Home GiornaleCresce la competizione fra Israele e Turchia. Anche sul terreno militare

Cresce la competizione fra Israele e Turchia. Anche sul terreno militare

La crisi dell’asse fra Washington e Riad può rafforzare il ruolo regionale di Ankara. Israele guarda con crescente preoccupazione alla presenza turca in Siria e nel Mediterraneo orientale.

È certamente vero che le alleanze politiche e pure quelle militari fra Stati non sono sempre destinate a durare per l’eternità. La Storia è piena di esempi in tal senso. È però certo che in un periodo turbolento come l’attuale esse possano durare ancor meno di quanto ci si possa attendere oppure che non esperiscano tutte le loro dichiarate potenzialità.

 

L’incrinatura nell’asse fra Washington e Riad

Il rifiuto americano opposto all’Arabia Saudita – principale partner degli USA, a parte Israele, nello scacchiere mediorientale – di intervenire contro gli Houthi yemeniti ora che questi ultimi hanno conquistato la costa orientale del Mar Rosso, minacciando così il transito marittimo dallo Stretto di Bab el-Mandeb e attaccando direttamente impianti petroliferi sauditi, segnala un’incrinatura non di poco conto nel tradizionale asse arabo-statunitense.

Questo rifiuto potrebbe rafforzare l’intesa difensiva da poco sottoscritta dalla stessa Arabia con il Pakistan e la Turchia. Il Patto della Mecca prevede un meccanismo automatico di difesa comune che Riad non ha attivato in questa occasione, preferendo rivolgersi al potente amico occidentale: ma, visto l’esito, la prossima volta Mohammed bin Salman potrebbe telefonare ad Ankara e Islamabad invece che a Washington.

 

Cosa cambia?

E qui è il problema che in prospettiva sta delineandosi per Washington (e in fondo per la NATO): la Turchia, ormai determinata a imporsi come potenza regionale mediterranea, potrebbe utilizzare questa nuova alleanza sunnita non tanto e non solo in funzione anti-iraniana quanto, soprattutto, in funzione anti-israeliana, azzerando ogni possibile sviluppo dei vecchi Accordi di Abramo, che verrebbero così demoliti dalla definitiva rinuncia saudita alla loro sottoscrizione.

Ovvero proprio l’obiettivo che si era dato Hamas con la mattanza del 7 ottobre. E che certamente il criminale governo Netanyahu ha consolidato con l’efferata azione distruttrice perpetrata a Gaza. Che lo ha isolato ancor più presso il mondo islamico in generale, consentendo all’ambizioso leader turco Recep Tayyip Erdogan di proporsi quale paladino della causa palestinese, ben vista dall’intera popolazione del suo Paese, compresa quella a lui politicamente ostile.

 

La Siria torna al centro della partita

Il presidente turco ha pertanto accentuato le prese di posizione, sempre più dure, contro Tel Aviv, muovendosi di conseguenza anche sul piano geopolitico.

Il sostegno offerto alla rivoluzione siriana e la conseguente crescente influenza esercitata sul nuovo governo di Damasco è senz’altro la mossa che maggiormente impensierisce gli israeliani, profondamente preoccupati dall’imprinting jihadista, ancorché rivestito con un approccio moderato e inclusivo, del leader siriano Mohamed al-Sharaa e del suo gruppo.

Il confine con la Siria presso le alture del Golan – ieri occupato dagli alawiti sciiti alleati di Teheran e oggi presidiato anche da forze militari turche – resta un punto molto critico per Israele. E la postura assunta nei suoi confronti da Erdogan non può, evidentemente, tranquillizzare.

 

La competizione si allarga al Mediterraneo

Da qui la recente firma dell’accordo trilaterale con Cipro e Grecia (attenzione: membri UE) per un’azione comune nel Mediterraneo orientale e anche un certo attivismo più a sud, nel Corno d’Africa, ove pure la Turchia è assai attiva, attraverso intese con Emirati (sempre più in rotta con Riad) e India (a sua volta nuova potenza che vuole rafforzare la propria influenza nell’area oceanica di propria pertinenza, non solo a est bensì anche a ovest).

La tensione crescente che si sta generando è fra due Paesi che hanno due elementi comuni. Una potenza militare notevole e un’alleanza di lunga data con gli Stati Uniti, anche se quest’ultima possiede caratteristiche diverse: prettamente militare (nell’ambito della NATO) quella della Turchia, soprattutto politica quella di Israele.

Una situazione che richiederà un esercizio di equilibrismo nel quale Washington dovrà esercitarsi con saggezza. Quella che però oggi manca, alla Casa Bianca.