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Il disastro combinato da Trump a Hormuz

La guerra trasforma lo Stretto di Hormuz in uno strumento permanente di pressione sul commercio mondiale e sulla libertà di navigazione.

Una guerra che cambia gli equilibri strategici

Ancora non sappiamo se la tregua fragile fra USA e Iran si convertirà in un solido accordo di pace. Lecito dubitarne, obbligatorio sperarlo. Ma una cosa sappiamo con certezza: il disastro ai danni del commercio internazionale e della libertà di navigazione provocato dall’improvvida guerra voluta dal duo Netanyahu-Trump.

Qualsiasi siano le condizioni finali dell’ipotetico trattato di pace che dovrebbe scaturire dalle trattative previste nei 60 giorni successivi all’Accordo dei 14 punti (i primi dei quali sono trascorsi nel più totale caos comunicativo) all’Iran dei pasdaran è stata di fatto offerta l’opportunità di comprendere nel concreto quanto strategico per la difesa attiva del proprio regime potesse divenire lo Stretto di Hormuz, un’arma assai più potente di quella possibile bomba nucleare che peraltro gli iraniani non hanno mai fabbricato né esiste prova che fossero realmente in procinto di riuscirvi.

 

Hormuz, da corridoio libero a leva geopolitica

Il collo di bottiglia attraverso il quale transita(va) un quinto del greggio e del gas liquido mondiale, oltre a un quantitativo imponente di fertilizzanti indispensabili per l’agricoltura e quindi per l’alimentazione umana, è ora considerato da Teheran un lascito assegnatole dalla geografia non più a disposizione di chiunque senza il suo permesso (e sta cercando di convincere l’altro stato rivierasco dello Stretto, l’Oman, a fare proprio questo convincimento).

L’idea è di trasformare il “choke point” in una sorta di passaggio vincolato ad una assistenza al suo attraversamento garantita dallo stesso Iran per la quale si dovrà pagare un contributo economico. Sostanzialmente una gabella mascherata. Di fatto un’arma di deterrenza che riscrive le regole della libera circolazione marina. Assolutamente inaccettabile. Da tutti.

 

La sconfitta strategica degli Stati Uniti

Ma a questo punto si è arrivati a causa dello scellerato conflitto avviato da Washington e Tel Aviv. E per quanto il focoso inquilino della Casa Bianca sbraiti, minacci, insulti, egli non è riuscito a evitare che fra i 14 punti dell’Accordo sottoscritto dalle parti ve ne sia uno nel quale in modo un po’ surrettizio l’Iran si garantisce “la futura gestione e i servizi marittimi nello Stretto di Hormuz”.

Hormuz prima della guerra era aperto e totalmente free access. Ora verrà riaperto, ma col duplice rischio di venire richiuso a ogni possibile mutamento di scenario o di venire sottoposto a una specie di pedaggio. Trump sostiene di aver vinto su tutta la linea e di aver riaperto Hormuz, ma in realtà è vero il contrario. La fiche che gli iraniani hanno messo sul tavolo è un precedente nefasto, oltre che una debacle statunitense: la potenza americana deriva in larga misura dalla superiorità navale sugli oceani, tale da garantire il controllo dei più importanti choke points e con esso la libertà di navigazione garantita a chiunque e dunque il concreto supporto allo sviluppo dell’economia globale della quale gli USA sono stati sinora i principali beneficiari.

Non solo. Con un ulteriore ricaduta, invero ironica, per le imbarcazioni occidentali le quali – come ha osservato Elisabeth Braw su Foreign Policy – per poter pagare le fees agli iraniani dovrebbero veder revocate dai loro paesi le sanzioni in vigore proprio in capo a Teheran.

 

Il rischio di contagio fino al Mar Rosso

Ma non è tutto. Perché a questo punto anche Bab el-Mandeb, l’altro collo di bottiglia mediorientale, porta d’accesso al Mar Rosso e poi a Suez e dunque al Mediterraneo, dal quale transita un altro 12% del commercio globale, rischia d’essere posto sotto scacco. Dagli Houthy, il proxy iraniano insediato nello Yemen da oltre dieci anni impegnato in un conflitto (dal 2022 ufficialmente interrotto da una tregua che però non si è mai trasformata in una pace) contro sauditi ed emiratini protettori del legittimo governo yemenita.

Gli Houthy hanno già dimostrato di poter compiere atti ostili contro le navi che solcano il Mar Rosso e ora per essi la “tentazione” di inventarsi una specie di pedaggio da far pagare alle petroliere in attraversamento è forte. Un atto di pirateria palesemente inaccettabile, evidentemente. Ma intanto l’idea si è fatta strada nelle menti dei capi della milizia yemenita e potrebbe risaltar fuori alla prossima crisi, tutt’altro che improbabile nel caos attuale.