Home GiornaleEducare alla differenza: l’“amo a te” come grammatica della libertà

Educare alla differenza: l’“amo a te” come grammatica della libertà

Riceviamo e volentieri pubblichiamo. La proposta di introdurre l’educazione alle differenze nei percorsi formativi offre l’occasione per riflettere sul valore dell’alterità, del dialogo e della reciprocità.

Una proposta che merita confronto

Bene fa la segretaria dem Elly Schlein a rilanciare la proposta di inserire nei percorsi formativi l’educazione alle differenze. Non si tratta solo dei diversi orientamenti sessuali o delle varie identità di genere, bensì del riconoscimento pieno, conseguito mediante un approccio dialogico, di come gli umani variamente sono e vogliono essere. L’opposto del secondo “movimento” che, dopo il primo – la correzione delle ingiustizie –, come notava Norberto Bobbio, spesso caratterizza le utopie: la pretesa di plasmare le persone.

Si tratta di una proposta sulla quale vale la pena confrontarsi. Da un lato, infatti, è portatrice di una visione liberale, dall’altro rispetta l’idea cristiana di una pluralità di doni a ciascuno/a affidati.

E qual è la differenza originaria, se non quella sessuale, fra donne e uomini?

L’“amo a te” di Luce Irigaray

Ecco, dunque, il motivo che mi spinge a proporre un passaggio quasi conclusivo del bellissimo volumetto di Luce Irigaray Amo a te. Verso una felicità nella Storia. Dove la “a” sta a indicare, lungo il solco tracciato da Jacques Derrida, la rispettosa distanza che dovrebbe caratterizzare anche le relazioni amorose; soprattutto le relazioni amorose. Distanza, non lontananza; spazio per il singolo componente della coppia. Spazio da non saturare, contro una concezione fusionale della vita sessuale e affettiva che finisce per riproporre un dominio maschile sordo e cieco, arcaico, non differenziato.

L’altro come condizione dell’amore

Ascoltiamo: «L’appartenenza a un genere appare come la garanzia di una dialettica dell’alterità e dell’intersoggettività. Questa fedeltà permette il raccoglimento e l’incontro, essendo il limite mantenuto grazie alla differenza rispetto all’altro. L’altro, non gli altri né il medesimo. L’altro, l’irriducibile, colui che resta fuori, sempre estraneo. Tentiamo di salutarci, di farci un cenno. Colui che tocca porta felicità. E quanto bisogna amarsi, allora, per restare due! Ma non è forse questo, finalmente, l’amore? L’amore nell’ideale? Passerella tra passato e futuro. Salvaguardia della vita e del tempo. Concentrazione e diffusione di un’energia in opera. Già in forma ma non pienamente attuata, senza compimento assoluto. Né natura né atto puro, ma l’una e l’altro insieme».

Come non notare che tutto ciò possa comprendere, ovviamente accogliendo altre sollecitazioni e altri contributi, la stessa questione del ge