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Economia civile, la via umana alle transizioni

Una seconda cassetta degli attrezzi per governare le transizioni: dall’economia civile di Antonio Genovesi ai corpi intermedi. Non esiste sviluppo autentico se perdiamo le persone e le relazioni che tengono insieme la società.

Nel precedente contributo su queste pagine, Umanizzare la società: quale modello di sviluppo?, abbiamo posto una domanda: il modello con cui misuriamo e perseguiamo lo sviluppo è ancora capace di migliorare realmente la vita delle persone? La risposta non può limitarsi alla ricerca di nuovi strumenti. Occorre interrogare il paradigma che orienta le nostre scelte.

Una suggestione importante è arrivata dal recente Meeting di Rimini. Presentando il volume Corpi intermedi, società civile ed economia sociale. Per un governo delle transizioni, il presidente del CNEL Renato Brunetta ha parlato della necessità di una seconda cassetta degli attrezzi” per affrontare le trasformazioni economiche, tecnologiche, ambientali, demografiche e sociali che stiamo vivendo.

L’immagine è efficace perché non propone di buttare via la prima cassetta. Mercato, iniziativa individuale, competizione, produttività ed efficienza hanno contribuito allo sviluppo delle società moderne e continuano a essere necessari. Ma non sono sufficienti.

Le transizioni che abbiamo davanti non riguardano soltanto tecnologie e processi produttivi. Cambiano il lavoro, le relazioni, le comunità, la distribuzione delle opportunità e persino il modo in cui immaginiamo il futuro. Per governarle abbiamo bisogno anche di fiducia, reciprocità, cooperazione, responsabilità e partecipazione.

Non sono parole nuove.

Nel 1754 Antonio Genovesi inaugurò a Napoli la prima cattedra europea dedicata agli studi economici, ponendo le basi di quella economia civile che lega lo sviluppo alla fiducia, alla reciprocità e alla felicità pubblica. Una lezione italiana che, a distanza di quasi tre secoli, acquista una sorprendente attualità.

La questione, infatti, non è scegliere tra mercato e solidarietà, tra individuo e comunità, tra efficienza e umanità. È comprendere che queste dimensioni hanno bisogno l’una dell’altra.

Un’economia senza fiducia aumenta i costi della diffidenza. Un’innovazione senza responsabilità può generare nuove esclusioni. Una transizione ecologica senza partecipazione rischia di essere percepita come imposizione. Una sanità tecnologicamente avanzata senza relazione può diventare più efficiente senza necessariamente diventare più capace di cura.

È qui che entrano in gioco i corpi intermedi.

Associazioni, cooperative, organizzazioni del Terzo Settore, comunità locali, imprese sociali e reti civiche non sono semplicemente ciò che sta “in mezzo” tra cittadino e Stato. Sono luoghi nei quali le persone imparano a cooperare, costruiscono fiducia, assumono responsabilità e trasformano bisogni individuali in risposte collettive.

In una società segnata dalla solitudine e dalla sfiducia, potrebbero diventare una delle infrastrutture decisive del futuro.

Ma anche questo richiede un cambiamento culturale. La sussidiarietà non può significare semplicemente trasferire alla società civile ciò che le istituzioni non riescono più a fare. Deve diventare corresponsabilità: istituzioni, imprese, cittadini e comunità che concorrono, con ruoli differenti, alla costruzione del Bene Comune.

È forse questo il significato più profondo della seconda cassetta degli attrezzi.

Non aggiungere qualche correttivo sociale a un modello rimasto immutato, ma riconoscere che il valore nasce anche dalle relazioni e che la qualità di una società dipende dalla sua capacità di generare fiducia, cooperazione e partecipazione.

Se vogliamo umanizzare il modello di sviluppo, dobbiamo allora imparare a governare le transizioni non soltanto chiedendoci quanto saranno efficienti, ma che cosa produrranno nella vita delle persone.

Più autonomia o dipendenza? Più partecipazione o esclusione? Più fiducia o diffidenza? Più comunità o solitudine?

Perché una transizione può essere tecnologicamente riuscita ed economicamente conveniente e, nello stesso tempo, socialmente regressiva.

La seconda cassetta degli attrezzi serve precisamente a evitare questo rischio: ricordarci che non esiste sviluppo autentico se, mentre trasformiamo l’economia, perdiamo le persone e le relazioni che tengono insieme la società.

Per leggere il precedente articolo (citato all’inizio)

https://ildomaniditalia.eu/umanizzare-la-societa-quale-modello-di-sviluppo/