversi

Ecco. Parlarsi tra schieramenti diversi, condividere idee diverse e dialogare fra diversi.

Ricordo sempre che è anche quello che Aldo Moro, rivolto ai comunisti, disse moltissimi anni fa a Benevento, in un suo famoso discorso, per indicare quello che Polito definisce un consenso civile e una coerenza morale tra schieramenti opposti su questioni rilevanti di interesse generale.

Oggi siamo di fronte a sfide epocali che ci coinvolgono tutti, senza distinzione di collocazione geometrica e spaziale. Destre, sinistre e centri della politica, a partire dall’Europa ancora bloccata al passato ottocentesco del primato delle singole nazioni, non possono dividersi e avere idee diverse nell’affrontare problemi generali come le emissioni di CO₂, con il clima capovolto, i mari bollenti e i ghiacciai che si sciolgono ogni ora; le inarrestabili migrazioni, l’ancora sconosciuta intelligenza artificiale, le pandemie e le guerre ricomparse.

E con la povertà assoluta arrivata in Italia nel 2025, come dice l’Istat, a 2,1 milioni di famiglie, equivalenti a 5,4 milioni di persone. Senza mai dimenticare la pace, richiamata anche dalla telefonata di papa Leone, appena operato, a Putin.

Sono problemi epocali enormi che interrogano la politica in generale, senza distinzioni di appartenenza e senza ricorrere a dove si sta seduti negli emicicli dei Parlamenti.

 

La pace come valore della convivenza

Se questo è il segno della civiltà politica e della coerenza morale a cui si riferisce Polito, vuol dire che almeno ogni tanto iniziamo a lanciare un segnale sul futuro e riscopriamo l’armonia della vita in comune e dello stare insieme con chi ha idee diverse dalle nostre.

Anche con chi è povero. Oppure con chi ci dà una mano enorme, ma non è nato in Italia e ancora non parla bene la nostra lingua.

Mettendo da parte chi proclama il pacifismo solo con le parole e come occasionale momento storico, ed esaltando invece chi sente la pace come valore fondamentale della convivenza umana.

Bilancio 2027, i pannicelli caldi che non servono all’Italia

Una manovra dagli spazi ridotti

La nuova legge di bilancio sulla quale stanno lavorando Governo e Parlamento si preannuncia come un pannicello caldo per la traballante economia nazionale. L’attuale fase di inflazione crescente contribuisce ad accrescere la pressione sulla spesa per gli interessi sul debito pubblico, riducendo lo spazio disponibile per la manovra del 2027.

La crescita dell’inflazione, trascinata dalla difficile congiuntura che attraversa il mercato dei prodotti energetici, determina una significativa erosione del potere d’acquisto di stipendi e pensioni, con una conseguente contrazione dei consumi. Le famiglie italiane faticano sempre più ad arrivare alla fine del mese, in alcuni casi perfino alla metà.

I dati Istat relativi al 2025 certificano che in Italia sono oltre 2,1 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta, per un totale di 5,4 milioni di persone, tra le quali più di un milione sono bambini: parliamo di circa il dieci per cento della popolazione.

 

La povertà che compromette il futuro

La condizione di povertà assoluta compromette l’accesso a un’alimentazione sana e completa sul piano nutrizionale, alle cure mediche e agli accertamenti per la prevenzione.

Incide in modo decisivo anche sull’accesso all’istruzione e alla formazione, determinando un divario professionale destinato a trasformarsi in uno svantaggio sociale che può segnare l’intera vita delle persone e delle famiglie che convivono con un forte disagio economico.

Da diversi anni la povertà non è più una prerogativa esclusiva di chi non ha un lavoro. In altre parole, per essere poveri non è necessario essere disoccupati. L’eccessiva precarizzazione del lavoro ha infatti alimentato il fenomeno dei cosiddetti working poor: persone che rimangono povere pur lavorando, magari anche con un regolare contratto a tempo indeterminato.

La stessa durata indeterminata del contratto assume, peraltro, un valore relativo: la continuità dell’occupazione rimane esposta alla congiuntura economica, il cui peggioramento può condurre alla perdita del posto di lavoro.

