Un libro corale per una memoria attiva
Alberto Mattioli e Maria Teresa Antognazza curano il volume Il Secolo delle Donne, che ricorda, aggiorna e rilancia l’attenzione sul faticoso percorso compiuto dalle donne per la conquista delle libertà e della piena uguaglianza nei diritti e nei doveri. Si tratta di un’opera corale, arricchita dalle firme di Marta Cartabia, Paola Bignardi, Rosangela Lodigiani, Chiara Tintori e Mariapia Garavaglia.
Ogni autrice non si limita a ricostruire quanto è stato ottenuto, ma indica con lucidità ciò che resta da realizzare per giungere a una reale parità. Il libro è dedicato alle tante donne ignote che hanno combattuto, e continuano a combattere, per la libertà e la dignità.
Dalla Resistenza al voto: una conquista sul campo
Il 25 aprile richiama la liberazione dal regime nazifascista che devastò il Paese. Fu una lotta dura e sanguinosa, nella quale le donne svolsero un ruolo determinante.
Come sottolinea Mariapia Garavaglia nella postfazione, il riconoscimento del diritto di voto non fu una concessione, ma una conquista maturata sul campo: le donne parteciparono alla Resistenza come combattenti, staffette, protagoniste nelle retrovie. Non più soltanto spose, madri o sorelle, seppero battersi alla pari nella conquista della libertà e dei diritti.
È significativo ricordare che il suffragio femminile figurava già tra i punti programmatici dell’appello ai Liberi e Forti lanciato da Luigi Sturzo nel 1919. Dopo la Liberazione, la mobilitazione delle donne portò all’introduzione del suffragio universale. Il primo voto fu espresso nelle elezioni amministrative del 1945, quando circa duemila donne entrarono nei Consigli comunali.
Il momento decisivo fu il 2 giugno 1946, con il referendum istituzionale e l’elezione dell’Assemblea Costituente. La Repubblica deve molto alle donne: rappresentavano la maggioranza dell’elettorato e contribuirono in modo determinante alla vittoria repubblicana.
Chi ha visto il film C’è ancora domani di Paola Cortellesi non può dimenticare la scena della donna che stringe al petto la scheda elettorale, simbolo di riscatto e libertà.
Parità formale e disuguaglianze reali
Il Novecento può davvero essere definito “il secolo delle donne”? A prima vista sembrerebbe di sì. Tuttavia, come osserva Marta Cartabia nella prefazione, le norme non bastano se non si traducono in processi concreti, organizzazioni adeguate e strumenti di misurazione coerenti.
Il rischio è quello di una parità che resta sulla carta, incapace di diventare cultura condivisa e prassi quotidiana. Il nodo più complesso riguarda l’equilibrio tra lavoro, famiglia e cura. Tutti gli indicatori economici e sociali mostrano che la maternità continua a incidere negativamente sui tassi e sulla qualità dell’occupazione, sui salari e, di conseguenza, sulle pensioni.
Rosangela Lodigiani evidenzia come la conciliazione tra famiglia e lavoro non riesca ancora a compiere il salto di qualità necessario, finché non si ripensano le regole stesse del lavoro, spesso “avido ed escludente” per chi dispone di meno tempo.
Chiesa, leadership e modelli da ripensare
Tra i temi affrontati nel volume emerge anche il contributo di Paola Bignardi sulle donne nella Chiesa. Papa Francesco ha parlato della necessità di “smaschilizzarla”: il ruolo femminile resta un dossier aperto, che interpella strutture e mentalità.
Particolarmente significativo è anche il capitolo dedicato alla leadership femminile. Oggi due donne guidano, rispettivamente, il governo e il principale partito di opposizione, senza che ciò sia più percepito come un evento straordinario. Tuttavia, il modello di leadership dominante non sembra mutare: resta spesso improntato a una logica “muscolare”, fondata sulla dimostrazione di forza e sull’efficienza prestazionale.
Chiara Tintori osserva che il cambiamento necessario consiste in una leadership “al femminile” intesa non come accudimento, ma come capacità di cura nel senso più alto: avere a cuore, accompagnare, guardare il mondo con gli occhi degli altri.
Violenza e cultura: il nodo ancora aperto
L’elevato numero di donne uccise segnala quanto la cultura maschilista non sia stata ancora sconfitta. Solo nel luglio 2025 è stata introdotta una specifica fattispecie di reato per il femminicidio, riconoscendo che non si tratta semplicemente di un’aggravante dell’omicidio.
Il femminicidio affonda le radici in una visione distorta e arcaica che considera la donna subordinata e oggetto di possesso. È una forma di “machismo” che si manifesta spesso secondo uno schema ricorrente: la donna che decide di interrompere una relazione e l’uomo che non accetta la rottura, incapace di tollerare la perdita di ciò che ritiene suo.
I pedagogisti indicano la necessità di intervenire fin dalla scuola dell’infanzia per superare gli stereotipi. Ma è altrettanto urgente un cambiamento culturale più ampio, che isoli e renda inaccettabile ogni forma di linguaggio e comportamento sessista.
Un impegno civile che interpella il presente
Nel richiamare le tappe fondamentali del 1945, 1946 e 1947, il volume invita a considerare gli anniversari non come celebrazioni rituali, ma come occasioni per rilanciare un impegno civile condiviso. Restano infatti nodi irrisolti che impediscono il pieno riconoscimento della libertà e della parità.
In un contesto internazionale segnato da conflitti e da leadership maschili spesso aggressive, emerge infine una domanda provocatoria: non è forse tempo di auspicare un maggiore protagonismo femminile nella guida politica dei Paesi, anche nelle grandi potenze globali?
Il libro non offre risposte semplici, ma indica una direzione: quella di un cambiamento che, per essere reale, deve attraversare le istituzioni, il lavoro, la cultura e, soprattutto, le coscienze.
