Custodire non è un’opinione. È un dovere.
Custodire significa riconoscere che qualcosa — o qualcuno — non si esaurisce mai nell’uso che possiamo farne. Il Senato italiano ha votato in senso opposto. Ottanta voti. In silenzio, di mattina.
Custodire non è una virtù tra le altre. È una postura dello sguardo: riconoscere che l’altro — ogni altro, umano o non umano — possiede un valore che ci precede e che non dipende dall’utilità che possiamo trarne. Questo riconoscimento non nasce da un sistema concettuale. Nasce dall’incontro. È nel volto dell’altro, nella sua presenza, che si impone l’evidenza della dignità: qualcosa che non si deduce, si riconosce.
La Laudato si’ di Papa Francesco — e prima ancora San Francesco d’Assisi, di cui quest’anno ricorrono gli ottocento anni dalla morte — hanno dato a questa intuizione una forma insieme cristiana e universale: il creato non è una risorsa da sfruttare, ma una casa da abitare con rispetto. Una casa comune. Di tutti. Anche di chi non ha voce per difendersi.
Il DDL Caccia approvato ieri dal Senato va nella direzione opposta. Allenta tutele costruite in decenni di conservazione e ridefinisce il rapporto tra esseri umani e natura in termini di disponibilità e sfruttamento.
Il lupo, la biodiversità e le parole che cambiano
In Italia vivono oggi poco più di tremila lupi, una presenza che sembrava impensabile trent’anni fa, quando la specie era sull’orlo dell’estinzione dopo secoli di persecuzione. La sua lenta ripresa rappresenta uno dei pochi esempi di successo della conservazione nel nostro Paese. Questo DDL ne indebolisce la protezione. Non per una necessità ecologica dimostrata, ma per una scelta politica. Ma il lupo è solo l’inizio.
La stagione venatoria si estende fino a periodi particolarmente delicati per la fauna selvatica. Le aree protette vengono rese più permeabili all’attività venatoria. Tornano i richiami vivi, pratica da anni contestata dalle istituzioni europee e dalle principali associazioni ambientaliste. Si apre inoltre all’utilizzo di strumenti come visori notturni e altre tecnologie che rendono ancora più asimmetrico il rapporto tra uomo e animale.
C’è poi un passaggio simbolicamente decisivo: la caccia viene ridefinita come attività utile alla conservazione della biodiversità.
Quando una società non riesce più a distinguere tra custodire e sfruttare, tra proteggere e abbattere, si trova costretta a modificare il significato delle parole per giustificare le proprie scelte. Non è soltanto una questione tecnica. È una questione morale.
La Commissione Europea aveva già espresso forti perplessità sul testo, segnalando possibili contrasti con le Direttive Uccelli e Habitat. Il Governo era stato avvertito. Ha scelto di procedere comunque.
Da Assisi arriva un richiamo alla coscienza
Mentre il Senato discuteva il provvedimento, la LIPU era riunita in Assemblea ad Assisi: il luogo che più di ogni altro, nella tradizione cristiana, richiama l’armonia tra l’essere umano e il creato.
Da lì è partita una lettera indirizzata a Papa Leone XIV, con la richiesta di una parola chiara su una legge considerata potenzialmente devastante per la fauna selvatica italiana.
La risposta è arrivata pochi giorni dopo.
Richiamando il Cantico delle Creature e il dovere della tutela ambientale, il Papa ha definito la questione del DDL Caccia «di grande rilevanza sociale e morale», esprimendo apprezzamento per l’impegno della LIPU e assicurando l’attenzione della Santa Sede verso la protezione del creato.
Questa risposta non è arrivata in un anno qualsiasi. È arrivata nell’anno in cui la Chiesa ricorda gli ottocento anni dalla morte di San Francesco: il santo che chiamava fratello il sole e sorella la luna, che vedeva negli animali non oggetti ma compagni di esistenza, che ha insegnato alla tradizione cristiana che la custodia del creato non è una devozione marginale ma una responsabilità centrale. Il Papa non era obbligato a intervenire. Ha scelto di farlo.
La domanda, allora, è inevitabile: chi custodisce davvero il creato? Chi richiama ogni giorno i valori della tradizione cristiana o chi si adopera concretamente per difendere la vita fragile degli ecosistemi?
Le parole di Leone XIV offrono oggi un riferimento chiaro anche a quei parlamentari che, all’interno della maggioranza, vivono con disagio questo provvedimento. Il momento per riflettere è adesso, prima del passaggio definitivo alla Camera.
Ogni voce conta
Il lupo non ha un gruppo parlamentare. Gli uccelli in migrazione non votano. Gli ecosistemi non mandano lettere ai deputati.
Per questo esistono associazioni come WWF, Legambiente, LIPU, LAV, LAC ed ENPA. Organizzazioni diverse per storia, cultura e sensibilità, che su questo punto hanno scelto di parlare con una sola voce. È un fatto raro. E dovrebbe far riflettere.
Il testo non è ancora legge definitiva. Ora passa alla Camera. Ogni voce conta.
Condividere informazioni, firmare appelli, scrivere ai propri rappresentanti non è un gesto simbolico. È il modo con cui una democrazia ricorda a se stessa che il bene comune comprende anche ciò che non parla, non vota e non può difendersi.
Che tipo di sguardo vogliamo avere sul mondo? La custodia non è un sentimento. È una responsabilità. E comincia adesso.
