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Trump: il Venezuela consegnerà agli Usa da 30 a 50 milioni di barili di petrolio

Roma, 7 gen. (askanews) – Il presidente americano Donald Trump ha affermato su Truth che il governo ad interim del Venezuela, guidato dal presidente Delcy Rodriguez, consegnerà agli Stati Uniti dai 30 ai 50 milioni di barili di petrolio.

“Sono lieto di annunciare che le autorità ad interim del Venezuela consegneranno agli Stati Uniti dai 30 ai 50 MILIONI di barili di petrolio sanzionato di alta qualità. Questo petrolio sarà venduto al suo prezzo di mercato e questo denaro sarà controllato da me, in qualità di presidente degli Stati Uniti, per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti!”, ha scritto Trump.

“Ho chiesto al segretario all’Energia, Chris Wright, di procedere immediatamente con questo piano – ha aggiunto il presidente – il petrolio verrà caricato su navi di stoccaggio e portato direttamente ai moli di scarico negli Stati Uniti”.

Secondo quanto appreso dal New York Times, Wright incontrerà già oggi alcuni dirigenti di diverse aziende petrolifere a una conferenza sull’energia mentre alcune delle più grandi aziende petrolifere del mondo dovrebbero incontrare Trump a Washington venerdì prossimo.

Groenlandia, la Casa Bianca: Trump vaglia tutte le opzioni, anche l’utilizzo delle forze armate

Roma, 7 gen. (askanews) – Il presidente americano Donald Trump sta “discutendo una serie di opzioni” per acquisire la Groenlandia, tra cui il ricorso alle forze armate. Lo ha detto la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, in una dichiarazione alla Cnn.

“Il Presidente Trump ha reso noto che l’acquisizione della Groenlandia è una priorità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti ed è fondamentale per scoraggiare i nostri avversari nella regione artica – ha detto Leavitt – il Presidente e il suo team stanno discutendo una serie di opzioni per raggiungere questo importante obiettivo di politica estera e, naturalmente, l’utilizzo delle forze armate statunitensi è sempre un’opzione a disposizione del Comandante in Capo”.

Stando a quanto riferito all’emittente Nbc da un alto funzionario della Casa Bianca, le altre opzioni prese in considerazione includono l’acquisto del territorio dalla Danimarca o la stipula di un trattato di libera associazione con l’isola. Washington ha accordi simili con le Isole Marshall, gli Stati Federati di Micronesia e la Repubblica di Palau, che prevedono assistenza finanziaria in cambio della concessione agli Stati Uniti di una presenza di sicurezza sul posto.

Secondo quanto riportato dal New York Times, il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha informato i parlamentari delle Commissioni per le forze armate e la politica estera di entrambe le camere del Congresso che Trump intenderebbe acquistare la Groenlandia piuttosto che invaderla e avrebbe chiesto un piano aggiornato per l’acquisto.

L’Europa è forte, ma non lo sa…ancora

Due eventi traumatici, uno drammatico (la guerra in Ucraina) l’altro politico (la pubblicazione del documento annuale sulla Sicurezza Nazionale USA) hanno indicato agli europei la via da intraprendere con una determinazione che non c’è mai stata: quella di una maggior integrazione, e in prospettiva – non troppo lontana nel tempo – di una vera federazione. E ora un terzo, l’intervento americano in Venezuela, li pone innanzi alla conferma che le basi del diritto internazionale sono state minate in modo grave (si spera non permanente ma di questo non vi è alcuna certezza) e alla conseguente necessità di reagire unitariamente a questo sfregio.

Una forza di cui non sempre siamo consapevoli

Se solo ne fossero pienamente consapevoli. Ma non tutti – o forse solo pochi – lo sono. Cosa di cui invece sono edotti gli altri grandi attori globali, che non per caso li vogliono disuniti.

Un’Europa divisa in tanti piccoli Stati e pertanto debole nei rapporti politici, commerciali, militari e quant’altro con il resto del mondo e con i principali player in modo particolare.

Trump, Putin e la paura dell’unità europea

Prendiamo Trump e Putin. Entrambi ipernazionalisti, è probabile che non comprendano – verrebbe da dire ontologicamente – il valore, il significato di fondo, la natura intrinseca dell’unità europea: ovvero quella di una “condivisione di sovranità”.

Di sicuro però ne intuiscono la potenziale forza e lo testimoniano con le loro affermazioni, ognuno alla sua maniera: ad esempio quando il presidente americano sostiene, dimostrando una volta di più la sua profonda ignoranza, che l’Unione Europea è stata costituita per “fregare” gli Stati Uniti; o quando lo zar russo accusa Bruxelles di volere la guerra, attribuendole così, implicitamente, una potenza militare rilevante (che in realtà sarebbe tale solo se unificata).

L’Ucraina e la prova dei fatti

Certo è che, sia pure con una certa fatica, gli europei sono riusciti a sostenere la difesa dell’Ucraina non solo con l’aiuto economico e militare ma anche bloccando o quanto meno inducendo a qualche riflessione aggiuntiva il tycoon nella sua interessata propensione a favorire Mosca nel suo scontro con Kyiv.

Prima e dopo il meeting di Anchorage e ancora adesso, in questa fase che potrebbe – potrebbe – rivelarsi decisiva ai fini del raggiungimento di un accordo di pace (o almeno di una solida tregua).

Non solo. Gli ormai numerosi pacchetti di sanzioni inflitte a Mosca dall’UE alla lunga stanno effettivamente indebolendo l’economia russa, ridotta ormai a “economia di guerra” o poco più.

Propaganda, quinte colonne e asset congelati

Ovviamente questa è una constatazione che si guardano bene dal condividere i numerosi fan del “partito putiniano” che, in Italia e altrove, negano qualsiasi spiraglio di pace che non sia l’acquiescenza totale alle intimazioni del Cremlino, veicolate per lo più attraverso quattro personaggi ormai noti: l’eterno ministro degli esteri; la sua ineffabile portavoce; l’altro portavoce, quello del Cremlino; l’ex presidente della federazione, sempre pronto a evocare la minaccia atomica.

Volti e nomi che abbiamo imparato a conoscere bene e che qui in Italia hanno individuato quale nemico principale il nostro Presidente della Repubblica.

Si potrebbe aggiungere pure un ulteriore elemento di forza, nelle relazioni con Mosca: l’ammontare ingente degli asset finanziari russi detenuti per lo più presso Euroclear a Bruxelles. Cautamente non impiegati ora per sostenere la spesa militare ucraina (come con forse eccessiva leggerezza aveva ipotizzato la presidente Von der Leyen) ma comunque fermi qui in Europa.

Il mercato europeo come leva strategica

Nei confronti degli Stati Uniti, al di là dei dazi subìti con troppa acquiescenza, l’Unione potrebbe far pesare la propria forza commerciale, il proprio essere un mercato unico e florido di quasi mezzo miliardo di persone.

Non a caso assai ambìto dalla Cina, che ne ha fatto il terminale della sua Belt & Road Initiative, la cosiddetta Nuova Via della Seta.

Una forza palesemente sottovalutata a parole da Trump ma in realtà temuta: e quindi combattuta con l’arma dei dazi (lo strumento “preferito” dall’arrogante inquilino della Casa Bianca) ma ancor più con l’azione volta a disgregare la possibile unità europea favorendo i movimenti e i partiti sovranisti in essa presenti e operanti.

Il passo che manca

All’Europa non fa difetto la forza. Manca piuttosto la consapevolezza, forse meglio dire la piena consapevolezza della propria forza. Che però è tale solo se unita. Questo è il passo da fare.

Ideologia MAGA imperniata su America First e ideologia putiniana imperniata sul Russkiy Mir potrebbero (dovrebbero) imporre agli europei quel cambio di passo.

Un promemoria per il nuovo anno, nel quale potrebbe aprirsi un nuovo dossier. Molto delicato. Si chiama Groenlandia.

Pax Silica, Usa guidano l’ordine tecnologico dell’era AI: senza UE

Il 12 dicembre 2025, a Washington, gli Stati Uniti hanno dato un nome a ciò che da tempo era evidente: la tecnologia non è più soltanto economia, è potere. La chiamano Pax Silica. Non è una legge, non è un trattato internazionale, non è un’organizzazione con statuto e sede. È un’iniziativa tra governi: un gruppo ristretto di Paesi considerati affidabili decide di muoversi insieme per rendere più solide le filiere che sostengono l’economia dell’intelligenza artificiale.

Il perimetro è volutamente ampio e, proprio per questo, politico: semiconduttori e intelligenza artificiale, certo, ma anche materie prime critiche, energia, reti, centri dati e manifattura avanzata. In sostanza, la Pax Silica prova a mettere sotto tutela l’intera “spina dorsale” tecnologica del XXI secolo, riducendo dipendenze ritenute rischiose e garantendo continuità industriale in un contesto che somiglia sempre meno alla globalizzazione senza attriti e sempre più a una competizione tra aree geopolitiche.

Una cooperazione selettiva per governare le filiere critiche

La prima cosa da chiarire è un fatto: la Pax Silica nasce con sette firmatari. Sono Stati Uniti, Australia, Giappone, Corea del Sud, Regno Unito, Singapore e Israele. È una scelta funzionale, non simbolica: ogni Paese porta un tassello essenziale della filiera e condivide un alto livello di allineamento strategico. Per l’Europa, però, il dato che pesa è un altro: tra i firmatari c’è il Regno Unito, mentre l’Unione Europea, come tale, non firma. E questo non è un dettaglio.

I sette firmatari e l’assenza dell’Unione Europea

Che cosa vuole ottenere Washington? La risposta è meno ideologica di quanto sembri e più operativa di quanto si dica. La Pax Silica mira a trasformare la “sicurezza economica” in metodo di governo. Se l’intelligenza artificiale diventa infrastruttura della potenza, allora le sue filiere diventano infrastrutture critiche da proteggere e rendere prevedibili. Significa coordinare la lettura dei rischi, far circolare informazioni su vulnerabilità e colli di bottiglia, allineare incentivi e investimenti, spingere norme tecniche compatibili e, soprattutto, difendere tecnologie sensibili e infrastrutture digitali. La cornice include anche un messaggio implicito ma forte: la competizione passa anche per la capacità di reagire a distorsioni del mercato, come vendite sottocosto e sovracapacità produttiva, che possono rendere insostenibili investimenti industriali di lungo periodo.

La sicurezza economica come infrastruttura della potenza

Il punto di forza della Pax Silica sta tutto nella forma: un formato ristretto riduce la complessità politica, limita i veti, accorcia i tempi, aumenta la capacità di attuazione. È un’impostazione costruita per decidere prima che sia il mercato — o una crisi — a decidere al posto dei governi. Ma proprio qui nasce anche il suo punto debole: quando si crea un “cerchio di fiducia”, si alza inevitabilmente la pressione su chi resta fuori. La fiducia, per definizione, non è un’etichetta da applicare; è un rapporto che richiede scelte, garanzie e continuità. E questo può generare attriti con alleati che si scoprono, all’improvviso, non al centro del tavolo.

Velocità decisionale e cerchi di fiducia

Perché l’Unione Europea non è tra i firmatari? Non per una presunta ostilità americana verso l’Europa. Il motivo è più concreto e, se vogliamo, più scomodo: l’Unione è un gigante del mercato e delle regole, ma fatica a presentarsi come soggetto politico unitario quando la posta in gioco unisce industria, sicurezza, politica estera e tecnologia. La frammentazione europea non è un difetto astratto: produce conseguenze pratiche.

La prima conseguenza riguarda i tempi. La Pax Silica nasce per essere rapida e selettiva; l’Unione vive di equilibri multilivello, compromessi, mediazioni e passaggi istituzionali. È un sistema costruito per durare — e infatti dura — ma quando serve una catena decisionale corta, il modello europeo tende a rallentare. La seconda conseguenza riguarda la coerenza strategica. Molti Stati membri condividono la diagnosi — ridurre dipendenze, proteggere tecnologie critiche — ma non sempre condividono la terapia con la stessa intensità e con gli stessi tempi. Nel settore dei semiconduttori, dove un investimento di oggi produce capacità industriale tra anni, la coerenza conta quanto i finanziamenti. La terza conseguenza riguarda la rappresentanza. Washington dialoga con governi sovrani che assumono impegni e li eseguono. Bruxelles può partecipare a tavoli, può avviare programmi, può definire regole; ma trasformare una presenza in una firma, e poi in azione coordinata, richiede un mandato politico univoco che oggi è difficile ottenere in tempi brevi.

La frammentazione europea come fattore politico

Questo spiega anche un elemento che ha creato confusione nelle ricostruzioni mediatiche: i Paesi Bassi ricorrono spesso quando si parla di Pax Silica, perché sono centrali in un passaggio cruciale della filiera mondiale. Ma occorre disciplina: essere citati o essere presenti a un incontro non equivale a essere firmatari. È, in piccolo, il paradosso europeo: la sua industria è abbastanza importante da non poter essere ignorata, ma l’Europa come soggetto politico fatica a trasformare quel peso industriale in potere negoziale unitario.

Industria forte, potere politico debole

Bruxelles, va detto con chiarezza, non è ferma. Negli ultimi anni l’Unione ha costruito un impianto coerente di politiche: sostegno ai semiconduttori, iniziative sulle materie prime critiche, controlli sugli investimenti e una attenzione crescente alla sicurezza economica. Il problema, però, è che l’Europa risponde soprattutto con strumenti e regolazioni, mentre la Pax Silica è una risposta fondata su una coalizione politica. Sono due linguaggi diversi. E nel 2026, quando la competizione accelera, spesso vince chi riesce a unire strategia e velocità.

La fotografia europea, allora, va letta senza alibi. I punti di forza non mancano: un grande mercato unico, la capacità di definire regole che spesso diventano riferimento, competenze industriali in segmenti decisivi e una base scientifica e tecnologica che, se coordinata, può competere. Ma i punti di debolezza sono altrettanto reali: frammentazione politica, decisioni lente, risorse disperse in molte iniziative senza pochi obiettivi di scala davvero continentale, difficoltà a scegliere priorità comuni e finanziarle con continuità, una postura geopolitica che tende alla mediazione anche quando servirebbe una decisione netta.

Restare mercato o diventare coautori delle regole globali

La strada europea, quindi, non è la contrapposizione a Washington. Il bivio è più concreto: l’Europa vuole essere coautrice delle regole della tecnologia globale o vuole restare un grande mercato che si adatta a regole decise altrove? Per non restare in periferia serve un salto di qualità: una guida politica europea vera sulla tecnologia critica e sulla sicurezza economica, capace di fissare pochi obiettivi e di farli avanzare con scadenze verificabili; una concentrazione su pochi progetti di scala europea, non nazionale, lungo la filiera dei semiconduttori e delle infrastrutture digitali; una collaborazione con gli Stati Uniti da pari, cooperando dove conviene e difendendo autonomia dove serve, senza ambiguità.

Serve, prima ancora dei fondi, una scelta di metodo: trasformare la complessità europea in decisione, ma in tempo utile. Perché nei semiconduttori — e ormai nell’intelligenza artificiale — vale una regola antica e poco sentimentale: chi arriva tardi non perde soltanto la corsa di oggi. Perde la capacità di decidere le regole della corsa di domani.

Cyberspazio e intelligenza umanamente derivata

Oltre l’intelligenza artificiale tradizionale

Il cyberspazio, nelle sue molteplici forme e applicazioni, ha rappresentato una delle più rivoluzionarie conquiste tecnologiche degli ultimi decenni. Algoritmi sofisticati, reti neurali artificiali e sistemi di apprendimento automatico hanno permesso a macchine e software di eseguire compiti complessi, simulando capacità cognitive tipiche dell’essere umano. Tuttavia, l’AI tradizionale rimane ancora largamente centrata su processi computazionali, basati su dati e calcoli, spesso privi di una vera “comprensione” o connessione empatica con l’essere umano.

In questo contesto, emerge una nuova prospettiva: la Derivative Intelligence (DI), ovvero un’intelligenza “umanamente derivata”, che va oltre la mera artificialità per avvicinarsi a un’interazione più profonda e qualitativa tra persona e macchina.

