L’autore di questo lucido e impietoso saggio edito da Liberilibri – il giornalista e scrittore Giulio Meotti, storica firma de ’Il Foglio’ – ad un certo punto della sua introduzione definisce “l’Unione europea … una nave alla deriva senza motore, timone e bussola, con un equipaggio sull’orlo dell’ammutinamento e ignara che il capitano ha un flute di champagne in mano mentre il Titanic affonda. La metafora del Titanic che si inabissa è ricorrente nella considerazione del Vecchio continente come possibile naufragio nel più ampio contenitore del mondo occidentale, considerando le derive storiche e quelle più attuali dove si evidenziano dinamiche involutive alle quali non si riesce a metter mano, quasi si trattasse della lenta agonia che porta ad un destino già scritto. Ben altre erano le premesse dopo la seconda guerra mondiale, il progetto volgeva lo sguardo ad una Comunità di Stati che salvaguardando le tradizioni identitarie nazionali costruisse una realtà politica, istituzionale e organizzativa che le trascendesse in nome di un interesse superiore e condiviso.
L’Europa come “Eutopia”
Secondo Meotti l’Europa assomiglia ancora oggi (e forse più di ieri) ad una “Eutopia”, una sorta di immaginifica rappresentazione di un luogo ideale di pace e benessere a cui si aspira e che ci si prefigge di costruire: la dimensione continentale, lata ed estesa, dell’allegoria della ‘città del sole’.
In realtà il ”modello europeo”, che si basa su un difficile compromesso tra Stato sociale, multiculturalismo e crescita economica, sembra sopravvivere come astratta rappresentazione di un’idea che resta tale, nelle divisioni e nelle incomprensioni di Stati e Nazioni legati agli interessi nazionali prevalenti ma erosi nelle loro tradizioni, incapaci di spiccare il volo verso il pragmatismo di sintesi efficaci e di un disegno comune e condiviso: nella struttura federale, nelle economie, nella politica fiscale, nella difesa dei confini, nelle potenzialità della forza militare (seppure in chiave difensiva).
Il nodo dell’allargamento e Il richiamo inascoltato alla visione comune
Probabilmente aveva ragione Sylvie Goulard quando descriveva i pericoli di un frettoloso ed eccessivo allargamento degli Stati membri dell’U.E., un mismatch caleidoscopico e di difficile ricomposizione verso convergenze unitarie, iconografia di un’Europa “grande da morire” dove le delegazioni nazionali sono riunite in estenuanti e costose sedute permanenti a Bruxelles, mentre i distinguo e le primazie rappresentative tra Parlamento, Consiglio e Unione prevalgono sulle convergenze o dove le iniziative più coraggiose sono affidate alla nicchia degli Stati volonterosi, senza rimuovere veti incrociati e divergenze ostative e paralizzanti.
Così come va letto oggi il costante e finora inascoltato richiamo di Mario Draghi (‘non c’è tempo da perdere’) ad una visione unitaria sorretta da azioni sollecite e concrete, reiterato in più occasioni dopo il Rapporto sul futuro della competitività europea presentato nel 2024.
Demografia e migrazioni
Nel frattempo, secondo Meotti ma certamente le proiezioni statistiche lo confermano, saremo travolti da ondate migratorie che porteranno milioni di persone da Africa, Asia e Medio Oriente nelle nostre città, la più grande ondata umana della storia che estirperà le radici e sommergerà le identità sotto uno tsunami demografico, che contribuirà a dissolvere i punti di riferimento e ogni radicato e millenario genius loci, a cancellare le singolarità nazionali e a rendere i popoli più malleabili, più anonimi, più intercambiabili. Si prevede che la popolazione europea diminuirà del 5 % entro il 2050, ma addirittura del 17 % tra i 25 e i 64 anni: ricordo che in un’intervista che realizzai con lui l’illustre demografo e allora Presidente dell’ISTAT prof. Giancarlo Blangiardo mi spiegò che entro la stessa data la popolazione della Nigeria supererà i 400 milioni e sarà la quarta al mondo (conservando un tasso di natalità di 5 figli per donna). Citato da Meotti il professor Stein Emil Vollset – considerando il futuro delle nascite – ci ricorda che nel mondo avremo contemporaneamente un baby boom in alcuni Paesi e un baby disastro in altri.
L’’Africa subsahariana, ad esempio, da un miliardo e 200 milioni, passerà 3 miliardi e mezzo.