 

Dietro le crisi industriali, le famiglie

Al MIMIT, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, oltre alla crisi dell’ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia, che coinvolge Taranto e Genova con migliaia di persone senza lavoro, ci sono altri trentasei tavoli aperti per altrettante crisi aziendali di grande importanza: Electrolux, Eurallumina, Cogne Acciai Speciali, Bekaert Sardegna, Natuzzi, Hydro, Pfizer, Tiscali e altre ancora.

Dietro ognuno di questi tavoli ci sono numeri importanti di lavoratori e famiglie che vivono nella più totale incertezza sul proprio futuro.

In questa fase di grande difficoltà economica, il Paese avrebbe bisogno di interventi strutturali per andare incontro alle esigenze quotidiane delle famiglie. A cominciare dalla restituzione del potere d’acquisto, eroso dall’inflazione e dal prelievo fiscale.

Occorre intervenire sul drenaggio fiscale, il cosiddetto fiscal drag, che può accrescere il peso dell’imposizione sui redditi quando gli aumenti nominali compensano soltanto l’inflazione. A questo si aggiunge l’effetto delle imposte proporzionali sui consumi: più salgono i prezzi, più cresce, a parità di aliquota, l’imposta pagata sul singolo acquisto.

 

Carburanti e pensioni, le promesse dimenticate

Un discorso a parte meritano i carburanti, aumentati subito dopo lo scoppio della guerra in Iran. I consumatori hanno pagato fin da subito prezzi più alti per benzina e gasolio, anche quando derivavano da greggio acquistato in precedenza a condizioni diverse. Si è così lasciato spazio a rincari che hanno il sapore della speculazione a danno dei consumatori.

Senza dimenticare che sui carburanti gravano anche le accise: quelle stesse accise che furono oggetto di un famoso spot elettorale, evidentemente dimenticato dall’autrice di allora, che oggi, da Palazzo Chigi, si guarda bene dal dare seguito a quel proclama pronunciato con tanta veemenza.

Un altro pietoso velo va steso sulle promesse di abolizione della cosiddetta legge Fornero, visto il progressivo allungamento del periodo contributivo necessario per conseguire il pieno trattamento pensionistico.

 

La priorità della maggioranza

In questo quadro di crescente preoccupazione, che riguarda non soltanto il futuro ma anche l’immediato presente, l’unica riforma realizzata è quella del sistema elettorale, peraltro con diversi profili di incostituzionalità.

Una riformina che non dà certo risposte alle inquietudini della popolazione, ma risponde soltanto alle esigenze della ristrettissima cerchia dell’attuale maggioranza di governo, che vorrebbe perpetuarsi nel tempo.

L’IA e le domande nascoste: la supervisione umana comincia dalle premesse

Oltre la verifica dei dati

Che cosa dobbiamo poter riconoscere, recuperare e modificare perché la supervisione umana, nell’interazione con l’intelligenza artificiale, sia effettiva lungo il dialogo e non soltanto al momento di accettare una risposta?

La domanda riguarda un’esperienza per noi ormai familiare: ci rivolgiamo a un sistema informatico per comprendere un argomento, confrontare interpretazioni, mettere alla prova un’idea. Leggiamo ciò che restituisce, chiediamo precisazioni, formuliamo obiezioni. La risposta successiva tiene conto di questo scambio e il ragionamento prosegue. Ma mentre discutiamo il contenuto della risposta che ci viene data, quanto riusciamo a vedere del modo in cui viene organizzato il problema e, di conseguenza, formulata la risposta?

Una risposta può essere corretta nei singoli dati e lasciare fuori una relazione decisiva. Può presentare due alternative plausibili senza farci intravedere una terza. Può rispondere con precisione a una domanda la cui premessa avrebbe meritato di essere discussa. In questi casi, verificare l’esattezza delle informazioni è necessario, ma non esaurisce il lavoro critico. Occorre interrogare anche il campo entro il quale quelle informazioni acquistano un significato per noi rilevante.

