C’è qualcosa di volutamente provocatorio nel titolo scelto da Armando Matteo per il suo ultimo libro, La fortuna di essere irrilevanti. Trasformazioni strutturali di una Chiesa dalla quale nessuno o quasi si aspetta più nulla (Edizioni San Paolo). La provocazione, però, non è polemica: è pastorale, persino spirituale. Ed è qui il punto interessante del volume.
La fine della rilevanza cattolica
Per decenni il cattolicesimo italiano ha ragionato dentro una grammatica implicita della “rilevanza”: influenza culturale, mediazione politica, presenza sociale, organizzazione del consenso, centralità educativa. Anche quando la Democrazia Cristiana è scomparsa, è rimasta l’idea che il cristianesimo dovesse comunque “contare”. Matteo prende atto che quella stagione è finita. E suggerisce che proprio questa fine possa aprire una possibilità nuova.
Non è una tesi banale né rassicurante. Perché il libro non indulge nella nostalgia e nemmeno nella denuncia apocalittica della secolarizzazione. Piuttosto, tenta una diagnosi strutturale: la Chiesa — almeno in Europa occidentale — non è più percepita come luogo necessario dell’organizzazione simbolica della società. Non orienta più il linguaggio pubblico, non definisce i codici morali condivisi, non costituisce più il centro implicito della vita collettiva.
Oltre il cattolicesimo di “protezione”
Matteo insiste molto su un punto: per lungo tempo il cattolicesimo ha vissuto in un regime di “protezione sociale”. Famiglia, scuola, tradizioni civili, partiti, associazionismo e perfino abitudini linguistiche contribuivano spontaneamente alla trasmissione della fede. Quel mondo si è dissolto.
Il teologo non propone però una semplice strategia difensiva. Anzi, sembra dire che il problema nasce proprio quando la Chiesa continua a comportarsi come se esistesse ancora una cristianità sociologica ormai tramontata. Da qui la critica a una pastorale che spesso continua a organizzare riti, linguaggi e strutture pensando a un pubblico che non esiste più.
L’“irrilevanza” allora non viene celebrata in sé. Sarebbe un equivoco. Viene piuttosto assunta come una condizione storica da attraversare senza illusioni. E forse — questa è la scommessa del libro — da vivere evangelicamente.
Una Chiesa meno potente, più libera e testimoniale
Dunque, una Chiesa meno ossessionata dall’occupazione degli spazi e più attenta alla testimonianza. In filigrana si coglie quasi una domanda radicale: il cristianesimo è nato per essere maggioranza culturale oppure per custodire una promessa? È una domanda che attraversa tutto il cattolicesimo europeo contemporaneo.
Per il lettore italiano — e forse ancor più per chi proviene dalla tradizione democratico cristiana — il libro può risultare spiazzante. Perché mette implicitamente in discussione una lunga storia di “presenza” cattolica nella società. Non la liquida con superficialità, ma suggerisce che quella forma storica non sia più riproducibile.
Il nodo politico e culturale: una presenza significativa senza nostalgia
Ed è forse qui che il libro diventa più interessante per un pubblico come quello del Domani d’Italia. Perché la vera questione non è se i cattolici debbano tornare influenti nel senso tradizionale del termine. La domanda è un’altra: può esistere oggi una presenza cristiana significativa senza nostalgia della centralità perduta?
Matteo sembra rispondere di sì, ma a condizione di abbandonare ogni illusione restauratrice. La fede, in questa prospettiva, non coincide più con una funzione ordinatrice della società. Diventa minoranza testimoniale, capacità di generare senso, fraternità, cura, libertà interiore.
Naturalmente il rischio esiste: che l’“irrilevanza” si trasformi in rinuncia, adattamento passivo, marginalità compiaciuta. Ed è forse il punto su cui il libro meriterebbe una discussione ulteriore. Perché una Chiesa totalmente irrilevante cesserebbe anche di incidere sulla storia, sulla giustizia sociale, sulla formazione della coscienza civile.
Ma il merito del volume sta proprio nell’obbligare il lettore cattolico a uscire da una zona di conforto. Non offre consolazioni identitarie. Costringe piuttosto a interrogarsi su che cosa significhi essere cristiani quando il cristianesimo non costituisce più il linguaggio comune dell’Occidente.
E, sotto questo aspetto, il titolo scelto da Armando Matteo è meno provocatorio di quanto sembri. È semplicemente realistico.


















