Dati, esempi e trasformazioni sociali
Non sono affermazioni che aprono alla xenofobia, sono semplicemente descrizioni: Meotti propone esempi di status attuale e di proiezione nei vari Paesi europei, la lettura dei dati è consigliata ma allucinante. Si può citare Birmingham – cuore pulsante e officina della GB, seconda città dopo Londra con un milione e mezzo di abitanti- per alcuni dati eclatanti: nel quartiere popolare di Small Heath, nella zona orientale della città, il 95 per cento della popolazione è musulmana, nell’area urbana ci sono già ora duecento moschee, la maggior parte dei negozi ha insegne in arabo, come spiega Matt Goodwin: ‘Una città in cui meno della metà dei residenti è inglese, uno su tre è musulmano, la stragrande maggioranza degli alloggi popolari è andata a persone che non sono nate nel Regno Unito, uno su sette rifiuta apertamente un’identità britannica e più di uno su cinque vive in famiglie in cui gli adulti non parlano inglese come lingua principale’. (M. Goodwin, What happened to Birmingham? in www.mattgoodwin.org, 28 marzo 2025). Ciò in epoca di Brexit. Ma questa tendenza vale in misura diversa per ogni Pese europeo, dal Portogallo all’Ungheria, alla Grecia, alla Polonia. Quanto all’Italia -che è destinata a diventare un vasto mercato immobiliare per bed and breakfast e lo vediamo già oggi nelle principali città – basti anticipare che nel 2100 avrà un tasso di un solo figlio per coppia, di cui per metà in famiglie di migranti.
Crisi dell’Occidente e perdita di identità
Assisteremo ad una inversione del trend inarrestabile di crescita della popolazione mondiale che il biologo americano Edward Osborne Wilson aveva preconizzato, ponendo un semaforo rosso di compatibilità ambientale e sostenibilità antropologica al superamento dei 6 miliardi di abitanti (e siamo già vicini agli 8 miliardi) o meglio si verificheranno trend di denatalità in Europa e nel mondo occidentale compensati da flussi migratori provenienti – come detto – principalmente dall’Africa.
La stessa Cina è avviata ad un dimezzamento della popolazione attuale. Quanto tutto questo potrà influire sulle realtà socio economiche dei Paesi interessati è facilmente intuibile: invecchiamento e carenza di forza lavoro giovanile nella popolazione nativa e graduale (ove non esplosiva) sostituzione etnica. Considerando queste previsioni in rapporto al trastullarsi dell’Occidente -e dell’Europa in particolare- in quisquilie di piccolo cabotaggio consolidando solo rendite di posizione senza alcuna previsione programmatica sul futuro, o se ne prende atto come di un processo irreversibile o si inorridisce immaginando a quale rivoluzione culturale e di civiltà i nostri figli e nipoti saranno destinati.
Il declino politico e culturale europeo
Senza cadere in eccessi retorici l’Europa sembra vivere gli aspetti deteriori dei cascami politici, economici e sociali della globalizzazione in una prospettiva di dissolvenza incrociata: anemica e debole, esausta e fragile, pur se forte di una cultura ineguagliata e di cime inarrivabili di pensiero, muove passo dopo passo verso un incolore limbo dell’indeterminato. “L’Islam politico parla la lingua di Eutopia. Ha preso il linguaggio dell’Occidente, l’ha spogliato e l’ha usato come una maschera in nome di inclusione e diversità (cose che non esistono nei Paesi islamici). E dietro questa maschera c’è una barbarie che si autodefinisce “vittima”. In questo Occidente addolcito che si scusa di esistere, che ama i suoi carnefici e odia i suoi alleati, ai giovani viene insegnato che la verità non esiste, ma che tutto è narrazione…. C’è una tragica bellezza in questa Eutopia: quella delle democrazie che tendono la mano a chi vuole sottometterle”.
Questo passaggio testuale del libro di Meotti spiega il vulnus di fondo colto dall’autore: divisioni e debolezze, luoghi comuni e retorica del bene comune, relativismo multiculturale, falsi miti (come trasparenza e privacy, integrazione coatta, rispetto e riguardo cedevoli e non ricambiati, pentimento dei propri simboli e autoflagellazione per non offendere quelli altrui) sono i passaggi in cui l’Europa perde la sua storica primazia culturale e di civiltà e si consegna arrendevole alla soccombenza, cede il passo alla radicalizzazione e alla teocrazia, consente che politica e religione si sovrappongano nei meandri delle sue metropoli fino a prenderne possesso, dopo aver disdegnato e rifiutato di riconoscere le radici giudaico-cristiane come fondamento della cultura occidentale. (‘Che peso ha questa Europa che si rifiuta di riconoscere le sue radici cristiane? Vediamo solo croste su una pelle vecchia e malata’. Michel Onfray, Le nihilisme de l’Europe maastrichtienne face à la vigueur des civilisations-empires, in ≪Le Journal du Dimanche≫, 23 luglio 2025).
