Home Blog Pagina 594

Il ricordo di Beppe Matulli, politico generoso e intelligente.

È un grande, profondo dolore per me la perdita di Beppe Matulli, cui mi legava un’amicizia durata 40 anni e con il quale ho condiviso l‘impegno politico nella Democrazia Cristiana dal 1983, con la segreteria De Mita, lui giovane e brillante segretario regionale della Toscana e io Dirigente nazionale della SPES. E abbiamo entrambi attraversato i passaggi complessi e problematici, dalla fine della Dc al PPI, alla Margherita e poi al Pd spesso scambiandoci riflessioni, amarezze e convinzioni.

Beppe era un uomo integro, profondamente credente, politico di grande finezza, con una sincera vocazione pedagogica. E infatti in quegli anni fonda a Firenze il  Centro di documentazione democratica, fucina di una incessante e generosa opera di formazione politica di giovani e molti futuri leader della Dc toscana, affiancata dalla pubblicazione di Quaderni monografici che hanno arricchito il patrimonio culturale di tanti di noi.

Tra il 1987 e il 1994 abbiamo condiviso l’esperienza parlamentare alla camera, occupandoci in particolare della riforma della legge sul Cinema (che sarà approvata nel  1994) nella Commissione istruzione e cultura e poi entrambi  siamo stati nominati Sottosegretari nel Governo Ciampi, lui alla Pubblica Istruzione e io all’Università e Ricerca. Vorrei ricordare la sua intelligente e innovativa proposta di riforma della Scuola secondaria superiore, sulla quale ottenne al Senato il 90% dei voti, ma bloccata per l’interruzione anticipata della legislatura e purtroppo mai più approvata.

Beppe ha svolto con onore anche ruoli di amministratore locale: dal 1970 consigliere regionale per due legislature, nel 1995 Sindaco di Marradi, sua città natale, fino alla carica nel 2002 di vice Sindaco di Lorenzo Domenici a Firenze. Beppe Matulli è stato un politico visionario ma con grande capacità di realizzare progetti per il bene della comunità come la “sua” tranvia a Firenze, superando veti e polemiche con passione civile e dedizione.

Per me è stato soprattutto un grande amico, generoso e solidale, un interlocutore sempre stimolante, rigoroso e coinvolgente, un maestro di vita e di buona politica ispirata al cattolicesimo democratico di cui rivendicava la laicità e la responsabilità verso le istituzioni e il bene comune nel dialogo con tutti ma nella  forza argomentativa delle sue posizioni.

Ricordo la passione con cui, dopo l’esperienza nelle assemblee elettive si è dedicato alla ricerca storica, diventando Presidente dell’istituto storico toscano della Resistenza e nel 2018 viene eletto Presidente dell’Associazione nazionale Partigiani Cristiani (ANPC), dove ha dato un forte impulso alla valorizzazione del contributo dei cattolici alla Resistenza, lasciando un grande insegnamento a noi che gli siamo subentrati per sua espressa volontà.

Scrisse cose importanti. Interessante e documentatissimo il suo libro su “De Gasperi. Quando la politica credeva nell’Europa e nella democrazia” (Edizioni Clichy, 1918). Un titolo esplicativo delle sue due preoccupazioni dell’ultimo periodo della sua vita, quello per i crescenti nazionalismi e autoritarismi e quella per il troppo tiepido impegno per rilanciare il progetto politico europeo. Quel progetto per cui De Gasperi si è battuto fino a morirne (quando fu respinta la sua CED) in una appassionata vicenda e testimonianza umana e politica che Beppe ci ha restituito, anche attraverso documenti poco noti o inediti, nella sua lungimiranza e grandezza, cui attingere anche e soprattutto oggi.

Beppe è stato per me e per tanti anche un maestro di vita e di impegno sociale, come quello che lui fino alla fine ha svolto da volontario nel carcere di Sollicciano.

Voglio ricordarlo con le parole di Max Weber che lui ha scelto a prefazione del suo libro: “Solamente chi è sicuro di non cedere anche se il mondo, considerato dal suo punto di vista è troppo stupido e volgare per ciò che egli vuole offrirgli, solamente chi è sicuro di poter dire di fronte a tutto questo ‘non importa, andiamo avanti’, solamente quest’uomo ha la ‘vocazione’ per la politica”.

Oggi, caro Beppe, ti sei ricongiunto con la tua adorata Maria Grazie e sei nella Luce che non finisce. Prego per te e i tuoi cari.

Ora una vera riforma delle Province siciliane

Con uno spettacolare ‘colpo di reni’, l’Assemblea Regionale Siciliana, saggiamente, ha bocciato il disegno di legge presentato dal governo Schifani che reintroduceva in Sicilia le Province, l’elezione diretta dei loro organi e quella degli organi delle Città metropolitane. Si è trattato di un voto che ha squassato la maggioranza di governo, avendo fatto registrare almeno dagli 11 ai 14 franchi tiratori su una disponibilità di 39 deputati, ma che consente ora all’Assemblea regionale, con il ritorno del ddl in Commissione “Affari Istituzionali”, la possibilità di rivedere tutte le principali scelte che in esso erano contenute e venivano contestate oltre che dall’opposizione anche da larghi strati dell’opinione pubblica. A partire dalla configurazione delle Province e delle Città metropolitane quali “enti di area vasta” ma dai territori identici a quelli della riforma mussoliniana del 1927 e dalla sostituzione dei Liberi Consorzi comunali con le Province (e le Città metropolitane), per arrivare, soprattutto, al ripristino dell’elezione diretta a suffragio popolare degli organi delle Province e delle Città metropolitane prevista all’interno di un rinnovato progetto di governance locale. E, naturalmente, riconsiderando anche tutte le quistioni di legittimità costituzionale legate alla immodificata legge “Delrio” che, ponendosi come “grande riforma economico-sociale” (art.1, comma 5), continua ad essere per la potestà legislativa esclusiva della Regione siciliana parametro invalicabile in ordine ad alcuni principi in essa stabiliti. Non solo. Ma stante questa nuova situazione parlamentare, non sarebbe inopportuno che si bandissero da questa vicenda anche tutte le intenzioni strumentali che la becera politica di questi tempi usa per darsi battaglia e che ormai hanno ampiamente stancato la gente, concentrandosi invece sui contenuti di rilievo istituzionale che caratterizzano questa importante riforma non certo priva di riflessi sull’organizzazione ed il funzionamento della stessa Regione.

In questa prospettiva, allora, conviene farsi subito una ragione della circostanza che, continuando ad essere in vigore (anche per mancanza di ogni impugnativa da parte della Regione siciliana) la legge “Delrio”, non c’è assicurazione alcuna, ricevuta dal governo nazionale, che possa preservare dalla possibilità che la legge della Regione venga impugnata qualora si discostasse dai principi dettati dalla legislazione nazionale. Soprattutto, considerato il fatto che la Corte costituzionale ha già censurato per illegittimità costituzionale con la sentenza 20 luglio 2018 n. 168 la legge regionale 1 agosto 2017 n. 17 istitutiva proprio dell’elezione diretta degli organi dei Liberi Consorzi e delle Città metropolitane.

In secondo luogo, bisognerebbe prendere atto che le vecchie circoscrizioni provinciali non sono più funzionali alle esigenze di uno sviluppo tecnologicamente avanzato e dovrebbero essere riconsiderate per riunirle ed accorparle in dimensioni più ampie in modo da consentire di esercitare le attività di gestione con efficienza, efficacia ed economicità. Circostanza, questa, che ormai è sistematicamente indicata dalle più significative esperienze di pianificazione strategica e di programmazione territoriale oltre che dalle più avanzate riorganizzazioni di istituzioni pubbliche come le Camere di Commercio, le Autorità di sistema portuale, la rete degli Aeroporti di interesse nazionale. Come già accennato, il vecchio testo del ddl, dopo aver proclamato di voler istituire “enti di area vasta”, di questa riconsiderazione dei confini amministrativi delle province e delle città metropolitane non ne parla assolutamente, così negando alla fine qualsiasi adeguamento dei nuovi enti alle esigenze tecnico-funzionali dei servizi da fornire alle comunità e delle esigenze dello sviluppo socio-economico e, quindi, in ultimo anche le stesse ragioni del cambiamento della governance.

Altra quistione della massima importanza è il ritorno, nel testo del ddl bocciato dall’Assemblea, dai “Liberi Consorzi comunali” alle “Province”, né meno più regionali come le definiva la legge siciliana del 6 marzo 1986 n. 9. Qui la faccenda è molto delicata perché espone la legge che si dovesse eventualmente approvare ad altra e più penetrante censura costituzionale per violazione dell’art. 15 dello Statuto speciale della Regione. E non per una vicenda meramente formale quale sarebbe quella della denominazione (di “Province” invece che di “Liberi Consorzi comunali”) dell’ente di area vasta. Quanto, piuttosto, per una ragione sostanziale dalle implicazioni della massima importanza. Infatti, l’uso dell’una invece che dell’altra definizione dell’ente sovracomunale evoca modelli organizzativi totalmente diversi fra di loro ed anzi alternativi. In estrema sintesi, significando con l’espressione “Libero Consorzio comunale” che l’ente intermedio tra Comuni e Regione è costituito dall’associazione di Comuni che perseguono l’interesse proprio dei loro territori e quindi non danno vita ad un ente altro rispetto alla loro organizzazione unitaria sancita da un patto federativo. Mentre, con il termine “Provincia” indicando che l’organizzazione di area vasta costituisce un nuovo ente con personalità giuridica diversa ed autonoma dai Comuni che ne fanno parte e spesso che finisce con il contrapporsi ad essi in funzione di ente ausiliario dello Stato di cui fin dalla sua origine è stato organo territoriale periferico.

E qui emerge in tutta la sua dimensione politica il problema del modo di eleggere gli organi di questo ente di area vasta che a motivo della sua natura consortile (o, meglio, federativa) non può essere per entrambi (Presidente e Consiglio) dello stesso tipo indiretto-di secondo grado o popolare-diretto. Perché così, mentre nella prima ipotesi l’ente intermedio finirebbe per esercitare una semplice funzione di coordinamento degli interessi comunali senza poter imprimere un proprio indirizzo autonomo al governo delle politiche provinciali, nella seconda evenienza di elezione di primo grado vedrebbe riprodotti al proprio interno gli stessi equilibri politici dello Stato o della Regione di appartenenza e quindi asservite le sue funzioni di governo all’indirizzo politico di quest’ultima o dello Stato. Mortificando l’autonomia dei Comuni e contrapponendosi al loro presidio del territorio ed alla loro rappresentanza delle Comunità che vi sono insediate. Per evitare un esito di tal genere, in entrambe le ipotesi sbagliato, è necessario allora che uno dei due organi venga eletto non direttamente dal corpo elettorale provinciale (o metropolitano) ma piuttosto dai rappresentanti dei Comuni (sindaci e/o consiglieri). Senza una tale diversificazione, infatti, la nuova governance provinciale o metropolitana non potrebbe che risultare sbilanciata ed, in ultima istanza, priva di equilibrio territoriale.

Per realizzare questo modello istituzionale, però, le scelte non sono libere, poiché devono essere funzionali a garantire la partecipazione dei Comuni all’organizzazione delle Province o delle Città metropolitane. E il modo per rendere effettiva e permanente questa opzione è assicurare la loro presenza, attraverso i propri rappresentanti, nell’unico organo delle Province o Città in cui ciò è possibile per la sua natura collegiale. Vale a dire: il consiglio provinciale o metropolitano. Situazione, questa, che imporrebbe allora la sua formazione per mezzo dell’elezione indiretta di secondo grado ad opera dei sindaci e/o dei consiglieri comunali che realizzerebbe così la rappresentazione territoriale degli interessi dei Comuni che è l’unica modalità in grado di valorizzare la loro autonomia, secondo quanto previsto dalla Costituzione e dallo Statuto siciliano. Con la logica conseguenza, per quanto sopra detto, che il presidente delle Province o Città metropolitane dovrà, a sua volta, essere eletto direttamente dal corpo elettorale popolare garantendo così la rappresentanza politica della comunità provinciale o metropolitana e l’autonomia della sua funzione di governo. In un inedito equilibrio rappresentativo che farebbe fare un balzo in avanti non solo alla democrazia comunitaria ma anche alla capacità di governo delle istituzioni locali.

Non sarebbe per nulla un risultato trascurabile. Soprattutto, tenuto conto che potrebbe costituire un modello anche per la stessa riforma “Delrio”!

La ripresa di un progetto di sviluppo democratico

Il passato non va mai riproposto perché altrimenti si sconfina nella sola nostalgia, ma lo stesso passato non si può trascurare e né dimenticare. E questo per la semplice ragione che non si può costruire alcuna prospettiva politica seria e credibile se si cancella tutto ciò che ci ha preceduto.

Al netto delle dittature, come ovvio. Solo lo stile populista, anti politico e demagogico dei 5 Stelle ha percorso quella strada con risultati devastanti per la credibilità della politica e la qualità della stessa democrazia.

Ora, c’è un tassello di questo passato che può e deve essere riletto anche nella stagione politica contemporanea. Partendo proprio da una formula della prima repubblica che ha caratterizzato la politica italiana dall’inizio degli anni ‘80 sino alla liquidazione del sistema politico tradizionale per opera di ‘Mani pulite’. Parlo della coalizione di “pentapartito”. E, come ovvio e scontato, non si tratta di riproporre quella formula politica e, men che meno, i partiti che hanno interpretato quella coalizione nel corso della prima repubblica. Al contrario, semmai, in discussione c’è la necessità di recuperare e rilanciare il ruolo, l’originalità e la modernità di quelle culture politiche riformiste e di governo che hanno giustificato e legittimato quella alleanza di governo. E, di conseguenza, il tassello mancante oggi è quello di un partito, o meglio di un luogo politico, che interpreti e si faccia carico di quelle culture e di ciò che rappresentavano concretamente quei partiti. Seppur in una stagione politica, culturale e sociale profondamente diversa da quella contemporanea.

Si tratta, in effetti, di un luogo politico che misteriosamente continua ad essere assente nello scacchiere politico italiano. E purtroppo da molto tempo. Almeno da quando si è imposto quel bipolarismo, sempre più selvaggio e bislacco, che caratterizza il confronto politico nel nostro paese. Un bipolarismo selvaggio che non va confuso con quella democrazia dell’alternanza che era, e resta, la cifra distintiva di un sistema politico sano e funzionante. Ma questo bipolarismo, che purtroppo alimenta anche un preoccupante e crescente astensionismo elettorale, non può diventare la regola aurea che disciplina la politica italiana nei prossimi anni. E, al riguardo, le elezioni europee possono rappresentare davvero lo spartiacque decisivo che segna la netta discontinuità rispetto alla fase che abbiamo vissuto sino ad oggi. Una discontinuità, ed una scommessa, che si sostanziano di un solo progetto. Ovvero, un partito che potremmo definire “costituzionale” che coltiva l’ambizione di rappresentare quei riformismi di governo che nel passato erano rappresentati dalle forze politiche del cosiddetto pentapartito. Che, è bene non dimenticarlo, si tratta in larga parte delle culture politiche che hanno contribuito in modo decisivo a scrivere e a costruire la nostra Costituzione repubblicana.

Ed è partendo da queste riflessioni che, forse, a partire dalle elezioni europee si può finalmente aprire una nuova stagione per la politica italiana. Alcuni lo definiscono un nuovo “Centro”; altri una forza costituzionale, altri ancora un luogo politico con il compito specifico di ricomporre tutte le culture riformiste del nostro paese. E, questo, porrebbe essere un luogo politico che inevitabilmente mette in discussione l’attuale impalcatura bipolare che, com’è ormai evidente a quasi tutti, si tratta sempre più di una sorta di “opposti estremismi”. Ed è proprio questo progetto che potrà risultare decisivo non solo per costruire un luogo sino ad oggi clamorosamente assente dalla politica italiana ma anche, e soprattutto, per dar vita ad un partito autenticamente plurale e pubblicamente riformista e di governo.

Tajani non può limitarsi ai distinguo dalla destra sovranista

Non basta che Antonio Tajani si schieri, almeno nelle intenzioni ricavabili dai sussulti “liberali”, tra chi nel Partito Popolare Europeo è contrario all’alleanza con l’estrema destra. Quel che più conta è l’impegno a cogliere l’occasione storica per la quale Forza Italia potrebbe concorrere in maniera seria e concreta a far virare nella direzione giusta la politica italiana prima dell’europee. Quindi, prima che sia troppo tardi.

L’occasione è quella offerta dall’ultimo cedimento opportunistico della Meloni, la quale si accinge a competere con Savini sul terreno della commistione con la destra estrema, avendo come obiettivo l’alternativa in Europa al sodalizio tra popolari, socialisti e liberali. Si tratta di una dimostrazione di vera e propria megalomania perché, nella prospettiva di una minore copertura americana sullo scacchiere militare euroatlantico, un’Europa obbligata ad essere più solidale e più autonoma non può prescindere dalla Union sacrée delle grandi famiglie democratiche, quelle che in passato ci hanno salvato dai pericoli della guerra fredda e nel presente ci salvano, con la loro fermezza politica, dall’offensiva neo-imperiale della Russia putiniana.

La Meloni appare confusa al punto che in Europa è diventata un’osservata speciale anche per l’allarme provocato dal suo premierato, unico sistema di governo che in Europa prefiguri l’accentramento del potere nella mani di una persona sola. Inevitabilmente, una siffatta riforma istituzionale è pane per tutti i sovranisti, a cominciare dal suo sodale Orbán, incarnazione di una una democrazia impregnata di autoritarismo.

Tajani deve essere chiaro anche su questo punto, perché non sfugge a nessuno che proprio il ripudio del “premierato assoluto” – così lo definiva Leopoldo Elia all’epoca della pur meno grave riforma che, fortunatamente senza riuscirci, Berlusconi provò a imporre – è la pietra miliare di una politica intransigente verso le suggestioni del sovranismo antidemocratico.

Altro è l’elezione diretta del Capo dello Stato sul modello francese, con la previsione di un effettivo contropotere del Parlamento, da cui discende persino la possibilità di eleggere un Presidente del Consiglio con una maggioranza politicamente diversa rispetto a quella espressa nelle elezioni presidenziali. Parliamo di un modello rispettabile al quale, per altro, sembrava rivolgersi l’attenzione della Meloni all’atto del suo insediamento, sicché ora, alla luce dei fatti compiuti, tutto lascia arguire che si trattasse una plateale menzogna.

Siamo a un passaggio che obbliga a rendere ragione delle proprie scelte politiche. Un passaggio decisivo, non eludibile, che non attiene al normale disbrigo degli affari correnti. Ecco perché sarebbe grave se Tajani si acconciasse a un semplice distinguo, pensando di cavarsela con una battuta sulla inaccettabilità delle ricette dell’ultra destra europea. A Roma e a Bruxelles bisogna chiarire cosa significa la chiusura all’estremismo sovranista. La coerenza è un bene prezioso, certamente indispensabile per essere credibili.

Mali di Roma, il Vicariato ripropone l’attenzione alla città.

Cinquant’anni dopo il convegno “La responsabilità dei cristiani di fronte alle attese di carità e giustizia nella città di Roma” – meglio noto come convegno sui “Mali di Roma”, che si svolse dal 12 al 15 febbraio 1974 –, per fare memoria di quell’incontro, interpellare la città e rinnovare l’impegno alla responsabilità, si terrà l’evento “(Dis)uguaglianze”, in programma il 19 febbraio nell’Aula della Conciliazione del Palazzo Apostolico Lateranense alle ore 16.

Il prossimo venerdì 16 febbraio, nella Sala degli Imperatori del Palazzo Apostolico Lateranense, alle ore 12.15, si terrà la conferenza stampa di presentazione dell’appuntamento, durante la quale verrà diffusa una lettera alla città affinché sia “sale e lievito” in vista del convegno del 19 febbraio e di altri quattro appuntamenti, che nei prossimi mesi – da marzo a giugno – si svolgeranno in diversi luoghi della Capitale su temi specifici: scuola, salute, lavoro, casa.

Moderati da padre Giulio Albanese, direttore dell’Ufficio per le Comunicazioni sociali della diocesi di Roma, interverranno il vescovo Baldo Reina, vicegerente della diocesi di Roma; monsignor Giuseppe Lorizio, teologo e direttore dell’Ufficio per la Cultura della diocesi di Roma; Luigina Di Liegro, segretario generale della Fondazione Internazionale Don Luigi Di Liegro; Augusto D’Angelo, professore di Storia contemporanea a La Sapienza Università di Roma; Giustino Trincia, direttore della Caritas di Roma.

Il convegno del 19 febbraio nell’Aula della Conciliazione sarà invece aperto dai saluti del cardinale vicario Angelo De Donatis; del presidente della Regione Lazio Francesco Rocca e da un rappresentante del Comune di Roma. Seguiranno gli interventi di Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunità di Sant’Egidio; Giuseppe De Rita, sociologo e fondatore del Censis; Luigina Di Liegro, segretario generale della Fondazione Internazionale Don Luigi Di Liegro; Pierciro Galeone, vice presidente Fondazione Don Luigi Di Liegro; Giustino Trincia, direttore della Caritas di Roma. A ingresso libero e gratuito fino a esaurimento posti, l’appuntamento verrà inoltre trasmesso in diretta streaming sul canale YouTube della diocesi di Roma.

 

Il cardinale De Donatis dichiara: «Ricordare il Convegno e riproporne l’approccio è un’occasione per la comunità cristiana di riconsiderare e rinnovare la propria vocazione alla carità. Ma è anche un’offerta di collaborazione e un richiamo alla corresponsabilità rivolto all’insieme della comunità urbana. Roma condivide con tutte le altre grandi città un ruolo ambivalente. Esse sono i luoghi dove si concentrano le risorse finanziarie, le competenze, le imprese, il lavoro. Ma sono anche gli spazi dove sono più forti diseguaglianze e marginalità, tensioni e conflitti sociali. Le diseguaglianze sono i mali del nostro tempo».

La nostra Costituzione, le nostre libertà.

Sono tre le parole chiave che vorrei porre in evidenza: Italia, libertà e Parlamento.

La prima parola della Costituzione, che è anche la prima dei 12 Principi Fondamentali è l’Italia (l’Italia è una Repubblica democratica etc.). Una nota storica: alla data del discorso di Constant l’Italia ancora non c’era: c’erano tanti piccoli staterelli che la cultura politica di stampo liberale ha portato all’unificazione del Paese. Un’altra nota storica: il liberale Cavour, uno degli artefici dell’unità del Paese, aveva in grande considerazione le idee di Constant.

La prima parola della Parte Prima della Costituzione è la parola libertà (La libertà personale è inviolabile). E nella parte prima della Costituzione, anche con riferimento ai principi fondamentali, la libertà è declinata in tutti gli aspetti presenti nelle indicazioni di Constant.

La Parte prima è intitolata “Diritti e doveri dei cittadini”. L’intera Parte prima è suddivisa in quattro Titoli: I Rapporti civili; II Rapporti etico-sociali; III Rapporti economici; IV Rapporti politici.

Sono tutti “rapporti” i diritti e i doveri. Sono “rapporti” che identificano l’essenza della libertà. Della nostra libertà scritta e spiegata nella nostra Costituzione repubblicana. Perché la libertà ha a che fare con le relazioni umane. Un uomo solo in un’isola deserta non avrebbe di che domandarsi su cosa possa essere la stessa parola libertà. Le questioni sulla libertà si pongono all’interno dei rapporti fra più individui e fra l’individuo e la società.

 

La prima parola della Parte Seconda è Parlamento.

La Parte Seconda è intitolata “Ordinamento della Repubblica”. I cinque titoli della Parte Seconda, cioè dell’ordinamento, sono, nell’ordine:

Titolo I: Il Parlamento (Organo collegiale dove si conosce, si discute e si decide. Uso i famosi tre verbi (conoscere, discutere e deliberare) cari al liberale Luigi Einaudi, il primo Presidente della Repubblica eletto a Costituzione vigente);

Titolo II: Il Presidente della Repubblica (organo individuale che rappresenta l’unità nazionale e non una parte maggioritaria o minoritaria del Paese e che è dotato di particolari poteri. Einaudi è stato consegnato alla Storia come autorevole “custode della Costituzione”);

Titolo III: Il Governo; Titolo IV: La Magistratura. Titolo V: Le Regioni, le Province, i Comuni.

 

Conclusione

Questa semplice e sintetica rassegna delle istituzioni repubblicane, ci dimostra la natura della pluralità degli organi costituzionali italiani, una pluralità improntata al principio, ben definito da Montesquieu, dell’equilibrio fra i diversi poteri. L’equilibrio dei poteri è finalizzato ad assicurare un effettivo godimento della libertà. E la libertà è da declinare al plurale, cioè le libertà, come ci ha insegnato Benedetto Croce, il grande liberale che, tra l’alto, è stato uno dei nostri autorevoli Padri costituenti.