La questione precede l’intelligenza artificiale. Un insegnante, un giornale, un libro selezionano, ordinano e interpretano. La conoscenza umana si sviluppa attraverso mediazioni e dipende largamente da competenze che il singolo non possiede. Non sarebbe ragionevole identificare l’autonomia con la capacità di verificare personalmente tutto ciò che sappiamo. Possiamo però domandarci quali siano le condizioni che ci permettono di riconoscere una mediazione, valutarne l’affidabilità e contestarne l’impostazione.

Nel dialogo con l’IA questa domanda assume una forma particolare.

La risposta viene costruita mentre interagiamo e può cambiare insieme alle nostre stesse richieste. Anche la domanda iniziale si trasforma: incontriamo un collegamento inatteso, precisiamo un dubbio, abbandoniamo una spiegazione. È proprio questa possibilità a rendere il dialogo fecondo. L’esito non era necessariamente contenuto nell’intenzione con cui avevamo cominciato l’interazione.

Sarebbe dunque riduttivo considerare ogni contributo imprevisto del sistema di IA come una sottrazione di controllo. Un’obiezione pertinente può liberarci da un errore; una rappresentazione diversa può rendere visibile ciò che non riuscivamo a comprendere. La capacità di giudizio si esercita anche lasciandosi correggere. Il problema emerge quando diventa difficile distinguere l’apertura di una possibilità dall’adozione silenziosa di una cornice interpretativa.

 

Le premesse dentro la domanda

Supponiamo di chiedere perché una certa iniziativa pubblica abbia fallito. La domanda contiene già un giudizio: che il fallimento sia avvenuto. Se il sistema elenca le possibili cause, può offrirci informazioni corrette e tuttavia lasciare inesaminata proprio quella premessa. Un servizio pubblico, per esempio, potrebbe aver superato il budget previsto e contemporaneamente raggiunto persone che prima ne erano escluse. Per valutarne l’esito occorre chiarire quali obiettivi consideriamo, quale peso attribuiamo ai costi e ai benefici e quale periodo prendiamo in esame. Chiedere subito le cause del fallimento può far passare in secondo piano queste distinzioni.

L’orientamento può dunque cominciare dalla nostra stessa domanda. Il sistema può accoglierne l’impostazione e svilupparla, oppure renderla esplicita e sottoporla a confronto. Nel primo caso, una risposta articolata rischia di apparirci come una conferma indipendente di ciò che avevamo già presupposto. Nel secondo, il dialogo ci permette di tornare sul criterio con cui abbiamo formulato il problema. Questo non significa che ogni premessa debba essere contestata: potrebbe essere già sostenuta da prove adeguate. Significa poter distinguere ciò che abbiamo stabilito da ciò che abbiamo semplicemente assunto.

Anche il concetto di errore richiede, allora, una precisazione. Una data inesatta o una fonte inesistente sono errori fattuali. Una conclusione che non segue dalle premesse presenta un difetto di ragionamento. Ma una risposta può risultare inadeguata anche quando le informazioni sono corrette e i passaggi coerenti: accade, per esempio, se valuta un servizio soltanto in termini di spesa, mentre la domanda riguarda anche la sua accessibilità. In questo caso è il criterio adottato a restringere l’indagine. Non ogni omissione costituisce un errore: ogni risposta deve selezionare. Occorre capire quando ciò che viene escluso potrebbe modificare il giudizio.

La supervisione comprende quindi la possibilità di riconoscere le premesse e i criteri che ciascuno scambio introduce, prima che i passaggi successivi li trattino come acquisiti.

 

Recuperare il percorso, non solo l’esito

La durata della conversazione aggiunge un’altra difficoltà. Un percorso di ricerca comprende ipotesi provvisorie, obiezioni, correzioni e cambiamenti di criterio. Conservarne una conclusione non equivale a conservarne il significato. Conta anche sapere a quali condizioni l’avevamo ritenuta valida e che cosa ci aveva poi indotto a modificarla.

Se, riprendendo un lavoro, riemerge un’interpretazione senza la critica che l’aveva superata, possiamo tornare inconsapevolmente su un terreno già abbandonato. Non è necessario immaginare un’intenzione di orientamento: una selezione incompleta è sufficiente a modificare il punto dal quale ricominciamo.

