I numeri non sempre dicono di un successo
Raramente si è assistito ad un Mondial così dimesso. Ora che è finito si può trarre qualche conclusione che è perfettamente in linea con il suo intero svolgimento. Una manifestazione sportiva estesa per l’intero Nord America fino al Canada e Messico suona già di dispersivo, come fossero tanti tornei disgiunti l’uno dall’altro. E’ venuto meno il coinvolgimento emotivo di quando si sta tutti nello stesso agone a misurarsi. Si sono misurate 48 squadre per un numero complessivo di 104 partite. Tutto un po’ troppo perché un appassionato possa aver mantenuto la stessa tensione per l’intero torneo. Non sono mancate alcune delusioni per il fine corsa troppo anticipato di squadre di fama con il Brasile e la Germania, smentendo la celebre affermazione del grande calciatore inglese Gary Lineker quando sosteneva che “Il calcio è un gioco semplice: ventidue uomini rincorrono un pallone per novanta minuti, e alla fine vince sempre la Germania”.
La noia ha infestato il campo di gioco
Rarissime le partite che è valsa la pena vedere. Si è assistito a performance assai modeste, l’attenzione a non perdere è prevalsa sull’ambizione di vincere e ci si è divertiti nell’incontro tra Francia e Inghilterra solo quando non c’era più nulla da difendere finendo il match con un risultato da punteggio tennistico. Anche la finale è stata a dir poco deludente, si è fatta fatica a trattenere lo sbadiglio. Ogni cosa in linea con la teoria degli opposti
Impara l’arte e mettila da parte
Non sono bastati le celebrità, attori e cantanti che con la loro presenza hanno cercato di rianimare la situazione sperando di raddrizzare la sorte di un evento da dimenticare. Ultimo oltraggio alla decenza, ci si è messa di mezzo anche l’esibizione di artisti tra il primo ed il secondo tempo della finalissima, un half-time show assolutamente da non riproporre per il futuro. Si saranno fatti incassi da capogiro ma il pallone è stato relegato in buca d’angolo a fare da misero contorno a tutt’altro che il “soccer”.
Unico guizzo, menare le mani
Al termine della partita l’Argentina ha preso la medaglia d’argento e la Spagna si è tolta lo sfizio di una foto di gruppo per celebrare la vittoria facendo fuori Trump e l’imbarazzato Infantino che tentava una via diplomatica per dire a The Donald di mettersi fuori obiettivo. E’ stato un Mondial pacchiano dove lo sport più amato del mondo ha fatto dei passi indietro in tutti i sensi. La rissa subito il fischio di termine dell’incontro della finalissima racconta una tristezza conforme all’evento che è mancato. Finalmente un po’ di animazione dopo tanta sonnolenza, direbbe qualche cattivello. Infantino potrà fieramente sollevare la coppa per la conquista di un suo personale fallimento.
Infantino punto e a capo
Questa volta, per tirarci su il morale, potremo dire di poter lecitamente scherzare con i Santi ma non lasciar stare i fanti e le loro responsabilità. Gli infanti erano coloro che ancora dovevano acquistare la capacità di parola e che quindi non potevano esprimersi. Poi, nel tempo, il fante è diventato il servitore del nobile, un garzone di bottega.
Al Presidente della FIFA, dal sorriso stampato che richiama quello del Jocker di Batman, è riuscito parlare e dire la sua, anche agli arbitri di turno, senza tradire il suo ruolo di appendice vero il padrone di turno. Gli andrebbe rammentato che lo sport, che è pure ma non pura divagazione, non è snaturatamente assimilabile allo spettacolo e di questo avrebbe dovuto farsene carico e memoria. Il questo Mondial si è giocato con un pallone sgonfiato all’opposto della boria di chi lo ha trafitto. Mondial 2026, nulla da ricordare.