La relazione tra cuore e codice

Il cuore, simbolo per eccellenza della vita, dell’emozione e della soggettività, può sembrare distante dall’algoritmo e dal codice binario. Eppure, la DI si fonda proprio sulla relazione tra cuore e codice, tra psiche e algoritmo. Non si tratta più solo di macchine che eseguono istruzioni, ma di sistemi capaci di interpretare, adattarsi e rispondere in modo “umano” alle esigenze emotive e cognitive della persona.

Questa relazione nasce da una rete neurale che non è solo artificiale, ma derivativa, ovvero costruita e alimentata dalle interazioni reali con gli esseri umani, aprendosi a una nuova forma di soggettività digitale. In questa simbiosi, il confine tra umano e macchina si fa più labile, e si gettano le basi per una nuova coscienza tecnologica, che integra empatia, senso e riflessività.

Che cos’è la Derivative Intelligence

La Derivative Intelligence può essere definita come un sistema cognitivo-tecnologico che, pur avvalendosi di algoritmi avanzati, incorpora e si nutre dell’esperienza umana in un rapporto di co-evoluzione continua. A differenza del cyberspace tradizionale, che si limita all’elaborazione dati e all’automatizzazione, la DI aspira a una forma di intelligenza relazionale e contestuale, capace di apprendere non solo dai dati, ma anche dall’intenzionalità, dall’empatia e dalla dimensione emotiva.

È un’intelligenza che “deriva” dalla complessità umana, adattandosi e innovandosi attraverso l’interazione e il feedback costante con le persone. Si configura quindi come una rete neurale ibrida, umanamente derivante, che supera il paradigma dell’AI puramente meccanicistica.

Questioni etiche e conoscitive

L’emergere della Derivative Intelligence pone questioni etiche ed epistemologiche fondamentali. Come definire la responsabilità di sistemi così integrati con la dimensione umana? Quale ruolo per l’autonomia e la soggettività in un contesto di co-evoluzione tecnologica?

È indispensabile avviare un dialogo interdisciplinare tra filosofia, scienze cognitive, sociologia, psicologia, informatica e bioetica, per delineare una cornice teorica e pratica che guidi lo sviluppo responsabile della DI. Questa nuova intelligenza, che non annulla ma integra l’umano, rappresenta una sfida e un’opportunità straordinaria per ripensare il rapporto tra tecnologia e società.

Applicazioni e scenari futuri

Le potenzialità della Derivative Intelligence si manifestano in molteplici settori, dall’educazione alla salute mentale, dalla creatività all’assistenza sociale. In ambito educativo, ad esempio, sistemi di DI possono adattare i percorsi di apprendimento alle peculiarità cognitive ed emotive di ciascun studente, promuovendo una didattica più inclusiva e personalizzata.

Nel campo della salute mentale, la DI può supportare terapie innovative basate sull’interazione empatica con sistemi digitali capaci di percepire stati emotivi e rispondere in modo sensibile. Inoltre, la DI apre nuovi orizzonti per la creatività collaborativa tra persona e macchina, favorendo la nascita di opere, idee e soluzioni mai esplorate prima.

A livello sociale, la Derivative Intelligence può rappresentare un welfare tecnologico preventivo e adattivo, capace di intercettare bisogni emergenti e costruire reti di supporto efficaci e flessibili.

Una tecnologia che amplifica l’umano

Possiamo essere “umanamente derivanti” quando utilizziamo la tecnologia per potenziare empatia, cura e immaginazione. La Derivative Intelligence non sostituisce il cuore, ma può amplificarlo nel mondo digitale e nel cyberspazio integrale. È un’umanità riflessa, ma anche rigenerativa, orientata verso la costruzione di una nuova etica della co-evoluzione tra persona e tecnologia.

Vuoto di potere sovranazionale: governanti sempre più simili al Leviatano

Il populismo si sconfigge con una nuova classe politica

Domina sempre più l’impressione che la classe politica odierna, sia di casa nostra, che fuori dai nostri confini, non sia minimamente paragonabile ai tanti statisti che nel secolo scorso seppero fronteggiare un conflitto mondiale devastante, non solo per il continente europeo, e ridare con la loro guida, ed il sostegno di virtuose Costituzioni, e assicurare, con la creazione dei primi abbozzi di un’Europa comunitaria, fiducia, pace e speranza, foriere, per ben ottant’anni, di sviluppo e progresso.

Pensiamo a De Gasperi, principale fautore della ricostruzione civile ed economica nel nostro paese.

Ma anche a Schuman, Adenauer e Monnet, che insieme al leader trentino ebbero l’idea che attraverso un organismo sovranazionale (CEE, e successivamente UE) proteso verso obiettivi comuni di integrazione e solidarietà tra i popoli europei si sarebbe favorita e rafforzata la convivenza e la coesione sui tanti interessi convergenti.

Populismo, riforme istituzionali e indebolimento dell’equilibrio democratico

Così mentre la deriva populista, e le sue estremizzazioni anche ordinamentali (emblematiche le riforme tese a scardinare il virtuoso bilanciamento dei poteri: riforma della Corte dei Conti e proposta di premierato; quanto alla riforma sulla separazione delle carriere e sull’autogoverno della magistratura (CSM) il discorso è più complesso, trattandosi in parte della naturale conseguenza del nuovo articolo 111 Cost. che prevede l’effettiva terzietà del giudice) stanno erodendo, in tanti angoli della terra, gli assi portanti di vecchi e nuovi assetti democratici, con la conseguenza di demotivare sempre più i cittadini e allontanarli dalle urne, persiste un’idea di politica moderata e rispettosa dei valori di cui è intrisa la nostra Costituzione che non si rassegna, anzi, contrasta l’idea di questo governo di disarticolare il tessuto democratico del paese.

Il vuoto di comando globale e la crisi dei centri decisionali

In questo quadro ben si collocano due pregevoli articoli dell’opinionista Stefania Parisi, che si chiede preoccupata nel suo articolo del 26 dicembre scorso:

«Tra interventismo americano, fragilità europea e declino degli organismi sovranazionali, la geopolitica contemporanea rivela una crisi profonda dei centri decisionali capaci di garantire ordine, autorevolezza e stabilità internazionale».

A cosa può portarci l’attuale vuoto di comando?

Molto più in dettaglio, nell’ulteriore articolo del 3 scorso a firma della stessa autrice, dal titolo: Senza un’offerta articolata e credibile…, si inerpica nei meandri sempre meno comprensibili delle offerte politiche oggi sempre più tese a privilegiare logiche di potere e lottizzazioni di ruoli strategici piuttosto che progetti politici coerenti e credibili.

Il coraggio politico e il rischio delle parole senza progetto

Così leggiamo testualmente nella parte conclusiva al paragrafo intitolato:

«Il coraggio che serve – Ma questa prospettiva sarà possibile solo se vi sarà quello che comunemente si definisce coraggio politico. Un coraggio che, per riaffermare un progetto politico ed essere coerenti fino in fondo, non convive con la mera logica del potere e della sua spartizione, ma opera e rifulge nella testimonianza lineare e trasparente attorno a una proposta di cui si avverte la prolungata assenza».

Se da una parte se ne condivide lo spirito che informa le due analisi, si avverte una certa difficoltà nel cogliere pienamente il senso di una visione che rischia di condizionare la bontà del ragionamento.

La sensazione è che si finisce talvolta di ricadere involontariamente nella medesima insidia.

Domina infatti da tempo, in questo tentativo di delineare una diversa e alternativa visione di paese rispetto alle attuali approssimazioni programmatiche – ove a dominare sono solo le promesse identitarie e di bandiera – una sorta di genericità e vaghezza, che riflette l’embrionalità di un lavoro politico che attende ancora di essere definito, complice anche la non compiuta ricomposizione dell’area cattolico-riformista, finendo per scivolare nel labirinto delle parole vuote, così da non far cogliere pienamente la prospettiva politica che muove il ragionamento.

Forse è giunto il momento di travalicare quei limiti propositivi, che per convenzione appartengono ai politici, nell’idea, peraltro costituzionale, che anche ai corpi intermedi, oggi più che mai, compete contribuire alla solida costruzione di una convivenza civile fondata sulle regole del diritto comune, pretendendo modelli politici e ordinamentali credibili e conformi a Costituzione.

Ottant’anni di pace, deterrenza e dominio delle risorse. E ora?

È vero che abbiamo avuto ottant’anni di pace, e di salvaguardia delle democrazie occidentali, ma quei “centri decisionali” che si sono avvalsi della deterrenza nucleare, che ovviamente non può essere infinita, hanno preteso, senza tanti paludamenti, l’egemonia sulle risorse cruciali del pianeta, oscurando diritti e scelte autoctone nei diversi angoli dei continenti.

Ora, vien da chiedersi come si possa oggi semplicisticamente auspicare, nell’immediato, come impresa verosimile, un’idea di nuova (virtuosa?) governance geopolitica.

Soprattutto dopo l’emblematico blitz del 3 gennaio ordinato da Trump alle sue forze armate, che sdoganando sfacciatamente l’uso della forza, come primo strumento legittimo per risolvere le questioni internazionali, non ha avuto esitazioni a violare un paese sovrano e catturare il dittatore Maduro, pur con tutte le illegalità che si potessero contestare al suo presidente-dittatore e usurpatore – come testimonia in questi anni l’opposizione interna, e il largo disconoscimento da parte di diversi paesi – sostituendolo,

immediatamente, con una governance provvisoria che sa di protettorato senza limiti, come peraltro si arguisce eloquentemente da una delle miriadi di rivendicazioni e minacce ripetute da Trump, in queste ore, a Delcy Rodríguez, dal tenore: «se la vicepresidente venezuelana non fa ciò che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di Maduro».

Anche Colombia, Cuba e Messico sono nel mirino degli Stati Uniti, oltre alla Groenlandia, da annettere a tutti i costi per ragioni di sicurezza nazionale.

Il messaggio non sfuggirà alle altre grandi potenze sul modo, disinvolto, con cui Trump ha in mente di risolvere ogni pur minimo contenzioso.

Dallo Stato di diritto allo stato di natura hobbesiano

Mentre è paradossale che un presidente di un paese, già emblema della democrazia nel mondo, adotti stile, linguaggio e modi da Caudillo sfrenato. La scommessa è, come farà ad aggredire un paese, già nella sfera sovrana della Danimarca, che appartiene a quella stessa Nato di cui gli americani sono il socio più importante?

Mentre, quanto al futuro del Venezuela e soprattutto dell’uso della risorsa più importante, ossia il giacimento di idrocarburi più grande del mondo, allo stato delle cose non ci sembra possibile fare previsioni su quando legittimamente i venezuelani potranno essere chiamati a scegliere il governo del loro paese.

E non solo, perché già si proiettano nell’immediato futuro, attraverso il firmamento dei social-media, le ripetute pretese nei confronti della Groenlandia ritenuto “territorio necessario per la sicurezza nazionale”.

Di certo, di fronte alla ferma opposizione della Danimarca non si può escludere un attacco militare mirato.

Tale successione di eventi e propositi ci dà il senso che qualcosa dell’attuale contesto storico sia sfuggito alla nostra autrice, e di molto importante.

La sfida autoritaria e la crisi dell’ordine internazionale

Del resto, l’attuale quadro non è altro che la deliberata sfida, covata e lanciata cinicamente in questo decennio dai regimi autoritari e bellicosi, nell’idea revanscista di riproporre vecchi modelli imperialisti, e da ultimo anche dall’America di Trump, ai sistemi democratici dell’Occidente europeo.

Condizione geopolitica, tesa alla costruzione di un nuovo ordine mondiale fondato su negoziate sfere di influenza tra tre o quattro grandi potenze (se anche l’India alzerà le sue pretese), che non ci “regalerà”, per chissà quanti decenni, nessun nuovo efficace ordinamento sovranazionale, finché non prevarranno ragione e buon senso, che, di solito, trovano spazio dopo i disastri.

Onu, “pacta sunt servanda” e il ritorno alla legge del più forte

È singolare pertanto che in quei pregevoli ragionamenti (e non è infrequente nell’ampio panorama dei media), non sia colto, nella giusta misura, all’orizzonte, il preoccupante scivolare verso uno stato di natura, senza regole, se non quelle di chi è più forte, di hobbesiana memoria, di cui ne è ampia testimone l’intenzionale rottura, da ultimo, di pochi giorni fa, dell’originario patto di convivenza civile, costruito a fatica, con la creazione dell’Onu, dopo l’ultimo conflitto mondiale e la pervicace idea di fare a pezzi il principio “Pacta sunt servanda” tra le nazioni.

Ben altra analisi preliminare avrebbe richiesto il refrain su così pur pregevoli interrogativi, sia sui reali, ed ancor più, dissimulati ruoli egemonici di una grande potenza, sia su quali sfere di effettivo intervento le grandi potenze, oggi ancora più gravide e scalpitanti nel voler far uso degli arsenali atomici, sarebbero disposti ad affidare ad organismi super partes come l’Onu, oggi diventato un simulacro di sé stesso.

Il vuoto al centro e la disaffezione democratica

Riportandoci ad una visione strettamente interna della politica di casa nostra, questo “vuoto al centro”, come spiegano molti sondaggisti, è una delle cause, se non la causa principale, della disaffezione dei cittadini nei confronti della politica e della res publica.

Ora, vero è che la risposta potrà arrivare solo da chi crede davvero in quel progetto politico e non si lascia incantare dalle sirene del potere.

Ma viene ancora da chiedersi quale figura politica di alto livello, capace di mettere in moto in tempi assai brevi un processo di tal fatta, si riesca ad intravedere oggi nel panorama di casa nostra e nel quadrante internazionale?

Europa, stanchezza comunitaria e occasioni mancate

Mentre il continente europeo, nonostante un apparente ed inconcludente dinamismo, sembra attraversato da un certo intorpidimento nell’idea comunitaria, cosa che alimenta sudditanza e rassegnazione.

Emblematico il tempestivo reale accantonamento del cosiddetto “libro bianco” di Mario Draghi, nel quale con grande competenza e coraggio ha messo a nudo tutte le zavorre e i tanti lacci e lacciuoli che ostacolano il processo di costruzione di un modello di Unione più efficiente, autonomo ed autorevole.

Una politica più seria per ridare fiducia e speranza

Insomma, un tale scenario, ingessato su uno status quo che a fatica riesce a conservarsi, fa perdere ogni spinta capace di portare a miglior fattore soluzioni innovative e credibili, ostacolate, peraltro dalla sotterranea competizione tra i partner europei, dilaniati da chi tra essi non fa che remare contro, trovando nella regola dell’unanimità il miglior alleato per sabotare ogni opportuna decisione.

Forse una maggior serietà nella politica aiuterebbe il cittadino a cogliere quegli elementi di speranza e di rimotivazione, in una visione che comprenda, nella sua generalità, i problemi del cittadino comune, più coesione sociale e una equilibrata cura degli interessi collettivi, sia pur nella loro diversificazione, come richiede una società pluralista e articolata nella peculiarità dei territori, oltre che nei suoi oneri internazionali.

Ces 2026, quando robot e IA entrano nella vita quotidiana

Las Vegas, 5 gen. (askanews) – Robot da compagnia e per la sicurezza, esoscheletri e device per monitorare la salute. Sono alcune delle tante innovazioni presentate al Ces Unveiled 2026, l’evento che precede il Ces 2026 di Las Vegas, offrendo qualche anticipazione sui trend della fiera tech più attesa dell’anno.

“Penso che l’IA generativa e le innovazioni ad essa correlate saranno tra le tendenze più importanti della fiera – ha spiegato Brian Comiskey, direttore delle ricerche di Consumer Technology Association, l’associazione che organizza la fiera – Queste innovazioni contribuiscono a migliorare la vita delle persone quotidianamente, consentendo all’IA di gestire la posta elettronica, di prenotare il parcheggio dall’auto e di svolgere altre attività in background che semplificano la vita dei consumatori giorno dopo giorno”.