Anche nell’esperienza umana possiamo ricordare un giudizio e dimenticare le circostanze che lo rendevano provvisorio. Ci torna in mente che un progetto fosse stato considerato inefficace, ma non l’obiezione emersa in seguito o il criterio diverso con cui lo avevamo rivalutato. Il confronto con l’IA riguarda questa possibile conseguenza, senza presumere un’identità fra i meccanismi: ciò che torna disponibile può aver perso una parte delle condizioni necessarie per essere interpretato. Diventa allora importante poter confrontare la ricostruzione proposta con le tracce del percorso, riconoscere una discrepanza e correggerla.

Anche la forma con cui una risposta si presenta merita attenzione. Una tabella facilita il confronto, ma richiede che siano state scelte le categorie da confrontare. Un diagramma rende evidenti alcuni rapporti; una sintesi stabilisce che cosa può essere omesso. La chiarezza è preziosa, purché rimanga possibile interrogare le scelte che l’hanno prodotta. Una rappresentazione facilmente leggibile può essere difficile da mettere in discussione proprio perché appare già ordinata e compiuta.

 

Riconoscere, recuperare, modificare

I tre verbi della domanda iniziale cominciano così ad acquistare un contenuto. Riconoscere le premesse e le selezioni rilevanti; recuperare gli elementi necessari a esaminare come si è sviluppato il ragionamento; modificare la domanda, le categorie o la rappresentazione quando non sono più adeguate. Questo non richiede di conoscere ogni operazione interna del modello di IA che si sta usando. Richiede però di poter intervenire su ciò che rende una risposta pertinente e convincente rispetto alla domanda che è stata posta, non necessariamente ai risultati che speriamo possano venirne.

Quanto di questo lavoro cognitivo può essere affidato alla competenza dell’utente? E quanto deve essere reso possibile dalla progettazione del sistema? Chiedere alle persone di esercitare spirito critico lascia aperta la questione degli strumenti, del tempo e delle conoscenze necessari per farlo. Una facoltà formalmente riconosciuta può essere molto onerosa da esercitare.

La responsabilità della politica

Il punto incontra così una responsabilità della politica. Chi progetta gli ambienti nei quali cerchiamo, confrontiamo e interpretiamo informazioni contribuisce a stabilire le condizioni del nostro lavoro conoscitivo. La possibilità di riconoscere e discutere quelle condizioni riguarda anche la formazione dell’opinione pubblica: come valutiamo un provvedimento, confrontiamo programmi, attribuiamo responsabilità e maturiamo una scelta elettorale.

La politica dovrebbe assumere queste possibilità come obiettivi concreti: promuovere una formazione che insegni a interrogare anche i criteri delle risposte; sostenere una ricerca indipendente sugli effetti dell’interazione; chiedere che gli strumenti consentano di recuperare i passaggi rilevanti e correggere le informazioni e le interpretazioni sulle quali il dialogo prosegue. L’accesso a queste capacità merita attenzione quanto l’accesso alla tecnologia. Altrimenti la supervisione rischia di essere effettiva soprattutto per chi dispone già di competenze, tempo e risorse.

Questa responsabilità coinvolge anche i partiti nel proprio uso dell’IA. Chi la impiega per analizzare problemi, elaborare proposte o comunicare con i cittadini dovrebbe rendere conto delle verifiche effettuate e delle scelte assunte. Il ricorso a un sistema non attenua la responsabilità politica per ciò che si sostiene, si omette o si presenta come inevitabile.

Resta da capire come tradurre questi obiettivi in condizioni praticabili, come verificarne l’efficacia e a chi affidarne il controllo. È il terreno di un ulteriore approfondimento. La domanda che lo apre riguarda la democrazia: come garantire ai cittadini la possibilità di discutere i criteri attraverso cui l’IA contribuisce a rendere conoscibile la realtà, senza attribuire al potere politico il compito di stabilire quale interpretazione debba prevalere?

