Caro Direttore,
non c’è più tempo. Non c’è più tempo per il piccolo cabotaggio delle sigle, per le geometrie elettorali costruite a tavolino, per le caselle da occupare, per i candidati sistemati secondo equilibri interni, correnti, fedeltà e convenienze di apparato.
Non c’è più tempo per una politica che continua a muoversi dentro liturgie consumate, ereditate da un Novecento che ha già mostrato fino in fondo le sue grandezze, ma anche le sue ambiguità, le sue degenerazioni, le sue macerie.
Un Paese reale lasciato ai margini
Il Paese soffre, e la politica troppo spesso recita se stessa. Recita nei talk show, nei congressi, nei tavoli delle alleanze, nelle formule di sopravvivenza, nelle parole d’ordine buone per un titolo e inutili per una riforma. Intanto crescono il lavoro povero, la solitudine sociale, la crisi della sanità pubblica, il disagio giovanile, la frattura educativa, lo svuotamento delle periferie, l’abbandono delle aree interne, la sfiducia verso le istituzioni.
A tutto questo si aggiunge una stortura che pesa come una pietra sulla qualità della nostra democrazia: una legge elettorale che ha progressivamente amputato il rapporto vivo tra cittadini e rappresentanti. Da anni gli elettori vengono chiamati a votare liste, sigle, simboli, coalizioni, ma sempre meno persone riconoscibili, radicate, scelte davvero dal basso. I candidati troppo spesso non emergono da una comunità, da una storia territoriale, da una responsabilità pubblica verificabile; vengono calati dall’alto, composti in liste bloccate, ordinati secondo equilibri interni, fedeltà correntizie e convenienze di apparato.
È una logica assurda: si chiede ai cittadini di credere nella democrazia mentre si riduce il loro potere di scelta; si invoca la partecipazione mentre si costruisce un sistema che la mortifica; si parla di rappresentanza mentre la rappresentanza viene sequestrata da pochi decisori. Così il Parlamento rischia di non essere più il luogo in cui il Paese si riconosce, ma lo specchio deformato di accordi preventivi, fedeltà verticali e candidature senza volto. E quando il cittadino non può scegliere davvero chi lo rappresenta, non ci si deve poi stupire se si allontana, se diserta, se guarda alla politica come a un teatro chiuso, abitato sempre dagli stessi attori.
Le responsabilità della sinistra
Alla sinistra bisogna dire parole chiare, senza indulgenze e senza compiacimenti. Non basta più intonare Bella ciao se poi non si ha il coraggio di scendere nelle faglie vive del Paese, là dove la frattura sociale attraversa il lavoro, la sanità, la scuola, le periferie, il ceto medio impoverito, le famiglie consumate dall’ansia del domani. La memoria antifascista è una cosa seria, troppo seria per essere ridotta a liturgia identitaria, a rito consolatorio, a medaglia morale appuntata sul petto quando il pensiero arretra e la giustizia sociale resta senza casa. Perché una memoria che non diventa riforma, prossimità, salario giusto, sanità accessibile, scuola viva e periferia abitata, rischia di trasformarsi in canto senza popolo, in parola nobile ma disincarnata, in eco di una storia che non riesce più a farsi promessa.
La sinistra deve guardare la propria crisi senza indulgenze. Ha parlato per anni di popolo, ma spesso ha smarrito il popolo reale. Ha evocato gli ultimi, ma talvolta ha abitato i salotti dei penultimi. Ha difeso i diritti, ma non sempre ha saputo difendere i salari. Ha parlato di sanità pubblica, ma non può ritenersi estranea a processi di aziendalizzazione, marginalizzazione territoriale e privatizzazione strisciante che hanno lasciato intere comunità con il sospetto amaro di essere state abbandonate.
C’è gente che si è sentita tradita guardando la propria busta paga, nella fatica quotidiana di arrivare a fine mese, nella solitudine dei quartieri degradati e periferici che storicamente avrebbero dovuto costituire il cuore pulsante di una cultura progressista. Non basta pronunciare la parola “uguaglianza” se poi non si costruiscono strumenti capaci di renderla visibile. Non basta dire “welfare” se i servizi territoriali arretrano. Non basta parlare di giovani se poi la scuola viene trattata come un edificio da ritoccare con qualche intervento del PNRR, e non come la principale infrastruttura democratica del Paese.
La scuola di oggi non è quella di trent’anni fa. Incontra fragilità emotive più profonde, diseguaglianze familiari più complesse, povertà educative più stratificate, nuove solitudini digitali, adolescenti che non chiedono prediche ma adulti credibili, presenze competenti, spazi di ascolto, orientamento e futuro. Parlare di disagio giovanile senza ripensare radicalmente la scuola, la neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, gli spazi educativi, lo sport di base, la cultura e la prevenzione significa restare nella retorica.
Le illusioni della destra
Alla destra bisogna rivolgere una critica altrettanto netta. Non si governa un Paese trasformando ogni paura in consenso. Non si costruisce sicurezza seminando diffidenza. Non si difendono le comunità indicando nello straniero il capro espiatorio permanente, il corpo estraneo su cui scaricare le inquietudini di una società impoverita, impaurita, disorientata.
La destra contemporanea sembra spesso rinchiudersi dentro un immaginario di pascolo identitario, dove il muro appare più rassicurante del ponte, dove l’identità viene confusa con la recinzione, dove la patria non è più responsabilità comune, ma rifugio emotivo contro il mondo. Il problema non è amare la propria terra. Il problema è trasformare l’amore per la propria terra in ostilità verso chi arriva da altrove. Il problema non è chiedere ordine. Il problema è ridurre ogni questione sociale a un problema di controllo, pattugliamento, confine, emergenza.
