La lingua, luogo del pensiero
La lingua non è soltanto uno strumento di comunicazione: è il luogo nel quale una comunità pensa, ricorda, costruisce la propria identità e interpreta il mondo. Ogni trasformazione linguistica riflette una trasformazione culturale: muove da questa convinzione il nuovo saggio di Edoardo Lombardi Vallauri, Italiano in bilico, pubblicato da Il Mulino.
Partendo dal presupposto che la linguistica sia una scienza antropologica che studia l’uso degli idiomi parlati e scritti, sia nella loro evoluzione storica che nella contestualizzazione e nelle mutevoli cangianze del presente, potremmo definire un compendio completo il libro di Lombardi Vallauri.
Secondo Wilhelm von Humboldt, la lingua non è un’opera compiuta (ergon), ma un’attività incessante (energeia): su questa linea interpretativa sembra muoversi l’autore di questo interessante libro.
L’autore dimostra di possedere le competenze richieste a un linguista di livello accademico, nello stesso tempo capace di argomentare con una serie ampia di esempi – calandosi nel linguaggio comune – ciò che è corretto sul piano grammaticale, sintattico e semantico dall’uso improprio di parole ormai di dominio comune e di saper distinguere tra l’uso inflessibile delle regole – laddove è necessario, pena distorsioni persino di significato e carenza di rispetto verso l’interlocutore – e le declinazioni tollerabili che riguardano il passaggio dal significante accettabile al significato condivisibile.
Come aveva insegnato Ferdinand de Saussure – fondatore della linguistica moderna – l’equilibrio tra significante e significato costituisce il fondamento stesso del sistema linguistico; quando questo rapporto si altera, non cambia soltanto la forma delle parole, ma anche la qualità della comunicazione.
Tra ortodossia e mutamento
Se la lingua italiana oggi si trova “in bilico” tra ortodossia e cambiamenti lessicali, ciò è dovuto al diffondersi di parole nuove, di strutture grammaticali in continua evoluzione, del conflitto latente o evidente con l’inglese che sta permeando perfino apprendimenti e formazione scolastica – fino a sostituire l’idioma italico – e che l’uso massivo delle tecnologie contribuisce a diffondere nella nostra condivisa quotidianità.
Difficile stabilire ciò che è giusto o sbagliato, quanto sia importante la viva parola di una comunicazione verbale in un contesto dominato da chat e social, quanto il saper scrivere bene sia un’attitudine qualificante o una ridondanza nelle formule abbreviate e nelle espressioni stereotipate della comunicazione digitale e nei messaggi criptici spesso non completati, quanto infine resti fondamentale la lettura come fonte di conoscenza e di apprendimento e affinamento degli stilemi linguistici ed espositivi.
Dinamiche sociali pressanti e in rapida evoluzione e urgenza di comunicazioni veloci e intensive inducono l’autore a una considerazione comprensiva e indulgente verso la mutevolezza dei linguaggi, tenuto conto che proprio partendo dalla singola parola si materializzano scelte dirimenti, inoltre che il lessico giovanile ha le sue dissonanze, come peraltro quello domestico: lo avevamo già appreso da Natalia Ginzburg in Lessico famigliare.
Salvare la forma senza perdere il buon senso
Ma il professor Lombardi Vallauri non rinuncia alla propria competenza scientifica e auspica che il lettore tragga profitto dalla lettura di questo saggio di quasi 400 pagine, dove si comprende bene quanta solida esperienza linguistica e padronanza disciplinare sia stata infusa in questo vero e proprio trattato di linguistica 4.0, per usare una metafora che espliciti attualità semantica e aggiornamento pedagogico del suo lavoro.
Salvare l’ortodossia della forma salvando il buon senso: questo sembra essere il compito che l’autore si prefigge, senza cadere in sofismi di alto lignaggio, senza che la cultura diventi un fardello di cui liberarsi e senza banalizzare o impoverire l’esposizione lessicale, sia essa verbale o scritta.