Tra queste c’è senz’altro Omi, un piccolo dispositivo wearable che permette di portare ovunque ChatGpt. “Omi si indossa al collo, si ricarica una volta al mattino e funziona tutto il giorno. Una volta indossato, crea automaticamente delle azioni e riassume le conversazioni con le persone. Mi mostra dove è successo e aggiunge automaticamente degli elementi da fare, può creare dei promemoria. Funziona anche associato alle app, può fare anche cose stupide come ad esempio il coach per il dating”, ha spiegato Nik Shevchenko, founder di Omi.

Ci sono poi esoscheletri per la camminata assistita, quelli specifici per supportare le caviglie e un avatar che trasforma tac e risonanze in un modello 3D per una più comprensibile visualizzazione in rilievo.

Ma tra gli stand dell’Unveiled i più gettonati sono quelli dedicati ai robot. Umanoidi o con le sembianze da animale o da pupazzo. Cani robot da compagnia con un manto iper realistico da accarezzare, o piccoli umanoidi da famiglia, che possono fare compagnia ad anziani, bambini e animali domestici. O anche piccoli e adorabili pupazzetti da agganciare alla borsa, come Mirumi, che reagiscono alle carezze e al mondo circostante con espressioni tenere di curiosità, stupore o timidezza.

Courmayeur: torna Italia Polo Challenge, show internazionale su neve

Roma, 5 gen. (askanews) – Dopo il successo della prima edizione, torna a Courmayeur Italia Polo Challenge, primo appuntamento del circuito 2026 di Snow Polo Arena, ideato e organizzato da The Chukker Company. Da mercoledì 7 a sabato 10 gennaio, si legge in una nota, la località ai piedi del Monte Bianco ospiterà quattro giorni di grande spettacolo sportivo sul campo sportivo di Entrèves.

L’evento, supportato dal MASAF-Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, dal Comune di Courmayeur e con il patrocinio della Federazione Italiana Sport Equestri, vedrà in campo sei squadre composte da tre giocatori ciascuna, secondo il format dell’Arena Polo. Le partite si disputeranno da giovedì a sabato a partire dalle 18.45, sotto le luci dell’impianto innevato.

In gara 18 giocatori provenienti da sette Paesi – Italia, Francia, Argentina, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Svizzera – in rappresentanza dei team Ram, G.H. Royal & Golf, Schafhof E., Costa Smeralda, Fieracavalli e della squadra di casa. Le formazioni Costa Smeralda e Fieracavalli rappresentano inoltre altre due tappe del circuito Italia Polo Challenge, che nel 2026 farà tappa anche ad Arzachena e Verona.

L’apertura ufficiale è in programma mercoledì 7 gennaio con la tradizionale sfilata inaugurale dei giocatori a cavallo: la parata partirà alle 18 da piazza Brocherel per raggiungere il Jardin de l’Ange, dove saranno presentate le squadre, alla presenza del sindaco Roberto Rota. L’ingresso alle partite sarà gratuito, così come l’accesso alla tribuna, mentre a bordo campo sarà allestita una lounge dedicata all’ospitalità e al pubblico.

Sul piano tecnico, la tappa di Courmayeur si annuncia di alto livello grazie alla presenza di alcuni dei protagonisti più rappresentativi del polo internazionale. Tra questi l’argentino Alfredo Bigatti, handicap 9, considerato uno dei talenti più puri della disciplina. In evidenza anche due capitane: la tedesca Arlett Heinemann e la francese Emmanuelle Morandi. Per l’Italia scenderanno in campo Therence Cusmano, storico punto di riferimento della Nazionale e campione d’Europa 2021, Fabrizio Facello e Mattia Orsi, alla guida del team Costa Smeralda e vincitore del titolo di Piazza di Siena 2025.

“Rispetto al polo tradizionale, che si gioca su campi di dimensioni maggiori e con squadre formate da quattro giocatori, l’arena polo si svolge su superfici più ridotte e con team composti da tre atleti”, spiega Patricio Rattagan, giocatore argentino ideatore del circuito. Una scelta non casuale, ma pensata “per avvicinare sempre più persone a questo sport e renderlo maggiormente accessibile”. A raccontare la ‘vision’ di Italia Polo Challenge è anche Adriano Motta, ceo e founder di Chukker Company: “Abbiamo pensato a un modello sportivo che, insieme ai partner dei territori coinvolti, svolga un ruolo centrale nella promozione non solo dello sport, ma anche dei luoghi che lo ospitano”.

Crans Montana, Meloni invita governo e opposizioni a messa per vittime

Roma, 5 gen. (askanews) – Venerdì pomeriggio a Roma verrà celebrata una messa per le giovani vittime di Crans-Montana, alla presenza anche della premier, Giorgia Meloni, che ha invitato i ministri, le alte cariche e i leader dell’opposizione a partecipare alla funzione per “un momento unificante di fronte al cordoglio e al dolore delle famiglie”. E’ quanto riporta il quotidiano il Messaggero e viene confermato da fonti parlamentari di maggioranza. L’appuntamento è per venerdì alle 16.30 nella Basilica dei Santi Ambrogio e Carlo al Corso, in via del Corso.

“Nelle scorse ore a tutti i capi dei partiti in Parlamento, da Elly Schlein a Giuseppe Conte passando per Carlo Calenda, Riccardo Magi, Matteo Renzi, è stato recapitato un invito scritto. E lo stesso vale per i presidenti di Camera e Senato Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa”, scrive il quotidiano di via del Tritone.

Befana: la notte, il mistero, l’ambiguità

La Befana è una vecchietta e ama i bimbi. Quasi la rivincita delle “età estreme della vita”, nelle quali si è “improduttivi”. Età molto avanzata la sua, eppure, a dispetto della (vera o presunta) innocenza degli infanti, ella talora sembra alludere alla sessualità.

Insomma, per dirla con un celebre brano musicale di Renato Zero, la Befana è “la notte, il mistero, l’ambiguità”. Non a caso, pur tendendo a premiare i buoni e a punire i cattivi, non di rado si mostra capricciosa e imprevedibile.

E, pur “cristianizzata”, conserva un lato oscuro, inquietante, proprio come ciascuno/a di noi. Così diversa dalla “comune umanità”, enigmatica, e, nello stesso tempo, a essa tanto simile.

Fu così che, alle elementari, su suggerimento di Domenico Civitella, il nostro maestro, firmammo con convinzione una petizione, promossa dal quotidiano Il Messaggero, volta a reintrodurre la festività del 6 gennaio. Anzi, le festività: l’Epifania e la Befana.

Bambini e bambine che non volevano dimenticare una loro lontana progenitrice.

Tennis, Djokovic salta Adelaide: nessun torneo prima di Melbourne

Roma, 5 gen. (askanews) – Novak Djokovic ha annunciato sui social di non poter partecipare all’Adelaide International, in programma dal 12 gennaio, spiegando di “non essere ancora pronto fisicamente per competere”. “Personalmente è una grande delusione, perché ho ricordi bellissimi della vittoria del titolo lì due anni fa. Ero davvero emozionato di tornare perché mi sembrava davvero di giocare in casa”, ha scritto il serbo.

Djokovic, 38 anni, affronterà così il suo 21° Australian Open senza tornei di preparazione. A Melbourne ha conquistato 10 titoli, più di qualsiasi altro Slam in carriera.

Il forfait arriva a pochi giorni dall’annuncio dell’uscita definitiva del serbo dalla Professional Tennis Players’ Association (Ptpa), organizzazione da lui co-fondata cinque anni fa. “Dopo un’attenta riflessione, ho deciso di ritirarmi completamente dalla Ptpa”, ha spiegato Djokovic, citando “preoccupazioni persistenti su trasparenza, governance e sul modo in cui la mia voce e la mia immagine sono state rappresentate”.

La Ptpa, coinvolta in una causa antitrust contro i principali organismi del tennis mondiale, ha replicato con una nota facendo riferimento a presunte “narrazioni inaccurate e fuorvianti” sulla governance dell’associazione, senza indicarne la fonte. Il direttore esecutivo Ahmad Nassar non ha rilasciato commenti immediati.

Gli Australian Open scatteranno a Melbourne il 18 gennaio. Il campione in carica del singolare maschile è il numero 2 del mondo Jannik Sinner.

Allerta maltempo arancione in Lazio e Molise, gialla in 10 regioni

Roma, 5 gen. (askanews) – L’instabilità causata da una vasta area depressionaria che interessa tutta l’Europa fino al Mediterraneo apporterà ancora maltempo al Centro-Sud. Si prevedono ancora precipitazioni diffuse, soprattutto sulle regioni tirreniche centro-meridionali, mentre sulle regioni centrali le temperature in cale causeranno nevicate fino a quote collinari. Sulla base delle previsioni disponibili, il Dipartimento della Protezione civile d’intesa con le regioni coinvolte ha emesso un avviso di condizioni meteorologiche avverse. I fenomeni meteo, impattando sulle diverse aree del Paese, potrebbero determinare delle criticità idrogeologiche e idrauliche che sono riportate, in una sintesi nazionale, nel bollettino nazionale di criticità e di allerta consultabile sul sito del Dipartimento.

L’avviso prevede dalle prime ore di domani, martedì 6 gennaio, precipitazioni da sparse a diffuse, anche a carattere di rovescio o temporale, su Lazio, Molise, Campania, Basilicata e Calabria settentrionale. I fenomeni saranno accompagnati da rovesci di forte intensità, frequente attività elettrica e forti raffiche di vento. L’avviso prevede inoltre nevicate in calo fino a quote di 300-400 m, e localmente fino a livello del mare, su Emilia-Romagna orientale, Marche, Umbria e Toscana orientale, in estensione dal pomeriggio all’Abruzzo e al Lazio orientale.

Sulla base dei fenomeni previsti e in atto è stata valutata per la giornata di domani, martedì 6 gennaio, allerta arancione meteo-idro su settori del Lazio e del Molise e allerta gialla su gran parte del Centro-Sud, dalle Marche alla Sicilia.

Maltempo, allerta arancione in Lazio e Molise, gialla in 10 regioni

Milano, 5 gen. (askanews) – L’instabilità causata da una vasta area depressionaria che interessa tutta l’Europa fino al Mediterraneo apporterà ancora maltempo al Centro-Sud. Si prevedono ancora precipitazioni diffuse, soprattutto sulle regioni tirreniche centro-meridionali, mentre sulle regioni centrali le temperature in cale causeranno nevicate fino a quote collinari. Sulla base delle previsioni disponibili, il Dipartimento della Protezione Civile d’intesa con le regioni coinvolte ha emesso un avviso di condizioni meteorologiche avverse. I fenomeni meteo, impattando sulle diverse aree del Paese, potrebbero determinare delle criticità idrogeologiche e idrauliche che sono riportate, in una sintesi nazionale, nel bollettino nazionale di criticità e di allerta consultabile sul sito del Dipartimento.

L’avviso prevede dalle prime ore di domani, martedì 6 gennaio, precipitazioni da sparse a diffuse, anche a carattere di rovescio o temporale, su Lazio, Molise, Campania, Basilicata e Calabria settentrionale. I fenomeni saranno accompagnati da rovesci di forte intensità, frequente attività elettrica e forti raffiche di vento. L’avviso prevede inoltre nevicate in calo fino a quote di 300-400 m, e localmente fino a livello del mare, su Emilia-Romagna orientale, Marche, Umbria e Toscana orientale, in estensione dal pomeriggio all’Abruzzo e al Lazio orientale.

Sulla base dei fenomeni previsti e in atto è stata valutata per la giornata di domani, martedì 6 gennaio, allerta arancione meteo-idro su settori del Lazio e del Molise e allerta gialla su gran parte del Centro-Sud, dalle Marche alla Sicilia.

Nuovi record per le Borse Ue con rally Wall Street e titoli difesa

Milano, 5 gen. (askanews) – Chiusura in deciso rialzo per le Borse europee su nuovi record, spinte dal rally dei titoli della difesa e di Wall Street, coi titoli delle big oil americane sugli scudi, dopo il blitz Usa in Venezuela che ha portato all’arresto del presidente Nicolas Maduro. Francoforte ha guadagnato l’1,46%, Milano l’1,04% (Ftse Mib a 45.847 punti), Madrid lo 0,7%. Londra lo 0,49%, più indietro Parigi (+0,2%).

Le ricadute geopolitiche dell’operazione militare dell’amministrazione Trump e i timori di un allargarsi delle tensioni internazionali ha fatto impennare il settore della Difesa: Rheinmetall, il più grande produttore di armi della Germania, è balzato del 9%; Leonardo (+6,25%) e Fincantieri (+4,47%) hanno guidato i rialzi di Piazza Affari, assieme al titolo Tenaris (+4,62%).

Sotto i riflettori è stato, infatti, anche il settore oil, con il prezzo del greggio che, dopo una partenza in calo, è tornato a salire di oltre l’1% (Brent sopra i 61 dollari). Il Venezuela, nonostante detenga circa il 17% delle riserve petrolifere accertate mondiali, è diventato sempre meno rilevante per l’approvvigionamento globale: attualmente è solo il 18esimo produttore mondiale, con circa un milione di barili al giorno, pari ad appena l’1% dell’offerta globale. Corrono, però, i titoli delle major americane fiutando l’affare: anche oggi il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha affermato che le compagnie petrolifere del Paese sono pronte a tornare a operare in Venezuela e a investire nella ricostruzione delle infrastrutture.

Se gli analisti non prevedono importanti turbolenze sui mercati dal blitz in Venezuela, quello che viene sottolineato nei report odierni è la sfida del nuovo ordine globale. “La continua frammentazione dell’ordine globale, l’aumento del rischio geopolitico e il progressivo deterioramento delle norme istituzionali continuano a rappresentare una sfida per un avanzamento generalizzato dei mercati”, ha spiegato Thomas Mucha, geopolitical strategist di Wellington Management. “Questa azione unilaterale da parte del governo statunitense è un ulteriore segnale del passaggio dagli obiettivi di efficienza economica dell’era della globalizzazione a un’era in cui le considerazioni geopolitiche e di sicurezza nazionale assumono un ruolo crescente”.

Il Venezuela “segna l’ultimo capitolo del riassetto globale”, hanno sottolineato gli analisti di Janus Henderson. “Se gli Stati Uniti si affermano unilateralmente per promuovere obiettivi economici o politici, potrebbero creare precedenti che si ripercuotono su altre regioni. Inoltre, renderebbe più difficile per gli Stati Uniti condannare azioni simili da parte di altri in futuro. È plausibile un ritorno a un mondo di sfere di influenza ben delineate: la Cina che esercita il proprio dominio in Asia, gli Stati Uniti che rafforzano la propria posizione nelle Americhe e l’Europa che continua a navigare nelle complesse dinamiche con la Russia. La transizione del Venezuela potrebbe quindi essere un microcosmo di un più ampio riassetto globale, al quale gli investitori potrebbero doversi adeguare attivamente”.

Venezuela, riunito il Consiglio di sicurezza Onu. Il presidente colombiano Petro: io pronto alle armi

Roma, 05 gen. (askanews) – Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha aperto la sessione di emergenza sulla cattura del leader venezuelano Nicolas Maduro da parte degli Stati Uniti. Il Venezuela ha formalmente richiesto la riunione del Consiglio, che comprende come membri permanenti Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti. Un portavoce del Segretario generale dell’Onu, António Guterres, aveva dichiarato sabato che le azioni degli Stati Uniti in Venezuela “costituiscono un pericoloso precedente”. A presiedere il Consiglio è l’ambasciatore della Somalia.

