Il difficile rapporto con la longevità è la chiave di lettura della politica dei nostri giorni. Infatti, chi fa del suo meglio per restare sulla breccia viene assai facilmente a noia e chi può vantare un gesto di rinuncia al potere e alla visibilità può illudersi – magari solo illudersi – di trarne il vantaggio di un’inedita forma di rispetto e perfino di simpatia.
Così, nella nostra confusione collettiva, erigiamo monumenti ideali ai grandi del passato e guardiamo invece con occhio diffidente i meno grandi del presente, i quali, a loro volta, si ostinano in uno slalom assai faticoso tra i paletti che segnano il loro apparente distacco da ogni contesa e il legittimo orgoglio verso la piccola storia delle loro persone.
Il fatto è che, nel frattempo, sono cambiati i ritmi e i tempi della politica, la cui modernità richiede a questo punto ricambi fin troppo affrettati e manifesta ormai un certo fastidio per le carriere sempiterne, salvo rimpiangere le grandi figure d’una volta, gente per la quale la longevità politica non era un bene o un male. Più semplicemente, era l’ovvio. Quel tipo di ovvietà che – almeno a quel tempo – non temeva insidie né smentite.
Altri tempi e altre figure, per l’appunto. La cui grandezza passata finisce per attribuire loro un bagliore di storia e di solennità a cui il nostro presente non ha più modo di attingere.
Infatti, ora occorrerebbe abituarsi in fretta alla brevità dei cicli della vita pubblica, perché è solo accettando di scomparire che, alla fine, può rimanere forse qualcosa di noi.
A restare sulla breccia troppo a lungo si finisce, invece, col venire a noia.
Fonte: La Voce del Popolo – Giovedì 15 ottobre 2026
[Testo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del direttore del settiminale della diocesi di Brescia]

