La politica estera come cartina di tornasole
Per capire la gigantesca e persin mastodontica differenza tra la prima Repubblica – o meglio, la Democrazia Cristiana – e ciò che capita concretamente oggi nella politica italiana, sia a destra ma soprattutto a sinistra, è sufficiente riflettere su come viene pensata, gestita e governata la nostra politica estera. E, soprattutto, su come si pensa di declinarla nell’agenda politica nazionale. Certo, già conosciamo le coalizioni che al loro interno contemplano posizioni non soltanto diverse ma addirittura alternative sul tema specifico. E questo avviene proprio su temi decisivi per l’identità e la credibilità di un Paese come, ad esempio, le alleanze internazionali, la collocazione occidentale o meno, il giudizio sui vari Paesi nello scacchiere mondiale e, in ultimo ma non per ordine di importanza, le scelte politiche concrete che vengono assunte a livello nazionale e sul fronte europeo.
Il campo largo e le contraddizioni del programma
Ora, e all’insegna dell’ennesimo e sempre più inquietante escamotage trasformistico ed opportunistico del capo dei 5 Stelle Conte, assistiamo basiti al fatto che nell’alleanza di sinistra e progressista prima si dovrebbe indicare il capo con le miracolistiche e fatidiche primarie e poi si costruisce il programma. Va pur detto che, anche di fronte a queste simpatiche e anacronistiche trovate, nel cosiddetto “campo largo” si può tranquillamente unire l’alfa e l’omega, essendo una coalizione che contiene al suo interno il tutto e il contrario di tutto. È persino inutile fare l’elenco dei protagonisti e degli attori politici perché sono sotto gli occhi di tutti. Ma l’unico dato che emerge, e che è persino inconfutabile talmente è oggettivo, è che non si può chiamare un’alleanza politica e di governo un mero cartello elettorale unito solo e soltanto – lo dicono gli stessi protagonisti – dall’odio implacabile nei confronti del nemico giurato. Perché, per fare un solo esempio concreto, è sbalorditivo, per non dire divertente, prendere atto che il capo del piccolo partito personale di Italia Viva, Renzi – che dice di essere un riformista, di centro e con una poderosa e qualificata cultura di governo – condivide sostanzialmente l’impostazione del populista Conte pur di contribuire ad annientare e distruggere il nemico politico che non ha più diritto di cittadinanza. A proposito di democrazia dell’alternanza… È un atteggiamento, questo, che non merita ulteriori commenti se non quello di rilevare che ormai da quelle parti sono saltate anche le più basilari ed elementari regole che dovrebbero disciplinare un normale confronto politico e di governo.
L’eredità della Dc e la sfida della credibilità
Ecco perché quando, ancora oggi, parliamo del magistero, del ruolo, della funzione e dell’esperienza politica e di governo della Democrazia Cristiana e dei suoi leader e statisti non possiamo esimerci dal dire che quello era il modello normale, concreto, trasparente e cristallino – nonché credibile e politicamente efficace – su come si dovrebbero comportare i partiti politici, su come costruire un’alleanza di governo e, soprattutto, su come presentarsi di fronte agli elettori. Perché, per tornare alle fondamenta, non esiste coalizione senza un programma condiviso, non esiste un’alleanza politica senza una cultura di governo e, in ultimo, non esiste una classe dirigente quando vincono l’improvvisazione, la casualità, il pressappochismo e la fantasia. Questo è, semplicemente e guarda caso, il populismo demagogico e qualunquista di marca grillina. La politica, la cultura di governo, l’autorevolezza dei leader e la credibilità di un progetto politico abitano da un’altra parte. Con buona pace dei media e della stampa progressista, televisiva e non.
