L’idea che l’Italia possa alleviare le pene della sua economia e indurre al sorriso i suoi elettori violando allegramente le regole di bilancio europee e rimettendo in movimento la spirale della spesa pubblica è un atto di pura irresponsabilità. Si tratta di un peccato che magari abbiamo già commesso in altri tempi (e noi democristiani dobbiamo dircelo senza troppa indulgenza per noi stessi). Ma che ora, in tempi di euro, diventerebbe devastante, finendo col minare assai seriamente la credibilità del nostro paese.
Non si tratta, infatti, di adempiere a un odioso obbligo contabile. Si tratta piuttosto di decidere se intendiamo stare sulla scena globale forniti di un attestato di affidabilità, o se invece vogliamo riproporci come un luogo di allegra disinvoltura. Sapendo che l’indomani ci troveremmo inevitabilmente a fare i conti con le severe leggi del mercato globale.
Non c’è bisogno di ricordare che le conseguenze di questi giri di valzer sarebbero assai severe e che a pagarle finirebbero per essere proprio “le imprese e le famiglie”. Quelle imprese e quelle famiglie a cui la demagogia politica ed elettorale ammicca ogni sera, sempre più vanamente, dagli schermi dei nostri telegiornali.
Molto probabilmente, nulla di tutto questo avverrà. Ma appunto per questo si vorrebbe suggerire a quanti teorizzano lo sfondamento delle linee di bilancio di evitare i loro proclami. Poiché quei proclami non arrecano nessun sollievo ai cittadini e nessun vantaggio ai suoi cantori. Mentre rischiano di aggiungere, questo sì, altri oneri a spese dei loro destinatari.
Fonte – La Voce del Popolo – 29 aprile 2026
[Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]
