Home GiornaleSchengen, un autogol che rischia di indebolire l’Italia in Europa

Schengen, un autogol che rischia di indebolire l’Italia in Europa

Il ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere tra Italia e Spagna, deciso dopo la crisi di Ceuta, solleva dubbi sulla proporzionalità della misura e rischia di incrinare la credibilità politica dell’Italia.

Il ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere tra Italia e Spagna deciso dal Governo Meloni rappresenta una delle scelte più controverse degli ultimi mesi in materia di politica europea e migratoria. Presentato come una misura necessaria per prevenire possibili movimenti secondari di migranti dopo la crisi di Ceuta, il provvedimento rischia tuttavia di produrre effetti politici ed economici ben più rilevanti dei benefici concreti che si propone di ottenere.

La stessa Commissione europea ha ricordato che il Codice Frontiere Schengen consente la reintroduzione dei controlli solo in presenza di minacce gravi, reali e adeguatamente motivate, sottolineando la necessità che ogni decisione sia proporzionata e debitamente notificata. In assenza di evidenze su consistenti flussi migratori dalla Spagna verso l’Italia, la misura appare a molti osservatori prevalentemente simbolica.

 

Una scelta che rischia di isolare lItalia

Dal punto di vista politico, l’iniziativa rischia di isolare l’Italia proprio mentre il nostro Paese continua a chiedere maggiore solidarietà europea nella gestione dei flussi migratori provenienti dal Mediterraneo. La credibilità di questa richiesta si fonda infatti sul principio della cooperazione tra Stati membri e non sulla moltiplicazione di iniziative unilaterali.

Non meno importanti sono le possibili ricadute economiche. Italia e Spagna rappresentano due tra le principali economie dell’Unione europea, con un interscambio commerciale di decine di miliardi di euro ogni anno e relazioni consolidate nei settori industriale, energetico, agroalimentare, farmaceutico, logistico ed in particolare turistico. Qualsiasi irrigidimento dei rapporti istituzionali può tradursi in maggiori costi organizzativi, rallentamenti nei collegamenti e minore competitività per le imprese.

Il tema della sicurezza merita naturalmente la massima attenzione e ogni Governo ha il diritto di adottare misure eccezionali quando esistano presupposti concreti. Tuttavia, la loro efficacia dipende dalla proporzionalità, dalla condivisione con le istituzioni europee e dalla capacità di preservare la fiducia reciproca tra gli Stati membri.

 

Cooperazione e dialogo, la strada europea

Se l’obiettivo dell’Italia è rafforzare il proprio ruolo nella definizione delle future politiche europee sull’immigrazione, la strada più efficace rimane quella della cooperazione e del dialogo con i partner dell’Unione. Il rischio, altrimenti, è trasformare una scelta di forte impatto mediatico in un autogol politico e diplomatico, con effetti che potrebbero estendersi ben oltre il tema della gestione delle frontiere.

La vicenda dimostra, ancora una volta, come le grandi sfide del nostro tempo – dalla gestione dei fenomeni migratori alla sicurezza, dalla stabilità economica alla tenuta del progetto europeo – non possano essere affrontate attraverso decisioni unilaterali o prevalentemente simboliche. La politica è chiamata a misurarsi con la complessità, non a semplificarla.

La migliore tradizione del cattolicesimo democratico italiano, da Alcide De Gasperi fino ai protagonisti dell’europeismo repubblicano, ha sempre insegnato che la sicurezza non è in contraddizione con la solidarietà, così come la tutela degli interessi nazionali trova la sua massima efficacia quando si esercita all’interno di un sistema di alleanze, di regole condivise e di istituzioni credibili. È questa la lezione che ha contribuito alla costruzione dell’Europa unita: non la rinuncia alla sovranità, ma la capacità di esercitarla insieme agli altri, trasformando interessi spesso divergenti in un bene comune più ampio.

 

La lezione degasperiana per una leadership italiana

L’Italia, per la sua collocazione geografica e per il suo peso politico, ha tutte le condizioni per svolgere un ruolo di guida nel Mediterraneo e nell’Unione europea. Ma questa leadership non può fondarsi sull’isolamento o sulla contrapposizione con i partner europei. Al contrario, deve alimentarsi della capacità di tenere insieme sicurezza e umanità, interesse nazionale e responsabilità europea, fermezza e dialogo.

In un tempo segnato da conflitti, instabilità e crescenti tensioni internazionali, la vera forza di uno Stato democratico non consiste nell’alzare nuove barriere, ma nel rafforzare le istituzioni comuni, ricostruire la fiducia tra gli Stati e promuovere quella cultura della cooperazione che rappresenta il più importante lascito dei padri fondatori dell’Europa. È una scelta più impegnativa, certamente meno appariscente, ma è anche quella che meglio interpreta la tradizione riformista e cattolico-democratica del nostro Paese e che può restituire all’Italia l’autorevolezza necessaria per essere protagonista, e non semplice spettatrice, delle grandi trasformazioni del XXI secolo.