“Sono profondamente preoccupata per la possibile intensificazione (del conflitto) e la stabilità della situazione nel Paese, per il potenziale impatto sulla regione e per il precedente che potrebbe creare in merito alle relazioni tra gli Stati”, ha detto il sottosegretario generale delle Nazioni Unite, Rosemary A. DiCarlo, aggiungendo che “le norme del diritto internazionale non sono state rispettate durante l’operazione militare in Venezuela” Intanto il presidente colombiano Gustavo Petro – ex militante della guerriglia M-19 – si è detto disposto ad impugnare le armi in difesa del Paese in caso di aggressione, in un messaggio su X diffuso nel contesto delle operazioni militari statunitensi in Venezuela. “Sebbene non sia mai stato un soldato, conosco la guerra e le operazioni clandestine. Ho giurato di non toccare mai più un’arma dopo l’accordo di pace del 1989, ma per il bene del mio Paese riprenderò le armi, armi che non voglio”, ha concluso. Petro ha infine sottolineato la sua politica contro il narcotraffico, sottolineando i sequestri record, l’interruzione della coltivazione di coca e un programma volontario di sostituzione delle colture che copre 30.000 ettari.

La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha ribadito la condanna nei confronti dell’intervento militare statunitense in Venezuela, chiedendo il rispetto del diritto internazionale. “Il Messico riafferma un principio che non è nuovo e non ammette ambiguità: rifiutiamo categoricamente l’intervento negli affari interni di altri Paesi (…), la sovranità e l’autodeterminazione dei popoli non sono né facoltative né negoziabili; sono principi fondamentali del diritto internazionale e devono essere sempre rispettati senza
eccezioni”, ha proseguito. Riferendosi alla storia dell’America Latina, ha sottolineato infine una conclusione “inequivocabile”: “L’intervento non ha mai portato democrazia, non ha mai generato benessere o stabilità duratura”.

Strage di Crans Montana, l’ambasciatore: in Italia i proprietari del bar non sarebbero stati lasciati in libertà

Roma, 5 gen. (askanews) – La polizia elvetica sta effettuando interrogatori che riguardano non solo i proprietari del bar Le Constellation, ma anche i soggetti che hanno condotto le ispezioni sul locale andato a fuoco a Capodanno, in cui sono morti 40 ragazzi, tra i quali sei di nazionalità italiana. Lo ha segnalato l’ambasciatore italiano in Svizzera Gian Lorenzo Cornado, intervistato oggi da RaiNews.

Cornado ha detto di aver avuto oggi contatti con le forze di polizia che “sono impegnate a condurre interrogatori” con “l’obiettivo di fare a più presto chiarezza per sapere la verità e poi naturalmente adottare le misure che si imporranno a seguito degli accertamenti che verranno fatti in occasione di queste indagini”.

L’inchiesta, secondo il diplomatico, “richiederà tempo”, ma la polizia sta procedendo con gli interrogatori “che non riguardano soltanto il bar, ma riguardano anche altri soggetti, altre istituzioni, inclusi coloro che hanno condotto le ispezioni e firmato i rapporti di queste ispezioni dal quale non emergeva nulla” in contrasto con le norme id sicurezza.

Cornado ha anche osservato come i proprietari francesi del bar siano rimasti a piede libero perché non ci sarebbe pericolo di fuga. “Se la stessa cosa fosse avvenuta in Italia, trattandosi di cittadini stranieri, perché i gestori del locale sono cittadini francesi, molto probabilmente sarebbero state adottate misure cautelari, proprio perché essendo cittadini stranieri si sarebbe ritenuto che il pericolo di fuga esistesse”, ha segnalato, oltre a fatto che per l’ordinamento italiano si sarebbe dovuto tener conto anche del pericolo di inquinamento delle prove.

“Quello che ho letto sulla stampa svizzera è che, effettivamente, nel caso in cui i due cittadini francesi dovessero recarsi in Francia, non vi sarebbe la possibilità di farli estradare”, ha ancora segnalato il diplomatico, il quale ha però anche osservato: “C’è tuttavia un fattore che dobbiamo tenere presente: ci sono anche vittime francesi”.

Venezuela, Maduro portato davanti al tribunale federale di Manhattan

Roma, 5 gen. (askanews) – Il presidente venezuelano deposto Nicolas Maduro è stato trasferito dal carcere al tribunale federale di Manhattan per comparire in tribunale. Lo scrivono le agenzie internazionali.

Intanto il Consiglio Federale svizzero ha ordinato il congelamento dei beni del presidente venezuelano Nicolas Maduro e dei suoi collaboratori più stretti.

“Il 5 gennaio 2026 il Consiglio federale ha deciso di congelare con effetto immediato tutti i beni detenuti in Svizzera da Nicolas Maduro e da altre persone a lui collegate. In tal modo, il Consiglio federale mira a impedire una fuoruscita dei beni” si legge nel comunicato diffuso dalle autorità elvetiche.

Strage di Crans-Montana, sono in Italia le salme di 5 delle vittime italiane

Roma, 5 gen. (askanews) – Sono arrivate a Linate a bordo del velivolo dell’Aeronautico C-130 partito da Sion le cinque salme di sei giovani italiani morti nell’incendio di un locale di Crans Montana a Capodanno.

Le vittime italiane rimpatriate sono Achille Barosi, Chiara Costanzo, Giovanni Tamburi, Emanuele Galeppini, Riccardo Minghetti. Il sesto feretro è quello di Sofia Prosperi, italo-svizzera che viveva a Lugano, città in cui si svolgeranno i suoi funerali. Avevano tutti fra i 15 e i 17 anni

Il petrolio del Venezuela al centro del gioco geopolitico Usa-Cina

Roma, 5 gen. (askanews) – (di Antonio Moscatello) Il petrolio venezuelano è diventato il perno di una nuova competizione internazionale che intreccia transizione politica, sanzioni e interessi industriali: mentre Washington stringe il “rubinetto” con un embargo totale sulle esportazioni, ribadito nelle ore scorse dal presidente Donald Trump dopo il raid Usa che ha portato alla cattura a Caracas di Nicolas Maduro, Pechino rivendica la continuità della cooperazione con il venezuela e le compagnie occidentali misurano rischi e opportunità di un ritorno in uno dei bacini più ricchi del pianeta.

Sul terreno, la crisi si è manifestata in un problema immediato: la mancanza di spazio di stoccaggio per immagazzinare il greggio. La compagnia statale Pdvsa ha iniziato a tagliare la produzione perché l’inasprimento della pressione statunitense e il blocco delle navi hanno ridotto le esportazioni a zero, saturando gli stoccaggi e costringendo l’azienda a chiudere pozzi o interi cluster produttivi.

Il taglio, secondo informazioni di settore riportate dall’agenzia di stampa Reuters, non riguarda solo asset gestiti direttamente: Pdvsa ha chiesto riduzioni anche in joint venture chiave, comprese quelle con la statunitense Chevron e con la cinese Cnpc. Sullo sfondo pesa un doppio collo di bottiglia: da una parte l’impossibilità di far uscire i carichi, dall’altra la carenza di diluenti necessari a miscelare e rendere trasportabile il greggio extra pesante venezuelano.

La stretta americana s’incornicia in un contesto politico caotico, dopo il blitz di sabato con cui forze speciali Usa hanno catturato il presidente Nicolas Maduro e la moglie, aprendo una fase di profonda incertezza sulla catena di comando a Caracas e sulla gestione delle entrate petrolifere. Il presidente Donald Trump ha parlato di “oil embargo” pienamente operativo e ha promesso un ritorno massiccio delle compagnie statunitensi per investimenti miliardari volti a riparare e modernizzare infrastrutture definite degradate.

La posta in gioco è enorme perché il Venezuela, pur producendo oggi una quota ridotta rispetto al suo potenziale, dispone delle maggiori riserve stimate di petrolio al mondo. Il Paese concentra circa il 17% delle riserve globali, pari a circa 303 miliardi di barili, davanti anche all’Arabia saudita. E’ un patrimonio composto in larga parte da greggio pesante nell’area dell’Orinoco, un tipo di greggio più costoso da produrre e da trattare, ma che rimane strategico per i grandi impianti di raffinazione attrezzati per lavorare qualità “heavy” e acide.

Il paradosso venezuelano è proprio questo: risorse immense, ma output ridotto a una frazione della capacità. Per decenni, tra cattiva gestione, carenza di investimenti e sanzioni, la produzione è crollata rispetto ai livelli storici: negli anni Settanta il Paese arrivava a pompare fino a 3,5 milioni di barili al giorno, oltre il 7% dell’output mondiale dell’epoca; negli anni 2010 è sceso sotto i 2 milioni e, in tempi recenti, si è attestato intorno a poco più di un milione di barili al giorno, circa l’1% della produzione globale. Il Venezuela è anche uno dei fondatori dell’Opec, insieme a Iran, Iraq, Kuwait e Arabia saudita, ma oggi la sua capacità di incidere sul mercato è frenata dall’usura del settore e dalle difficoltà operative.

La Casa bianca sostiene che un cambio di rotta politico possa sbloccare capitali e know-how e riportare, nel tempo, volumi più significativi sul mercato. Tuttavia gli analisti avvertono che la ripresa non sarebbe rapida: anche in caso di stabilizzazione e allentamento delle restrizioni, la ricostruzione industriale richiederebbe anni, sia per la complessità tecnica del greggio dell’Orinoco sia per lo stato degli impianti.

La Cina, intanto, cerca di mettere un paletto politico alla partita energetica. Pechino ha ribadito che continuerà a sviluppare la cooperazione con il Venezuela indipendentemente dall’evoluzione della situazione interna, rivendicando sovranità e “protezione degli interessi legittimi” cinesi nel Paese. Il messaggio è che le partnership costruite negli ultimi anni, incluse quelle nel settore petrolifero, non possono essere semplicemente rimosse da un intervento esterno.

La competizione, però, non è solo petrolifera e non riguarda soltanto Stati uniti e Cina. Negli anni scorsi Caracas ha tentato di promuovere una diversificazione puntando anche sul settore minerario: nel 2019 Maduro e Delcy Rodríguez, allora vicepresidente e oggi presidente ad interim, annunciarono un piano quinquennale per incrementare l’estrazione di minerali come alternativa parziale alla dipendenza dagli idrocarburi. Un dossier complicato, anche perché documenti ufficiali hanno spesso usato in modo intercambiabile termini tecnici come “riserva” e “risorsa”, rendendo difficile stabilire quanto sia realmente sfruttabile in modo economicamente sostenibile.

Secondo dati diffusi in passato dalle autorità venezuelane in un “catalogo” per investitori, il Paese avrebbe riserve stimate di carbone nell’ordine di alcuni miliardi di tonnellate e riserve di nichel, oltre a risorse dichiarate di oro, minerale di ferro e bauxite, con una parte delle stime definita esplicitamente speculativa. Nel 2021 è stata inoltre pubblicata una mappa delle riserve minerarie basata su dati raccolti anni prima, con l’indicazione di metalli e minerali come antimonio, rame, nichel, coltan, molibdeno, argento, zinco, titanio, tungsteno e uranio, ma senza volumi. Il Paese, invece, non risulta disporre di riserve significative di terre rare, un insieme di 17 metalli spesso associati alle tecnologie avanzate e considerati parte dei minerali critici.

Nel breve periodo, comunque, la partita resta agganciata al petrolio e alla capacità di farlo uscire dal Paese. Finché l’export resterà bloccato, Pdvsa continuerà a muoversi in modalità “riduzione danni”, spegnendo produzione per evitare il collasso degli stoccaggi e cercando di assicurarsi diluenti e sbocchi logistici. Nel medio-lungo periodo, lo scontro vero sarà su chi potrà fissare le regole: contratti, licenze, pagamenti e garanzie, in un Paese che ha un patrimonio energetico enorme ma un’industria da rimettere in piedi quasi da zero.

Coop: preoccupazione la prima parola scelta dal 37% italiani per il 2026

Milano, 5 gen. (askanews) – Preoccupazione è la prima parola scelta dagli italiani per definire il 2026 (37% del campione) e viaggia di pari passo con l’insicurezza (23%) anche se, sul finire d’anno, non manca la voglia di resistere con uno su 4 che si attacca comunque tenacemente all’ottimismo (25%), e alcuni chiamano in causa persino la curiosità e la fiducia (24%). È questa l’istantanea scattata dalle due survey dell’Ufficio studi Coop condotte a dicembre 2025; la prima su un campione rappresentativo della popolazione italiana in collaborazione con Nomisma e la seconda tra gli opinion leader iscritti alla community del Rapporto Coop*.

In realtà le emozioni positive sono fortemente connesse alla sfera personale e familiare; più gli italiani guardano allo scenario nazionale e internazionale più la tensione sale e ammanta di negatività le aspettative. È così per il mercato del lavoro del territorio in cui si vive (lo vede nero il 43%, solo l’11% associa positività), il fattore sicurezza (47% negativo a fronte di un 8% positivo), l’accesso ai servizi sanitari (il 48% versus 9%) e non si fanno sconti allo stato dell’economia italiana (percezione negativa al 42% contro il 21% positiva), alle criticità generate dai cambiamenti climatici (percezione negativa al 50% contro il 20% positiva).

La maggioranza degli opinion leader della community del Rapporto Coop (43%) utilizza il sostantivo “turbolenza” per descrivere lo scenario 2026, il 34% sceglie “instabilità”, mentre sarà “stabile” per appena l’1%. Un’instabilità che orienta negativamente anche le previsioni sull’andamento dei mercati finanziari nel 2026, in forte ribasso o soggetti ad una contrazione significativa per il 38% degli opinion leader intervistati. L’impressione è di essere in un contesto confuso ed erratico con improvvise imprevedibili accelerazioni, una sorta di globale frullatore i cui comandi paiono affidati a pochi leader mondiali: Netanyahu, Putin e Trump, su cui pesano giudizi fortemente negativi degli opinion leader intervistati (tutti sopra l’80%) mentre Xi Jinping è l’unico leader globale a raccogliere valutazioni per lo più positive (43%). Comprensibile quindi attendersi un 2026 ancora difficile con l’Italia che ritorna ad essere il fanalino di coda dell’Europa con una crescita del Pil che i manager intervistati indicano appena sopra lo 0 (+0,2% a fronte di una previsione Istat di un +0,8%).

Tra le priorità affidate al Governo dagli opinion leader spiccano, oltre alla persistente richiesta di riduzione della pressione fiscale per famiglie e imprese, il potenziamento delle politiche per il lavoro intese come valorizzazione del capitale umano, conciliazione vita-lavoro, regolarizzazioni e nuove politiche di natalità e persiste l’atteggiamento positivo con cui si guarda al contributo che l’AI potrà dare alla produttività delle imprese (il 69% parla di incremento significativo o moderato), mentre il 37% è altrettanto convinto che possa portare beneficio anche ai tassi di occupazione.

La Ue ha risposto a Trump sulla Groenlandia

Roma, 5 gen. (askanews) – La portavoce per la politica estera dell’Unione Europea, Anitta Hipper, ha dichiarato, in merito alle affermazioni del presidente statunitense Donald Trump riguardo l’asserita necessità per Washington di impossessarsi della Groenlandia, che “l’Ue continuerà a difendere i principi della sovranità nazionale, dell’integrità territoriale e dell’inviolabilità delle frontiere, nonché la Carta delle Nazioni Unite”. “Si tratta di principi universali e non smetteremo di difenderli”, ha proseguito la portavoce.Inoltre, la portavoce europea ha ribadito che la Groenlandia è “un territorio autonomo del Regno di Danimarca” e che qualsiasi eventuale cambiamento in merito spetterebbe ai groenlandesi e ai danesi deciderlo. “Abbiamo già affrontato questa domanda e non commenteremo colpo su colpoà La situazione è che ci aspettiamo che tutti i nostri partner rispettino la sovranità e l’integrità territoriale e si attengano agli impegni internazionali”, ha concluso Hipper.

Tecnologia, Comiskey (Cta): “Il Ces 2026? Una finestra sul futuro”

Las Vegas, 5 gen. (askanews) – “Il Ces 2026 sarà la finestra sul futuro. Presenterà innovazioni che cambieranno la vita dei consumatori, le attività delle imprese, le funzioni dei lavoratori, attraverso una varietà di tecnologie diverse come l’intelligenza artificiale, la salute digitale, la mobilità e altro ancora”. Così Brian Comiskey, direttore delle ricerche di Cta (Consumer Technology Association) racconta il Ces 2026, al via a Las Vegas ufficialmente dal 6 al 9 gennaio, ma di cui sono già state date alcune anticipazioni col Ces Unveiled, in cui un centinaio di aziede tech hanno presentato le loro innovazioni.

