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Il Paese che non riesce a rialzarsi

La povertà non è più emergenza: dura, isola, impoverisce il lavoro e chiede sostegni reali.

La povertà che resta

Il nuovo Report statistico nazionale 2026 di Caritas Italiana non racconta soltanto l’aumento delle persone in difficoltà. Racconta qualcosa di più profondo: la trasformazione della povertà da evento critico a condizione ordinaria, da caduta improvvisa a permanenza, da incidente biografico a tratto strutturale della società italiana.

Nel 2025 la rete Caritas ha accompagnato 282.539 persone, attraverso 3.520 servizi distribuiti in 206 diocesi, pari al 94,5% delle diocesi italiane. Il numero delle persone sostenute cresce dell’1,7% rispetto al 2024: una variazione apparentemente contenuta, ma solo in superficie. Se allarghiamo lo sguardo al decennio, infatti, le persone accompagnate dalla rete Caritas sono aumentate del 48%. È questo il vero nodo sociologico: la povertà non esplode soltanto nelle fasi di crisi, ma rimane, si sedimenta, diventa struttura.

La quota dei “nuovi poveri” scende al 37,6%, il valore più basso del periodo successivo alla pandemia. Potrebbe sembrare un segnale positivo. In realtà, letto insieme agli altri indicatori, questo dato dice l’opposto: diminuiscono gli ingressi nuovi, ma aumentano le presenze lunghe. Il 28,1% delle persone assistite è seguito da almeno cinque anni. Quasi tre persone su dieci, dunque, non attraversano semplicemente la povertà: vi restano dentro.

Anche il numero medio di incontri annui per persona conferma questa intensificazione del bisogno: si passa da 4,2 incontri nel 2012 a 8,7 nel 2025. Non è soltanto più ampia la platea delle fragilità: è più profonda la domanda di accompagnamento. La povertà diventa più lunga, più complessa, più resistente alle risposte ordinarie.

Il lavoro non salva più

Uno degli elementi più inquietanti del Rapporto riguarda il lavoro. La povertà economica coinvolge il 78,1% degli assistiti, mentre i problemi occupazionali riguardano il 44,2%. Ma il dato che interroga maggiormente la coscienza pubblica è un altro: tra le persone che chiedono aiuto, il 24% risulta occupato.

Significa che il lavoro, da solo, non garantisce più l’uscita dalla vulnerabilità.

Il salario povero non rappresenta più un’anomalia ai margini del sistema produttivo, ma una delle espressioni più rivelatrici della nuova questione sociale.

Ci sono persone che lavorano, ma non riescono a pagare l’affitto; che hanno un’occupazione, ma non riescono a sostenere le spese sanitarie; che producono valore, ma restano fuori dalla promessa minima di una vita dignitosa.

Nel 2015 questo fenomeno si attestava al 13,3%. Oggi raggiunge il 31,7% tra i 35-44enni e il 31% tra i 45-54enni. Sono le fasce centrali della vita adulta, quelle che dovrebbero sostenere figli, casa, genitori anziani, progetti familiari. Se proprio qui il lavoro non basta più, allora non siamo davanti a una fragilità individuale, ma a una frattura del modello sociale.

Il salario insufficiente non produce soltanto disagio economico. Produce rinuncia, ansia, instabilità, impossibilità di futuro. Incide sulla qualità dell’abitare, sulla salute mentale, sulle relazioni familiari, sulla capacità educativa. La povertà lavorativa è, in questo senso, una delle forme più silenziose e corrosive dell’ingiustizia contemporanea.

Famiglie, minori e casa: il costo quotidiano della fragilità

Le famiglie con figli continuano a rappresentare il nucleo principale della domanda di aiuto: il 52% delle persone seguite convive con figli minori. Questo dato impedisce ogni lettura moralistica della povertà. Dietro molte richieste non c’è disimpegno, ma sovraccarico: affitti, utenze, spese alimentari, cure, trasporti, scuola, imprevisti.

