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La battaglia per la pace

Esule a Londra, il fondatore del Ppi scriveva a Barbara Carter. Il testo compare in “Lettere non spedite” (il Mulino, 1996) e ora “La Croce di Costantino” l’ha riproposto nel suo ultimo numero  (maggio 2026).

Cara Barbara,

non mi illudo sulla sorte del mio libro sul diritto di guerra; ci vorrà molto tempo a penetrare negli ambienti di cultura, mentre sono pochi quelli che si occupano con competenza delle questioni internazionali. Per i più che seguono per sentimento le correnti pacifiste, bastano i pamphlets della Lega delle Nazioni e altri simili opuscoli. Inoltre, la mentalità pratica inglese è incline più ai libri pragmatici, storici e tecnici, anziché ai libri speculativi.

Tutto ciò mi era davanti quando ho scritto il mio libro e voi ne avete avuto il saggio più diretto, quando nel tradurlo avete dovuto superare molte difficoltà per esprimere un pensiero molte volte astratto e involuto.

Ma non per questo mi pento dello sforzo fatto a dare una teoria della organizzazione internazionale in rapporto alla guerra; penso che non sarà perduto e che in un tempo più o meno lontano la mia teoria potrà penetrare in ambienti oggi refrattari o indifferenti. Dalle poche recensioni avute fin qui possono intuirsi le varie fasi che passerà il mio libro nel futuro. Chi lo ha compreso ed apprezzato di più è il recensore del «Friend». A parte che lo stato d’animo dei quaccheri è verso ogni sforzo per la pace, e quasi nella ricerca della giustificazione e della riprova del loro modo di sentire, Mr. Pollard ha visto la larga costruzione sociologico-storica sulla quale è basata tanto la giustificazione quanto la condanna della guerra, come è da me concepita.

Il recensore del «Times Literary Supplements» ha intravisto lo sforzo di creare una teoria sociologica attorno al problema della Comunità Internazionale e la guerra, ma non ne ha colto che qua e là qualche tratto, qualche punto e gli è sfuggita la sintesi. L’ «Aberdeen Press» l’ha colto abbastanza, ma la sua recensione è rimasta in termini generici; e così più o meno degli altri, compreso W. Steed nella «Review of Reviews». Voi siete stata contenta delle buone parole scritte da Chesterton nel suo «Weekly», ma io no; le buone parole non dicono niente. Quel che mi ha fatto meraviglia è la sua incomprensione e la sua superficialità a trattare un simile tema. Egli dice che tutto il mio argomentare si riduce ad un argomento di analogia (abolizione della schiavitù e del duello) e di speranza. Essi si appoggiano sulla nostra ignoranza del futuro e sulla presunzione che la nostra civiltà sia in progresso e non in declino. Così egli insinua la fallacità dell’una e dell’altra, e per conforto conclude che io sono almeno un idealista ragionevole e il libro è molto utile a leggere. Ora io avrei preferito che Chesterton avesse portato la sua critica a fondo, senza addolcirla di aggettivi graziosi.

Credo che il mio libro dia la buona occasione perché questo tipo di cattolici medievalistizzanti e reazionari, influenzati dal pensiero dei nazionalisti francesi, avessero chiarito le loro idee sulla questione della guerra. E anche gli altri cattolici più strettamente teorici e attaccati alla tradizione scolastica, dovrebbero portare il loro pensiero sopra l’importante fenomeno della organizzazione della pace che in questo ultimo decennio ha avuto il suo grande inizio.

Il fatto che questa organizzazione sia al di fuori dell’influenza diretta della Chiesa cattolica, non porta né a minimizzarne gli sforzi, né a svalutarne il contenuto ideale.

Questo contenuto ideale, in fondo in fondo, è un contenuto cristiano, e fa parte del grande influsso, che il cristianesimo ha dato alla civiltà occidentale.

Ma purtroppo non arriverò a smuovere questo masso irrigidito che è la cultura dei cattolici di destra. Quelli che sono del mio parere e che seguono il movimento d’oggi sono in gran parte influenzati assai più da una cultura non cristiana, che da quella sicuramente tale.

Tutto ciò vi scrivo, perché vedo come voi v’interessate alle sorti del mio libro, e come spesso parlate del mio libro agli estranei, invogliandoli a leggerlo e con quanta cura aspettate i ritagli delle riviste e dei giornali che ne parlano, rallegrandovi di quelli che sono favorevoli.

Quando vi ho portato la prima copia con la mia lunga dedica, ho pensato che voi non eravate solo la traduttrice accurata e fedele, ma anche una sostenitrice delle mie idee, che a forza di guardarle in faccia per bene interpretarle, sono divenute anche parte delle vostre idee.

Del resto, del vostro spirito pacifista e democratico non ho mai dubitato; e questa comunanza di idee io vorrei allargare nella cerchia dei cattolici inglesi. Solo Mr.

Watkin credo che mi comprenda appieno; sventuratamente egli sta lontano, e non posso con lui facilmente comunicare le mie idee e averne le sue impressioni. Il buon amico Leo Ward non credo che partecipi alle mie convinzioni sulla eliminabilità della guerra e così anche Mr. Muir, il quale però ha letto il mio libro col più grande interesse. La cerchia dei cattolici, specialmente giovani, è assai rada: dalla folla di giovani con i quali ho vissuto tutta la vita, sono passato alla solitudine della mia stanzetta. Ma anche oggi sento assai il bisogno di ridiscutere le mie idee, di sentirle riflettere nel viso di uomini pensosi e di giovani fervidi; e mi è un conforto quando voi venite a visitarmi, e possiamo parlare di cose religiose e spirituali, o di arte e di politica o storia, e trarne conforto al nostro lavoro.

Io sono tanto interessato al vostro tentativo di ricostruire una vita di Dante, interpretandola in un romanzo psicologico storico e poetico, e vi auguro un grande successo.

Il vostro medioevalismo convinto non è gretto e chiuso, come quello di coloro che vorrebbero che la società tornasse intellettualmente, economicamente e ecclesiasticamente a un piano medioevale. Ma voi lo vivete nelle sue grandi figure, nella sua arte o nella sua vita minuta come una delle più alte manifestazioni umane e in ciò non avete torto; e molto spirito medievale può rivivere oggi come aspirazione idealistica e come virtù ingenua.

La poesia di Dante e il pensiero di S. Tommaso che voi cercate di penetrare, sono le più alte manifestazioni del genio umano, e voi avete bene scelto i vostri più cari ideali. Vedo la data della lettera: 15 Maggio; è questo un giorno sacro per me; il giorno della festa della Democrazia Cristiana. Molti cattolici hanno dimenticato la data e il nome; ma non potrà mai essere dimenticato lo sforzo di un Papa ad avvicinare la classe operaia, e la Rerum Novarum rimane sempre il ricordo più caro della mia giovinezza.

Luigi Sturzo

Londra, 15 Maggio 1929