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Il mercato non può tutto, lo Stato non è solo assistenza. Giuliano Amato fa il punto sulla rinascita della mano pubblica.

 

 

Mercoledì 13 aprile alle ore 17.30 si terrà nella sede dellIstituto della Enciclopedia Italiana la presentazione del volume Bentornato Stato, ma di Giuliano Amato. Intervengono con lautore Emanuele Felice, Sabino Cassese. Modera Sarah Varetto.

 

 

(Redazione)

 

Il Presidente della Corte costituzionale manda in libreria (Il Mulino editore) un saggio, breve ma denso, che riapre una questione da sempre al centro del dibattito politico. Sembrava scomparso dai radar, invece lo Stato ritorna a far parlare di sé. In modo nuovo.

 

«…immune dai suoi vecchi vizi e lontano, in ogni circostanza, dall’hybris dell’accentramento autoritario». Non ci interessa dimostrare l’essenzialità dello Stato o del mercato, ma capire come possano interagire per costruire il nostro futuro. «Se fotografo i rapporti che oggi vedo fra lo Stato e l’economia e li confronto con quelli che ho vissuto e che ho contribuito a creare, la differenza che noto è grandissima».

 

Uno dei protagonisti della storia politica e istituzionale italiana riflette su come oggi – in un mondo indebolito dalle crisi e sollecitato da grandi trasformazioni – sia illusorio pensare che il mercato possa da solo trovare soluzioni. Ma mentre in passato il ritorno allo Stato ha significato debito pubblico, inefficienza e corruzione, oggi lo Stato torna protagonista come investitore nelle imprese della crescita di domani e come Stato «provvidenza», capace di interventi che mai avevamo visto prima.

 

Che cosa ha provocato un mutamento così profondo? È possibile oggi uno Stato promotore, dove l’utilità dell’intervento pubblico possa resistere alle patologie e alle storture che aprirono la strada al neoliberismo?

 

(Il testo è la sinossi del volume curata dall’editore)

La Dc e chi la voterebbe ancora.

 

Archiviata la Dc comefatto storico” e  prodotto politico” che non può che essere storicizzato, è evidente che resta aperto il dibattito su chi, oggi, rappresenta ancora quella fetta di elettorato che si è riconosciuto e che ha ancora votato quel partito. Ora, chi è in grado di farsi carico nella società contemporanea di una domanda di stabilità, di buon governo e di capacità di tenuta democratica e costituzionale, come seppe fare la Dc?

 

 

Giorgio Merlo

 

In una interessante inchiesta condotta dall’Ipsos su cosa votano oggi i cittadini che nel 1992 scelsero la Democrazia Cristiana – ultima volta in cui lo scudo crociato si presentò alle elezioni – emergono elementi alquanto curiosi. Secondo questo studio sarebbero oltre 5 milioni i cittadini/ elettori che votarono Dc nel ‘92 e che oggi scelgono prevalentemente 2 partiti, Fratelli d’Italia e il Pd su tutti e che poi si plasmano in minor misura su quasi tutti gli altri partiti. Insomma, un voto che riflette un pluralismo che ormai è un dato fortemente acquisito nella politica italiana. E, soprattutto, un voto che conferma – per chi non l’avesse ancora capito – che nella Democrazia Cristiana convivevano anime culturali diverse e sensibilità sociali diverse accomunate, però, dalla capacità dei gruppi dirigenti del tempo di creare una sintesi politica efficace e fortemente unitiva.

 

Ora, archiviata la Democrazia Cristiana perchè, appunto, è stato un “fatto storico” e un “prodotto politico” che non può che essere storicizzato, è abbastanza evidente che resta aperto il dibattito su chi, oggi, rappresenta ancora quella fetta di elettorato che si è riconosciuto e che ha ancora votato la Dc da un lato e chi, invece, è concretamente in grado di saper farsi carico nella società contemporanea – seppur difficile e complessa – di quella domanda di stabilità, di buon governo e di capacità di tenuta democratica e costituzionale. Un elemento, questo, che resta tuttora sul tappeto. Oltre allo storica domanda se è opportuna riproporre, seppur in forma diversa rispetto al passato, una esperienza politica simile a quella vissuta nel nostro paese per quasi 50 anni o se, al contrario, è auspicabile proseguire quella cultura e quel modo d’essere in politica in più partiti e in più formazioni politiche.

 

Ma, al di là di questa domanda a cui ormai il tempo ha dato una risposta compiuta, l’unico elemento che merita di essere ripreso – e che la stessa ricerca dell’Ipsos ripropone in tutta la sua attualità – è che il ruolo, il progetto politico e la stessa “mission” che ha caratterizzato la Dc per molti anni non possono non essere declinati anche oggi nella cittadella politica italiana. Perchè, oltre ai valori di riferimento e alla proposta politica concreta declinata nel tempo, è di tutta evidenza che il modo d’essere della Dc giocato per molti anni nella politica italiana non può essere banalmente e qualunquisticamente archiviato. Solo un partito populista e un movimento anti politico e demagogico come i 5 stelle poteva prescindere e ridicolizzare una esperienza che ha rappresentato per molti anni un architrave del sistema democratico. E, semmai, quello che interpella ancora oggi tutti coloro che hanno ritenuto, e che ritengono, che la Dc è stato un partito importante e decisivo a garanzia della democrazia e dello sviluppo del nostro paese, è che a prescindere dall’attuale partito di appartenenza, non ci si può voltare dall’altra parte quando si tratta di inverare quei valori e quel progetto politico che non sono tramontati solo perchè quel partito ha cessato di candidarsi alle elezioni.

 

E proprio la ricerca dell’Ipsos conferma quell’assunto. Ovvero, la storia e l’esperienza della Democrazia Cristiana continuano ad essere attuali ed importanti. E quella politica e quel modo d’essere nella politica chiedono ancora di essere rappresentati e di essere interpretati nella società contemporanea. Piaccia o non piaccia ai populisti e ai sovranisti di turno.

Se il grido di pace del Papa rimane inascoltato.

 Prospettive ed eventuali spiragli riguardo alla crisi russo-ucraina. Il ruolo della diplomazia italiana. L’autore esprime qui una sua tesi, non collimante con la posizione del gruppo redazionale, che muove dalla critica alla scarsa iniziativa del governo italiano in ordine alla ricerca della pace.

 

 

Marco Giuliani

 

Era successo pochissime volte che l’invocazione di un pontefice a favore di un compromesso mirato a incentivare la pace rimanesse politicamente inascoltata, o che divenisse persino oggetto di attacchi indiscriminati. La nutrita parte di media apertamente schierati, o svuotati di qualsiasi proposta atta a contribuire a una mediazione intesa a frenare la crisi russo-ucraina, ha portato, con la complice inconsistenza di una sana diplomazia di intermediazione, anche a questa detestabile eccezione.

 

Si sta parlando dell’attualità, che è strettamente legata agli avvenimenti più gravi relativi al XX secolo. Ricordiamo, a rigor di logica e per dovere di informazione, il peso che rivestì il ruolo di Benedetto XV negli anni della Grande Guerra (osteggiato, ma immolatosi a riferimento centrale e aperto al dibattito dei paesi belligeranti) e ancor più la posizione assunta da Giovanni XXIII nel 1962, quando la crisi di Cuba, che sembrò portare verso la catastrofe, condusse la Chiesa di Roma a trasformarsi in un importantissimo argine di pace a cui prestarono attenzione sia John Kennedy che Nikita Kruscev (il primo cattolico, il secondo nativo dell’Oblast’ di Kursk, confine russo-ucraino). La condizione di guerra che interessa i confini dell’Europa orientale ormai da un mese e mezzo sta provocando, oltre a dolore e distruzione, anche la progressiva decadenza dei valori fondanti sui quali poggia la nostra società: la convivenza, il compromesso e la libertà di pensiero. Papa Francesco, dal punto di vista etico, ne esce sicuramente rafforzato, ma allo stesso tempo viene defraudato della sua autonoma quanto naturale funzione diplomatica da una propaganda sempre più becera che tenta di distrarre l’attenzione da una serie di interessi senza scrupoli. Il suo secco «no ai bombardamenti e al traffico di armi» è riuscito nell’impresa non solo di scatenare l’ironia – per certi versi miseramente dispregiativa – di alcuni scrivani nostrani benpensanti e privi al contempo di idee che possano contribuire alla messa in atto del processo di pace, ma anche di suscitare l’indifferenza della nostra diplomazia.

 

Il grido di Francesco è stato, per alcuni versi, addirittura straziante poiché lucidamente e preventivamente consapevole di non essere ascoltato. Tuttavia, doveva almeno tentare. Così, se da un lato si avverte il disperato bisogno di trovare una soluzione concordata che fermi l’escalation, dall’altro traspare invece la grave carenza di iniziative (o impegno) che riescano a dare una svolta decisiva per il buon fine dei negoziati (premesso che questi siano iniziati). La Farnesina a trazione 5 Stelle appare avulsa da qualsiasi iniziativa unilaterale o viepiù concertata, ancorché priva di un’anima moderatrice; si tratta di quell’anima che contraddistinse la nostra diplomazia dopo il 1945, la quale, pur in un clima di guerra fredda, contribuì progressivamente al disgelo tra i due blocchi con politiche ponderate o comunque produttive, se non altro a livello intercontinentale. Cosa ne facciamo del prezioso lascito dei nostri Padri costituenti? Non c’è stata l’arte di intervenire prima del fatidico casus belli e non c’è stato, da parte della UE, un intervento lungimirante e compromissorio che avrebbe potuto evitare il peggio. Era così complicato far sedere a un tavolo le parti interessate? Eppure, le avvisaglie c’erano da anni.

 

Tra le migliaia di commenti che stanno caratterizzando il dibattito nella rete in questo tristissimo momento della nostra storia, alcuni giorni fa abbiamo letto anche l’affermazione «aridatece Andreotti!», con particolare riferimento alla stagnazione in politica estera della attuale classe dirigente italiana. Tenendo lo sguardo rivolto al passato, la risposta è No; purtroppo oggi non c’è più un De Gasperi ad interim, un Nenni agli Esteri o un Benedetto Croce senza portafoglio che espone il suo brillante pensiero. Non c’è la voce dello statista purosangue. Occorre farsene una ragione, ma ci domandiamo: perché dovremmo rassegnarci?

 

Ora come ora, non tutta l’opinione pubblica italiana riesce a girarsi dall’altra parte. Sicché, cresce il dissenso (anche questo, tra l’altro, strategicamente ridimensionato dalla nostra informazione allineata), che non è un dissenso partigiano, bensì un dissenso social-popolare il quale non accetta che l’Italia spenda, da qui in poi, 38 miliardi di € annui (circa 104 milioni al giorno) per il riarmo, equivalenti al famigerato 2% del Pil. Ma soprattutto, non accetta il senso di passiva estraneità – se non in termini di embargo verso la Russia – di fronte a una catastrofe che diventerà non più arginabile se non col dialogo, per quanto difficile, da avviare seduta stante.

Genitori e figli minori: la Cassazione smonta la sindrome da alienazione parentale.

Il procedimento vedeva una madre ricorrere avverso i due primi gradi di giudizio in base ai quali il figlio era stato affidato in via esclusiva al padre. La Sentenza della Cassazione costituisce un atto di giurisprudenza che fa testo per successive cause analoghe. La Suprema Corte ha stabilito che un figlio ha diritto di avere rapporti affettivi e di frequentazione con il padre e con la madre, fatte salve accertate e conclamate situazioni di grave pregiudizio.


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A ben vedere, negli effetti della causa de quo  su cui si è pronunciata e nella gestione dei futuri casi di minori contesi da genitori conflittuali, che si risolvono inizialmente di norma con una serie di regolamentazioni e limitazioni che vanno dal provvedimento attenuativo a quello ablativo della responsabilità genitoriale con affido esclusivo ad uno dei due, si può a ragione affermare che la Cassazione ha sancito in via definitiva un principio che farà giurisprudenza.

La cornice delle dinamiche affettive e relazionali è – come detto- quella caratterizzata da un alto tasso di conflittualità genitoriale che si riverbera nell’affido non congiunto del figlio conteso, assai spesso stritolato nella morsa del dissidio tra padre e madre di cui subisce gravi danni sul piano emotivo, psicologico e di qualità della vita, delle decisioni e delle scelte che lo riguardano negli aspetti anche quotidiani (con chi stare, se e quando incontrare il genitore non affidatario, il mantenimento economico, l’istruzione, l’alimentazione, le cure sanitarie, gli stili di vita, le frequentazioni extra-parentali e amicali, le vacanze ecc.).

La fattispecie che ha originato la decisione della Suprema Corte (che si pronunzia com’è noto sul piano della legittimità e non sul merito) riguarda il ricorso di una madre allontanata dalla vita del figlio in quanto non ritenuta idonea sotto il profilo caratteriologico e comportamentale, essendo stata valutata da due CTU personologiche (‘consulenze tecniche’ richieste dal giudice di primo o secondo grado) affetta da “sindrome della madre malevola”, assimilabile di fatto alla cd. ‘sindrome da alienazione parentale’ (PAS). Va tuttavia precisato – e qui sta l’ubi consistam della pronuncia della Cassazione  – che anche la stessa valutazione di merito viene riconsiderata se in precedenza i giudici non hanno seguito i criteri previsti nel procedimento, prima di assumere una decisione.  Nell’ordinanza 17 /05/2021 n. 13217 ora depositata, la Suprema Corte di Cassazione – 1° sezione civile-  stabilisce che “il richiamo alla sindrome d’alienazione parentale e ad ogni suo, più o meno evidente, anche inconsapevole, corollario, non può dirsi legittimo, costituendo il fondamento pseudoscientifico di provvedimenti gravemente incisivi sulla vita dei minori, in ordine alla decadenza dalla responsabilità genitoriale della madre”.

Nel suo ricorso la madre in causa respinge le censure a suo carico e contesta il giudizio di 1° e 2° grado, la Cassazione accoglie il ricorso e cancella le due sentenze precedenti in quanto ritiene non sufficiente la diagnosi di una patologia,  a cui non può essere attribuito un valore scientifico incontrovertibile: i giudici che avevano applicato alla lettera le CTU, anziché recepirne acriticamente  le conclusioni,  erano infatti tenuti ad accertare la veridicità e fondatezza dei comportamenti materni verso il figlio minore essendo la valutazione negativa dei periti necessitante di un riscontro con mezzi di prova, oltre all’ascolto eventualmente protetto del minore stesso, come partecipazione alla fase istruttoria in cui può esprimere – in ragione dell’età- la propria opinione sulle scelte di vita che lo riguardano, senza i quali la patologia diagnosticata in capo alla madre rimane su un piano diagnostico astratto e non provato.

La Cassazione afferma peraltro che le sentenze impugnate appaiono “l’espressione di una inammissibile valutazione di ‘tatertyp’, ovvero configurano a carico della ricorrente , nei rapporti con il figlio minore, una sorta di ‘colpa d’autore’ connessa alla postulata sindrome” refertata con le due CTU. È come se la Suprema Corte stigmatizzasse un giudizio basato su una sorta di peccato originale piuttosto che su circostanze provate e riscontrate. L’affidamento esclusivo postula accertamenti investigativi di competenza del Tribunale volti ad acquisire prove in via incontrovertibile circa la condizione di inadeguatezza, incapacità, carenza irrecuperabile del genitore estromesso dalla responsabilità genitoriale, in considerazione della delicatezza che una decisione di tale portata ha sulla vita, sulla crescita e sull’equilibrio interiore affettivo e relazionale del minore. Inoltre non basta una asserita diagnosi di incapacità genitoriale, occorre accertarne la irreversibilità, ad esempio attraverso un percorso di mediazione familiare che il giudice in primo e secondo grado può peraltro solo suggerire ma non imporre in quanto viene rimandato ad un auspicabile accordo tra le parti.

La sentenza ribadisce alcuni punti che faranno testo per analoghi futuri procedimenti: la CTU peritale non deve essere assunta acriticamente ma vagliata e commisurata con altre prove raccolte in fase istruttoria. Inoltre essendo l’affido esclusivo un provvedimento che estromette e limita fortemente l’altro genitore a cui può essere revocata la responsabilità genitoriale, va assunto con ponderata cognizione di tutte le circostanze di specie: assumono rilievo il metodo dell’ascolto delle parti e del minore e le relazioni dei servizi sociali incaricati di acquisire tutte le informazioni utili affinchè il giudice in camera di consiglio possa decidere.

Viene riaffermato il principio del “superiore interesse del minore” che si concretizza nel diritto a mantenere rapporti bi-genitoriali — come raccomandato dalla Corte di Strasburgo — ove la loro limitazione o esclusione non si renda necessaria a motivo di situazioni di tangibile, concreto, documentato pregiudizio per il minore stesso. Significativa la considerazione della fase di crescita del minore rispetto alla quale l’assunzione di un iniziale provvedimento di affido esclusivo dovrebbe essere monitorata e valutata alla luce dell’evoluzione dei rapporti nel contesto parentale, anche allargato, lasciando spazio all’uso della mediazione familiare come strumento di recupero i termini di consapevolezza di quale sia in fieri l’effettivo “superiore e supremo” interesse del minore.

L’esperienza di ascolto maturata riguardo a contesti familiari fortemente conflittuali, specie in coppie di genitori non coniugati, ai sensi di quanto previsto dall’art. 317/bis del c.c. orienta a perseguire – con doverosa  disponibilità — alla stesura di un accordo di regolamentazione di tutti gli aspetti di vita e dei crescita di un figlio conteso nell’ambito di un affido condiviso in quanto responsabilizza entrambi i genitori a fare un passo di lato, rinunciando a pretese univoche, verso un pacato, metodico e monitorato confronto.

Assegnare un periodo di prova rivedibile per verificare l’impianto dell’accordo e la sua emendabilità è un’ottima via per stemperare gli attriti. Molto dipende dalla disponibilità reciproca di entrambi i genitori, che devono porre il benessere e la serenità del figlio ben al di sopra dei propri punti di vista: non sempre è possibile e questo, come vedremo in considerazioni successive, può costituire un irrigidimento e un forte pregiudizio di fronte al quale il giudice è sovente costretto ad assumere provvedimenti limitativi.

Tuttavia la sentenza della Cassazione fa testo e sembra indirizzare verso un incipit meno conflittuale del procedimento, a cui i genitori non devono giungere con posizioni precostituite e precluse alla mediazione. La sentenza stessa – nella fattispecie del caso considerato riguardava una madre estromessa dai rapporti con il figlio – sul piano della sua applicazione come fonte giurisprudenziale futura vale per entrambi i genitori. Questo significa che il principio sancito si applica all’uno o all’altro genitore ricorrente. E riconosce implicitamente il fondamentale e superiore diritto di un figlio di avere rapporti affettivi e di frequentazione con entrambe le figure genitoriali, fatte salve ovviamente situazioni di accertato, conclamato ed evidente pregiudizio per la sua vita.

La doppia vita di don Camillo. Compie settant’anni il film con Gino Cervi e Fernandel.

La trasposizione cinematografica del romanzo di Guareschi non fu semplice perché ne andava dell’identità del popolo italiano da ricostruire nel decennio dopo la guerra. Frank Capra, grande estimatore del libro, avrebbe voluto dirigere un suo film con Spencer Tracy nei panni di don Camillo. Ma dovette rinunciare per il sovrapporsi di impegni con la Paramount

 Marco Sampognaro

Un film che scontentò tutti, un film che conquistò tutti. Compie settant’anni il Don Camillo cinematografico di Julien Duvivier, quello con Fernandel nella parte del pretone della Bassa e Gino Cervi nelle vesti del sindaco comunista Peppone. La prima proiezione si svolse il 15 marzo 1952 e la ricorrenza diventa occasione per ripercorrere un pezzo di storia della cultura italiana che torna a colorarsi di sanguinosa e inaspettata attualità, con il riapparire di blocchi contrapposti, di armi e carri armati, di speranze di pace.

«La trasposizione cinematografica di Don Camillo non fu affatto semplice né lineare: ne andava dell’identità del popolo italiano da ricostruire nel decennio dopo la guerra», spiega Raffaele Chiarulli, assegnista di ricerca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Chiarulli ha dedicato al primo film di Don Camillo uno studio approfondito, in corso di pubblicazione per Interlinea in un volume curato da Ermanno Paccagnini e Daniela Tonolini. «I racconti di Guareschi furono pubblicati a partire dalla fine del 1946 e, visto il successo travolgente, ancor prima di essere raccolti in un libro si iniziò a pensare di trarne un film. A occuparsi dell’adattamento furono Angelo Rizzoli, editore di Guareschi, e Peppino Amato. La sceneggiatura ebbe varie stesure e il tutto prese una forma compiuta quando si firmò un accordo di produzione italo-francese e gli autori effettivi del film furono lo scrittore René Barjavel e il regista Julien Duvivier». I problemi, però, erano appena iniziati.

Infatti, «mentre per i produttori era ovvio che il film dovesse essere un prodotto commerciale che piacesse al più largo pubblico possibile (“tanto a De Gasperi quanto a Togliatti,” per usare le parole di Peppino Amato), per tutti gli altri attori in gioco — il Partito Comunista Italiano, la Democrazia Cristiana, la Chiesa italiana, l’autore — si trattava di uno strumento che dovesse servire una causa in particolare». Ognuno si sentì in dovere — e anche in diritto, in base ai contratti — di dire la sua su come il film dovesse essere. «La forma definitiva, soprattutto per quello che riguarda la storia, il plot, si deve a un lungo lavoro di negoziazione tra sceneggiatore, regista, produttori, Guareschi stesso, censura governativa e assistente ecclesiastico, una figura che doveva assicurarsi che il film potesse essere proiettato nelle sale parrocchiali. Rizzoli e Amato ascoltarono tutti e si mossero con lucidità e lungimiranza, difendendo le ragioni del film non per se stesse, ma per realizzare un prodotto che avesse un autentico respiro universale, al pari dei film del cinema americano classico».

Nello studio di Chiarulli emergono dettagli gustosi. «Praticamente ogni scena del film venne girata due volte, in italiano e in francese, per le differenze di mercato ma anche di censura. Dalla versione italiana sparisce un dialogo tra don Camillo e la statua della Madonna, che per la Chiesa italiana dei primi anni Cinquanta sembrava inopportuno. Compare invece uno scambio di battute tra due personaggi (La Gina e Mariolino) che. nel mezzo di un drammatico sciopero dei braccianti agricoli, stempera la tensione, agognando un mondo migliore privo di conflitti alla portata degli uomini di buona volontà. Sicuramente una aggiunta in linea con i desiderata democristiani del periodo, che nel frattempo avevano messo un freno al pessimismo dei film neorealisti, per voce del sottosegretario con delega allo spettacolo Giulio Andreotti».

E Guareschi? «Si sentì sempre tradito da questo adattamento. Espresse le sue perplessità per ognuna delle modifiche apportate al contenuto dei racconti e non digerì mai il fatto che i produttori finsero di ascoltarlo ma poi fecero sempre di testa loro. I produttori difesero con le unghie e con i denti il bene del film in quanto tale, per confezionare un prodotto che potesse avere successo dappertutto. I fatti, cioè gli incassi internazionali e soprattutto la longevità del film, a distanza di settant’anni dà loro ragione. L’unica cosa su cui Guareschi cambiò idea fu la scelta degli attori. Fernandel era diversissimo fisionomicamente dal personaggio letterario ma lo scrittore ci si abituò, fino a dire che non avrebbe più potuto immaginare don Camillo senza la faccia dell’attore francese».

Ma c’è anche una storia parallela, un film mai realizzato. Un grande estimatore di Don Camillo fu Frank Capra, e nell’archivio Guareschi di Roncole Verdi sono conservate due lettere del grande cineasta italoamericano. «Questo libro — scrive nella prima — contiene un tale umorismo, un tale messaggio di calda umanità e di speranza per un mondo turbato, che deve essere trasformato in film e donato al mondo; e io sarei molto onorato di essere il regista di quel film». Il sogno dura poco: nella seconda lettera il cineasta è costretto con dispiacere a declinare l’invito, per il sovrapporsi di impegni già presi con la casa cinematografica Paramount. «L’adattamento dai racconti di Guareschi diretto da Frank Capra, con Spencer Tracy nel ruolo di don Camillo, restò uno dei tanti film pensati ma mai fatti che costellano la storia di Hollywood», chiosa Chiarulli. Alla domanda se, infine, «è meglio il libro o è meglio il film», Chiarulli risponde con un’immagine sintetica, e poetica, coniata dal biografo di Guareschi Guido Conti: «Lo scrittore coglie una verità dalla terra, scrive racconti, il cinema lo porta sullo schermo influenzando il pubblico, e quella verità ritorna alla terra ancora più rafforzata nell’immaginario e nella sua autenticità». E può essere riscoperta oggi.

Il whatever it takes di Draghi per la pace.

 

La posizione prudente e articolata di Draghi, espressa ieri in conferenza stampa, risulta la più efficace a sostenere la causa della pace e nel contempo ad attutire le conseguenze della guerra sullEuropa. Dal premier una lezione di stile a nomenclature di partiti che paiono tenere più alla visibilità che alla loro credibilità.

Giuseppe Davicino

 

Le dichiarazioni rese ieri dal presidente del consiglio Mario Draghi sui temi caldi del momento, primo fra tutti quello dell’energia in rapporto alla guerra in corso in Ucraina, forniscono, a mio modo di vedere, un’ulteriore conferma della profonda diversità che esiste fra un approccio responsabile, concreto, non ideologico (che a noi piace definire “di centro”) ai problemi di inaudita complessità che abbiamo di fronte, e un approccio per partito preso, accomodante, politicamente pigro assunto da praticamente tutti i partiti di maggioranza oltreché da quello di opposizione.

 

Draghi ha mostrato profonda consapevolezza dei rischi che corre il Paese, sgombrando il campo dai timori circa un possibile immediato embargo al gas russo e cercando ogni spiraglio buono per differire decisioni che metterebbero in seria difficoltà l’economia italiana, compreso quello di un ulteriore approfondimento a livello europeo in cerca di una necessaria unanimità sulla questione decisiva, soprattutto per noi europei, in particolare per la Germania e per l’Italia, delle forniture energetiche dalla Russia, senza per questo trascurare ogni iniziativa utile al cessate il fuoco e alla pace in Ucraina, anzi dandole maggior forza e autorevolezza.

 

 

L’articolata e profondamente equilibrata posizione del premier, sembra stridere, purtroppo, con l’avventatezza, la leggerezza baldanzosa di leaders di partito che inneggiano con tono trionfante a misure dettate dalla propaganda, dall’emotività per le immagini degli orrori senza fine che ci riserva la guerra, senza una adeguata riflessione sulle conseguenze per famiglie e imprese, di decisioni affrettate o inappropriate. Non si devono mai dare giudizi sommari, ma negli attuali partiti, al di là delle buone intenzioni si fatica a trovare spessore politico adeguato al contesto complicatissimo che si è creato, e non si vede come sia possibile riannodare un rapporto di fiducia con i rispettivi elettorati.

 

Quanti non hanno perso il senso della complessità della politica possono trovare però nello stile di Mario Draghi un interlocutore politico solido e autorevole a livello europeo e globale, che offre motivi di speranza alla politica, alle istituzioni e al futuro del Paese.

La guerra ci sospinge indietro in oscure svolte della storia.

 

La Presidente dell’ANPCI, Associazione dei Partigiani Cristiani, ha diramato il comunicato che qui di seguito riportiamo integralmente.

 

 

Mariapia Garavaglia

 

La guerra che sembrava inconcepibile in questo secolo, ci sospinge indietro in oscure svolte della storia.

 

La politica, la diplomazia e la cooperazione mercantile non hanno impedito una aggressione a fini espansionistici.

 

La Resistenza che pose fine alla seconda guerra mondiale aveva anche contributo ad un ordine mondiale di disgelo, ma la Resistenza degli Ucraini sta difendendo per tutti il diritto dei popoli alla propria indipendenza e organizzazione istituzionale senza ingerenze e interferenze.

 

ANPC che condivide l’art. 11 della nostra Costituzione conquistato dal sangue dei Resistenti, richiama alla lettura dell’intero articolo che continua “ L’Italia (…) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alla limitazione di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni…”.

 

Speravamo potesse essere più breve il martirio dell’Ucraina ma registriamo che la guerra prosegue con la sua ferocia aumentata come dimostrano le stragi documentate.

 

Chiediamo pietà umana anziché ricostruzioni fantasiose e vergognose. La libertà di pensiero e opinione è stata garantita per tutti ma non può significare  una insolente, volgare, vigliacca accusa a chi è oppresso invece che censura dell’aggressore. Almeno evitare di infierire su chi soffre mentre si filosofeggia accoccolato in comode poltrone.

 

Il nostro linguaggio è sì, sì e no, no. L’obiettivo comune deve essere che chiunque, qualsiasi mezzo abbia disposizione,  valorizzi gli strumenti che portino al cessate il fuoco.  Solo non si può chiedere la resa, mentre aiutare la legittima difesa di un popolo comporta assicurare ogni possibile aiuto, comprese le armi.

 

Per saperne di più

https://anpcnazionale.com/2022/04/06/comunicato-stampa-anpc-sulla-guerra/

Speciale Ucraina: da Guernica a Bucha. Il Daily focus dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

 

LEuropa discute le prime sanzioni sullenergia, ma petrolio e gas restano fuori. Il Segretario Nato Stoltenberg avverte: Prepariamoci a un conflitto lungo”

 

 

(ISPI)

 

“Siamo nell’aprile 2022, ma sembra di essere nell’aprile 1937. quando il mondo scoprì l’attacco alla città di Guernica”. Con queste parole il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si è rivolto nella serata di ieri (l’altro ieri per chi legge, ndr) al parlamento spagnolo. Nei giorni successivi alle stragi di civili a Bucha e Borodjianka e dei presunti, orrendi crimini di guerra commessi dai militari russi, il presidente ucraino ha ricordato che “la Russia è venuta in casa nostra per distruggere il nostro popolo e la possibilità di vivere senza una dittatura. È arrivata portando la guerra nella nostra terra, non ieri o l’altro ieri, ma molto tempo fa. A partire dal 2014, a cominciare dall’occupazione della nostra Crimea”.

 

Domani (dopodomani per chi legge, ndr), dopo il suo appello al Consiglio di Sicurezza Onu, l’Assemblea generale voterà sulla proposta di sospendere il rappresentante russo dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, l’organismo con sede a Ginevra che si occupa di supervisionare il rispetto e le violazioni dei diritti umani in tutti gli stati aderenti. Da Pechino, intanto, è arrivato l’invito a “tutte le parti a esercitare moderazione” fino a quando non saranno diffusi i risultati dell’indagine su quello che il portavoce del ministero degli Esteri, Zhao Lijian, ha definito “l’incidente di Bucha” aggiungendo, sulle accuse mosse da Kiev contro le truppe russe, che “la verità deve essere scoperta e qualsiasi accusa deve essere basata sui fatti”. Oggi (ieri per chi legge, ndr) aprendo la riunione dei ministri degli Esteri del Consiglio atlantico Jens Stoltenberg ha detto che “dobbiamo essere pronti ad un lungo confronto con la Russia. Il conflitto potrebbe durare mesi, forse anni. Per questo dobbiamo mantenere le sanzioni e rafforzare la nostra difesa”.

 

Ma i massacri di civili e l’orrore di Bucha, Borodjanka e delle altre città di cui – è legittimo sospettarlo – ancora non abbiamo notizia, non bastano per rinunciare al gas russo. Oggi (ieri per chi legge, ndr) alla riunione degli ambasciatori dei ventisette al Coreper si è discussa la proposta della Commissione europea per un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Misure che colpiranno soprattutto il carbone e il trasporto marittimo, ma non il petrolio e il gas, che con la messa al bando dai mercati finanziari globali, sono l’unico vero ossigeno rimasto all’economia russa. Contro il veto di Germania e Austria a nulla sono valse le proteste della Polonia o lo strappo delle repubbliche baltiche che già dal primo aprile hanno sigillato i rubinetti del gas in arrivo da Mosca, compensando con un mix di stoccaggi lettoni, gas norvegese e il gnl dagli Stati Uniti.

 

“Se possiamo farlo noi, anche il resto d’Europa può farlo”, ha incalzato il presidente lituano Gitanas Nausėda. Niente da fare, almeno per il momento. Nel pacchetto presentato dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, oltre alle importazioni di carbone, sono previste nuove restrizioni alle importazioni di legno, cemento, frutti di mare, vodka e altri prodotti legati agli oligarchi. Inoltre l’Ue smetterà di esportare tecnologie e macchinari per 10 miliardi di euro in settori in cui la Russia è vulnerabile. Eppure il coro di chi non considera più l’embargo sul gas un tabù inviolabile si sta ampliando.

 

L’embargo sul gas, infatti, potrebbe rivelarsi fatale per l’economia russa, ma in Europa è diffusa l’idea che lo stop alle importazioni sarebbe ‘insostenibile’ per molti paesi, in particolare la Germania. Le cose però non stanno proprio così, sottolinea Luis Garicano, vicepresidente del gruppo Renew Europe, che in un articolo su Politico spiega come, secondo uno studio di un gruppo di autorevoli economisti tedeschi guidati da Rudi Bachmann, l’impatto di un embargo del gas sulla Germania causerebbe una perdita di PIL tra lo 0,5 e il 3,5%. “Questo è un prezzo che l’Europa può pagare – sottolinea Garicano – considerato che l’eurozona dovrebbe crescere del 3,7% nel 2022 e l’embargo significherebbe la perdita di un anno di crescita”. Senza dubbio costi economici importanti e con enormi ricadute sociali ma allo stesso tempo “chiaramente gestibili – osservano ancora gli esperti – se pensiamo che l’economia tedesca ha superato crisi più profonde negli ultimi anni e si è ripresa rapidamente”.

 

Mettendo insieme le loro capacità, i paesi europei potrebbero far fronte alle difficoltà che tutti – chi più chi meno – incontrerebbero in caso di embargo: Spagna e Italia hanno rigassificatori per il Gln, mentre i Paesi Bassi hanno uno dei più grandi giacimenti di gas naturale al mondo. Ora è chiuso, ma potrebbe essere facilmente riaperto, mentre si dovrebbe costruire un gasdotto di emergenza per portare il gas in Germania e nel resto dell’Europa centrale. “Dobbiamo usare un embargo per difendere i nostri valori – osserva Garicano – servendo i nostri stessi interessi. E dobbiamo farlo insieme”.

 

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https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-da-guernica-bucha-34492

L’America e la democrazia di piombo. Ne parla La Palombara su “formiche.net”.

 


Se i cittadini americani non riescono a concentrarsi sugli odiosi crimini di guerra di Putin in Ucraina è perch
é sono distratti dagli spari in casa. LAmerica è una democrazia forte. Ma per difenderla deve frenare un dramma tutto domestico. Il commento del noto politologo di Yale. 

 

 

Joseph La Palombara

Alcuni giorni fa gli americani hanno scoperto contemporaneamente due notizie. La prima riguarda i crimini di guerra russi e le atrocità disposte da Vladimir Putin in Ucraina. La seconda l’ennesima sparatoria di massa che a Sacramento, in California, ha lasciato morte sei persone e almeno il doppio dei feriti.

Questo caos è all’ordine del giorno negli Stati Uniti, un Paese di trecentotrenta milioni di residenti, di cui quaranta milioni in California. A differenza di altri Paesi civilizzati, lo Stato americano non regola in modo efficace la proprietà individuale di un’arma e si limita a regolarla con normative semplicistiche e di secondo rango.

Questa lettura distorta della Costituzione americana rende possibile la situazione in cui si è appena trovata Sacramento. Una città che si accoda a tante altre città americane, dove persone innocenti, compresi i bambini nelle scuole, sono state assassinate senza pietà o ferite da altri americani.

 

Negli Stati Uniti i cittadini hanno le mani libere: possono comprare un’arma letale e in alcuni casi anche usarla. Ormai qualsiasi cittadino statunitense è in grado di acquistare non solo una pistola, ma un’arma automatica. Non è certo questo quel che avevano immaginato i padri fondatori. Eppure oggi, senza troppa fatica, in alcuni Stati americani si può girare con un’arma e mostrarla in pubblico. Una lobby potente – la Nra, National Rifle Association – ha per anni cinicamente sostenuto che le persone non ucciderebbero mai a pistolettate altre persone.

 

 

La conseguenza di questa peculiare assenza di una regolamentazione statale è un’impennata continua di sparatoie, come quella andata in scena a Sacramento, ormai diventate la norma negli Stati Uniti. Si stima che negli Stati Uniti ci siano più armi private che residenti. Io, mia moglie e la mia famiglia non ne possediamo anche una. Conosco però una persona che ne ha almeno una dozzina in casa.

 

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https://formiche.net/2022/04/america-democrazia-piombo/

Civismo, autonomismo, ecologismo, azionismo: un impegno comune “Per Palermo Capitale”.

di Carlo Columba

 

Dobbiamo rifarci alla lezione di Luigi Sturzo secondo cui l’autonomismo non può basarsi esclusivamente su se stesso e sul perseguimento dei propri interessi, ignorando i rapporti con gli altri, ma deve puntare alla costruzione di un sistema comunitario che sia frutto della cooperazione tra tutti i soggetti innovativi e a servizio del territorio che si muovono nell’area di riferimento.

 

 

Andrea Piraino

 

Alla fine, se non tutti sono civici, molti sono diventati fautori del civismo. Francesco Boccia ed il suo PD hanno deciso il loro candidato a sindaco di Palermo facendo ricorso al “modello Manfredi”  (sindaco di Napoli) e cioè ricorrendo al civico Franco Miceli, presidente dell’ordine degli architetti. L’UDC è pronta a sostenere la corsa del già rettore dell’Università statale, Roberto Lagalla, in quanto proveniente dal mondo culturale e quindi rappresentativo del civismo quasi per definizione. Carlo Calenda con il suo partito nuovo di zecca (“Azione”) lancia nella competizione elettorale Fabrizio Ferrandelli che da aspirante civico ora rifiuta accordi con il sistema dei partiti. Francesca Donato, dopo essere stata eletta al Parlamento europeo nelle liste della Lega di Salvini, riscopre la sua identità civica ed ora compete per la sindacatura sostenuta da movimenti No vax e No pass. Infine, Rita Barbera, direttrice in passato delle carceri cittadine dell’Ucciardone e dei Pagliarelli, si candida a sindaco di Palermo senza l’appoggio di alcun partito ma inizialmente “sostenuta da 200 cittadini” e, quindi, anch’essa, ma a pieno titolo, come civica. Insomma, le prossime elezioni amministrative per il rinnovo degli organi del comune di Palermo, dopo l’era Orlando, sembra si stiano trasformando in una vera e propria gara per stabilire chi è più bravo ad indossare la casacca del civismo con la quale coprire le vergogne del ‘politicantismo’ che da tempo investono tutti i partiti ed il sistema istituzionale nel suo complesso.

