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Europa, tornare alle radici per affrontare le nuove sfide della democrazia

Dai padri fondatori alle trasformazioni tecnologiche, l’Europa deve ritrovare la propria specificità: centralità della persona, pluralismo e pace per contrastare i nuovi rischi antidemocratici.

Non tornare ai fondatori, ma ripartire da loro

Anche la cronaca politica più recente porta a ribadire la necessità di “ripensare l’Europa”, una operazione che non va intesa nei termini del “cambiare tutto per non cambiare niente”, ma come invito a un rinnovamento che abbia un carattere generativo. Il che richiede all’Europa tra l’altro una duplice capacità: misurarsi con le res novae, cogliendole nella loro effettiva novità, e, nel contempo, ricollegarsi attivamente al pensiero europeista nelle sue diverse espressioni.

Su questo versante, scopriremo magari che – dei padri fondatori – è tanto se, a livello popolare, si conosce qualche nome, mentre il loro europeismo dovrebbe costituire un patrimonio di idee condivise e diffuse. Non solo: la necessità di nutrirsi dei loro insegnamenti rischia di essere caratterizzata da una stanca ripetitività, mentre non si tratterebbe di “tornare” ai fondatori dell’Europa unita, bensì di “ripartire” da loro, per svilupparne il pensiero in modo critico e creativo.

A tal fine, poi, il riferimento non dovrebbe riguardare soltanto i politici fondatori (Monnet, Schuman, Spinelli, De Gasperi, Adenauer, Bech e Spaak) ma anche i filosofi che ne hanno nutrito il pensiero, come i pensatori Maritain, Mounier, De Rougemont, Ricoeur, Gadamer e le pensatrici Weil, Stein, Arendt, Heller, Zambrano.

Insomma c’è un patrimonio di cui non solo “essere eredi” ma anche “diventare eredi”, perché quello che conta non è “dirsi eredi”, ma “farsi eredi”, cioè assimilare e sviluppare quel patrimonio ideale senza farlo diventare ideologico, coltivandolo in modo dialogico: proprio questo potrebbe essere identificato come lo “stile” dell’Europa, di cui l’Europa è chiamata a dare testimonianza convinta e concreta.

 

Le res novae: né apocalittici né integrati

Anche sull’altro versante, quello delle novità epocali, c’è un modo inadeguato di affrontarle, cioè quando ci si pone nei loro confronti come “apocalittici e integrati”; una distinzione che vale non solo per definire i due atteggiamenti di fronte ai mass media individuati da Umberto Eco, ma anche per caratterizzare due atteggiamenti che si possono assumere di fronte alle novità in generale.

Anche qui c’è, pertanto, un lavoro di elaborazione attiva da svolgere nei confronti delle res novae, che non sono da rifiutare aprioristicamente né accettare acriticamente, ma da fronteggiare seriamente esplicitandone la reale portata innovativa e proponendo inedite impostazioni che riescano a coniugare idealismo e pragmatismo.

 

Tra ideocrazia e tecnocrazia, la risposta è la cultura

Dunque, l’Europa è chiamata a fare i conti per un verso con l’eredità assiologica e per altro verso con le novità tecnologiche: l’una e le altre vanno tenute insieme, per non cedere alla “ideocrazia” ovvero alla “tecnocrazia”, e per questo è essenziale puntare sulla cultura.

Questa è una parola oggi abusata verbalmente, quanto ignorata bellamente nelle sue condizioni di assimilazione: la “animi cultura”, come la “agri cultura”, ha i suoi tempi di maturazione che vanno rispettati.

Occorrerà, allora, fare i conti con una serie di ostacoli emergenti, tra cui la “postdemocrazia” denunciata da Colin Crouch come svuotamento della democrazia, per cui se ne mantengono formalmente le regole ma private dei principi ispiratori; la “dromocrazia” individuata da Paul Virilio come “potere della velocità” conseguente all’accelerazione tecnologica; la “memecrazia”, descritta da Wolfgang Ullrich come predominio delle immagini dei social network; la “capocrazia” additata da Michele Ainis come strapotere tra l’altro dei leaders di partito.

 

Cambia il Leviatano, resta il pericolo per la democrazia

In questo scenario globale di rischi antidemocratici, l’Europa è chiamata a rinnovare il senso della sua “specificità” culturale: non si tratta di un “eurocentrismo”, ma di un “personocentrismo”, in quanto è la centralità della persona il paradigma su cui coniugare le res novae, rinnovando la battaglia che ieri è stata contro i totalitarismi ideologici e oggi è contro i totalitarismi tecnologici: cambia il Leviatano, ma permane il pericolo per la democrazia.

Nella sua difesa in nome della persona, del pluralismo e della pace consiste in buona sostanza l’imperativo di “ripensare l’Europa” cioè nuovamente fondata sulla dignità umana, sul dialogo collaborativo e sul bene comune che sono poi i cardini della dottrina sociale della Chiesa non meno che della cultura personalista religiosa e laica.

“Ripensare l’Europa” significa, allora, che le diverse famiglie politiche e morali si ritrovano insieme, pur nella loro diversità, a “ricostruire l’Europa” con un rinnovato spirito costituente.