Gli obiettivi strategici di Israele
Bloccare definitivamente lo sviluppo del nucleare iraniano, abbattere la rete missilistica balistica di Teheran, disarticolare la ragnatela dei proxy alimentati dal regime degli ayatollah che avvolge Israele: questi erano – e restano – gli obiettivi di Netanyahu e del suo governo, illustrati più volte a Trump conditi da una serie di valutazioni, alquanto superficiali, circa l’indebolimento oggettivo in atto sul territorio (manifestazioni popolari, perdite subite nella breve guerra dello scorso giugno, uccisioni mirate ad opera israeliana di alcuni alti papaveri della Repubblica Islamica).
Tutto ciò ha innescato il conflitto del 28 febbraio e tutto ciò rimane oggi sul tavolo di una trattativa che si spera essere solo interrotta ma che non si vede come possa concludersi nell’unico modo possibile, quello col quale ciascuna delle parti possa dichiararsi – mentendo sapendo di mentire – vincitrice (ad uso interno, soprattutto, ma anche, un po’ e forse non solo un po’, ad uso esterno).
Il nodo dei proxy e la divergenza con Washington
Posto che la questione del nucleare è centrale, cardine di ogni possibile accordo (come Trump ha ribadito più volte), quella dei proxy non è secondaria per Netanyahu come invece pare esserlo per la Casa Bianca: ed è questo il motivo per il quale Israele ha avviato la sua devastante offensiva libanese, proseguendola anche a tregua avviata (ritenendo artificiosamente quest’ultima valida solo per l’Iran e non anche per il Libano).
Ricordare a Washington che la partita si chiuderà solo se anche Hamas e Hezbollah saranno definitivamente debellati. In quanto parti fondamentali, e non semplicemente marginali, del dossier. E dunque che il Board of Peace trumpiano a nulla serve, oggi, se – come dichiarato un paio di mesi fa da Khaled Meshaal, uno dei capi di Hamas residenti all’estero – l’organizzazione miliziana non dismetterà le armi sin quando Israele non abbandonerà, per sempre, l’intera Striscia di Gaza.
La “fase due” (disarmo e ricostruzione) del Piano per Gaza non si avvierà mai, nelle condizioni attuali. Per cui quel fronte rimane aperto. Congelato, ma aperto.
Libano, profondità strategica e nuovi rischi
Mentre l’altro fronte, quello libanese, è stato spalancato proprio per chiuderlo, alla fine: obiettivo infatti è l’eliminazione di Hezbollah e, forse ancor di più, la creazione di una vasta zona-cuscinetto (l’intero Libano meridionale, a sud del fiume Litani e magari anche un certo numero di miglia a nord di quel corso d’acqua) che offra a Israele maggiore profondità e dunque maggiore protezione.
Così creando, però, con una nuova occupazione territoriale – dopo quella della Striscia e in costanza di un sistematico allargamento della presenza dei coloni in Cisgiordania – le premesse per il rafforzamento presso la popolazione sciita (e non solo, a questo punto, dopo tutti questi bombardamenti) libanese proprio del “Partito di Dio”.
E per l’ulteriore indebolimento del governo di Beirut, che pure aveva dato una disponibilità volta a promuovere il disarmo dei miliziani: un impegno del presidente Aoun cui Tel Aviv non ha dato alcun credito, come si è visto. Ma uno Stato e un governo che si reggono da anni su un precario equilibrio interreligioso (cristiani, drusi, sciiti, sunniti) nel quale Hezbollah comanda per almeno un terzo sono a rischio precipizio a fronte di un’offensiva come quella in corso: condizione purtroppo perfetta per produrre una generazione di nuovi gruppi terroristici, di nuova instabilità, di nuovo odio. Di nuove guerre.
Ecco perché non è solo il nucleare di Teheran a condizionare la trattativa al momento sospesa.