 

In altre parole, siamo di fronte ad un maldestro tentativo opportunistico, dettato dall’intenzione di strumentalizzare la forte tendenza presente nella comunità palermitana ad autonomizzarsi (anche non andando a votare) dal sistema di potere dominante, per cercare di esorcizzare il giudizio negativo che ormai sempre più ampi strati di popolazione esprimono riguardo alla politica ed ai suoi protagonisti. Facendo intravedere una apertura nei confronti della comunità e delle sue pluralistiche componenti che è meramente apparente, non fosse altro che per la circostanza di  essere effettuata per via di cooptazione ad opera dei vertici dei partiti tradizionali o a titolo personale senza che i veri movimenti civici presenti in città siano minimamente coinvolti.

 

Naturalmente, come è facile intuire, questa operazione di facciata non produrrà nulla di buono! Anzi accentuerà i vizi dell’attuale sistema. E ciò perché la declinazione che viene fatta del civismo è quanto meno contraddittoria. Basti pensare che per i neo-sostenitori di questa prospettiva essa dovrebbe costituire una modalità in-mediata e popolare di autogoverno degli interessi della società civile mentre, invece, proprio per questo modo di concepirla ed utilizzarla, essa è destinata a rafforzare il carattere particolaristico dell’attuale sistema di governo e quindi la deriva  di quest’ultimo in esclusivo centro di potere di quella ristretta cerchia di dirigenti dei partiti politici che da tempo si sono impossessati della sua guida ed, oggi, a tutti i costi cercano di difenderlo e mantenerlo in loro possesso. Chiaramente, del tutto disinteressati ad una amministrazione a servizio dei bisogni della cittadinanza e, ancor di più, contrari se costituita e guidata dagli stessi cittadini che per questi ‘signori della politica’ ne possono essere, nel migliore dei casi, i destinatari o i clienti, mai i titolari e i diretti responsabili.

 

Del resto, bisogna essere intellettualmente onesti ed evidenziarlo, anche i civici pensano che la loro appartenenza alla ‘società civile’ li legittimi a giocare una partita nella quale la deriva personalistica ed egocentrica della classe politica sia superabile con la sostituzione di quest’ultima ad opera di  personalità e soggetti ‘nuovi’ e con la assunzione a politiche di governo di interessi specifici di gruppi, classi ed ambienti cittadini aggrumati sulla base di logiche localistiche  del tutto prive di visione nazionale, europea e, soprattutto, globale.

 

È il limite del civismo palermitano! Che, pur facendo una meritoria battaglia per aprire le porte della partecipazione ai cittadini esclusi dalla politica e ridotti a semplici spettatori del malgoverno della “casta”, poi, da solo, non riesce ad elaborare una sintesi alternativa che sia rappresentativa della complessità comunitaria e finisce per riproporre un’azione amministrativa mirata al massimo per singoli ambiti sociali. Priva, cioè, di quella concretezza che ne farebbe un nuovo ed efficace tipo di governance della multiforme e complicata realtà palermitana, che per un vero rinascimento non può essere ignorata nel suo essere una città a dimensione metropolitana e (in altri tempi)  una “capitale” del Mediterraneo. E ciò pur se, nella sua vicenda storica, il civismo ha fatto registrare esperienze di carattere universale come ad esempio quella di Giorgio La Pira che, da sindaco di Firenze, si recò in Russia, Vietnam, Usa per difendere e promuovere la pace dimostrando come un semplice esponente non governativo e quindi non munito della “forza di Stato” ma sostenuto da una visione (sì!) profetica  fosse in grado di affrontare addirittura problemi cruciali per l’umanità.

 

Dunque, i movimenti civici che si agitano in città sarebbero di per sé in condizioni di approntare una alternativa alla politica ma la loro azione non può svilupparsi ‘in solitaria’. Per risultare almeno competitiva con il sistema dei partiti che vogliono scalzare dall’occupazione delle istituzioni, essi devono non solo relazionarsi ma integrarsi con gli altri  movimenti che in questi ultimi anni si sono manifestati e sono presenti nell’ambito comunitario.

 

A cominciare dall’autonomismo che nella città di Palermo si è espresso anche nelle forme dell’indipendentismo e che oggi tenta una sua difficile evoluzione verso una declinazione collaborativa, cooperativa. Abbandonando, cioè, il suo tradizionale modo di esprimersi in termini di autoreferenzialità con gli inevitabili esiti di isolamento politico, sociale, economico che ha sempre fatto registrare ed optando per un’azione coordinata, federata che ne valorizzi gli aspetti comuni.

 

Come è noto, infatti, l’essenza di tutti i movimenti autonomistici è consistita sempre nella rottura da parte di alcune forze della società civile con i partiti nazionali, accusati di perseguire gli interessi nazionali o di altri territori (il Centro-Nord) a discapito di quelli (del Mezzogiorno o) locali. Tutto ciò ha giustificato e reso legittimo che associazioni di cittadini, gruppi di interessi, soggetti caratterizzati da forte identità socio-culturale e geo-politica si sentissero autorizzati a rompere con i contesti nazionali e sovranazionali di riferimento ed a mettersi, per così dire, “in proprio”, finendo però per ritrovarsi isolati a propugnare un localismo portato avanti con uno stucchevole “rivendicazionismo”.

 

Da qui il ripensamento di un movimento fortemente autonomista come “Unità Siciliana” che fin dalla sua nascita ha affermato la necessità di valorizzare, oltre la identità siciliana, il coordinamento con le altre regioni del Sud Italia (Mezzogiorno Federato) e, più in generale, con tutti gli altri movimenti sociali presenti nel territorio e capaci di aprirsi alla collaborazione delle altre forze autenticamente civiche. Rifacendosi, finalmente, alla lezione di Luigi Sturzo secondo cui l’autonomismo non può basarsi esclusivamente su se stesso e sul perseguimento dei propri interessi, ignorando i rapporti con gli altri, ma deve puntare alla costruzione di un sistema comunitario che sia frutto della cooperazione tra tutti i soggetti innovativi e a servizio del territorio che si muovono nell’area di riferimento.

 

E tra questi vari protagonisti, che oggi si battono per un cambiamento del sistema politico-amministrativo palermitano, un ruolo di sicuro rilievo lo gioca indubbiamente la galassia dei movimenti di orientamento ecologista.

 

Che, bisogna dire subito, non sono più guidati da leader prigionieri delle proprie velleità ideologiche riferibili esclusivamente a se stessi e dimentichi di ogni rapporto con la realtà ad essi esterna, resa complessa dai problemi che la caratterizzano, bensì da responsabili che rispondono alla convinzione che “siamo un pezzo di natura” e che “se la natura si degrada anche noi facciamo la stessa fine”. Il che implica che bisogna partire “da dove mettiamo i piedi”, per cui i problemi che si devono risolvere in città sono innanzi tutto quelli della raccolta differenziata (vergognosamente ferma al 17%), del riscaldamento atmosferico, del consumo del suolo, dell’inquinamento delle acque. Naturalmente, da inquadrare nell’ambito della missione “Rivoluzione verde e transizione ecologica” del Piano nazionale di resilienza e ripresa (Pnrr) con le sue linee d’azione per mezzo delle quali sono ottenibili poi le risorse economiche-finanziarie.

 

Insomma, sarà forse a motivo degli obbiettivi e dei tempi di realizzazione previsti dal Pnrr per la sua implementazione e quindi per il puntuale ottenimento da parte della Unione Europea delle risorse previste, ma non c’è dubbio che questa consapevolezza di una nuova ecologia in movimento verso un’economia verde, in grado di generare un miglioramento del benessere umano e dell’equità sociale riducendo in maniera consistente i rischi ambientali, ha portato ampi strati di opinione pubblica palermitana verso una presa di coscienza sempre più marcata della necessità di una transizione  ecologica. Essa, allora, va raccolta ed incanalata nella prospettiva più ampia di un movimento popolare capace di rappresentare la tradizionale ‘apertura’ di Palermo verso forme innovative di solidarietà sociale, crescita economica, nuovo stile di vita, sviluppo etico.

 

Non è una cosa facile ma deve essere tentata. Pena la vanificazione del rinascimento di Palermo come capitale della nuova fase storica del Paese e dell’Europa che non può continuare ad essere fondata su un’economia predatoria che, a prescindere da tutto, distrugge natura,  ambiente e convivenza umana.

 

E qui siamo all’ultimo tassello che è necessario aggiungere al mosaico comunitario per lanciare questa nuova sfida per far rinascere Palermo.

 

Il riferimento è all’azionismo che sempre più si va diffondendo nel dibattito politico-culturale che si svolge in città evocando -più che il complesso di ideali, valori, scelte morali e civili riconducibili all’esperienza politica del Partito d’Azione- un cambiamento di metodo politico che porti in prima fila il fare, l’azione e quindi il programma, il progetto. E ciò perché, per questo movimento, la politica non solo non può essere astratta ideologia, strumentale evocazione di valori, mero dibattito parlamentare, vuoto chiacchiericcio mass-mediatico ma deve essere fondamentalmente government costruito su un piano d’azione, un programma, una progettazione di eventi rigida e condivisa dai propri elettori, che dovranno pure essere coinvolti in una partecipazione attiva. Pertanto ciò che oggi è necessario per Palermo è una grande operazione di mobilitazione di chi studia, lavora, produce ed ha un gran voglia di impegnarsi nelle istituzioni a servizio della comunità.

 

Ma non è solo questo. Importante è per l’azionismo anche la sottolineatura -nel quadro della prospettiva di una visione europea per fare dell’Italia una democrazia più avanzata- della centralità delle autonomie locali e quindi della riforma della struttura del comune di Palermo che, finalmente, dovrebbe trasformarsi in una vera città metropolitana. È, infatti, questa istituzionale, con il risanamento economico-finanziario, la prima e fondamentale battaglia che è necessario fare, per poi avviare nel merito una nuova gestione delle politiche pubbliche in grado di innescare il processo di rinnovamento e di risorgimento della “città dell’accoglienza”.

 

Insomma, è indispensabile recepire l’apporto che anche questo tipo di iniziativa politica è in condizione di dare perché il movimento comune che si sta sviluppando acquisti interamente la sua fisionomia di vera alternativa all’attuale sistema politico-amministrativo ormai letteralmente imploso. Naturalmente, sapendo che per comporre in una armonica e seducente figurazione politico-istituzionale queste quattro prospettive socio-culturali (il civismo, l’autonomismo, l’ecologismo e l’azionismo) è necessario un amalgama in grado di produrre una forte coesione tra le stesse, capace di resistere alle inevitabili spinte disgregatrici (che si produrranno per la reazione del sistema politico) ed in condizione di segnare la svolta per una nuova stagione “felice” di Palermo.

Non c’è «migliore politica» senza sporcarsi le mani con la realtà. L’insufficiente somma di tecnica e filosofia. (L’Osservatore Romano).

 

Certe persone dimenticano che essere informati non significa essere esperti. La mole di notizie che si riceve quotidianamente potrebbe dare questa illusione. Ma non è così. Né basta, per giunta, essere competenti. Serve, ed è ciò che manca, la competenza e l’autorevolezza di chi decide. Persone che sappiano ascoltare i tecnici, acquisire informazioni, organizzarle e poi deliberare, trovando il comun denominatore delle specifiche competenze nell’interesse generale.

L’articolo è apparso sull’Osservatore Romano del 2 aprile 2022.

 

Guglielmo Gallone

 

«Qui ‘na volta erano tutti virologi», ha scritto giorni fa su Twitter Federico Palmaroli, in arte “Le frasi di Osho”. E ha ragione. Durante le fasi più complesse della pandemia, chiunque era esperto di tamponi, mascherine e vaccini. Oggi tutti parlano a ruota libera di geopolitica e strategia di guerra. In La conoscenza e i suoi nemici (2018) Tom Nichols li chiamava gli spiegatori: «Le persone convinte di essere più informate degli esperti e di avere maggiore acume rispetto alla massa credulona». Niente riesce a fermarli. Neanche una guerra nel cuore d’Europa.

 

Ancor più paradossale il fatto che a certe persone venga dato moltissimo spazio mediatico. C’è chi invita gli spiegatori, ma anche chi li ascolta. Il che è legittimo. Ma pone un problema sull’obiettivo dell’informazione: ascoltare chi si fa portatore di un’idea o voler alimentare un (inutile) dibattito mediatico intorno al proprio prodotto? Pochi dubbi sul fatto che, alla fine, chi ci guadagna sono proprio loro, gli spiegatori: tanto ascolto, troppa attenzione, poca comprensione. Ma finché lo spettatore deve solo annuire va tutto bene.

 

Eppure, certe persone dimenticano che essere informati non significa essere esperti. La mole di notizie che si riceve quotidianamente potrebbe dare questa illusione. Ma non è

così. La parola esperienza, che deriva dal verbo latino experiri, significa tentare, mettere alla prova, esporre al rischio sé stessi e le proprie competenze. Avere esperienza è diverso dal fare esperienza. Lo ha sottolineato bene il cardinale Gianfranco Ravasi in Scolpire l’anima. 366 meditazioni quotidiane (2020): «È solo quando diventa soggettiva, cioè elaborata consapevolmente, giudicata, che l’esperienza si trasforma in una componente feconda che arricchisce la vita». Se manca questo passaggio, le esperienze rimangono medaglie appese al petto.

 

Paradossalmente, però, in questi tempi è stato fatto un passo in più: si è capito che neanche la competenza basta a governare il mondo. Michel de Certeau lo sottolineava già nel 1980 quando, in L’invenzione del quotidiano, affrontava il tema dell’illusione degli esperti: «In questa società l’esperto prolifera al punto di diventare la figura prevalente». Oggi si parla di comitati tecnico-scientifici, virologi, analisti, economisti, politologi nelle istituzioni, nelle aziende, ma anche sui giornali, nei dibattiti televisivi e sui social. Gli esperti sono ovunque. Eppure, le tre grandi crisi che hanno scardinato l’ordine contemporaneo hanno preso tutti alla sprovvista: nel 2007 il crack economico-finanziario con lo shock del mercato immobiliare e dei mutui subprime; nel 2020 una pandemia (non ancora finita) ha provocato, fino a oggi, sei milioni di vittime nel mondo; infine la guerra in Ucraina.

 

Tutta colpa degli esperti, quindi? No. Nessuno ne mette in dubbio la professionalità e il ruolo. Piuttosto, quella che sembra mancare è la competenza e l’autorevolezza di chi decide. Persone che sappiano ascoltare i tecnici, acquisire informazioni, organizzarle e poi deliberare, trovando il comun denominatore delle specifiche competenze nell’interesse generale. Responsabilmente. Sembra proprio mancare la «migliore politica» di cui Papa Francesco parla nella Fratelli tutti. Quella politica che, per essere realizzata, ha bisogno tanto di conoscenze ottenute attraverso lo studio e l’informazione, quanto di doti personali: contatto con la realtà, comprensione, intuizione, osservazione, ponderatezza, prontezza, spirito d’iniziativa, visione. Ma anche l’attitudine a pensare al proprio Paese nel medio e lungo periodo. Cogliere l’essenziale. Prevedere le conseguenze delle scelte. Saper comunicare. Riprendendo de Certau, solo la «curiosa operazione che converte la competenza in autorità» può permettere di «passare dal linguaggio tecnico a quello più comune». Ed è proprio questo passaggio che sembra mancare.

 

Per deliberare non basta essere profondamente esperti in una o più materie. «Abbiamo bisogno — dice il Papa nella Fratelli tutti — di una politica che pensi con una visione ampia, e che porti avanti un nuovo approccio integrale, includendo in un dialogo interdisciplinare i diversi aspetti della crisi». Se chi analizza si ferma, appunto, a fare un’analisi su un certo argomento, chi governa deve passare all’azione e, per farlo, deve compiere altri due passaggi: sintetizzare e decidere.

 

Ecco, dunque, perché ci sono pochi dubbi sul fatto che governare è un’arte. Ed è l’arte più difficile, poiché deve porsi a metà, o al di sopra, di quelli che de Certau individuava come «il tecnico e il filosofo». Se certe qualità mancano, possono compromettere le sorti di tutti. Decidere richiede quindi non solo competenze, ma carattere e capacità. La politica dovrebbe essere un po’ come la Chiesa intesa da Paolo VI : «esperta di umanità». E di umanità la politica ha bisogno per pulsare, pompare sangue alla democrazia e costruire le arterie della comunità.

Gerusalemme, nella difesa del Petra Hotel in gioco il futuro dei cristiani. La nota di AsiaNews.

 

Una dura nota dei Patriarchi e capi di Terra Santa contro la minaccia costituita dal gruppo radicale Ateret Cohanim, che vuole mettere mano alle proprietà cristiane. Parlano di azioni illegittime, intimidazioni e violenze che affossano le speranze di pace e giustizia. Una controversia decennale sorta attorno alle ambiguità dell’ex patriarca greco-ortodosso Ireneos, poi destituito. 

 

 

Dario Salvi

 

L’esproprio del Little Petra Hotel a opera del “gruppo estremista” Ateret Cohanim costituisce una “minaccia” per l’esistenza e il futuro del Quartiere cristiano a a Gerusalemme. E, al tempo stesso, mette in pericolo “la coesistenza pacifica” delle diverse comunità che costituiscono e animano la città santa. Con un appello accorato, che non nasconde le preoccupazioni per la sopravvivenza dell’area e dei suoi abitanti, i Patriarchi e capi delle Chiese di Gerusalemme mettono nero su bianco i timori legati all’acquisizione della struttura di proprietà della Chiesa greco-ortodossa da parte del movimento radicale ebraico. Nella nota i vertici delle Chiese ripetono a più riprese, condannandole, le “azioni illegittime” del gruppo, che si inseriscono lungo un solco costellato di “intimidazioni e violenze” anche recenti.

Per i leader cristiani occupando [a fine marzo] il Little Petra Hotel, Ateret Cohanim “ha commesso atti criminali di effrazione e violazione di domicilio”. Il gruppo radicale, denunciano, si comporta come se fosse “al di sopra della legge, senza il timore di possibili conseguenze”. “Questa controversia – prosegue la nota – non riguarda solo le singole proprietà, ma l’essenza stessa e la natura di Gerusalemme, compreso il quartiere cristiano” perché la struttura “si trova lungo il percorso” intrapreso da milioni di pellegrini in visita nella città santa. “Rappresenta – avvertono – l’eredità cristiana e parla della nostra stessa esistenza in questo luogo”, mentre i gruppi radicali cercano di imporre “la loro agenda illegittima e pericolosa a tutte le parti”. “Noi respingiamo tutto questo – conclude la dichiarazione dei leader cristiani – e diciamo: ciò porterà ulteriore instabilità e tensione, in un momento storico in cui tutti cercano di diminuire l’escalation e ricostruire la fiducia” per una vera “pace e giustizia” che non si può fondare su “atti di coercizione”.

Una lotta decennale

Il 26 marzo scorso alcuni militanti hanno fatto irruzione nell’hotel conteso, che sorge nei pressi della porta di Jaffa, un tempo albergo per pellegrini e al centro di una lunga battaglia legale. La sera seguente agenti di polizia ed elementi radicali hanno occupato il primo piano dell’edificio, compiendo gesti di forza e atti illegali in una fase in cui la controversia sulla proprietà non è stata ancora chiarita a titolo definitivo. Inoltre, la polizia avrebbe arrestato tre palestinesi e impedito agli inquilini dell’albergo e agli avvocati di accedere al suo interno. Qualche giorno più tardi, il 29 marzo, una nutrita delegazione di leader cristiani e personalità ecclesiastiche, accompagnati da diplomatici internazionali ed esponenti del mondo musulmano hanno potuto visitare la struttura esprimendo vicinanza e solidarietà al personale. Fra i partecipanti vi era il patriarca greco-ortodosso Teofilo III, il custode di Terra Santa Francesco Patton e mons. Giacinto Marcuzzo, già vicario patriarcale per Gerusalemme e la Palestina.

In realtà è da anni che gruppi – più o meno radicali – israeliani cercano di impossessarsi di spazi all’interno della città, facendo pressioni economiche e politiche sui residenti arabi cristiani e musulmani, acquistando terreni, o espropriandoli. In particolare, questa vicenda specifica risale al 2004, quando tre società connesse con l’organizzazione Ateret Cohanim – che fa capo ai coloni ebraici – avevano acquistato, in virtù di un contratto di locazione a lungo termine, tre edifici della Chiesa greco-ortodossa: il Petra Hotel, l’Hotel Imperiale e un edificio residenziale nella città vecchia. Tale acquisizione aveva provocato le ire dei palestinesi e portato alla destituzione nel 2005 del patriarca Ireneos, predecessore di Teofilo III. La Chiesa greco-ortodossa si era opposta all’accordo definendolo “illegale” e da essa “non autorizzato”, avviando una battaglia in tribunale rigettata il primo agosto 2017 da una corte distrettuale che aveva respinto la posizione del Patriarcato, che ha fatto poi ricorso alla Corte suprema.

Tuttavia, la controversia si è trascinata per mesi nello scontento dei fedeli, in particolare i palestinesi cristiani, che hanno manifestato il loro disappunto in occasione delle celebrazioni di Natale dell’anno successivo, con accuse aperte di svendere terreni e proprietà. Il 10 giugno 2019 il giudice di massima istanza aveva confermato la validità dell’acquisizione degli immobili, rilevati attraverso intermediari stranieri che avrebbero agito per conto e interesse del gruppo. Una nuova svolta è arrivata nel dicembre dello stesso anno, quando un tribunale distrettuale ha messo in discussione la sentenza della Corte suprema, prospettando l’ipotesi di un nuovo processo. Infine, il 24 giugno 2020 il verdetto (forse) definitivo che ha respinto le istanze del patriarcato, sancendo di fatto il passaggio della proprietà ad Ateret Cohanim anche se l’ultimo piano resta ancora nelle mani dei greco-ortodossi tramite sub-affitto a una famiglia palestinese. Tuttavia, la ferita resta aperta fra proteste dei fedeli e carte bollate, con l’ipotesi di un ulteriore ricorso alla Corte suprema israeliana.

Il patriarca della discordia

Lo scontro sul Petra Hotel, e più in generale sulle proprietà cristiane, aveva portato alla cacciata dell’allora patriarca greco-ortodosso Ireneos, bollato dai suoi stessi fedeli come un “Giuda”. Oltre a diverse questioni canoniche controverse, egli era accusato di aver (s)venduto i beni della Chiesa a Gerusalemme. La dura opposizione della comunità locale aveva spinto l’intero sinodo nel maggio 2005 a “sfiduciarlo” sancendone le dimissioni poi approvate il 25 del mese dal sinodo pan-ortodosso di Istanbul (Costantinopoli). Per settimane i fedeli avevano promosso proteste e manifestazioni, mentre tre governi – Atene, l’Autorità palestinese e il regno di Giordania – avevano aperto una inchiesta sul suo operato. Lo scandalo si era ancora più infuocato perché una persona chiave che aveva sponsorizzato l’elezione di Ireneos si è poi scoperto essere un noto criminale, ricercato da varie polizie del mondo. Un altro braccio destro di Ireneos era fuggito con l’accusa di corruzione e di appropriazione illecita di fondi.

Il patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme, come organizzazione storica, risale alla prima metà del XVI secolo. Al tempo (1516), l’Impero ottomano aveva appena occupato la Terra Santa eliminando il patriarcato orientale locale e importando monaci greci per impossessarsi di strutture e proprietà. Questi monaci si sono organizzati coma una fraternità religiosa, la Fraternità Agiotafitica (o Fraternità del Santo Sepolcro),  che si cura di accettare solo “etnici”,  che provengono dalla Grecia, e di escludere i cristiani locali, tutti arabi, da ogni posizione di potere o di influenza. Oltre alle discutibili questioni personali e finanziarie, Ireneos si è anche distinto per l’ostilità e le aggressioni contro gli altri cristiani, provocando continue dispute con il Patriarcato armeno di Gerusalemme e violando le regole sull’uso del Santo Sepolcro assieme alla Chiesa cattolica.

 

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Un hotel per gli insetti.

 

Realizzata in Scozia una struttura che possa essere un semplice, ma ottimale, canale per il riposo, l’alimentazione, la riproduzione, per milioni di invertebrati: formiche di varie specie, coccinelle, coleotteri, blattoidei, api e farfalle.

 

Danilo Campanella

 

È scozzese la riserva per insetti più grande del mondo. Lunedì 28 marzo 2022, Highland Titles, fondazione scozzese (https://www.highlandtitles.it/la-nostra-storia/) che gestisce l’omonima riserva naturale, ha ottenuto un nuovo Guinness dei Primati per aver realizzato l’hotel per insetti più grande del mondo.

 

Nel 2019 la riserva ha avuto più di 10.000 visitatori da tutto il mondo. Come racconta il referente italiano della fondazione, Carlo Cozzetto, questo è un record inusuale, realizzato grazie al responsabile della riserva naturale, Stewart Borland, che sicuramente aumenterà la visibilità della fondazione e della riserva naturale scozzese.

 

Il team, composto da soli membri volontari, ha lavorato per 6 mesi a un “Hotel”, una struttura di 199,9 metri cubi, realizzata con abete sitka abbattuto (non venduto come legname per scopo industriale), canne di bambù, mattoni forati per edilizia, corteccia di albero e trucioli di legno, realizzando una struttura che possa essere un semplice, ma ottimale, canale per il riposo, l’alimentazione, la riproduzione, per milioni di invertebrati: formiche di varie specie, coccinelle, coleotteri, blattoidei, api e farfalle.

 

Questo, a sua volta, aiuterà a nutrire altri animali della riserva naturale come pipistrelli, ricci, uccelli e tassi. Al fine di soddisfare i severi requisiti del record mondiale, le dimensioni della struttura sono state misurate da un geometra.

Gli orrori di Bucha. S.B. Shevchuk, “filmati orribili ma se il nemico ci uccide e semina morte, noi dobbiamo servire la vita” (AgenSir).

La ferma presa di posizione del capo della Chiesa greco-ortodossa dell’Ucraina.

Chiara Biagioni

“Oggi vediamo dei filmati orribili. Immagini terribili di tutto ciò che l’occupante ha lasciato sul suolo ucraino. Vediamo fosse comuni di persone che sono state colpite alla nuca. Vediamo città e villaggi distrutti. Vediamo destini umani mutilati. Ecco perché dobbiamo metterci al lavoro e combattere”. 

Lo dice Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, capo della Chiesa greco-cattolica di Ucraina, che nel video messaggio diffuso oggi dall’Ucraina, lancia un appello: “Se il nemico ci uccide, semina morte, noi dobbiamo servire la vita, onorare la vita umana dal concepimento fino alla sua morte naturale. Vediamo che oggi il nemico sta derubando, rapinando, saccheggiando  gli ucraini: allora facciamo dei benefattori. Dobbiamo essere generosi e sostenere chi ha bisogno di opere di carità cristiana. Vediamo che il nemico sta distruggendo tutto: continuiamo a costruire allora, mettiamoci al lavoro”. 

Ieri (l’altro ieri per chi legge, ndr),  l’arcivescovo aveva usato parole durissime per descrivere la devastazione lasciata dai russi nelle cittadine attorno a Kiev le cui immagini hanno fatto il giro del mondo parlando di “orribili crimini di guerra”. “Vediamo fosse comuni con centinaia di corpi esanimi”, ha detto. “Vediamo persone uccise per le strade, a volte con le mani legate, corpi di donne nude che il nemico non ha avuto tempo di bruciare”. 

“L’Europa ha visto immagini simili solo dopo la liberazione delle sue città e dei suoi villaggi dai nazisti. Oggi lo sta vivendo l’Ucraina, ed è estremamente importante che il mondo intero le veda e ne senta parlare. È straziante. Il fatto stesso di vedere l’esercito russo che cerca di portare la proprietà saccheggiata fuori dall’Ucraina. La proprietà di queste vittime innocenti che loro hanno voluto cancellare dalla faccia della terra”. “Ma”l’Ucraina resiste”, dice l’arcivescovo. “Di più, il popolo ucraino sta acquisendo una strana forza interna. La forza per difendere la propria patria. Questa forza, questa determinazione, è potenziata anche da orribili immagini che vediamo nelle città e nei villaggi liberati dell’Ucraina”.

Il “metodo democratico” come fondamento della pace nella visione politica di Alcide De Gasperi.

Il monito dello statista a sostegno del “metodo democratico” è ancora di grande attualità. In effetti, i cattolici devono dare l’esempio, non per un confessionalismo ormai obsoleto, ma perché attraverso le risorse della razionalità e della cultura politica ed economica, si possa contribuire alla costruzione di un mondo più giusto e più libero, a misura d’uomo.

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L’espressione “metodo democratico” fu usata da Alcide De Gasperi in un celebre incontro, il primo che avrebbe gettato le fondamenta dell’incontro più generale tra i grandi paesi della futura comunità europea. Si tenne a Bruxelles il 20 novembre 1948 per sostanziare di significato le nuove democrazie uscite dalla tragedia della seconda guerra mondiale e dotarle di quel metodo, appunto, che le rendesse impermeabili ai pericoli di nuove derive autoritarie, mantenendo i diritti civili nati dalla rivoluzione francese, ma accordando alla coscienza i diritti di responsabilità etica e morale. 

La nostra democrazia italiana oggi, figlia di quel “metodo”, dovrebbe rileggere il vissuto del progetto politico degasperiano, perché nelle mutate condizioni politiche e sociali hanno cambiato significato alcuni concetti quali la libertà, l’autorità, il consenso e la partecipazione. È diventato un tema centrale il ruolo dei partiti politici e nuovi argomenti si sono imposti alla riflessione acquistando un importanza molto maggiore come i meccanismi di legittimazione del potere politico, la legalità come forma di funzionamento dello stato, il rapporto tra progresso tecnico e progresso morale, le modalità di organizzazione del consenso popolare, la definizione di bene comune e i diritti individuali in una società globalizzata.

L’idea di democrazia trova la completa realizzazione solo nel XX secolo, il secolo in cui cadono le barriere che avevano impedito la partecipazione alla vita politica di un numero rilevante di cittadini. Tuttavia l’elemento caratterizzante della democrazia del ‘900 è consistito nell’uguale partecipazione di ogni membro della società alle decisioni vincolanti per tutti. E ciò era stato reso possibile dall’ampliamento del diritto di voto, quantunque la democrazia moderna intenda andare oltre il principio della sovranità popolare, mirando alla garanzia dei diritti individuali invalicabili dall’azione politica. Per tale ragione la democrazia intende tutelare la libertà della persona, non solo quella dell’individuo, come aveva insegnato il padre del liberalismo, John Locke, per il quale andava difeso ciò che l’uomo “fa” e non ciò che l’uomo “è”, ignorando perciò il valore ontologico dell’uomo persona. Per questo in quel citato discorso De Gasperi insistette sul fatto che l’unione tra libertà e democrazia non si attua tanto nella partecipazione diretta dei cittadini al governo della comunità, quanto nella difesa politica dei diritti della persona da ogni interferenza dello Stato; sicché, a ben vedere, in ciò si qualifica il vero principio di laicità dell‘azione politica altrimenti destinata a degenerare nel laicismo. 

L’insegnamento di De Gasperi riguardava proprio l’uso della democrazia, perché essa è puro dispositivo istituzionale ed insieme di regole procedurali, come condizione necessaria per garantire la convivenza pacifica ed il rispetto dei diritti individuali della persona in una società attraversata da conflitti di classe e di valori. Proprio su questo ultimo terreno dei valori egli si era battuto per evitare il voto palese per inserire nella carta costituzionale il principio dell’indissolubilità del matrimonio, sia per rispettare la libertà di decisione del parlamentare, senza vincolo di mandato, che per evitare di rendere soggiacente alla norma di legge un tema di ordine morale. Ancora oggi alcuni fattori possono provocare una crisi di legittimità degli ordinamenti democratici, generando uno scollamento tra cittadini ed istituzioni e creando una distanza della politica dai problemi reali quotidiani, tra cui due assai allarmanti: la tendenza a fare della politica una professione e l’orientamento degli apparati economico produttivi ad accrescere il proprio potere. La vita politica ha però bisogno dei partiti che non devono intendersi come fazioni, ma piuttosto espressione di valori universali e di interpretazioni generali del bene comune. A tal fine risulta indispensabile la formazione di una solida classe politica non improvvisata o populista, perché colui che svolge un attività politica come servizio deve operare una netta distinzione tra vita privata e ruolo pubblico, perché la politica non è nudità esistenziale ma passione. 

La politica deve alimentarsi di progetto, proposta e soprattutto di sintesi, non può essere realizzata per slogan e non può essere vissuta con sensazioni o emozioni, soprattutto non può essere in eterno conflitto con un avversario-nemico. Deve giungere invece ad un confronto e ad una mediazione; e De Gasperi seppe farlo attraverso la cultura delle coalizioni, pressoché inesistenti fino al secondo dopoguerra in Italia. D’altronde, l’unico esempio era stato nel 1852 il governo Cavour-Rattazzi, detto del “connubio”, nell’ancora esistente Regno di Piemonte. La scelta conseguente del “centrismo riformatore” lo statista trentino la compì per realizzare un progetto di sintesi politica: agglutinare su una proposta di collaborazione i partiti democratici per giungere a realizzare le riforme che l’Italia attendeva da decenni, apparendo quanto mai urgenti. Nacque su questo crinale la Riforma agraria che ebbe come conseguenza una forte flessione del consenso alla coalizione e soprattutto alla DC da parte dei ceti abbienti del latifondismo meridionale, ma che ebbe anche il risultato di far uscire, ad esempio dai Sassi di Matera, migliaia di esseri umani che fino ad allora non avevano condotto un esistenza degna di un paese democratico e socialmente giusto.

De Gasperi, e questo non dobbiamo dimenticarlo, visse proprio nell’età della maturità e al culmine della sua presenza politica nel paese, momenti assai difficili per incomprensioni con diversi settori, dalla destra reazionaria all’avanguardismo neutralista di certi ambienti pur avanzati dello stesso suo partito, ma soprattutto con alcuni settori del mondo cattolico ed ecclesiastico.

Proprio a ridosso delle grandi riforme agraria prima e fiscale poi promossa dai suoi governi, egli dovette subire umiliazioni e ingenerosi giudizi che solo la grande e solida fedeltà seppero fargli affrontare. Come non ricordare l’episodio tristissimo delle palesemente false accuse mossegli da “Il Candido”, pubblicazione diretta da Giovanni Guareschi, su un presunto incitamento di De Gasperi alle forze americane nel 1943 per far bombardare Roma allo scopo di accellerare la caduta del regime? Una pagina terribile, che costrinse il Presidente del Consiglio a denunciare proprio lo scrittore romagnolo che si era distinto con sagacia e impegno nelle elezioni del 1948.  De Gasperi ne soffrì moltissimo e i fatti gli diedero ragione: era un tentativo bieco e privo di prove, se non impregnato di fake news, da parte della destra neofascista di screditarlo, usando la buonafede e l’ingenuità di Guareschi, che pagò col carcere quella così triste vicenda.

Ma la sofferenza non risparmiò De Gasperi neanche all’interno del mondo cattolico stesso, quel mondo e quell’identità religiosa alla quale aveva donato da sempre la sua intelligenza e la sua limpida coscienza. In quegli stessi anni dovette affrontare le conseguenze politiche, ma direi anche umane e relazionali della cosiddetta “Operazione Sturzo”. Avvicinandosi le elezioni comunali per il rinnovo del consiglio comunale di Roma, nel 1952, all’interno del mondo cattolico si fece largo l’idea che la DC, così fortemente supportata dai Comitati Civici del prof. Luigi Gedda nelle elezioni politiche del 18 aprile 1948, non fosse in grado, dato l’indebolimento del sostegno di alcuni settori della borghesia verso il partito a seguito proprio della riforma agraria e fiscale, di vincere quella, seppur locale, ma assai importante competizione elettorale.

Già l’anno prima (1951) in occasione del rinnovo del consiglio comunale di Pompei il vescovo locale, mons. Roberto Ronca, che aveva avuto un ruolo eccezionale nell’ospitare e proteggere antifascisti e antinazisti quando era stato rettore del Seminario maggiore Romano, promosse e benedisse una lista civica denominata “Bartolo Longo” in ricordo del grande domenicano venerato proprio a Pompei. Ebbene, questa lista ottenne la maggioranza dei voti e sorse in alcuni ambienti cattolici l’idea di creare una “syndication” di gruppi cattolici in una lista civica per le elezione del 1952 a Roma denominata  lista “Cupolone”. In base a tale progetto le DC avrebbe dovuto rinunciare a presentare proprie liste, come anche i partiti della destra neofascista e monarchica, favorendo un incentivazione dei possibili suffragi; ma la cosa più dolorosa per De Gasperi fu che quella lista avrebbe dovuto sostenere alla carica di sindaco proprio Don Luigi Sturzo, rientrato da oltre 20 anni di esilio impostogli dal fascismo e che ora essendo prete si trovava a dover ubbidire ad una imposizione che egli probabilmente accettava da sacerdote e che lo avrebbe consegnato al paradosso della storia: una delle figure più fulgide dell’antifascismo, colui che senza mai candidarsi aveva insegnato l’ispirazione laica del cattolico in politica ad un mondo cattolico ancora confuso dal retaggio del “Non expedit” di Pio IX, che diventava sindaco con gli eredi dei fascisti!

Per fortuna quell’operazione fallì: la stessa Azione Cattolica non seguì le direttive di Gedda che probabilmente non ne era stato l’ispiratore, ma solo l’obbediente esecutore e De Gasperi resistette a pressioni e anche a sottili minacce, mantenendo unita la DC e confermando alla guida del Campidoglio il democristiano Salvatore Rebecchini. Fu una dimostrazione di indipendenza, coraggio e forte dignità politica ed umana.

Il “metodo democratico”, quindi, fu una concezione filosofico politica che De Gasperi introdusse nel dibattito politico, con esso allargando il confronto e provocando ulteriori sviluppi nella dialettica tra le forze politiche, non per cambiarsi reciprocamente, ma per arricchirsi di idee, contributi, osservazioni ed anche correzioni, come lo spirito autentico della politica impone. Tale visione credo resti attualissima anche nei comportamenti che oggi vediamo sovente appariscenti e poco sostanziali, molto vissuti nella sovraesposizione mediatica e dei social. Il monito di De Gasperi a sostegno del “metodo democratico” vale, a mio avviso, ancora moltissimo ed è di grande attualità. In questo proprio i cattolici devono dare l’esempio, non per un confessionalismo ormai obsoleto, ma perché attraverso le risorse della razionalità e della cultura politica ed economica, si possa contribuire alla costruzione di un mondo più giusto e più libero, a misura d’uomo, trasformando lo Stato in una comunità civile che favorisca la partecipazione di tutti alle decisioni di comune interesse, combattendo le ingiustizie e difendendo la pace, come Alcide De Gasperi seppe fare.

Prof. Giulio Alfano

Presidente dell’Istituto Emmanuel Mounier

Come traduciamo l’esperienza degasperiana? Oggi l’iniziativa politica deve mirare alla difesa attiva dei corpi intermedi.

Il tema della tutela e promozione dei corpi intermedi è forse l’aspetto fondamentale su cui concentrare prioritariamente i nostri sforzi. Si dice che dalla salute dei corpi intermedi si misuri il grado di maturità di una democrazia. Le patologie che hanno aggredito nel corso degli anni questa parte fondamentale della nostra democrazia sono probabilmente tra le maggiori cause della nascita dell’antipolitica. Credo quindi che proprio dai corpi intermedi occorra ripartire.