Beveridge, la libertà comincia dalla lotta al bisogno

Una allegra famiglia, attorno a una tavola ben imbandita, nel giorno di festa mentre viene servita la portata principale: è questa la rappresentazione che nel 1943 Norman Rockwell offre di quella «libertà dal bisogno» che Franklin Delano Roosevelt aveva citato, due anni prima — insieme alla libertà di parola, alla libertà di culto, alla libertà dalla paura — nel suo Discorso delle quattro libertà, all’inizio dell’anno nel quale gli Stati Uniti sarebbero infine entrati in guerra al fianco degli Alleati.

Il fatto è che, con la guerra, la «libertà dal bisogno» diventa, oltre che messaggio di propaganda, obiettivo politico per i governi alleati: è un invito, ma anche una promessa. È chiaro a molti, infatti, specie tra le forze che con diverse gradazioni guardano con favore alla prospettiva del progresso sociale, che alla fine del conflitto gli assetti economici dovranno mutare, e mutare profondamente, anche se si è lontani da un consenso sulla direzione di quel mutamento. Diverse sono le posizioni tra i cattolici e i comunisti, tra i liberali e i socialisti. Ma pochi dubitano del fatto che quel progresso, quando e se verrà, non potrà più escludere la parte più larga della popolazione.

 

Un rapporto per cambiare la società

Questi sviluppi sono di là da venire quando, nel giugno del 1940, Ernest Bevin, allora ministro del Lavoro nel governo Churchill, chiama a collaborare col suo ministero William Beveridge. L’idea iniziale è di affidargli il dipartimento del welfare, ma Beveridge rifiuta e ripiega sulla preparazione di un rapporto sulla formazione della forza lavoro in tempo di guerra. L’anno dopo, nel 1941, il ministro della Salute Ernest Brown gli affida la presidenza di un comitato chiamato a compiere un’indagine sullo stato delle assicurazioni sociali, insieme alla possibilità di produrre delle raccomandazioni.

Come ha scritto Robert Skidelsky, Beveridge «era un eroe improbabile: era uno scienziato sociale rigido come un monumento, tutto compreso di sé, un solista, il quale tuttavia bramava più alte responsabilità ed era convinto che i propri talenti fossero largamente sottovalutati dai suoi referenti politici» (Robert Skidelsky, John Maynard Keynes. Fighting for Britain 1937-1946, Macmillan 2000).

Da quell’attività collegiale, che a poco a poco Beveridge sempre più avoca a sé, sarebbe emerso, nel novembre del 1942, quel famoso rapporto al Parlamento intitolato Social Insurance and Allied Services, che costituirà la base per la nascita, dopo la guerra, del moderno welfare state. Prima di darvi uno sguardo, sarà bene dire qualcosa di più sul suo autore e sulle origini del welfare state.

 

Le radici di un riformatore

Quanto all’autore, William Henry Beveridge nasce a Rangpur, allora in India, oggi in Bangladesh, il 5 marzo 1879. È il figlio di Henry Beveridge, un magistrato dell’Impero in servizio in India, e di Annette Akroyd, orientalista e traduttrice. È inoltre fratello di Annette Jeanie Beveridge, che convolerà a nozze con Richard Henry Tawney, storico dell’economia e riformatore sociale. William consegue la laurea al Balliol College a Oxford, dove compie studi classici e matematici, prima di dedicarsi al diritto. Il padre è un fervente seguace delle idee di Auguste Comte e in specie della sua “religione” secolare dell’umanità. Lo stesso Beveridge si definirà un «materialista agnostico» (José Harris, William Beveridge: A Biography, Oxford University Press 1997).

Le successive convinzioni, esperienze e influenze si possono racchiudere in tre insiemi. Il primo gruppo di esperienze matura a Toynbee Hall, una di quelle settlement house esistenti a Londra alla fine del secolo come sorta di avamposti nelle aree socialmente più fragili, dove gli esponenti delle classi medio-alte trasferiscono la propria abitazione nella speranza di poter contribuire al progresso e alla riforma del quartiere. Qui lavora a stretto contatto con Beatrice e Sidney Webb e ne assorbe la carica riformatrice. Sono gli anni del fabianesimo e della Fabian Society (1884), che propugna l’idea di un cambiamento graduale della società, dal nome di Quinto Fabio Massimo, il Temporeggiatore.