Concludo ponendo in evidenza che la Costituzione italiana è pregna di principi e di valori che sono il portato culturale dell’incontro di sintesi di tre culture: quella cattolica, quella socialista e quella liberale.

 

 

Per leggere il saggio per intero

 

Tutti i misteri dolorosi della Direttiva Zangrillo

Che fine ha fatto la Direttiva Zangrillo? Quel provvedimento del Ministro della Pubblica Amministrazione emanato il 29 dicembre 2023 che intendeva porre rimedio alla disparità di trattamento tra lavoratori del comparto privato e del comparto pubblico in materia di applicazione della proroga al 31 marzo 2024 dello smart working per i cosiddetti “lavoratori fragili”.

Non se ne ha traccia. In molti hanno elogiato quell’iniziativa “riparatoria” di una ingiustizia contenuta nella legge di bilancio: mi riferisco soprattutto a quei poveri malcapitati rimasti improvvisamente senza tutele. Nessun Governo aveva finora realizzato un atto legislativo così punitivo verso il pubblico impiego: si era partiti dall’equiparazione dello stato di malattia al ricovero ospedaliero per passare attraverso reiterati e seppur spesso tardivi rinnovi trimestrali dello smart working.

Nessuno aveva mai introdotto tuttavia una separazione e di fatto una discriminazione così netta in danno dei lavoratori pubblici: viene da chiedersi a cosa serva un Ministero per le disabilità se i disabili, gli immunodepressi e i malati con patologie incluse nel D.M. 4/2/2022 del comparto dei pubblici dipendenti sono rimasti dal 1°gennaio u.s. – il giorno dopo la scadenza del precedente rinnovo – totalmente privi di qualsivoglia tutela concessa invece senza indugio ai lavoratori del settore privato.

Questa è una domanda che va posta direttamente al Ministro per le disabilità.

Qui sono in ballo i principi Costituzionali di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e di tutela della salute dei cittadini (art. 2 e 32). Il Ministro Zangrillo con la sua Direttiva intendeva rimuovere questo odioso vulnus ma allo stato attuale delle varie situazioni nel comparto pubblico nessuno è in grado di sapere se la Direttiva sia stata applicata o meno. Per la tutela dei diritti soggettivi e degli interessi legittimi degli aspiranti al lavoro agile e per il principio di trasparenza che deve caratterizzare gli atti della P.A. tutto dovrebbe essere noto alla luce del sole. Non risulta che il Ministero della P.A. abbia esperito un sondaggio, eppure avrebbe dovuto monitorare l’applicazione del proprio atto ordinativo e prescrittivo: ci si chiede come si possa eludere una Direttiva Ministeriale o si possa aggirarne l’applicazione.

Chi ci rimette sono sempre le persone fragili: francamente neanche i Sindacati risulta abbiano sollecitato l’attuazione del provvedimento né che i singoli Ministeri che hanno a che fare con il comparto pubblico abbiamo comunicato informazioni circa la sua pratica applicazione. Tutto è circondato da un alone impenetrabile di silenzio. Tutto si rinvia, il 31 marzo ormai è vicino e forse ci si libererà per sempre di questo fastidio. Come al solito i lavoratori interessati brancolano nel buio e rivolgendosi ai Dirigenti diretti superiori gerarchici e rappresentati dell’Amm.ne a titolo di “datori di lavoro” ricevono risposte evasive, vaghe e spesso apertamente dinieghi espliciti.

La scuola è il settore pubblico più punito: il Governo non è riuscito a racimolare pochi milioni di euro (all’ultimo rinnovo era stato stati stanziati – mi pare – 16 milioni e ne erano a conti fatti avanzati…) per la nomina dei supplenti. Qualcuno ha interpellato il Ministero dell’Istruzione ma non risultano risposte, nemmeno alle richieste inoltrate tramite legali: che cosa possono fare, a chi devono rivolgersi coloro che attendono una risposta? Forse a nessuno: per evitare rampogne rispetto a esternazioni o proteste che il rispolverato DPR 81/2023 ha vietato di esprimere. In questo clima di silenzio nessuno muove un dito e si ha notizia di lavoratori certificati fragili dal medico competente e con patologie incluse nel D.M.4/2/22 – quindi a tutti gli effetti già valutati- che vengono spediti alle visite di idoneità professionale presso l’INPS. Un errore gravissimo che rasenta il mobbing, una confusione tra due situazioni diverse: i fragili non sono ‘finti ciechi’ o furbetti del cartellino, sono malati con patologie che la normativa stessa ha già validato e legittimato, non necessitano di un ulteriore passaggio sotto la forca caudina della commissione medica prov.le. Secondo questo principio i malati di cancro, gli immunodepressi e i portatori di malattie “a vita” dovrebbero essere dichiarati inidonei e licenziati?

A parte il merito, suvvia, un poco di umanità non guasterebbe. Ma se il Ministro Zangrillo sciogliesse i nodi della coroncina dei misteri dolorosi della propria Direttiva, forse si aprirebbe uno squarcio di verità. La meritiamo tutti.

Cosa fu il convegno sui Mali di Roma?

Fra pochi giorni saranno trascorsi cinquant’anni da un avvenimento ecclesiale, culturale e politico di eccezionale rilievo per il cattolicesimo politico nel nostro Paese. Ci riferiamo al convegno sui “mali di Roma” che, nei giorni 13-15 febbraio del 1974, ruppe un equilibrio di relazioni ormai consunte fino al limite del formalismo ipocrita tra la Chiesa e la dimensione civile e politica. Il cardinale Poletti, un piemontese tanto mite e cortese quanto tagliente e determinato, voluto dal Paolo Vi come vicario generale nella diocesi del Papa, promosse una iniziativa che mobilitò intensamente tutto il vivace arcipelago di comunità, parrocchie e gruppi critici presenti nella città.

Dopo una lunga fase di consultazione e di preparazione il 25 ottobre del 1973 il Cardinale annunciava con una conferenza stampa questa iniziativa, ponendo di fronte a tutti una domanda per certi aspetti retorica, ma che era anzitutto una sfida per la stessa Chiesa romana come prima fra le chiese locali: “Ci si domanda: ma la Chiesa ha ancora qualcosa da dire alla società di oggi? Certamente:  ha da dire che il mondo attuale è inaccettabile e che l’uomo ha la vocazione di trasformarlo e di comandare l’orientamento del suo divenire collettivo”. L’interrogativo ebbe l’effetto di uno scossone improvviso e inatteso, di un richiamo alla responsabilità deciso sull’onda del magistero conciliare del Vaticano II. La domanda di Poletti era diretta a tutti: certamente in primo luogo al clero romano e alle migliaia di religiosi e religiose presenti nella città. Ma il vero e inequivocabile destinatario era il laicato cattolico chiamato ad una vita adulta, ad assumere concrete responsabilità, ad abbandonare formali e astratte difese valoriali, e a progettare e costruire le risposte civili e politiche, comunitarie e solidali, per realizzare una maggiore giustizia sociale diffusa in una realtà dove pochi avevano tantissimo e la maggior parte viveva in condizioni di precarietà.

Il Cardinale fece seguire alla domanda anche una lunga e documentata requisitoria sugli squilibri e le carenze della città, spiazzando l’opinione pubblica e tutta la stampa abituata a pensare che quelle argomentazioni fossero prerogativa di ristrette comunità e preti del dissenso. Un aiuto decisivo in questa iniziativa venne da altri protagonisti fondamentali. Anzitutto don Luigi Di Liegro, indimenticabile animatore pastorale della città, legato anche a molti giovani dirigenti democristiani. Ma anche dal teologo rosminiano don Clemente Riva che sottolineò il carattere intellettualistico e individualistico della religiosità dei romani, cattolici per tradizione più che per scelta consapevole. Riva pose in evidenza il gravissimo ritardo educativo, civile e religioso, e alla luce del Concilio richiamò le sfide grandiose per i laici cristiani: “Il mondo, la storia, l’umanità, il progresso, la vita sociale e politica, pongono al cristiano un rapporto stretto con la sua fede religiosa”. Con grande fiducia negli uomini, Riva concluse la sua relazione ricordano che “è la società stessa che è motore e guida del suo sviluppo”. Fondamentale anche il contributo di un giovane Giuseppe De Rita, ricercatore e sociologo, che dopo aver richiamato le responsabilità del grande ceto medio romano afflitto da “egoismo individuale e collettivo e da radicata deresponsabilizzazione” concludeva “Roma è certamente il punto più alto di non partecipazione collettiva”.

La Dc romana si trovò incerta e trascinata dagli eventi. Un documento uscito in quei giorni riconosceva larga parte degli squilibri sociali denunciati dal vicario del Papa, la mancanza di solidarietà e di spirito di comunità civica, ricordando come momento comunitario esplicito di coscienza civile cittadina il drammatico episodio della sanguinosa battaglia contro i nazisti e i fascisti il 10 settembre del 1943 a Porta San Paolo. Se questo riferimento costituiva certamente un punto di coscienza politica alta, un segnale all’apposizione comunista per nuove forme di collaborazione, tuttavia era evidente l’impreparazione ad affrontare la mole di problemi che si era accumulata: una politica urbanistica di espansione disordinata e speculativa, la mancanza di reti di servizi sociali e di trasporti adeguati nelle sterminate periferie, l’assenza di una qualche idea di sviluppo economico autonomo per la città che non fosse l’immensa leva burocratica pubblica e il terziario privato che operava a Roma soprattutto per esigenze di rappresentanza.

La fotografia di Roma in quel momento aveva però profonde similitudini con tutto il mezzogiorno e con larghe parti del centro nord ancora marginali e in bilico tra depressione e sviluppo. Aldo Moro nella Direzione centrale della Dc il 22 maggio del 1974 così si esprimeva: “Il modo di essere, di manifestarsi, di incidere sulla realtà sociale e politica della nostra ispirazione cristiana, la fisionomia della società italiana degli anni ‘70, da guidare aderendovi, con illuminata saggezza, il nostro ruolo politico, sono oggi soggetti a riesame”.

L’attualità del convegno ecclesiale del febbraio 1974 e delle parole di Moro come sempre molto (troppo) lucide, sono di tutta evidenza in questo tempo nel quale la destra politica ha in breve mostrato tutti i suoi miserevoli limiti, e l’area del centro-sinistra è come sospesa in attesa, orfana di un federatore inesistente. Per il nostro cattolicesimo politico valgono decisamente oggi i moniti di Poletti, di Riva, di Di Liegro, di De Rita, di Moro: scuotersi da un torpore di chi pensa di avere una rendita da difendere, un patrimonio valoriale incantato da proteggere e brandire di tanto in tanto contro gli altri.

È tempo allora di riprendere il lavoro di ascolto e di elaborazione politica per fornire risposte concrete, umanamente e cristianamente ispirate. È tempo di misurarsi con una nuova stagione di missionarietà politica, ovvero di presenza attiva in mezzo alla gente comune, a quell’enorme ceto medio impiegatizio, operaio, agricolo, ma anche autonomo e di piccoli imprenditori che in tutto il Paese ha smesso di avanzare e teme di scivolare per sempre indietro. È tempo di riconoscere diritti e dignità di tutti, ciascuno con la propria diversità, eliminando barriere disumane che il sentimento comune non vive più. Bisogna ricostruire con pazienza una coscienza comune in ogni città e nel Paese, a partire da come esso realmente è, avere fiducia in ciò che di straordinario si è costruito fino ad oggi sulle macerie del dopoguerra. Come ricorda con voce potente ogni giorno Papa Francesco. Non solo per Roma ma per tutto il nostro Paese e per un’Europa sempre più casa comune.

Lotte contadine e…lotte borghesi.

Tutto in questi giorni assume l’onore della ribalta se si compone da principio di prime tre lettere che sembrano farla da padrone. “Tra” è una di quelle preposizioni semplici che stanno mettendo in allarme anche la politica.

È finita almeno per adesso, senza spargimento di sangue. Più che quattro amici al bar, un mini corteo di trattori ha sfilato davanti al Colosseo in rappresentanza di una orda che avrebbe rinunciato ad invadere la città. Brenno e gli Unni sono una storia antica, il pericolo è scampato.

In ipotesi, un gruppetto di nostri farmers, si diceva avesse poi in animo di salire sul palco di Sanremo, forse ispirato da una canzone di qualche tempo fa dal titolo “Salirò” e che nella prima strofa recita: “Salirò, salirò tra le rose di questo giardino”. Le rose del palco del Festival si sarebbero prestate alla circostanza.

Tutto si è risolto con l’estratto della lettura di una loro lettera. Nel contenuto si avverte lo stesso sentimento di realtà quotidiana delle epistole leopardiane, forse con pari lirismo ma non con la stessa genuflessione di quando scriveva a Monti: “Se è colpa ad un uomo piccolo lo scrivere ad un letterato grande, colpevolisssimo sono io, perché a noi si convengono i superlativi delle due qualità…”.

La platea non l’ha presa con l’abbondono e il fatalismo della donna raffigurata da Vettriano nel dipinto che ha appunto per titolo “The letter”.

Con un ideale tratto di penna l’occupazione è scongiurata, il dado è stato ritrattato. Il trattorista è colui che tira, in questo caso che sprona alla battaglia per una giusta causa.

Scendendo verso Roma il movimento dei contadini non ha indugiato presso qualche trattoria trangugiando ogni ben di Dio.

Al contrario, hanno bivaccato con sacrificio, ad esempio, in zona di Orte, convinti di non mollare un solo minuto la battaglia a cui si sentono chiamati. Non è finita insomma a tarallucci e vino e non hanno traccheggiato aspettando che l’Europa si commuovesse al loro pensiero.

L’Italia è vicina ai nostri contadini e non avrebbe inveito se pure avessero bloccato il traffico perché ne comprende le ragioni della protesta.

Sul tema della rivendicazione c’è un comune trasporto di intenti, una attenzione che mette al bando ogni trascuratezza della questione, un desiderio di trasgredire alla disciplina europea che sembrerebbe privilegiare la causa ambientaliste contro quella degli agricoltori.

Entrambi, paladini ecologisti e uomini agresti, piuttosto, se la dovrebbero prendere con l’organizzazione di una filiera che la fa da padrone e detta le leggi del mercato, ma quella è zona ardua da revisionare.

“Tra” questi e quelli c’è un nemico più spietato che non muove un fiato, silente, intanto che la faccenda si sgonfi.

Del resto, i contadini suscitano da subito simpatia; questo è il loro tallone d’Achille. Sono più avvezzi ad ispirare passi di letteratura che ad incidere nelle regole economiche di mercato. Verga scrisse racconti come “Vita dei campi” e “Novelle rusticane”, così Parini con i “Trasformati”, ancora andando avanti con Carducci e Pascoli ed altri ancora.

Vedremo se si accontenteranno di qualche mancetta o avranno la forza di imporre una politica diversa dall’attuale. Ciò che è incontestabile motivo di ammirazione è la compattezza di quegli uomini.

Nello stesso tempo, nel mondo degli “allevatori” di rango qualcosa muove scandalo per quello che sta accadendo e soprattutto per le contese che distinguono quel mondo.

Gli Agnelli stanno rilanciando gli studi sulla sindrome di Medea e sul complesso rapporto tra madri e figli.  Qualcuno fa risalire l’agnello all’anghelos, cioè al messaggero. Altri lo riconducono all’agnòs greco, cioè il puro e il casto.

A quanto si legge non sembrano questi gli elementi costitutivi degli Agnelli che stanno dando triste sfoggio di deatribe tradotte in carte di legge e tribunali. “Agnelli e coltelli” è la rima che dispiace ad una Italia che nel bene o nel male ha guardato a quella famiglia come un riferimento del nostro prestigio nel mondo.

Sanremo prese il nome dal Vescovo eremita San Romolo. Roba di nobili sentimenti, nulla a che vedere con Romolo e Remo che da fratelli se le diedero di santa ragione fino alla morte di quest’ultimo. Oggi gli Agnelli potrebbero aggiungere, a quest’ultima, un’altra pagina di cruenta storia.

Centro, una nuova prospettiva politica per l’Italia e l’Europa.

A pochi passi dalle imminenti elezioni europee, l’Italia si trova di fronte a un momento cruciale nella sua storia politica. Mentre il panorama delle coalizioni di governo si definisce, e le strategie elettorali vengono affinate, emergono segnali di un cambiamento significativo: il rinnovato interesse verso il Centro come alternativa politica.

È una prospettiva che ho portato avanti con impegno e passione per anni insieme agli amici de “Il Confronto” (capitanati da Raniero Benedetto) con i nostri interminabili incontri celebrati nella storica sede dell’Hotel “Sessoriana” di Roma, e finalmente vedo che l’idea comincia a trovare spazio nel dibattito pubblico. Questo movimento non è solo una risposta alle esigenze del momento, ma il risultato di un lungo percorso di riflessione e lavoro sulle dinamiche politiche del Paese con soggetti aventi sensibilità e affinità a volte molto lontane.

Guardando al quadro politico attuale, possiamo notare come la competizione elettorale, appena iniziata, sia incentrata principalmente sulla rivalità tra le coalizioni di governo, uno spaesato Pd e un contraddittorio M5S che, con grande affanno, cercano di consolidare e riequilibrare le proprie posizioni di potere. Tuttavia, c’è una crescente consapevolezza che l’opposizione, rappresentata principalmente dal Partito Democratico, sembra distante dai reali problemi del Paese e ancor di più dall’Europa. Le contraddizioni interne e la mancanza di una visione chiara stanno erodendo la fiducia dei cittadini nella politica tradizionale.

Ma la vera novità risiede nella creazione di un vasto “rassemblement” delle forze moderate, un movimento che mira a superare le divisioni ideologiche e a offrire un’alternativa reale alla polarizzazione destra-sinistra che ha caratterizzato la politica italiana per troppo tempo. È un’iniziativa che raccoglie il sostegno di una parte significativa della politica moderata, indipendente dagli schieramenti tradizionali, desiderosa di rompere gli schemi consolidati e di rilanciare un’esperienza politica che si è affievolita sotto il peso delle mode “populiste” degli ultimi anni.

Recentemente anche figure di spicco come Matteo Renzi, con tutte le sue contraddizioni, hanno espresso il loro favore verso questo nuovo cartello politico. Questo sostegno non solo conferisce legittimità all’iniziativa, ma rappresenta anche un segnale tangibile del crescente consenso attorno all’idea di un Centro forte e coeso.

Ma perché tutto questo fermento intorno al Centro? La risposta risiede nella consapevolezza di un’esigenza profonda nel tessuto sociale italiano. C’è un vasto spazio nel Paese di persone che non si sentono rappresentate dalle attuali opzioni politiche: sono stanche delle lotte di potere e delle divisioni partitiche urlate e a volte volgari. Questo Centro emergente si propone di essere un contenitore capace di accogliere queste voci disilluse, di ridare loro speranza e fiducia nella politica come strumento di cambiamento positivo.

Ma c’è di più. Questo movimento non è solo un’opportunità per riconnettersi con i cittadini italiani, ma anche per riaffermare l’importanza di una visione europea della politica. In un momento in cui l’Europa è alle prese con sfide senza precedenti come le crisi migratorie e geopolitiche, è fondamentale che l’Italia si inserisca in un contesto politico continentale coeso e orientato al futuro.

È qui che il Centro può giocare un ruolo chiave. È un’opportunità per riaffermare l’importanza di una politica basata sulla cooperazione e la solidarietà europea, per rilanciare un impegno comune per affrontare le sfide globali che ci aspettano.

E allora, come possiamo trasformare questa visione in realtà? È fondamentale coinvolgere tutti coloro che condividono questa prospettiva, che credono nel potenziale del Centro come motore di cambiamento positivo. È necessario superare le divisioni e lavorare insieme per costruire un futuro migliore per il nostro Paese e per l’Europa.

In modo velato, questa è anche un’opportunità per coloro che sono interessati a questa nuova esperienza politica di unirsi e fare squadra. È un invito aperto a tutti coloro che credono nell’importanza di una politica orientata al bene comune, di una politica che ponga al centro le esigenze dei cittadini e il futuro del nostro Paese e del nostro continente.

Il Centro non è solo un’idea, ma una possibilità concreta di cambiamento. È il momento di agire, di lavorare insieme per costruire un futuro migliore per tutti noi. L’opportunità è davanti a noi. Non lasciamocela sfuggire.

Unità dei democratici d’ispirazione cristiana

 

Tra la Meloni e la Lega continua la lotta sotterranea per la conquista dei voti a destra, specie in questa fase di forte contestazione del mondo agricolo. La Coldiretti è divisa tra le aspirazioni elettorali del suo presidente, Ettore Prandini, e la rivolta di una base sempre più indisponibile a seguire gli equivoci connubi prandiniani con l’inadeguato ministro Lollobrigida di cui si chiedono le dimissioni.

Nella nostra area socioculturale e politica continuano le divisioni ereditate dalla lunga e dolorosa diaspora post Dc. Da un lato ci sono gli amici che, facenti parte del Pd, intendono continuare la loro appartenenza “innaturale” al Pse; altri  che  hanno deciso di aderire a Renew Europe di Macron; altri ancora, sono quelli che intendono restare ben stretti alla propria cultura politica nel Ppe; e, infine, Cesa e i dirigenti dell’Udc schierati a fianco della Lega, a destra in Italia e in Europa.

Assai meritoria è l’azione condotta dagli amici di Iniziativa Popolare per tentare di favorire senza riserve il progetto di ricomposizione politica dell’area cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale.

Trattasi di un progetto difficile il cui traguardo, più che alle prossime elezioni europee, potrà e dovrà essere spostato alla scadenza delle elezioni politiche nazionali nel loro termine naturale o anticipato. La difficoltà risiede nelle divisioni delle diverse fazioni indicate, per favorire il superamento delle quali ho proposto l’idea di un confronto aperto, a tutto campo con la nostra vasta e articolata realtà culturale e sociale, in quella che ho chiamato la Camaldoli 2024.

Qualche amico ha giustamente rilevato, com’era anche a me ben evidente, che non siamo nelle condizioni storico politiche del 1943. Non abbiamo, come ho scritto, né un Demofilo/De Gasperi, né una realtà cattolica oggi assimilabile a quella dell’Italia di quel tempo.

Da molte persone si sottolinea che servirebbe un federatore capace di avviare il progetto con un’autorevolezza tale da facilitare la ricomposizione basata sulla fedeltà ad alcuni fattori portanti; l’ispirazione ai principi della dottrina sociale cristiana, la fedeltà ai valori della Costituzione repubblicana e a quelli dell’europeismo e dell’Occidente.

Come trovare questo federatore?

O si parte dalla base o si sollecita una delle personalità già in campo, disponibile ad assumersi il ruolo che seppe compiere Demofilo/De Gasperi nel Luglio 1943. Se allora il compito era quello di presentare e attivare le “Idee ricostruttive della Democrazia Cristiana”, ora si tratta di redigere un manifesto per la costruzione del centro nuovo della politica italiana: democratico, popolare, liberale, riformista, euroatlantista, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e alla sinistra lontanissima dalle sue origini.

Penso che questa personalità sia ben presente nella realtà italiana e europea. Mi riferisco a Mario Draghi, che potrebbe svolgere efficacemente il ruolo di federatore del nuovo centro della politica italiana. Un appello unitario, di tutte le diverse componenti di area cattolica dc e popolare, sarebbe al riguardo utile e opportuno.

Ci sono momenti della nostra storia politica, nei quali l’assunzione di responsabilità dirette nell’agone politico è molto più importante di qualunque altro incarico pubblico, e quello che sta attraversando l’Italia è proprio uno di questi.

L’altra strada sarebbe quella di ripartire dalla base, organizzando in tutte le province e regioni italiane, incontri unitari tra le diverse componenti della nostra area; assemblee di dc e popolari dalle quali fare emergere con i cahiers de doléance e le proposte dei nostri concittadini e elettori, una nuova classe dirigente in grado di assumersi la responsabilità di rappresentare nelle diverse realtà elettorali e istituzionali, gli interessi e i valori dei ceti medi e popolari dal cui equilibrio dipende la tenuta del nostro sistema sociale.

Certo la prima strada indicata sarebbe la più efficace e tempestiva, mentre la seconda necessiterebbe di tempi più lunghi, nei quali, comunque, il processo di ricomposizione politica sarebbe facilitato. Credo sia quanto mai giusto e opportuno provarle entrambe, convinti che, se rimanessimo inerti, la nostra condizione di irrilevanza si protrarrebbe ancora per lungo tempo, a tutto danno del nostro Paese.

 Ucraina, Zelensky combatte anche sul fronte interno.

Alla vigilia del secondo anniversario di guerra uno scontro interno alla catena di potere ucraino conferma tutte la difficoltà nelle quali si trova oggi il paese aggredito dalla Russia. La sostituzione ai vertici delle Forze Armate del popolarissimo generale Valery Zaluzhny, voluta dal Presidente Zelensky, conferma diverse ipotesi che si erano andate addensando nelle ultime settimane sullo scenario politico-militare del paese e segna indubbiamente una nuova fase del conflitto.

