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Il Colle e il rischio dei candidati divisivi

A oltre due anni dalla scadenza del mandato di Sergio Mattarella, il dibattito sul Quirinale torna al centro della scena politica. Ma la storia repubblicana insegna che il Colle non può essere occupato da figure divisive o faziose.

Mancano ancora oltre 2 anni dalla fine del mandato di Sergio Mattarella e quasi tutti gli organi di informazione inondano le rispettive pagine sul cosiddetto “toto Quirinale” previsto per il gennaio 2029. Un aspetto, questo, che appassiona storicamente i molteplici retroscenisti che affollano le redazioni giornalistiche del nostro paese.

La regola non scritta della Repubblica

Ora, e al di là del pettegolezzo e dei moltissimi auto candidati e relativi sponsor, c’è una semplice regola che è sempre bene non dimenticare quando si parla di Quirinale e di candidature al Colle più alto. A prescindere che siamo nella prima, nella seconda o forse già addirittura nella terza repubblica. E la regola è che quello scranno non può essere occupato da una figura politica “divisiva”. Politicamente divisiva.

Lo dice la storia democratica del nostro paese. E lo dicono, soprattutto, le concrete vicende che si sono succedute dal secondo dopoguerra in poi. Presidenti molto diversi tra di loro, come ovvio e scontato, ma pur sempre accomunati da un criterio che rappresenta un filo rosso che ha segnato e caratterizzato la salita al Colle da parte dei vari inquilini.

E il filo rosso, appunto, è rappresentato dall’indole, dalla prassi e dal metodo non divisivo che deve caratterizzare il candidato alla Presidenza della Repubblica. Anche al di fuori della sua proverbiale appartenenza politica e culturale. Una cifra, questa, che conta ancora di più in un contesto sociale caratterizzato da una profonda e persino strutturale radicalizzazione del conflitto politico e da una altrettanto maldestra polarizzazione ideologica.

 

Il pericolo della politica trasformata in guerra permanente

Certo, e per uscire dalla metafora, sarebbe curioso vedere al Colle nel futuro una figura che nei vari talk televisivi in questi ultimi anni si è specializzato nella demolizione e nella criminalizzazione del nemico politico giurato. Sarebbe una scelta che spingerebbe la politica italiana ad una sorta di “guerra civile” permanente.

Ovvero, l’ultimo dei candidati utili per ricoprire un ruolo così delicato ed importante per conservare e consolidare la democrazia nel nostro paese sarebbe proprio un militante politico che ha fatto del sistematico attacco violento al suo “nemico” la sua cifra normale di comportamento.

Una caratteristica, questa, che coinvolge molti esponenti della sinistra politica italiana, essendo i talk politici televisivi prevalentemente, se non quasi esclusivamente, riconducibili ad una impronta legata alla sinistra.

 

Un Presidente deve unire il paese

Insomma, e senza entrare nei singoli dettagli, è abbastanza evidente che la cifra politica, culturale e di metodo “divisiva” esclude, di fatto, tutte quelle candidature che hanno fatto per anni della polemica pretestuosa, della pregiudiziale ideologica, della sistematica criminalizzazione politica del “nemico” giurato e della sua delegittimazione morale la stella polare della loro concreta azione politica.

Perché, e molto semplicemente, le candidature che rispondono a questi criteri non solo sono politicamente sconsigliate ma lo sono anche sul versante etico e morale. Perché un politico che ha distrutto per anni sistematicamente, organicamente e scientificamente il suo “nemico” politico non può diventare, misteriosamente e quasi d’incanto, una figura che unisce e rappresenta in modo armonioso e convincente l’intero paese e tutti gli italiani.

Ecco perché, al di là dei sotterfugi, delle furbizie e dei colpi bassi e senza esclusione che da sempre accompagnano la scelta del Presidente della Repubblica, il criterio di avere una figura il più possibile inclusiva, non settaria e faziosa e, soprattutto, realmente al di sopra delle parti, continua ad essere l’unico elemento in grado di fare la differenza tra i vari candidati in campo.

Quando sarà il tempo opportuno, come ovvio.