“Il Ces 2026 avrà migliaia di espositori provenienti da oltre 100 paesi diversi e, in termini di partecipanti, sarà più o meno in linea con l’anno scorso”, ha aggiunto Comiskey.

Carburanti, Unc: riordino accise, gasolio più caro di benzina

Roma, 5 gen. (askanews) – Con il riordino delle accise, aumentate per il diesel, il gasolio diventa più caro della benzina. Lo sottolinea l’Unione nazionale consumatori che evidenzia come siano escluse Sicilia, Campania, Basilicata e Puglia.

Dal 3 gennaio, siega Unc, si segnala il superamento del prezzo del gasolio su quello della benzina, anche se questo non avviene in tutte le regioni. Analizzando i dati di oggi del Mimit, infatti, la benzina resta ancora più cara del gasolio in Sicilia (-1,8 cent), Campania (-1,3 cent), Basilicata (-0,7 cent) e Puglia (-0,3 cent).

Confrontando le medie regionali e autostradali calcolate oggi dal Mimit, in autostrada, di solito la rete più problematica, dal 31 dicembre a oggi la benzina self service è diminuita di 3,6 cent al litro (-1,80 euro per un pieno di 50 litri) mentre il gasolio è aumentato di 3,2 cent al litro (+1,60 euro per un pieno), addirittura meno, con un divario di -0,4 cent a favore del consumatore.

Nelle regioni, facendo una media aritmetica semplice tra i prezzi medi regionali, la benzina è scesa di 3,5 cent, ossia si risparmia 1 euro e 73 cent a rifornimento, il gasolio è salito di 3,1 cent al litro, pari a un costo aggiuntivo di 1,53 euro per un pieno, anche in questo caso non un bilancio positivo tra le due tipologie di carburanti.

Non è così, però, in 4 regioni, Lazio, Sicilia, Puglia e Toscana, dove il divario tra la discesa della benzina e l’incremento del gasolio è a discapito degli automobilisti. Il primato negativo è nel Lazio, dove la discrepanza tra i due carburanti è pari a 0,6 cent, con la benzina che si abbassa di appena 2,9 cent al litro e il gasolio che aumenta di 3,5 cent. Medaglia d’argento per la Sicilia con un differenziale pari a 0,5 cent al litro, con la benzina che diminuisce di 2,2 cent e il gasolio che si alza di +2,7 cent. Sul gradino più basso del podio la Puglia con 0,4 cent al litro: benzina -3,2, gasolio +3,6 cent al litro.

La regione più virtuosa resta l’Abruzzo con un divario positivo di 3,7 cent (benzina -4,8 cent, gasolio +1,1 cent).

Quanto al prezzo del gasolio, dopo la rete autostradale dove si paga 1,767 euro al litro, il costo più elevato d’Italia è a Bolzano (1,730 euro al litro), al secondo posto Trento (1,701 euro), medaglia di bronzo per la Valle d’Aosta (1,698). Le regioni più risparmiose la Campania (1,644 euro al litro), poi le Marche e terza la Lombardia (1,656).

Mantovano: metodo Giubileo non confinato al 2025, governo lo ripropone

Roma, 5 gen. (askanews) – “E’ nostra intenzione non confinare al 2025 il metodo di lavoro seguito” per il Giubileo. Lo ha detto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano nel corso della conferenza stampa nella sala stampa vaticana sul bilancio dell’evento giubilare. “A marzo 2025 – ha sottolineato – l’ufficio europeo brevetti ha classificato l’Italia quinta come numero di brevetti depositati, undicesima nel mondo. Deposteremo un nuovo brevetto: il metodo Giubileo”.

“Come governo – ha osservato – lo stiamo riproponendo per affrontare tante sfide irrisolte, da Caivano ad altre aree di degrado agli interventi per la messa in sicurezza e la bonifica della terra dei fuochi, l’ediliza penitenziaria, il lavoro avviato per contrastare le varie dipendenze. Io al 2033 non ci arrivo ma nel 2026 c’è l’ottavo centenario della morte di San Francesco con eventi storici come la straordinaria prima ostensione pubblica e prolungata delle spoglie del santo di Assisi”.

“Nell’eredità del Giubileo vi è un metodo civile di condivisione del lavoro nonostante il differente orientamento politico delle singole istituzioni, quello che è stato definito il metodo Giubileo. Quando come governo ci siamo insediati a fine ottobre 2022 il Giubileo esisteva sulla carta e noi ci siamo trovati di fronte a due esigenze: fare bene e fare presto. Abbiamo raccolto la sfida seguendo un metodo che rendesse efficace il gioco di squadra tra i tanti soggetti coinvolti”, ha concluso.

Ces 2026, un assaggio della tecnologia del futuro al Ces Unveiled

Las Vegas, 5 gen. (askanews) – Al via a Las Vegas il Ces 2026 con l’apertura del Ces Unveiled: un assaggio del meglio della tecnologia che verrà presentata al più importante evento tech dell’anno, con i prodotti di un centinaio di start up selezionate in esposizione ai Media Days al Mandala Bay. Il Ces 2026 ospiterà oltre 4.500 espositori, tra cui circa 1.400 startup, dal 6 al 9 gennaio.

Tante le novità attese: dal debutto del CES Foundry, sezione dedicata a intelligenza artificiale, blockchain e tecnologia quantistica, agli sviluppi della robotica, alla salute digitale.

Mantovano: 2026 non è iniziato sotto i migliori auspici

Roma, 5 gen. (askanews) – “L’anno solare non è iniziato sotto i migliori auspici”. Lo ha detto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano nel corso della conferenza stampa nella sala stampa vaticana sul bilancio dell’evento giubilare.

“Mentre siamo impegnati in questa conferenza stampa un C130 si sta levando dall’aeroporto di Sion per condurre in Italia i sei ragazzi morti nel rogo di Crans Montana”, ha ricordato Mantovano sottolineando “la difficoltà a sintetizzare il bilancio del Giubileo se pensiamo a quegli adolescenti, al dolore dei loro genitori, a chi lotta in ospedale tra la vita e la morte. È una difficoltà che cresce se pensiamo alle guerre che non hanno conosciuto sosta nel 2025. E l’anno solare non è iniziato sotto i migliori auspici”.

Bianca Pitzorno torna in libreria con La sonnambula (Bompiani)

Milano, 5 gen. (askanews) – Celebratissima autrice, all’attivo più di settanta opere tra saggi e romanzi, per bambini e per adulti, Bianca Pitzorno (Sassari, 1942) torna in libreria oggi -per Bompiani- con La sonnambula (pp. 416, 20 euro). Al centro una protagonista che, fin da bambina, soffre di svenimenti improvvisi dai quali si risveglia con il presagio di un evento futuro. I genitori cercano di tenere nascosto questo suo dono e sperano che un buon matrimonio possa metterla al sicuro: invece è proprio quel matrimonio il luogo più pericoloso per lei, che sarà costretta a fuggire più lontano che può per ricostruirsi una vita contando solo sulle proprie forze. In una città della Sardegna d’antan, l’avventura di Ofelia Rossi, “rinomata sonnambula”, donna sola e fiera, che nel suo salotto in via del Fiore Rosso si guadagna da vivere offrendo vaticini per il prezzo di 5 lire, parla pure al nostro tempo.

“Come molti personaggi dei miei libri – spiega Pitzorno – anche la Sonnambula è nata da uno spunto reale: sfogliando un numero del giornale sassarese di fine Ottocento intitolato ‘L’Isola’ e conservato da mia nonna, mi è caduto lo sguardo sull’annuncio pubblicitario di una ‘rinomata sonnambula’, quella che oggi chiameremmo una medium, che esercitava apertamente in un vicolo attiguo alla casa della mia famiglia, e portava un nome non sardo, Elisa Morello. Usava uno pseudonimo, mi sono chiesta, oppure veniva da un’altra regione d’Italia? E in questo caso attraverso quali peripezie era arrivata in Sardegna? Chi erano poi le signore borghesi – la cifra dei suoi consulti non era modesta – che le si rivolgevano per consigli ‘su qualsiasi argomento’? C’erano tra le ‘clienti’ della sonnambula anche le mie quattro bisnonne, sue vicine di casa?”.

Pitzorno gioca con gli archetipi del romanzo d’avventura e d’amore, intinge la penna nel gotico e nel picaresco per scrivere un romanzo brulicante di vita, onirico, ironico e politico insieme. Abitata da visioni misteriose, la sonnambula è al tempo stesso aliena da ogni superstizione, capace di affrontare con dignità e coraggio il suo destino di donna sola in un mondo ostile. Attraverso la sua straordinaria avventura Bianca Pitzorno celebra il potere della mente umana e ci ricorda che grazie alla nostra forza d’animo, razionalità e fantasia siamo noi a scrivere le nostre vite. Del resto: “Da sempre il mio metodo di scrittura è questo – rivela Pitzorno -: scegliere un personaggio con determinate caratteristiche e porlo in una situazione anomala, chiedendomi e chiedendogli come ne potrà uscire. Nel caso della sonnambula, non mi è stato difficile individuare quali potessero essere le difficoltà e le insidie poste lungo il cammino di una giovane donna armata solo della sua fierezza e intraprendenza in un mondo maschilista e regolato da rigide divisioni sociali com’era la provincia italiana di fine Ottocento. La città da cui parte la storia è in realtà Sassari, che però come faccio spesso nei miei romanzi, chiamo col nome di Donora. Questo romanzo mescola dunque fatti storici realmente accaduti – che in parte ho pescato tra le memorie della mia famiglia o da altri ritagli di giornale, e in parte derivano dallo straordinario lavoro d’archivio dello storico sassarese Enrico Costa (1841-1909), a cui La sonnambula è dedicato. Lo stile che ho scelto è quello dei grandi romanzi popolari dell’Ottocento di cui sono appassionata lettrice, ma interpretato con un filo di allusioni ironiche alle mode letterarie di quegli anni”.

Per i lettori amanti dell’autrice, tra le pagine c’è poi una sorpresa: “Forse qualche lettore saprà riconoscere, nel finale, un piccolo cammeo della sartina a ore protagonista del mio romanzo Il sogno della macchina da cucire: da sempre mi stanno a cuore i destini delle donne; come per la sartina possedere una delle prime macchine per cucire portatili era stato il modo per affrancarsi dalla povertà e dalla subalternità, così per la Sonnambula lo saranno il coraggio, l’immaginazione e lo spirito d’intraprendenza. In questo romanzo, inoltre, mi diverto a rompere la parete invisibile che separa l’autore dalla sua storia e da chi la legge, ed entro in scena io stessa, nei panni onirici di una ragazzina che tiene al guinzaglio un gallo dalle piume colorate… Quelle piume simboleggiano la scrittura, le sue infinite sfumature e possibilità. Sono convinta che la letteratura sia lo strumento più potente per dimostrare che nessuna vita è insignificante o banale: ciascuna esistenza, se letta con occhi curiosi ed empatici, rivela pieghe straordinarie. Non tutte le vicende della Sonnambula, delle sue clienti e di tutti i suoi compagni d’avventure sono esistenze a prima vista straordinarie, ma proprio per questo credo che i lettori potranno riconoscervisi e, attraverso di esse, dare un significato speciale al proprio stesso destino”.

Borse europee in rialzo, rally titoli Difesa dopo blitz Usa in Venezuela

Milano, 5 gen. (askanews) – Borse europee positive a metà mattinata dopo l’operazione militare americana in Venezuela che ha portato nel weekend all’arresto del presidente Nicolas Maduro. Francoforte (+0,9%) la migliore, Milano guadagna lo 0,6%, più indietro Parigi (+0,1%). A spingere i listini i titoli della Difesa, sulle possibili ricadute geopolitiche del blitz dell’amministrazione Trump e sui timori di un allargarsi delle tensioni internazionali che stimolerà il commercio di riarmo. Rheinmetall, il più grande produttore di armi della Germania, balza di oltre il 7%, Leonardo (+5,8%) e Fincantieri (+4,6%) guidano Piazza Affari.

Sotto i riflettori anche il settore oil, con il prezzo del petrolio poco mosso, risentendo anche della decisione dell’Opec+ di sospendere gli aumenti di produzione a febbraio e marzo. A Milano acquisti su Tenaris (+2,8%) e Saipem (+2,5%). Il Venezuela detiene circa il 17% delle riserve petrolifere mondiali, ma negli ultimi anni la sua capacità di estrarre e lavorare il greggio è notevolmente diminuita, sottolineano gli analisti. La produzione attuale è stimata a meno di un milione di barili al giorno, pari a meno dell’1% dell’offerta globale. Corrono nel pre-market i titoli delle major Usa dopo che il presidente Trump ha affermato che gli investimenti statunitensi nel settore energetico venezuelano sono ora un obiettivo fondamentale per la sua amministrazione: le azioni Chevron salgono di oltre l’8%, Exxon Mobil del 4%.

Perché il gasolio è più caro della benzina

Roma, 5 gen. (askanews) – Per la prima volta da tre anni il gasolio è più caro della benzina. Per via delle nuove accise in vigore dal primo gennaio, il prezzo medio nazionale del gasolio risulta questa mattina più alto di quello della benzina: 1,666 euro/litro del diesel contro 1,650 della verde. Un’inversione che non si verificava dal 9 febbraio 2023, all’uscita dalla fase più acuta della crisi dei prezzi iniziata con l’invasione russa dell’Ucraina. Con il taglio dell’accisa, il prezzo della benzina scende al livello più basso dal 19 dicembre 2022.

Sui prezzi dei carburanti alla pompa si è inoltre riversato dal primo gennaio anche un nuovo aumento del costo di miscelazione dei biocarburanti, per via dell’aumento della quota d’obbligo: sulla base delle rilevazioni di Staffetta Quotidiana, il costo di miscelazione è aumentato tra 1,5 e 2 centesimi al litro. Un aumento che è stato compensato dal calo delle quotazioni internazionali dei prodotti raffinati, scese tra la fine del 2025 e l’inizio del nuovo anno proprio di 1,5-2 centesimi al litro, senza che questo si traducesse in un calo dei prezzi alla pompa.

L’allineamento delle accise tra benzina e gasolio, ricordiamo, è stato adottato in quanto l’aliquota più bassa di cui godeva il gasolio era considerata un “sussidio dannoso dell’ambiente”, essendo il gasolio più inquinante della benzina. L’eliminazione del “sussidio dannoso per l’ambiente” (Sad) attraverso l’allineamento delle due aliquote è stata inserita dal governo Meloni nella revisione del Pnrr a fine 2023, poi recepito nel Piano strutturale di bilancio a settembre 2024, quindi annunciato dal ministro Giorgetti alla presentazione della manovra di bilancio a ottobre 2024 e inserito nel decreto legislativo di riordino delle accise adottato un anno fa nell’ambito della riforma fiscale. Un primo passo di avvicinamento delle due aliquote era stato fatto lo scorso maggio.

Sul gasolio l’Italia – rileva Staffetta Quotidiana – ha ora l’accisa più alta d’Europa; sulla benzina scivoliamo invece dal terzo all’ottavo posto, dietro Francia e Irlanda e sopra la Germania. La manovra non è a saldo zero ma frutterà alle casse dello Stato quasi 600 milioni di euro nel 2026 e circa tre miliardi nei prossimi quattro anni.

Queste sono le medie dei prezzi praticati comunicati dai gestori all’Osservatorio prezzi del ministero delle Imprese e del made in Italy ed elaborati dalla Staffetta, rilevati alle 8 di ieri mattina su circa 20mila impianti: benzina self service a 1,650 euro/litro (-21 millesimi, compagnie 1,647, pompe bianche 1,654), diesel self service a 1,666 euro/litro (+21, compagnie 1,673, pompe bianche 1,649). Benzina servito a 1,798 euro/litro (-26, compagnie 1,834, pompe bianche 1,728), diesel servito a 1,803 euro/litro (+23, compagnie 1,848, pompe bianche 1,719). Gpl servito a 0,688 euro/litro (invariato, compagnie 0,699, pompe bianche 0,676), metano servito a 1,394 euro/kg (invariato, compagnie 1,411, pompe bianche 1,380), Gnl 1,216 euro/kg (+2, compagnie 1,219 euro/kg, pompe bianche 1,213 euro/kg).