La foto sorridente con la quale i due protagonisti della vicenda hanno comunicato all’esterno la decisione assunta non dissipa alcuno degli interrogativi sorti ultimamente, lasciando semmai la porta aperta alle voci che insinuano la possibilità che il generale – il cui indice di popolarità al momento sfiora il 90%, superiore di una ventina abbondante di punti a quello di Zelensky – abbia deciso di entrare in politica, accertata la differenza di valutazioni sull’andamento della guerra fra lui e il Presidente.

In ogni caso, a prescindere da qualsiasi speculazione sul futuro politico (comunque non immediato, rimanendo “sospese” causa guerra le elezioni presidenziali che avrebbero dovuto svolgersi quest’anno) la nomina del generale Oleksandr Syrsky al posto del detronizzato Zaluzhny parrebbe confermare almeno un paio di aspetti dell’intera questione, uno di natura politica e uno di natura militare.

Si dice che Zelensky fosse ormai “preoccupato” dalla enorme popolarità del generale, rimasta intaccata pure a fronte del mancato successo della declamata “controffensiva d’estate”. E che ragionando come un “politicante” qualsiasi abbia pensato bene di sbarazzarsi di un possibile pericoloso competitor elettorale, quando mai si tornerà alle urne. Tipico ragionamento semplificato, questo, del quale si riempiono i social network, anche in un paese con tutti i gravi problemi che ha l’Ucraina.

Fatto è che – sia pure sottovoce – qualche riflessione analoga viene svolta anche in settori importanti della società ucraina, in ispecie quella che durante questi anni ha “subìto” la popolarità di Zelensky, dapprima nel suo ruolo di outsider del potere, poi in quello di eroe di guerra – ma che non ha mai amato, anzi. La mobilitazione social, poi si vedrà quanto durerà, ha così attaccato il Presidente per interposta persona, crocifiggendo il nuovo capo delle Forze Armate (accusato, fra l’altro di eccessivo rigore nei confronti dei subordinati) nonostante il suo precedente standard di eroe popolare in virtù della sua azione sul campo di battaglia, soprattutto in quella che fu la controffensiva di Kharkiv. La mobilitazione politica, invece, è ancora ai suoi albori, ma si intravvede: ad esempio si sono risentite le voci dell’ex presidente Poroshenko e dell’ex premier Yulia Timoshenko, entrambe a sostegno del generale Zaluzhny ed entrambe certo non “amiche” di Zelensky.

Ma al momento è il secondo aspetto, quello militare, a preoccupare di più. Si dice che lo scontro fra i due suoi protagonisti sia intervenuto a causa di una visione ormai opposta circa l’andamento della guerra e i mezzi con cui farvi fronte. La richiesta con la quale il generale avrebbe posto il Presidente di fronte alla dura realtà dei fatti (“ci vuole una nuova chiamata alle armi per almeno cinquecentomila ucraini”, altrimenti la guerra andrà “in stallo”, affermazione quest’ultima consegnata all’Economist lo scorso novembre in una intervista che aveva fatto infuriare Zelensky) era palesemente insostenibile politicamente: sia per l’entità numerica sia, di più, per il messaggio che sottintendeva, opposto a quel generoso – ma per molti ormai ottimistico – afflato combattivo utilizzato dal presidente in maglietta verde militare per tenere alto il morale della popolazione e per continuare a chiedere agli alleati occidentali quel sostegno economico e in armamenti senza del quale Mosca conquisterebbe Kyiv in poche settimane.

Quest’ultimo è il lavoro più importante che Zelensky deve svolgere e come è noto è divenuto via via più difficile. Europei e soprattutto americani hanno messo molti soldi nel sostegno a Kyiv ma diventa sempre più complicato motivare alle loro opinioni pubbliche – per di più in un anno elettorale – l’esborso di nuove, ingenti somme di denaro. E gli ambienti in varia misura “simpatetici” col Cremlino sia negli USA che in Europa stanno tornando a farsi sentire, percependo la “stanchezza” dell’elettorato a fronte di una guerra che si trascina senza sviluppi decisivi e che ora è stata surclassata da una nuova guerra ancor più pericolosa per il futuro di tutti, avvertita come tale da larghissimi settori delle pubbliche opinioni occidentali.

Sul campo, in effetti, ed è il problema col quale dovrà misurarsi il generale Syrsky alla fine dell’inverno, ovvero fra non molto, la situazione non è entusiasmante per le forze gialloblu. Il numero degli effettivi è diventato ancor più penalizzante dopo che Mosca ha attivato nuove forze provenienti dall’estremo oriente russo e dalle patrie galere. La dotazione in armi e munizioni pure, dopo che Iran e soprattutto Corea del Nord hanno garantito ingenti forniture, e anche se i cannoni sono antiquati sono pur sempre armamenti che, come è stato detto, “fanno massa”. Le munizioni, poi, in arrivo dalla Corea del Nord sono quasi illimitate, e questo può fare la differenza. Quelle munizioni per l’artiglieria pesante che invece scarseggiano per gli ucraini.

Sul terreno non solo questi ultimi non hanno riconquistato nuove aree ma al contrario sono stati i russi, prima della “pausa invernale”, a progredire nella regione di Zaporizhzhia e a porsi nelle condizioni ideali per riconquistare la città di Marinka, nel Donetsk. Una situazione che ha creato, pure, qualche dissidio circa la strategia da adottare fra Zelensky e gli americani, che hanno suggerito una riorganizzazione atta a potenziare la capacità di difesa del territorio per prendere tempo in vista di una nuova controffensiva più avanti. Un suggerimento che Zelensky teme essere a rischio, se alla Casa Bianca dovesse tornare Donald Trump.

Occidente titubante, condizione politica interna più complessa, situazione sul terreno complicata: è denso di incertezze e preoccupazioni il secondo anniversario dell’inizio della guerra, per Zelensky e per gli ucraini tutti.

Franco Marini, un leader che ci lascia una grande eredità.

Tre anni fa ci lasciava Franco Marini – per la precisione il 9 febbraio -, storico leader della Cisl ed esponente di punta della sinistra sociale di ispirazione cristiana. Un ‘magistero’, quello di Franco, politico, sociale, culturale ed istituzionale che ha attraversato il nostro paese dall’inizio degli anni ‘50 e sino alla sua scomparsa. Un’esperienza che è stata caratterizzata da alcuni elementi di fondo che non sono mai venuti meno. Sia nella lunga e ricca militanza sindacale e sia sul versante politico ed istituzionale. Una coerenza, frutto e conseguenza di una solida e definita cultura politica maturata ed acquisita sin dagli anni giovanili, che ha fatto di Marini un interlocutore della intera politica italiana.

Il primo elemento è indubbiamente rappresentato dalla fedeltà creativa alla cultura, alla tradizione e al pensiero del cattolicesimo sociale. Principi e valori che sono stati letti ed interpretati da Marini nella concreta lotta sindacale prima e politica poi. Partendo sempre dalle condizioni reali delle persone, dalle loro sofferenze ed aspettative. Una cultura ed un pensiero, quelli del cattolicesimo sociale, a cui Marini non ha mai rinunciato perchè, e giustamente, conserva tutt’oggi una straordinaria attualità e modernità.

In secondo luogo la difesa e la promozione dei ceti popolari. Marini, come del resto il “suo” maestro politico, Carlo Donat-Cattin, ha sempre individuato nella difesa degli interessi, delle esigenze e delle istanze dei ceti popolari la sua vera “mission” politica, culturale ed umana. Non è mai esistita alternativa, secondo il leader della sinistra sociale cattolica, rispetto alla difesa dei ceti popolari per chi è impegnato concretamente nella vita pubblica in virtù della sua ispirazione cristiana e della adesione alla dottrina sociale della Chiesa. Una posizione politica che nella Dc come nel Ppi, nella Margherita come nel Pd, l’ha sempre visto in prima linea con coraggio e coerenza. Fattori, questi, che lo portavano ad essere intransigente sui principi e sui valori, ma duttile nella capacità di costruire soluzioni che puntavano al raggiungimento, nelle diverse fasi politiche, di soluzioni che potevano soddisfare gli interessi generali. Cioè quello che comunemente viene definito, per noi cattolici popolari, il “bene comune”.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, la funzione del partito come “strumento democratico capace di trasformare i ceti popolari da classe subalterna a ceto dirigente del nostro paese” e, al contempo, marcare una presenza politica e culturale definita all’interno stesso dei partiti. Nella Dc come nei partiti cosiddetti “plurali” della seconda repubblica, Marini non ha mai rinunciato ad esaltare questi due caposaldi costitutivi della sua lunga e proficua esperienza politica. Per questi motivi Marini era un interlocutore politico vero. Perché tutti sapevano che rappresentava un pezzo della società italiana e di quel pezzo di società si faceva carico. Nel sindacato come nella politica, nel partito come nelle istituzioni.

Certo, non esiste una eredità personale di Franco Marini perchè, di norma, i leader e gli statisti sono unici ed irripetibili. Come diceva Donat-Cattin, “il carisma in politica o c’è o non c’è. È inutile darselo per decreto”. Ma c’è una eredità politica, sociale, culturale e anche umana che Franco ci trasmette. Una eredità che obbliga ed invita chi continua a riconoscersi nella tradizione e nel pensiero del cattolicesimo sociale a proseguire quel cammino nella società contemporanea. Ad inverare, cioè, quella “sinistra sociale” di ispirazione cristiana nella concreta dialettica politica italiana. Ben sapendo, come diceva sempre Franco, che il “pensiero e l’azione non sono mai slegati”. E cioè, si è credibili ed interlocutori nella politica come nel sindacato se si è portatori di una precisa cultura politica e sempre disponibili al dialogo e al confronto con gli altri – amici ed avversari – per portare a casa risultati per i ceti popolari e le classi lavoratrici. Senza limitarsi a contemplare l’esistente o a descriverlo in modo accademico ed astratto.

Il Don Bosco dimenticato dagli storici del movimento operaio

Nel lontano 8 febbraio 1852, Don Giovanni Bosco, già da anni impegnato nella periferia torinese a favore della gioventù disagiata e povera, sottoscrisse un atto a tutela di un ragazzo cresciuto e formato al lavoro nell’Oratorio da lui fondato. Questo documento, registrato in carta bollata del Regno Sabaudo, è considerato da diversi studiosi, il primo contratto di apprendistato o addirittura una delle prime forme di accordo negoziale fra Parti sociali.

Leggendo il testo, a distanza di oltre centosettanta anni, si ritrovano nel metodo e nel merito i contenuti della contrattazione del sindacalismo pragmatico e riformista, che ha fatto la storia delle relazioni sindacali. Innanzitutto una sottoscrizione che riconosce più soggetti: il datore di lavoro, il genitore del ragazzo, e quindi il giovane lavoratore, Don Bosco; importante proprio la figura del sacerdote piemontese che assume il ruolo di rappresentante del giovane lavoratore formato nel suo centro e ne esige, con il linguaggio del tempo, i diritti fondamentali per una prestazione lavorativa: impegno dell’artigiano-datore al rispetto della persona da utilizzare per le sue capacità professionali e non come mero elemento da sfruttare o maltrattare; l’obbligo ad orari definiti; l’attenzione alla salute e alla sicurezza del lavoratore; la garanzia di riposi obbligatori; l’individuazione di un reddito certo e soprattutto progressivo nel tempo attraverso l’acquisizione di nuova esperienze lavorative ed infine, il vincolo alla formazione e all’aggiornamento professionale. Insomma, un vero e proprio accordo fra Parti rappresentative di interessi diversi, che si riconoscono reciprocamente e stabiliscono impegni e diritti.

Un documento che mette la persona al centro del lavoro nella migliore tradizione del cattolicesimo sociale, del quale San Giovanni Bosco rappresenta una delle prime esperienze concrete nel contesto della nascente industria dell’Italia Settentrionale.

La funzione e le intuizioni del Santo piemontese, spesso dimenticato dagli storici del movimento operaio, ha invece avuto un ruolo fondamentale nella regolazione dei rapporti di lavoro.

Ancora oggi i temi della contrattazione rimangono prevalentemente quelli elencati nel “contratto di apprendizzaggio” sottoscritto a Torino nel 1852 da Don Giovanni Bosco e dall’artigiano Giuseppe Bertolino; il tutto contestualizzato alle innovazioni e alle condizioni del tempo.

Nella Torino che si preparava ad affrontare un importante sviluppo dell’industria manifatturiera, che ne caratterizzerà oltre duecento anni di storia del territorio, Don Bosco sperimentò, in alternativa all’approccio ideologico e politico del nascente scontro tra capitale e lavoro, amplificato dalle opposte ideologie della destra e della sinistra tradizionali, il metodo della contrattazione e del negoziato tra parti, che ha poi consentito alle Organizzazioni Sindacali di assumere un ruolo da protagoniste nella società.

Un’eredità importante e significativa, quella che ha consegnato San Giovanni Bosco, al mondo del lavoro. È giusto sottolinearne ancora la centralità.

Il testo del “contratto di apprendizzaggio”

I Depeche Mode ci regalano i suoni del futuro 

“Significati infranti, il tempo è fugace, guarda cosa porta. Saluti, addii, migliaia di mezzanotti, persi in ninne nanne insonni”. Si apre così il testo di Ghost Again dei Depeche Mode nella versione orchestrale. Melodie melanconiche che attraversano il susseguirsi della vita tra fragilità e gioia.

Non il decadentismo artistico in musica ma il simbolismo elettrogotico della nostra epoca. “Il cielo sta sognando pensieri senza pensieri, amici miei, sappiamo che saremo di nuovi fantasmi” (da Ghost Again). È come se le vocalità di Dave Gahan e le “chitarrate” elettrodance di Martin Gore erano, sono e saranno il ponte originario tra due mondi: quello post punk e quello “tecno-rock” dei tempi attuali.

La società contemporanea con le sue difficoltà geopolitiche e le disuguaglianze sociali alle porte già da tempo influenza e orienta scelte musicali, arrangiamenti e parole che ci inducono a riflettere. Ci sono band come i Depeche Mode che, insieme a tanti altri, hanno con il loro sound “cambiato il mondo”. Quando ascoltiamo “Enjoy the silence” nella versione integrale oppure nella graffiante elevazione musicale degli italiani Lacuna Coil, ti fermi e pensi che il tutto è orientato al cambiamento. “Parole come violenza rompono il silenzio, vengono a sbattere contro il mio piccolo mondo, dolorose per me, mi trafiggono”. Poi, ancora, “I piaceri rimangono, così anche il dolore, le parole sono prive di significato e dimenticabili”.

E mentre il “Re” nel video attraversa le valli “dell’esistenza” irrompe la voce di Gahan “Enjoy the silence” – “Goditi il silenzio”. I Depeche Mode hanno attraversato decenni, la società è cambiata con la loro longevità umana e artistica fino ai nostri giorni. Un fenomeno che ormai è inarrestabile che con le loro note ci accompagnano lungo la nostra esistenza dall’adolescenza fino alla tarda gioventù, presenti con i loro testi ma sempre con l’orizzonte ben piantato nel futuro. “Dovè la rivoluzione? Forza, gente…….per troppo tempo diritti abusati…..il treno è in arrivo, quindi salite a bordo”.

Riflessioni che sono preludio del futuro e nuove vie nate per tracciare labirinti elettrorock che da “Stripped” a “Black celebration” ci riportono solo un urlo: “Where’s the revolution? Come on, people”.

La Voce del Popolo | Salvini e Meloni, una sfida sull’identità.

Non è un mistero che non si amino troppo, Meloni e Salvini. La loro tregua regge, appesa com’è al filo del comune interesse di governo. Ma si tratta di una tregua fra- gile, che già nei prossimi mesi verrà messa a soqquadro dalla competizione per il voto europeo (e più ancora dalla complicata gestione del dopo-voto).

Nulla di scandaloso, se vogliamo. E nulla di inedito. La storia politica italiana è infarcita di una gran quantità di collaborazioni assai competitive che alla fin fine hanno creato un po’ di scompiglio ma quasi nessuna eversione dell’ordine politico. È possibile che anche questa volta i litigi di maggioranza produrranno solo una gran turbolenza.

E tuttavia i due alleati prima o poi dovranno scegliere su quale terreno sfidarsi. E in particolare Meloni dovrà decidere cosa fare con quel mondo che sta alla sua destra e di cui Salvini ambisce a fare il leader. Il fatto è che certe intemerate del capo leghista sembrano voler ricordare a Meloni, senza troppi complimenti, il suo “come eravamo” di appena pochissimi anni fa. Quasi che il vice si stesse proponendo come una sorta di fantasma di Banquo che appare a Macbeth per ricordargli i suoi trascorsi e le sue macchinazioni.

La sfida tra Meloni e il suo vice non è insomma una banale contesa di potere. È una prova che verte sull’identità. E che Meloni può combattere in due modi opposti. O radicalizzandosi verso destra. O inoltrandosi a poco a poco nella direzione opposta. Dilemma assai complicato, si dirà. Rispetto al quale però la presidente del consiglio non potrà percorrere una furbesca via di mezzo.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 8  febbraio 2024

[Articolo è qui riproposto per gentile concessione del Direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

La protesta degli agricoltori europei esige una risposta politica

La protesta portata avanti in queste settimane dagli agricoltori nei maggiori Paesi europei è qualcosa di più di un elenco di rivendicazioni settoriali ma pone delle questioni squisitamente di natura politica che riguardano il futuro dell’Europa e interpellano le varie famiglie politiche dell’Ue e i partiti nazionali.

A livello europeo tali proteste contribuiscono a riportare al centro del dibattito, a pochi mesi dalle elezioni europee, il Green Deal europeo con il quale l’Ue si è data degli obiettivi ambiziosi in tema di sostenibilità, che risultavano eccellenti a tavolino ma che, come tutti i progetti necessitavano della prova dei fatti. In tal senso le attuali rivendicazioni degli agricoltori possono risultare salutari nel costruire insieme per la prossima legislatura europea, un programma di transizione ecologica che mantenga le ragioni di un impegno per l’ambiente, arricchendolo delle ragioni della sostenibilità sociale. Si tratta, detto con il linguaggio della Laudato Si’, di attuare il principio dell'”ecologia integrale”, capace di coniugare le ragioni ambientali con quelle sociali, nonché, come si tende a fare nel resto del mondo, di tenere conto in misura adeguata della reale e specifica situazione socio-economica in cui si attuano le politiche ambientali, le quali in quanto obiettivi dell’agenda ONU sulla sostenibilità, sono condivise da tutti gli Stati – in modo da evitare di produrre nuove ingiustizie, dovute a una non equa distribuzione degli oneri della transizione ecologica, che penalizza i ceti popolari.

La principale posta in gioco appare, dunque, quella di perseguire un approccio improntato all’equilibrio, al buon senso, alla neutralità tecnologica e alla lungimiranza delle politiche europee, fuori da ogni isteria ideologica come da una irresponsabile inazione. In questa prospettiva l’Europa potrà divenire un modello per il mondo per quanto riguarda il cambio di paradigma per l’agricoltura. Al posto delle monoculture, spesso favorite dall’accaparramento dei terreni (il volto moderno del latifondo) operato da chi trae i maggiori vantaggi dalle ancora non risolte distorsioni del sistema finanziario, degli ogm, dei brevetti sui semi di poche multinazionali, dell’uso intensivo di prodotti chimici, potrà affermarsi un’agricoltura più rispettosa degli equilibri della natura. Un processo favorito anche dal promettente sviluppo di nuove tecniche di ingegneria genetica (le TEA Tecniche di Evoluzione Assistita, o NGT, New Genomic Techniques), che, a differenza degli ogm, si svolgono all’interno di una stessa specie vegetale, potendo in tal modo migliorare la resistenza delle piante ai parassiti, alla siccità, senza il pericolo di effetti collaterali sulla salute umana.

Sul piano interno, il rischio è quello che l’interlocuzione con gli agricoltori diventi una questione tutta interna al centrodestra, con la sinistra, che pure si dimostra più attenta all’ambiente, colta in contropiede a difendere un modello di agricoltura che però è alla portata solo delle fasce sociali più facoltose che ormai costituiscono la base elettorale dell’estrema sinistra e della sinistra. E con l’area di centro che, almeno sinora, mi pare stenti a cogliere l’importanza culturale e politica, di questa sfida che la mobilitazione degli agricoltori ha riportato al centro dell’attenzione in tutt’Europa. Forse anche perché alla fine i discutibili presupposti su cui si basa il bipolarismo hanno finito per contagiare anche il centro. Ossia, come destra e sinistra si sono illuse di poter inaugurare un’alternanza basata sull’eterno ritorno dei due poli a prescindere dai programmi, per poi scoprire che molti elettori o non vanno più a votare oppure alimentano la pericolosa “terza via” del populismo, così mi pare non ancora del tutto sconfitta la tentazione politicista, che alimenta l’illusione che il centro possa esistere sulla scena politica per una sorta di diritto di geometria della politica a prescindere dai programmi. Credo invece che il rilancio del centro passi necessariamente dall’immersione nei problemi cruciali del nostro tempo, con cui si forgiano anche le altrettanto necessarie forme organizzative. E in tema di cambio di paradigma dell’agricoltura europea c’è solo l’imbarazzo della scelta per un impegno che lasci trasparire la specifica ispirazione politica dei Popolari.

Limiti e perplessità sull’autonomia differenziata

Il Senato ha recentemente approvato il ddl sull’autonomia differenziata, che attua l’articolo 116 della Costituzione. L’autonomia differenziata è una espressione che inquieta. Ad intimorire è l’aggettivo differenziata, che rimanda alla parola differenza. Il termine deriva dal latino differentia, utilizzato per la prima volta da Cicerone per rendere il greco diaphord, che vuol dire proprio

differenza. Il termine, composto dal preverbio dif – aggiustamento fonico di dis, elemento che indica separazione – e da ferentia, sta a significare qualcosa che divide, separa, perché “porta uno da una parte e l’altro dall’altra”.

La differenza fa paura perché separa. L’autonomia differenziata inquieta perché rimarca e consolida le differenze, minacciando l’unità sociale ed economica della Repubblica.

Il ddl messo a punto dal ministro Calderoli intende dare attuazione a quanto previsto dal terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione, secondo cui “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su istanza della Regione interessata”.

Con la riforma del Titolo V della Costituzione è stato ridisegnato l’assetto istituzionale della Repubblica. È stato previsto, infatti, un elenco tassativo di materie o gruppi di materie di esclusiva competenza statale ed un elenco di materie oggetto di potestà legislativa concorrente Stato-Regioni, rispetto alle quali lo Stato mantiene solo il potere di determinare i principi fondamentali cui deve improntarsi l’attività normativa. Ebbene, il ddl Calderoli prevede una drastica riduzione delle materie di competenza esclusiva dello Stato: le Regioni potranno chiedere il trasferimento di funzioni in ben ventitré materie, allo stato attuale di competenza legislativa concorrente. Con la conseguenza che potranno esserci, ad esempio, tante discipline sull’organizzazione della giustizia di pace, sull’istruzione, sulla tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali quante saranno le Regioni che chiederanno ed otterranno l’autonomia differenziata.

C’è di più: l’autonomia differenziata prevede la possibilità di trattenere parte del gettito fiscale generato sul territorio per il finanziamento dei servizi e delle funzioni di cui si chiede il trasferimento. In questo modo si attuerebbe un vero e proprio ritorno al centralismo, che mal si concilia con il principio dell’autonomia finanziaria sancito dall’articolo 119 della Costituzione che ha determinato il passaggio dalla finanza derivata alla finanza decentrata con una maggiore responsabilizzazione degli amministratori.

Altro punto fondamentale del ddl Calderoli è rappresentato dall’attribuzione di ulteriore autonomia alle Regioni subordinatamente alla determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, i cosiddetti LEP. La determinazione dei LEP rientra nell’alveo della legislazione esclusiva dello Stato. Ciò in quanto la loro funzione è la tutela della coesione sociale della Repubblica, perché devono essere garantiti in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale. In base alla Costituzione, la determinazione dei LEP deve avvenire da parte dello Stato nel rispetto e sulla base del principio di leale collaborazione tra Stato e Regione.

La Corte costituzionale, con sentenza n.220 del 2021, ha stabilito che il ritardo nella definizione dei LEP rappresenta un ostacolo alla piena realizzazione dell’autonomia finanziaria degli enti territoriali e al superamento dei divari territoriali nel godimento delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali.