Di seguito riportiamo un’ampio stralcio dell’intervento svolto domenica 3 aprile al convegno di Viterbo su “Con le lenti di Alcide De Gasperi”.  

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L’approfondimento storico e culturale di cui abbiamo goduto grazie a tutti gli interventi di questi giorni, oltre che essere un arricchimento, per quanto mi riguarda, è molto prezioso. Ha il merito di avere evidenziato la grandezza della eredità lasciataci dalla vita e dalle opere di Alcide De Gasperi.

Ma…c’è un ma.

Perché questa enorme eredità genera come conseguenza un’altrettanto importante responsabilità in capo a noi, che al suo magistero ci vogliamo ispirare. La responsabilità di declinare al futuro quanto ha trasmesso. Non mi addentrerò pertanto in analisi storiche o culturali sulla vita di De Gasperi: non ho le competenze specifiche degli studiosi che sono intervenuti questi giorni, ma voglio provare invece a trarre da questo immenso patrimonio alcuni spunti che credo possano essere utili alla nostra attività e al nostro impegno quotidiano.

E per fare ciò mi viene in aiuto la recente esperienza che come Rete Bianca abbiamo vissuto in occasione delle scorse elezioni amministrative nel comune di Bologna. Come immagino molti di voi sapranno, il territorio bolognese è storicamente e pervasivamente presidiato da una forte presenza di una cultura politica che non è propriamente la nostra. Chiaramente sto parlando della cultura di sinistra, una sinistra di governo storicamente nota per essere fautrice di “buon governo”. Una sinistra che, d’altra parte, ha anche manifestato in passato e a fasi alterne il difetto di una tendenza a sentirsi autosufficiente.

In questa tornata elettorale, invece, si è aperto un confronto con i vertici locali del partito e con il candidato sindaco mesi prima dell’appuntamento elettorale. Non è stato quindi un esperimento estemporaneo. Si è trattato invece di un confronto che si è fatto progetto: un progetto frutto di un ragionamento politico congiunto. Un progetto che ha portato ad una candidatura indipendente nella lista del Pd. Un progetto che ha trovato convergenza su alcune tematiche ed alcune istanze che sono proprie del nostro mondo e su cui abbiamo basato la nostra campagna elettorale. Istanze che sono state racchiuse in tre parole chiave: #comunità #solidarietà #sussidiarietà.

La prima: la comunità è al centro dei nostri sforzi e del nostro impegno. Un impegno che deve mirare a promuovere senso di partecipazione di ognuno di noi a qualcosa di plurale ed in netta contrapposizione a quell’esasperato individualismo che vediamo purtroppo avanzare in molte situazioni e che ha inquinato molte dinamiche sociali. E qui si arriva alla seconda parola chiave: solidarietà. Una comunità se non è solidale semplicemente non è. Una comunità deve assumersi il compito di tutelare i più fragili. In una comunità ognuno si prende cura dell’altro. Infine la sussidiarietà, concetto che abbiamo declinato nella sua accezione più moderna di sussidiarietà circolare e con cui abbiamo inteso riassumere una visione di funzionamento virtuoso della società, proprio in quanto basato sulla corretto funzionamento e coinvolgimento dei corpi e degli organi di governo intermedi.

Il tema della tutela e promozione dei corpi intermedi è forse l’aspetto fondamentale su cui concentrare prioritariamente i nostri sforzi. Si dice che dalla salute dei corpi intermedi si misuri il grado di maturità di una democrazia. Le patologie che hanno aggredito nel corso degli anni questa parte fondamentale della nostra democrazia sono probabilmente tra le maggiori cause della nascita dell’antipolitica. Credo quindi che proprio dai corpi intermedi occorra ripartire.

Infatti, se la cura dei corpi intermedi è fatta correttamente, sarà anche la migliore medicina contro l’altra grande malattia di cui soffre il nostro paese, ovvero l’alto tasso di astensionismo. Un cittadino, un partecipante alla comunità, che percepisce un livello di governo efficiente e allo stesso tempo vicino a sé, sarà inevitabilmente più coinvolto e consapevole che il suo voto e la sua partecipazione non è irrilevante.

Questa è a mio avviso la priorità da perseguire proprio per contrastare, come si diceva, l’antipolitica e i populismi. E uso il plurale volutamente in quanto francamente credo che il populismo più pericoloso sia non tanto, o meglio, non solo quello becero e sguaiato che tutti abbiamo presente, quanto piuttosto il cosiddetto “populismo di Palazzo” o “populismo gentile” (che poi tanto gentile non è). E quindi si dovrà avere il coraggio di dire un No convinto e determinato a chi

  • quando è stato al governo ha massacrato (sottolineo “massacrato”) senza nemmeno un progetto organico di transizione, corpi e organi di governo intermedi come per esempio le province, ma non solo.
  • oppure a chi, con violenza verbale (tipo “un lanciafiamme in direzione”) ha dimostrato di essere a digiuno dei fondamentali della nostra cultura politica, nonostante affermasse di ispirarsene.

Chiudo quindi con un invito a tutti.

Sembra retorica, ma purtroppo non lo è: oggi effettivamente siamo in una fase storica spartiacque per il futuro del nostro Paese oltre che per quello internazionale. L’invito è quello di attivarci, mobilitarci, ognuno nel proprio ambito e con le proprie competenze, tenendo ben presente le idee ricostruttive che sono state illustrate in questo nostro incontro. E di farlo praticando l’equilibrio e non l’equilibrismo.

La corsa all’Eliseo. Sinistra, adieu! Il commento proposto da “succedeoggi.it”.

Domenica prossima si vota in Francia: probabilmente, al secondo turno Macron sarà riconfermato, ma la vera notizia è un’altra… i vecchi partiti della sinistra sono scomparsi. Al loro posto s’è insediato un tribuno sterile, inutile e populista, Jean-Luc Melenchon.

Gianni Marsilli

Chissà, forse il ricordo personale rende meglio l’idea di una dotta ma incolore analisi politica, che oramai dura il tempo di un mattino e poi via al macero, ché i parametri son già cambiati. E allora vai con l’abusato ma efficace “je me souviens” alla maniera di George Perec, se mi è umilmente concesso.

Mi ricordo un enorme capannone alla periferia di Lione nell’aprile dell’88, pieno come una scatola di sardine. C’era un vecchio con i capelli rossicci sul palco che con una bella voce carezzevole cantava “douce France, oh cher pays de mon enfance…”, e i cinque, diecimila stipati nel capannone che l’accompagnavano in coro. Era Charles Trenet, gloria della “chanson populaire”, patrimonio nazionale vivente che aveva prestato la sua preziosa persona alla campagna elettorale per le presidenziali. Accennava anche a qualche passo di danza, muovendosi sulle sue lunghe gambe con agilità insospettabile. 

Mi ricordo che ad un certo punto la folla quasi ammutolì, per poi esplodere in un applauso entusiasta e aprirsi al passaggio del sovrano. Costui era un uomo di statura medio bassa, ma fendeva la folla la testa alta e il petto in fuori come se dominasse tutti dall’alto di un cavallo bianco. Si chiamava François Mitterrand ed era il candidato del partito socialista, nonché presidente della Repubblica uscente. L’ometto impettito salì sul palco e parlò almeno per un’ora unicamente a braccio con voce metallica ma non fredda, come di acciaio ben temprato. Parlò un po’ del suo programma, demolì i suoi avversari con micidiale arguzia e senza l’ombra di un’ingiuria, citò scrittori e poeti della ricca storia nazionale, ebbe qualche motto di spirito appropriato. Ai miei occhi di esordiente, l’ometto era diventato un omone, il massimo interprete dell’arte oratoria che mi fosse capitato di ascoltare. Come andare a teatro.

Mi ricordo del momento cruciale di quella campagna elettorale, il duello televisivo tra Mitterrand e Chirac, che da due anni era il “suo” capo del governo in una inedita forma di coabitazione, visto che aveva vinto le politiche nell’86. Sembrava l’Ok Corral, una sparatoria felpata ma assassina, in cui i contendenti si guardavano “les yeux dans les yeux”. Più che politico, il duello era personale: avrebbe vinto il più freddo e tagliente, e si capì presto chi l’avrebbe spuntata. Accadde quando Chirac, che l’altro chiamava “Monsieur le Premier ministre”, chiese di azzerare i ruoli e di chiamarsi rispettivamente e democraticamente “monsieur Chirac” e “monsieur Mitterrand”, perché quella sera erano “su un piano di parità“. La risposta di Mitterrand, accompagnata da un sorriso sardonico, fu folgorante: “Mais vous avez tout a fait raison, Monsieur le premier ministre”. Qualche giorno dopo Mitterrand fu confermato all’Eliseo. 

Mi ricordo, sette anni dopo, di uno Chirac che ci riprovava, oltretutto con la tacita benedizione di Mitterrand. L’avevo seguito per un paio di giorni nel nord operaio e socialista, l’avevo visto stringere migliaia di mani, avere una parola per tutti, empatico e caloroso, tutto sociale e antilepenista. Non si capiva cosa ci facesse sulla destra dello scacchiere politico. Aveva difronte Lionel Jospin, un socialista puro e duro, di alta caratura intellettuale ma assai legnoso, dall’apparenza perennemente tormentata, se non proprio gastritica. Lo sconfisse con buon margine, 53 contro 47 per cento. 

Degli anni che seguirono (una ventina, mica  pochi) mi ricordo invece poche cose: il divorzio di Sarkozy e una bella nuova “première dame” italiana, le peripezie sessuomani di DSK (Dominique Strauss Kahn), le fughe in scooter di un neo presidente fedifrago…Poche cose e poco politiche. Ma mi sarò certamente certamente distratto. 

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https://www.succedeoggi.it/2022/04/francia-sinistra-adieu/

 

A Viterbo, a chiusura del convegno su De Gasperi, è stato presentato il documento definito “Boarding Card-Idee ricostruttive oggi”.

 

La tre giorni viterbese, promossa da “Il Domani d’Italia” e dal locale “Centro Studi Aldo Moro”, si è chiusa con la illustrazione di quella che gli organizzatori hanno definito una sorta di carta d’imbarco.

Di fronte a un viaggio che riguarda tutti, in una fase di così profonde trasformazioni, con la mèta appena identificabile nei suoi tratti generali, i cattolici popolari e democratici hanno il dovere di predisporsi alla rifondazione di nuove “Idee ricostruttive”, seguendo in particolare l’esempio della proposta avanzata dopo la seconda guerra mondiale dallo statista trentino.

Il Vescovo emerito di Prato, Mons. Gastone Simoni, ha celebrato la messa nella quale, sul piano spirituale e religioso, si è fatto cenno alla figura di De Gasperi nella ricorrenza della sua nascita (3 aprile 1881).

Di seguito pubblichiamo il testo della “Boarding Card”.

 

Redazione

 

Un tragitto ha bisogno di memoria, come pure è la memoria ad aver bisogno di visione itinerante, per legare passato e futuro.

 

Sullo sfondo della guerra di Liberazione, i democratici di ispirazione cristiana posero a fondamento della loro iniziativa le “Idee ricostruttive” che Alcide De Gasperi, e altri insieme a lui, tutti egualmente animati d’autentica fede nella libertà, avevano elaborato in vista della rinascita civile e politica della nazione.

 

Non era un catalogo di buone intenzioni, ma l’architettura  di un programma di governo: i principi a contatto con la vita reale assumevano il profilo di scelte impegnative e coraggiose. Il motore di profonde trasformazioni (Piano Casa, Schema Vanoni, Cassa del Mezzogiorno, riforma agraria) operava all’interno di quel disegno originario.

 

Anche oggi, a rileggerlo “con le lenti” del riformismo liberal-popolare, il testo delle “Idee ricostruttive” conserva la freschezza di un sentimento ideale e politico che scaturiva dall’incontro di due generazioni diverse – da un lato i vecchi popolari sturziani e dall’altro i giovani provenienti dall’associazionismo cattolico – legate l’un l’altra da consapevolezza e senso di responsabilità dinanzi alla sfida della rifondazione dello Stato.

 

Non ci fu una sola voce. Vero è che De Gasperi e Dossetti, ad esempio, interpretarono al più alto livello e con maggiore chiarezza la spinta dialettica del protagonismo etico-politico dei cattolici. Si misurarono, attraverso il loro confronto, istanze concorrenti che poi dovevano estendere i loro effetti nella direzione politica di un progressivo ampliamento delle basi democratiche dello Stato.

 

Il passaggio dal centrismo al centro-sinistra, la riflessione sul dopo-‘68 e la necessità di nuovi equilibri di governo, il cruciale momento della solidarietà nazionale (1976-1978),  con il “confronto” ravvicinato tra DC e PCI, sono tappe di un percorso che segue un indirizzo e risponde a una ragione.

 

Ciò venne meno con l’irruzione del terrorismo, annunciato da una ferrea strategia della tensione, che in ultimo impedì alla “Terza fase” di Moro di completare il grande disegno di modernizzazione della società e delle istituzioni, rinnovando alle radici il patto democratico.

 

Ripartiamo dunque dalle origini. Si tratta, da parte nostra, di acquisire una lezione a tutto tondo. Anche ciò che all’epoca apparve un irrimediabile contrasto tra due visioni del mondo – degasperismo e dossettismo – oggi pretende in sede storica di essere ricollegato alla suggestiva poliedricità del “cristianesimo democratico” del Novecento.

L’Italia venne fuori dal disastro, fu capace di risollevarsi economicamente, riuscì nell’impresa di agganciare nel giro di pochi lustri le nazioni più progredite. Si lanciò, grazie soprattutto a De Gasperi, nel ridisegno degli equilibri nel mondo, adottando l’europeismo e l’atlantismo come basi della sua politica estera.

 

Quel periodo straordinario, segnato dalla solidarietà dei riformisti – laici e cattolici – come alternativa all’incombenza del comunismo, ebbe il suo coronamento nel tanto celebrato “miracolo economico”.

 

Una nuova classe dirigente aveva messo radici, non in modo abusivo o per casuale avventura, bensì in ragione della credibilità maturata nell’azione di governo. Giova pertanto riappropriarsi del “codice sorgente” che spiega la portata di un successo inaspettato.

 

Sicuramente i cattolici riuniti attorno a De Gasperi ebbero il merito di non considerare il largo consenso ottenuto alla stregua di un mandato all’esercizio solitario del potere.

 

Da ciò deriva la visione unitaria, in chiave di politica riformatrice, delle questioni legate al progresso del popolo italiano; visione unitaria per l’insieme dei fattori presi a riferimento, ma soprattutto per l’invito a rompere l’involucro delle pregiudiziali integraliste; e visone unitaria, infine, per l’immedesimazione in uno sforzo di apertura e condivisione volto a superare gli “storici steccati” che potevano minare l’azione ricostruttiva.

 

Veniamo allora all’attualità. L’esistenza di un grande partito, secondo l’esperienza vincente di De Gasperi, risponde alle necessità della vita democratica del Paese. Pertanto, come sempre, occorre leggere i segni dei tempi. Più che inseguire l’ubbia di un ritorno alla DC, magari con l’impronta di un’indebito moderatismo che ignora la portata innovativa del cattolicesimo politico, serve concentrarsi sul futuro di una proposta adeguata e conseguente al nuovo tempo dell’impegno pubblico dei cristiani, in particolare nell’orizzonte della secolarizzazione.

 

Attenzione a questo dato. Una lettura limitata vede la rottura con il passato e ne depreca gli esiti, scorgendo solo l’impatto di una secolarizzazione che riduce ed umilia lo spazio della fede; ma non coglie, viceversa, la rottura più grande e significativa, quella che interviene positivamente sul terreno delle ideologie, posto che oramai l’assolutismo operante al loro interno risulta pressoché dissolto – dov’è la forza rivoluzionaria del marxismo? – e non consente più di legittimare la ripresa del pregiudizio anticlericale.

 

C’è una dinamicità, insomma, nel quadro della secolarizzazione che offre l’opportunità di ridisegnare i confini e i contenuti di una politica democratica. In realtà, umanesimo cristiano e umanesimo laico sono al cospetto di una verifica storica che lega entrambi a una medesima scommessa: chiuso il ciclo delle ideologie, si può ridare spazio a una politica che abbia la forza di rispondere con intelligenza alle pretese della tecnoscienza e al nomos di una società puramente meccanizzata, per giunta con il potere travolgente dell’intelligenza artificiale?

 

Quel che convinse De Gasperi, e cioè la tendenza della storia a guadagnare condizioni di progresso, anche se a fatica e con alterne fortune, deve convincere noi stessi a ristabilire la fiducia in un progetto di “nuova società” a misura dell’incontro di umanesimo e cristianesimo.

 

Cambia, insomma, il paradigma della politica. Abituati alla pace, ci troviamo all’improvviso di fronte alla guerra, anche a pochi passi da casa nostra; pronti a fare spesso mea culpa, tanto da mettere in ombra le ragioni fondative della cultura occidentale, sentiamo ora l’urgenza di una difesa non propagandistica del mondo euroatlantico; insoddisfatti e reattivi al cospetto di una globalizzazione senza regole e principi, prendiamo coscienza della risorgente divisione tra mondi separati – oriente contro occidente – quando l’alternativa dovrebbe consistere piuttosto nella nuova tessitura di relazioni universali, unica speranza di futuro per l’umanità.

 

Quando De Gasperi volle introdurre la formula del “centro che si muove verso sinistra” – e lo fece già nel 1945, cioè all’inizio della sua battaglia nel secondo dopoguerra – intendeva asserire in forma sintetica che una politica d’ispirazione cristiana deve saper coltivare un’idea guida che spinga la libertà a muovere verso la giustizia. Con il richiamo al solidarismo egli compendiava le varie componenti, ideali e politiche, del suo progetto di rinnovamento.

 

Il solidarismo, in effetti, era ed la sigla di una originale  impostazione “democratica e cristiana”. E dunque, che fare adesso? Ovvero, che fare per essere partecipi di questo enorme riepilogo di esigenze e di speranze? Come fecondare la politica di laiche istanze – dalla tutela del creato al ripudio dell’imperialismo, e dunque all’edificazione di un “governo mondiale” a presidio della pace – che rechino il sigillo della mediazione rispetto all’insegnamento sociale della Chiesa?

 

Non possiamo stare fermi, ma non dobbiamo cedere all’improvvisazione: per questo, invece di proporre una ennesima “carta dei valori” per l’ennesima rifondazione di partito, suggeriamo di adottare una sorta di “carta d’imbarco” in attesa di affrontare il “viaggio”, usando la bussola della coerenza, verso la meta di una politica democratica più corrispondente alle nostre attese e soprattutto, se ciò non suona eccessivamente ambizioso, alle attese del popolo italiano.

 

Alla ripresa della vita democratica, dopo la liberazione di Roma, De Gasperi si dichiarava in questo modo: «Io mi sento un cercatore, un uomo che va a scovare e cercare i filoni della verità della quale abbiamo bisogno come l’acqua sorgente e viva delle fonti. Non voglio essere altro».

 

Anche noi viviamo oggi da “cercatori” l’impegno che serve a dare forma, con fedeltà creativa, a nuove “Idee ricostruttive”.

La lezione europeistica di De Gasperi nell’attuale contesto di guerra  

  

Se l’Europa non riprende in mano con energia le ragioni che ne dettarono l’avvio, perfino il significato politico dell’esercito europeo sarà risucchiato in una logica di politica di potenza e di anarchia internazionale. Prima di tutto, questo è l’opposto delle idee degasperiane e, in secondo luogo, noi contribuiremmo così a quel progressivo è già grande allontanamento dagli ideali iniziali che fa presagire un brutto destino all’umanità. 

 

Danilo Bertoli

Provo a leggere il pensiero di Alcide De Gasperi  sulla politica europea ed internazionale proprio per  consentirne  l’attualizzazione, insomma di poter guardare la realtà attuale “con le lenti di Alcide De Gasperi”.

In altre parole, (ri)cercare la ragione profonda della azione di Alcide De Gasperi rispetto alla situazione internazionale di allora, per costruire, in coerenza, una nostra attuale modalità di intervento.

Mi sembra che rilevino tre punti qualificanti della strategia europea ed internazionale di De Gasperi. Punti in cui si connette la politica internazionale e quella interna, proprio nella logica degasperiana. Un suo lascito fondamentale.

1)  De Gasperi e la CECA, Comunità europea del carbone e dell’acciaio. L’idea nasce da un brillante funzionario francese Jean Monnet e viene raccolta e fatta propria dall’allora ministro degli esteri francese Robert Schuman. Si tratta del proposito di mettere insieme il carbone e l’acciaio di Alsazia e Lorena, materie prime che per secoli hanno costituito fattori rilevantissimi di ostilità tra Francia e Germania, tanto da essere causa di guerre ricorrenti. La logica che sottende a quella esperienza non è l’autonomia dell’Europa nella produzione di carbone e acciaio, che ne è una conseguenza, ma quella di sottrarre carbone e acciaio alla sovranità dei due storici contendenti e metterli a fattore comune di sviluppo e di benessere.

Quella idea brillante raccoglie adesioni in Germania con Adenauer, nel Benelux e in Italia con De Gasperi e diventa la prima esperienza di una visione comunitaria europea, costruita su un interesse parziale economico, ma portatrice di una visione così potente da indurre l’idea che quella Comunità parziale possa essere il primo tassello della costruzione federalista dell’Europa.

A confronto, si deve anche pensare che in quegli anni  la stessa idea di Europa aveva una pessima fama, come ha ricordato recentemente anche Edgar Morin, per via del fatto che eravamo all’indomani del disastroso tentativo di Hitler di arrivare all’unità europea come risultato della guerra di conquista nazista.

2) De Gasperi e l’avvio non riuscito della CED, Comunità europea di difesa. In quegli stessi mesi in cui matura la costruzione della CECA  e sull’onda di quel successo, De Gasperi  è tra gli artefici della CED, che poi sarà affossata inopinatamente dal voto negativo della Assemblea nazionale francese.

Dentro la Guerra fredda, l’idea della CED, voluta e sostenuta con tutte le sue forze da De Gasperi, nasce col proposito di sottrarre agli Stati nazionali, che diventano criminogeni quando assumono i connotati del nazionalismo,  la disponibilità dell’esercito che è lo strumento più duro della espressione della Sovranità. L’azione di De Gasperi è sostenuta da una visione assolutamente federalista. Infatti, la logica dell’azione degasperiana è di depotenziare la sovranità degli Stati per costringerla dentro una nuova logica della messa in comune dello strumento militare.  L’obiettivo politico non è tanto la costruzione dell’esercito europeo, semplicemente per rendere  più forte l’Europa nel contesto internazionale, quanto  quello di far condividere l’aspetto centrale della sovranità.

All’indomani della seconda guerra mondiale, dopo la deludente esperienza tra le due guerre mondiali della Società delle nazioni,  che non fu più che un Forum di dialogo tra le Nazioni perché privo di ogni strumento coercitivo condiviso, con la costruzione dell’ONU si  volle dotare la Comunità internazionale di uno strumento potenzialmente capace di estirpare la “guerra” come strumento di risoluzione delle controversie tra Stati. Per questo l’ONU, all’art. 49, delinea la possibilità di un Comando militare integrato finalizzato alle “azioni di polizia internazionale”.

In questa ottica, i federalisti, e De Gasperi era uno di questi, pensano alla Comunità europea come parte, come articolazione della Comunità internazionale, non come “potenza militare”, non come parte di un nuovo “equilibrio di potenza” da costruire, ma come esperienza storica di fiducia reciproca. Fiducia tra le nazioni europee e fiducia tra le nazioni della più ampia Comunità internazionale. Si tratta di sostanziare l’idea della Comunità internazionale, non di un ritorno di Sovranità ottocentesche più o meno ampie (nazionali o continentali)  in potenziale lotta tra di loro.

3) Superare le divisioni culturali ideologiche religiose,  che originarono nella modernità  scontri e guerre in Europa. Alle basi morali  della solidarietà europea da costruire, De Gasperi dedicherà un memorabile discorso nella Conferenza dei politici cristiani dell’intera Europa tenutasi a Bruxelles nel 1948. In quel testo, poi raccolto in un volumetto di Giuseppe Petrilli, dedicato alla Politica estera ed europea di De Gasperi e  opportunamente rieditato da  Il Domani d’Italia, De Gasperi parlerà, in piena Guerra Fredda, del contributo positivo che ciascuna grande tradizione culturale e politica europea potrà dare. Ce n’è per tutti. Parla esplicitamente di una esigenza di collaborazione della corrente laica, che ha impersonato non di rado l’illuminismo come forza antagonista dell’esperienza cristiana invece che come estrinsecazione delle potenzialità del pensiero cristiano, della corrente socialista anche nella sua variante marxista come capace di contribuire alla costruzione di una società basata su un ragionevole equilibrio tra capitale e lavoro, e dirà anche parole chiare alle varie correnti cristiano democratiche, cattoliche e protestanti,  finalmente richiamate ad un dialogo ricostruttivo dopo le lacerazioni delle lotte di religione  in Europa.

Queste idee hanno avuto  conseguenze nella costruzione degli  Stati costituzionali europei e sono rimaste sottese al disegno dell’integrazione europea anche se, dopo la battuta d’arresto del disegno politico federalista incentrato sulla CED, l’Europa ha poi proceduto sulla strada del funzionalismo: integrazione tecnica ed economica e spill-over politici.

Voglio esplicitare due passaggi che ci insegnano molto per l’oggi.

Sul piano interno. L’idea dello Stato liberale democratico, non semplicemente nazionale, ma costituzionale e pluralista, ha condotto ad esempio, nella esperienza italiana, a riconoscere all’Alto Adige-Sud Tirolo una autonomia specialissima dentro lo Stato costituzionale ma contro garantito dall’Austria. Le basi di questo accordo furono trattate da De Gasperi con Gruber, il ministro degli esteri austriaco, già  a margine della Conferenza di Parigi del 1945.

Sul piano internazionale. Nonostante la Guerra Fredda, dopo la crisi dei missili a Cuba del 1962 e dopo quella degli Euromissili del 1977, con la Conferenza sulla Cooperazione e la sicurezza in Europa, si sono poste le base per una nuova possibilità di pace in Europa da costruire sul reciproco riconoscimento e la coesistenza. Artefice di quella intesa fu per parte italiana, non a caso, Aldo Moro.  Certamente, un continuatore, in un contesto nuovo, della visione degasperiana. Sguardo lungo. Interpellato sulla tenuta della CSCE, che secondo certi ambienti scettici della realpolitik era debole per la presenza al tavolo di interlocutori non affidabili, Moro rispose “Helsinki rimane e Breznev passerà”.

Senza quella cornice, Gorbaciov non avrebbe avuto, molto probabilmente, la fiducia di trovare un contesto adatto a raccogliere a Ovest la sfida della Glasnost e della Perestroika e non sarebbero stati possibili i Trattati sulla riduzione delle armi nucleari in Europa.

Per l’azione sulle questioni di oggi.

Le idee degasperiane vanno riprese per evitare il rischio di deragliare. Le cose non sono semplici ma serve riprendere il bandolo della matassa. E va fatto ora, anche nel pieno di questo turbine, costituito dalla guerra della Russia contro l’Ucraina, parte di un più ampio ridisegno degli equilibri di forza.  Puntualmente, l’ultimo volume di Limes è intitolato “La Russia cambia il mondo”,  esplicitazione sintetica della tesi che le guerre cambiano gli assetti geostrategici.

Noi dobbiamo partire da un punto fondamentale. L’idea che Woodrow  Wilson pose alla base della decisione di entrare nella prima guerra mondiale e che comunicò come condizione agli Europei. Disse, grosso modo: “Dopo questa guerra, che vinceremo, non dovrà accadere come nel passato che i vincitori si metteranno al tavolo della pace  e detteranno le condizioni ai vinti. Questa volta, vincitori e vinti, siederanno allo stesso tavolo e decideranno insieme le regole della pace futura.” Inglesi e Francesi approfittarono della crisi della Presidenza Wilson, azzoppata per avere perso le elezioni di medio termine, e chiusero secondo i vecchi criteri  la pace di Versailles che preparò i terreno per la seconda guerra mondiale, ancora più distruttiva. Il monito di Wilson, che firmerà infatti la pace con la Germania l’anno dopo,  è tanto più valido, oggi, con la presenza delle armi nucleari e la sofisticazione crescente delle modalità di uso.

Noi dobbiamo pensare a quali coordinate possano inquadrare il disegno della (ri)costruzione di un clima di fiducia tra l’Europa occidentale e la Russia.  Nell’idea di uomini geniali, costruttori di pace, come fu La Pira, e  statisti democratici cristiani, come Moro, e laici, come Spadolini, la Russia doveva tornare in Europa alla caduta del comunismo. Dunque, (ri) costruire lo spazio europeo, nel dialogo con la Russia e, ovviamente, senza che la Russia entri nella UE sbilanciandola, deve essere una delle coordinate del progetto.

Riprendere il disegno originario dell’Europa unita significa ripensare anche la prospettiva strategica dell’Europa. A quello che ci sta intorno. L’unità europea era pensata in una prospettiva molto diversa rispetto a quello che è accaduto dopo la caduta dell’URSS. Diversa anche rispetto a quello che sembrano prospettare e volere i nuovi fautori degli Stati Uniti d’Europa. Non sta in quel disegno, né la prospettiva di irrobustire i singoli eserciti degli Stati europei e neppure l’idea di un esercito europeo se  l’obiettivo è, banalmente, di avere uno strumento più potente da esibire nel nuovo assetto geo-strategico del mondo. La sicurezza dell’Europa sta nella capacità di riprendere il disegno della Comunità internazionale, come comunità di cooperazione.

Per questo, bisognava e bisogna evitare di regredire verso la logica di potenza che prepara le condizioni di una sfiducia reciproca e conduce a pensare che l’unica garanzia di sicurezza deriverà dalla potenza propria e dei propri alleati. È ovvio che questo disegno si costruisce nell’amicizia con gli Stati Uniti d’America.

Per questo, bisognava e bisogna essere capaci di contenere le spinte nazionalistiche. Non ne fummo capaci nella crisi che condusse allo sgretolamento della ex Yugoslavia. La giustificazione può essere riconosciuta dal farsi tumultuoso di quello sgretolamento. Ma c’è da mettere in conto anche l’idea dell’Occidente, neppure celata, di prendersi qualche vantaggio sulla crisi dell’avversario storico. Non è comprensibile che si trascini ancora la definizione dell’ingresso dei Balcani occidentali nell’UE. E non è comprensibile che l’Europa  non affianchi  quei  Paesi nell’approntare le soluzioni dei contenziosi territoriali ancora aperti. Ad esempio, alla discussione tra Serbi  e Kosovari sulla regione mineraria di Trepca  (territorio kosovaro e maggioranza assoluta della popolazione serba) può esser  suggerito lo schema di soluzione della CECA?  La peggior cosa possibile deve essere sempre considerata l’idea di por mano a modifiche dei confini.  D’altra parte, nell’ottica di vedere i confini nazionali tra Stati sovrani ridimensionati a confini amministrativi, ben si può vedere come quelle contese territoriali  si riducano nel loro peso.

E va notato, che non  siamo stati capaci di contenere le spinte nazionalistiche neppure nella crisi annunciata tra Russia ed Ucraina. Il caso del Donbass poteva essere trattato alla stregua della soluzione dell’Alto Adige – Sud Tirolo con una autonomia speciale dentro la Repubblica Ucraina contro garantita dalla firma della Russia? I governanti  democratici dell’Ucraina non dovevano essere lasciati soli nella gestione del rapporto con l’ovvio e sacrosanto  spirito nazionale di indipendenza che, però, doveva  essere contenuto per il rischio di tracimare verso il nazionalismo. Per questo era necessario che  l’UE aiutasse la soluzione con la definizione del quadro geostrategico con la Russia dentro la cornice della CSCE.  Non una politica di puro contenimento ma una politica capace di sciogliere i nodi della sfiducia e della rivalità tra Occidente e Russia. D’altra parte, questa feroce invasione dell’Ucraina da parte della Russia non potrà che produrre un irrigidimento del nazionalismo di entrambe le parti. E non sarà facile smussare gli angoli e riprendere la convivenza tra i due popoli.

Su questi valori, è ora di sentire la proposta dell’Europa  per forre fine alla guerra russo–ucraina e indicare la propria agenda di politica internazionale in questa parte del mondo. Serve una parola chiara. E’ da tempo che andava detta. Ora è una esigenza, una precondizione della stessa azione per porre fine a questa guerra. D’altra parte, si invocano e ci sono tentativi di  mediazione israeliani, cinesi, turchi, si dice che senza la partecipazione al tavolo della pace di Stati Uniti e Cina, accanto a Russia e Ucraina non ci sarà soluzione. Ma questo è un tema su cui l’Europa deve essere il primo attore. È una guerra in casa nostra, nello spazio geostrategico europeo, mette in discussione i valori di politica internazionale su cui l’Europa è stata fondata. Con le lenti di De Gasperi,  lo si vede chiaramente!

Se, per dirla come Norberto Bobbio, la democrazia è il potere del pubblico in pubblico, è ora di sentire la proposta dell’Europa. È tempo infatti che la stessa politica internazionale, come diceva Luigi Sturzo un secolo fa, esca dall’area della diplomazia segreta ed entri a pieno titolo nella discussione democratica. Nel XXI° secolo non può essere ritenuta una pretesa ma un diritto democratico.

Cattolici e politica, un limite invalicabile?

 

La domanda a cui dobbiamo dare una risposta è quella di comprendere sino in fondo quali siano le ragioni politiche, culturali e forse anche organizzative che impediscono il decollo di un progetto in grado di ricavare la sua legittimità dal retroterra cattolico democratico, sociale e popolare.

 

Giorgio Merlo

 

Il tema è antico e complesso. Lo storico cattolico Pietro Scoppola già lo definiva negli anni ‘80 una sorta di “historia dolorum”, cioè un rapporto difficile e articolato che non è mai stato nè semplice e nè ordinario. Insomma, il rapporto tra i cattolici e la politica, soprattutto dopo la fine dell’esperienza storica della Democrazia Cristiana, ha vissuto momenti altalenanti ma sempre dettati dall’incertezza, dalla precarietà e dagli esiti balbettanti. Momenti, cioè, che hanno risentito delle difficoltà di ridar vita ad un soggetto politico di ispirazione cristiana. Cioè un partito che, al di là dei consensi, potesse riproporre una esperienza capace di rilanciare il patrimonio culturale ed ideale del cattolicesimo sociale, popolare e democratico. E i vari tentativi che si sono susseguiti nell’arco di questi ultimi 30 anni o sono finiti anticipatamente – penso alla significativa e qualificata esperienza del Partito Popolare Italiano di Marini e Martinazzoli – oppure sono durati lo spazio di un mattino perchè finalizzati esclusivamente all’ottenimento di qualche seggio parlamentare all’interno di qualche contenitore elettorale perlopiù estraneo alla cultura e all’esperienza dei cattolici impegnati in politica.

 

Ora, però, quello che non può più passare sotto silenzio è che le molteplici iniziative che sono state messe in campo in questi ultimi tempi o non decollano perchè si riducono ad essere esperienze prevalentemente testimoniali o poco più, oppure non riescono a dispiegare un progetto che sappia intercettare e farsi carico delle domande, delle ansie e delle preoccupazioni di settori definiti della pubblica opinione o di ceti sociali popolari e riconoscibili. Insomma, malgrado lo sforzo, la buona volontà e la dedizione disinteressata e sincera di moltissime persone – uomini, donne, giovani e anziani – nel tentare di riproporre nella cittadella politica italiana la costruzione di un nuovo soggetto politico, sono stati alla fine tutti sacrificati sull’altare della cosiddetta realpolitik e si sono dimostrati o impotenti o destinati a non avere successo. Nè politico e nè, tantomeno, elettorale.

 

Certo, il pluralismo politico e culturale dei cattolici italiani è un dato largamente e storicamente acquisito nella nostra esperienza politica e sociale. Ma è pur vero che l’esaltazione della dispersione e della eccessiva pluralità di questo mondo ha finito per creare le condizioni di una progressiva irrilevanza di questa cultura e, soprattutto, di questa progettualità politica e programmatica. E questo al di là dei ruoli che singole personalità, espressione di quest’area culturale, rivestono nella concreta dialettica politica ed istituzionale del nostro paese.

 

Ecco perchè la domanda centrale a cui dobbiamo, prima o poi, dare una risposta credibile e puntuale è quella di comprendere sino in fondo quali siano le ragioni politiche, culturali e forse anche organizzative che impediscono alla radice la possibilità di far decollare un progetto politico che ricava la sua legittimità dal retroterra cattolico democratico, sociale e popolare. Una domanda che non vuole essere polemica o strumentale ma, al contrario, utile per riflettere su quali siano le motivazioni che oggettivamente impediscono questa nuova progettualità politica nel contesto pubblico italiano. Eppure non mancano i riferimenti a cui attingere per far decollare questa progettualità politica: dal magistero di grandi statisti e leader del passato al giacimento culturale ed ideale, dal valore e dalla qualità di questa tradizione all’importanza che questa cultura ha avuto in tutti gli snodi più delicati e decisivi del nostro paese nel suo lungo cammino democratico.

 

E la bella e recente iniziativa organizzata a Viterbo dall’amico Lucio D’Ubaldo con Il Centro Studi Aldo Moro sul pensiero e sulla straordinaria eredità di Alcide De Gasperi è l’ennesimo contributo, di qualità, per uscire dall’angolo e per ridare slancio e vigore al patrimonio e alla cultura democratico cristiana e cattolico popolare. E, soprattutto, una iniziativa che contribuisce a ridare credibilità e nobiltà alla politica senza ridurla al grigiore e alla decadenza trasformistica ed opportunistica di quasi tutta la politica contemporanea.

Schwa, la livella digitale dell’identità personale.

 

Sta suscitando polemiche e raccolte di firme contrarie l’ipotesi di introdurre nell’alfabeto (e quindi anche sulle tastiere di PC, tablet e smartphone) lo “schwa “, come viene definita la ‘e’ capovolta. Ciò al fine di evitare di utilizzare desinenze maschili o femminili nei sostantivi e negli aggettivi, rivolgendosi per iscritto ad una persona, di cui si vuole celare l’identità sessuale, oltre alla propria per non suscitare turbamenti o costringere chi scrive e chi legge ad identificarsi in un genere sessuale definito. Il dibattito vede coinvolti e contrari praticamente tutti gli esponenti della cultura accademica (a cominciare da Cacciari, Arcangeli, Flores D’Arcais, dalla stessa Accademia della Crusca…). Anche l’autore esprime contrarietà per quella che può essere definita una vera Babele linguistica, foriera di confusioni e di fatto tangibilmente inutile.