Il secondo gruppo di esperienze matura tra il 1908 e la fine della Prima guerra mondiale, dieci anni dopo. Beatrice Webb lo presenta a Winston Churchill, che in quel momento è a capo del Board of Trade, il ministero del Commercio e dell’Industria, nel governo Asquith (David Lloyd George è al Tesoro). Beveridge diventa il direttore dell’Agenzia del lavoro nell’ambito del Board of Trade. Nel 1909 pubblica un libro sulla disoccupazione (Unemployment: A Problem of Industry, Longman 1909), oramai modernamente intesa come problema del sistema economico nel suo insieme e non più solo dei singoli lasciati a se stessi.

Il terzo gruppo di esperienze copre l’intero periodo tra le due guerre mondiali, allorché Beveridge lascia il Civil Service e diviene direttore della London School of Economics, fondata nel 1895 dai coniugi Webb, da George Bernard Shaw e da altri “fabiani”, con l’idea di contribuire al cambiamento della società. Di qui il motto dell’istituzione, suggerito dall’economista Edwin Cannan: rerum cognoscere causas, tratto da un verso delle Georgiche di Virgilio. Beveridge assicura la crescita dell’istituzione, nella quale convivono diversi tipi di liberalismo. Dal 1929 al 1939 guida, inoltre, il Comitato internazionale sulla storia dei prezzi, una grande ricerca a carattere storico-economico finanziata dalla Rockefeller Foundation, all’interno della quale maturano importanti studi sulla formazione e sulle tendenze secolari dei prezzi in diversi Paesi europei dal Medioevo in poi.

Quanto al contesto, basta ricordare che la storia del moderno welfare inizia nella Germania di Bismarck negli anni Ottanta dell’Ottocento; che essa si intensifica — passando per la Rerum novarum di Leone XIII (1891), che con forza pone il tema dei rapporti tra capitale e lavoro — all’inizio del nuovo secolo, quando si assiste a una riforma del capitalismo nel seno stesso del capitalismo: per esempio in Italia con Giolitti, Luzzatti e Nitti; nel Regno Unito con Asquith, Churchill e Lloyd George; negli Stati Uniti con Theodore Roosevelt. Una fase di democratizzazione, questa, interrotta dalla Grande guerra e sul cui esito in assenza di quel conflitto si può soltanto speculare. Ultimo, non per importanza, il New Deal di Roosevelt, che negli anni Trenta aggiorna istituzioni e politiche del lavoro.

 

La sfida ai cinque giganti

In che cosa consiste, dunque, il rapporto Beveridge? Nella proposta di istituzione di un sistema nazionale di assicurazioni sociali per tutti i cittadini, per far fronte alla disabilità, alla disoccupazione, alla pensione, equamente finanziato dai datori di lavoro, dai lavoratori e dallo Stato. Ciò avrebbe garantito, nelle parole di Beveridge, «uno standard di vita al di sotto del quale a nessuno sarebbe stato concesso di cadere». Al contrario, nelle sue intenzioni ne sarebbe derivato un generale sollevamento delle condizioni di vita della popolazione, insieme al raggiungimento dell’obiettivo della piena occupazione.

«L’organizzazione delle assicurazioni sociali — si legge nel rapporto — deve essere trattata come complessiva politica di progresso sociale. L’assicurazione sociale, quando sia pienamente sviluppata, può procurare sicurezza di reddito; è un attacco alla miseria. Ma la miseria è soltanto uno dei cinque giganti sul cammino della ricostruzione, e forse il più facile ad attaccare. Gli altri sono la malattia, l’ignoranza, lo squallore e l’ozio». Beveridge è un riformatore sociale.

Keynes ne legge con entusiasmo le bozze: «Penso — scrive — che sia una riforma vasta e costruttiva, di importanza reale, e sono contento di trovarla fattibile sotto il profilo finanziario» (Skidelsky). Una difesa finanziaria e non solo ideale, quella di Keynes, decisiva di fronte alle occhiute considerazioni del ministero del Tesoro e di quanti temono non solo per la tenuta delle finanze pubbliche, ma anche per l’ampliarsi dei compiti dello Stato a spese di una libertà classicamente intesa.