I padri costituenti, al momento della redazione della Costituzione, recependo gli insegnamenti di Santi Romano, hanno garantito l’unità attraverso la pluralità degli ordinamenti giuridici. L’articolo 5 della Costituzione sancisce, infatti, il principio dell’unità e, nel contempo, quello del decentramento amministrativo. Unità attraverso la pluralità assicurate per il tramite del principio solidaristico, fissato all’articolo 2 della Costituzione, e il principio di uguaglianza, declinato nella duplice forma dell’uguaglianza formale e dell’uguaglianza sostanziale. Ebbene, il ddl Calderoli garantisce il principio solidaristico? E quello di uguaglianza, che significa: trattare le differenze in maniera uguale?

Innanzitutto, non è chiaro come si possa garantire il principio solidaristico considerato che le Regioni, d’intesa con lo Stato, potranno trattenere una parte rilevante del gettito fiscale, e tenendo presenti le difficoltà nella determinazione dei LEP. Qualora dovesse superarsi lo scoglio della loro determinazione, rimarrebbe sempre quello del loro finanziamento. Ancora: come si può garantire l’unità attraverso la pluralità per il tramite del principio di uguaglianza? Non certamente attraverso il trasferimento di funzioni in materie che rientrerebbero nella competenza (di fatto esclusiva) delle Regioni accentuando le differenze, nella forma delle diseguaglianze sociali ed economiche.

Ecco perché la differenza di questa autonomia inquieta. Da qui, l’esigenza di recuperare i valori del personalismo comunitario e trasfonderli in un progetto politico che guardi al cattolicesimo per offrire una base morale allo sviluppo sociale e culturale, prima ancora che economico, del Paese.

I Mali di Roma 50 anni dopo il convegno del Vicariato

Cinquanta anni fa si svolse a Roma un convegno destinato a rimanere nella memoria collettiva. I “mali” della città furono indagati in un evento che andò ben oltre il milieu di ideazione e di organizzazione, specificato nel sottotitolo («la responsabilità dei cristiani di fronte alle attese di carità e di giustizia nella città di Roma»). Le giornate tra il 13 e il 15 febbraio 1974 catalizzarono l’attenzione sulla povertà e la conflittualità di larghi strati della Capitale.

Scuola, casa e lavoro furono al centro dei tre giorni di Convegno. Il richiamo all’impegno dei cattolici veniva promosso attraverso la ricerca sociale – conoscere il nuovo volto della città – e la denuncia. Mons. Ugo Poletti fu il motore delle critiche alla politica democristiana e a parte delle gerarchie ecclesiastiche.

A cinquanta anni da quelle giornate di analisi e di confronto, i “mali di Roma” hanno cambiato aspetto – come si addice al contesto prismatico della Capitale – ma continuano a rappresentare l’epifenomeno di malesseri profondi: se è vero che i problemi più rilevanti non sono più la mortalità infantile, la dispersione scolastica e le condizioni di vita di borghetti informali e di borgate ufficiali, è lecito chiedersi perché la città continui a essere narrata attraverso il suo disagio e le sue contraddizioni (“In Rome, It’s Luxury vs. Squalor”, scriveva il New York Times del 14 settembre del 2023), e come si è giunti alla crisi del cosiddetto “Modello Roma”.

Come registrato dal recente Rapporto di Banca Italia sull’Economia di Roma negli anni Duemila, la città non ha saputo reagire alla crisi finanziaria del 2007/2008 e al tramonto della sua vocazione “ministeriale”. Vi sono stati meno investimenti pubblici e privati; occupati meno qualificati e con redditi più bassi (il pil procapite è sceso dell’11%); poco impatto della grande impresa; espansione dell’economia della rendita e del terziario arretrato legati al turismo. Nel contempo, la città vive crisi legate all’impatto dei cambiamenti climatici, all’aumento della povertà estrema, alle diseguaglianze territoriali e sociali, all’assenza di un motore di sviluppo economico e produttivo capace di generare (e ridistribuire) ricchezza e di agire secondo logiche non puramente “estrattive” (si pensi ai profitti derivanti dallo sfruttamento intensivo e spesso disordinato dell’heritage materiale e immateriale).

 

 

Nota tecnica

Il convegno è organizzato dall’Osservatorio sulla Città Globale dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” e dal Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della “Sapienza” Università di Roma”.

Titolo: I nuovi “Mali di Roma”: crescita delle diseguaglianze, overtourism, esclusione sociale.

Sede: Dipartimento di Comunicazione e Ricerca sociale della Sapienza (Università di Roma) • Via Salaria 113 •

Data: 15-16 febbraio 2024.

La catechesi del Papa sulle opposte vie della tristezza

Nell’udienza del mercoledì, proseguendo il ciclo di catechesi sui vizi e le virtù, il Papa si è soffermato sulla tristezza, intesa come “un abbattimento dell’animo, un’afflizione costante che impedisce all’uomo di provare gioia per la propria esistenza”. Nelle parole di Francesco l’invito a distinguere: esiste una “tristezza amica, che ci porta alla salvezza”, com’è quella del figlio prodigo della parabola (cfr Lc 15,11-20): toccando il fondo ha provato grande amarezza, dopodiché rientra in sé stesso e decide di tornare da suo padre. “Ma c’è una seconda tristezza – ha detto il Papa – che invece è una malattia dell’anima. Nasce nel cuore dell’uomo quando svanisce un desiderio o una speranza”, come accaduto ai discepoli di Emmaus (Lc 24,21).“La dinamica della tristezza – ha poi continuato Francesco – è legata all’esperienza della perdita. Nel cuore dell’uomo nascono speranze che vengono a volte deluse. Può essere il desiderio di possedere una cosa che invece non si riesce ad ottenere; ma anche qualcosa di importante, come una perdita affettiva. Quando questo capita, è come se il cuore dell’uomo cadesse in un precipizio, e i sentimenti che prova sono scoraggiamento, debolezza di spirito, depressione, angoscia”.

È un’esperienza che viviamo tutti: “qualcuno, dopo un tempo di turbamento, si affida alla speranza; ma altri si crogiolano nella malinconia, permettendo che essa incancrenisca il cuore”. La tristezza diventa così “il piacere del non piacere”, è come “prendere una caramella amara, senza zucchero, e continuare a succhiarla”. “Certi lutti protratti, dove una persona continua ad allargare il vuoto di chi non c’è più – ha ammonito il pontefice – non sono propri della vita nello Spirito. Certe amarezze rancorose, per cui una persona ha sempre in mente una rivendicazione che le fa assumere le vesti della vittima, non producono in noi una vita sana, e tanto meno cristiana. C’è qualcosa nel passato di tutti che dev’essere guarito. La tristezza, da emozione naturale può trasformarsi in uno stato d’animo malvagio”.

Francesco ha pure ricordato che i padri del deserto descrivevano questo stato d’animo come “un verme del cuore, che erode e svuota chi l’ha ospitato. Però lo si può combattere facilmente – ha quindi aggiunto – custodendo il pensiero della risurrezione di Cristo. Per quanto la vita possa essere piena di contraddizioni, di desideri sconfitti, di sogni irrealizzati, di amicizie perdute, grazie alla risurrezione di Gesù possiamo credere che tutto sarà salvato. Gesù non è risorto solo per sé stesso, ma anche per noi, per riscattare tutte le felicità che nella nostra vita sono rimaste incompiute”.

Non dobbiamo ignorare che esiste anche un populismo di governo

Non dobbiamo ignorare che esiste anche un populismo di governo

Il populismo, come ben sappiamo, continua a serpeggiare nel sottosuolo della politica italiana. E non solo nel sottosuolo, purtroppo. Una malapianta che ha radici antiche nel nostro paese ma che si è affinata negli ultimi anni dopo l’irrompere violento ed aggressivo del grillismo. Populismo che, molto semplicemente, è la negazione della politica, dei suoi istituti, dei suoi valori costituivi e delle modalità organizzative che accompagnano ed arricchiscono la politica stessa. Non a caso, con il grillismo sono scomparse le tradizionali categorie della politica – destra, sinistra e centro -, sono state azzerate le culture politiche, si sono affermati con prepotenza il trasformismo e

l’opportunismo politico e parlamentare, è tramontata l’autorevolezza e la qualità delle classi dirigenti e, in ultimo, è tramontata la credibilità e il ruolo dei partiti. E il grillismo populista, al di là dell’attuale gestione di Conte, sempre più misteriosa ed enigmatica rispetto alla cultura che lo ispira e alla concreta prospettiva politica che persegue, stenta ad essere definitivamente rimosso dalla cittadella politica italiana.

Dopodichè, se i 5 Stelle rappresentano la versione ufficiale e più accreditata del populismo anti politico, qualunquista e demagogico nell’esperienza politica italiana, è altrettanto indubbio che questa malapianta ha contagiato trasversalmente l’intera politica nazionale. Del resto, se il Pd della Schlein individua proprio nei 5 Stelle l’interlocutore privilegiato e quasi esclusivo per costruire una prospettiva politica, e duratura, nel nostro paese, significa molto semplicemente che si considera il partito di Grillo e di Conte un sicuro ancoraggio per dispiegare il proprio progetto politico. Ovvero, e detto in altri termini, si condivide non solo la medesima prospettiva politica ma anche, e soprattutto, lo stesso universo valoriale. Il cemento post ideologico populista che lega in modo indissolubile l’attuale Pd con i 5 Stelle, al di là delle finte schermaglie e dei tatticismi quotidiani, è anche la conferma che il populismo è in buona salute ed è più in forma che mai.

Al contempo, è anche bene ricordare che esiste un populismo di governo. E cioè, atteggiamenti, comportamenti, scelte e decisioni politiche e legislative che si basano, appunto, sulla sub cultura populista e demagogica. È appena il caso di ricordare che la Lega salviniana, al riguardo, è quasi un modello di come si possa declinare una strategia populista anche dal piedistallo governativo. E del resto, il primo governo Conte registrò la perfetta unione tra i due principali populismi del nostro paese, seppur con forme e modalità diverse le une rispetto alle altre. Ma sono anche alcune scelte dell’intero Governo di centro destra che confermano, in modo persino plateale, che il populismo continua ad essere tranquillamente praticato.

Ecco perchè, se si vuole riscoprire la politica, il suo ruolo e la sua funzione nella società contemporanea, rilanciare le sue storiche e sempre attuali categorie recuperando, al contempo, quelle culture politiche che sono decisive per non abbandonare la stessa politica alla improvvisazione e alla casualità – che restano i pilastri della esperienza grillina – non si può non respingere definitivamente ed irreversibilmente la malapianta della deriva populista e radicalmente anti politica. Anche su questo versante, per non dire soprattutto su questo fronte, si gioca la sfida del Centro e di una vera e credibile ‘politica di centro’ per ritornare protagonista nella cittadella

politica italiana.

Roma e Sora Lella, il dilemma della valenza pubblica.

Ci sono situazioni in cui il cuore si accorda con difficoltà alle decisioni prese dallo Stato che potranno avere una loro plausibile ragione ma contro un primo istintivo sentimento. Ci sono notizie di prima fila e quelle con minore ribalta che però lasciano il sapore di un amaro in bocca malgrado siano in posizione di retrovia.

Roma è una città che non manca di bellezze artistiche monumentali e quindi si può comprendere l’ammirazione di un turista che faccia passi per le vie della Capitale incrociando i suoi mille tesori.

Anche i suoi cittadini, da sempre abituati a tanta bellezza, avrebbero diritto a qualcosa che sia piuttosto per loro, che invece oggetto di godimento per il visitatore di turno.

L’Isola Tiberina ha una storia singolare come tutte le storie che hanno un loro indubbio passato. La leggenda che l’accompagna racconta che sia stata formata dai covoni del grano mietuto a Campo Marzio e gettati nel Tevere al momento della ribellione contro Tarquinio il Superbo, poi spodestato.

Senza sprofondare nel baratro dei secoli addietro, da agosto 2023 ricorrono i 30 anni dalla morte di Elena Fabrizi, per tutti Sora Lella. Di grano, di pasta e di ogni altro cibo la nostra Sora Lella era una grande esperta essendo stata, oltre che abile attrice, anche una capacissima cuoca vantando un suo ristorante proprio sull’isola Tiberina.

Ora è accaduto che la Associazione “Le donne di Roma” ha proposto che si potesse erigere un busto in ricordo di Sora Lella da collocare vicino al locale che gestiva e dove le pietanze romane si compiacevano di essere cucinate. La Soprintendenza ai Beni culturali pare che abbia opposto un rifiuto motivandone la carenza di “valenza pubblica”.

Sono ignoti i parametri di riferimento che possano configurare la sostanza di una valenza di tal genere. Certamente si obbedirà ad una serie criteri tecnici dei quali di volta in volta si dovrà accertare o meno la ricorrenza e la rispondenza.

Se invece la valutazione fosse di tipo invece discrezionale, con una libera interpretazione di ciò può avere una rilevanza pubblica, allora potrebbe esserci qualcosa da eccepire.

In ogni caso, nulla a che vedere con il titolo di quel film “Vizi privati e pubbliche virtù”.

Torna comodo un proverbio latino che meriterebbe di essere resuscitato per il significato di garbo che portava nell’essere pronunciato. “ Valeo si vales”,  che potrebbe tradursi in un “se tu stai bene, sto bene anche io”. Ancor più per esteso nelle aperture delle lettere latine era possibile leggere la delicata premessa “Si vales, bene est. Ego valeo”. Se stai bene, è cosa buona. Io sto bene.

Il termine “valenza” deriva dal latino tardo e indica sia la forza che la abilità e deriva dal verbo “valere”.

Mettendola su questo piano, ci è difficile pensare che Sora Lella non abbia espresso un suo portato di valore nell’arte del cinema, che, per inciso, le ha riconosciuto un Nastro d’Argento ed un David di Donatello, oltre che in quella di maestra della tradizione cuciniera della sua città.

Se non bastasse, molto di più è la carica di simpatia umana, icona di una scanzonata romanità, che non può esserle in alcun modo contestata e disconosciuta. Ecco perché potrebbe sperarsi in un ripensamento di quella autorità che ha una sua indubbia competenza in materia ma che non dovrebbe però spegnere un afflato popolare che chiede riconoscimento alla emblematica figura di Sora Lella.

Può darsi che all’esito della decisione lei abbia avuto un motivo di disappunto. Comunque, non sarebbe certo caduta nella polemica e nella logica di una contrapposizione dei paladini in suo favore, schierati in opposizione ad un potere contro la statua che potesse celebrarla.

Mutuando dalla risposta data a Carlo Verdone quando le chiese di fare l’attrice, forse oggi, apprendendo la bocciatura della Soprintendenza commenterebbe: ” Ma me stai a cojonà o stai a ddi su serio?”.

Influencer, ovvero illusioni chiacchiere e distintivi.

“Io penso che la cultura contemporanea dovrebbe recuperare la cultura greca nella accezione del limite. Dovremmo essere davvero più limitati. Dovremmo davvero non guardare verso la meta nelle forme del progresso, che poi non è progresso come semplice sviluppo. Non dovremmo esagerare nelle nostre manifestazioni, dovremmo mantenere la misura”. Uso queste parole di Umberto Galimberti che mi ha fatto dono di un’intervista indimenticabile, per introdurre il tema legato alla figura dell’influencer, come mi è stato chiesto. Perché ciò che esprime Galimberti – il suo postulare la riscoperta del limite e il valore della misura — è quanto di più sideralmente lontano da ciò a cui l’influencer si ispira.  Stiamo passando il lento transito dal relativismo etico al negazionismo e, insieme a questo passaggio, affianchiamo la dematerializzazione della vita, il distacco dalla condizione di natura, la sostenibilità generazionale e di contesto: tutto questo può essere riassunto nella sovrapposizione del virtuale rispetto al reale.

L’esistenza diventa l’alcova delle mistificazioni, un contenitore immaginifico di illusioni dove la ricerca della felicità crea spazi impensati per questa pedagogia sociale predicata dagli influencer, una professione che nasce dal nulla e il nulla produce: solo affabulazioni, promesse, istruzioni per l’uso, miraggi, modelli personologici costruiti artificialmente, dietro cui si celano interessi commerciali enormi perché la sponsorizzazione di tutto ciò che serve per cambiare parte da una insoddisfazione di fondo dalla quale vogliamo affrancarci, costi quel che costi. Chi sono questi apostoli del nuovo? Io non credo pregiudizialmente che siano equivoche figure di demagoghi, probabilmente la maggior parte di loro si crede investita di una straordinaria capacità di convincere, di consigliare, di proporre stili di vita e modelli estetici, ed è proprio questa incredibile faciloneria, la convinzione autoreferenziale di essere depositari di verità da inculcare facendo leva sulla potenza della parola che li rende capaci di penetrare nei comportamenti sociali e di orientarli.

Il target dei consumatori di queste alchimie nuove per una vita felice, per mirare alla perfezione, per superare i turbamenti interiori è costituito da giovani adolescenti: chi ha vissuto a lungo ha imparato a distinguere il vero dal falso, ciò che è realizzabile da ciò che resta una vana illusione.

Anche se la sfida del paradosso, il popolo dei ribelli, dai no vax ai terrapiattisti, comprende anche persone che nonostante le evidenze si rifiutano di imparare dalla vita e dalle esperienze vissute.

In prevalenza i giovani costituiscono un target commerciale appetibile: resto spesso allibito da quanti seguano e cerchino di condividere i modelli esistenziali promossi dagli influencer, si parla di migliaia, milioni di follower che adorano i loro maestri di vita ed aspirano alla felicità come traguardo raggiungibile. Scuola e famiglia spesso sono scalzate – con i loro modelli educativi tradizionali – dal compito di elargire insegnamenti basati sui valori tramandati.

A cominciare dall’uso del pensiero critico che dovrebbe essere la più importante finalità di una sana formazione, un discrimine tra ciò che è ragionevole e sensato e ciò che diventa terribilmente pericoloso e fuorviante.

Stupisce la crescita di questo nuovo mestiere, si parla di ordine professionale, di patentini di expertise, di legittimazioni formali. Qui si rivela tutta da debolezza e il vuoto di valori della società degli adulti, delle istituzioni, della stessa politica. Perché l’influencer può portare consensi e poi voti, perché convince solo attraverso la propria immagine e le parole che creano una sorta di magia ammaliante.

Giocano sul connubio con le tecnologie e si diffondono attraverso i social, senza i limiti, senza la misura di ciò che è vero e utile. Questo mix di parole che mirano a convincere, senza alcun controllo etico che tuteli le coscienze, può diventare un motivo di disorientamento dove si perde la propria identità, fino ad estraniarsi dalla realtà. A molti resta tra le mani il distintivo ricordo di una pia illusione.

Da sempre l’esplorazione e l’attesa del futuro hanno costituito una fascinazione alla quale è stato difficile sottrarsi. Ma i grandi interpreti dello scandaglio interiore hanno saputo svuotare le aspettative esistenziali dalle vane illusioni. L’attesa è una chimera che non sempre fornisce risposte. Oggi tutto può consumarsi in un attimo, la pienezza esistenziale consiste nel circondarsi di beni e fattezze esteriori. La vita? Un paese dei balocchi dove – come mi ha detto Luigi Zoja – tutti sono malati della sindrome di Lucignolo. Gli influencer lo sanno ed alimentano la mistificazione del cambiamento, salvo che si traduca in cocenti delusioni per i follower e in lauti compensi per sé. Per questo mi piace concludere rispolverando dalle reminiscenze letterarie alcune grandi lezioni su cui dovremmo tutti spesso riflettere.

Il venditore di almanacchi descritto da Giacomo Leopardi nelle sue Operette morali si arrendeva alla consapevolezza che la rappresentazione del futuro si risolvesse in una vana speranza, peraltro ostentata. In ‘Aspettando Godot’ e in Giorni felici” di Samuel Beckett emerge l’estenuante attesa di qualcosa o qualcuno che resta indefinito, oltre un nichilismo di fondo nei confronti dell’esistenza umana, il non-senso della parola e l’assenza della comunicazione, poiché rimane sottotraccia e sbiadito il senso allegorico, semantico e simbolico di un dialogo basato su argomentazioni prive di un significato esplicito: lo stesso Beckett si interroga – richiesto di una spiegazione – sull’esistenza di Godot e sull’essenza di una felicità inespressa in una infinita allegoria degli impliciti.                         Nel Deserto dei Tartari – mi piace chiudere con Dino Buzzati — la metafora dell’attesa assume le sembianze struggenti di un dovere da compiere, una missione da portare a termine per dare un senso alla vita.

De Gasperi e Maritain al crocevia dell’Italia democratica

A cinquant’anni dalla morte, Jacques Maritain vive ancora nei discorsi di una comunità di pensiero, non insensibile al richiamo della politica, che va con affanno alla ricerca di una risposta alla sfida del transumanesimo. Certo, il ricorso alla memoria e alla  di Umanesimo integrale, il libro che alla fine degli anni ‘30 del secolo scorso dette grande notorietà al pensatore francese, potrebbe apparire un azzardo.

Contro questa ipotesi, soccorre la suggestione di un fatto decisivo. Nella modernità del Novecento, iniziata con il positivismo e poi avviata all’ateismo, Maritain riuscì a guadagnare uno spazio di comunicazione degno di rispetto. Il suo Umanesimo integrale fece epoca, cambiò la mentalità dei cristiani, innnescò adesioni e reazioni sulla scena pubblica: i concetti divulgati spiegavano le obiezioni della filosofia neotomista al razionalismo e al laicismo, ponendo le basi di una filosofia politica in grado di orientare la formazione di una nuova cristianità, congiuntamente a una nuova democrazia.

Nacque così la terza via tra fascismo e comunismo. Ad essa, in Italia, si ispirò la giovane classe dirigente del secondo dopoguerra, alla quale, più che ai vecchi popolari stretti attorno a De Gasperi, spettò il compito di dotare il “partito cristiano” di idee e programmi per una grande missione riformatrice. Proprio la lettura di Maritain, specialmente tra gli anni ‘40 e ‘50 del secolo scorso, dette luogo a una immediata traduzione operativa, anche forzosa, sicché più tardi Achille Ardigò credette di riconoscere in quella esperienza iridescente il “consumo politico” del maritainismo.

Se tutto però si concentrasse nel riesame dell’influenza esercitata da Umanesimo integrale sull’ala dossettiana della Dc e quindi sulla sinistra cattolica, si farebbe torto alla verità di un fenomeno più ampio, forse anche più complesso; un fenomeno che riporta al felice contraccolpo, per gli antifascisti cattolici emarginati dal Regime, di una originale lezione sulla democrazia in nome dei valori evangelici e della filosofia neo-scolastica, adeguatamente aggiornata.

Ecco dunque perché il recente convegno all’Istituto Sturzo – promosso dall’Associazione ex Parlamentari, dall’Istituto Internazionale Jacques Maritain e dall’Associazione Nazionale Democratici Cristiani (ANDC) – ha voluto contribuire a divulgare gli elementi di conoscenza a riguardo del rapporto che ebbe, ancora in pieno regime dittatoriale, il bibliotecario vaticano De Gasperi con la figura più rappresentativa della corrente filosofica personalista.

Molti i motivi d’interesse per questa “inquadratura” che bene ha fatto Luciano Cardinali, con la sua tesi di dottorato, a scegliere e a proporre, per nostra utilità. È un tentativo, il suo, di entrare nel vivo dell’impresa “ideale” di De Gasperi, ovvero di un grande protagonista della nuova Italia, impegnato fino all’ultimo a difendere un concetto di Risorgimento ormai lontano dalla contrapposizione tra guelfi e ghibellini.

Anche questo studio, fedele a uno sforzo di accurata ricognizione, può far da stimolo a spingere lo sguardo oltre la fredda rappresentazione dei fatti, per leggere e comprendere ciò che si nasconde dentro i percorsi della storia.

L’articolo apre il numero unico (2023) di “DemocraticiCristiani”, organo dell’ANDC. Di seguito il link per accedere al pdf della pubblicazione.
ANDC 2023

Enzo Carra, il ricordo dell’Associazione Ex Parlamentari.  

Si terrà oggi, a un anno dalla scomparsa, la cerimonia pubblica per ricordare l’impegno politico e la figura storica dell’allora portavoce di Arnaldo Forlani. Saranno presenti: l’Onorevole Giuseppe Gargani, il giornalista e editorialista Paolo Franchi, l’Onorevole Enzo Scotti, il giornalista e saggista Marco Damilano, l’ex magistrato del pool di Milano Gherardo Colombo e il giornalista e figlio dell’autore Giorgio Carra.

“Siamo orgogliosi – spiega Giuseppe Gargani, Presidente dell’Associazione Ex Parlamentari della Repubblica – di ricordare l’amico e collega Enzo Carra, personaggio importante per il nostro Paese. È per noi importante ricordarlo proprio qui, nel luogo delle istituzioni italiane, dove Carra ha svolto per lunghi anni il ruolo di giornalista parlamentare e ha conosciuto bene la Prima Repubblica, quella che oggi nel suo libro lui stesso definisce Ultima. Il suo è un esempio che dobbiamo ricordare e portare avanti con orgoglio”.