***

Ci sono cose che non andrebbero prese sul serio, mi viene in mente il “terrapiattismo” che propugna l’idea che il nostro pianeta sia piatto: non la Terra tonda ereditata dall’astronomia ellenistica del III secolo A.C, da Pitagora, Parmenide, Archimede, Eratostene e via via fino al sistema eliocentrico Copernicano, a Newton, Galilei e poi all’astrofisica dei giorni nostri, alle descrizioni fascinose di Margherita Hack, , ma una tabula arrivata al confine della quale si deve tornare indietro per non cadere nello spazio che la delimita. Eppure ogni tanto si riuniscono a convegno i fautori di questa incredibile fantasia e discettano giorni e giorni per stabilire l’abc della scienza nuova. Vorrei trovarmi con uno di costoro nel punto in cui la Terra piatta finisce per farmi spiegare che cosa sta sotto, dalla parte opposta a quella in cui ci troviamo seduti o in piedi.

Eppure democrazia vuole che tutti debbano essere ascoltati, che ciascuno possa esprimere se stesso, che la digressione dalle abitudini o il separarci dalla cultura consolidata per provare e trovare nuovi modi di essere e di porsi sia l’espressione più lata della nostra libertà, l’uno vale uno nasce da qui ma poi si pretende che possa valere un po’ di più, perché pare che il dogma dell’inclusione sociale ci porti inevitabilmente ad accettare nuove dimensioni relazionali e comunicative  che ci permettano di convivere con codici linguistici e semantici inventati in nome di una multiculturalità che vorrebbe aprire, facilitare, includere, decifrare la complessità. Resilienza e inclusione sono i paradigmi di nuovi stili di vita che postulano continui adattamenti e mutevoli cangianze: essi conservano una valenza di positività fino a quando non contraddicono le evidenze.

Non ho mai creduto al teorema dell’anno zero, la storia è evoluzione di corsi e ricorsi come ci ha insegnato Giambattista Vico, ma a volte ho l’impressione che siamo arrivati ad un punto in cui si vuole cancellare il passato per costruire un mondo nuovo: non quello di Aldous Huxley, non le immaginifiche rappresentazioni delle narrazioni distopiche, non il nuovo ordine mondiale massmediologico di George Orwell di 1984 e del Grande Fratello che avevano un che di esoterico e magico ma qualcosa di più, una via di mezzo, un limbo indefinito tra nichilismo e negazionismo, una specie di ‘livella’ che rimuove il passato, come se tutto ciò che faticosamente abbiamo costruito con la scienza, l’arte e la cultura fosse un peso ormai diventato insopportabile, dove scorgiamo solo limiti, divieti, proibizioni, regole. Le regole, appunto: sono un riassunto di ciò che abbiamo adottato per contestualizzare la nostra vita, relazionarci tra noi, possibilmente comprenderci per comunicare, apprendere, informare, tramandare, arricchendo lo zoccolo duro di ciò che è stato validato con nuove opportunità, conquiste, conoscenze, scoperte, invenzioni.

Leggendo il libro del Premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi – ‘In un volo di storni’ si coglie l’essenza di questo “progress” che avviene per accumulo e selezione, per scelta e adattamento, attraverso lo studio, la riflessione e l’uso metodico del “pensiero critico pensante”, ciò che a Rita Levi Montalcini piaceva definire “imagination”, che altro non è che la creatività applicata all’intelligenza. Ritorno al mio incipit: siamo talmente soverchiati dagli effetti residuali di una globalizzazione dei luoghi comuni , del pensiero pensato e delle opinioni in libera circolazione che finiamo per confinarci in una Torre di Babele che sta al centro di un labirinto inestricabile: se stiamo dentro soffochiamo per il sovraffollamento affabulatorio, se scendiamo e ci incamminiamo finiamo per perderci nella selva oscura delle congetture senza ritorno. Confondendo l’ambiente – che è la dimensione antropocentrica del vivere – con la natura che è il villaggio di Macondo di Garcia Marquez ancora da scoprire e da cui tutti siamo partiti, finiamo per essere vittime delle nostre divagazioni e dei nostri astrusi costrutti mentali.

Eppure le regole fondamentali, quelle che definiscono il perimetro del lecito e del possibile, evocano il concetto di sostenibilità: siamo sostenibili con il contesto naturale, l’essenza stessa del nostro essere e tra noi umani se accettiamo il principio della condivisione per accomodamento, se non soverchiamo le libertà altrui e rispettiamo le regole della natura.

Scienza e demografia – ad esempio — ci danno la spiegazione più plausibile dell’eziopatogenesi pandemica, oltre le cospirazioni del grande reset, le teorie complottiste e i negazionismi più ottusi.

Trovatemi uno che – postulando una vita normale (dove la normalità non sia una diminutio del progresso) – non sia additato a torbida figura di retrogrado e demagogo, un nemico giurato dell’uguaglianza, un tenace avversario della diversità- che tutti ormai consideriamo invece essere un valore fino a quando non finisce per ribaltare ciò che la civiltà ha costruito nella linea di continuità della storia, secondo categorie spazio- temporali che sono l’asse di sviluppo della singola esistenza e della lunga storia dell’umanità. Abbiamo bisogno di codici comunicativi che ci permettano di relazionarci in modo reciprocamente comprensibile, nel solco di una continuità di lunga deriva dove si sono consolidati e validati gli alfabeti che altro non sono che segni e simboli della cultura tramandata.

Quando però l’inclusione e il genere neutro diventano ossessioni, generano stili comunicativi ai limiti dell’assurdo: è il caso della “schwa”, la famosa “e” rovesciata (la posso solo immaginare perché la tastiera del mio vecchio pc ne è sprovvista) che dovrebbe – secondo il nuovo corso del comunicare per iscritto, sostituire le desinenze dei nomi, degli aggettivi e di tutto l’armamentario grammaticale che finora ci ha consentito di scrivere e di leggere, capendoci reciprocamente. Questo per evitare di “offendere” l’interlocutore usando il genere della persona o delle persone a cui ci si rivolge (perché – se ho ben inteso —  la regola varrebbe anche per il plurale dove la e capovolta è sostituita da un 3 allungato). In pratica si tratterebbe di sostituire l’alfabeto in uso e il genere delle parole: una pensata originale ma francamente incomprensibile, che ricorda coloro che vogliono abolire il bacio del Principe ne ‘La bella addormentata’, perché sessista, non richiesto, insomma un vero abuso maschilista.

Il mondo della cultura, specie quello Universitario, la stessa Accademia della Crusca si sta ribellando a questa ipotesi di stravolgere l’alfabeto in uso perché ciò comporterebbe l’azzeramento di secoli di cultura: in letteratura, poesia, negli epistolari, nei codici, negli atti di ogni tipo, tutto dovrebbe essere rivisto secondo la nuova metodica inclusiva per evitare distinzioni e discriminazioni di tipo sessista. Un teorema revisionista che viene definito “folle” dagli studiosi della lingua,  e non solo: il quotidiano La Verità ha già tirato in ballo lo stesso Ministero dell’Università dove pare che alcuni atti relativi alle selezione del personale siano stati già adeguati alla nuova tendenza, mentre personalità come il linguista Massimo Arcangeli, il filosofo Massimo Cacciari dissentono apertamente e il Direttore di Micromega Paolo Flores D’Arcais intervistato la “Linkiesta” la definisce “una ennesima idiozia spacciata per progressista”.

Si può immaginare il caos comunicativo che una novità del genere riverserebbe a cascata nel mondo della scuola, della P.A., degli uffici, delle banche, degli studi notarili qualora – come spesso accade per tutto ciò che ci viene imposto a nostra insaputa , per consuetudine subentrata o contro la nostra volontà – le aziende produttrici di PC, tablet e smartphone decidessero di adottare lo “schwa” sulle future tastiere. “Lo schwa fa un’unica cosa: sostituisce il maschile sovraesteso quando ci si rivolge a una moltitudine mista e indefinita”: questa la risposta della sociolinguista Vera Gheno in difesa della decisione del Comune di Castelfranco Emilia di usare d’ora in avanti lo “schwa”,   ad una intervista di MicroMega del 26/4/2021. Riferendo alla giornalista Cinzia Sciuto che …” questa proposta non è nata nella mente solitaria di qualche linguista annoiata chiusa nella sua Torre d’Avorio per “imporre dall’alto” le sue fisime. Al contrario: la prima volta che mi è venuta in mente l’idea dello schwa (che poi ho scoperto essere una proposta che già circolava, per cui in verità non ho inventato proprio nulla) è stato in risposta a una persona che mi ha espresso il suo disagio nell’uso del maschile e del femminile a cui l’italiano la costringeva. Questa persona non si sentiva a suo agio perché non pensava a se stessa né come maschio né come femmina”.

Raccogliendo l’invito della Professoressa Gheno (“In questo momento penso che sia interessante osservare il fenomeno, guardare tutte le proposte, sperimentare fino ai limiti della fantalinguistica. Quello che auspicherei è che tutto questo dibattito si svolgesse con serenità e pacatezza, senza anatemi reciproci”) mettiamo da parte nostra sulla bilancia il peso di secoli di cultura sedimentata utilizzando l’alfabeto corrente, le difficoltà che molte persone – probabilmente la stragrande maggioranza- avrebbero nell’utilizzare una “e” rovesciata al posto delle desinenze attuali che indicano il genere del sostantivo o dell’aggettivo usato. Dobbiamo essere rispettosi di tutte le sensibilità ma non possiamo scoperchiare l’utilizzo dell’alfabeto finora usato senza che nessuno ne abbia subito turbamenti esistenziali, per l’indecisione di chi non sa distinguere il proprio o altrui genere di appartenenza. Un mondo asessuato è razionalmente inconcepibile, ci basta e avanza la banale definizione di “genitore uno” e “genitore due”.

Per questo, chiosando la ribellione neanche tanto velata del mondo accademico, mi piace concludere utilizzando una frase trovata nella stessa pagina di MicroMega: “Lo schwa? Una toppa peggiore del buco. È pericoloso sperimentare sul sistema della lingua senza prevederne i contraccolpi e le conseguenze sul piano della comunicazione”. Con “serenità e pacatezza” ma anche con pragmatismo e senza pregiudiziali ideologiche o politiche la novità che inizia a circolare deve essere vagliata “cum grano salis” per evitare che in un mondo in cui è già difficile comunicare e capirsi, non succeda di trovarci nel bel mezzo di una incomprensibile babele linguistica.

Il negoziato tra russi e ucraini conclude soltanto il primo capitolo di una storia ancora tutta da scrivere.

 

Putin è riuscito a portare avanti una politica estera aggressiva ed espansionista, approfittando anche della crescente riluttanza americana a battersi oltre confine.  Ciò condiziona non poco latteggiamento dei Paesi europei nei confronti dellattuale condotta di Mosca nel senso che lintransigenza forzata” di Biden potrebbe non essere più seguita, come sta dimostrando lintenzione di alcune capitali di calibrare le proprie posizioni per distinguersi da quella americana.

 

 

 

Giorgio Radicati

 

 

L’avvio di un negoziato di pace tra Russia e Ucraina, su territorio turco e con la mediazione dei padroni di casa, aveva subito suscitato soprattutto nell’opinione pubblica (in particolare europea) una ondata di ottimismo circa gli sviluppi della crisi. Era una impressione fondata non tanto sulla convinzione che il conflitto armato andasse esaurendosi, quanto sulla speranza che le negative conseguenze di cui era potenziale portatore (prima fra tutte il temuto impiego di armi nucleari) si fossero dileguate. In altri termini, si riteneva che per il solo fatto che le due parti avessero iniziato a discutere in presenza sui principali problemi all’origine della guerra, le armi potessero (anche se con gradualità) essere messe a tacere e un compromesso potesse essere raggiunto in tempi ragionevolmente brevi.

 

Purtroppo, è una storia a lieto fine che politici e analisti di varia estrazione e nazionalità non sono, per il momento, disposti a condividere alla luce di quanto si è prodotto di dannoso e, per certi versi, irreparabile (almeno nel breve e medio periodo) in oltre un mese di guerra. Ossia: la totale distruzione di città e importanti centri abitati; la morte di migliaia di persone (tra militari e civili); la fuga di quattro milioni di profughi (in gran parte verso l’occidente); le notevoli distorsioni economiche e finanziarie a livello globale generate dalle  sanzioni imposte alla Russia; le gravi ripercussioni politiche e militari prodottesi all’interno degli Stati Uniti, della NATO e dell’Unione Europea; lo stato di allerta (difficilmente reversibile) scattato un po’ dovunque in Europa e nel mondo e, infine, l’isolamento internazionale al quale Washington e gli alleati europei hanno voluto condannare la Russia di Putin.

 

Ciò detto, una attenta valutazione porterebbe a ritenere che l’avvio del negoziato consenta a Putin di prendere tempo per aggiornare i piani politici e militari iniziali, rivelatisi, in corso d’opera, non del tutto facilmente realizzabili. Infatti, Zelensky resta al potere con l’apprezzamento e la stima del mondo occidentale e non solo. Kiev si è rivelata inespugnabile e altre città hanno continuato a resistere con coraggio e determinazione ai devastanti bombardamenti da terra, cielo e mare condotti da forze armate preponderanti. Le truppe russe sembrano aver bisogno di riposo e di qualche opportuna rotazione, avendo subito perdite (anche in armamenti) superiori a quanto prevedibile. Le sanzioni economiche hanno inferto un duro colpo all’economia nazionale e necessitano di contromisure. Il prestigio della Russia nell’Occidente è sceso a livelli molto bassi. Infine, una nutrita schiera di oligarchi è stata duramente colpita nel portafoglio, minando probabilmente il sostegno che costoro avevano fino ad oggi assicurato al “neo Zar”.

 

Questi risultati farebbero ritenere l’“operazione militare speciale” russa quasi un fallimento, soprattutto se il negoziato non consentisse a Putin di limitare la forza politica ed economica dell’Ucraina, rendendola di fatto uno stato vassallo neutralizzato. Tuttavia, non è affatto irrealistico pensare che, dopo una necessaria pausa, egli possa portare, pur con i negoziati in corso, un nuovo ancora più violento attacco per conseguire militarmente quanto si era prefisso.

 

Nel frattempo, presumibilmente, Putin vorrebbe anche cogliere i frutti dell’offensiva diplomatica lanciata per sottrarsi all’isolamento, rafforzando i legami già esistenti con gli alleati e creandone di nuovi con i paesi tradizionalmente ostili agli Stati Uniti. A riprova di ciò i frenetici incontri che Lavrov ha avuto in questi giorni con i suoi omologhi iraniano, indiano e pakistano nonché la sua recente dichiarazione a Pechino accanto a Wang (“…i due Paesi parlano con una sola voce in materia di affari globali… ponendosi l’obiettivo di dirigersi verso un nuovo ordine mondiale…”). Al riguardo, appare evidente il tentativo di trasformare l’attuale ambiguità cinese (almeno di facciata) in aperto sostegno, non soltanto morale, alla Russia.

 

In realtà, (ad eccezione di Zelensky, interessato a veder terminare il conflitto presto e il più vantaggiosamente possibile) anche l’Occidente avrebbe bisogno di tempo. Gli Stati Uniti per mettere a fuoco la propria politica verso Mosca, sistemare meglio sullo scacchiere europeo le forze armate e verificare ulteriormente la solidità della “relationship” con le varie capitali. Gli Stati europei, invece, principalmente per saggiare l’orientamento di partiti ed opinione pubblica di fronte alla scelta fra potenziare gli armamenti (come sollecitato dalla NATO, su impulso di Washington) ovvero adottare una linea più flessibile e/o meno aggressiva (sostenuta con sempre maggiore forza da movimenti pacifisti, affiancati da intellettuali  non sempre filo putiniani), anche in considerazione degli incipienti problemi energetici legati alle forniture di gas e petrolio, del fenomeno inflattivo già in atto nonché della consequenziale probabile recessione economica.

 

Ecco perché, purtroppo, le conversazioni di pace in corso non sembrano destinate a concludersi in tempi brevi e con soddisfazione di tutti e tali resteranno almeno fino a quando i russi non accettino un “cessate il fuoco” ossia di interrompere la belligeranza per lasciare veramente il passo ad una diplomazia in grado di dirimere la difficile controversia.

 

In questa drammatica congiuntura, come più volte osservato, Biden non ha un compito facile, poiché deve riportare le truppe in Europa dopo l’isolazionismo americano degli ultimi anni, in un momento in cui i venti di guerra imperversano, le conseguenze della pandemia sono ancora presenti nelle due opposte sponde dell’oceano, le critiche repubblicane crescono con l’avvicinarsi delle elezioni congressuali di fine anno e il sospetto interessato coinvolgimento del figlio in una vicenda dai contorni ancora poco chiari circola insistentemente sui media.

 

Egli deve, inoltre, fare i conti con la sua immagine pubblica scalfita da una serie di “gaffes”, al limite tra pettegolezzo e politicamente scorretto, di cui continua a rendersi protagonista. Del resto, sembra che a lui nulla possa essere perdonato e che ogni sua esternazione travalichi i limiti di quanto comunemente consentito. Aver, di recente, definito Putin un “macellaio”, un “assassino” e non meritevole di “restare al potere”, con allusione ad un possibile “regime change” in Russia (peraltro, prontamente smentita dal suo staff), lo ha immediatamente reso bersaglio di innumerevoli critiche, in patria e fuori, anche da parte di coloro che hanno fatto finta di dimenticare che, negli anni ’80, Ronald Reagan aveva coniato per l’Unione Sovietica l’appellativo ”Impero del Male”, senza con questo attirare su di sé alcun commento malevolo…. E’ evidente cioè che, pur potendo vantare un “cursus honorum” di tutto rispetto, il presidente venga ormai giudicato un “decisionista tentennante”, forse non più all’altezza di rappresentare l’America più forte e più fiera, quella cioè sempre in grado, per definizione, di schiacciare all’angolo l’avversario.

 

Del resto, è innegabile che, sotto la sua presidenza, gli Stati Uniti stiano dando l’impressione di non riuscire a togliersi di dosso l’immagine di un paese in grave difficoltà in numerose aree del pianeta, dove tradizionalmente la presenza americana ha sempre contato notevolmente. Si arriva al punto che – pur essendo ancora oggi la più forte potenza planetaria in termini economici e militari – l’America possa essere minacciata dalla Russia sul piano nucleare con un flagrante rovesciamento della situazione esistente dal dopoguerra fino ad alcuni anni orsono, quando cioè era Mosca a temere di sfidare la forza atomica statunitense.

 

Ovviamente non tutto ciò è imputabile a Biden. Putin è riuscito a portare avanti una politica estera aggressiva ed espansionista, approfittando anche della crescente riluttanza americana a battersi oltre confine (sia per gli interessi propri che, men che meno, per quelli altrui) sull’onda della dottrina “America first” lanciata da Trump e però pedissequamente applicata, in maniera improvvida e precipitosa, proprio da Biden in Afghanistan.

 

Questa situazione condiziona non poco l’atteggiamento dei Paesi europei nei confronti dell’attuale condotta di Mosca nel senso che l’intransigenza “forzata” di Biden potrebbe non essere più seguita, come sta dimostrando l’intenzione di alcune capitali di calibrare le proprie posizioni per distinguersi da quella americana.

 

In ultima analisi, il fenomeno rischia di essere la breccia entro la quale Putin potrebbe inserirsi nel tentativo di incrinare il fronte occidentale, che si è fino ad oggi innalzato a baluardo contro le sue mire espansionistiche e destabilizzanti. Con conseguenze, al momento, del tutto imprevedibili.

 

Giorgio Radicati, Ambasciatore

Popolo e comunità. La Repubblica delle autonomie.

 

Il testo pubblicato qui di seguito è l’intervento che Dellai ha svolto nella seconda giornata del convegno viterbese su “Con le lenti di Alcide De Gasperi”. Oggi le conclusioni con la presentazione della “Boarding list – Idee ricostruttive oggi

 

 

Lorenzo Dellai

 

Per Alcide Degasperi, le tre parole (Popolo, Comunità, Autonomie) sono inscindibilmente intrecciate. Un filo rosso le connette direttamente all’idea degasperiana di Democrazia. Oggi, si potrebbe dire, questo filo rosso ci aiuta a capire le radici della crisi che ha colpito le Democrazie di ispirazione liberale. Esse sono sempre più spiazzate dai cambiamenti antropologici e tecnologici; subiscono una progressiva perdita di “carisma” sia dentro le loro opinioni pubbliche, sia su scala globale; faticano a mettere in campo soluzioni credibili per superare le crescenti disuguaglianze; hanno il fiato grosso difronte all’espansione virale delle cosiddette “democrature” fondate sul mito dell’uomo solo e forte al comando.

 

Riflettere sul magistero degasperiano ci aiuta dunque a guardare in faccia questa crisi di sistema e ad aprire un nuovo ragionamento sui Codici Sorgenti della Democrazia. Degasperi ha sempre indicato nel “Popolo” il riferimento fondante della sua azione politica ed istituzionale. Disse nel luglio del 47 al Congresso della DC Trentina. “Quando mi parlano di partiti, io li giudico da questo punto di vista: come servono il Popolo? Io non servirei nemmeno la Democrazia Cristiana se non avessi la convinzione che essa vuole servire il Popolo. Ed il Popolo vuol dire: il popolo come vive organicamente nel suo paese, nelle sue società, nei suoi focolari, nelle sue città. Non vuol dire il conglomerato posticcio improvvisato su di una piazza”. E pochi mesi dopo, nel novembre 47, a Bruxelles, aggiungeva. “L’uomo non può essere considerato una parte dello Stato, come l’ape è una parte dell’alveare o la formica del formicaio”.

 

Per Degasperi, dunque, il Popolo “viene prima” non perché è una entità astratta, la cui esaltazione sia funzionale al potere, ma perché costituisce l’intreccio solidale delle persone e delle aggregazioni sociali che sta alla base del vivere comunitario. Egli parlava di Popolo come “unità nella diversità” ed evocava spesso la necessità di un vincolo fondato non solo sui diritti individuali ma anche sui doveri di solidarietà collettiva. Aveva una concezione esigente di “appartenenza”. Era lontano tanto dal principio del “credere senza appartenere”, quanto da quello oggi abbastanza diffuso di “appartenere senza credere ed impegnarsi”.

 

Aveva in mente l’esperienza maturata nella sua terra, il Trentino di fine ottocento, dove un Popolo – organizzato sopratutto dalle prime espressioni del cattolicesimo sociale – era stato chiamato all’impegno cooperativo e solidale contro la povertà e la marginalità. E in tale modo, quel Popolo aveva trovato ed assunto nella propria coscienza le ragioni della comune appartenenza e della responsabilità condivisa. La categoria di Popolo non era accompagnata, in Degasperi, con la cifra di una retorica identitaria in chiave nazionalista.

Egli – italiano nell’impero multinazionale austro-ungarico e trentino dentro la provincia tirolese – trasse dalle sue convinzioni ideali e politiche la capacità e la lungimiranza di rifiutare le banalizzazioni semplificatorie dei nazionalismi contrapposti e fu lontano sia dalla assimilazione culturale verso il mondo tedesco, sia dall’irredentismo militante e da ogni forma “sacralizzata” di Nazione.

 

Parlava al contrario di “appartenenze multiple” e di “coscienza nazionale positiva”. Che per lui era “ la creazione di un sentimento di affetto e di attaccamento alla propria nazionalità; uno stato d’animo duraturo che non produca solo degli scatti di ribellione quando la nazionalità è evidentemente minacciata, né si limiti all’attività in forma negativa di respingere gli attacchi”. Sopratutto, aveva ben chiaro – pur in quella stagione di pulsioni stataliste – la distinzione dovuta tra la dimensione della “nazionalità” di un Popolo e quella dello “Stato Nazione”. Le due dimensioni non potevano coincidere, in termini concettuali, laddove esistevano comunità minoritarie come nel Trentino Alto Adige/Süd Tirol. Potevano coesistere solamente attraverso la via del dialogo, del rispetto reciproco, della garanzia di forme speciali di autogoverno. Come Degasperi – per la nostra Regione – riuscì a fare con l’Accordo di Parigi del 1946.

 

Ma già molto prima egli manifestava queste profonde convinzioni. Nel suo intervento alla Camera dei Deputati in risposta al Discorso della Corona, il 24 giugno 1921, Degasperi diceva. “Forse il popolo italiano non ha compreso la sensibilità estrema di questa parete che abbiamo eretto al Brennero. Dinanzi a questo problema, a me pare che lo Stato centralista dalle tradizioni unitarie liberali non abbia né esperienza da sfruttare, né formule da applicare, né strumenti politici da mettere in opera. Perciò ritengo che il problema debba avere una soluzione regionalista, o localista se vi piace di dire meglio, non solo per la esperienza che vi possono portare quegli uomini politici i quali, sul terreno sperimentale, per esperienza di rapporti fra popoli di diversa nazionalità, hanno imparato, studiato ed applicato delle formule di compromesso per la convivenza di diverse nazioni e di diverse lingue, ma anche e soprattutto perché nella istituzione di autonomie locali è contenuto quel tanto di libertà e quel tanto di garanzia per il diritto di esistenza nazionale, che noi dobbiamo e possiamo concedere ai cittadini di diverse lingue, senza intaccare la nervatura centrale dello Stato. Perciò noi domandiamo la ricostituzione delle autonomie locali nelle nuove province (anche) in funzione di questo compito di assicurare una possibile convivenza con diverse nazionalità sulla frontiera settentrionale”.

 

Non so se Degasperi, quando più tardi intraprese il cammino europeo, coltivasse l’immagine di una Europa intesa come “insieme di minoranze”, come ebbe a dire Romano Prodi. Ma una cosa è certa: la filosofia che traspare dal suo magistero – fin da questo discorso del 1921 – rappresenta anche oggi l’unica via per mantenere la Pace in un continente nel quale – in larga parte, si pensi in particolare ad Est, ma non solo – la costituzione degli Stati Nazione ha diviso con nuovi confini molte identità nazionali, lingue e culture antiche e radicate. Questa filosofia ci torna alla mente – con tutta la sua forza lungimirante – difronte alla guerra che Putin ha scatenato contro l’Ucraina assumendo come pretesto (per me resta un pretesto) la situazione della minoranza russa del Donbass. Putin propugna una filosofia opposta a quella degasperiana: il nazionalismo come idolatria e la supremazia assoluta dello “Stato-Impero” su ogni altra dimensione della vita personale e collettiva.

 

Il concetto di Popolo in Degasperi si completa con quello di Comunità. Non esiste Popolo se non esiste Comunità. Essa non è l’insieme delle solitudini individuali o sociali. È l’idea di una casa comune, fondata su vincoli e legami di comune responsabilità. È frutto del respiro solidale di chi la abita. È la traduzione del codice del “Noi”, inteso non come astratta identità collettiva, ma come insieme di esperienze uniche ed irripetibili, connesse le une alle altre. La Comunità non si crea attorno ai diritti pretesi, ma attorno allo sforzo di tutti verso il Bene Comune. Che non è la mera sommatoria delle aspirazioni individuali. Questo mito del Bene Comune – che aveva formato Degasperi e tutta la classe dirigente Cristiano Democratica del tempo – è oggi sostituito da altri miti. E finché non sarà ripristinato, pur con linguaggi e coniugazioni non nostalgiche ma adeguate al nostro tempo, non possiamo illuderci di avere ancora politici capaci di testimoniare visioni di respiro degasperiano.

 

La questione è di grande urgenza, poiché la crisi della Democrazia è anche crisi di spirito comunitario. È crisi non solo di efficienza e di buon funzionamento, ma in primo luogo di inadeguatezza difronte alla domanda di quel “nuovo umanesimo” del quale parla spesso Papa Francesco. E, aggiungo, tocca proprio in primo luogo a chi si richiama , pur oggi con diverse forme, alla cultura politica cristiano-democratica trovare un terreno comune di testimonianza percepibile e credibile attorno a questo obiettivo. Solo così questa cultura politica ritroverà il senso di una sua rigenerazione nel nostro tempo. Non già in nostalgiche astrazioni politiche. E neppure in nessuna banale congettura di interessate transumanze parlamentari e di ceti dirigenti, che si riposizionano alla ricerca di un “centro” tanto proclamato come un mantra vuoto, quanto privo di vera anima e sovente confuso con il moderatismo.

 

Questa cultura si potrà reinterpretare con una nuova cifra di attualità solo attraverso una credibile testimonianza di servizio alla riprogettazione di una democrazia liberale nelle regole e nella tutela dei diritti ed assieme esigente, sociale e comunitaria nello spirito e nelle finalità. Del resto, Aldo Moro – nei suoi scritti giovanili – affermava: “Lo Stato è, nella sua essenza, società che si svolge nella storia, attuando il suo ideale di giustizia”. Per Degasperi, questa concezione di Popolo e di Comunità trovava la sua naturale traduzione nel valore delle Autonomie. Le Autonomie civili e sociali sono per Degasperi gli ambiti nei quali la Comunità sviluppa gli anticorpi di libertà nei confronti di ogni tentazione di Stato o di poteri assolutisti.

 

Le Autonomie territoriali sono le proiezioni istituzionali delle Comunità originarie, che lo Stato Nazione non può né annullare, né semplicemente assorbire. Deve invece riconoscerle, tutelarle, valorizzarle e armonizzarle in un disegno volto al Bene Comune generale, secondo regole di equità, responsabilità e solidarietà. Fin dal 1919 – cito un suo intervento del 21 maggio – Degasperi si dimostrò consapevole degli ostacoli sul cammino di questa idea. Rispondendo alle critiche di un organo di stampa romano verso le aspirazioni del Trentino, allora appena annesso al Regno d’Italia, a conservare i suoi istituti autonomistici, scrisse.

 

“Gli è che c’è qualcuno che sventuratamente non è d’accordo e questo qualcuno – più sventuratamente ancora – è la burocrazia statale, questa forza anonima che sfugge alle proteste e non discute, ma va minando ‘via facti’ lentamente e ogni giorno quello che noi nell’interesse del nostro popolo e della Nazione vorremmo conservare. È contro le insidie quotidiane di questa idra sotterranea che noi dobbiamo stare sul chi vive e lanciare di tratto in tratto il grido d’allarme”. Si riferiva, come poi specificò, alla tendenza ad assorbire, livellare, uniformare e centralizzare le peculiari esperienze sociali, economiche ed anche istituzionali maturate dalla sua terra natia prima della annessione all’Italia.

 

Questa sensibilità lo accompagnò durante tutto il suo successivo percorso e ispirò il suo pensiero e la sua azione a favore di una Repubblica rispettosa delle peculiarità territoriali e culturali. Ma Degasperi non smise mai di richiamare – anche su questo piano – più i doveri che i diritti. Riteneva che le Autonomie territoriali dovessero dare corpo alla responsabilità di essere “governatori di se stessi”. Con tutto ciò che questo comporta. “Amministrazione – disse in un comizio del 4 aprile 48 – non vuol dire decidere sopra una singola pratica al giorno, ma vedere di fare la bonifica del suolo che deve essere fatta, la distribuzione della proprietà come deve essere fatta, creare organismi industriali ed agricoli su base giusta, fabbricare le strade dove vanno costruite. Il che non si improvvisa in una giornata, né si ottiene con le frasi, ma con il lavoro e con lo studio continuo, con volontà tenace, con lealtà di mezzi e con la fede sicura che la democrazia non è una parola soltanto”.

 

E, nella Assemblea Costituente, il 29 gennaio 1948, aggiunse. “Io, che pure sono autonomista convinto e che ho patrocinato la tendenza autonomista, permettete che vi dica che le autonomie si salveranno, matureranno, resisteranno, solo ad una condizione: che dimostrino di essere migliori della burocrazia statale, migliori del sistema accentrato statale, migliori sopratutto per quanto riguarda le spese”. In altra occasione, mise in guardia sul rischio di una deriva fatta di tante “Repubblichette” incapaci di guardare a percorsi di lungo periodo e di immaginarsi aperte ai nuovi scenari che già in quel tempo immaginava di respiro europeo.

 

Nulla a che vedere, dunque, né con la logica del centralismo statalista né con la mitologia del separatismo micro nazionalistico e rivendicazionista. In questo senso, ammettiamolo, la realizzazione piena della “Repubblica delle Autonomie” è ancora molto di la da venire nel nostro Paese. Non pare più, del resto, nell’agenda politica ed i segnali anche recenti non sono affatto incoraggianti. Né sul piano di una coerente Riforma dello Stato Centrale, né su quello di un compiuto assetto regionalista, né su quello della valorizzazione dei dei Municipi. Per non parlare del governo delle aree interne, montane e non metropolitane, abbandonate ad una desolante solitudine e ad una sorta di deserto democratico.

 

Ma senza una svolta autonomistica vera ed esigente, così come senza un più forte trasferimento di sovranità sull’Europa, gli Stati Nazione – Italia in primis – perderanno sempre di più legittimazione, carisma democratico e capacità di corrispondere alle sfide nuove del nostro tempo. Esse esigono certamente dimensioni politiche e di governo sempre più ampie sui temi della politica estera e di sicurezza, nonché su quelli della crescita tecnologica ed economica. Ma nel contempo richiedono strumenti sempre più diffusi, radicati e localizzati di democrazia; identificazione vitale nelle istituzioni ai vari livelli; autogoverno responsabile e partecipato.

 

Permettetemi infine, fuori contesto ma forse non troppo, una piccola notazione del tutto personale di attualità politica. Ricordare Degasperi vuol dire rievocare una classe dirigente dotata di forte spiritualità interiore, motivazione etica, competenza, coraggio di visione. Ed anche di coerenza nei comportamenti e negli stili di vita pubblici e privati. Occorre tornare ad investire su queste virtù della Politica. Ed occorre dire un Basta “senza se e senza ma” alla deriva del populismo, dell’uno vale uno, della insostenibile leggerezza delle posizioni orientate solo dalla bussola variabile dei sondaggi. Da democratico cristiano degasperianamente convinto del limite invalicabile a destra, sono oggi molto disorientato e preoccupato nel vedere che l’alternativa alla destra si pensa di poterla costruire assieme a ciò che resta di una delle suggestioni anti politiche e demagogiche.

 

Lo spettacolo indecente da ultimo offerto in tema di rispetto degli impegni assunti in sede atlantica per la difesa comune, le ambiguità non superate delle simpatie putiniane, l’ostilità latente verso le forme della democrazia rappresentativa che traspaiono da questo mondo, mi inducono ad auspicare che sappiamo tutti riflettere bene e con lucidità sul da farsi in vista delle prossime elezioni politiche ed, ancor più, in vista di una nuova e necessaria stagione del nostro Paese. Penso per questo alla necessità di una coraggiosa iniziativa per la riforma del sistema elettorale in senso proporzionale, pur annunciata come contrappeso della insensata e demagogica riduzione dei Parlamentari ma perdutasi, pare, nella nebbia. È un passaggio essenziale (pur se non sufficiente) per poter immaginare un recupero delle diverse vitali soggettività politiche e per costruire una idea nuova di Coalizione (nell’ accezione degasperiana), capace di dare continuità, piena legittimazione di consenso popolare e prospettiva di lungo periodo al sentiero di rinnovamento della società e delle istituzioni – in senso pienamente europeista – abbozzato nell’Agenda Draghi.

 

Un’Agenda che rappresenta l’unica speranza per il Paese e per l’Europa, ma che senza una nuova Politica e senza la riscoperta proprio dei valori di “Popolo, Comunità e Autonomie” rischia di rimanere nella angusta dimensione dell’emergenza e priva del necessario carisma democratico necessario per guidare ed accompagnare la trasformazione delle nostre comunità.

Green Communities. 30 aree montane italiane finanziate dal PNRR con 135 milioni di euro.

 

Nelle Green Communities si costruiscono strategie per la gestione integrata e certificata del patrimonio forestale,  anche tramite lo scambio dei crediti derivanti dalla cattura dell’anidride carbonica, la gestione della biodiversità e la certificazione della filiera del legno. E tanto altro. Foreste, Acqua, Energie, Agricoltura, Turismo, Start-up, nuove filiere. Per una strategia vera, sostenbile e chiara. Che coinvolga cittadini, imprese e guidi gli Enti montani – i Comuni insieme – nel futuro, per il futuro. Le Green Communities costruiscono comunità vive per “camminare insieme

(Redazione)

Le Green Communities aprono un nuovo percorso “di comunità vive” nelle quali la montagna gioca una partita fondamentale della sua storia, stringendo un nuovo patto con le aree urbane e metropolitane che vedono al centro le politiche per l’ambiente, l’uso sostenibile delle risorse naturali, il pagamento dei servizi ecosistemici, nuove agricoltura, start-up, turismo. Si cresce insieme, comunità e ambiente. Si cammina insieme affinché nessuno venga lasciato indietro. Solo così si vince la sfida del futuro.

 

Le Green Communities sono anche lo strumento perfetto, ideale, per i territori colpiti da incendi, da grandi calamità naturali, da fenomeni diffusi di dissesto idrogeologico – considerando geograficamente un territorio ampio, con più Comuni insieme, dunque a livello di Comunità montana piuttosto che di Unione montana di Comuni – per definire un processo di rigenerazione del territorio, non solo ambientale, ma anche sociale ed economico. Che tenga insieme le risposte alla crisi climatica, alla crisi economica e anche alla crisi pandemica. Le Green Communities plasmano i territori, per contrastare spopolamento, abbandono, desertificazione.

 

Un po’ di storia. Nel 2010 e nel 2011, in accordo con il Ministero dell’Ambiente, Uncem ha avviato la Strategia delle Green Communities in cinque aree pilota in regioni del su Italia. Subito, Sindaci, Amministrazioni, imprese, Università, molti cittadini hanno compreso la portata innovativa dell’opportunità. Nel volume realizzato da Uncem nel 2014 “Le sfide dei territori nella Green Economy”, curato da Enrico Borghi, si introduceva – da parte di Uncem – il concetto di “Green Community” quale strumento di programmazione efficace e snello, che nasce dai Comuni insieme nelle Unioni montane  e nelle Comunità montane. Lo abbiamo voluto, quel modello di intervento, ben prima che entrasse in Europa il concetto di “Green new Deal”. E di New Bauhaus.

 

Le Green communities sono entrate nella legge 221/2015 (l’Italia per troppi anni ha dimenticato di avere una ottima legge sulla Green economy!), il Collegato ambientale alla legge di stabilità 2016, con una precisa “Strategia”. Non un progetto o un programma. Una Strategia per le aree montane che impegna gli Enti territoriali, non i Comuni da soli. Non possono i Comuni – grandi o piccoli – lavorare da soli, pensare di bastare a se stessi, restare nei confini. Devono essere aperti – come lo sono storicamente le Alpi e gli Appennini, luoghi del dialogo e dello scambio – e lavorare insieme per una Strategia duratura. Unendo i tasselli dello sviluppo, di investimenti fatti e previsti, di operazioni di crescita inclusiva. Insieme si vince.

 

L’Italia ha in questo articolato, la legge 221 – approvata in via definitiva dal Parlamento il 22 dicembre 2015 – la prima legge sulla green economy che colloca il Paese tra i primi in Europa ad aver dato seguito agli impegni della Cop21 di Parigi. Si tratta di una legge organica su ambiente, territorio, nuovo rapporto tra uomo ed ecosistema, riduzione delle risorse, riequilibrio del rapporto tra aree rurali e urbane. È la base per il lavoro da fare oggi, con la Strategia delle Green Communities finanziata dal Piano nazionale di Ripresa e Resilienza.

 

Fonte: Uncem.

