Il proclama del re e il nodo del comando delle Forze Armate
La sera del 25 luglio 1943, subito dopo l’annuncio della nomina di Pietro Badoglio a capo del governo, la radio trasmise due proclami che furono pubblicati dai giornali, ma non dalla Gazzetta Ufficiale; il primo, firmato da re Vittorio Emanuele III, dichiarava l’assunzione nelle sue mani del comando di tutte le Forze Armate, affermazione priva di significato in quanto, secondo lo Statuto, il re aveva, anche durante la guerra, il comando di tutte le forze armate.
L’ordine del giorno promosso da Dino Grandi nella riunione del giorno prima durante il Gran Consiglio era stato più preciso, perché recava la dicitura: “Il Gran Consiglio invita il Capo del governo a pregare la Maestà del re Imperatore affinché voglia assumere l’effettivo comando delle Forze Armate”.
Il re infatti era istituzionalmente comandante supremo delle forze armate, tanto che all’inizio del conflitto aveva affidato a Mussolini il comando in sottordine di una parte delle forze armate, precisamente quelle “operanti”. Infatti nel proclama dichiarava: “Zona di operazione 11 giugno 1940. Io Capo supremo di tutte le forze di terra, mare, aria affido al Capo del governo, il comando delle truppe operanti su tutti i fronti”. Quindi assai oscuro il significato del proclama del 25 luglio 1943: da bandi pubblicati successivamente sulla Gazzetta Ufficiale (II, n. 179, 4 agosto 1943) potrebbe sembrare che il re abbia voluto revocare il comando in sottordine, affidato a suo tempo al capo del governo, di una parte delle regie forze armate stesse. La Gazzetta Ufficiale citata pubblica un bando del comandante supremo delle forze armate del 1° agosto 1943 a firma del re, mentre fino a quel momento i bandi erano stati emanati non già dal comandante supremo delle forze armate, ovvero il re, ma dal comandante delle truppe operanti, ovvero Mussolini.
Non è neppure chiaro se nel 1940 il comando delle truppe operanti fosse stato dal re affidato personalmente a Mussolini o al capo del governo. Mussolini infatti non è nominato, ma le qualifiche di capo del governo, duce del fascismo, primo maresciallo dell’Impero, sembrano indicarlo: se capo del governo e duce del fascismo erano qualifiche spettanti anche ai successori, il grado di primo maresciallo dell’Impero era invece rivestito solo dal re e da Mussolini.
Il Gran Consiglio e una decisione già maturata
Fatto sta che in quella calda domenica di luglio i romani erano sovente barricati in casa col caldo soffocante, avendo subito giorni prima un bombardamento che aveva mietuto oltre mille morti e devastato interi quartieri popolari.
La sera di sabato 24 luglio alle ore 17 si era riunito, cosa che non accadeva dal 1939, il Gran Consiglio del Fascismo, su richiesta dei gerarchi Dino Grandi e Giuseppe Bottai, i quali si erano recati da Mussolini il 16 luglio mostrandogli l’ordine del giorno che prevedeva, in base all’articolo 5 dello Statuto del Regno, il ripristino delle funzioni del re in materia di forze armate, quindi Mussolini sapeva perfettamente l’oggetto dell’ordine del giorno che sarebbe stato votato in Consiglio. Quel sabato quindi Dino Grandi, Presidente della Camera dei Fasci, uscendo dalla sua villa in Via Druso (villa che poi dal 1958 sarebbe stata acquistata come residenza dall’attore Alberto Sordi), era ben conscio che si sarebbe trattato di un cambiamento forte del regime, comunque senza nessuna intenzione di farlo cadere ma di modificarlo, probabilmente in senso clerico-conservatore, ignorando tuttavia sia la situazione internazionale che la natura sostanzialmente rivoluzionario-eversiva del fascismo stesso.
Forse nessuno dei firmatari dell’ordine del giorno Grandi prevedeva né sapeva che comunque il re e i comandi militari erano intenzionati ad eliminare Mussolini da capo del governo sin dal 19 luglio stesso, quando, il giorno appunto del bombardamento di Roma, il duce aveva incontrato a Feltre Hitler cercando di far uscire l’Italia dalla guerra senza tuttavia riuscirci. Lo avevano accompagnato il generale Vittorio Ambrosio e i più alti gradi militari e al rientro avevano informato il re dell’infruttuoso incontro con il Führer.
Quindi il voto del Gran Consiglio del 24 luglio non c’entra nulla con la caduta del fascismo; il giorno dopo Mussolini chiese un anticipo dell’incontro col re previsto per lunedì 26 proprio per riferirgli dell’esito del Consiglio. Da vent’anni il re e il duce si incontravano regolarmente il lunedì e il giovedì e quella richiesta di anticipo non fece altro che trasferire il progetto di arrestare Mussolini dal Quirinale, dove lo stesso Ambrosio aveva suggerito l’espediente dell’ambulanza a motivo di distrarre la scorta del capo del governo fuori dal Quirinale stesso, spostare tutto a Villa Savoia dove il re trascorreva la domenica in quel periodo di guerra non potendosi spostare nella residenza estiva di San Rossore in Toscana.
