Home GiornaleLa Cina accusa: «La Palestina è la più grande ingiustizia dal 1945»

La Cina accusa: «La Palestina è la più grande ingiustizia dal 1945»

Pechino rilancia la soluzione dei due Stati e denuncia la tragedia di Gaza. Wang Yi chiede il ritorno al dialogo tra Stati Uniti e Iran, mentre la diplomazia cinese cerca di accreditarsi come interlocutore di tutte le parti in Medio Oriente.

La questione palestinese rappresenta «la più grande ingiustizia storica dalla seconda guerra mondiale». La denuncia arriva dalla Cina e assume un significato politico particolare, perché non si limita a richiamare l’emergenza umanitaria di Gaza, ma investe direttamente gli equilibri internazionali e le responsabilità della comunità mondiale.

A pronunciare queste parole è stato il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, impegnato a Baku nel vertice della Conferenza sull’interazione e sulle misure di rafforzamento della fiducia in Asia (CICA). Un appuntamento che Pechino ha utilizzato per rilanciare la propria iniziativa diplomatica, proponendosi come interlocutore tanto di Israele quanto dei palestinesi, dell’Iran e delle monarchie del Golfo.

Gaza, una ferita che il mondo non può ignorare

Nel colloquio con la ministra degli Esteri palestinese Varsen Aghabekian Shahin, Wang Yi ha pronunciato un’altra frase destinata a pesare nel dibattito internazionale: «Il mondo non può dimenticare i due milioni di palestinesi di Gaza che lottano sull’orlo della morte».

La Cina ribadisce che non potrà esserci una pace duratura senza il riconoscimento dei diritti nazionali palestinesi e la realizzazione della soluzione dei due Stati. Non si tratta soltanto di garantire l’assistenza umanitaria, ma di affrontare la radice politica di un conflitto che continua a destabilizzare l’intero Medio Oriente.

La delegazione palestinese ha richiamato anche l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e il progetto E1, che rischia di compromettere la continuità territoriale di un futuro Stato palestinese.

Pechino parla anche con Israele

Particolarmente significativo è stato l’incontro di Wang con il presidente israeliano Isaac Herzog. Quest’ultimo ha insistito sulle minacce provenienti dall’Iran e dalle organizzazioni armate a esso collegate, manifestando tuttavia interesse a rafforzare le relazioni economiche e culturali con la Cina.

Pechino cerca dunque di tenere aperti canali diplomatici contrapposti, senza rinunciare alla propria posizione sulla Palestina. È un esercizio di equilibrio che rivela anche l’ambizione cinese di conquistare uno spazio politico lasciato scoperto dalle divisioni occidentali.

Il dialogo con Washington e Teheran

L’iniziativa cinese si estende alla crisi iraniana. Wang Yi ha invitato Stati Uniti e Iran a tornare al negoziato, chiedendo moderazione anche sullo Yemen e garanzie per la libertà di navigazione nello stretto di Hormuz e nel Mar Rosso.

A Baku erano presenti delegazioni israeliane e iraniane, insieme a rappresentanti di numerosi Paesi asiatici e mediorientali. Una circostanza significativa, anche se il vertice ha mostrato profonde divisioni: secondo l’agenzia palestinese Wafa, delegazioni di oltre dieci Paesi hanno abbandonato la sala durante l’intervento di Herzog.

Una sfida diplomatica anche all’Occidente

La posizione cinese non è priva di contraddizioni. Pechino mantiene uno stretto coordinamento strategico con Mosca, confermato dall’incontro tra Wang e Sergej Lavrov, nel quale si è discusso anche dell’Ucraina.

Ma sarebbe un errore sottovalutare la portata dell’iniziativa. La Cina sta cercando di presentarsi come garante di un ordine internazionale meno dipendente dall’egemonia americana, facendo della questione palestinese un banco di prova della credibilità dell’intero sistema multilaterale.

Il richiamo alla più grande ingiustizia storica dal 1945 interpella perciò anche l’Europa. La difesa del diritto internazionale non può essere selettiva. Se l’Unione europea vuole conservare un ruolo politico autonomo, deve contribuire a trasformare il riconoscimento dei diritti palestinesi in una concreta prospettiva di pace, senza rinunciare alla sicurezza di Israele.

È su questo terreno che si misura oggi la distanza tra le dichiarazioni di principio e la capacità effettiva della diplomazia di cambiare il corso degli eventi.