Il fatto è che Beveridge crede in una «libertà solidale», nella quale l’acquisizione di gradi, forme e strumenti di libertà da parte degli altri, specie da parte dei più fragili, accresce la propria libertà sostenendone le fondamenta, all’insegna della collaborazione tra comunità, persona e Stato, senza sterili contrapposizioni: «Non era in discussione l’economia di mercato, quanto la sua incapacità di assicurare da sola al cittadino quella sicurezza ritenuta indispensabile per poter suggellare un nuovo patto sociale tra cittadini e istituzioni, fondamentale in guerra ma soprattutto nel dopoguerra» (dall’introduzione di Michele Colucci, curatore del volume con i testi di Beveridge La libertà solidale. Scritti 1942-1945, Donzelli 2010).

 

Coesione, mercato e piena occupazione

Ai critici, del resto, egli è pronto a illustrare la crescita della competitività che deriverebbe per l’industria da una classe di lavoratori benestanti e maggiormente motivati, insieme a una domanda più elevata e più stabile. Coesione e competitività non sono in contraddizione. Avvicinatosi vieppiù a Keynes, la cui Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta era apparsa nel 1936, Beveridge non ritiene che debbano essere gli imprenditori a farsi carico di assicurare un certo livello della domanda aggregata, ma che solo lo Stato — uno Stato rinnovato, ma non appesantito — possa agire per favorire la piena occupazione.

Va detto che Keynes non è favorevole a un sistema di alte imposte per pagare pensioni e sussidi, il cui costo deve secondo lui essere sostenuto dai datori di lavoro. Il fatto è che Keynes pensa all’intervento pubblico soprattutto in termini di investimenti per la piena occupazione, mentre Beveridge è più interessato a trasferimenti e servizi pubblici per affrontare l’incertezza, come emerge nel saggio di Maria Cristina Marcuzzo Whose Welfare State? Beveridge versus Keynes, in No Wealth but Life. Welfare Economics and the Welfare State in Britain, 1880-1945, a cura di Roger Backhouse e Tamotsu Nishizawa (Cambridge University Press 2010). Ma c’è una convergenza di fondo: il welfare, infatti, può agire da stabilizzatore implicito della domanda aggregata, altra faccia della medaglia degli investimenti.

Da quel rapporto sarebbe nato nel secondo dopoguerra, prima nel Regno Unito e poi anche altrove, il moderno welfare state, come insieme di concrete istituzioni e politiche pubbliche volte in senso liberale a ridurre le diseguaglianze nei punti di partenza, assicurando, mediante sistemi di tassazione progressiva, la fornitura di beni pubblici come l’istruzione, la mobilità, la sanità.

Si dimentica spesso che il genere di capitalismo che nel dopoguerra ha creato e diffuso benessere è quello democratico e sociale, fondato sì sulle libertà, ma legato anche, come insegnava John Kenneth Galbraith, a Beveridge, a Keynes, alle Labour Union e alla paura del comunismo, un fattore questo che, per paradosso della storia, ha temperato gli eccessi di un certo capitalismo, riemersi poi dopo la fine della guerra fredda e tendenti a una società senza comunità, senza persona, senza Stato.

La coesistenza — da tenere sempre sotto controllo, anche finanziario — tra innovative forme di intervento pubblico e canoni classici dell’economia di mercato ha un ulteriore sviluppo in un libro emblematico fin dal titolo, Full Employment in a Free Society (Allen & Unwin 1944), tradotto in italiano da Paolo Baffi e Felice di Falco come Relazione sull’impiego integrale di lavoro in una società libera (Einaudi 1948). Cruciale è l’apporto anche statistico dell’economista Nicholas Kaldor.

 

Il prezzo della pace

Nel libro non si discute solo delle implicazioni di una politica di piena occupazione, ma anche di quelle internazionali, coerentemente con le intuizioni di Keynes, di cui peraltro si citano le idee sulla gestione internazionale dell’offerta di materie prime.