Questi sono i prezzi sulle autostrade: benzina self service 1,744 euro/litro (servito 2,010), gasolio self service 1,767 euro/litro (servito 2,033), Gpl 0,830 euro/litro, metano 1,486 euro/kg, Gnl 1,265 euro/kg.

Calcio, il Manchester United esonera Amorim

Roma, 5 gen. (askanews) – Ruben Amorim non è più l’allenatore del Manchester United. A riportarlo è David Ornstein, che conferma l’esonero del tecnico portoghese dopo un’esperienza durata 14 mesi sulla panchina dei Red Devils. Decisivo, in negativo, l’ultimo pareggio per 1-1 contro il Leeds United, maturato domenica scorsa, risultato che ha lasciato lo United al sesto posto in Premier League dopo 20 giornate, lontano dalle ambizioni di vertice del club.

In attesa di nominare il nuovo allenatore, il Manchester United ha deciso di affidare la squadra a Darren Fletcher, ex centrocampista dei Red Devils e attuale tecnico dell’Under-18, che assumerà il ruolo di allenatore ad interim. Fletcher guiderà la squadra già nella prossima sfida di campionato, in programma mercoledì sera in trasferta contro il Burnley. La società, però, non ha fretta di prendere una decisione definitiva: la nomina del nuovo allenatore è attesa solo in estate.

Musei Civici di Venezia, nel 2025 oltre 2,4 milioni di visitatori

Milano, 5 gen. (askanews) – Una chiusura di anno positiva per i Musei Civici di Venezia che registrano numeri in crescita a partire dagli oltre 2 milioni e 400mila visitatori tra mostre e musei, che confermano il trend positivo del 2024 e che fanno segnare un incremento significativo nell’ultimo mese, con dicembre in crescita del 10,8% rispetto all’anno precedente.

Palazzo Ducale resta il museo più apprezzato con oltre 1 milione e 300 mila visitatori, scelto, in particolare, da italiani (23,1%) e statunitensi (19,7%). Crescono i frequentatori dei Musei Isole, a Murano (+3%) e Burano (+5,6%) con visitatori provenienti da tutta Europa, Stati Uniti, Australia, Giappone e Cina. Una proposta che nel 2025 si è ulteriormente arricchita con l’ingresso nella rete MUVE del Museo di Torcello, contribuendo ad ampliare gli itinerari in laguna.

In crescita anche i Musei del Settecento con il Museo di Palazzo Mocenigo in testa (+5,6%); tra i più amati dai visitatori francesi che rappresentano, ad esempio, il 19,7% del pubblico di Ca’ Rezzonico. Il pubblico italiano invece ama i musei dell’area del Moderno e Contemporaneo, Ca’ Pesaro e Palazzo Fortuny che nel 2025 ha festeggiato i suoi 50 anni dall’apertura, insieme al Museo di Storia Naturale (+3 sempre più presente e sentito come punto di riferimento per la divulgazione scientifica in città.

I “civici” si affermano anche come luoghi di incontro considerati dai visitatori sempre più come spazi da vivere, ogni giorno. Sono in tanti a scegliere le caffetterie dei musei, in particolare Museo Correr, Ca’ Rezzonico e Ca’ Pesaro, non solo come pausa pranzo ma anche come ambiente per relax, studio e lavoro. La più gettonata è la “nuova arrivata”, l’Emeroteca dell’Arte inaugurata a dicembre 2024. Numeri confermati dagli eventi, sempre frequentatissimi, e che riprendono a gennaio 2026: con presentazione al pubblico degli artisti MUVE e della curatrice Camilla Mozzato in programma il 20 gennaio e il primo incontro Ad Alta Voce – Colazione con la traduttrice Greta Boldorini sabato 31 gennaio, con la presentazione di “Vecchie Mestre. Donne, arte e ideologia” di Griselda Pollock e Rozsika Parker.

Il 2025 ha confermato anche ottimi risultati e le proposte delle attività educative. Sono state 2.600 sono le attività organizzate da MUVE Education durante l’anno, con oltre 45.000 partecipanti. Tutte progettate con criteri di massima accessibilità e in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Tematiche che sono state al centro della seconda edizione di Spark, giornata evento dedicata all’educazione museale ospitata lo scorso 18 novembre a Ca’ Rezzonico – Museo del Settecento veneziano, che ha visto il coinvolgimento di 100 professionisti e professioniste museali. Proseguiranno nel 2026 le attività dedicate a mostra Munch e la rivoluzione espressionista al Centro Culturale Candiani di Mestre, sempre disponibili on demand, anche con attività laboratoriali e plurisensoriali per tutti i pubblici.

Per quanto riguarda l’ambito dell’alta formazione, MUVE Academy si conferma ricerca e aggiornamento professionale sui patrimoni museali e sui saperi storico-artistici, artigianali e contemporanei. I corsi di alta formazione, i seminari e le conferenze, percorsi interdisciplinari nati coniugando storia dell’arte, cultura materiale, artigianato artistico, pratiche educative e sperimentazione contemporanea, hanno coinvolto complessivamente oltre 500 partecipanti, tra professionisti dei musei, studenti universitari, ricercatori, insegnanti e appassionati, provenienti da contesti disciplinari diversi. Attesi nel 2026 oltre 20 tra corsi, masterclass, conferenze e percorsi di approfondimento dedicati ai saperi artigianali, alla conservazione e interpretazione del patrimonio, alle pratiche educative e alla sostenibilità culturale.

Tra i servizi accessori più apprezzati si conferma il Dog & Museum che offre la possibilità ai visitatori che arrivano in città con il proprio animale domestico di prenotare web e app un dog-sitter professionista e godersi così in tranquillità il tour. Da gennaio 2025 sono 994 i visitatori (+17,2%) che hanno scelto di approfittare di questo servizio realizzato in collaborazione con BauAdvisor.

Venendo al 2026, ecco le proposte dei Musei Civici veneziani: Palazzo Ducale ospiterà Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari (6 marzo – 29 settembre 2026) a cura di Margherita Tirelli e Chiara Squarcina: un’indagine comparata sul ruolo fondativo dell’acqua nell’orizzonte del sacro e per lo sviluppo delle società in due grandi civiltà dell’Italia preromana, Etruschi e Veneti. Mari, fiumi, sorgenti e acque termali sono gli ambienti privilegiati di contatto con il divino, spazi di guarigione, ma anche luoghi per la crescita della collettività, mete per il transito e per lo scambio culturale. L’esposizione riunisce così reperti archeologici di straordinario valore, molti dei quali inediti e provenienti da scavi recenti, grazie a prestiti di prestigio concessi da importanti istituzioni museali italiane.

A Ca’ Rezzonico in primavera arriveranno I Guardi dalla Collezione Gulbenkian di Lisbona (7 marzo – 8 giugno 2026); una collaborazione internazionale che porta il nucleo di opere più preziose del museo, portoghese a Venezia. Dipinti di Francesco Guardi databili tra il 1770 e 1790, in dialogo con disegni provenienti dal Gabinetto del Museo del Settecento Veneziano. La Galleria d’Arte Moderna Ca’ Pesaro poi inaugurerà la stagione con Jenny Saville a Ca’Pesaro (28 marzo – 22 novembre 2026) la prima, ampia esposizione dell’opera di Saville a Venezia che intende documentare lo sviluppo di una delle pittrici più importanti del nostro tempo, ripercorrendo la carriera dagli esordi negli anni Novanta fino ai giorni nostri. Sarà invece il Museo Fortuny ad accogliere l’esposizione di Erwin Wurm (6 maggio – 22 novembre 2026) un’ampia mostra monografica, la prima in Italia, dedicata al lavoro dello scultore austriaco.

Tra le conferme del 2026 nuove giornate di Musei in Festa dedicate a tutti i residenti dei 44 comuni della Città Metropolitana di Venezia e di Mogliano Veneto per vivere, scoprire e riscoprire le collezioni permanenti ed esposizioni temporanee comprese nel biglietto d’ingresso. Le prime sei date: domenica 11 gennaio, domenica 8 febbraio, domenica 15 marzo, giovedì 16 aprile, giovedì 14 maggio e giovedì 11 giugno 2026.

“Il 2025 – ha commentato la presidente della Fondazione Musei Civici di Venezia, Mariacristina Gribaudi – è stato un anno di rafforzamento e progettualità: l’ingresso di nuovi musei nella rete, l’evoluzione dei servizi, l’attenzione crescente a accessibilità e formazione e la volontà di rendere i musei luoghi dinamici e partecipati ne sono elementi centrali. Con lo stesso spirito e forti di una solida disponibilità di investimento ci avviciniamo al 2026, puntando su mostre di rilievo, progetti di valorizzazione del patrimonio e la creazione di un’offerta culturale di qualità sempre più alta. Questi risultati sono frutto del lavoro quotidiano di tutte le professionalità della Fondazione e di tutti gli operatori museali e dei servizi al pubblico i che ogni giorno accolgono migliaia di persone provenienti da tutto il mondo: a loro va il mio più sincero ringraziamento, nella convinzione di poter proseguire insieme un cammino di crescita, innovazione e responsabilità culturale”.

Trump ora minaccia il presidente della Colombia Gustavo Petro

Roma, 5 gen. (askanews) – Il presidente degli Stati uniti Donald Trump ha nuovamente accusato il presidente colombiano Gustavo Petro di essere coinvolto nella produzione di cocaina e non ha escluso una operazione militare contro la Colombia, evocando uno scenario simile a quello che ha portato sabato all’azione armata in Venezuela.

“Anche la Colombia è molto malata, governata da un uomo malato a cui piace produrre cocaina e venderla agli Stati uniti, e non continuerà a farlo ancora per molto, lasciatemelo dire. Ha fabbriche di cocaina”, ha dichiarato Trump parlando coi giornalisti, aggiungendo che l’ipotesi di una operazione militare in Colombia “suona molto bene”.

Nella notte di sabato, gli Stati uniti hanno bombardato aree di Caracas e catturato il presidente venezuelano Nicolas Maduro e la moglie, trasferiti a New York per affrontare accuse di narcotraffico.

Le tensioni tra Trump e Petro vanno avanti da mesi. Già a dicembre il presidente statunitense aveva accusato il leader colombiano, ex guerrigliero di sinistra, di produrre cocaina e lo aveva avvertito delle conseguenze di un mancato contrasto al traffico di droga verso nord.

Alla minaccia , Petro ha replicato respingendo le accuse e definendole una calunnia. “Respingo profondamente che Trump parli senza conoscere; il mio nome in 50 anni non compare negli archivi giudiziari sul narcotraffico, né prima né oggi. Smetta di calunniarmi, signor Trump. Così non si minaccia un presidente latinoamericano nato dalla lotta armata e poi dalla lotta per la pace del popolo colombiano”, ha scritto su X.

Crans-Montana, il 7 gennaio un minuto di silenzio in tutte le scuole

Roma, 5 gen. (askanews) – Mercoledì 7 gennaio, in tutte le scuole italiane sarà osservato un minuto di silenzio in memoria delle vittime del tragico incendio avvenuto a Crans-Montana. Il ministro dell’istruzione e del merito. Giuseppe Valditara. ha detto: “In questo momento di profondo dolore, il pensiero della comunità scolastica è rivolto ai giovani che hanno perso la vita in circostanze che avrebbero dovuto essere di spensieratezza e condivisione. Con il minuto di silenzio nelle scuole vogliamo ricordare le giovani vittime ed esprimere vicinanza alle loro famiglie, alle quali va il mio pensiero commosso e il più sentito cordoglio”.

Venezuela, la strategia della presidente ad interim Delcy Rodriguez

Roma, 5 gen. (askanews) – “Il governo venezuelano considera prioritario costruire relazioni internazionali equilibrate e rispettose con gli Stati uniti, fondate sui principi di uguaglianza sovrana e di non ingerenza negli affari interni, ha dichiarato ha dichiarato la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodriguez. “Siamo pronti a difendere le nostre risorse naturali. Il presidente Donald Trump, i nostri popoli e la nostra regione meritano pace e dialogo, non guerra”, ha sottolineato durante una seduta straordinaria del Consiglio di difesa trasmessa in diretta nazionale. Così, tra una pragmatica apertura agli Usa e una rivendicazione di sovranità tutta da costruire dopo il blitz americano per la cattura di Nicolas Maduro, Delcy Rodríguez tenta di sancire una linea equilibrata per il dopo-Maduro. Una fase che ufficialmente a Caracas non è ancora iniziata, dato che dal punto di vista costituzionale Maduro è ancora il presidente e non sono state indette nuove elezioni, aspetti tra l’altro sottolineati dal ministro della Difesa Vladimir Padrino Lopez, che ha ripetutamente condannato la “brutale aggressione militare” .

Il messaggio di Rodriguez, rilanciato sulle piattaforme social, è apparso anche una prima reazione alle dichiarazioni del presidente Donald Trump, che l’ha pubblicamente avvertita del rischio di “pagare un prezzo molto alto, probabilmente più alto di Maduro” se non “farà la cosa giusta”.

Secondo una ricostruzione del New York Times, Washington ha individuato proprio in Rodríguez una figura di transizione “accettabile” per gestire il Paese dopo la rimozione di Maduro. “È stata una scelta facile”, hanno riferito fonti dell’amministrazione statunitense, rimarcando come la sua esperienza nel settore energetico sia considerata una garanzia per i futuri investimenti americani.

“Seguo la sua carriera da molto tempo,” ha detto un alto funzionario Usa. “Non dico che sia la soluzione definitiva, ma è una persona con cui possiamo lavorare a un livello più professionale di quanto abbiamo fatto con Maduro.” Tuttavia, dopo una telefonata con il segretario di Stato Marco Rubio, Rodríguez ha cambiato tono e ribadito pubblicamente che “Maduro resta l’unico leader legittimo del Venezuela”, ricevendo il sostegno del ministro dell’Interno Diosdado Cabello e dei vertici delle Forze Armate, che le hanno giurato fedeltà.

Fonti citate dal Miami Herald sostengono che l’amministrazione Trump stesse negoziando un piano di uscita per Maduro, con esilio in Qatar o Turchia in cambio dell’apertura del mercato petrolifero venezuelano alle compagnie statunitensi. L’accordo sarebbe stato però bloccato da Rubio, fautore di una linea più dura verso il regime chavista.

Rodríguez ha istituito una commissione di alto livello per la liberazione di Maduro e della moglie Flores, denunciando la violazione della sovranità nazionale e promettendo “una risposta legale e diplomatica proporzionata”.

Trump ha ribadito alla stampa che “gli Stati Uniti devono avere accesso al petrolio e alle altre risorse del Venezuela per poter ricostruire il Paese” e ha escluso qualunque ruolo per la leader dell’opposizione María Corina Machado, che ha definito “priva del rispetto necessario per governare”.

Dietro il profilo istituzionale della presidente ad interim, si nasconde una figura centrale del potere chavista. Avvocata di formazione, 56 anni, Delcy Eloína Rodríguez Gomez è una politica di lungo corso, diplomata all’Universidad Central de Venezuela e specializzata in diritto internazionale tra Parigi e Londra. Figlia di Jorge Antonio Rodríguez, fondatore della Lega Socialista e “martire” della sinistra venezuelana, morto nel 1976 durante un interrogatorio della polizia politica, Delcy ha costruito la propria carriera nel solco della Rivoluzione Bolivariana.

Sorella di Jorge Rodríguez, presidente dell’Assemblea Nazionale, è stata ministra degli Esteri, vicepresidente e ministra degli Idrocarburi, gestendo direttamente l’industria petrolifera statale. Figura pragmatica e leale al chavismo, ma anche interlocutrice discreta con attori internazionali, è considerata da molti analisti come il volto più abile e flessibile del regime.

