Il presentismo che cancella la politica
Nella vita, come nella politica, il passato non può solo essere oggetto di derisione, di regressione nostalgica o di attacco frontale. Il più delle volte, come ben sappiamo, senza anche solo una minima conoscenza del passato tutto si riduce ad un banale e grigio “presentismo”. E la politica, purtroppo, sotto questo versante ne patisce maggiormente le conseguenze.
Del resto, la deriva populista, qualunquista e demagogica si nutre di questa cancellazione radicale di tutto ciò che è anche solo lontanamente riconducibile al passato. Al riguardo, l’esperienza del principale partito populista del nostro paese, ovvero i 5 stelle prima di Grillo e adesso di Conte, ne è l’esempio più macroscopico e anche più efficace.
Il populismo come anti-politica
Il populismo, cioè, non vive di cultura politica, di retroterra organizzativo, di modalità democratiche o di elaborazione progettuale a media/lunga scadenza. Il populismo non tollera quella che un tempo si chiamava “progetto di società” o, per dirla con un linguaggio più contemporaneo, una “visione di insieme”.
Semplicemente si nutre del presente. Accarezzando e cavalcando tutto ciò che proviene dagli umori più profondi, e anche più triviali e grossolani, della società. Appunto, il populismo tecnicamente è l’anti-politica per eccellenza. E dal rispetto quasi dogmatico di questi postulati arrivano i risultati e i consensi per la deriva populista, demagogica e qualunquista.
Democrazia dei partiti e democrazia nei partiti
Per queste ragioni, semplici ma oggettive, è quantomai importante registrare oggi il lento ma progressivo ritorno di qualche forma di partecipazione popolare alle concrete vicende della politica contemporanea.
Certo, è difficile, molto difficile, ritornare ad una corretta, trasparente e credibile partecipazione popolare quando gli strumenti costituzionali per eccellenza della politica, cioè i partiti, continuano ad essere prevalentemente o “personali” o “del capo” o di “proprietà”. E questo perché con i partiti personali, con i partiti del capo e con i partiti di proprietà tutto è possibile tranne alimentare la democrazia al loro interno.
Ed è anche per questa motivazione che il ritorno, anche solo blando, di qualche forma di partecipazione popolare deve fare i conti anche e soprattutto con la piena riaffermazione della “democrazia dei partiti” e, nello specifico, della “democrazia nei partiti”. Un tema, questo, particolarmente e storicamente sentito dalla tradizione, dal pensiero e dalla cultura del cattolicesimo politico italiano.
Eppure non possiamo non registrare molti segnali che vanno in controtendenza rispetto alle ultime mode populiste e qualunquiste e che possono anche invertire la rotta rispetto alle ultime, tristi e decadenti, stagioni politiche che abbiamo vissuto.
I primi segnali di un ritorno alla partecipazione
Dalle tradizionali Feste dell’Unità – anche se vengono gestite ed organizzate senza un confronto politico a tutto campo – ad alcuni convegni settembrini, anche se molto lontani, per qualità ed autorevolezza, rispetto ai famosi convegni che venivano messi in campo in vista della ripresa dell’attività politica.
Dai numerosi think tank ai convegni di approfondimento tematici non possiamo non registrare un timido, anche se significativo, ritorno della tradizionale e sempre fresca e moderna partecipazione popolare.
Certo, come ricordavo poc’anzi, l’imbuto rappresentato dalla concreta organizzazione di molti – se non tutti – partiti politici non aiuta a favorire questo processo di apertura democratica e, di conseguenza, di una reale e trasparente partecipazione popolare.
Quando la partecipazione torna a dettare le condizioni
Ma questo “tappo”, se così lo vogliamo definire, può essere aggirato e sconfitto nel momento in cui il volano della partecipazione popolare ricomincia a prendere il sopravvento e a dettare le condizioni alla stessa organizzazione concreta della politica.
E questo perché, tradizionalmente, quando soffia il vento di una nuova e rinnovata partecipazione popolare gli stessi partiti – personali o del capo o di proprietà che siano – non possono non risentirne gli effetti.
E comunque sia, come si suol dire, se son rose fioriranno.

