Vicende personali e professionali mi spingono a riflettere sull’idea di complicità. Ancora una volta ci aiuta l’etimologia.
Per gli psicoterapeuti è da evitare la collusione con il paziente. Etimologicamente, “giocare con lui”. Vale a dire, contribuire ad alimentare sintomi, idee distorte, comportamenti patologici. E spesso a ciò viene assimilata anche la complicità. La quale, invece, stando alla radice del vocabolo, rimanda al coinvolgimento. Come dire: “mi sento partecipe della tua vicenda”, “non ne sono estraneo”, “non me ne tiro fuori”. Qualcosa di affine all’empatia, dunque.
Con una sfumatura differente, tuttavia. Il “complice” (in senso etimologico) assume un atteggiamento attivo, una posizione attiva. Non si limita a “immedesimarsi” con lo stato d’animo altrui, ma agisce di conseguenza. Non se ne ritrae. Insomma, il contrario dell’ignavia o della soluzione pilatesca: “comprendo, però non posso aiutarti”.
La complicità, ad esempio nella relazione terapeutica, chiama all’azione, all’impegno. Un po’ come l’I care del pastore battista afroamericano Martin Luther King e di don Lorenzo Milani.