All’inizio del 1945 — dunque pochi mesi prima della fine della Seconda guerra mondiale — esce The Price of Peace, nel quale Beveridge sostiene che «la pace è un bene che, come tutte le altre cose che mette conto di avere, può venire ottenuto solo pagandone un prezzo (…) il prezzo della pace dev’esser pagato in termini sia di potenza sia di ricchezza dalle nazioni potenti e ricche, con la decisione di usare della loro potenza, non per dei fini ristretti, ma per il bene comune dell’ordine mondiale; e con la decisione di diffondere la ricchezza in tutto il mondo mediante la collaborazione economica» (Bompiani 1946). Negli affari internazionali, conclude, gli egoismi conducono spesso alla rovina reciproca.

Alla cooperazione internazionale dedica i suoi ultimi anni, sostenendo per esempio la prima Convenzione mondiale dei popoli, che si svolge a Ginevra tra la fine del 1950 e l’inizio del 1951, insieme a personalità come Albert Camus, Albert Einstein, Thomas Mann e Jacques Maritain.

«Ho mille cose da fare»

Beveridge muore nel 1963. Pochi anni prima era morta sua moglie, Janet Thomson Philip (1876-1959), civil servant e responsabile della segreteria della London School of Economics. Si erano sposati alla fine del 1942, in piena guerra, poco dopo la pubblicazione del Beveridge Report. Ed era stata lei a suggerire la citazione in exergo al libro del 1944, quello sulla piena occupazione in una società libera. Era una breve frase tolta dal secondo capitolo di Shirley, un romanzo di Charlotte Brontë pubblicato un secolo prima (1849).

La frase, lapidaria, da accogliere come espressione di una possibilità di cui occuparsi, e non come forma di determinismo sociale, dice: Misery generates hate. A evitare quello sbocco Beveridge aveva dedicato la sua vita. E gli dovette parer di aver fatto poco se le sue ultime parole prima della morte, secondo le testimonianze, furono: «Ho mille cose da fare».

 

N.B. I titoletti e le parole in grassetto sono a cura della redazione

Guerriglia urbana a Milano, scontri in Duomo tra polizia e manifestanti

Milano, 17 ott. (askanews) – Piazza Duomo a Milano teatro di violenti scontri tra polizia e manifestanti, durante una manifestazione nazionale organizzata dal movimento “Italia in Piazza”, che ha riunito oltre 5 mila persone per protestare contro il carovita, il caro benzina, gli stipendi bassi, la crisi abitativa e lo stato della sanità e della scuola pubblica.

Sul sagrato della chiesa e nelle vie del centro di Milano, gruppi di giovani, molti dei quali vestiti di nero e a volto coperto, hanno ingaggiato una fitta sassaiola e lanciato bombe carta, petardi, fumogeni, transenne, dato fuoco a cestini e divelto segnali stradali. Le forze dell’ordine hanno risposto ai ripetuti assalti con cariche di alleggerimento usando gas lacrimongeni ma anche gli idranti. La piazza è stata fatta evacuare ma i manifestanti sono tornati in massa a hanno ripreso la battaglia. Si registrano feriti e fermati.

Cortei, Landini: chi va in piazza per fare casino danneggia diritto manifestare

Roma, 17 ott. (askanews) – “Noi oggi a Roma eravamo in 100mila, non è successo assolutamente nulla: gente pacifica, volto scoperto. Penso che chi va in piazza con volto coperto e per fare casino in realtà sta danneggiando anche il diritto di manifestare di tutte le altre persone, c’è il rischio che anziché parlare di 100mila persone che oggi a Roma hanno chiesto di cambiare la politica tutti parlino di quello…” Lo ha detto Maurizio Landini, segretario della Cgil, ospite della trasmissione L’Elefante su Rai3.

“Penso che queste forme – ha aggiunto, commentando gli scontri di oggi nei cortei a Milano e in altre città – siano forme assolutamente non accettabili, sbagliate, che vanno assolutamente condannate. Dopo di che bisogna fare attenzione e capire qual è la rabbia sociale che c’è, cioè l’altro tema è capire perché c’è una rabbia sociale che sta crescendo”