Home GiornaleIl rancore come matrice della violenza: il disagio nascosto della nostra società

Il rancore come matrice della violenza: il disagio nascosto della nostra società

A partire da un dialogo con Giuseppe De Rita e dal pensiero di René Girard, l’autore individua nel rancore il sentimento profondo che alimenta la crescente violenza sociale e il giustizialismo diffuso.

Il rancore come lutto delle occasioni perdute

Da una recente conversazione con Giuseppe De Rita ricavo una chiave di lettura dei fenomeni di montante violenza di cui la cronaca ci riferisce con quotidiana, incalzante rendicontazione: “se si guarda intorno troverà che una gran parte della violenza ha una radice di rancore. Cosa è il rancore? Lo spiegava il grande René Girard quando diceva che “il rancore è il lutto di quel che non è stato” e di fatto le violenze più gravi vengono dal rancore di chi ha visto svanire qualcosa in cui credeva profondamente e ne vive il lutto spesso rabbioso”.

Credo si tratti di una interpretazione non inconsueta – perché il sentimento di rancore sottende molta parte dei comportamenti individuali e sociali – ma certamente più diretta e fotografica – ma non per questo semplicistica e riduttiva – delle dietrologie esplicative a cui siamo abituati.

Concordo in toto con questa valutazione e vi trovo radici recondite e remote, la trovo scaltrita e calzante, veritiera al pari della personale descrizione dei femminicidi che aveva ottenuto la condivisione di Umberto Galimberti.

Una società sempre più incline al giudizio

Da anni il CENSIS individua nel rancore un’evidenza diffusa che aleggia sottotraccia – come il fuoco sotto le ceneri – ma che riemerge in famiglia, nel condominio, sui posti di lavoro e persino in quelli del divertimento.

In genere si manifesta in apparentemente innocue esternazioni di opinioni e sentenze a buon mercato; in altre spiega gesti di ira e violenza, persino quella follia che Vittorino Andreoli non riconosce come tale: la consapevolezza della differenza tra il bene e il male è offuscata ma resta tale, c’è o non c’è.

Siamo sempre meno indulgenti verso gli altri nel considerare le faccende della vita.

Persino nelle valutazioni delle storie più dolorose della cronaca quotidiana non rinunciamo a cogliere spunti di presenzialismo e spettacolarizzazione: c’è sempre da puntare l’indice per stigmatizzare qualcosa, per esprimere indignazione e scandalo.

Non si riesce più a tacere perché la democrazia della comunicazione sociale ci rende protagonisti del commento e dell’esternazione.

Media, social e il mercato dell’indignazione

La prudenza del buon gusto e del buon senso non sembra certo ispirare le nostre gratuite valutazioni.

Ognuno deve dire la sua: ma è vera giustizia quella che cerchiamo? Da molto tempo non sento più pronunciare queste parole: “non mi sento di commentare, non sono all’altezza”.

C’è forse così tanta differenza tra coloro che insultano il presunto colpevole e il destinatario di questo “dagli all’untore”?

O forse c’è intercambiabilità dei ruoli visto che i mostri sono quelli della porta accanto e i “vicini da morire” spuntano dalle ombre della quotidiana normalità?

Anche la Tv – bisogna ammetterlo – fa la sua parte per fomentare questo crescente sentimento di curiosità morbosa e di giustizialismo “mordi e fuggi”: a parte l’oggettività della brutta notizia di cronaca c’è una vera e propria gara nel farne un prodotto di marketing.

I social sono i megafoni di gratuite cattiverie ma certamente in questo non consiste quella democrazia partecipativa postulata da tutti.

Recuperare il senso critico e la mitezza

Ed è vero che la politica non dà buoni esempi ma la gente impara presto la lezione.

Giorno dopo giorno si alimenta un odio sociale crescente e pervasivo che alza il tono delle voci, rende frettolosi e superficiali i giudizi e le valutazioni, semina invidia e diffidenza.

E così il relativo diventa assoluto, il soggettivo oggettivo, l’opinione una certezza, il dubbio una condanna.

In questo ondeggiare tra il bene e il male si perde e si dissolve il dominio della capacità critica, la mitezza del pensiero, il sentimento della bontà e della comprensione, il desiderio della speranza.