Home GiornaleGuccini o della dignità di continuare a combattere mulini a vento

Guccini o della dignità di continuare a combattere mulini a vento

Il profilo di un artista refrattario alle convenienze e al cinismo. Una voce inquieta, capace di trasformare il dubbio, l’indignazione e perfino la sconfitta in una forma esigente di libertà e di speranza.

Se n’è andato in questi giorni un uomo che per mezzo secolo ci ha tenuto compagnia, e che ha sempre rifiutato di scendere a patti con il proprio tempo. Lo chiameranno anarchico, e non sbaglieranno: ma è una definizione comoda, buona per le antologie, che ripetuta troppo spesso rischia di appiattire in una parola sola una tensione morale molto più complessa, e più umana. Dietro l’irriverenza raccontata dall’immaginario collettivo, c’era un uomo in lotta perenne, e non sempre vincente: contro l’ingiustizia, contro la retorica del potere, contro ogni forma che tradisse l’umanità dei più deboli.

Ho avuto la fortuna di incontrarlo una volta, per una circostanza legata al mio percorso in politica: un incrocio breve, di cui ricordo più la sensazione che i dettagli, ma che mi ha lasciato addosso la stessa coerenza ruvida che si respira nelle sue canzoni.

Il sociale e lantisociale: lipocrisia smascherata

In una delle sue primissime canzoni, scritta già nel 1960 e poi incisa nel 1967 in Folk beat n. 1, la distanza è tracciata con precisione chirurgica — e non risparmia nessuno, nemmeno il proprio campo. Da una parte c’è il “sociale”, quello che indossa l’impegno come una divisa buona per ogni occasione, pronto a dirsi comunista quando conviene, giusto per fare bella figura; dall’altra l’“antisociale”, che non si concede sconti nemmeno quando l’ipocrisia da smascherare veste i panni della sua stessa parte politica, quella sinistra a cui pure guardava con simpatia. Non è la posa dell’outsider per gusto della provocazione: è la scelta di chi non si è mai messo comodo in nessuna casacca, nemmeno nella propria.

Dio è morto: lo spiraglio dentro la crisi

Quando uscì, a metà degli anni Sessanta, bastò il titolo a scatenare lo scandalo: la Rai la bandì, bollandola come un atto d’accusa nichilista, un manifesto contro ogni fede residua. Il debito con Nietzsche era dichiarato fin dal titolo, e nell’urgenza dei versi si sentiva la stessa rabbia lucida che pochi anni prima aveva attraversato l’America di Ginsberg. Ma chi si fermava allo scandalo perdeva il punto: a rileggerla oggi, non è un canto di resa. È la fotografia di una generazione che ha visto vacillare le proprie certezze e che, proprio in quel vuoto, trova la spinta per cercarne di nuove. Dichiarare morto un idolo, per Guccini, non è un punto d’arrivo ma un abbrivio: lo spazio che si apre quando le vecchie risposte non bastano più è anche quello in cui può nascere, finalmente, una domanda vera. Anche nella canzone più cupa del suo repertorio, in definitiva, si nasconde un margine di speranza.

Don Chisciotte: lelogio del non arrendersi

È nel 2000, nell’album Stagioni, che Guccini mette in scena il dialogo tra Don Chisciotte e Sancho Panza: lo interpreta lui stesso nei panni del cavaliere, mentre a dare voce allo scudiero è Juan Carlos Biondini. Non è l’elogio dell’ingenuità, come una lettura superficiale vorrebbe: è il rifiuto netto del cinismo. Sancho incarna la prudenza di chi si adatta; Don Chisciotte ricorda che il buon senso, da solo, non ha mai cambiato la storia. Guccini sembra dirci che chi rinuncia a combattere le battaglie perse in partenza ha già perso qualcosa di più prezioso: il diritto di indignarsi. In quel dialogo c’è tutta la sua biografia interiore: la consapevolezza della sconfitta possibile, e la scelta di combattere comunque.

Luomo oltre la vulgata

Sarebbe riduttivo consegnarlo alla memoria come il cantore dell’anarchia bonaria, il ribelle romantico da citare nelle occasioni giuste. La sua è stata una lotta più sottile, e più faticosa: una ricerca ostinata di verità in un paese che preferisce le narrazioni comode, un’attenzione costante per chi resta ai margini, un’idea di libertà che si misurava ogni giorno nella coerenza, non nello slogan. Era, prima di tutto, un uomo che non si è mai risparmiato.

Uneredità che interroga

Ci sono artisti che lasciano successi. Guccini lascia domande, e le domande hanno vita più lunga degli applausi. Restano le canzoni, certo, e resteranno a lungo. Ma soprattutto rimane la sensazione, per chi lo ha anche solo incrociato di sfuggita, che dietro la voce roca e il fare burbero ci fosse qualcuno che si è preso sul serio fino in fondo, senza mai concedersi l’espediente del disincanto. Un po’ più orfani, tocca ora a chi rimane il compito di non spegnere quell’inquietudine.