L’abitare è uno degli snodi decisivi. La vulnerabilità abitativa riguarda il 34,9% delle persone accompagnate. Oltre 24mila persone incontrate dalla rete Caritas risultano “senza casa” o “senza tetto”, ma il problema non si esaurisce nella mancanza estrema di una dimora. Sempre più spesso, infatti, la casa esiste solo formalmente: resta un tetto, ma non garantisce stabilità. Affitti elevati, utenze difficili da sostenere, alloggi precari, sistemazioni provvisorie e coabitazioni forzate trasformano l’abitare in una condizione costantemente esposta alla precarietà.

La casa non è solo un bene materiale. È la condizione elementare della stabilità biografica. Quando manca, o quando resta costantemente minacciata, tutto diventa più difficile: lavorare, studiare, curarsi, educare i figli, immaginare il futuro.

 

La povertà abitativa è una povertà moltiplicativa. Non resta chiusa tra le mura domestiche, ma investe ogni ambito della vita: la salute, la scuola, il lavoro, le relazioni, la dignità personale. Quando la casa diventa precaria, anche il tempo interiore delle persone si restringe. Non si vive più: si resiste.

Anziani soli e legami assottigliati

La fotografia Caritas segnala con forza anche l’invecchiamento della povertà. Nel 2015 gli over 65 rappresentavano il 7,7% delle persone seguite; nel 2025 arrivano al 15,4%. In valore assoluto, gli anziani accompagnati dalla rete Caritas sono cresciuti del 191% in dieci anni, passando da 14.689 a 42.775.

È uno dei dati più drammatici. Parla di pensioni insufficienti, fragilità sanitarie, solitudini familiari, indebolimento delle reti di prossimità. La povertà anziana non è mai soltanto economica. È spesso povertà di relazione, di cura, di ascolto, di presenza.

Nello stesso arco temporale cresce anche la quota delle persone sole, passata dal 23,8% al 32,9%. Quasi un assistito su tre vive da solo. La solitudine diventa così un acceleratore della vulnerabilità: rende più difficile chiedere aiuto, orientarsi tra i servizi, resistere agli urti della vita quotidiana.

Lutti, separazioni, divorzi, malattie, perdita dell’occupazione, fratture familiari: la povertà prende corpo nei punti di rottura delle biografie. Non arriva mai come un numero. Arriva come una vita che perde progressivamente appoggi.

In questa prospettiva, il dato economico non basta più. Occorre leggere la povertà come rarefazione dei legami, indebolimento della prossimità, perdita di quelle reti informali che per lungo tempo hanno sostenuto silenziosamente le famiglie italiane. Quando i legami si assottigliano, anche una difficoltà ordinaria può trasformarsi in caduta.

Salute, disagio psicologico e povertà cumulative

Il Rapporto evidenzia inoltre il rafforzarsi dei bisogni sanitari, cresciuti del 69%, compresi quelli di natura psicologica. La condizione sanitaria riguarda il 16,1% delle persone accompagnate. Tra chi presenta problemi di salute, quasi sei persone su dieci cumulano tre o più ambiti di bisogno; quando è presente una sofferenza mentale, la quota sale al 78,7%.

Questo dato è decisivo perché mostra la natura cumulativa della povertà contemporanea. Non esiste quasi mai una sola povertà. La mancanza di reddito si intreccia con la casa, la salute, il lavoro, la solitudine, l’istruzione, la burocrazia e la debolezza delle reti familiari. Per questo le risposte settoriali, intermittenti o puramente emergenziali risultano sempre più insufficienti.

L’ISEE medio delle persone ascoltate si attesta a 4.974 euro, con oltre il 65% dei nuclei collocato nelle fasce fino a 6.000 euro e una quota non marginale di ISEE pari a zero. Anche qui, però, il documento invita a non leggere l’aumento dell’ISEE medio come un miglioramento. Al contrario, segnala l’allargamento dell’esposizione al rischio a famiglie che dispongono di qualche risorsa in più, ma non abbastanza per reggere l’urto del costo della vita.