 

Per saperne di più

http://admin12.antherica.com/newsletter//sys_templates/viewinhtml.html?titleid=1&action=allpreview&heading=preview_template&sys_folder=newsletter&sys_database=newsletter_uncem_nazionale&msg_id=2466&cid=407&t=1&ui=35929&userid=35929&expid=2328

Favolosamente scorrette: non censurate le fiabe. Una riflessione su “Vita e a pensiero”.

 

Recentemente la furia impotente del «political correctness» si è abbattuta sul mondo delle fiabe). Cadono le braccia, soprattutto se si pensa che ci sono adulti, donne e uomini adulti che peraltro hanno lardire di definirsi studiosi, che impiegano il loro tempo ad elaborare e a pubblicare simili perle di saggezza.

Silvano Petrosino

 

«La chiacchiera, che è alla portata di tutti, non solo esime dal compito di una comprensione genuina, ma diffonde una comprensione indifferente, per la quale non esiste più nulla di inaccessibile»: così scriveva quasi cento anni fa Heidegger in Essere e tempo (1927).

 

La globalizzazione ha universalizzato la chiacchiera. Ciò che un tempo si svolgeva nei bar oggi si diffonde nella rete: tutti parlano e dicono la propria, tutti hanno un parere su ogni cosa e purtroppo intendono ad ogni costo comunicarlo agli altri; confondendo tale parere con un pensiero, è quasi inevitabile autoconvincersi ch’esso meriti di essere diffuso e condiviso.

 

La discussione al bar ha i suoi vantaggi: ci si lascia andare, si parla per il piacere di parlare, senza farla troppo lunga, senza stare a dividere il capello in quattro; al bar ci si riposa, ci si diverte, si «passa il tempo». Si parla di economia e amore così come si parla di calcio e di sconti al supermercato. Che in un bar si chiacchieri è del tutto naturale; ciò che a me sembra meno naturale e soprattutto molto più preoccupante è che si continui a chiacchierare anche al di fuori del bar; nell’era digitale la chiacchiera è diventata la modalità fondamentale del discorrere umano.

 

Immersa in questo brusio del linguaggio ogni parola/idea finisce per estenuarsi, per svuotarsi dall’interno perdendo di conseguenza ogni nobiltà, ogni densità, ogni drammaticità; è il trionfo del «to like» sul «to love», di un sapere tiepido e incolore che non ha più alcun sapore. Questo accade per parole/idee complicate come «amore», «felicità», «giustizia», «verità», ecc.: la chiacchiera le trasforma in inoffensivi passpartout utili ad aprire ogni porta, a toccare ogni cuore e a trovare, non a caso, facili consensi.

 

Ma poi, quando si chiacchiera intorno a parole molto più leggere come ad esempio «resilienza», «sostenibilità», «correttezza», per non parlare del politically correct, allora l’effetto è davvero deprimente e, pur non volendolo, si finisce per apprezzare una certa ottusità maschile che non si lascia distrarre dall’atmosfera dolciastra che avvolge tali tematiche e continua a chiacchierare, con passione e determinazione, sempre e solo di calcio e di moto.

 

In effetti a proposito della «correttezza» si stanno toccando livelli che è lecito qualificare patologici. Recentemente la furia impotente del «political correctness» si è abbattuta sul mondo delle fiabe. C’è chi ha definito Cappuccetto Rosso un racconto maschilista perché la bambina viene salvata da un uomo, il cacciatore, e non si è salvata da sola («come se una donna avesse sempre bisogno di un uomo e non fosse capace di trarsi dagli impicci da sola»); altri hanno sostenuto che Biancaneve non è rispettosa dei nani poiché li configura come degli handicappati incapaci della virilità dimostrata dal principe («come se i nani non fossero capaci di amare una donna con la stessa passione di un maschio normodotato»); altri ancora – e qui si rivela una raffinatezza nel leggere e interpretare che solo la perversione permette di raggiungere – hanno sostenuto che La bella addormentata nel bosco alimenta la violenza di genere, perché il principe, l’uomo, bacia la ragazza, la donna, senza il suo consenso («è violento ogni gesto d’affetto che non è richiesto e liberamente accolto»). Cadono le braccia, soprattutto se si pensa che ci sono adulti, donne e uomini adulti che peraltro hanno l’ardire di definirsi studiosi, che impiegano il loro tempo ad elaborare e a pubblicare simili perle di saggezza. Come negare che, di fronte alla natura e allo spessore di un tale «dibattitto culturale», l’estenuante discussione al bar sull’ennesima partita di calcio s’impone per la serietà che l’alimenta e per il rigore con il quale viene condotta?

Tuttavia si può forse prendere lo spunto da tali amenità per ritornare ad ascoltare e per lasciarsi interrogare ancora una volta da uno degli insegnamenti più profondi che le fiabe, così come sono state scritte e ci sono state tramandate, non si stancano di proporci. A riguardo di tale «morale» gli studiosi più seri non si sono mai ingannati, e soprattutto non hanno mai ingannato. Mi limito in questa sede a citare Bruno Bettelheim, il quale, fin dalle primissime pagine di quel suo magnifico studio intitolato Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe (Milano, 1997), coglie con lucidità il punto: «Molti genitori credono che al bambino dovrebbero essere presentati soltanto la realtà conscia o immagini piacevoli e capaci di andare incontro ai suoi desideri: egli dovrebbe insomma essere esposto unicamente al lato buono delle cose. […] Le storie moderne scritte per l’infanzia evitano per la maggior parte i problemi esistenziali, che pure sono cruciali per tutti noi […]. Le storie anodine non accennano mai alla morte o all’invecchiamento, o ai limiti della nostra esistenza, o all’ispirazione alla vita eterna. Le fiabe, al contrario, pongono il bambino onestamente di fronte ai principali problemi umani».

 

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https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-favolosamente-scorrette-non-censurate-le-fiabe-5818.html

Il saluto a Maria Romana De Gasperi, vicina al padre Alcide nei momenti cruciali della storia della Repubblica italiana.

  

Con i suoi innumerevoli scritti, conferenze e incontri  e con l’appoggio  della Fondazione De Gasperi, Maria Romana  ha fatto sì che restasse vivo, nei giovani e nei meno giovani, il ricordo di una pagina di storia, di valori e di ideali che ha molto da insegnare anche al nostro tempo. Con lei scompare un pezzo importante della memoria storica del nostro Paese.

Di seguito riportiamo l’omelia del Cardinale Decano tenuta ieri in occasione della esequie di Maria Romana De Gasperi nella chiesa di S. Chiara a Roma.

 

Card. Giovanni Battista Re

“Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore vivrà. Chiunque vive e crede in me non morirà in eterno” (Gv 11,26).

Queste solenni parole che sono risuonate poco fa nel Vangelo, ci sono di luce e di conforto in questo momento in cui, nella preghiera, vogliamo affidare a Dio la Signora Maria Romana De Gasperi Catti, figlia primogenita di Alcide De Gasperi, che si è spenta serenamente nella sua casa romana all’età di 99 anni,  lucidissima fino alla fine e tenendosi informata anche sull’invasione dell’ Ucraina.

Le suddette consolanti parole del Vangelo proiettano il nostro pensiero verso  orizzonti di eternità. Noi abbiamo un destino di eternità nell’immensità dell’amore di Dio.

La morte per un cristiano non è soltanto un fatto naturale che rende uguali tutti gli esseri umani. Non è soltanto un evento ineluttabile a cui  nessuno può sfuggire.

La morte è un incontro: l’incontro più alto e più importante: l’incontro con Dio. I nostri giorni infatti non sono una corsa verso il nulla. C’è una vita oltre la morte. La morte è la porta che apre il cammino verso la vita con Dio e con le persone care a cui siamo stati legati con i nostri affetti su questa terra. La nostra vita non termina nella tomba, ma nella casa del Padre.

Queste certezze hanno illuminato l’intera esistenza di Maria Romana De Gasperi ed hanno rappresentato l’orizzonte della sua esistenza.

Il Signore le ha concesso una vita lunga: 99 anni, compiuti  pochi giorni fa.

 

1.Maria Romana è stata innanzi tutto una donna di fede. La fede è sempre stata per lei luce e forza. Alla luce della fede orientò i suoi passi nella vita; alla luce della fede giudicò eventi ed esperienze, accolse i giorni lieti ed i giorni amari: i giorni di sofferenza per le gravi difficoltà che suo padre dovette affrontare; poi la colpì il tremendo dolore per la morte di due dei suoi tre figli: Giorgio, deceduto giovanissimo per  incidente in moto  e Maurizio, che ha lasciato questo mondo dopo lunga malattia; poi per la morte del marito avvenuta 15 anni fa.

Alla luce della fede seguì gli eventi della società. Una fede solida, salda come le rocce del trentino; profonda e senza frange come quella di suo padre; una fede operosa come esigeva il suo temperamento umano.

 

  1. Maria Romana, oltre che una testimone cristiana nel nostro tempo, è stata una donna di valore e di grandi valori umani e cristiani. Ha valorizzato i talenti ricevuti da Dio ed è stata accanto al padre forte come una roccia nei momenti più difficili della sua e della nostra storia.

Si dimostrò coraggiosa fin dai suoi anni giovanili. Nel settembre del 1943, qualche giorno prima della discesa a Roma dell’esercito tedesco, suo padre si rifugiò a San Giovanni in Laterano negli ambienti del seminario, dove si trovò insieme con l’On. Nenni ed altri. Ma quando, alcuni mesi dopo, i militari tedeschi violarono la extraterritorialità degli ambienti attinenti la Basilica Papale di San Paolo e arrestarono gli ebrei che erano lì rifugiati, si percepì il rischio che i nazisti potessero fare altrettanto con gli ambienti legati alla Basilica Lateranense, per cui quello non sembrava più un luogo del tutto sicuro.

S.E. Mons. Celso Costantini, Segretario del Dicastero che allora era denominato  “Propaganda Fide”,  accolse Alcide De Gasperi nel proprio appartamento all’ultimo piano del Palazzo di Propaganda Fide a Piazza di Spagna. Fino al momento della liberazione di Roma, Alcide De Gasperi non uscì dalla porta di quell’appartamento. La moglie di De Gasperi sapeva di essere sorvegliata e una sua visita al marito poteva far scoprire dove egli era rifugiato.  La giovane Maria Romana, ormai ventenne, invece ogni settimana con la sua bicicletta, con agganciato al manubrio un cestino con cavoli e insalata, andava a trovare il padre, portando notizie, e anche ricevendo i biglietti che il padre le affidava da recapitare con discrezione agli amici antifascisti, rifugiati qua e là. E’ stata una staffetta partigiana, lieta e orgogliosa di poter aiutare.

 

  1. Terminata la guerra, quando De Gasperi divenne Presidente del Consiglio dei Ministri, Maria Romana fu la sua segretaria, bravissima dattilografa e stenografa, con una buona cultura appresa nel Liceo, insieme con la sorella Lucia, presso le Suore Francesi di Nevers e poi laureandosi in lettere all’Università La Sapienza. Una segretaria che non ricevette nessun stipendio dallo Stato, perché il padre Alcide riteneva non giusto che nella medesima famiglia confluissero due stipendi statali anche se a lavorare erano in due. Questo piccolo particolare dice molto del senso dello Stato che Alcide De Gasperi aveva: fu uno statista di limpida onestà, rettitudine e senso di responsabilità, che mise sempre il bene del Paese al di sopra degli interessi personali e di partito.

 

In un viaggio in treno, in cui ebbi occasione di andare a Trento insieme con Maria Romana per la presentazione di uno dei suoi tanti libri riguardanti suo padre, ella mi confidò della gioia e dell’entusiasmo con cui aveva lavorato come segretaria. Nel 1946  accompagnò il padre a Parigi per la Conferenza di Pace, dove De Gasperi rappresentò l’Italia sconfitta e fece quel discorso che rimase famoso.  L’anno seguente fu col padre negli Stati Uniti per ottenere aiuti a favore dell’Italia.

Nel lavoro Maria Romana non risparmiava fatiche e il suo cuore – mi diceva – era pieno di gioia e di entusiasmo perché vedeva che, grazie all’impegno di suo padre, l’Italia rinasceva visibilmente dalle macerie della guerra e molte cose incominciavano a ripartire ed a crescere. Il constatare  che in Italia la situazione stava notevolmente migliorando dava ali al suo donarsi senza riserve e le procurava anche tanta intima soddisfazione.

Il suo ufficio era accanto a quello del padre, presso il Palazzo del Viminale, dove allora era collocata la Presidenza del Consiglio e anche qualche Ministero, e Maria Romana cercava di aiutare tutti.  Lo stesso On. Nenni qualche volta le chiese di battergli a macchina alcune pagine, dato che ella era una dattilografa velocissima. Nenni e De Gasperi appartenevano a partiti in totale opposizione, ma i rapporti personali erano un’altra cosa, sia perché ambedue erano stati insieme rifugiati presso il Palazzo Laterano, sia perché De Gasperi combatteva le idee sbagliate e le posizioni che giudicava inaccettabili, ma usava rispetto verso ogni persona.

In quegli anni difficili del dopoguerra, Maria Romana ha reso un grande servizio al Paese per l’opera svolta con intelligenza e dedizione accanto a suo padre. Possiamo dire che  è stata una benemerita figura della Repubblica italiana, che ha servito lo Stato dando un valido e generoso contributo.

La nomina a Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, conferitale dal Presidente Sergio Mattarella un anno fa, era quanto mai giusta. Fu un gesto che merita sincero apprezzamento.

 

Tra gli episodi che Maria Romana mi ha raccontato circa il periodo  in cui lavorò alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, vi è anche il seguente. Subito dopo la fine della guerra, il Sig. Raffaele Cantoni, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche italiane, fece presente a De Gasperi la necessità  di un permesso di passaggio attraverso l’Italia per gli ebrei che venivano soprattutto da vari Paesi, privi di documenti personali, in modo che potessero transitare  e raggiungere in Palestina lo Stato di Israele.

Il Presidente De Gasperi, attento anche alle problematiche del tanto martoriato popolo ebreo,  accolse subito la richiesta e inventò uno speciale “lascia-passare” per gli ebrei privi di ogni documento di identità affinché potessero viaggiare verso la Palestina.  L’incarico per controllare e poi rilasciare detti “lascia-passare” fu affidato in prima persona a lei, Maria Romana che, in collegamento con l’ufficio, si spese anche in questo compito con encomiabile sollecitudine.

Per questo, in occasione del  matrimonio di Maria Romana con l’Ing. Pietro Catti nel 1947, il Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche italiane volle donarle, in segno di gratitudine, un collier di ambre e turchesi e allo sposo  una macchina fotografica.

 

  1. Vicina al padre nei momenti cruciali della storia della Repubblica italiana, Maria Romana, dopo la sua morte, dedicò la propria vita a divulgare l’ opera svolta dal padre e soprattutto i suoi ideali ed i suoi valori, la sua visione della politica e anche la sua tempra morale e lo spirito che lo animò nel prodigarsi per la rinascita dell’Italia.

 

Per capire infatti Alcide De Gasperi bisogna conoscere, oltre all’azione che svolse come statista e le idee che lo mossero, anche la spiritualità che lo animò, perché fu questa la radice della sua forza e dell’intelligente e instancabile servizio reso all’Italia e poi  anche all’Europa in collegamento con Adenauer e Schuman.

 

Possiamo dire che Maria Romana è stata paladina di valori e di ideali volti a promuovere una cultura di unità fra i popoli e il rispetto dei diritti.

 

Con i suoi innumerevoli scritti, conferenze e incontri  e con l’appoggio  della Fondazione De Gasperi, Maria Romana  ha fatto sì che restasse vivo, nei giovani e nei meno giovani, il ricordo  di una pagina di storia, di valori e di ideali che ha molto da insegnare anche al nostro tempo. Con lei scompare un pezzo importante della memoria storica del nostro Paese.

 

Non va dimenticato in fine il suo impegno come crocerossina volontaria negli ospedali di Roma per quasi un trentennio, fino al 2004.

 

Noi ora affidiamo a Dio l’anima della defunta, invocando per Lei la misericordia divina. Confidiamo  che Maria Romana abbia sentito da Gesù le parole, che ciascuno di noi aspira a poter sentire un giorno:  “Vieni serva buona e fedele, prendi parte alla gioia del tuo Signore”(Mt.25,21).

 

E là, in quel regno che – come si esprimeva Dante – “solo luce e amore ha per confine – Maria Romana avrà ora incontrato i due figli, il marito,  mamma Francesca e il padre Alcide, del quale lei è stata di grande aiuto, sostegno, conforto e  gioia.

 

Facciamo nostra, con intensità di sentimento, la preghiera che concluderà questa liturgia: “Su, venite santi di Dio, accorrete Angeli del Signore: prendete la sua anima e presentatela al trono dell’Altissimo”.  Cristo ti accolga con volto gioioso, cara Maria Romana, perché in lui hai creduto e sperato e coerentemente lo hai testimoniato nei momenti difficili e nei momenti di felicità della tua lunga vita.

La «ricostruzione» italiana. Il modello e l’esempio di Alcide De Gasperi.

 

Oggi ci appare una cosa lontana, ma la politica che De Gasperi ha praticato era ben lontana dalla presunzione che la politica fosse tutto e che ad essa potesse essere chiesto ciò che invece non può dare: forza interiore, resistenza al male, disposizione interiore alla solidarietà.

Il testo che segue è la relazione tenuta ieri al convegno in corso al Viterbo – “Con le lenti di Alcide De Gasperi”  – da Mons. Galantino, l’Amministratore dell’APSA.

 

Mons. Nunzio Galantino

 

  1. PremessaA0

Colloco questo mio riferimento alla persona e al messaggio politico di Alcide De Gasperi nel contesto che tutti stiamo vivendo/subendo. Fatto di eventi che rendono più faticoso coltivare la speranza e spendersi in progettualità significative.

Mi riferisco alla pandemia da Coronavirus-19 non ancora superata e alla necessità di andare oltre! Ma… come, andare oltre? A partire da dove, andare oltre … visto che sempre più ci stiamo accorgendo che non è solo una questione sanitaria?

E, poi, la guerra in Ucraina con il suo carico di morte e con la riproposizione di nuove urgenze e risposte inedite alle quali non ci si può sottrarre e che sta rendendo sempre più cinicamente insensata la neutralità del “né …né”.0

Per tornare al tema del Convegno la domanda è: fatte le dovute contestualizzazioni e senza farci prendere troppo dalla tentazione di tirare a tutti i costi il pensiero e l’azione di De Gasperi per la classica “giacca” – (la domanda è): vi sono atteggiamenti e scelte di De Gasperi che possono oggi orientarci per uscire dall’incertezza o, quel che è peggio, per aiutarci a non rimanere vittime dello stile tipico delle “curve da stadio” che, sempre di più, caratterizza il confronto, non solo politico?

Quello che tutti riconoscono a De Gasperi – anche mentre attraversava momenti davvero difficili[1] – è la sua straordinaria serenità d’animo. Le sue virtù personali sono state anche le sue virtù politiche, è stato scritto. La stessa sua fede e la sua condotta religiosa non sono state una bella facciata, che nasconde il vuoto.

Dei suoi tratti biografici voglio sottolineare qualcuno che riguarda l’esperienza degasperiana della “Ricostruzione” italiana. Lo faccio perché di ricostruzione si sente continuamente parlare a partire dai grandi disagi provocati, tra l’altro, dalla pandemia.0fffdddssss

La Ricostruzione degasperiana rimane un modello perché De Gasperi l’ha ancorata intorno a tre cardini, che restano solidi e che hanno consentito che si aprisse la porta a una nuova Italia.

 

  1. I cardini della “Ricostruzione” degasperiana
    • Rispetto delle istituzioni ed esercizio di democrazia

Il primo cardine è il rispetto delle Istituzioni e, in particolare, del Parlamento. De Gasperi fu segretario di partito e poi presidente del Consiglio per otto anni, ma tutte le scelte fondamentali della sua politica interna e internazionale sono state elaborate dai partiti all’interno del Parlamento, nel rispetto più assoluto delle regole e con un faticoso quanto meticoloso lavoro politico svolto in profondità. Ciò ha comportato non poche difficoltà nel gestire sia le coalizioni di governo sia le diverse e vitali correnti di partito. Mai però De Gasperi ha ceduto alla tentazione di coartare il Parlamento, che era la sede in cui egli pretendeva il rispetto e in cui poteva riconoscere alle opposizioni il ruolo che meritavano. Quando nel 1953, preoccupato degli scricchiolii della propria maggioranza, propose una nuova legge elettorale maggioritaria, contro cui si scatenò una pesante campagna denigratoria, il suo premio di maggioranza sarebbe comunque scattato solo se la coalizione avesse raggiunto la maggioranza dei voti, il 50%!

Il Parlamento era la sede della legittimazione della volontà popolare, il luogo nel quale, soprattutto, si costruivano le riforme sociali, l’anima autentica di ogni democrazia, che non può ridursi a semplice politica fiscale e tanto meno a una politica economica meccanica. De Gasperi aveva ben chiaro che una crisi come quella del secondo dopoguerra non poteva essere vinta con la leva dei soli strumenti economici: era necessario che una rigorosa politica di bilancio fosse inserita in una visione politica internazionale ed europea e venisse sostenuta – vorrei dire incarnata – da una ferrea tempra morale. Nella relazione politica al Congresso nazionale della DC del novembre 1952 De Gasperi disse:

“Lo Stato democratico deve essere forte. La forza è prima interiore, nella giustizia della legge, e poi esteriore e strumentale, nell’autorità di imporre la legge e di punire i trasgressori. La forza dello Stato è nel suo diritto, nella legittimità del potere, nella razionalità delle disposizioni, nella precisione dell’ordine. Lo Stato è forte se il legislativo è illuminato e se è stabile e forte l’esecutivo, anche per realizzare una politica di riforme sociali”[2].

Oggi siamo più vicini di quanto crediamo alle sfide che De Gasperi dovette affrontare. Siamo di fronte alla necessità non solo di una nuova forma di convivenza fra i popoli, ma anche di un nuovo modello macro-economico, di una nuova politica industriale, di una politica dei diritti sociali più completa. Chi pensa, chi adotta, chi realizza queste riforme? Esse richiedono una democrazia costruita con un di più di ascolto, un di più di precisione e di attenzione ai dettagli, per adattare i grandi principi dell’uguaglianza e della solidarietà a regole sempre nuove di giustizia, che non può rimanere una questione confinata nelle aule dei tribunali.

 

  • Il bene comune: ispirazione della politica e della religione

Il secondo cardine della Ricostruzione degasperiana è quello dell’ispirazione ideale della politica e della religione al bene comune.

Oggi ci appare una cosa lontana, ma la politica che De Gasperi ha praticato era ben lontana dalla presunzione che la politica fosse tutto e che ad essa potesse essere chiesto ciò che invece non può dare: forza interiore, resistenza al male, disposizione interiore alla solidarietà. “Dirsi cristiani nel settore dell’attività politica – disse De Gasperi nel 1950 – non significa aver diritto di menar vanto di privilegi in confronto di altri, ma implica il dovere di sentirsi vincolati in modo più particolare da un profondo senso di fraternità civica, di moralità e di giustizia verso i deboli e i più poveri”.[3]

Il riformismo – di cui tanto si parla anche in questo tempo – non basta, o, almeno, non può essere fine a se stesso.

La ricostruzione si realizza sulla spinta di una concentrazione di virtù, di passioni e di intelligenza che va preparata e che si manifesta solo a certe condizioni. Soprattutto è un passaggio che richiede sempre grandi uomini. Figure capaci di interpretare il proprio tempo con quella tenacia che non proviene dall’aver frequentato le migliori scuole, le migliori sagrestie o dall’aver imparato tutte le astuzie della politica nelle segreterie dei partiti. Ci vuole altro.

Ho letto nel testamento spirituale di uno storico importante, Pietro Scoppola, una definizione della politica che a mio parere è molto degasperiana: “La politica mi ha appassionato, non strumentalmente come mezzo per un fine diverso dalla politica stessa, ma come politica in sé, come disegno per il futuro, come valutazione razionale del possibile, e come sofferenza  per l’impossibile, come chiamata ideale dei cittadini a nuovi traguardi, come aspirazione a un’uguaglianza irrealizzabile che è tuttavia il tormento della storia umana. Mi ha interessato la politica per quello che non riesce a essere molto di più  che per quello che è”.[4]

 

  • Una sana laicità … oltre il fanatismo e lo smarrimento dei valori

Il terzo cardine della ricostruzione degasperiana è quello della laicità. Tema che ancora infiamma il dibattito in Europa e nei Paesi democratici, alle prese da un lato con fenomeni terribili di fanatismo e d’intolleranza e, dall’altro, con uno smarrimento generale di valori, una mancanza di virtù che è più insidiosa di ogni laicismo.

L’Italia degasperiana è stata un’Italia diversa anche sul piano dell’esperienza religiosa.  De Gasperi ha dato una dignità diversa al laicato cattolico: lo ha reso adulto, protagonista. E, pur rispettando la Chiesa e il papato, ha capito di che cosa era capace il popolo italiano e in particolare i laici cattolici. «Il credente – disse il 20 marzo 1954 – agisce come cittadino nello spirito e nella lettera della Costituzione e impegna se stesso, la sua categoria, la sua classe, il suo partito, non la chiesa»[5]. Pio XII fu molto scontento di quel discorso e ordinò alla «Civiltà cattolica» di criticare e correggere De Gasperi, che per l’ennesima volta soffrì in silenzio. D’altra parte due anni prima Nenni aveva annotato nel diario queste parole di De Gasperi: «Sono il Primo Presidente del Consiglio cattolico. Credo di aver fatto verso la chiesa tutto il mio dovere. Eppure sono appena tollerato»[6].

La pazienza e il coraggio di De Gasperi nella ricostruzione politica, economica e civile dell’Italia sconfitta fu il miglior regalo alla storia del cattolicesimo politico italiano: portare la Chiesa a confrontarsi con la democrazia e fare dei cattolici italiani il pilastro di quest’ultima.

L’Italia, con De Gasperi, passò da essere «il giardino del papa» a uno dei Paesi fondatori dell’Europa unita. Non è poco, anche se a noi oggi appare quasi scontato.

 

  1. Conclusione: una eredità … oltre gli individui

“Chi sono oggi gli eredi di De Gasperi?”.

Rispondo facendo mie le parole con le quali Romano Prodi, nel 2014 nel ricevere il premio internazionale De Gasperi: «La risposta non va cercata solo in un singolo individuo – disse – ma nella forza delle idee. Alle quali si deve aggiungere la particolare capacità che un politico per essere qualificato come statista deve possedere: dire la verità alla propria gente; avere una visione coerente e competente della realtà; avere il senso supremo della responsabilità, al di là della propria convenienza di parte e della propria prospettiva personale; non vivere per se stesso, ma per una prospettiva comune».

Un popolo non è soltanto un gregge, da guidare e da tosare: il popolo è il soggetto più nobile della democrazia e va servito con intelligenza e impegno, perché ha bisogno di riconoscersi in una guida. Da solo sbanda e i populismi sono un crimine di lesa maestà di pochi capi spregiudicati nei confronti di un popolo che freme e che chiede di essere portato a comprendere meglio la complessità dei passaggi della storia. Il significato della guida in politica non è tramontato dietro la cortina fumogena di leadership mediatiche o dietro le oligarchie segrete dei soliti poteri.

La politica ha bisogno di capi, così come la Chiesa ha bisogno di vescovi che, come ha detto Papa Giovanni siano «una fontana pubblica, a cui tutti possono dissetarsi».

Tra le luci della ribalta, la violenza della guerra e il buio delle mafie e delle camorre non c’è solo il deserto: la nostra terra di mezzo è un’alta vita civile, che è la nostra patria di uomini e donne liberi e che, come tale, attende il nostro contributo appassionato e solidale.

 

 

 

 

Mons. Nunzio Galantino

Presidente

Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA)

[1] Ho avuto la possibilità di visitare il museo di Pieve Tesino, nel quale è conservato l’appunto in cui De Gasperi nel 1929 annotò su una retta ascendente tutte le tappe del suo successo, spezzato di colpo con la repentina caduta politica e l’arresto da parte dei fascisti. Nel 1906, a 25 anni era già direttore del quotidiano Il Trentino, nel 1911 al Parlamento di Vienna e nel 1921 in quello di Roma. Nel 1925 divenne segretario generale del Partito popolare italiano, ma nel 1929 si ritrovò «avventizio» in Vaticano. Eppure, quindici anni più tardi, già sessantenne, ha avuto in mano i destini dell’Italia e del più grande partito cattolico dell’Occidente.

 

[2] F. Malgeri, De Gasperi e l’età del centrismo (1948-1954), p. 169.

[3] A. De Gasperi, Discorso ai giovani, 1950, in Scritti e discorsi politici, Ed. Il Mulino.

[4] P. Scoppola, Un cattolico a modo suo, Morcelliana, Brescia 2008, pp. 47-48.

[5] Relazione al Consiglio nazionale della DC, 20 marzo 1954.

[6] P. Nenni, Tempo di guerra fredda. Diari 1943-1956, Milano 1981, p. 546.

1914, De Gasperi davanti alla guerra.

 

Il giovane De Gasperi individua – la guerra incombe – un ritorno della fede come naturale difesa del popolo dalle illusioni e dai sofismi che lo avevano ingannato. Il popolo” è al centro del suo impegno politico nei partiti popolari trentino e italiano.

Pubblichiamo il contributo di Monda al convegno in corso a Viterbo dal titolo “Con le lenti di Alcide De Gasperi”.

 

 

Dante Monda

 

Nell’introdurre questa tre giorni sulla figura di De Gasperi tremano le vene ai polsi, si sente tutto il peso di una tradizione grande, articolata, stratificata. Ma anche l’occasione assolutamente unica di “riprendere il filo” di un discorso, di una Storia. Ciò provoca in me emozioni forti, contrastanti fra entusiasmo e paura, difficili da nascondere.

Si sente l’urgenza di un messaggio che appare insieme lontano e vicinissimo.

 

Lontano: perché il modello dello statista De Gasperi, che “guarda alle prossime generazioni e non alle prossime elezioni”, sembra dimenticato (nel dibattito pubblico, nelle aule scolastiche che da un po’ frequento) e non più imitato tra chi dovrebbe invece incarnarlo (il problema politico è innanzitutto di classe dirigente).

 

Vicinissimo: perché quell’esempio, anzi, quell’esperienza (quell’evento trasformante che ci definisce), è una voce attuale, urgente, un allarme che ci richiama alla sostanza stessa del nostro vivere, oltre il contingente.

 

Tremano le vene ai polsi anche pensando a quali voci più autorevoli di me avrebbero più diritto di me a dare avvio a questi incontri: comincerei ricordando Maria Romana De Gasperi, testimone che soltanto due giorni fa era ancora presente fra noi, e che ora offre la sua testimonianza dal cielo e nella nostra memoria.

 

Non ho la pretesa di introdurre “in generale” la presente commemorazione, quasi a voler mappare già in anticipo i ricchi contributi che ascolteremo. Vorrei soltanto dare la piccola spinta iniziale. Poi il piano inclinato dell’esperienza e della qualità dei prossimi relatori renderà la riflessione molto più approfondita.

 

Mi limiterò allora a partire dal principio, dal De Gasperi trentenne, di cittadinanza austriaca, deputato del parlamento austriaco per il gruppo parlamentare Popolare Italiano. Un giovane di fronte alla guerra che divorava l’Europa. Un giovane che voleva mantenere insieme le due nazioni con cui era legato, che non rinnegò la fedeltà alla triplice alleanza pur dichiarandosi italiano, che si occupò dei profughi e dei rifugiati mentre la guerra infuriava. Una storia che la mia generazione fino a pochi giorni fa poteva sentire distante, ma che forse comincia a suonare vicina e attualissima.

 

Vorrei brevemente soffermarmi su tre concetti chiave che emergono dai suoi scritti dei primi anni di guerra:

 

1) Fine della modernità

Innanzitutto De Gasperi conduce un’analisi storica di lungo periodo. Contro ogni tatticismo e faziosità del momento. Allarga l’orizzonte spaziale e temporale.

Trento, 6 agosto 1914: De Gasperi afferma che il pacifismo della civiltà moderna ha fallito: l’“ansia di abbattere le vecchie barriere” si è dissolta come fosse un miraggio.
Questo pacifismo tipicamente moderno era effimero perché autoreferenziale. Tutto terreno, “Umano, troppo umano”, con l’esplicita negazione di ogni trascendenza. A Dio si erano sostituiti i surrogati della “legge” e della “forza”, sulla base degli idoli della nazione, della classe e della scienza (idealismo, marxismo, positivismo).

 

Trento, 12 agosto 1914: “Per ogni via, con tutti i mezzi, salendo di tra il volgo come volgare bestemmia, discendendo dalle cattedre e dalle scuole come dottrina controllata, serpeggiando in ogni manifestazione della vita sociale, in ogni classe, in ogni ceto, la negazione di Dio sembrava essere il più notevole fatto morale della civiltà moderna. Tolta la femminuccia, il superstizioso, il reazionario interessato, esclusi i preti, mesto avanzo di una dominazione spirituale rovesciata per sempre, nessuno aveva bisogno di Dio, idea e parola inafferrabile e priva di ogni significato, lontano ricordo di un giogo spezzato di fronte al trionfo irrefrenato delle passioni umane, dell’umano arbitrio: di fronte alla grande marcia dei popoli verso la loro sovrana libertà.

 

Gli stati, le nazioni fidavano solo nella legge e nella forza, le classi arrestavano ogni aspirazione al proprio interesse ed alla propria supremazia; la scienza ammainava le vele ai postulati delle dottrine positive. Tutto, prosperità e ricchezza, come dolore e miseria, tutto trae origine da una causa che era nella nostra volontà e nel nostro operare. Nessuno aveva più bisogno di Dio, il grande dimenticato, il grande esiliato di una civiltà che lo aveva vinto. I popoli hanno veduto i potenti della terra disprezzarlo nel pensiero, nella parola, nella vita; combatterlo nella fede più viva e più radicata; perseguitarlo nelle opere più benefiche; hanno veduto alla sua giustizia, alla sua carità sostituire una nuova giustizia ed una carità nuova che avrebbero dovuto attuare ogni più bell’ideale umano nella legge della fratellanza, dell’eguaglianza e della libertà.

 

Era un gran sogno; fu appena esperimento e si credette una conquista, e si gridò alla fine di Dio! Ma bastò un grido di guerra, bastò lo scatenarsi di antiche e sopite cupidigie, bastò che malgrado tutto la vita dei popoli fosse affidata al trionfo della forza, perché l’eguaglianza e la fratellanza apparissero un mito”.

 

Già Nietzsche, aveva rilevato il trauma dell’accettare la morte di Dio creando surrogati, “favole”. Ma  De Gasperi è in sintonia più con Guardini: che constaterà nel 1950 “La fine dell’epoca moderna”.

 

2) Fede e sovranità

Queste tre parole, come tema centrale della riflessione teologico-politica giovanile di De Gasperi. Egli da una parte descrive il “fato austero della guerra… che suona da tutte le torri, ritte lungo tutte le grandi vie del mondo, l’antico ritmo lugubre della raccolta, che persuade le stirpi della santità degli odi vicendevoli sopiti da anni nel fondo della loro psiche … per scagliarle l’una contro l’altra con accanimento cieco … uomini impotenti” (6 agosto)  (tragedia greca – torre babele – tribalismo).

 

“lo spettro della guerra che racchiude nel suo cuore di sfinge un destino di sangue, un destino di sangue e di morte” (12 agosto 1914). Nel testo letto risuonano riferimenti al fatalismo pagano della tragedia greca, in cui la stirpe eredita la colpa essendo accecata, in cui di fatto la libertà scompare. De Gasperi è un patriota, un filologo innamorato del popolo italiano, cui appartiene, ma non un nazionalista, cioè è contro il tribalismo, l’identitarismo fondato sul sangue e sulla terra, princìpi pagani. Il modello è quello della Torre di babele: il paganesimo autosufficiente dell’uomo che primeggia sull’uomo per elevarsi a Dio “santificandosi è destinato a fallire ad essere disperso. La fede autentica rivendica una sovranità universale, contro i tribalismi pagani.

 

Scrive in modo duro: “Ciò che rimane agli uomini nell’ora in cui il Dio degli eserciti passa per rivelare sensibilmente il suo dominio nella storia, è quello di chinare riverenti e umili la fronte, adorando il mistero della sua sapienza austera e pregarlo sommessamente perché sia mite nel castigo” (castigo che però resta un “mistero!”, la giustizia di Dio non è retributiva).

 

Solo Dio è sovrano della storia, e questa crisi, la guerra, lo rivela: “Dio appare dovunque l’ancora di salvezza, l’usbergo sicuro, il padre universale; e il popolo lo vuole così, come lo credette, come imparò ad amarlo ed a temerlo; e da sovrano, almeno nel giorno del dolore che i suoi ingannatori gli predicavano impossibile, lo proclama eterno vincitore.”

Una vittoria che vive nell’umiltà della fede, del “chinare il capo”.

 

Una sovranità che è tanto suprema quanto non teocratica, non pagana, non “religio civilis”, in quanto super partes, universale, cattolica. Ad esempio De Gasperi contestò l’azione del governo francese contro il Papa, che invitava a un esplicito appoggio della causa francese (minacciando di non pubblicare una sua preghiera): “Il Papa è il Padre indistintamente di tutti i cattolici. La guerra che devasta l’Europa immensamente affligge il suo cuore paterno, ma Egli deve ricordare e ricorda che il suo più eccelso attributo è quello di Padre. E i cattolici di ogni nazione, pur conservando integro il loro patriottismo, hanno il preciso dovere di rispettare questa sua universale, altissima qualità, che è ancora pel mondo, di beni inestimabili, in mezzo alle lotte fratricide che funestano e devastano tante misere terre”.

 

In sintesi: un solo Padre, tutti fratelli.

 

3) Popolo: relazione e cammino

Il giovane De Gasperi individua un ritorno della fede come naturale difesa del popolo dalle illusioni e dai sofismi che lo avevano ingannato. Il “popolo” è al centro del suo impegno politico nei partiti popolari trentino e italiano.

 

(Di fronte alla guerra, Dio è) “Eterno vincitore contro i sofismi che non possono convincere e soggiogare le moltitudini; contro i sofismi che vivono di ipotesi, ma che la dura realtà della vita sconvolge ad un soffio; contro i sofismi che promettono tutto e tolgono Dio che è tutto quando nulla più rimane. L’anima ingenua del popolo si libera dalla scoria ingombrante dei dottrinarismi vani e artificiosi, ritrova sé stessa con le sue profonde aspirazioni, risente lo slancio naturale verso l’al di là, ritrova insomma la sua vecchia amica fede nel Dio che domina sulle vicende della storia, anche su quella terribile della guerra, e conduce le sorti degli uomini.

 

I retori della incredulità dozzinale possono ben sorridere di questa fede ravvivata dal pericolo, ma spregiandola non s’accorgono di coinvolgere nel discredito tutta la storia, la quale è seminata di eroismi immortali, fioriti precisamente di lì, da questo sentimento di sicura fiducia nella assistenza di un Dio che non è sordo alla preghiera e che corona gli sforzi degli uomini. Che sarebbe dei popoli oggi se, non restasse Iddio; questo Dio, nella cui fede è ancora tutta la speranza; questo Dio che dopo il flagello ha pure promesso il perdono?”

