In occasione del nuovo libro dello storico del cinema Raffaele Simongini, Federico Fellini e la sicurezza del sonnambulo (edito da Mimesis/Cinema), ho incontrato l’autore per parlare di Fellini, “il Mago Merlino, l’inventore di universi, che nella cella in cima alla torre maneggiava i suoi alambicchi creando spesso vite parallele, in cui egli stesso a tratti si smarriva”, come scrive Gianfranco Angelucci in una prefazione colma di sensibilità, conoscenza e ricchezza di preziose osservazioni e dettagli.
il volume è stato presentato in anteprima nel corso del RUFA ON SCREEN, rassegna di cortometraggi della Rome University of Fine Arts svoltosi al nuovo cinema Aquila di Roma dal 14 al 16 aprile 2026.
Un libro su Fellini dopo tanti. Cosa ti ha spinto a scriverlo?
Non intendo spingermi oltre i limiti di questo lavoro, che resta prima di tutto uno studio sul cinema di Fellini, né formulare generalizzazioni che esulerebbero dal suo ambito. Tuttavia, nel corso della ricerca mi sono reso conto che il percorso intrapreso coinvolgeva direttamente anche la mia posizione di studioso e il rapporto fra esperienza personale e costruzione teorica.
L’incontro con Fellini ha inciso proprio su questo punto: studiare i suoi film, così refrattari a ogni definizione conclusiva e insieme così rigorosamente costruiti, mi ha costretto a ripensare il rapporto con l’idea stessa della creazione dell’opera d’arte.
Per questo motivo, il lavoro su Fellini è stato per me anche un’esperienza metodologica. Non si è trattato soltanto di analizzare un autore, ma di riconsiderare il mio stesso modo di fare storia del cinema, accettando che l’oggetto della ricerca non sia qualcosa da chiudere in una definizione conclusiva, bensì un campo di forze in cui immaginario e vissuto entrano continuamente in relazione.
Fellini ha dimostrato quanto fosse importante per lui vivere in modo intenso l’atto creativo, finalizzato alla realizzazione di un’opera cinematografica. Con grande dedizione, infatti, perseguiva la sua vocazione demiurgica, completamente votata al cinema, mettendo a rischio anche il proprio benessere psicofisico, come accadde durante la preparazione del suo film Il viaggio di G. Mastorna, che non riuscì mai a realizzare. Inoltre, leggendo i suoi testi o le risposte alle interviste, ci si imbatte spesso in riflessioni estetiche molto profonde, che non riguardano solo il cinema, ma l’arte in generale.
Fellini si rifiuta di esprimere argomentazioni puramente teoriche, caratterizzate da un tono forzatamente intellettualistico, volto a spiegare i suoi film. Cosa pensi a riguardo?
In particolare, respinge le interpretazioni dei suoi lavori derivanti da discipline come la semiologia o la sociologia. Spesso, preferisce nascondersi dietro una battuta, optando per risposte ironiche che, tuttavia, celano profonde verità. In questo senso, è un discepolo del saggio cinese del V secolo, Lao tse, che affermava: “Se costruisci un pensiero, ridici sopra”. Una lettura più attenta dei suoi scritti rivela riflessioni interessanti, da mettere in relazione con testi teorici sull’atto creativo e sull’innata capacità umana di esprimersi attraverso le opere d’arte.
Eppure, non bisogna mai dimenticare che chi ama il cinema di Fellini e ha la fortuna di scriverne dovrebbe seguire una semplice regola, suggerita dallo stesso grande regista: parlare dei film come se fossero esseri viventi, lasciandosi coinvolgere da un’emozione personale. Abbiamo cercato di guardare i film di Fellini con gli occhi del pubblico, evitando la freddezza diagnostica di chi presume di sapere. D’altronde, chi di noi vorrebbe fare la fine del pedante intellettuale, detentore del sacro verbo della verità dell’arte, giustiziato da Guido Anselmi, alter ego di Fellini, nel film 8½?