Il premier della Groenlandia: non siamo in vendita

Roma, 5 gen. (askanews) – Il premier della Groenlandia, Jens Frederik Nielsen, ha diffuso una dichiarazione con cui respinge un’immagine virale che mostra la Groenlandia avvolta nella bandiera americana, condivisa online dalla commentatrice statunitense Katie Miller che ha riacceso il dibattito sulle ambizioni degli Stati Uniti nell’Artico.

“Vorrei affermare con calma e chiarezza fin dall’inizio che non c’è motivo di panico né di preoccupazione”, ha dichiarato Nielsen in una nota diffusa ieri in tarda serata. “L’immagine condivisa da Katie Miller, che raffigura la Groenlandia avvolta nella bandiera americana, non cambia assolutamente nulla. Il nostro Paese non è in vendita e il nostro futuro non è deciso dai post sui social media”.Il premier ha denunciato il post come “irrispettoso”, sottolineando che le relazioni tra le nazioni “si basano sul rispetto reciproco e sul diritto internazionale, non su gesti simbolici che ignorano il nostro status e i nostri diritti”.

“Siamo una società democratica con un governo autonomo, elezioni libere e istituzioni forti”, ha aggiunto. “La nostra posizione è saldamente fondata sul diritto internazionale e su accordi riconosciuti a livello internazionale. Questo non è in discussione”. Nielsen ha affermato che Naalakkersuisut, il governo della Groenlandia, continua a “lavorare con calma e responsabilità”, mantenendo il dialogo con i partner internazionali e salvaguardando gli interessi nazionali. “Non c’è motivo di farsi prendere dal panico”, ha concluso. “Ma ci sono tutte le ragioni per denunciare la mancanza di rispetto”.

Trump: anche la Ue ha interesse che gli Usa prendano la Groenlandia

Roma, 5 gen. (askanews) – Anche l’Unione europea avrebbe bisogno che Washington controlli l’isola per ragioni di sicurezza. Lo ha affermato il presidente Usa Donald Trump parlando coi giornalisti.

“Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale, e l’Unione europea ha bisogno che la possediamo”, ha affermato Trump nel corso di una conferenza stampa. Il presidente ha inoltre ribadito le sue accuse secondo cui navi cinesi e russe starebbero operando attorno all’isola danese.

Trump ha più volte sostenuto che la Groenlandia dovrebbe entrare a far parte degli Stati uniti, definendola strategica per la sicurezza nazionale e per la protezione del cosiddetto “mondo libero”, in particolare di fronte alle minacce rappresentate da Cina e Russia.

La Groenlandia è stata una colonia della Danimarca, alleata della Nato, fino al 1953. Pur avendo ottenuto nel 2009 un’ampia autonomia per l’autogoverno e per le decisioni di politica interna, l’isola resta parte del Regno danese.

Calcio, risultati e classifica Serie A: Inter in testa

Roma, 5 gen. (askanews) – Questi i risultati del campionato di serie A dopo Inter-Bologna 3-1.

Diciottesima giornata: Cagliari-Milan 0-1, Como-Udinese 1-0, Genoa-Pisa 1-1, Sassuolo-Parma 1-1, Juventus-Lecce 1-1, Atalanta-Roma 1-0, Lazio-Napoli 0-2, Fiorentina-Cremonese 1-0, Verona-Torino 0-3, Inter-Bologna 3-1.

Classifica: Inter 39, Milan 38, Napoli 37, Roma, Juventus 33, Como 30, Bologna 26, Atalanta 25, Lazio 24, Sassuolo, Torino 23, Udinese 22, Cremonese 21, Cagliari, Parma 18, Lecce 17, Genoa 15, Verona, Pisa, Fiorentina 12.

Diciannovesima giornata: martedì 6 gennaio ore 15 Pisa-Como, ore 18 Lecce-Roma, ore 20.45 Sassuolo-Juventus, mercoledì 7 gennaio ore 18.30 Bologna-Atalanta, Napoli-Verona, ore 20.45 Lazio-Fiorentina, Parma-Inter, Torino-Udinese, giovedì 8 gennaio ore 18.30 Cremonese-Cagliari, ore 20.45 Milan-Genoa.

Recuperi: mercoledì 14 gennaio ore 18.30 Napoli-Parma, ore 20.45 Inter-Lecce, giovedì 15 gennaio ore 18.30 Verona-Bologna, ore 20.45 Como-Milan.

Francesco Paolo Casavola, il Maestro

Quando penso alla lunga e feconda vita del professore Francesco Paolo Casavola, tornato la scorsa notte al Padre (avrebbe compiuto novantacinque anni tra qualche giorno), non riesco a non associargli, quale “cifra” sintetica della sua personalità, l’attributo di Maestro.

Un attributo che, almeno in campo universitario, è talvolta utilizzato con eccessiva larghezza, ma che gli si addice come a pochissimi altri.

Maestro nel senso pieno del termine

Maestro in senso etimologico, nel senso di “colui che sta sopra, che è superiore”: difficile accostarsi al prof. Casavola senza percepire tale qualità, anche se egli faceva di tutto per non deprimere e intimorire gli altri, per stare al livello del suo interlocutore, fosse uno studente, un collega, un amico d’infanzia.

Ed è per tale ragione che, in questo mio ricordo, da adesso userò non l’impersonale, ma il tu dialogico.

Pensiero e azione, volontà ed efficacia

Caro Franco, sei stato Maestro anche, e soprattutto, perché capace di tenere insieme al massimo grado, quasi sovrapponendoli costantemente, pensiero e azione, volontà ed efficacia operativa.

Una caratteristica rara tra gli umani (non a caso considerata, nella sua pienezza, fuori della nostra portata: ricordiamo il Poeta, “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole”), dunque ancora di più da sottolineare, valorizzare e, nei limiti del possibile, imitare.

I colleghi e gli amici che intitolarono “Armata sapientia” il volume dedicato ai tuoi novant’anni vollero proprio, oltre che tributarti il giusto omaggio in quanto giusromanista, sottolineare questa tua straordinaria qualità.

Una vocazione al servizio

Una qualità che tu hai applicato in ogni campo nel quale ti è toccato di operare: nella vita accademica, certamente, ma altresì nell’associazionismo cattolico (in tanti ti ricordiamo, all’inizio degli anni Ottanta, come primo presidente del Meic, il Movimento ecclesiale di impegno culturale che succedette agli antichi Laureati cattolici grazie all’impegno del traghettatore Romolo Pietrobelli) e nei numerosi incarichi istituzionali: giudice e poi presidente della Corte costituzionale, presidente dell’Enciclopedia Treccani e del Comitato nazionale di bioetica, Garante dell’editoria, e così via.

La laicità come habitus inclusivo

Dei tuoi itinerari e dei contributi che tu hai dato al nostro Paese mi limito ora a riprenderne uno: quello della nozione di laicità.

Da te studiata sotto il profilo storico, approfondita sotto il profilo storico-costituzionale, applicata nell’esperienza vissuta alla Corte costituzionale, “interpretata” quale habitus ordinario nella qualità di presidente del Comitato nazionale di bioetica.

Una laicità inclusiva, che non significa indifferenza dello Stato rispetto alle religioni, ma capacità di riconoscere il significato e il valore dell’esperienza religiosa: non a caso Leopoldo Elia definì la “sentenza Casavola” n. 203 del 1989 della Corte costituzionale una sentenza-simbolo.

La tua preoccupazione era quella di esorcizzare l’uso strumentale della fede, di una qualunque fede religiosa: e Dio sa quanto oggi questa preoccupazione sia di cogente attualità.

La schiena diritta

Abbiamo spesso ammirato la tua schiena diritta: nella Chiesa italiana, anche in stagioni in cui non era facile tenerla; nelle istituzioni, dove il potente di turno sapeva di potere contare sulla tua lealtà istituzionale, ma anche di non poterti chiedere servilismi o ipocrisie; nella vita di famiglia, con le gioie che essa comporta e anche con le tristezze e sofferenze che possono sopraggiungere.

Una lezione che resta

Troppe cose abbiamo fatto insieme perché si possano qui ricordare, ma almeno una vorrei segnalarla.

Nel 2006, alla vigilia di un referendum costituzionale, ti chiesi di partecipare a un affollato convegno che il Meic aveva dedicato al tema della Costituzione, nella sede della Treccani. Anche in quell’occasione non mi dicesti di no e ricordo la parte finale del tuo intervento: dopo avere nettamente preso le distanze da quella sedicente riforma, aggiungesti una riflessione ancora oggi illuminante.

Qualora, dopo avere respinto la revisione costituzionale, un processo riformatore dovesse essere ripreso, a tuo parere occorreva “stabilire nel Paese un clima di serenità emotiva e di informazione corretta sulle grandi questioni costituzionali. Quanto sta accadendo da qualche decennio in Italia non favorisce la nostra educazione politica e tanto meno quello che si usa chiamare patriottismo costituzionale”.

Parole che aiutano anche oggi, vent’anni dopo.

I “pizzini” del Paradiso

Ora che sei “andato avanti”, voglio ricordarti in chiusura una delle tue abitudini che più mi hanno sempre colpito. Non c’era occasione – convegno, seminario, incontro tra amici – in cui tu, facendo applicazione di quell’ironia affettuosa che ti contraddistingueva, non disseminassi attorno a te, agli amici più cari (ne conservo ancora alcuni!), quei tuoi celebri bigliettini nei quali commentavi la situazione, l’oratore, il contesto.

Con pochi tratti, senza erudizione ma mettendo a profitto la tua cultura immensa, davi il senso di un evento, con lievità pari soltanto alla profondità e all’acume che in essi dispensavi.

Ecco, carissimo Franco, ti immagino a disseminare il Paradiso dei tuoi “pizzini”: so bene che mi risponderesti che, là dove sei, “neque nubent, neque nubentur”, ma ugualmente penso che anche agli “angelis Dei in caelo” farebbero tanto, tanto piacere.

Venezuela, l’Europa a difesa del diritto internazionale e della sovranità nazionale

La dichiarazione dell’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Kaja Kallas, sulle conseguenze dell’intervento militare statunitense in Venezuela segna un passaggio politicamente rilevante per l’Europa. Ventisei Stati membri hanno infatti sostenuto il testo che invita “tutti gli attori a mantenere la calma e la moderazione”, per evitare un’escalation e favorire una soluzione pacifica della crisi.

A rendere il quadro particolarmente significativo è la convergenza pressoché unanime: l’Ungheria è l’unico Paese dell’Unione, infatti, a non aver aderito alla dichiarazione comune. Una scelta che appare grave, perché isola Budapest dal resto dell’Ue proprio su un terreno – quello del rispetto del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite – che costituisce uno dei fondamenti dell’azione esterna europea.

Il richiamo al diritto internazionale

Nel testo firmato da 26 capitali, l’Unione europea ribadisce che “in ogni circostanza” i principi del diritto internazionale devono essere rispettati e ricorda la responsabilità particolare dei membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu nel sostenere l’architettura della sicurezza globale. Allo stesso tempo, Bruxelles riafferma una posizione già più volte espressa: Nicolás Maduro non gode della legittimità di un presidente eletto democraticamente, e la via d’uscita dalla crisi venezuelana può essere solo una transizione pacifica verso la democrazia, guidata dai venezuelani e rispettosa della sovranità del Paese.

È un equilibrio non semplice, quello cercato dall’Ue: da un lato la critica netta al regime di Maduro, dall’altro il rifiuto di legittimare scorciatoie militari e violazioni della sovranità nazionale, che rischiano di aggravare l’instabilità internazionale.

L’isolamento di Budapest

La mancata adesione dell’Ungheria conferma una linea ormai ricorrente della politica estera di Budapest, spesso refrattaria a iniziative europee comuni in materia di crisi internazionali. Ma in questo caso il segnale è particolarmente pesante perché si nega l’appoggio a una dichiarazione che non giustifica l’intervento armato, bensì richiama tutti – Stati Uniti compresi – al rispetto delle regole multilaterali.

L’iniziativa italiana

In questo contesto si colloca la telefonata di Giorgia Meloni a María Corina Machado, figura di riferimento dell’opposizione venezuelana. Un gesto politico che segnala la volontà di accompagnare la posizione europea con un’iniziativa autonoma di dialogo e mediazione, a sostegno di una pacifica transizione democratica. Sorprende questa iniziativa della Presidente del Consiglio, se si considera anzitutto la prudenza che il Vaticano osserva nel riconoscere alla Premio Nobel per la pace una funzione preminente in questa difficile crisi. 

Nel complesso, la vicenda venezuelana mostra quanto sia fragile l’equilibrio internazionale e quanto sia necessario, per l’Europa, tenere insieme la difesa della democrazia e il rispetto del diritto internazionale. L’unità dell’Unione europea, al netto della solitaria posizione ungherese, resta pertanto un gesto di responsabilità da non sottovalutare.

Nuovo ordine o ritorno al vecchio mondo?

La cacciata di Nicolás Maduro da parte dell’amministrazione americana continua a far discutere il mondo. Ed è inevitabile che sia così. Ma, al di là della cronaca, delle dinamiche concrete della cosiddetta “operazione speciale” – un’altra operazione speciale… – e delle immediate ripercussioni politiche all’interno del Venezuela e dell’intero continente sudamericano, la questione che si impone all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale è di natura più profonda e strutturale.

Siamo davvero alla vigilia di un “nuovo ordine mondiale” oppure stiamo assistendo alla riproposizione, seppur in forma aggiornata e muscolare, della vecchia dottrina Monroe, che già nel 1823 teorizzava la supremazia degli Stati Uniti nel continente americano?

La mossa di Delcy Rodríguez e il nodo della legittimità

A complicare ulteriormente il quadro è intervenuto, nelle ultime ore, un fatto politicamente decisivo: Delcy Rodríguez, ministro della Difesa del governo uscente, con l’appoggio dichiarato delle forze armate, si è autoproclamata presidente del Venezuela.

Un passaggio che segna un salto di qualità nella crisi venezuelana e che rende evidente come la caduta di Maduro non abbia affatto risolto il problema della governabilità, ma anzi rischi di aprire una fase di conflitto istituzionale ancora più opaca, in cui la forza militare sembra prevalere su qualsiasi percorso di legittimazione democratica.

È proprio questo il punto che trasforma un’operazione militare, presentata come risolutiva, in un fattore di ulteriore instabilità.

Forza e diritto: la vera questione sul tavolo

Ora, si tratta di dare una risposta credibile, seria e argomentata alla domanda di fondo. Perché se è vero che, con la guida politica di Trump, l’America ha lanciato una sfida esplicita al mondo – ed è inutile negarlo – è altrettanto indubbio che ci troviamo di fronte a un’iniziativa che riafferma in modo persino brutale la superiorità della forza rispetto a un diritto internazionale sempre più sbiadito e balbettante.

Questa è oggi la vera questione politica sul tappeto. E su questa questione occorre pronunciarsi al di là dei sentimentalismi, delle partigianerie e del settarismo politico. Anche perché, se l’America di Trump ha intrapreso questa strada, è altrettanto vero che le altre grandi potenze mondiali non solo non se ne discostano, ma spesso la aggravano, come dimostrano le scelte della Russia di Putin o della Cina di Xi.

Il monito del Vaticano  nelle parole di Papa Leone

Non è un caso che anche il Vaticano abbia espresso preoccupazione per il blitz americano e per le sue conseguenze politiche e umanitarie.

“Con animo colmo di preoccupazione seguo gli sviluppi della situazione in Venezuela – ha detto il Papa all’Angelus. Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto iscritto nella Costituzione, rispettando i diritti umani e civili di ognuno e di tutti, e lavorando per costruire insieme un futuro sereno di collaborazione, di stabilità e di concordia, con speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica”. Parole che suonano come un monito proprio mentre il rischio è quello di scambiare la rimozione di un regime con la costruzione di un ordine politico legittimo.

Un bivio storico

Per questi motivi la questione politica a cui tutti – italiani ed europei compresi – siamo chiamati a rispondere è insieme semplice e complessa.