 

Contro gli “apostoli della felicità sulla terra” De Gasperi oppone la relazione di Dio con il popolo: “E nel silenzio e nel fallimento della nuova scienza e delle sue orgogliose applicazioni sociali, risponde alla gran voce dei popoli, la pietosa voce di Dio; all’anarchia e alla disperazione della coscienza collettiva rispondono le immutate leggi del suo regno”.

 

Risuona di un’attualità fortissima questo pensiero di un giovane appassionato che svela la vacuità dei sofismi, degli alambicchi teorici privi di fondamento, per guardare la Storia come cammino concreto dei popoli, come tradizione religiosa, popolare, politica protesa verso un futuro umanamente conflittuale e incerto, ma sempre in marcia verso una speranza forte, (“immutate leggi”) in quanto escatologica, sovrastorica.

Il popolo è allora popolo di Dio, popolo in cammino, assemblea riunita da una vocazione, che invoca e che trova risposta, in una relazione sempre dinamica, sempre in cammino. Proprio perché la Storia è confitto, difficoltà, e la politica non è tutto, non può essere totalizzante-totalitaria, proprio demistificando le illusioni moderne (che siano scientismo ingenuamente globalizzante o vecchio nazionalismo), si può tornare al “concreto vivente” del popolo, alla responsabilità weberiana dello studio, del discorso democratico, dell’impegno politico concreto, riscoprire l’ascolto così difficile e così impegnativo della autentica “gran voce dei popoli” mai circoscrivibile in ideologia e teoria scientifica.

 

Oggi bisogna ritrovare quella voce, che De Gasperi aveva ascoltato e interpretato.

La passione del presente. Su “Mondoperaio” una breve e intensa riflessione attorno all’odierna crisi pandemica e bellica.

 

Teologi e filosofi fanno notare che la passione” di Gesù ha modificato la percezione del significato stesso del vocabolo: Gesù di Nazareth conosce il dolore, un dolore straziante, soffre, muore sulla croce, eppure non subisce passivamente tutto ciò.

Danilo Di Matteo

La passione del presente. Breve lessico della modernità-mondo è il titolo di un libro del 2008 del filosofo Giacomo Marramao. Più in generale, a me pare, l’espressione “passione del presente” potrebbe indurci a riflettere, proprio in un momento come questo, di crisi pandemica e bellica.

Essa indica senz’altro un vivo interesse, un coinvolgimento profondo, anche emotivo, rispetto alle vicende che attraversano il nostro tempo. È, dunque, tensione intellettuale e affettiva volta a comprendere. Etimologicamente la parola passione rimanda pure alla passività: noi, in tal caso, ci troviamo a subirlo il presente. Come un qualcosa che, dall’esterno, investe le nostre esistenze e il nostro pensiero. E in effetti con tale stato d’animo viviamo, ad esempio, la situazione socio-sanitaria provocata dal Covid-19 e l’invasione russa dell’Ucraina.

Teologi e filosofi, tuttavia, fanno notare che la “passione” di Gesù ha modificato la percezione del significato stesso del vocabolo: Gesù di Nazareth conosce il dolore, un dolore straziante, soffre, muore sulla croce, eppure non subisce passivamente tutto ciò. Egli, anzi, ne fa un momento di redenzione dell’umanità, di liberazione. E una parte fondamentale della teologia è in realtà “teologia della croce”.

Sul versante mondano, l’accostamento di sofferenza e speranza è cruciale, poniamo, nella storia del movimento operaio e socialista (“chi soffre e spera”, recita un verso dell’inno “Bandiera rossa”). Nella tradizione ebraica, poi, come sottolinea un pensatore della levatura di André Neher, si evidenzia come la speranza si nutra del fallimento e nasca, letteralmente, “fallita”.

Ciononostante, ecco la circolarità del ragionamento che propongo, quella passione – la passione del presente – si volge in passione per il presente, in slancio teso a capire e ad agire. È la “segreta piega inattuale” del presente, come direbbe proprio Marramao, tale da produrre “un’apertura dell’esperienza verso il futuro”. Ci si può appassionare a un virus pandemico o a una carneficina come quella ucraina? Sì, se con ciò si intende lo sforzo per interpretare e modificare quel che sta accadendo. Ecco a cosa siamo chiamati.

Per saperne di più

https://www.mondoperaio.net/in-evidenza/la-passione-del-presente/

Oggi i funerali di Maria Romana De Gasperi. Un anno fa dedicava al padre una preghiera. Molto bella.

Di seguito riproponiamo l’articolo, da noi pubblicato il 20 agosto scorso, che riferiva della commovente preghiera che il giorno prima, nella messa in suffragio di Alcide De Gasperi a S. Lorenzo fuori le mura, la figlia rivolgeva a suo padre. I funerali di Maria Romana, stamane alle ore 11.00, si terranno a Roma nella Chiesa di Santa Chiara (Piazza dei Giuochi Delfici). Nel pomeriggio, a Viterbo, in apertura del convegno su “Con le lenti di Alcide De Gasperi”, Pierluigi Bianchi le renderà l’omaggio a nome dei partecipanti.

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Nel giorno del memoriale della morte di suo padre Alcide, la Signora Maria Romana sorprende la piccola comunità di fedeli ed amici alla Santa Messa, con una preghiera forte e dolce. 

Riserva la forza alla fatica di vivere in nostro tempo affogato nel dolore e nella pena, e la dolcezza di una figlia che si rivolge al padre nel chiedere per noi tutti, e non solo per sé stessa, la condivisione del “profumo del Cielo” e delle “nuvole bianche” aperte sulla povertà e sulla sofferenza. 

Ecco perché noi tutti dobbiamo un grazie a questa grande donna che ha saputo pregare con la dolcezza di una figlia e la fermezza di una donna del nostro tempo: quando pensiamo di essere soli, abbandonati al nostro destino, ecco che con una umiltà che è grandezza , la Signora Maria Romana, ci ricorda di essere umanità prima di quell’io solo al quale ci costringe e stringe la vita stessa. 

Grazie.

La preghiera

Vorrei fare una preghiera a mio padre che riposa all’ingresso di questa grande Chiesa che riceve per l’ultimo saluto chi lascia la terra. 

Mio caro padre, tu che vedi passare davanti a te chi ha gli occhi pieni di lacrime per chi ha perduto la vita. Tu che sai cosa è il dolore e la pena, ma anche la gioia di stare accanto al Signore, aiutaci a superare questo tempo difficile che il mondo sembra oggi offrire come unica strada da percorrere. 

Mandaci un po del profumo del tuo cielo che ci aiuti ad amarci l’uno con l’altro nel nome della verità; che si spengano le armi, che i bambini asciughino le lacrime, che gli anziani abbiano sonni tranquilli. 

Quel cielo che la nostra fantasia può solo immaginare, che apra le sue nuvole bianche a chi è stato povero, a chi ha sofferto nel corpo e nell’anima e riposi chi ha sofferto, finalmente felice nelle mani del Signore.

Solidarietà a Tarquinio, direttore di Avvenire, e attenti all’iperinflazione da sanzioni.

Ha ragione Marco Tarquinio, le sanzioni economiche sono un’altra forma di guerra, le cui conseguenze ricadono sui ceti sociali più deboli, anche su quelli dei Paesi che le comminano. Va difeso il diritto a un reale pluralismo, anche sul tema della guerra e delle sue enormi ricadute sulla nostra economia e sulla coesione sociale. La costruzione di un ordine mondiale multipolare non può lasciare indifferente sia la nostra componente politica che il nostro Paese.

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Lo scorso 30 marzo in tv Federico Rampini ha dato del filo-Putin al direttore dell’Avvenire Tarquinio solo perché quest’ultimo ha fatto un accenno, al tema tabù delle sanzioni. L’episodio è indicativo di un clima di sostanziale monopolio del dibattito pubblico, che perdura da troppo tempo e che ha preso il posto di un reale pluralismo, degno di una democrazia.

Mi permetto di evidenziare il fatto che schivare il dibattito sulle pesanti conseguenze delle sanzioni, conseguenti alla deprecabile invasione russa dell’Ucraina, ci renderà impreparati ad affrontarle. Già ora la scelta dei Paesi europei dopo aver indotto la Russia in risposta alle loro sanzioni a pretendere il pagamento in Rubli delle sue merci, si è ridotta a quella tra rafforzare la valuta russa oppure provocare uno shock improvviso e gigantesco sulle loro economie. Un autogol dei più clamorosi. Ma il bello, ovvero il peggio, deve ancora venire. Il forte rincaro e la scarsità dei carburanti, dell’energia elettrica, delle materie prime, del cibo e dei generi di prima necessità va a colpire in maniera molto diseguale la popolazione. L’iperinflazione così generata la sentiranno molto di più i ceti medio-bassi, che spendono dal 50 al 90% del loro reddito per la sopravvivenza rispetto alle classi più agiate per le quali le suddette spese incomprimibili incidono in percentuale molto minore sul loro reddito. Una tale situazione di divaricazione sociale andrà avanti finché potrà, ma non è risolvibile, permanendo l’attuale posizionamento dell’Italia sullo scenario bellico.

Ricordiamoci che le sanzioni non sono quisquilie. Chiediamoci perché uno stato come la Turchia che fino a ieri addirittura faceva la guerra alla Russia, sparando sull’esercito russo in Siria, non le abbia adottate. Il pericolo era troppo grande anche per il secondo esercito della Nato. Questo credo basti a valutare la gravità delle sanzioni alla Russia che sono un vero e proprio atto di guerra all’ordine mondiale multipolare che il resto del mondo sta costruendo e a cui l’Europa e l’Italia (oltreché la parte più lungimirante degli Stati Uniti) avrebbero tutto l’interesse a partecipare e da cui invece stanno venendo tagliate fuori con conseguenze rovinose.

Se andremo avanti così, dobbiamo mettere in conto fenomeni di sofferenza e di dissenso sociale sempre più problematici da gestire in un quadro di ormai permanente stagflazione e di progressivo deterioramento del quadro economico. È una mera illusione pensare di poter contene lo tsunami dell’iperinflazione attraverso nuovi lockdown, sanitari, energetici o climatici che siano, o attraverso i razionamenti, o addirittura con la sospensione di alcuni diritti costituzionali. È vero che la realpolitik non permette forse molti margini di manovra all’Italia, ma l’assenza nei media, all’interno dei partiti e delle associazioni, anche solo in minoranze organizzate, di un dibattito su ciò a cui andiamo incontro, renderà molto più complicato gestirlo.

Sinistra Dc, un patrimonio da riscoprire. L’opinione di Merlo.

Base e Forze Nuove, le due correnti di sinistra, davano vita a una posizione che segnava fortemente il dibattito interno alla Dc. Sulle tematiche di natura sociale come quelle di natura istituzionale, sulle materie di carattere economico come sulla concezione del partito e della democrazia nel suo complesso, non c’era settore che non prevedesse una specifica e puntuale costruzione di politiche adeguate e pertinenti. Non a caso, si è parlato spesso di un “partito nel partito”.

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Ci sono delle tradizioni politiche e culturali che, al di là dello scorrere del tempo e del mutare delle stagioni, conservano non solo una bruciante attualità ma anche, e soprattutto, una contemporaneità con le vicende politiche con cui concretamente ci dobbiamo confrontare. 

Parlo, nello specifico, della esperienza della ‘sinistra democristiana’. A prescindere dalle questione delle due sinistre democristiane che per molti anni si sono confrontate nell’ambito del partito riferimento, la Dc appunto, questa ricca e feconda esperienza politica e culturale non si è esaurita con il tramonto del partito di appartenenza. E ciò per un motivo molto semplice: vale a dire, la statura politica dei suoi esponenti da un lato – basti pensare a uomini e donne come Donat-Cattin, De Mita, Martinazzoli, Bodrato, Tina Anselmi, Marcora, Granelli, Galloni e moltissimi altri – e la capacità di elaborazione politica e la cultura di governo dall’altro, sono e restano pietre angolari per chiunque pensi di avvicinarsi all’impegno politico da una posizione democratica, riformista e cristianamente ispirata. 

Una considerazione che mi veniva in mente in questi giorni proprio di fronte alla recrudescenza del conflitto russo-ucraino. Ovvero, la riflessione sulla politica estera è sempre stata una costante decisiva per dispiegare un progetto politico e un programma di governo. È appena sufficiente ricordare, al riguardo, una esperienza editoriale come “Settegiorni in Italia e nel mondo” a cavallo fra gli anni ‘60 e ‘70 per rendersi conto che anche su questo versante nulla era affidato al caso, alla improvvisazione o alla fantasia. A cominciare, appunto, dalla politica estera. Cioè da come collocare l’Italia in Europa e, soprattutto, del ruolo dell’Europa nello scacchiere internazionale. Senza una credibile politica estera, dunque, non ci poteva essere una altrettanto credibile e seria politica interna.

Ma il patrimonio della sinistra Dc, pur con sfumature e sensibilità diverse – basti pensare, per fare un solo esempio, alla esperienza concreta della ‘sinistra sociale’ di Forze Nuove di Carlo Donat- Cattin e la sinistra di ‘Base’ di Ciriaco De Mita – non è riconducibile, come ovvio, alla sola elaborazione in materia di politica estera. Sulle tematiche di natura sociale come quelle di natura istituzionale, sulle materie di carattere economico come sulla concezione del partito e della democrazia nel suo complesso, non c’era settore che non prevedesse una specifica e puntuale costruzione di politiche adeguate e pertinenti. Non a caso, si è parlato spesso di un “partito nel partito”. E la riflessione era tutt’altro che effimera al punto che le componenti che erano riconducibili alla sinistra democristiana producevano riviste, agenzie stampa, convegni tematici capaci di dettare l’agenda della stessa politica italiana, oltre ad una presenza politica e culturale in ogni angolo del paese capace di qualificare l’intero partito perchè espressione, appunto, di una pensiero politico e di una solida ed autentica rappresentanza sociale.

In terzo luogo c’era una classe dirigente. Altrochè il populismo grillino o il sovranismo leghista. Una classe dirigente di rango locale e nazionale che ha certamente contribuito a qualificare la storica esperienza della sinistra democristiana e quindi del partito di riferimento ma che ha, al contempo, nobilitato la stessa politica italiana. A partire dalla cultura e dal filone del cattolicesimo democratico, sociale e popolare.

Per questi semplici motivi – preparazione sui temi specifici, elaborazione politica e culturale, capacità di confronto e una grande cultura di governo – l’esperienza della sinistra dc merita di essere ripresa ed inverata. Certamente in forme nuove e adeguate alla stagione contemporanea, ma con la consapevolezza che una tradizione culturale e politica non può essere semplicisticamente e qualunquisticamente abbandonata solo perchè è in vista un’alleanza da costruire con i populisti dei 5 Stelle da un lato o con i sovranisti dall’altro.

Un compito, se non addirittura un dovere morale per chi ha avuto l’onore di frequentare quei leader e di aver partecipato attivamente a quelle scuole politiche e di continuo e costruttivo apprendimento.

Prosperità comune’ di Xi fa paura: miliardari cinesi si spostano a Singapore. Nota di AsiaNews.

Spinti dalla politiche “redistributive” del leader cinese, come dal giro di vite contro i giganti hi-tech, immobiliari e dell’insegnamento privato. In Cina vi sono 626 miliardari: potenzialmente un contropotere agli occhi del regime. Nelle aree rurali cinesi il reddito pro-capite è meno della metà di quello nelle città.

Li Qiang

Sempre più miliardari cinesi spostano i propri capitali a Singapore, un trend in crescita dallo scorso anno, quando Xi Jinping ha lanciato la sua campagna per la “prosperità comune”: il tentativo di obbligare i grandi gruppi industriali (privati) a condividere la loro crescente ricchezza con gli strati meno privilegiati della popolazione.

Il dato emerge da un’indagine della Cnbc, secondo cui nella città-Stato del sud-est asiatico si moltiplicano i “family office” aperti da facoltosi cinesi. Si tratta di veicoli finanziari che gestiscono il patrimonio di una o più famiglie: nel caso di Singapore è richiesto un capitale di 5 milioni di dollari (4,5 milioni di euro).

Dopo che le proteste pro-democrazia del 2019 hanno fatto vacillare l’economia di Hong Kong, gli oligarchi cinesi hanno cercato un’alternativa per salvaguardare le proprie ricchezze. Grazie al fatto che un’ampia fetta della popolazione parla mandarino, e al basso regime di tassazione, Singapore rappresenta un rifugio ideale per i magnati del gigante asiatico.

Secondo Forbes, in Cina vi sono 626 miliardari, un numero inferiore solo a quelli negli Usa (724). Mentre gli uomini d’affari cinesi si dicono convinti che il loro Paese offra grandi opportunità per arricchirsi, dubitano che sia un luogo sicuro per conservarli.

Xi ha impresso una svolta più dirigista all’economia cinese. La politica della prosperità comune è arrivata subito dopo un giro di vite contro i monopolisti dell’hi-tech, i grandi costruttori immobiliari e le scuole private (soprattutto quelle gestite da stranieri).

Per molti critici, inclusi esponenti dell’ala pro-mercato del Partito comunista cinese, la svolta maoista di Xi ha poco a che fare con la redistribuzione della ricchezza. È in realtà un modo per depotenziare gli oligarchi che con la loro forza economica potrebbero minacciare il suo potere.

C’è poi il problema di come tradurre in pratica le direttive che arrivano da Xi. Come riporta il South China Morning Post, molti amministratori locali non sanno bene come intervenire per ridurre il gap economico tra i ricchi e poveri nei loro territori. Analisti fanno notare che le esigenze di sviluppo in Cina cambiano da provincia a provincia, e un approccio uguale per tutti non può funzionare.

Il divario più grande, e quindi la sfida maggiore per il piano redistributivo di Xi, rimane quello tra residenti urbani e rurali. Il reddito pro-capite in Cina è di circa 35mila yuan (4.960 euro); nelle città si arriva però a 47.400 yuan (6.720 euro), più del doppio che nelle campagne (19mila yuan, circa 2.695 euro). 

A prescindere dalle dinamiche interne in Cina, un fattore che può arrestare la fuga di capitali cinesi a Singapore è l’esito del conflitto in Ucraina. Gli Usa e suoi alleati hanno minacciato conseguenze se Pechino cercherà di aiutare la Russia a resistere alle sanzioni imposte per la sua invasione del territorio ucraino. Singapore è tra i pochi Paesi asiatici che hanno aderito al regime sanzionatorio contro Mosca: potenzialmente potrebbe quindi adottare misure punitive indirette nei confronti della Cina, tra cui il congelamento dei conti bancari di cittadini cinesi.

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Omaggio a Maria Romana

Ci ha aiutato a conoscere meglio la figura dello statista trentino. Ha scritto molto, ci ha regalato libri interessanti. Con “Mio caro padre” (Morcelliana) si penetra, attraverso una delicata rievocazione di figlia, nell’intimo della vita interiore e direi dell’anima di questo indimenticabile “grande” della nostra storia.

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Fin da ragazzo, posso dire, ho avuto e coltivato, col fervore di un adolescente cattolico e anzi di un seminarista, non solo una grande ammirazione ma un’autentica venerazione per il Presidente De Gasperi. Già allora egli incarnava per me l’ideale del politico di ispirazione cristiana inseparabile dal rispetto per tutti e dalla libertà oltre che dalla passione per la giustizia, l’elevazione popolare, l’unità europea e la causa della pace tra le nazioni. Dirittura morale, autentica fede in Gesù, serietà e intelligenza, personalità antiretorica ed essenzialità di parola e di tratto facevano trasparire il suo valore e davano fascino a quel solido e convincente trentino che era stato perseguitato da Mussolini e assunto al lavoro in Vaticano.                

È stato il fascino di De Gasperi che negli anni mi ha portato a stimare la figlia Maria Romana. Anzi è stata l’opera di lei, i suoi libri sul padre che via via ho acquistato e letto, a far crescere in me l’ammirazione e la venerazione per il grande Presidente. Credo che ci siano tutti nella mia biblioteca.  E così la mia passione degasperiana – che è stata conosciuta ma che ho anche tenuto in me con un certo pudore – ha fatto crescere il desiderio di conoscere la figlia, sulle cui pagine sono arrivato a conoscere un po’ tutta la famiglia di De Gasperi, la moglie Francesca, le altre figlie Cecilia, Paola, Lucia.                             

Particolarmente suor Lucia e la sua storia religiosa mi ha interessato e commosso. Ma soprattutto la figura umana, spirituale e politica del Presidente mi è diventata familiare e, aggiungo, mi ha fatto un gran bene. Non solo. Ripeto che nello scorrere degli anni mi son sentito spinto a conoscere in maniera più personale Maria Romana. Per questo sono stato contento d’incontrarla, riuscendo finalmente a farlo negli a cavallo del 1990 e il 2000.  L’ho invitata a parlare in alcune riunioni organizzate dagli “Amici di Supplemento d’anima”, il periodico, ora sospeso, a cui sono stato e resto  molto affezionato. Dunque, Maria Romana ha accettato di venire in Toscana e così non solo io la ricordo con gratitudine e gioia. 

Mi per metto di suggerire agli amici di far conoscere almeno alcuni dei titoli dei suoi libri, che restano un contributo fondamentale per conoscere De Gasperi e le vicende della storia italiana ed europea, oltre i grandi temi legati all’impegno politico dei cattolici italiani. Tra l’altro, se qualcuno mi chiedesse dei consigli a proposito dei suoi libri sul padre, non esiterei a suggerirne uno, “Mio caro padre”, edito dalla Morcelliana e ora diffuso da Marietti 1820. Non sostituisce quelli più propriamente storici: biografia, europeismo, spiritualità degasperiana…Ma con “Mio caro padre” si penetra, attraverso una delicata rievocazione di figlia, nell’intimo della vita interiore e direi dell’anima di questo indimenticabile “grande” della nostra storia.               

Vorrei parlare ancora di Maria Romana, dei nostri incontri recenti (anche in casa sua a Roma), della sua personalità molto vicina al padre, della sua dignitosa bellezza, del suo valore letterario, delle sue aspirazioni riguardanti la vera conoscenza della spiritualità di lui, e di altro ancora. Mi auguro che la sua scomparsa faccia conoscere ancora meglio e da un maggior numero di persone sia lui, il Presidente, che la sua impareggiabile figlia e segretaria.

 

La figlia che ha saputo raccontare la grandezza di Alcide De Gasperi

Con Maria Romana scompare una testimone. Non si spegne, però, quella luce che ha brillato e dovrà continuare a illuminare la nostra vita. Al di la c’è il buio dei populismi, dei faccendieri, degli eversori, degli anti stato. 

È scomparsa Maria Romana De Gasperi figlia di Alcide. Fu del padre solerte collaboratrice e biografa. I suoi scritti narrano e descrivono un Paese con i suoi tormenti e le tante speranze. Fu testimone privilegiata di una delle più belle figure del ‘900, quella di Alcide De Gasperi. 

Un amore filiale immenso, una stima smisurata per quell’uomo che fu grande per la famiglia e per l’Italia. La figura dello statista si staglia al di sopra delle modeste vicende umane per inseguire un disegno di giustizia e di libertà dopo tante tragedie morali e materiali. 

Dai continui racconti di Maria Romana, sempre lucida fino all’ultimo, abbiamo contezza che l’opera degasperiana è stata una rivoluzione pacifica. La fede, l’amore verso la famiglia , la difesa della centralità dell’Uomo con i suoi diritti e i suoi doveri hanno trovato in Alcide De Gasperi l’interprete autentico e rigoroso. 

Non si può guidare un popolo se non c’è la forza delle idealità, l’energia della passione, il sacrificio per servire, l’onestà degli intendimenti. Non vi è grandezza se prevalgono furbizie che sostituiscono i disegni, non c’è grandezza se un’opera viene risucchiata dal tornaconto e dalla esplosioni degli individualismi che opprimono la società. 

Maria Romana ha vissuto intensamente e ha continuato a essere testimone attiva di un mondo politico che nel tempo si è rarefatto, occupato dalla pigrizia di una società decadente.  Romana ha scritto pagine di autentico lirismo quando parla dell’umiltà del padre e dei suoi sacrifici. 

Con Maria Romana scompare una testimone. Non si spegne, però, quella luce che ha brillato e dovrà continuare a illuminare la nostra vita. Al di la c’è il buio dei populismi, dei faccendieri, degli eversori, degli anti stato. 

Oggi ricordiamo Maria Romana De Gasperi per sottrarci alla morsa di “capi” senza anima, che non sono statisti perché non riscaldano i cuori!

 

La pax putiniana non è vera pace

Quello che ha in mente il nuovo Zar è una pace a modo suo basata su annessione di porzioni di territorio, diktat su alleanze e future scelte di politica estera, prescindendo completamente dalla volontà dei cittadini ucraini; in altre parole una “pax” di stampo autoritario che oggi gli ucraini – dopo trent’anni di sostanziale democrazia – non vogliono subire.

Il racconto che Putin sta facendo sulla guerra scatenata contro l’Ucraina risponde all’esigenza di coprire le vere ragioni che lo hanno portato a questa scelta scellerata e ingiustificabile. La vera paura di Putin non è determinata dalla vicinanza della NATO, quanto piuttosto dalla vicinanza della democrazia; è quello l’accerchiamento che innervosisce il dittatore russo.

L’azione violenta contro l’Ucraina tende a fermare quel vento di libertà che spira in modo sempre più forte dall’occidente europeo verso Mosca e che – nonostante la repressione e l’incarcerazione anche di bambini e persone anziane – porta sempre più persone a scendere in piazza per protestare ed opporsi al regime putiniano. Putin ha raccontato di aver vissuto in modo traumatico la caduta del muro di Berlino e la fine del blocco sovietico del Patto di Varsavia; quell’evento di liberazione dei popoli dell’est-Europa dal giogo della dittatura sovietica è stato da lui vissuto come un’umiliazione per la storia e la cultura russa.

Sono false le pseudo-giustificazioni russe della guerra, come falsa è la dichiarata volontà di ricercare una vera pace, attraverso un negoziato che si svolge con il conflitto in pieno svolgimento, con missili e bombe che cadono incessantemente sulle città ucraine e sui civili; una vera trattativa per la pace dovrebbe svolgersi in una condizione diversa, senza che una delle parti si ritrovi seduta al tavolo con la pistola puntata alla tempia. Quello che ha in mente Putin non è una vera pace, ma una pace a modo suo basata su annessione di porzioni di territorio, diktat su alleanze e future scelte di politica estera, prescindendo completamente dalla volontà dei cittadini ucraini; in altre parole una “pax putiniana” di stampo autoritario che oggi gli ucraini – dopo trent’anni di sostanziale democrazia – non vogliono subire. Nessuno accetterebbe di tornare ad una condizione di sudditanza.

Un concetto abbastanza lineare che però molti – anche nel nostro Paese – faticano a comprendere. Si assiste infatti a dei dibattiti surreali nei quali dall’interno di comodi e riscaldati salotti si filosofeggia sull’opportunità di porre fine alle ostilità disarmando (badate bene!) gli aggrediti, anziché pensare a contrastare gli aggressori; ovvero la legittimazione della legge del più forte, con un arretramento di oltre un secolo in termini di diritto internazionale e di libertà di autodeterminazione dei popoli. 

L’obiettivo è certamente quello della pace, ma di una pace vera e duratura e non di una “pax” imposta dall’invasore con la forza delle armi. Vale per l’Ucraina oggi e per tutta l’Europa nel futuro.

 

Oggi 31 marzo 2022 scade lo stato di emergenza. I lavoratori fragili restano senza tutele.

C’è molta attesa da parte degli interessati e si moltiplicano le prese di posizione di sindacati ed associazioni. Lettera aperta ai Ministri del Lavoro, della Salute e delle Disabilità.

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Dall’inizio della pandemia Covid 19 ci stiamo occupando con una serie di articoli della materia riguardante le tutele dei lavoratori fragili. Non per mestiere o professione, non in rappresentanza di organismi sindacali e associativi, ma solo per avvertito senso di compartecipazione emotiva alle oggettive situazioni di problematicità che queste fattispecie presentano.

Leggendo il DL 24 del 24/3/2022 abbiamo notato che le tutele (fin qui rinnovate nel periodo precedente) del lavoro agile e dell’equiparazione al ricovero ospedaliero delle situazioni di malattia derivanti dalle patologie dei soggetti fragili (per evitare di attingere al cd. periodo di comporto), NON sono contenute nel Decreto in questione, a differenza di quanto in precedenza previsto dai commi 3/bis e 3/ter – art. 17 della legge 18/2/2022 n.11 di conversione (con emendamenti) del DL 24/12/2021 n.° 221, e con espresso riferimento alla previsione normativa di cui all’art. 26 – commi 2 e 2/bis – del DL 17/3/2020 n.° 18.

Dopo l’emanazione del Decreto interministeriale 4/2/2022 – pur essendo stato decretato il termine dello stato di emergenza in vigore fino al 31/3/2022 – si ha motivo di ritenere che le patologie ivi indicate abbiano ricevuto un riconoscimento formale e possano godere di tutele sostanziali certe. Come dire che se lo stato di emergenza cessa…le patologie dei fragili, ultrafragili e le situazioni di invalidità certificate e riconosciute ai sensi della legge 104/92 restano. Al pari peraltro della pandemia, come confermato a livello istituzionale e medico-scientifico.

Ora, dal 1° aprile p..v. i lavoratori fragili sono stati di fatto e in diritto privati delle preesistenti tutele. Ci domandiamo  quanti si rendano conto della gravità di una tale prospettiva generalizzata per questa categoria di lavoratori. Inutile ribadire infatti che si tratta di casi delicati, certificati e dichiarati non idonei dalle autorità sanitarie preposte (chemioterapici, immunodepressi, affetti da artrite reumatoide, ecc…, solo per citare alcune patologie riconosciute.

Leggiamo che una bozza del Ministero del lavoro  prevederebbe (ma vorremmo essere smentiti su questo) il rientro dei lavoratori fragili nella sede di servizio poiché anche una eventuale certificazione che attesti il perdurare della condizione patologica di fragilità oltre il termine dello stato di emergenza, non consentirebbe di avvalersi né del lavoro agile (laddove possibile) né della equiparazione della eventuale malattia al cosiddetto “ricovero ospedaliero”, in quanto “presidi di tutela” non più esistenti. Ma sarebbe foriera di potenziali contenziosi e di responsabilità per casi di contagio che potrebbero verificarsi.

Privati delle due tutele (e la casistica delle situazioni non consente di ricondurle tutte all’una o all’altra sopra citate) i lavoratori fragili, pur dichiarati inidonei ad esempio dal “medico competente”, dovrebbero dunque rientrare al lavoro. Ma per fare che cosa, se la loro inidoneità sanitaria al servizio venisse protratta? Lasciando da parte possibili polemiche si verificherebbe, come detto, una potenziale sovraesposizione al contagio ancora in atto.

Chiediamo pertanto di valutare l’opportunità di rinnovare le due forme di  tutele preesistenti, tramite un emendamento al DL 24/3/2022 n.24 in sede parlamentare di conversione in legge. C’è molta attesa da parte degli interessati e si moltiplicano le prese di posizione di sindacati ed associazioni. Soprattutto in ambito scolastico una eventuale proroga al 30 giugno p.v. delle due tutele citate consentirebbe di arrivare al termine delle lezioni senza rischi.

Ricordiamo che ai docenti “no vax” viene consentito il rientro a scuola, praticamente con esonero dal servizio attivo di insegnamento. Far rientrare i “fragili” in un contesto di sovraesposizione al contagio, e in presenza di colleghi o personale non vaccinato, temiamo che complicherebbe le cose.

Sono molti coloro che scrivono alle redazioni dei magazine , dei giornali o che si rivolgono alle associazioni dei disabili e ai sindacati per avere lumi in proposito. Il giorno dalla scadenza dello stato di emergenza e in assenza di disposizioni in merito ci sono molti casi particolarmente delicati che meriterebbero una decisione e una risposta.

Siamo certi di interpretare situazioni meritevoli di umana considerazione e confidiamo nella Vs. sensibilità politica e personale.

 

Ciao Maria Romana De Gasperi.

Addolorati per la scomparsa di Maria Romana De Gasperi  abbiamo voluto ripubblicare questa intervista apparsa sulle pagine della Fondazione De Gasperi a Dicembre 2020.
Maria Romana De Gasperi è stata una saggista, politica italiana. Durante l’occupazione tedesca della capitale fu staffetta partigiana e aiutò il padre a mantenere i contatti con gli antifascisti. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando De Gasperi divenne presidente del Consiglio, Maria Romana fu sua segretaria. Nel 2016 fu tra i fondatori dell’Edizione Nazionale degli epistolari di Alcide De Gasperi. Nel 2021 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella la nominò Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana

 

In che epoca suo padre Alcide le realizzò l’album sulla vita di Gesù?

“Nel 1927 mio padre si trovava a Roma in prigione per le sue idee antifasciste e non mi poteva regalare nulla per il Santo Natale. Non si sa come, gli capitò fra le mani una copia del National Geographic dei primi del ’900 che conteneva un reportage su Nazaret. Decise allora di ritagliare le fotografe e di spiegarmi la vita di Gesù con delle didascalie a commento delle immagini. All’epoca avevo solo quattro anni e non capivo le parole: me le leggeva mamma Francesca”.

Per quale motivo le fece un regalo così “da grande”?

“Lui voleva darmi la possibilità d’immaginare Gesù. Il libro contiene le foto dei luoghi in cui Cristo abitò con Maria e Giuseppe, vediamo i pastori, le pecore, ma non c’è nessuna immagine del Redentore. Siamo abituati a immaginare Gesù biondo, vestito di bianco, in realtà con questo album tutti lo possiamo immaginare come lo abbiamo nel cuore, magari con la pelle scura, con addosso abiti grigi o marroni. Per mio padre Alcide l’importante era la semplicità nel raccontare solo cose vere fino a quando da grande le avrei potute vedere e valutare”.

Come fece Francesco d’Assisi nel presepe di Greccio: non volle figuranti, ma solo il bue e l’asino e una mangiatoia vuota perché diceva che il presepe è custodito nel cuore di ciascuno di noi. Qual è l’immagine del libro cui è più affezionata?

“Senz’altro quella della fontana: quando venne scattata la foto era l’unica presente a Nazaret, così come lo era all’epoca di Maria. Mi emoziona immaginare la Vergine che tenendo per mano Gesù bambino, si reca a prendere l’acqua da quella sorgente”.

Suo padre amava la Madre Celeste?

“Si era affidato a lei, dalla prigione mi scriveva: “Mia cara Pupi, sii brava e prega tanto la Madonna per il tuo povero papà”. Io non sapevo che fosse incarcerato, mia mamma mi aveva detto che era in viaggio per lavoro. Terminata la prigionia, portava sempre me e le mie sorelle Lucia, Cecilia e Paola in pellegrinaggio dalla Madonna di Pinè».

Dove si trova questo santuario?

“Sorge in un bosco della media Valsugana, qui dal 1729 per cinque volte la Vergine apparve a una pastorella, Domenica Targa”.

Suo padre Alcide era legato a un’immagine in particolare della Madonna?

“Sì, teneva sempre con sé un piccolo portadocumenti argentato con all’interno l’immagine della Vergine. Ricordo che quando cambiava abito lo trasferiva subito di tasca, non usciva mai di casa senza”.

Recitavate con vostro padre il Rosario?

“Ricordo che lo facevamo per Pasqua, poi pregava per conto suo”.

Che cosa provava verso la Vergine?

“Si rivolgeva a lei quotidianamente, anche nei momenti difficili. Quando il 10 agosto 1946 si recò alla Conferenza di Parigi per tenere davanti agli alleati vincitori della guerra il discorso a sostegno della causa italiana, prima dell’incontro entrò nella basilica di Nôtre-Dame a pregare la Vergine. All’uscita mi disse: “Ecco, ora mi sento più tranquillo”. Quel giorno c’era freddezza da parte degli alleati. Al termine del suo intervento, solo il rappresentante americano gli strinse lamano, ma da quel gesto mio padre capì che era l’inizio della rinascita per la nostra Patria”.

Suo padre era devoto a un santuario mariano in particolare?

“A quello della Vergine di Loreto. Il 29 febbraio 1948, alla vigilia dell’importante tornata elettorale del 18 aprile di quell’anno, si recò da lei”.

Ricorda quel giorno?

“Mio padre proveniva da Ancona, aveva tenuto un importante discorso davanti a 80 mila persone. Giunto a Loreto in auto, entrò in Santa Casa, si mise in ginocchio e si raccolse in preghiera. Dopo aver visitato la basilica, uscì sul sagrato. Ad attenderlo c’erano migliaia di persone e improvvisò un discorso. Ad aprile vinse le elezioni: quando seppe della vittoria, commentò: “Mi aspettavo una pioggia di voti, non una grandinata”. Il trionfo delle forze democratiche contro quelle di ispirazione totalitaria garantì a mio padre quel consenso necessario che portò poi al boom economico”.

Anche sua madre Francesca era devota alla Madonna di Loreto?

“Sì, ormai vedova, il 24 maggio 1959 visitò il santuario in occasione del convegno “Le lavoratrici della Santa Casa”: io non potei parteciparvi perché impegnata con i miei due figli ancora piccoli”.

 

La secolarizzazione ha ucciso, insieme, il clericalismo e il laicismo programmatico. Ora può partire un dibattito nuovo.

Sul n. 5/6 del 2002 di “Enne Effe”, la rivista che per alcuni anni ha continuato a sviluppare i temi del cattolicesimo democratico nel solco della precedente “Nuova Fase” dì Giovanni Galloni, Ruggero Orfei interveniva con questo interessante saggio sulla secolarizzazione. Lo spunto era dato dai discorsi e dai commenti che avevano accompagnato lo storico intervento di Papa Giovanni Paolo II al Parlamento italiano. Di seguito ripubblichiamo integralmente (con diverso titolo) lo scritto come omaggio all’amico, dì cui abbiamo sempre apprezzato la vivacità e ricchezza di elaborazione intellettuale, nel trigesimo della sua comparsa. Oggi alle 18.30, a Roma, nella chiesa dì Nostra Signora de La Salette, via Fabiola 10, sarà celebrata una messa in suffragio. 

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La questione più importante l’ha posta il professore Emanuele Severino, quando, a commento del discorso del Papa al Parlamento italiano, ha evocato l’esistenza di sotterranei nei quali vivrebbe la cultura laica e democratica. Da questa deriva l’attuale assetto istituzionale che sostiene l’insieme dei valori che fanno da riferimento alla civiltà liberale. Sotterranei, perché non sono più visibili come corpo concettuale definito e perché non c’è più – aggiungiamo – una forza traente che si faccia carico del loro sostegno e della loro diffusione. Il fatto esiste. Più difficile è spiegarlo, perché le apparenze sembrano ancora conservare un’idea di laicità che, per essere troppo scontata e ovvia, finisce per essere anche irrilevante.

La questione di fondo va presa in considerazione perché uno degli aspetti più importanti dell’occasione, giustamente indicata come storica, del passo di Giovanni Paolo II a Montecitorio, è stato quello di chiudere davvero una fase segnata da tanti contrasti, violenze, attacchi reciproci e polemiche che non trovano più valida l’antica ragione d’essere.

