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La bramosia di cose nuove e il bisogno di comprendere il nostro tempo

Dal pensiero di Luigi Sturzo alla crisi della democrazia contemporanea. La necessità di comprendere le nuove generazioni, le loro inquietudini e le trasformazioni sociali, senza fermarsi alle statistiche e alle semplificazioni.

C’è un capitolo del buon libro su Luigi Sturzo di Lucio D’Ubaldo e Giuseppe Fioroni (Elogio dei liberi e forti, Giapeto Editore, 2018) che, sin dal titolo, ha rinforzato i miei vecchi pensieri e ne ha fatto nascere altri.

Il titolo del capitolo è «Bramosia di cose nuove» e le prime tre righe di inizio sollecitano ancora di più del titolo: «Capire una generazione che si affaccia alla battaglia della vita richiede una forma di compenetrazione con l’ambiente sociale e culturale di quel particolare contesto storico».

Già: bramosia e… compenetrazione!

Che, tradotti ai nostri giorni, significano semplicemente desiderio sfrenato di immedesimarsi il più possibile nei tempi che si vivono per interpretare il domani, cercando così, nello stesso tempo, di capire al meglio i «…tempi non facili che viviamo», nei quali, «in questa incertezza… sono proprio i giovani a disegnare il futuro», ha detto appena l’altro ieri Mattarella.

Pensando al ruolo e al peso che hanno avuto i giovani e i latinos per la sconfitta di Trump, Mattarella ci ha ancora una volta azzeccato.

Insomma, due parole, «bramosia» e «compenetrazione», che interrogano la nostra coscienza e la nostra responsabilità comunitaria, spingendoci a decifrare l’ambiente sociale e culturale delle nuove generazioni insieme a quello che attende tutti noi.

Lo Stato liberale è in piena crisi. E la deriva illiberale, assieme alle sue preoccupanti svolte autoritarie, con l’insana voglia di essere leader a tutti i costi (la cosiddetta «leaderpatia»), è stata denunciata da diversi studiosi. Da ultimo, e molto bene, anche da Michele Ainis. Un professore di Diritto pubblico che, anche in veste di qualificato costituzionalista, in un suo recente libro definisce questa deriva: «Fascismo bianco».

Sono mutamenti che respiriamo tutti i santi giorni. Quello che abbiamo visto recentemente per le strade italiane, con i cortei giovanili che, sebbene infiltrati da estremisti, manifestavano comunque contro questo sottile «fascismo bianco», contro questa generale crisi della democrazia partecipata e contro questa incerta transizione autocratica e antidemocratica, con i diritti dell’uomo e delle donne e le spinte all’eguaglianza messi da parte, se non del tutto nelle mani della scienza e della tecnologia.

Ebbene, non è difficile sostenere che la discesa nelle piazze dei giovani è stata motivata da questa crisi. Giovani pacifisti che trovano le finestre che si affacciano sul loro futuro sbarrate e che dobbiamo paradossalmente ringraziare perché si sono «compenetrati» perfettamente nei tempi che viviamo, difendendo l’irrinunciabile possibilità di manifestare liberamente il proprio pensiero, i dissensi, le insoddisfazioni e i bisogni sul carovita, la sanità, sul loro lavoro futuro senza dover espatriare, sull’IA e la robotica che licenziano operai, sulla sanità, sul riarmo e la guerra, sulla scuola, sul reddito delle loro famiglie, sulla sanità e sulla drammatica crisi del ceto medio in discesa libera.

E mi fermo!

È un avvertimento, questo di D’Ubaldo e Fioroni, che risente molto dello storicismo dichiarato più volte dal loro stimato Sturzo il quale, scandalizzando la stessa Chiesa, non ha mai avuto peli sulla lingua per stimolare tutti i cristiani, e non solo, a essere pratici e «concreti».

Abbandonando la teoria, le astrazioni, i rimpianti, il desiderio del passato e i pregiudizi nella valutazione della società che si ha sotto gli occhi e nella quale si vive.

Era in questo modo che don Luigi Sturzo, in veste di sociologo e storico, prendeva le distanze dalle semplificazioni positiviste, scientifiche e quantofreniche, che spesso, in compagnia di un capitalismo in piena crescita, dettavano le leggi alla convivenza civile, al bene comune e ai diritti umani, in quel suo periodo di primo sviluppo industriale, con il crescente disinteresse verso i lavoratori agricoli e i contadini che Sturzo difendeva molto e rispettava.

Semplificazioni spesso aiutate dalla «bramosia» della quantità, e spesso ridotte a semplici dati numerici sullo sviluppo capitalistico, che venivano utilizzati sin da quei tempi per studiare e capire lo sviluppo sociale di quel momento, nascondendo però i fenomeni che li provocavano, le complessità e soprattutto gli sviluppi e gli impatti sul futuro.

Un sistema di analisi utile, in fin dei conti, e molto adoperato anche ai nostri giorni dalla statistica sociale e politica, che spesso ci aiuta a farci un’idea, a misurare i fenomeni, fornendoci analisi e conclusioni sui dati numerici delle ricerche, ma che altrettanto spesso ci nasconde le cause di quei numeri e le soluzioni per quella serie di dati: basti ricordare l’uso spasmodico dei sondaggi ai nostri giorni.

Dire che, secondo le analisi dell’Istat, il ceto medio ha perso circa il 30% della propria ricchezza negli ultimi 15-30 anni, e si è impoverito — «de-cetomedizzazione» la definisce il Censis — ci può senz’altro aiutare a capire quello che succede, ma non indica una soluzione per risolvere la crisi che, giustamente, dovrebbe essere compito dello Stato.

Sembra scontato e corretto aggiungere che la visuale di concretezza antropologica e valoriale di Sturzo si rifaceva ovviamente ai valori cristiani e alla Dottrina Sociale della Chiesa, che lui ha avuto occasione di approfondire e amare sin dalla Rerum Novarum di Leone XIII, pubblicata quando aveva 20 anni (1891) e tre anni prima di essere ordinato sacerdote. Insomma, «bramosia» e «compenetrazione», due termini utilissimi ai giudizi politici e storici e al bene comune.