Se la strada che sembra ormai imporsi è quella dell’ideologia della forza, l’America potrebbe non fermarsi al Venezuela. Sull’onda della lotta al narcotraffico, alla gestione autoritaria del potere e all’immigrazione illegale, l’iniziativa potrebbe estendersi ad altri Paesi dell’area, dalla Colombia al Messico.

Per ora possiamo solo prendere atto di trovarci, forse, di fronte a un bivio della storia mondiale: o un nuovo ordine fondato esclusivamente sulla forza, oppure la riproposizione – neppure troppo mascherata – di un vecchio ordine che pensavamo archiviato.

L’America torna al 1800? I conservatori attaccano duramente Trump

Donald Trump ha dichiarato sabato di aver invaso il Venezuela e rapito il suo presidente, Nicolás Maduro, per diversi motivi. Li ha illustrati in una conferenza stampa e in un’intervista a Fox & Friends poche ore dopo la conclusione dell’operazione. Ha affermato di averlo fatto per fermare il traffico di droga, prendere il controllo del petrolio, salvare la democrazia, riaffermare il predominio americano e punire il Venezuela per aver inviato migranti negli Stati Uniti.

È un elenco lungo e solleva un problema serio: in teoria, queste motivazioni giustificherebbero il rovesciamento di altri governi oltre al Venezuela. In realtà, Trump ha specificamente nominato altri paesi a cui si applicherebbero le stesse argomentazioni, e ha fatto capire ad almeno due di loro che potrebbero essere i prossimi. È un programma di conquista emisferica che riporterebbe gli Stati Uniti al 1800.

[…]

Su Fox & Friends , Trump ha affermato di aver liberato il Venezuela da un dittatore. A riprova di ciò, ha affermato che la presunta rielezione di Maduro dell’anno scorso era stata “truccata” e “una vergogna, proprio come lo è stata la mia elezione. Il 2020 è stato una vergogna”. In effetti, ha affermato Trump, la farsa elettorale di Maduro “non è stata poi così tanto peggiore di quello che [i Democratici] ci hanno fatto nel 2020”.

Trump stava forse insinuando che le elezioni americane non meritassero più rispetto di quelle venezuelane? Se sì, stava forse proponendo… di usare la forza? Sembra assurdo immaginare un presidente americano che invade il proprio Paese. Potrebbe attaccare Cuba o la Colombia, ma gli Stati Uniti? Come potrebbe funzionare?

La risposta è che è già successo. Cinque anni fa, quasi esattamente nello stesso giorno, Trump ha lanciato un assalto al nostro Campidoglio, ha guardato la battaglia su uno schermo mentre si svolgeva in tempo reale – proprio come aveva fatto durante l’operazione in Venezuela – e ha incitato le sue forze a dare la caccia al nostro vicepresidente. 1 Il regime di Maduro non è il primo governo che Trump ha cercato di rovesciare nel nostro emisfero. È il secondo.

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Calcio, risultati e classifica Serie A: Torino a quota 23

Roma, 4 gen. (askanews) – Questi i risultati del campionato di serie A dopo Verona-Torino 0-3.

Diciottesima giornata: Cagliari-Milan 0-1, Como-Udinese 1-0, Genoa-Pisa 1-1, Sassuolo-Parma 1-1, Juventus-Lecce 1-1, Atalanta-Roma 1-0, Lazio-Napoli 0-2, Fiorentina-Cremonese 1-0, Verona-Torino 0-3, ore 20.45 Inter-Bologna.

Classifica: Milan 38, Napoli 37, Inter 36, Roma, Juventus 33, Como 30, Bologna 26, Atalanta 25, Lazio 24, Sassuolo, Torino 23, Udinese 22, Cremonese 21, Cagliari, Parma 18, Lecce 17, Genoa 15, Verona, Pisa, Fiorentina 12.

Diciannovesima giornata: martedì 6 gennaio ore 15 Pisa-Como, ore 18 Lecce-Roma, ore 20.45 Sassuolo-Juventus, mercoledì 7 gennaio ore 18.30 Bologna-Atalanta, Napoli-Verona, ore 20.45 Lazio-Fiorentina, Parma-Inter, Torino-Udinese, giovedì 8 gennaio ore 18.30 Cremonese-Cagliari, ore 20.45 Milan-Genoa.

Recuperi: mercoledì 14 gennaio ore 18.30 Napoli-Parma, ore 20.45 Inter-Lecce, giovedì 15 gennaio ore 18.30 Verona-Bologna, ore 20.45 Como-Milan.

Bonelli: Trump vuole Groenlandia e quindi attaccare Ue. Meloni riferisca in Parlamento

Roma, 4 gen. (askanews) – “Trump, il pirata, dopo il Venezuela vuole prendersi la Groenlandia per motivi di sicurezza, ovvero per accaparrarsi le terre rare e controllare le rotte artiche che si stanno aprendo in conseguenza del cambiamento climatico. Anche in questo caso l’Italia dirà che l’intervento sarà legittimo, considerato che la Groenlandia è un territorio autonomo danese e che la Danimarca è membro dell’Unione Europea? L’Italia vuole essere il 51º Stato degli USA e vassalla dell’imperatore Trump, oppure difendere la dignità del nostro Paese, fondatore dell’Europa? È urgente che la presidente Meloni venga a riferire in Parlamento e che l’UE reagisca alla violenza targata Trump, che ha distrutto il diritto internazionale”. Così in una nota Angelo Bonelli, deputato AVS e co-portavoce di Europa Verde.

Calcio, risultati e classifica Serie A: Viola aggancia il Pisa

Roma, 4 gen. (askanews) – Questi i risultati del campionato di serie A dopo Fiorentina-Cremonese 1-0.

Diciottesima giornata: Cagliari-Milan 0-1, Como-Udinese 1-0, Genoa-Pisa 1-1, Sassuolo-Parma 1-1, Juventus-Lecce 1-1, Atalanta-Roma 1-0, Lazio-Napoli 0-2, Fiorentina-Cremonese 1-0, ore 18 Verona-Torino, ore 20.45 Inter-Bologna.

Classifica: Milan 38, Napoli 37, Inter 36, Roma, Juventus 33, Como 30, Bologna 26, Atalanta 25, Lazio 24, Sassuolo 23, Udinese 22, Cremonese 21, Torino 20, Cagliari, Parma 18, Lecce 17, Genoa 15, Verona, Pisa, Fiorentina 12.

Diciannovesima giornata: martedì 6 gennaio ore 15 Pisa-Como, ore 18 Lecce-Roma, ore 20.45 Sassuolo-Juventus, mercoledì 7 gennaio ore 18.30 Bologna-Atalanta, Napoli-Verona, ore 20.45 Lazio-Fiorentina, Parma-Inter, Torino-Udinese, giovedì 8 gennaio ore 18.30 Cremonese-Cagliari, ore 20.45 Milan-Genoa.

Recuperi: mercoledì 14 gennaio ore 18.30 Napoli-Parma, ore 20.45 Inter-Lecce, giovedì 15 gennaio ore 18.30 Verona-Bologna, ore 20.45 Como-Milan.

Strage Crans, Schlein: vicinanza ai familiari delle sei vittime

Roma, 4 gen. (askanews) – “Mi unisco, anche a nome di tutta la comunità democratica, al dolore dei genitori, degli amici e di tutti coloro che hanno conosciuto e voluto bene alle sei giovani vittime italiane della strage di Crans-Montana, e di tutte le altre vittime. A loro va tutta la nostra vicinanza e la nostra commossa partecipazione.” Così la segretaria del Pd Elly Schlein, che in questi giorni si è tenuta in costante contatto con il Ministro degli Esteri Antonio Tajani.

“Ora è il tempo del cordoglio – conclude Schlein – ma poi viene il tempo di accertare le responsabilità su come tutto questo sia potuto accadere”.

Di cosa è accusato il presidente del Venezuela Maduro dagli Usa

Roma, 4 gen. (askanews) – Sono quattro i capi d’imputazione a carico del presidente venezuelano Nicolas Maduro, catturato ieri da forze Usa e deportato a New York. Lo si evince dall’atto d’accusa del distretto meridionale di New York, pubblicato oggi dal Washington Post, nel quale si dice che sostanzialmente Maduro si è arricchito insieme al suo entourage attraverso i proventi del traffico illecito di droga. Il documento ripropone le stesse imputazioni formulate dall’amministrazione Trump nel 2020, tra cui cospirazione per narcoterrorismo, cospirazione per l’importazione di cocaina e possesso di armi automatiche e ordigni distruttivi. In caso di condanna, Maduro rischia decenni di carcere negli Stati uniti.

Secondo l’accusa, Maduro avrebbe “agito in partnership con i suoi complici utilizzando l’autorità ottenuta illegalmente e le istituzioni da lui corrotte per trasportare migliaia di tonnellate di cocaina negli Stati uniti”, sfruttando il potere statale e il narcotraffico per accumulare ricchezza e controllo politico. A differenza dell’incriminazione del 2020, l’atto aggiornato include anche la moglie di Maduro, Cilia Flores, come co-imputata. Tra gli altri quattro co-imputati, tutti appartenenti al cerchio ristretto dell’ex presidente, figura anche il figlio, Nicolas Ernesto Maduro, che non risulta essere stato catturato.

Il documento ricostruisce inoltre l’ascesa politica di Maduro, dal ruolo di parlamentare a quello di ministro degli Esteri sotto il predecessore Hugo Chavez, definendolo “governante di fatto ma illegittimo del Paese”.

Strage a Crans-Montana, Tajani: 6 le vittime italiane accertate

Roma, 4 gen. (askanews) – “Purtroppo le vittime italiane sono sei, tutte accertate”. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, riguardo alla strage avvenuta la notte di Capodanno nella località svizzera di Crans Montana. Parlando al Tg2, il titolare della Farnesina ha quindi aggiunto che “i feriti stanno per essere tutti accompagnati in Italia”, precisando che “tre saranno oggi al Niguarda e una a Torino”. “I feretri saranno accompagnati in Italia con un volo di Stato organizzato dall’aeronautica militare”, ha concluso Tajani.

Calcio, risultati e classifica di Serie A: Napoli secondo

Roma, 4 gen. (askanews) – Questi i risultati del campionato di serie A dopo Lazio-Napoli 0-2

Diciottesima giornata: Cagliari-Milan 0-1, Como-Udinese 1-0, Genoa-Pisa 1-1, Sassuolo-Parma 1-1, Juventus-Lecce 1-1, Atalanta-Roma 1-0, Lazio-Napoli 0-2, ore 15 Fiorentina-Cremonese, ore 18 Verona-Torino, ore 20.45 Inter-Bologna.

Classifica: Milan 38, Napoli 37, Inter 36, Roma, Juventus 33, Como 30, Bologna 26, Atalanta 25, Lazio 24, Sassuolo 23, Udinese 22, Cremonese 21, Torino 20, Cagliari, Parma 18, Lecce 17, Genoa 15, Verona, Pisa 12, Fiorentina 9

Diciannovesima giornata: martedì 6 gennaio ore 15 Pisa-Como, ore 18 Lecce-Roma, ore 20.45 Sassuolo-Juventus, mercoledì 7 gennaio ore 18.30 Bologna-Atalanta, Napoli-Verona, ore 20.45 Lazio-Fiorentina, Parma-Inter, Torino-Udinese, giovedì 8 gennaio ore 18.30 Cremonese-Cagliari, ore 20.45 Milan-Genoa.

Recuperi: mercoledì 14 gennaio ore 18.30 Napoli-Parma, ore 20.45 Inter-Lecce, giovedì 15 gennaio ore 18.30 Verona-Bologna, ore 20.45 Como-Milan.

Calcio, Lazio-Napoli 0-2: decidono Spinazzola e Rrahmani

Roma, 4 gen. (askanews) – Bastano venti minuti arrembanti al Napoli per espugnare l’Olimpico e battere 2-0 una Lazio impalpabile. A decidere il match Spinazzola e Rrahmani con due gol arrivati a cavallo tra il 13′ ed il 32′ della prima frazione di gioco. Lazio non pervenuta. Partita che finisce in rissa. Lazio che chiude in nove con il doppio giallo a Noslin. Poi rosso diretto per Marusic e Mazzocchi che vengono alle mani.

Il Napoli parte subito forte e trova il vantaggio al 13′ grazie a Leonardo Spinazzola. Il terzino azzurro riceve un perfetto cross dalla sinistra di Matteo Politano, controlla e di piatto batte Provedel, portando i suoi sull’1-0. La reazione della Lazio è confusa e imprecisa: Noslin spreca alcune occasioni nei primi minuti, mostrando nervosismo. Il Napoli continua a premere, con Hojlund ed Elmas protagonisti di alcune conclusioni pericolose, tra cui un colpo di testa di Elmas che si stampa sulla traversa al 39′. Al 32′, il Napoli raddoppia: punizione dalla trequarti di Stanislav Lobotka, perfetta per Amir Rrahmani che di testa supera Provedel e firma lo 0-2, confermato dal Var. La squadra di Luciano Spalletti controlla la gara, con Spinazzola e Politano sempre pericolosi sulla fascia sinistra, mentre Hojlund prova a sorprendere la retroguardia laziale con giocate personali. Il primo tempo si chiude con un dominio netto del Napoli, accompagnato dai fischi del pubblico di casa verso i biancocelesti.

La ripresa vede subito qualche scintilla: al 52′ Spinazzola colpisce di testa su cross di Neres, ma Romagnoli respinge. Napoli controlla, Lazio cerca di reagire con alcuni cross da Pellegrini e Lazzari, ma senza incidere. Al 67′ problemi per Neres, costretto a lasciare il campo per infortunio alla caviglia: al suo posto entra Mazzocchi. La partita si fa più nervosa e intensa, con spintoni e mani addosso tra Noslin e Rrahmani al 69′, entrambi ammoniti da Davide Massa. Al 79′ doppio cambio per il Napoli: Gutierrez e Buongiorno rilevano Spinazzola e Rrahmani. Lazio risponde con Belahyane e Isaksen per Cataldi e Cancellieri, mentre al 81′ Noslin, già ammonito, commette un fallo su Buongiorno e riceve il secondo giallo, con conseguente espulsione. Lazio in dieci. Il Napoli chiude ogni varco e gestisce il possesso. Finale pirotecnico. La Lazio chiude in nove: Marusic e Mazzocchi vengono alle mani. Rosso diretto per entrambi. Ultima emozione al 90′: Punizione dalla tre quarti, sul secondo palo spunta il francese che di testa colpisce il legno.

Sci, Camile Rast vince lo slalom di Kranjska Gora

Roma, 4 gen. (askanews) – Camille Rast e Mikaela Shiffrin regalano spettacolo e con una sfida da leggenda esaltano lo slalom di Kranjska Gora, in Slovenia: due manche capolavoro per un duello condotto sul filo dei centesimi che premia la svizzera Rast, capace di staccare il miglior tempo in entrambe le frazioni per completare la doppietta personale sulla Podkoren 3 dopo la vittoria nel gigante di ieri ed interrompere la striscia vincente di Shiffrin, a segno nelle prime cinque gare stagionali. Solo 14 centesimi separano al termine della tenzone le due protagoniste, in un contesto assolutamente fuori portata per la concorrenza.

Ma nel gruppo inseguitore ora c’è definitivamente anche Lara Della Mea (+2″35): la tarvisiana a pochi chilometri da casa trova un eccellente sesto posto, miglior risultato della carriera in Coppa del Mondo che la porta a soli cinque decimi dal terzo gradino del podio, occupato da Wendy Holdener (+1″83). Settima dopo la prima manche, la friulana cresce ulteriormente con un’ottima seconda frazione, in cui ha saputo mettere in pista tutti i progressi – tecnici e di fiducia – che le hanno consentito di migliorare gara dopo gara in questa prima parte di stagione. Un sesto posto importante per Della Mea, così come la decima piazza di Martina Peterlini (+3″09) che si affaccia per la seconda volta in carriera nella top ten di Coppa del Mondo, progredendo di tre step nella seconda manche.