La chiusura non è atto unilaterale, ma è voluta anche dalle forze politiche e da una coscienza civile che neppure ricorda o comprende più le cause di tanti contrasti. Il Papa, però, ha anche detto che occorre guardare al futuro e ai nuovi problemi che lo stesso sviluppo ha posto e continua a porre in una carenza culturale che non è stata denunciata come tale, ma che sta al di sotto di ogni parola. Sappiamo che il passato non va dimenticato. Senza farlo diventare mai un giudizio penale, deve essere ricordato, ma anche studiato e meditato, perché se ne possano ricavare informazioni utili sulle esperienze da apprezzare e su quelle da non ripetere. Senza questa riflessione, ovviamente, non c’è nessun magistero della storia. Ma è sul terreno della politica, quello su cui si distendono i programmi, che si deve camminare, provvedendo a elaborare e avanzare proposte tra loro anche molto differenti, ma che si riferiscono tutte a un bene da costruire e non più a un passato da giudicare. Da giudicare con difficoltà proprio perché i suoi effetti non ci sono più. Se ci sono, come dice Severino, stanno nei sotterranei della cultura.

Ma questo tema merita attenzione perché ci porta subito in una sfera di riflessione inedita, che è un prendere o un lasciare rispetto a quel che si deve ancora fare proprio per il futuro. Sia prima che durante e dopo, non sono mancate voci critiche, sia pure tutte assai rispettose della figura di un Papa, certamente di grandissimo rilievo religioso e pubblico e anche per le parole da lui dette nell’importante discorso che non avevano nulla di celebrativo, di occasionale e neppure di festoso. Era un discorso terribilmente serio. Gli argomenti toccati si riferivano tutti a impegni che le classi dirigenti dovranno assumersi partendo da basi culturali, se non nuove, profondamente rinnovate.

Ecco, dunque, il tema, la questione, il problema che ci sembra siano stati posti nell’occasione. Si tratta di una svolta storica, non soltanto italiana, in cui i processi di secolarizzazione hanno toccato limiti imprevedibili e non si sono riferiti soltanto alle idee di appartenenza cristiana. Diciamo di appartenenza cristiana, perché siamo pure sempre di fronte a una cultura diffusa, che è radicata nell’opinione popolare e continua inerzialmente a dominare ancora grandemente i comportamenti anche in una fase di declino della fede come tale. Bene, quella secolarizzazione è andata molto oltre e non ha avuto effetti solo sulla cultura cristiana e sui modi di essere cristiani, ma anche sulla cultura laica e sul modo di essere laici. Laici, s’intende, nel significato che al termine viene dato dalla politica. Non quindi il fedele cristiano che è un laico certamente nella Chiesa. Parliamo dei laici che vivono fuori della Chiesa e spesso con il termine laicismo intendono agnosticismo, talora ateismo, e qualche volta anche semplicemente anticlericalismo.

Questo laicismo che distinguiamo da tempo, noi cattolici, dalla laicità propria dei fedeli della Chiesa cattolica, ci pare sia stato investito anch’esso da un processo di secolarizzazione che ha sconvolto molti principi che parevano consolidati. Forse quella sul laicismo è soltanto una ricaduta, o un effetto di riflessione di quel che è accaduto nella Chiesa e sulla Chiesa. Il fatto è che il laicismo non è più in grado di elaborare non tanto una contrapposizione che la civiltà liberale non consente più, ma neppure una prospettiva culturale a tutto campo, come ideologia di successione delle culture politiche derivate in misure diverse, dal cristianesimo e anche da quelle che erano già derivate con una piega integralista come il marx-leninismo.

Ciò vale anche se sussistono isole di resistenza laicista come quella espressa da Giorgio La Malfa (ci manca la citazione testuale perché era trasmessa in Tv) che ha fatto riferimento a una sacralità delle istituzioni liberali e democratiche. Sembra, in effetti, che in Giovanni Paolo II vi sia la consapevolezza che la spinta laicista nel tempo moderno, non sia un dato recente. Nelle meditazioni che l’allora arcivescovo di Cracovia Wojtyla svolse per gli esercizi spirituali di Paolo VI nel 1976, vi erano indicazioni abbastanza precise. Il futuro Papa ricordava allora che il mondo scristianizzato e senza Dio saliva da lontano e già nella terza repubblica francese se ne potevano cogliere segni cospicui. L’impatto con la modernità veniva visto anche come occasione per allontanare le masse dalla fede. Citava altri autori e traeva la conclusione che la persecuzione era solo uno degli elementi, molto sgradevole, certo, di un’attitudine anticristiana (Segno di contraddizione, Vita e pensiero, Milano 1977, pp. 146-148).

In verità occorrerebbe fare chiarezza anche sul significato della secolarizzazione, perché essa è in sé un positivo esito storico che ha chiarito i termini del rapporto tra fede e politica. Soprattutto è l’affermazione dell’autonomia che si deve alle cose terrestri. La secolarizzazione che, invece, fa riferimento al laicismo può essere valutata in modo sbagliato quando si misura in funzione dello spazio che si toglie alla Chiesa e ai credenti nell’affermazione della propria missione e del proprio essere. Quell’autonomia, in realtà, è stata sancita dal concilio e non si può riportare indietro il calendario.

Allora: in quale senso si può dire che la secolarizzazione ha investito anche il laicismo? È accaduto che lo stesso successo ottenuto dalle azioni per affermare la libertà politica e di coscienza, abbiano costituito un adempimento che non era e non è estraneo alla visione cristiana della vita e alla teologia. Se questo è avvenuto talora anche contro la Chiesa, il risultato rimane ugualmente positivo ed encomiabile. Certamente, con tali esiti è anche accaduto che, alla fine, venendo meno le ragioni di uno scontro, lo stesso laicismo si è trovato un po’ disarmato.

In realtà, una visione morale alternativa non ha trovato sostegni adeguati nella ragion pratica scaturita dalla filosofia moderna. Questa si è cullata nell’analisi del metodo, ha certamente affinato molti strumenti della teoria della conoscenza i cui successi si sono riversati, ad esempio, fecondamente, sul campo scientifico. Ma sul terreno dei valori il discorso non solo è venuto scemando, ma ha finito per rivelare che non è possibile salvaguardare una morale cercando di cancellarne la fonte. Una religione che sia “laica” senza Dio, non trova nessuna giustificazione. In questo senso l’idea di una moralità che fosse rimasta cristiana nei suoi contenuti, anche senza la fede altrettanto cristiana, non ha trovato senso. In questo quadro la secolarizzazione ha travolto anche il laicismo, quando questo ha raggiunto forse il massimo di espansione.

Quando sono venute alla ribalta storica con forza e anche con metodi di particolare efficacia, tendenze organizzate per negare la persona e la libertà, la condizione di una democrazia senza contenuto e come puro metodo di convivenza, non ha resistito agli assalti contrari all’umanesimo. Il testo di riferimento è rimasto quanto il Papa ha scritto nell’enciclica Veritatis splendor (1993). In essa Giovanni Paolo II diceva: “Dopo la caduta, in molti paesi, delle ideologie che legavano la politica a una concezione totalitaria del mondo – e prima fra esse il marxismo – si profila oggi un rischio non meno grave per la negazione dei fondamentali diritti della persona umana e per il riassorbimento nella politica della stessa domanda religiosa che abita nel cuore di ogni essere umano: è il rischio dell’alleanza fra democrazia e relativismo etico, che toglie alla convivenza civile ogni sicuro punto di riferimento morale e la priva, più radicalmente, del riconoscimento della verità” (Veritatis splendor, n.1019).

Ricordiamo che il professore Remo Bodei, su “MicroMega”, aveva affrontato il tema. Difendendo il relativismo etico, non è riuscito a dare un fondamento a una democrazia con un senso e un contenuto. Per questo la tematica del relativismo etico e della democrazia, che senza valori non può reggere, non è più un portato della parte cattolica, ma di tutti, anche laici che si sono estenuati in passato nell’affermazione di un metodo che pretendeva di essere un contenuto. Senza entrare nella “teoria” della questione, possiamo solo dire che la discendenza da dottrine della filosofia del diritto come quelle provenienti da Kelsen, sono diventate non solo poco persuasive, ma addirittura contrarie alla costruzione di una città terrena vivibile. Secondo Kelsen la legge, grazie alla sua formalità di norma accettata in qualche modo, può avere qualsiasi contenuto.

Il punto, dopo l’accettazione di questo principio, è stato non la fondazione della democrazia, che viene dopo, ma quella propria del comando mediante la legge. Questa risponde a una questione di potere e, secondo un’altra “parolaccia”, a un’egemonia che può rispondere a principi morali antiumanistici e quindi inaccettabili. In realtà, rimane consigliabile fare ricorso alla teoria di Antonio Gramsci sull’egemonia. Secondo il pensatore sardo non si sfugge mai a una questione di contenuto. Questo si può accettare o rifiutare, ma non si può fingere che non esista. E in ogni assetto, secondo lui, giustamente, vive ed opera un contenuto, cioè una concezione del mondo e noi diciamo una metafisica, alla quale corrisponde – inevitabilmente – una morale. Cioè l’etica conforme, vale a dire la morale non solo predicata o recitata a parole, ma quella realmente vissuta dalle persone.

Il limite di una democrazia che si presume senza metafisica è quasi un falso, perché sempre e comunque opera una visione generale delle cose da cui discendono anche le istituzioni e tutte le forme giuridiche. E, allora, occorre scegliere ancora tra un bene e un male verificati dai risultati, cioè dalla storia, e cogliere la fecondità di certi principi che sono in concorrenza con altri. Le difficoltà vengono da qui. I commenti al discorso del Papa e allo stesso avvenimento della sua presenza in parlamento derivano dalla percezione di un problema irrisolto, molto grave. Il discorso del senatore Marcello Pera, presidente della Camera alta, rivolto al Papa e a tutti i cittadini, è di grande rilievo, perché, ascoltandolo, non sembrava davvero l’espressione di un pensiero laico del tipo di quelli ai quali ci siamo abituati in anni passati e che, in effetti, non sarebbero stati più capiti da alcuno. In certi casi pareva un ricalco di un discorso cat- tolico già udito e in certi casi espressi in identiche citazioni di testi che si sarebbero ritrovate anche nel discorso papale.

Pera non aveva torto nell’operare una scelta che deve averlo impegnato non poco. Segnalava con efficacia, per la parte che rappresenta, il disagio o la difficoltà vera e propria di continuare a ripetere un’identità culturale che non ha più sostegni storici e che soltanto Giorgio La Malfa può ripetere, stando probabilmente un po’ fuori del flusso nuovo dei modi di vivere e di pensare. Pera ha segnalato un dato assai importante perché, chiaramente, non si riferiva più a tematiche del tipo “Tevere più largo”, “conciliazione tra i due poteri”, “caduta degli storici steccati” per accordi intervenuti. No, la questione si è mostrata seria perché in quel discorso c’era la denuncia e l’annuncio che una lunghissima fase si era esaurita.

Come riscontro – segno dei tempi – stava il precedente discorso di Ferdinando Casini, presidente della Camera dei Deputati che ha svolto un discorso tutto cattolico, ma ineccepibile da parte di un giudizio non solo laico, ma anche laicista. Se occorre guardare al futuro e non più al passato, dipende ora dal fatto che molte cose sono passate in giudicato, non in un archivio diplomatico e neppure nei libri di scuola, ma nel modo di pensare comune e nell’etica conforme, che ne può derivare. Nel dibattito pare di capire che il principio liberale di veder fiorire e predicare tutte le idee, opinioni, confessioni, e la libertà di farlo, non si può confondere con quello di una scelta che va compiuta non solo con il voto, ma anche con una responsabile posizione del mondo della cultura che oltre aver garantito una libertà di fondo, quella di tutti i diritti, poi, deve dar vita a programmi che impegnano tutti secondo direttive morali che sono sempre una scelta, un’affermazione e anche una negazione.

In realtà omnis determinatio est negatio. Non si sfugge. La democrazia diventa poi questo: la scelta di cose da fare insieme, in società, attraverso le istituzioni per un bene comune che, ovviamente, è sempre storico e mai definitivo, mai perfetto e non è frutto di un giudizio infallibile. Così si può presumere che una spaccatura che è sembrata assai importante nel passato, con una specializzazione di discorso culturale che portava varie culture a confronto anche polemico e dialettico, aveva perso senso se continuava ad essere riferito a un tempo in cui certe divisioni erano diventate anche schieramento politico-istituzionale. La situazione è cambiata non perché le ragioni di fondo siano scomparse, deperite o defunte, ma perché la loro incarnazione storica con la ricerca di nuovi corpi, nuovi linguaggi, nuove tecniche e, soprattutto, nuovi fini costruttivi per fare fronte a un mondo che oggi si trova a dover gestire – senza riuscirvi – i frutti stessi dello sviluppo che malamente e rozzamente chiamiamo mondo della globalizzazione, vuole una vera rinascita che è più persino di un auspicabile rinnovamento.

Per tale ragione ci pare che gli schieramenti siano stati travolti e molti nomi sono caduti nel nulla. Ma le ragioni di fondo restano. Lo stesso discorso del Papa è un rinvio a ricerche di modelli d’azione temporale, dove i cristiani e gli altri possano confrontare i propri valori, le proprie ascendenze e discendenze culturali. Sarebbe sbagliato immaginare che certi inviti ad agire per cambiare il mondo, per intervenire sui punti di sofferenza che pure sono stati quasi elencati, si voglia ritornare a vecchi modelli, a vecchie etichette con antichi schieramenti giustamente defunti e ormai irripetibili. Siamo, adesso, in una fase di trasformazione i cui esiti ci restano oscuri, ma che, alla fine, come tante domande, finiranno per trovare risposte e nuovi schieramenti che cercheranno di dare valori anche diversi alla democrazia e vorranno (per intrinseca necessità razionale) superare il punto morto dell’indifferentismo religioso.

Ha sbagliato, dunque, chi ha creduto che la crisi di certi schieramenti anche culturali fosse la fine di ogni possibile schieramento; ha sbagliato chi ha creduto di poter rinnovare la politica combattendo un tipo di pragmatismo con un altro tipo di pragmatismo. Più in particolare e fuori codice: la questione del rapporto tra Stato e Chiesa si pone sempre come un orizzonte vitale al cui cospetto si misurano le energie storiche che potranno scaturire da una ripresa di moralità e di elaborazione d’indicazioni che trascendano la “vile esperienza” quotidiana degli interessi costituiti. I problemi si riproporranno, anche se in forma nuova, ripetendo antiche polemiche. Non c’è dubbio che la Chiesa non rinuncia a investire l’intera attività umana e non c’è dubbio che questo procurerà opposizioni e contrasti. Ma l’insegnamento del passato rimane.

Certamente la Chiesa non ha mai sconfessato la dottrina della Plenitudo potestatis di Innocenzo III e di Bonifacio VIII, ma al tempo nostro ha dato un volto nuovo a un impegno storico che non esige più crociate, garanzie di potere temporale, ma soltanto esercizio di carità. E lo chiede anche alle istituzioni laiche, riguardo, ad esempio, ad alcuni problemi particolari di larghe sezioni di popolo che talora sono come abbandonate. In questo senso va assunto come fonte anche il discorso fatto da Eugenio Scalfari a commento della visita del Papa alle Camere. Secondo Scalfari l’epoca della contrapposizione è finita. Cristianesimo e cultura laica finiscono per essere le due facce di una stessa medaglia. L’alternativa laica al cristianesimo non si pone più e Scalfari, benignamente, non ricorda che esisteva un programma laicista con contenuti forti e sempre polemici. Il cristianesimo diventa una specie di grande riserva di valori e di sollecitazioni spirituali per un impegno nel mondo che affronta le questioni più difficili. Gli apporti della cultura liberale restano lì, fermi, ma ormai disinnescati da ogni polveriera di scontri terribili.

Non si tratta solo del detto di Croce secondo cui non possiamo non dirci cristiani. Anche se inespresso, è il pensiero che non possiamo non dirci laici e liberali. Da qui discendono le conseguenze. La secolarizzazione ha ucciso insieme il clericalismo e il laicismo programmatico. L’idea che Scalfari enuncia nel titolo e che in fondo non c’è nel suo saggio (Il Grande Protettore della nostra Repubblica) e non è redazionale per evidenti ragioni gra- fiche, esprime una convinzione che necessita – e c’è – non tanto un protettore, ma un garante etico. Questo, dato il contesto, significa che l’insieme della cultura cristiana e della morale cattolica garantisce principi e valori anche degli assetti temporali laici.

La vicenda che appare legata principalmente a un dato di cronaca, in realtà attrae molti problemi ancora irrisolti. Ma soprattutto e beneficamente mette in luce una questione che come Scalfari dice, si fonda sul dato nuovo che una certa contesa storica non affascina più nessuno e che i confini antichi di schieramenti collocati su fronti morali contrapposti non è più attuale. Non è più attuale anche se ne sorgeranno di nuovi e di più interessanti. Il fatto notevole è che la “metafisica” laicista ha perso peso. Non ha più di fronte l’elemento dialettico fondato dalla storia di un integralismo clericale e temporalista, mentre c’è oggi, a partire dall’insegnamento pontificio, un interesse per l’uomo che diventa il criterio di giudizio. Anche perché per la Chiesa l’uomo persona non è un atomo, ma un centro di relazioni complesse che costituiscono la società organizzata nelle istituzioni, statali e non statali. Potrebbe da qui partire un dibattito nuovo che potrà avere forti riflessi sull’azione politica che, da questo punto di vista, va attentamente seguita.

La politica come amore nell’orizzonte di una società più giusta.

Chiara Lubich diceva che “la politica rappresenta l’amore degli amori, ossia il livello più alto dell’amore.” Ripartire da questo valore universale rappresenta oggi la sfida che i cristiani possono vivere e condividere.

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“Si dice spesso – temo con un pizzico di retorica – che niente di ciò che viene fatto per amore va perduto.  Si tratta di un’affermazione abbastanza difficile da verificare, anche perché il tempo che intercorre tra un gesto d’amore e i suoi frutti è spesso molto più lungo delle nostre esistenze. Ma a volte succede che sia possibile, nell’arco di una vita, vedere il punto di partenza e i suoi frutti”.

Agnese Moro (una delle figlie dello statista democristiana assassinato dalle Brigate Rosse) conia questo pensiero nell’introduzione del libro di Francesco Secchi “Ri-animare la nostra politica: una nuova sfida per i cattolici”. Si tratta di una riflessione profonda che tocca sia la sfera privata, sia quella che comunemente viene definita pubblica o, meglio, politica. Ma forse per quest’ultima interpretazione gli avvenimenti contemporanei sembrano andare in tutt’altra direzione.

Eppure esiste quel fil rouge che tiene insieme vita privata e vita pubblica se è vero, come è vero, che dal primo punto di vista non bisogna mai pentirsi di aver amato una persona incondizionatamente e disinteressatamente (anche soffrendo per una vita intera). Così come è vero che il sentimento dell’amore in politica rappresenta quella tensione ideale verso la costruzione di una società più giusta, egualitaria in cui ciascuno opera in funzione dell’altro e mai per puro interesse personale.

Se si parte da questi valori, si arriva a quelle conclusioni che papa Francesco ha racchiuso nell’Enciclica “Fratelli tutti”. Perché se siamo tutti fratelli, allora non può esistere né odio, né violenza e, conseguentemente, guerre sanguinarie come quelle che affliggono il mondo contemporaneo. Privato e pubblico dovrebbero camminare insieme sulla base di questi valori universali; spesso, però, l’arrivismo, l’interesse privato, la ricchezza distolgono dall’obiettivo vero per il quale tutti siamo chiamati a realizzare in questa vita. E quando questo edonismo vige nel privato (l’interesse economico personale prima di tutto), di riflesso coinvolge anche l’azione politica.

Ecco che allora anche in quella che dovrebbe rappresentare il mezzo per l’organizzazione migliore della società secondo i principi cui si faceva cenno prima, diventa una sorta di prerogativa del più forte, del più furbo, ossia di chi agisce non per sentimenti, ma solo per l’utile economico. Ecco che allora ci troviamo di fronte politici e capi di Stato senza alcuna motivazione ideale, che misurano le loro capacità politiche sulla base della forza, delle armi (con tutto l’intreccio perverso che la costruzione di quest’ultime ha sull’economia mondiale), ossia su quella realpolitik che rifiuta qualsiasi connessione con la solidarietà, con la pace tra i popoli e le nazioni.

Il discorso è globale, ma è anche riferito alle vicende nostrane. Perché se a livello mondiale occorre tornare ad una cultura che sappia riproporre i valori dell’onestà, della giustizia sociale, della dignità per tutti i popoli della terra, in Italia i principi messi in disuso del patrimonio politico dei cattolici democratici rappresentano l’unico mezzo per uscire da una crisi ideale e morale. Chiara Lubich diceva che “la politica rappresenta l’amore degli amori, ossia il livello più alto dell’amore.” Ripartire da questo valore universale rappresenta oggi la sfida che i cristiani di tutto il mondo dovrebbero portare come motivo principale di un rinnovato impegno civile.

Nel suo libro fresco di stampa Marcello Veneziani mette sotto accusa il dominio del pensiero calcolante su quello critico.

“L’uomo abita cinque mondi: il presente, il passato, il futuro, il favoloso e l’eterno. Vive male se ne perde qualcuno, è folle se vive in uno solo” (Marcello Veneziani, La cappa. Per una critica del presente, Marsilio Editori).

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Marcello Veneziani parte dalla percezione di uno stato di disagio esistenziale che pervade il presente, in cui tutta la nostra vita sembra risolversi al punto di perdere la storia e la memoria del passato e – come soffocati dalla proliferazione smisurata di sovrastrutture che ci contengono, ci guidano, ci vietano, ci impongono – la pur minima parvenza di un futuro immaginabile. Siamo vittime di un presentismo asfissiante che ci riempie di regole e ci priva della fondamentale libertà del pensiero critico: viviamo in una sorta di limbo dell’indeterminato e del possibile, dove reale e virtuale si sovrappongono, si mescolano fino a confondersi, stiamo perdendo il rassicurante legame con la nostra stessa identità che diventa mutevole e transeunte, cangiante per un semplice atto di volontà o un capriccio. 

È questo l’incipit tematico de ‘La Cappa’, un libro che vuole scrostare la nostra condizione esistenziale da tutti gli artifizi che la costringono sotto un involucro di cui avvertiamo la presenza, subiamo il disagio che ne deriva, come se una sorta di occulta violenza simbolica indirizzasse la nostra vita verso un ignoto ingovernabile con le sole nostre forze. La Cappa è dunque questa entità sovraordinata ma anche interiorizzata nella nostra – fino a ieri – inscalfibile dimensione ontologica interiore: essere e apparire sono intercambiabili, apparteniamo ad un flusso ondivago e indefinibile: “tutto perde contorno, consistenza, memoria e visione”. 

La confusione tra natura e ambiente è il primo equivoco che genera spaesamenti e sconquassi: siamo proiettati in una sorta di fagocitosi del mondo dove la natura intesa come condizione primordiale in cui “esserci” subisce una trasformazione esiziale, sappiamo bene che la stessa pandemia è una sorta di ribellione della natura alla forza prevaricatrice dell’uomo, la dimensione antropocentrica finisce per falsare il contesto in cui viviamo- globalitario e impositivo- e rompe gli schemi di una sostenibile armonia. È fondamentale capire i meccanismi da cui originano distorsioni interpretative tra natura e ambiente, poiché ci ricordano che la grande diaspora del nostro tempo riguarda il conflitto tra la teoria e la pratica. Non bastano marce e fiaccolate, portare gente in piazza se alle parole non seguono le azioni, se l’uomo non si capacita della necessità di por mano ai grandi conflitti del nostro tempo con l’uso della ragione: la pervasività della dimensione tecnologica, l’inquinamento globale, la disumanizzazione nei processi relazionali, lo stesso pericolo di una sorta di cupio dissolvi nucleare oggi prepotentemente e drammaticamente presente tra il controllabile e l’imponderabile. L’antropocene non è solo una imperscrutabile nuova era geologica e demografica della Terra ma lo Spid da cui accedere ai destini stessi dell’umanità.

Veneziani esprime un’avvertita consapevolezza delle contraddizioni del presente, fino a farne il sottotitolo del libro. E l’insistere sulla presenza percepita della Cappa “che tutto avvolge e toglie visione e respiro” ci restituisce un fermo immagine della condizione esistenziale precaria di una umanità a cui è preclusa una visione olistica del futuro, tra sostenibilità generazione e fenomeni demografici, pericoli di sconvolgimento repentino della vita sul pianeta, alienazione esistenziale, prevalenza dei luoghi comuni e demagogia delle opinioni, delle fake news, delle chat e dei selfie condivisi. 

Ma il mondo migliore come grande utopia collettiva non pertiene solo i temi del riscaldamento terrestre o del clima, delle fonti energetiche o della riconversione ecologica. Acutamente Veneziani coglie mutazioni più complesse, che riguardano l’etica, la morale, il giusto, il vero, il bello, il possibile: basti pensare al fiume carsico del mondo virtuale che sta scalzando quello reale, la tradizione estirpata e la memoria cancellata in nome di un ‘avvento’ dominante della tecnologia (ad es. attraverso la digitalizzazione pervasiva), la sostituzione silente dei valori, il passaggio dall’interno della mente umana all’intelligenza artificiale e ai software come protesi complementari nei processi di “decision  making” o di “problem solving”. “Il progetto globale è fuoriuscire dalla natura umana e sostituire il reale con il virtuale, l’umano con il transumano, il terrestre con lo spaziale, il cyberuomo nel cyberspazio…Dell’umano si butta via tutto ciò che è eredità, civiltà, umanesimo, biologia, natura e tradizione….l’umanità va snaturata e la natura va surrogata”. 

Non si tratta della revanche dell’anti-progresso o di una narrazione distopica ma della constatazione di un processo di mutazione ontologica dell’essere umano che già Heidegger aveva preconizzato nel ‘900: il dominio del pensiero calcolante su quello critico e libero, l’abbandono della continuità della storia con l’avvento totalizzante della tecnocrazia in fieri. A ben guardare un percorso in parte già in atto che può diventare pervasivo, semplificativo e riduttivo: la perdita del pensiero divergente come arma di libertà e di svincolo dalle tante Cappe che avvolgono la nostra vita, la creatività sostituita da percorsi e algoritmi preordinati.

Altri contesti esistenziali sono soffocati dalla Cappa che ci ingabbia: sagacemente l’autore evidenza come la deriva sessuofobica assomigli ad una “cintura di castità che…scoraggia i rapporti d’amore”. Un paradossale ribaltamento dei processi di liberazione sessuale del 68, favorito dall’emanciparsi della tele-vita, cioè delle relazioni a distanza e dai pericoli di contagio dall’HIV. Si aggiunga la criminalizzazione di ogni forma di approccio, tra gli eccessi delle violenze maschiliste e un neo-puritanesimo che spinge verso un’umanità asessuata e defedata. Si consideri la crescita del narcisismo patologico che produce fruizioni solipsistiche del sé corporeo e spirituale: un’enfasi dell’io solitario in un mondo di crescenti solitudini, “di chi ama se stesso sopra ogni cosa e vive del proprio riflesso”, restituendo agli altri l’apparire più dell’autenticità dell’essere. Ciò che produce interlocuzioni e relazioni dove vero e falso si confondono come i punti di vista.

“La società narcisistica è un mondo di monadi-specchio”. Monadi isolate, aggiungerei, che vivono il ‘noli me tangere’ come un distanziamento esistenziale cercato mentre le relazioni si fanno brevi, rapsodiche, diffidenti e sospettose, favorite da sdoppiamenti di personalità e l’identità si fa sfuggente e indecifrabile.

La “guerra civile dei sessi” produce secondo Veneziani minoranze super-tutelate, fenomeni come lo “schwa” (la e rovesciata sulle tastiere), lo svilimento mercantile della maternità surrogata, un vistoso indebolimento nella tenuta della famiglia. Ma non si riduce solo a questo la sua metafora della Cappa come coperchio della nostra vita: anche la salute, la sua tutela, i vincoli, i veti, le restrizioni, il cambiamento radicale di stili di vita e abitudini correlati alla pandemia fanno immaginare una realtà futura totalmente diversa dal passato, alla stregua di quanto descritto in romanzi distopici come 1984 di Orwell o il Mondo nuovo di Huxley, ma con cascami di controllo imprevedibili, oltre la ‘tirannide farmaceutica’ e i vaccini obbligatori: “sacrificare l’umanità per il bene dell’umanità”. 

La pandemia passerà alla storia come “il tempo che ci invecchiò di colpo”, non ‘movida’ ma ‘no-vida’: senza vita, relazioni, con affetti conculcati, reclusi e perennemente convalescenti, inclini alla depressione, spettatori più che attori, salvati ma abbattuti, ‘cittadini tracciati in libera uscita in attesa di richiamo’. E andando oltre, nel vasto e nel profondo, Veneziani tocca il punto più forte, la critica più acuta della pervasività livellante della Cappa: la rimozione del passato, della storia, della memoria, della cultura. Il convergere verso un pensiero unico e replicato è la ricaduta della globalizzazione che espunge il genius loci , cancella la filiera nostrana e sostituisce la tradizione con l’innovazione che pencola nel vuoto senza radici. 

Conformismo, omologazione, irregimentazione, superficialità: “tutto conduce verso una forma di imbarbarimento planetario e di ripiegamento narcisistico nell’oggi contro tutti gli ieri, i domani e i sempre. Dove porta infatti la battaglia contro i classici, contro la cultura umanistica, le radici letterarie, e artistiche, filosofiche e religiose cui è fondata una civiltà? Esattamente dove ci sta portando il neocapitalismo globale…: eliminare ogni sapere che non sia finalizzato ad uno scopo pratico, utilitaristico, subordinare il bello all’utile e stabilire il primato delle condizioni economiche su quelle culturali”. Il consumatore globale, spogliato di radici e appartenenze soccombe nella lotta titanica tra quantità e rapporti di forza. 

È il politically correct la versione ideologica della Cappa in quanto prescrive come tutti devono comportarsi: Veneziani lo definisce come “busto ortopedico applicato alla mente, alla storia e alla vita”, il pregiudizio ideologico è la livella etica che sostituisce l’intimo convincimento con la verità indotta e circolante come protesi e bene di consumo, perché “il pensiero unico è l’estensione mentale dei centri commerciali”. Neanche la religione sfugge alla critica dell’autore per il quale “la civiltà cristiana ha oggi tre nemici: l’Islam, il materialismo ateo globale e la Chiesa di Bergoglio”.

Secondo Veneziani infatti, resta il surrogato di una spiritualità cancellata dall’egoismo funzionale dell’uomo,  di una cristianità come mero luogo di accoglienza e rivendicazione sociale, “fino a perdere ogni traccia di fede nella vita ultraterrena”. Argomenti complessi e delicati per chi vive la fede come affidamento, mentre la presenza sociale della Chiesa supplisce le vistose carenze della politica ed è riferimento per il mondo. Impresa difficile misurare la grandezza di un Papa: farlo nei cfr. di un Santo Padre amato come Francesco non può avvenire prescindendo dall’uso di parametri umani, perciò soggettivi. Resta il senso avvertito di un declino dell’interiorità come via privilegiata per cercare consolazione e risposte, restano significati reconditi e inesprimibili di una Chiesa in cui convivono storicamente due Pontefici, se pur di cui uno solo regnante. Scava nel profondo del presente, il libro di Veneziani, e lo fa con uno sguardo scaltrito e penetrante: significativo il richiamo all’uso del pensiero critico come strumento per scardinare ogni rappresentazione della Cappa soffocante. In fondo è un generoso atto di fede nell’uomo e nei mondi diversi in cui può finora liberamente abitare.

 

 

Marcello Veneziani vive tra Roma e Talamone. È autore di vari saggi di storia delle idee, filosofia civile e cultura politica, nonché di testi letterari e teatrali. Per Marsilio ha pubblicato Lettera agli italiani (2015), che ha ispirato un format teatrale portato in tour in tutta Italia, Alla luce del mito (2017), Imperdonabili (2017, edizione tascabile Ue 2021), Nostalgia degli dei (2019), Dispera bene. Manuale di consolazione e resistenza al declino (2020) e il romanzo La leggenda di Fiore (2021).

 

 

Il ruolo degli intellettuali nella lotta per una società civile

Il 7 agosto 1981 usciva sul Corriere della  Sera un articolo di Claudio Magris dal titolo “Con i versi di Dante non si vince il terrorismo”. Ora, l’autore prende spunto da questa affermazione per sviluppare un ragionamento che implica sullo sfondo lo sforzo del cristiano ad assumere l’impegno verso una costante rivendicazione della forza del realismo contro gli “astratti furori” dell’utopismo. Come impiegare i talenti per la vita buona?

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Un cristiano – od aspirante tale, come si definiva Bo – crede fermamente ad una radicalità totale nel sostenere certi principi, senza mezze misure. Per cui con il cuore e con la mente, e non per obbedienza – riprendendo il bell’articolo di Bonalberti sul dilemma tra fede e realismo – bisogna odiare le armi – tutte – e la loro produzione, ed è fondamentale il posizionamento drastico del capo della Chiesa Cattolica contro di esse (un po’ meno contro le sanzioni…). Bonalberti usa il termine ‘rispetto’, sia verso l’estremismo profetico del Pontefice sia verso gli impegni politici assunti da un Governo nazionale, una ‘divisione’ che dovrebbe sopportare – sottolinea – il cattolico impegnato. 

Eppure la Fede non sarebbe uno dei due corni del dilemma  semmai lo potrebbe essere certo utopismo rispetto al realismo. La Fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono (Eb 11). Fondamento, e prova (= tangibile). Quindi va tolta dal dilemma e messa per aderire – con passione e non per sola obbedienza – alle parole del Papa, ma anche affinché il realismo – che richiede anch’esso aderenza – non diventi cinismo. Se non si mettesse Fede nel realismo non si capirebbe La Pira. Per questo il ‘pacifismo’ oggi è un colossale fraintendimento, perché elude il logoramento delle _traduzioni_, delle prassi, del grembiule della lavanda dei piedi. E chi non ‘traduce’ non può iscrivere nel suo club il Papa. Perché non tradurre non è essere puri e fedeli ma _travisare_. E chi travisa fa un disservizio alla pace (e al Papa), altro che un favore. 

Come bene ha evidenziato questi giorni Lech Walesa il mondo non è ‘ragionevole’ e le vie del dialogo non sono così ovvie e normali come uno si aspetterebbe (non è che bisogna andare in Ucraina, basta vedere un’assemblea di condominio). 

Il credere serve: a chi è per la pace a preparare _comunque_ la pace (e non la guerra). Ma proprio per questo bisogna non essere bambini e saper fronteggiare l’irragionevolezza del mondo; per cui a breve non c’è da aspettarsi solo Abele: Caino ritorna incessantemente.  Quindi per venire a noi, ogni comunità, ogni consorzio umano necessita di dotarsi di un sistema di difesa funzionale. Disdegnare ciò è consegnare gli agnelli ai lupi, illudendosi di placarli; anzi peggio: giustificandoli (le Guardie Svizzere, simboliche quanto volete, hanno armi automatiche e si esercitano ai poligoni; altro che ‘figurative’…). Questo costa il 2%? Vediamo. (Peraltro decisione del 2006, formalizzata nel vertice Nato del Galles del 2014, otto anni fa.) Insomma, anche difendersi non è gratis. E non è da politico cattolico riferirsi all’eden e non a questo mondo.

Una riflessione di quaranta anni fa di Magris può aiutare.

Il 31 Luglio del 1981, la sera a Bologna, nel 1° Anniversario della strage della Stazione, il Comune di Bologna, Sindaco Zangheri, organizzò la _Lectura Dantis_ di Carmelo Bene, in una grande kermesse di quattro giorni in cui erano invitati i giovani di tutta Europa. Dopo i tumultuosi Anni Settanta – cominciava ‘il riflusso’ – erano i primi tentativi del PCI di divagare dall’Ideologia ortodossa, agghindandola di sentimenti borghesi (l’intimismo individualista era fin’allora puro revisionismo, deviazionismo). Fu uno dei primi tentativi di portare la (povera, propongo un sodalizio per recuperarla) Bandiera Rossa nelle relazioni interpersonali (= il soggettivismo come _comunismo geneticamente modificato).

Claudio Magris a commento scrisse un Editoriale sul “Corriere della Sera” del 7 Agosto, dal titolo “Con i versi di Dante non si vince il terrorismo”. Verteva intorno al ruolo degli intellettuali per una società che volesse essere ‘civile’.

Contro il terrorismo – ricordiamo che si era a tre anni da Moro e che Moretti fu arrestato il 4 Aprile dell”81 a Milano insieme a Enrico Fenzi – servono la polizia e le indagini, ed è una questione di _lotta armata_ – annotava Magris – perché i terroristi sparano (anche a chi ti viene incontro declamando Dante). 

“C’è un culto, ingenuo e snobistico della cultura che ricalca il peggior estetismo di fine secolo”, proseguiva Magris, e si rischia di essere come Nerone davanti a Roma che brucia. “Quando brucia la città, e bruciano gli uomini, non serve intonare un canto sulle fiamme ma occorrono i pompieri, che tirino fuori chi si dibatte in quelle fiamme.”.

L’articolo di Magris si concludeva ricordando cosa aveva voluto Eschilo come epitaffio sulla sua tomba a Gela (V Secolo a.C.): 

« Codesta tomba Eschilo ricopre,

d’Atene figlio, padre fu Euforione:

il suo valor potrebber ben ridirlo

di Maratona il piano e il Medo chiomato. ».

Cioè Eschilo, celebre drammaturgo di Eleusi, non volle essere ricordato per le sue opere ma per il suo valore guerriero nel difendere la civiltà ellenica dai Persiani nella battaglia di Maratona. Come dice Magris, egli sapeva che il suo pensiero gli aveva dato gli strumenti per leggere la realtà, e che da questo partiva, ma che quello che contava era il punto di arrivo, ovvero come aveva impiegato i suoi talenti per la vita buona.

5 Stelle, per fortuna ci sono. Si fa per dire, ovviamente. In realtà il partito di Grillo e Conte suscita sempre più sgomento.

Non si è mai visto un partito che, nell’arco di appena 3 anni, ha rinnegato radicalmente, sistematicamente e scientificamente tutto ciò che ha predicato, urlato, sbraitato e giurato in tutte le piazze italiane per anni. Ebbene, quali sono le ragioni che spingono un partito storicamente di potere e governista come il Pd ad individuare nel partito di Grillo e di Conte l’alleato “strategico” se non addirittura “storico” per costruire una prospettiva riformista e di governo nel nostro paese?

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Lo possiamo dire, seppur a bassa voce, perchè viviamo, appunto, in un tempo per certi aspetti drammatico? Sì, diciamolo allora. Per fortuna ci sono i 5 Stelle nella politica italiana che, se non altro, ci permettono di fare quattro risate quando si parla e si discute di politica. Certo, quattro risate per modo di dire perchè quando si parla dei 5 Stelle e del loro cosiddetto progetto politico, non possiamo non riandare con la memoria al marzo del 2018 quando il partito populista di Grillo ha ottenuto il voto di un italiano su tre. La parola d’ordine, il progetto politico e di governo di questo partito si racchiudeva, come tutti sappiamo, in una grande promessa e in una valorosa speranza per tutti i cittadini italiani: “vaffanculo”.

