Ha sperimentato un’acre ostilità presso i suoi contemporanei e non ha riscosso giustizia dai posteri, Joseph Fouché, politico acuto e sagace diplomatico, protagonista della vita pubblica della Francia a partire dalla Rivoluzione francese. Ricoprì numerosi ruoli di prestigio, tra i quali spicca quello di ministro della polizia generale del Direttorio della Prima Repubblica.
Fu acceso fautore della repressione anti-monarchica durante il Terrore. «Napoleone a Sant’Elena, Robespierre con i giacobini, Talleyrand nelle sue memorie — sottolinea in un saggio a lui dedicato lo scrittore austriaco naturalizzato britannico Stefan Zweig —, come pure tutti gli storici francesi, siano esseri realisti, repubblicani o bonapartisti, corrono nella bile appena vergano il suo nome».
Dispregiativi sono gli epiteti coniati: da traditore nato, a patetico intrallazzatore, da bieco immoralista a disertore di professione. La storia ha finito per relegare Fouché in ultima fila, pur essendo egli, a suo modo, un genio — certo spietato a volte — della strategia politica. «Fu l’unico che riuscì a sconfiggere Napoleone e Robespierre in un serrato duello psicologico» evidenzia Zweig.
Ma nella storia, che l’aveva marginalizzato, Fouché è comunque entrato, non fosse altro che per la celeberrima frase da lui pronunciata, con tutto il peso di una inesorabile sentenza, riguardo alla fucilazione del duca d’Enghien — accusato ingiustamente da Talleyrand di alto tradimento — e rivolta a Napoleone, reo di aver commesso «una cosa più grave, molto più grave, di un crimine: un errore». (gabriele nicolò)
Fonte: L’Osservatore Romano – 14 luglio 2026
Titolo originale: Il diplomatico Fouché e l’errore di Napoleone
Autore: Gabriele Nicolò
[Per gentile concessione del direttore del quotidiano vaticano]