La pertinenza e la proprietà dei lemmi in uso restano un valore aggiunto fondamentale, per evitare quell’impoverimento linguistico e culturale, quella banalizzazione riduttiva delle parole, quell’omologazione al ribasso, quell’analfabetismo funzionale di cui si era occupato già Tullio De Mauro, il quale aveva ipotizzato che circa un 70% degli italiani non fosse in grado di comprendere un testo di media difficoltà.
Si tratta di una percentuale che viene sostanzialmente confermata in questo saggio e che non riguarda target sociali predefiniti: non ne sono immuni la politica, l’economia, la comunicazione divulgativa mediatica.
Questo induce un effetto domino sul linguaggio comune in uso: «Se tizio si esprime in questo modo ed è un’autorità istituzionale o professionale, allora vuol dire che posso fare altrettanto anch’io».
Le parole e la cittadinanza democratica
Come aveva ammonito Tullio De Mauro, l’impoverimento linguistico non rappresenta soltanto una questione scolastica: costituisce un problema di cittadinanza democratica. Chi comprende poco le parole comprende con maggiore difficoltà anche la complessità della realtà.
Giustamente il professor Lombardi Vallauri auspica che si fissino regole invalicabili, pena l’abituarci reciprocamente al peggio: e mentre io stesso sto scrivendo questa riflessione mi rendo conto che qualcuno dovrebbe innescare un correttore automatico.
Dobbiamo evitare la tendenza a confondere la banalizzazione del linguaggio con la libertà espressiva, ove non addirittura con lo stile personale e le connesse giustificazioni.
La metafora dell’Italiano in bilico non è dunque un nostalgico elogio della lingua perduta né un manifesto purista. È piuttosto un invito a custodire il patrimonio dell’italiano come bene comune, perché ogni parola scelta con precisione rende più limpido il pensiero e un pensiero più limpido rende più libera una società.
In questo senso la lingua non appartiene soltanto ai linguisti o agli insegnanti: appartiene alla qualità stessa della nostra convivenza civile.
La qualità della lingua coincide con la qualità del dibattito pubblico: il linguaggio diventa perciò elemento organico e consustanziale del concetto stesso di democrazia.
Quando il lessico si impoverisce, si impoveriscono anche il confronto civile, la capacità critica, il ragionamento politico e perfino la partecipazione democratica.
È un tema che attraversa De Mauro, Calvino, Eco e decisamente – a me pare – lo stesso Lombardi Vallauri.
Pensare prima di parlare
La lingua – in fondo – non è soltanto un mezzo con cui comunichiamo, ma un metodo con cui impariamo a pensare. Come mi disse Rita Levi Montalcini in una conversazione sul tema “scienza codificata e pensiero pensante”: «Pensare può essere utile, mentre parlare non sempre è necessario». Si tratta di un’affermazione che, nella sua apparente e sorprendente semplicità, esprime in realtà un concetto denso di implicazioni utili nelle quotidiane circostanze della vita.
In genere accade infatti il contrario: si dicono e si ascoltano molte cose senza avere l’esatta percezione del loro significato. Pensieri e parole non sono sempre legati da un nesso logico di causa-effetto, tanto è vero che molte delle incomprensioni nelle relazioni interpersonali sono dovute alla dissociazione e all’incoerenza tra le idee e i comportamenti.
Si finisce così con il parlare molto, con il parlare tutti, con il parlare sempre, senza domandarci cosa alla fine resti di questo grande fervore del dire.
Ma se il pensiero – cioè la riflessione, la consapevolezza, la comprensione – giace inerte e silente, se non precede ciò che si dice o non vaglia in modo critico ciò che si ascolta, la parola resta un’inebriante e spesso insensata anestesia collettiva che ci illude su una realtà che non esiste.
Resta quella che i latini chiamavano, con somma saggezza, flatus vocis: una inutile, eterea e, a volte, fastidiosa e stancante emissione di parole prive della forza del pensiero.