Una malattia forse irreversibile
Una malattia forse irreversibile sta rendendo marcia la mente occidentale, fino a pensare che la resa sia una virtù: si allarga a macchia d’olio il pensiero dominante della cedevolezza e della rinuncia alla propria storia, il feticcio dell’inclusione consente a solerti tribunali di assolvere predicatori di violenza e istigatori alla ribellione contro l’ordine costituito dello Stato, di annullare provvedimenti di espulsione di condannati e pluripregiudicati, di accettare come espressione di una cultura tramandata la sopraffazione fisica e simbolica sulle donne, di rimuovere tradizioni culturali come il Natale in nome di un egualitarismo senza radici né identità, sostituendole con riti pagani per celebrare la diversità come valore ma in una acefala ed ibrida pseudo-uguaglianza di tutti, mentre si chiudono le Chiese o le si utilizzano come centri multiculturali e si aprono le moschee dove uomini e donne pregano separati e gli infedeli non sono ammessi. ‘l’Islam trionferà con le buone o con le cattive’, come affermato dal terrorista degli attentati di Parigi, Salah Abdeslam, intanto in Europa e nel mondo continuano le persecuzioni dei cristiani mentre antisemitismo ed antisionismo dilagano.
Un’Europa marginale nel mondo
“Il Vecchio continente non ispira più paura né sogni. E può finalmente ritirarsi dalla storia. E quello che si vede è un nano politico, orfano militare, castrato diplomatico, cornuto economico. Russi, cinesi, americani, indiani, la quinta colonna islamista, tutti si leccano i baffi”. Scrive allora l’economista Andrea Dugo: “L’ Europa rischia di diventare una provincia in un mondo definito da altri…..Le capitali litigano su energia, debito, migrazione e politica industriale; una strategia di difesa comune rimane solo un’aspirazione e ambiziosi piani per investimenti tecnologici congiunti o per mercati dei capitali più solidi vengono soffocati dal dibattito […] Le attuali divisioni del blocco la rendono altrettanto vulnerabile alla concorrenza globale, con Washington che detta le regole della difesa, la Russia che minaccia l’est del continente, la Cina che domina le catene di approvvigionamento, e la Silicon Valley che domina l’economia digitale” (A. Dugo, ‘Europe today look like Renaissance Italy – and that’s a problem’, in ≪Politico≫, 12 novembre 2025).
Un’analisi fondata sui fatti
Inazione, pletora di preliminari e protocolli, inconcludenza affabulatoria, sistematico rinvio, enfasi delle liturgie consultive, narrazione logorroica, miopia, scarsa lungimiranza, difetto di pragmatismo, mitologia dell’hortus conclusus, autosufficienza basata sulla rendita morale: l’Europa che discute sulla misura delle vongole e limita l’uso delle cannucce di plastica ma importa il 92% delle terre rare dalla Cina, nel 1990 produceva un quarto dei chip mondiali, nel 2025 meno del 7%. Il libro di Meotti è ricchissimo di esempi, citazioni, aneddoti e documenta in modo analitico le situazioni e i contesti dove prende corpo il gap culturale, economico, di pensiero e di scelte disattese che sta affliggendo l’Europa: l’analisi è suffragata da una scelta metodologica che privilegia i fatti e le evidenze al punto da rendere incontestabili le deduzioni minuziosamente argomentate.
Conclusione: una chiave di lettura del presente
Il saggio è una lucida disamina per fermo immagine e rapide, ampie sequenze di una realtà che non solo gli addetti ai lavori percepiscono ma che si immedesima penetrandolo con rara efficacia descrittiva in quell’immaginario condiviso ancora scevro dal ciarpame dei condizionamenti, preconcetti e dei luoghi comuni indimostrabili.
L’eccellente lavoro di analisi documentata dell’autore, sorretta da argomentazioni aderenti alle evidenze fattuali, statistiche e alle proiezioni dei dati meritano la ricompensa di una lettura del libro.
Pagina dopo pagina si ha come l’impressione di inforcare occhiali nuovi che ci permettono di leggere la realtà in atto e le sue interpretazioni in chiave di prossimità temporale ormai imminente.
Non trovo – a questo punto – modo migliore per chiudere questa riflessione che riprendere la frase di Michael Hopf, posta all’inizio del libro, e utilizzarla come una sorta di spiegazione riassuntiva che chiude il cerchio del ragionamento di ogni buon analista, in quanto applicabile all’Europa di oggi: “Tempi difficili creano uomini forti. Uomini forti creano tempi buoni. Tempi buoni creano uomini deboli. Uomini deboli creano tempi difficili”.
