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USA senza più soft power

Le scelte di Donald Trump stanno erodendo la storica capacità americana di attrazione culturale e politica. Dal ridimensionamento delle organizzazioni internazionali alla centralità dell’hard power, cambia l’immagine globale degli Stati Uniti.

Il logoramento dellattrazione americana

Nessuno mai come Donald Trump si è impegnato così tanto per distruggere la capacità degli Stati Uniti di generare consenso e simpatia nei loro confronti da parte di tante popolazioni e forze civili mondiali.

Le modalità comunicative intrise di continue minacce ed evocazioni della forza militare; la volgarità espressiva indegna per le istituzioni e per i luoghi della loro rappresentanza; l’inaffidabilità sperimentata ormai in numerose circostanze; le scelte operative adottate, tutte all’insegna della forte riduzione delle forme di partecipazione finanziaria americana alle organizzazioni internazionali impegnate in iniziative sociali di alto rilievo: tutto ciò ha in pochi mesi minato gravemente (e forse irrimediabilmente) il cosiddetto “soft power” a stelle e strisce nel mondo. Ovvero quella capacità di attrarre e sedurre le altre popolazioni all’american way of life, dalla libera stampa alla Coca Cola, dalla democrazia al rock and roll, dalla possibilità teorica per chiunque di realizzare il suo sogno a Hollywood (dove il sogno lo puoi davvero vivere). E così di seguito.

 

Joseph Nye e la teoria del soft power

Fu il politologo Joseph Nye a coniare l’espressione, immediatamente adottata da giornalisti e studiosi e tuttora largamente utilizzata in molte parti del globo senza doverla tradurre nelle diverse lingue locali. Soft power come “potere di attrazione” di una nazione capace di indurre le altre a emularla in virtù delle qualità espresse: esercitando così una grande influenza (politica, sociale, economica, di costume) proprio in quanto suscitatrice di ammirazione per i suoi principi elettivi così ben tradotti in iniziative valutate positivamente e, di più, considerate “fashion” da larga parte della collettività internazionale.

Combinato con l’hard power (militare, economico, finanziario) esso avrebbe continuato a offrire all’America – argomentava ottimisticamente Nye – un radioso futuro e non quel declino che qualcuno aveva vaticinato (si era negli anni Novanta).

 

LAmerica dei deals” e la rivincita dellhard power

Ed invece con Donald Trump alla Casa Bianca il ruolo del soft power è illanguidito a tutto vantaggio di quell’altro, l’hard power foriero dei famosi “deals” sempre e solo a partire dalla supposta e indiscutibile posizione di forza della potenza americana e del suo risoluto presidente.

“La venerazione per l’hard power – ha scritto recentemente su Foreign Policy il professor Stephen Walt dell’Università di Harvard – è stata accompagnata da sforzi sistematici per sottostimare le istituzioni e le politiche che rendevano gli Stati Uniti più attrattivi per gli altri”.

E in effetti la furia trumpiana si è abbattuta sull’Organizzazione Mondiale della Sanità, sull’Organizzazione delle Nazioni Unite, sull’USAID, sui Centri di Controllo per la Prevenzione delle Malattie, persino sul broadcast Voice of America, insomma su oltre 60 organizzazioni internazionali della massima importanza che hanno sperimentato o l’abbandono statunitense o la sensibile riduzione dei contributi economici americani.

 

La Cina avanza mentre Washington arretra

Con danni assai gravi e percepiti, soprattutto nei paesi più poveri, in Africa e non solo. Ma con un clamoroso danno di immagine per gli USA e per il loro una volta invidiato soft power, appunto.

“Mettete tutte queste cose insieme – ammonisce nel suo articolo il prof. Walt – e potete comprendere perché l’immagine della Cina nel mondo è in crescita mentre quella dell’America è in caduta libera”.

Esattamente l’idea che tutti gli osservatori hanno percepito nel recente vertice di Pechino fra Donald Trump e Xi Jinping. Il quale ultimo, infatti, e non per caso, ha ricordato Tucidide. Una potenza nuova ascende mentre quella vecchia discende. Più chiaro di così…