Ora, com’è finita quella storia è sotto gli occhi di tutti. Non si è mai visto un partito che, nell’arco di appena 3 anni, ha rinnegato radicalmente, sistematicamente e scientificamente tutto ciò che ha predicato, urlato, sbraitato e giurato in tutte le piazze italiane per anni. Un voltafaccia di dimensioni bibliche. O meglio, per non essere blasfemi, un trasformismo tanto spietato quanto radicale a cui non avevamo ancora mai assistito nella lunga storia politica della democrazia italiana. Un malcostume politico e un decadimento etico che hanno cancellato e archiviato la cosiddetta “rivoluzione dal basso” patrocinato, predicato e praticato verbalmente dai pentastellati. Tutto archiviato a vantaggio di un “nuovo corso” politico guidato, appunto, proprio da Conte che, sotto questo versante, è l’emblema del trasformismo per eccellenza.

Insomma, dai 5 Stelle ci si può aspettare di tutto. Perchè, appunto e per citare una vecchia battuta di Donat-Cattin degli anni ‘80, “sono capaci, capacissimi, capaci di tutto”. Diventa francamente difficile, dunque, immaginare cosa possono diventare d’ora in poi i grillini. Partito di destra? Di sinistra? Partito di orientamento liberale e moderato come hanno detto per qualche giorno? O un partito di nuovo populista, demagogico, manettaro e giustizialista? Tutto è possibile e, soprattutto, è possibile in qualsiasi momento visto che gli attori sono sempre gli stessi.

Ora, però, per evitare di proseguire su questa falsariga e raccontare aneddoti ghiotti e del resto quotidiani, restano aperte due domande di fondo.

La prima è di natura elettorale ed è anche molto semplice. E cioè, ma chi li voterà ancora questi grillini dopo i continui e radicali cambiamenti di linea politica? Certo, lo sapremo fra meno di un anno. Nel frattempo sappiamo quanti consensi hanno ottenuto nelle varie grandi città che si sono recate al voto nell’ottobre scorso. Altrochè i sondaggi di Pagnoncelli o di altri sondaggisti che li danno attorno al 13-14%…..Le cifre reali sono molto lontane dalle doppie cifre. Ma lo vedremo a tempo debito. Nel frattempo non ci resta che la curiosità nel capire chi scommetterà ancora su un partito che giornalmente cambia la sua strategia e il suo progetto politico.

In secondo luogo, ma non meno importante, è capire quali sono le ragioni politiche ed ideali che spingono un partito storicamente di potere e governista come il Pd ad individuare nel partito di Grillo e di Conte l’alleato “strategico” se non addirittura “storico” per costruire una prospettiva riformista e di governo nel nostro paese. Una domanda che molti si fanno e che pochi, al momento, hanno ricevuto risposte adeguate e pertinenti. Insomma, per farla breve, che cosa c’è di così politicamente ghiotto, oggi, nel partito di Grillo e di Conte, per costruire una prospettiva democratica e riformista di così lungo termine? Una domanda che, prima o poi – almeno speriamo – avrà pure una risposta politica, culturale e forse anche etica.

 

Una breve osservazione. Quanto durerà la riluttanza dei protagonisti a farsi pienamente carico del dramma della guerra?

Non possiamo nemmeno dire di essere del tutto esenti da quanto accade. In forma naturalmente limitata, contenuta, ma l’Occidente, di cui noi facciamo parte, qualche causa, in quanto sta accadendo, sicuramente ce l’ha.

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Si parte da una condizione che intende essere assoluta: non si è mai autorizzati ad aggredire l’avversario. Tanto meno ad invaderlo, a bombardarlo e a guerreggiare. 

Questa è una premessa formale. Tutti dovrebbero accoglierla. 

Ne discende che se aggrediti è largamente giustificato difendersi. Ma siamo sempre nel campo della pura forma. La sostanza è sempre più complessa. Quest’ultima cerca d’individuare le ragioni che spingono alle azioni. Le ragioni degli uni e le ragioni degli altri. Su questo terreno nessuno, ripeto nessuno è autorizzato a dire di saperne le radici ultime di quel lontano mondo.

Le ragioni di Vladimir Putin sono limitate; le ragioni di Volodymyr Zelens’kyj sono altrettanto limitate. Intendo dire le ragioni sostanza, non di forma, perché non c’è alcun dubbio che l’Ucraina deve difendersi. Non possiamo nemmeno dire di essere del tutto esenti da quanto accade. In forma naturalmente limitata, contenuta, ma l’Occidente, di cui noi facciamo parte, qualche causa, in quanto sta accadendo, sicuramente ce l’ha.

L’unico ad avere titolarità per dire cosa fare, almeno nel nostro mondo, è Papa Bergoglio. Perché? Perché oltrepassa totalmente le ragioni di sostanza, quelle ragioni che animano, per un verso i Russi e per l’altro gli Ucraini. Bergoglio coglie l’aspetto più alto e non gl’interessa di stare né da una parte, né dall’altra. Invocherà la pace, ammonirà chi fa la guerra, ma non si fermerà a dire chi dovesse avere le più importanti ragioni di sostanza.

Non è sicuramente un bel gesto chiamarlo a Kiev. Già quanto rivolge all’intero mondo Occidentale è ampiamente sufficiente per dare una spinta verso la pace. Il Papa è l’unico a tagliare con un colpo secco, attraverso la sua autorevolezza religiosa, i nodi costruiti stupidamente dagli uomini in quella regione di mondo. Si taglia, e tanto basta.

Ora, so bene che non seguiranno le altezze del Pontefice e che la parti in causa dovranno invece misurare le proprie abilità sul piano dei compromessi. Più saranno articolati, tanto più difficilmente nasceranno in breve tempo. Però, per quel poco che io intuisca, non possono permettersi il lusso di calpestare troppo a lungo le sensibilità, l’esistenza, la vita di tante donne, tanti bambini e tanti anziani.

La contrattazione collettiva, idee per nuove tutele. Il nuovo paper della Fondazione Ezio Tarantelli.

Negli anni i modelli organizzativi sono cambiati, le esigenze del lavoro e dei lavoratori si sono trasformate, la globalizzazione ha aperto i mercati, sono modificati anche i riferimenti per il welfare tradizionale. Oggi più che mai ci sarebbe bisogno di una rinnovata disponibilità ad un confronto complessivo tra Governo e parti sociali che sia in grado di affrontare le criticità attuali.

Riportiamo l’articolo di apertura dell’ultimo Working Paper della Fondazione Ezio Tarantelli (Cisl). L’Edizione n. 24 sarà presentata attraverso il Webinar che si svolgerà oggi a partire dalle ore 15.30 sulla piattaforma Zoom della Fondazione.

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Autonomia e contrattazione, i due pilastri della proposta cul- turale e politica della Cisl. Due pilastri rappresentativi di una storia, che ha guardato e guarda alla centralità dei lavoratori nella società e nella storia democratica del paese.

Sono valori identitari che colgono l’essenza di come la nostra confederazione si sia resa protagonista nel dibattito sindacale e politico attraverso un metodo e proposte caratteristiche di questa identità, sapendo soprattutto guardare in prospettiva ai veri bisogni dei lavoratori.

L’autonomia è il segno distintivo della capacità di un’orga- nizzazione di vivere l’esperienza politica e sociale senza con- dizionamenti di nessun tipo. La contrattazione è l’espressione massima dell’autonomia; per un sindacalista negoziare comporta preparazione, studio, capacità di proposta e di consenso, saper individuare le priorità e le innovazioni che la società e l’economia presentano e soprattutto essere in grado di ricercare nel contesto di riferimento le soluzioni che garantiscano le migliori tutele possibili per i lavoratori di cui si è rappresentanti.

Negli anni i modelli organizzativi sono cambiati, le esigenze del lavoro e dei lavoratori si sono trasformate, la globalizzazione ha aperto i mercati, sono modificati anche i riferimenti per il welfare tradizionale e inoltre si concretizzeranno progressivamente gli effetti della transizione ambientale e di quella digitale. A questo possiamo aggiungere anche i drammatici riflessi che la pandemia e la guerra in Ucraina comporteranno sui nostri assetti sociali ed economici.

In questa condizione, gli orientamenti e gli assetti della con- trattazione continueranno ad essere determinanti per co- struire la necessaria rete di protezione sociale ed economica per i lavoratori.

Flessibilità organizzativa, nuovi orari di lavoro e profili orari più corrispondenti alle mutate esigenze organizzative, un welfare aziendale e contrattuale potenziato sempre più fruibile e soprattutto formazione e forme di retribuzione certe e a copertura di un’inflazione crescente, dovranno essere le frontiere per una contrattazione inclusiva, rispondente alle necessità dei lavoratori e dei mutati bisogni della e nella società.

Una sfida difficile e complessa soprattutto per le implicazioni derivanti dalla situazione critica che stiamo vivendo in questi giorni.

Nel 1993, sia per favorire il raggiungimento dei parametri di Maastricht per l’ingresso nella rinnovata Unione europa sia per la grave crisi finanziaria in corso in quel periodo, il sistema politico e sociale rispose con la sottoscrizione dell’accordo Ciampi; un protocollo che determinò un nuovo modello di re- lazioni sindacali e degli assetti contrattuali, la definizione di una politica dei redditi, dell’occupazione e di sostegno al sistema produttivo. Un accordo strutturale, nel solco del modello concertativo aperto con gli accordi degli anni Ottanta, che consentì al paese di uscire dal vortice dell’inflazione e dalla stagnazione.

Oggi più che mai ci sarebbe bisogno di una rinnovata disponibilità ad un confronto complessivo tra Governo e parti sociali che sia in grado di affrontare le criticità attuali: la copertura dei redditi dagli effetti dell’impennata dei costi dell’energia, investimenti su formazione per riconversioni professionali e nuove professionalità, definire un sistema di tutele contrattuali a garanzia dei lavori derivanti dalla gig economy e da nuove forme organizzative, potenziare la bilateralità e la complementarità per un welfare contrattuale sempre più inclusivo, le già citate transizioni energetico-ambientale e digitale.

Per approfondire questi temi e per discutere di nuove idee per la contrattazione abbiamo coinvolto autorevoli protagonisti della storia e del presente della Cisl, il presidente del Cnel, la vicepresidente di Confcommercio, il segretario generale della Ces, la presidente della Commissione Lavoro della Camera dei deputati, il presidente di Fondimpresa, docenti universitari e ricercatori. Cerchiamo di mettere a disposizione qualità per la ricerca di nuove proposte.

 

Ucraina, democrazia, Francesco e difesa europea.

Sconfiggere Putin è l’unico modo per uscire veramente dal Novecento e dalle sue logiche di contrapposizione e di guerra. È il passaggio obbligato per poter mantenere il “sogno europeo” di pace e di cooperazione. Oltre ogni vecchia o nuova cortina di ferro: perché l’Europa così intesa non ha confini né ad Est, né a Sud.

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Non sono bastati e non basteranno i doverosi e sacrosanti appelli alla Pace e alla “soluzione politica” per fermare la guerra di Putin. E neppure le rassicurazioni che l’Ucraina non sarebbe entrata nella Nato (cosa che tutti i leader europei avevano già chiarito nel loro pellegrinaggio a Mosca prima del 23 febbraio scorso: con tutta evidenza non era questo il problema). Forse qualcuno si era illuso che “l’operazione militare speciale” fosse rivolta “solo” (si fa per dire) al consolidamento della sovranità russa su Crimea e Donbass: non aveva capito granché di Putin e delle sue intenzioni.

Può anche darsi che questo sia il punto di caduta, il ripiego temporaneo. Ma esso – se così sarà – dipende solo dalla resistenza politica e militare ucraina. Una resistenza che Mosca non aveva previsto. E che, senza l’aiuto anche militare e di intelligence dell’Occidente, non sarebbe potuta esistere. Mi stupisco della superficialità di alcune analisi. Per il regime russo, questa non è una “guerra” (ma una “operazione speciale interna”) per la semplice ragione che a Mosca non si considera l’Ucraina uno Stato sovrano, ma un territorio russo indebitamente costituito in forma di Stato nel 1917; indebitamente indipendente dalla fine dell’URSS; e poi, ancor più indebitamente, entrato – per decisione democratica dei suoi cittadini – in ambito “europeo”. 

Punto. Punto, ma non “a capo”. Perché il progetto di Putin risponde a tre precise strategie. La prima. Elaborare definitivamente il lutto per la fine dell’Unione Sovietica riconnettendosi direttamente alla stagione zarista, per dare corpo ad una pulsione imperiale e nazionalista, condita con istanze vagamente spirituali (“trono e altare”, con il sacrilego appoggio del Patrircato Ortodosso Russo). La seconda. Bloccare ogni sviluppo ad Est non già della NATO, ma dei princìpi della democrazia europea di ispirazione liberale, per evitare ogni forma di contagio che possa compromettere il regime illiberale ed autocratico che egli interpreta, in modo sempre più liberticida e violento e che – almeno nelle grandi città e tra le nuove generazioni – incomincia a vivere qualche coraggiosa opposizione. La terza. Cogliere l’opportunità offerta dagli Stati Uniti in forte crisi di carisma (e di lucidità politica) a livello globale e da una Europa ancora non pienamente unita ed autorevole in politica estera, energetica, di intelligence e di difesa. Ciò allo scopo di essere parte di un nuovo “patto di sindacato” nella leadership mondiale, assieme alle altre “democrature” emergenti e di occupare così il vuoto lasciato dalla evidente crisi delle Democrazie Occidentali in larga parte del Mondo. 

Vedremo presto – aggiungo – ciò che significa tutto questo, in termini globali, anche in riferimento al ruolo oggi imperscrutabile della Cina. E lo vedremo non solo sul piano economico, ma anche su quello dei valori democratici e della libertà. Chi si attarda ancora a pensare che il “problema” sia la NATO; chi contesta ogni forma di aiuto e di supporto all’Ucraina che non consista in iniziative umanitarie, in ogni caso dovute per ragioni inalienabili di civiltà; chi butta la palla in tribuna citando le altre guerre in corso nel Mondo e le relative colpe storiche dell’Occidente (ovvio che le une e le altre ci sono e sono terribili) rischia o finge di non capire tutto questo. L’assenza di un terzo dei parlamentari italiani durante il collegamento con il Presidente ucraino è stata vergognosa. Abbiamo l’unico Parlamento in Europa che fa trasparire questa forma di “equidistanza”: indegna sul piano etico, sprovveduta su quello politico e inaccettabile per la credibilità di un Paese fondatore dell’Europa.

Meno male che la parte prevalente delle forze politiche, (in primis – devo dire – il Partito Democratico di Enrico Letta, ma non solo), il Capo dello Stato ed il Premier Draghi hanno saputo fino ad ora tenere la barra dritta. Ma non illudiamoci: la strada è ancora lunga e costosa anche per tutti noi. E non finirà con l’auspicato “cessate il fuoco”, che pure Putin pare non considerare affatto, se non dopo la resa incondizionata e la distruzione totale dell’Ucraina. Putin (non la Russia) non potrà più comunque essere un interlocutore credibile e le giuste sanzioni, se revocate a breve, saranno state solo un costoso paravento della nostra pavidità democratica.

La Storia, anche europea, ci dice però che quando la democrazia è pavida, alla fine prendono il sopravvento il sopruso e la violenza. Il “putinismo”, variamente interpretato in Italia – anche con forme mai chiarite di sostegno russo a tutti i movimenti che hanno come scopo la demolizione della nostra (debole) democrazia rappresentativa – è quanto di più minaccioso possa esserci sul nostro percorso di Paese libero, democratico, europeo. Forse per questo Mosca se la prende sopratutto con noi italiani. La bizzarra denuncia penale presentata nei giorni scorsi dall’Ambasciatore russo a Roma contro un grande e lucido giornalista come Quirico ne è l’ennesima prova. Mosca contava evidentemente sul fatto che potessimo essere l’anello debole della catena. E, temo, ci era quasi riuscita.

Ma le cose, per fortuna, sono andate diversamente, sia con la rielezione di Mattarella che con il Governo Draghi. Tocca però oggi alla società civile, oltre che alla Politica, riconfermare il solco entro il quale la Repubblica democratica è nata e si è sviluppata. Ogni equidistanza non è un contributo alla Pace e ad un Mondo migliore: è oggettiva connivenza con l’aggressore e con la sua visione del Mondo. Sconfiggere fino in fondo Putin è l’unico modo per uscire veramente dal Novecento e dalle sue logiche di contrapposizione e di guerra. È il passaggio obbligato per poter mantenere il “sogno europeo” di pace e di cooperazione. Oltre ogni vecchia o nuova cortina di ferro: perché l’Europa così intesa non ha confini né ad Est, né a Sud. Oltre – infine – ogni tentazione di far coincidere le identità dei popoli con i rigidi confini degli Stati Nazione usando la forza delle armi ed il veleno del nazionalismo. Questione che noi trentini e sud tirolesi ben conosciamo.

L’Europa – intesa anche come “insieme di minoranze” – non può uscire dal Novecento se non con la sconfitta di Putin e della sua pulsione neo imperialista. Mai come oggi servono dunque i “valori e la forza” della Democrazia. Essa vive uno dei suoi momenti di maggiore crisi interna, ma a maggior ragione deve trovare un suo sentiero di rigenerazione innovativa e non di rassegnato cedimento. Abbiamo tutti – leader politici e popolo – il dovere morale e politico di testimoniare con coraggio questa convinzione.

Post Scriptum

Vedo che alcuni politici e alcuni frequentatori di salotti televisivi italiani, già estimatori di Putin, si iscrivono oggi al “partito di Papa Francesco” sul tema delle spese per la difesa. Indecorosa e strumentale ipocrisia.

Francesco fa il Papa, per nostra fortuna: non assomiglia affatto al Patriarca della Chiesa Ortodossa di Mosca che benedice le truppe russe. Che Dio ci conservi ancora a lungo Papa Francesco. E che la sua accorata testimonianza converta il cuore e la mente dei tanti “portatori di guerra” come Putin e conforti, nel ricordo del Beato resistente Teresio Olivelli, i “Ribelli per amore” ucraini.

Ai governanti europei (compresi quelli di fede cristiana) tocca il compito laico e la responsabilità storica di mettere in campo ogni iniziativa politica per difendere i principi della Democrazia, della Libertà e della Pace. Ivi compreso un adeguamento degli apparati di difesa militare di livello europeo e non più nazionale. La Democrazia Europea ha bisogno di valori e di forza. Per difendere se stessa. Per dare un contributo alla difesa dei principi universali di libertà e di umanità su scala globale. Per poter concorrere a costruire un Mondo più equo e più multipolare. Per impedire che lo scenario del futuro sia quello di una leadership affidata alle “democrature” autocratiche. Ed anche per evitare di affidare tutto ciò alla sola forza militare degli Stati Uniti, partner essenziali ma, nel contempo, in piena crisi di “carisma” a livello globale.

Ci provarono i padri dell’Europa di cultura Cristiano-Democratica – in primis Alcide Degasperi – subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ma il progetto della CED naufragò per decisione della Francia. Oggi, questo punto è di capitale importanza per l’Europa e per il suo percorso di unità politica. La discussione italiana sul rispetto degli impegni assunti in sede NATO a proposito del 2 per cento del PIL, se collocata in questo contesto, assume i connotati di una triste polemica domestica, di profilo assai incompatibile con i compiti di un Paese Fondatore dell’Unione Europea.

 

Centro, l’unità sarà indispensabile. L’ipotesi è una Margherita 2.0?

Al di là di ciò che è capitato nel passato e che sta capitando ancora purtroppo tutt’oggi, quello che adesso va rilevato e, se possibile perseguito, è che questa ondata di antipolitica – seppur attenuata dopo il caloroso fallimento del progetto grillino e il sostanziale superamento di quello leghista – può essere arrestata definitivamente ed irreversibilmente solo se nasce una vera ed autentica forza centrista.

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Al di là dei personalismi, delle rivalità, delle ambizioni e dei pregiudizi personali o di altra natura, è del tutto evidente che alla fine l’unità delle forze di centro in vista delle prossime elezioni politiche è un dato abbastanza scontato. 

Certo, deve ancora scorrere molta acqua sotto i ponti, come si suol dire, ma un fatto è inoppugnabile: e cioè, visto anche le regole che disciplinano il sistema elettorale da un lato e, dall’altro, la necessità di non disperdere un patrimonio di idee, di valori, di progettualità politica e di comune sensibilità culturale, è giocoforza che l’unità sarà un richiamo molto più robusto e convincente della dispersione o, peggio ancora, della divisione cronica tra le varie sigle in campo. Non mancano, per la verità, i continui e ripetuti appelli che vanno in questa direzione. Ovvero, dell’unità di tutte quelle forze che non si rassegnano ad una alleanza passiva con le forze populiste da un lato o con quelle sovraniste dall’altro. Cioè con i 5 stelle di Grillo e con la Lega salviniana.

Del resto, di un “centro” che sappia declinare anche e soprattutto una “politica di centro” ce n’è veramente bisogno. Ma non in chiave nostalgica o banalmente retrospettiva. Ma con un progetto che guardi al futuro e che sappia mettere in discussione quella logica degli “opposti estremismi” – appunto, il populismo e il sovranismo – che hanno contribuito in questi anni, e in modo potente, a rendere più debole la nostra democrazia, meno efficace l’azione di governo e più vulnerabili le stesse istituzioni democratiche. Una doppia deriva che, purtroppo, è coincisa con la complicità e la sostanziale condivisione dei partiti che, su fronti opposti, hanno avallato quella sub cultura. Ovvero, il Pd da un lato e il partito della Meloni dall’altro. 

Ma, al di là di ciò che è capitato nel passato e che sta capitando ancora purtroppo tutt’oggi, quello che adesso va rilevato e, se possibile perseguito, è che questa ondata di antipolitica – seppur attenuata dopo il caloroso fallimento del progetto grillino e il sostanziale superamento di quello leghista – può essere arrestata definitivamente ed irreversibilmente solo se nasce una vera ed autentica forza centrista. Che non sia, come ovvio e scontato, una posizione politica funzionale alla mera convenienza o ad una equidistanza equivoca e dubbia. Semmai, e al contrario, un progetto politico che sappia dispiegare sino in fondo una visione della società e un programma di governo.

Ecco perchè, su questo versante, è quanto mai importante avviare un processo di unità e di forte condivisione politica di tutte queste forze, movimenti e partiti. Alcuni di noi l’hanno definita, almeno sotto il profilo metodologico, una sorta di “Margherita 2.0”. Dopodichè, piaccia o non piaccia, questa unità politica e organizzativa si imporrà quasi per legge…..E sempre nel pieno rispetto, come ovvio e scontato, di tutti quelli che confondono la politica con la testimonianza personale e di gruppo.

Beniamino, l’antipopulista. Il ricordo di Andreatta a 15 anni dalla sua scomparsa.

Era un cattolico consapevole dell’autonomia della  politica, come pure un cattolico del rigore che non considerava il “pubblico” come una platea da blandire e intrattenere ma da rendere edotta della complessità della storia.

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Il cuore di Beniamino Andreatta ha smesso di battere il 26 marzo di 15 anni fa, ma la sua parola, il suo pensiero, i suoi sigari ci mancano dal 15 dicembre del 1999. Quel giorno mentre era nell’aula della Camera dei Deputati ebbe un malore, ci sarebbe stato bisogno di un defibrillatore, ma non c’era. Lo portarono al San Giacomo degli Incurabili. Una profezia. Oggi quell’ospedale del centro di Roma non esiste più. 

Andreatta era un cattolico di sinistra con l’etica protestante, avrebbe detto Max Weber. Uno che aveva il senso tragico della storia ma anche la leggerezza dell’ironia. Innamorato della responsabilità individuale e nemico del vittimismo. Un liberista certo, ma un liberista del lungo periodo. Tutto l’opposto di quella cultura schiava della trimestrale di cassa e ossessionata dalla “massimizzazione del valore per gli azionisti”. 

Andreatta era un cattolico consapevole dell’autonomia della 

politica: “il Vangelo non ti dice se è giusto o non è giusto andare a bombardare il Kosovo per fermare un genocidio”, la laicità sta in questo: non considerare il Vangelo un libretto di istruzioni ma una fonte di ispirazione, e non fare del magistero del Papa un programma politico. Anche perché chi ha una alta concezione dell’autonomia della politica ne ha parimenti dell’autonomia della Chiesa e non si sognerebbe mai di strumentalizzare le parole del Papa per propri fini politici contingenti. 

Andreatta era un cattolico del rigore che non considerava il “pubblico” come una platea da blandire e intrattenere ma da rendere edotta della complessità della storia. Esemplare questo estratto da un discorso parlamentare rilanciato dall’AREL, il primo think tank all’americana creato in Italia, appunto proprio da Andreatta: “l’opinione pubblica si accende, chiede gli interventi ma poi non è disposta a pagare i costi di questi interventi”. 

In questa battuta c’è tutto il suo pensiero. La politica non ha la funzione di amplificare le emozioni ma di governarle, non deve dire all’opinione pubblica quello che l’opinione pubblica vuole sentirsi dire, come fanno i populisti, ma proprio il contrario, portare la coscienza collettiva a un diverso grado di consapevolezza e di maturità, mettendola di fronte non solo ai propri diritti ma anche alle proprie responsabilità. 

Lo poteva fare ovviamente perché aveva la statura intellettuale e morale che glielo consentiva.  Benedetto quel paese che si ritrova politici come Nino Andreatta, nemici acerrimi di ogni populismo. 

[Tratto dalla pagina Fb dell’autore]

 

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Mi chiamo Bob Dylan e vengo da lontano. Il menestrello di Duluth nel “quadretto” del direttore dell’Osservatore Romano.

Un musicista straordinario, un maestro della parola. Spesso considerato “il poeta” per eccellenza del rock, non ha mai fatto mistero del suo senso di gratitudine nei confronti della musica degli altri.

Nel 1962 Bob Dylan ha 21 anni e si chiama ancora Robert Allen Zimmerman, è un giovanotto con le guance belle, cicciotte e glabre e gira imbacuccato per il Greenwich Village a New York avendo addosso una chitarra e soprattutto ancora il freddo del Minnesota. Canta qua e là nel locali del Village, se uno oggi volesse “vedere” quel mondo dovrebbe guardarsi il bel film dei fratelli Cohen A proposito di Davis in cui si intravede, nell’ultima sequenza un attore che fa proprio la parte del giovane cantautore. Durante le registrazioni di un album di Carolyn Hester in cui Robert suona l’armonica lo scorge John Hammond, produttore della Columbia Records e intuendo qualcosa, gli dà un’occasione: il 19 marzo esce l’album Bob Dylan, questo il nome che si è scelto, che viene inciso in soli tre pomeriggi per una spesa di appena 402 dollari.

Tredici brevi brani di musica folk di cui però, attenzione, solo due scritte da Dylan: Talkin’ New York e Song to Woody. Il resto solo cover di brani di artisti che avevano anch’essi inciso per la Columbia. L’album fu commercialmente un fiasco, vendendo circa 2500 copie. La canzone dedicata a Woody Guthrie, il folksinger grande modello in quel momento per il giovane Bob, dice, sin dai primi due versi, molto di quella storia che stava nascendo proprio con quell’album (e che oggi 60 anni dopo, vede Dylan come monumento non solo del folk, ma del rock, della letteratura e della cultura del Novecento): «I’m out here a thousand miles from my home,/ Walkin’ a road other men have gone down» (Sono qui a un migliaio di miglia da casa, / camminando per una strada già attraversata da altri).

Fuggito dalla casa paterna, Dylan non è mai più tornato, ed è vero per lui il ritornello di una delle sue canzoni più famose, Like a rolling stone: è lui questa pietra che rotola “no direction home”. La lunga parabola di 60 anni, oggi che Dylan a 80 anni continua a rotolare generando musica e canzoni, inizia con questo omaggio al suo maestro Guthrie e una serie di cover, cioè di altri omaggi.

Un dettaglio che fa riflettere. Aggiungiamone un altro, sullo stesso solco, realizzatosi a metà di questa strada, quando nel 1992 si tenne un grande concerto-tributo in onore di Dylan al Madison Square Garden in occasione del trentesimo anniversario dell’uscita del suo primo disco. In quell’occasione dopo che una incredibile parata di star si erano cimentate, con esiti diversi, nel “cantare Dylan”, alla fine arriva lui che con la sua “broken voice” intona, come prima canzone della sua breve performance, proprio Song to Woody.

La scelta era corretta filologicamente, visto che si celebrava quel primo album, ma era anche significativa, come se Dylan stesse dicendo: voi tutti siete qua per “tributarmi gli onori”, ma io sono arrivato fin qua grazie a Guthrie e questo è il mio piccolo tributo personale al mio maestro.

In quello stesso anno Dylan aveva inciso un album Good as I been to you, che, proprio come 30 anni prima, era interamente dedicato a vecchie canzoni folk rivisitate con l’aiuto della sola chitarra e armonica. Ma Dylan ha sempre avuto un rapporto intenso con le cosiddette cover. Lui che è stato spesso considerato “il poeta” per eccellenza del rock non ha mai fatto mistero del suo senso di gratitudine nei confronti della musica degli altri.

A rivedere la sua carriera s’intuisce che, pur essendo un autore per il quale l’appellativo “genio” non sembra sprecato, egli assomigli anche a un tedoforo, una persona che ha una fiaccola, un testimone da passare alle nuove generazioni, una fiaccola che è partita molti anni, anzi secoli, prima. Sin da quel primo album del 1962, questa scelta di “citare per tramandare” lo ha sempre accompagnato. Quel primo disco si intitolava Bob Dylan ed era per lo più di cover, otto anni più tardi, nel 1970, incide un doppio album, anche questo zeppo di cover che ha la facciatosta di chiamare SelfPortrait e di corredare con un suo disegno che, a modo suo, corrisponde al titolo (Dylan è anche un interessante disegnatore). L’album non fu molto gradito alla critica, anche a quella più favorevole a Dylan: Greil Marcus con la famosa domanda: «Cos’è ‘sta merda?». Nel 1973 esce l’album Dylan, un’altra raccolta di cover e così anche a metà degli anni Ottanta con Knokcked out loaded, Down in the groove e World gone wrong del 1993.

Nel 1988 parte il suo NeverEndingTour (una tappa ogni due giorni in giro per il mondo) in cui, in quasi ogni concerto, trova lo spazio per almeno una canzone non sua, scritta magari quando Dylan non era nemmeno nato. In genere si tratta di brani tradizionali tra il blues e il gospel, che Dylan pone all’inizio del concerto, come apertura (le scelte più ricorrenti sono: Roving Gambler, I am the man, Thomas, Halleluia, I’m ready to go, Somebody touched me, Cocaine blues, Not fade away) proprio a voler ribadire: io provengo da lì, da un mondo e da un tempo immemorabili, per citare Time out of mind (1997), il migliore tra i suoi album di quel periodo. Invecchiando Dylan sembra procedere verso una vecchiaia che coincide con la sua giovinezza, infanzia e prima ancora. Lo aveva peraltro pre-detto in My Back Pages, famoso brano del 1964: «Ah, ma ero molto più vecchio allora/sono molto più giovane adesso».

Può sembrare sorprendente questo continuo uso di cover da parte di Dylan: il più prolifico artista del rock che potrebbe effettuare 30 concerti di 30 canzoni l’uno, tutte sue, e invece si diverte a citare, a rinviare, e proprio così, forse, ad “indicare la strada”, come disse di lui John Lennon. Che proprio nel ‘62 cominciava anche lui con i suoi amici, la propria gloriosa strada… ma questa è un’altra storia.

 

[Fonte: L’Osservatore Romano del 26 marzo 2022]

 

Crisi Ucraina: tra conflitto armato e negoziati fittizi Russia ed Occidente si studiano.

La situazione continua ad essere molto confusa e il futuro prossimo estremamente incerto. Le incognite dell’equazione Ucraina/Russia/Occidente sono molteplici, pertanto bisogna continuare a scommettere sulla possibilità di piegare l’intransigenza di Putin.

Mentre lo scontro tra Russia e Occidente appare sempre più tangibile, stando all’ormai quotidiano reciproco scambio di gravi accuse e inquietanti minacce, il conflitto armato e la diplomazia continuano a ruotare intorno alla crisi ucraina senza che nessuno dei due fattori appaia in grado di favorire, in un senso o nell’altro, una soluzione. Putin insiste nel puntare sulle armi. Lo esige la sua (ormai acclarata) mania di grandezza supportata, per l’occasione, dalla necessità (per restare in patria saldamente al suo posto) di dimostrare la giustezza dell’analisi politica e militare che hanno guidato la decisione di invadere l’Ucraina.

L’esercito, però, seppur preponderante per numero di truppe e armamenti, non è ancora riuscito a neutralizzare un avversario, la cui capacità e volontà di resistere sembrano essere state ampiamente (e grossolanamente) sottovalutate dai servizi speciali russi. Appare, infatti, ormai chiaro a tutti che il piano iniziale prevedeva una implosione dell’Ucraina mediante un imponente spiegamento di forze (la colonna di carri armati lunga oltre sessanta chilometri) per ottenere il disfacimento del governo e la capitolazione del Paese senza sporcarsi troppo le mani. Fallito quel disegno, Putin ha cambiato strategia, cingendo di assedio le principali città ucraine per poi bombardarle a tappeto e costringere milioni di civili all’esodo e la resistenza militare alla capitolazione. Tuttavia, per il momento, anche questo secondo piano sembra non dare i risultati attesi.                                                               

Al tempo stesso, Putin non aveva previsto la volontà dell’Europa e degli Stati Uniti di scendere in campo in maniera compatta, sostenendo in tutti i modi possibili la difesa ucraina e, al tempo stesso, sferrando un forte attacco all’economia russa con l’imposizione di severe sanzioni economiche. 

Sulla diplomazia punta, invece, Zelensky, consapevole che, a questo punto, soltanto un onorevole compromesso negoziale potrebbe consentirgli di uscire dall’angolo dove il suo avversario lo ha confinato con la forza. In virtù di una notevole capacità di comunicazione (non a caso egli è stato un brillante uomo di spettacolo), il presidente ucraino è riuscito a mantenere, seppur a distanza e malgrado la brutalità dello scontro, uno stretto vincolo con il suo popolo nonché ad avviare un dialogo diretto con i leader e i parlamenti dei principali Paesi occidentali, dai quali ottiene plauso ed assistenza di ogni tipo. Anche il Papa si è schierato dalla sua parte, criticando fortemente l’invasione, a rischio di turbare i rapporti con la consorella chiesa ortodossa russa.

Ma per negoziare occorre essere in due, oltre a poter fruire della preziosa attività di un autorevole mediatore, che sostanzialmente ancora fa difetto. Infatti, la Cina si è sfilata con una proverbiale molto significativa battuta: “Togliere il collare alla tigre spetta a colui che glielo ha messo…”. Israele sta dimostrandosi non troppo equidistante dai due belligeranti (almeno secondo Mosca). La Turchia rimane l’unico Paese impegnato a favorire un colloquio fra le parti, pur avendo capito (come tutti, del resto) che Putin vorrebbe presentarsi intorno al tavolo negoziale soltanto per ratificare la definitiva capitolazione dell’avversario. Erdogan, però, non demorde, ritenendo che lo scorrere del tempo e la sostanziale incapacità russa di prevalere sul piano militare potrebbero rendere flessibile il comportamento di Mosca e portare in auge il suo tentativo (non del tutto disinteressato, se soltanto si considerano gli interessi turchi nel Mar Nero…).  

In tutto ciò i Paesi occidentali sono uniti nell’impedire l’avanzata dell’armata russa, ma lo sembrano meno nella scelta dei mezzi a disposizione. Si passa, infatti, dall’atteggiamento di Biden, orientato ad escludere nettamente ogni coinvolgimento diretto nel conflitto (compresa la fornitura agli ucraini di armi strettamente offensive) a quello della Polonia propensa anche all’invio di aerei ed unità militari di “peace keeping” da disporre su aree di territorio ucraino non ancora oggetto di invasione russa (?). Anche sull’ulteriore inasprimento delle sanzioni economiche la posizione dei vari Stati non appare essere univoca in funzione della diversa dipendenza di ciascuno dal gas e petrolio russi. Del resto, lo stesso Biden deve anche tenere conto dei commenti in patria dell’opposizione repubblicana, che gli contesta la linea di comportamento adottata nei confronti di Mosca ritenuta eccessivamente prudente, forse anche per indebolire la sua immagine in vista delle elezioni congressuali di fine anno.

I recentissimi incontri di Bruxelles dei maggiori leader occidentali, con Biden solidamente al comando, sembrano aver sostanzialmente confermato una unità d’intenti soltanto apparente, dietro la quale, in controluce, persiste la presenza di riserve mentali in ciascuno di loro consistenti in dubbi, timori, esitazioni, aspirazioni, velleità, frustrazioni e molto altro, ma tutte inespresse per il timore che la situazione possa improvvisamente sfuggire di mano, sfociando in un pericoloso allargamento del conflitto ovvero in un improvviso sconsiderato utilizzo di armi nucleari. In tal senso, un fronte unito appare doveroso e mai come in questo caso l’unione fa la forza, soprattutto se a guidarla è il presidente degli Stati Uniti, che, per l’occasione, ha anche espresso l’impegno americano a ridurre la dipendenza energetica europea dalla Russia mediante forniture addizionali di gas (seppur diluite nel tempo).

Le suddette perplessità, del resto, riflettono il comune sentire delle opinioni pubbliche nazionali, al cui interno le tradizionali spinte pacifiste si sommano al diffuso timore popolare per un devastante conflitto nucleare. Tutto si scontra poi con un ampio fronte determinato ad impedire alla Russia di prevalere, pur dissentendo, a volte anche profondamente, dall’invio di armamenti, considerato una operazione in grado soltanto di prolungare la guerra, con ulteriore inutile spargimento di sangue.

All’interno di questo variegato “mare magnum” di opinioni Mosca non può fare a meno di pescare a proprio uso e consumo. Proprio Lavrov, consumato diplomatico di lungo corso, ha affermato che gli Stati Uniti hanno un interesse precipuo a far sì che il conflitto sul territorio ucraino duri più a lungo possibile. Ecco perché – egli ha sottolineato – gli americani sono impegnati, insieme ai loro alleati europei, a rifornire Zelensky di armamenti…È chiaramente un messaggio lanciato all’onda pacifista con la speranza che possa, prima o poi, sfaldare il fronte militarista europeo.

In conclusione, la situazione continua ad essere molto confusa e il futuro prossimo estremamente incerto. Le incognite dell’equazione Ucraina/Russia/Occidente sono molteplici. Una navigazione a vista s’impone, in attesa di un qualche sviluppo in grado di attenuare l’intransigenza di Putin che della partita politica, diplomatica e militare in corso continua ad impersonare l’ago della bilancia.   

Giorgio Radicati, Ambasciatore.