Un regista unico ed universale che ha creato singolare sinergia tra differenti forme d’arte, che disegnava per esternare i suoi pensieri e le visioni, che scriveva per narrare immaginazioni, fatte rivivere nel mondo oggettivo tramite la mano del demiurgo… Dall’effimero al progetto. Teoria e creazione. Hai fatto una sintesi, non facile, di molti pensieri sul suo essere artista.
Nella speranza di non tradire il pensiero del regista, evitando di travisare le sue parole, si è cercato di associare le riflessioni di filosofi e psicanalisti autorevoli ad alcune sue affermazioni tratte da interviste o scritti autobiografici. Fellini, non dobbiamo mai dimenticarlo, continua a stupirci con le sue illuminanti argomentazioni, che non sfigurano accanto a quelle dei teorici professionisti. È fondamentale ribadire, con cognizione di causa, che spetta agli artisti e, in particolare, ai grandi e insuperabili artisti, che nel secondo Novecento non sono poi così numerosi, l’ultima parola sull’atto creativo e sul suo inspiegabile mistero.
Le teorie elaborate attorno a Fellini si collocano dunque entro questo orizzonte. I suoi film e le sue dichiarazioni non costituiscono semplicemente un oggetto di analisi, ma assumono una funzione teorica in senso proprio: producono forme di conoscenza che, pur non presentandosi nella struttura sistematica del trattato filosofico, risultano per molti aspetti altrettanto decisive sul piano estetico ed esistenziale.
Questa ricerca, che nel tempo ha coinvolto teorici dell’arte come Konrad Fiedler, filosofi quali Ernst Cassirer, psicoanalisti come Carl Gustav Jung ed Erich Neumann, e che si è formata anche attraverso l’insegnamento del filosofo Emilio Garroni, mi ha progressivamente condotto a costruire l’impalcatura teorica entro cui oggi colloco il mio lavoro su Fellini. In questo orizzonte si colloca anche il riferimento a Giorgio de Chirico, che considero, insieme a Federico Fellini, il più grande artista italiano del Novecento. Infine, le immagini dei film di Fellini si configurano come possibili accessi al mistero e alla sincronicità junghiana, secondo un coerente impianto teorico delineato da Gianfranco Angelucci e da lui definito come onirismo veggente, il quale ha ispirato alcune delle riflessioni sviluppate nel libro.
Secondo te cosa c’è alla base degli studi di Fellini?
Forse sussiste la scoperta di una riflessione sulla creatività che coinvolge l’imitazione e il processo di individuazione. I grandi artisti, e Fellini in modo esemplare, producono un paradosso: da un lato creano un modello inevitabilmente destinato a essere imitato, dall’altro, attraverso la radicale singolarità della loro opera, negano ogni possibilità di ridurre la creazione artistica a una formula riproducibile. In questo senso, per Fellini sembra valere una sorta di imperativo implicito: vietato imitare. Ogni opera autentica è chiamata a perseguire un processo di individuazione, a diventare il luogo in cui si riconosce e si forma il proprio sé.
La lezione junghiana può essere riletta proprio alla luce di questa tensione. Il cuore della psicologia analitica consiste infatti nel rapporto dinamico tra identificazione e individuazione. L’imitazione, intesa in senso ampio, corrisponde per Jung all’identificazione con valori, ruoli e modelli socialmente condivisi. E’ un momento necessario, poiché rende possibile l’adattamento alla vita collettiva ed è la condizione stessa da cui può prendere avvio il processo di individuazione.
Individuarsi, tuttavia, significa progressivamente prendere distanza da queste identificazioni, seguire un percorso proprio, spesso faticoso, che comporta il prezzo dell’incomprensione e della solitudine. Solo in un secondo momento il soggetto può ritornare alla comunità portando con sé una forma nuova, una proposta di senso che la collettività potrà eventualmente riconoscere e accogliere.
Qualora questo processo non giunga a compimento, qualora non si riesca a dare forma autonoma alla propria esperienza, resta allora la possibilità, non per questo meno dignitosa, di scegliere consapevolmente un’appartenenza collettiva e contribuire al suo sviluppo.
