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Chi formerà gli esperti di domani?

L’intelligenza artificiale promette efficienza e produttività, ma rischia di erodere il percorso attraverso cui si formano competenza, giudizio ed esperienza.

La gavetta, quel passaggio indispensabile verso la competenza

L’AI può sostituire molte attività. Ma se sostituisce anche la gavetta, chi costruirà l’esperienza di cui avremo bisogno tra vent’anni?

C’è una domanda che in questi mesi rimbalza ovunque: l’intelligenza artificiale toglierà il lavoro? È la domanda che si fanno manager, professionisti, lavoratori. È una domanda legittima. Ma ce n’è un’altra, molto meno discussa, che riguarda il futuro ancora più da vicino. Se l’AI comincia a fare il lavoro dei più giovani, chi diventerà, tra vent’anni, l’esperto a cui chiederemo aiuto?

Nessuno nasce esperto. Un giornalista parte dalle brevi. Un avvocato dalle ricerche. Un consulente dalle slide. Un programmatore dai bug scritti da altri. Un tempo quella fase aveva un nome. Oggi lo si sente sempre meno: gavetta. È il tempo in cui non si è ancora bravi, ma si sta facendo esperienza, sotto lo sguardo di chi sa già e dice: rifallo. È lì che si forma non solo la competenza tecnica, ma il criterio: la capacità di intuire che qualcosa non torna, prima ancora di saperlo spiegare.

 

Quando il sapere diventa algoritmo

Quella fascia di compiti comincia a scomparire. Non per cattiveria di qualcuno, ma per semplice convenienza. Le attività più ripetitive, tipiche dei ruoli junior, sono anche quelle che l’AI riesce ad automatizzare con maggiore efficacia. È qui che il fenomeno smette di essere soltanto economico.

L’AI non si limita a eseguire compiti al posto di qualcuno. Codifica il sapere. Trasforma in algoritmo processi che fino a ieri vivevano nella testa e nelle mani di chi li conosceva e che si trasmettevano osservando, sbagliando, chiedendo. Un sapere digitalizzato è efficiente, preciso, scalabile. Ma è muto.

Se il primo gradino sparisce, non sparisce solo un lavoro entry level. Sparisce il percorso attraverso cui una persona costruisce il proprio criterio professionale. Tra vent’anni rischiamo di avere professionisti capaci di usare strumenti potentissimi senza aver mai imparato, attraverso i propri errori e il confronto con qualcuno più esperto, quando fidarsi di quei risultati e quando metterli in discussione.

Le macchine possono calcolare, possono perfino decidere. Soltanto un essere umano può chiedersi se una regola, applicata a quel caso concreto, serve la persona o la tradisce. Questa capacità non si scarica come un software. Si costruisce un gradino alla volta.

 

Il ruolo decisivo delle piccole e medie imprese

C’è un punto che riguarda l’Italia più di altri Paesi. Le piccole e medie imprese. Le grandi organizzazioni possono costruire percorsi strutturati, programmi interni, mentori dedicati. Le PMI, invece, spesso sono la gavetta: il giovane impara accanto al titolare, in un apprendistato fatto di sguardi più che di slide, dove la fiducia cresce insieme alla competenza. Se l’AI assorbe proprio quei compiti elementari, molte piccole imprese rischiano di perdere il principale strumento con cui hanno sempre trasmesso il mestiere, senza avere la struttura per sostituirlo con percorsi organizzati.

C’è poi un vuoto che pesa più di tutti. Questo tema resta quasi assente dal dibattito pubblico. Si discute di sicurezza, trasparenza, diritto d’autore, responsabilità. Molto meno di come proteggere il primo gradino attraverso cui un giovane diventa, un giorno, il professionista capace di guidare altri.

 

La domanda che interpella scuole, imprese e istituzioni

Eppure le scuole di mestiere, le associazioni professionali e tutti quei luoghi in cui esperienza e competenza possono ancora essere trasmesse esistono già. La vera domanda è se stiano ripensando il proprio ruolo in un mondo cambiato o se continuino a ripetere modelli pensati per un’altra epoca.

Non è un discorso contro l’AI. È un discorso sulla persona che dovrà saperla guidare e su chi avrà avuto la possibilità di diventare quella persona. La dignità di un giovane non sta soltanto nel trovare un lavoro. Sta nel poter percorrere, come chiunque prima di lui, la strada che porta dal non sapere ancora al saper fare, con qualcuno disposto a dirgli rifallo e a restare lì mentre lo dice.

Una società che automatizza sempre più attività dovrebbe chiedersi con la stessa serietà come continuerà a formare le persone da cui dipenderà il suo futuro.

Non ti propongo una risposta, perché non credo che esista già. Ti lascio la domanda che a me non dà pace e che vorrei portare a chi siede attorno a un tavolo, che sia una scuola, un’impresa, un’associazione o un’istituzione: nel posto in cui hai responsabilità, oggi, qualcuno sta ancora imparando il mestiere sbagliando davanti a te? E se la risposta è no, chi formerà la persona che un giorno dovrà prendere il tuo posto?