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Il coraggio cristiano di tornare alla politica

Di fronte alla crisi della politica e alla sfiducia dei cittadini, l’impegno cristiano ritrova la sua ragione nel servizio, nella responsabilità e nella costruzione del bene comune.

Dalla crisi alla corresponsabilità

Viviamo una profonda crisi etica e culturale che investe la nostra stessa identità antropologica. Una parte crescente della società, non sentendosi rappresentata dalla politica, manifesta indifferenza e sfiducia nelle istituzioni, come testimonia il crescente astensionismo elettorale. Mentre il mondo è attraversato da guerre, crisi ambientali e tensioni internazionali, nei nostri territori sperimentiamo disservizi socio-sanitari, ingiustizie, declino demografico, povertà, desertificazione e presenza pervasiva della criminalità.

Di fronte a problemi così concreti, la politica rischia di diventare un’arena, dominata dallo scontro permanente, oppure un palcoscenico sul quale si recita per conquistare consenso. Dovrebbe invece tornare ad essere un cantiere nel quale si costruisce insieme la città: il progetto è il bene comune, le fondamenta sono i valori, gli strumenti sono competenza e responsabilità, il metodo è il dialogo e la mediazione, la forza lavoro è l’intera comunità. Nessuno costruisce la città da solo e nessuno può esserne semplice spettatore.

È questa la differenza tra suddito, abitante e cittadino: il suddito delega ad altri le proprie scelte, secondo la logica della dipendenza; l’abitante vede i problemi e se ne lamenta, ma ritiene irrilevante il proprio contributo, secondo la logica della passività; il cittadino comprende invece che ciò che appartiene a tutti riguarda anche lui e si domanda: «Che cosa posso fare anch’io?». È la logica della corresponsabilità. Una popolazione diventa comunità quando passa dalla dipendenza alla libertà, dalla passività alla partecipazione, dall’individualismo alla corresponsabilità. Il futuro non si aspetta: si prepara. E cittadini non si nasce: si diventa, attraverso l’esercizio quotidiano della libertà, della responsabilità e della partecipazione.

 

Il cristiano dentro la storia

Anche nel mondo cattolico si avverte un certo smarrimento di fronte alle grandi questioni sociali e politiche. In alcune comunità emergono ripiegamento, paura e atteggiamenti difensivi. Eppure, il Magistero invita nella direzione opposta: dare un’anima alla politica, considerarla, quando orientata al bene comune, una forma alta di carità e di servizio, ed essere sale della terra e luce del mondo, capaci di rendere più umana la storia. La fede non conduce alla fuga o all’isolamento, ma chiede di entrare nella storia e condividerne le ferite.

Il cristiano è chiamato a farsi buon Samaritano per chi è ferito dai tanti “briganti” del nostro tempo e Cireneo per chi non riesce più a portare da solo il peso della vita. Occorre perciò abitare i luoghi nei quali le ferite diventano visibili: le case, con le difficoltà delle famiglie, le strade, con povertà, degrado e carenza di servizi, le piazze, dove si decide il futuro delle comunità. È lì che il cristiano deve testimoniare la propria fede, senza supponenza ma anche senza complessi di inferiorità, senza pretendere privilegi ma senza rinunciare alla propria voce.

 

Dalla carità alla buona politica

Volontariato e promozione culturale sono fondamentali, ma non sempre sufficienti. Quando povertà, marginalizzazione e ingiustizie hanno cause strutturali, non basta curarne gli effetti: occorre intervenire anche sulle condizioni sociali, economiche e istituzionali che le producono. La carità soccorre la persona ferita; la buona politica cerca anche di rendere la strada più sicura perché altri non vengano feriti. È qui che carità e politica si incontrano.

Il cristiano non entra quindi in politica per occupare uno spazio o conquistare potere, ma per assumersi una responsabilità. Questo impegno può essere vissuto nelle formazioni politiche esistenti, quando consentono di operare in coerenza con la propria visione della persona, della società e del bene comune. Quando ciò non sia pienamente possibile, è legittimo cercare strade nuove e promuovere aggregazioni politico-programmatiche autonome, non chiuse o identitarie, ma aperte a persone di culture diverse che condividano valori fondamentali di dignità, giustizia, solidarietà, libertà, responsabilità e bene comune.

Per il cristiano impegnato in politica la preghiera non è accessoria, ma necessaria: aiuta a discernere le scelte, purificare le intenzioni e verificare se l’azione sia realmente orientata al bene comune o condizionata dall’ambizione, dal consenso e dal potere. La preghiera dona quella libertà interiore necessaria per essere servitore di tutti senza diventare servo di nessuno: né del partito, né del leader, né delle clientele, degli interessi, del consenso o della carriera.

Il cristiano sceglie l’impegno politico nella libertà della propria coscienza e assumendosene personalmente la responsabilità, senza cercare dalla Chiesa investiture o legittimazioni politiche. Nell’impegno politico idealità, pragmatismo e competenza devono procedere insieme: l’idealità indica la meta, il pragmatismo trasforma i principi in scelte concretamente possibili, la competenza fornisce gli strumenti per realizzarle. L’idealità senza pragmatismo diventa utopia astratta, il pragmatismo senza idealità si riduce a gestione dell’esistente, l’idealità senza competenza rimane una generosa aspirazione incapace di diventare buon governo. La buona politica nasce dall’incontro tra la visione che indica dove andare, il realismo che individua la strada e la competenza che permette di percorrerla.

 

La mediazione e il bene comune

Il cristiano deve saper mediare, intendendo la mediazione nella sua accezione più nobile: non compromesso al ribasso o rinuncia ai valori, ma ricerca, attraverso il dialogo e la gradualità, del bene concretamente possibile. La mediazione è il luogo nel quale l’ideale, senza tradire se stesso, comincia a farsi storia. Non basta indicare la città ideale: bisogna conoscere il terreno, progettare le strade e avere la pazienza di costruirle.

Cristiani animati dagli stessi valori possono compiere scelte politiche differenti. Nessuno dovrebbe considerare la propria necessariamente migliore, né ritenere una forza politica depositaria esclusiva dei valori cristiani. Le differenze sono una ricchezza finché non degenerano in divisione, delegittimazione e inimicizia.

La politica, per il cristiano, è anzitutto servizio. Chi vi si impegna dovrebbe avere la coscienza come bussola, la persona come centro, il bene comune come meta, la competenza come strumento, il dialogo e la mediazione come metodo, il servizio come stile.

Da qui può nascere un appello che non riguarda soltanto i cristiani, ma tutti coloro che hanno a cuore il destino della propria comunità. Possiamo partire da convinzioni, culture e sensibilità diverse, ma ritrovarci nella difesa della dignità della persona, nella ricerca della giustizia, nella solidarietà e nella responsabilità verso il bene comune. Non si tratta di essere tutti uguali o di pensarla allo stesso modo, ma di riconoscere ciò che ci unisce e avere il coraggio di costruire insieme.

La domanda decisiva, allora, non è soltanto: «Che cosa dovrebbe fare la politica?», ma: «Che cosa possiamo fare noi, insieme, per rendere la nostra città più giusta, più solidale e più umana?».

 

Stefano Vitello
Segretario regionale della Consulta dei Laici – Sicilia