La povertà, oggi, non colpisce solo chi è privo di tutto. Colpisce anche chi è appena sopra la soglia, chi non rientra pienamente nelle categorie dell’assistenza, chi possiede un reddito troppo basso per vivere e troppo alto per ricevere un sostegno continuativo. È in questa zona grigia che si consuma una parte decisiva della nuova fragilità sociale.

Il limite delle misure esistenti

Il passaggio dal Reddito di cittadinanza all’attuale sistema fondato sull’Assegno di inclusione e sul Supporto per la formazione e il lavoro ha ridisegnato il campo delle protezioni pubbliche. Secondo i dati richiamati dalla rilevazione, nel 2025 i nuclei che hanno percepito almeno una mensilità di ADI sono stati 936 mila, mentre il SFL ha coinvolto oltre 228 mila persone.

Tra le persone accompagnate dalla rete Caritas, però, solo il 14,6% percepisce l’Assegno di inclusione; considerando anche il SFL, la quota complessiva dei beneficiari di misure pubbliche di sostegno al reddito arriva al 15,6%. È un dato che pesa come una domanda politica: quanta povertà resta fuori dagli strumenti ordinari di protezione?

Ancora più netto è un altro numero: nel 2025 solo l’8% degli assistiti risulta in carico ai servizi pubblici territoriali. Questo significa che una parte rilevante delle persone in condizione di bisogno si muove in un’area scoperta del welfare istituzionale, intercettata dalla prossimità ecclesiale e sociale, ma non pienamente raggiunta dalle protezioni pubbliche.

Qui non si tratta di opporre Caritas e Stato, solidarietà e politiche pubbliche. Si tratta di riconoscere che la carità, quando ascolta la realtà, diventa anche conoscenza sociale. Una democrazia matura dovrebbe assumere questa conoscenza come bussola per correggere le proprie omissioni.

 

Un sostegno reale, non più rinviabile

La conclusione che il Rapporto consegna non può essere soltanto compassionevole. Deve essere politica, nel senso più alto del termine. Se la povertà è diventata più lunga, più intensa, più anziana, più solitaria e più intrecciata con lavoro povero, dimora e salute, allora non basta più una misura frammentata, categoriale, condizionata da procedure complesse e spesso distante dalle biografie reali.

Serve uno strumento diverso. Non un bonus occasionale. Non un intervento residuale. Non una misura pensata soltanto per chi rientra perfettamente in una casella amministrativa. Serve un dispositivo nazionale di protezione concreta alla vita quotidiana, capace di tenere insieme reddito minimo, accompagnamento sociale, accesso alla stabilità domestica, orientamento lavorativo, tutela sanitaria e presa in carico territoriale.

Uno strumento costruito non attorno all’astrazione del povero ideale, ma attorno alla concretezza di chi fa fatica: l’anziano solo, la madre con figli minori, il lavoratore povero, la persona separata senza reti, la famiglia schiacciata dall’affitto, il giovane adulto intrappolato in lavori intermittenti, lo straniero fragile davanti alla burocrazia, la persona malata che non riesce più a sostenere le cure.

La povertà, oggi, non chiede soltanto aiuto. Chiede architettura pubblica. Chiede continuità, prossimità, semplificazione, integrazione tra servizi sociali, sanità, politiche abitative e impiego. Chiede che il Paese smetta di pensare il sostegno come concessione e inizi a considerarlo un’infrastruttura democratica.

Perché una società non si misura solo da ciò che produce, ma anche dalla capacità di impedire a chi è già sull’orlo di perdere ancora. E quando quasi tre persone su dieci restano povere per almeno cinque anni, quando un lavoratore su quattro tra gli assistiti non riesce a vivere del proprio salario, quando gli anziani poveri crescono del 191%, allora non siamo più davanti a una questione rinviabile.

Siamo davanti alla domanda più essenziale: quanta fatica siamo ancora disposti a lasciare sola?

 

Dati tratti dal Report statistico nazionale 2026 di Caritas Italiana.