Oltre il disincanto
L’ultimo appuntamento referendario sulla giustizia ha mostrato che il rapporto tra nuove generazioni e sfera pubblica non può essere letto con categorie troppo semplici. Non siamo davanti a una fascia d’età assente, ma a soggetti selettivi: si mobilitano quando riconoscono una posta in gioco credibile, quando una scelta tocca diritti, libertà, orizzonte di vita e dignità delle istituzioni. Il punto, allora, non è ricondurli “dentro” percorsi tradizionali, ma capire quale offerta civile sia ancora in grado di meritare fiducia.
Il disincanto nasce spesso da una frattura di riconoscimento. Molti non rifiutano l’impegno: respingono riti senza effetti, linguaggi chiusi, carriere interne, appartenenze immobili. Le forme storiche della militanza novecentesca possono restare memoria importante, ma non bastano più come metodo.
I temi che accendono presenza
Questa generazione si muove dove vede vita concreta. Lavoro non precario, casa, salute mentale, ambiente, pace, diritti, scuola, università, mobilità sociale, povertà educativa, solitudine, disuguaglianze territoriali: non sono semplicemente “temi giovanili”, ma la nuova questione del Paese. L’azione pubblica torna credibile quando smette di chiedere consenso e ricomincia a costruire condizioni reali di avvenire.
Per i cattolici democratici la domanda è più esigente. Non basta convocare i ragazzi in nome della tradizione. Occorre mostrare che quella storia è ancora generativa: personalismo, solidarietà, sussidiarietà, popolarismo e giustizia sociale non sono parole da convegno, ma strumenti per leggere l’oggi.
La domanda del 2027
Alle soglie delle prossime elezioni politiche del 2027, l’interrogativo diventa inevitabile: vogliamo limitarci a cercare il voto dei giovani nelle ultime settimane di campagna elettorale, oppure intendiamo costruire con loro, da adesso, una nuova infrastruttura democratica?
Non possono essere evocati solo come categoria elettorale, segmento comunicativo o platea da intercettare con qualche slogan sulla modernità. Devono diventare soggetti reali di elaborazione collettiva.
Una proposta a Il Domani d’Italia
Per questo sarebbe importante che la testata Il Domani d’Italia si facesse promotrice, nei prossimi mesi, di un incontro aperto alle nuove generazioni: non un convegno celebrativo, non una liturgia per addetti ai lavori, ma un cantiere reale di ascolto e proposta. Un luogo in cui studenti, lavoratori precari, amministratori locali, volontari, operatori sociali, associazionismo e cultura cattolico-democratica possano sedersi allo stesso tavolo e nominare le questioni decisive del nostro tempo.
L’obiettivo non dovrebbe essere parlare “ai” giovani, ma parlare “con” loro: ascoltarne linguaggi, paure, desideri, competenze e forme inedite di impegno. Da questo confronto potrebbero nascere piste operative su lavoro, casa, salute mentale, scuola, ambiente, partecipazione, povertà educativa e territori.
Una nuova pedagogia civile
La presenza civica non si riaccende con appelli generici né con convocazioni rituali. Ha bisogno di presidi riconoscibili, capaci di trasformare il disagio in parola condivisa e la parola in decisione. Servono scuole di formazione civile radicate nelle comunità, laboratori di coprogettazione nei quartieri e nei piccoli comuni, assemblee consultive, servizio civile e volontariato strutturato.
In questa prospettiva, partecipare non significa aderire a un contenitore già pronto, ma entrare in un processo di corresponsabilità. Le nuove leve devono poter leggere i bisogni del proprio ambiente, discutere soluzioni, misurarsi con vincoli amministrativi, costruire progetti, verificarne gli effetti. Solo così la democrazia torna a essere esperienza concreta: non una parola distante, ma una pratica quotidiana capace di incidere sulla vita delle persone.
L’esperienza che diventa metodo
Qui può essere decisivo il contributo di deputati e senatori di lungo corso dell’area democratico-cristiana e riformista. Non figure chiamate a difendere un passato immobile, ma testimoni di metodo istituzionale: possono offrire cultura delle istituzioni, senso del limite, capacità di mediazione e conoscenza delle comunità locali.
Possono aiutare chi si affaccia oggi alla vita pubblica a comprendere che la politica non è soltanto protesta istantanea, ma costruzione paziente di processi; non solo testimonianza morale, ma traduzione delle domande sociali in norme, bilanci, servizi e responsabilità.
Riavvicinare i giovani alla democrazia significa restituire alla politica la sua promessa più alta: non il governo stanco dell’esistente, ma la cura del possibile. È qui che i cattolici democratici possono ancora dire una parola: se sapranno evitare ogni ripiegamento identitario, ascoltare senza paternalismo e trasformare l’esperienza accumulata in generatività pubblica.
