Con questo contributo prende avvio un percorso di riflessione che, come FareRete InnovAzione BeneComune APS, intendiamo proporre attorno a una domanda che consideriamo sempre più urgente: il modello di sviluppo che abbiamo costruito è ancora capace di migliorare realmente la vita delle persone e di accompagnare il futuro del Paese?
Non intendiamo mettere in discussione il valore della crescita, dell’impresa, della tecnologia o dell’innovazione. Al contrario, riteniamo che proprio le grandi trasformazioni che stiamo vivendo richiedano di interrogarsi sulla loro direzione e sugli effetti che producono sulle persone, sulle relazioni e sulle comunità.
Per troppo tempo abbiamo identificato il progresso prevalentemente con ciò che produciamo, consumiamo e misuriamo economicamente. Ma crescita del PIL e benessere delle persone non coincidono necessariamente. Le disuguaglianze, la crisi demografica, la solitudine, la fragilità delle famiglie, la sfiducia nelle istituzioni, l’indebolimento dei corpi intermedi e le nuove vulnerabilità prodotte dalle transizioni tecnologiche ci chiedono di ampliare lo sguardo.
Umanizzare la società, per FareRete InnovAzione BeneComune, significa proprio questo: riportare la persona, nella sua dimensione individuale e relazionale, al centro dei processi economici, sociali, tecnologici e istituzionali.
Non proponiamo una formula già confezionata. Vogliamo contribuire a costruire un percorso informativo, formativo ed educativo al cambiamento, capace di mettere in dialogo esperienze, competenze, ricerca, economia civile, società civile e partecipazione.
Affronteremo quindi alcuni nodi che riteniamo decisivi: la relazione come infrastruttura sociale; la fiducia come capitale invisibile; il ruolo dei corpi intermedi; i limiti del PIL e la necessità di misurare il benessere; l’impatto dell’intelligenza artificiale; la solitudine e le nuove fragilità; la qualità della partecipazione democratica; la sussidiarietà e la capacità delle comunità di generare Bene Comune.
Il filo che unirà questi temi sarà una convinzione: non basta cambiare gli strumenti se non cambiamo anche il paradigma con cui definiamo lo sviluppo.
Occorre tornare a domandarci non soltanto quanto produciamo, ma che cosa generiamo: più fiducia o più diffidenza? Più autonomia o dipendenza? Più partecipazione o solitudine? Più equità o nuove esclusioni? Più comunità o semplice aggregazione di individui?
È un cambiamento culturale prima ancora che economico e politico. E nessuna istituzione può realizzarlo da sola. Richiede cittadini consapevoli, imprese responsabili, corpi intermedi vitali, comunità educanti e istituzioni capaci di ascolto e partecipazione.
Con questo percorso vorremmo offrire il nostro contributo: non indicare dall’alto un modello, ma aprire domande, mettere in relazione esperienze e costruire consapevolezza.
Perché umanizzare la società significa, in definitiva, imparare nuovamente a misurare il progresso a partire dalla vita delle persone.
Ed è da una delle sue infrastrutture più invisibili che vogliamo cominciare: la relazione.
La relazione è un’infrastruttura. Il capitale invisibile che tiene insieme una società
Siamo abituati a pensare alle infrastrutture come a qualcosa di materiale: strade, ferrovie, ospedali, scuole, reti energetiche. Oggi aggiungiamo le infrastrutture digitali, indispensabili per far circolare informazioni e dati. Ma esiste un’altra infrastruttura, meno visibile e forse ancora più decisiva, senza la quale anche le altre rischiano di funzionare male: la relazione.
Una società vive infatti della qualità dei legami che riesce a costruire: fiducia, reciprocità, cooperazione, partecipazione, responsabilità condivisa. Quando questi legami si indeboliscono, le conseguenze non rimangono confinate nella sfera privata. Aumentano la solitudine e la diffidenza, si deteriora il rapporto con le istituzioni, cresce la distanza tra cittadini e politica e diventa più difficile affrontare problemi che nessuno può risolvere da solo.
È significativo che proprio il tema delle relazioni stia tornando nel dibattito economico. Piano B. L’Italia che verrà, volume collettivo al quale hanno contribuito, tra gli altri, Leonardo Becchetti, Enrico Giovannini, Mauro Magatti e Giorgio Vittadini, propone di leggere alcune difficoltà del Paese anche come crisi dei legami, restituendo alla relazione il valore di una vera infrastruttura sociale.
Un’indicazione convergente è arrivata dal Meeting di Rimini. Presentando il volume Corpi intermedi, società civile ed economia sociale. Per un governo delle transizioni, il presidente del CNEL Renato Brunetta ha parlato della necessità di una “seconda cassetta degli attrezzi” per affrontare le grandi trasformazioni del nostro tempo. Accanto agli strumenti che hanno accompagnato lo sviluppo dell’economia moderna occorre recuperare la tradizione dell’economia civile di Antonio Genovesi: fiducia, reciprocità, felicità pubblica, corpi intermedi.
Non si tratta di contrapporre individuo e comunità, mercato e solidarietà, efficienza e relazioni. Si tratta di comprendere che l’efficienza stessa ha bisogno di fiducia.
Lo vediamo nella sanità: la tecnologia può rendere una prestazione più rapida, ma senza relazione e fiducia non produce necessariamente una cura migliore. Lo vediamo nel lavoro, dove produttività e innovazione hanno bisogno di cooperazione e riconoscimento. Lo vediamo nella scuola, che non trasmette soltanto conoscenze ma costruisce appartenenza e cittadinanza. E lo vediamo nella democrazia: quando scompaiono i luoghi intermedi nei quali le persone imparano a confrontarsi e ad assumersi responsabilità, rimangono individui sempre più soli davanti a istituzioni percepite come lontane.
Qui i corpi intermedi tornano ad avere un ruolo essenziale. Associazioni, Terzo Settore, cooperative, comunità locali, organizzazioni civiche e sociali non sono residui di un mondo passato. Possono diventare laboratori nei quali ricostruire quella capacità di “fare insieme” di cui abbiamo bisogno per governare transizioni tecnologiche, ambientali, demografiche e sociali.
Dovremmo allora iniziare a parlare anche di manutenzione delle relazioni. Investiamo per mantenere ponti, reti e infrastrutture materiali; molto meno per custodire fiducia, partecipazione e coesione sociale. Eppure anche il capitale relazionale si deteriora se viene trascurato.
Forse è questa una delle questioni politiche più importanti dei prossimi anni. Non basta domandarsi quanto un Paese cresce. Dobbiamo chiederci come vive mentre cresce e che cosa tiene insieme le persone che lo abitano.
Perché una società può essere tecnologicamente avanzata e materialmente più ricca, ma diventare contemporaneamente più fragile.
Ricostruire le relazioni non significa guardare nostalgicamente al passato. Significa costruire una delle infrastrutture strategiche del futuro.
Il Bene Comune comincia anche da qui: dalla capacità di trasformare una somma di individui in una comunità capace di fidarsi, partecipare e generare futuro insieme.