Probabilmente Mussolini, sapendo del contenuto dell’ordine del giorno, lo fece comunque votare per uscire dal vicolo cieco in cui si era cacciato e altrettanto probabilmente, dati i rapporti personali ottimi con Hitler, presentargli quell’esito di voto dell’unico organo rappresentativo non soppresso dal regime, per ottenere un trattamento benevolo dalla Germania e far uscire l’Italia dalla guerra. Ma nel gennaio 1943 le potenze alleate avevano stabilito nella conferenza di Casablanca la “Unconditional Surrender” per i paesi dell’Asse, per cui il re, agendo da solo coi comandi militari, decise l’arresto del duce per porre fine alla guerra.
I quarantacinque giorni di Badoglio e le trattative con gli Alleati
Tuttavia in modo confuso, nominando Badoglio capo del governo pieno di funzionari e non politici, dichiarando che la guerra continuava e non facendo nulla sul versante delle trattative, tanto che gli Alleati il 13 agosto scatenarono una nuova pesante incursione aerea su Roma.
Venne chiesto lo status di “città aperta” per la capitale, mai approvato dagli Alleati, e solo il 19 agosto il re inviava a Lisbona il generale Zanussi, peraltro senza credenziali, per cercare una qualche trattativa ma senza nulla di concreto. Finché si arrivò alla firma dell’armistizio il 3 settembre a Cassibile, vicino Siracusa, da parte del gen. Giuseppe Castellano, sottocapo di stato maggiore italiano (obbligato dagli Alleati a firmare in borghese, umiliazione cocente!), chiedendo da parte degli stessi italiani la copertura militare della capitale alle truppe alleate, a motivo di un massiccio invio di forze militari tedesche il 6 agosto.
L’operazione “Giant TWO” e la mancata difesa di Roma
Nacque così l’operazione “Giant TWO” che prevedeva il lancio di truppe aviotrasportate americane su Roma al momento dell’annuncio dell’armistizio che sarebbe stato divulgato il 13 settembre. Unica condizione posta dal gen. Eisenhower, la copertura da parte delle forze armate degli aeroporti di Bracciano e Pratica di Mare, ma Badoglio continuò a dichiarare, falsamente, che le forze armate non avevano sufficiente carburante, finché la sera del 7 settembre il gen. Maxwell Taylor si recò alle ore 21 in casa di Badoglio a Roma in via Bruxelles, e all’ennesima dichiarazione di assenza di carburante lo obbligò a telefonare personalmente ad Eisenhower e annullare l’operazione “Giant Two”, e Badoglio se ne tornò tranquillamente a dormire.
Il giorno dopo si riunì il Consiglio della Corona al Quirinale decidendo di far allontanare il re, il governo e i comandi militari da Roma, prevedendo, all’annuncio anticipato degli americani l’8 settembre dell’armistizio, che i tedeschi avrebbero potuto fare qualcosa sulla capitale e di conseguenza gli Alleati di nuovo bombardarla distruggendola. Si decise di portare il re, la regina, il principe ereditario e il governo in zona di occupazione alleata, cioè a Brindisi. Di per sé non decisione errata perché in tal modo si salvava l’integrità dello Stato nella figura stessa del re, ma in un modo scorrettamente indecente, senza nessun ordine alle truppe, senza un vero piano di difesa, senza nessuna dignità istituzionale!
Porta San Paolo e la nascita dell’Italia repubblicana
In quel pomeriggio dell’8 settembre a mani nude decine di civili corsero a Porta S. Paolo dove si stavano concentrando le truppe tedesche che si erano posizionate sul litorale di Ostia, pensando che una simile iniziativa, l’armistizio appunto, fosse seguita da una qualche forma di difesa militare approntata dal governo del re… invece nulla! Gli stessi tedeschi tornarono su Roma dalla via Ostiense e a Porta San Paolo trovarono i patrioti a mani nude con le poche armi procuratisi per difendere l’onore dell’Italia dal tedesco invasore.
Lì, come ricorda una grande lapide sulle mura Ardeatine di Porta S. Paolo, nacque il secondo Risorgimento col sangue di chi diede la vita per la Patria mentre casa Savoia, che pure aveva promosso il primo Risorgimento e l’unità d’Italia, fuggiva senza impartire ordini, senza neanche avvertire tutti i ministri (il ministro degli Esteri Guariglia lo apprese dai giornali!), senza l’ombra di coraggio e dignità… quel giorno non nacque solo la resistenza popolare, ma l’Italia repubblicana!
Prof. Giulio Alfano
Presidente Istituto Emmanuel Mounier – Italia