Una comunità non vive di sola paura. Vive di fiducia, scuola, sanità, lavoro, cura, relazioni, istituzioni credibili. Vive di quartieri non abbandonati, di paesi interni non lasciati morire, di periferie non nominate solo in campagna elettorale, di giovani non usati come categoria retorica buona per un convegno.
Crisi dell’immaginazione politica
Siamo davanti a qualcosa di più profondo della semplice crisi dei partiti. È una crisi dell’immaginazione politica, una povertà dello sguardo, una fatica collettiva nel pensare ancora un destino comune. La sinistra spesso non sa più pronunciare la parola popolo senza abbassare la voce; la destra la stringe in un recinto, trasformandola in appartenenza chiusa.
Da una parte resta il rischio del moralismo sterile; dall’altra avanza il rischio del risentimento organizzato. E intanto, tra queste due povertà, il Paese reale resta spesso senza nome, senza ascolto, senza casa.
In mezzo, però, ci sono gli italiani in carne e ossa: lavoratori poveri, giovani precari, anziani soli, insegnanti sfibrati, medici e infermieri allo stremo, famiglie che rinunciano alle cure, ragazzi che si sentono senza domani, territori che non chiedono propaganda ma presenza.
Un luogo per ripensare la politica
Per questo, Direttore, Le propongo una cosa semplice e ambiziosa: proviamo a dare ulteriore forma, anche attraverso questo giornale, a una riflessione che in parte è già aperta e che oggi chiede forse un supplemento di coraggio, di profondità, di ascolto. Non si tratta di aggiungere una rubrica ornamentale, né di costruire l’ennesimo spazio di commento dove ciascuno conferma ciò che già pensa. Si tratta, piuttosto, di consolidare un luogo.
Un luogo che profumi di politica nel senso più alto del termine. Non politica come tattica, ma come cura della città, come lettura del dolore sociale, come capacità di pensare riforme strutturali prima ancora di usarle come formule d’ordine.
Un luogo in cui si possa ragionare seriamente di sanità pubblica, scuola, lavoro povero, disagio giovanile, immigrazione, aree interne, periferie urbane, casa, denatalità, anziani, solitudine, cooperazione sociale, nuova questione meridionale, crisi dei corpi intermedi, partecipazione democratica, riforma della rappresentanza.
Facciamolo senza rigurgiti ideologici. Senza la superiorità morale di chi pensa che basti cantare Bella ciao per avere capito la storia. Senza la muscolarità rancorosa di chi vorrebbe trasformare ogni piazza, ogni porto, ogni scuola, ogni parola straniera in un problema di ordine pubblico. Facciamolo rispettando le idee di ciascuno, ma chiedendo a ciascuno di uscire dalla propria trincea.
La democrazia non muore solo quando viene assaltata. Muore anche quando diventa prevedibile, quando non sorprende più, quando non ascolta più, quando riduce il pensiero a schieramento e lo schieramento a tifoseria.
Incontriamoci. Forse Roma può essere il luogo più adatto, anche simbolicamente: non per centralismo, ma perché resta il grande teatro italiano delle fratture e delle possibilità. Incontriamoci con studiosi, amministratori, educatori, operatori sociali, medici, insegnanti, imprenditori, giovani, credenti e non credenti, persone che abbiano però una condizione comune: non accontentarsi più delle formule morte.
Non c’è più tempo
Abbiamo bisogno di una cultura della responsabilità: una cultura capace di tenere insieme libertà e giustizia, identità e apertura, sicurezza e accoglienza, diritti e doveri, istituzioni e comunità. E lo dico anche con un po’ di Vangelo in mano, senza imporlo a nessuno: perché ci ricorda che nessun uomo è scarto, che nessuna comunità si salva da sola, che il povero è un volto, che lo straniero è una domanda alla nostra umanità.
Il Paese ha bisogno di meno slogan e più pensiero. Meno appartenenze gridate e più responsabilità condivise. Meno correnti — correnti d’acqua ormai putrida — e più sorgenti. Sorgenti di idee, studio, confronto, proposte. Perché la politica, quando torna a essere seria, non serve a occupare spazi. Serve ad aprire strade.
E allora, Direttore, apriamolo questo spazio. Anzi, questo luogo. Facciamolo ora. Perché non c’è più tempo.
– La risposta del direttore Lucio D’Ubaldo –
Caro Palmieri,
la tua lettera coglie un punto essenziale: il tempo delle liturgie è finito e serve un luogo – o più luoghi – dove la politica torni a pensare. Su questo c’è piena consonanza. Ma proprio perché l’urgenza è reale, dobbiamo scongiurare l’illusione di una scorciatoia: non si tratta di inaugurare uno spazio tutto “nostro” pensando di trasformare, con qualche artificio, questa confort zone in una realtà politicamente attrattiva.
Il confronto che invochi, in verità, è già in atto — diffuso, irregolare, talvolta carsico. Il compito di un giornale come il nostro non è sovrapporvisi, ma accompagnarlo, riconoscerlo, farlo emergere, senza pretendere di ricondurlo a una linea precostituita.
Un luogo autentico nasce così: non per decisione, ma per sedimentazione; non per proclamazione, ma per ascolto. Se sapremo tenere aperto questo spazio, senza ansia di egemonia, allora potremo davvero contribuire a quella ricostruzione che tu chiedi.
Il resto verrà – speriamo in tempi brevi – se saremo fedeli a questo metodo.