Quindi è in questa prospettiva che può essere compresa la grande lezione di Federico Fellini…
L’aver inventato uno stile e una poetica assolutamente personali, esito di un radicale processo di individuazione, che proprio per la sua irriducibile singolarità ha generato innumerevoli tentativi di imitazione. Le imitazioni riguardano le forme esteriori, l’individuazione, invece, resta inimitabile, perché coincide con il percorso attraverso cui un autore diventa sé stesso.
Fellini è conosciuto davvero da tutti e come è conosciuto? Ed i giovani, soprattutto le nuove generazioni di registi, come si relazionano a questo grande Maestro?
Fellini non è soltanto diventato un aggettivo, “felliniano”, utile a evocare atmosfere sospese tra sogno e realtà, oppure, nel peggiore dei casi un espressionismo grottesco di origine circense, ma rappresenta ancora oggi uno dei simboli più riconoscibili della cultura italiana nel mondo. E tuttavia, paradossalmente, proprio questa fama sembra averne progressivamente svuotato la presenza concreta nell’immaginario contemporaneo. Fellini è ovunque, ma sempre meno visto, sempre meno conosciuto davvero.
Ridurre Fellini alla figura del regista sarebbe, del resto, un errore. La sua opera attraversa e intreccia arti e linguaggi diversi: cinema, certo, ma anche letteratura, pittura, scenografia e musica. Più che un autore, Fellini è un universo. Un artista totale, capace di trasformare il cinema in uno spazio mentale, prima ancora che narrativo.
Eppure, tra i più giovani, qualcosa sembra essersi incrinato. Il nome resiste, quasi come un marchio, ma spesso non è accompagnato da una reale esperienza delle sue opere. Non molto tempo fa mi capita di chiederlo a un ragazzo incontrato per caso: conosce Federico Fellini? La risposta è fulminea: sì, ho visto Roma. Mi sorprendo, quasi mi commuovo. Ma l’entusiasmo dura poco. “Roma… città aperta”, aggiunge subito dopo, mescolando con disinvoltura il film felliniano con quello di Roberto Rossellini.
L’episodio, nella sua apparente leggerezza, rivela qualcosa di più profondo: Fellini rischia di sopravvivere come nome, ma di scomparire come esperienza cinematografica. Come se la sua opera fosse stata lentamente ricoperta da una patina di polvere, trasformata in monumento più che in presenza viva.
Tornare a Fellini significa confrontarsi con alcune delle domande più radicali della condizione umana. I suoi film non offrono risposte, ma mettono in scena il disorientamento, il desiderio, la memoria, la paura, la ricerca di senso della vita, o l’accettazione del suo possibile fallimento. Anche per questi motivi la sua opera dialoga naturalmente con ambiti disciplinari diversi: l’estetica, per la costruzione delle immagini e delle forme; la psicoanalisi, per la centralità del sogno, dell’inconscio e del desiderio; la storia dell’arte, per la ricchezza iconografica e la stratificazione visiva; l’antropologia culturale, per la rappresentazione dei rituali, delle identità e delle trasformazioni sociali.
Come docente accademico come immagini un percorso universitario interamente dedicato a Fellini?
Articolato in corsi di Estetica, Psicoanalisi, Storia dell’arte, Antropologia culturale e Storia del cinema. In quest’ultimo ambito, in particolare, il suo contributo segna una svolta decisiva. Fellini ha progressivamente spostato il linguaggio filmico dal racconto del reale alla costruzione di universi interiori, visionari e autoriflessivi, influenzando profondamente generazioni di registi e ridefinendo le possibilità stesse del mezzo cinematografico.
Il problema è che per alcuni è diventato distante?
No, forse il problema è che abbiamo smesso di interrogarlo, di guardarlo, di lasciarci commuovere o inquietare dalle sue immagini.
Rimettere Fellini al centro non significa celebrare un classico, ma riattivare uno sguardo. Togliere la polvere, sì, ma soprattutto restituire vitalità a un’opera che non ha mai smesso di parlarci, siamo noi, semmai, ad aver smesso di ascoltarlo.
