Non una fuga dal mondo, ma un crocevia di realtà dove le persone contano più dei confini. Così il Santo Padre ha incontrato i partecipanti al 47° Meeting per l’Amicizia fra i Popoli, offrendo un’analisi delle crisi contemporanee e un inno alla speranza.
Partendo dal nome stesso della kermesse, il Papa ha ricordato come l’amicizia tra le nazioni non sia un’utopia, ma l’unica via d’uscita da un’epoca segnata da tragedie e ripartenze. «Già solo il pronunciare queste parole rallegra il cuore: “Incontro”! “Incontro di amicizia”! “Amicizia tra i popoli”! Parole che acquistano un particolare significato in queste ore, spesso drammatiche, della storia del mondo», ha esordito, citando San Giovanni Paolo II.
Il realismo della misericordia
Al centro del discorso la necessità di ribaltare lo sguardo sugli altri. La vera fraternità, ha spiegato richiamando l’enciclica Fratelli tutti, nasce dalla consapevolezza che «prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone».
Di fronte a un’umanità che ha «fame e sete di giustizia», il Cristianesimo è chiamato a scendere in campo con la misericordia. Il Pontefice ha tracciato una linea netta contro quel «falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni», contrapponendo il «realismo della misericordia». In questa ottica, non esistono nemici assoluti, ma solo fratelli da incontrare. La regola d’oro è che «il male non si combatte col male», perché la realtà «soffoca nei nostri calcoli e respira nella gratuità di Dio». È la logica del Vangelo, dove Dio «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni», come ha ricordato citando Matteo.
Oltre le aspirazioni personali: i cattolici si ritrovino
La misericordia chiede una conversione radicale delle strutture e del cuore. Il Papa ha invitato a smascherare i meccanismi di potere che generano povertà, guerre e disastri ambientali, liberando la convivenza dal sospetto e il lavoro «dall’idolatria del profitto», fino a disarmare una finanza piegata ai «business della morte».
Per farlo, bisogna abbassare il tono dell’io. Ricordando il convegno di Firenze, ha ammonito: «L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre».
È nell’abbandono dei personalismi che, a mio avviso, i cattolici sono chiamati a ritrovarsi: uscendo dalle proprie sacche ideologiche, possono riscoprire una comunione profonda, uniti non dalle bandiere, ma dalla volontà comune di vivere il realismo della misericordia. È l’ora della responsabilità, ha ricordato il Pontefice, facendo eco al Concilio Vaticano II: «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo».
L’era digitale e la bellezza dell’Incarnazione
In un tempo in cui serve chi sappia «riaccendere sogni e visioni», il Papa ha offerto una bussola per l’era degli algoritmi. Citando l’enciclica Magnifica humanitas, ha mostrato come il disegno di Dio attraversi anche i «passaggi più rapidi e inquieti segnati dalle reti globali». «In un mondo attraversato da tante manovre che puntano a conquistare mercati e spazi di influenza […] il nostro cuore avverte il bisogno di scoprire un disegno diverso, sapiente e benevolo […] Questo disegno di misericordia attraversa la storia anche oggi […] e diventa la bussola per un’esistenza evangelica nell’era digitale. Al centro sta il mistero dell’Incarnazione», ha sottolineato.
Una lettura per i giovani: la responsabilità di “esserci”
Qui permettetemi una lettura personale del discorso, che non è parola letterale del Pontefice, ma mi sembra di leggerla tra le righe del suo messaggio.
L’intero intervento del Papa è un manifesto generazionale diretto a quei “pionieri coraggiosi” che oggi hanno venti o trent’anni. Il Pontefice parla ai giovani quando li chiama alla responsabilità di esserci. Oggi c’è la tentazione di tirarsi indietro, di rifugiarsi nel privato. Il Papa chiede invece di non assentarsi dalla realtà: “esserci” significa partecipare alla vita pubblica, economica e culturale, smettendo di essere spettatori per diventare protagonisti di un’inversione di rotta.
Interpretando il suo invito all’amicizia tra i popoli, mi sembra di leggere una chiamata per i giovani a farsi costruttori di ponti in un’epoca che ha fatto della polarizzazione la sua cifra. Costruire ponti richiede il coraggio di superare le proprie aspirazioni personali. La cultura odierna spinge alla competizione per l’affermazione dell’ego; il Papa, con le parole di Firenze, ribalta il paradigma: la vera realizzazione non sta nel preservare la propria “gloria”, ma nellospendersi per gli altri.
È in questo superamento di sé che i giovani cattolici possono ritrovarsi. Non in un ghetto difensivo, ma in una rete di legami autentici, uniti dalla volontà di testimoniare la misericordia. L’unica forza che permette di guardare l’avversario senza vederlo come un nemico, ma come un fratello. Ai giovani il compito più difficile: correre il “rischio educativo” di innamorarsi della realtà, così com’è, per iniziarne la redenzione.
«Il metodo educativamente più capace di bene non è quello che vive di fuga dalla realtà, per affermare separatamente il bene, ma quello che vive della promozione del bene nel mondo», ha ricordato il Papa, citando don Giussani nella chiusura di un discorso che è, prima di tutto, un invito ad amare la storia. E ad abitarla, fino in fondo, lasciandosi muovere da quell’amore che — come ricorda il titolo di questa edizione del Meeting — «move il sole e l’altre stelle».