La Commemorazione sarà anche l’occasione, appunto, per presentare il libro di Carra

uscito postumo. In una pagina de “L’Ultima Repubblica” si legge che “trent’anni fa gli italiani hanno assistito al crollo del sistema dei partiti che avevano scritto la Costituzione della Repubblica. Con lo stesso atteggiamento seguono, trent’anni dopo, gli sviluppi della crisi in cui si dibattono politica e giustizia. Tra la fine del ‘secolo breve’ e i primi vent’anni del Duemila sono stati celebrati processi ed emesse condanne, ma il tribunale della Storia è ancora alle prime udienze. Occorre fare memoria di quanto è accaduto: un periodo che per valore storico non è inferiore alle fasi precedenti della vita della Repubblica”.

“L’Ultima Repubblica” è un’opera che rispecchia l’occhio acuto e deciso del suo stesso autore. In modo lucido e privo di rancore l’ex editorialista per Il Tempo e autore di interviste per la Rai da Gheddafi, durante l’embargo alla Libia, a Madre Teresa di Calcutta, e di un reportage su Cuba dopo la visita di Giovanni Paolo II, analizza la storia politica italiana recente, quella che lui stesso ha conosciuto e che ha visto trasformarsi.

Parlare con serietà agli elettori, sostenere la buona comunicazione.

Il linguaggio e il metodo social propongono una comunicazione sloganistica. Invece della spiegazione di un programma con la precisazione delle singole parti da attuare – con che mezzi, in quanto tempo, ecc. – gli elettori dovrebbero decifrare metafore e richiami a vicende non allineate con i loro problemi, in primis l’aumento dei prezzi e delle tasse (basta pensare alla benzina e all’IVA su generi di prima necessità igienica,ecc.).

Anche la precedente campagna elettorale aveva troppo sintetizzato in slogan i messaggi essenziali. Soprattutto l’opposizione deve farsi capire con la precisione di proposte alternative, capaci di mostrare chiarezza di visione e coerenza. L’elettorato si confonde.

È accaduto, per esempio, che il Pd sia scivolato su due leggi costituzionali: nel 2001 ha modificato le competenze delle Regioni di fatto avendo preparato la base per la autonomia differenziata; ancora più grave, se possibile, la svolta a U per la legge costituzionale di riduzione del numero dei parlamentari e, non bastasse, adesso seguirebbe ancora il M5S nel mutamento di impostazione, addirittura in politica estera, con riguardo all’invio di armi in aiuto alla Ucraina.

Nell’attuale sistema bipolare, un po’ sghembo, si impongono alleanze, ma se queste snaturano il profilo della propria parte di appartenenza, sarà difficile farsi capire dai propri elettori. È interesse delle opposizioni contrastare e far emergere le incongruenze e le mancate promesse della “maggioranza regnante!, ma anche contribuire alle eventuali scelte del governo utili al Paese, collaborando in Parlamento per riempire le ‘scatole vuote’, intestandosi eventualmente il successo del proprio intervento.

La politica è costruzione, non già demolizione per interessi contingenti; se la democrazia è alternanza, non giova a chi succederà alla provvisoria maggioranza trovare un Paese in difficoltà. Né si addice alle opposizioni imitare i flashmob che infastidiscono i cittadini laboriosi. Che dire invece della poca affezione a vigilare perché gli eletti interpretino la loro alta funzione “con disciplina e onore?” La spartizione dei posti con l’aumento delle poltrone grida vendetta: si sprecano soldi pubblici in cellulari, segreterie, auto di servizio aggiuntivi, frutto di mediazioni vergognose. Invece mancano i fondi per le leggi sulla disabilità e per gli anziani non autosufficienti.

Moro esortava a riflettere “sulle conseguenze delle conseguenze”. La politica è prevedere e prevenire il futuro. Sarà sempre più attraversata da problematiche etiche, ambito in cui le ideologie devono ritirarsi e lasciar spazio alle coscienze. La disciplina di partito in ambito della libertà più alta, quella della coscienza, in materie non negoziabili, uccide la politica, perché annulla le appartenenze.

Nonostante i social, le relazioni personali, l’incontro con i cittadini, l’ascolto degli enti intermedi crea cultura e appartenenza. Senza fidelizzare gli elettori, i sondaggi hanno poco senso, perché interpretano semmai la volubilità emotiva del momento. L’emergenza educativa riassume come causa e insieme conseguenza tutte le incapacità dei cittadini “a farsi un’idea” di ciò che accade intorno a loro: le guerre, l’Europa, la incertezza del futuro.

Un popolo informato ha meno paura, sa interpretare i fenomeni. Serve una scuola aperta al mondo, una stampa davvero libera per consentire e allenare alla capacità critica. Se per giorni intere pagine di quotidiani replicano le medesime notizie più o meno ‘curiose’, invece di ricordare gli interessi dei cittadini, non fanno un gran servizio nemmeno ai loro editori, vista la perdita di tiratura. Alla emergenza della povertà culturale segue la conseguenza di non possedere competenze che consentano di rivendicare correttamente i propri diritti, come ad esempio in sanità. Creare serenità, invece di insicurezze e diseguaglianze, è il compito fondamentale che deve assumersi la classe dirigente. Anche le emergenze, in conclusione, troverebbero sbocchi nella solidarietà e coesione sociale, perché la complessità’sarebbe compresa e condivisa.

Con ‘Pomeriggi Popolari’ un contributo alla buona politica

“Pomeriggi Popolari a Montecitorio”. Si intitola così, con un taglio ed un approccio particolarmente efficaci, una iniziativa che ha l’ambizione di approfondire temi ed argomenti di particolare importanza per la società contemporanea. L’iniziativa è promossa dall’Associazione ‘Parole guerriere’ con l’obiettivo di organizzare eventi culturali e politico/filosofici che attraversano, e preoccupano, il comune sentire dei cittadini e dell’intera opinione pubblica in questa particolare fase storica del nostro paese.

Il primo evento ha un titolo particolarmente accattivante e affronta un tema che era, e purtroppo resta, al centro del dibattito politico, culturale e sociale italiano. Ovvero, “Pieni di paure, demografia e femminicidio”.

L’iniziativa si terrà dopodomani, giovedì 8 febbraio a partire dalle 17,15 nell’Aula dei gruppi parlamentari della Camera dei Deputati. Si confronteranno esperti del settore con esponenti politici appartenenti a diverse culture politiche. Dibattiti che coltivano la finalità di alimentare la partecipazione civica e lo stesso dialogo politico incoraggiando, al contempo, l’ascolto e il confronto.

Il primo appuntamento è di particolare interesse anche perchè affronta temi che solo apparentemente sono distanti tra di loro. Perchè la questione demografica e i femminicidi vanno affrontati e contestualizzati nell’epoca in cui viviamo, caratterizzata da profonde sofferenze interiori e da una mai sopita ricerca della propria identità. E sono proprie le molteplici e radicate paure che bloccano le relazioni umane e sociali e che contribuiscono, al contempo, a comportamenti sempre meno razionali. E la caduta di natalità, segno di una sfiducia progressiva ed esponenziale nei confronti del futuro da parte delle nuove generazioni, e non solo, resta un fenomeno che non può non preoccupare e che va approfondito. Come, del resto, il femminicidio, pur manifestandosi come fenomeno culturale patologico e criminale, ci consegna la cifra di un problema profondo riconducibile alla stessa educazione emotiva, spirituale e civica.

Comunque sia, con “Pomeriggi Popolari a Montecitorio” si apre una nuova opportunità per approfondire temi ed argomenti che sono e restano al centro del dibattito politico, culturale, sociale ed etico del nostro paese.

Terzo mandato dei sindaci, perché dico no.

L’elezione diretta del sindaco, che prima era scelto fra i consiglieri comunali, fu introdotta nel 1993. Fu, questa, una modifica che portò stabilità di governo nei Comuni e allo stesso tempo valorizzò una nuova classe dirigente di amministratori, forti di una legittimazione popolare e con grande efficacia decisionale.

Venne però posto, e giustamente, il limite dei due mandati consecutivi (che all’inizio erano di quattro anni ciascuno, poi portati a cinque) per equilibrare il rapporto fra potere e consenso.

A distanza di un trentennio, i sindaci sono il vero punto di riferimento per la cittadinanza. Ciò anche a fronte della scomparsa o indebolimento di altri livelli istituzionali (circoscrizioni, Comunità Montane e Province). E davanti a una forte disaffezione della gente comune nei confronti dei partiti politici.

Con il tempo sono stati introdotte alcuni aggiustamenti per aiutare i territori più in difficoltà. Il limite dei mandati fu aumentato a tre solo per i piccoli Comuni (3.000 abitanti, poi 5.000): cioè dove, a fronte dello spopolamento e di una minima indennità di carica (non sufficiente a svolgere il ruolo a tempo pieno), si stava dimostrando davvero difficile riuscire a trovare candidati, e di questo ne ho anche esperienza personale.

Di recente, su iniziativa bipartisan di Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani), la Legge di Bilancio 2022 ha previsto un progressivo incremento dei compensi di tutti i sindaci italiani. Tali indennità sono state legate, in relazione alla popolazione del proprio Comune, alla retribuzione dei presidenti di Regione. Si è dunque arrivati a un sostanziale raddoppio della cifra, adeguandola alle grandi responsabilità del ruolo.

Da notare che anche i presidenti delle Regioni hanno, giustamente, il limite dei due mandati (anche se alcuni – tutti ricordiamo il caso lombardo di Formigoni – sono riusciti a introdurre modifiche ad personam).

Ciò premesso non bisogna dimenticare che in Italia ogni potere è sempre soggetto al giusto principio del bilanciamento. In altre parole: quando un potere esecutivo è eletto con mandato popolare forte e diretto, allora è necessario e comprensibile un limite temporale. A maggior ragione se, come nel caso dei sindaci italiani, i livelli delle indennità sono stati, in pochi anni, aumentati in modo così forte.

Di recente però si assiste a un susseguirsi di sindaci, soprattutto di grandi città, e presidenti di Regioni che chiedono di eliminare qualsiasi vincolo temporale di mandato o di aumentare il limite da due a tre o forse pure a quattro mandati.

Giusto chiedersi il motivo di tali richieste da parte di chi ricopre una carica pubblica ormai da molti anni e in prossimità di doverla lasciare. Spesso – dobbiamo riconoscerlo – le giustificazioni sono molto generiche e afferenti più alla sfera privata del singolo che a un dirimente beneficio per la comunità.

Ma la vera motivazione, che il mondo politico cerca di nascondere, è palese: sta nella diminuzione del numero dei parlamentari che implica un sostanziale blocco di molti, legittimi, percorsi di crescita dei tanti, capaci, amministratori locali (sindaci, consiglieri e assessori regionali). A fronte di pochi posti in Parlamento si cerca dunque di aumentare la durata dei mandati nei rami più bassi, ma non meno rilevanti, delle istituzioni. Ecco il vero motivo che muove quel tipo di richiesta.

Ma la politica alta, quella davvero preoccupata per il forte astensionismo degli italiani e per la tenuta delle istituzioni, non deve cedere a interessi di parte. Alla giusta domanda su come non disperdere un patrimonio di esperienza amministrativa e conoscenza del territorio si deve rispondere in modo diverso. Trattenere forzatamente in loco l’esperienza del potere esecutivo locale, finisce non per valorizzarlo ma per spegnerlo con il rischio di difendere rendite di posizioni e di fermare il giusto ricambio. Si dovrebbe sempre ricordare che per “far politica” non è necessario avere un incarico pubblico retribuito. Il politico è ancora più libero e aperto al bene comune quando si sostiene col proprio lavoro e, con dispiacere, lo mette da parte per dedicarsi temporaneamente, se gli elettori lo vorranno, alla gestione della cosa pubblica.

Europee, Calenda sbarra la strada all’accordo con Renzi.

(askanews) – “Quello che non succederà è che Azione si presenti con Italia Viva. Non succede, perché non sarebbe credibile per gli elettori, perché non sarebbe credibile per me e perché non faccio politica con chi ha come unico obiettivo quello di fregarti, non faccio politica con chi ha contemporaneamente una quantità di conflitti di interesse per cui non potrebbe sedere né avere un dossier nel Parlamento europeo”. Lo ha detto il leader di Azione, Carlo Calenda, nel corso della presentazione del suo libro `Il Patto` stasera (ieri per chi legge, ndr) a Parma, con Federico Pizzarotti di Più Europa.

“Non lo faccio. Vero, l’ho fatto ed è stato un errore mio: ho ammesso l’errore, ho provato con tutto me stesso, non rivado dagli elettori in nessuna forma di alleanza con Italia Viva e Matteo Renzi. Più Europa può scegliere quello che vuole fare. È libera di fare quello che vuole, io le garantisco il massimo rispetto.

“Tanto per essere chiaro, non definirò mai la scelta di andare con Italia Viva come truffaldina, ma come una cosa del tutto legittima. Penso che Più Europa abbia commissionato dei sondaggi che spiegano che il 93,5% dei loro iscritti non vuole andare con Italia Viva, però se quella sarà la scelta è totalmente rispettabile. Quello che vorrei chiarire, e lo dico al mio amico Federico Pizzarotti, a Emma Bonino, a Benedetto della Vedova, a Riccardo Magi, è che noi non andremo in una lista “Stati Uniti d’Europa” che contenga anche Italia Viva, perché non sarebbe credibile per nessuno”.

“Non sarebbe credibile per me, perché siccome la prima battaglia che ho fatto nel Parlamento europeo era contro le interferenze esterne, chiedendo una commissione contro le interferenze esterne, non succederà che io ricada nell’errore di fare una lista con chi ha un milione, anzi tre milioni e due, di interferenze esterne”, ha sottolineato Calenda. “Noi siamo estremamente favorevoli a fare una lista con Più Europa, con cui ci ha diviso l’ultima scelta alle elezioni politiche. Siamo pronti a farlo, integrando personalità di livello: penso a Carlo Cottarelli che si è offerto. Credo invece di non dovermi ricandidare, perchè non posso prendere per i fondelli gli elettori. Quindi penso che sarebbe giusto avere anche un front runner di questa coalizione, che potrebbe essere appunto Cottarelli, del resto vicino a tutti”.

“Questo siamo pronti a farlo subito, aprendo le liste – ha concluso Calenda – anche ad altri soggetti, tipo Volt o Nos, nonché a tanti altri movimenti che si sono affacciati”.

Certezze dei Popolari? Restano al di qua delle nuove generazioni.

Al carissimo amico Giorgio Merlo che nel suo articolo di ieri su questo giornale – “Le tre certezze dei popolari” – individua le caratteristiche principali e fondamentali dell’essere popolari (quasi più simile ad una essenza dell’animo che una propensione morale) rispondo con il disincanto di chi vede e misura la distanza tra il Paese reale e quella cultura cattolica frutto delle visioni profetiche di Sturzo.

Ora il Paese reale, come molti altri Paesi, non è molto interessato ad esercitare il diritto di voto, che significa dover scegliere esercitando così la democrazia. Il dato dell’assenteismo nelle urne ha oltrepassato il 50% e si avvia a crescere. Il fenomeno non è solo del nostro Paese poiché attraversa il momento storico della cultura del XXI secolo, che non ama questo esercizio della democrazia ma sembra privilegiare la soluzione dell’accentramento del potere in una figura o in un gruppo ben identificato, riservandosi il diritto, democratico, di rovesciarlo se non più di gradimento.

In questo gioco del “preferisco buttarti giù dalla torre” piuttosto che perdere tempo aprendoti la porta ed invitandoti ad uscire, la democrazia elettiva non ha spazio o meglio diritto di esistenza. Tutto il ragionamento storico sulla cultura espressa dai cattolici popolari aveva il suo punto di ancoraggio nell’esercizio della democrazia elettiva, caduto questo ogni riferimento culturale diventa mero esercizio storico.

A ciò aggiungerei poi che questa cultura è stata espressione di più generazioni, ivi compresa quella dei boomers a cui io e Merlo apparteniamo; ora tuttavia la cultura dei giovani, ovvero di quelli che abiteranno il futuro –  non certo nostro ma loro – ha altri punti di ancoraggio. Una riflessione amara ed impietosa e però molto vicina alla realtà e misurata sulla partecipazione al voto dei diciottenni. Una realtà per la quale votare, oltre ad apparire un rito al quale ci si può sottrarre e a cui si è legati per il solo fatto di avere la cittadinanza, non esprime null’altro di significativo.

Concludere che i giovani sono senza una cultura e una morale di fondo non è giusto. Occorre solo registrare che i parametri di misurazione non sono più i nostri; e non essere più capaci di parlare ai giovani e giovanissimi dovrebbe farci disperare sul serio, se fossimo la classe politica che meniamo di essere, invece di perdere tempo con le molte, troppe coniugazioni dei popolari italiani.

Sturzo ci si sarebbe arrovellato le meningi per trovare il modo di parlare ai giovani del suo tempo. Allora noi, memori di Catone, prima di diventare come i personaggi di un film distopico, dovremmo lasciare ad essi lo spazio necessario, provando semmai ad ascoltare la loro voce per imparare quello che dicono, a modo loro.

Alla scoperta delle regole di comportamento nella P.A.

A lungo chiuso nei cassetti degli interessati, il Codice di cui al Dpr 13/06/2023 n.° 81, pubblicato sulla G.U. 150 del 29/6/2023, è diventato oggetto di grande attenzione per i dipendenti pubblici. Ad esempio nelle scuole, a cui è stato solo recentemente trasmesso a cura dei Dirigenti di Istituto, potrebbe significare la necessità di un richiamo ai doveri deontologici di docenti e personale ATA, data la delicatezza dei dati trattati: non sempre la legiferazione ordinaria recente tiene in debito conto e attribuisce il dovuto risalto alla tutela dei dati personali, che deve rispettare le linee di indirizzo, i ruoli, le responsabilità stabilite da Regolamento Europeo n.° 679/2016.

Firmato dal Ministro Zangrillo, dalla Presidente Meloni e dal Capo dello Stato Mattarella, il testo normativo elenca con puntuale e lodevole descrizione alcune norme essenziali di comportamento per un ‘corretto utilizzo delle tecnologie informatiche e dei mezzi di informazione e social media da parte dei dipendenti pubblici, anche al fine di tutelare l’immagine della pubblica amministrazione’. Un atto regolamentare necessario ed utile, considerato il diffuso ed esponenzialmente crescente utilizzo delle nuove tecnologie che – di fatto – costituiscono un potenziale canale di esternalizzazione di atti, documenti e procedure che inglobano “l’ubi consistam” dell’attività lavorativa dei dipendenti fino a integrare la fattispecie della tutela del segreto d’ufficio.

Per questo motivo il Dpr 81/2023 specifica in modo dettagliato come le dotazioni tecnologiche d’ufficio non possano essere utilizzate per motivi personali (salvo casi eccezionali che non costituiscano pregiudizio per i compiti istituzionali). L’uso di hardware e software, di password e username e del protocollo delle procedure prassiche deve garantire la necessaria riservatezza, un requisito che è consustanziale ai doveri d’ufficio di ogni dipendente.

Risulta perciò legittimo e doveroso un monitoraggio della correttezza dei comportamenti professionali – specie in relazione alla gestione dei mezzi tecnologici – in modo tale che il loro utilizzo non possa nuocere al prestigio, al decoro o all’immagine dell’amministrazione di appartenenza o della pubblica amministrazione in generale. La P.A. troppo spesso assimilata nell’immaginario collettivo ad una sorta di caravanserraglio caratterizzato da approssimazione, confusione, lentezza, burocrazia ostativa, lungaggine delle pratiche e incompetenza degli addetti ai lavori deve recuperare un’immagine di efficienza-efficacia che renda soddisfazione alle necessità dell’utenza e ad un livello qualitativamente elevato nell’espletamento del pubblico servizio.

Un comportamento esemplare si sostanzia di alcune doti imprescindibili: integrità, imparzialità, buona fede e correttezza, parità di trattamento, equità, inclusione e ragionevolezza.

Qualcuno potrebbe forse eccepire su queste indicazioni che qualificano il dipendente e l’ufficio di cui fa parte? Certamente no, tuttavia alcuni passaggi del Dpr adombrano una sorta di vincoli restrittivi imposti al lavoratore. Ad es. l’art. 11/ter raccomanda che…“nell’utilizzo dei propri account di social media, il dipendente utilizza ogni cautela affinche’ le proprie opinioni o i propri giudizi su eventi, cose o persone, non siano in alcun modo attribuibili direttamente alla pubblica amministrazione di appartenenza… In ogni caso il dipendente e’ tenuto ad astenersi da qualsiasi intervento o commento che possa nuocere al prestigio, al decoro o all’immagine dell’amministrazione di appartenenza o della pubblica amministrazione in generale”.

Qui siamo in una sfera che riguarda l’utilizzo di account personali, ovvero l’espressione di sentimenti o di riserve su trattamenti ricevuti dall’amministrazione o ad essa riconducibili, anche su un piano generale e non personale. Scrivere un articolo o una lettera ad un quotidiano è una libertà costituzionalmente garantita. Persino rivolgersi ad un Sindacato per essere tutelati in una procedura ritenuta ingiusta potrebbe essere considerato un esempio di esternalizzazione censurabile. Anche manifestazioni di dissenso pubblico rispetto a disparità di trattamento di cui si subisce l’ingiustizia sono lecite espressioni di autotutela. Non tutto può passare attraverso la gerarchia interna, specie se si chiedono lumi e applicazione di previsioni normative ma non si ottiene risposta.

A chi deve rivolgersi chi ritiene di subire un danno? Proprio in questo periodo è montata la protesta dei docenti lavoratori fragili esclusi dallo smart working dalla legge di bilancio e per i quali non è stata applicata la tutela riparativa prevista dalla Direttiva Zangrillo del 29/12/2023. Non si può sempre stare zitti e far passare sotto silenzio ciò che – come in questo caso – appare una discriminazione persino di fronte alla Costituzione e all’uguaglianza di trattamento che cittadini e lavoratori devono pretendere, specie in tema di salute.

Stupisce il silenzio degli interpellati: inaccettabile.

Il Dpr 81 e la Direttiva 29/12/2023 della P.A. sono firmati dal Ministro Zangrillo: lodevoli entrambi i provvedimenti ma a chi deve rivolgersi colui che dovendo ubbidire al primo, non riceve risposta alcuna dall’Amministrazione per la seconda? Possibile che tutto debba essere sempre fonte di contenzioso? Perché tutto tace di fronte a diritti che dovrebbero essere rispettati poiché previsti dalla Direttiva e dal senso di responsabilità? Tutto scivola, non adempiuto, in un silenzio assordante. Allora uno cosa fa: deve tacere e subire? Il rispetto è dovuto ma può essere anche reclamato.

Dunque a chi subisce un torto palese non è permesso di esprimere il proprio malessere? Un’Amministrazione che non dà risposte costringe i dipendenti ad azioni legali, a meno che non si vogliano cazziare come non ortodosse anche queste.

Scuola e merito, una (ri)connessione necessaria.

Di promozione del merito il nostro Paese ha un bisogno primario, in tutti gli ambiti, ma la sfida si affronta a partire dalla scuola. Eppure, troppo spesso il merito suona come una parolaccia elitista, o tutt’al più come una parola di destra, mentre dovrebbe essere un vocabolo chiave della vita civile, dell’ordinamento democratico. Per questo, ho apprezzato molto l’intervento di Francesco Provinciali. Abbiamo vissuto finora in un clima culturale che ha confuso merito e meritocrazia (leggi “dittatura del merito”). Promuovere il merito non significa lasciare indietro coloro che si trovano in condizione di minorità (minor preparazione, minor abilità), ma dare opportunità di crescere e buone motivazioni per impegnarsi a che ha voglia di farlo.

La rinuncia della scuola a premiare porta a esiti disfunzionali, sia dal punto di vista della valorizzazione delle capacità, sia dal punto di vista dell’equa distribuzione delle opportunità. Come scrive Provinciali, il merito “non è solo dote intellettuale, ma riguarda anche l’impegno, l’applicazione, il sacrificio per conseguire competenze”. È un prodotto alchemico, il merito, di cui è difficile separare le componenti. Quando le madri e i padri costituenti pensarono all’articolo 34 della Costituzione avevano in mente obiettivi di mobilità sociale, una norma che facesse giustizia ai “capaci e ai meritevoli”, a svantaggio dei figli del privilegio. Vero è che gli appartenenti a classi sociali agiate si trovano a disposizione per nascita risorse maggiori per eccellere, ma come si può rendere contendibili le posizioni più ambite se non fornendo a coloro che vogliono impegnarsi la possibilità di venire valorizzati, gli strumenti per competere con i più dotati per nascita? La scuola del merito ha il compito di fornire questi strumenti. La fuga dei cervelli si spiega anche così: ragazze e ragazzi che non vedono riconosciuto il proprio merito in patria scoprono ottime ragioni per andare altrove. A rimetterci è il Paese.

