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L’intelligenza artificiale e la centralità della persona

Dalla Rerum Novarum alla Magnifica Humanitas: il lavoro umano resta il criterio decisivo per orientare la rivoluzione tecnologica senza smarrire la dignità della persona.

Dalla questione sociale alla questione algoritmica

C’è un filo che attraversa la Dottrina sociale della Chiesa e riguarda la centralità della persona umana. Lo ritroviamo nella Rerum Novarum di Leone XIII, così come nella Magnifica Humanitas di Leone XIV, scritta in un tempo in cui le macchine non muovono più ingranaggi e pistoni, ma elaborano linguaggio, generano contenuti creativi, comunicano con le persone e simulano decisioni, talvolta, purtroppo, anche poco piacevoli.

Partiamo da un presupposto: ogni tempo storico, anche in relazione alla dimensione lavorativa, affronta le sue difficoltà. Leone XIII, ad esempio, si trovò di fronte alla “questione sociale”: il salario basso, le condizioni non dignitose, l’assenza di sicurezza, lo sfruttamento dei lavoratori più fragili. Leone XIV affronta una nuova questione, quella dell’intelligenza artificiale, che rischia di sfruttare il pensiero, la creatività, il giudizio, i sentimenti e tutti quei caratteri che sono tipicamente della persona. Sebbene la macchina a vapore di fine Ottocento imponesse ritmi al corpo, l’algoritmo rischia di imporre ritmi alla mente. Eppure la risposta è la stessa: l’essere umano, creato ad imago Dei, non è un ingranaggio dell’efficienza né un costo da ottimizzare, ma il fine ultimo di tutte le cose.

 

Il rischio della velocità senza umanità

Il pericolo più concreto oggi è quello di misurare ogni relazione, a cominciare da quella lavorativa, con il metro della velocità anziché con quello della personalità. Leone XIV ricorda che «la necessità di stare al passo con il ritmo della tecnologia può erodere il senso della propria capacità di agire da parte dei lavoratori e soffocare le capacità innovative che questi sono chiamati a profondere nel loro lavoro» (n. 150). E ancora: «i lavoratori sono spesso costretti ad adattarsi alla velocità e alle richieste delle macchine, piuttosto che queste ultime progettate per aiutare chi lavora» (n. 150). In questi termini, come denuncia il Papa, la persona rischia così diventa mezzo, anziché fine.

Se riflettiamo, anche nella quotidianità siamo continuamente immersi in un’accelerazione senza sosta, tra scadenze, notifiche e piattaforme, finché ci scopriamo affaticati, svuotati e a rischio di burnout. Strumenti nati al servizio dell’uomo, e spesso acquistati spontaneamente attraverso abbonamenti mensili per “semplificarci la vita”, finiscono per invadere ciò che più ci appartiene: il tempo delle relazioni, della riflessione, della cura degli altri, ma anche la facoltà di creare, decidere, inventare.

 

Le decisioni non possono essere delegate alle macchine

Un nodo cruciale, infatti, è proprio quello delle decisioni. Nel mondo del lavoro, ad esempio, l’IA entra sempre più nella selezione del personale, nella valutazione delle prestazioni, nella stesura dei contratti, nelle scelte strategiche, nella pianificazione dei percorsi professionali, nella gestione dei turni e persino nel controllo del lavoro umano. Delegare a sistemi artificiali scelte che toccano la dignità umana nel lavoro significherebbe rinunciare alla responsabilità che ci costituisce come persone, ancor prima che come lavoratori.

Leone XIV afferma che il lavoro «non è soltanto fonte di reddito, ma un ambito decisivo in cui si forma l’identità, si intrecciano amicizie e relazioni, si imparano responsabilità concrete e si discerne la propria vocazione». In queste parole sta tutta la distanza tra la visione cristiana del lavoro e qualsiasi riduzionismo tecnocratico.

 

Il primato del lavoro umano

Per questo l’enciclica richiama la necessità di «affermare il primato del lavoro umano su ogni logica puramente produttiva o finanziaria».

In tempi di intelligenza artificiale non si tratta di una raccomandazione morale astratta, quanto piuttosto di un criterio concreto per non trasformare la rivoluzione tecnologica in regressione dell’umano. Custodire il lavoro e chi lo svolge significa, oggi, custodire quella magnifica humanitas che ci è stata affidata e che siamo chiamati a vivere.

Antonio Zizza,

Direttore Scientifico del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale