Un disagio che rischia di diventare strutturale
Il tema dei giovani in Italia compare ormai quasi quotidianamente su giornali, podcast e trasmissioni televisive. Studiosi ed esperti analizzano problemi che rischiano di diventare strutturali: l’ascensore sociale si è fermato e la mobilità tra le classi è sempre più condizionata dalla famiglia in cui si nasce; il numero dei NEET — i giovani che non lavorano, non studiano e non sono inseriti in percorsi formativi — rimane tra i più elevati d’Europa; il precariato continua a crescere, così come aumentano le occupazioni a basso contenuto professionale e salariale. I cosiddetti gig workers, inoltre, faticano a costruire progetti di vita stabili e a pianificare il proprio futuro.
Mentre il dibattito pubblico si concentra quasi esclusivamente sull’immigrazione in entrata, si sviluppa parallelamente un fenomeno più silenzioso ma altrettanto rilevante: l’emigrazione giovanile. Ogni anno migliaia di ragazzi lasciano il Paese, in larga parte laureati e altamente qualificati. Secondo i dati del CNEL e del Ministero dell’Interno, al netto dei rientri, l’Italia ha registrato una perdita di circa 61 mila giovani. Dal 2011 al 2024 sono espatriati complessivamente oltre 630 mila ragazzi, con destinazioni prevalenti in Europa e negli Stati Uniti.
L’inverno demografico e il rischio declino
Si tratta di una dinamica che si intreccia con il progressivo calo della natalità, un fenomeno destinato ad avere conseguenze economiche e sociali profonde. L’Italia, oggi collocata tra l’ottava e la nona posizione mondiale per PIL nominale, rischia di perdere ulteriore terreno nei prossimi decenni. Diverse proiezioni internazionali indicano infatti che, entro la metà del secolo, il nostro Paese potrebbe scivolare significativamente nella classifica delle principali economie mondiali , dall’attuale 8 posto al 19 (fonte Goldman Sachs e PwC) Le ragioni non riguardano soltanto la modesta crescita della produttività, ma soprattutto il cosiddetto “inverno demografico”: una popolazione sempre più anziana e una forza lavoro progressivamente ridotta.
Eppure le forze politiche, sia di governo sia di opposizione, continuano a non proporre una vera visione di lungo periodo. Forse perché il peso elettorale delle nuove generazioni è numericamente inferiore rispetto a quello delle fasce più anziane della popolazione. Tuttavia, ignorare i giovani significa compromettere il futuro stesso del Paese.
La proposta di Piketty e il tema della redistribuzione
A formulare proposte concrete aveva già provato l’economista francese Thomas Piketty, tra i più autorevoli studiosi delle disuguaglianze economiche. Per riattivare i meccanismi di mobilità sociale, Piketty ha sostenuto l’introduzione di una “eredità universale”: un trasferimento economico garantito dallo Stato a ogni cittadino al compimento dei 25 anni, finanziato attraverso una maggiore tassazione dei grandi patrimoni. Nelle sue elaborazioni, la somma proposta si aggirava intorno ai 120 mila euro, con l’obiettivo di consentire soprattutto ai giovani provenienti da famiglie meno abbienti di acquistare una casa, investire nella propria formazione o avviare un’attività imprenditoriale.
Considerata da molti una proposta utopistica, l’idea è stata successivamente riproposta dallo stesso economista alla luce delle trasformazioni che l’intelligenza artificiale potrebbe produrre nel mercato del lavoro. In questo scenario, l’eredità universale non rappresenterebbe soltanto uno strumento di giustizia sociale, ma una misura di adattamento sistemico, capace di sostenere la riqualificazione professionale delle nuove generazioni e, al tempo stesso, di preservare la domanda interna e la vitalità dell’economia di mercato. Alla base vi è il principio della redistribuzione della ricchezza, tema destinato a occupare un ruolo centrale nel dibattito pubblico dei prossimi anni.
La politica davanti alla prova del 2027
Che la proposta di Piketty sia realistica o meno, una considerazione appare evidente: l’epoca degli slogan dovrebbe ormai avviarsi al tramonto. I giovani chiedono risposte concrete che, al momento, né la politica né le organizzazioni sindacali sembrano in grado di offrire. Ma non basta. Occorre anche pianificare politiche migratorie che prevedano reali percorsi di integrazione e un inserimento dignitoso nel mondo del lavoro.
Allo stesso tempo, l’istruzione — il più potente strumento di emancipazione sociale a disposizione di una democrazia moderna — continua a essere sottovalutata. Gli investimenti nella scuola e nell’università restano insufficienti rispetto alle esigenze del Paese. Né possono essere le pur preziose attività del volontariato a colmare lacune che richiederebbero un intervento pubblico strutturale e continuativo.
Nel 2027 gli italiani saranno chiamati a eleggere un nuovo Parlamento. La domanda è semplice: quale forza politica avrà il coraggio di mettere davvero i giovani al centro della propria agenda e di dire agli elettori la verità sulla situazione del Paese? Senza un insieme coerente di misure — favorire il rientro dei talenti emigrati, aumentare i salari, migliorare le condizioni di vita dei lavoratori più giovani e programmare un’immigrazione ordinata e integrata — il declino dell’Italia rischia di diventare una prospettiva concreta. E la storia difficilmente assolverà chi avrà scelto di ignorare questo problema.