Dovremmo chiederci: se la società non distribuisce occasioni sulla base del merito individuale a partire dalla scuola, come verranno distribuite tali occasioni? Non restano altri criteri che le diverse forme di privilegio. La famiglia, le conoscenze personali, i “giri” informali che troppo contano nei percorsi di carriera individuali.

Ecco perché osteggiare il merito ci porta a esiti di estremo conservatorismo, attraverso i quali si finisce non solo per sottrarre opportunità a chi ne avrebbe il diritto, ma anche per ingessare la società, limitarne le potenzialità di sviluppo. Dovremmo per questo disinteressarci di coloro che per le ragioni più varie si trovano in difficoltà nel percorso scolastico? Certo che no. L’articolo 3 della Costituzione incarica la Repubblica di rimuove gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona. Ma questo non vuol dire che davanti alle difficoltà a scuola la soluzione sia abbassare gli standard di preparazione.

Davanti alle difficoltà dobbiamo moltiplicare gli sforzi e gli investimenti. Non c’è nessun aut aut tra scuola che premia il merito e scuola capace di includere e farsi carico delle fragilità. C’è invece un’alternativa necessaria tra la rinuncia a valorizzare i meritevoli e la scelta di distribuire opportunità di mobilità sociale. Da rappresentante del mondo dell’impresa immagino i riflessi immediati nei contesti aziendali. Una scuola che riconosce il talento fa emergere personalità più motivate, consapevoli del proprio talento e capaci di riconoscere il talento altrui. Nuova classe dirigente, migliore di quella precedente, spesso mal selezionata, con criteri che troppo spesso hanno finito per ricalcare diseguaglianze conclamate.

Ma non è solo questione di imprese. Calamandrei portava molto oltre il pensiero, dicendo che la scuola alla lunga è più importante del Parlamento, della magistratura, della Corte costituzionale, perché è a scuola che si pongono le basi per la formazione della classe dirigente. Non è questione di efficienza della produzione, ma di giustizia sociale e in fondo di democrazia.

Perché allora il merito sì e la meritocrazia no? Lo spiega bene il sociologo Luca Ricolfi, nella sua recente pubblicazione, “La rivoluzione del merito”. Con la parola meritocrazia si è inteso un sistema basato su strumenti di misurazione del merito, presuntamente oggettivi, spesso incapaci di cogliere l’essenza della preparazione scolastica e universitaria. Il dispositivo meritocratico tende a trasformarsi in un meccanismo di giustificazione delle diseguaglianze sociali, più utile a mantenere gli assetti esistenti che non a contraddirli, a sottoporli alla tensione competitiva del merito. Se seleziono e distinguo fin dai primi anni di età i “migliori”, sulla base di test oggettivi e solo ai selezionati riservo opportunità di istruzione di qualità, è facile cadere nella trappola meritocratica, che avvantaggia chi ha tutti gli strumenti per eccellere fin da subito.

I figli delle famiglie più dotate di risorse economiche e culturali finiranno per aggiudicarsi le occasioni migliori, mentre agli altri passerà presto ogni desiderio di impegnarsi. Una nuova forma di familismo amorale, nulla di più lontano dagli scopi dell’istruzione pubblica. Tutt’altra cosa è la valorizzazione del merito, che non può distaccarsi da un investimento importante nella costruzione di pari opportunità per tutte e tutti.

 

Gian Luca Galletti

Presidente dell’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti (UCID), già Ministro dell’Ambiente.

Le tre certezze dei Popolari

Nella confusione che, purtroppo, continua ancora a serpeggiare nell’area del cattolicesimo popolare e sociale del nostro paese permangono almeno tre certezze oggettive. Tra le molte che si potrebbero citare. Innanzitutto la eccessiva frammentazione e polverizzazione dell’area cattolico popolare e sociale non giova al ruolo e alla funzione di questa importante e ancora decisiva cultura politica italiana.

Una cultura e una tradizione che continuano ad avere una straordinaria attualità e modernità anche nell’attuale contesto politico italiano. Ma questa oggettiva considerazione può avere uno sbocco politico solo se questo filone ideale recupera una sua sostanziale unità. Pur nel rispetto dell’altrettanto oggettivo pluralismo delle varie opzioni politiche. Ma all’obiettivo di una vera, intelligente ed equilibrata unità adesso non si può più rinunciare. Sempre chè non si voglia ridurre questa storica e nobile tradizione culturale ad una banale ed insignificante appendice della cittadella politica italiana.

In secondo luogo è ormai abbastanza evidente, nonché acclarato, che questa esperienza politico e culturale è del tutto ornamentale all’interno della sinistra radicale, massimalista e libertaria della Schlein e dell’attuale Partito democratico. Come, e specularmente, anche sul versante della destra sovranista e marcatamente clericale ed estremista della Lega salviniana, il ruolo dell’area popolare è del tutto esterna ed estranea rispetto al progetto politico di quei partiti e di quei movimenti politici. È inutile parlare del partito populista ed anti politico per eccellenza, cioè il partito di Grillo e di Conte, perchè è quasi antropologicamente alternativo alle ragioni, ai valori e alla cultura del cattolicesimo popolare e sociale del nostro paese. E, di conseguenza, il mondo cattolico popolare e sociale non può che dispiegare tutta la sua potenzialità all’interno di una area centrista. Un’area, quella centrista, che non può che essere riformista, dinamica, creativa, di governo, plurale e autenticamente democratica. Insomma, l’esatto contrario di un Centro statico ed equidistante rispetto agli schieramenti maggioritari e che si limita a vivere solo di una grigia ed indistinta rendita di posizione.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, è arrivato il momento che l’intera area cattolico popolare e sociale faccia un salto di qualità. E cioè, la stagione della testimonianza, del solo impegno pre politico o, in ultimo, della sola presenza nel sociale deve cedere il passo ad una

rinnovata ed esigente presenza politica. Perchè nella storia ci sono dei momenti in cui le circostanze richiedono di essere in prima linea. Cioè, di rendersi disponibili ed attivi per un protagonismo politico, culturale e programmatico che purtroppo in questi ultimi anni si è andato progressivamente disperdendo. E dobbiamo prendere atto che l’intera cultura cattolico democratica, popolare e sociale, dopo il tramonto della doppia esperienza del Ppi e dell’Udc – e anche della Margherita e della prima fase del Pd – è precipitata in un vicolo cieco dove la stessa presenza politica si è ridotta ad un fatto puramente ornamentale e del tutto periferico. Cioè incapace di incidere concretamente e costruttivamente nelle concrete dinamiche della politica italiana.

Ecco perchè, partendo da queste tre considerazioni, sufficientemente oggettive per non prenderle in seria considerazione, anche per l’intera area cattolico popolare, sociale e democratica non si può non aprire una nuova fase di impegno politico diretto. Sarebbe inutile attardarsi ancora su altre considerazioni o, peggio ancora, sulla necessità di continuare un percorso che si è rilevato fallimentare e sterile. Occorre voltare pagina. E, come ci hanno insegnato più volte i nostri ‘maestri’ del passato, serve il recupero di alcuni ingredienti di fondo. Ovvero, coraggio, coerenza, intelligenza e determinazione. Qualità che non sono mancate a donne e uomini del passato che non erano solo esponenti cattolici impegnati in politica ma che, grazie al loro magistero, al loro coraggio e alla loro esperienza, sono diventati anche e soprattutto autentici leader politici nonché statisti.

Allarme rosso in Medioriente

A quattro mesi dalla carneficina del 7 ottobre e a tre mesi, giorno più giorno meno, dall’avvio della distruzione di Gaza da parte dell’esercito israeliano stiamo entrando nella fase, quanto mai delicata e rischiosa, durante la quale l’evoluzione degli avvenimenti può condurre nella direzione, temuta, di un effettivo allargamento del conflitto a tutta la regione mediorientale oppure in quella, auspicata, di un cessate-il-fuoco che favorirebbe la possibilità della ricerca di una soluzione al conflitto, peraltro difficilissima se non quasi irrealizzabile.

Il tentativo da parte degli alleati territoriali dell’Iran di trascinare gli Stati Uniti dentro la guerra è evidente. E sta sortendo alcuni risultati, dal momento che arriveranno a Washington le bare coperte dalla bandiera a stelle e strisce di tre soldati americani. Bare che ovviamente esigono una risposta, e una prima risposta militare c’è già stata. La tensione è ai massimi livelli in tutta l’area: attacchi con droni e missili alle basi militari USA in Siria e Iraq da parte delle milizie filo-israeliane operanti su quei territori e conseguente protesta dei governi locali (con supporto russo in sede ONU) contro la permanenza di quelle basi; conseguente reazione statunitense, come detto, e immediata minaccia di Hamas, che accusa Washington di “aggiungere benzina sul fuoco”; frizione a media intensità ai confini fra Israele e Libano ove opera Hezbollah con i suoi lanci missilistici; attacchi droni alla navigazione commerciale nel Mar Rosso portati a compimento dai ribelli Houthy alleati di Teheran.

Le attenzioni e le preoccupazioni degli europei si sono concentrate su quest’ultimo pericolo e hanno portato alla decisione di approntare una operazione navale di protezione delle navi che solcano il Mar Rosso, in aggiunta al sostegno di alcuni paesi, fra i quali l’Italia, all’operazione “Prosperity Guardian” avviata da USA e Regno Unito con bombardamenti sulle basi Houthy nello Yemen. Del resto, l’importanza di quel transito è troppo rilevante: lo stretto di Bab-el-Mandeb che collega Mar Rosso e Golfo di Aden è uno dei “colli di bottiglia” principali al mondo ove transita (transitava, bisogna dire in questo momento) il 12% del commercio (soprattutto di petrolio e gas naturale) globale e ben il 25% di quello europeo. Costi di trasporto che si innalzano di molto, poiché gli armatori devono decidere se aggirare l’intero continente africano o se sopportare l’aumento esponenziale dei costi assicurativi nel caso decidano di solcare lo stesso le acque del Mar Rosso. Conseguenza inevitabile per i mercati a cominciare da quello europeo è una minacciosa ripresa inflattiva.Per gli Stati Uniti, però, contano molto anche gli altri fronti, oltre a questo. Come gli avvenimenti degli ultimi giorni hanno dimostrato. Un’accentuazione delle risposte militari, però, comporta il rischio, reale, che, improvvisamente, per un qualsiasi motivo, il livello dello scontro si innalzi e oltrepassi il punto di non ritorno. E questo è un pericolo che la Casa Bianca non può correre. A maggior ragione nell’anno delle elezioni presidenziali. Ecco allora che Biden ha da un lato minacciato Netanyahu, aiutando di fatto chi in Israele vuole sostituirlo al più presto, e dall’altro ha intensificato gli sforzi negoziali con quanti, dal Qatar all’Egitto, stanno attivandosi per raggiungere un compromesso fra le parti in causa.

Le prossime settimane saranno decisive. Ma è evidente che la soluzione che maggiormente la comunità internazionale auspica, ovvero l’avvio di negoziati fra Israele e Autorità Nazionale Palestinese per la definizione concreta del famoso quanto irrealizzato mantra “due popoli, due stati”, transita attraverso la fine del governo di Benjamin Netanyahu e del suo intransigentismo e la fine del dominio di Hamas sulla disgraziata popolazione della Striscia di Gaza. Ed è facile supporre che né l’uno, con i suoi sodali, né gli altri, con i loro, si lasceranno sacrificare tanto facilmente. L’allarme è ancora rosso, da quelle parti.

Sanità cattolica, dalla cura dei più fragili alla sfida dell’equità.

La sanità cattolica in Italia è una realtà importante nel SSN del nostro Paese, basti pensare a strutture come il Policlinico Gemelli, la Casa Sollievo della Sofferenza, il Campus Biomedico o l’Istituto Auxologico: sono solo alcune delle eccellenze che ne testimoniano l’importanza assistenziale, scientifica e strategica.

L’evoluzione di questi ospedali ha seguito un percorso di trasformazione significativo. Nati con la missione di curare i poveri e gli emarginati, hanno adattato le proprie pratiche e strutture per rispondere alle mutate esigenze della società.

Negli ultimi decenni si è assistito a un’espansione delle attività e dei servizi offerti, abbracciando specializzazioni mediche sempre più complesse. Nondimeno, si è cercato di garantire una gestione efficiente delle risorse e una maggiore collaborazione con il SSN. Ciò ha permesso alla sanità cattolica di continuare a svolgere un ruolo fondamentale nella cura e nell’assistenza, mantenendo intatto l’impegno originario verso i più bisognosi.

Ora, benché l’accessibilità alle cure mediche sia un diritto fondamentale per ogni individuo, in Italia non sempre lo si rispetta. Invece bisogna garantire a tutti l’accesso alle cure, indipendentemente dalla condizione economica o sociale delle persone. Spesso, infatti, la cura è un privilegio per pochi e non un diritto universale. Ciò accade soprattutto nelle regioni del sud Italia, dove la povertà e la disoccupazione sono più diffuse. Quante volte assistiamo a famiglie meridionali con scarse risorse economiche, costrette a viaggi lunghissimi, soggiorni costosi per una visita o una prestazione sanitaria?

Dunque, in un mondo sempre più secolarizzato, i centri sanitari cattolici si trovano di fronte alla esigenza di riscoprire e ripensare il proprio ruolo ispirato alla fede. Non è sufficiente offrire la qualità, giaccché serve anche promuovere un ambiente che rifletta i valori cristiani di compassione, umanità e solidarietà. Da qui l’urgenza di una revisione delle pratiche e delle politiche interne, per garantire che i medici e tutti gli operatori sanitari e non, siano formati non solo in termini di conoscenze, e quindi competenze tecniche, ma anche di valori etici.

Un’ultima riflessione sicuramente la merita l’espressione “sfida dell’equità”. Si tratta della lotta per garantire che tutte le persone, indipendentemente da origine, genere, razza, classe sociale o altra identità abbiano pari opportunità e accesso alle risorse e servizi. Questo ovviamente, oltre all’istruzione, all’occupazione e ad altri fattori che influenzano la qualità della vita, comprende la salute. La sfida si basa sull’idea che ogni individuo merita di essere rispettato e trattato con dignità ed uguaglianza. Ecco, proprio quest’ultima riflessione non andrebbe mai disattesa dalla sanità cattolica che può contribuire, in una fase di “ricostruzione” anche politica del nostro Paese, a ridare vita al termine “solidarietà” che, nel Dizionario di Sociologia, indica la capacità dei membri di una collettività ad agire nei confronti di altri come un soggetto unitario.

 

Castagnetti tra Buttiglione e Schlein: il fantasma dell’integralismo.

Caro direttore, non sia stupito dell’apparente bizzarria che mi porta ad accostare la Schlein a Buttiglione, né le sia pregiudizialmente ostica la sollecitazione che ne deriva per la figura di Castagnetti. È un intreccio che esige fantasia – forse troppa – ma sommersi come siamo da un mare di oggettività, per dirla con lo scrittore siciliano Andrea Apollonio, il fattore sorpresa ci attrae.

Da quando Elly Schlein ha preso le redini del Pd, un’inquietudine incontrollabile ha pervaso l’animo dei cattolici – meglio se definiti democratici per diversità dai cattolici conservatori – che ancora militano nel partito. Ed è Castagnetti, in primis, che si fa portavoce di questo sentimento che la stampa di opinione collega a un disagio pervasivo.

Eppure, sempre Castagnetti esorta a non cedere alla tentazione della rottura. Uscire dal Pd, come ha fatto il più sanguigno Fioroni all’indomani dell’investitura della Schlein, non sarebbe la soluzione. La sfida è quella di combattere – ripete ad ogni intervista – la “giusta battaglia” all’interno del partito, anche se gli spazi di manovra, a detta di tutti, si sono notevolmente ristretti.

Nel frattempo, costretta a parlare, la Schlein si destreggia tra garbo e fermezza. Da un lato rassicura, riconoscendo il valore e la storia dei cattolici all’interno del Pd; dall’altro ribadisce con forza la necessità di un ritorno alle radici della sinistra, per recuperare quell’anima “radicale” che si è persa negli anni.

In un certo senso, la Schlein sta compiendo nel Pd un’operazione paragonabile nelle forme e nelle intenzioni – non certo nell’oggetto – a quella che Buttiglione tentò di realizzare nel Ppi: e cioè, una riforma del partito in nome della fedeltà a valori che la prassi avrebbe offuscato. Pur nella differenza di circostanze e prospettive, prima l’uno poi l’altra hanno imboccato la strada dell’integralismo come ultima risorsa dell’ideologia. Il cattolico ciellino, come si sa, dovette cedere, mentre la “radicale” Schlein, per quanto è dato di capire, a cedere non ci pensa affatto. Appare tuttora con la spada di luce di un integralismo che gli eredi di Togliatti potrebbero riconoscere come vocazione estremistica ed infantile.

Il problema è che i “cattolici del Pd” non si dimostrano capaci di rimettere in campo la fermezza dei gesti con cui, in passato, lo stesso Castagnetti e altri popolari illustri (i Bianco, i Bodrato, i Marini, ecc.) si opposero a Buttiglione. Prevale un dissenso sdegnoso ma garbato, che non riesce ad incidere realmente sulla poltica del Nazareno.

Castagnetti, in particolare, sembra aver perso la  combattività di un tempo. Incapace di riconoscere nella Schlein l’errore integralistico che fece deragliare il Ppi, si limita a deprecare l’esaurimento della linfa vitale del fu “partito unico dei riformisti”.

Caro direttore, in questo scenario incerto il futuro dei cattolici democratici, fedeli tout malgré al Pd, rimane alquanto nebuloso. In periferia l’uscita dai ranghi è già in atto, silenziosa e inesorabile. Forse è giunto il momento di ammettere che la “crisi” non si risolve aspettando che la Schlein cada, perché la novità introdotta dalla sua gestione, ovvero il mito di un ritorno alla purezza della sinistra, difficilmente potrà cadere. Chi può fermare questa deriva?

Mi congedo, direttore, con questo interrogativo ringraziandola anticipatamente per l’ospitalità sul suo giornale, sponda preziosa, devo dire, per tutti noi indomiti popolari.

Il Senato Usa costringe alle scuse Mark Zuckerberg

La Commissione Giustizia del Senato USA ha convocato e audito i potenti dell’hi tech, coloro che detengono il primato dei social media americani: in quella sede è andata in scena una sorta di messa in stato d’accusa della comunicazione e dell’informazione via web, per le conseguenze drammatiche provocate in danno di minori e adolescenti caduti nelle “rete”: erano infatti presenti molti genitori di ragazzini vittime di adescamenti sessuali, giochi pericolosi, istigazione al suicidio.

Sul banco degli invitati-imputati i Ceo dei cinque principali network USA (ma con influenza e penetrazioni planetarie), da Mark Zuckerberg (Meta) a Linda Yaccarino (X), Shou Chew (Tik Tok) Evan Spiegel (Snap) e Jason Citron (Discord). Da quanto diffuso dai media americani non si è trattato di una messinscena, vista la durezza delle accuse peraltro debordate anche sul cotè della politica: di fatto la campagna elettorale per le presidenziali è virtualmente aperta, pur nell’attesa di presentare i due contendenti, ma l’argomento era troppo ghiotto per trasformare la conferenza in una burletta di simulazioni e domande concordate.

Da alcuni anni a questa parte la diffusione delle tecnologie, la dilagante digitalizzazione, gli scenari aperti dal metaverso e dagli iniziali esperimenti di intelligenza artificiale hanno imposto un’area tematica che sta rivoluzionando il mondo delle comunicazioni e prelude a scenari persino sconvolgenti negli stili di vita degli “umani” che ne saranno inevitabilmente coinvolti. Fermare questa deriva equivarrebbe a tentare di arrestare uno tsunami con l’uso delle mani, ma certamente la facilità con cui hardware e software si sono diffusi, algoritmi e stilemi linguistici hanno sostituito gli alfabeti tradizionali, il fatto che questo universo in gran parte inesplorato e sconosciuto ai più, ma gestito con disinvoltura e poco senso etico e della misura da poche mani sapienti per finalità commerciali e con profitti stellari, sia frequentato in prevalenza da giovani o giovanissimi, senza una guida orientativa e senza confini tematici, ha costituito una vera e propria rivoluzione culturale che la scuola non è riuscita a controllare, per sdoganare e limitarne gli effetti distorsivi.

Da anni ci si interroga sull’uso dei social che diventano “dissocial” poiché, lungi dal favorire un supporto all’impegno educativo delle famiglie e più specificatamente didattico e pedagogico dei sistemi formativi, hanno favorito da un lato una diffusione massiva incontrollata, dall’altro non hanno posto tutele e ripari alla fruizione solipsistica e fuorviante delle tecnologie.

Navigare senza rete non ha quasi mai favorito approdi rassicuranti, Itaca è scomparsa dagli orizzonti degli esploratori. Ai genitori presenti all’audizione – in genere muniti di cartelloni di protesta e foto di figli rovinati dall’uso incontrollato dei social media fino a diventarne vittime sacrificali, Zuckerberg si è rivolto direttamente per chiedere scusa, eludendo le domande più tecniche poste dai senatori. Negli USA il fenomeno delle devianze prodotte dalla tecnologia incontrollata nell’uso fino a normalizzare una serie infinita di abusi e comportamenti distorsivi è presente da molto tempo: ma la globalizzazione ha rapidamente esportato tutti gli aspetti più deleteri e deteriori di questa dilagante deriva.

Dobbiamo porci anche qui, in Italia e in Europa, più di un interrogativo sul da farsi ricordando il ‘non fatto’: sono innumerevoli gli episodi che già da diversi anni si sono verificati con crescente intensità e perniciosa creatività: l’emulazione, l’indifferenza degli adulti ammantata da un’assenza di regole e norme di comportamento che rasenta l’incoscienza hanno consentito una sovraesposizione al pericolo nella frequentazione dei social, fino a farli diventare una sorta di cloaca maxima dove affogare senza tornare a galla. Per questo il senso di questa iniziativa del Senato americano dovrebbe avere il valore di un incipit per la politica a livello planetario.

Troppi episodi archiviati come errori, infortuni o fatalità vanno invece ricondotti alle politiche diseducative che i grandi network hanno favorito, anteponendo la contesa tra loro di una primazia di diffusione e ‘potentato’ senza interrogarsi sugli esiti disastrosi possibili. Poiché ovunque è ormai così: ricordo come grazie all’ospitalità di Barbara Stefanelli molti anni fa potevo segnalare su ‘La 27ª ora’ i casi di cyberbullismo, di violenze agite attraverso le tecnologie, le fide assurde alla morte, seguendo video diffusi in rete, le prove di impiccagione, l’attraversare i binari del treno all’ultimo secondo.

E insieme a questo la diffusione della pornografia, della prostituzione minorile agganciata in rete e tutte le raffinate distorsioni che ne sono via via derivate, a cominciare dal revenge porn, la trasgressione più odiosa, la “vendetta” realizzata attraverso la diffusione di immagini intime carpite a insaputa delle vittime. Perciò quanto accaduto al Senato USA dovrebbe valere – come fatto eclatante che scuote le coscienze – ovunque. Il reporter del New York Times, David McCabe, ha raccontato di non aver mai visto nulla di simile in un’audizione.

I Ceo dei network più potenti messi alla sbarra, anche sotto il profilo della liceità di accordi commerciali con Paesi competitor degli USA e rappresentanti dell’altra faccia del pianeta, quella delle dittature e delle mire espansionistiche. Tema che ci riguarda da vicino poiché attraverso questi interessi commerciali delle grandi aziende può essere favorita l’infiltrazione di ideologie che combattono le democrazie del mondo, a partire dalla disgregazione delle singole democrazie (come spesso mi ricorda il Prof. Vittorio Emanuele Parsi). Né va dimenticato come i social siano spesso i megafoni dell’omologazione culturale: la negazione della loro essenza poiché falsificano e distorcono la comunicazione fino a diventare la causa più diffusa delle solitudini siderali e spesso disperate del nostro tempo.

Giornata della Memoria, non vale solo per gli ebrei.

Come abbiamo celebrato la Giornata della Memoria nel 27 gennaio 2024? L’anno scorso la senatrice Segre lanciava l’allarme sulla possibile dimenticanza della Shoah, quest’anno avremmo dovuto porci una domanda ancora più urgente: come fermare questo rialzarsi del fascismo e dell’antisemitismo che stiamo vivendo? Non possiamo rimanere indifferenti di fronte all’immagine vergognosa dei saluti romani. Abbiamo fatto un lungo percorso memoriale, abbiamo insegnato, ricordato, ammonito, ma sembra che ci sia una fitta nebbia che sta avvolgendo la nostra società e rischia di cancellare tutto ciò che abbiamo costruito. Non possiamo permettere che i valori della lotta contro il razzismo, l’antisemitismo, l’odio, diventino un patrimonio comune solo sulla carta. Dobbiamo agire con fermezza, dobbiamo parlare forte e chiaro, dobbiamo ricordare la storia per non ripeterla mai più. Non c’è spazio per la moderazione in questo momento cruciale, dobbiamo essere audaci, coraggiosi, e fermare chiunque tenti di cancellare la memoria e i valori dell’umanità.

Le risposte sono complesse ma la verità è semplice. L’esaltazione del fascismo ha radici ben salde nella storia italiana, una storia che ha visto il fascismo come un fenomeno innocuo e folkloristico per troppi anni. Ma non possiamo continuare a chiudere gli occhi di fronte alla verità. Le leggi antisemite del 1938 sono state messe in sordina, presentate come un errore, ma la storia ricorderà sempre la loro crudeltà. E quanto alla complicità della Repubblica di Salò nella deportazione degli ebrei, troppo spesso viene ignorata o dimenticata. Ma noi non dimentichiamo. Non possiamo permettere che l’esaltazione del fascismo continui senza conseguenze. Le manifestazioni fasciste non possono essere tollerate, né possono essere scusate o giustificate. L’antisemitismo non è mai accettabile, non importa in quale forma si manifesti. È tempo di parlare la verità e di agire con fermezza contro ogni forma di odio e discriminazione. Non possiamo permetterci di essere indifferenti. La storia ci insegna che questo non è mai stato accettabile, non lo è ora e non lo sarà mai.

Il fenomeno antisemita che sta aumentando vertiginosamente è legato alla guerra tra Israele e Hamas e ai bombardamenti su Gaza che hanno causato un numero sterminato di vittime civili. Non possiamo rimanere indifferenti di fronte a questa situazione, ma è importante ricordare che la guerra è iniziata con il massacro di mille civili israeliani, tra cui non solo ebrei. L’antisemitismo della sinistra terzomondista è radicato e si basa su un antisionismo che ha origini antiche, ma che oggi si è ampliato enormemente, soprattutto in Francia e negli Stati Uniti. Non è un fenomeno facile da fermare, poiché i suoi sostenitori credono di lottare per la giustizia e per i più oppressi, ma si tratta solo di una giustificazione malriposta per seminare odio e discriminazione. Non basta infatti attribuire le responsabilità ad Hamas, che è noto per le atrocità che commette, ma dobbiamo anche guardare alle responsabilità del governo di Netanyahu, dei coloni religiosi e della mancanza di un riconoscimento dello Stato Palestinese. Non possiamo far tutt’uno tra i palestinesi e Hamas, altrimenti rischiamo di spingere i palestinesi moderati dalla parte dei terroristi. È arrivato il momento di fermare l’antisemitismo e di lottare per la pace in Medio Oriente.

Dobbiamo osare di più, metterci personalmente in discussione. La Giornata della Memoria, stabilita dall’Unione Europea e dall’ONU, non è solo per gli ebrei: è per noi tutti. Non si tratta di risarcimento per l’impossibile: come possiamo risarcire la Shoah? L’obiettivo è combattere i genocidi, passati e futuri, e di promuovere valori come il rifiuto del razzismo, dell’antisemitismo e del nazionalismo. Vogliamo abbattere muri, non erigerli. Vogliamo offrire valori, non ritrovarci su posizioni difensive. Chiaramente, questo non è facile con le guerre in atto – non dimentichiamo l’Ucraina – e con le accuse contro Israele per genocidio. Se vogliamo salvare il nostro futuro, dobbiamo salvare ciò che si può della nostra memoria. Non siamo qui solo per celebrare, ma anche per agire.

Dibattito | Bigon e la coscienza (quale?).

La domanda essenziale: se una comunità locale intende farsi carico del vuoto di potere creato da un Parlamento che non risponde dopo cinque anni ad una sentenza che lo sollecita a disciplinare per tutti il fin di vita, senza che si creino disparità tra chi può e chi non può permettersi di andare all’estero, a chi provoca problemi di coscienza?

Dovrebbe provocarli a chi non fa nulla nemmeno quando non sono disponibili le cure palliative a carico del servizio sanitario nazionale e si riempie la bocca di suicidio assistito, decidendo perfino con enfasi di non decidere. E se per sua responsabilità con il voto contrario ignora che in quel momento un’anima immortale vive drammaticamente la realtà accertata dalla scienza (e sennò da chi?) di un corpo destinato a morire, straziando fino alla disperazione estrema la sua anima immortale infusa al momento della nascita!

È noto ciò che il beato J.H. Newman scrisse nella sua Lettera al Duca di Norfolk: “La coscienza è il messaggero di colui che, sia nel mondo della natura che in quello della grazia, attraverso un velo ci parla, ci istruisce e ci governa. La coscienza è il primo dei vicari di Cristo!”. Non sorge il dubbio, allora,  che essa appartenga all’anima immortale e che si ricongiungerà con il corpo quando verrà il Risorto?

C’è un problema di coscienza per chi non ha rispetto per un anima immortale sacrificata allo strazio di un corpo destinato a spegnersi! In conclusione, la Bigon ci tiene a far sapere d’essere un esperta nella difesa della vita e come tale sa che un esame approfondito e una decisione può venire solo dal Parlamento; e che nel frattempo la sentenza, prima d’essere una misura giuridica è una misura urgente e temporanea, è un gesto di carità giuridica, una sorta di samaritano in soccorso di chi soffre.

E la Bigon che fa? Alla sua Regione che agisce nello spirito del samaritano oppone il suo “Vade retro Satana!”. Ecco, avesse proposto una iniziativa unitaria delle Regioni per sollecitare il Parlamento! E la gente, la più povera, ne paga il prezzo! L’angoscia è che possa essere prevalsa, come in tutti quelli che si sono opposti, un miserabile calcolo politico: quello di rischiare la perdita di consensi!

Treccani | Paparazzo, una parola italiana che non conosce confini.

Il web dà conto della diffusione del termine. Paparazzo sembra meglio correlarsi all’invenzione di un soprannome che non alla replicazione di un cognome. Di seguito uno stralcio del testo proposto dalla Treccani.
Il web dà conto della diffusione del termine. Paparazzo sembra meglio correlarsi all’invenzione di un soprannome che non alla replicazione di un cognome. Di seguito uno stralcio del testo proposto dalla Treccani.

[…]

Un ulteriore passaggio semantico ha caratterizzato la parola: da fotoreporter a simbolo di mondanità in generale – nomi di ristoranti, alberghi, sale vip, ecc. – e di italianità in particolare. La voce paparazzo ha dunque compiuto un percorso originale, diventando uno dei simboli dello spettacolo italiano e dell’Italia tutta, un nome che, grazie alla sua allusività e capacità evocativa, ha assunto un valore identificativo dell’italianità, specie nel commercio e in particolare nella ristorazione.

La Rete è piena di voci con base paparazz-, tra i quali possono citarsi i sostantivi: paparazzismo, paparazzume, paparazzaggine, paparazzata, paparazzeria, paparazzità, paparazzitudine, paparazzofobia, superpaparazzo, protopaparazzo, il femminile paparazza, paparazzetto, paparazzaccio; le voci verbali: paparazzava, paparazzerei, paparazzeggio, paparazzando, paparazziamo; e poi gli aggettivi e i participi: paparazzabile, paparazzevole, paparazzato e ultrapaparazzato… Se poi desideriamo ampliare la lista, spulciando nelle lingue straniere, iperpaparazzi e paparazzino sono documentati solo in inglese, paparazzista in finlandese, postpaparazzismo in spagnolo, paparazzese in portoghese brasiliano, paparazzita in varie lingue tutte diverse da quella italiana.

Si veda anche il titolo di un articolo che è quasi uno scioglilingua: Paparazzo paparazzato mentre paparazzava. Non è una novità. Certo è che Paparazzo ha superato per popolarità e diffusione, in Italia e ancor più all’estero, tutti gli altri nomi comuni e aggettivi derivanti da protagonisti di film.

 

Ma Paparazzo è un cognome o un soprannome?

 

All’origine, dunque, certo un cognome: ma in bocca a Fellini e a Mastroianni non sarà diventato forse un soprannome? Che cosa ce lo fa pensare? Vari particolari. Primo, nel film del 1960 i personaggi con cognome si contano sulle dita di una mano: il protagonista Marcello (Rubini nel film, peraltro appena citato), gli appartenenti alla famiglia Steiner e una figura trascurabile come Totò Scalise. Adriano Celentano è indicato come “il cantante”, Enzo Cerusico come “il fotografo”, Alfredo Rizzo come “il regista televisivo”, Umberto Orsini come “il giovane”, Jacques Sernas come “il divo” e poi Sylvia (Anita Ekberg), Maddalena (Anouk Aimée), Emma, Fanny, Robert, Nadia, Laura, Irene, Nico, Paola, Riccardo, senza mai un cognome.

Secondo: come detto, già nelle riprese Fellini si rivolgeva al gruppo dei fotografi appellandoli “paparazzi”. Il che, oltre ad aver accelerato il processo deonimico, sembra un’operazione onomastica più verosimile e condivisibile se si parte da un soprannome per sua stessa natura è attribuile a chiunque, che non da un nome di famiglia. Terzo: il significato di Paparazzo (discusso anche tra i linguisti) è stato spiegato in vari modi dai protagonisti, come se ci si divertisse a rispondere in modo sempre diverso alle domande di giornalisti e di curiosi, dando fondo alla propria fantasia etimologica. Anche questo aspetto sembra meglio correlarsi all’invenzione di un soprannome che non alla replicazione di un cognome.

Ma accontentiamoci della vulgata. Altrimenti dovrebbe cambiare anche il titolo di questo articolo.

 

Per saperne di più

https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/parole/cognomi_paparazzo.html

L’intervista di Zuppi alla Civiltà Cattolica interpella i cattolici in politica.

L’ampia intervista del presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, sul nuovo numero (4167) della Civiltà Cattolica affronta le principali questioni di attualità da una prospettiva di Chiesa dialogante e accogliente, che preferisce costruire canali di comunicazione con tutti piuttosto che tracciare rigidi confini identitari nella consapevolezza che la Chiesa “è più di quel che sembra”.

Una prospettiva che abbraccia anche l’ambito della politica, segnatamente quella italiana. Infatti, nell’intervista concessa al direttore della rivista dei Gesuiti, padre Nuno da Silva Goncalves, e a Simone Sereni, il presidente dei vescovi italiani afferma che “da una parte i cattolici sono assenti, ma dall’altra sono presenti e in tante compagini. Nelle forze politiche sono presenti quasi dappertutto, o comunque c’è sempre una parte in dialogo con la Chiesa”.

Una prospettiva, quella delineata dal card. Zuppi che credo possa servire da stimolo alla riflessione anche per quanti, nel quadro consolidato del pluralismo politico dei cattolici, coltivano legittimamente propositi di presenza organizzata in politica all’insegna di una tradizione e di una cultura politica come quella cattolico-democratica, cattolico-sociale e popolare, che tanto ha inciso nella storia del Paese.

Penso che l’approccio al tema cattolici e politica, del presidente della Cei possa aiutarci nel definire meglio anche le caratteristiche di una iniziativa politica nel presente, dichiaratamente ispirata al popolarismo. Vi si può trarre un invito a esser più sturziani, a qualificarsi più e principalmente per il programma e per la visione delle questioni della nostra epoca, che per un richiamo nostalgico ai tempi che furono, non di rado funzionale a obiettivi contingenti non propriamente dello stesso tenore di quel glorioso passato.

Perché in un cambio di epoca come quello che stiamo attraversando il vero nodo, come ci ricorda l’arcivescovo di Bologna, “è intendersi su cosa significhi fare politica e fare delle politiche ispirate alla Dottrina sociale della Chiesa”.

Sull’esigenza di un modo di fare politica ispirato all’insegnamento sociale della Chiesa, se prendiamo ad esempio, due fra i nodi cruciali del presente, la transizione geopolitica e la transizione ecologica, scopriamo che molta strada c’è ancora da fare per i cattolici in qualunque parte politica stiano. I nodi irrisolti relativi a un nuovo modello di governance globale, più giusto e inclusivo anche degli Stati di più recente industrializzazione e di quelli in via di sviluppo, hanno generato quella che Papa Francesco ha definito la guerra mondiale “a pezzi”. Senza un reale dibattito si sta scivolando in un clima di riconversione bellica dell’industria, di accettazione del ricorso alla guerra in Europa come se fosse senza alternative. Su un tema come questo i cattolici in politica hanno davanti un margine di iniziativa molto ampio, senza semplificazioni populiste e nel rispetto degli impegni assunti dal nostro Paese a livello internazionale. Ma né l’Unione Europea né l’Onu (e neanche la Nato, a ben vedere) sono una caserma. Sono organismi democratici che riflettono le posizioni degli stati membri. E se le opinioni pubbliche nazionali non sono in letargo, si possono costruire dei percorsi diplomatici alternativi al clima di guerra che è sceso sulla nostra parte di mondo. Ciò è vero specie in un anno elettorale per molti Paesi come il 2024. Ma bisogna trovare il coraggio di incarnare l’ispirazione che a parole si dice di voler seguire.

Anche nel caso della transizione ecologica si ha spesso l’impressione che i principi che la Chiesa indica siano poi privi di adeguate mediazioni storiche da parte dei cattolici impegnati in politica. L’ “ecologia integrale” di cui parla la Laudato Si’ richiede un grande impegno per la ricerca di un equilibrio fra gli aspetti sociali e quelli ambientali, in mancanza del quale si innescano situazioni come ad esempio quelle della protesta degli agricoltori europei, che poi rischiano di venire cavalcate da varie forme di estremismi.

Ecco allora che la visione del card.Zuppi di una Chiesa che è consapevole di esser più di quello che appare, si può trasmettere proficuamente anche all’impegno politico dei cattolici. Ognuno porta avanti i propri progetti, in modo organizzato o meno, ma con la consapevolezza di fare parte di un onda, che si estende oltre gli strumenti organizzativi in cui si milita, e che sulle questioni dirimenti sa emergere per incidere nel dibattito politico e nelle scelte.

La Voce del Popolo | Rompere la spirale della faziosità

Sarebbe quasi apprezzabile la denuncia rivolta da Giorgia Meloni verso l’“amichettismo”, quella diffusa attitudine a scegliere i propri cari per gli incarichi pubblici. Dico quasi perché poi questo governo ha fatto del suo meglio per ripetere e perfezionare quelle stesse pratiche di occupazione del potere che costituiscono a quanto pare un destino inesorabile della nostra vita repubblicana.

S’intende che in questa cattiva abitudine Meloni non è certo la prima e probabilmente non sarà l’ultima. La sinistra che ora l’accusa ha fatto quel che poteva per imitarla anzitempo. E anche noi “democristiani” abbiamo pagato al clientelismo un obolo più che cospicuo. È la natura della politica, si dirà. Che nasconde spesso la sua anima predatoria dietro la cortina fumogena di parole d’ordine più nobili e non del tutto sincere.

Il fatto è che l’unico modo per uscire da questo circolo vizioso consiste nel cercare di rompere la spirale della faziosità. Che invece ci avvolge e ci illude quasi di proteggerci. Una classe dirigente non troppo sicura del fatto suo cerca il più delle volte di puntellarsi premiando i propri “amici” e fustigando i propri avversari. Mentre dovrebbe imparare ad avere abbastanza fiducia in se stessa da governare facendo propri i suggerimenti altrui e coltivando competenze fuori dal proprio orticello.

È la faziosità che ci induce all’errore. Suggerendo di privilegiare sempre i propri cari e finendo così per preferire un mediocre fedele a un talento fuori controllo. Peccato che a furia di preferire i mediocri fedeli si finisca per scoprire che essi si rivelano infine mediocri anche nella fedeltà.

 

Fonte –  La Voce del popolo, 1 febbraio 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Centro…solo dopo le Europee?

C’è una regola, persino troppo banale da ricordare, che si può sintetizzare con queste poche parole. Ovvero, una presenza centrista, riformista e plurale in vista delle ormai prossime elezioni europee, può esserci solo nella misura in cui le suddette forze si uniscono nella medesima lista e poi, com’è naturale, in un partito organizzato e democratico, con un progetto politico definito e una prospettiva politica altrettanto chiara e direttamente percepibile dai cittadini/elettori.

Questa era, e resta, la regola aurea che disciplina e nobilita un percorso politico chiaro e trasparente. Dopodichè, tutti sappiamo in quale contesto politico si inserisce il capitolo della ricostruzione del Centro e di una ‘politica di centro’ nel nostro paese. Ma, anche su questo versante, non si può prescindere da un elemento che diventa quasi discriminante in vista degli equilibri politici che scaturiranno dal voto europeo. E cioè, non sarebbe corretto, nonchè credibile, un percorso politico che prescinde radicalmente dalla consultazione europea. E questo per la semplice motivazione che non ci si può dividere in più liste alla vigilia del voto per il rinnovo del Parlamento Europeo e poi, allegramente, convergere tutti – semprechè si superi il fatidico quorum del 4% – nel medesimo gruppo europeo. Per carità, la politica contemporanea, e da tempo, convive purtroppo con gli accorgimenti, le furbizie e vari opportunismi.

Ma c’è un aspetto, che non è un dettaglio irrilevante, con cui si deve fare necessariamente i conti. Ovvero, il giudizio concreto degli elettori. E, su questo versante, forse è bene essere chiari, e per l’ennesima volta, sin dall’inizio. Il Centro, e una credibile e conseguente ‘politica di centro’, non possono ridursi ad un banale cartello elettorale o, peggio ancora, ad una sommatoria grigia ed indistinta di sigle, movimenti, partiti e gruppi vari.

Si tratta, al contrario, di un progetto politico che si rende sempre più necessario ed indispensabile dopo il ritorno, piaccia o non piaccia è così, di un centro destra di governo, di una destra sovranista e conservatrice, di una sinistra radicale e massimalista e di un populismo anti politico, demagogico e qualunquista. E il ritorno di un progetto centrista, riformista, democratico e di governo non può essere sacrificato sull’altare delle vendette trasversali, delle pregiudiziali ad personam, dei veti sui singoli e della rivendicazione del proprio egocentrismo. E questo perchè un progetto politico centrista non può che essere realmente democratico e, soprattutto, inclusivo. Aperto, cioè, a tutte quelle culture politiche che respingono alla radice la deriva di un bipolarismo sempre più selvaggio e sempre più inadeguato per il rinnovamento e il buon funzionamento del sistema politico italiano. Perchè la logica degli “opposti estremismi” non può diventare la regola aurea della politica italiana ma, semmai, una parentesi da cui occorre liberarsi al più presto.

Per queste motivazioni, semplici ma oggettive, il percorso costituente per una nuova prospettiva di Centro deve partire da subito e non solo dopo il voto europeo.

Certo, il responso delle urne sarà, al riguardo, fondamentale. Ma per evitare che il dopo si riduca, e per l’ennesima volta, ad un grigio assemblaggio degli sconfitti e di chi non ha registrato un discreto successo elettorale,

occorre attrezzarsi prima del voto. Ecco perchè è giunto il momento per assumere una iniziativa politica, certamente coraggiosa, che sappia riaffermare con forza le ragioni della politica, della progettualità politica e dell’interesse generale. Al di là e al di fuori di qualsiasi personalismo, di qualunque pregiudizio e della strategia dei veti. Che, detto fra di noi, appartengono alla fase adolescenziale della politica.

L’Italia più bella, a Montecatini Anci Giovani.

Questa XIII Assemblea ha un titolo evocativo: “L’Italia più bella”. Alla due giorni, che sarà aperta dalla relazione di Luca Baroncini, sindaco di Montecatini Terme e coordinatore nazionale Anci Giovani, parteciperanno il presidente dell`Anci nazionale e sindaco di Bari Antonio Decaro e il vicepresidente vicario e sindaco di Valdengo Roberto Pella. Con loro, tra gli altri, i sindaci Matteo Biffoni (Prato), presidente di Anci Toscana, Dario Nardella (Firenze), Luca Vecchi (Reggio Emilia), delegato Anci Welfare e politiche sociali, Alessandro Tomasi (Pistoia), Matteo Lepore (Bologna), Alessandro Canelli (Novara), delegato Anci Finanza locale, Mario Conte (Treviso) e Maria Aida Episcopo (Foggia).

Di rilievo la presenza del governo, con i ministri Andrea Abodi (Sport e Giovani), Alessandra Locatelli (Disabilità), Daniela Santanchè (Turismo), Antonio Tajani (Esteri) e Paolo Zangrillo (Pubblica amministrazione) e con il sottosegretario all`Agricoltura Patrizio Giacomo La Pietra.

Per il presidente dell`Anci Antonio Decaro “l`assemblea di Anci Giovani è un grande momento di speranza e fiducia, in cui centinaia di giovani amministratrici e amministratori mettono in circolo le loro energie e le loro passioni che ogni giorno fanno grandi le comunità che amministrano”.

“Come sindaco di Montecatini Terme – dichiara il coordinatore nazionale di Anci Giovani Luca Baroncini – sono felice che un evento importante come l`Assemblea di Anci Giovani si svolga nella mia città, che amo e ho l`onore di rappresentare. Come coordinatore nazionale di Anci Giovani sono soddisfatto per essere riuscito ad organizzare un evento così importante, frutto di un anno di impegno del Coordinamento nazionale, che ringrazio”.

La sessione di apertura sarà focalizzata su “Sport come infrastruttura sociale”, a seguire quattro tavoli tematici divisi nelle due giornate di lavori. Il giorno 8 febbraio: “Infrastrutture e servizi tra Pnrr e Fondi Europei: ruolo e opportunità per i Comuni italiani” e “Agricoltura: filiera agroalimentare, servizi ecosistemici e salute pubblica”. Il giorno 9 febbraio: “L`Italia più bella: sviluppo locale e vocazioni turistiche del territorio” e “Ambiente e territorio: sviluppo sostenibile tra opportunità e criticità”. Novità della XIII Assemblea annuale di Anci Giovani sarà un panel di confronto con i giovani amministratori dove i protagonisti del dibattito saranno proprio i sindaci, gli assessori e i consiglieri comunali under 36 ospiti a Montecatini Terme.

Premierato? Non va bene nemmeno il sindaco d’Italia.

[…]

Il “premierato” viene reclamizzato come l’occasione per rendere al cittadino l’autorevolezza del suo voto, ma è, invece, vero esattamente il contrario.

La delega quinquennale all’ “uomo solo al comando” rappresenta l’umiliazione dell’elettore, un palese atto di sfiducia nei confronti del popolo italiano, la concessione di una delega che, per quanto venga espressa anche sulla scorta di un programma, costituisce una concessione di credito unilaterale ad un “capo” che, di fatto, assorbe sostanzialmente in sé quella sovranità che la Costituzione assegna al popolo e, dunque, appartiene a ciascun cittadino e va esercitata entro un sistema bilanciato di pesi e contrappesi, secondo una logica di separazione dei poteri incardinata sulla centralità del Parlamento e sul ruolo di arbitro e garante del Presidente della Repubblica.

Ovviamente la nostra opposizione alla riforma costituzionale proposta dal governo Meloni è riferita al merito sistemico ed istituzionale della questione e, cioè, vale di per sé, a prescindere dall’appartenenza politica di chi avanza la proposta o di chi, eventualmente, ne incarni il ruolo, fosse oggi la destra o domani la sinistra. Va, peraltro, osservato come sia del tutto illusoria la pretesa di governare contesti sociali fortemente integrati attraverso processi di centralizzazione del potere.

In altri termini, il premierato, come il cosiddetto “Sindaco d’ Italia” sono oggi soluzioni disfunzionali che pagano dazio ad una sostanziale incultura politica. Ma su questo si renderà necessario tornare.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.politicainsieme.com/la-madre-di-tutte-le-battaglie-di-domenico-galbiati/

Una nuova Camaldoli per dare risposte agli italiani

Dal surplace all’eliminatoria a squadre, sperando di risultare vincenti. Seguo la metafora del ciclismo su pista, tenuto presente che, alla fase di immobilismo-surplace di qualche tempo fa, ora si è ingrossata la fila dei concorrenti al progetto di ricomposizione politica dell’area cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale. Dopo Iniziativa Popolare, Tempi Nuovi, Insieme, Piattaforma 2024, si è aggiunta la squadra di Base Popolare, mentre dall’area liberal-repubblicana, Carlo Calenda, che al tempo delle ultime elezioni per il consiglio comunale di Roma, aveva respinto l’offerta per una lista con i Dc romani, ora intende offrire una casa ai Popolari “per continuare a esistere insieme”. In questa ottica si spiega l’ingresso in Azione, a vele spiegate, di Ettore Rosato ed Elena Bonetti.

Da parte mia ripeterò che è bene tutto ciò che va nella direzione della nostra ricomposizione politica, ma, a questo punto, è indispensabile trovare un ubi consistam non solo per il nostro stare insieme, ma, soprattutto per offrire all’Italia delle risposte politiche adeguate alle attese della nostra gente.

Lo fecero i nostri padri con le “Idee ricostruttive” della Dc di Demofilo (De Gasperi), proprio nello stesso mese di Luglio del 1943 in cui si svolse l’incontro nel quale si profilò il Codice di Camaldoli, che poi la Dc assunse a base della sua iniziativa.

Dopo il surplace non serve più la gara affannosa tra chi è ancora scettico sul fare una lista unitaria alle elezioni europee e chi, invece, spinge per questo obiettivo; o, peggio, il ruolo di qualche improvvido amico alla ricerca della sola affermazione personale.

Intellettuali di fede cattolica a Camaldoli discussero di  tutti i temi della vita sociale: dalla famiglia al lavoro, dall’attività economica al rapporto cittadino-stato. Lo scopo fu quello di fornire alle forze sociali cattoliche una base unitaria che ne guidasse l’azione nell’Italia liberata. Il Codice funse da ispirazione e linea guida per l’azione della Democrazia Cristiana e, come ha ben scritto Bruno Di Giacomo Russo, “Il Codice di Camaldoli, intrinseco di valori e principi, corrisponde al diretto precedente culturale della Costituzione italiana”.

Ciò costituisce il motivo per cui ancora oggi, nella nostra azione politica, intendiamo continuare a ispirarci ai principi fondamentali della Carta costituzionale che, insieme a quelli della dottrina sociale cristiana, calata nel tempo della globalizzazione, sono stati indicati dai Papi San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco.

Con queste due stelle polari, dottrina sociale cristiana e Costituzione repubblicana, ci si dovrà incontrare nella Camaldoli 2024 con gli esponenti più importanti della cultura e delle realtà sociali e politiche cattoliche, per discutere delle attese degli italiani nella realtà odierna e con ciò che ci attende a medio e lungo termine.

Alla gara inopportuna e inefficace dell’eliminatoria a squadre deve, dunque, subentrare il confronto e il dialogo con le diverse realtà di mondo cattolico per definire il programma che i Dc e Popolari intendono offrire al Paese. Un programma che dovrà essere coerente con i nostri valori e in relazioni agli interessi dei ceti medi e delle classi popolari, cui intendiamo dar voce a livello politico e istituzionale. Ridare voce a quella maggioranza di elettrici e di elettori che da molto, troppo tempo, sono renitenti al voto, indifferenti all’offerta politica di un bipartitismo forzato e da una legge elettorale iniqua e schizoide che permette il governo del Paese a una finta maggioranza, non espressione della realtà sociale e culturale reale dell’Italia.

Quali sono le attese degli italiani oggi? Secondo lo studio realizzato da Brunswick e Hokuto, presentato al Convegno “L’economia che fa il bene: cosa significa per gli italiani?” di Avvenire (Milano, 15 Novembre 2023) lo sviluppo, il clima e l’integrazione sono i temi risultanti prioritari. Al primo posto, dunque, lo sviluppo economico e l’occupazione lavorativa, seguiti dalla gestione dell’immigrazione. Segue la questione ambientale, poi la tutela del territorio e la lotta all’inquinamento, il cambiamento climatico e la transizione energetica insieme al tema delle fonti e del costo dell’energie. Solo in coda ai risultati del campione si collocano i temi dell’opportunità dei giovani e della parità di genere. La risposta più importante per affrontare e dare soluzione a questi temi è stata individuata nell’economia civile, intesa come nuova forma di economia che mira al benessere comune; un’economia come quella che i proff. Bruni e Zamagni da molto tempo propongono, alternativa a quella dominante nell’età della finanza globalista, nella quale trionfa il principio del NOMA (Non Overlapping Magisteria) posto alla base dell’economia politica –  mentre, per l’economia civile, l’economia non può essere staccata dai principi dell’etica e della politica.

Se oltre a questi temi discuteremo di quello drammatico dei rischi della terza guerra mondiale, oggi vissuta “a pezzi”, come l’ha egregiamente connotata Papa Francesco, e  pertanto dell’esigenza di avviare progetti di pace che tengano conto della nuova realtà multipolare della geopolitica, ritengo che ancora una volta i cattolici italiani, dalla Camaldoli 2024, potranno offrire risposte coerenti alle “attese della povera gente” e a quel ceto medio i cui interessi e valori devono essere rappresentati in asse ed equilibrio con quelli delle classi popolari. Questo è il compito che, a mio parere, spetta a tutti noi eredi della cultura politica del popolarismo sturziano e della Democrazia cristiana, il partito che ha rappresentato per quasi cinquant’anni la maggioranza degli italiani.

Salute, la presa della pastiglia.

Recentemente ospite di TgCom24, il noto farmacologo, fondatore e già Direttore dell’Istituto Mario Negri, prof. Silvio Garattini ha fatto il punto sul settore sanitario e medicale, evidenziando la necessità di una vera e propria “rivoluzione culturale” nelle abitudini degli italiani, troppo spesso inclini ad applicare il nesso malattia-farmaco negli stili di vita più radicati e diffusi. Poche persone in Italia possono vantare un know how di così lunga esperienza e di competenza come il prof. Garattini. Per altro, il suo osservatorio è decisamente supportato da dati e analisi tecniche sempre aggiornate e approfondite che rendono conto in modo oggettivo e documentato dei comportamenti sociali prevalenti. “La medicina ha fatto grandi progressi ma è anche diventata un grande mercato. Molte malattie sono assolutamente evitabili, ci sono 3 milioni e 700 mila diabetici adulti e questa è una malattia evitabile, così come il 40% dei tumori lo è”, ha affermato Garattini, mettendo il dito sulla piaga della carenza di prevenzione mediante accertamenti strumentali ed evidenziando – di converso – come l’abuso farmacologico in itinere o a posteriori rispetto al corso di una malattia non sempre costituisce la soluzione più efficace in quanto c’è uno scostamento tra loro implementazione ed esiti risolutivi. La prevenzione è l’approccio più sensato ed efficace ed esso ingloba la scelta di stili di vita sani, centrati ad esempio sull’alimentazione e l’attività fisica.

Normalmente il paziente tende ad aumentare il consumo dei farmaci, immaginando un nesso quantità-soluzione: non sempre – o quasi mai – è così. “Ogni anno muoiono 180mila persone in Italia. C’è bisogno di una grande rivoluzione culturale che metta al centro la prevenzione e che richiede una volontà anche di tipo politico, in questo modo il servizio sanitario nazionale non spenderebbe più 3 miliardi e mezzo di farmaci all’anno, ma molti di meno che potrebbero servire a migliorare altre cose molto urgenti come le lunghe attese per le prestazioni e i servizi”.

Esiste anche, secondo il farmacologo-oncologo, un eccesso di prescrizioni di farmaci: “Molti anziani usano anche 15 farmaci contemporaneamente ma nessuno ha mai stabilito se 15 siano davvero meglio di 10. Quello che sappiamo è che ci sono molte interazioni tra i farmaci e alla fine possono esserci tanti effetti collaterali. Ancora più grave è la condizione delle donne che sono ‘condannate’ a usare farmaci che vengono testati su maschi adulti. I primi studi clinici vengono svolti solo sugli uomini nelle prime due fasi. Solo nella terza vengono inserite le donne ma non è sufficiente a stabilire se un farmaco sia più attivo su un uomo o una donna. Dovrebbero esserci due distinti protocolli perché sia i sintomi sia la frequenza che gli esiti della stessa malattia sono diversi tra uomo e donna ma questo ha costi maggiori. Condanniamo metà del mondo a non avere i farmaci adeguati e le donne, come sappiamo, sono più soggette a effetti collaterali”. Sono affermazioni impegnative che dovrebbero far riflettere i medici prescrittori dei farmaci e i loro pazienti, voraci consumatori di medicine all’insorgere di un primo sintomo. L’eccessiva medicalizzazione può determinare risultati opposti alle aspettative. Sono convinto che se l’Istat sul piano demografico, il Censis su quello delle derive sociali e l’Agenzia italiana del farmaco o lo stesso Istituto Superiore di Sanità, su quello strettamente medicale, avviassero una indagine che prevedesse il costante monitoraggio sull’uso e sull’abuso dei farmaci, avremmo risultati sorprendenti ma non positivi.

In tasca, nella ventiquattrore, in borsetta, nello zaino, in cartella quasi ognuno di noi porta con sé una quantità variabile e tendenzialmente implementabile di medicine, da quelle ad “effetto placebo”, ai generici farmaci antidolorifici, a pastiglie, gocce, pasticche ecc. come una sorta di scudo utile e rassicurante all’insorgere di un malessere. Altri non escono di casa se non hanno deglutito una manciata di pillole. Ci sono poi le vere e proprie degenerazioni: si pensi alla diffusione massiva e all’incremento verticale dell’uso degli psicofarmaci: ansiolitici, calmanti, antidepressivi, integratori che si ingurgitano a casa, per strada, al lavoro contando su un effetto sintomatico e stabilizzatore dell’umore e di controllo delle emozioni.

Purtroppo la frontiera più nefasta e dannosa, che sta diventando una deriva inarrestabile specie tra i giovani, è l’uso di pasticche ad effetto allucinogeno, con varianti sul tema: come sostitutivi delle droghe tradizionali, come micce che accendono lo sballo fino alle date rape drugs, chimica al 100%, la cosiddetta “droga dello stupro”, veri inibitori della volontà. Inghiottire una di queste sostanze dagli effetti incontrollabili e distruttivi della mente e delle facoltà del controllo di sé è questione di un attimo e purtroppo il mercimonio che se ne fa con prezzi concorrenziali lo rende accessibile anche ai giovani in tenera età. Ma qui il discorso si fa più ampio ed ingloba i comportamenti malavitosi e delinquenziali come fenomeni prodromici o collaterali alla diffusione e al commercio delle droghe e alle devianze vere e proprie.

Soffermandoci a considerare il consumo esponenzialmente crescente dei farmaci possiamo attribuirne le cause ai mutati ritmi sempre più intensi e stressanti della vita quotidiana: il nesso causa-effetto-cura che ne deriva non dovrebbe esser lasciato alla discrezionalità del consumatore ma essere sempre guidato ed autorizzato (anche in tema di posologia) dal servizio sanitario, in particolare dal medico di base con cui abbiamo un contatto più frequente di quello ospedaliero o specialistico. Insomma questa deriva del “tanto più, tanto meglio” che applichiamo alla cura di noi stessi produce danni e non sempre cura il male. Il consumo di psicofarmaci aumenta dal 2017 ad oggi con un trend superiore al 2% annuo. Secondo il Rapporto Osmed di Aifa il consumo si assesta sul 44.6% di dosi giornaliere ogni mille abitanti rispetto al 39% del 2014. Né ci può consolare che questo incremento interessi quasi tutta Europa: in 18 Paesi si è passati dalle 30,5 dosi giornaliere/1000 del 2000 alle 75,3/1000 del 2020. Il fenomeno è globale, direi pervasivo nei Paesi ad alto tasso di industrializzazione, che esprimono tutti i mali della globalizzazione, le caratteristiche della società dei consumi (annesse le loro crisi economico finanziarie), e tutto il coté negativo delle frizioni legate alla sostenibilità ambientale e climatica, ai ritmi di vita logoranti e iperconnessi.

Insomma, viviamo una stagione in cui siamo vincolati al consumo esponenziale di medicamenti chimici che assimiliamo per autoregolamentarci e nello stesso tempo siamo sovraesposti ai condizionamenti e agli algoritmi della tecnologica che esprime un’azione spesso logorante e costrittiva nella massiva digitalizzazione che sta radicalmente cambiando il nostro modo di vivere.

Credo che i due fenomeni – uno interno e l’altro esterno – vadano studiati insieme per affrontare cambiamenti che spesso non siamo in grado di governare da soli.

Per semplificare e concludere, il cervello all’ammasso lo possiamo portare con le droghe sintetiche o imbottendoci di mix micidiali di pastiglie oppure con l’affidamento totale alle dinamiche mostruose e devastanti dei social che portano all’imbarbarimento collettivo: in mezzo ci sta l’uomo e non dobbiamo permettere che rimanga stritolato in questa delirante alienazione della propria identità.

Wu Yishun diventa a Minbei il terzo vescovo della Cina

Foto di GuangWu YANG da Pixabay
Foto di GuangWu YANG da Pixabay

Questa mattina (ieri per chi legge, ndr) a Nanping nella chiesa dedicata alla Natività di Maria nel distretto di Jianyang, nella provincia del Fujian, si è svolta la terza delle tre ordinazioni episcopali ai sensi dell’Accordo tra la Santa Sede e Pechino per la nomina dei vescovi, che erano state annunciate per questi giorni. P. Pietro Wu Yishun, sacerdote di 59 anni, è stato ordinato vescovo della prefettura apostolica di Shaowu (Minbei), dove quello tra parentesi è il nome che nella geografia di Pechino sta a indicare la zona settentrionale del Fujian.

Questa terza cerimonia segue quelle tenutosi a Zhengzhou nell’Henan il 25 gennaio e a Weifang nello Shandong il 29 gennaio, dopo i più di due anni di blocco nel periodo a cavallo del secondo rinnovo dell’Accordo. La nuova ordinazione è particolarmente rilevante anche per la provincia interessata, quella del Fujian, che è una di quelle dove storicamente in Cina si concentra in maniera più significativa la presenza delle comunità cattoliche.

A presiedere l’ordinazione episcopale di oggi (ieri per chi legge, ndr) è stato il vescovo di Pechino mons. Giuseppe Li Shan, insieme agli altri vescovi del Fujian mons. Vincenzo Zhan Silu, vescovo di Mindong e mons. Giuseppe Cai Bingrui, vescovo di Xiamen e a mons. Francesco Saverio Jin Yangke, vescovo di Ningbo nella provincia di Zhejiang. A differenza di quanto accaduto qualche giorno con l’erezione della diocesi della nuova diocesi di Waifeng, nel comunicato in cui la Santa Sede ha dato notizia dell’ordinazione si dice che mons. Wu Yishun diventa vescovo di quella che resta una prefettura apostolica, associando solo la nuova denominazione di Minbei – data dalle autorità cinesi a questa Chiesa locale – a quello di Shaowu con cui fu istituita nel 1938 e affidata ai missionari Salvatoriani.

Va segnalato che questa circoscrizione ecclesiastica non aveva più avuto un vescovo da quando negli anni Cinquanta l’allora prefetto mons. Maximilian König fu costretto a lasciare la Cina come tutti gli altri missionari (sarebbe poi morto in esilio nel 1964). E p. Wu Yishun, originario della diocesi di Xiamen, è il sacerdote a cui già dal 1999 gli organismi ecclesiali “ufficiali” controllati dal Partito avevano affidato la responsabilità di quella che per loro è la “diocesi di Minbei”. Secondo quanto riferisce il sito chinacathiolic.cn l’elezione a vescovo sarebbe avvenuta il 18 gennaio 2022. La Santa Sede data invece l’approvazione della nomina da parte di papa Francesco al 16 dicembre 2023.

Vertice Italia-Africa, prove di nuovo multilateralismo.

Probabilmente il modo in cui il recente vertice Italia – Africa, svoltosi nell’aula del Senato, è stato trattato nel dibattito politico interno, non aiuta a valutare il senso e gli scopi di una iniziativa politica internazionale, dietro la quale vi sono invece anni di concorde lavoro (iniziato prima del governo Meloni) delle istituzioni in uno sforzo diplomatico che proietta l’Italia in prima linea nella ricerca di quel nuovo equilibrio globale la cui necessità è dimostrata anche dalla perdurante mancanza di soluzione dei conflitti in corso. Un percorso che va al di là dei pur pressanti problemi contingenti, come il governo dei flussi migratori, o la gestione dell’instabilità seguita al collasso della statualità della Libia, e alle cosiddette “primavere arabe”, sulla sponda Sud del Mediterraneo. E che intende fare da apripista, innanzitutto per l’Unione Europea, a un nuovo modello di relazioni internazionali per il quale al nostro Paese viene riconosciuta in genere dagli interlocutori africani una credibilità che altri stati non hanno. E questo grazie anche alla traccia indelebile lasciata dall’Italia di Enrico Mattei.

Le effettive risorse messe in campo per le relazioni italo-africane sono certo un aspetto rilevante, e per ora critico, che rivela anche la necessità di un impegno più ampio dell’Unione Europea. Ma la cooperazione si nutre innanzitutto di un metodo, che è quello del Piano Mattei, proposto dal governo italiano, su basi di equità e di paritarietà attorno a cinque direttrici costituite da istruzione, salute, agricoltura, acqua e energia, con accordi che coinvolgono gli apparati amministrativi, le aziende, le istituzioni del sapere. La logica è quella del reciproco vantaggio e della concretezza che si traduce nel fare ciò di cui c’è effettivamente bisogno nelle assai diverse situazioni di stabilità e di sviluppo che convivono nella vastità del continente africano, riconoscendo a ogni contesto la facoltà di trovare una propria via, unica, nel perseguimento di traguardi condivisi che incarnano valori universalmente riconosciuti, dei quali nessuno può vantare la primogenitura, e senza voler calare ricette precostituite in modo univoco. Un modo di procedere che assomiglia molto al modo in cui sta crescendo la cooperazione tra i Paesi al di fuori dell’Occidente, e nel quale l’Italia si inserisce con le capacità di cui dispone.

Ma il valore forse maggiore di questa iniziativa diplomatica di cui il vertice italo-africano è insieme il coronamento e il punto di partenza, consiste probabilmente nella presa di coscienza che le relazioni amichevoli e reciprocamente proficue italo-euro – africane risultano possibili solo accettando, anziché subendolo, lo schema del multi-allineamento adottato da molti Paesi in Africa come nel resto del Sud Globale. Ciò che a questi Paesi interessa, è raggiungere gli obiettivi di sviluppo che si sono dati, collaborando senza pregiudizi con chiunque sia ritenuto un partner utile allo scopo. Un caso emblematico è quello dell’Egitto, Paese partner della Nato e nel contempo divenuto membro del Coordinamento BRICS. Anche il coinvolgimento di altri due Paesi BRICS, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, come Paesi donatori nel supporto finanziario agli obiettivi del Piano Mattei, sembra andare in questa direzione.

I suddetti cinque punti del Piano Mattei risulteranno realizzabili solo se, come già si sta facendo in campo energetico, si contempla la possibilità anche di lavorare a contatto con uno o più fra gli altri soggetti che sono in diversi campi partner dei Paesi africani, come la Cina, la Russia, l’India, la Turchia, il Brasile, insieme naturalmente agli Stati Uniti. In questa prospettiva, l’impegno per un salto di qualità nelle relazioni con l’Africa può rivelarsi assai prezioso intanto per cambiare la narrativa su questo continente, come ha affermato il presidente del Kenya, William Ruto, al vertice romano: “la narrativa sull’Africa era quella del conflitto, della malattia, della guerra. Ora sta cambiando. È opportunità, investimento, mercato e soluzioni”.

E poi anche per fare di questo nuovo modello di cooperazione con l’Africa un banco di prova per un nuovo sistema di relazioni internazionali improntate a un multilateralismo condiviso, basato sui valori e sui principi della Carta delle Nazioni Unite, unica via praticabile per fermare l’estensione dei conflitti e trovare soluzione a quelli in corso.

Conservatorismo e progressismo, rischio guazzabuglio?

Diceva François-René de Chateaubriand, scrittore e politico francese: «Io non credo nella società europea. Fra cinquant’anni non ci sarà più un solo sovrano legittimo, dalla Russia alla Sicilia, non prevedo che dispotismi militari. E tra cent’anni…può darsi che noi stiamo vivendo non solo nella decrepitezza dell’Europa, ma in quella del mondo». 

L’esperienza del mondo lo aveva reso un disincantato. Commentava spietatamente rispetto ai fatti non così dissimili da oggi: «Nella società democratica, basta che voi sproloquiate sulla libertà, la marcia del genere umano e l’avvenire delle cose, aggiungendo ai vostri discorsi qualche croce d’onore, e sarete sicuri del vostro posto; nella società aristocratica, giocate al whist, spacciate con aria grave e profonda luoghi comuni e frasi eleganti preparate prima, e la forma del vostro genio è assicurata».

Siamo in vista delle elezioni europee ed incominciano a scaldarsi i muscoli contro le parti politiche avverse. Per l’elettore non sarà così facile orientarsi. 

A prima vista i blocchi ideologici di più immediato riferimento sono i conservatori e i progressisti. Di mezzo e di lato altre formazioni con una varietà di nomi più o meno attrattivi e giustificati.

Eppure a ragionarci un attimo sopra le cose sono appena più complicate. Senza fare un ripasso di storia, il conservatorismo, come è noto, nasce in opposizione alla rivoluzione francese, opponendosi ai progetti utopistici di società perfette, difendendo il diritto di libertà individuale e del mercato, intransigente in tema di ordine sociale e legalità. Infine, come tratto distintivo, aveva a cuore i temi della tradizione, della famiglia e della proprietà privata. Tutto ciò senza però degradare nel reazionarismo che contrastava invece ogni forma di innovazione rispetto allo status quo.

Per la cronaca il fondatore del conservatorismo inglese fu Edmund Burke, che singolarmente era un Whig, cioè un liberale. Burke propugnò un conservatorismo meno integralista di quello di Chateubriand sostenendo, ad esempio, la rivoluzione americana e disconoscendo al contrario quella francese. 

Da quelle primordiali esperienze nacquero, negli Stati Uniti e nel Regno Unito, una serie di posizioni politiche ricche di distinguo e di commistioni di idee tra il fronte conservatore e quello di matrice democratica.  

Per farla breve, il XIX secolo vide i conservatori riluttanti ai temi sociali ma propensi al libero mercato; ciò in opposizione ai liberali che erano maggiormente progressisti sui temi sociali e protezionisti. Per dire della evoluzione di quella esperienza, durante il XX secolo i conservatori allentarono il loro ostracismo sui temi sociali, orientandosi verso un maggior protezionismo.

Nel tempo contiamo una serie di declinazioni del conservatorismo che lasciano riflettere.

È possibile grossolanamente rammentare i conservatori più aperti ai temi sociali (chiamati “compassionevoli”), quindi il conservatorismo liberale (alla “sinistra” del panorama conservatore) e a seguire il conservatorismo libertario, tipicamente presente negli Stati Uniti e nel Regno Unito, che rivendica posizioni libertarie in economia e generalmente conservatrici sui temi etici.

L’elenco non è finito. Ancora è possibile chiamare all’appello il conservatorismo nazionale, a “destra” del movimento conservatore, ribattezzato negli Stati Uniti come “paleo-conservatorismo”. Vanno citati anche il neo-conservatorismo statunitense, il conservatorismo uninazionale propriamente britannico, il teo-conservatorismo, il conservatorismo verde, il conservatorismo fiscale, culturale, tradizionalista, sociale e chi più ne ha più ne metta.

Quanto al progressismo, trova invece iniziale originaria ispirazione dal positivismo, dall’illuminismo, dall’evoluzionismo e da una lettura razionale della realtà.    Fa scuola la puntuale definizione di Tullio De Mauro: «Un partito progressista sostiene la possibilità del progresso e dell’evoluzione della società, ed è fautore di riforme che facilitino tale processo, in ambito politico-istituzionale, sociale, economico e civile».

“Progressus” significa fare un “passo avanti”, procedendo in modo coerente ai propri ideali. Sta di fatto che la corrente di pensiero progressista a sua volta si è dispersa i numerosi rivoli. Ne sono testimonianza il socialismo liberale, il riformismo, il liberalismo sociale, il socialismo democratico, la “terza via” e avanti fino all’inverosimile.

Nel corso della storia ogni schieramento ha attinto a questo o a quel tema del fronte opposto strizzando l’occhio alle categorie che ne potessero essere coinvolte innanzitutto elettoralmente.

C’è da credere che in vista delle elezioni europee ci sarà un fiorire di “aggettivi” che scorteranno il sostantivo di ogni “partito”, così che ciascuno sia tutto e il contrario di tutto. Al meglio avremo dichiarazioni identitarie del tipo “siamo questo…ma siamo anche quest’altro”, in modo da raccattare il consenso il più possibile alla faccia di ogni eventuale incompatibilità. L’uso acconcio degli aggettivi salverà il matrimonio tra capra e cavoli.

Si sente aria di annunci da vecchie serate di sabato sera in televisione, con lo strillo del presentatore che lanciava enfaticamente la sigla della trasmissione.

Sentiremmo di fare solo una raccomandazione di stile e di sostanza. Si va in Europa per stare. I leaders di partito, che si candidano in più circoscrizioni per “tirare” voti in virtù della loro immagine, lasciando poi il posto ad altri, non sono un bello spettacolo. Tra i tanti “ismi” finali di ogni posizione politica, risparmiateci l’isterismo insano di una competizione elettorale ai danni di una politica già da tempo in pessima salute.

Siate compassionevoli.